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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Eugenio Orso</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Ucraina, ossia la globalizzazione senza veli</title>
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		<pubDate>Sun, 04 May 2014 10:52:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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<p class="entry-title" style="text-align: right;">  di <strong>Eugenio Orso</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="entry-meta"><span class="sep"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/05/10170726_501600629945107_1942181655034120377_n.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4471" title="10170726_501600629945107_1942181655034120377_n" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/05/10170726_501600629945107_1942181655034120377_n-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></span></div>
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<p style="text-align: justify;">Ora lo sappiamo. Sappiamo come procede la globalizzazione neoliberista in questa fase storica e come si afferma la nuova classe dominante globale, o almeno il suo ramo originario occidentale. Tutto accade alla luce del sole, senza neppure più il bisogno di appellarsi mediaticamente e preventivamente alla difesa dei diritti umani, alla diffusione di una salvifica democrazia liberale, alla tutela di fantomatiche libertà individuali. Caduti i veli che mal celavano il mostro, anche le risibili giustificazioni per estendere il dominio del mercato sovrano, mantenere il potere finanziario, sfruttare le masse anonime di lavoratori senza diritti, perdono la loro forza manipolatrice e possono essere progressivamente accantonate. Tutto ciò è evidente nella catena di destabilizzazioni e guerre Libia-Siria-Ucraina. Le ragioni riproduttive del nuovo modo di produzione neocapitalistico prevalgono su tutto, e non hanno più un disperato bisogno di mascheramenti “sovrastrutturali”. I veli ideologico-propagandistici sono caduti uno dopo l’altro, particolarmente nel drammatico passaggio Siria-Ucraina, in un crescendo di rischi di guerra sempre più estesi. La sloganistica trita e ritrita che accompagnava il “peacekeeping”, i “bombardamenti umanitari”, le destabilizzazioni violente d’interi paesi, oggi può essere finalmente accantonata. O comunque, non è così importante come lo era in passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Se opponiamo ai diritti umani i diritti dei popoli – oppressi dal neocapitalismo, dalle aristocrazie finanziarie e dagli strumenti militari a loro disposizione – nonché i diritti naturali dell’uomo, su un piano individuale, ci contrapponiamo inevitabilmente alla globalizzazione neoliberista, che a questo punto è “senza veli”. Ci contrapponiamo agli interessi particolari delle sue élite e alle strutture di potere globaliste, come la nato e l’unione europea. Neghiamo altresì il principale compendio sul piano politico della globalizzazione neoliberista, cioè la democrazia liberale che concretamente esiste. La caduta dei veli implica, però, che il neocapitalismo globalizzante mostrerà sempre di più il suo vero volto, quello stragista, sociale ed effettivo, anche nei paesi occidentali, oltre che nel Medio Oriente, nell’est europeo e nei Balcani.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda ucraina testimonia fin dall’inizio questo cambiamento. E’ un chiaro esempio di violenza neoimperialista che ha sempre meno bisogno di giustificazioni ideologico-mediatiche, per quanto erronee e propagandistiche, al fine di legittimarsi ed estorcere un consenso di massa. Non che la propaganda filo-occidentale in questi frangenti taccia pudicamente. Il punto è che le contraddizioni fra le dichiarazioni delle cancellerie occidentali e dei vertici nato, da un lato, e dall’altro la realtà sul campo, le ragioni apertamente “antiumanitarie” dell’operazione militare lanciata dai fantocci di Kiev, sono troppo stridenti. Talmente stridenti che neppure un Goebbels redivivo, con le sue abili manipolazioni della verità, potrebbe coprirle.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci preoccupa troppo di nascondere, come in passato, sotto la cortina fumogena creata da televisioni e giornali, le vere responsabilità. Tuttavia si continua a mentire spudoratamente, in tv, sui quotidiani, nelle agenzie d’informazione. Un piccolo esempio. L’incendio della casa dei sindacati, a Odessa, in cui sono morti una trentina di russi e transnistri, alcuni giorbalisti cercano di imputarlo ai filo-russi, ben sapendo che la responsabilità cade sugli estremisti ucraini. Nonostante l’iniziativa militare nell’est del paese sia tutta del governo-fantoccio di Kiev, Obama e Merkel chiedono ancora a Putin, come un disco rotto, di “fermarsi” e ciò si riflette inevitabilmente sui media, per cercare di addossare la colpa dell’aggressione agli aggrediti. A Kramatorsk, venti chilometri dalla città simbolo dei filo-russi Sloviansk, autoblindo ucraini carichi di mercenari forzano i blocchi umani della popolazione, sparano sulla folla e uccidono una decina di civili (per conto della nato). Appare evidente da quale parte arriva l’aggressione e queste notizie non si possono nascondere. Quello che dobbiamo rilevare, è che non vi è più un buon mascheramento delle azioni criminali occidentali, funzionano sempre meno le “false flag”. Inoltre, le manovre destabilizzatrici sono più violente rispetto a quelle delle cosiddette rivoluzioni colorate (come in Siria, con oltre centocinquantamila vittime) e più esplicita è la loro paternità, come nel caso di Maidan.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ anche in tal modo, con le armi e le uccisioni di massa difficili da smentire o da nascondere, che la globalizzazione neoliberista si mostra “senza veli”.</p>
</div>
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		<title>I nuovi blocchi e l’Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Mar 2014 22:29:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ di Eugenio Orso Come pensavo anni addietro, il vero avversario del blocco neocapitalistico occidentale non può essere che la Federazione Russa, che è ben più di una qualsiasi potenza regionale. Il resto, anche se in espansione economica, ha i piedi di argilla. A partire dai cosiddetti Fragile Five, cioè dagli emergenti dalla valuta debole e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"> di <strong>Eugenio Orso</strong></p>
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<p class="entry-title" style="text-align: left;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/russia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4420" title="russia" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/russia-300x293.jpg" alt="" width="300" height="293" /></a>Come pensavo anni addietro, il vero avversario del blocco neocapitalistico occidentale non può essere che la Federazione Russa, che è ben più di una qualsiasi potenza regionale. Il resto, anche se in espansione economica, ha i piedi di argilla. A partire dai cosiddetti Fragile Five, cioè dagli emergenti dalla valuta debole e dai grandi squilibri sociali, come Brasile, India, Indonesia, Turchia e Sudafrica. Così anche la Cina, legata indissolubilmente alle esportazioni e dipendente energeticamente dall’esterno, grazie a un’industrializzazione forsennata, che rivelerà in futuro le sue fragilità. Piccolo particolare, la Russia può tenere testa agli usa quanto ad armamento non convenzionale. Infatti, la situazione delle sue forze armate – cinque in tutto, missili e settore spaziale compresi – è notevolmente migliorata dopo lo sprofondo degli anni novanta. SS-25 Topol, balistici intercontinentali e SS-26 Iskander tattici sono lì a dimostrarlo, suscitando l’apprensione usa-nato-ue. Gli aspetti militari e quelli dell’armamento non convenzionale sono importanti, perché per liberarsi dell’”incubo globale”, non basterà sostituire progressivamente il dollaro con altra valuta, o paniere di valute, nei pagamenti internazionali. Così com’è importante ritrovare un equilibro fra capitale e lavoro, con un ruolo di guida della politica che imbriglia l’economia finanziaria, impedendo la libertà assoluta di circolazione dei capitali finanziari che vale la loro piena supremazia. Ciò si potrà fare solo ridimensionando in modo drastico il sopranazionale (nelle mani delle élite del denaro e della finanza) e denunciando i trattati-capestro, come quelli unionisti, per riconquistare la sovranità perduta e il diritto alla protezione delle produzioni nazionali. Disponibilità di armamenti, compresa l’arma nucleare, controllo della moneta e giustizia sociale saranno requisiti essenziali per sconfiggere il mostro liberal-globalista.</p>
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<div class="entry-content clearfix">
<p style="text-align: justify;">Che la globalizzazione voglia dire disuguaglianze crescenti, “desertificazione” del sociale nei paesi di più antica industrializzazione, profonde divisioni nel mondo che suscitano rischi di conflitto, è fuori discussione. In simili contesti non ci può essere una vera unificazione planetaria, ma può sorgere (o risorgere) una potenza antagonista dell’ordine mondiale, globalizzato dalla grande finanza. Una potenza in grado di mostrare la strada per l’effettiva indipendenza ai popoli assoggettati, a partire dall’Europa, prigioniera dell’unione elitista. Non si tratta di aggrapparsi a improbabili e ambiziosi progetti euroasiatici, che mettono insieme carne e pesce, comprendendo anche la Cina e l’India, ma di fare riferimento alla Russia, il cui cuore batte in Europa. La Federazione Russa come contraltare dei globalisti occidentali, che controllano con pugno di ferro gli usa, la nato e la ue e tendono a espandersi a est.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatte le debite premesse, si può tornare alla dimensione più angusta delle questioni nazionali. L’occasione me la porge la mail di un mio corrispondente, “deluso di sinistra”. Costui ha letto i miei ultimi post favorevoli alla Russia, nello scontro con la troika globalista usa-nato-ue, e al Fronte Nazionale Francese anti-euro, anti-ue e anti-nato. Riporto di seguito il testo della mail, che fa esplicito riferimento all’incontro Obama-Renzi in Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">&lt;&lt; <span style="color: #3366ff;">Come patriota però sei scarso: mentre tu berlusconianamente ti trastulli con l’oltralpina LePen, Obama, nel silenzio quasi totale dei media e come il peggiore dei mariti ubriaconi, scappa coi soldi del gas (e degli F35). Tra l’altro preziosi euri, ahimè, magari si fosse preso le lirette.</span>&gt;&gt;</p>
<p style="text-align: justify;">Segue la firma preceduta dallo storico logo della Rote Armee Fraktion, stella rossa, mitra al centro e acronimo RAF (“deluso di sinistra” sì, ma non al punto di cadere nella trappoletta pentastellata o in quella, molto peggiore, del nuovo giovanilismo iper-riformista, che avanza con Renzi).</p>
<p style="text-align: justify;">Conviene, a questo punto, riportare una sintesi della mia risposta al suddetto, che fa lo spiritoso e mostra di essere un po’ superficiale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’analisi della situazione, così come si presenta, non lascia spazio alle speranze di un riscatto motu proprio per l’Italia. Le uniche speranze concrete sono legate a un’evoluzione positiva della situazione europea e internazionale. Sempre che non si voglia credere alla baggianata propagandistica della “battaglia in Europa”, per cambiare le regole del rigore contabile, durante il semestre di presidenza italiana. E’ questa la menzogna preferita dai piddini, il cui governo collaborazionista rispetta fino in fondo le regole elitiste, mentre il paese continua a sprofondare, ma contemporaneamente millanta la loro futura “ricontrattazione” da posizioni di maggior forza. Facendo credere al popolino di voler cambiare ciò che non può essere modificato, ossia l’impianto di potere unionista. Il penoso debutto di Renzi nei salotti del potere che contano, da Bruxelles a Berlino, ne costituisce la prova più evidente.</p>
<p style="text-align: justify;">In merito al recente incontro romano di Renzi con Barack Obama, il mio corrispondente solleva con una certa ironia la questione del gas e quella degli F35, accusandomi di avere gli occhi foderati di prosciutto e di “trastullarmi” guardando all’evoluzione della situazione politica francese (come se non fosse importante anche per noi).  E’ scontato che Obama, quale emissario politico della Global class finanziaria, imponga ai “partner” di secondo piano i suoi prodotti, dagli arei militari supercostosi e di dubbio funzionamento al gas di scisto come alternativa a quello russo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/southstream800.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4395" title="southstream800" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/southstream800-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Due sono le questioni sollevate e soprattutto la seconda, trattandosi di energia, travalica i confini dell’Italia, abbracciando l’intera Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">1)    I cacciabombardieri di ultima (generazione) F35 Lockheed Martin acquisiti dall’Italia, sono stati ridotti a 90 esemplari (60 a decollo convenzionale e 30 a decollo corto) dagli oltre 130 previsti, e l’amerikano Obama vuole che non calino ulteriormente, o addirittura vorrebbe che aumentino. L’Italia, per gli F35, è un partner di secondo livello degli usa. Con il calo degli aerei in ordine da oltre 130 a 90, si sono ridotte le commesse all’Italia, che dovrebbe partecipare in posizione subordinata alla produzione dell’aereo yankee (l’ala e qualcos’altro). La produzione e vendita degli F35 non gioverà se non marginalmente alla malconcia industria nazionale, non produrrà nuovi e significativi posti di lavoro, ma rappresenta un costo non poco per il bilancio dello stato, trattandosi di oltre 150 milioni di dollari a velivolo. E’ chiaro che soprattutto in periodo di crisi le produzioni che contano e le tecnologie più evolute tendono a concentrarsi nel o nei paesi più forti, mentre la periferia che non conta subisce un processo di “desertificazione” industriale e di competenze di alto livello. Buona, al più, per estrarre risorse e forza lavoro a basso costo. A questa logica risponde Barack Obama, essendo il rappresentate politico più in vista del grande capitale finanziario.</p>
<p style="text-align: justify;">2)    Il gas di scisto nordamericano potrà diventare un’arma usa nel confronto geopolitico con la Russia. Il nuovo confronto est-ovest, scatenato dai globalisti occidentali, si articola su alcuni livelli. Essenzialmente i seguenti. A] Quello militare, “disturbando” con l’operazione euromaidan lo schieramento difensivo russo delle truppe e dei missili balistici tattici Iskander-M (eredi degli SS-23 , con 400 km di gittata), favorendo l’avvicinamento nato alle frontiere russe di qualche centinaio di chilometri, grazie allo stato-fantoccio ucraino. B] Quello della cosiddetta guerra dei gasdotti, scoppiata con il confronto fra il South Stream, che porta in Europa occidentale il gas russo bypassando Ucraina e Turchia, e il contrapposto Nabucco che segue la linea Turchia-Austria. Ricordiamo, in relazione al South Stream, il memorandum d’intesa Eni-Gazprom della metà del 2007 e l’evidente interesse italiano in proposito. Sempre più importante e incombente diventa il piano ordito dagli usa, con il supporto canadese, di sostituire il gas russo in Europa con il proprio “gas di scisto”, ottenuto dalle argille. Ciò comporterà uno sconvolgimento senza pari dell’ambiente naturale (in ciò la “green economy” di Obama?) e minori costi per i produttori con la prospettiva di grandi introiti. Enormi navi attraverseranno l’Atlantico per portare il gas in Europa, che dovrà provvedere ai rigassificatori per il gas americano … La Russia rischierà di esser tagliata fuori e per vendere il gas, che costituisce parte significativa delle sue esportazioni, dovrà volgersi sempre più a oriente, cioè all’Asia e alla Cina. Vi sarà un serio problema di dipendenza energetica dell’Europa dagli usa, che da tempo, con l’appendice canadese, investono a tale scopo miliardi di dollari. Il gas di scisto nordamericano sarà disponibile, in grandi quantità, fra qualche anno. Più a breve è disponibile il gas iraniano in alternativa a quello russo, nella prospettiva di “diversificazione delle fonti d’approvvigionamento” che gli usa vorrebbero si affermasse in Europa. E’ sicuramente per tale motivo che non si parla più, con una certa insistenza, di bombardamenti sull’Iran e di minaccia nucleare iraniana. La demonizzazione dell’Iran è per ora cessata, poiché il vero, il più insidioso nemico dell’”impero del male” global-finanziario sono i russi. Se i tedeschi – presunta locomotiva d’Europa – vanno cianciando che non c’è “alcuna alternativa ragionevole” al gas russo, non perfettamente allineati con gli usa, è perché dipendono per il 35% delle forniture (cito la percentuale a memoria, ma non vorrei sbagliare) proprio dalla Russia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per lo stato di prostrazione della popolazione italiana e per il fatto che l’Italia è ormai un paese interamente occupato, retto da collaborazionisti fra i più miserabili della storia umana, la posizione italiana nello “scacchiere” europeo non può essere autonoma e non può tener conto dell’interesse del paese. Renzi è il saltimbanco dei poteri esterni, costretto a barcamenarsi fra Obama, Merkel e unione europide, senza scontentare nessuno. Così, Obama può imporre all’Italia l’acquisto degli F35 e in prospettiva il “suo” gas, danneggiando sia l’Italia sia la Russia.</p>
<p style="text-align: justify;">Riversare qualche speranza sul Front National, in Francia, e sulla Federazione Russa che resiste a est, non vuol dire “trastullarsi”, come pensa il mio spiritoso corrispondente, ma semplicemente riconoscere lo stato comatoso in cui versa il paese, ormai completamente desovranizzato, e fidare che eventi esterni positivi possano contribuire alla sua liberazione.</p>
</div>
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		<title>Renzi e Merkel uniti a Berlino</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Mar 2014 11:09:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"> di <strong>Eugenio Orso</strong><span class="Apple-style-span" style="font-size: 26px; font-weight: bold;"> </span></p>
<header class="entry-header">
<p class="entry-title"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/imagesd.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4350" title="imagesd" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/imagesd.jpg" alt="" width="276" height="183" /></a>Se Totò e Peppino, ai loro tempi erano divisi a Berlino, a causa di un muro mai abbastanza rimpianto, Renzi e Merkel ci sono parsi uniti sempre a Berlino, in letizia e relativa concordia. Sì, perché il “golden boy” del collaborazionismo nostrano se n’è andato in visita proprio là, nella tana del lupo posthitleriana. I crucchi gli hanno tributato persino gli onori militari, nonostante il disprezzo che covano per gli italiani e gli altri mediterranei. Angela Merkel, che se ne frega di quanto sangue costeranno le riforme in Italia, dice d’essere rimasta veramente impressionata, trattandosi di un cambiamento strutturale. Se ben ricordate, quando Monti ci massacrava con le controriforme, Angle Merkel dichiarava che era un piacere “lavorare” con Mario.</p>
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<div class="entry-content clearfix">
<p style="text-align: justify;">L’eurokapò Schaeuble, vero ministro delle finanze nell’euroreich, che ha incontrato il suo collega Padoan messo all’economia dai poteri esterni, avverte che non è rinviabile il “consolidamento delle finanze statali”. Qui sta il punto, il vero vulnus che farà cadere tutto il castello di carte renziano. Un futuro fatto di fiscal compact, tre per cento (o addirittura due virgola sei) non derogabile, riduzione forzata del debito al ritmo di cinquanta o sessanta miliardi l’anno. Il patto di bilancio europeo è sacro – almeno per l’Italia – e combinato con la soglia invalicabile del tre per cento deficit/ pil, impedirà automaticamente l’aggancio di qualsiasi ripresa o ripresina. Non ci vuole molto a capirlo, sempre che non si sia euroservi liberisti e per di più in aperta malafede.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono ancora attive tutte le gogne che l’eurolager riserva all’Italia e l’”allentamento del rigore”, alla fine della fiera, state pur certi non sarà possibile. Non si riforma l’irriformabile, cioè unione, trattati e moneta unica, e la distruzione del manifatturiero nazionale continuerà, a tutto vantaggio dei tedeschi. I toni a Berlino sono stati però concilianti, di parziale approvazione delle Renzi-riforme, essenzialmente perché si avvicinano le elezioni che rinnoveranno il parlamento europide. Ventotto paesi interessati con oltre mezzo miliardo di abitanti, ma fra un paio di mesi tutto sarà finito. Poi, dopo una pausa di relativa bonaccia – naturalmente se gli “euroscettici” non trionferanno ovunque in modo sorprendente e clamoroso – calerà la definitivamente la tela sui presunti sogni di Renzi. Senza che si cambi verso rispetto a questi anni di crisi indotta, di perdita completa della sovranità e di politiche recessive. Gli astuti crucchi cesseranno di fingere di approvare, seppur con qualche riserva, e non gli reggeranno più il sacco. A quel punto chiederanno a gran voce, e così la commissione e la bce, interventi drastici e urgenti per ridurre il debito e per restare sotto il tre per cento deficit/ pil. Possiamo immaginare cosa accadrà allo spread e quel che faranno i mercati.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/images.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4351" title="images" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/images-300x156.jpg" alt="" width="300" height="156" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In questi due mesi di trepida attesa il “golden boy” può scatenarsi, simulare il cambiamento con annunci a sensazione e incassare qualche buona parola dai veri potenti, ottenendo non la revisione degli accordi “in sede europea”, non l’allentamento del rigore, ma soltanto qualche simpatico buffetto sulla guancia. Per ora, gli è concesso di ritardare le manovre lacrime e sangue – che poi si faranno come nessuno al mondo e neppure in Grecia – in attesa del compimento del rito elettorale. E’ ancor giovane, ma dovrà crescere in fretta, mettendo da parte intemperanze e annunci, soprattutto dopo le elezioni di fine maggio. Se si brucerà in quattro e quattr’otto, poco male. Pioverà dall’alto una personalità tecnica, o presunta tale, per prendere il suo posto. Senza che sia necessario ricorre alle elezioni politiche, giacché il semestre italiano di presidenza ue e il probabile rincrudire della crisi lo sconsiglieranno.</p>
<p style="text-align: justify;">In attesa di eventi drammatici per il paese che matureranno in estate, grazie ai media italiani – abili a nascondere o confondere la realtà come fanno sempre – abbiamo visto un quadretto liliale, confortante e trasparente. Renzi e Merkel uniti a Berlino, in concordia e letizia, nel confronto a testa alta fra due paesi chiave dell’unione europide. Per ora, niente più compiti a casa o punizioni dietro la lavagna. Grazie all’esperienza pregressa e le cupe prospettive future, noi però sappiamo bene che non è così.</p>
</div>
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		<title>Impegno Italia da Letta a Renzi</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Feb 2014 12:23:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[  di Eugenio Orso   Impegno Italia e Matteo Renzi &#60;&#60;Ci siamo posti sempre e solo al “servizio dell’Italia e dell’Europa”&#62;&#62;, ma ora che la ripresa è arrivata, perché così segnalano gli indicatori economici anche se i cittadini non la percepiscono, si rende necessaria &#60;&#60;una accelerazione radicale del cambiamento in corso, che renda stabile la [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 16.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesasfsagbbn.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4200" title="imagesasfsagbbn" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesasfsagbbn-300x152.jpg" alt="" width="300" height="152" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong><em><span style="font-size: 13pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">di Eugenio Orso</span></em></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Impegno Italia e Matteo Renzi</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">&lt;&lt;Ci siamo posti sempre e solo al “servizio dell’Italia e dell’Europa”&gt;&gt;, ma ora che la ripresa è arrivata, perché così segnalano gli indicatori economici anche se i cittadini non la percepiscono, si rende necessaria &lt;&lt;una accelerazione radicale del cambiamento in corso, che renda stabile la ripresa&gt;&gt;<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>e che la faccia percepire (ma solo vagamente “percepire”?) ai cittadini stessi – leggasi ai moltissimi che sono nella merda. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Così si scrive nella premessa del cosiddetto Impegno Italia, documento governativo di pochi giorni addietro, datato 12 febbraio e disponibile nel sito </span><a href="http://www.governo.it"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">www.governo.it</span></a><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">. Evidente che Letta sperava di vivacchiare – nonostante Renzi e il Pd – ancora per un po’, almeno fino al 2015 o alla fine dell’anno in corso, esaurito il semestre italiano di “presidenza europea”. Illuso. Il ciclone Renzi ha spazzato via in men che non si dica l’esecutivo Letta-Napolitano. A questo punto l’enfant terrible di Firenze, camminando sulle spoglie di Enrico Letta, nipote di Gianni ed ex protetto di Napolitano, dovrebbe ereditarne oltre che la carica anche la maggioranza. Intanto fa suo, o almeno così ha affermato l’”atro nascente” del Pd, il documento del governo uscente (anzi, già uscito). Documento guida, parrebbe, assieme ai due delle “riforme” renziane Dop, cioè l’Italicum per il sistema elettorale di camera e senato, in combutta con Berlusconi, e l’americaneggiante JobsAct, che riguarda il mercato del lavoro. Iperattivismo renziano e tanta carne al fuoco per il nuovo esecutivo: quella di milioni di italiani.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Poniamoci una domanda che si pongono in molti, in queste ore. Matteo Renzi sarà veramente un ciclone di tutto rispetto, oppure soltanto una modesta tromba d’aria destinata a esaurirsi in fretta, dopo aver fatto qualche danno al paese? Non sappiamo ancora se questo prodotto mediatico-politico, in carne, ossa, ray ban e arroganza da vincitore annunciato, riuscirà a replicare il ventennio berlusconiano, come sembra suggerire la sua sconfinata ambizione. Oppure se “scadrà” in fretta, nel giro di qualche mese o nell’arco di un annetto al massimo, sotto i colpi di insuccessi elettorali (elezioni di maggio), imboscate parlamentari (dello stesso Pd), o un drammatico rincrudire della crisi economico-sociale, perché l’italico volgo si ostinerà a non “percepire” la ripresa. Tutto potrebbe chiarirsi nello spazio di un semestre da oggi, o anche di meno. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Ibrido fra il vecchio gaudente Berlusconi, il venditore/ imbonitore di Rete Mia Giorgio Mendella e il serpente Usa dai grandi sponsor finanziari Barack Obama, Matteo Renzi è un vero Dem del terzo millennio, con un piede nel secondo. Con un piede nel secondo millennio, perché non rifugge dai vecchi giochi della prima repubblica, come conferma l’affondamento di Letta e del suo esecutivo senza passare per le urne. Vecchia prassi democristiana e pentapartitica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Quali sono i tratti salienti di questo nuovo prodotto, costruito dal marketing e dai media per arricchire l’offerta politica, spiazzando la concorrenza sul mercato? Presto detto e scritto:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">1) Renzi “europeista” ed euroservo nel solco della tradizione del Pd, non metterà mai seriamente in discussione i trattati europei, le imposizioni della Commissione e le linee di politica strategica “consigliate” dalla Bce. Al più fingerà di voler cambiare l’Unione europea e le sue regole spietate, ben sapendo che ciò non è possibile. Americanate da televendita e stima per Mario Draghi sono altrettante caratteristiche del prodotto subpolitico Renzi, che potrà essere un ciclone duraturo o soltanto un’effimera tromba d’aria. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">2) Renzi liberista di ferro, al punto tale che nel 2012 ha dichiarato in un’intervista pubblicata da Il Foglio di Ferrara che “il liberismo è un concetto di sinistra”. In quella occasione il suddetto ha rivelato chi sono le sue fonti d’ispirazione. I suoi<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>veri “padrini” ideologici, tutti neoliberisti. Nell’ordine d’esposizione, l’ideologo-economista Luigi Zingales, quello del manifesto capitalista che se ne sta alla Business School di Chicago e che ha affondato la lista Fare per fermare il declino sputtanando Oscar Giannino (colpevole di millantare titoli di studio inesistenti), a pochi giorni dalle elezioni politiche 2013. Poi il noto Pietro Ichino, giuslavorista nemico dei dipendenti pubblici (per lui tutti “nullafacenti”) passato dal Pd dell’allora Bersani a Scelta Civica di Monti, a lui più confacente in quanto ultraliberista. Infine, niente di meno che il guerrafondaio molto Lib e poco Lab Tony Blair, spalla di Bush Minor e dei Neocons nell’occupazione militare dell’Iraq. Le idee di questi soggetti, secondo il Renzi 2012, “non possono essere dei tratti marginali dell’identità del nostro partito [il Pd, n.d.s.], ma devono essere il cuore”. Se ci sarà Renzi a Palazzo Chigi, le privatizzazioni sono assicurate anche per il futuro e così il drastico ridimensionamento della spesa pubblica (e sociale), anche oltre le imposizioni europee. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">3) Renzi decisionista e protagonista, per conto dei poteri forti esterni che lo manovrano e per smisurata ambizione personale, al punto di affondare con un blitz il suo stesso “compagno” di partito Enrico Letta e mettersi al suo posto. Lo scopo di Renzi è di far presto, sia per non perdere il consenso che i media gli hanno assicurato, sia per la fretta che hanno i grandi interessi, che fanno capolino alle sue spalle, di completare la privatizzazione dell’Italia e la sua totale “apertura al mercato”. L’orizzonte è di breve periodo, il tempo stringe e del doman, con questi “chiari di luna” e le crisi strutturali che incombono, non v’è certezza. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Quanto precede tanto per gradire, e per capire quali interessi rappresenta veramente la nuova icona piddina, nonostante la brillante immagine pubblicitario-mediatica volta a nascondere la sua vera natura.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Di seguito l’analisi delle tre sezioni del documento governativo per il 2014.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Sezione prima: La cornice, Europa 2014 </span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Posto che &lt;&lt;L’orizzonte di Impegno Italia [adottato da Renzi dopo il siluramento di Letta, n.d.s.] è l’Europa&gt;&gt;, come si scrive nella prima sezione del documento (La cornice, Europa 2014), dopo la sviolinata per il semestre di “presidenza” italiana dal 1° luglio di quest’anno, dopo le solite, vuote tiritere propagandistiche su crescita, occupazione, giovani e competitività, scopriamo di non avere scampo. Crisi e degrado continueranno implacabili, parallelamente al ricatto del debito, nonostante la millantata “ripresa”, poiché &lt;&lt;Non ci sono scorciatoie con un debito pubblico al 133% del PIL. Dobbiamo inoltre guardare alle priorità dell’Unione europea come parametro di riferimento per impostare le nostre riforme strutturali&gt;&gt;. Saranno le priorità unioniste nell’eurozona e le esigenze sovrane del grande capitale finanziario internazionalizzato, a determinare la politica dell’esecutivo Renzi, esattamente come nel caso di Monti e in quello più effimero di Letta. Con o senza Napolitano alla regia, che a questo punto sembra aver esaurito la sua funzione di “basista istituzionale” dei poteri esterni. La lettera Bce del 5 agosto 2011, che anticipava il programma di Monti nel crepuscolo berlusconiano, è sempre il principale riferimento strategico e programmatico dei governucoli italioti, esecutivo Renzi compreso. Come si scrive in Impegno Italia è fondamentale &lt;&lt;Mantenere il deficit entro il 3% del PIL e proseguire con la riduzione del debito in linea con gli obiettivi concordati&gt;&gt; (Europa 2014, Riassumendo). Per nascondere questa dura realtà, che se rivelata in modo chiaro, in tutte le sue implicazioni sociali, produttive e occupazionali, farebbe precipitare il gradimento e le vendite del Renzi-prodotto, si sfrutterà l’illusione della “battaglia in Europa” onde cambiare ciò che non è dato cambiare, cioè le ferree regole teutoniche, e attenuare la politica del rigore. Una grande menzogna piddina, da tempo ripetuta, che potrebbe funzionare ancora. Il tanto atteso semestre di presidenza italiana aiuterà a rinfocolare questa risibile illusione. Si continuerà a far credere, inoltre, che le riforme imposte sono nell’esclusivo interesse del paese, per un “ammodernamento” che lo renderà competitivo e che porterà nuova occupazione. Si farà passare il ritorno dei capitali stranieri – che potranno acquistare a prezzi da saldo avvantaggiandosi delle privatizzazioni – per un toccasana, in grado di rianimare l’occupazione e dare un po’ di ossigeno, in termini di reddito, a una popolazione boccheggiante. Del resto, nella prima stesura del JobsAct renziano scopriamo che la “globalizzazione non è il nostro problema, ma la più grande opportunità per l’Italia”. Cose che gli esponenti del Pd, al servizio del capitale finanziario, ripetono da anni (ad esempio, il Franceschini della globalizzazione che è un problema, ma anche un’opportunità).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Sezione seconda: Il patto di coalizione</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Nella seconda sezione di Impegno Italia, dedicata al Patto di coalizione, vi sono in apertura due caratteristiche menzogne lettiane che possono star bene anche al rampantissimo Renzi: a) La ripresa è cominciata, semplicemente perché &lt;&lt;dopo due anni di recessione, nella seconda metà del 2013 il PIL ha ricominciato a crescere [ma di un’inezia e una rondine non fa primavera, come sappiamo, n.d.s.]. Adesso l’impegno è riportare l’economia a un tasso di crescita dell’1 per cento nel 2014 e del 2 per cento nel 2015&gt;&gt;. b) Fine dell’oppressione fiscale crescente, poiché &lt;&lt;dopo tre anni di incremento della pressione fiscale, nella seconda metà del 2013 le tasse hanno iniziato a diminuire, almeno per famiglie e imprese. Ci impegniamo a proseguire in questa direzione&gt;&gt;. Qualcuno si è accorto, nella vita reale e quotidiana, di questa presunta diminuzione della pressione fiscale? A seguire la conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del rispetto del tetto del 3% nel rapporto deficit/ PIL, in quanto &lt;&lt;Nel 2014 ridurremo il debito anche grazie alle privatizzazioni, mantenendo il deficit saldamente sotto il 3 per cento&gt;&gt;. Infine, le solite, insincere preoccupazioni per l’elevata disoccupazione, promettendo, con promessa da marinaio, di concentrare &lt;&lt;tutte le azioni sull’obiettivo di avviarne la riduzione già a partire da fine 2014 &gt;&gt;. E perché non da subito, data la gravità della situazione? Un altro rinvio?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Fra Le priorità del Patto di coalizione la prima, come purtroppo ci si può aspettare, è &lt;&lt;Europa: crescita e lavoro prima di tutto&gt;&gt;, con tanto di bandiera a dodici stelle in cerchio su sfondo blu (che il Pd, a questo punto, potrebbe adottare apertamente come simbolo, mettendoci il proprio acronimo in mezzo). Sappiamo, ormai, per triste esperienza di anni di crisi, che “Europa”, come la intendono loro, non è compatibile con la crescita (effettiva, non delle attività finanziarie private) e il lavoro (tutelato e non schiavo). Semmai può fare il paio con deflazione + disoccupazione. A seguire, “le buone intenzioni” per quanto riguarda Occupazione, Imprese, Persone e famiglia, Istruzione, Pubblica amministrazione e (udite, udite!) Legalità.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Nel capitolo dedicato a Gli obiettivi e le azioni si inizia con il Lavoro. Qui si inserisce il cosiddetto JobsAct renziano (imposto dalla nuova segreteria Pd al piddino Letta) e la grande idea del contratto d’inserimento a tutele crescenti. Il che significa che all’inizio del rapporto di lavoro le tutele per il lavoratore saranno scarse, poi, forse, se riuscirà a mantenere il posto, cresceranno un po’. Così si vorrebbe superare il dualismo che caratterizza il mercato del lavoro, diviso, secondo Impegno Italia, fra “protetti” – espressione subdola con connotazione vagamente spregiativa, in quanto richiama privilegi – e lavoratori precari. Si vorrebbe farlo, nelle intenzioni di Renzi e del “suo” Pd, diminuendo le tutele dei nuovi assunti in ingresso, cioè togliendo ancora tutele al tempo indeterminato, e non, invece, come sarebbe giusto e socialmente equo, sopprimendo tout court la precarietà lavorativa. Un autentico tumore sociale, la precarietà, che in quasi due decenni non solo non ha contribuito a mantenere alto il tasso di occupazione nel paese, ma non ha evitato la moria di aziende piccole e medie, non contribuendo, contrariamente a quanto millantato, a sostenere la produzione nazionale e i consumi interni. C’è anche un po’ di carità (non cristiana ma neoliberista) in Impegno Italia, quando si ipotizza di &lt;&lt;sperimentare un “Servizio civile per il lavoro” per consentire una prima esperienza lavorativa pur limitata nel tempo (un anno) e un sostegno al reddito analogo all’indennità di disoccupazione&gt;&gt;. Tempi ridotti, non sufficienti per acquisire una buona esperienza, e quattro spiccioli in tasca ai pochi “fortunati”. Un evidente palliativo, questo, per mondarsi l’anima davanti alle legioni di giovani e giovanissimi condannati alla disoccupazione perpetua.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Addirittura grottesco il documento governativo quando tratta delle Persone, negli obiettivi e le azioni, perché promette di &lt;&lt;Rafforzare la lotta al gioco d’azzardo patologico&gt;&gt; dando &lt;&lt;piena attuazione al Piano di azione nazionale contro il gioco d’azzardo patologico (Gap)&gt;&gt;, constatato che il 10% dei quattro italiani su dieci che giocano è a rischio dipendenza. Ricordiamo gli “sconti” fiscali concessi ai banditi che gestiscono il settore (e che finanziano partiti come il Pd), nonché il fatto che proprio il governo Letta, dominato dai piddini, ha permesso l’apertura di decine di nuove sale giochi nel paese. Per quanto riguarda la Formazione, si vuole &lt;&lt;aumentare l’efficienza dell’investimento in capitale umano&gt;&gt;, riformando i cicli scolastici, assumendo nuovi insegnati non precari, manutenendo gli edifici e riformando il sistema di finanziamento delle università. Peccato che si tratta di meri annunci, dati i sostanziosi tagli di spesa pubblica che il limite del 3% nel rapporto deficit/ PIL e la riduzione del debito prevedibilmente imporranno. In Fisco ci si rifà alla favoletta della diminuzione delle tasse, per la prima volta dopo anni, che dovrà continuare. Sarà Renzi a continuare l’inganno, non Letta, ormai defenestrato, che al più potrà diventare (come contentino) ministro di Renzi. Mentendo sapendo di mentire si afferma che &lt;&lt;Dopo l’abolizione dell’Imposta Municipale Unica (IMU) sulla prima casa [concessione agli ascari di governo del centro-destra, n.d.s.] è stato introdotto un sistema di tassazione meno oneroso per i cittadini&gt;&gt;. Poi, la solita tiritera senza costrutto su riduzione delle tasse sul lavoro, con annesso &lt;&lt;”Fondo per la riduzione della pressione fiscale, istituito dalla legge di stabilità&gt;&gt;, la “semplificazione” che comporterebbe la riduzione degli adempimenti fiscali (mai avvenuta) e la “lotta all’evasione”, che naturalmente continuerà a farla Equitalia, braccio armato dell’Agenzia delle Entrate, colpendo i più poveri, i più in difficoltà, gli indifesi e coloro che non contano. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">In Amministrazione Pubblica domina sempre la necessità di &lt;&lt;Rafforzare il processo di revisione della spesa pubblica&gt;&gt;, tipicamente, con l’esotismo anglo-americano introdotto da Monti, “spending review” per operare tagli lineari sul sociale e sull’apparato (checché se ne dica). Questa esigenza imprescindibile, perché imposta dall’”Europa” e dai mercati che detengono la vera sovranità nel paese, giustifica la riforma della dirigenza della PA e delle amministrazioni statali, con particolare attenzione per quelle periferiche. Per quanto riguarda l’Impresa, che tende a svanire su tutto il territorio nazionale, c’è molta carne al fuoco (quella dei piccoli imprenditori?), ma soprattutto ci sono come in passato chiacchiere e promesse, che non potranno essere mantenute a causa del “rigore” nei conti pubblici. Accesso al credito, pagamento del debito della PA e riduzione del costo dell’energia sono fra i primi “impegni”, dopo lunghi anni di crisi ancora inevasi. Impegni futuri per Matteo Renzi, a quanto pare, e non più per Letta. La riduzione del costo dell’energia del 10% è un “cavallo di battaglia” renziano, fa parte dei cosiddetti renzinomics ed è il primo punto (Energia) della Parte A, dedicata al Sistema, nel JobsAct. Per l’accesso al credito negato dal credit crunch in atto, ci si propone, in ossequio all’esaltazione del privato salvifico e all’afflusso di capitali finanziari dall’altrove, di &lt;&lt;ampliare le fonti di finanziamento oltre il tradizione canale bancario [del tutto “ostruito”, n.d.s.], anche incentivando l’apporto degli investimenti privati di lungo termine (in particolare, fondi pensione e fondi assicurativi)&gt;&gt;. Le risorse pubbliche sono poche, dato il controllo sulla spesa da abbattere, e così si invocano grandi investimenti privati di lungo termine, di cui le piccole imprese agonizzanti difficilmente potranno beneficiare. Per quanto riguarda i debiti delle PA nei confronti delle imprese, cioè la questione scandalosa del debitore che può permettersi di non pagare o di farlo col contagocce, il “marinaio” (che d’ora in poi sarà Renzi) promette di &lt;&lt;pagare entro il primo semestre i 19,8 miliardi già previsti per il 2014 (compresi i 4 miliardi di credito d’imposta)&gt;&gt;. A seguire, la solita manifestazione di fede liberista (che riguarda sia Letta sia il successore Renzi), con privatizzazioni e afflussi di capitali stranieri, che in alcun modo potranno risollevare le sorti della PMI nostrana. Infatti, si scrive che “Per ridurre il debito e attrarre investimenti esteri [le vere e le sole preoccupazioni degli esecutivi italioti, n.d.s.] è necessario valorizzare e, se opportuno, mettere sul mercato proprietà immobiliari e mobiliari controllate dal settore pubblico, a livello centrale e locale&gt;&gt;. E’ chiaro che privatizzare, vendere i beni dello stato ai grandi capitali (se appetibili per loro), distruggere posti di lavoro nelle PA e nelle municipalizzate ben poco ha a che vedere con la situazione in cui versano moltissime piccole e medie imprese, nella penisola. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Per quanto riguarda gli Investimenti (sezione seconda del documento, capitolo Gli obiettivi e le azioni), si scrivono, in apertura, banalità arcinote del tipo &lt;&lt;Negli anni della crisi la spesa per investimenti è crollata&gt;&gt;, aggiungendo subito dopo, però, che &lt;&lt;Dal 2013 il trend è cambiato&gt;&gt;. Non essendoci trippa per gatti, perché le magre risorse dovranno anzitutto ripianare il debito (pareggio di bilancio imposto in costituzione) e tenere il deficit sotto il 3% debito/PIL, si favoleggia la riforma del Patto di Stabilità Interno, riconoscendo che con il Patto di Stabilità qualche danno al paese è stato fatto, in termini di &lt;&lt;capacità di spesa degli enti locali e di spiazzamento [espressione ipocrita che sostituisce taglio, n.d.s.] degli investimenti pubblici rispetto alla spesa corrente&gt;&gt;. In pratica, per noi che viviamo nella realtà quotidiana, meno servizi alla popolazione, infrastrutture sempre più fatiscenti e … biglietti degli autobus sempre più cari, a fronte di un taglio delle corse. La conclamata esigenza di maggior flessibilità nel Patto, che ha contribuito a mettere alla corda le economie locali (la realtà non si può ignorare del tutto) difficilmente potrà essere realizzata – da Renzi che si fa carico di Impegno Italia – per gli ineludibili vincoli di bilancio. Quindi non ci sarà, o potrà costituire solo un temporaneo palliativo. Trattandosi di esecutivi europeisti (meglio sarebbe scrivere europoidi) molta importanza si da, in tema di investimenti, ai Fondi europei. Con una certa enfasi retorica di fondo: &lt;&lt;Nel 2013 l’impiego dei fondi strutturali europei relativi al precedente ciclo di programmazione è migliorato. Nei prossimi sette anni [di vacche scheletriche, n.d.s.], l’Unione europea e l’Italia mettono a disposizione nuove risorse per oltre 100 miliardi di euro (Fondi europei e cofinanziamento nazionale, Fondo di Sviluppo e Coesione). Queste risorse sono fondamentali per lo sviluppo del paese, in particolare per il mezzogiorno&gt;&gt;. Tralasciando la questione dello sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, da decenni in piedi e mai risolta, possiamo obiettare che l’Italia versa all’Unione europea (ad esempio, alle banche di altri paesi) più di quel che riceve e che riesce a impiegare per investimenti. Questa situazione difficilmente potrà cambiare, nel 2014 e nei prossimi anni, Renzi o non Renzi. La coperta degli investimenti, presumibilmente, si accorcerà ancor di più.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Per quanto riguarda il devastatissimo Territorio, dalla Terra dei Fuochi all’Ilva di Taranto, tenuto conto dell’ormai generale dissesto idrogeologico, ci si appella ipocritamente a un ennesima Agenda, quella Verde, che altro non è se non il &lt;&lt;”collegato ambientale alla legge di stabilità 2014”&gt;&gt;. Per la Cultura e turismo, con particolare riguardo al settore turistico, ci si aggrappa al &lt;&lt;piano strategico nazionale per il Turismo presentato nel 2013 [aria fritta, come il solito, n.d.s.]&gt;&gt;. Si annuncia con genericità sospetta, per tenere in piedi il settore alberghiero in crisi, un salvifico piano nazionale. Per quella cenerentola che è la Cultura, invece, ci si appella con la solita fumosità a un rafforzamento della &lt;&lt;gestione economica dei beni artistici e culturali&gt;&gt;, che inevitabilmente sono visti come un qualunque “mercato” fra i tanti, non come patrimonio e memoria storica di un popolo. Cose scontate e meri annunci per la Legalità (questione scottante d’ora in poi nelle mani di Renzi), come la mai attuata riduzione dei tempi della giustizia civile e penale, la prevenzione e repressione della criminalità (onnipotente se organizzata, quella che vota e fa votare), il conflitto di interessi mai risolto (a partire da Berlusconi) e la ri-penalizzazione del falso in bilancio. Infine, c’è tutta la retorica sulla Innovazione, alimentata dalla mitica &lt;&lt;Agenda Digitale. Per aumentare la trasparenza, velocizzare i processi, ridurre i tempi e i costi per le imprese e i cittadini&gt;&gt;.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Dove trovare le Risorse per questo ennesimo, trito e ritrito, libro dei sogni (e degli inganni)? La questione delle Risorse è trattata nell’ultimo capitalo della seconda sezione di Impegno Italia (Il patto di coalizione) in modo sintetico. La legge di stabilità 2014, ossia la pesante finanziaria – che ha cambiato nome, ma non sostanza – ha stanziato qualche briciola per il raggiungimento degli obiettivi fin qui elencati che non sono a “costo zero”. Dai &lt;&lt;2,6 miliardi di euro per la riduzione del costo del lavoro nel 2014, di cui 1 miliardo a favore delle imprese e 1,6 miliardi a favore dei lavoratori&gt;&gt;, agli &lt;&lt;1,5 miliardi per l’allentamento del Patto di Stabilità interno nel 2014 per infrastrutture a pagamenti debiti pregressi, oltre a quasi 1,5 miliardi&gt;&gt; per altri scopi, fino agli &lt;&lt;1,1 miliardi per il rifinanziamento della social card, degli ammortizzatori in deroga e del cinque per mille&gt;&gt;. Come si nota, solo bruscolini, se rapportati alla drammatica situazione sociale, occupazionale, di reddito nel paese vero, che richiederebbe molte decine di miliardi per essere affrontata. Si dimentica, però, di precisare che il capitale di Bankitalia è stato esponenzialmente aumentato, regalando cospicue risorse ai suoi “soci privati”. In poche parole, si destinano al popolo esclusivamente le risorse &lt;&lt;che proverranno dalla revisione della spesa [con tagli lineari al sociale, alla sanità, all’istruzione, eccetera, n.d.s.], dal rientro dei capitali e dalla diminuzione degli interessi sul debito&gt;&gt;. Il principio che si nasconde dietro queste parole è che “con una mano si da e con l’altra si toglie”, poiché se si taglia la spesa pubblica si riducono i servizi e si aumentano i costi di questi servizi per la popolazione. Evidente che ciò che si toglie è più di ciò che si da. Su questa strada obbligata – dato il programma Bce del 5 agosto 2011, tuttora valido – proseguirà anche l’esecutivo Renzi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">Sezione terza: La matrice. Conclusioni</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">L’ultima sezione del documento qui analizzato, La matrice, è riassuntiva, presentando una sintesi finale di Impegno Italia. La forma matriciale adottata sintetizza le azioni, la descrizione degli obiettivi, gli strumenti, i responsabili in termini di amministrazioni e riporta uno scadenziario, con tanto di date di presentazione per fare un po’ di scena.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif';">E’ questa l’eredità lasciata da Letta, in forma di documento governativo per il 2014, al suo affondatore, “compagno” di partito e fratello-coltello, cioè Matteo Renzi. Ultimo parto del tardo nuovismo e del giovanilismo veltroniani, Renzi dovrebbe ereditare dallo sconfitto Letta anche la maggioranza di “corte intese”. Non avrà più un gran bisogno di Napolitano, per sostituire il quale probabilmente si aprirà la successione, ma continuerà inevitabilmente sulla strada aperta da Monti (con la complicità di Napolitano), rispettando alla lettera i diktat “europei” e gli ordini impartiti da Mercati&amp;Investitori. Procederà, il suddetto, percorrendo il tratto finale, o soltanto un tratto, di quella strada che anche Letta ha percorso. Con buona pace per tutti i gonzi che hanno sostenuto “la novità” Renzi, e che ancora credono in un decisivo cambio di passo. <span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
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		<title>Renzi vuole la poltrona di Letta, altrimenti rischia di “scadere”</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Feb 2014 16:12:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<header class="entry-header"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/o-matteo_renzi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4192" title="o=--matteo_renzi" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/o-matteo_renzi-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
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<h1 class="entry-title"><span style="color: #ff0000;"><em>di Eugenio Orso</em></span></h1>
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<div class="entry-content clearfix">
<p style="text-align: justify;"><strong>Come qualsiasi novità, che in tempo di crisi dura sempre meno, anche Renzi deve fare in fretta. Per questo vuole urgentemente la poltrona di piccolo Quisling occupata da Letta. Banalmente, quando si apre un locale nuovo, o si lancia un nuovo prodotto, ci si può aspettare un paio di mesi di gloria, di pingui incassi e di buon afflusso di clienti, fidando sulla novità che paga e sulla pubblicità martellante che l’accompagna, ma poi, dopo l’iniziale boom, finito il breve periodo di vacche grasse si dovrà fare i conti con la dura realtà. Così è per l’ultimo prodotto lanciato in carne e ossa sul mercato politico-elettorale dal pd, cioè per Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze, infatti, altro non è che una creazione mediatico-subpolitica per carpire il consenso degli italiani idiotizzati, impoveriti dalla crisi e dalla grande finanza, prima che questi, messi con le spalle al muro dal debito, dai mercati e dall’euro, sfuggano al controllo sistemico. Il fatto che Matteo abbia trionfato nella “festa privata” piddina chiamata primarie, cuccandosi la segreteria del partito, non dovrebbe dargli automaticamente il diritto di occupare la poltrona di presidente del consiglio e di scacciare l’ominicchio (sempre con targa pd) che attualmente la occupa. I maligni dicono che sta cercando di fare quel che fece a suo tempo D’Alema con Prodi, evitando di passare per le elezioni. Le elezioni politiche, quelle vere naturalmente, per quanto pilotate e soggette a leggi elettorali-truffa, non di certo le primarie.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pur avendo in passato dichiarato che avrebbe continuato a fare il sindaco, in quel di Firenze, e di non desiderare ardentemente la poltrona di “premier”, non deve stupire se Renzi frigge come nessuno al mondo per gettare Letta dalla finestra del cinquecentesco Palazzo Chigi. E prenderne rapidamente possesso. Il tempo stringe, lo specchietto per le allodole potrebbe appannarsi, già fra qualche mese, e Matteo rischia di “scadere”. Napolitano sembra che rimetta la decisione al pd, che ormai domina incontrastato l’Italia per conto delle eurocrazie, ma probabilmente sta dandosi da fare, sullo sfondo, per il Loro bene e il nostro male. L’incontro “riservato” con Monti, dell’agosto 2011, pur non costituendo reato penale, fino all’alto tradimento degno di “impeachment”, dovrebbe metterci sull’avviso. Che Renzi abbia sfacciatamente mentito, quando, appena qualche settimana fa, ha dichiarato di non aspirare alla poltrona occupata da Letta, non dovrebbe stupire il colto e l’inclita. Anzi, è cosa fin troppo scontata e normale, perché menzogna e mendacia sono considerate preziose qualità, nel pd collaborazionista dei poteri esterni. In attesa di scalzare Letta – e forse il momento buono è arrivato – Renzi ha preventivamente costituito, con la sua segreteria “lettiani free”, una sorta di governo ombra dei trenta-quarantenni rampanti (peggiori di quelli socialisti del Midas, nel luglio del 1976), con Marianna Madia al Lavoro (non ha mai lavorato in vita sua!), Maria Elena Boschi alle Riforme (altra velina piacente, come e più di Marianna), la meno bella (anzi, bruttina) Debora Serracchiani alle Infrastrutture, Luca Lotti all’Organizzazione e via elencando. Mi sembra che i ministri ombra anti-Letta siano dodici in tutto, fra i quali dominano le donne, quasi tutte moderatamente sexy, se non procaci. Melius abundare quam deficere. In evidente ossequio alle “quote rosa” politicamente corrette e in concessione al berlusconismo televisivo. Come velina, personalmente preferisco Pina Picierno (Legalità e Sud), perché mi piacciono le more con gli occhi scuri. Forse appenderò in camera un suo poster, preferibilmente svestita. Ma torniamo a cose più serie. Servitore politico prediletto dalle aristocrazie eurofinanziarie, il pd è talmente bene insediato nei gangli vitali del semi-stato italiano, da permettersi di costituire una segreteria-governo ombra che fa da contraltare al suo stesso esecutivo! Anche in ciò, Renzi è un segno dei tempi, o più precisamente, dei malatempora che currunt.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scontro finale Renzi-Letta, che si disputano l’osso della presidenza del consiglio, potrebbe svolgersi proprio oggi, 13 febbraio, nel primo pomeriggio, quando si riunirà la direzione nazionale piddina. Comunque finirà la vicenda, con Letta riconfermato per il rotto della cuffia, a certe condizioni, oppure con Renzi trionfante che agguanta l’agognata carica, è chiara almeno una cosa. Renzi sa di non avere molto tempo, sa bene che se il governicchio di Letta durerà ancora per un annetto, o per due, o addirittura di più, la “sua novità”, in quanto prodotto mediatico-politico-propagandistico, si esaurirà del tutto. In un futuro non lontano, altri prodotti, nuovi e spendibili sul mercato elettorale, potranno surclassarlo. Per questo vuole la poltrona di Letta e la vuole subito, prima che l’incanto si rompa. Altrimenti rischia di “scadere”.</strong></p>
</div>
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		<title>Complotti e complottisti, incapaci e servitori</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jan 2014 12:18:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un mio corrispondente di Sistiana-Visogliano, amena località in provincia di Trieste, mi ha inviato una mail avente per oggetto i complotti e i complottisti. ]]></description>
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<h1 class="entry-title"></h1>
<p class="entry-title" style="text-align: right;"><strong> </strong>di <strong>Eugenio Orso</strong></p>
<p class="entry-title" style="text-align: left;">Un mio corrispondente di Sistiana-Visogliano, amena località in provincia di Trieste, mi ha inviato una mail avente per oggetto i complotti e i complottisti. Di seguito il testo:</p>
</header>
<div class="entry-content clearfix">
<p style="text-align: left;"><em><span style="color: #3366ff;">Ecco qua, espresso in buon italiano e quindi non da me, il mio pensiero sui complotti.</span></em></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-4147" title="Das_jüdische_Komplott" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/Das_jüdische_Komplott.jpg" alt="" width="220" height="172" /><em><span style="color: #3366ff;">Qua il riferimento è locale. Nel mio pensare però, si estende a livello globale.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #3366ff;">&lt;&lt; È il principale difetto delle tesi complottiste: sono sempre molto affascinanti perché ogni complotto inizia regolarmente alcuni secoli fa, mette d’accordo centinaia di persone che manco si conoscevano, infila nella sceneggiatura potentissime banche d’affari, logge massoniche, potentati occulti e criminali, servizi deviatissimi e alla fine tutto torna. Poi uno guarda  in faccia Enrico Letta, Fassina, Angelino Jolie o l’ultimo acquisto Toti, ma pure i tecnici tipo Fornero, Saccomanni o Cancellieri, e deve arrendersi a un’evidenza più prosaica: questi non li manda nessuno, nemmeno Picone; si mandano da soli e, quando non rubano, non sanno quello che fanno. &gt;&gt;</span></em></p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono coloro che ancora non credono all’evidenza. Ci sono quelli che s’illudono di vivere in stati sovrani, governati da una politica tutto sommato autonoma, in qualche modo svincolata dai centri di potere esterni, non soggetta agli organi sopranazionali della mondializzazione che dominano incontrastati la scena. Così, l’enorme debito pubblico cumulato è solo colpa nostra, la perdita di competitività internazionale è imputabile unicamente alla cattiva politica nostrana e alla scarsa lungimiranza degli imprenditori indigeni, la disoccupazione giovanile è un effetto dell’eccessiva tutela garantita ai “vecchi” lavoratori con contratti di tutto favore. Quelli che ci credono sono “delusi di sinistra” ridotti come Linus quando perde la coperta, semi-colti rifluiti nel privato e/o allo sbando, soggetti resi orfani delle ideologie e politicamente impotenti, ex sessantottini che non hanno fatto brillanti carriere all’interno del sistema, quelli che da giovani volevano cambiare il mondo e sono stati beffati dalla piega che ha preso la storia. Secondo costoro, tutto ciò che ci sta accadendo in questi anni è semplicemente il frutto avvelenato dell’incapacità e della pochezza delle cosiddette classi dirigenti politiche, o meglio, tecnico-politiche. Il “Tutti a casa!” degli inefficaci grillini o dei fin troppo effimeri Forconi domina incontrastato le menti e i cuori. Si crede che rinnovando “la classe politica” tornerà a splendere il sole (quello capitalistico, però), torneranno a gonfiarsi i consumi di massa, si moltiplicheranno posti di lavoro e aziende come i pani e i pesci di Gesù, e la demolizione del welfare si arresterà come per incanto. Dietro i fondachi della politica liberaldemocratica dipinti dai media, nell’oscuro “backstage” in cui si decidono le strategie e le politiche da imporre a popoli e nazioni, non ci sarebbe nulla, ma proprio nulla da segnalare. I centri strategici sopranazionali della decisione politica effettiva sarebbero soltanto invenzioni letterarie, buoni spunti per trame di romanzi fantapolitici. In particolare, per noi che viviamo nel vecchio continente e nell’eurozona, non c’è alcun progetto criminale imposto, cioè il famigerato “progetto europeo” che suscita l’improbabilissima chimera degli stati uniti d’Europa. Un progetto, frutto di un complotto, fatto di sopranazionale, trattati più o meno fumosi, bce e moneta unica. Al più si è commesso qualche errore, ovviamente correggibile, quando è stato creato l’euro o si devono ampliare le competenze della bce, perché funzioni veramente come una banca centrale. Più in generale, il “grande complotto” millantato e descritto da ambigui analisti, da giornalisti investigativi e da teorici pazzoidi, per l’appunto definiti spregiativamente complottisti sparando nel mucchio, sarebbe un parto di pura fantasia. Secondo i più sprovveduti fra costoro, superando la fascinazione del complotto nel suo plurisecolare sviluppo, la realtà è molto più semplice di come si cerca di descriverla, l’origine dei mali che ci affliggono addirittura banale. Basta guardare in faccia i politici e i tecnocrati di quest’epoca travagliata, coglierne l’espressione quasi bovina, e concludere che molti fra loro sono destituiti persino del bene dell’intelletto. Si sono fatti da sé, e quando non rubano, pur dovendo rimuoverli dagli incarichi (seguendo la logica semplicistica del “Tutti a casa!”) bisognerebbe cristianamente perdonare loro, perché non sanno quello che fanno. L’inadeguatezza dell’uomo a gestire al meglio sistemi complessi da lui stesso creati e la sua corruttibilità, si rifletterebbero molto bene nell’attuale classe politica e tecnocratica, che ci governa portandoci alla rovina. Ovviamente sottintendendo “colpa nostra, che li abbiamo votati” (ma i tecnocrati non si votano …). Altro che complotti, oscure strategie ordite da oligarchi senza scrupoli che dominano i popoli e s’impossessano delle risorse! Per questi soggetti che nella migliore ipotesi semplificano e banalizzano, aggrappandosi ai “difetti umani” e alla pochezza di molti membri della nostra specie, l’ombra elitista proiettata minacciosamente sul mondo non esisterebbe proprio, le marionette diventerebbero attori protagonisti e i servi … padroncini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho risposto al mio interlocutore con una mail sufficientemente articolata, ma non sono certo che possa servire a qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, pur con sinteticità e semplicità, ho chiarito che ci sono alcuni approcci alternativi nella lettura e nell’interpretazione della realtà (politica, sociale, economica, culturale) in cui viviamo.</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Teoria delle élite, dal latino eligere, cioè selezionare i migliori. Se vogliamo, anche Cratesiologia – da kratèsis e kratos, dominazione e potere – intesa come studio del potere delle élite dominanti e delle “tecniche” da loro utilizzate nell’arco della storia umana, soprattutto con riferimento alla cosiddetta modernità e agli ultimi due o tre secoli. Si può ammettere l’esistenza del solo conflitto verticale fra gruppi di dominanti, mentre le classi dominate (popolo medioevale, proletariato, post-proletari e ceti medi impoveriti) non hanno, non avranno e non hanno mai avuto alcun potere effettivo. Le masse non potranno fare mai nulla di buono, né liberarsi e liberare l’umanità con moti dal basso, poiché la trasformazione storica è interamente nelle mani dei “migliori”, cioè di quelle che sono ristrette élite, detentrici del vero potere e frutto di una selezione, per così dire, “darwiniana”. Tutte le forme di governo conosciute e applicate nel corso dei secoli – compresa la tanto santificata democrazia – non sono ciò che appaiono o si fa apparire, ma, bensì, altrettanti mascheramenti del potere delle élite. Infatti, seguendo questa scuola di pensiero va a farsi benedire la vecchia triade aristotelico-ellenica Monarchia, Oligarchia e Democrazia, perché esiste, è esistito ed esisterà solo un potere oligarchico. Qualcuno disse che chi controlla il cibo controlla il popolo e chi controlla il denaro controlla lo stato. Questi sono due importanti target elitistici, sempre raggiungi secondo i cosiddetti “complottisti” che osservano, nel nostro presente, come con la diffusione degli organismi ogm si tende a un ferreo controllo dei prodotti agricoli (vedi il gigante Monsanto, o Novartis), mentre con l’esperimento della moneta privata e straniera chiamata “euro” si prepara il terreno per una “moneta unica mondiale”. Non si tratta di aria fritta, o di fantasie, ma di tristi realtà. Gli ogm sono diffusi dagli Usa all’India, passando per l’Europa, e creano una pericolosa dipendenza dai produttori delle sementi, che aspirano con tutta evidenza al controllo mondiale del cibo e addirittura del patrimonio genetico. L’euro ci sta strangolando e il dollaro, quale valuta di riserva, da un po’ di tempo è in discussione. La soluzione finale adottata potrà essere la temutissima (dai “complottisti” e non solo da loro) moneta unica mondiale. Sono tutte minacce reali, concretatesi negli ultimi decenni, e non fantasie dei cultori del complotto. Nella prima metà del novecento ci furono lo svizzero Vilfredo Pareto, Roberto Michels (Robert Michels, tedesco naturalizzato italiano), Gaetano Mosca. Oggi, in Italia, il testimone l’ha raccolto Marco Della Luna, autore, guarda caso, diRoberto Michels , Neuroschiavi, Oligarchia per popoli superflui, il recente Traditori al governo e molto d’altro. Secondo questo approccio, il complotto contro il resto dell’umanità è insito nella fame di potere delle élite, che non possono estinguersi completamente e non possono essere sconfitte con rivoluzioni “dal basso”, giudicate del tutto inutili e fonte di ulteriori sofferenze per la popolazione. Il potere elitista si trasforma e si rigenera perché i dominanti si tramandano, nei secoli dei secoli, le conoscenze e i saperi che stanno alla base del loro potere assoluto, sia pur mascherato da democrazia a suffragio universale, o da meccanismo (im)perfetto autoregolantesi più noto come mercato. Questi sarebbero i veri complottisti, quelli “Dop”, gruppo del quale io sottoscritto – pur apprezzando molte delle loro analisi senza dover condividerne le conclusioni – non faccio assolutamente parte.</li>
<li></li>
<li>Teoria della Tecnica. Qui, pur di sfuggita, si può richiamare come padre illustre il filosofo tedesco Martin Heidegger, un vero “topo di biblioteca”, accusato di adesione al nazismo e autore di opere come Essere e Tempo (del lontano 1927). Gestell è l’essenza non materiale della Tecnica, ossia un impianto, o meglio un‘imposizione, che ne sancisce il dominio totalitario. La Tecnica è un meccanismo anonimo e impersonale che in qualche modo imprigiona l’uomo (e l’intero genere umano), al quale non è dato sfuggire. In questo calderone ci infilerei (abusivamente) anche il filosofo francese J.-F. Lyotard del celebre rapporto sulla postmodernità (La condition postmoderne: rapport sur le savoir, 1979), con la sua impersonale “razionalità dell’autoregolazione sistemica”. Si potrebbe affermare, ironicamente, che i politici e “tecnici” italiani, del tutto infedeli nei confronti della nazione, sono anche loro “prigionieri” della Tecnica, ma soprattutto tributari, su un piano più pratico, di potentati esterni come, ad esempio, le grandi banche d’affari internazionali (sicuramente Goldman Sachs per Draghi e, a suo tempo, per Romano Prodi).</li>
<li></li>
<li>Approccio storico-strutturale e marxiano, rivalutazione del ruolo veritativo della filosofia, rilettura dell’opera di Marx con piglio critico e ri-elaborazione della sua teoria dei modi storici di produzione sociale, eccetera. Dialettica hegeliana, filosofia degli Elleni, pensiero originale di Marx e pensiero di Preve stanno alla base di questa corrente di pensiero. L’esponente filosofico principale è senza dubbio Costanzo Preve. Questo è il mio approccio alla realtà e questa è la solida base teorico-filosofica che mi consente di elaborare i miei modesti scritti. Qui non c’è la denuncia di alcun “complotto”, nel senso attribuito ai teorici come Pareto e Della Luna, ai giornalisti investigativi, ai “signoraggisti”, a coloro che seguono il Bilderberg club, ma l’affacciarsi, sul piano storico, di nuovi modi di produzione, di nuovi rapporti sociali e di nuove classi dominanti, come la global class neocapitalistica sostituto della vecchia borghesia proprietaria. Vi è la deduzione storica e sociale delle categorie come ci ha insegnato Costanzo Preve, che può evitarci di leggere erroneamente, o strumentalmente, il passato con gli occhi del presente. L’emancipazione umana è possibile non per intercessione divina, per un finalismo della storia che dovrebbe portare automaticamente al comunismo, o per “globalizzazioni” dei mercati imposte dall’alto, ma esclusivamente nel corso storico, che può diventare in ogni momento imprevedibile facendosi beffe delle nostre attese. La storia non potrà finire finché ci sarà la specie umana, smentendo il Fukuyama dell’ultimo uomo, tutto democrazia liberale e mercato al capolinea della storia (eternità del capitalismo), nonché i marxisti che credevano nell’inevitabilità del comunismo (sancita dalla Teoria dei cinque stadi). Si riconosce la possibilità del conflitto verticale fra dominanti e dominati e la possibilità rivoluzionaria, per un completo superamento dello status quo ante. Le opere di Costanzo Preve, le decine di libri da lui scritti, che in questa sede non è possibile elencare per ragioni di brevità, sono i migliori testi per comprendere i lineamenti teorici e filosofici di questo approccio alla realtà, che ci offre, alla prova dei fatti, chiavi di lettura e interpretazioni validissime. In particolare, tornando alla questione che ci interessa, cioè la disonestà e l’incapacità dei politici e tecnici di governo, sopra i quali non ci sarebbe nessuno (“questi non li manda nessuno, nemmeno Picone; si mandano da soli”, come riportato nella mail del mio corrispondente), rileviamo che non è assolutamente così. Il neocapitalismo ha comportato, soprattutto nell’Europa dell’unione, la definitiva trasmigrazione della decisione politico-strategica verso l’alto, dal livello degli stati nazionali a un livello sopranazionale non controllabile dai popoli. Il livello delle cosiddette istituzioni europee, ferreamente dominato dagli interessi della nuova classe dominante globale e dalle esigenze riproduttive sistemiche, il tutto nel quadro più ampio della globalizzazione neoliberista.</li>
<li></li>
<li>Decriscismo latoucheano come risposta alla dismisura produttiva capitalistica e agli stili di vita che il capitalismo impone per dominare, riprodursi e velocizzare la creazione del valore finanziario. La crescita economico-produttiva illimitata non è un valore, ma un disvalore per l’ambiente e la socialità. La merce non è il bene, così come il valore di scambio non è il valore d’uso. Si deve tornare al bene e al valore d’uso, innalzando la qualità della vita e abbattendo il pil capitalistico.  Messa in questi termini la questione, non si può che essere d’accordo. Ecco che allora i politici nazionali e i tecnocrati, lungi dall’essere soltanto dei disonesti che rubano a man bassa e/o degli imbecilli con lo sguardo bovino, sono complici e agenti, di terza schiera se non semplici “impiegati”, di un sistema fondato sulla dismisura, che frantuma i rapporti sociali e comunitari originari e sfrutta sconsideratamente le risorse naturali, facendo credere che tutto è rinnovabile. Stati e governi diventano nient’altro che testimonial dell’allargamento dei mercati e della creazione del valore neocapitalistica. Non si tratta di un fantasioso complotto, ordito da entità malvage, quasi stregonesche, contro l’uomo e la stessa Gaia, ma del capitalismo che funziona così e non potrebbe funzionare diversamente. In Italia, il principale interprete delle teorie del professor Latouche è Maurizio Pallante, con la sua decrescita felice e conviviale. E’ chiaro che per arrivare pacificamente a una decrescita veramente conviviale, ci vorrà un cambiamento culturale a trecento e sessanta gradi con tempi quanto meno storici, cambiamento di cui oggi non c’è neppure traccia …</li>
<li><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/gomblotti.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4148" title="gomblotti" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/gomblotti.jpg" alt="" width="258" height="195" /></a></li>
<li>Economia politica fortemente critica nei confronti del neoliberismo imperante. In molti casi si guarda al passato e alla riforma del capitalismo di Keynes, riesumando la teoria dell’occupazione, interesse e moneta del baronetto inglese. L’”ingrediente segreto” della zuppa, come nell’esilarante film di animazione Kung Fu Panda (da bravo nonno, guardo i cartoni con il mio nipotino), è l’economia dal lato della domanda che oggi nell’Europa unionista non esiste, perché ha senso compiuto solo se c’è una piena sovranità monetaria. Se non c’è la proprietà della moneta, se questa è saldamente in mani private, l’”ingrediente segreto” viene meno e sfuma la possibilità di alimentare i consumi di massa innescando la funzione propulsiva del deficit statale. Il “complotto” globalista-elitista, in Europa, ha ottenuto con l’euro, la bce e i trattati unionisti proprio questo risultato, ossia lo scippo della sovranità monetaria degli stati nazionali e dei governi, con la complicità, la subordinazione e l’acquiescenza di un’intera “classe dirigente politica”. Non certo composta, come qualcuno crede, da ladruncoli un po’ beoti che se li guardi in faccia capisci tutto, ma da biechi collaborazionisti del nemico neocapitalistico e traditori del proprio paese. Allora si vorrebbe disperatamente tornare, per sfuggire alla morsa depressiva e deflattiva neocapitalistica, a Keynes e al capitalismo novecentesco, quando era possibile, grazie all’interventismo statale, al deficit pubblico e al possesso della moneta riattivare i consumi e le produzioni, espandendo l’occupazione. In Italia, su questo versante è molto attivo il giornalista e keynesiano di ferro Paolo Barnard, che spiega l’economia alternativa al pubblico indistinto, denunciando l’”economicidio” in atto nella gabbia televisiva di Paragone (su La7). Per molti aspetti, Barnard ha sicuramente ragione, ma c’è un ma, perché concentrando tutta l’attenzione sull’economia non si coglie la portata dell’offensiva europoide e neocapitalistica contro i popoli e le nazioni. In verità ciò che servirebbe, non restringendo la visuale ai soli aspetti economici, non è un’economia politica critica dentro l’orizzonte capitalistico, ma una complessiva critica dell’economia politica, oltre l’orizzonte capitalistico, nel senso dato a questa espressione da Karl Marx attraverso la sua opera complessiva. Una critica che ci allontani dalla trappola dell’economicismo e contempli anche altri piani, sui quali il neocapitalismo ha sviluppato i suoi punti di forza (aspetti antropologico-culturali, strutturazione sociale, stili di vita, propaganda, eccetera).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Chiarito quanto precede, Letta, Fassina, Alfano, Fornero, Saccomanni, Cancellieri, con i Napolitano, i Bersani, i Renzi, i Cuperlo, i D’Alema, i Civati e numerosi altri, non sono che sub-dominanti locali con pochissima autonomia, i quali gestiscono il potere, in Italia, per conto della nuova classe dominante globale, sempre attenti ai diktat degli organismi sopranazionali di riferimento, come la bce, la commissione e il fmi. Sempre pronti a non scontentare, autonomizzandosi un po’ troppo quanto a politiche applicate, il potentissimo padrone (che li sostituirebbe seduta stante). Chiaro che non può trattarsi di grandi personalità, destinate a passare alla storia e animate da un originale progetto “demiurgico” di trasformazione del mondo! Esemplifico meglio, metaforizzando un po’. Il servo “astuto” – che mi pare si scriva in latino servus callidus – è abbastanza utile al padrone e gli è in qualche modo fedele, anche se pasticcione, dedito agli intrallazzi e opportunista. Personaggio di commedie da Menandro a Plauto e oltre, difficilmente potrebbe prendere iniziative ribellistiche e danneggiare il potere vigente, o addirittura mettersi in testa di tentare la scalata dell’”Olimpo”, scalzando il padrone, poiché il suo obbiettivo è essenzialmente quello di sopravvivere al meglio, nella condizione di servo, riempendosi il più possibile la pancia. Il servitore un po’ troppo riottoso e indisciplinato, invece (come il Berlusconi politico), indipendentemente dalla sua maggiore o minore astuzia o dai suoi appetiti personali (e Berlusconi ne aveva e ne ha ancora), non è gradito ai veri dominanti, all’élite suprema, perché può fare danni e cagionare molti fastidi (infatti, il “povero” Silvio, che nicchiava sulle riforme richieste dalla bce, l’hanno sostituito con lo pseudotecnico Monti). L’ideale sarebbe il pedissequo, figura di schiavo che nella Roma antica seguiva a piedi sempre e ovunque il padrone, per soddisfare in qualsiasi momento i suoi desideri. Se erano per strada e il padrone aveva sete, il pedissequo che lo seguiva come un’ombra andava immediatamente alla fontana, a prendere un po’ d’acqua per dissetarlo. Il pedissequo, in quanto “seguace” privo di originalità e personalità (pedis e sequus, dal latino), non prende iniziative, non è intrallazzatore e opportunista come il callidus e non può costituire un fastidio, come il servo riottoso e indisciplinato. In Italia, i dominanti globali hanno un grande serbatoio di pedissequi, cioè di servi senza personalità e senza etica che obbediscono unicamente alla Voce del Padrone, immemori del dovere di fedeltà al popolo e alla nazione. Questo contenitore (sub)politico, come tutti sanno o dovrebbero sapere, si chiama pd. Alfano e Saccomanni non sono del pd, ma è ovvio che ci sono anche venduti, lacchè e servi di diversa provenienza. Se questi miserabili rubano, rubano principalmente per conto del padrone sopranazionale (vedi privatizzazioni, ultima quella delle Poste per qualche miliardino di euro), aspettando che questo, soddisfatto del loro agire, gli getti l’osso da spolpare sotto il tavolo. E’ chiaro che essendo adusi a servire il padrone, contro gli interessi di quello che dovrebbe essere il loro paese, lasciati a se stessi non sanno più ciò che fanno e possono sentirsi sperduti. Immaginiamo lo smarrimento del pedissequo, abituato a servire in silenzio per lunghi anni, ormai specializzato nel ruolo, che improvvisamente perde il suo padrone. Ma non per questo bisogna perdonarli, o peggio assolverli, banalizzando le loro colpe e facendoli passare per ciò che non sono, cioè degli sprovveduti, incapaci e in qualche caso mezzi scemi, buoni soltanto per rubacchiare. Non perdonateli, perché sanno il male che fanno. Sono colpevoli almeno quanto lo erano i kapò dei campi di concentramento nazisti, o i collaborazionisti slavi nell’Europa dell’est sotto il tallone tedesco, ai tempi della seconda guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ah! Quasi dimenticavo … lo scritto riportato in mail dal mio corrispondente è niente di meno che del giornalista Marco Travaglio, un noto liberale e filo-sionista. Di sicuro non un ingenuo credulone. Che faccia parte anche lui del “complotto elitista”, visto ciò che scrive? Come si sa … per tutti i mafiosi la mafia non esiste!</p>
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		<title>Albe dorate, albe tragiche e altri albori</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2014 23:37:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;   Eugenio Orso   Premessa I liberaldemocratici tutti, i sinceri democratici politicamente corretti, i progressisti e i riformisti, le sinistre ormai quasi completamente asservite a neocapitalismo, finanza internazionalizzata ed Eurotower, da tempo agitano lo spettro di un rigurgito nazifascista in Europa, spingendosi con piglio propagandistico ben oltre il pericolo della diffusione di un semplice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
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<h1 class="entry-title">  <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/simboloalbadorata.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4127" title="simboloalbadorata" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/simboloalbadorata-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></h1>
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<h1 class="entry-title">Eugenio Orso</h1>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em>Premessa</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I liberaldemocratici tutti, i sinceri democratici politicamente corretti, i progressisti e i riformisti, le sinistre ormai quasi completamente asservite a neocapitalismo, finanza internazionalizzata ed Eurotower, da tempo agitano lo spettro di un rigurgito nazifascista in Europa, spingendosi con piglio propagandistico ben oltre il pericolo della diffusione di un semplice ”euroscetticismo” e lo spauracchio populista che minaccia, in situazioni di de-emancipazione e d’impoverimento di massa, questa splendida democrazia dell’euro, del mercato, della finanza sovrana e dello strangolamento sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pericolo più insidioso che si sbandiera in Europa, in questa tragica alba d’inizio millennio, è quello del moltiplicarsi e del prevalere delle “albe dorate”. Dopo la Grecia tocca all’Ungheria, con qualche presenza anche in Italia. Un fenomeno raccontato esclusivamente come rigurgito del nazismo, in piena eurozona e nell’unione non monetaria, minacciando, per spaventare le masse, ritorni al demonizzato novecento delle dittature, delle guerre e degli orrori. Si manipola il passato, ci si nasconde dietro riscritture storiche artefatte, si agitano mediaticamente e opportunisticamente gli spettri dell’antisemitismo, dell’omofobia, della violazione dei (falsi) diritti liberaldemocratici e neocapitalistici, per esorcizzare il pericolo di “derive” di massa nel vecchio continente, sotto i morsi della crisi strutturale perenne. Il messaggio è chiaro. T.I.N.A. e Alternativlos, ossia senza alternative praticabili allo status quo ultraliberista, come dissero rispettivamente Thatcher e Merkel, perché l’insorgente pericolo neonazista – quanto e più di quello sovranista, nazionalista e populista – deve essere scongiurato. Soprattutto non c’è alcuna alternativa possibile agli “stati uniti d’Europa”, all’euro, ai mercati, al dominio sopranazionale della global class e alle dinamiche finanziarie. La sinistra neoliberista ha abbandonato definitivamente il terreno della lotta per la giustizia sociale e del confronto di classe, abiurando comunismo, socialismo, laburismo e persino la socialdemocrazia meno spinta. Oggi è in prima fila nel gridare “al lupo, al lupo”, a starnazzare per l’affacciarsi della minaccia neonazista nell’Europa sottomessa all’euro e al mercato sovrano, mentre le condizioni di vita delle masse precipitano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono, ovviamente, più “pacati euroscettici” che in alcun modo si possono definire neonazisti, al più nazionalisti e sovranisti, come ad esempio il Partito indipendentista del Regno Unito di Nigel Farage (United Kingdom Indipendence Party) e il Partito del popolo danese di Pia Kjærsgaard (Dansk Folkeparti). E c’è il temuto Fronte Nazionale di Marine Le Pen (Front National, nato nel lontano 1972 da Ordre Nouveau e ispirato dal vecchio MSI italiano), ben strutturato e organizzato in un paese come la Francia, fondamentale per la tenuta di quel doppio maligno dell’Europa che è l’unione. In relazione al Front National, data la crucialità della Francia nello “scacchiere” europeo e l’importanza che conserva a livello internazionale, sarebbe opportuno fare un discorso mirato, in separata sede. Tanto più che stiamo parlando di una potenza nucleare. Ma la diffusione delle “albe dorate”, per quanto limitata in termini di consensi e di paesi interessati, porge ottimamente il destro e consente di suonare le grancasse della propaganda europoide, neoliberale e neocapitalistica. Soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovo dell’ europarlamento di Bruxelles e Strasburgo, che si terranno nel 2014. Le elezioni europidi sono principalmente un rito elettoralistico, in buona parte una simulazione di partecipazione popolare all’interno dell’eurolager e fumo negli occhi per i popoli detenuti. Il parlamento che ne scaturisce non decide strategicamente i destini del vecchio continente, non essendo la commissione, la bce, gli opachi potentati finanziari internazionali e i centri di potere tedeschi. Questa volta, però, le elezioni europee potranno avere una certa importanza come “termometro” della febbre anti-europoide e anti-unionista a livello popolare. Se le forze sovraniste, nazionaliste e populiste conseguiranno risultati clamorosi – in particolare in un paese fondamentale per la persistenza unionista come la Francia – Lor Signori non potranno più sentirsi tanto al sicuro e dovranno correre ai ripari, per evitare che il loro impianto di potere collassi. Lo faranno seguendo una delle due seguenti strade: 1) Scatenando criminalizzazioni delle “forze ribelli” e repressioni all’interno dei singoli paesi, servendosi dell’ampio spettro di collaborazionisti locali su cui possono contare (politici, giornalisti, accademici, burocrati, giudici, polizie e gendarmerie mercenarie). Questa è la soluzione che mi pare più probabile. 2) Modificando nella sostanza le politiche imposte agli stati succubi e applicate dai collaborazionisti politici. Soluzione che mi pare molto meno probabile, perché il modo storico di produzione che globalizza il mercato, trasforma l’uomo e i rapporti sociali e crea valore finanziario non può che funzionare così. Il nuovo capitalismo del terzo millennio non è emendabile, come lo era il capitalismo del secolo scorso, che ha conosciuto una riforma della portata di quella keynesiana. In tali contesti, e con tali prospettive future, si deve inquadrare il fenomeno “Alba Dorata” e lo spauracchio neonazista agitato dai pubblicisti del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo di fare un po’ di chiarezza in proposito, andando oltre i luoghi comuni della propaganda sistemica e gli allarmi diffusi da giornalisti, politici e intellettuali ascari, in molti casi, se non in tutti, democraticissimi euroservi “di sinistra” senza etica e senza vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/metaxas.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4129" title="metaxas" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/metaxas-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong><em>Chrysí</em><em>̱</em><em> Av</em><em>̱</em><em>g</em><em>í</em><em>̱ (Aurora Dorata): nazionalismo e metaxismo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Alba dorata originaria – Chrysí̱ Av̱gí̱ – è greca che più greca non si può ed esiste in vita non da una manciata d’anni, ma come partito dal 1993, cioè da un ventennio. Anzi, la rivista Chrysí̱ Av̱gí̱ è comparsa nei primi ottanta e il movimento è nato nel 1985, per opera del fondatore Nikólaos Michaloliákos, un ex delle forze speciali dell’esercito greco, attivo in politica fin da giovane. Il suo simbolo è il Meandro, cioè la greca, di color nero in campo rosso, che secondo alcuni assomiglia pericolosamente alla svastica. Echi nazionalisti, sovranisti e metaxisti caratterizzano questa formazione politica. E’ bene, volendo analizzare correttamente il fenomeno delle “albe dorate”, fare riferimento all’originale – il partito greco di  Michaloliákos e Christos Pappas – e considerare due aspetti rilevanti che lo connotano, oltre al supposto neonazismo, peraltro contestato da Alba dorata: il <em>nazionalismo greco</em>, indissolubilmente legato alla storia di quella nazione nel novecento e nell’ottocento, e il <em>metaxismo</em>, che non ha riscontro alcuno in altri paesi europei (né in Ungheria né in Italia). Partiamo dal secondo aspetto, per poi trattare il primo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong><em>metaxismo</em></strong>, sbrigativamente liquidato come “fascismo greco”, fa riferimento alla figura storica di Ioannis Metaxas, generale e uomo politico della Grecia nella prima metà del novecento. Classe 1871, nato nella mitica Itaca di Ulisse, Metaxas ha combattuto contro il tradizionale nemico turco e partecipato con alto grado alle guerre balcaniche del 1912-1913. Contrario all’entrata in guerra nel primo conflitto mondiale, fiero oppositore di Venizelos, fedele al re Costantino I (di origini germaniche) che fu deposto dallo stesso Venizelos nel 1917, il generale Metaxas arrivò al potere grazie a Giorgio di Grecia, figlio di Costantino I, che nel 1935 si riprese il trono. Il suo governo, definito dittatoriale e fascista dai più, promosse misure a vantaggio dei lavoratori e del popolo, come la giornata lavorativa di otto ore e l’istituzione di forme di stato (e assistenzialismo) sociale, per acquisire il favore popolare e contrastare la crescente influenza comunista sulle masse. Una politica filo-popolare, non ostile al mondo del lavoro, e un atteggiamento filo-albionico in politica estera caratterizzarono il governo sicuramente autoritario di Metaxas. Questo personaggio, che non voleva la partecipazione greca al secondo conflitto mondiale, seppe respingere la dissennata invasione italiana della Grecia della fine dell’ottobre 1940, costringendo le truppe italiane a ripiegare in Albania. Criticato, ma anche amato dal popolo per la sua dedizione alla patria e le sue politiche socialmente equilibrate, il generale Metaxas morì alla fine di gennaio del 1941, con la seconda guerra mondiale in pieno corso. Un uomo di governo accusato di essere un dittatore, che aveva preso il potere in una situazione interna difficile, e non avendo molte alternative nel 1936 ha sospeso il parlamento e abrogato norme costituzionali. Un generale accusato di filo-fascismo che ha efficacemente difeso il suo paese dall’invasore italiano e fascista. Di lui possiamo dire, pur non essendo specialisti in storia della Grecia moderna, che fu contrario alla partecipazione ai due conflitti mondiali novecenteschi, che fu fedele al suo paese (e al re), che applicò politiche economiche e sociali favorevoli ai lavoratori, ai contadini, al popolo, alle classi dominate. Un duro militare, un ottimo comandante in grado di respingere l’attacco di Mussolini, sicuramente autoritario, ma non certo un mostro, un massacratore sociale ed effettivo, o un traditore del suo paese al servizio dei poteri esterni come lo sono stati, in questi anni, George Papandreou (l’”americano” da parte di madre, terza generazione di una celebre dinastia politica, dimissionato come Berlusconi), Lucas Papademos (il non eletto, ex vice presidente bce voluto dalla troika, simile al Monti commissario europide) e l’ultimo in ordine di apparizione, Antonis Samaras (il gestore del disastro finale, quello delle “larghe intese” con i resti del Pasok e con il Dimar moderatamente sinistrorso, uno che per noi italiani può corrispondere benissimo a Enrico Letta). Persino scontato il fatto che si possano apprezzare le politiche economiche e sociali di Metaxas – soprattutto in rapporto a quelle imposte alla Grecia di oggi dal fmi e dall’unione europoide, con la complicità dei collaborazionisti locali – e il suo secco no, Okhi, all’ultimatum di Mussolini del 1940.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio un’ora di libertà che un quarantennio di schiavitù e prigionia. I versi di Rigas Velenstinlis ben riassumono la lotta per l’indipendenza dal giogo ottomano e lo spirito del <strong><em>nazionalismo greco</em></strong>. Una lotta iniziata nel diciottesimo secolo, con la rivolta della Morea, e conclusasi formalmente il secolo successivo, nel 1832. Il patriottismo e il nazionalismo greci si sono diffusi, a partire dal mille e settecento secolo dei lumi e di grandi cambiamenti culturali, fra i fuoriusciti e gli esuli in Europa, gettando le basi per la lotta contro l’oppressore ottomano, al potere fin dal 1453, e per un vero e proprio “risorgimento greco”. A questo proposito, si ricorda il ruolo e il peso di una società segreta come la Filikí Etería, costituita a Odessa nel 1814, dal 1820 guidata da un protagonista della riscossa patriottica greca come <a title="Alessandro Ypsilánti" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Ypsil%C3%A1nti"><span style="color: #000000;">Alessandro Ypsilánti</span></a>. Questa società di amici, che adottò come simbolo un anello, fu preceduta da una società di mutuo soccorso costituita a Parigi. Fra i fondatori di Filikí Etería, si ricordano Athanásios Tsákalov ed Emmanuel Xánthos, che si impegnarono per l’indipendenza e la solidarietà fra i greci. In questo fiorire di associazioni patriottiche e culturali – la citata Filikí Etería non fu certo l’unica e la sola – ci fu anche lo “zampino” della massoneria, ma è proprio dagli ambienti degli esuli e degli emigrati nel resto d’Europa, che è arrivata una spinta decisiva per la guerra d’indipendenza contro l’impero ottomano. Altrettanto importanti furono le influenze esterne, come quella della Rivoluzione francese. La guerra d’indipendenza vera e propria iniziò nel 1821, dalla Patrasso dell’arcivescovo ortodosso Germanos all’Epiro, per opera di Alì Pascià. I turchi riuscirono a venire a capo della situazione con le armi, e molta impressione fece, nel resto d’Europa, il massacro della popolazione a Chio, nel 1822., tanto che giunsero volontari, più o meno illustri, a combattere dalla parte dei greci, come il poeta Lord Byron dall’Inghilterra e l’italiano Santorre di Santarosa. La causa greca ebbe molto sostegno all’estero e suscitò simpatia all’interno delle potenze europee di allora, e furono proprio la Russia, la Francia e la Gran Bretagna a risolvere – avendo, però, sempre presenti i loro interessi geostrategici di potenze imperiali – sconfiggendo la flotta ottomana a Navarino e occupando l’insanguinata Morea. In seguito, ci furono il trattato di Adrianopoli del 1829, che poneva la Grecia sotto il protettorato delle potenze vincitrici, e l’indipendenza successivamente sancita a Londra nel 1830. L’indipendenza non riguardò tutta la Grecia, perché alcune parti europee rimasero in mani ottomane, e sicuramente non i greci stanziati in Asia minore, ma si costituì con grande tributo di sangue un vero e proprio stato greco, che esiste ancor oggi. Le potenze vincitrici in qualche modo imposero ai greci la monarchia e affidarono il trono a un tedesco, nel 1832, Ottone, principe ereditario di Baviera. E’ chiaro che secoli di dominazione ottomana, sanguinosa e umiliante, nonché una lunga guerra per l’indipendenza, con grande tributo di sangue da parte della popolazione, restano nella “memoria storica” di un intero popolo – non solo delle sue “classi dirigenti” – continuando a influenzarlo nei decenni. Così è nel caso dell’”epopea” del popolo greco, alle origini della Grecia moderna. Lo spirito nazionale – troppo spesso confuso con un becero e interessato nazionalismo o con una vera e propria ideologia nazionalista – non è un fatto negativo, tanto più che lo spirito nazionale, nel novecento, animò non soltanto le destre, ma anche i comunisti greci, nelle loro lotte per il socialismo contro regimi oppressivi e contro gli assetti capitalistici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Chrysí</em><em>̱</em><em> Av</em><em>̱</em><em>g</em><em>í</em><em>̱ (Aurora Dorata): razzismo, omofobia, antisemitismo e neonazismo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il breve résumée storico che precede, articolato su due punti, lascia intendere che se veramente fossero soltanto il metaxismo e il nazionalismo greco a ispirare la politica e i comportamenti di Alba Dorata, non si potrebbe in alcun modo parlare di neonazismo, nonché di razzismo (biologico), omofobia e antisemitismo. Nella realtà, la Lega Popolare–Alba Dorata di Michaloliákos, attiva come movimento fin dagli anni ottanta e come partito dai novanta, presenta lineamenti e comportamenti ambigui, tali da porgere il destro ai pubblicisti della liberaldemocrazia, del libero mercato e dell’”Europa” monetaria e finanziaria che demonizzano chiunque osi porsi con un piede (o con tutti e due) fuori dal sistema. <em>L’ostilità nei confronti degli immigrati</em> di qualsiasi provenienza è valsa l’accusa di razzismo, <em>il duro comportamento nei confronti degli omosessuali</em> vale l’accusa di omofobia, <em>l’ostilità nei confronti degli ebrei</em> suscita l’accusa infamante di antisemitismo, <em>i riferimenti, più o meno espliciti, a Hitler e al nazionalsocialismo delle origini</em> alimentano i sospetti di neonazismo. Sono tutte cose vere, che poco hanno a che vedere con lo spirito nazionale greco e il metaxismo, ma che si possono convenientemente spiegare all’interno delle logiche manipolative e di dominio neocapitalistiche, nonché alla luce della costruzione unionista europoide, nella gabbia dell’eurozona.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’ostilità nei confronti degli immigrati</em></strong> non riguarda soltanto formazioni come Alba Dorata, non è limitata a quella che si definisce “estrema destra”, spesso aggiungendo xenofoba, ma è più in generale un riflesso del neocapitalismo, che fomenta la competizione, o vere e proprie guerre fra poveri (cioè fra neoplebi) per dominare incontrastato. Del resto, quella che possiamo chiamare a pieno titolo “società aperta di mercato” richiede la distruzione degli aspetti culturali tradizionali e specifici, una fraintesa multietnicità e soprattutto flussi di nuova manodopera a costo sempre più basso. Consideriamo, ad esempio, il caso danese, paese ancora ricco, non in situazioni di crisi (e subalternità all’unione europoide e alla bce) come l’Europa mediterranea. Anche in Danimarca, a causa delle dinamiche neocapitalistiche e globaliste, la questione dell’immigrazione è da anni molto sentita, creando allarme fra gli autoctoni. Il DF, Partito del popolo danese che ha fatto della lotta all’immigrazione la sua bandiera politica, appoggiando dall’esterno esecutivi di coalizione fra liberali e conservatori (esempio non italico di “larghe intese”), è riuscito a far passare misure restrittive a riguardo dell’immigrazione e degli immigrati. Il successo del DF (Dansk Folkeparti) è in buona parte ascrivibile alla lotta contro l’immigrazione e all’attenzione per l’identità culturale del popolo danese, ma non solo, perché questo partito, oltre che islamofobo, è “euroscettico”, favorevole al mantenimento dello stato sociale e … filo-israeliano. La fobia nei confronti degli immigrati non è prerogativa di formazioni violente e più o meno esplicitamente neonaziste, ma riguarda, oltre al citato DF danese, anche la Lega Nord in Italia, per anni partito di governo del tutto interno al sistema, con tanto di ministri e sottosegretari. Si tratta di una reazione generale dei popoli europei – per quanto scomposta, a volte violenta e ingiusta nei confronti degli immigrati – contro l’imposizione di una fraintesa multietnicità e della società aperta che fa il paio con il neocapitalismo finanziarizzato. E nello stesso tempo si connota sempre più spesso come una guerra fra poveri, messi in competizione da un modo storico di produzione – il nuovo capitalismo finanziarizzato – che ri-plebeizza le popolazioni europee attraverso lo strumento di dominazione unionista dell’euro e sfrutta forza-lavoro di altra provenienza, con poche pretese e a basso costo, suscitando e alimentando i flussi migratori, non di rado gestiti da organizzazioni schiaviste e criminali. Da un lato, ci si procura forza lavoro che non chiede particolari tutele, disposta a lavorare in condizioni inaccettabili per gli autoctoni, dall’altro si agisce sul potere d’acquisto e sulle paghe nominali degli europei, riducendole. E’ chiaro che la situazione può diventare esplosiva in presenza di tassi di disoccupazione alti o altissimi. Le paghe, in Grecia, si sono dimezzate dall’inizio della crisi suscitata dalla troika, dai mercati finanziari e dalla germania (volutamente in minuscolo), e il potere d’acquisto di salari e stipendi è in discesa, da anni, anche in Italia, mentre la disoccupazione è oltre il 25% in Spagna, dove le paghe si sono notevolmente abbassate, nonostante le menzogne dell’euroservo politico locale Mariano Rajoy e la finta ripresa. Persino in Germania c’è stata perdita di potere d’acquisto e riduzione delle paghe con i mini-job. L’ostilità nei confronti degli immigrati e il razzismo non sono prerogative di Alba Dorata e di formazioni simili nel resto d’Europa, ma sono altrettanti effetti della dominazione finanziaria e neocapitalistica, dentro e fuori dell’eurozona. Anche a questo servono la costruzione unionista europoide e l’euro. E’ certo, però, che devastare le misere bancarelle degli immigrati nei pressi del sagrato di una chiesa (per commercio illegale!), come hanno fatto esponenti di Alba Dorata nel 2012, non è un’azione coraggiosa, non ha niente a che vedere con una difesa efficace dei diritti del popolo greco e della sovranità nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il duro comportamento nei confronti degli omosessuali</em></strong> non è prerogativa di Alba Dorata e dei presunti neonazisti. Ci sono governi che si oppongo esplicitamente ai cosiddetti “diritti delle minoranze”, sponsorizzati al nuovo capitalismo e dal suo doppio politico, cioè la democrazia liberale di matrice anglo-americana. Pensiamo al governo russo e a Putin, che tentano un’estrema difesa delle specificità culturali dei russi e della famiglia tradizionale. Persino in Francia c’è stata una robusta e diffusa protesta popolare contro l’introduzione delle nozze gay da parte del governo socialista ed euroservo dello screditatissimo Hollande. Per dovere di chiarezza, preciso che personalmente non nutro sentimenti di netta ostilità nei confronti dei “sessualmente diversi”, ma non posso nascondere un po’ di insopprimibile fastidio “omofobico”. Tuttavia, non me la sento di condannare senza appello il governo russo e Putin, o i manifestanti francesi contrari a questo “diritto della minoranza”, poiché, secondo le mie personali chiavi di lettura della realtà sociale e politica, la questione omosessuale è sfruttata propagandisticamente dai pubblicisti del capitalismo finanziarizzato e della democrazia liberale per conseguire, a danno dei popoli e delle classi dominate, due risultati rilevanti. La distrazione di massa dai problemi economici che attanagliano tutti, eterosessuali e omosessuali, e la progressiva distruzione della famiglia tradizionale, che costituisce un ostacolo per una società completamente “aperta al mercato”, individualizzata all’estremo e immemore delle tradizioni. Il modello di “società aperta di mercato”, che si sposa con il modo di produzione sociale neocapitalistico, per affermarsi richiede la dissoluzione dei precedenti vincoli di classe, di comunità e anche il ridimensionamento del ruolo della famiglia costituita da un uomo, una donna e dai figli. Infatti, la famiglia è l’unità essenziale delle società umane, ma rappresenta un ostacolo sulla via della piena individualizzazione neocapitalistica e neoliberale dell’uomo. La grottesca caricatura di famiglia proposta dai “difensori dei diritti delle minoranze”, con riferimento ai cosiddetti matrimoni gay e alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali, contribuisce quantomeno a ridimensionare il ruolo della famiglia tradizionale, a beneficio della trasformazione della struttura sociale nel senso voluto dalle élite finanziarie dominanti. Ciò vale in linea di massima sia in Europa, dall’eurozona alla Federazione Russa, sia altrove nel mondo. Le associazioni di gay e lesbiche, inoltre, apparentemente favorite dall’imposizione di norme che esaltano i diritti delle minoranze a scapito della maggioranza, non di rado “ci marciano”, rivelando una certa dose di cinismo e di opportunismo. E trasformando i cosiddetti gay pride in manifestazioni pagliaccesche, carnevalesche quando non oscene, e persino provocatorie. E’ chiaro che in una situazione sociale tesa, di generale immiserimento e de-emancipazione di massa, che tende pericolosamente a precipitare da un momento all’altro, gli omosessuali – quanto gli immigrati – possono diventare l’obbiettivo di vigorose reazioni di segno contrario, come quella rappresentata da Alba Dorata. E questo indipendentemente dalla maggior o minor crudezza delle azioni “omofobiche”, anche nel caso in cui la cosiddetta omofobia si limita alla distribuzione di volantini contro il gay pride, come ha fatto la formazione politica greca in occasione del gay pride di Atene del 2005. Per quanto mi riguarda, è proprio la strumentalizzazione della questione omosessuale, operata dai pubblicisti del mercato, dai diffusori del “politicamente corretto” e dai servitori politici del nuovo capitalismo, a generare in qualche misura reazioni, anche violente, di segno contrario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’ostilità nei confronti degli ebrei</em></strong>, non sempre limitata a una critica al movimento sionista e alle politiche dei governi israeliani in Palestina, è storia vecchia. Spesso è un’eco del passato, perché in vaste aree d’Europa la presenza ebraica è ormai del tutto marginale e, quindi, si tratta di un antisemitismo senza ebrei. Ancor oggi, nella difesa dell’integrità territoriale, culturale e nazionale – argomento al quale sono molto sensibili i gruppi detti di destra o di estrema destra – si individuano come nemici principali le “lobby sioniste” e “l’onnipotenza ebraica”. Ciò accade anche in Grecia, naturalmente, e la questione investe, oltre che formazioni politiche come Alba Dorata, addirittura alcuni membri del clero ortodosso, che dal pulpito attaccano ebrei e sionismo. Tuttavia c’è da credere che nel caso di Alba Dorata l’antisemitismo e il negazionismo siano marginali e strumentali, utili, in campagna elettorale, a far parlare del partito, dentro e fuori il paese, e ad attrarre qualche voto in più. Per quanto mi riguarda, l’olocausto ebraico per mano dei nazisti tedeschi (e dei tedeschi in generale, complici come popolo) è diventato una vera e propria “religione olocaustica” – esattamente come ha scritto Costanzo Preve in Elementi di Politicamente Corretto – usato strumentalmente per eternare i sensi di colpa e la subalternità europea nei confronti dell’oltre oceano, e destinato, in quanto religione, addirittura a sostituire il cristianesimo e lo stesso ebraismo. Antisemita diventa, perciò, anche chi si permette semplicemente di criticare le politiche adottate dai governi d’Israele nei confronti dei palestinesi, o le azioni e gli scopi del movimento sionista, senza che gli passi neppure per la mente di inneggiare all’espulsione o allo sterminio degli ebrei in quanto tali, o di negare la veridicità storica dell’olocausto. Una corrente antisemita, in Grecia, si sviluppò fra le due guerre mondiali, sia pur in forme meno violente ed estreme rispetto a ciò che accadde in Germania, in Ungheria e in Romania. Persino a Salonicco – che per molto tempo, dal mille e cinquecento ai primi del novecento, fu città europea sotto dominazione ottomana a maggioranza ebraico-sefardita e poi, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, al 40% – non vi furono gli eccessi antisemiti che funestarono l’Europa centrale (pogrom del 1931 con incendio di un quartiere ebraico a parte). Tanto più che l’ascesa al potere di Metaxas, nel ’36, interruppe le violenze antisemite. Alcuni ebrei greci e di Salonicco, scampati ai campi di sterminio tedesco-nazisti, combatterono con i partigiani comunisti dell’Elas e poi parteciparono alla guerra civile greca (1946-1949) dalla parte dei comunisti, mentre altri combatterono nella guerra civile fra le file dei governativi. In conclusione, l’antisemitismo non è propriamente greco. In Grecia ha rappresentato un fenomeno meno vistoso e meno drammatico rispetto ad altri paesi europei, e lo sterminio degli ebrei greci nei primi anni quaranta è notoriamente opera dei tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/images.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4130" title="images" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/images.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a><strong><em>I riferimenti, più o meno espliciti, a Hitler e al nazionalsocialismo</em></strong>, secondo alcuni, sono riflessi dallo stesso simbolo del partito, un pezzo di antico Meandro greco, scelto opportunamente, a imitazione della svastica, e rappresentato in campo rosso. L’uso della croce celtica, che ha connotato nel dopoguerra vari movimenti di estrema destra in Europa è anche cosa vera. A questo si aggiungono le cose scritte sulla rivista alle origini del movimento (e poi del partito) Chrysí̱ Av̱gí̱ e le dichiarazioni recenti e passate di esponenti della formazione, a partire dal “socio” fondatore Nikólaos Michaloliákos. A ciò si aggiungono, inoltre, l’atteggiamento negazionista in relazione all’olocausto ebraico e la difesa dei collaborazionisti greci, al servizio dell’asse nella seconda guerra mondiale, gli Euzoni di Ioannis Rallis. In un’intervista alla rivista geopolitica Limes del dicembre dello scorso anno, il giornalista greco Dimitri Deliolanes, che ha scritto addirittura un libro sulla presunta minaccia della “Grecia nazista” nei confronti dell’Europa, sostiene che Alba Dorata è il partito dei seguaci di Hitler, parla di adesione totale al nazismo, poiché <em>“non c’è aspetto che venga tralasciato: l’antisemitismo, le teorie razziali, l’elemento esoterico riportato addirittura nel nome, che richiama Golden Down</em>.” Sostiene Deliolanes, in tal caso giustamente, che il nazionalismo greco non ha nulla a che vedere con la teoria del sangue e della razza alla quale sembra aver aderito Alba Dorata, prevalendo gli aspetti culturali. Delionanes, nonostante l’evidente sopravvalutazione del fenomeno Alba Dorata, giunta finora ad un picco nazionale di appena il 7% dei voti, risponde in modo abbastanza sensato all’intervistatore, quando afferma quanto segue: <em>“</em><em>L’Ue ha applicato in Grecia </em><span style="color: #000000;"><a href="http://temi.repubblica.it/limes/contro-larroganza-della-germania/38345" target="_blank"><span style="color: #000000;">una politica fallimentare</span></a></span><em>, mentre la classe dirigente nazionale pur di nascondere le proprie responsabilità nella crisi non ha fatto altro che accettare passivamente le ricette di Bruxelles. Il risultato è stato che agli occhi dell’opinione pubblica greca sia l’Unione Europea sia la classe politica nazionale sono apparsi totalmente delegittimati e le istanze di critica della democrazia provenienti da formazioni di estrema destra come Alba Dorata [Ad] hanno guadagnato consensi.”</em> Non dice, però, che trattandosi dell’insorgenza di una questione sociale gravissima, addirittura epocale, si può addirittura apprezzare uno come Hitler (al quale Michaloliákos fa l’occhiolino) per le sue politiche economiche e sociali, a fronte di politiche euroglobaliste e finanziarie di rapina, particolarmente distruttive per i paesi e i popoli soggetti. Politiche dei poteri esterni supportate e applicate da classi dirigenti collaborazioniste della troika, in condizioni di cessione integrale della sovranità dello stato. A dire il vero, secondo alcuni è stato proprio un folle e sanguinario dittatore come Adolf Hitler il più grande keynesiano della storia. Con altre parole, uno che ha concretamente applicato nel suo paese, sia pur per la sola “razza ariana” e nell’imminenza di una guerra di conquista dell’Europa, misure economiche rivolte a massimizzare l’occupazione, gli investimenti e a espandere la domanda aggregata, con l’intervento di uno stato sovrano in grado di imbrigliare il mercato. Questo è il punto. Per chi è soggetto alla strage sociale neoliberista ed europoide, per chi concretamente rischia fame, disperazione e morte, data la situazione di emergenza in cui si trova, anche un neonazismo dalle forti connotazioni sociali, stataliste e dirigiste – che promette di assicurare pane, stabilità nel lavoro e reddito – può essere migliore di questo capitalismo, democratico, politicamente corretto, (euro)globale, inevitabilmente e volutamente stragista, per le sue dinamiche finanziario-elitiste di sfruttamento integrale. L’unione europoide promette soltanto riduzione forzata del debito, stabilità insensata dei conti pubblici, difesa strenua della moneta unica in mani private e delle entità bancarie, altrettanto private. Sovranità nazionale politica e monetaria, diritto al lavoro e attenzione per la socialità sono antitetici rispetto al “progetto europeo” in atto, di matrice squisitamente neocapitalistica e neoliberale. Un progetto pensato, elaborato e applicato contro i popoli europei, che ha avuto come primo banco di prova e come prima cavia proprio la Grecia. Nessuno stupore, quindi, in una situazione emergenziale come quella greca – creata dalla dominazione neocapitalistica e dall’unionismo europide, che è una sua struttura sopranazionale di potere – se nelle elezioni politiche del giugno 2012 Chrysí̱ Av̱gí̱ è arrivata a un (comunque modesto) 7% dei voti, con 18 seggi in parlamento. Nonostante i forti sospetti di neonazismo e i media avversi. Quando ti mettono le tasse sulla casa nella bolletta dell’energia elettrica, così se non le paghi, perché non hai più reddito sufficiente, ti tagliano anche la luce, com’è accaduto in Grecia, capisci che è l’impianto europide e neoliberista di potere, supportato dai collaborazionisti locali (pasok, nuova democrazia, persino l’ inutilissima syriza che trattiene la vera protesta), il tuo vero nemico, la vera minaccia per la tua stessa sopravvivenza. Parimenti, quando sei costretto a portare cibo e medicinali a un parente ricoverato, per la sottrazione di risorse alla sanità pubblica, cominci a riflettere seriamente e, messo con le spalle al muro, puoi giungere a quelle conclusioni. Persino un dissennato tentativo di riedizione del nazismo, montando la disperazione sociale, può rappresentare un’alternativa migliore, una via di fuga praticabile. Se il nazismo, quello originale e tedesco, ha significato storicamente violenza e guerra, il neocapitalismo finanziario, democratico, liberale e da noi europide, significa, già oggi, ma soprattutto in prospettiva futura, ancor più violenza e ancor più guerra, sociale e tradizionale. Un male in prospettiva peggiore del vecchio “male assoluto” europeo, incarnato dal nazismo storicamente esistito. In conclusione, mi sento di fare una semplice considerazione sul neonazismo, che non vale esclusivamente in Grecia, ma per tutta l’Europa sotto il giogo unionista. Si tratta principalmente di un effetto della situazione sociale e politica innescata nell’eurozona dai trattati, delle prassi mercatiste antipopolari e della moneta unionista. Più precipita la situazione e più il fenomeno neonazista trova terreno fertile. Il rigetto, da parte delle popolazioni vessate, del “progetto europeo”, del capitalismo rigorista finanziario, che sfrutta il ricatto del debito e della moneta, ed anche della stessa democrazia liberale, ancella politica neocapitalista (meglio sarebbe scrivere prostituta), può assumere forme discutibili in assenza di vere alternative politiche, integrali, chiare e strutturate. Ma nella sostanza il rigetto della falsa Europa unionista e della sua democrazia, qualunque direzione si segua, è perfettamente spiegabile, condivisibile e addirittura “fisiologico”. Astraendo dalla disgustosa propaganda sistemica, europoide e neoliberale, che lo strumentalizza per i suoi scopi, osserviamo che il neonazismo è parte del nuovo male assoluto neocapitalistico e non può rappresentare una vera cura, ma semplicemente un effetto del grande male dell’epoca. Ciò che vale per Chrysí̱ Av̱gí̱ accusata di neonazismo vale, più in generale, per le tutte le “albe dorate” e i partiti o i movimenti con caratteristiche simili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Albe dorate e altri albori nell’alba tragica europea</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’allarme intorno al ricomparire di partiti e movimenti che si ispirano al nazismo mobilita tutte le forze “politicamente corrette” e più o meno esplicitamente europoidi. Benché formazioni politiche con questa ispirazione esistono da decenni, oggi, in situazioni di crescente tensione sociale e di possibile rivolta all’interno dei paesi oppressi, danno particolarmente fastidio “al manovratore” sopranazionale. Il motivo è semplice da comprendere e poco ha a che vedere con fantomatici principi democratici e di libertà, sbandierati propagandisticamente. Latitando forze cosiddette di sinistra che tentano una difesa degli interessi delle classi dominate contro la tirannia unionista – tutte “comprate” e ascare, quando non neutralizzate o estinte – sovranisti, nazionalisti, “euroscettici”, populisti e persino i cosiddetti neonazisti possono sperare di raccogliere a piene mani il consenso popolare, dando voce al disagio profondo nella società, colmando il deficit di rappresentanza politica  e aumentando la loro forza e la loro influenza. L’avvio di una fase che io definisco protorivoluzionaria (per distinguerla dalla vera Rivoluzione) potrebbe essere vicino, nel vecchio continente. Piuttosto che morire di euro, mercati globalizzati e debito pubblico (e di democrazia, prostituta neocapitalistica) i popoli potrebbero decidere di “lavorare con la legna che c’è in cantiere”, appoggiando queste forze politiche emergenti. Fra queste, non andando troppo per il sottile, anche le “albe dorate”.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo l’attivista e libertario Yorgo Mitralias, Alba Dorata (da lui definita “peste nera”) non è solo un fenomeno greco, perché <em>“L’esplosione della destra neofascista in Grecia, somiglia a quelle degli anni Trenta, durante una crisi economica e sociale simile a quella attuale.”</em> C’è ovviamente una parte di verità in queste parole e come specifica lo stesso Mitralias la crisi e le tragedie sociali che la accompagnano non sono specificamente greche. Quelli “di sinistra”, però, demonizzano e creano il mostro lasciando volutamente in ombra i due punti essenziali della questione: 1) Il fenomeno in questione è un effetto, politico e sociale, di questo capitalismo globalizzato, che fra i suoi strumenti di dominio e di esproprio di diritti e risorse annovera le “istituzioni europee” unioniste, la bce, la commissione e la moneta unica. Si tende, ipocritamente, a scambiare la causa con l’effetto, oppure a far apparire il fenomeno in questione originario, o comunque peggiore del male che l’ha generato (cioè il neocapitalismo finanziarizzato). 2) Le gravi responsabilità e le colpe della sinistra europea, totalmente subalterna al neocapitalismo, fagocitata negli impianti di dominio e potere della democrazia liberale e collaborazionista delle eurocrazie che hanno creato l’eurolager. Disposta a sostenere governi di tecnocrati non eletti che applicano i programmi della bce, della commissione e del fmi (Papademos e Monti). Ciò vale per il ridimensionato pasok greco come per il vergognoso pd italiano. Si scrive, per esorcizzare Alba Dorata e forse per mondarsi l’anima, un Manifesto Antifascista Europeo e si manifestano intenzioni “movimentiste” per combattere il piccolo mostro neonazista, prima ancora delle eurocrazie assassine che ci tengono in pugno. C’è la paura, nei “sinistri” che fanno da ruota di scorta al progetto europoide contribuendo alle sofferenze sociali, di essere addirittura “scavalcati a sinistra”, in termini di credibilità e consensi, da forze che interpretano, seppur in modo insufficiente, parziale e talora distorto, i reali bisogni dei popoli europei. Non obbedendo, come fanno i “sinistri” più o meno scopertamente, alla voce del padrone europoide e globalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Per demonizzare, screditare ed esorcizzare le predette forze, agitando gli spettri del fascismo e del nazismo novecenteschi, si scrivono libri “di analisi” come il recente Estrema destra del “sinistro” Guido Caldiron, a colloquio sul tema con Giacomo Russo Spena per la rivista italiana radical-chic e politicamente corretta (anche online) MicroMega. Rispondendo a Russo Spena, in merito ai contenuti del suo libro presentato come attenta mappatura dei nuovi fascisti in occidente, Caldiron afferma quanto segue: <em>“Nel corso dell’ultimo decennio – data simbolo di partenza è l’11 settembre – si è assistito allo sviluppo di potenti movimenti populisti di destra che prendendo completamente le distanze dal repertorio neofascista o neonazista hanno saputo costruire un vocabolario politico dell’intolleranza e del pregiudizio che è stato accettato dalla società: il nuovo razzismo, che si traveste da difesa della democrazia dalla “minaccia” islamica, da protezione del welfare per gli autoctoni contro “i costi” dell’immigrazione o, come si è visto di recente in Francia, da baluardo della famiglia tradizionale contro i diritti di gay e lesbiche, ha imposto così nei fatti una vera e propria normalizzazione di idee che in realtà si basano sull’odio e il disprezzo dell’”altro”. All’ombra di questo fenomeno di massa, rispuntano poi anche i gruppi apertamente neofascisti o neonazisti.”</em> La protezione del welfare e la difesa della famiglia tradizionale si baserebbero, inevitabilmente, sull’odio e sul disprezzo dell’”altro”. Non costituirebbero in primo luogo emergenze sentite dalle popolazioni e suscitate dal neocapitalismo delle eurocrazie. Secondo Caldiron, chi difende lo stato sociale (e l’equità sociale), nonché le identità culturali e la famiglia o è un tristo “populista di destra”, oppure fa parte di gruppi apertamente neofascisti o neonazisti. Le accuse a questi partiti e movimenti (nelle varie realtà nazionali abbastanza eterogenei) nascondono abilmente l’avallo a politiche neoliberiste – come quelle europoidi – che vanno oggettivamente contro lo stato sociale, le tradizioni dei popoli e la famiglia. Infatti, le sinistre presenti nei parlamenti liberaldemocratici d’Europa si guardano bene dal difendere strenuamente il welfare, con moti di piazza, se necessario, e di contraddire apertamente la cosiddetta troika. In Italia il pd, che ha in mano il governo e le istituzioni per conto dei poteri esterni, si erge da tempo a “diga” contro il populismo (leggasi contro i concreti interessi popolari), si presenta come difensore della democrazia e lavora propagandisticamente per i “diritti delle minoranze”, da contrapporre subdolamente a quelli della maggioranza che si sostanziano in pane e lavoro. Lo stesso fa il truffaldino e “sinistro” sel, ricompensato dopo le ultime elezioni per il rinnovo del parlamento con la presidenza della camera. La linea politica è sempre quella, unica e senza alternative. Dettata dallo stesso padrone sopranazionale che semina disoccupazione, deindustrializzazione e miseria nel paese. Il “progetto europeo”, davanti al quale le sinistre oggettivamente si prostrano, prevede la trasformazione delle società in “società aperta di mercato”, con tutte le implicazioni culturali, sociali ed economiche del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando alla questione della diffusione delle “albe dorate” in Europa, si può citare ancora una volta l’”attivista” Yorgo Mitralias, che ha scritto: <em>“Non soltanto Alba Dorata viene emulata in particolar modo in Europa Centrale e dell’Est (Ungheria, Romania, Bulgaria, Serbia, Russia…), ma si assiste anche alla banalizzazione galoppante del razzismo più violento, dell’antisemitismo, dell’islamofobia, dell’odio pogromista contro gli immigrati, i diversi.”</em> Nonostante questo, notiamo che mentre la crisi strutturale neocapitalistica, che si accanisce sull’Europa, continua a mietere vittime, a falciare posti di lavoro, a ridurre i redditi popolari, la diffusione del modello Alba Dorata sembra ancora piuttosto modesta. Nell’Ungheria di Viktor Orban e della Fidesz che rifiuta la troika e la superiorità della germania, fuori dall’eurozona, ma dentro l’unione, da una costola dello Jobbik alla fine del 2013 è nata Magyar Hajnal, formazione politica che ha qualche similitudine con quella greca, ma senza legami diretti con i greci. Il capo è un ex dello Jobbik, tale Andras Kisgergely, che contesta con forza il moderatismo del partito che l’ha espulso. Il programma della nuova formazione ungherese è decisamente nazionalista, anti-zingaro (gli zingari sono piuttosto numerosi da quelle parti), anti-unionista e volto a chiedere la revisione del trattato di Trianon, che dopo la prima guerra mondiale tolse molti territori alla sconfitta Ungheria. A dimostrazione che non si può parlare di un “blocco nero” coeso, i rapporti fra lo Jobbik e il nuovo raggruppamento Magyar Hajnal sembrano piuttosto tesi, tanto che per lo Jobbik questo partito è guidato da “persone disturbate”. Le fortune di Magyar Hajnal, in termini di consensi fra gli ungheresi, sono ancora tutte da verificare. Anche da noi c’è Alba Dorata Italia, pur minuscola. Anzi, sembra che ce ne sia più di una, perché esiste Alba Dorata Europa, che ha nel suo programma la sanità pubblica gratuita per tutti gli italiani e pensioni non inferiori ai mille euro mensili, accanto all’eliminazione servizio pubblico negli stadi(!) e all’inviolabilità delle cosiddette forze dell’ordine(!!). Poca cosa, in effetti, tanto che Alba Dorata Italia ai primi di gennaio, nella persona del segretario nazionale Bruno Berardi ha dichiarato di voler sciogliersi ed entrare in Fiamma Tricolore, in vita da un ventennio quale tentativo (fallito) di “rifondazione” del vecchio MSI. Come si nota, non è molto, anche se la propaganda filo-europoide e filo-globalista ci ricama sopra. Un buon pretesto e un ottimo spauracchio, quello del neonazismo, per oscurare ancor di più la questione sociale e le responsabilità politiche che ne stanno alla base.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Eugenio Orso, saggio scritto fra il 10 e il 19 gennaio 2014</em></strong></p>
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		<title>Job Act: Renzi prepara l’attacco finale al lavoro</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jan 2014 16:05:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Eugenio Orso  I suoi padroni gongoleranno. I crucchi che contemplano esclusivamente il loro interesse – altro che Europa dei popoli! – gli diranno “Wunderbar, kleine italienische”, ossia meraviglioso, piccolo italiano! Sottinteso servo italiano. Insomma, le oligarchie tutte, del denaro, della finanza e dell’eurozona plaudiranno. Chi? Ma naturalmente lui, il pericoloso buffone emergente della sub-politica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<header class="entry-header">
<p class="entry-title" style="text-align: right;">di <strong>Eugenio Orso</strong></p>
<div class="entry-meta"><span class="sep"> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/Renzi_connections_p.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-4111" title="Renzi_connections_p" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/Renzi_connections_p-300x199.png" alt="" width="300" height="199" /></a></span>I suoi padroni gongoleranno. I crucchi che contemplano esclusivamente il loro interesse – altro che Europa dei popoli! – gli diranno “Wunderbar, kleine italienische”, ossia meraviglioso, piccolo italiano! Sottinteso servo italiano. Insomma, le oligarchie tutte, del denaro, della finanza e dell’eurozona plaudiranno. Chi? Ma naturalmente lui, il pericoloso buffone emergente della sub-politica nazionale, all’anagrafe Matteo Renzi, esternante durante l’inaugurazione, nella “sua” Firenze, di Pitti immagine Uomo.</div>
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<p style="text-align: justify;">Per ora c’è solo l’annuncio trionfale di Renzi, ma a giorni seguirà lo Job Act, chiamato così in (neo)lingua esotica, per sottolineare meglio la totale subalternità italiana all’occidente neocapitalistico e il liberal-liberismo che anima la marionetta Renzi. Sembra che questo obbrobrio, sicuramente pensato contro il lavoro stabile e ancora tutelato – con la scusa di creare occupazione per chi non l’ha e di estendere le garanzie ai precari – sarà articolato su tre semplici punti e non avrà come “cuore” la riforma dell’articolo 18 (dello statuto dei lavoratori del 1970). Ostacolo “ideologico” quest’ultimo, secondo Matteo, alle necessarie riforme del mercato del lavoro (e contro i lavoratori) che non si fermeranno nel dopo Monti e Fornero.</p>
<p style="text-align: justify;">Come d’abitudine, esternando all’inaugurazione fiorentina di Pitti, il sindaco di Firenze/segretario del pd non ha detto nulla di veramente concreto, entrando a corpo morto nel dettaglio tecnico (forse per non sciupare la sorpresa?), ma si è riempito la bocca di slogan, banalità, di frasi fatte, di dichiarazioni generiche e inconsistenti sul piano pratico. Alcuni esempi? Contrastare il costo della burocrazia per evitare le delocalizzazioni industriali, in Austria e altrove (sopprimendo posti di lavoro nel pubblico e mantenendo alto il tasso di disoccupazione?). Cominciare dal Made in Italy che è una scontata parola d’ordine (ma esisterà ancora il Made in Italy nel futuro?). Avere attenzione per il tema dell’innovazione (Quale? Di prodotto o di processo?). Mettere chi fa impresa in condizioni di poterla fare (Renzi abbasserà veramente le imposte, le tasse e i contributi, i costi dell’energia?).</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che conta – e lo vedremo quando l’imbroglione-capo piddino presenterà i tre punti dello Job Act – è che dietro “il costo della burocrazia” vi sono centinaia di migliaia di posti nel settore pubblico a rischio, e non è per niente certo che una contrazione dell’impiego pubblico eviterà ulteriori delocalizzazioni industriali. Semplicemente contribuirà a mantenere alto il tasso di disoccupazione, da un lato, e dall’altro, risparmiando sulla “macchina dello stato”, libererà ancora risorse per il grande capitale finanziario. Del quale Renzi, con Letta, Napolitano e il resto del pd, è fedele servitore. L’esaltazione sloganistica del Made in Italy, da rilanciare, non tiene conto che un paio di finanzieri francesi (e non solo loro) sta facendo incetta di marchi italiani del lusso, della moda, del bello. La svendita continuerà, nonostante l’annuncio renziano, come tributo all’apertura definitiva al mercato. Per quanto riguarda la mitica “innovazione”, credo che si tratti di aria fritta. Anche nel caso di una diminuzione del costo della burocrazia, dei costi dell’energia, e persino delle tasse, le risorse in più a disposizione delle imprese nazionali superstiti non finanzieranno “innovazione”, ma semplicemente alimenteranno i profitti, le speculazioni finanziarie e i consumi “di prestigio” di pochi. Mettere chi fa impresa in condizioni di farla, poi, sembra una battuta, un vuoto slogan da campagna elettorale al quale gli italiani dovrebbero essere ormai abituati. E’ facile prevedere che pareggio di bilancio imposto e recepito in costituzione, la strenua “difesa dell’euro” e il rispetto del 3% massimo nel rapporto deficit/pil, non consentiranno abbattimenti di imposte e tasse e significativi sgravi in termini di contributi. Tagli alla spesa pubblica e aumenti fiscali – iva, irpef regionale e comunale, nuove e crescenti imposte locali, sulle immondizie e sulla casa – sono prevedibili anche nei prossimi anni. In queste condizioni, con queste politiche economiche imposte dalla bce, dai crucchi e dal fmi, si può mettere chi fa impresa in condizioni di farla – e di assumere qualcuno – solo precarizzando ulteriormente e sottopagando il lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Renzi, il mondo del lavoro è spaccato, diviso fra chi è garantito (e il neo capoccia piddino freme per colpire le garanzie) e chi le garanzie non le ha mai avute. Segnatamente i precari, buona parte dei contratti stipulati in questi ultimi anni. Ricordiamo che i precari sono stati generati proprio dalle normative del sistema che ha “prodotto” Renzi e che Matteo serve. Il disegno renziano è chiaro e non è nuovo. Mettere i precari contro gli stabilizzati, cioè i “vecchi” lavoratori a tempo indeterminato, illudendoli che saranno stabilizzati anche loro e che in futuro godranno di maggiori tutele. Vedremo se la proposta finale di Renzi – o di chi per lui – assomiglierà a uno spolvero del cosiddetto “contratto di lavoro leggero”, con minori tutele per tutti e con paghe d’ingresso ridotte all’osso. In pratica, l’idea potrebbe essere quella di “spalmare” le tutele su un numero più grande di lavoratori, riducendole drasticamente per tutti e mettendo fine a quello che è stato chiamato il doppio mercato del lavoro. Naturalmente andando a ribasso, in quanto a garanzie per il posto di lavoro e retribuzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ora basti questo. Quando uscirà il tanto atteso (e temuto) Job Act renziano potremmo essere più precisi … e ancor più ferocemente critici.</p>
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		<title>I tre passi del popolo italiano verso la rivolta</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Dec 2013 00:08:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"> di <strong>Eugenio Orso</strong></p>
<header class="entry-header"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/xin_3408031613149961575015.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4086" title="xin_3408031613149961575015" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/xin_3408031613149961575015-300x174.jpg" alt="" width="300" height="174" /></a></p>
<div class="entry-meta"><span class="sep"> </span>Come indispensabile premessa, si avverte che in questa sede distinguiamo fa la Rivoluzione e la semplice insurrezione popolare, in quanto si tratta di fenomeni politici e sociali molto diversi fra loro. Il primo – la Rivoluzione – s’inserisce a pieno titolo nelle correnti di cambiamento storico che portano a un ”nuovo mondo”, a una realtà culturale, economica e politica profondamente diversa da quella che dominava in precedenza, in un rivolgimento epocale dell’”ordine costituito” che cambia la prospettiva futura. Il secondo – l’insurrezione – è, per così dire, soltanto “unidimensionale”, perché connotato dalla rabbia dei dominati che si ribellano, in modo violento, allo status quo, al potere vigente e oppressivo. Senza avere, però, un preciso progetto politico alle spalle e alla testa delle élite (come quelle rivoluzionarie) con capacità e volontà trasformative dell’esistente a trecento e sessanta gradi. Rivoluzione vuol dire l’Ottobre Rosso di Lenin nel 1917, la Lunga Marcia di Mao, in Cina, conclusasi nel 1949, Castro e Guevara vittoriosi a Cuba nel 1959. Insurrezione significa i riots a sfondo razziale di Los Angeles nella primavera del 1992, la rivolta della Banlieue parigina dell’autunno 2005, i disordini in Inghilterra, a partire dalla periferia di Londra, dell’agosto 2011.</div>
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<div class="entry-content clearfix">
<p style="text-align: justify;">Chiarito quanto precede, nel futuro del popolo italiano, data la prospettiva di de-emancipazione e impoverimento progressivi, possiamo aspettarci conati di rivolta contro il sistema politico locale e il suo “mentore”, cioè l’impianto sopranazionale di potere e oppressione dei popoli rappresentato dall’unione europide monetaria. Finora abbiamo assistito, al più, a “scaramucce” minori localizzate, come i recenti scontri fra polizia e manifestanti a Torino, attraversata dalla rivolta (in gran parte pacifica) dei cosiddetti Forconi, o i ricorrenti scontri fra le forze poliziesche di repressione e i no-Tav valsusini (e nazionali). Possiamo presumere che nei prossimi mesi la situazione si aggreverà di molto, rischiando di precipitare. Non ci sarà alcuna ripresa nel 2014, come millanta il piccolo Quisling Letta, se non una ripresa della disoccupazione, delle chiusure aziendali e dello “spread”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tenendo presente la distinzione fra Insurrezione e Rivoluzione che abbiamo operato all’inizio, possiamo tracciare il percorso seguito dal popolo italiano, ormai a maggioranza, per giungere alle soglie della rivolta sociale, ai riots diffusi, all’insurrezione nei confronti del sub-potere politico locale e dei suoi padroni esterni. Sintetizziamo la questione in tre passi, l’ultimo dei quali, quello decisivo, è ancora da compiere.</p>
<p style="text-align: justify;">1)    <em><strong>Primo passo: dentro il sistema secondo le sue regole</strong></em>. E’ un passo già compiuto, meno di un anno fa, con il consenso dato al cinque stelle, a Grillo e Casaleggio e alle loro liste elettorali per le ultime politiche. La speranza, che in una manciata di mesi si è rivelata ingenua, era di poterli mandare tutti a casa, rinnovando la “classe politica” e cambiando le politiche spietatamente neoliberiste e pro-euro. Restando, però, dentro il sistema e giocando la partita secondo le sue regole parlamentari ed elettorali. Fra queste, i grillini hanno accettato una legge elettorale poi dichiarata illegittima, senza fare una piega perché certi di vincere, o almeno di riuscire a entrare in forze nella “stanza dei bottoni”.  M5s ha ottenuto ben tre risultati, con il senno di poi, ma nessuno di questi va nel senso delle aspettative popolari, drammaticamente concrete in termini di reddito, occupazione, stato sociale. Il primo risultato conseguito, di natura politica e dentro i giochi parlamentari, è stato quello di “affondare” il pagliaccio piddino Bersani, candidato premier. Poca cosa, perché di piccoli Quisling disponibili, in Italia, le eurocrazie e il grande capitale finanziario ne trovano finché vogliono. Infatti, è spuntato Letta appoggiato da Napolitano, basista eurocratico e presidente. Il secondo risultato ottenuto, di legittimazione del sistema liberaldemocratico, è stato quello di limitare l’astensionismo, che altrimenti avrebbe potuto essere ben più consistente del 25% dell’intero “corpo elettorale”, lanciando un segnale negativo ai sub-dominanti politici locali. Il terzo risultato, sempre a sostegno del sistema di potere vigente e della sua riproducibilità futura, è consistito nell’aver neutralizzato preventivamente una possibile protesta sociale, destinata a sfociare in una serie di riots violenti e imprevedibili, come ha dichiarato candidamente Grillo rivendicandone il merito. Se questi sono i principali risultati conseguiti da m5s, presente in forze in parlamento, è chiaro che la delusione cocente si è fatta largo in una manciata di mesi dal “successo elettorale” fra coloro che gli hanno dato consenso. Il movimento di Grillo e Casaleggio, quale effettivo rappresentante dei bisogni e delle richieste popolari, ci pare, ormai, acqua passata, in quanto destinato al declino (quanto rapido vedremo) o alla scomposizione in parti come il pdl. E’ ormai chiaro che m5s, lo voglia o no, ha supportato il sistema facendogli da stampella.</p>
<p style="text-align: justify;">2)    <em><strong>Secondo passo: fuori dal sistema, ma rispettando i suoi tabù</strong></em>. Una volta constatato il fallimento di m5s, parte di una popolazione totalmente priva di rappresentanza politica e sindacale ha deciso per il “fai da te”, cioè ha agito completamente fuori dai recinti liberaldemocratici creando un movimento extrasistemico (appunto), ma ancora rispettoso dei tabù sistemici, e fra questi del più efficace per evitare rivolte: il pacifismo strumentale. Quella dei Forconi – o Comitato 9 dicembre –fin da subito si è connotata come una protesta “oltre la destra e la sinistra”, senza agganci di rilievo con i cartelli elettorali presenti in parlamento o con le centrali sindacali sistemiche, ma ancora “pacifica”, non armata, non incline all’uso della violenza. Per qualche giorno i Forconi hanno attraversato l’Italia, con manifestazioni, volantinaggi improvvisati, blocchi stradali e ferroviari, poi, verso Natale, la protesta è sembrata rientrare, riducendosi di molto. Per non dire delle spaccature fra i capi, in occasione dell’adunata a Roma, partecipata solo da una parte del movimento. Se m5s aveva uno straccio di programma politico (frutto delle votazioni in rete, ma veramente?) per la verità contradditorio, date la presenza contemporanea di elementi antiliberisti e liberisti e la sottovalutazione della questione dell’euro, i Forconi non sembrano esprimere delle chiare linee programmatiche. Sono quelli del tutti a casa, del governo provvisorio e delle nuove elezioni, apparentemente senza possibili compromessi istituzional-elettorali. Per farla breve, notiamo che il passo in avanti dei Forconi, rispetto all’inutilissimo m5s (o meglio, utile solo alla liberaldemocrazia), è consistito non certo nel programma politico, o in più deciso “tutti a casa”, ma sostanzialmente nel giocare fuori dal sistema e dalle sue regole parlamentari ed elettorali, nonché nella maggior consapevolezza che l’unione europoide è il vero burattinaio del governo in carica e dei partiti tutti. Anche questo movimento, che definiamo pur con una certa prudenza protorivoluzionario, è destinato a “rientrare”, o a essere sconfitto, o comunque a deludere le componenti meno prostrate e idiotizzate – e più colpite dalla crisi strutturale neocapitalistica – di una popolazione senza rappresentanza, abbandonata al massacro sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">3)    <strong><em>Terzo passo: fuori dal sistema e contro le sue regole</em></strong>. Dopo aver fatto un po’ di “dietrologia”, da bravi “complottisti” quali siamo, entriamo nel campo della previsione e tentiamo qualche “vaticinio” per il futuro più prossimo. Ironie a parte, che speriamo si colgano, se non interverrà nel frattempo qualche evento esterno di portata epocale (guerre mondiali e/o nucleari, ascesa di forze politiche “euroscettiche” nel resto d’Europa con rapida dissoluzione della uem, cataclismi naturali di grande portata, collasso degli usa e del dollaro, eccetera) prevediamo che in breve una popolazione sempre più alle strette, colpita a morte nel reddito, nell’occupazione e nei consumi, sarà costretta a scegliere una strada totalmente extrasistemica, ma questa volta con abbondante uso della violenza. Infatti, è proprio la via violenta e armata che fa la differenza rispetto al passo precedente. Ciò provocherà disordini, lutti, perdite in termini di vite umane, ma consentirà di incrinare definitivamente il tabù sistemico del “pacifismo strumentale”, di fondamentale importanza in periodi come questi per il controllo dei dominati e la tenuta sistemica complessiva. Non si tratterà ancora di una Rivoluzione, perché i prossimi movimenti di popolo dopo i Forconi, anch’essi poco organizzati, seguiranno l’unica via possibile, cioè quella insurrezionale, ma probabilmente si entrerà in un clima protorivoluzionario, che annuncerà trasformazioni future di grande portata. Per essere chiari, non assisteremo a fenomeni politici e sociali equivalenti all’Ottobre Rosso sovietico o alla Lunga Marcia maoista, ma a riots urbani e confronti con le forze della repressione sistemica, dopo i quali si conteranno morti e feriti. E forse anche le distruzioni. La rabbia è scatenata dalle ingiustizie sociali che tendono ad approfondirsi e a estendersi a fasce sempre più ampie di popolazione. La rabbia è legata ai problemi contingenti, a una quotidianità sempre più misera e degradata, al tradimento di coloro che dovrebbero rappresentare la popolazione. La rabbia non richiede l’elaborazione di ideologie di legittimazione antagoniste, né abbisogna, per esprimersi, di programmi politici coerentizzati da applicare alla realtà. Il terzo passo, che il popolo messo con le spalle al muro dovrà compiere, sarà per qualche verso decisivo, se non altro perché segnerà – probabilmente con un certo tributo di sangue – la distanza incolmabile fra questo sistema, dominato dal neocapitalismo e dalle eurocrazie di rapina, e le esigenze vitali della popolazione. I collaborazionisti al governo – in primo luogo il pd – e i sindacati gialli non avranno più scusanti, saranno riconosciuti come tali, per quel che sono: servi dell’occupatore del paese e “nemici del popolo”. E finalmente cominceranno ad avere paura.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulle forme e sui modi che caratterizzeranno la rivolta di cui al punto tre – il terzo passo ancora da compiere – non ci esprimiamo. O almeno non ci esprimiamo ancora, pur avendo già scritto qualcosa in passato. Per ora è importante rilevare che una percentuale della popolazione italiana compresa fra i due terzi e i tre quarti già oggi non ha – e soprattutto non avrà in futuro – alcuna rappresentanza effettiva all’interno del sistema. Anzi, è schiacciata e vessata da governi collaborazionisti dell’occupatore del paese, il cui compito è di trasferire risorse nazionali all’esterno in quantità sempre maggiori. A beneficio del grande capitale finanziario, per “salvare l’euro”, per favorire il manifatturiero in germania, per far andare la globalizzazione, e via dicendo. Se in prima battuta la popolazione ha creduto a Grillo, pensando di poter cambiare il sistema, senza spargimenti di sangue, standosene comodamente all’interno (comodamente, come i parlamentari e gli amministratori locali del cinque stelle!), in breve ha dovuto amaramente ricredersi e una parte di questa ha appoggiato i Forconi, pacifici manifestanti extrasistemici. C’è però un piccolo problema (detto con ironia). La protesta pacifica, non armata, che rifugge dalla violenza a costo di fallire miseramente, non solo non può pagare, ma è sempre destinata a frantumarsi, a essere fagocitata, a estinguersi senza ottenere risultati. Come abbiamo già scritto nel recente passato, il popolo procede in solitudine per approssimazioni successive. Quello italiano in modo particolare. Il prossimo passo non potrà che essere quello da noi delineato, perché la possibilità di salvezza – quando le vecchie certezze muoiono e tutte le vie sono chiuse – ci sarà soltanto fuori e contro, rispondendo colpo su colpo alla violenza del nemico.</p>
</div>
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		<title>Lineamenti di una futura lotta di liberazione</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Dec 2013 00:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Centralismo Democratico]]></category>
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		<description><![CDATA[  di Eugenio Orso  Premessa In questo e nei prossimi interventi ci proponiamo di affrontare alcuni temi di estrema rilevanza politica e sociale. Lo scopo è di abbozzare, una prima volta, i lineamenti che dovrà avere una futura lotta di liberazione e gli obiettivi che auspicabilmente dovrà conseguire. I punti da sviluppare sono i seguenti: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="WordSection1" style="text-align: right;">  di<strong> Eugenio Orso </strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><strong><em><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Premessa</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/Partigiani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4071" title="Partigiani" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/Partigiani-300x228.jpg" alt="" width="300" height="228" /></a>In questo e nei prossimi interventi ci proponiamo di affrontare alcuni temi di estrema rilevanza politica e sociale. Lo scopo è di abbozzare, una prima volta, i lineamenti che dovrà avere una futura lotta di liberazione e gli obiettivi che auspicabilmente dovrà conseguire. I punti da sviluppare sono i seguenti:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">1)    Dittatura centralista rivoluzionaria.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">2)    Odio di classe, Vendetta sociale e Disumanizzazione del nemico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">3)    (Ri)educazione di massa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Il neocapitalismo, attraverso i suoi molti canali di propaganda, di flessibilizzazione e di condizionamento delle masse è riuscito a trasformare l’uomo e le società, a renderli adatti a sopportare lo “sfruttamento totale” che le sue dinamiche e le sue esigenze riproduttive implicano. Usiamo deliberatamente l’espressione “sfruttamento totale” – che virgolettiamo non ironicamente – perché ci si è spinti ben oltre il vecchio recinto della fabbrica, in cui si accumulava e si estorceva il plusvalore (secondo Karl Marx). La sussunzione reale del lavoro al capitale, indagata una prima volta da Marx, si è estesa “a macchia d’olio”, in questi decenni di trapasso dal capitalismo produttivo dello scorso millennio al neocapitalismo finanziarizzato, a ogni ambito della vita umana, individuale e sociale. La sussunzione è raddoppiata, per l’assoluta superiorità del capitale finanziario su quello “produttivo” e l’estorsione del plusvalore è un sottoinsieme della creazione del valore azionario, finanziario e borsistico che la contiene. Si è agito sull’uomo, per manipolarlo e diminuirlo, su vari fronti, a partire da quello del lavoro, precarizzato, sotto pagato e svalutato culturalmente. Il tasso di violenza espresso dal sistema è <a class="matchTooltip">oggi</a> alle stelle e gli spazi alternativi, extralegali, di resistenza, sono stati spazzati via, o si sono ridotti a piccole, insignificanti isole in un mare sconfinato di neoconformismo. Il dissenso espresso in forme radicali sopravvive nella virtualità della rete, sospesa su una realtà sociale e umana che si vuole rendere invisibile, illeggibile o si vuole semplicemente esorcizzare. All’interno del sistema politico di supporto al neocapitalismo, vige una sorta di “democrazia del mercato”, di matrice assolutistica, che non ha più bisogno di un vero consenso di massa (per quanto estorto, manipolato), avendo ridotto le elezioni politiche a suffragio universale a un puro momento rituale, a fronte di programmi politici già decisi dalle élite globaliste e a senso unico. In questa situazione, se ci fossero forze extraparlamentari agguerrite, disposte alla lotta nelle piazze, non avrebbero più leve. Se ci fossero ancora le BR, non avrebbero più gruppi di fuoco. Per far digerire agli operai la rischiavizzazione, ai ceti medi l’impoverimento progressivo, ai giovani la disoccupazione endemica, gli agenti neocapitalistici hanno agito sull’uomo con ogni mezzo a disposizione, senza scrupolo alcuno. Pacifismo, politicamente corretto, culto irrazionale e masochistico della democrazia (liberale), culto del mercato e del privato (i grandi capitali finanziari), dominano incontrastati le menti e la vita delle masse, che sembrano aver perduto anche l’ultima stilla di coscienza politica e sociale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><strong><em><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Parte I – Dittatura centralista rivoluzionaria</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Oggetto del presente intervento è la contrapposizione alla democrazia rappresentativa di matrice liberale – che supporta lo sfruttamento totale neocapitalistico e i crimini perpetrati dai dominanti contro l’uomo e l’ambiente – di un sistema di governo alternativo, demonizzato dai “sinceri democratici” al servizio del neocapitalismo, in grado di supportare validamente la rivoluzione politica e sociale per la liberazione dell’uomo. La superiorità assoluta del mercato e del grande capitale finanziario, assicurata sul piano politico dalla democrazia rappresentativa liberale, potrà trovare il suo contraltare soltanto in una forma di governo opposta, centralizzata, affidata a nuove élite anticapitaliste e antimercatiste, adatta ad affrontare le emergenze ereditate dal nuovo capitalismo finanziarizzato e i grandi cambiamenti storici. Una forma di governo che potrà supportare validamente un grande progetto di controdemiurgia rivoluzionaria, per la liberazione definitiva e integrale dell’uomo dalle catene neocapitalistiche.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">A questo punto, si rende indispensabile una precisazione. Non vi è alcuna contraddizione fra questo e un nostro precedente intervento, in cui abbiamo stabilito i lineamenti di un programma politico-strategico alternativo, applicabile alla realtà storica, sociale e politica di paesi oppressi come l’Italia. Nel post Le basi programmatiche dell’alternativa abbiamo esplicitato i punti principali, nell’essenziale, di un programma opposto a quello neocapitalistico, stabilito dagli organismi sopranazionali e applicato dai gruppi politici subdominanti nei vari paesi sottomessi. Le basi programmatiche da noi proposte nel citato scritto sono “sovraniste”, dal punto di vista monetario e politico (uscita dall’euro, dall’unione europoide e dal sistema di alleanze “occidentale”), dirigiste, dal punto di vista economico (con la riattivazione piena dello stato imprenditore, le rinazionalizzazioni), keynesiane, dal punto di vista del modo di intendere la funzione del deficit dello stato e quella della spesa pubblica. Infine, nel programma si riconosce la centralità dello stato sociale, per un autentico sviluppo centrato sull’uomo, che dovrà essere riattivato ed esteso. La prima vera libertà umana, volutamente ignorata dai pubblicisti del neoliberismo sfrenato, era, è e resterà quella dal bisogno economico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Come si nota, non abbiamo delineato i contorni di un programma collettivista, volto in tempi brevi alla completa socializzazione di tutti i mezzi di produzione e alla scomparsa dell’iniziativa privata (come ci sarebbe piaciuto fare). Questo perché, nel breve, data la situazione di passività di massa e di colonizzazione delle menti, solo un programma “intermedio” come quello da noi tratteggiato potrà avere speranze di successo. Per speranza di successo intendiamo l’adesione di gruppi politici, di intellettuali e di economisti con (almeno) un piede dentro il sistema, con la possibilità effettiva di “smuovere” la situazione dall’interno. Intendiamo anche la possibilità concreta di consenso fra le masse pauperizzate, <a class="matchTooltip">oggi</a> passive, idiotizzate socialmente e politicamente, impaurite e ricattate dal punto di vista economico (la “spada di Damocle” del debito pubblico, il peggioramento della “crisi” produttiva e occupazionale), “educate” (o meglio, ammaestrate) al pacifismo a senso unico e al rispetto assoluto, all’accettazione acritica della democrazia neocapitalistica di mercato (l’unica e la sola <a class="matchTooltip">oggi</a> esistente).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Il passaggio dalla democrazia liberale, con annessa truffa del suffragio universale e della rappresentanza “condizionata” dall’esterno, al nuovo sistema di governo centralizzato, che opererà a beneficio delle masse-pauper neutralizzando le minoranze neocapitalistiche rapaci, difficilmente potrà compiersi nel breve o nel brevissimo periodo. Del resto, in Russia l’Ottobre Rosso dei bolscevichi è stato preceduto dalla rivoluzione mancata del 1905 e dal governo menscevico, che continuava la guerra zarista e manteneva in vita il parlamento. La rivoluzione maoista e comunista in Cina ha avuto un periodo di gestazione ben più lungo, prima di giungere alla vittoria, dal 1912 al 1949. In sintesi, sia per quanto riguarda gli aspetti programmatici sia per quanto riguarda la forma di governo, noi prevediamo due fasi rivoluzionarie future. La prima soltanto parziale, protorivoluzionaria, di superamento progressivo delle politiche neoliberiste, mercatiste ed europoidi (per quanto riguarda i paesi prigionieri dell’eurolager). In questa fase, che potrà rivelarsi piuttosto lunga e incerta, le “istituzioni democratiche” liberali saranno mantenute in vita, in tutto o in parte. Le forze politiche che la domineranno – “euroscettiche”, ostili al grande capitale finanziario, sovraniste, ma interne al capitalismo – potrebbero forse essere paragonate, dal nostro punto di vista e con le dovute cautele, ai menscevichi prima di Lenin e del Potere ai Soviet. Soviet, dei soldati, degli operai e dei contadini, che erano gli unici e i soli completamente alternativi all’allora “parlamentarismo borghese” (Lenin docet). La seconda fase propriamente rivoluzionaria, quella decisiva, rappresenterà la fine di una lunga marcia di avvicinamento al potere e un’accelerazione del processo di liberazione dell’uomo dall’oppressione del capitale finanziario, dall’usura neocapitalistica e dall’inganno della democrazia. In questa fase emergeranno in piena luce le forze autenticamente rivoluzionarie e trasformative, che prenderanno saldamente la guida della società e concentreranno nelle proprie mani il potere effettivo. La Dittatura centralista, nella seconda fase, quella propriamente definibile rivoluzionaria, potrà rappresentare un sistema di governo alternativo e caratteristico della transizione dal periodo rivoluzionario alla nuova società postcapitalista. Una transizione che difficilmente potrà essere gestita “dal basso”, in modo “democratico” – com’è facilmente intuibile – con il rischio incombente del fallimento, del caos e/o del ritorno dei criminali neoliberisti al potere.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">La demonizzazione della dittatura, iniziata propagandisticamente nella parte occidentale del mondo dopo la seconda guerra mondiale, risponde <a class="matchTooltip">oggi</a> a ben precisi interessi di classe. Quelli della classe globale dominante. La demonizzazione della dittatura – frutto di una fuorviante interpretazione del corso storico da parte di vincitori – si sostanzia nella demonizzazione integrale del nazionalsocialismo, del comunismo sovietico e del fascismo, coinvolgendo una buona parte della storia del novecento europeo. Dopo la capitolazione dell’Unione Sovietica, ha riguardato singoli avversari del neocapitalismo, o autocrati venduti come mostri sanguinari, alla costante ricerca di un nemico irriducibile da dare in pasto, propagandisticamente, alle masse idiotizzate e flessibilizzate. Un nemico che faccia dimenticare alle popolazioni occidentali una situazione sociale sempre più negativa e a loro sfavorevole. Saddam Hussein, Slobodan Milosevic, Mohammar Gheddafi e <a class="matchTooltip">oggi</a> Assad rientrano in quest’ordine d’idee. Sono i “demoni” portatori della dittatura, in contrapposto alla democrazia liberale, coloro che negano apertamente i diritti astratti, inoperanti nella concretezza dei rapporti sociali e produttivi, nati dall‘inganno liberale. Sono, costoro, gli obiettivi prediletti delle guerre esterne neocapitalistiche, combattute sempre contro avversari militarmente molto più deboli con il supporto dei media e dei mercati. Rappresentano i moderni “stregoni” – condannati a morte dal “tribunale dell’inquisizione” della classe globale dominante – da mandare letteralmente al rogo. Non da soli, purtroppo, ma insieme ai paesi e ai popoli che guidano. La supremazia del libero mercato globale tendente alla massima espansione, quale riflesso irrinunciabile del modo di produzione neocapitalistico che ha “messo sotto” la politica, è ben compendiata, a livello di sistema di governo, dall’esportazione della democrazia liberale. Un’esportazione armata e destabilizzante, nelle società e per i popoli vittime di questa forma di neocolonizzazione. La dittatura è quindi il nemico numero uno, sul piano politico, e talora fa il paio con il “populismo”, venduto come un mix di fascismo e comunismo che critica sul piano sociale gli effetti delle politiche neoliberiste. Se la dittatura, nelle sue più significative espressioni storiche, fu romana, poi giacobina e infine del proletariato, con la mediazione del partito comunista nelle forme adottate in Unione Sovietica, in futuro non potrà che assumere lineamenti e contenuti originali, diversi da quelli del passato. Contrapporre una nuova forma di Dittatura centralista rivoluzionaria alla democrazia finanziaria di mercato si rivelerà una necessità, perché il superamento del neocapitalismo finanziarizzato implicherà anche il superamento del suo miglior compendio, sul piano politico, cioè la democrazia liberale (falsamente) rappresentativa, di matrice assolutista e mercatista. Allo strumento politico di dominazione del mercato e della finanza, definito democrazia liberale, sarà necessario (e persino inevitabile) opporre uno strumento politico rivoluzionario, di segno opposto, identificabile con la dittatura centralista. Il contrasto fra la democrazia liberale, centrata su diritti astratti, e le vere libertà dell’uomo è ormai manifesto, e lo è proprio in quella parte del mondo che per prima ha adottato istituzioni democratiche e liberali. La prima, vera libertà umana, dalla quale tutte le altre discendono, era, è e resterà anche in futuro la libertà dal bisogno e dal ricatto economico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Quali potranno essere le caratteristiche, almeno per grandi linee di questo sistema di governo? Cerchiamo di dare una risposta, moderatamente predittiva, stabilendo come di consueto alcuni punti fondamentali.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">1)    <strong><em><span style="text-decoration: underline;">Rappresentanza</span></em></strong>. Con un ardito parallelo storico, se il Lenin delle Tesi di aprile del 1917 contrappose i Soviet al parlamentarismo borghese e imperialista di allora, alla “rappresentanza” liberaldemocratica, che nella realtà è rappresentanza degli interessi della classe dominante sopranazionale, si contrapporrà la formazione di consigli, comitati e direzioni strategiche rivoluzionarie, nelle quali emergeranno le personalità in grado di guidare l’apparato pubblico. Quei governanti, designati dalle direzioni strategiche, a loro volta espressione dei comitati rivoluzionari, dovranno essere soggetti a regole di comportamento e norme stringenti, per rispondere adeguatamente, una volta e per tutte, alla solita domanda “chi controlla i controllori”. Eventuali reati da loro commessi dovranno essere puniti molto più duramente dei reati commessi da un comune cittadino. E’ chiaro che la rivoluzione dovrà avvenire anche dal punto di vista costituzionale, azzerando la rappresentanza liberaldemocratica e fasulla.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">2)    <strong><em><span style="text-decoration: underline;">Elezioni</span></em></strong>. Noi conosciamo una sola forma di democrazia, quella realmente esistente, così come abbiamo conosciuto una sola forma di comunismo, quello novecentesco realmente esistito, il cui “modello” più noto e di maggior successo era di matrice sovietica. Il resto appartiene a una dimensione puramente ipotetica e ideale, oppure a una realtà storica e culturale lontana, irrimediabilmente perduta, che non potrà essere resuscitata (la democrazia della polis greca, il comunismo dei consigli). La forma di democrazia che conosciamo e che realmente esiste è, banalmente, un efficace strumento di oppressione e dominazione delle élite che simula, a fronte di politiche antipopolari applicate, la cosiddetta volontà popolare. Volontà popolare che dovrebbe manifestarsi con le elezioni a suffragio universale, che però non rappresentano la volizione del popolo – come dovrebbe essere chiaro anche ai bimbetti – ma semplicemente un rito sistemico legittimante, nella dimensione politica dominata dalle élite globali. In verità, mentre si vota “universalmente”, ma senza possibilità concreta di influire sulle linee programmatico-politiche, la decisione politico-strategica che conta, mai come <a class="matchTooltip">oggi</a>, è sempre più addensata in alto e all’esterno dei paesi (vedi l’eurozona-lager) rigorosamente in base al “censo”. Nel nostro caso in base al grado di controllo esercitato sul grande capitale finanziario, sulle entità economiche multinazionali e sulla moneta. Per questa via truffaldina, la volontà popolare non solo non è rispettata, ma è neutralizzata a beneficio dei veri dominanti dello spazio politico. Il rito elettorale legittima, per farla breve, l’assolutismo del mercato combinato con il dominio della finanza internazionalizzata. Rinunciare a questo rito significa superare, anche sul piano politico, la supremazia neocapitalistica e riportare l’economia sotto il controllo della Politica, quella vera, con l’iniziale maiuscola.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">3)    <strong><em><span style="text-decoration: underline;">Partiti politici</span></em></strong>. Per esperienza drammaticamente concreta, sappiamo, o dovremmo sapere, che una pluralità di cartelli elettorali, più o meno radicati e strutturati sul territorio, più o meno ridotti all’osso come tessere e partecipazione, non significa assolutamente varietà di programmi politici alternativi e vera libertà di scelta. Il programma applicato è predeterminato, ha poco a che vedere con le “promesse” da campagna elettorale e con le supposte “tradizioni” ideologiche di questi cartelli-partito, essendo l’espressione degli interessi privati e neofeudali di una ristretta cerchia strategica, all’interno della classe dominante neocapitalistica e postborghese. Abbiamo ben compreso, infatti, qual è il vero significato e il vero scopo dell’eurozona e dell’unione “europea”, dei loro trattati e della loro disciplina fiscale e di bilancio. Considerata la nostra esperienza, possiamo concludere che la pluralità di cartelli elettorali/ partiti non significa varietà nella scelta e in alcun modo può assicurare l’emancipazione della “classi subalterne”. Esattamente al contrario, è uno specchietto per le allodole che serve a imbrogliare la popolazione, per far passare le controriforme “strutturali” imposte dai mercati e, nello stesso tempo, agevola lo strutturarsi dei gruppi collaborazionisti sub-politici che servono i grandi poteri esterni. Si rinuncerà senza rimpianti alla democraticissima pluralità di partiti, visto il suo vero significato ed esito.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">4)   <em><span style="text-decoration: underline;">Stato di diritto</span></em></span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">. Lo stato di diritto è un pilastro di qualsiasi forma di governo. In democrazia liberale fa il paio con la rappresentanza. Ebbene, se guardiamo a un caso come quello italiano, lo stato di diritto non è operante, a partire dalla legge fondamentale, cioè dalla costituzione. Oltre allo stratificarsi di normative complesse, fumose e farraginose, che inficiano la legalità rendendo incerto il diritto, osserviamo in questi anni che i trattati e gli accordi europoidi, l’imposizione di “riforme strutturali” (che hanno colpito, in particolare, il mondo del lavoro e le pensioni), in combinato disposto con la perdita di sovranità nazionale stanno azzerando lo stato di diritto, rendendolo un fantasma che si evoca esclusivamente (come la costituzione) per legittimare il sistema. La Dittatura centralista rivoluzionaria, al contrario, si reggerà su un solido stato di diritto e sul rispetto assoluto della legge fondamentale. Non potrà essere diversamente, poiché si contrapporrà alla falsa legalità liberaldemocratica, alle “libertà civili” astratte che sostituiscono i veri diritti, come quello al lavoro, uno stato di diritto operante e orientato alla protezione della società e dei singoli.</span></p>
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