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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Antonio Catalano</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Brevi note sulla manifestazione FIOM</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2012 18:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano Sono andato in piazza in qualità di osservatore. Manifestava la Fiom. Per più di due ore in via Cavour ho visto sfilare la manifestazione, dalla testa alla coda: questo vuol dire – chi ha un po’ di esperienza di queste cose lo sa – che c’era tanta, tanta gente. Dare i numeri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">di </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Antonio Catalano</em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Sono andato in piazza in qualità di osservatore. Manifestava la Fiom. Per più di due ore in via Cavour ho visto sfilare la manifestazione, dalla testa alla coda: questo vuol dire – chi ha un po’ di esperienza di queste cose lo sa – che c’era tanta, tanta gente. Dare i numeri non conta, molti di più comunque di ogni ragionevole dubbio. Venuti da tutta Italia. Ho scattato molte foto, le ho riviste: lavoratori da tutte le regioni, con i propri striscioni, orgogliosamente e dignitosamente portati e seguiti. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">È  <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/03/classe-operaia.jpg"><img class="alignleft  wp-image-3151" style="margin: 5px;" title="classe operaia" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/03/classe-operaia-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>riuscita dal punto di vista sindacale, ma quel che più conta è riuscita dal punto di vista politico. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Sindacale è ovvio, si tratta di difendere le condizioni di lavoro (e di vita) dei lavoratori aggredite da una logica padronale – meglio dire capitalistica – che va avanti altro che rullo compressore, che si affida a sindacati più che concertativi collaborazionisti, che impone contratti offensivi e penalizzanti, che vuole avere piena libertà di licenziamento. La Fiom – oltre i sindacati di base, meno rappresentavi anche se coraggiosamente </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>contro</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> – è l’organizzazione sindacale di massa che non vuole abbassare la testa, e che è riuscita a raccogliere intorno a sé consensi ben al di là dei metalmeccanici. Comunque la si voglia pensare è – ed è deputata a rappresentare – opposizione sociale alle politiche liberiste sostenute con entusiasmo da tutte le forze politiche oggi presenti in parlamento, con la benedizione dell’italo-americano Napolitano. Quindi politico per le ragione appena esposte.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Ed è questa la colpa che non le si può perdonare: intende raccogliere intorno a sé (i Tav ne sono un esempio) opposizione sociale e, per forza di cose, politica.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Ipocriti sono coloro che oggi gridano «La FIOM fa politica!». Da Marchionni a Marcegaglia passando per Bersani e compagnia cantando. Fa politica! Non hanno mai urlato «Fa politica!» quando i sindacati hanno approvato e condiviso </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>politicamente</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> manovre, finanziarie, sacrifici, per non parlare di guerre d’aggressione. Un sindacato </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>serio</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> ha sempre fatto politica, perché difendere i lavoratori significa avere nella testa un’</span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>idea</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> che non può che essere politica.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La politica – quella a difesa degli intoccabile privilegi dei potenti – la devono fare solo loro: Confindustria, Banchieri, Partiti al loro servizio. I lavoratori devono farsi fottere, ognuno che preghi il proprio santo, e fare come in quel cartello portato da un manifestante in cui una foto rappresenta una massa d’uomini nudi che porgono il culo. Sulla foto la scritta: Monti ci vuole così, i partiti pure… e il sindacato? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Combattere l’evasione fiscale? Certo. Ma come?</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 20:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano La campagna intrapresa dal governo Monti contro l’evasione fiscale procede a vele spiegate: dalle incursioni a Cortina e Courmayeur ai negozianti di Milano Firenze Roma Perugia fino al redditometro. La guardia di finanza si dà un gran da fare ed i tg nazionali riprendono gongolando. Dagli sotto all’evasore/parassita! Bene, si potrebbe dire, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">di<em> Antonio Catalano</em></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/scontrini.jpg"><img class="alignright  wp-image-3068" style="margin: 5px;" title="scontrini" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/scontrini.jpg" alt="" width="273" height="185" /></a>La campagna intrapresa dal governo Monti contro l’evasione fiscale procede a vele spiegate: dalle incursioni a Cortina e Courmayeur ai negozianti di Milano Firenze Roma Perugia fino al redditometro. La guardia di finanza si dà un gran da fare ed i tg nazionali riprendono gongolando. Dagli sotto all’evasore/parassita! Bene, si potrebbe dire, finalmente si intraprende la strada di combattere la piaga dell’evasione; giusto che tutti contribuiscano alle casse dello Stato perché questo così abbia le dovute risorse da destinare alla spesa sociale e quindi servizi ai cittadini.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">A mio giudizio, però, questa campagna è ingannevole perché finalizzata a scaricare su determinati settori sociali non salariati la rabbia dei lavoratori salariati come se il buco di bilancio dipendesse dai primi. L’operazione Cortina ha avuto un alto valore simbolico: inquadrare nel mirino il nemico sul quale scaricare il caricatore, dando al popolo lavoratore tartassato e angariato da politiche di drastico attacco alle proprie condizioni di vita e di lavoro l’illusione che il governo dei tecnici stia lavorando per rimettere al posto le cose per far meglio ingoiare il boccone amaro dei sacrifici. A scanso di equivoci, non è assolutamente mia intenzione giustificare la pratica diffusa dell’occultamento del reddito percepito da parte di tutti quei settori non dipendenti, è giusto che nella società tutti contribuiscano a versare nelle pubbliche casse la propria parte secondo il criterio egualitario «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva» essendo il nostro un sistema tributario informato a criteri di progressività, quindi chi più ha più deve mettere, detta più semplicemente. Quindi se il sistema facesse davvero pagare tutti i contribuenti (aumentando l’aliquota massima) in osservanza di questo principio sarebbe più che meritoria la campagna governativa tesa a stanare gli evasori. Ma non funziona così, i lavoratori salariati pagano fino all’ultimo centesimo, su questo non si scappa, nel lavoro autonomo e della piccola imprenditoria spesso si evade, nell’area del grande capitale parliamo di altro, parliamo più che di evasione di elusione fiscale. Il governo Monti – espressione del grande capitale, in particolare finanziario – ha avviato questa campagna anti-evasione che concentra l’attenzione sui settori – non a composizione omogenea – della piccola imprenditoria e del lavoro autonomo.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Il governo presieduto dal sobrio professore in loden (che ricorda ai giovani che il lavoro fisso è monotono) accreditato presso i grandi poteri internazionali (Trilaterale, Nato, Goldamn Sachs, Bildemberg) – che può permettersi, diversamente da Berlusconi, di parlare a pieno titolo con Merkel e Sarkozy sol perché i poteri forti di cui è emanazione lo vogliono – non ha attivato questa campagna in quanto animato da universalismo buonista, ma in quanto la crisi capitalistica richiede feroci politiche da “lacrime e sangue” e queste possono essere meglio gestite se si crea nella società un clima di diffidenza generalizzata, in cui i ceti dominati devono scannarsi fra di loro pensando che la malasorte dipenda dal fatto che il macellaio non rilascia lo scontrino. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Le grandi imprese sottraggono ingenti risorse alle casse pubbliche agendo nella legalità con l’elusione fiscale. I nostri super liberisti – ammiratori e sostenitori del fisco americano che non guarderebbe in faccia nessuno, il paese dove se non paghi le tasse ti sbattono in galera – fanno finta di non sapere che le aziende statunitensi riescono ad eludere circa 100 miliardi di dollari di tasse in modo perfettamente legale ricorrendo ai paradisi fiscali. Nel 2010 il 25% dei grandi </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>managers</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> hanno guadagnato più di quanto le loro aziende hanno versato al fisco, sono stati premiati in quanto sono riusciti a far pagare meno tasse alle loro aziende. Le aliquote fiscali praticate negli USA: nel 1957 l’aliquota massima era del 91%, nei primi anni ’70 cala al 62%, attualmente passa al 39%. Si tratta di una tendenza nota in tutti i principali paesi capitalistici (Italia compresa). Pur essendo in Usa la pressione fiscale appena intorno al 24% del PIL i paradisi fiscali che si trovano nel territorio americano o nella sua orbita di influenza, sono affollatissimi: a Willmington, capitale del Deleware, hanno la propria sede duecentomila società in un solo palazzo. Le grandi imprese sono capaci di condizionare e ricattare gli Stati – sia pure uno Stato forte come quello USA: quando lo Stato fa una politica sgradita alle grandi imprese, che condizionano l’economia mondiale, queste ultime non ci pensano due volte a disinvestire i propri capitali dal paese determinando uno sfascio economico. Possono, inoltre, colpire il debito pubblico di un paese disertando le aste dei titoli o speculando al ribasso; lo stesso possono fare contro le monete; possono far ricadere i costi fiscali sugli altri (i consumatori). L’economista Antonio Carlo, nel suo studio </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Capitalismo 2011</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> (dal quale ho tratto i dati di cui sopra), cita il caso del grande capitalista Warren Buffet che espresse il desiderio di pagare le tasse della sua segretaria e cioè il 40% della sua base imponibile pagando lui solo il 17,4% della stessa. Dopo elogi sperticati a Buffet – manco fosse un redivivo San Francesco d’Assisi –, il </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Wall Street Journal </em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">di Murdoch lo ha mandato all’inferno. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La “crisi di bilancio” non nasce dall’evasione fiscale praticata da lavoro autonomo e piccola imprenditoria, realtà già tartassate – e spesso a rischio sopravvivenza – sulle quali i grandi redditi finanziari e speculativi vogliono aumentare i giri di vite per estorcere ulteriori fondi. La “crisi di bilancio” nasce da ben altre cause: secondo i dati della relazione del Tesoro al Parlamento, la spesa per interessi sul debito balzerà dai 77 miliardi del 2011 ai 94 miliardi stimati per il 2012, il tutto a vantaggio della grande finanza a dominanza USA. È utile ricordare come l’Italia abbia speso per il settore militare – secondo i dati del Sirpi – 27 miliardi di euro, a tutto vantaggio delle guerre imperiali condotte dalla Nato nel mondo, e continuerà a spendere cifre da capogiro nei prossimi anni, esempio 17 miliardi stanziati per i prossimi anni per l’acquisto dei cacciabombardieri </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>F 35 Joint Strike Fighter</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">. Quindi abbiamo enormi interessi sul debito ed enormi spese militari che prosciugano risorse che ben altrimenti potrebbero essere destinate al benessere della collettività.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Indicare, pertanto, nel lavoro autonomo, piccola imprenditoria, piccolo commercio, i responsabili del deficit statale ha una precisa motivazione: scaricare su questi ceti la rabbia del lavoro dipendente “garantito” (cioè contrattualizzato) che subisce attacchi (sul piano dei diritti, del salario, dell’occupazione) sempre più pesanti; del lavoro “non garantito” (precariato diffuso con paghe da supersfruttamento ai limiti della fame); dell’enorme e crescente esercito di riserva (disoccupati e inoccupati). Si vuole cioè favorire un clima di contrapposizione tra classi dominate, (anche se in rapporti differenti con la classe dominante) – che avrebbero più interessi a costruire legami che fratture – alimentando così contrapposizione ostilità “invidia” sociale ad esclusivo vantaggio della classe capitalistica dominante. In questo modo si determina l’approfondimento della degradazione complessiva dei rapporti sociali, sempre più impregnati di logiche mercatiste e liberiste che sono la negazione assoluta del principio di solidarietà sociale ed umana. Quello che manca all’oggi è la capacità politica di definire e mettere in atto una risposta adeguata alla crisi capitalistica che consideri con attenzione l’attuale composizione sociale, che non può ridursi ad una sola classe; per questo si devono neutralizzare le logiche strumentali e disgregative sostenute dalla classe dominante (di cui il governo Monti è piena espressione) e lavorare per costruire le opportune alleanze sociali in grado di sostenere un percorso di fuoriuscita dalla crisi capitalistica secondo linee di difesa degli interessi della parte maggioritaria della popolazione. I lavoratori dipendenti non devono cadere nella trappola di una certa “radicalità” classista, del tutto poi prona alla logica dominante del grande capitale.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Le grandi imprese, le banche, si avvalgono di stuoli di grandi studi associati di commercialisti ed avvocati – ben disposti alle liberalizzazioni montiane – esperti nella pratica dell’elusione fiscale, che altro non è che il modo legale di praticare l’evasione. Esperti conoscitori della oscura e smisurata legislazione italiana ed europea che riescono a risolvere i contenziosi con il fisco riuscendo a far pagare ai propri clienti cifre del tutto convenienti.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">In conclusione, la campagna avviata dal governo Monti contro l’evasione fiscale figurata dalla faccia sfigata del semplice cittadino comune additato come parassita della società rientra a pieno titolo nella logica di difesa dei grandi interessi capitalistici, che si rappresentano invece figuratamente con il maglione di Marchionni, il loden di Monti, i toni pacati e sobri dell’uomo di mondo che conosce il buon galateo non i modi sguaiati e sfacciati degli arricchiti frequentatori di Cortina. La piaga dell’evasione fiscale va combattuta secondo il principio sociale dell’equità, ma teniamo bene a mente che essa non potrà essere debellata senza mettere in discussione il sistema che la genera. </span></span></p>
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		<title>Chi sono le ragazze di Benin city? Perché?</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 23:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano Prima di Natale ho partecipato alla presentazione di un libro sulla “tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia”. Autrice una donna appena oltre i trenta proveniente da questa esperienza, Isoke Aikpitanyi. Il libro, Le ragazze di Benin City, edizioni Melampo, da leggere, è una cruda testimonianza di come funziona questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di Natale ho partecipato alla presentazione di un libro sulla “tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia”. Autrice una donna appena oltre i trenta proveniente da questa esperienza, Isoke Aikpitanyi. Il libro, Le ragazze di Benin City, edizioni Melampo, da leggere, è una cruda testimonianza di come funziona questa tratta.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi tutte le ragazze che partono dalla Nigeria – un paese ricco di risorse – vogliono sfuggire ad una situazione di estrema miseria e degrado sociale oltre che umano. La televisione, che tutte guardano ossessivamente, le abitua a sognare il paradiso del mondo occidentale e la fuga da un paese dove i «poveri sono poverissimi e i ricchi sono ricchissimi». E anche Isoke, passando e ripassando davanti alle vetrine di un’agenzia di viaggio di Lagos, pensa di poter realizzare il suo sogno di viaggiare, fuggire dal suo paese, ma qui inizia il suo calvario.<br />
Il viaggio di Isoke dal suo paese all’Italia dura due anni, durante i quali vive momenti di grande pericolo e sofferenza (deserto, Marocco, Inghilterra), è reso possibile grazie ad un’organizzazione internazionale capillare. Al termine di questo lungo calvario è sbattuta a Torino, dove, al freddo gelido davanti ad un fuoco con le altre ragazze vestite in mutande, si trova a vivere la sua prima esperienza di strada sul joint, il marciapiede su cui si lavora.<br />
Le ragazze giovanissime, anche di tredici e quattordici anni, sono quelle più facili da gestire per gli italos perché ancora non si rendono ben conto di quello che stanno vivendo. Per individuare le “prede” gli italos (coloro che si occupano della tratta verso l’Italia) frequentano in Nigeria le feste di paese, i matrimoni, i funerali, dove c’è sempre qualcuno che filma le ragazze. E questi filmati sono vagliati con attenzione dalla maman: quella è troppo bassa, quella è troppo piatta, quella è troppo vecchia, quella va proprio bene. «Quella piccolina lì, è lei che voglio». Fatta la scelta lo sponsor va dalla famiglia con dei regali dicendo che in Europa hanno bisogno di belle ragazze per fare la modella, la parrucchiera, la sarta, l’attrice. Spesso la famiglia acconsente, e non di rado sono gli stessi genitori a darsi da fare, sanno infatti che «in quella casa lì ci sono i parenti di una donna che porta le ragazze in Europa, hanno visto che la famiglia s’è fatta la macchina, ha comprato la casa. Allora dicono: anch’io».<br />
La maman considera un problema il fatto che le ragazze siano vergini, che non siano mai andate a letto con qualcuno e che quindi non hanno esperienza. Per questo chiedono che l’organizzazione rimedi: in Nigeria ci sono quelli pagati apposta per controllare che le ragazze non siano più vergini e, se necessario, «darsi da fare per sverginarle loro». Ma chi è la maman? Maman, sister, momma, mamma. Insomma la «sfruttatrice, la magnaccia, la padrona». È la padrona assoluta delle piccole comunità dove vivono le donne prostitute, luoghi “protetti” e chiusi, senza contatti col mondo esterno. La maman quasi sempre è una ex prostituta che, una volta smesso di frequentare il marciapiede, decide di entrare nell’organizzazione. Può essere spietata con le ragazze: «Ci sono certe maman che quando le ragazze non guadagnano abbastanza le picchiano sulle mani. Dicono: le tue mani devono raccattare i soldi. Tanti soldi. Hai capito? Altre invece non picchiano, ma usano parole dure, e ricatti, e minacce di voodoo». Succede spesso che le ragazze una volta chiuso col marciapiede – «bruciate dal marciapiede» – non riescano più a pensare a nulla che non sia la strada. «Diventerò anch’io una maman e farò un sacco di soldi».<br />
Il ricatto più grande per queste donne è il debito. Il debito con l’organizzazione del viaggio. «Calcola 180 giorni di lavoro estivo. Sono 18 volte che gli devi dare mille euro, per un totale di diciottomila, se sei una ragazza normale. Le rapidò addirittura devono sborsarne venticinquemila. Poi calcola i 180 giorni dell’inverno, in cui ti chiedono solo la metà, novemila euro. Metti insieme estate e inverno. Fanno come minimo ventisettemila euro che gli devi dare sull’unghia sennò sono grane. E le rapidò ne danno molti di più, sui trentasette-trentottomila&#8230; In teoria se ti sbrighi in un anno e mezzo puoi pensare di pagare il debito. Oppure in due. C’è anche chi lo paga nel giro di un anno, se trova un cliente pollo da cui farsi dare i soldi. Ma tutto questo, ripeto, è solo teoria». «Bisogna trovare un minimo di quaranta-quarantacinquemila euro l’anno, se vuoi restare viva. Sono le spese fisse, diciamo… E quando finalmente hai finito di pagare tutto, devi lavorare ancora per guadagnare i soldi per la festa della maman. La festa del ringraziamento». Poi ci sono i soldi che ogni settimana bisogna dare per il joint, l’affitto, il mangiare, e i soldi da mandare a casa. Per capirci, la rapidò è quella che guadagna un sacco di soldi (la cocca della maman), non necessariamente la più bella, ma sicuramente la «più veloce nel capire e nell’adeguarsi, la più determinata, la più furba, quella che arriva sempre prima al lavoro, capisce prima come funziona il mercato, capisce al volo quali sono gli orari migliori per trovare i clienti che pagano di più…». E spesso la rapidò diventa anche maman.<br />
Sulla strada, sul marciapiede, bisogna andarci come si va ad una «sfilata» da preparare scrupolosamente a casa prima di uscire. La sfilata è il travestimento, una messa in scena per il lavoro. «Ognuna si inventa qualcosa, pur di colpire il cliente. Tu devi colpirlo in una frazione di secondo, mentre passa in macchina. Devi farti scegliere tra cento e cento, se vuoi lavorare». Bisogna mettere in mostra quello che si ha: «C’era la mia amica, Lisa, che aveva la quinta di suo, e ancora si imbottiva il reggiseno fino a mostrare una cosa spropositata… lavorava tantissimo… sei hai un bel sedere mostri quello… e poi ci sono le parrucche, ti tengono caldo e ti fanno apparire più sexi, perché coi capelli corti non ti guarda nessuno. Ognuno ha il suo stile, ma a ogni modo le scarpe devono sempre avere il tacco altissimo&#8230; Bisogna mostrare la merce, e più merce metti in mostra meglio è».<br />
I pericoli che si corrono sulla strada sono davvero tanti: i balordi che passano e tirano qualcosa; quelli che rubano e picchiano; gli stupratori a pagamento (come sono chiamati dalle ragazze), cioè quelli che solo perché pagano «si sentono in diritto di esigere qualunque cosa, e se dici di no giù botte»; gli stupratori di gruppo, cioè quelli che in tre o quattro per volta caricano a forza la ragazza in auto e «sei fortunata ad uscirne viva»; e poi ci sono anche i due carabinieri che solo perché non soddisfatti hanno picchiato Felicia fino a che non le rimane un solo dente in bocca.<br />
I soldi alle famiglie sono il tormento delle ragazze, sono ossessionate dal dovere di spedire i soldi a casa, raccomandandosi presso di loro di metterli in un conto corrente per quando ritorneranno. Ma quasi sempre questi soldi non ci sono, svaniscono. «Manda i soldi – le avevano detto al telefono –, che costruiamo una casa. Lei manda i soldi per i mattoni, il tetto, le finestre, poi ritorna e non trova niente. Solo il terreno. E a volte nemmeno quello… Tutta l’economia della città (Benin City) si regge sui soldi che arrivano dall’Europa, tutto il business, i taxi, il noleggio dei motorini, l’edilizia, le scuole, tutto si regge sui soldi mandati dalla Western Union».<br />
E se qualcuna pensa di uscire dal giro deve fare i conti con l’organizzazione, a partire dalla maman che la considera propria e per ricattarla – nei casi di ragazze più sprovvedute ed ingenue – ricorre pure ai riti voodoo che la terrorizzano. Ci sono quelle che non credono al voodoo e magari vanno in chiesa, non quella cattolica, però, perché in Nigeria ci sono tante chiese cristiane, pentecostali, evangeliste, ed avventiste che stanno prendendo piede grazie ad un predicatore americano (guarda un po’!). Il ricatto ed il controllo passa anche per questi canali, le ragazze vanno in queste chiese organizzate per gli africani: «è l’unico svago nella brutta vita che fanno». In queste chiese si riuniscono anche due o tre volte a settimana, c’è una messa che dura quasi tutto il giorno, si balla, si mangia e c’è tanta gente. «Il pastore non è quasi mai un vero pastore. Per fare il pastore in Africa basta avere una bibbia… l’Europa è piena di questi pastori così. Ovviamente il pastore è sempre d’accordo con la maman. Le ragazze vanno da lui a chiedere consigli, se stanno male lui impone le mani… cosa vuoi farci – dice il pastore –, è Dio che lo vuole. Prostituirsi è una cosa brutta ma anche non mantenere le promesse è molto brutto. Pentiti. E ricorda che anche il padre nostro dice: paga il tuo debito. Così le ragazze pagano il debito e pagano la chiesa».<br />
Chi sono i clienti? Non tutti i clienti sono uomini pericolosi, nel libro possiamo leggere che fra di loro ci sono «persone per bene e persone civili». Di più: «Questi clienti sono l’unico momento di libertà delle ragazze, soprattutto per quelle che non hanno mai un attimo di libertà». Tra questi ci sono quelli che pagano ma che non vogliono fare niente, e che propongono anche di andare a mangiare insieme una pizza; e i giovani senza compagnia femminile che dovendo andare ad una festa propongono alle ragazze di far finta di esser la fidanzata. «Va bene. Sei pagata, vai alle feste, vai a ballare. È sempre meglio che stare in strada. E in questo modo vedi come vivono le ragazze italiane. Ti fai un’idea di come vive la gente normale». Ci sono quelli che diventano «fidanzati», che arrivano pure ad accompagnare la ragazza al marciapiede e che semmai stanno lì nei dintorni per verificare che tutto scorra fuori dal pericolo e che in taluni casi arrivano anche a salvarle la vita. Insomma non tutti i clienti vogliono «sempre e solo fare sesso»: molti ci vanno per parlare dei propri problemi, per trovare compagnia, per sfogarsi, per fare domande.<br />
Quelli che fanno tante domande e parlano più di tutti sono i cosiddetti papagiri, dai quali è «inutile però sperare di cavare i soldi». Il papagiro non va mai sulla strada per fare sesso: «passa in macchina, si ferma, ti porta i cioccolatini, un panino, un termos di caffè bollente per scaldarti quando fa molto freddo. Anche lui chiacchiera, chiacchiera sempre. Chiede, s’impiccia, tu da dove vieni, ma quanto devi pagare, la tua famiglia dove sta, che tipo di viaggio hai fatto. Io non ho ancora capito che tipo di uomo è… ma in questi papagiri c’è qualcosa di buono, son capaci di girare tutta la notte, come una specie di unità di strada, sanno tutto quello che succede nella strada… magari ti danno l’allarme quando c’è la polizia che sta arrivando. Ed ogni tanto qualche ragazza al suo papagiro fa fare un po’ di sesso».<br />
C’è la variante pericolosa del papagiro, quella considerata disperata, «quelli che si arrotolano». A differenze dei papagiri “buoni” questi «vanno con le ragazze e fanno sesso da clienti. Ma ogni volta si coinvolgono. E allora succede il disastro». Il loro arrotolamento li trascina a parlare ossessivamente di sé e dei loro problemi al punto che le ragazze si infastidiscono e dicono: «Ma come, io sto qua, piove, nevica, c’è il sole, fa freddo, devo stare qua a sbattermi e questo viene pure a farsi compatire».<br />
Non è infrequente che una ragazza rimanga incinta, il più delle volte perché i preservativi che «hanno un odore orribile» si rompono come niente.  Se la maman non vuole «un bastardo in giro per casa» spesso finisce male, con un raschiamento con conseguenze anche drammatiche, ma se la ragazza tiene duro e vuole tenersi il figlio allora è costretta a lavorare fino ad una settimana prima di partorire, «i clienti non fanno mica problemi» dice la maman, ed infatti succede che «ogni sera davanti a loro c’è la fila» perché trovano che «le donne incinte siano erotiche». A volte il bambino è spedito dai nonni o da qualche zia, e «questo diventa per la madre l’incubo peggiore, perché ogni settimana deve trovare non solo i soldi del debito e dell’affitto e del joint, ma anche quelli per il bambino e per tutta la famiglia che lo cresce». Perché se non manda abbastanza «ha paura che il bambino non venga seguito, che gli succeda  qualcosa».<br />
Ci sono le ragazze che provano ad uscire dal giro, ma «qualcuna dopo un po’ cede e va a trovare le vecchie compagne»… e così riprende la strada del marciapiede. Sono poche le ragazze che escono dal giro grazie ai cosiddetti operatori di strada, quasi tutte o si sono sposate con i clienti o sono andati a vivere con questi. «Il cliente, che ti piaccia o no, è spesso l’unica risorsa di noi ragazze». Alle ragazze non piace andare in comunità perché «dopo anni di schiavitù non sopportano più le regole, le imposizioni, i divieti». Quelle che ci provano resistono solo pochi giorni, scappano, non riescono nemmeno ad aspettare il permesso di soggiorno, «per chi entra in comunità il percorso è troppo lungo, anche due anni».<br />
Le ragazze di Benin City – scrive Isoke – sono uno «sfogatoio perfetto, un meraviglioso calmieratore di tensioni sociali ed etniche». «Un’africana stuprata è un’italiana salvata». Non bisogna rassegnarsi, afferma, certo i problemi della Nigeria sono tantissimi e la miseria dei molti è impressionante, ma se «le famiglie non hanno i soldi per mangiare, o per vestire i figli, o per mandarli a scuola, allora devono fare la loro parte: che protestino». «Non è vendendo le loro figlie ai trafficanti che costruiranno per loro, e per la Nigeria, un futuro decente». La tratta – continua Isoke – non è soltanto un problema di sesso, di puttane e di clienti: «la tratta è innanzitutto un affare colossale. Un business. È una schiavitù che rende un mucchio di soldi e questi soldi se li dividono bianchi e neri, in perfetto accordo. Sulla pelle di noi ragazze non nasce solo la fortuna di gente come la maman ma anche quella dei bianchi perbene, quelli che non picchiano mai i figli o la moglie… sono questi che vendono i visti, che organizzano i viaggi, che ti fanno passare senza dare nell’occhio dentro gli aeroporti, sono i poliziotti venduti, gli avvocati delle maman, i mediatori, gli affittuari».<br />
Toccanti le pagine nelle quali Isoke racconta della madre e di come, dopo la sua prematura morte, inizi per lei quel percorso di elaborazione da che la porta non solo ad uscire dal giro, ma anche a diventare punto di riferimento per le ragazze che vogliono provarci. «Quando mi hanno detto che è morta mia madre non sono nemmeno riuscita a piangere. Il mondo era crollato, semplicemente. Nulla più aveva senso». Racconta della sorella minore che la chiama al telefono per dirle che ha trovato un viaggio per l’Europa, la sua «bella occasione». «Ho chiuso gli occhi e dentro di me una voce ha gridato: non è possibile. Quando mai finirà questa storia. Quanti anni, quanto dolore, quante morti ci vorranno ancora, prima che la Nigeria smetta di mandare al macello le sue figlie». «Ascolta. Ho preso il cuore in mano e ho cominciato a parlare. Cos’è la tratta. Che cosa fanno le ragazze. Come vivono. L’esistenza che fanno. Era la prima volta che trovavo il coraggio di parlare con qualcuno della mia famiglia: dire tutto, tutto!, senza risparmiare un solo dettaglio». «Mia sorella l’ho salvata, e lei adesso sta salvando le sue amiche. Dice: non partite. In Italia succede questo. Ogni volta che ci penso le mie spalle diventano più leggere. Penso: ho fatto proprio quel che avrebbe fatto mia madre. Ovhoweyemé  [la madre] è morta, ma io no. Sono viva. Sono qui. Io. Isoke».</p>
<p>Alcune considerazioni<br />
Questa drammatica e vibrante testimonianza ci dice più cose di uno studio sociologico del fenomeno. In questo libro si racconta della triste sorte delle ragazze di Benin City (popolosa città nigeriana dello stato di Edo) avviate alla prostituzione in Italia; ma sappiamo bene, purtroppo, che il mercato occidentale attinge da tanti altri paesi la “risorsa vitale”; cambieranno le facce, le situazioni, i nomi, ma la sostanza della questione rimane invariata, si tratta pur sempre di tratte schiavistiche. Il motore che mette in moto la terribile macchina è la fame di sesso che la nostra “libera” e “disinibita” società produce; ma si tratta di sesso alienato, abbrutito, ridotto a pura meccanicità, un sesso concepito dalla logica capitalistica del consumo illimitato. L’atto sessuale, che dovrebbe esprimere una vitale e gioiosa espressione della più alta relazionalità affettiva umana che nella compenetrazione dei corpi vive la sublimità dell’amore, si esprime come appropriazione e possedimento brutali di corpi considerati alla stregua di oggetti procuranti piacere fisico. Come scrive Isoke, le ragazze sono uno sfogatoio perfetto. Infatti, il sesso, così come insistentemente proposto dai mezzi di comunicazione di massa della civiltà capitalistica, diventa momento di consumo nel consumo più generale di merce; e quindi il corpo diventa merce che – in quanto merce – può essere acquistato, posseduto, goduto. Il mercato capitalistico (che definisco totale nel senso che è penetrato – mercificando tutto – in tutte le pieghe, anche più intime, dei rapporti sociali) risponde al bisogno sessuale alienato costruendo una rete internazionale di traffici che ha bisogno – per bene potersi svolgere – di una società “fluida” nella quale affermare con disinvoltura l’idea di un sesso al di sopra di qualsiasi morale che non sia quella dello scambio mercantile. Perciò serve una mentalità “libera”, “disinibita”, “trasgressiva”, “aperta”, “spregiudicata”, “moderna”, che i sacerdoti della pubblicità, del cinema, della televisione, del mondo dello spettacolo, dello sport, del turismo disinvolto, eccetera, propongono con continuità maniacale attraverso i mille canali di cui dispongono.<br />
Le tratte delle nuove schiave nascono dalla spregiudica violenza del sistema capitalistico che è riuscito a perfezionare con sistemi incredibilmente sofisticati le antiche schiavitù. Benin city sorge intorno a quella che una volta era chiamata Costa degli Schiavi, dalla quale navi negriere imbarcavano nelle proprie stive masse di uomini catturati come bestie e schiavizzati, destinati al lavoro forzato delle piantagioni americane (si stima che oltre dieci milioni di schiavi siano sbarcati oltreoceano tra il 1500 e il 1890). Queste tratte neo-schiavistiche si accompagnano alla depredazione sistematica di risorse energetiche, minerarie, agricole, culturali, umane, in tutte quelle nazioni considerate dai paesi dominanti (Usa in testa) come esclusive riserve di caccia. La “democrazia” occidentale nasce, si sviluppa e si afferma grazie alle ricchezze che espropria dal sud del mondo; spoliazione che può esserci solo alla condizione che questi popoli e nazioni siano tenuti nell’oppressione: militare, economica, politica, sociale, culturale, e nel profondo degrado umano. Ecco perché laddove ci sono focolai di volontà di sganciamento dal controllo imperialistico, di resistenza, di affermazione di indipendenza, non tarda a delinearsi la minaccia delle sanzioni, degli embargo, degli interventi militari con seguito di bombardamenti umanitari. Per esportare la democrazia. S’intende.</p>
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		<title>Jus soli contro jus sanguinis: strumentalità, demagogia, ipocrisia</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 10:39:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Catalano]]></category>
		<category><![CDATA[demagogia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[ipocrisia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano “Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati straniera, poiché negarla, è un’autentica follia, un’assurdità”. Dopo aver sponsorizzato l’operazione del governo “tecnico” Monti insediato dalla BCE e dai “mercati”, Giorgio Napolitano indica questa priorità subito raccolta dal senatore Pd Ignazio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">di </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>Antonio Catalano</em></span></div>
<div></div>
<div><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em><br />
</em></span></div>
<div><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><strong> </strong></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/11/immigrati.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2928" style="margin: 5px;" title="immigrati" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/11/immigrati-263x300.jpg" alt="" width="237" height="270" /></a></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"> “Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati straniera, poiché negarla, è un’autentica follia, un’assurdità”. Dopo aver sponsorizzato l’operazione del governo “tecnico” Monti insediato dalla BCE e dai “mercati”, Giorgio Napolitano indica questa priorità subito raccolta dal senatore Pd Ignazio Marino che deposita un disegno di legge firmato da 113 senatori per modificare la legge del 1992 e concedere la cittadinanza a ogni nato in Italia. E così l’attualità è stornata su questa questione mentre la banca europea, che ha imposto all’Italia le sue condizioni, passa all’incasso col nuovo governo che si accinge a smantellare definitivamente i diritti sociali conquistati da decenni di lotta dai lavoratori.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>Jus soli</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"> o </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>Jus sanguinis</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">?</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Evidente che lo </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>jus soli </em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">è il sistema più giusto in quanto</span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"> </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">permette la trasmissione della cittadinanza alla nascita secondo il criterio del luogo di nascita, chi nasce sul territorio nazionale è cittadino. In Italia vige il sistema in forma accentuata di </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>jus sanguinis</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">, che utilizza invece come criterio la pura e semplice appartenenza genealogica per cui è cittadino di un certo paese chi discende da cittadini di quel paese. Mia intenzione non è, qui, discutere della indubbia superiorità del sistema dello </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>jus soli</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">, ma mettere in evidenza come proprio i paladini di questo sistema siano i primi della classe nel sostenere l’ordine imperialistico (Usa capobastone) basato per definizione sulla negazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Questi ruffiani dove sono quando si dovrebbe difendere il diritto di cittadinanza di popoli aggrediti sol perché non adeguatamente allineati e resistenti all’ordine imperiale? Sono in prima fila a spiegare e convincere che si tratta di necessari interventi tesi a liquidare i cattivi di turno che impediscono il normale scorrimento della democrazia. Democrazia intesa non come il potere del popolo ma come involucro ideale per imporre sistemi istituzionali (e di costume) più idonei a garantire la dominazione imperiale. Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, nel mirino la Siria, ma solo per limitarci. La Libia ancora gronda sangue, e di questo sangue sono macchiati i buoni che oggi balzano in prima fila a sostenere il diritto dei bambini figli degli immigrati a diventare cittadini italiani.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">I paesi esportatori di democrazia a suon di bombe, che amano definire “canaglia” quei paesi che non vogliono negare la propria sovranità, che praticano con piglio wasp suprematista lo </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>ius primae noctis </em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">verso i popoli considerati meno che niente, si pregiano di presentarsi come i paladini dei diritti cianciando di “quote rosa”, “quote per extracomunitari”, “diritti alla cittadinanza”. Un impasto nauseabondo di antirazzismo alla benetton, multiculturalismo occidentalocentrico, formalismo ipocrita… stiamo facendo l’identikit del politicamente corretto, ideologia che ha la sua fucina nella produzione cinematografica hollywoodiana, ideologia veicolata dai ceti medi incolti del mondo occidentale con sensibilità alla mulinobianco.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Il capitalismo globalizzato di marca americana, per ottimizzare la veicolazione del proprio modello, </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>l’american way of life</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">, tende a creare condizioni di forte omogeneità comportamentale e la trasformazione “liquida” delle società. Istituti regole e comportamenti che si pongono di traverso a questo processo di omogeneizzazione vanno superati, e qui interviene l’ideologia del politicamente corretto che pone formalisticamente la questione dei diritti, assumendo quelle fisionomie tipiche della cinematografia hollywoodiana. In questo senso l’attribuzione di cittadinanza da “suolo” diventa secondo questa ideologia la condizione migliore di una integrazione nei meccanismi di funzionamento di una società “globalizzata”. Per questo l’ideologia del politicamente corretto riesce così bene a conciliare l’uguaglianza formalistica del siamo tutti uguali senza distinzioni di sesso religione e razza con l’intervento “umanitario” a suon di bombardamenti in quei paesi che esprimono resistenze ad accettare le condizioni poste dall’impero.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Mi sono sempre battuto per il diritto degli immigrati ad affermare pienamente e in totale autonomia la propria dignità, perché non diventassero strumento del capitale per l’affermazione di logiche di divisione sociale. E continuo a farlo. Mi sono sempre battuto perché agli immigrati fosse riconosciuto il diritto fondamentale del permesso di soggiorno così come di altri (a partire da quello di culto), all’interno di una battaglia comune con i lavoratori italiani con i quali stringere un patto di solidarietà contro la logica del </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>divide et impera</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">. Ben sapendo che ciò non passa per il cambiamento di titolazione di scuole pubbliche o menu “etnici” ma per processi (seri, e rispettosi di identità) di integrazione nel tessuto sociale ospitante.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Non mi sembra che i sostenitori di questo disegno di legge siano tra quelli che si siano spesi contro le leggi discriminatorie in materia di immigrazione di questo ultimo ventennio espresse sia da governi di centrosinistra che da governi di centrodestra. Non è lo stesso Giorgio Napolitano colui che per primo e con più forza la scorsa primavera ha sostenuto la necessità del proditorio intervento militare contro la Libia?</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;">E allora, di che stiamo parlando? Sì allo </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;"><em>jus soli </em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;">contro lo</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;"><em> jus sanguinis</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;"> ma fuori della logica che l’immigrato diventi merce di scambio di questa democrazia imperialista propensa a porre formalisticamente la questione dei diritti, così contribuendo a rafforzare sentimenti di diffidenza se non addirittura ostilità verso gli immigrati nel grosso del corpo sociale popolare.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;">Assistiamo, quindi, da un lato, al tentativo di stornare l’attenzione dalle inquietanti (dal punto di vista delle classi popolari) intenzione del governo dei “tecnici”, dall’altro al tentativo di neutralizzare una contraddizione a fini di consenso sociale.</span></div>
<div></div>
<div><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;">28 novembre 2011</span></div>
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		<title>Lettera aperta a Piero Bernocchi</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 16:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[28 gennaio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Catalano]]></category>
		<category><![CDATA[Cobas]]></category>
		<category><![CDATA[Fiom]]></category>
		<category><![CDATA[Metalmeccanici]]></category>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano Caro Piero Bernocchi, seguono alcune considerazioni in merito allo sciopero generale indetto dai Cobas. Insegno nella scuola media superiore dal 1984,  sindacalmente mi formo nelle lotte dei comitati di base dei secondi anni ’80 (all’epoca lavoravo a Venezia, ora sono a Roma). Sono iscritto Cobas anche se non vi svolgo attività “militante”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Antonio Catalano<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/01/sciopero_generale_contro_patto_sociale.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2035" style="margin: 5px; border: black 1px solid;" title="sciopero_generale_contro_patto_sociale" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/01/sciopero_generale_contro_patto_sociale-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a></p>
<p>Caro Piero Bernocchi,</p>
<p>seguono alcune considerazioni in merito allo sciopero generale indetto dai Cobas.</p>
<p style="text-align: justify;">Insegno nella scuola media superiore dal 1984,  sindacalmente mi formo nelle lotte dei comitati di base dei secondi anni ’80 (all’epoca lavoravo a Venezia, ora sono a Roma). Sono iscritto Cobas anche se non vi svolgo attività “militante”, perché impegnato su altri terreni. Ho sempre partecipato agli scioperi, inutile quasi ribadirlo, ma da un po’ di tempo a questa parte nutro perplessità sulla logica politica che sottende l’indizione degli scioperi da parte del sindacalismo di base, in particolare dei Cobas.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sciopero Fiom del 28 gennaio è uno sciopero sacrosanto, l’attacco ai lavoratori è pesante, quello che si persegue da parte padronale è l’azzeramento della contrattazione collettiva e nazionale, vista come ultimo baluardo a difesa dell’unità materiale – e politica – dei lavoratori. La Fiom è sola, la stessa Cgil mal tollera questa anomalia, e figuriamoci se si sogna di convocare un sciopero generale! Che sarebbe il modo più naturale e giusto di contrapporsi a quest’attacco micidiale.</p>
<p style="text-align: justify;">I Cobas si assumono «questa responsabilità» e convocano per venerdì 28 gennaio lo sciopero generale per l’intera giornata. Lasciamo stare le motivazioni politiche che stanno a monte di questa convocazione: sacrosante. Ma il punto non è questo, è un altro: non riesco più ad accettare l’idea di scioperi generali che nascono dalla “semplice” volontà soggettiva. Uno sciopero generale, per essere veramente tale, deve inevitabilmente scaturire da una volontà di massa (non significa di tutti i lavoratori) determinata a mettersi in gioco sul terreno della misurazione dei rapporti di forza e ben consapevole che il sacrificio economico al quale si va incontro è ben compensato dalla dimostrazione che il movimento di sciopero ha dato della sua compattezza, volontà, combattività. Sono questi i fattori, infatti, che suscitano rispetto nella “controparte” e fra gli stessi lavoratori che non hanno partecipato, oltre che senso di unità e di forza – e quindi di autostima –  fra i lavoratori che vi hanno partecipato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, obiettivamente, non mi sembra che ci siano le condizioni perché lo sciopero Cobas possa trovare una risposta di massa. Avendo maturato un po’ di esperienza di queste cose penso che andrà più o meno come tutte le altre volte, con manifestazioni di lavoratori politicizzati, semmai con un seguito di massa di studenti. Nulla toglie che sia positivo che scendano in piazza gli studenti, ma sicuramente non si può pensare di convocare uno sciopero generale… per gli studenti, e poi semmai dire che vi è stata larga partecipazione. Non va bene, non per un fatto formale, ma perché questo modo di procedere non produce nulla di positivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non basta che una situazione sia “matura” perché si possa convocare uno sciopero generale, c’è bisogno che vi sia voglia di farlo e di mettersi in gioco da parte degli stessi lavoratori. Altrimenti uno sciopero generale di questo tipo diventa la stanca e rituale manifestazione ultraminoritaria che semmai farà ancor di più incazzare i lavoratori politicizzati che avranno una ragione in più per ritenere arretrata la massa dei lavoratori, scavando in questo modo  un solco ancor più largo tra se stessi e quest’ultima. Siamo all’abc.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mio piccolo lo vedo, diventa sempre più difficile che colleghi partecipino a questo tipo di scioperi; ed anche tra gli stessi “storici” (cioè quelli che hanno sempre aderito) c’è sempre meno convinzione a farli.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste mie considerazioni non nascono dalla disillusione e quindi non sono cariche di disfattismo. Vorrei solo contribuire, per quel poco che è nelle mie facoltà, a che il sindacalismo di base non si incarti in una spirale sempre più autoreferenziale e quindi del tutto impotente e inconcludente.</p>
<p style="text-align: justify;">Auspico con tutto il cuore che al referendum Fiat vincano i no e che si riesca a sbattere in faccia a Marchionne il suo piano (tanto ben visto negli ambienti del centrosinistra) e che lo sciopero Fiom del 28 sia suggello di questa vittoria. Ed auspico che si riesca a metter in moto un percorso di avvicinamento ad uno sciopero generale “vero”, che nasca cioè dalla capacità dei lavoratori di imporre tale scadenza, per scendere in piazza ed affermare la propria determinazione a contrastare il generale attacco cui sono (e siamo) sottoposti.</p>
<p> </p>
<p style="text-align: right;">Con stima e cordialità,</p>
<p style="text-align: right;"><em>                                                                                                                                   Antonio Catalano</em></p>
<p> </p>
<p>Roma, 13 gennaio 2011</p>
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		<title>Rosarno, tra rivolta e lotta di classe</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Dec 2010 08:49:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano Giusto un anno fa scoppiava la rivolta di Rosarno. L’articolo che segue è stato scritto nel gennaio 2010 per il numero 4 della rivista Comunismo e Comunità, che avrebbe dovuto uscire in veste cartacea di lì a poco tempo ma che invece, per motivi tecnici ed economici, veniva alla luce  solo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giusto un anno fa scoppiava la rivolta di Rosarno. L’articolo che segue è stato scritto nel gennaio 2010 per il numero 4 della rivista </em>Comunismo e Comunità<em>, che avrebbe dovuto uscire in veste cartacea di lì a poco tempo ma che invece, per motivi tecnici ed economici, veniva alla luce  solo in formato elettronico a circa metà anno. Considerata l’importanza del tema, la Redazione della rivista ritiene opportuno riproporre all’attenzione dei lettori  l’articolo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Rosarno, tra rivolta e lotta di classe</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quando la lotta dei lavoratori immigrati riguarda tutti i lavoratori</em><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><em>I fatti di Rosarno ci spingono a riflettere – oltre che, naturalmente, sulla questione immigrazione – sulla decisiva  questione dei rapporti di classe nel nostro paese tra le diverse componenti del proletariato. Non possiamo pensare al proletariato in modo mitico come se fosse per assegnazione divina destinato a compiere la missione salvifica della liberazione umana dal giogo dello sfruttamento e dell’oppressione. Il proletariato, da intendere come insieme dei soggetti sociali dominati nella società del modo di produzione capitalistico, è nel presente senza riferimenti comuni, è privo di una politica e di un’ideologia capaci di orientare il proprio agire sociale in direzione di processi emancipativi e di liberazione. Al suo interno predominano </em>oggi<em> dinamiche competitive funzionali alla riproduzione sociale capitalistica, ecco perché spesso purtroppo si assiste a scenari di scontri ‘interni’, la cosiddetta guerra dei poveri. Ho già trattato in altri numeri della nostra rivista il tema dell’immigrazione<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn1"><strong>[1]</strong></a> e per questo non ripeto cose già scritte, proverò ora ad andare oltre per contribuire al dibattito sul che fare. È, questa, una rivista comunista e non un contenitore di opinioni, perciò i temi non possono essere trattati in modo accademico ma sempre con l’obiettivo di mettere a punto le </em>armi della critica<em> in grado di sostenere una politica coerentemente anticapitalistica. Chi si richiama alla lezione di Marx non può ‘schiacciare’ il tema dell’immigrazione su quello del solidarismo umanitario – che non va biasimato se sincero – deve piuttosto fare i conti con le contraddizioni che il capitalismo genera e dalle quali necessariamente partire. Fondamentale, per chi scrive, è il lavoro di individuazione dei passi da compiere per evitare che la questione immigrazione sia utilizzata dalla classe dominante per favorire processi disgregativi all’interno della composizione sociale che non ha alcun interesse a vivere gli immigrati come altro da sé, al contrario può e deve considerare questi come dei naturali alleati nella guerra contro la barbarie capitalista. Insomma si tratta del ‘solito’ grande tema dell’unità tra i soggetti sfruttati e oppressi nel modo di produzione capitalistico. Per quanto detto, il mio non è un approccio sociologico alla questione  – pur se si avvale di studi di settore<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn2"><strong>[2]</strong></a> – ma politico e </em>militante<em>, quindi per forza di cose di </em>parte<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<tbody></tbody>
<p> </p>
<td align="left" valign="top"> </td>
<p> </p>
<p style="text-align: justify;">La rivolta<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn3">[3]</a> degli immigrati di Rosarno è stata <em>sacrosanta</em>, nasce da un episodio (tra i tanti) di aggressione ad arma da fuoco ad alcuni lavoratori agricoli immigrati (così come era avvenuto a Castelvolturno nel 2008, con sei morti in quella circostanza). A Rosarno le aggressioni contro i migranti iniziano nel 1990 e due anni dopo abbiamo i primi morti, due algerini sono ammazzati a fucilate, nel ‘94 tocca ad un ivoriano ed ancora nello stesso anno un altro ivoriano è ucciso, mentre nel ’96 viene trovato il corpo di un africano nelle campagne di Laureana di Borrello la cui identità non si è mai potuta appurare perché in avanzato stato di decomposizione. Senza contare i numerosi feriti causati da attacchi armati. Quindi la rabbia esplosa a gennaio scorso scaturisce da una situazione di discriminazioni e violenze subite in un lungo ventennio<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn4">[4]</a>. Ma questa volta la rabbia degli immigrati esplode in una vera e propria rivolta che mette a soqquadro l’intero paese di Rosarno. La stampa e le tv subito pongono l’accento sulle violenze commesse dagli immigrati <em>dimenticando</em> di raccontare da dove originano queste violenze, come se fosse naturale e normale che si possa sparare a dei lavoratori con fucili a pompa. La violenza non si può mettere tutta sullo stesso piano, un conto è la violenza praticata – direttamente o indirettamente poco importa – da chi esercita il potere in modo discriminatorio per difendere il proprio privilegio di classe un conto è la violenza <em>reattiva</em> degli sfruttati. Teniamola sempre a mente questa distinzione! Hanno un bel dire i benpensanti e legalitari che bisogna incanalare la protesta nell’alveo della legge, come se la Legge fosse davvero “al di sopra delle parti” e non strumento del diritto della classe al potere, come se non avessimo mille esempi concreti che dimostrano questa <em>verità</em>. Insomma, in una società classista come la nostra la Giustizia non è neutra, è asimmetricamente a sfavore dei soggetti sottoposti all’oppressione di classe capitalistica, e questo vale ancor di più in una fase come questa in cui i rapporti tra le classe nella società non pendono per nulla a favore dei dominati. Quindi è ipocrita e disgustoso il richiamo alla legalità da parte di tutti coloro che questa la intendono a senso unico, cioè a favore del sistema vigente che ragiona con la pancia della legge del valore.</p>
<p style="text-align: justify;">Al momento della vile aggressione con il fucile a pompa a Rosarno è presente un’ampia comunità di lavoratori immigrati (specialmente africani) che lavora in condizioni schiavili nei campi per la raccolta degli agrumi (arance e mandarini). Il lavoro è massacrante, dura per l’intera giornata illuminata dal sole e riceve uno straccio di paga che non raggiunge neanche i venti euro, se tutto va bene. Nel Sud d’Italia c’è un esercito di forza-lavoro migrante che rincorre i lavori agricoli nelle varie regioni (dalla Puglia alla Campania, dalla Calabria alla Sicilia) sfruttata allo stremo e che vive disumanamente in aree altamente degradate. Tutti lo sanno tutti fanno finta di nulla. Perché? Perché questa forza-lavoro fa comodo, perché è prestata senza nessuna applicazione di contratto e quindi di sicurezza e di retribuzione, perché genera profitti che altrimenti non potrebbero conseguirsi. E quando si esercita il ricatto dell’espulsione tutto questo è ancora più brutale perché questi lavoratori li si può sfruttare fino al midollo nella continua minaccia della perdita del lavoro e della cacciata dal Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo di uno sfruttamento bestiale e quindi inumano cui sono sottoposti questi lavoratori migranti, subita non tanto «<em>da quella ‘ndrangheta di cui tanto si parla in queste, che sicuramente c’è e controlla affari e territorio, ma dai grandi e piccoli padroncini  di cui la ‘ndrangheta è da sempre cane da guardia e collaboratore… È per questi padroni ‘puliti’ che i cinquemila braccianti immigrati che vivono a Rosarno e negli altri paesi della Piana lavorano oltre le 12 ore al giorno per meno  di 2 euro l’ora: 20-24 euro al giorno di cui 6 devono andare al caporale che ogni mattina sceglie chi e quanti lavoreranno in quella giornata. La stessa situazione  di Eboli, Castelvolturno (Campania), Cassibile (Sicilia), e poi Cerignola, Stornara (Puglia), e di tante zone del Nord dove la ‘ndrangheta non c’è ma i padroni hanno la stessa fame di profitto</em>», come dice giustamente un comunicato dei compagni dei <em>Red Link</em> di Napoli. E forti di leggi favorevoli, come la Bossi-Fini che introduce con il “Pacchetto sicurezza” l’aberrante reato di clandestinità, queste vere e proprie sanguisughe usano la maggiore ricattabilità e subordinazione degli immigrati non solo per aumentare lo sfruttamento ma per arrivare persino a rifiutarsi di pagare la misera paga dovuta. «<em>E se c’è chi protesta per avere i propri soldi, come è avvenuto a Rosarno, scattano le ritorsioni, le aggressioni, si costruiscono ad arte episodi di illegalità dei migranti al solo scopo di aizzare l’odio razzista, che non a caso si concentrano negli ultimi giorni della raccolta per costringere gli immigrati al silenzio o alla fuga. Quanto hanno risparmiato i padroni di Rosarno per tre mesi di lavoro delle migliaia di braccianti allontanati senza essere pagati nemmeno di quel miserabile salario</em>?».</p>
<p style="text-align: justify;">Fatta questa necessaria premessa per rendere esplicito il quadro <em>valoriale</em> cui mi riferisco – non  <em>equivicinante</em> – passo ora ad un altro piano, quello relativo all’analisi della situazione concreta e al come poter intervenire su questo spinoso terreno non secondo un generico punto di vista ma secondo una prospettiva di “ricomposizione di classe”. Partiamo dal riconoscere che a livello dei ceti popolari non è facile parlare di immigrati senza scatenare umori di perplessità se non a volte di vera e propria ostilità, e non è difficile capirne il motivo almeno per chi ha un rapporto non astratto con la realtà; la presenza di tanti immigrati non è vista come un’occasione di <em>arricchimento</em> o di esperienza <em>multietnica</em> ma è vista concretamente come il <em>segnale</em> di una situazione generale preoccupante. «<em>Chi vive nei piani bassi, invece, è più esposto al veleno del pregiudizio, perché lì la darwinistica lotta per la sopravvivenza si presenta tutti i giorni con i caratteri ultimativi della sopravvivenza fisica e morale. La famigerata «lotta tra i poveri», della quale il Santo Padre si lamenta, non dispone gli animi ai buoni sentimenti, e chi vive giornalmente con l’angoscia di perdere anche le briciole coltiva una suscettibilità nei confronti dei pericoli, reali e immaginari, tutt’affatto particolare. Non ci vuole un corso accelerato di psicoanalisi per comprendere questo meccanismo, e certo lo hanno compreso i dittatori e i populisti d’ogni tempo. Le classi dominanti hanno imparato a tenere caldo il risentimento dei dominati, per volgerlo al momento opportuno contro i suoi nemici, o contro il capro espiatorio di turno<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn5"><strong>[5]</strong></a></em>». Breve parentesi: c’è un antirazzismo davvero odioso, è quello degli intellettuali, artisti, giornalisti eccetera, cioè delle classi <em>colte</em>, che vivono nei quartieri <em>alti</em> che – guarda un po’! – accusano gli abitanti delle zone <em>basse</em> di essere razzisti… Parioli contro Tor Bella Monaca! Indignazione ipocrita e pregna di odio classista verso i ceti popolari… ecco il vero razzismo. Dice bene Gennaro Scala nel suo <em>Carattere reazionario dell’antirazzismo</em><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn6">[6]</a> che l’ «<em>l’antirazzismo vorrebbe sanzionare la superiorità morale dei settori “istruiti” e scolarizzati rispetto alle classi inferiori “piene di pregiudizi”</em>» e che, in questo senso, è «<em>un’ideologia che segna un rapporto di classe</em>» (anche se non condivido il suo <em>realismo</em> che lo porta a ritenere l’immigrazione pianificabile e riconducibile ad una giusta politiche delle “quote”, come se ci trovassimo a fare i conti con un sistema che parte del presupposto del bene comune e non con un capitalismo imperialistico che invece presuppone la rapina economica a danno dei paesi dipendenti con tanto di sfruttamento internazionale del lavoro). Non salga ora in cattedra il fesso di turno per accusarmi di essere insensibile alla denuncia della cultura razzista. Lo dico a scanso di equivoci: il fatto che si diffondano tra i lavoratori e i giovani (in particolare delle periferie urbane, ma non solo) sentimenti e comportamenti razzisti è davvero preoccupante, quando è necessario le uniche risposte <em>pedagogiche</em> sono quelle delle rudi mazzate, e su questo non ci piove, ma bisogna pur capire su quali basi ciò accade e quali possono essere le vie d’uscite. La comprensione di queste basi  non deve per niente portarci alla giustificazione <em>populistica</em> dell’ostilità  verso i migranti, anzi, ogni manifestazione di pensiero ed azione che può addirittura sfociare in forme di aperta  e violenta aggressione fisica (come già a Ponticelli nel 2008), con contorno di campagne islamofobe ed altre schifezze del genere sono non tanto da deplorare ma da contrastate <em>con tutti i mezzi necessari</em>. Nessuna accondiscendenza, quindi, verso coloro che si macchiano di aggressioni nei confronti dei migranti, niente giustificazionismo sociologico, anche se i soggetti – come spesso accade – sono proletari. Che sia chiaro!</p>
<p style="text-align: justify;">La solidarietà tra gli sfruttati e gli oppressi non nasce per decreto o perché i proletari “non hanno nulla da difendere se non le loro catene”, nasce e si sviluppa nella dinamica della lotta di classe che deve sapersi dotare delle giuste forme di organizzazione della lotta e degli istituti in grado di confermare e riprodurre rapporti di fratellanza e di comunità al suo interno. Nella storia contemporanea spesso i proletari sono divenuti strumento del potere capitalistico e imperialistico arruolandosi negli eserciti delle rispettive borghesie per difendere i loro interessi di classe, massacrandosi così in carneficine spaventose. Non è invece andata in questo modo la storia quando i proletari hanno rifiutato di sottomettersi a queste logiche ed hanno partecipato a movimenti rivoluzionari. Un esempio per tutti il “disfattismo rivoluzionario” di leniniana memoria che propagandava ai soldati arruolati negli eserciti degli stati in lizza tra loro nella Prima Guerra Mondiale la necessità di smetterla di scannarsi vicendevolmente per rovesciare le proprie baionette contro i rispettivi comandi al servizio dei propri capitalisti. Questa politica <em>disfattista</em> e <em>internazionalista</em> era l’unica strada a disposizione dei proletari per interrompere la vera, e non metaforica, guerra tra i poveri. Sulla base di questo rovesciamento <em>disfattista</em> si dettero situazioni di vero e proprio affratellamento che superava le barriere nazionali. Questo per dire che la solidarietà tra i dominati non nasce per determinazione meccanica della condizione storico-sociale ma dall’appropriazione di autonomia politica, che determinate circostanze storiche possono favorire . Senza una politica dell’unità tra “chi non ha altro da perdere le proprie catene” non c’è speranza che si determini nulla di positivo sul terreno non dico dell’unità d’azione ma nemmeno della <em>semplice</em> solidarietà. La solidarietà di classe tra gli sfruttati e gli oppressi per potersi sviluppare richiede che ci siano disponibilità alla lotta e all’organizzazione,  riconoscimento del nemico comune, perseguimento di obiettivi unificanti, insomma di tutto ciò che fa sentire la necessità di stringere rapporti di fratellanza fra chi si trova nella stessa <em>barca</em>. Ma se questo terreno non si determina succede che le classi dominate diventano strumento di logiche estranee a percorsi di emancipazione, vittime quindi di politiche che riescono a cogliere questi <em>umori</em> per orientarli però su posizioni <em>reazionarie</em>. Di esempi storici ce ne sono tanti, i fascismi hanno avuto questa caratterizzazione, ma, per rimanere ai nostri giorni e in Italia in particolare, non è oggi il fascismo ad avere questa capacità di aggregazione popolare su base ideologica capitalistica bensì il <em>leghismo</em>. Il leghismo nasce nel Nord d’Italia ma i suoi miasmi si sono diffusi come metastasi in tutto il Paese. Il leghismo utilizza un linguaggio semplice, povero, rozzo, ma che riesce a far presa sui ceti popolari perché intercetta le loro paure. Oggi le campagne leghiste tuonano in modo ossessivo e truculento contro gli immigrati, connotandosi in particolare di antiislamismo: manifestazioni contro l’apertura di moschee con tanto di ‘porchettate’ ed addirittura contro la stessa pratica del culto, chiusura di centri islamici e di scuole, divieto all’esercizio di attività commerciali, ‘bianchi natali’ e porcate varie. Purtroppo, in mancanza di un’autonomia politica delle classi lavoratrici, questa impostazione paga sul piano del consenso, crea ideologia, crea i presupposti della liceità di provvedimenti a forte contenuto discriminatorio contro gli immigrati. I fatti di Rosarno non sono figli della bestialità calabrese, sono figli di un clima generale che ammorba tutto il territorio nazionale (per rimanere in Italia). Essi dimostrano che il leghismo va oltre la Lega, è divenuto movimento che attraversa l’intero Paese da nord a sud e viceversa. Per ritornare al già citato caso Ponticelli basterebbe rileggere l’infame manifesto dell’allora DS per capire che linguaggio e <em>cultura</em> sono le stesse (in questi giorni nel quartiere Quadraro di Roma campeggia un lurido manifesto a caratteri cubitali: «Finalmente sgomberato il campo nomadi di via degli Angeli!»&#8230; firmato PD).</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta allora di capire che se episodi di questo tipo si ripetono è perché in concomitanza dell’acuirsi della crisi economica e della mancanza di prospettive <em>interne</em> a questo sistema il colpevole bisogna cercarlo ed individuarlo in un soggetto che per definizione è <em>estraneo</em>, contro il quale è facile creare compattamento. Ma questo accade perché all’<em>oggi</em> non ci sono forze sociali e politiche in grado di orientare diversamente gli <em>umori </em>delle masse. Orientamento che non richiede solo buone intenzioni e belle parole ma concrete indicazioni delle responsabilità sociali della crisi, denuncia delle politiche di classe tese a sostenere gli interessi delle concentrazioni di potere capitalistico, abbandono di qualsiasi politica tesa a migliorare – illusoriamente – il sistema, denuncia delle politiche di intervento militare (Iraq, Afghanistan, Honduras, Iran…), costruzione di legami forti tra i vari settori colpiti dalla crisi contro le tendenze al “si salvi chi può”, proposizione di orientamenti culturali e <em>valoriali</em> anticapitalistici in grado di contrastare la furia nichilistico-dissolutirice del turbo-capitalismo. Insomma, un intervento a tutto campo – che non si limiti al solo piano della pur necessaria lotta di difesa sindacale – che sappia investire l’<em>insieme</em> dei rapporti sociali capitalistici. Ma per far ciò serve dotarsi di una <em>politica</em> anticapitalista senza della quale il <em>realismo </em>porta alla pratica al ribasso della ricerca del meno peggio in una spirale inarrestabile che conduce di capitolazione in capitolazione a dismettere non tanto qualsiasi riferimento al comunismo ma l’idea stessa della trasformazione sociale.  Non si capirebbe altrimenti la fortuna che incontra negli ambienti di sinistra il <em>regolismo giustizialista</em> dipietrista e travaglino. </p>
<p style="text-align: justify;">Riprendo un mio intervento pubblicato nel <em>blog </em>di “Comunismo e Comunità”<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn7">[7]</a> in risposta ad un breve commento di La Grassa<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn8">[8]</a> sui fatti di Rosarno.  Se voglio mettere dieci persone su una <em>cinquecento</em> – dice La Grassa – non può che finire a scazzottate: fuor di metafora, se accogliamo troppi immigrati finisce a scazzottate. Per evitare le scazzottate per entrare in dieci in <em>cinquecento</em> basterebbe ricorrere ad un furgone, per le altre scazzottate  differenti considerazioni dovremmo invece fare. La domanda da porsi è: «Chi vuole che questi lavoratori immigrati siano sottoposti ad uno sfruttamento bestiale e ad un’esistenza vissuta in condizione di sub-umanità?».</p>
<p style="text-align: justify;">Più nessuno, tranne qualche imbecille (nel senso che non ha capacità di discernimento), pensa che gli immigrati facciano quei “lavori che gli italiani non vogliono fare”, questa filastrocca per tanti anni ripetuta è servita solo a favorire il lavoro immigrato nei vari comparti produttivi fuori da ogni garanzia contrattuale. È vero sicuramente che gli italiani non vogliono – e non possono, almeno per il momento – prestarsi a determinati lavori all’attuale prezzo e alle attuali condizioni. Se un padrone ha a disposizione dei lavoratori immigrati che può sottopagare e per i quali non ha obblighi contrattuali (o può facilmente derogare a essi) è difficile che si faccia scrupoli morali a metterli al suo servizio, considerando che siamo in vigenza di una legislazione che lo favorisce in quanto esercita sui migranti il ricatto del permesso di soggiorno regolato col contagocce (e sui quali le questure lucrano bei soldini in uno schifoso commercio di taglieggio-concessione). Non dimentichiamo, inoltre, che il migrante senza nemmeno permesso di soggiorno è considerato clandestino. Questa forza-lavoro a prezzi stracciati fa gola ai padroni e padroncini, favorisce nei<em> fatti</em> il depotenziamento della forza contrattuale dei lavoratori locali che così si trovano a dover fare i conti con una concorrenza difficilmente sostenibile. Per questo motivo ci sono tanti posti di lavoro dove l’italiano fatica ad inserirsi, nei quali è fortemente condizionato dalla sua capacità di <em>reggere</em> la concorrenza con il lavoro migrante che più<em> facilmente </em>si sottopone a ritmi di lavoro forsennati con paghe ridotte ai minimi, tanto più che i migranti spesso si <em>adattano</em> a vivere in condizioni improponibili per gli italiani non perché questi siano più civili ma perché diversa è la condizione che vivono.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo personale: da ragazzo spesso approfittavo delle vacanze estive per andare a fare lavori nei campi della Capitanata foggiana per la raccolta di pomodori, peperoni, melanzane, carciofi, uva, barbabietole da zucchero, finocchi. Con me c’erano tanti altri ragazzi oltre ad uomini e donne. Questa circostanza, oggi, è improponibile per il <em>semplice</em> fatto che c’è disponibile un esercito di migranti <em>viaggianti</em> nel Sud (si sposta di regione in regione al seguito dei lavori da svolgere nei campi) che vende la propria forza-lavoro nei lavori agricoli in cambio di paghe ridottissime, lavorando come <em>ciucci</em>, fuori da qualsiasi tutela sindacale e assicurativa, che finita la giornata torna in situazioni improponibili per noi italiani, vere e proprie <em>bidonville</em> dove le condizioni igieniche sono del tutto inesistenti. Sono dei <em>ghetti</em> (così come è definito quello di Rignano garganico) di cui spesso non si sa nulla, tranne nei casi in cui succede qualcosa o perché sono ripresi dalle camere dei <em>Medici senza frontiera</em>. Mi è capitato di vedere (sempre nelle campagne del foggiano) dopo il tramonto scene davvero crudeli: lavoratori stesi sull’asfalto o perché sfiniti o perché affogati nell’alcool o perché tutti e due.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste circostanze la presenza degli immigrati genera contraddizioni con le popolazioni locali – non stiamo parlando di certo di chi lucra da queste situazioni – e a poco servono i richiami alla tolleranza e all’accettazione del diverso perché sono armi spuntate che al più portano all’autocertificazione di antirazzismo. Chi in queste situazioni blatera irresponsabilmente di  multiculturalismo<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn9">[9]</a> e cose simile<em> </em>non si rende conto di giocare col fuoco, è un modo sbagliato e controindicato di affrontare la questione, quasi sempre produce il rigetto di qualsiasi tentativo di impostare seriamente la questione. La primavera scorsa a Roma qualcuno ebbe la brillante idea di proporre il cambiamento di titolazione della scuola elementare “Carlo Pisacane” (bel nome per giunta) con quella del pedagogista giapponese Makiguchi. I <em>multiculturalisti</em>,<em> </em>che immaginano un mondo <em>benettoniano</em>, subito sposarono la proposta mentre la stragrande maggioranza del quartiere visse questa come una provocazione. Un esempio tra i tanti per spiegare come simili atteggiamenti siano controproducenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il corno del problema non è allora quello di fare dell’antirazzismo e dell’antixenofobia di maniera ma provare a rovesciare l’ordine dei fattori. Come? Innanzitutto mettendo in evidenza come siano <em>funzionali</em> al capitalismo i flussi migratori, funzionalità dimostrata dai benefici incalcolabili derivanti dallo sfruttamento di forza-lavoro a buonissimo mercato ottenuti da tutti gli <em>agenti </em>dello sfruttamento<em> </em>in una situazione di concorrenza generalizzata che svantaggia <em>tutti</em> i lavoratori. È la determinazione <em>scientifica</em> di quella che spesso è chiamata “guerra dei poveri”.</p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Annozero</em> del 14 gennaio 2010 Travaglio, nel suo intervento <em>L’Italia senza immigrati</em>,<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn10">[10]</a><em> </em>descrive lo scenario conseguente all’assenza di tutti gli immigrati dal Paese. Dice Travaglio: «Immaginiamo che un giorno un mattino ci svegliamo e non c’è più un extracomunitario… bambini senza tata, nonni senza badanti, classi soppresse per mancanza di bambini, mancanza di operai delle piastrelle, pomodori che marciscono, parrocchie chiuse per assenza di preti stranieri, Inter senza più giocatori, insomma la catastrofe economica». Uno scenario apocalittico. Travaglio col suo efficace intervento non fa altro che riproporre la seguente tesi: <em>fate bene attenzione signori, siate più buoni, non esagerate nelle vostre intemperanze xenofobe, non lasciatevi prendere dalla irrazionalità, i migranti </em>servono<em> come il pane all’economia nazionale, per cui siate più tolleranti</em>. Una sinfonia che si sente spesso, come a dire: va beh! lo sappiamo che cinque milioni di lavoratori immigrati creano problemi ma volete mettere i vantaggi che ne derivano? Non ci siamo, questa logica è da rigettare perché è un’esca che contiene un amo micidiale, l’accettazione dello stato di cose presenti, cioè la situazione voluta dal Capitale di concorrenza a ribasso fra tutti i lavoratori e quindi lotta intestina alla classe lavoratrice. La risposta deve essere è un&#8217;altra, deve poggiare su ben altri presupposti, essa contiene la comprensione che la situazione attuale è un preciso portato dell’azione internazionale del capitalismo. A tale proposito è interessante un’intervista<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn11">[11]</a> fatta ad Edgar Galiano, ecuadoregno, Segretario generale del Comitato Immigrati, il quale sostiene la tesi di una immigrazione come processo <em>guidato</em> dal Capitale e non come fenomeno spontaneo inarrestabile. L’immigrazione è un processo – e non un fenomeno, come tiene a sottolineare Galiano nella sua intervista – che non può essere interpretato alla luce degli schemi forniti dall’antirazzismo solidale. Riporto alcuni passaggi dell’intervista: «<em>La migrazione, lo ripeto, è un processo guidato. Il lavoro nella edilizia prima era dei polacchi, poi degli albanesi, oggi è dei romeni. Se certe nazionalità vengono a svolgere uno specifico lavoro, ciò non è incidentale, bensì pianificato. Vladimir, il compagno della associazione Iliria, ha fatto uno studio su questo processo pilotato. Ad esempio, dal prossimo anno gli albanesi avranno il visto per entrare in Italia, così che possa prodursi un ricambio generazionale. Ci hanno bombardato con l’idea degli affamati che scappano: ma se gli immigrati lasciano condizioni di vita spaventose, il loro moto non è poi così spontaneo. In Italia le comunità prevalenti sono quelle marocchina, albanese, filippina, romena. Pensate ai romeni: 22000 imprese italiane operano in Romania (“dando lavoro” a 800000 persone). Con l’ingresso della Romania nell’UE, nel 2007, questa situazione è diventata a rischio: in patria i romeni prendono dalle imprese 200 euro al mese, allora per loro è meglio andare in Italia o in Spagna. Quindi, in questo caso il processo è sfuggito un po’ di mano. Le imprese italiane in Romania stanno spingendo per farli ritornare lì. E’ da questa spinta che è nata la pressione bestiale nei confronti dei romeni: la campagna mediatica, davvero massiccia, contro la comunità romena è stata determinata anche dalla volontà degli imprenditori italiani che operano in quel paese».</em> Ancora: <em>« Ma se possiamo fare un ulteriore passaggio, va detto che le leggi sulla immigrazione gestiscono i flussi per intervenire sulla composizione del mercato del lavoro. Le leggi sin qui varate in Italia, la Turco-Napolitano come la Bossi-Fini, sono andate in questa direzione. In questo quadro, il ricatto a determinate comunità è parte del gioco. In Italia si è assistito a campagne mirate prima contro i marocchini, poi contro gli albanesi, per arrivare all’attacco ancora in atto contro i romeni. Sono le comunità più presenti che vengono criminalizzate, per ricattare meglio un settore di manodopera. Oggi, il datore di lavoro che assume un romeno, può fargli pesare il clima pesante che c’è nei confronti della sua comunità, può fargli credere che gli sta facendo quasi un favore</em>»<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La via da seguire non è quella indicata da chi gli sta cuore la sorte dell’economia (capitalistica) della nazione per cui vede negli immigrati una risorsa <em>strategica</em>. Non è bestemmia  dichiarare che la difesa dell’<em>Economia Nazionale</em> (capitalistica <em>e</em> imperialistica)<em> </em>è un feticcio che porta le classi dominate a dover accettare <em>tutte </em> le compatibilità di sistema. È chiaro che se si rende Sacro l’<em>Interesse Nazionale</em> si dovrà agire di conseguenza e quindi accettare  il fatto che le proprie imprese per essere più competitive sul mercato internazionale dovranno ridurre i costi della produzione e che per poter ridurre i costi della produzione dovranno ridurre i costi del lavoro e che per poter ridurre i costi del lavoro dovranno utilizzare gli immigrati che… costano meno. <em>Così vanno le cose così devono andare </em>cantavano anni fa i <em>Csi</em>. Ecco perché il leghismo<em> </em>è demagogico e profondamente – strutturalmente – legato a questo sistema, non può mettere in discussione le compatibilità del capitalismo che anzi è il suo fertile terreno di coltura. Per cui quando agita la sua bandiera anti-immigrati lo fa solo per tenere questi <em>a cuccia</em>, che stiano buoni buoni senza creare problemi, cioè senza rivendicare diritti, insomma che stiano nella loro capanna. «<em>La libertà della “Padania” non prevede infatti che questa sia liberata dalle basi militari straniere, che occupano il territorio usandolo per ogni tipo di traffico illegale, compreso quello degli immigrati clandestini</em>» come si dice in un interessante intervento apparso sul <em>blog </em>di Comidad<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn12">[12]</a>. L’anticentralismo federativista della Lega è l’espressione del suo attaccamento centralista al capitalismo… <em>padano</em>. Ma non è che le altre forze non nominalmente leghiste siano migliori solo perché non arrivano agli eccessi padani! Esse sono tutt’uno con la Lega quando assumono infatti come bene primario il bene dell’impresa e dell<em>’Economia Nazionale</em>, anche se non si parla della <em>Padania</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rifiuto della logica delle compatibilità capitalistiche è la necessaria premessa per svolgere non solo una conseguente difesa degli interessi di tutti i lavoratori ma anche, e soprattutto, l’unico modo per condurre una battaglia a tutto campo contro l’inumano modo di produzione capitalistico. L’ideologia capitalistica cerca di convincere che non ci sono alternative e che si possono ottenere dei risultati ‘positivi’ solo in periodi di vacche grasse. La mancanza oggi di una simile impostazione si coglie nell’impotenza che i lavoratori esprimono quando reagiscono agli attacchi padronali, ai licenziamenti in particolare. Gli operai di Termini Imerese (Pa), dell’Alcoa di Portovesme (Ci), dell’Adelchi di Tricase (Le), solo per citare alcuni casi, purtroppo hanno le armi spuntate quando si <em>limitano</em> a contestare questi provvedimenti che nascono da politiche padronali di ristrutturazioni e delocalizzazioni. Sarebbe importante in questi casi provare a prendere contatti con gli operai <em>stranieri</em> dei paesi dove gli impianti saranno dislocati perché si possano gettare dei ponti di solidarietà nel rifiuto delle logiche padronali che mirano alla riduzione dei costi col supersfruttamento. Ma per far questo si dovrebbe comprendere la necessità <em>politica</em> “sia di qua sia di là” di <em>farla pagare cara al padrone</em>, nel senso di rendergli la vita difficile e non permettersi di <em>giocare</em> sul mercato internazionale. Inutile dire che non è un punto di partenza, ma senza queste premesse di contenuto sarà davvero difficile invertire la tendenza. Le cronache spesso registrano le azioni isolate e disperate di operai che salgono sui ponteggi, sulle gru, che fanno scioperi della fame, o che arrivano finanche a togliersi la vita, come è accaduto il 31 gennaio nel bergamasco dove un operaio di trentacinque anni si è dato fuoco dopo essersi cosparso di benzina. Gli operai riescono pure ad essere invitati al festival di San Remo, raccolgono comprensione e pietà. Ma come mai quando lottano e si organizzano e lo fanno in modo determinato e secondo le modalità proprie della lotta di classe la simpatia nei loro confronti cessa di esistere? Farla pagare cara al padrone certo, ma per <em>padrone</em> non dobbiamo intendere solo la persona fisica, padrone sono i <em>rapporti sociali capitalistici</em>, sono questi che devono essere investiti della feroce critica sociale, perché se così non è al più si rimane, per quanto possano essere efficaci determinate lotte, al livello della <em>forma</em> che assume il modo di produzione capitalistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Non penso di essere uscito fuori del seminato, la questione centrale trattata in questo articolo non può risolversi rimanendo sul tema specifico. Ma per <em>tornare a noi</em> vediamo cosa è possibile fare per impostare politicamente la questione sulla base del quadro d’analisi fin qui sviluppato. È fondamentale che si svolga un intenso lavoro d’intervento <em>aperto </em>nelle situazioni a più alto rischio di conflitto tra lavoratori <em>indigeni </em>ed immigrati, un lavoro politico che sia in grado di sostituire nella <em>pratica</em> i valori sistemici razzistici e xenofobi, non con sermoni moralistici ma con l’affermazione della <em>necessità</em> e <em>opportunità</em> dell’unità da costruire nell’azione comune, nella lotta e nell’organizzazione tra tutti i lavoratori e proletari (occupati e non, migranti e non). Si tratta, quindi, di organizzare interventi nei quartieri a forte presenza di immigrati dove è alta la tensione, nei posti di lavoro a più alto tasso di immigrati, nelle scuole (in particolare nei professionali). Per rendere efficaci questi interventi si dovrà entrare nel merito delle contraddizioni e abbandonare qualsiasi idea astratta della lotta di classe che riduce il tutto alla lotta “contro i padroni”. Non perché questo non serva, anzi!, ma perché i piani sono tanti e tutti bisogna saperli affrontare. Le contraddizioni attraversano orizzontalmente tutti gli strati sociali, per cui bisogna avere la capacità di individuare sul terreno le linee di frattura tra le diversi parti, tra chi è interessato <em>nei fatti</em> alla difesa dell’attuale sistema e chi no, a prescindere dalla coscienza elaborata.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la rivolta di Rosarno discutevo con un compagno sul che fare nelle situazioni concrete per far capire in particolare ai giovani proletari (che spesso sono i più rabbiosi contro gli immigrati) che è loro interesse evitare di cadere nella trappola della contrapposizione e quindi della “guerra tra poveri”. Si concordava sul dare risposte forti a questi giovani <em>arrabbiati</em> abbandonando gli inconcludenti discorsi genericamente antirazzisti e incanalare questa rabbia nell’alveo della lotta di classe, condizione indispensabile per la maturazione di livelli di coscienza <em>antagonista</em> al sistema. Premesse dalle quali nasce e si sviluppa un tessuto organizzativo e <em>comunitario</em> dove introdurre <em>tutte</em> le tematiche anticapitalistiche. Ma necessario e fondamentale è affrontare le contraddizioni <em>interne </em>sia ai lavoratori italiani sia ai lavoratori immigrati: i lavoratori italiani devono rendersi conto della <em>funzionalità </em>al capitale del lavoro degli immigrati e quindi individuare in questi ultimi non la propria controparte ma degli ottimi alleati; i lavoratori immigrati, per conto loro, devono – con tutte le difficoltà che possiamo immaginare – rifiutarsi di diventare strumento di ricatto reclamando l’applicazione degli stessi diritti. «<em>Stesso lavoro stesso salario</em>». E se i padroni non potranno più scegliere tra i migliori offerenti sarà vita più difficile per il capitalismo… e per gli stessi razzisti.  </p>
<p style="text-align: justify;">Il sogno del capitalismo è un lavoratore che si sottomette e fatica come un cane per arricchire il padrone, che quando ‘sbaglia’ preferisce le botte piuttosto che essere cacciato, perché lui tiene figli che vogliono il pane e chi glielo dà e lui, il papà. Così come nell’atroce canzone <em>Padrone mio </em>del grande cantore pugliese Matteo Salvatore.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><em>Padron</em><em>e</em><em> mi</em><em>o</em><em>, ti vogli</em><em>o</em><em> arrecchire,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>padron</em><em>e</em><em> mi</em><em>o</em><em>, ti vogli</em><em>o</em><em> arrecchire,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>comm</em><em>e</em><em> nu cane i vò fatij</em><em>á</em><em>,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>comm</em><em>e</em><em> nu cane i vò fatij</em><em>á</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E qquann</em><em>o</em><em> sbagli</em><em>o</em><em>, damm</em><em>e</em><em> li bbott</em><em>e</em><em>,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>e qquann</em><em>o</em><em> sbagli</em><em>o</em><em>, damm</em><em>e</em><em> li bbott</em><em>e</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>vogli</em><em>o</em><em> la morte, ma nnu&#8217; mme caccià,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>vogli</em><em>o</em><em> la morte, ma nnu&#8217; mme caccià.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I&#8217; tengh</em><em>e</em><em> li figghj</em><em>e</em><em> che vonn</em><em>e</em><em> lu pan</em><em>e</em><em>,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I&#8217; tengh</em><em>e</em><em> li figghje che vonn</em><em>e</em><em> lu pan</em><em>e</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>chi cc</em><em>e</em><em> lu daj</em><em>e</em><em> jè lu tatà,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>chi cc</em><em>e</em><em> lu daj</em><em>e</em><em> jè lu tatà</em></p>
<p style="text-align: justify;"> gennaio 2010</p>
<p style="text-align: justify;">  </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>APPELLO degli Immigrati di Rosarno</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(arrivati a Roma)<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"> <strong><em>Le nostre richieste al governo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em><em>In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l&#8217;assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. (&#8230;) Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6 per rientrarci solo la sera alle 20 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie&#8230; prelevati, qualcuno è sparito per sempre. Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l&#8217;interesse di qualcuno. (&#8230;) Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. (&#8230;).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>• domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motivi umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>• Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.</em></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref1"></a>1 <em>Hic Rhodus, hic salta. O della necessità di impostare la questione dell’immigrazione oltre ogni luogo comune</em>, in “Comunismo e Comunità” n. 0,  <em>…facciamolo questo salto!</em> in “Comunismo e Comunità” n. 1.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref2"></a>2 Per una prima bibliografia ragionata consultare il sito: http://centrostudi.gruppoabele.org/?q=node/319</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref3"></a>3 Per un’acuta analisi della situazione economica in cui si svolge la vicenda rosarnese è utile leggere l’articolo di Elisabetta della Corte e Franco Piperno, <em>Rosarno l&#8217;alibi del razzismo e della &#8216;Ndrangheta</em><strong>, </strong>pubblicato il 24/01/10 su <em>ilquotidianodellacalabria.it</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref4">[4]</a> Per una cronaca di queste violenze leggere di Alessio Magro <em>Una caccia lunga vent’anni</em>, in “Arance insanguinate, dossier Rosarno” Dasud, febbraio 2010.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref5"></a>5 Sebastiano Isaia, <em>Rosarno</em>, in http://cpr.splinder.com/</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref6"></a>6 http://conflittiestrategie.splinder.com/post/22129322#more-22129322</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref7"></a>7 <em>Triste sì, ma non perdere la bussola! </em>in http://cpr.splinder.com/</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref8"></a>8 <em>Triste, ma se continua così… in </em>http://www.conflittiestrategie.splinder.com/?from=10</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref9"></a>9  Su questo punto condivido pienamente Preve quando afferma che il «<em>il cuore</em> <em>del problema sta nel capire che il modello multiculturale</em>, <em>proiezione ideologica subalterna del modello della globalizzazione neoliberale (in termini marxisti, potremmo dire che la globalizzazione neoliberale è la struttura, mentre il multiculturalismo è la sua sovrastruttura),</em> <em>è un nemico del dialogo interculturale e della indispensabile comunicazione fra culture. Esso infatti predetermina </em>a priori<em> una sorta di terreno obbligatorio preliminare laddove il dialogo fra culture è per definizione aperto ad ogni possibile esito. Si può infatti accogliere, modificare, respingere una proposta culturale, mentre invece se si postula che esiste già un multiculturalismo da cui partire questa “apertura di possibilità” non è automaticamente più possibile</em><em>». </em>Costanzo Preve, <em>L’Uno che si nasconde dietro i Molti. Il Multirazziale, il Multireligioso, il Multietnico, il Multinazionale, il Multiculturale. Lo scenario di un inganno</em>. Torino, maggio 2009, pubblicato in questo numero della rivista.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref10"></a>10 http://www.youtube.com/watch?v=f3m4rNql-L0</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref11"></a>11 <a href="http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o16545:e1">http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o16545:e1</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_ednref12"></a>12Comidad, <em>Il leghista non è xenofobo con le basi Usa</em>, <a href="http://www.comidad.org/dblog/storico.asp?s=&amp;m=&amp;pagina=5&amp;ordinamento=desc">http://www.comidad.org/dblog/storico.asp?s=&amp;m=&amp;pagina=5&amp;ordinamento=desc</a></p>
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		<title>ORA BASTA !</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 22:18:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Resistenze]]></category>

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		<description><![CDATA[ti raccontano BUGIE per farti credere che bisogna INCENERIRE i rifiuti sei a rischio CANCRO per l&#8217;aria che respiri mangi cibi CONTAMINATI senza sapere che la tua SALUTE è a rischio leggi sui giornali che napoletano significa INCIVILE e sporco paghi una TASSA dei rifiuti carissima per VIVERE in questo modo MANIFESTAZIONE GENERALE DI PROTESTA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ti raccontano BUGIE per farti credere che bisogna INCENERIRE i rifiuti</p>
<p>sei a rischio CANCRO per l&#8217;aria che respiri</p>
<p>mangi cibi CONTAMINATI senza sapere che la tua SALUTE è a rischio</p>
<p>leggi sui giornali che napoletano significa INCIVILE e sporco</p>
<p>paghi una TASSA dei rifiuti carissima per VIVERE in questo modo</p>
<p>MANIFESTAZIONE GENERALE DI PROTESTA CONTRO I RIFIUTI</p>
<p>SABATO 18 DICEMBRE</p>
<p>ore 15:00 &#8211; Piazza del Gesù &#8211; Napoli<br />
ore 16:00 &#8211; Piazza dei Martiri &#8211; Napoli</p>
<p>Napoli,  Terzigno,Chiaiano, Giugliano, Acerra, Ponticelli, Pianura,<br />
Bacoli non sono una DISCARICA a cielo aperto !</p>
<p>siamo un popolo civile e pretendiamo subito:</p>
<p>LA RACCOLTA DIFFERENZIATA PORTA A PORTA per ridurre drasticamente il<br />
quantitativo dei rifiuti CON LA SEPARAZIONE DELLUMIDO negli impianti<br />
di compostaggio diventa concime DALLA PLASTICA, VETRO, ALLUMINIO, CARTA<br />
con il riciclo delle materie prime tornano a vivere E DA TUTTI I RIFIUTI<br />
INDIFFERENZATI con gli impianti di trattamento meccanico a freddo<br />
diventano materiali per l&#8217;edilizia</p>
<p>QUESTO CICLO È VERAMENTE COMPLETO E PERMETTE DI ESSERE REALIZZATO PIÙ<br />
VELOCEMENTE E A COSTI  INFERIORI DI SOLUZIONI  INQUINANTI E COSTOSE<br />
COME:LE DISCARICHE CONTROLLATE DALLA CAMORRA inquinano la terra e le<br />
falde  acquifere e contaminano tutti  i nostri cibi</p>
<p>GLI INCENERITORI  IN  MANO A LOBBY  AFFARISTICHE avvelenano  la nostra<br />
salute e  inquinano  l&#8217;ambiente</p>
<p>ATTENZIONE, NON FIDARTI,  vogliono arricchirsi sulla tua salute !</p>
<p>UNISCITI A NOI, PRETENDI LA VITA</p>
<p>Cittadini Campani per un Piano Alternativo dei Rifiuti</p>
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		<title>Gli intrighi di palazzo, il potere reale, la piazza</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 00:31:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[14 dicembre]]></category>
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		<category><![CDATA[violenza]]></category>

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		<description><![CDATA[  di Antonio Catalano La giornata di martedì 14 dicembre va bene analizzata per poter arrivare ad una sintesi valutativa utile per le indicazioni politiche che ne possono scaturire. La fiducia, Berlusconi l’ha ottenuta. Tre miseri voti, ma sufficienti per dare la fiducia. Che siano traditori o venduti poco interessa all’analisi politica, che non può [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">di Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;">La giornata di martedì 14 dicembre va bene analizzata per poter arrivare ad una sintesi valutativa utile per le indicazioni politiche che ne possono scaturire.</p>
<p style="text-align: justify;">La fiducia, Berlusconi l’ha ottenuta. Tre miseri voti, ma sufficienti per dare la fiducia. Che siano traditori o venduti poco interessa all’analisi politica, che non può basarsi su parametri di valore di questo tipo. Se poi vogliamo biasimare i biasimevoli onorevoli che sul filo del rasoio cedono il proprio voto allora dobbiamo essere più seri e severi – a rischio di essere equivocati dai soliti cretini – e ricordare come nei momenti “opportuni” i cambi di casacca ci sono sempre stati nella vita del Parlamento italiano. Specialmente da quando la Politica si esprime sul terreno della diretta dipendenza da logiche non politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero sconfitto è il signor Fini e i suoi pre/post/pre-fascisti futuristi, sui quali in molti – nazionali, ma soprattutto internazionali – avevano puntato, semplicemente perché considerato più affidabile dai cosiddetti poteri forti che altro non sono che l’espressione diretta delle concentrazioni economico-finanziarie alle quali tutti si inchinano: i cosiddetti “Mercati”, espressione metafisica dietro la quale si nasconde l’onnipotenza trascendente del dio – non religioso – capitalismo. Il Sole 24 ore titola una sua pagina: “I mercati tifano per un esecutivo più forte”. Cioè un governo stabile e forte capace di dare stabilità su un periodo di medio-lungo termine, per realizzare quelle famose (e antipopolari) riforme strutturali e rilanciare la crescita. I Mercati attendono i risultati del vertice dei capi di stato e di governo a Bruxelles all’Ecofin (Consiglio Economia e Finanza del Consiglio dell’Unione europea) straordinario. Ma nonostante il Financial Times consideri buona la notizia di una mancata  crisi al buio i Mercati per voce della banca internazionale Barclays (la banca dall’ “anima inglese”) in una nota inviata ai suoi investitori sentenzia così: «Sebbene Berlusconi abbia vinto il voto di fiducia, l’instabilità politica è destinata a permanere in Italia. Senza l’appoggio dei finiani moderati nell’attività governativa, Berlusconi continuerà a soffrire per l’assenza di una maggioranza stabile alla camera». Un’altra voce dei Mercati, Bnp Paribas (“la banca per un mondo che cambia”, “leader europeo nei servizi finanziari di portata mondiale”) riferisce che «il governo si è indebolito… l’abilità del governo di varare leggi ne è uscita altrettanto indebolita». Passando ad un’altra voce del Mercato, diamo la parola al duo Newton-Santovetti della giapponese Nomura Research che afferma l’importanza della stabilità politica in Italia «prerequisito fondamentale della crescita economica». Concludiamo questa carrellata di voci del Mercato, con la nostrana presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, la quale auspica una «maggioranza significativa» e quindi «un allargamento della maggioranza» per fare le famose riforme che solo un governo forte e stabile può prendere perché si tratta appunto di «decisioni anche impopolare e complesse».</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, i Mercati premono per il Governo delle tre emme: Marchionne, Montezemolo, Marcegaglia. Sarebbe utile ed interessante spingere l’analisi all’individuazione dei soggetti politici che propendono per questa soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Palazzo deve, ora, riprendere l’opera di tessitura e, spuntata la lancia futurista, considerare alla svelta nuove ipotesi. L’immarcescibile ex democristiano doroteo Casini è sempre lì pronto ad esercitare il suo potere di interdizione, in attesa di poter vendere cara la sua pelle (altro che traditori!). Nella cosiddetta opposizione, D’Alema, che ritiene essere la politica una «scienza semplice, basta ragionare», lascia balenare l’ipotesi della inevitabilità del ricorso alle elezioni, «lo sbocco più logico», ma senza aver prima rinunciato allo spiraglio di un esecutivo di transizione, «la prospettiva di un’alleanza con Fini e Casini resta in piedi, il voto a Montecitorio non la esclude».</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là di tutti i magheggi possibili non sembra evitabile il ricorso alle elezioni, anche se ognuno ci vorrebbe arrivare con i migliori margini di manovra a sé favorevoli. Resta il  fatto che la presunta opposizione di sinistra, dopo aver sbraitato per anni ed anni contro Berlusconi e il berlusconismo, non è stata capace di ipotizzare se un non un governo tecnico di unità nazionale, con la paura che se la fa sotto di poter registrare un’altra sconfitta elettorale. Il vero “paradosso democratico” al quale abbiamo assistito è che si rimprovera Berlusconi di aver instaurato un regime semi-tirannico ma poi si teme come il diavolo l’acquasanta il ricorso alle urne. Sia detto per inciso, il sottoscritto non nutre nessuna fiducia in questo tipo di parlamentarismo, espressione “democratica” della voce del “padrone”, veri cambiamenti strutturali dovranno passare necessariamente per altri luoghi, ma questi luoghi non potranno esprimersi coerentemente contro le politiche affamatrici, devastatrici, disgregatrici, belliciste, se non pesantemente condizionati (e qui il condizionamento è fortemente auspicabile) da programmi politici anticapatilisti e comunisti… ma questo per ora è un discorso da rimandare.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo ora a quanto accaduto in piazza. Grande manifestazione (non solo a Roma, ma principalmente a Roma) sfociata in scontri con le varie “forze dell’ordine” preposte alla tutela dei luoghi sacri istituzionali. Era da tempo che in Italia non si assisteva a momenti di tensione come questi, eravamo abituati negli ultimi anni a commentare epiloghi violenti di eventi calcistici, (che solo i fessi pensano che riguardi il solo calcio). C’è chi a tutti i costi vuole individuare analogie col passato ricordando il Settantasette, allora c’erano i violenti autonomi oggi invece gli anarco-insurrezionalisti <em>black bloc</em>. Ma proviamo ad andare oltre. Se accadono cose simili in Grecia e in Inghilterra, per rimanere alla vicina attualità, vuol dire che qualcosa sta succedendo, i <em>black bloc </em>non c’entrano nulla, lasciamo quest’argomento ai disonesti o, al massimo, ai superficiali. Accade che le certezze vagheggiate nei “magnifici” anni Ottanta si sono rivelate per quello che erano, pura ideologia al servizio della restaurazione capitalistica diretta da centrali internazionali quali il FMI, il WTO, la Banca Mondiale, le grandi artefici della globalizzazione contrabbandata per necessità divina alla quale devotamente sottomettersi. Si sono distrutti gli stati sociali figli della fase precedente, e i sistemi di tutela a difesa dei lavoratori e delle classi popolari. Bisognava farla finita con le garanzie: basta con la fissa del posto fisso e garantito! urlavano i pennivendoli e sicofanti di turno. L’eco di queste parole veniva ripreso da tutti gli asserviti alle logiche sistemiche del capitalismo rampante e dai comunisti delusi/disillusi/pentiti e le nuove generazioni erano così educate all’ideologia del “chi vuole può”, del chi “rampa” ce la può fare, insomma della concorrenza sfrenata fra gli individui parcellizzati e atomizzati. La lotta al “parassitismo” diventava l’esca avvelenata a cui purtroppo molti hanno abboccato per virtù o necessità. Flessibilizzazione totale della vita sociale (oltre che del lavoro) e precarietà come nuovo sistema di vita contrabbandato come condivisione della modernità. San Precario diventava l’unico santo cui potersi rivolgere. L’ubriacatura è andata avanti per tanto troppo tempo finché non si è scoperto che questa società fluida e fantasmagorica era nuda come il famoso re, e così il senso di frustrazione un po’ alla volta prendeva il sopravvento, alimentato dal brutto presentimento di non avere un futuro migliore dei propri genitori dinanzi a sé. Oggi solo la pubblicità è rimasta a raccontare questa favola, ma la realtà è un’altra: vita sempre più dura e difficile, lavoro – quando c’è – penoso e sottopagato, isolamento in una società atomizzante. Si poteva mai pretendere che questa nuova generazione continuasse a fare i girotondi e si comportassero alla <em>mulino bianco? </em>Eh no, cari difensori dell’esistente! Il mondo gira diversamente, e quando non gira per il verso giusto fa girare veramente. Fuori da ogni ipocrisia e dissimulato stupore. Una volta si gridava nelle piazze: «C’est ne que un debut continuon le combat!», «Non è che l’inizio continuiamo a combattere!».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per continuare a combattere con le giuste armi bisogna che si faccia un po’ di chiarezza, senza lisciare il pelo a nessuno. Giusto scendere in piazza contro i tagli all’università e alla scuola, (ricordiamoci sempre, però, che la logica aziendalistica nel sistema istruttivo l’ha introdotta la sinistra sin dai tempi del ministro Luigi Berlinguer), anche se in piazza c’erano anche lavoratori della Fiom oltre che una folta delegazione dei terremotati dell’Aquila e dei movimenti napoletani contro le discariche. Nel suo insieme la piazza ha mostrato forte dipendenza da certo “antiberlusconismo” di sistema (che quando ha governato ci ha dispensato scellerate politiche liberiste di svendita del patrimonio pubblico, attacco alle pensioni, privatizzazioni, oltre che guerra), che in questa piazza vedeva un suo alleato (salvo poi dissociarsi ex post dalla violenza);  non a caso la piazza si è accesa quando è giunta notizia del superamento per soli tre voti dello scoglio della fiducia. A precisazione contro i soliti imbecilli e quelli in malafede: il sottoscritto ritiene essere il governo Berlusconi un governo pesantemente antipopolare, è giusto che cada anzi precipiti; ma questo è bene che accada solo sotto le sferzate della protesta sociale e delle lotte che da essa si sviluppano, non per intrighi di palazzo e per giunta per i forti condizionamenti internazionali che ritengono non più affidabile questa compagine governativa (e non per questione di <em>escort</em>, sesso, e bordellame vario). Questione di lana caprina? Altro che! È questa la pre-condizione di ogni condizione, la vera riserva di valore per i futuri movimenti che, inevitabilmente, riguarderanno ben più consistenti settori sociali. Si tratta dell’autonomia politica che può darsi solo a condizione che sia fuori da ogni condizionamento di frazioni politiche interne al Palazzo. Solo così si potrà evitare di cadere dalla padella alla brace… e di bracieri in attesa di essere riempiti ce ne sono tanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ultimo passiamo al tema della violenza. Nella storia mai c’è stato rinnovamento sociale, non parliamo di rivoluzioni, che non sia passato per le forche caudine dello scontro sociale anche violento. La violenza è nei rapporti sociali che questo sistema capitalistico determina, è nell’annullamento di ogni forma di garanzia e protezione delle fasce più “deboli”, è nei morti sul lavoro e via continuando. Perché scandalizzarsi se ogni tanto un po’ di questa violenza ritorna al mittente, anche se in forma e ad intensità infinitamente più lievi? Ma perché questa forza abbia efficacia e sia al servizio di veri e profondi percorsi di liberazione è necessario che coltivi quell’autonomia politica di cui prima si scriveva; altrimenti, tutto si riduce a discutere di <em>black bloc</em> e di vetrine di negozi assicurati. Ed è un rimanere imprigionati nella conformista e perbenista distinzione fra buoni e cattivi. Film già visti e di cui francamente non se ne sente la mancanza. Conclusione provvisoria sul tema: il terreno dello scontro fisico è un necessario complemento del passaggio da una fase di illusioni pacifiste ad un’altra di consapevolezza della posta in gioco. Saperle dare ma anche sapersele prendere. Mai, però, lamentarsi della durezza delle forze dell’ordine, denunciarne l’uso politico e servile allo stato capitalista sì. Negli anni Settanta c’erano tanti “rivoluzionari” che propagandavano e vivevano lo scontro con gli apparati repressivi dello “Stato borghese”, salvo poi lamentarsi delle conseguenze repressive e ricorrere democraticisticamente ai vari padrini politici inseriti nelle istituzioni. Lasciamo stare.</p>
<p style="text-align: justify;">La giornata di martedì 14 dicembre (due giorni dopo la ricorrenza della strage capitalistica di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, in cui morirono diciassette persone) è stata una giornata illuminante sotto tutti i punti di vista. Capire quel che accade, affilare le armi della critica, nella consapevolezza che il passaggio alla critica delle armi sarà decisa dalla durezza dello scontro sociale che sempre più chiaramente ci metterà nella condizione di individuare gli oppressori e i rispettivi servitori.</p>
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		<title>Monnezza e capitalismo: fratelli gemelli</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 16:06:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
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<p><strong> </strong></p>
<p>Antonio Catalano</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Napoli è la città associata al degrado, i cumuli di spazzatura, che fanno da sfondo come un tempo il Vesuvio col pino in primo piano, parlano superficialmente dell’indolenza di una popolazione che accetta una simile situazione. Facile pensare che si tratti di un’anomalia, partenopea appunto. Facile perché così ci si spazza la coscienza da ingombranti dubbi e interrogativi che potrebbero condurre a risposte ben più serie e concrete. «Questa è la domanda» diceva il personaggio principale del film <em>Questioni di cuore</em>. E qui la domanda non può che essere perché questa immondizia. Certamente cattiva amministrazione, mancanza di differenziazione e di siti adeguati per lo smaltimento dei rifiuti eccetera; rimane però il fatto che è questione non perimetrabile al territorio napoletano e campano. Sappiamo ormai bene che quella dei rifiuti è una questione generale, che guadagna le prime pagine non perché sia aumentata la coscienza ecologica ma perché i rifiuti ci sommergono, e non metaforicamente. Oltre a sporcare e degradare gli ambienti urbani e rurali i rifiuti generano problemi di enorme gravità al livello della salute del territorio, con evidente ricaduta sulla salute della collettività. Tempo fa mi occupai del caso di una grande discarica abusiva nella terra di Capitanata – in seguito all’inchiesta del giornalista Gianni Lannes – ricavata scavando nelle viscere di una fabbrica di laterizi dismessa tempo addietro. L’inchiesta portò alla luce l’incontestabile relazione fra questi rifiuti altamente tossici (ed anche radioattivi) e l’aumento dei casi di malattie tumorali nella popolazione della zona; e che questi rifiuti provenissero non da Foggia o Bari ma dalle regioni del nord-est italiano se non addirittura dalla lontana Corea.</p>
<p>Se nel nostro Occidente ora ce ne rendiamo conto, è solo perché le grandi discariche terrestri e marine del Sud del mondo sono ormai piene. Cerchiamo di essere razionali, e quindi seri: il problema non può ridursi alla mancanza di capacità gestionali degli enti periferici preposti all’amministrazione dello smaltimento dei rifiuti (anche se questa critica ci può stare, anzi ci sta); bisogna volare alto, rendersi conto che il difetto sta nel manico, cioè che la causa delle causa non è un <em>modello</em> di sviluppo ma è il <em>modo</em> di essere di questo sistema. L’imputato è il capitalismo, sistema per sua natura intrinseca privo di senso etico, cioè di riflessione su ciò che è bene e su ciò che è male, sistema che pone a ragione della sua stessa sopravvivenza la logica del profitto e dell’accumulazione permanente senza limite. È proprio questa assenza di limite la caratteristica fondamentale del capitalismo, una mancanza di limite che si coniuga con l’idea di libertà intesa come <em>libertà di</em> e non <em>libertà per</em>. Dove la differenza della preposizione esprime la fondamentale differenza fra il concepire la libertà come il diritto di fare tutto ciò che si vuole e libertà intesa come processo di costruzione di percorsi di emancipazione e quindi di vera libertà.</p>
<p>Il capitalismo è il sistema che educa al senso della libertà senza confini e senza limiti: la libertà economica, intesa come l’architrave della libertà (guai a metterla in discussione!), per cui basta avere del capitale da investire e qualsiasi produzione diventa lecita, al di là della sua utilità sociale, e naturalmente diventa lecito lo smercio di questa produzione (e se non è direttamente lecito lo diventa per vie traverse); la libertà del consumo illimitato è la libertà che direttamente ne consegue (guai a metterla in discussione!). Si scomodano schiere di intellettuali e filosofi <em>embedded</em> (assoldati) per spiegare e convincere che si tratta di libertà fondamentali. Produrre e, soprattutto, consumare sempre e in ogni luogo, senza interruzione e senza limitazioni, altro che giorni festivi, santificati o meno poco importa. I centri commerciali, e non solo, devono essere sempre aperti, e tutti devono sempre poter accedere al consumo liberamente. Che poi questo abbia sconquassato le abitudini sociali inserendo in esse micidiali meccanismi di flessibilizzazione e quindi di precarietà lavorativa e sociale poco importa. Perché ci si tiene tanto a garantire la libertà dell’individuo a consumare merci? Perché se no che senso avrebbe la libertà economica? Solo così si può creare il circolo virtuoso della produzione illimitata di plusvalore! Possiamo quindi affermare con il filosofo Massimo Bontempelli che «il limite non è la negazione della libertà, ma addirittura la sua condizione costitutiva; la libertà, al di fuori del limite, perde natura sua propria, che è la autodeterminazione, convertendosi in un impulso eterodiretto, cioè nel suo contrario».</p>
<p>Tornando ai nostri cari rifiuti, come non possiamo citare la mostruosità della <em>Pacific Trash Vortex </em>(Grande Chiazza di Immondizia del Pacifico)? Molti ormai sanno di questa gigantesca concentrazione di spazzatura che arriva soprattutto dagli Stati Uniti e che per una serie di correnti a spirale si concentra fra il 135° e 155° meridiano Ovest e fra il 35° e il 42° parallelo Nord (nell’Oceano Pacifico). Si estende su un diametro di circa 2500 chilometri ed è un concentrato senza eguali di spazzatura, dove l’80% è plastica. La dimensione di questo agglomerato di spazzatura è stata valutata da un minimo di settecentomila chilometri quadrati (oltre la superficie della Francia) ad un massimo di dieci milioni di chilometri quadrati (oltre la superficie degli USA); mentre il peso di questo concentrato di spazzatura va da un minimo di 3,5 a cento milioni di tonnellate. Ed ogni sopralluogo continua a mettere in evidenza come questo continente galleggiante continui a crescere. Recenti studi e avvistamenti hanno individuato il formarsi di altri agglomerati di questo tipo: a sud-est del Giappone, nel Mar dei Sargassi, a ovest delle coste del Cile e, nell’Atlantico, tra l’Argentina e il Sud Africa. L’aspetto raccapricciante è che il materiale plastico si degrada sotto l’esposizione alla luce (non è biodegradabile ma fotodegradabile) in porzioni molto piccole, fino a raggiungere la dimensione dei polimeri che la compongono. I quali polimeri galleggiano, ed essendo simili al plancton, sono preda dei molluschi che se ne cibano, portando così la plastica a percorrere la catena alimentare e raggiungere anche altre specie animali e quindi l’uomo. E di plastica se ne continua a produrre, nel mondo, oltre cento miliardi di chili all’anno.<em> </em></p>
<p>Dovremmo a questo punto individuare come fattore preponderante della messa in circolo di plastica e rifiuti in genere i centri commerciali: questi, infatti, per poter limitare il personale (generalmente poco retribuito e poco garantito, molto spesso costretto ad accettare contratti a tempo parziale) aumentano in modo incredibile gli imballaggi fino ad arrivare a costringerci ad acquistare su ogni cento grammi di merce anche dieci grammi di plastica, cartone, vetro eccetera. I centri commerciali, realtà che hanno soppiantato i luoghi tradizionali dell’incontro e della socialità così contribuendo in modo decisivo alla trasformazione di abitudini sociali che storicamente hanno visto nella piazza il luogo per eccellenza sia dell’incontro sia della socialità; quelli che Marc Augé ha definito, insieme ad altre situazioni, come <em>nonluoghi</em>, cioè spazi non tradizionali dove nulla è destinato al caso: al loro interno è calcolato il numero dei decibel, dei lux (unità di misura per l’illuminamento), la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazioni. <em>Nonluoghi</em> che sono identici a Roma, a New York, a Singapore, a Parigi. <em>Nonluoghi </em>come rappresentazioni della nostra epoca, caratterizzata dalla precarietà, dalla provvisorietà, dal transito e da… un individualismo solitario.</p>
<p>Giusta questa critica, e senz’altro da considerare in linea con la definizione del concetto di <em>libertà</em> <em>per </em> di cui prima si scriveva. Criticare il modo in cui questo antiumano sistema – il capitalismo – determina i modi dello sfruttamento, della miseria, del degrado, dell’alienazione, non solo è giusto è necessario. Ma è illusorio, e quindi perdente, pensare che questo modo di produzione – capitalistico – possa perdere i caratteri <em>strutturali</em> della barbarie pensando di: proporre modelli alternativi di consumo o di sottoconsumo; trasferirsi, individualmente o per piccoli gruppi, in luoghi apparentemente fuori della piovra; rifugiarsi nell’idea astratta e consolatoria di una catastrofe liberatrice. Il capitalismo è come un vampiro che, per sopravvivere, deve nutrirsi di sangue di creature umane. Per questo è necessario che cresca, oltre alla rabbia, la capacità di mettere radicalmente in discussione (con le lotte, con l’organizzazione, con la teoria, con la politica, con la filosofia) questo infame sistema. Napoli non è, quindi, l’escrescenza malata di un corpo sano, ma l’espressione esasperata (nel nostro Primo Mondo) di una società  – capitalistica – fortemente piagata da metastasi. </p>
<p>Per tutto questo,  è giusto aderire e partecipare alla manifestazione nazionale di sabato 11 dicembre a Terzigno per la chiusura immediata e la bonifica della cava Sari e delle discariche del Vesuvio.</p>
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		<title>Gli immigrati salgono su una torre per protesta</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 17:37:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Resistenze]]></category>
		<category><![CDATA[Brescia]]></category>
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		<description><![CDATA[Comunicato stampa   5 novembre 2010   Gli immigrati salgono su una torre per protesta   Oggi 5 novembre 2010 siamo saliti sulla torre di via Imbonati anzitutto per manifestare la nostra solidarietà ai nostri compagni immigrati di Brescia, che da sabato scorso sfidano il freddo e le intemperie in un gesto estremo di protesta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Comunicato stampa</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">5 novembre 2010</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli immigrati salgono su una torre per protesta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Oggi 5 novembre 2010 siamo saliti sulla torre di via Imbonati anzitutto per manifestare la nostra solidarietà ai nostri compagni immigrati di Brescia, che da sabato scorso sfidano il freddo e le intemperie in un gesto estremo di protesta contro la condizione cui siamo costretti a vivere. La protesta di noi immigrati nasce infatti dalle profonde ingiustizie cui ci condanna lo Stato italiano, che attraverso la legge Bossi Fini non permette a chi lo desidera di regolarizzarsi e condanna molti di noi, che lavorano, alla condizione di clandestini, ora divenuta anche reato. </p>
<p style="text-align: justify;">La sanatoria del 2009 poteva aiutare alcuni di noi, ma è stata studiata e gestita non per permetterci di uscire dalla forzata clandestinità, ma per far trarre il massimo beneficio alle casse dello Stato (attraverso i contributi versati a fondo perduto e alla gabella dovuta per presentare la domanda di sanatoria, ovviamente non rimborsabile in caso di rifiuto) e a quegli imbroglioni, soprattutto italiani, che in cambio di molto denaro avevano garantito di sbrigare le pratiche e assicurarci il permesso di soggiorno. Così siamo stati truffati due volte: dallo Stato, e dai parassiti che in un paese come questo traggono dall&#8217;alto l&#8217;ispirazione per i loro loschi comportamenti, sicuri della propria impunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, alla truffa si sta aggiungendo la presa in giro: molti di noi hanno visto rifiutarsi il permesso di soggiorno perché erano stati precedentemente trovati senza documenti e dunque macchiati del reato di &#8220;clandestinità&#8221;, oppure perché alla data di presentazione della domanda, più di un anno fa, avevano un contratto a tempo determinato (cosa che ci accomuna alla stragrande maggiornaza degli italiani che trovano lavoro in questi anni di precarietà diffusa) che ora, grazie alle lungaggini delle questure, sta per scadere e dunque non viene considerato &#8220;valido&#8221; per ottenere il permesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi però ci siamo stufati di essere trattati come bestie, sfruttati nei luoghi di lavoro per salari più bassi di quelli dei nostri colleghi, addetti ai lavori più duri e dequalificati anche se abbiamo lauree e professionalità alte, guardati sempre male se camminiamo per la strada o chiacchieriamo nelle piazze come sse fossimo tutti delinquenti, e in più spremuti quando serve fare cassa da uno Stato che in cambio non ci dà nulla, nemmeno la dignità di essere riconosciuti come persone e non come &#8220;stranieri&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo ora diciamo basta, chiediamo il rispetto che si deve a persone che lavorano, pagano le tasse, contribuiscono alla ricchezza del paese e al benessere di questa Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiediamo che venga concesso il permesso di soggiorno a tutti coloro che hanno partecipato alla sanatoria, che in quanto tale deve &#8220;sanare&#8221; tutte le irregolarità precedenti, compresa la posizione di chi ha il reato di &#8220;clandestinità&#8221;; che venga allungata la durata del permesso di soggiorno, visto che le questure ci impiegano dai 9 e più, mesi ogni volta per rinnovarlo e che venga esteso a chi perde il lavoro e ne sta cercando un altro, tanto più in questi tempi di crisi.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comitato Immigrati in Italia &#8211; Milano</strong></p>
<p style="text-align: justify;">per contatti con gli occupanti della torre:  347-0672632</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comitatoimmigrati.net/" target="_blank">www.comitatoimmigrati.net</a></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
]]></content:encoded>
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