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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Matteo Brumini</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Nuovi rapporti dialettici all&#8217;interno del separatismo curdo in Turchia?</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Nov 2010 12:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Brumini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
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		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 31 Ottobre scorso un attentatore suicida si fa esplodere mentre avanza verso un pullman carico di agenti di polizia. Sul selciato rimane l&#8217;attentatore, ucciso dall&#8217;esplosivo, e rimangono feriti diciassette poliziotti e quindici civili. Poco più in là, nella stessa piazza, le forze di polizia rinvengono un altro ordigno, più potente, che avrebbe potuto causare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><span style="font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/11/Kurdistan1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1903" style="margin: 5px;" title="Kurdistan" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/11/Kurdistan1-300x196.jpg" alt="" width="270" height="176" /></a>Il 31 Ottobre scorso un attentatore suicida si fa esplodere mentre avanza verso un pullman carico di agenti di polizia. Sul selciato rimane l&#8217;attentatore, ucciso dall&#8217;esplosivo, e rimangono feriti diciassette poliziotti e quindici civili. Poco più in là, nella stessa piazza, le forze di polizia rinvengono un altro ordigno, più potente, che avrebbe potuto causare una strage.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Non siamo a Baghdad o a Kabul, ma in piazza Taksim, nel cuore della parte occidentale di Istambul, Turchia. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Chiaramente nell&#8217;immediato si pensa al PKK, ma appare subito una modalità di attacco anomala per il partito armato di Ocalan che privilegia obiettivi militari e raramente ha fatto uso nella sua storia politico-militare di attentatori suicidi. Il comunicato di smentita di ogni coinvolgimento del PKK arriva due giorni dopo: “&#8221;Per noi non è possibile compiere un atto simile nel momento in cui il nostro movimento ha deciso di prolungare la tregua. Non siamo in alcun modo implicati in questo attentato&#8221;. Prolungare la tregua, questo è il senso della decisione presa da Murat Karayilan, ritenuto il leader del Pkk dopo l&#8217;arresto di Abdullah Ocalan, avvenuto nel 1999. Karayilan, in un intervista al quotidiano laico turco Radikal, ha annunciato che la tregua viene estesa fino alle prossime elezioni politiche nel Paese, previste per giugno 2011.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">A confermare queste dichiarazioni vi è anche la cautela della magistratura turca, di solito pronta a dare la colpa al Pkk. Vale la pena di soffermarsi su questa inedita prudenza della magistratura turca perché è utile per inserire nel ragionamento una notizia di fine agosto che è praticamente passata sotto silenzio da noi. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Il 26 agosto scorso un rappresentante del governo turco ha dichiarato che funzionari statali hanno avuto contatti in carcere con Abdullah Ocalan; a stretto giro di ruota il ministro della Giustizia, Sadullah Ergin, afferma al quotidiano laico Vatan, che i servizi segreti parlano con Ocalan ogni qualvolta la lotta al terrorismo richieda tali contatti. Non ci si rende bene conto qui da noi della portata enorme di queste dichiarazioni. La Turchia dal 1978, anno della nascita del PKK, ha sempre rifiutato categoricamente ogni dialogo e contatto con il partito armato curdo ed ha sempre vigorosamente smentito ogni voce a riguardo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Verrebbe da chiedersi cosa sia cambiato ora. Forse potrebbe essere utile ricordare a questo punto che tali dichiarazioni del governo turco arrivano tre settimane prima del 12 settembre scorso, giorno del referendum costituzionale voluto dal premier Erdogan e dal suo partito Giustizia e Sviluppo volto a ridimensionare il ruolo ed il potere dei militari nel paese non solo sottoponendo questi ultimi alla giustizia civile ma anche aumentando il numero dei componenti della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura, che saranno nominati non soltanto dai giudici ma anche dal Parlamento e dal presidente della Repubblica. </span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Il 12 settembre il referendum passa con il 58% dei “sì”, una grande vittoria per Erdogan e una grave sconfitta per i militari. La domanda legittima che sorge analizzando i fatti è se il governo turco abbia cercato di attirare a sé l&#8217;elettorato curdo con quelle dichiarazioni in vista di questo referendum, e conseguentemente se abbia chiesto in tal senso anche l&#8217;aiuto del PKK.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">A questo punto ritorniamo all&#8217;attentato di piazza Taksim. Il 4 novembre arriva la rivendicazione del TAK (Teyrênbazên Azadîya Kurdistan) ovvero i Falconi della Libertà, un gruppo armato separatista curdo. L&#8217;attentatore si chiama Vedat Acar, 24 anni, nome in codice Derweş. Adesso, per il Tak, è un martire della causa curda. Nella rivendicazione il Tak precisa che Acar avrebbe agito su iniziativa personale, ma ad ogni modo l&#8217;organizzazione ne condivide l&#8217;azione: il giovane &#8220;non fa parte di una diversa organizzazione, è nostro membro&#8221;. Acar si è unito al gruppo estremista nel 2005. Il Tak dichiara di non ritenere veritieri gli sforzi del governo di risolvere la questione curda, e pertanto di &#8220;non prenderli sul serio&#8221;.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">&#8220;Non siamo soddisfatti delle lotte del Kongra-Gel (Il parlamento del popolo curdo) e dell&#8217;Hpg (Forze di difesa Popolare) che sono state portate avanti considerando gli equilibri politici&#8221;. Il Tak ha iniziato le sue lotte con il Pkk, con il quale condivideva gli obiettivi, oltre al leader indiscusso Abdullah Öcalan . Da un anno e mezzo però il gruppo ha deciso la secessione, rifiutando la via della mediazione e optando per una via decisamente violenta: &#8220;Non possiamo rispondere con metodi di lotta passiva. D&#8217;ora in poi i nostri attacchi continueranno e diventeranno più violenti&#8221; E ancora &#8220;Ognuno dei nostri militanti è pronto a sacrificare la propria vita in questa lotta&#8221;. Nel comunicato trasmesso su internet il gruppo ci tiene a rimarcare la propria indipendenza, ammettendo di non essere &#8220;connessi a nessuno, dipendenti di nessuno&#8221;. Il loro target principale sono &#8220;la burocrazia militare, l&#8217;economia e il turismo&#8221;. A questo proposito tutti i turisti stranieri e locali sono invitati a non recarsi nelle tradizionali mete turistiche &#8220;perché la Turchia è un Paese in guerra&#8221;, pertanto ognuno è da ritenersi in pericolo.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Tirando le somme alla luce di quanto detto sembra che all&#8217;interno del separatismo curdo in Turchia i rapporti dialettici stiano cambiando; mentre un PKK tuttora egemone per storia e numeri si sta sempre più apertamente spostando verso una linea di dialogo ancora difficile da interpretare e mentre altri gruppi storici come il PDK/Bakur o il Partiya Şoreşa Kürdistan sembrano rimanere in una linea di basso profilo colpiti dalla repressione dello stato turco, nuove formazioni nascono sotto un profilo strettamente militare ed abbandonano l&#8217;egida del gruppo armato di Ocalan e l&#8217;atteggiamento politico-militare che strutturalmente ha sempre accompagnato la lotta separatista curda in Turchia; e non va dimenticato in questo contesto l&#8217;attuale crisi politica e diplomatica sempre più accentuata nei rapporti fra la Tuchia di Edogan ed Israele se si considerano i mai chiariti rapporti fra quest&#8217;ultimo e i curdi accusati spesso (soprattutto dopo l&#8217;invasione imperialista dell&#8217;Iraq) di essere strumenti più o meno consapevoli della politica di egemonizzazione regionale israeliana nel Medio Oriente.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: small;">Matteo Brumini<br />
</span></span></p>
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		<title>Gli Stati Uniti contro il golpe in Ecuador (adesso che è fallito)</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 14:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Brumini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Alba]]></category>
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		<category><![CDATA[Socialismo XXI secolo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Matteo Brumini Cosa sia successo il 30 settembre scorso per le strade di Quito e dell&#8217;Ecuador credo sia oramai di dominio pubblico; la rivolta di settori della polizia contro i tagli a compensi straordinari e contro i privilegi delle forze di sicurezza, il presidente Correa ferito dai rivoltosi, il suo sequestro per 12 ore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Matteo Brumini</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/Correa.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1652" style="margin: 5px;" title="ECUADOR-UPRISING-POLICE-CORREA" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/Correa.jpg" alt="" width="307" height="230" /></a>Cosa sia successo il 30 settembre scorso per le strade di Quito e dell&#8217;Ecuador credo sia oramai di dominio pubblico; la rivolta di settori della polizia contro i tagli a compensi straordinari e contro i privilegi delle forze di sicurezza, il presidente Correa ferito dai rivoltosi, il suo sequestro per 12 ore da parte delle medesime forze di polizia rivoltose nell&#8217;ospedale in cui si era recato per farsi medicare le ferite, il blitz dell&#8217;esercito per liberarlo e il popolo ecuadoriano sceso per le strade per difendere il suo presidente senza dimenticare l&#8217;appoggio al presidente da parte dell&#8217;Unasur (Unione degli stati sudamericani) e le parole del presidente boliviano Evo Morales : &#8220;Siamo disposti ad appoggiare in qualsiasi modo il processo rivoluzionario che sta vivendo l&#8217;Ecuador&#8221; e magari i morti ed i feriti. Tra le altre cose ci sarebbe anche la condanna del tentato golpe (che oggi la destra ecuadoriana cerca di sminuire a semplice rivolta di settori della polizia dimenticando o volendo far dimenticare l&#8217;appoggio dato durante le ore convulse del tentato golpe ai poliziotti rivoltosi) da parte degli Stati Uniti e del presidente Obama.</p>
<p style="text-align: justify;">È interessante soffermarsi su quest&#8217;ultimo punto. Credo che tutti coloro che ora stanno leggendo queste righe, apprendendo quanto stava accadendo a Quito, abbiano pensato immediatamente (e in silenzio non volendo sembrare troppo complottisti) ad un secondo Honduras o semplicemente alla storica definizione di “giardino degli Stati Uniti” per il Sudamerica. Viene da chiedersi cosa ne pensino a giochi fatti gli ecuadoriani. Ebbene il 5 ottobre il Centro de Alerta para la Defensa de los Pueblos ha pubblicato un sondaggio prodotto dalla statunitense Asisa da cui si evince che per oltre il 50% degli ecuadoriani intervistati gli Stati Uniti hanno appoggiato il tentato golpe contro Correa.</p>
<p style="text-align: justify;">A quanto pare se siamo complottisti perlomeno possiamo dire di essere in buona compagnia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di certo gli Stati Uniti non vedranno di buon occhio né la presenza dell&#8217;Ecuador dentro l&#8217;ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) né le relazioni con l&#8217;Iran né la politica energetica e petrolifera di Correa volta a riappropriarsi delle risorse del paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Fino a qui arrivano i ragionamenti e le ipotesi. Mancherebbero i fatti a comprovare tali ipotesi. In realtà per avere dei fatti basterebbe fare un salto indietro di due anni; nel 2008 difatti un rapporto ufficiale del Ministero della Difesa dell&#8217;Ecuador denunciava le infiltrazioni nella polizia nazionale degli Stati Uniti tramite l&#8217;ambasciata di questi ultimi. La crisi del 30 settembre è stata causata da parte della polizia nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è solo la punta dell&#8217;iceberg.</p>
<p style="text-align: justify;">Philip Agee è un ex ufficiale della Cia che in un recente libro si è soffermato a lungo sull&#8217;interferenza degli Stati Uniti nelle politiche degli stati sudamericani e tra questi si è soffermato anche sull&#8217;Ecuador.</p>
<p style="text-align: justify;">Philip Agee spiega come per decenni l&#8217;Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID) è stata usata come copertura della CIA per incanalare fondi verso organizzazioni non governative (ONG), sindacati e media.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1983 è arrivata la National Endowment for Democracy (NED), creata da una legge del Congresso degli Stati Uniti. La sua missione era quella di &#8220;promuovere la democrazia&#8221; nel mondo; un progetto avviato dal governo di Ronald Reagan e i suoi più stretti consiglieri tra cui Norman A. Bailey, poi assistente speciale del Presidente per gli Affari di Sicurezza Nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il NED fu usato in Nicaragua per destabilizzare il governo sandinista e come la storia ha dimostrato, riuscì nel suo scopo. Dopo il suo successo in Nicaragua, la NED è diventata la principale agenzia di finanziamento e di consulenza per i movimenti della &#8220;società civile&#8221; per promuovere e lavorare per gli interessi americani. In Venezuela, la NED ha finanziato tutti i gruppi coinvolti nel colpo di Stato contro il presidente Chavez nell&#8217;aprile 2002 e ha continuato a finanziare l&#8217;opposizione da allora.</p>
<p style="text-align: justify;">Se vi è un governo che non soddisfa l&#8217;ordine del giorno degli Stati Uniti, la NED è pronta per finanziarne la destabilizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo al caso specifico dell&#8217;Ecuador di Correa.</p>
<p style="text-align: justify;">Gruppi coinvolti nel recente tentativo di colpo di Stato contro l&#8217;Ecuador hanno legami con la NED e USAID. Ma una connessione, in particolare, ha dimostrato l&#8217;operazione profonda che Washington aveva lanciato contro il governo di Rafael Correa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 12 luglio 2005, il responsabile della comunicazione per lo sviluppo strategico, divisione di USAID in Ecuador, ha inviato una e-mail agli alti Rappresentanti di USAID a Quito, esprimendo preoccupazione per l&#8217;influenza del Venezuela di Chavez in Ecuador.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio lo stesso anno fu fondata la Corporación Empresarial Indígena del Ecuador (CEIE)  , l&#8217;organizzazione responsabile per la &#8220;promozione locale e regionale dello sviluppo economico delle popolazioni indigene&#8221;. In Ecuador è ben noto che i voti del settore indigeno sono essenziali per governare efficacemente. I candidati che attirano le reti dei movimenti indigeni sono di solito i candidati vincitori alle elezioni in Ecuador; le elezioni in Ecuador erano previste per l&#8217;anno successivo.</p>
<p style="text-align: justify;">La CEIE, realizzata con il finanziamento del NED e di USAID, è stata creata da Angel Medina, Mariano Curicama, Lourdes Tiban, Fernando Navarro e Raul Gangotena. È interessante notare che tra i tre &#8220;soci onorari&#8221; figura il nome di Norman Bailey, un agente dei servizi segreti americani ed esperto in operazioni clandestine.</p>
<p style="text-align: justify;">Bailey è stato nell&#8217;esercito degli Stati Uniti dove si è specializzato in intelligenza strategica ed è stato un economista per la compagnia petrolifera Mobil Oil International.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1981, Bailey è stato nominato assistente speciale del presidente Ronald Reagan per gli Affari di Sicurezza Nazionale. Dal 1984, Bailey è stato consulente di vari enti governativi, aziende, banche, istituti finanziari e società multinazionali nei cinque continenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2006, l&#8217;allora direttore del National Intelligence degli Stati Uniti, John Negroponte, ha deciso di creare le missioni speciali di intelligence per la destabilizzazione di Venezuela e Cuba, tra i partecipanti a queste missioni compare anche il nome di Bailey</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo alla CEIE. Questa ha stretti legami con i due principali movimenti indigeni in Ecuador e con i due movimenti di “sinistra” che maggiormente hanno criticato il governo Correa.</p>
<p style="text-align: justify;">Analizziamo ora brevemente i curricula dei cinque fondatori della CEIE.</p>
<p style="text-align: justify;">- Angel Medina è anche il fondatore e presidente della Fondazione Q&#8217;ellkaj, un&#8217;altra organizzazione finanziata da USAID e la NED per penetrare ed egemonizzare la grande comunità indiana in Ecuador.</p>
<p style="text-align: justify;">- Fernando Navarro è Presidente della Federazione delle Camere di Commercio in Ecuador; anche la Federazione delle Camere di Commercio in Ecuador ha ricevuto un finanziamento dalla NED e USAID.</p>
<p style="text-align: justify;">- Raul Gangotena è stato consulente della Banca Mondiale e ambasciatore dell&#8217;Ecuador negli Stati Uniti dal 2003-2005.</p>
<p style="text-align: justify;">- Lourdes Tiban è stato Consulente del Consiglio politico dell&#8217;organizzazione fondatrice ECUARUNARI della CONAIE, che è il movimento politico indigeno ecuadoriano più forte.  I suoi  legami con la NED e USAID portano a pensare che abbiano influenzato il suo lavoro con la ECUARUNARI e CONAIE.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il 2009 e il 2010 CONAIE è diventata una grande forza di opposizione al governo di Rafael Correa. Durante il colpo di Stato del 30 settembre CONAIE ha emesso un comunicato accusando il presidente Correa per la crisi politica nel paese. La sua controparte politica, PACHACUTIK, ha rilasciato un&#8217;altra dichiarazione a sostegno del colpo di stato e chiedendo le dimissioni immediate di Correa.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questo articolo fosse la sceneggiatura di un film giallo di solito a questo punto il colpevole comincerebbe a confessare.</p>
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		<title>È finita&#8230;&#8230;.ma anche no!  Il completo mezzo ritiro degli Stati Uniti dall&#8217;Iraq</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 14:30:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Brumini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Bush]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
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		<description><![CDATA[di Matteo Brumini Credo che tutti abbiano ancora nitido il ricordo di un presidente George W. Bush che in tenuta informale nel 2003 si presentò a tutto il mondo a bordo della portaerei “Licoln” circondato da militari statunitensi tirati a lucido, sorridenti e festanti per dichiarare vinta la guerra in Iraq. Dietro di lui con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">di Matteo Brumini</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Credo che tutti abbiano ancora nitido il ricordo di un presidente George W. Bush che in tenuta informale nel 2003 si presentò a tutto il mondo a bordo della portaerei “Licoln” circondato da militari statunitensi tirati a lucido, sorridenti e festanti per dichiarare vinta la guerra in Iraq. Dietro di lui con una regia da finale di film di guerra hollywoodiano un enorme striscione con le parole che dovevano diventare il biglietto da visita dell&#8217;amministrazione Bush: “Mission accomplished”. Missione compiuta.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Sette anni dopo un altro presidente, da uno Studio Ovale completamente rinnovato, si presenta agli occhi del mondo per annunciare il ritiro delle truppe statunitensi dall&#8217;Iraq. Niente soldati festanti, niente portaerei, niente striscione. Obama dice al mondo e alla sua nazione “It&#8217;s over”.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Dunque gli Stati Uniti annunciano al mondo che la missione non è compiuta, ma è finita; una bella differenza di linguaggio. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Certo le parole sono importanti e di più ancora lo sono le azioni e la loro sinergia costituisce la base dei dati da cui far scaturire qualsiasi analisi politica. Ad una prima analisi dunque potremmo dire che la tanto attesa svolta di Obama sulla questione irachena è arrivata ed è arrivata con l&#8217;altrettanto annunciata e sbandierata discontinuità con l&#8217;amministrazione repubblicana di Bush. Il ritiro nei tempi stabiliti e le modalità di gestione del presidente stesso nel presentare tale ritiro al mondo. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">I mezzi di comunicazione nostrani prontamente ed in blocco hanno battuto questa strada con titoli sui giornali, servizi alla televisione e quant&#8217;altro. Immagini di soldati statunitensi che partono dall&#8217;Iraq, analisi sul ciclo iniziato nel 2003 che si chiude, timori sulla sorte dell&#8217;Iraq “lasciato a sé stesso” in un momento per di più di stallo politico dopo il nulla di fatto delle ultime elezioni.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Ma quindi ritiro completo? Tutto finito? It&#8217;s over come ci ha detto un Obama serio e asciutto guardandoci negli occhi? Infilata in mezzo a questa messe di informazioni di giornali e televisioni, tra le immagini delle truppe che tornano in patria, detto di filato arrivano alcune precisazioni. La prima è che da questo “ritiro completo” mancheranno all&#8217;appello cinquantaseimila (56.000) soldati statunitensi. Quale sarà il loro compito? Cinquantamila saranno destinate all&#8217;addestramento dell&#8217;esercito iracheno e seimila alla logistica. Cinquantamila addestratori; una cifra per eserciti da milioni di soldati! Altra notizia passata ancora di più tra le righe ufficiali è che lo spazio aereo iracheno rimarrà sotto il controllo statunitense. Non una notizia di poco conto. Tutto questo chiaramente esulando completamente dalla questione dei “contractors” ovvero i mercenari dietro a cui come si è visto in questi anni si nascondono i servizi segreti americani e Nato. Nessun ritiro per costoro e nessuna cifra a disposizione a riguardo. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/09/iraq.jpg"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/09/iraq1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1551" style="margin: 5px; border: 3px solid black;" title="iraq" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/09/iraq1-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></a>Dunque a quanto sembra questo ritiro totale, questo “it&#8217;s over” è meno totale di quanto voglia sembrare. Agli occhi di chi scrive sembra più un mezzo ritiro e una mossa politica dell&#8217;amministrazione Obama impegnata sul fronte interno a far risalire i sondaggi dopo i vari disastri ecologici sul Golfo, le “riforme” sanitarie e la crisi economica che non sembra passare; quale migliore carta da giocare per far risalire i sondaggi (ufficialmente per la prima volta dalla sua elezione Obama si ritrova un gradimento sotto il 50%) che presentare il ritiro delle truppe dall&#8217;Iraq. Una promessa fatta in campagna elettorale! Poi e ancor più importante c&#8217;è l&#8217;Afghanistan e la questione iraniana. Obama ha da tempo fatto capire che il nodo principale della sua politica estera sarà l&#8217;Afghanistan a cui sta continuando sin dal suo stanziamento continuamente nuove truppe e chiedendone costantemente altre agli alleati. Alcuni analisti stanno interpretando questo “ritiro” iracheno come un gioco di sottrazioni ed addizioni. Togliere da una parte per avere la possibilità di aumentare dall&#8217;altra senza perdere il controllo di nessuna delle due parti in netta continuità dunque con l&#8217;amministrazione Bush, e ricordiamo che in mezzo alle due parti in causa c&#8217;è l&#8217;Iran, l&#8217;ostacolo numero uno alla egemonizzazione del Medio Oriente per gli Stati Uniti e per Israele. Obama con questa scelta potrebbe finalmente ritrovarsi meno opposizione interna, il controllo dell&#8217;Iraq e del suo spazio areo senza una presenza massiccia di truppe (e di morti direttamente imputabili alla sua amministrazione e agli Stati Uniti) e una maggiore capacità operativa per numeri e denaro per l&#8217;occupazione dell&#8217;Afghanistan, il tutto in perfetta armonia con il piano a lungo termine di stringere la tenaglia a stelle e strisce su Teheran.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Tanti piccioni con una sola fava.</span></span></p>
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		<title>La caccia grossa del governo indiano</title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 13:14:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Brumini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Bangladesh]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[naxaliti]]></category>
		<category><![CDATA[Tigri Verdi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Matteo Brumini “Green Hunt” è una espressione inglese che può essere tradotta in italiano con “battuta di caccia” oppure con “caccia grossa”. “Green Hunt” è il nome con cui i media indiani hanno chiamato la grande operazione militare e paramilitare che il governo indiano ha iniziato a Novembre 2009 in cinque stati dell&#8217;Unione Indiana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->di Matteo Brumini</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/05/the_red_corridor_ver_1.50fcp30uny80gcksskcksgkgo.6ylu316ao144c8c4woosog48w.th.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-1191" style="margin: 5px;" title="the_red_corridor_ver_1.50fcp30uny80gcksskcksgkgo.6ylu316ao144c8c4woosog48w.th" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/05/the_red_corridor_ver_1.50fcp30uny80gcksskcksgkgo.6ylu316ao144c8c4woosog48w.th-265x300.jpg" alt="" width="265" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Green Hunt” è una espressione inglese che può essere tradotta in italiano con “battuta di caccia” oppure con “caccia grossa”.  “Green Hunt” è il nome con cui i media indiani hanno chiamato la grande operazione militare e paramilitare che il governo indiano ha iniziato a Novembre 2009 in cinque stati dell&#8217;Unione Indiana contro la guerriglia naxalita. Un nome inquietante per il governo indiano che difatti ufficialmente continua a non chiamarla così. In effetti tuttavia di una battuta di caccia grossa si tratta. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Ad Ottobre 2009 il Central Reserve Police Force ha annunciato che si era alle fasi finali dell&#8217;organizzazione di una grande offensiva approvata dal governo indiano. L&#8217;operazione sarebbe stata coordinata dal Commando Battalion for Resolute Action (COBRA), le truppe d&#8217;assalto scelte dell&#8217;esercito indiano. Ad affiancarle come al solito ci sarebbero state le truppe paramilitari delle Tigri Verdi che come da copione collaudato avrebbero aperto la strada nei santuari naxaliti per permettere l&#8217;ingresso dei regolari. L&#8217;obbiettivo è spezzare il cosiddetto “Corridoio Rosso” ovvero quella lunga fascia che va da nord a sud e da est ad ovest dell&#8217;India in cui è presente la guerriglia o con santuari e basi o con azioni costanti o sporadiche. Una striscia di migliaia di kilometri che va dal Kerala a sud alle propaggini del Sikkim a Nord sino al confine con il Bangladesh.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">A Novembre 2009 inizia la prima fase delle operazioni nel distretto di  Gadchiroli. Entrano nel territorio 18 compagnie paramilitari. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Il compito dei paramilitari è quello di terrorizzare, massacrare, fare terra bruciata attraverso la distruzione di villaggi, case, campi coltivati, stupri, mutilazioni, omicidi indiscriminati, supportati in diversi casi anche (nelle zone e negli stati in cui è al governo come il Bengala Occidentale) dai quadri del Partito Comunista Indiano Marxista (come accaduto nel 2007 proprio nel Bengala Occidentale durante il periodo delle lotte contro l&#8217;esproprio di centinaia di acri di terra di ventimila famiglie di contadini per permettere la nascita di una industria della Tata in collaborazione con la Fiat).</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">È</span> interessante a questo proposito far notare che tra i principali fornitori di armi all&#8217;India assieme a Regno Unito, Germania, Olanda, Israele e Sudafrica troviamo anche l&#8217;Italia.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La risposta dei naxaliti non si fa attendere a lungo ed è una risposta di alto profilo militare. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">A Febbraio 2010 nel Bengala Occidentale vengono giustiziati 25 poliziotti e il leader naxalita  Kishenji rivendica l&#8217;azione. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Il 6 Aprile c&#8217;è l&#8217;azione più eclatante rivendicata da Gopal, uno dei quadri dirigenti della guerriglia; in un agguato nella giungla nell&#8217;India centrale vengono uccisi 75 tra poliziotti e paramilitari.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Il 10 Maggio i guerriglieri fanno saltare in aria un camion dell&#8217;esercito nello stato di Chattisgarh. L&#8217;esplosione uccide otto paramilitari e ne ha feriti altri due, mentre attraversavano un&#8217;area boschiva nel distretto di Bijaipur. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Il 14 Maggio vengono prelevati dalle loro case nel distretto di Midnapore nel Bengala Occidentale 5 attivisti del Partito Comunista Indiano (marxista) e quattro di loro vengono giustiziati come informatori della polizia.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Il 17 Maggio i naxaliti fanno saltare in aria un autobus con a bordo 15 poliziotti.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La principale minaccia alla sicurezza interna dell&#8217;India” ,come ha definito i naxaliti il primo ministro Singh, ha dato la sua risposta.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">A questo punto è necessario spiegare chi siano i naxaliti.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;">“<span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Naxalita” in India è sinonimo di “maoista”; la parola deriva dal villaggio di Naxalbari, villaggio di meno di 2000 abitanti situato nel distretto di Darjeeling nel Bengala Occidentale dove nel Marzo del 1967 circa 150 contadini armati di archi e frecce attaccarono i latifondisti e si impadronirono dei campi. La ribellione, durata due mesi e repressa nel sangue dall&#8217;esercito causando migliaia di morti, diede vita a una serie di sommosse successive contro il governo fino a quando sotto la guida del gruppo comunista guidato da Charu Mazumdar (morto in carcere nel 1972) nacque il movimento naxalita.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Oggi il termine naxalita racchiude una galassia di gruppi e partiti per la maggioranza clandestini e armati; di questa galassia il partito più grande per numeri e più articolato per struttura e organizzazione è il Partito Comunista Indiano (maoista)  nato nel 2004 dall&#8217;unione di Maoist Communist Centre (India) e Communist Party of India (M-L) People’s War. Dal congresso fondativo è uscita vincitrice la linea politica di Muppala Lakshman Rao detto Ganapathi che è attualmente anche il segretario generale del partito. L&#8217;attuale obbiettivo di Ganapathi è quello di focalizzare le azioni di lotta contro le cosiddette Sez (Special Economic Zones), le aree in cui dal 2005 lo Stato indiano concede vantaggi fiscali e di altro genere per favorire la costruzione di nuovi impianti industriali.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">In questi ultimi anni questa linea d&#8217;azione ha portato la guerriglia naxalita anche nelle aree dei cosiddetti tribali, popolazioni dravidiche o predravidiche che abitano in territori impervi e occupati da foreste in cui negli ultimi anni sono stati scoperti importanti giacimenti minerari c che assieme al legname stanno attirando e hanno attirato gli investimenti stranieri in queste aree e che hanno spinto e spingono il governo indiano centrale ed i governi degli stati dell&#8217;Unione Indiana a perpretare la pratica degli espropri forzati e delle deportazioni delle popolazioni locali.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La linea di Ganapathi di entrare nelle Sez ha portato e sta portando nuova linfa vitale alla guerriglia naxalita ed al PCI(maoista); la guerriglia protegge le popolazioni di queste aree dai massacri e dalle violenze e queste vanno ad unirsi conseguentemente alla guerriglia.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Recentemente il Ministero degli Interni indiano che la guerriglia naxalita in questi ultimi 6 anni possa essere  cresciuta in termini numerici dai circa 15.000 membri attivi a 28.000 unità. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Come ha fatto notare intelligentemente Piero Pagliani recentemente è difficile che la guerriglia naxalita possa vincere la rivoluzione come avvenuto per il PCN(M) in Nepal ma è altrettanto difficile che questa “Caccia Grossa” possa portare qualche risultato positivo per il governo indiano e per gli affamati e voraci investitori stranieri.</span></span></p>
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		<title>Prime considerazioni sulle elezioni in Sudan</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 15:59:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Brumini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Bashir]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Splm]]></category>
		<category><![CDATA[Sudan]]></category>
		<category><![CDATA[Yassir Arman]]></category>

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		<description><![CDATA[di Matteo Brumini   L&#8217;11 aprile scorso si sono tenute in Sudan le elezioni. I mezzi di informazione nostrani le hanno definite “presidenziali” ma in realtà, oltre che per il presidente, in Sudan si è votato anche per il parlamento nazionale, quelli regionali e per gli organi locali. Questa precisazione è fondamentale per capire l&#8217;andamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small">di Matteo Brumini</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/27084.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-927" style="margin: 5px;" title="27084" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/27084-300x208.jpg" alt="27084" width="300" height="208" /></a>L&#8217;11 aprile scorso si sono tenute in Sudan le elezioni. I mezzi di informazione nostrani le hanno definite “presidenziali” ma in realtà, oltre che per il presidente, in Sudan si è votato anche per il parlamento nazionale, quelli regionali e per gli organi locali. Questa precisazione è fondamentale per capire l&#8217;andamento di queste elezioni soprattutto in relazione con il comportamento tenuto dalle opposizioni ed in particolare dal SPLM (Sudan People&#8217;s Liberation Movement) del Sud Sudan mettendo queste elezioni in correlazione con il referendum per l&#8217;autodeterminazione del Sud Sudan che si terrà l&#8217;anno prossimo.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small">Vediamo dunque come si è arrivati a queste elezioni. Il primo aprile nove partiti dell&#8217;opposizione (tra cui anche il partito comunista) hanno dichiarato che avrebbero boicottato le elezioni accusando il governo al-Bashir di aver truccato le modalità di scrutinio dei voti. Tali accuse hanno di fatto delegittimato le prime elezioni multipartitiche nel paese dopo 24 anni. In questo contesto la parte del leone l&#8217;ha fatta chiaramente il SPLM. Yassir Arman, il candidato presidenziale del SPLM, iscritto al governo di unità dal 2005, a fine marzo annuncia il suo ritiro dalle elezioni sottolineando il fatto che la regione del Sudan non sarebbe preparata a sostenere questo voto, a dir suo gli stessi sfollati dei campi della regione, gli avrebbero richiesto di non partecipare alle elezioni. A questo punto il presidente Bashir minaccia di annullare il referendum sull&#8217;indipendenza del Sud Sudan qualora il SPLM non partecipi all&#8217;appuntamento elettorale. Prontamente intervengono i rappresentanti dei paesi occidentali nella regione contestando le dichiarazioni di Bashir e sostenendo assieme al SPLM che le elezioni non possono essere messe in correlazione con il referendum; in realtà proprio gli accordi di pace di Nairobi tra Khartoum e SLPM stabilivano una chiara relazione tra elezioni generali e referendum nel sud sull’eventuale secessione. </span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small">Prima ancora di votare dunque la delegittimazione delle elezioni sul piano internazionale e nazionale è già avvenuta.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small">Si arriva al voto e le urne rimangono aperte per cinque giorni. Il sedici inizia lo spoglio delle schede. Il primo dato che emerge è l&#8217;affluenza che si attesta attorno al 60%; prima ancora che escano i primi risultati il Partito del Congresso del presidente uscente Bashir propone all&#8217;opposizione di dare vita ad un&#8217;ampia alleanza di governo, proposta che viene rifiutata da tutta l&#8217;opposizione.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small">Il 20 aprile i dati disponibili sono quelli usciti dal 35% delle sezioni scrutinate e vedono in forte vantaggio (superiore al 70% delle preferenze) il presidente uscente Bashir ed il Partito del Congresso.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small">Come era atteso e prevedibile si sono rinnovate dopo il voto le accuse di brogli elettorali sia da parte delle opposizioni che degli organismi internazionali occidentali presenti nel paese. Le accuse vanno da quella delle intimidazioni, a quella dei brogli negli scrutini sino alla generica accusa di “non raggiungimento degli standard internazionali”.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small">Analizziamo ora meglio l&#8217;andamento del voto nel Sud Sudan. </span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small">Come ricordato sopra, tali elezioni non riguardavano solo gli organi di governo centrale (presidente e parlamento nazionale) ma anche quelli di governo regionale e locale. Ebbene, dopo gli annunci da parte del SPLM del boicottaggio generale delle elezioni, su consiglio e pressione degli stati occidentali, il movimento ha deciso per un cambiamento di tattica: boicottaggio delle elezioni presidenziali, del parlamento nazionale e degli stati settentrionali ma partecipazione negli stati del Sud ovvero dove la vittoria del SPLM appariva ed appare scontata. </span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small">In questa maniera l&#8217;SPLM in attesa del cruciale e fondamentale appuntamento referendario del prossimo anno ottiene una triplice vittoria: mantenimento degli accordi di Nairobi, delegittimazione del governo centrale e di Bashir sul piano interno ed internazionale e consolidamento del potere territoriale politico nel Sud che tatticamente è il risultato più importante. La disputa infatti tra governo centrale e SPLM è tutta sui confini del futuro stato del Sud; le zone contese difatti sono a composizione etnico-religiosa complessa e soprattutto ospitano nel sottosuolo i maggiori giacimenti petroliferi del paese.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Times New Roman,serif"><span style="font-size: small">Per Bashir dunque si prospetta una vittoria con le spalle al muro e che porta con sé un cambiamento interno nei rapporti di forza con i quali si arriverà al referendum del 2011 e per il quale scenderanno in campo oltre al Sudan anche le potenze occidentali, la Cina e i paesi arabi.</span></span></p>
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		<title>Sulle elezioni irachene del 7 marzo</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 12:04:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Brumini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Al-Maliki]]></category>
		<category><![CDATA[Baghdad]]></category>
		<category><![CDATA[Bassora]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Brumini]]></category>
		<category><![CDATA[Najaf]]></category>

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		<description><![CDATA[di Matteo Brumini Nel momento in cui queste righe vengono scritte dall&#8217;Iraq arrivano i primi risultati (molto) parziali delle elezioni tenutesi il 7 marzo scorso. Ad otto giorni dal voto i primi risultati ci dicono che il blocco di Al-Maliki comunemente chiamato “Alleanza per lo Stato di Diritto” è in testa in sei delle 18 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/sesay.iraq_.elections.matter.cnn_.640x480.jpg"><img class="size-medium wp-image-660 alignright" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" title="sesay.iraq.elections.matter.cnn.640x480" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/sesay.iraq_.elections.matter.cnn_.640x480-300x225.jpg" alt="sesay.iraq.elections.matter.cnn.640x480" width="300" height="225" /></a>di Matteo Brumini</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Nel momento in cui queste righe vengono scritte dall&#8217;Iraq arrivano i primi risultati (molto) parziali delle elezioni tenutesi il 7 marzo scorso. Ad otto giorni dal voto i primi risultati ci dicono che il blocco di Al-Maliki comunemente chiamato “Alleanza per lo Stato di Diritto” è in testa in sei delle 18 province irachene: Baghdad, Bassora, Babel, Najaf, Muthanna, e Karbala. Allawi è primo in quattro: Salahuddin, Diyala, Ninive (seconda provincia per numero di deputati eletti: 34), e adesso al Anbar. La coalizione sciita, l&#8217;Alleanza Nazionale Irachena, è ferma invece a due province: Maysan e Qadissiya, entrambe nel sud. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;ultimo dato per ora disponibile è quello di Bassora ed è un dato piuttosto importante perché è la terza provincia per numero di deputati eletti (24): aggiudicarsela, assieme a Baghdad (che di deputati ne elegge 68) significa avere buone probabilità di vincere le elezioni. Al momento Al-Maliki è in testa in tutte e due ed ha dunque buone probabilità (qualora i dati rimanessero questi) di vincere le elezioni.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">A questi dati prima di fare le prime considerazioni si devono aggiungere quello sull&#8217;affluenza e quello sulla ripartizione etnico-religiosa del voto. Secondo la Commissione elettorale Irachena, che ha fornito i dati disaggregati per provincia, ha votato il 62,40% degli aventi diritto; un dato notevolmente inferiore a quello delle precedenti elezioni parlamentari del dicembre 2005, quando aveva votato il 79,63% degli iracheni, anche se più alto rispetto alle provinciali del gennaio 2009, dove l’affluenza era stata del 51 per cento. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La partecipazione più alta nelle tre province del nord che compongono la regione del Kurdistan: 80% a Dohuk, 76% a Irbil, 73% a Sulaimaniya. Alla pari con quest’ultima, un’altra provincia abitata da molti kurdi (nonché assai ricca di petrolio): quella contesissima di Kirkuk, dove vivono anche arabi e turcomanni, con il 73 per cento. Stessa percentuale a Salahuddin, provincia del nord a maggioranza arabo sunnita, la cui capitale, Tikrit, è il luogo dal quale proveniva l’ex presidente Saddam Hussein. Le province abitate in maggioranza da arabi sunniti hanno visto una forte affluenza: un dato in controtendenza rispetto alle elezioni del dicembre 2005, quando la percentuale di sunniti che avevano votato era stata bassa. Ecco quindi il 66% di Ninive, e poi si comincia a scendere con il 63% a Babel, 62% a Diyala, Karbala, e Qadissiya, 61% ad al Anbar, Najaf, e Muthanna, il 60 % di Wasit e Dhi Qar. In coda, Baghdad e Bassora: in quest&#8217;ultima provincia ha votato solo il 57 per cento, mentre nella capitale l’affluenza non ha superato il 53% . Ultima Maysan, provincia del sud-est a maggioranza sciita, con il 50 per cento.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Questi dati ci dicono dunque che sunniti e kurdi hanno votato in massa mentre si attesta un calo della partecipazione elettorale degli arabi sciiti. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/iraq.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-661" style="margin: 5px;" title="iraq" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/iraq-300x224.jpg" alt="iraq" width="300" height="224" /></a>Da più parti intanto subito dopo il voto si susseguono accuse di irregolarità nel voto e nei conteggi; due giorni dopo il voto e la possibilità di esclusione dalle liste (dopo il voto) di 55 candidati sospetti di avere un passato ba&#8217;ahtista (da ricordare che prima delle elezioni con le stesse accuse erano stati esclusi altri 400 candidati), la maggior parte dei quali è dentro Iraqiya, la coalizione di Allawi che ha già avvertito di una “reazione molto violenta” se i voti ottenuti da questi candidati dovessero venire annullati.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">In un articolo datato 11 marzo l&#8217;analista Ranj Alaaldin dalle pagine del The Guardian parla già di una probabile  “lunga fase di mercanteggiamenti tra le diverse fazioni per formare un governo di coalizione”.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La situazione dunque ad un primo esame appare decisamente caotica ed incerta; quasi un iracheno su due non è andato a votare ed il risultato uscito dalle urne sembra confermare una situazione politica incerta e priva di una consistente maggioranza numerica per alcuna delle tre coalizioni. In tal senso va ricordato che la coalizione di Al-Maliki che per ora sembra essere in vantaggio rispetto alle altre due è tenuta assieme al suo interno da fragili equilibri basati più sul calcolo politico, sugli interessi clientelari e sul nepotismo che sulla condivisione programmatica. L&#8217;Alleanza per lo Stato di Diritto di Al-Maliki difatti è composta al suo interno da una maggioranza di gruppi sciiti ma anche da notabili sunniti, da cristiani e da kurdi. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Un fragile equilibrio interno che è lo specchio dell&#8217;altrettanto fragile equilibrio della coalizione di Al-Maliki tra i vari attori internazionali che si stanno spartendo l&#8217;Iraq, Siria e Arabia Saudita certamente ma soprattutto Stati Uniti ed Iran che sono presenti a queste elezioni del 7 marzo rispettivamente con Iraqiya di Allawi e l&#8217;Alleanza Nazionale Irachena (in cui tra l&#8217;altro ci sono anche varie e consistenti frange dello sciismo di Moqtada Al-Sadr. </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Dunque se Al-Maliki vorrà tenere in piedi la sua “Alleanza per lo Stato di Diritto” e se (come sembra apparire sempre di più dai risultati elettorali parziali) vorrà costruire un governo di coalizione difficilmente potrà farlo con Iraqiya vicina a Washington o con l&#8217;ANI vicina a Teheran. Probabilmente dovrà rivolgersi al blocco kurdo ma questo porrà al centro del tavolo delle trattative la non facile questione kurda irachena, blocco a cui bene o male anche gli altri attori di queste elezioni sembrano dover guardare. I kurdi ne sono ben consapevoli ed hanno segnalato di poter collaborare con chiunque, anche con gli ex ba&#8217;ahtisti. Una collaborazione che evidentemente avrà un suo prezzo che passerà attraverso le non risolte controversie su territori, risorse petrolifere e gestione del potere.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; widows: 2; orphans: 2; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Di certo per ora i primi dati delle elezioni del 7 marzo in Iraq ci restituiscono una immagine piuttosto diversa da quella diffusa dai mezzi di informazione di massa in Italia ed in Occidente; una immagine quasi epica per non dire eroica di un popolo iracheno voglioso di democrazia esportata che sfida gli attentati per andare a votare e l&#8217;immagine di uno Stato democratizzato con la forza che ora comincerebbe a godere dei frutti di questa democrazia calata dall&#8217;alto con le armi. L&#8217;articolo è terminato, mentre stavo finendo di scrivere è esplosa una autobomba a Fallujah con almeno 7 morti e 13 feriti.</span></span></p>
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		<title>La pulizia etnica della Palestina e gli scontri della Spianata delle Moschee</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 18:08:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Brumini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenze]]></category>
		<category><![CDATA[Al-Aqsa]]></category>
		<category><![CDATA[ANP]]></category>
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		<description><![CDATA[di Matteo Brumini Venerdì 5 marzo poco dopo la preghiera del mezzogiorno presso la Spianata delle Moschee di Al-Aqsa sono scoppiati degli scontri tra giovani palestinesi e le forze di polizia israeliane. Duecento poliziotti hanno fatto irruzione nella Spianata di Gerusalemme Est ed hanno cominciato a sparare lacrimogeni e proiettili di gomma oltre a colpire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Matteo Brumini</p>
<p style="text-align: justify;">Venerdì 5 marzo poco dopo la preghiera del mezzogiorno presso la Spianata delle Moschee di Al-Aqsa sono scoppiati degli scontri tra giovani palestinesi e le forze di polizia israeliane. Duecento poliziotti hanno fatto irruzione nella Spianata di Gerusalemme Est ed hanno cominciato a sparare lacrimogeni e proiettili di gomma oltre a colpire con manganelli i fedeli radunati in preghiera. In risposta all&#8217;aggressione giovani palestinesi hanno iniziato una fitta sassaiola. Il bilancio finale è di 60 palestinesi feriti contro 15 tra le fila della polizia. Parallelamente, a Hebron, nella Cisgiordania meridionale, sono scoppiati scontri tra le truppe israeliane e i palestinesi riuniti in preghiera nella moschea di Ibrahim.</p>
<p style="text-align: justify;">
<img class="alignright size-full wp-image-564" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" title="cartina palestina_israele" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/cartina-palestina_israele.jpg" alt="cartina palestina_israele" width="349" height="331" /> Quella del 5 marzo è stata la seconda aggressione da parte della polizia israeliana contro civili palestinesi riuniti in preghiera presso la Spianata delle Moschee che va ricordato è uno dei luoghi più sacri per l&#8217;Islam ma è anche il simbolo stesso della lotta palestinese contro l&#8217;occupazione israeliana. Il primo di marzo, in occasione della festa ebraica del Purim, la polizia israeliana aveva infatti permesso, secondo fonti dell&#8217;agenzia Ma&#8217;an, l&#8217;entrata nel complesso della moschea di Al-Aqsa a quattro estremisti israeliani; un gesto provocatorio che ha causato un fitto lancio di pietre da parte dei palestinesi e violenti scontri con la polizia.</p>
<p style="text-align: justify;">
Dunque due scontri durissimi a Gerusalemme Est nel giro di una settimana e scontri nel resto della Cisgiordania in breve tempo. Banale quotidianità a Gaza ma eventi non comuni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est per intensità e breve distanza temporale. Per capire cosa stia accadendo basta guardare indietro di pochi giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">
A fine febbraio la commissione di pianificazione distrettuale israeliana ha approvato la costruzione di 600 nuove abitazioni a Gerusalemme est; secondo il quotidiano Haaretz, le case saranno posizionate vicino all&#8217;insediamento ebraico illegale di Pisgat Ze&#8217;ev ed al quartiere palestinese di Shu&#8217;fat.  Il piano edilizio prevede, fra l&#8217;altro, la demolizione di una quarantina di edifici (abitati da palestinesi) per consentire la costruzione di un grande parco pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">
Come ulteriore provocazione pochi giorni dopo, durante il carnevale ebraico, cittadini ebrei che vivono nel quartiere arabo di Sheik Jarrah, a Gerusalemme est, hanno cantato inni a Baruch Goldstein, che sedici anni fa sparò su musulmani in preghiera nella moschea di Ibrahim a Hebron: &#8220;Dottor Goldstein, non c&#8217;ènessuno come te al mondo. Dottor Goldstein tutti noi ti amiamo &#8230; ha mirato alla testa dei terroristi, premuto il grilletto e sparato, sparato, sparato&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-565" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" title="palestina" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/palestina.jpg" alt="palestina" width="322" height="210" /><br />
Parallelamente in Cisgiordania sempre alla fine di febbraio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, presentando il &#8220;Piano per riabilitare e rafforzare le strutture del patrimonio nazionale israeliano&#8221; ha stilato una lista di luoghi di interesse nazionale e patrimonio storico israeliano in Cisgiordania; scorgendo la lista troviamo anche la suddetta moschea di Ibrahim, a Hebron, oggetto di sequestro, almeno parziale, già da anni, in quanto ritenuta &#8220;La grotta dei Patriarchi&#8221;, e la Tomba di Rachele, e area connessa, a Betlemme.</p>
<p style="text-align: justify;">
Intanto proprio mentre questo breve articolo viene scritto le agenzie di stampa battono la notizia che il ministero della Difesa israeliano ha approvato un progetto per la costruzione di 112 nuove abitazioni in Cisgiordania; il tutto poche ore dopo l&#8217;annunciata disponibilita&#8217; dell&#8217;ANP ad iniziare colloqui indiretti con la mediazione americana, e a poche ore dall&#8217;arrivo della delegazione Usa a Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;">
La pulizia etnica della Palestina a quanto pare continua ad avanzare.</p>
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		<title>Cina: 800 milioni di soldati</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 13:50:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Brumini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Dalai Lama]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
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		<description><![CDATA[di Matteo Brumini In caso di guerra d&#8217;ora in avanti la Cina potrà disporre di un esercito di 800 milioni di coscritti tra uomini e donne. A fine Febbraio difatti l&#8217;assemblea nazionale popolare cinese ha approvato una nuova legge che permetterà di mobilitare tutta la popolazione. La legge include tutti gli uomini dai 18 ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Matteo Brumini</p>
<p style="text-align: justify;">In caso di guerra d&#8217;ora in avanti la Cina potrà <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/soldati.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-436" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" title="soldati" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/soldati.jpg" alt="soldati" width="406" height="269" /></a>disporre di un esercito di 800 milioni di coscritti tra uomini e donne. A fine Febbraio difatti l&#8217;assemblea nazionale popolare cinese ha approvato una nuova legge che permetterà di mobilitare tutta la popolazione. La legge include tutti gli uomini dai 18 ai 60 anni e tutte le donne dai 18 ai 55 anni, con alcune eccezioni quali i lavoratori della scuola,delle organizzazioni sociosanitarie e i funzionari delle Nazioni Unite. La mobilitazione potrà essere decisa dal Consiglio di Stato (organo esecutivo) o dalla Commissione Militare Centrale (lo stato maggiore dell&#8217;esercito) quando la sovranità del Paese, l&#8217;unione, l&#8217;integrità territoriale e la sicurezza nazionale siano direttamente minacciati. Non va dimenticato che già attualmente l&#8217;Esercito di Liberazione Popolare cinese è la forza armata numericamente maggiore del mondo potendo contare su un organico di due milioni di effettivi.</p>
<p style="text-align: justify;">
Per commentare la notizia non si può non guardare agli ultimi avvenimenti sullo scacchiere internazionale che hanno visto la Cina scontrarsi duramente con gli Stati Uniti per le questioni di Taiwan e della recente visita negli Stati Uniti del Dalai Lama. È questa solo la punta dell&#8217;iceberg. Geopoliticamente ed economicamente sul piano internazionale c&#8217;è in questi ultimi mesi un duro braccio di ferro tra Cina e Stati Uniti con fronti che vanno dall&#8217;Iran al Sudan passando per il Corno d&#8217;Africa; attraverso questi punti nodali passano le strategie politico-economiche dei capitali cinese e nordamericano e chiaramente si scontrano. Una più attenta analisi delle notizie riportate e delle notizie omesse dai grandi organi di informazione italiani difatti ci pone di fronte ad alcune evidenti contraddizioni. Le aspre proteste della Cina agli accordi militari tra Stati Uniti e Taiwan sembrano appaiono di prassi se non addirittura straordinarie considerando i rapporti storici di grande livello tra l&#8217;isola rivendicata dalla Cina e gli USA. Parimenti le dure proteste del governo cinese per la visita del Dalai Lama ricalcano lo stesso solco. Non è difatti una novità per nessuno il sostegno da parte degli Stati Uniti sotto ogni forma politica e di propaganda al movimento che ruota attorno alla figura del Dalai Lama e altrettanto nota è la debole importanza reale all&#8217;interno della questione tibetana di quest&#8217;ultimo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/hujintao.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-437" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" title="hujintao" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/hujintao.jpg" alt="hujintao" width="307" height="459" /></a>Ben più concreto è lo scontro tra i due giganti in Africa senza dimenticare l&#8217;Iran. La Cina in questi ultimi anni ha investito pesantemente in Africa riuscendo a strappare importanti concessioni di sfruttamento petrolifero e minerario, giacimenti e concessioni importanti anche per Stati Uniti e Europa. La storia più recente del Sudan va in buona parte letta sotto questa lente di analisi; un governo amico di Pechino con il presidente Bashir sempre più bersaglio di Washington e dell&#8217;ONU mentre il Sud Sudan (dove si concentra il 70% dei giacimenti petroliferi e dunque di buona parte degli investimenti cinesi) si prepara al referendum per l&#8217;indipendenza ottenuto con una guerra in cui le armi del braccio armato del Sudan People&#8217;s Liberation Movement venivano e vengono direttamente da Washington via Israele; un Bashir messo all&#8217;angolo che cede anche sul fronte darfurino e annuncia in questi giorni una pace con uno dei gruppi guerriglieri (il JEM) della zona (e ricordiamo che nel Darfur si concentra un altro 19% delle risorse petrolifere sudanesi) consentendone l&#8217;ingresso nelle istituzioni politiche del paese. Poi c&#8217;è l&#8217;Iran, partner commerciale strategico cinese e cerniera geopolitica verso l&#8217;India, l&#8217;altro gigante economico e geopolitico dell&#8217;area orientale. Mentre l&#8217;amministrazione Obama, Israele e le potenze occidentali spingono verso un inasprimento dello scontro con Teheran (a cui si aggiunge un altalenante Russia) la Cina sembra essere l&#8217;unica a frenare e a resistere.</p>
<p style="text-align: justify;">
Tornando alla notizia iniziale è del tutto evidente che nessuno stato possa essere in grado di armare e sostenere in una eventuale guerra un esercito di 800 milioni di soldati soprattutto considerando il grado tecnologico e di complessità logistica che gli eserciti regolari odierni hanno raggiunto. A questa evidenza non può certo sfuggire nemmeno la Cina del miracolo economico di questi ultimi anni il cui esercito e le cui strutture belliche non sono certamente più quelle di cinquanta anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">
<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/china_soldiers_marching.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-438" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" title="china_soldiers_marching" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/china_soldiers_marching.jpg" alt="china_soldiers_marching" width="323" height="250" /></a>Dunque come leggere una decisione di Pechino evidentemente non realizzabile? È parere di chi scrive, alla luce di quanto esposto in queste righe, che questa legge sia da inserire in un ottica di inasprimento graduale dello scontro su scala mondiale tra i due nuovi blocchi politico-economici che si sono formati in questi ultimi anni. Le parti stanno mostrando al mondo e all&#8217;avversario i muscoli spingendo su una linea mediatica (Dalai Lama e Taiwan da una parte, 800 milioni di potenziali soldati dall&#8217;altra) di risonanza globale tenendo allo stesso tempo sul basso profilo i reali terreni di scontro. Come negli incontri di pugilato, siamo alle prime riprese, gli avversari si studiano e si lanciano colpi di avvertimento cercando di attirare a sé il sostegno degli spettatori.</p>
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		<title>Autonomia Proletaria: Resistenza Comunitaria</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 15:43:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Brumini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Classe]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Destra-Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>

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		<description><![CDATA[di Matteo Brumini E dunque dove eravamo rimasti? Alcuni mesi fa scrissi un articolo in occasione del novantennale della rivoluzione d’Ottobre e fu l’occasione per parlare di ciò che oggi era il comunismo ed il movimento comunista nel Centro Capitalista e di ciò che avrebbe potuto (o dovuto a seconda di come la si vuol [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Matteo Brumini</p>
<p style="text-align: justify;">E dunque dove eravamo rimasti? Alcuni mesi fa scrissi un articolo in occasione del novantennale della rivoluzione d’Ottobre e fu l’occasione per parlare di ciò che oggi era il comunismo ed il movimento comunista nel Centro Capitalista e di ciò che avrebbe potuto (o dovuto a seconda di come la si vuol vedere) essere, un’occasione per fare il punto della situazione e provare ad andare avanti. Questo articolo vuole partire proprio da lì, vuole essere il seguito, vuole essere lo sguardo oltre ciò che già abbiamo visto e abbiamo analizzato. Prima di iniziare però è fondamentale per chi scrive stare a sottolineare che in questi mesi sono accadute due cose fondamentali, la prima è la sconfitta elettorale della sinistra istituzionale (la Sinistra Arcobaleno) e la sua conseguente fuoriuscita dal parlamento italiano e la seconda è una recente ondata nell’area comunista di proposte di unità e soprattutto fondamentale per noi la messa al centro del dibattito politico di diverse anime dell’area del concetto di “comunità”. Sia sul primo tema che sul secondo si tornerà più avanti.<br />
Intanto tornando indietro si era detto che il punto fondamentale da cui ripartire era l’esperienza dell’autonomia, quella con la lettera piccola, quella dello spontaneismo e della frattura con il bagaglio ideologico dei gruppi e dei partiti, l’autonomia operaia degli anni Settanta, quella che cercava la sintesi delle sue due diverse anime, quella operaia e operaista e quella studentesca e potremmo dire libertaria. Autonomia operaia si diceva e senza dubbio l’anima che prevalse alla fine fu proprio quella operaista, quella di Piperno e Scalzone, quella della rivista Rosso e di Toni Negri. Si è già più e più volte parlato dei danni a lungo termine che portò con sé la corrente operaista e quindi non è necessario né interessante ora stare a ripetere concetti già più volte ripetuti ma è importante far notare come allora avesse ancora un senso valido o perlomeno percepito tale parlare di autonomia OPERAIA, quando si stava entrando in un periodo di percepita maturazione delle lotte operaie all’interno delle grandi fabbriche fordiste e del loro stretto collegamento con le lotte studentesche degli anni passati. A distanza di anni e con il fatidico senno del poi possiamo dire che fu proprio il prevalere dell’operaismo all’interno dell’autonomia operaia a costituire quel peccato originale che in breve tempo portò prima alla morte dell’autonomia come movimento spontaneo ed autorganizzato dal basso e quindi al costituirsi in seguito di una struttura organizzata verticalmente, l’Autonomia con la A maiuscola. E tuttavia parlare di autonomia operaia allora aveva un senso e senza dubbio era proprio la grande fabbrica fordista (ed il connubio con l’area studentesca) ad essere il luogo più avanzato delle lotte e delle proposte ed era allora altamente percepibile e palpabile la presenza di quella che viene chiamata la coscienza di classe e la conseguente solidarietà e compattezza (nelle differenze!) di tutto il movimento. La storia della fine dell’autonomia e della crisi progressiva da quegli anni ad oggi è nota a tutti ed è stata già tracciata più e più volte e dunque non verrà ripetuta. Di quell’esperienza rimane la grande intuizione della fine delle forme partitiche e dei gruppi, la ricerca creativa di nuove forme di lotta e di nuove strutture e nuove teorie e l’esigenza di cercare una autorganizzazione dell’area attraverso un agire concreto e teso verso l’esterno e la cosiddetta massa. Basta ricordare in tal senso le esperienze delle radio come Radio Onda Rossa a Roma, Radio Alice a Bologna o Radio Sherwood a Padova dove per la prima volta potevano intervenire nelle trasmissioni le persone all’ascolto creando assieme la trasmissione stessa e trasformando in parte attiva il soggetto passivo, oppure alle lotte locali nei quartieri, le occupazioni delle case, le autoriduzioni delle bollette, le spese proletarie sempre nell’ottica del coinvolgimento e della proposizione verso la gente comune. Era un lavoro politico non strutturato in una visione di inquadramento passivo e già predeterminato ma in uno scambio continuo dei ruoli fino al coinvolgimento e la fusione in un&#8217;unica soggettività in lotta concreta. Si creava così un collegamento biunivoco di scambio reciproco tra interno ed esterno ed allo stesso tempo si apriva un varco tra massa e sistema in cui si inserivano le lotte e diventavano pratica quotidiana. Fu davvero per molti versi l’ultima intuizione veramente rivoluzionaria, la parte più avanzata di un movimento unico esente da avanguardie.<br />
La convinzione di chi scrive è che questo passaggio sia a tutt’oggi il risultato più rilevante raggiunto dall’area comunista negli ultimi quarant’anni; da allora i passi fatti sono solamente stati passi all’indietro sostanzialmente cancellando e smantellando tutto ciò che era stato raggiunto. Gli stessi centri sociali nati come collettivi in conseguenza ed in continuità di quel lavoro proprio per proseguire sul territorio l’esperienza dell’autonomia sono andati con gli anni ad assumere un carattere autoreferenziale (salvo le debite eccezioni) fino a collassare su sé stessi e ad arrivare a marginalizzarsi e ad essere marginalizzati proprio da quel territorio che doveva essere l’obiettivo principale delle attività dei centri sociali stessi.<br />
Dunque l’abbiamo detto più volte, riprendiamo il discorso dall’autonomia. Riprendere il discorso non significa chiaramente riprendere l’autonomia del 1974 o quella del 1977 e portarla qui come se non ci fossero in mezzo trent’anni.<br />
Quell’autonomia è fallita, un po’ sotto le spinte della repressione violenta dello stato e un po’ sotto il peso dei propri errori e dei propri peccati originari, un po’ per l’implosione delle previsioni e delle visioni operaiste e delle lotte operaie (ma sarebbe più corretto dire in tal senso per la fine stessa della coscienza di classe e della solidarietà di classe all’interno del mondo operaio). Appurato e dato per chiaro una volta per tutte che la classe operaia non esiste più o meglio non esiste più come soggetto politico autocosciente e come soggettività trainante e monolitica ed appurato che l’operaismo è definitivamente tramontato e le ulteriori teorizzazioni nate da quelle ceneri come le varie teorie delle moltitudini di Negri alla prova dei fatti si sono dimostrate inefficienti ed errate non rimane che cercare una nuova soggettività da cui ricominciare. Ora considerato che il marxismo di Marx è una scienza sociale in quanto tale segue le regole della metodologia scientifica il primo passo da compiere è quello di ragionare in termini metodologici e scientifici (ricordando che per Marx l’ideologia era una “falsa rappresentazione” della realtà).<br />
Metodologicamente dunque dobbiamo stabilire che all’interno di un discorso scientifico e attorno ad un nucleo fondativo (e tra le altre cose il marxismo è anche una filosofia fondazionale) si costruiscono poi le varie teorie che vanno progressivamente verificate nella prassi. Il nucleo fondativo del marxismo di Marx è strutturato attorno al proletariato inteso come classe sociale, quindi a parere di chi scrive è fondamentale riprendere come soggettività da analizzare proprio il concetto di proletariato. Cos’è questo proletariato oggi. È evidente che esso non può essere il proletariato di Marx, non è il proletariato di Lenin e non è nemmeno quello degli anni Settanta, e come detto poco sopra non è nemmeno la moltitudine di Negri. Non è possibile a mio parere oggi dare una definizione precisa e circostanziata di proletariato in quanto esso è definibile negativamente (ovvero dicendo quello che non è) ma non positivamente (dicendo quello che è); di una cosa sola si può essere certi, il proletariato contemporaneo vive polverizzato nei mille rivoli e rami di un sistema ultraflessibile e motore primo di un modello culturale ultraindividualista e corporativo che rende il proletariato stesso un fantasma che si aggira per il Centro Capitalista privo della percezione di sé, trasformato in macchina desiderante, desiderante di essere parte stessa di quel sistema che lo schiavizza e tende allo stesso tempo a marginalizzarlo (senza mai escluderlo chiaramente). Conseguenza di questo è che ogni definizione positiva che viene data oggi del proletariato finisce inevitabilmente per diventare un contenitore vuoto in cui si affastellano teorizzazioni prive di riscontro e dunque metodologicamente votate al fallimento alla prova dei fatti. Chi sarà arrivato a leggere fino a questo punto si starà chiedendo dunque il perché del titolo. Perché autonomia proletaria se non è in alcun modo individuabile con l’analisi e l’osservazione un proletariato cosciente di sé e inscrivibile all’interno di una teoria. La risposta sta nella seconda parte del titolo di questo articolo: resistenza comunitaria.<br />
Come detto all’inizio si assiste ad una riproposizione da più parti dell’area comunista italiana della parola “comunità”. Noi come rivista e come Comunità Proletarie Resistenti non possiamo che guardare con soddisfazione (e aggiungo anche con un sorriso sardonico) a questa novità assieme ad una profonda preoccupazione di vedere scippato ma soprattutto vanificato il nostro lavoro (per alcuni compagni più che decennale e tra numerose critiche e soprattutto accuse e marginalizzazioni) da un eccessivo uso superficiale del concetto di comunità. Una parola difatti è in sé solo un segno, un involucro dentro cui mettere un significato e a seconda del significato cambia anche il valore ed il  concetto stesso. Non è stavolta inutile stare a ripetere che quello che noi come rivista “Comunismo e Comunità” e come Comunità Proletarie Resistenti intendiamo costruire è un tessuto interconnesso di comunità (intese come Gemeinwesen marxiana)  aperte di libere individualità legate tra loro da un tessuto connettivo che neutralizzi il passaggio dell’uomo da ente naturale ad ente mercantile. Comunità aperte che sappiano creare una intercapedine, un fulcro che si inserisca tra la massa atomizzata ed indistinta passiva ed il sistema istituzionale, borghese, liberista e capitalista, un modello intuito ed analizzato in parte già anche fuori dal centro capitalista come dimostra la teoria del Terzo Dominio di Abdullah Ocalan (di cui scrissi sempre in queste pagine diverso tempo fa), qualche cosa che non si contrapponga semplicemente allo stato ed al sistema ma sia in grado di inserirsi prima e di sostituirsi ad esso gradualmente (comunità aperte in grado di abbattere tra l’altro anche uno dei falsi miti più dannosi per l’area comunista di questi ultimi decenni ovvero il mito della contrapposizione totale e continua al Capitale, mito creatore di società chiuse in sé stesse ed autoalimentanti e autoreferenziali sostanzialmente innocue per il sistema stesso in quanto escluse da esso e dunque anche dal contatto con la massa, per volontà propria reale o percepita che sia).<br />
Ed il proletariato? E la ripresa del discorso dell’autonomia? Qui sta il nodo centrale di questo breve articolo.<br />
Si è detto poco sopra che il proletariato odierno è un proletariato disperso, polverizzato, non circoscrivibile e soprattutto senza coscienza di sé stesso e dunque ancora più sfuggente alle analisi anche dei più zelanti e dei più volenterosi. In una logica atomista e ultraindividualista in cui l’uomo è ente mercantile potremmo affermare (per molti provocatoriamente) che non esiste un solo proletariato come soggetto monolitico ma in potenza tanti proletariati diversi, tanti quanti sono gli enti mercantili atomizzati raggruppati di volta in volta all’interno di logiche corporative che creano unità di vedute puramente tattiche e contingenti sul momento per poi dissolversi di nuovo una volta raggiunto l’obiettivo a breve termine. In parole povere credo sia sotto gli occhi di tutti che in questi ultimi anni le rivendicazioni all’interno del mondo del lavoro sono sempre state rivendicazioni di tipo corporativo in cui di volta in volta ogni categoria si ritrovava unita per questo o quel motivo avvolta nella sostanziale indifferenza delle altre (e a volte anche con un senso di fastidio) per poi ricadere nell’oblio e nell’apatia passiva a rivendicazione, lotta o protesta finita. E’ proprio la mancanza del tessuto comunitario di cui si accennava prima a creare questo stato di cose e si perpetra e riproduce sostanzialmente nella stessa maniera anche al di fuori del mondo del lavoro in ogni aspetto singolo della vita sociale dell’individuo e della società massificata e atomizzata allo stesso tempo. E dunque in un humus sociale, economico e politico simile che la ricomposizione di tale tessuto all’interno di comunità aperte di libere individualità fungerebbe da catalizzatore, da attrattore per quel proletariato senza coscienza e polverizzato, per quella miriade di potenziali proletariati (o proletari) che si ritroverebbero di nuovo assieme come un&#8217;unica soggettività collettiva aperta e non coatta, una unica soggettività non più passiva ma attiva e dunque di nuovo non più potenziale ma in atto e quindi con coscienza di sé.<br />
Ecco il passaggio quindi, autonomia proletaria all’interno delle comunità; comunità autonome connesse tra loro in diversi gradi orizzontali proprio come le maglie di un tessuto, comunità proletarie, autonomia comunitaria, o meglio ancora comunità come autonomia e autonomia come comunità in una relazione biunivoca e sostanzialmente identitaria in cui i due termini (autonomia e comunità) finirebbero per assumere la stessa funzione e lo stesso significato. Come infatti nell’esperienza dell’autonomia di trent’anni fa all’interno delle comunità si ribalterebbe il ruolo degli individui da soggetti passivi a soggetti attivi, soggetti creatori e creativi, soggetti che non subiscono il sistema e dunque cercano di interpretarlo e di adattarsi ad esso cercando di farne parte ma si sostituiscono ad esso assieme creando qualche cosa di nuovo che renderebbe inutile il sistema stesso senza allo stesso tempo autoescludersi da esso ma agendo come un virus all’interno di un organismo vivente, parassitandolo (ovvero sfruttando tutti i varchi e le contraddizioni che esso offre e mostra necessariamente per sua natura) e contemporaneamente modificandolo. Un ribaltamento progressivo dei ruoli in cui il sistema stesso diventerebbe alla fine soggetto passivo. È difatti il principio della delega, della rappresentatività, della volontaria cessione della gestione della propria vita che crea falsa coscienza e passività, che rende l’ente naturale umano soggetto mercantile ovvero consumatore di idee già pronte e preparate dall’esterno. La spinta creatrice spontanea d’altra parte annulla il principio di passività e quindi di mercantilizzazione del pensiero e quindi la dipendenza da qualche cosa che è esterno che non viene più visto a quel punto come punto fisso e quindi ineludibile ed inattaccabile ma come qualche cosa non solo di alieno (altro da sé, in cui il sé diventa declinazione sia di sé stessi che della comunità tutta) ma soprattutto di inutile.<br />
Ma perché “resistenza”? Perché autonomia proletaria come resistenza comunitaria? E’ il caso di demolire un altro mito oramai logoro dell’area comunista italiana ovvero che esista una biunivocità fra rivoluzione e volontà rivoluzionaria. In sostanza non è altro che la sensazione che prima o poi attraversa tutti i compagni ovvero che basta essere comunisti o far parte di un collettivo o di una realtà comunista o anche semplicemente essere all’interno del movimento antagonista per vivere all’interno di un mondo rivoluzionario, più semplicemente essere dei rivoluzionari. È allora davvero il caso di dirlo bene una volta per tutte: nessuno di noi è un rivoluzionario, non c’è alcuna rivoluzione per il momento in atto o in potenza, non c’è alcun palazzo d’inverno da prendere nell’immediato futuro, questa non è un epoca rivoluzionaria. Si tratta sostanzialmente di una conseguenza del mito avanguardista di cui avevo già parlato nell’ultimo articolo; se difatti esiste un avanguardia allora esistono coloro che compongono l’avanguardia ed essi non possono dunque che essere rivoluzionari in quanto l’avanguardia non può che essere rivoluzionaria. Ma questa non è un epoca rivoluzionaria, non ci sono le condizioni nell’immediato per pensare ad alcuna rivoluzione nel Centro Capitalista e se non esiste alcuna rivoluzione allora non può esistere alcun rivoluzionario al pari del principio per cui se non hai delle scarpe da riparare allora non puoi essere un calzolaio e se non sai come coltivare la terra e non hai terra da coltivare allora non puoi essere e definirti un agricoltore. La rivoluzione non c’è, non sappiamo come farla e dunque non siamo rivoluzionari.<br />
Ma allora cosa siamo? Siamo resistenti, perché questa è un epoca di resistenza, siamo coloro che debbono riprendere il discorso e tentare di ricominciare a portarlo avanti. Ma sia chiaro a tutti non siamo una avanguardia e non esiste alcuna avanguardia di resistenza. La resistenza si può pensare di farla e di trasformarla in qualche cosa di altro e di rivoluzionario solo all’interno di un tessuto comunitario ricostituito, all’interno di una logica di autonomia in cui si riunisca in atto il proletariato disperso ed assente. La resistenza non può che essere come il comunismo comunitaria. Autonomia proletaria per la resistenza comunitaria e viceversa. Diventa quindi chiaro perché si sia deciso di chiamare il nostro collettivo Comunità Proletarie Resistenti. Non è certo una qualifica che ci diamo o ci siamo dati autoincoronandoci avanguardia resistente di qualche cosa o portatori di un verbo di salvezza: Comunità Proletarie Resistenti vuol essere solo un auspicio, un virus appunto che vada diffondendosi spontaneamente attraverso un meccanismo di interconnessioni (un tessuto) creative. Questo è il momento di farlo, questo è il momento di spingere e di alzare un po’ più la voce, questo è il momento. Le elezioni ultime hanno sancito esplicitamente la fine di ogni differenza tra destra e sinistra istituzionali, la sinistra radicale istituzionale è stata e si è annientata ed ora è fuori dai palazzi alla ricerca di nuova verginità all’interno di un movimento che è fermo ed in agonia. Una agonia che dovremmo cominciare ad ammettere sembra irreversibile o troppo avanzata per tentare di rimettere a posto ciò che da troppo tempo non lo è più e continua a peggiorare. La crisi di legittimazione territoriale dei Centri Sociali, l’immobilismo autoreferenziale del movimento antagonista italiano (ma anche di quello buona parte del Centro Capitalista con le solite debite eccezioni che non è necessario stare a ripetere ancora una volta), la cacciata dalle istituzioni della sinistra radicale istituzionale, gli appelli lanciati negli ultimi tempi dopo le elezioni alla solita astratta e tardiva unità dei comunisti rappresentano per chi vuole parlare ed intendere come noi (e con noi) il concetto di autonomia proletaria, di resistenza comunitaria, di comunità, di ripresa del marxismo come scienza sociale, di ripensamento in genere del comunismo e dell’area comunista. C’è una grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente. Bene dunque ripartiamo, ripartiamo da zero, e facciamolo ora, queste sono le premesse, il lavoro fatto fino ad oggi è la nostra premessa.<br />
Che fare? Se questa è la premessa, se questa è il nucleo, la struttura da cui partire e da realizzare, che cosa si deve fare per rendere tutto questo realizzabile? È chiaro infatti che è la prassi quotidiana, l’impegno personale e collettivo, le proposte concrete che rendono realizzabile o anche semplicemente verificabile una analisi; è il processo marxiano d’altronde ed anche il semplice buonsenso a ribadirlo.<br />
Cosa propongono dunque le Comunità Proletarie Resistenti, cosa propone chi scrive in questa rivista? La risposta non c’è. Non c’è a questo punto alcun deus ex machina a mettere l’animo in pace di chi sta leggendo queste parole, non c’è il lieto fine o anche semplicemente la chiusura a questo articolo. Chi scrive non sta facendo un decalogo o un manifesto programmatico da esportare;<br />
chi scrive in questa rivista, le Comunità Proletarie Resistenti tutte non sono in cerca di proseliti o di esecutori a cui far mettere in atto ciò che già è stato scritto. Come già detto noi non siamo una avanguardia, né rivoluzionaria né resistente. Non siamo qui a proporci come deus ex machina per tutta l’area comunista e per il movimento antagonista; questo articolo non sono le parole di un oratore da strillare sopra di un pulpito, questa è solo la nostra proposta. La proposta contiene in sé già la risposta alla domanda. Ricucire un tessuto comunitario, riprendere il discorso dell’autonomia, ricreare un blocco proletario resistente significa sostanzialmente uscire là fuori, scendere per le strade e cominciare a guardarsi intorno, abbandonare le mura tranquille e rassicuranti delle sedi partitiche, dei centri sociali, non aspettare più che qualcuno si faccia avanti ma andare a prendere le persone. Come si può  farlo? Noi non lo sappiamo, noi navighiamo in mare aperto, cerchiamo e sperimentiamo ogni idea pratica, viviamo dei nostri fallimenti e delle nostre conferme e rimettiamo tutto in gioco. Non può esistere una risposta unica e valida per ogni realtà locale, non può esistere un modello unico di comunità aperta, non può esistere una parola d’ordine che racchiuda in sé ogni granello di quel proletariato polverizzato e anche se ci fosse non sarebbe e non è più compito nostro, compito di chi scrive ora, compito di chi scrive in questa rivista, compito delle Comunità Proletarie Resistenti starlo a dire. Siete voi che ora state leggendo a dovervi spremere le meningi, a fare i passi concreti adesso, a riappropriarvi in prima persona di quella volontà creatrice, a creare quella comunità aperta attiva e pensante, siete voi a dover creare le condizioni per creare quel virus che modifichi attivamente il sistema. Fino a che si continuerà ad aspettare le idee di qualcun altro, ad imitare le azioni e le lotte di altri e fino a che le idee continueranno ad essere tese verso l’autoalimentazione di quella piccola realtà, fino a che un idea una volta verificata sul campo si dimostrerà perdente e nonostante tutto si continuerà a riproporla costantemente senza cercare di nuovo e rimettere in moto un ciclo costante di analisi, teorizzazione e prassi allora tutte queste parole rimarranno lettera morta. Noi la nostra parte la stiamo  facendo, non chiediamo a nessuno di seguirci né di applaudirci, non cerchiamo in altri compagni lodi o critiche, il nostro lavoro politico sul territorio è rivolto certamente verso i compagni ma soprattutto verso chi compagno non è, verso la gente comune, verso le loro difficoltà senza premesse o condizioni di adesione. L’adesione deve essere spontanea e frutto di una maturazione che ogni individuo coinvolto mette in moto attraverso il circolo  virtuoso che le nostre proposte dovrebbero far partire.<br />
Il momento è questo, ora, la gente è là fuori, non serve altro, non servono ricette. Volete anche voi una autonomia proletaria, volete delle comunità aperte resistenti? Allora chiudete questa rivista, alzatevi dalla sedia ed andatele a fare; noi lo stiamo già facendo.</p>
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