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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Idee e proposte</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Tempo di transizione</title>
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		<pubDate>Wed, 21 May 2025 17:18:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Ruggeri]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Losurdo]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></category>
		<category><![CDATA[L'interferenza]]></category>

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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/05/Senza-titolo-7.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9111" title="senza-titolo-7" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/05/Senza-titolo-7-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /></a></h1>
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<h1></h1>
<h1>Tempo di transizione</h1>
<h2><a title="Post di Danilo Ruggieri" href="https://www.linterferenza.info/author/danilo-ruggeri/" rel="author">Danilo Ruggieri</a></h2>
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<strong><em>Pubblichiamo la relazione introduttiva svolta dal nostro redattore Danilo Ruggieri, al convegno promosso da L’Interferenza svoltosi a Roma sabato 17 Maggio dal titolo “Pianeta Cina. Appunti per il futuro”. In considerazione del’alto livello del dibattito abbiamo deciso di pubblicare gli atti del convegno con gli interventi di tutti i relatori. Sarà ovviamente nostra cura avvertire i nostri lettori quando il lavoro sarà pronto. Inoltre nei prossimi giorni pubblicheremo sul canale youtube del nostro giornale i video con tutti gli interventi.</em></strong></p>
<p>Come spesso avviene ai contemporanei, comprendere il proprio tempo è sempre un esercizio approssimativo e intrinsecamente politico quindi non neutro, entrano in gioco i contesti di appartenenza, le tradizioni di pensiero, le evoluzioni e contraddizioni poste dalla viva e mutevole realtà concreta ed è sempre stato non solo un esercizio intellettuale ma un terreno di scontro di idee e di pratiche politiche. Affrontare il pianeta Cina è la questione delle questioni, è un tema cruciale che sposta e definisce gran parte degli equilibri mondiali e che molto probabilmente segnerà la storia di questo secolo. I sommovimenti tellurici che scuotono il mondo e in particolare il villaggio occidentale sono il contesto a cui bisogna dedicare qualche breve riflessione prima di introdurre l’Oriente cinese.</p>
<p>La crisi del modello anglosassone a guida americana non è certo una novità, dopo l’ubriacatura post ’89-91, e le narrazioni sulla fine della storia, il capitalismo liberista atlantico ha pensato attraverso la finanziarizzazione estrema dell’economia occidentale di poter imporre l’egemonia del proprio impero sul resto del mondo attraverso l’arma del dollaro e le guerre. Brezinski in un libro rimasto relativamente famoso “La grande scacchiera” pubblicato nel ’97, prevedeva il XXI secolo come un secolo americano, in cui la Federazione russa in piena crisi economica e di identità, saccheggiata dai boiardi di stato eltsiniani al soldo delle oligarchie anglosassoni, sarebbe stata frantumata in un insieme di macroaree attraverso l’Ucraina porta d’accesso verso l’Eurasia e che la Cina  sarebbe entrata nel mercato capitalistico internazionale dei capitali e delle merci, (cosa che di fatto avviene nel 2001 con l’entrata nel WTO) e di conseguenza questa apertura avrebbe portato alla fine dell’egemonia comunista sulla società perché il partito comunista cinese non avrebbe potuto gestire con la sua forma mentis statalista e totalitaria le dinamiche “liberatrici” del mercato.</p>
<p>L’esito cinese sarebbe stato quello nella migliore delle ipotesi di una media potenza regionale dipendente dai flussi di capitali e di tecnologia americana, diventando un gigantesco e proficuo hub di produzioni a basso valore aggiunto. Quando si diventa prigionieri del proprio suprematismo e si crede di poter dominare con il soft power e o in alternativa con le proprie forze militari, si rischia di perdere di vista anche la complessità e la varietà degli scenari che la realtà produce. Chiaramente questo è stato un processo lungo e contradditorio, gli anni novanta del secolo scorso sono stati certamente contraddistinti dal dominio assoluto della potenza americana, e l’importazione dei suoi modelli politici e ideologici nel continente europeo e nell’insieme della comunità occidentale identificatasi presuntuosamente con la comunità internazionale delle nazioni e dei popoli del mondo. Poi è arrivata la grande crisi finanziaria americana partita dai mutui subprime del 2007-2008 che si è estesa ai debiti sovrani europei e il mondo liberista occidentale si è scoperto molto più fragile e dipendente dal resto del mondo. Nel frattempo il dragone cinese seguiva e applicava la strategia dei 24 caratteri ispirata da Deng Xiaoping: “<strong><em>Osserva con calma; consolida in silenzio le tue posizioni; nascondi le tue capacità; non avere fretta, ma lascia che il tempo lavori a tuo favore; mantieni sempre un basso profilo; non pretendere mai la leadership; fornisci qualche contributo alla creazione del bene pubblico internazionale della sicurezza economica e militare, per dimostrare le tue pacifiche intenzioni.”</em></strong></p>
<p>La Cina accumulava risorse, conoscenze ed energie, entrava nel mercato mondiale e assumeva sempre più la funzione di fabbrica del mondo, in particolare per gli Usa che a oriente esternalizzavano le loro imprese, di fatto deindustrializzando gran parte del tessuto sociale.</p>
<p>Il percorso europeo è in parte diverso perché la Germania ha mantenuto un grande polmone manifatturiero, esternalizzando una parte della sua produzione soprattutto nell’est Europa.</p>
<p>I processi storici avanzano lentamente ma subiscono degli scossoni, delle accelerazioni, dei punti di rottura, gli anni venti del nostro secolo portano a maturazione le contraddizioni che, se vogliamo andare alla loro origine, risalgono alla grande crisi generale della metà degli anni ’70. Arriviamo alla crisi pandemica e lo scoppio della guerra per procura dell’asse atlantico in Ucraina contro la Federazione Russa, avvenimenti che segnano la storia di questi anni e forse anche dei prossimi decenni.</p>
<p>La Tendenza alla guerra, tante volte analizzata negli anni passati come possibile scenario di confronto tra grandi potenze, si tramuta in una guerra non più in potenza ma in pieno dispiegamento su scala mondiale con varie puntate geopolitiche.</p>
<p>Il 24 febbraio 2022 è un <strong>tornante della storia</strong>, dopo la seconda guerra mondiale non siamo mai stati così vicini a uno scontro diretto mondiale con conseguenze potenzialmente catastrofiche. A suo modo è un tassello decisivo anche la <em>Dichiarazione congiunta della Federazione Russa e della Repubblica popolare cinese sulle relazioni internazionali che entrano in una nuova era e sullo sviluppo sostenibile globale</em> firmata a Pechino durante le Olimpiadi invernali il 4 febbraio 2022, esattamente venti giorni prima dell’inizio dell’intervento diretto russo. Bene, da quel momento siamo entrati in una nuova fase storica dello scontro tra la ristretta cerchia dei paesi imperialisti a direzione anglosassone e un mondo che si può definire sud globale che vede nei paesi Brics, una possibile alternativa economica e geopolitica ma che è fondamentalmente legato da un comune intento: mettere fine a una gestione egemonica delle relazioni internazionali basata sull’ordine secondo le regole imposte da Washington e alleati. Non intendono più sottomettersi alla logica imperiale dei doppi standard, degli “interventi umanitari”, delle missioni militari volte a instaurare regimi filo occidentali, a promuovere colpi di stato in altri paesi attraverso rivoluzioni colorate e all’utilizzo della leva del dollaro e delle sanzioni come strumento di sottomissione delle nazioni.</p>
<p>Siamo in un momento in cui stanno venendo al pettine alcune questioni che riguardano direttamente il campo occidentale. La vittoria del Trumpismo in Usa registra la crisi delle classi dirigenti in USA, la difficoltà di poter continuare a marciare solo attraverso la leva finanziaria e monetaria o con imprese militari. E’ in tal senso in corso una ristrutturazione nel campo americano che significa anche mettere in campo una ritirata ordinata. Ciò non significa che l’America torna a un isolazionismo, impossibile anche a volerlo, ma che deve rimettere in sesto la sua economia in larga parte emigrata e che il suo complesso apparato militare industriale così com’è oggi non può essere sostenuto se non da un recupero dei fondamentali dell’economia, a partire dalla produzione manifatturiera e da una politica commerciale solida. Ma la spaccatura nelle elitè americane non si rimargina così facilmente, è una lotta senza esclusione di colpi.</p>
<p>Una cosa tiene insieme le due bande che si combattono negli Usa: la priorità strategica della zona Indo-Pacifico, contenere la potenza economica e tecnologica espansiva della Cina, fare cordone sanitario, ridimensionarla. Possiamo considerare ormai il dragone cinese la prima potenza economica del mondo, sia dal punto di vista manifatturiero e commerciale, ma anche ormai, grazie anche all’alleanza con la Russia, potenza politica di primo ordine, perno fondamentale negli equilibri internazionali e diplomatici. In un‘epoca in cui i punti fermi sono l’eccezione e non la regola, in cui quello che vale un anno diventa vecchio l’anno dopo, pensiamo al tema crisi dell’Occidente collettivo, dobbiamo evitare facili conclusioni e schematismi di comodo, l’ibridismo prevale sullo schema delle linee di demarcazione nette.</p>
<p>In questo marasma da crisi generale, foriero di guerra mondiale aperta, la natura della relazione tra Cina e Occidente collettivo è la contraddizione oggettiva della nostra epoca, segna lo spirito del tempo. Ecco perché approfondire in questo convegno il tema, ma non basteranno decine di convegni, servirà anche un lavoro politico collettivo degno dei tempi per avvicinarsi alla realtà delle cose. Partiamo da due particolarità storiche che segnano la Cina. Nel giro di trenta anni questo paese ha raggiunto uno sviluppo economico, sociale, tecnico e scientifico che non ha eguali nella storia umana (ne conosco solo uno paragonabile come esperimento parzialmente riuscito e mi riferisco allo sforzo titanico avvenuto nell’URSS negli anni trenta), ciò non si riduce al fatto di essere diventata de facto la prima potenza manifatturiera al mondo, ma anche e soprattutto di avere prodotto un vistoso e ingente progresso della società cinese nel suo complesso. “<em>Tra il 1978 e il 2015, mentre le ricche economie capitaliste al centro del sistema mondiale ristagnavano in termini economici, la Cina ha visto aumentare di trenta volte il suo prodotto interno lordo reale”, </em>come ha notato Yi Wen, economista e vicepresidente del Federal Reserve Board di ST.Louis: “<em>La Cina ha compresso in una sola generazione i circa 150-200 (o più) anni di cambiamenti economici rivoluzionari vissuti dall’Inghilterra in due secoli, dagli Stati Uniti  in un secolo e mezzo e del Giappone in un secolo”.</em> Ma non solo, è stata ed è ancora il primo paese per produzione manifatturiera, ma a differenza di 15 anni fa, ormai la Cina ha scalato la catena del valore della produzione mondiale di merci e servizi, assumendo un ruolo centrale in tutte le produzioni ad alto valore aggiunto. Questa crescita economica ha spostato il suo asse da una prima fase durata diversi anni di applicazione di un modello estensivo basato sulla velocità e la quantità della produzione a un modello di crescita economica che punta alla qualità del processo produttivo, alla sua possibile sostenibilità ambientale, e all’efficienza della produzione e allo sviluppo di un mercato interno dei consumi. Nel complesso, l’economia ha mostrato una tendenza verso le industrie di fascia medio alta e il piano decennale <strong>Made in China 2025</strong>, ne è stato il binario privilegiato di crescita. Questo è avvenuto non senza problemi, ostacoli, contraddizioni e disparità sociali anche profonde, tra regioni interne e costiere della Cina e tra le città in grandissima espansione urbanistica e le campagne. Ma va anche detto che questo enorme processo di trasformazione ha portato fuori dalla povertà diverse centinaia di milioni di cinesi, prodotto un miglioramento generale e trasversale tra le classi popolari e l’esistenza di un ceto medio urbano consistente. Come è stato possibile tutto questo nel giro di venti anni? Non si può dare una risposta univoca e necessiterebbe questa domanda di studi approfonditi e di un largo contributo specialistico, non mancano comunque studi in questa direzione ma quasi sempre sono di fattura occidentale. Recentemente grazie al lavoro delle edizioni Marx XXI è stata tradotta un’importante opera “<em>Dialettica dell’economia cinese</em>” scritta da Cheng Enfu, uno dei più eminenti marxisti cinesi, che definisce in maniera sistematica e supportata da analisi e dati economici il carattere socialista come preminente, regolatore non solo dell’economia ma dell’insieme dell’assetto sociale cinese. La natura dell’economia socialista di mercato è basata su alcuni fattori tra loro in connessione sinergica: 1) un sistema di molteplici diritti di proprietà basato sulla centralità pubblica, un sistema di distribuzione basato principalmente sui redditi da lavoro, un sistema di mercato dove convivono diverse tipologie di proprietà (pubblico, privato, cooperativo, misto pubblico-privato) guidato e governato dallo Stato. Quest’ultimo punto è quello più significativo perché contiene in sé la novità e anche le difficoltà nel comprendere la specificità cinese del socialismo che i cinesi considerano come fase primaria del socialismo. Come opportunamente fa notare Vladimiro Giacchè nell’introduzione a questa opera, la teoria dello stadio primario del socialismo e il concetto di economia socialista di mercato rappresentano esempi di innovazione nella tradizione marxista. Questo è il nodo, che fa dire ai comunisti cinesi, che la propria economia non è assimilabile alle tradizionali economie capitaliste che sono trainate fondamentalmente dal capitale finanziario e speculativo che dominano l’economia in particolare dei paesi occidentali. Chiaramente non mancano le contraddizioni, segni di debolezza, e soprattutto c’è un punto che rende l’esperimento cinese una questione su cui continuare a dibattere, e potenzialmente un crinale scivoloso: partendo dall’assunto che la lotta di classe in un paese in cui cresce il ceto medio e in cui i meccanismi di sviluppo del capitale e della borghesia non sono in sottrazione ma in espansione, i rischi di tenuta della direzione politica, cioè il partito comunista cinese, di trattare e gestire, come regolatore di ultima istanza, le contraddizioni ideologiche e politiche inconciliabili non è uno scenario alla lunga improbabile. E’ vero che il contesto sovietico in cui è maturato il collasso del sistema socialista è profondamente diverso da quello cinese e oltretutto la classe dirigente cinese a partire da Deng XiaoPing ha fatto i conti con le motivazioni profonde di quella crisi di identità e la politica di riforme introdotte negli anni novanta ne è una risposta. Ecco perché oggi la Cina rappresenta un punto cruciale per noi marxisti, una questione aperta su cui la cosa principale da fare è studiare e seguire attentamente l’esperimento socialista, ben sapendo che nel modello cinese di socialismo non esiste alcuna presunzione di renderlo un processo generalizzabile, né imitabile su scala internazionale. Va anche detto però che la proiezione internazionale della Cina attraverso i BRICS e in particolare con il progetto Belt and Road Iniziative (BRI) lanciato nel 2013, la prima grande iniziativa promossa dalla nuova direzione del Presidente Xi JinPing, ha segnato anche la postura geopolitica di questo paese che ha vissuto in un lungo isolazionismo autosufficiente, ma che oggi con un insieme di paesi del sud Globale e con l’alleanza strategica con la Russia si profila il paese oggettivamente guida di un cambiamento radicale degli equilibri internazionali. Su questo punto però serve fare chiarezza: premesso che siamo convinti sostenitori e sponsor attivi come collettivo del Giornale L’Interferenza della linea innovativa, progressista e oggettivamente antimperialista del multipolarismo dei Brics e della congiunta guida russo-cinese, non crediamo probabile concepire questo mondo in transizione come un preludio a una versione del XXI secolo dei paesi socialisti di novecentesca memoria. Per due ragioni: la prima è che tranne la Cina su cui oggi discutiamo e analizziamo il processo inedito e contradditorio di socialismo con caratteristiche cinesi, il resto dei paesi, a partire dalla Federazione Russa, hanno una scarsa omogeneità ideologica, sono essenzialmente  tenuti insieme da una legittima volontà di deoccidentalizzazione delle relazioni internazionali, e quindi, a nostro avviso l’esperimento multipolare dei Brics non è paragonabile neanche alla Conferenza dei non allineati di Bandung del 1954.</p>
<p>La seconda motivazione, ma forse più profonda, è che il socialismo come processo nazionale e internazionale di emancipazione dallo sfruttamento del capitale non può essere un processo operato solo dall’alto statuale, ma un processo sinergico di forze che a partire dalle masse popolari generalmente intese sappiano concepire nella lotta un nuovo ordine. Purtroppo realisticamente siamo lontani da ciò. L’opera di un vincente multipolarismo può fungere da levatrice potenziale di una rinascita del movimento socialista anche in Occidente, è condizione necessaria e auspicabile ma non sufficiente. Dobbiamo faticosamente scrollarci ancora di dosso le macerie dell’89, soprattutto qui mi riferisco al marxismo occidentale, di cui parla nel suo ultimo libro Losurdo, con uno spirito antidogmatico e aperto a raccogliere lezioni dai paesi che oggi stanno portando a termine l’atto finale del processo di decolonizzazione. Concludo la mia breve introduzione sottolineando che la crisi del marxismo occidentale è data essenzialmente dalla scarsa comprensione ad analizzare la realtà  in una chiave interpretativa sistematica e organica, la negazione della totalità, in una chiave socialista  e anticapitalista; ciò di fatto conduce da troppo tempo a sostituire la praxis materialista con una chiave interpretativa del mondo moralistica, relativistica, politicamente corretta, che accentua di fatto il processo di totale subalternità ideologico e culturale alla visione del mondo imperiale e suprematista dell’Occidente e in particolare della sua potenza guida, gli Usa e dell’annesso “giardino” europeo.  Ma come ci ricorda anche Draghi gli anni della buona vita, semmai ci sono stati per le masse popolari, sono finiti e allora la vecchia talpa della prassi materialista deve riprendere a lavorare.</p>
<p>“<strong><em>La rottura del marxismo occidentale con la rivoluzione anticoloniale è anche il rifiuto di farsi carico dei problemi in cui questa s’imbatte con la conquista del potere. Anche a tal proposito chiaro è il contrasto tra marxismo occidentale e orientale. Assuefatto al ruolo di opposizione e di critica e in varia misura influenzato dal messianismo, il primo guarda con sospetto o riprovazione al potere che il secondo è chiamato della vittoria della rivoluzione a gestire”</em></strong></p>
<p>Domenico Losurdo “<em>Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere</em>” 2017</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/attpol/tempo-di-transizione/?fbclid=IwY2xjawKa6QtleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBHV3VyYlJicE9heUhKQ3FrAR5LTyX1BiMyiLxujB_m2gwhnkPqaW5MM65MlzwYZw7QU_kRwtsghcE3o7sJGA_aem_UqR-nduHzu-6Px8m015W0A">Tempo di transizione &#8211; l&#8217;interferenza</a></p>
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		<title>IL NEO-NAZIONALISMO MORALE OCCIDENTALE. Pubblicato il 15 ottobre 2023 da pierluigi fagan</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Oct 2023 17:58:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>
		<category><![CDATA[B. Latour]]></category>
		<category><![CDATA[Edgar Morin]]></category>
		<category><![CDATA[Hobsbawn]]></category>
		<category><![CDATA[Kagan]]></category>
		<category><![CDATA[Neonazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Pierluigi Fagan]]></category>

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		<description><![CDATA[IL NEO-NAZIONALISMO MORALE OCCIDENTALE. Pubblicato il 15 ottobre 2023 da pierluigi fagan L’argomento è complicato e si debbono usare termini carichi di stratificazioni storiche e ideologiche, termini spesso imprecisi che coltivano fraintendimenti, lo spazio è breve e le mie capacità limitate, tuttavia sento l’esigenza forte di trattarlo ugualmente. Partiamo dalla presentazione della tesi: in Occidente, si va formando un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><img src="https://sinistrainrete.info/images/storie13/www.nelfuturo.jpeg.webp" alt="www.nelfuturo.jpeg" /></h2>
<h2></h2>
<h2><a href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/" rel="bookmark">IL NEO-NAZIONALISMO MORALE OCCIDENTALE.</a></h2>
<div>Pubblicato il <a title="7:20 am" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/" rel="bookmark">15 ottobre 2023</a> da <a title="Leggi tutti gli articoli di pierluigi fagan" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/author/pierluigifagan/">pierluigi fagan</a></div>
<div>
<p>L’argomento è complicato e si debbono usare termini carichi di stratificazioni storiche e ideologiche, termini spesso imprecisi che coltivano fraintendimenti, lo spazio è breve e le mie capacità limitate, tuttavia sento l’esigenza forte di trattarlo ugualmente. Partiamo dalla presentazione della tesi: in Occidente, si va formando un sentimento identitario di appartenenza meta-nazionale, basato sulla superiorità morale. Trattiamo qui Occidente come una macro-nazione coincidente nei bordi con la sua definizione di civiltà. Civiltà, tuttavia, è una definizione storico-analitica, nessuno ha mai provato sentimenti per l’appartenenza ad una civiltà, ad una “nazione” sì.</p>
<p>Il concetto di nazione (o il precedente “popolo”) ha dato storicamente vita a due sentimenti, uno debole come auto-identificazione di appartenenza, l’altro forte come ideologia che dal difensivo (noi siamo diversi da loro) passa facilmente all’offensivo (noi siamo superiori a loro ed abbiamo diritti su di loro in base a tale superiorità). Da coloro che partono dal “sangue comune” fino a chi pensa che il concetto di nazione sia una pura tradizione inventata, c’è un ampio dispiegarsi di posizioni. Mondato il concetto di ogni sentimento e ideologia, di per sé, si possono rinvenire gruppi umani che hanno una certa coerenza interna più di quanto il loro stare assieme abbia con l’esterno. Se li analizzate stando al loro interno e rivolgendovi a questo, sembreranno anche troppo vari e disomogenei per ritenere il concetto sostenibile. Se però li analizzate dall’esterno in contesti più ampi dove ci sono altri gruppi di diversa storia e tradizione, effettivamente l’appartenenza ad una certa nazionalità è congruente, distinguente, “emerge” dalla comparazione. Dire se per cultura o natura è ereditare una falsa dicotomia, insostenibile in biologia e storia.</p>
<p>Ci sono “nazioni” senza stati e stati con più nazioni dentro. La “nazione occidentale” è un inedito in quanto si presuppone una comune appartenenza a genti di più stati che hanno già una loro identità nazionale. Ma le identità multiple (K. Crenshaw) non sono da tempo un problema, ci sono testaccini, che poi sono romani, che poi sono italiani, che poi sono europei, c’è spazio anche per occidentali e sempre che si voglia rimanere dentro la sola definizione geostorica. Alcuni, ad esempio E. Morin<a id="_ednref1" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn1">[i]</a>, sono andati con lo sguardo avanti promuovendo un sentimento di comune appartenenza all’umanità terrestre, in chiave ecologica anche Latour<a id="_ednref2" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn2">[ii]</a>, il che va benissimo. Tuttavia, condizioni per l’evolversi di tale sentimento oggi non esistono ed anzi ne esistono di contrarie. Poiché ogni cosa ha gradini da salire per compiersi, già evolvere un sentimento razionale che cerchi il difficile incastro per una pacifica convivenza planetaria coi differenti sarebbe utile.</p>
<p>Se torniamo alla prima specifica, la nazione aggruppa genti che hanno in comune parecchie cose se comparate con altre genti di diversa storia e tradizione. Poiché non ci siamo mai trovati in un mondo di otto miliardi di individui in duecento stati e varie civiltà, fortemente intrecciati da pratiche e problemi comuni, in competizione più che in cooperazione, ecco che si tenta di formare un sentimento di “nazione” in quella che prima era una più fredda “civiltà”. È l’attrito con le altre civiltà a far scaturire il sentimento di appartenenza che porta poi alla nuova macro-nazione. In sé, ma molto più in come viene raccontata al fine di costruirla.</p>
<p>Alcuni studiosi (Hobsbawm<a id="_ednref3" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn3">[iii]</a>, Anderson<a id="_ednref4" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn4">[iv]</a> etc<a id="_ednref5" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn5">[v]</a>.) hanno sostenuto l’inesistenza reale di qualcosa come una nazione che sarebbe una tradizione inventata da élite che hanno avuto interesse a riquadrare un popolo sottostante per manovrarlo a propri scopi. C’è del vero storico in questa tesi, ma essa soffre anche dello schematismo originario per cui nasce per togliere legittimità ad ogni nazionalismo (per gli studiosi marxisti ci sono solo “classi”). Sarebbe forse più congruo dire che c’è qualcosa che unisce coloro che appartengono ad un dato popolo e tuttavia da solo, questo “qualcosa” non avrebbe mai generato sentimenti forti o addirittura ideologie quindi, in effetti, c’è chi manipola questo “qualcosa” che c’è, ma è debole o solo in potenza. Per avere un sentimento di nazione ci deve essere un sottostante potenziale, non s’inventa di sana pianta e tuttavia questo sottostante non basta a giustificare la sua deriva ideologica.</p>
<p>Il sentimento “noi occidentali” è oggi una precisa ideologia promossa dalle élite occidentali ovvero quel gruppo con signorie locali che fanno capo ad un principe, statunitense. Il principe statunitense ha lanciato l’operazione “noi occidentali” in Ucraina poiché una delle ragioni del come si sta gestendo quel conflitto in ottica multipolare è stata la piena cattura egemonica dell’Europa, l’annessione dell’altrimenti vociante, incoerente e disparata Europa sotto la protezione del principe di oltreatlantico. La polarizzazione degli occidentali europei è stata ottenuta con sorprendente velocità ed allineamento poiché gli europei vagavano in un limbo idealistico ed irresponsabile di negazione della realtà mentre gli statunitensi, sulla realtà, avevano progetti. Ma la dura struttura non basta, ci vuole un riflesso sovrastrutturale per sentirsi uniti. Ormai usiamo categorie di pensiero, mode del pensiero, slogan americani, software-mail-browser statunitensi, siamo culturalmente euro-americani su fino al come sono impostate molte discipline, la loro epistemologia, il metodo. Tutta questa è la nostra immagine di mondo occidentale dominante. C’è quindi una evidente egemonia che prima che nei concetti e nelle idee è proprio nelle forme del pensare. In Ucraina, a Taiwan, nel Sahel, in Israele e non mancheranno nuove aree di crisi economica-migratoria-ecoclimatica con effetti sociali, la perturbazione unifica e la torsione multipolare del mondo ne promette a ripetizione, il polo occidentale si costituisce perché l’unione fa la forza e sotto attacco c’è bisogno di unirsi.</p>
<p>Gli statunitensi stanno tentando l’istituzione di un nazionalismo occidentale in un frame che resuscita lo “scontro di civiltà”, intuizione di Samuel Huntington anni ’90<a id="_ednref6" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn6">[vi]</a>. Abbiamo citato Huntington in un precedente articolo<a id="_ednref7" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn7">[vii]</a> sulla progressiva corrosione dello standard democratico uscito dal dopoguerra. L’indebolimento della democrazia è propedeutico al principato ed all’unificazione della nuova nazione sotto attacco. Quindi, sul piano concreto ormai l’Europa è messa al corrente delle strategie sul mondo che fanno gli statunitensi, sul piano ideologico consegue il sentirsi parte della nazione occidentale di cui condividiamo una cultura relativamente omogenea, il cui principe sa cosa e come si deve fare in un clima di perenne emergenza. Questo piano politico-ideologico ha bisogno di un sentimento.</p>
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<p>La natura di questo nuovo sentimento del popolo occidentale, che, come ogni popolo che finisce con l’esuberare il proprio nazionalismo da identità distinguente a ragione di superiorità ha bisogno di ragioni “alte”, è la superiorità morale.</p>
<p>Noi siamo superiori moralmente: diritti individuali (i sociali non esistono perché non esiste una cosa chiamata “società”), parità dei sessi, tolleriamo i diversamente sessuali, siamo democratici, scientifici quindi razionalmente oggettivi, siamo liberi e liberali, siamo inclusivi, non ammazziamo i bambini ed i civili altrui -a almeno così ce la raccontiamo-, quando non si può fare a meno di difendere qualcuno bullizzato da non civiltà o civiltà degenerate magari usciamo le armi ma è il nostro destino di polizia morale del mondo che ce lo impone, vogliamo “solo” commerciare, competere con regole per la ricchezza e la posizione sociale. Si badi, si può anche credere a tutto ciò ma non c’è nulla in questa credenza che implichi il fatto che “migliore” deve portare allo scontro contro il “peggiore”. Addirittura, si potrebbe argomentare al contrario, proprio perché sei migliore dovresti saper gestire le differenze evitando il conflitto.</p>
<p>Certo se ti sembra normale andare a fare un rave party a poca distanza da un concentrato di due milioni e passa di persone, per lo più altrettanto giovani, che tu hai segregato da recinzioni e oggetto di privazioni e restrizioni che le pongono in condizioni subumane, lo ritieni un “diritto” e non un problema, allora stai ancora a Maria Antonietta per la quale la fame del popolo si doveva curare dandogli i croissant (storiella falsa ma cucita apposta per far capire le contraddizioni a gente che dopo la quinta parola di un enunciato crolla nella nebbia mentale) ovvero hai una totale ignoranza del contesto. Non mi riferisco alla concreta cosa in sé, mi riferisco al piano simbolico, è simbolo dei tempi avvicinare a meno di cinque chilometri giovani che vivono due mondi ed immagini di mondo così diverse e contrastanti, ma correlate sul piano concreto e causativo e non ritenerlo un sintomo problematico in termini di cultura di convivenza<a id="_ednref8" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn8">[viii]</a>.</p>
<p>Non curare le più vistose contraddizioni porta a reazione. Ne consegue ogni bruttura poiché l’azione reattiva non è notoriamente razionale e nell’irrazionale torniamo animali quali in buona parte siamo ancora pur meravigliandoci del fatto, invece di meravigliarci del fatto che ci meravigliamo di una ovvietà. Ribadisco, non c’è problema se ti piacciono i rave party e ti senti superiore moralmente, l’etnocentrismo è lo schema culturale più diffuso al mondo secondo quanto disse -a ragione- Levy Strauss. Solo, dovresti preoccuparti anche solo per buonsenso funzionale, del fatto che hai coltivato una bomba emotiva di rabbia e ci vai ignaro davanti a fare una festa sesso-droga-rock ’n’ roll. Così ti vengono a sparare ed allora tu hai diritto di andare a massacrarli perché loro ti hanno massacrato perché tu li avevi massacrati in passato e così lungo la catena dei misfatti di settanta anni. Sarai anche “migliore” ma non si capisce in cosa visto che sei ancora alle faide tribali.</p>
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<p>Quando il ministro israeliano definisce i palestinesi di Gaza “animali umani” non pensa che se tratti qualcuno da animale umano poi quello si comporta da animale umano? Ah, ma così giustifichi Hamas! Ma il problema della “giustificazione” è tutto interno ad una mentalità morale, io non ce l’ho quella mentalità, ho quella realista azione-reazione e mi pare ovvio che se tratti qualcuno da animale poi lui si comporta di conseguenza, non c’è giusto o sbagliato, è ovvio e conseguente, ti piaccia o meno, è un fatto non un giudizio.</p>
<p>I costruttori della nuova supremazia morale stanno in questi giorni piantando nel discorso pubblico il discrimine dell’antisemitismo. Ecco trasformata una complessa questione storico-culturale che ha settanta e passa anni, in una crociata morale. La crociata morale pesca nelle emozioni come il nazionalismo aggressivo, è prepolitica, è dicotomica ovvero taglia ogni mezzatinta, esclude tu possa rifiutare la dicotomia imposta puoi solo scegliere da che parti trovarti anche se il contenuto morale auto-evidente fa sì che tu in realtà non puoi scegliere nulla, non vorrai mica parteggiare per il “nemico della tua civiltà”? Saresti un traditore che è un nemico interno che va trattato come quello esterno, magari un po’ meglio visto che è dei nostri come nazione e quindi merita un occhio di riguardo per non farci scivolare nella barbarie che stiamo combattendo.</p>
<p>Ma è un meglio relativo, come con il meccanismo “aggredito-aggressore” basta l’ostracismo antica pratica di autoprotezione dei gruppi umani. Questi meccanismi sono pensati da qualcuno, compaiono subito e diventano presto condivisi, quello attuale è l’assimilazione di Hamas all’ISIS, quindi jihad e scontro di civiltà a seguire. I nostri media sono presidiati dalla nuova “polizia morale” che ha la stessa funzione che ha in Iran, presidiare la norma. Anzi prima c’è la squadra che taglia la rappresentazione delle realtà e la ripetizione di informazioni in un certo modo, prepara il terreno, poi arriva la polizia morale e punisce in pubblico l’ospite chiamato a sostenere l’insostenibile per testimoniare del nostro liberalismo tollerante. La punizione in pubblico è socio-pedagogicamente proficua per presidiare la norma e mostrare che fine si fa ad esser divergenti.</p>
<p>Molti che contro-argomentano che la nostra civiltà è piena di falsa coscienza, ipocrita, sottilmente altrettanto violenta a mio avviso perdono tempo, accettano la partizione del discorso con gente che ha cento volte la potenza di fuoco dell’immagine di mondo pubblica, una immagine emotiva visto che debbono pompare un sentimento morale. A questo discorso tutto morale va opposto il piano per il quale ci sono solo due modi di ordinare l’intero pianeta umano, contrattando o imponendo, il piano del reale. Il senso di superiorità morale aggressiva non contratta e visto che in teoria dovremmo essere qualcosa di simile ad una democrazia, non si capisce neanche chi l’ha deciso viste anche le conseguenze che comporta. Togliere il fregio di “democrazia” alla nostra civiltà degenerante aiuterebbe a minarne il presupposto di superiorità.</p>
<p>La nota è motivata dall’idea che dobbiamo fare attenzione a certe strutture culturali sociali, preoccuparci sul serio. Non è che perché siamo ormai in gran parte atei o agnostici o deboli di Spirito (in tanti sensi) che la “religione” è morta. La struttura socioculturale del fenomeno religioso (Durkheim per intenderci) spunta fuori anche se non si sta parlando di dio o dei santi o delle preghiere o delle chiese. Non è nata a quel fine, le preesiste nella nostra storia del tempo profondo, molto prima della civiltà.</p>
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<p>Così la pulizia etnica o religiosa altro non è che l’antico principio della necessaria omogeneità richiesta per manovrare una nazione senza irriducibili resistenze interne, capita venga usato anche da chi, in altri luoghi e tempi ne è stato vittima se da minoranza si trova poi ad esser nazione.</p>
<p>La struttura socioculturale del nazionalismo aggressivo di antica origine clanico-tribale, spunta fuori anche se con forme quali certo non aveva ai primi Novecento, patria, sangue, destino.</p>
<p>Queste strutture possono esser vestite in vario modo. Ora hanno riscoperto il “profeta” Kagan (2018)<a id="_ednref9" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn9">[ix]</a>: “L’ordine mondiale liberale (occidentale) è fragile e impermanente. Come un giardino, è sempre sotto assedio da parte delle forze naturali della storia, la giungla le cui viti ed erbacce minacciano costantemente di sopraffarlo”. Come si possa dar per ovvio che l’idea di ordine mondiale di una parte che pesa il 17% del mondo, debba inderogabilmente valere per il 100%, non si sa. Ma al superiore morale la realtà è indifferente, c’è solo la cieca volontà di avere il diritto di estendere il suo locale ad universale perché non riesce a cambiare adattandosi ai mutati contesti. Non riesce a venire a patti con gli altri perché troppo profonde sarebbero le modificazioni cui dovrebbe assoggettarsi. Rifiuta la realtà ed abbraccia la definizione minima di nevrosi: <em>scarsa capacità di adattamento al proprio ambiente, incapacità di cambiare i propri schemi di vita e incapacità di sviluppare una personalità più ricca, più complessa e più soddisfacente.</em> La superiorità morale serve anche a giustificare la nevrosi.</p>
<p>Sappiamo chi pompa questi sentimenti e perché lo fa, sappiamo come va a finire. Pensarci prima è meglio che piangerne dopo. Non è morale, è razionale.</p>
<p>Io sono occidentale e mi vergogno di dover condividere la categoria con certa gente. Dovremmo alzare la voce e contrastare questo tentativo di definire dall’alto la nostra stessa identità, imporre il dibattito su quale tipo di civiltà vogliamo essere nell’era complessa<a id="_ednref10" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn10">[x]</a>. Porre il discrimine pragmatico tra imporre o contrattare. Nell’era complessa, se la nostra civiltà andrà in guerra, morirà, è una guerra che semplicemente non può vincere.</p>
<p>= = = =</p>
<hr />
<p><a id="_edn1" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref1">[i]</a> E. Morin, Terra-Patria, Cortina editore, 1994</p>
<p><a id="_edn2" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref2">[ii]</a> B. Latour, La sfida di Gaia, Meltemi, 2020</p>
<p><a id="_edn3" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref3">[iii]</a> E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, Einaudi, 1991-2002</p>
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<p><a id="_edn4" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref4">[iv]</a> B. Anderson, Comunità immaginate, Laterza, 1983-2016</p>
<p><a id="_edn5" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref5">[v]</a> Ad esempio: P. Grilli di Cortona, Stati, nazioni e nazionalismi in Europa, il Mulino, 2003</p>
<p><a id="_edn6" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref6">[vi]</a> S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà, Garzanti, 1997</p>
<p><a id="_edn7" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref7">[vii]</a> <a href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/09/29/giu-la-testa/">https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/09/29/giu-la-testa/</a></p>
<p><a id="_edn8" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref8">[viii]</a> I. Buruma, A. Margalit, Occidentalismo, Einaudi, 2004</p>
<p><a id="_edn9" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref9">[ix]</a> R. Kagan, The Jungle Grows Back, Knopf Doubleday Publishing Group, 2019</p>
<p><a id="_edn10" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref10">[x]</a> AA.VV. Genealogie dell’Occidente, Bollati Boringhieri, 2015</p>
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		<title>I piaceri segreti dell&#8217;ambientalismo capitalista</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Apr 2023 18:04:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; I piaceri segreti dell&#8217;ambientalismo capitalista di Andrea Zhok Capita che nel ridente percorso del capoluogo ambrosiano che conduce alla stazione ferroviaria sia da tempo impossibile sottrarsi alla pubblicità più invasiva. La forma più intrusiva in assoluto è rappresentata dagli schermi onnipresenti che sganciano h24 le loro bombe a grappolo pubblicitarie, a volte in guisa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories4/jnskjeabnf.webp" alt="jnskjeabnf" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>I piaceri segreti dell&#8217;ambientalismo capitalista</h1>
<h3>di Andrea Zhok</h3>
<p>Capita che nel ridente percorso del capoluogo ambrosiano che conduce alla stazione ferroviaria sia da tempo impossibile sottrarsi alla pubblicità più invasiva. La forma più intrusiva in assoluto è rappresentata dagli schermi onnipresenti che sganciano h24 le loro bombe a grappolo pubblicitarie, a volte in guisa diretta, altre volte travestita da “informazione”.</p>
<p>L’intruso molesto che si affacciava oggi dagli schermi era una nota archistar che decantava, con la seria professionalità che caratterizza il ceto, l’imprescindibilità odierna della “sostenibilità”. La “sostenibilità” oggi – diceva – è un dovere morale cui nessuno può sottrarsi. Sullo sfondo dell’intervista-spot si poteva notare il bellissimo porticato della Statale di Milano che come ogni anno, in occasione del Salone del Mobile, è invaso da policrome e imponenti installazioni. Chi abbia la fortuna di aggirarsi negli spazi universitari, oramai sempre più refrattari ad intristirsi nelle faccenduole della conoscenza, può ammirare ogni anno una grande varietà di installazioni, alcune oggettivamente spettacolari. Il tema di quest’anno, e invero più o meno di tutte le ultime edizioni, è l’AMBIENTE. Su una colossale catasta di container creativi, piantati a ridosso dei bassorilievi secolari, quest’anno campeggia la scritta “Save the Planet”.</p>
<p>Il sito del Fuori Salone 2023 dice, e non abbiamo ragione di non credergli, che Milano è allietata in questi giorni da ben 946 eventi in varie parti della città. Ciascuno di questi eventi è preparato da settimane di lavoro manifesto (spesso veri e propri cantieri) e da mesi di lavoro progettuale.</p>
<p>Come chiunque può verificare, ogni anno questi eventi sono preceduti da una quindicina di giorni di lavoro dedicati alla costruzione di queste creativissime istallazioni, seguiti, al termine della kermesse, da una buona settimana di distruzione delle medesime istallazioni, destinate poi alla discarica.</p>
<p>Ecco. Ora permettetemi questa sommessa riflessione.</p>
<p>Quando parliamo di “sostenibilità”, se ci siamo posti il problema del significato della parola, dovremmo sapere che parliamo di una questione squisitamente di LIMITI. Nello specifico, tutte le attività che svolgiamo sono, naturalmente, produttrici in varia forma di entropia. Consumiamo risorse e produciamo disordine, scarti, inquinamento, sottoprodotti. Il pianeta che ci chiamano coralmente a salvare è un sistema in equilibrio che ha fortunatamente certe capacità di metabolizzare gli scarti e di rimpinguare le proprie risorse (essenzialmente grazie al contributo dell’irraggiamento solare). Ma ciò che sappiamo almeno dagli studi di Herman Daly degli anni ’70 è che un sistema a crescita infinita come quello dell’economia contemporanea entra in rotta di collisione fatale con sistemi finiti in equilibrio come gli ecosistemi (e i singoli organismi in essi). Da qui trae origine il problema della sostenibilità ambientale.</p>
<p>Il problema non è in nessun modo aggirabile. La “sostenibilità” al di fuori delle chiacchiere significa e può significare solo una cosa, ovvero l’accettazione di limiti. Non limiti allo sviluppo sociale e culturale, ma sicuramente limiti alla crescita del consumo e della produzione di scarti. Il cosiddetto tema del “riscaldamento climatico”, per coloro ai quali ciò è caro, rappresenta soltanto una delle possibili eventuali implicazioni di questa contraddizione strutturale, ma tutti i numerosi, accertati (e, diversamente dal “global warming”, taciuti) problemi di squilibrio ambientale nel mondo contemporaneo dipendono da questo stesso meccanismo.</p>
<p>Bene. Ora torniamo per un momento alla nostra archistar e alle sue parole sulla inderogabilità della sostenibilità. Se parliamo di sostenibilità parliamo, come abbiamo detto, di limiti. La questione centrale, l’unica di cui dovremmo seriamente appassionarci è: quali limiti?</p>
<p>Nel nome di una lettura totalmente unilaterale dell’ambientalismo, oggi a noi plebei viene spiegata continuamente la necessità di contrarre i consumi, di chiudere i termosifoni, spegnere la luce, rottamare la vecchia auto per acquistare (col bonus!) automobili elettriche dal costo quadruplo, di nutrirci di carne sintetica e farina d’insetti, di smettere di fare i barbecue, di tappezzare la casa di famiglia di certificazioni energetiche, ecc. E simultaneamente, in maniera appena appena dissimulata, siamo circondati dalle più varie forme di moral suasion rivolte a smettere di riprodurci, ad accogliere col sorriso ogni compressione salariale, e infine a semplificare le pratiche di ritiro anticipato da questa valle di lacrime. Il messaggio di fondo da cui siamo bombardati è: “Sei un vivente pernicioso, vergognati, cerca di produrre tanto, consumare poco e crepare presto.”</p>
<p>E d’altra parte cosa non si farebbe per salvare il pianeta.</p>
<p>Insomma, la nostra cara archistar, dall’alto della sua superiore consapevolezza del supremo bene del pianeta ci sta spiegando, con una sfumatura di disprezzo, che la dovremmo smettere di fare festa, come evidentemente abbiamo fatto ininterrottamente fino ad oggi, perché, giusto cielo, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è ora di finirla. Dunque, se ho capito bene, sta cercando di spiegarci che robe come quel mostruoso potlatch da cui intratteneva il pubblico in mondovisione va sotto la voce “sostenibilità” (infatti c’è scritto sopra). Questa fiera dell’effimero, questi colossali spottoni pubblicitari destinati al macero nel giro di una settimana sono il volto progressivo della “sostenibilità”, e sei tu a non capire.</p>
<p>Questo grande falò ciclico fatto a maggior gloria delle vendite naturalmente non è un privilegio dei poveri mobilieri. Figuriamoci. Quel falò è in costante compagnia di un brulicare globale di roghi sacrificali con le stesse finalità pubblicitarie, trasmesse coattivamente da milioni di schermi nei luoghi pubblici. E siccome la pubblicità è un bene posizionale, che dipende dal suo rapporto con i concorrenti, non c’è nessun limite a quante risorse vengano messe nel sollecitare i consumatori al consumo (ma consumo virtuoso, verde, sostenibile!)</p>
<p>E quali sono i consumi verdi? Beh, com’è noto, da anni l’unico settore che continua ad avere consumi (e ricavi) in crescita è il settore del lusso. Che naturalmente è tecnologicamente all’ultimo grido, e dunque è verde, verdissimo, mica come quel puzzone del tuo barbecue domenicale, mica come quella fottuta carretta che ti avevano garantito dieci anni fa come ecologica?</p>
<p>Perché casomai non lo aveste capito, bruciare il 20% di risorse industriali globali in fuffa cromata, in spottoni creativi, in balle mercenarie per guadagnare una fetta di mercato, questo è “ecofriendly”. Comprare il terzo yacht o la decima Ferrari è ecologicissimo e profuma l&#8217;alito. Anche bruciare 130 miliardi in spese militari per conto terzi è sostenibilissimo.</p>
<p>Basta che voi la smettiate di bere, mangiare, riprodurvi, rompere i coglioni per la TAC e produrre flatulenze (che sono gas serra).</p>
<p>E poi andremo d’accordo e il pianeta sarà salvo.</p>
<p>* * * *</p>
<h4><strong>Nota a margine sul tema dell&#8217;ambientalismo</strong></h4>
<p>Pochi temi, anche vista l&#8217;intensità del bombardamento mediatico, sono così propensi a perdersi in una miriade di rivoli e distinguo, sono così inclini a suscitare accuse reciproche e sospetti.</p>
<p>C&#8217;è chi drizza le orecchie sospettoso non appena si parla di limiti alla crescita e tira fuori dalla cantina qualche impolverata critica a Malthus,c&#8217;è chi aggrotta la fronte irritato quando non ci si prosterna all&#8217;agenda green del global warming, tirando fuori l&#8217;ultimo pamphlet sull&#8217;apocalisse alle porte.</p>
<p>Proviamo perciò a metterla giù semplice, in termini di operatività politica, senza perdersi in troppi sottoproblemi che fanno perdere di vista gli obiettivi.</p>
<p>Come si fa a distinguere i soggetti sinceri dai farabutti, le strategie oneste da quelle telecomandate, le istanze costruttive da quelle a libro paga?</p>
<p>È semplice.</p>
<p>Si può usare come cartina tornasole l&#8217;ORDINE DEL GIORNO con cui si propone che i temi vengano affrontati.</p>
<p>Un ordine del giorno serio che discuta dei problemi della sostenibilità deve partire da due punti.</p>
<p>1) In primo luogo deve far piazza pulita dell&#8217;idea, cara al capitalismo, per cui ai problemi ecologici si può porre rimedio con soluzioni di mercato.</p>
<p>Quest&#8217;idea è il cardine di tutte le odierne operazioni di greenwashing. Si immagina che con qualche tassa sui consumi, con qualche incentivo ben piazzato, e poi lasciando fare alla creatività umana e alla libera competizione, per ogni problema ecologico si produrrà magicamente una soluzione tecnologica smart, facendo felici tutti: gli utenti e i detentori di capitale.</p>
<p>Questa però è una stupidaggine ipocrita e pericolosa.</p>
<p>In un sistema ad alta innovatività come quello della concorrenza capitalistica, riuscire ad identificare la causa di un problema ambientale, ecologico, organico, è l&#8217;eccezione, non la regola. Nel tempo in cui riusciamo ad identificare una causa e ad escogitare una soluzione, cento altri problemi sono all&#8217;opera senza che noi si abbia la più pallida idea di cause e soluzioni.</p>
<p>Ogni soluzione di mercato, anche quando fosse reale ed efficiente (cosa che raramente è possibile garantire per problemi di carattere sistemico) è sempre strutturalmente in immenso ritardo rispetto ai mille mutamenti turbolenti e scoordinati che il sistema genera costantemente.</p>
<p>Prendiamo un esempio di relativamente facile identificabilità. Noi sappiamo con certezza che epidemiologicamente condizioni patologiche gravi come l&#8217;autismo, i tumori, le malattie autoimmuni, ecc. ecc. sono da tempo in fase di diffusione esplosiva. Per ciascuno di questi problemi potremmo facilmente creare condizioni per una campagna emergenziale. Per ciascuno di questi problemi non abbiamo però nessuna chiara catena di imputazione causale, e forse non l&#8217;avremo mai o per decenni. Dunque visto che non ci sono prodotti sul mercato da fornire, queste emergenze non partono (e anzi, neppure le ricerche epidemiologiche che ne esaminano la dinamica sulla popolazione sono particolarmente curate). E questi problemi di salute, quasi certamente di origine ambientale, sono solo la punta dell&#8217;iceberg degli importanti problemi ambientali di cui potremmo occuparci.</p>
<p>Curiosamente oggi stiamo invece identificando come unico urgentissimo, inderogabile problema il &#8220;climate change&#8221;, in cui le difficoltà di imputazione causale sono enormi e le capacità di verificare l&#8217;efficacia delle soluzioni sono minime (dunque i margini di arbitrio sono massimi).</p>
<p>Qui ogni inizio di discussione seria deve mettere in crisi il modello di crescita obbligata che sta al cuore del capitalismo; se non lo fa il resto è fuffa.</p>
<p>2) Il secondo punto da cui deve partire una politica della sostenibilità ambientale seria è la consapevolezza che le differenze economiche massive nel mondo moderno sono, senza se e senza ma, differenze di POTERE.</p>
<p>Un cittadino ricco rispetto ad un cittadino che stenta ad arrivare a fine mese (o che non ci arriva proprio senza aiuti) non sono in un rapporto di potere affine, per quanto questo sia</p>
<p>statuito dalla legge. Se litigano e il primo fa una causa per quanto temeraria al secondo, il secondo è finito.</p>
<p>Il primo può utilizzare il proprio reddito in innumerevoli forme di influenza mediata, può lusingare, promettere, assoldare, amplificando indefinitamente le proprie opinioni e volontà.</p>
<p>Il secondo è ricattabile in ogni istante.</p>
<p>Questo tipo di asimmetrie esistono tra individui all&#8217;interno di uno stesso stato così come esistono tra stati.</p>
<p>Finché il denaro è POTERE e le differenze di capitalizzazione sono abissali qualunque intervento che tocchi la parte bassa della catena alimentare capitalistica verrà, giustamente, rifiutato. E se all&#8217;interno di uno stato si può pensare di utilizzare la coercizione, all&#8217;esterno questo è sostanzialmente impossibile.</p>
<p>Dunque se qualcuno vuole prendere sul serio il tema della sostenibilità in termini di contrazione dei consumi o di limitazione delle ambizioni, il punto di partenza è uno e uno solo: la drastica riduzione delle differenze di potere economico (tra individui e tra stati).</p>
<p>Volete ridurre consumi e limitare la spinta acquisitiva della parte bassa della classifica? Benissimo, la prima cosa da fare, proprio solo per cominciare, è l&#8217;eliminazione di ogni &#8220;consumo vistoso&#8221; nei ceti affluenti. Finché ci saranno signori che si recheranno con il jet privato, chessoio, a Davos a predicare l&#8217;austerità per il bene del pianeta, l&#8217;unica risposta civile che possono ricevere è un garbato vaffanculo. E questo non è populismo, questo è realismo e senso di preservazione.</p>
<p>Se l&#8217;uomo con l&#8217;arsenale pensa che troppe armi nel mondo siano un problema, non può cominciare col chiedere all&#8217;inerme di consegnare il temperino. Certo potrà provare a costringerlo con l&#8217;arsenale, ma si aspetti di veder volare parecchi temperini.</p>
<p>Dunque, in sintesi, se qualcuno dei magnifici esemplari delle elite benpensanti vuole portare avanti seriamente la sua agenda per la sostenibilità e il bene del pianeta, va benissimo. Per valutarne la serietà bisogna vederne le priorità.</p>
<p>Se la priorità che porta avanti è la rinuncia alle &#8220;soluzioni ecologiche di mercato&#8221; e la drastica riduzione della forbice reddituale tra nazioni e tra cittadini all&#8217;interno della propria nazione, ha i titoli per essere preso su serio.</p>
<p>Se sbamba di miracoli tecnologici, risposte di mercato e ascetismo dei poveri, sappiate che avete davanti un cacciapalle.</p>
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<p>Capita che nel ridente percorso del capoluogo ambrosiano che conduce alla stazione ferroviaria sia da tempo impossibile sottrarsi alla pubblicità più invasiva. La forma più intrusiva in assoluto è rappresentata dagli schermi onnipresenti che sganciano h24 le loro bombe a grappolo pubblicitarie, a volte in guisa diretta, altre volte travestita da “informazione”.</p>
<p>L’intruso molesto che si affacciava oggi dagli schermi era una nota archistar che decantava, con la seria professionalità che caratterizza il ceto, l’imprescindibilità odierna della “sostenibilità”. La “sostenibilità” oggi – diceva – è un dovere morale cui nessuno può sottrarsi. Sullo sfondo dell’intervista-spot si poteva notare il bellissimo porticato della Statale di Milano che come ogni anno, in occasione del Salone del Mobile, è invaso da policrome e imponenti installazioni. Chi abbia la fortuna di aggirarsi negli spazi universitari, oramai sempre più refrattari ad intristirsi nelle faccenduole della conoscenza, può ammirare ogni anno una grande varietà di installazioni, alcune oggettivamente spettacolari. Il tema di quest’anno, e invero più o meno di tutte le ultime edizioni, è l’AMBIENTE. Su una colossale catasta di container creativi, piantati a ridosso dei bassorilievi secolari, quest’anno campeggia la scritta “Save the Planet”.</p>
<p>Il sito del Fuori Salone 2023 dice, e non abbiamo ragione di non credergli, che Milano è allietata in questi giorni da ben 946 eventi in varie parti della città. Ciascuno di questi eventi è preparato da settimane di lavoro manifesto (spesso veri e propri cantieri) e da mesi di lavoro progettuale.</p>
<p>Come chiunque può verificare, ogni anno questi eventi sono preceduti da una quindicina di giorni di lavoro dedicati alla costruzione di queste creativissime istallazioni, seguiti, al termine della kermesse, da una buona settimana di distruzione delle medesime istallazioni, destinate poi alla discarica.</p>
<p>Ecco. Ora permettetemi questa sommessa riflessione.</p>
<p>Quando parliamo di “sostenibilità”, se ci siamo posti il problema del significato della parola, dovremmo sapere che parliamo di una questione squisitamente di LIMITI. Nello specifico, tutte le attività che svolgiamo sono, naturalmente, produttrici in varia forma di entropia. Consumiamo risorse e produciamo disordine, scarti, inquinamento, sottoprodotti. Il pianeta che ci chiamano coralmente a salvare è un sistema in equilibrio che ha fortunatamente certe capacità di metabolizzare gli scarti e di rimpinguare le proprie risorse (essenzialmente grazie al contributo dell’irraggiamento solare). Ma ciò che sappiamo almeno dagli studi di Herman Daly degli anni ’70 è che un sistema a crescita infinita come quello dell’economia contemporanea entra in rotta di collisione fatale con sistemi finiti in equilibrio come gli ecosistemi (e i singoli organismi in essi). Da qui trae origine il problema della sostenibilità ambientale.</p>
<p>Il problema non è in nessun modo aggirabile. La “sostenibilità” al di fuori delle chiacchiere significa e può significare solo una cosa, ovvero l’accettazione di limiti. Non limiti allo sviluppo sociale e culturale, ma sicuramente limiti alla crescita del consumo e della produzione di scarti. Il cosiddetto tema del “riscaldamento climatico”, per coloro ai quali ciò è caro, rappresenta soltanto una delle possibili eventuali implicazioni di questa contraddizione strutturale, ma tutti i numerosi, accertati (e, diversamente dal “global warming”, taciuti) problemi di squilibrio ambientale nel mondo contemporaneo dipendono da questo stesso meccanismo.</p>
<p>Bene. Ora torniamo per un momento alla nostra archistar e alle sue parole sulla inderogabilità della sostenibilità. Se parliamo di sostenibilità parliamo, come abbiamo detto, di limiti. La questione centrale, l’unica di cui dovremmo seriamente appassionarci è: quali limiti?</p>
<p>Nel nome di una lettura totalmente unilaterale dell’ambientalismo, oggi a noi plebei viene spiegata continuamente la necessità di contrarre i consumi, di chiudere i termosifoni, spegnere la luce, rottamare la vecchia auto per acquistare (col bonus!) automobili elettriche dal costo quadruplo, di nutrirci di carne sintetica e farina d’insetti, di smettere di fare i barbecue, di tappezzare la casa di famiglia di certificazioni energetiche, ecc. E simultaneamente, in maniera appena appena dissimulata, siamo circondati dalle più varie forme di moral suasion rivolte a smettere di riprodurci, ad accogliere col sorriso ogni compressione salariale, e infine a semplificare le pratiche di ritiro anticipato da questa valle di lacrime. Il messaggio di fondo da cui siamo bombardati è: “Sei un vivente pernicioso, vergognati, cerca di produrre tanto, consumare poco e crepare presto.”</p>
<p>E d’altra parte cosa non si farebbe per salvare il pianeta.</p>
<p>Insomma, la nostra cara archistar, dall’alto della sua superiore consapevolezza del supremo bene del pianeta ci sta spiegando, con una sfumatura di disprezzo, che la dovremmo smettere di fare festa, come evidentemente abbiamo fatto ininterrottamente fino ad oggi, perché, giusto cielo, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è ora di finirla. Dunque, se ho capito bene, sta cercando di spiegarci che robe come quel mostruoso potlatch da cui intratteneva il pubblico in mondovisione va sotto la voce “sostenibilità” (infatti c’è scritto sopra). Questa fiera dell’effimero, questi colossali spottoni pubblicitari destinati al macero nel giro di una settimana sono il volto progressivo della “sostenibilità”, e sei tu a non capire.</p>
<p>Questo grande falò ciclico fatto a maggior gloria delle vendite naturalmente non è un privilegio dei poveri mobilieri. Figuriamoci. Quel falò è in costante compagnia di un brulicare globale di roghi sacrificali con le stesse finalità pubblicitarie, trasmesse coattivamente da milioni di schermi nei luoghi pubblici. E siccome la pubblicità è un bene posizionale, che dipende dal suo rapporto con i concorrenti, non c’è nessun limite a quante risorse vengano messe nel sollecitare i consumatori al consumo (ma consumo virtuoso, verde, sostenibile!)</p>
<p>E quali sono i consumi verdi? Beh, com’è noto, da anni l’unico settore che continua ad avere consumi (e ricavi) in crescita è il settore del lusso. Che naturalmente è tecnologicamente all’ultimo grido, e dunque è verde, verdissimo, mica come quel puzzone del tuo barbecue domenicale, mica come quella fottuta carretta che ti avevano garantito dieci anni fa come ecologica?</p>
<p>Perché casomai non lo aveste capito, bruciare il 20% di risorse industriali globali in fuffa cromata, in spottoni creativi, in balle mercenarie per guadagnare una fetta di mercato, questo è “ecofriendly”. Comprare il terzo yacht o la decima Ferrari è ecologicissimo e profuma l&#8217;alito. Anche bruciare 130 miliardi in spese militari per conto terzi è sostenibilissimo.</p>
<p>Basta che voi la smettiate di bere, mangiare, riprodurvi, rompere i coglioni per la TAC e produrre flatulenze (che sono gas serra).</p>
<p>E poi andremo d’accordo e il pianeta sarà salvo.</p>
<p>* * * *</p>
<h4><strong>Nota a margine sul tema dell&#8217;ambientalismo</strong></h4>
<p>Pochi temi, anche vista l&#8217;intensità del bombardamento mediatico, sono così propensi a perdersi in una miriade di rivoli e distinguo, sono così inclini a suscitare accuse reciproche e sospetti.</p>
<p>C&#8217;è chi drizza le orecchie sospettoso non appena si parla di limiti alla crescita e tira fuori dalla cantina qualche impolverata critica a Malthus,c&#8217;è chi aggrotta la fronte irritato quando non ci si prosterna all&#8217;agenda green del global warming, tirando fuori l&#8217;ultimo pamphlet sull&#8217;apocalisse alle porte.</p>
<p>Proviamo perciò a metterla giù semplice, in termini di operatività politica, senza perdersi in troppi sottoproblemi che fanno perdere di vista gli obiettivi.</p>
<p>Come si fa a distinguere i soggetti sinceri dai farabutti, le strategie oneste da quelle telecomandate, le istanze costruttive da quelle a libro paga?</p>
<p>È semplice.</p>
<p>Si può usare come cartina tornasole l&#8217;ORDINE DEL GIORNO con cui si propone che i temi vengano affrontati.</p>
<p>Un ordine del giorno serio che discuta dei problemi della sostenibilità deve partire da due punti.</p>
<p>1) In primo luogo deve far piazza pulita dell&#8217;idea, cara al capitalismo, per cui ai problemi ecologici si può porre rimedio con soluzioni di mercato.</p>
<p>Quest&#8217;idea è il cardine di tutte le odierne operazioni di greenwashing. Si immagina che con qualche tassa sui consumi, con qualche incentivo ben piazzato, e poi lasciando fare alla creatività umana e alla libera competizione, per ogni problema ecologico si produrrà magicamente una soluzione tecnologica smart, facendo felici tutti: gli utenti e i detentori di capitale.</p>
<p>Questa però è una stupidaggine ipocrita e pericolosa.</p>
<p>In un sistema ad alta innovatività come quello della concorrenza capitalistica, riuscire ad identificare la causa di un problema ambientale, ecologico, organico, è l&#8217;eccezione, non la regola. Nel tempo in cui riusciamo ad identificare una causa e ad escogitare una soluzione, cento altri problemi sono all&#8217;opera senza che noi si abbia la più pallida idea di cause e soluzioni.</p>
<p>Ogni soluzione di mercato, anche quando fosse reale ed efficiente (cosa che raramente è possibile garantire per problemi di carattere sistemico) è sempre strutturalmente in immenso ritardo rispetto ai mille mutamenti turbolenti e scoordinati che il sistema genera costantemente.</p>
<p>Prendiamo un esempio di relativamente facile identificabilità. Noi sappiamo con certezza che epidemiologicamente condizioni patologiche gravi come l&#8217;autismo, i tumori, le malattie autoimmuni, ecc. ecc. sono da tempo in fase di diffusione esplosiva. Per ciascuno di questi problemi potremmo facilmente creare condizioni per una campagna emergenziale. Per ciascuno di questi problemi non abbiamo però nessuna chiara catena di imputazione causale, e forse non l&#8217;avremo mai o per decenni. Dunque visto che non ci sono prodotti sul mercato da fornire, queste emergenze non partono (e anzi, neppure le ricerche epidemiologiche che ne esaminano la dinamica sulla popolazione sono particolarmente curate). E questi problemi di salute, quasi certamente di origine ambientale, sono solo la punta dell&#8217;iceberg degli importanti problemi ambientali di cui potremmo occuparci.</p>
<p>Curiosamente oggi stiamo invece identificando come unico urgentissimo, inderogabile problema il &#8220;climate change&#8221;, in cui le difficoltà di imputazione causale sono enormi e le capacità di verificare l&#8217;efficacia delle soluzioni sono minime (dunque i margini di arbitrio sono massimi).</p>
<p>Qui ogni inizio di discussione seria deve mettere in crisi il modello di crescita obbligata che sta al cuore del capitalismo; se non lo fa il resto è fuffa.</p>
<p>2) Il secondo punto da cui deve partire una politica della sostenibilità ambientale seria è la consapevolezza che le differenze economiche massive nel mondo moderno sono, senza se e senza ma, differenze di POTERE.</p>
<p>Un cittadino ricco rispetto ad un cittadino che stenta ad arrivare a fine mese (o che non ci arriva proprio senza aiuti) non sono in un rapporto di potere affine, per quanto questo sia</p>
<p>statuito dalla legge. Se litigano e il primo fa una causa per quanto temeraria al secondo, il secondo è finito.</p>
<p>Il primo può utilizzare il proprio reddito in innumerevoli forme di influenza mediata, può lusingare, promettere, assoldare, amplificando indefinitamente le proprie opinioni e volontà.</p>
<p>Il secondo è ricattabile in ogni istante.</p>
<p>Questo tipo di asimmetrie esistono tra individui all&#8217;interno di uno stesso stato così come esistono tra stati.</p>
<p>Finché il denaro è POTERE e le differenze di capitalizzazione sono abissali qualunque intervento che tocchi la parte bassa della catena alimentare capitalistica verrà, giustamente, rifiutato. E se all&#8217;interno di uno stato si può pensare di utilizzare la coercizione, all&#8217;esterno questo è sostanzialmente impossibile.</p>
<p>Dunque se qualcuno vuole prendere sul serio il tema della sostenibilità in termini di contrazione dei consumi o di limitazione delle ambizioni, il punto di partenza è uno e uno solo: la drastica riduzione delle differenze di potere economico (tra individui e tra stati).</p>
<p>Volete ridurre consumi e limitare la spinta acquisitiva della parte bassa della classifica? Benissimo, la prima cosa da fare, proprio solo per cominciare, è l&#8217;eliminazione di ogni &#8220;consumo vistoso&#8221; nei ceti affluenti. Finché ci saranno signori che si recheranno con il jet privato, chessoio, a Davos a predicare l&#8217;austerità per il bene del pianeta, l&#8217;unica risposta civile che possono ricevere è un garbato vaffanculo. E questo non è populismo, questo è realismo e senso di preservazione.</p>
<p>Se l&#8217;uomo con l&#8217;arsenale pensa che troppe armi nel mondo siano un problema, non può cominciare col chiedere all&#8217;inerme di consegnare il temperino. Certo potrà provare a costringerlo con l&#8217;arsenale, ma si aspetti di veder volare parecchi temperini.</p>
<p>Dunque, in sintesi, se qualcuno dei magnifici esemplari delle elite benpensanti vuole portare avanti seriamente la sua agenda per la sostenibilità e il bene del pianeta, va benissimo. Per valutarne la serietà bisogna vederne le priorità.</p>
<p>Se la priorità che porta avanti è la rinuncia alle &#8220;soluzioni ecologiche di mercato&#8221; e la drastica riduzione della forbice reddituale tra nazioni e tra cittadini all&#8217;interno della propria nazione, ha i titoli per essere preso su serio.</p>
<p>Se bamba di miracoli tecnologici, risposte di mercato e ascetismo dei poveri, sappiate che avete davanti un cacciapalle.</p>
<p><em><strong>L&#8217;Antidiplomatico</strong></em></p>
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		<title>Relazioni economiche e forme di governo</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2023 18:58:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Relazioni economiche e forme di governo &#160; Dalla democrazia nell’economia della scarsità, a forme di autogoverno nell’economia dell’abbondanza. [questo breve saggio è una relazione che feci al Convegno dell’aprile 2017 tenuto dal Movimento Roosevelt sulle forme della democrazia. Riassume e introduce gli argomenti che sto cercando di trattare nel mio libro ancora in scrittura da [...]]]></description>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/02/1024px-Lorenzetti_ambrogio_bad_govern._det.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8354" title="1024px-lorenzetti_ambrogio_bad_govern-_det" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/02/1024px-Lorenzetti_ambrogio_bad_govern._det-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" /></a></h1>
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<h1>Relazioni economiche e forme di governo</h1>
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<p>&nbsp;</p>
<div>
<p><em>Dalla democrazia nell’economia della scarsità, a forme di autogoverno nell’economia dell’abbondanza.</em></p>
<p>[<em>questo breve saggio è una relazione che feci al Convegno dell’aprile 2017 tenuto dal Movimento Roosevelt sulle forme della democrazia. Riassume e introduce gli argomenti che sto cercando di trattare nel mio libro ancora in scrittura da diversi anni, sull’economia dell’abbondanza. Lo riporto qui perché a mio avviso è essenziale per cercare di capire cosa sta realmente succedendo in questo momento, Il momento è gravissimo e denso di incognite, ma allo stesso tempo, ricco di potenzialità per una radicale trasformazione delle società umane e per la loro liberazione. L’alternativa è tra la distruzione e la liberazione. Sta a noi scegliere.</em>]</p>
<p><img src="https://domenicods.files.wordpress.com/2022/10/pozzo-di-thor.jpg?w=382&amp;h=239" alt="pozzo di thor" width="382" height="239" data-attachment-id="12502" data-permalink="https://domenicods.wordpress.com/2022/10/16/relazioni-economiche-e-forme-di-governo-2/pozzo-di-thor/" data-orig-file="https://domenicods.files.wordpress.com/2022/10/pozzo-di-thor.jpg" data-orig-size="990,620" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="pozzo di thor" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://domenicods.files.wordpress.com/2022/10/pozzo-di-thor.jpg?w=300" data-large-file="https://domenicods.files.wordpress.com/2022/10/pozzo-di-thor.jpg?w=900" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La democrazia è la forma di governo gestita dal “<em>demos</em>”, termine con il quale oggi indichiamo genericamente il “<em>popolo</em>” ma che nell’antica Grecia aveva una sua specificità ben più articolata e concreta. Questa specificità era l’organizzazione territoriale concreta in cui era divisa la cittadinanza e che era articolata in una pluralità di “<em>demi</em>” che nell’Attica di Clistene raggiunsero il numero di 139 poi saliti a 174 secondo Strabone.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ciascun “<em>demo</em>” aveva poi i suoi rappresentanti nella “<em>Boulé</em>”, il Consiglio Generale che controllava le magistrature ateniesi e gli Arconti. I rappresentanti venivano scelti per estrazione a sorte tra tutti i membri del “<em>demo</em>”. In questo senso, si trattava di una vera democrazia alla quale partecipavano tutti i cittadini e nella quale chiunque poteva essere scelto per entrare nella <em>Boulé</em>. Il termine viene dal verbo βουλεύω che significa consigliare, prendere decisioni, suggerire, partecipare a una decisione.</p>
<p>Alla <em>Boulé</em> potevano partecipare solo i cittadini, quindi non gli schiavi, e nemmeno i meteci, ovvero i cittadini di altre regioni che vivevano nell’Attica. E’ importante capire le proporzioni: Demetrio Falereo fece un censimento dal quale emerse che l’Attica era abitata da 21.000 cittadini, 10.000 meteci e 40.000 schiavi. Di fatto, quella forma di democrazia, che traeva il suo fondamento dalla produzione agricola e dalla pastorizia, si reggeva per la presenza di schiavi che assicuravano la sussistenza a tutta la popolazione. La struttura economica di quella società si fondava sulla produzione agricola, ma anche sul commercio e in questo ambito cadeva anche il commercio degli schiavi. Roma, poi, fece del commercio degli schiavi la principale attività economica dalla quale derivava la necessità di continue guerre di conquista. Anche qui qualche numero aiuta a capire: nei nove anni di guerre in Gallia, Giulio Cesare manda a Roma circa un milione di schiavi il cui prezzo fu dieci volte superiore a tutti i tributi pagati nello stesso periodo dalle tribù galliche assoggettate a Roma.</p>
<p>La necessità della schiavitù per sostenere il modello di produzione distorceva in modo radicale l’originaria uguaglianza che esisteva nel modo di governo per <em>demi, </em>e spingeva il sistema ad adottare forme di governo più adatte a gestire il diffuso malcontento e le periodiche ribellioni degli schiavi, sia in Grecia (cfr <em>La caccia degli schiavi fuggitivi</em> (Δραπεταγωγός) di Antifane) ma soprattutto a Roma. Le forme di governo più o meno autoritarie, dalle oligarchie alle monarchie che si sono alternate alla democrazia nel corso dei secoli, nascevano tutte dalla necessità di controllare le fonti di approvvigionamento della forza lavoro predominante, ovvero gli schiavi e dettare le regole affinché queste funzionassero a dovere. Di fatto, anche la democrazia con la “<em>Ecclesia</em>” divenne una sorta di aristocrazia, poiché all’assemblea generale partecipavano non più i membri dei <em>demi</em> estratti a sorte ma quelli eletti in base a criteri di scelta che tenevano conto sì delle qualità personali ma soprattutto dei rapporti di forza all’interno di ogni singola unità elettiva.</p>
<p>Nell’antica Roma queste esigenze si esprimevano con una sorta di ripartizione del potere tra il popolo e la classe aristocratica che deteneva i mezzi di produzione (terra e capitale), con il capitale che fungeva da spartiacque per le classi sociali e le attribuzioni politiche, cosa che peraltro era già presente anche in Grecia anche se qui la relazione economica tra le classi non era direttamente riflessa nella scelta delle magistrature. Nell’antica Roma c’è un ulteriore elemento interessante, ovvero che il potere dei magistrati derivava direttamente dal dio sommo, ovvero da Giove. Il comandante della legione pronunziava lo “<em>jus</em>”, ovvero la crasi dell’espressione “<em>Jovis Filius</em>” come se la sua voce fosse direttamente derivata dal sommo dio. Lo <em>jus</em> era allo stesso tempo sia il comando che il diritto, ed entrambi stabilivano la “<em>veritas</em>”, secondo la <em>lectio</em> di Heidegger. Verità che era nascosta e che doveva essere difesa con la forza, mentre nella filosofia greca originaria la verità era “<em>àletheia</em>” ovvero la disvelata, la rivelazione di qualcosa di preesistente ed eterno, il Tutto unitario e unico, che la forza del pensiero portava alla luce. Per il pensiero romano, invece, la verità viene costruita e difesa con la forza ed è <em>vero</em> ciò che vince, mentre è <em>falso</em> ciò che viene sconfitto, che appunto “<em>fallit</em>”, ovvero cade, di fronte allo <em>jus</em> del console e alla forza della legione (Heidegger, <em>Parmenide)</em>.</p>
<p>Questo rovesciamento del senso della verità era perfettamente coerente con il modo di produzione e con i rapporti sociali che quel modo di produzione generava.</p>
<p>Il cristianesimo, in questo contesto, interviene come una grande e radicale rivoluzione dei rapporti sociali, poiché predica l’eguaglianza di tutti gli esseri umani davanti a Dio e poi anche nella società. Cosa rivoluzionaria a dirsi ma di fatto impraticabile finché non fossero mutati i rapporti economici e i sistemi di produzione. Per quanto si sforzassero di rendere gli uomini liberi, il superamento della schiavitù fu soltanto nominalistico: l’istituzione della servitù della gleba fu un modo per chiamare con altro nome un rapporto sociale che non era affatto diverso dall’originaria schiavitù e anche nel mondo moderno la costruzione dell’etica del lavoro fu un modo per nobilitare la schiavitù trasformando una pena in uno strumento di salvezza dell’anima e proiettando la liberazione nel mondo dello spirito dopo la morte.</p>
<p>La società greca e la sua democrazia era la diretta derivazione della originaria organizzazione di liberi e uguali delle società <em>gilaniche</em>, secondo la <em>lectio</em> di Marjia Gimbutas. In queste società il modo di produzione non prevedeva la presenza degli schiavi né tanto meno l’accumulazione di beni o riserve, poiché la natura donava abbondantemente per tutti e la relazione economica dominante era il dono. Per inciso, l’Arconte originario era il “prescelto” per donare ai cittadini gli spettacoli, privilegio quasi divino e che derivava dall’abitudine di considerare gli eccessi di produzione appartenenti a tutta la comunità, similmente alle cerimonie di <em>potlatch</em> dei nativi americani. Il richiamo dell’organizzazione sociale delle società <em>gilaniche</em> è essenziale per capire la genesi dei passaggi successivi e per comprendere le forze che determinano i movimenti di fondo delle società umane.</p>
<p>Seguendo la lettura di Althusser, “<em>o</em><em>gni modo di produzione implica la riproduzione delle condizioni politiche e ideologiche che ne assicurano la continuità</em>”. Il modo di produzione schiavistico implica sia la scarsità delle risorse (terra, forza lavoro, capitale), sia a livello sovrastrutturale, la generazione di rapporti politici e ideologici elitari. In quell’ambito, ogni forma di democrazia si risolve necessariamente in una forma aristocratica o comunque elitaria. Questa è la contraddizione principale della struttura sociale che si fonda su un’economia schiavistica. Seguendo Althusser, questa contraddizione principale è accompagnata e supportata da contraddizioni secondarie che definiscono in modo non rigido il rapporto tra struttura e sovrastruttura. “<em>La società è una totalità complessa strutturata, nella quale forze produttive, rapporti di produzione e sovrastruttura s’intrecciano secondo una struttura a dominante, definita dalla contraddizione principale, la quale determina l’unità del tutto</em>”.</p>
<p>Tuttavia, questo non è sufficiente a spiegare la ragione per cui l’originaria società gilanica sia stata travolta e sostituita dalle forme di relazione generate dalla società patriarcale. Se pensiamo che questo sia avvenuto per la necessità di regolare la distribuzione di risorse oggettivamente scarse, o divenute tali per la crescita della popolazione, commettiamo un grave errore. In realtà possiamo dimostrare che le risorse sono sempre sufficienti e che esse crescono nel tempo soggettivo in eterno in misura esponenziale (<em>By definition, the number of possible arrangements which can be coded by I bits of information is 2^I. Following Hayek and equating total wealth with the number of possible arrangements, we get 2^I</em> <em>for wealth of society, so the wealth grows as 2^</em><em>(subjective time)</em><em>. This is exponential growth. Since subjective time goes from zero to plus infinity, this means that wealth increases exponentially forever in subjective time</em>. Frank Tipler, Physics of immortality pag. 268). Quindi la ricchezza cresce con il crescere della vita.</p>
<p>Nell’arco di poche migliaia di anni, le regole della convivenza vengono completamente rovesciate. Nelle società gilaniche la regola era l’abbondanza delle risorse, in quella patriarcale la regola è la scarsità. L’uguaglianza degli esseri umani viene rovesciata nella istituzione delle classi sociali, della schiavitù e dell’inferiorità delle donne e degli infanti, almeno fino alla pubertà. La logica del dono viene sostituita dalla logica dello scambio, per il quale tutto è merce, compresa la vita, e l’unico valore eterno è il capitale. La sostanziale anarchia della società gilanica, in cui tutto si riconduceva all’autorità morale della grande madre, essere dotato di “<em>Dunamis</em>”, viene soppiantata dalla nascita della <em>Arché</em> e del <em>Kratos</em>. Da una società senza potere, si passa ad una società in cui la logica del potere è dominante. La libertà sessuale assoluta viene costretta in ambiti istituzionali precisi, con il maschio dominante e la femmina subordinata ad esso e con l’istituzione del matrimonio. Persino la visione del mondo cambia radicalmente, poiché da una sfera, come era vista la terra anche dai primi filosofi greci, si passa al cerchio piatto circondato dall’oceano. Il senso della verità passa dall’assoluto di un qualcosa di preesistente ed eterno che può essere disvelato dalla conoscenza, a qualcosa che deve essere costruito con la forza.</p>
<p>Non è sufficiente un’analisi delle contraddizioni del modo di produzione per spiegare una trasformazione così radicale. Il punto è che nelle società gilaniche la coscienza di sé era appena embrionale e, allo stesso tempo, le relazioni sessuali erano tali da impedire la generazione continua della vita. Paradossalmente, l’atto di impadronirsi di un altro, considerandolo altro-da-sé, genera coscienza individuale e, quando l’altro è veicolo per la riproduzione, moltiplica le possibilità di crescita della vita. Nelle società gilaniche la regola era l’omosessualità, interrotta durante le feste rituali, peraltro molto frequenti, in cui erano le donne a scegliere il maschio riproduttore, con la conseguenza di un impoverimento del patrimonio genetico, poiché molte donne sceglievano lo stesso maschio e gli altri venivano esclusi dalla riproduzione. Nel patriarcato, ogni maschio deve avere la possibilità di riprodurre i propri geni, con la conseguente moltiplicazione dei tipi genetici. In altri termini, alla base della ideazione del modo di produzione c’è una necessità che è allo stesso tempo di riproduzione della vita e spirituale. In questo modo la “<em>Dunamis</em>”, la qualità intrinseca di un individuo che lo rende attraente e gli conferisce “<em>potere</em>” nel senso di capacità di attrattiva e di persuasione, e che è in sé un’espressione del “bene”, dello “<em>Agathon</em>” platonico nel senso pregnante e metafisico che questo concetto ha nell’opera di Platone, viene affiancata e regolata nella <em>Arché</em> ovvero l’arte del governo cui si contrappone il <em>Kratos</em>, ovvero la relazione tra dominante e dominato. E’ proprio la crescita della coscienza, ovvero della <em>Dunamis</em> che pretende l’esercizio del <em>Kratos</em> che nella sua forma più alta diventa <em>Arché</em> (se pensata e gestita nell’interesse comune).</p>
<p>Sono quindi tre i piani da tenere a mente, uno di natura vitale e spirituale che genera forme di produzione che a loro volta generano sovrastrutture ideologiche e politiche nelle quali la vita e lo spirito si muove liberamente oppure viene costretto quando la crescita della coscienza è in grado di superare i limiti dettati da queste sovrastrutture. Questa successione di contraddizioni genera i processi complessi che definiscono la struttura globale della società. Per dirla con Althusser, è una “<em>totalità complessa [che] possiede l’unità di una struttura articolata dominante</em>” e che è in continuo movimento in funzione della crescita della coscienza, sia come sommatoria delle coscienze individuali, sia come consapevolezza di sé.</p>
<p>Nella nostra società, le contraddizioni presenti nella struttura patriarcale stanno esplodendo. La ragione è dovuta a diversi fattori.</p>
<ol>
<li>La monogamia non è più necessaria per garantire la moltiplicazione dei tipi genetici.</li>
<li>La coscienza di sé si è sviluppata abbastanza da essere divenuta intollerante a forme invasive di potere, e spesso anche al potere in sé;</li>
<li>Il modo di produzione non ha più alcuna necessità di schiavi né di rapporti di tipo schiavistico.</li>
<li>La forza e la violenza non sono più strumenti necessari per regolare la vita sociale.</li>
<li>Appare sempre più evidente che la regola è l’abbondanza e non la scarsità dei beni e delle risorse. Questo rende intollerabile agli occhi di una quota crescente di popolazione, la povertà e la deprivazione di molti esseri umani, che per lungo tempo è stata invece considerata una regola ineluttabile.</li>
<li>La crescita della coscienza comporta un anelito crescente verso la libertà e la necessità di esprimerla attraverso la creatività.</li>
</ol>
<p>La rivoluzione prossima ventura è già cominciata e vede come obiettivo primario la radicale riduzione fino alla scomparsa delle forme di potere, sia nella società che nei rapporti individuali e la ridefinizione nel senso originario del concetto di <em>Dunamis</em>.</p>
<p>Il punto è che il potere non è più necessario per la regolazione dei rapporti umani, né dal punto di vista individuale né da quello collettivo. Anzi, se esso ha favorito la crescita della coscienza individuale, ora ne è diventato la prigione, sempre più intollerabile. L’espressione “il re è nudo” è emblematica di questo concetto.</p>
<p>Il modo di produzione sarà dominato dai robot che sono in grado di svolgere tutte le funzioni per cui finora era necessaria la presenza di esseri umani. Questo comporta la scomparsa sempre più rapida del lavoro così come lo conosciamo, ma non è certo una disgrazia. Senza questo lavoro, sarà possibile che gli umani si dedichino alla creatività, che è la vera forma di generazione di ricchezza. Occorre quindi, anche una teoria della ricchezza che la liberi da ogni legame con la base materiale. Se nella società della scarsità la ricchezza è data dalla produzione di grano per alimentarsi e di acciaio per fare i cannoni, nella società dell’abbondanza la ricchezza è data dalla creatività e dalla capacità di utilizzo razionale delle risorse, così da rendere evidente l’assunto dimostrato che le risorse sono sempre sufficienti.</p>
<p>La forma più moderna di generazione del potere è quella finanziaria, ed è pertanto essenziale costruire un sistema in cui tale forma di potere sia depotenziata prime ed eliminata poi. La scarsità del denaro è una espressione del potere finanziario così come la sua distribuzione ineguale e la riduzione dei valori a merci. In una società dell’abbondanza non è necessaria alcuna accumulazione, soprattutto se immaginiamo la ricchezza come insieme delle capacità creative e di creazione di opportunità. Il denaro deve quindi perdere la funzione di riserva di valore, sia perché non è affatto un valore sia perché è tale funzione a conferirgli il potere, per diventare un mero strumento di misura. Questo può essere possibile solo mediante la sua eliminazione, e come passo intermedio, con l’applicazione del tasso negativo e di un criterio di distribuzione che tenga conto del fatto che tutti i cittadini partecipano alla costruzione della ricchezza di una società data qualunque sia il loro ruolo. Insomma, il reddito deve tutelare la vita, oltre che premiare i meriti individuali, e questo è possibile solo con l’istituzione del reddito di cittadinanza universale come distribuzione di parte della redditività del capitale sociale inteso come insieme delle conoscenze individuali in una società data.</p>
<p>Il potere va frammentato ricostruendo i <em>demi</em>, ovvero piccole comunità di liberi e uguali organizzate in ambiti territoriali, sia reali che virtuali. In questo modo si può ricostruire una società che si fonda sulla libertà individuale e su una collaborazione vantaggiosa per tutti i suoi membri.</p>
<p>Ovviamente se questa è la strada non è affatto detto che sarà percorsa fino in fondo, poiché il potere, sia la <em>Arché</em> che il <em>Kratos</em>, non si lasceranno sopraffare facilmente. Porteranno l’umanità fino alla distruzione piuttosto che cedere il passo. Sta a noi impedirglielo e dare l’impulso decisivo per la crescita della coscienza che è necessaria per questa rivoluzione. Così come la nascita del potere è stata essenziale per la sopravvivenza dell’umanità, ora è essenziale la sua morte e la nascita di un nuovo Olimpo e di nuovi dei. Che si chiamano libertà, cooperazione, creatività, ricerca, scoperte, scienza e soprattutto vita e amore.</p>
<p>DOMENICO DE SIMONE</p>
<p>https://domenicods.wordpress.com/2022/10/16/relazioni-economiche-e-forme-di-governo-2/</p>
</div>
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		<title>Appunti preliminari per una politica possibile. La centralità dell’ideologia</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2023 12:41:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Appunti preliminari per una politica possibile. La centralità dell’ideologia &#160; La prassi emancipatrice o è anticapitalista oppure non è. Se ne era accorto Marx precocemente quando già nella Questione ebraica, autentica perla della sua produzione giovanile, attraverso Bauer attacca l’uguaglianza solo formale che lo Stato borghese promette ad un cittadino astrattamente inteso. Anzi, arriva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/01/kandinsky-1280x720-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8271" title="kandinsky-1280x720-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/01/kandinsky-1280x720-1-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Appunti preliminari per una politica possibile. La centralità dell’ideologia</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>La prassi emancipatrice o è anticapitalista oppure non è. Se ne era accorto Marx precocemente quando già nella <em>Questione ebraica</em>, autentica perla della sua produzione giovanile, attraverso Bauer attacca l’uguaglianza solo formale che lo Stato borghese promette ad un cittadino astrattamente inteso. Anzi, arriva a dire che il vero Stato cristiano è lo Stato ateo, in quanto porta a compimento l’emancipazione solo politica (ovvero l’emancipazione su un piano solo “astratto” inaugurata dal cristianesimo). Per cui il nucleo della questione, per Marx, diverrà negli anni seguenti il rimuovere la strutturale «appropriazione privata del plusvalore socialmente prodotto», che poteva trovare nello Stato pur democratizzato una ricomposizione solo apparente. Dunque, detto in sintesi: se non si interviene sul «modo capitalistico della produzione» non si dà uguaglianza sostanziale ma esclusivamente formale, buona al limite per le aule di tribunale.</p>
<p>Ora, alla luce delle determinazioni poste da Marx, la circostanza che di capitalismo nel presente in pratica non si parli più, di per sé fa problema ed esige una “decostruzione”. Escluso che alla lunga il capitalismo si sia rivelato il migliore dei mondi possibili, casomai il contrario, l’interdetto che lo investe, specie a “sinistra”, dovrà ricevere un altro ordine di spiegazione. In realtà, riguarda la circostanza di averlo introiettato, questo paradigma economico, come <em>legge naturale e necessaria</em>. I principi della domanda e dell’offerta, assieme alla competizione, alla lunga sono stati assunti come un apriori storico a sé stante: condizione di possibilità per ogni altro agire pratico o produzione simbolica, individuale e collettiva, senza che a sua volta, in quanto apriori, possa essere messo in discussione.</p>
<p>Quello che abbiamo sommariamente descritto è la parabola vincente di una ideologia, quella neoliberista, che nel realizzarsi si è fatta senso comune diffuso. Si tratta di questo: un punto di vista soggettivo sul mondo con una pretesa di oggettività che si è riusciti a far passare come tale. Con la conseguenza che tutti gli altri discorsi sono stati via via squalificati e ritenuti per l’appunto “ideologici”, dall’alto di una presunta oggettività conquistata. Per una trattazione del tema si rimanda al recente e illuminante saggio di Carlo Galli, <em>Ideologia</em> (2022)<a id="_ftnref1" href="https://www.lafionda.org/2023/01/09/appunti-per-una-politica-possibile-la-centralita-dellideologia/#_ftn1">[1]</a>. Certo, l’assimilazione del lato oggettivo, a dispetto della radice soggettiva, è tipica del funzionamento di ogni ideologia, ma nel caso del neoliberismo ha raggiunto, complice l’elettronica, esiti parossistici. Noi solo oggettivi e universali, tutti gli altri soggettivi e particolari.</p>
<p>Così, ci si è ritrovati con la desertificazione, negli ultimi quarant’anni ed oltre, di ogni discorso critico intorno a questo aberrante modello sociale. Che la sinistra politica tutta lo abbia adottato, quel modello, è indice dell’assimilazione anche da parte di quel campo di un criterio di verità che si è identificato coi detentori dei rapporti di forza. Pertanto, è diventato bene, buono e giusto il mercato, che si è esteso ed intensificato con l’ausilio delle tecnologie acefale al servizio del profitto. Questo ha anche significato, nell’affrontare tematiche pur spinose quali le disuguaglianze e la questione ambientale, precludersi lo scavo, non andando alla radice del problema. È come girare a vuoto, perché ci si muove entro coordinate ideologiche, per l’appunto, fissate da altri.</p>
<p>A rigore, questo non dovrebbe neppure essere un tema di esclusiva pertinenza della “sinistra”: la disgregazione sociale, la scomparsa del welfare, la lenta ma inesorabile erosione della classe media, che sempre di più sta sprofondando nella povertà, dovrebbero essere temi politicamente trasversali. Certo, la tradizione di “sinistra” ha nel proprio DNA autori che forniscono inquadramenti filosofici privilegiati per pensare e comprendere questi processi (Marx, Lukács, Gramsci); ma questi processi di disumanizzazione crescente non dovrebbero risultare indifferenti a nessuna identità politica. In realtà, a destra queste cose appaiono sfruttabili solo sul piano elettorale, visto che la piattaforma politica messa in campo in occasione delle ultime elezioni appare essenzialmente un’articolazione del risentimento prodotto dalle conseguenze del tardo capitalismo. Insomma, la destra si ferma cinicamente al livello emotivo e non incentiva in alcun modo ragionamenti sulle cause ultime, sulle decisioni prese dentro e soprattutto fuori la politica che determinano lo stato di cose esistente.</p>
<p>Non ci possiamo stupire di questo: le “destre” storicamente non hanno mai privilegiato la comprensione e l’articolazione della realtà, ma piuttosto sentimenti, azione e, talvolta, violenza. Tutte ugualmente volte al mantenimento dei rapporti di forza esistenti. Diverso era stato il percorso a sinistra, come documentato dalla complessa vicenda del PCI, il più grande partito comunista d’occidente. A partire dai suoi strettissimi rapporti con la filosofia e più in generale con la cultura. Al fondo c’era l’idea che per non legittimare indirettamente l’oppressione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo – l’ideologia in senso deteriore – occorreva munirsi di efficaci strumenti concettuali e categoriali per una realistica comprensione del reale, delle condizioni oggettive di funzionamento che ne permettono la sussistenza e la riproduzione, delle contraddizioni che lo trasformano. Una sinistra che non sa, non dice, non pensa che la disgregazione sociale e la crisi culturale abbiano origini da ricercare nei processi socioeconomici è condannata all’inefficacia.</p>
<p>Nel presente, per essere efficace, una proposta politica deve essere in grado di intercettare e dare significato anche agli stati emotivi prodotti dai processi sociali, come talune vette del marxismo occidentale hanno dimostrato di saper fare (Lukács, Bloch). Una politica che si limita nella migliore delle ipotesi all’assistenzialismo, senza possedere una visione del mondo, che sia in grado di dare senso, di leggere la complessità sociale del contemporaneo, si autocondanna all’insignificanza. Una prassi che non ha il coraggio di pensare, di sperimentare, di lavorare nella direzione di costruire modi alternativi di lavoro, di produzione dei beni, di educazione, di formazione, di intrattenimento, di produzione culturale, si condanna all’impotenza. La perdita secca di consensi elettorali riscontrata a sinistra non è che la certificazione della perdita di un ruolo sociale a favore delle destre. Queste ultime si sono mostrate più in grado di dare voce e megafono alla sofferenza del corpo sociale; ma sono ben lungi dal volerne aggredire le cause, anzi pronte a riprodurle, aggiungendone magari di nuove e ancor più devastanti.</p>
<hr />
<p><a id="_ftn1" href="https://www.lafionda.org/2023/01/09/appunti-per-una-politica-possibile-la-centralita-dellideologia/#_ftnref1">[1]</a> C. Galli in particolare sottolinea 3 componenti: illuminazione, propaganda, cultura. Se l’illuminazione svolge una funzione critica con pretesa di oggettività, in virtù di una chiarificazione della realtà, se la propaganda vuole portare più persone possibili all’interno del punto di vista ideologico, la cultura è la cappa di oggettività con cui l’ideologia ricopre il mondo nel momento della sua vittoria. È qui che si dà come natura, ed è qui che ci troviamo oggi.</p>
<div>
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		<title>Scuola di massa e riforma Gentile</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2022 18:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrè Siciliani]]></category>
		<category><![CDATA[Decreti Delegati]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Berlinguer]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Gentile]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Scuola di massa e riforma Gentile &#160; Il primo tentativo di rendere la scuola di massa fu la Riforma Gentile del 1923 che portò il nome dell’omonimo filosofo, Ministro dell’Istruzione del Governo Mussolini. Seppur inquadrata in un’ottica fortemente classista, riservata ai pochi considerati i migliori, ossia i figli della borghesia aristocratica e proprietari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/Riforma-Gentile-scuola-del-1923.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-8145" title="riforma-gentile-scuola-del-1923" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/Riforma-Gentile-scuola-del-1923-300x171.png" alt="" width="300" height="171" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Scuola di massa e riforma Gentile</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il primo tentativo di rendere la scuola di massa fu la</p>
<p>Riforma Gentile del 1923 che portò il</p>
<p>nome dell’omonimo filosofo, Ministro dell’Istruzione del</p>
<p>Governo Mussolini. Seppur inquadrata in un’ottica</p>
<p>fortemente classista, riservata ai pochi considerati i</p>
<p>migliori, ossia i figli della borghesia aristocratica e</p>
<p>proprietari terrieri, gli unici che avevano accesso alla</p>
<p>scuola ginnasio l’unica che poi consentiva l’accesso al liceo</p>
<p>classico, l’unico liceo che a sua volta consentiva l’accesso a</p>
<p>ogni facoltà universitaria, mentre per i figli delle classi</p>
<p>popolari era possibile solo l’accesso alla scuola</p>
<p>complementare di avviamento professionale dopo la</p>
<p>scuola elementare unica, la Riforma ebbe il <em>merito</em> di avere</p>
<p>un asse culturale <em>storico-filosofico</em>, che fu applicato anche</p>
<p>alle elementari. Non si tradusse nell’insegnamento della</p>
<p>filosofia alle elementari, bensì fu messa al centro la</p>
<p>religione che, secondo la teoria di Gentile, era la forma</p>
<p>infantile della filosofia, e ritenuta il maggior traguardo per i</p>
<p>cittadini delle classi popolari. Mentre al liceo, che formava</p>
<p>la futura classe dirigente nell’obiettivo di Gentile era</p>
<p>invece obbligatorio lo studio della filosofia e non della</p>
<p>religione, in quanto la filosofia secondo il filosofo era il</p>
<p>maggior traguardo intellettuale nell’educazione di un</p>
<p>futuro cittadino appartenente alla classe dirigente</p>
<p>nazionale. La Riforma Gentile fu mutilata dallo stesso</p>
<p>fascismo a seguito dei Patti Lateranensi tra Stato e Chiesa,</p>
<p>in quanto era considerata eccessivamente laica, con il</p>
<p>Regime che impose lo studio della religione cattolica anche</p>
<p>nei licei contrariando lo stesso Gentile e nel 1940 fu</p>
<p>sostituita dalla Riforma Bottai. La riforma coinvolse l’intero</p>
<p>sistema scolastico del Regno d’Italia e aveva come</p>
<p>obiettivo quello di facilitare l’accesso alle scuole superiori</p>
<p>anche da parte dei ceti meno abbienti, nel contesto di</p>
<p>quello che venne definito “<em>umanesimo fascista</em>”.</p>
<p>In particolare, la riforma dava maggiore importanza alla</p>
<p>scienza e alle attività manuali, ponendole sullo stesso</p>
<p>piano delle discipline umanistiche, preponderanti</p>
<p>nell’istruzione dell’epoca. La riforma mirava anche a</p>
<p>ridurre la mobilità verticale, ma al contempo riduceva il</p>
<p>rischio di fenomeni come l’inflazione dei titoli di studio,</p>
<p>causa l’abbassamento della qualità. La riforma Bottai</p>
<p>unificò i corsi inferiori di Licei, istituti tecnici e</p>
<p>professionali, in scuola media unica ma lasciando il canale</p>
<p>della scuola di avviamento professionale. Il primo</p>
<p>ventennio dell’Italia Repubblicana vide il permanere della</p>
<p>struttura della Riforma Bottai e la conseguenza fu che la</p>
<p>maggioranza della popolazione frequentava la scuola fino</p>
<p>alla quinta elementare o al massimo intraprendeva la</p>
<p>scuola di avviamento personale, mentre la scuola media</p>
<p>unica, quella che dava accesso ai licei continuava a essere frequentata esclusivamente</p>
<p>dai figli della borghesia. La nascita della Scuola Media Unica nel 1963, voluta fortemente dal Governo del centrosinistra</p>
<p>DC-PSI e dove ci fu il contributo del PCI dall’opposizione</p>
<p>mirava a superare definitivamente la struttura elitaria e</p>
<p>classista della scuola gentiliana, ma ebbe il merito di non</p>
<p>rinnegare del tutto Gentile lasciando l’impostazione</p>
<p>umanistico-filosofica dominante, anche se fu affiancata</p>
<p>dalle conoscenze tecnico-scientifiche. Inoltre la Riforma</p>
<p>previde che tutti i licei e non più solo il classico, davano</p>
<p>accesso a ogni facoltà universitaria. Fu una riforma epocale</p>
<p>che significò l’entrata della Costituzione del 1948, carica di principi socialisti e cristiano-sociali (Lorenzo Milani) una scuola dove il sapere,</p>
<p>la formazione della coscienza critica, veniva esteso</p>
<p>anche ai figli delle classi popolari che si accompagnava alla</p>
<p>giustizia sociale come processo di trasformazione, sia</p>
<p>personale che sociale, nonché fondamento per lo</p>
<p>smantellamento delle strutture di oppressione. La riforma</p>
<p>permise anche il superamento tra le classi maschili e le</p>
<p>classi femminili con ragazzi e ragazze che poterono per la</p>
<p>prima volta studiare insieme. Le proteste studentesche del</p>
<p>1968 in quel Movimento noto come il “Sessantotto”</p>
<p>diffuse in tutto il Mondo Occidentale arrivarono anche in</p>
<p>Italia. Gli studenti erano in lotta contro una scuola, che per</p>
<p>quanto si stava avviando alla “democratizzazione” era</p>
<p>ancora intrisa di classismo (la Lettera di Don Milani a una</p>
<p>Professoressa denuncia proprio questo), autoritarismo con</p>
<p>il codice disciplinare che era lo stesso del regime fascista e</p>
<p>professori e presidi dalla mentalità autoritaria, una scuola</p>
<p>che impediva l’ascensore sociale, escludendo</p>
<p>dall’Università gli studenti diplomati provenienti dagli</p>
<p>Istituti Tecnici, la cui maggioranza erano di estrazione</p>
<p>popolare, mentre i Licei, che erano gli unici a dare accesso</p>
<p>alle facoltà universitarie, erano ancora frequentati</p>
<p>esclusivamente dai figli della borghesia, di cui la quasi</p>
<p>totalità dei “sessantottini” facevano parte. L’insegnamento</p>
<p>nelle Università era in mano ai «baroni», i docenti dei corsi</p>
<p>importanti si rivolgevano a una calca di allievi che a stento</p>
<p>ne percepivano la voce, era sottovalutata o ignorata</p>
<p>l’esigenza di laboratori e seminari che preparassero gli</p>
<p>studenti all’attività professionale, e molti professori</p>
<p>comparivano solo per le lezioni e con i ragazzi non avevano</p>
<p>nessun rapporto umano.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/1968-in-Italia-Sessantotto-riassunto.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8146" title="1968-in-italia-sessantotto-riassunto" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/1968-in-Italia-Sessantotto-riassunto-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Sessantotto italiano,</p>
<p>contrariamente a quello degli altri paesi occidentali, si unì</p>
<p>all’ “<em>Autunno Caldo</em>” operaio del 1969 e portò come prima</p>
<p>conquista la Riforma Codignola dell’Università del 1969,</p>
<p>che porta il nome di Tristano Codignola, esponente del PSI,</p>
<p>aprì le porte dell’Università anche agli studenti</p>
<p>provenienti degli istituti tecnici. Le lotte sindacali di inizio</p>
<p>anni settanta con importanti scioperi che, insieme al PCI,</p>
<p>facevano importanti pressioni sui partiti di governo quale</p>
<p>DC e PSI portarono alla nascita dei Decreti Delegati sulla</p>
<p>scuola del 1974, la più grande conquista del mondo della</p>
<p>scuola, che si proponevano di attuare nella scuola italiana i</p>
<p>principi della Costituzione del 1948. I Decreti</p>
<p>Delegati portarono ad aumenti salariali, abolizione di ogni</p>
<p>forma di valutazione (le famigerate note di qualifica) e di</p>
<p>controllo burocratico sul lavoro scolastico con</p>
<p>l’introduzione dell’autonomia nella definizione collettiva</p>
<p>(insegnanti e studenti nella scuola secondaria di secondo</p>
<p>grado) dei piani di lavoro da discutere e verificare negli</p>
<p>organi collegiali; il diritto alla difesa e alla tutela sindacale a</p>
<p>tutti i livelli col riconoscimento dell’applicabilità dello</p>
<p>Statuto dei lavoratori. E la nascita di organi collegiali come</p>
<p>il Collegio dei Docenti, il Consiglio di Istituto con una</p>
<p>rappresentanza anche degli studenti nelle scuole superiori</p>
<p>e il Consiglio di Classe con rappresentanza dei genitori.</p>
<p>I Decreti Delegati sulla scuola del 1974 si proponevano</p>
<p>l’obiettivo che la scuola doveva avere la sua funzione</p>
<p>sociale e rapporti con le famiglie, con il territorio, con la</p>
<p>comunità. Inoltre grazie al Documento Falcucci, che</p>
<p>prendeva il nome da Franca Falcucci, successivamente</p>
<p>Ministro della Pubblica Istruzione dal 1982 al 1987, garantì</p>
<p>l’effettiva integrazione degli alunni con handicap e disabili,</p>
<p>fino a quel momento esclusi dalla scuola pubblica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tuttavia restarono molti problemi irrisolti come la</p>
<p>mancanza di asili nido, l’insufficienza di scuole materne</p>
<p>pubbliche e mantenimento, con congrui finanziamenti,</p>
<p>degli asili gestiti da organizzazioni religiose (il 50 per cento</p>
<p>dei bambini dai 3 ai 6 anni non frequentava la</p>
<p>scuola materna), assenza di una politica democratica per</p>
<p>l’infanzia dai 3 ai 6 anni, la mancanza di un razionale piano</p>
<p>di sviluppo dell’edilizia scolastica che dava luogo al</p>
<p>fenomeno dei doppi e tripli turni e delle pluriclassi, non</p>
<p>funzionalità degli edifici alle esigenze di movimento e di</p>
<p>organizzazione del lavoro e dello studio, affollamento delle</p>
<p>classi come fenomeno generalizzato anche nella scuola</p>
<p>superiore, non gratuità dell’obbligo scolastico (libri di</p>
<p>testo, trasporti, mense, biblioteche), parziale istituzione</p>
<p>del tempo pieno mai preso in seria considerazione, tanto è</p>
<p>vero che si cercò di chiudere anche i doposcuola,</p>
<p>mancanza di un qualsiasi programma per l’educazione</p>
<p>permanente e per il recupero della scolarità da parte dei</p>
<p>lavoratori, ma soprattutto la mancata riforma della</p>
<p>scuola secondaria di primo grado (la scuola media).</p>
<p>Dopo la riforma della scuola media del 1963, in molti si</p>
<p>auspicarono che il passo successivo doveva essere la</p>
<p>riforma della scuola superiore. Lo stesso Tristano</p>
<p>Codignola lo disse lucidamente (“<em>la scuola media si è trovata ad operare </em></p>
<p><em>come un’isola riformata, in mezzo a strutture antiquate”, scrive nel</em></p>
<p><em>1977</em>); già tra gli anni sessanta e settanta vennero</p>
<p>presentati diversi progetti per un percorso unitario fino ai</p>
<p>sedici anni. Nessuno è andato in porto. Negli anni ottanta e</p>
<p>novanta questo fronte è stato abbandonato e da allora la</p>
<p>struttura tradizionale della scuola superiore non è stata</p>
<p>mai toccata. Il risultato è che oggi nella scuola superiore, l’abbandono</p>
<p>scolastico calcolato come differenza tra gli iscritti all’inizio</p>
<p>di un quinquennio (calcoli di Tuttoscuola) è del 24,7% (a.s.</p>
<p>2017-18), ma è ben più alto nei tecnici (27,3%) e</p>
<p>professionali (32,1%) rispetto ai licei (19,2%).</p>
<p>L’obbligo scolastico in Italia non è più a 14 anni, come nel</p>
<p>1963, ma a 16 anni. Quindi oggi ci si trova di fronte a una</p>
<p>discriminazione sociale che per certi versi non si discosta</p>
<p>da quello di sessant’anni fa: in pieno obbligo scolastico, a</p>
<p>14 anni, i ragazzi entrano in un sistema selettivo, cioè</p>
<p>boccia e esclude, nel momento più fragile dell’obbligo,</p>
<p>quello conclusivo e fortemente differenziato per indirizzi,</p>
<p>in cui questi sono gerarchizzati e segreganti dal punto di</p>
<p>vista sociale.</p>
<p>Negli anni novanta, con la fine della Prima Repubblica, dei</p>
<p>partiti di massa fuoriusciti dalla Resistenza (DC, PSI e PCI) e</p>
<p>delle politiche socialdemocratiche di redistribuzione della</p>
<p>ricchezza, anche la scuola si adegua al nuovo corso</p>
<p>neoliberista richiesto dalla nascente Unione Europea ed</p>
<p>espressione del potere economico e della finanza sulla</p>
<p>politica. Il padre fu Luigi Berlinguer che approvò la Riforma</p>
<p>che porta il suo nome che ha cominciato a trasformare</p>
<p>la scuola da un luogo di crescita culturale, di dibattito, di</p>
<p>formazione umana, di opportunità per tutti a un’azienda.</p>
<p>Fece nascere l’autonomia scolastica, funzionale solo a</p>
<p>dividere le scuole fra quelle di serie A e quelli di serie B, fra</p>
<p>quelle destinate ai ragazzi delle famiglie più abbienti e ai</p>
<p>figli di proletari, fra la classe dirigente di domani e quella</p>
<p>lavoratrice e precaria. Ricalcando, in chiave moderna e nel</p>
<p>nome del neoliberismo, esattamente la struttura classista</p>
<p>della scuola italiana che vi era fino agli anni sessanta.</p>
<p>Le figure del Preside presente nelle scuole medie e scuole</p>
<p>superiori e del Direttore Didattico presente nelle</p>
<p>elementari vennero unificate nel Dirigente Scolastico con</p>
<p>compiti spiccatamente padronali, come controllo,</p>
<p>supervisione, verifica di produttività (valutazione),</p>
<p>campagna acquisti (ricordiamo le scuole che a inizio</p>
<p>settembre non accettavano studenti sotto una certa media</p>
<p>voti), quadratura dei conti, e via dicendo.</p>
<p>Figura del Preside come manager rafforzata</p>
<p>successivamente dalla Riforma Moratti del 2003 e dalla</p>
<p>“Buona Scuola” di Renzi del 2015. Tale linea della scuola</p>
<p>confindustriale di Berlinguer fu confermata anche dalle</p>
<p>successive Riforme Moratti e Riforma Gelmini, con</p>
<p>quest’ultima riforma che rappresentò un’autentica</p>
<p>catastrofe per il mondo della scuola dove nel</p>
<p>triennio 2008-2011 portò a un taglio netto di oltre 90.000</p>
<p>cattedre intere. Nel triennio dal 2008-2009 al 2010-2011,</p>
<p>come conseguenza della Riforma Gelmini, le classi calarono</p>
<p>di 10.617 unità, nonostante il numero degli alunni in Italia</p>
<p>non sia mai diminuito accentuando il fenomeno delle</p>
<p>“classi pollaio”. Dal 2008-2009 al 2009-2010 persero</p>
<p>l’incarico ben circa 30.000 supplenti con incarichi annuali.</p>
<p>La scure colpì il Personale ATA (bidelli, che oggi si chiamano</p>
<p>Collaboratori Scolastici proprio per dare l’idea di una</p>
<p>scuola-azienda, e personale amministrativo delle</p>
<p>segreterie) con un taglio di 74.000 unità (30.000 nel 2009 e</p>
<p>2010 e 14.000 nel 2011) tra il 2009 e il 2011. La scuola</p>
<p>divenne ancor di più confindustriale con la</p>
<p>Riforma “Buona Scuola” di Renzi che oltre ad accentuare e</p>
<p>aumentare i poteri manageriali ai dirigenti scolastici, istituì</p>
<p>l’alternanza scuola-lavoro per gli studenti al fine di dare</p>
<p>una manodopera gratuita per le aziende. Nel frattempo i</p>
<p>vari governi di centrodestra e centrosinistra hanno dato</p>
<p>fior di fondi alle scuole private, elevate a “scuole paritarie”</p>
<p>sul principio della “libertà di scelta” delle famiglie, con lo</p>
<p>scopo di rendere la scuola pubblica accessibile alle classi</p>
<p>popolari di qualità scadente mentre ad avere un’istruzione</p>
<p>di “qualità” che spesso coincide con titoli comprati, nelle</p>
<p>scuole private sono i figli della borghesia, che spesso</p>
<p>proprio per la frequentazione di scuole e Università private</p>
<p>trovano poi posto in ruoli dirigenziali. A quasi trent’anni di</p>
<p>distanza dalla Riforma Berlinguer, il risultato odierno è che</p>
<p>la scuola oggi è un’azienda con dirigenti scolastici che si</p>
<p>comportano come dirigenti d’azienda, dove in alcuni casi</p>
<p>sfocia in vero e proprio abuso di potere (basti pensare</p>
<p>all’ultimo caso di cronaca dove una Preside di un Liceo di</p>
<p>Brescia impose a un bidello di lavargli i vetri della</p>
<p>macchina) e dove il Presidente <em>dell’Associazione Nazionale</em></p>
<p><em>Presidi </em>chiede direttamente che i Presidi facciano</p>
<p>assunzioni dirette. I Docenti della nuova generazione</p>
<p>svolgono il lavoro non più come una “<em>missione</em>” come</p>
<p>accadeva in precedenza ma semplicemente come un</p>
<p>lavoro come un altro con la conseguenza che il livello</p>
<p>culturale, soprattutto tra gli insegnanti delle scuole</p>
<p>elementari, si è abbassato notevolmente e totalmente</p>
<p>appiattito sull’ideologia dominante neoliberista. Il ruolo</p>
<p>dei docenti, soprattutto alle elementari dove non possono</p>
<p>mettere note, è notevolmente svilito, dove non hanno più</p>
<p>nessuna forma di autorità a causa del fatto che le scuole</p>
<p>tendono esclusivamente a soddisfare i genitori in una</p>
<p>logica di soddisfazione del cliente. E gli studenti oggi</p>
<p>imparano le nozioni in maniera dogmatica senza una</p>
<p>riflessione di pensiero, sul perché, sulle cause, in quanto</p>
<p>oggi la scuola è ispirata nella didattica, da un’ideologia,</p>
<p>deleteria, dell’oggettività della valutazione, eliminando la</p>
<p>soggettività dell’insegnante. Un insegnante che corregge</p>
<p>un tema e dà sei e mezzo, un altro che invece dà sette e</p>
<p>mezzo, questo, secondo i pedagogisti neoliberisti di</p>
<p>centro-sinistra è un gravissimo problema e di conseguenza</p>
<p>bisogna arrivare a un sistema di valutazione oggettivo. Ciò</p>
<p>ha portato, unito all’impostazione dogmatica e all’assenza</p>
<p>di ogni autorità da parte degli insegnanti a un crollo</p>
<p>culturale della scuola, che ormai oggi è un’azienda che</p>
<p>tratta i genitori e alunni come dei “clienti” che fanno a gara</p>
<p>per soddisfare le esigenze della “domanda” dei genitori, e</p>
<p>gli “Open Day”, ossia eventi organizzati dalle scuole al fine</p>
<p>di attrarre nuove iscrizioni degli alunni di prima, e quindi</p>
<p>nuovi fondi che arrivano dal Ministero ai Presidi, sono</p>
<p>emblema di ciò. Inoltre a questo quadro si aggiungono i</p>
<p>problemi di precariato tra il corpo docente e il personale</p>
<p>ATA e la carenza di insegnanti ma soprattutto di bidelli e</p>
<p>personale amministrativo. Su quest’ultimo punto, nel 2020</p>
<p>il Governo Conte II per garantire il rispetto delle norme</p>
<p>sanitarie di distanziamento e per fronteggiare la pandemia,</p>
<p>approvò un organico aggiuntivo, detto “organico Covid”</p>
<p>quantificato in 75.000 unità, di cui 50.000 tra il Personale</p>
<p>ATA e 25.000 docenti. L’ “organico Covid” servì a coprire la</p>
<p>carenza di personale che le scuole si portavano dietro dai</p>
<p>tagli della Gelmini e che permise lo sdoppiamento delle</p>
<p>classi. Successivamente è stato abbassato a 50.000 dal</p>
<p>Governo Draghi per l’anno scolastico 2021/22 e non</p>
<p>riconfermato per l’anno scolastico 2022/23 facendo</p>
<p>ripiombare la scuola nella situazione di insostenibile</p>
<p>carenza di personale con classi pollaio e molti plessi</p>
<p>scolastici chiusi a causa della carenza di bidelli. Il Governo</p>
<p>Draghi ha abbassato la spesa destinata all’istruzione dal 4</p>
<p>% al 3.5 %, mentre al tempo stesso ha inviato armi del</p>
<p>valore di miliardi di euro all’Ucraina per asservimento</p>
<p>all’imperialismo statunitense nella guerra contro la Russia.</p>
<p>E il Governo Draghi, spietato con la scuola pubblica e con</p>
<p>tutto il suo personale al tempo stesso è stato magnanimo</p>
<p>nell’invio di 200 milioni di euro all’Ucraina per pagare gli</p>
<p>stipendi degli insegnanti ucraini, che insegnano a odiare i</p>
<p>“<em>mostri russi</em>”.</p>
<p><em>Il compito di ogni movimento socialista, comunista, anticapitalista, dei</em></p>
<p><em>Lavoratori, anti-imperialista e nazionalitario, oltre a rivendicare la</em></p>
<p><em>fuoriuscita dell’Italia dall’Alleanza Atlantica, deve</em></p>
<p><em>rivendicare anche una politica dove invece di dare soldi per</em></p>
<p><em>le armi e finanziare una guerra imperialista, bisogna</em></p>
<p><em>destinarli in scuole e ospedali, i settori maggiormente</em></p>
<p><em>colpiti dalla politica neoliberista di tagli allo Stato Sociale,</em></p>
<p><em>dove i maggiori effetti di questi li hanno subiti</em></p>
<p><em>maggiormente il Sud e Sicilia, grazie alla Riforma del Titolo</em></p>
<p><em>V della Costituzione del 2001.</em></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/La-riforma-Gentile-e-la-fascistizzazione-della-scuola.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8147" title="la-riforma-gentile-e-la-fascistizzazione-della-scuola" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/La-riforma-Gentile-e-la-fascistizzazione-della-scuola-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p>Con la conseguenza dell’alto tasso di abbandono scolastico in tali territori</p>
<p>e l’emigrazione sanitaria verso il Nord arricchendo le casse</p>
<p>delle regioni del Nord, che con il progetto dell’“<em>autonomia</em></p>
<p><em>differenziata</em>” portato avanti dal governo di destra-centro</p>
<p>della Meloni porterà definitivamente allo sfascio della</p>
<p>Sanità e Scuola pubblica, con creazione di una “<em>Sanità e</em></p>
<p><em>Istruzione di Serie A</em>” nelle regioni che hanno l’autonomia</p>
<p>differenziata, “<em>Sanità e Istruzione di Serie B se non di Serie</em></p>
<p><em>C nel resto del paese</em>”. Il movimento dei lavoratori,</p>
<p>socialista, comunista, anti- imperialista, Anticapitalista e nazionalitario</p>
<p>sul capitolo scuola si dovrebbe fare portavoce di un programma, che il</p>
<p>sottoscritto, in quanto bidello precario e che quindi</p>
<p>conosce il mondo della scuola in maniera più approfondita</p>
<p>rispetto ad altri settori, ha pensato e scritto e che</p>
<p>consisterebbe nei seguenti punti:</p>
<p><em>- Abolizione di tutte le Riforme scolastiche degli ultimi 30</em></p>
<p><em>anni a partire da quella Berlinguer e abolizione</em></p>
<p><em>dell’autonomia scolastica, in modo che non ci siano più</em></p>
<p><em>scuole di serie A e scuole di Serie B</em></p>
<p><em>- No al progetto dell’autonomia differenziata che avrebbe</em></p>
<p><em>effetti devastanti sull’istruzione pubblica</em></p>
<p><em>-Abolire l’impostazione scolastica del formare gli studenti</em></p>
<p><em>come manodopera ubbidiente per le aziende, ma piuttosto</em></p>
<p><em>tornare a formare gli studenti come uomini, cittadini</em></p>
<p><em>consapevoli e partecipi.</em></p>
<p><em>Ciò deve essere accompagnato anche dall’abolizione</em></p>
<p><em>dell’insegnamento dogmatico-nozionistico con la scuola</em></p>
<p><em>che invece deve avere un asse culturale storicista, che</em></p>
<p><em>abbraccia sia le materie umanistiche- filosofiche che in</em></p>
<p><em>quelle scientifiche spiegando il significato storico, le cause</em></p>
<p><em>di eventi storici, pensieri filosofici o delle leggi scientifiche.</em></p>
<p><em>- Tornare ai Decreti Delegati sulla Scuola del 1974 come</em></p>
<p><em>principale riferimento normativo e che devono</em></p>
<p><em>rappresentare una vera e propria “Costituzione della</em></p>
<p><em>Scuola” apportando a tale “Costituzione” delle migliorie</em></p>
<p><em>come:</em></p>
<p><em>- L’elettività dei presidi (con funzioni di coordinamento e di</em></p>
<p><em>animazione, trasferendo i loro poteri agli organi collegiali</em></p>
<p><em>formato da docenti, personale non docente, genitori e</em></p>
<p><em>studenti nelle scuole superiori) e l’abolizione dei ruoli</em></p>
<p><em>direttivi, manageriali e ispettivi riservato al Preside in</em></p>
<p><em>coerenza con la gestione sociale della scuola.</em></p>
<p><em>Il Preside, eletto tra gli insegnanti, deve tornare a essere</em></p>
<p><em>animatore culturale e sociale, leader educativi deputati a</em></p>
<p><em>favorire il rapporto democratico tra famiglie, alunni,</em></p>
<p><em>docenti, coinvolti direttamente nel processo di</em></p>
<p><em>progettazione pedagogica. Deve tornare a essere</em></p>
<p><em>coordinatori di assemblee e riunioni, promuovere</em></p>
<p><em>l’aggiornamento professionale degli insegnanti, curare il</em></p>
<p><em>rapporto con il territorio.</em></p>
<p><em>I docenti e i bidelli non devono essere più dei dipendenti di</em></p>
<p><em>rango inferiore ma dei lavoratori pari con i quali</em></p>
<p><em>condividere la gestione sociale della scuola insieme alle</em></p>
<p><em>famiglie degli alunni. Il Preside deve avere soprattutto le</em></p>
<p><em>capacità relazionali e pedagogiche, per poter essere il</em></p>
<p><em>garante dello sviluppo di una comunità scolastica</em></p>
<p><em>democratica e non un autoritario “manager” come invece</em></p>
<p><em>accade oggi.</em></p>
<p><em>-Riforma della Scuola Media Unica aumentando gli anni dai</em></p>
<p><em>3 attuali ai 5 anni, facendolo coincidere con il termine</em></p>
<p><em>dell’obbligo scolastico fissato a 16 anni, al fine di</em></p>
<p><em>contrastare efficacemente l’abbandono scolastico che si</em></p>
<p><em>verifica proprio, come sopraccitato in precedenza, nella</em></p>
<p><em>fase finale dell’obbligo scolastico tra i 14 e i 16 anni,</em></p>
<p><em>affinché tutto il periodo dell’obbligo sia di crescita della</em></p>
<p><em>persona e del cittadino, e non ne predetermini</em></p>
<p><em>socialmente il destino.</em></p>
<p><em>La Scuola Media Unica dovrebbe essere ribattezzata come</em></p>
<p><em>“Scuola Ginnasio” in quanto deve essere una scuola che</em></p>
<p><em>miri a un sapere esteso a tutti, con uno studio</em></p>
<p><em>approfondito di materie come la storia, la filosofia, che</em></p>
<p><em>deve sostituire l’insegnamento della storia delle religioni</em></p>
<p><em>insegnate alle elementari, e le scienze, al fine di formare</em></p>
<p><em>coscienza critica basata sulla giustizia sociale come</em></p>
<p><em>processo di trasformazione, sia personale che sociale.</em></p>
<p><em>Perchè tale scuola deve portare che anche l’operaio, lo</em></p>
<p><em>spazzino e il bidello che hanno il “quinto ginnasio” devono</em></p>
<p><em>essere dei cittadini consapevoli, partecipi, con una buona</em></p>
<p><em>cultura di base e avere coscienza dei propri diritti al pari</em></p>
<p><em>dell’insegnante, ingegnere, avvocato, medico laureato.</em></p>
<p><em>Quando siamo in presenza di ciò siamo in presenza di una</em></p>
<p><em>società più giusta.</em></p>
<p><em>-I licei e istituti tecnici, con abolizione della differenza tra</em></p>
<p><em>istituti tecnici e istituti professionali con questi che</em></p>
<p><em>diventano istituti tecnici e il sopraccitato aumento degli</em></p>
<p><em>anni della scuola secondaria di primo grado, devono essere</em></p>
<p><em>triennali a indirizzo specializzato. Licei e Istituti Tecnici che</em></p>
<p><em>devono essere accessibili a tutti ma al tempo stesso</em></p>
<p><em>devono dare agli studenti una vera e propria formazione</em></p>
<p><em>pre &#8211; universitaria dove gli studenti del liceo devono</em></p>
<p><em>affrontare due sessioni bimestrali di esami, una invernale</em></p>
<p><em>tra gennaio e febbraio una estiva tra giugno e luglio e una</em></p>
<p><em>extra a settembre per gli studenti che non hanno raggiunto</em></p>
<p><em>la sufficienza in determinate materie, ultima spiaggia per</em></p>
<p><em>evitare la ripetizione dell’anno e ricalcando un po il</em></p>
<p><em>modello universitario. Ciò per far acquisire nuovamente</em></p>
<p><em>valore al Liceo e Istituti Tecnici, contrastando l’odierno</em></p>
<p><em>appiattimento culturale al ribasso e abituare gli studenti</em></p>
<p><em>che scelgono il proseguo degli studi dopo la scuola</em></p>
<p><em>dell’obbligo, ai sacrifici degli eventuali studi universitari, e</em></p>
<p><em>formarli, nel caso degli Istituti Tecnici, anche come</em></p>
<p><em>lavoratori specializzati. Anche al fine di ciò che bisogna</em></p>
<p><em>innalzare come sopraccitato gli anni della scuola media /</em></p>
<p><em>ginnasio da tre a cinque anni in quanto uno studente a 16</em></p>
<p><em>anni, dopo aver terminato la scuola dell’obbligo, è più</em></p>
<p><em>consapevole se vuole affrontare il liceo o istituto tecnico o</em></p>
<p><em>smettere.</em></p>
<p><em>In poche parole una “scuola gentiliana” che miri a formare</em></p>
<p><em>dei “migliori” e una classe dirigente preparata</em></p>
<p><em>culturalmente o lavoratori specializzati ma con la</em></p>
<p><em>differenza che invece di essere classista deve essere</em></p>
<p><em>democratica, socialista ed egualitaria dove anche il figlio</em></p>
<p><em>dell’operaio può studiare al Liceo. D’altronde i licei e</em></p>
<p><em>istituti tecnici nell’ex Unione Sovietica, accessibili a tutti,</em></p>
<p><em>così come le Università non erano meno “rigidi” rispetto ai</em></p>
<p><em>licei e Università “gentiliane” italiane.</em></p>
<p><em>-Estendere il tempo pieno soprattutto al Sud e Isole, con</em></p>
<p><em>orario delle lezioni dalle 8 alle 14, alle elementari e</em></p>
<p><em>svolgimento dei compiti nel pomeriggio tra le 15 e 16:30,</em></p>
<p><em>dopo il pranzo e la ricreazione pomeridiana.</em></p>
<p><em>Creare un sistema di stato sociale dove i genitori abbiano</em></p>
<p><em>permessi illimitati per andare a prendere i figli della scuola</em></p>
<p><em>materna ed elementare a scuola e garantire il doposcuola</em></p>
<p><em>agli alunni, dove quest’ultimi gratuitamente possono</em></p>
<p><em>seguire i vari corsi (pianoforte, canto, disegno eccetera) e</em></p>
<p><em>corsi sportivi (calcio, pallavolo, scacchi, pallacanestro)</em></p>
<p><em>- Immissione in ruolo (ossia contratti a tempo</em></p>
<p><em>indeterminato) dei docenti abilitati vincitori di concorso,</em></p>
<p><em>concorsi che devono essere per titoli post-laurea e non a</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>quiz in quanto già l’Università è fortemente dura e</em></p>
<p><em>selettiva, abolendo il precariato.</em></p>
<p><em>-Aumento delle cattedre attraverso il meccanismo di 15</em></p>
<p><em>alunni per classe per le elementari e ginnasio e 20 nelle</em></p>
<p><em>scuole superiori, in modo che ci sia il beneficio anche della</em></p>
<p><em>qualità didattica. È molto più semplice la gestione di una</em></p>
<p><em>classe di 15-20 alunni piuttosto che 30 anche perché ogni</em></p>
<p><em>alunno può essere seguito meglio e aiutato a sopperire le</em></p>
<p><em>carenze, ma soprattutto privilegiare lo sviluppo umano e</em></p>
<p><em>culturale di ciascuno studente.</em></p>
<p><em>-Aumento del Personale ATA tra assistenti tecnici, applicati</em></p>
<p><em>di segreteria che possono espletare con efficienza le varie</em></p>
<p><em>incombenze, e bidelli. Su quest’ultimo profilo, dove deve</em></p>
<p><em>essere abolita la dicitura Collaboratore Scolastico e</em></p>
<p><em>ripristinata ufficialmente la parola bidello, non ci deve</em></p>
<p><em>essere più il criterio del 1 bidello ogni 100 studenti ma</em></p>
<p><em>bensì quello sulla base della grandezza degli spazi</em></p>
<p><em>scolastici, sulle aule da pulire con un tetto massimo di 3</em></p>
<p><em>aule da pulire più il bagno.</em></p>
<p><em>Inoltre al fine di un insegnamento pedagogico e di</em></p>
<p><em>formazione di cittadini rispettosi dei beni comuni e del</em></p>
<p><em>valore del lavoro, a rotazione due studenti al giorno</em></p>
<p><em>devono spazzare la classe e puliscono i banchi, dando così</em></p>
<p><em>una mano ai bidelli che si devono occupare esclusivamente</em></p>
<p><em>del lavaggio del pavimento e della pulizia dei bagni,</em></p>
<p><em>corridoi e scale.</em></p>
<p><em>- Allo scopo di insegnare il valore del lavoro agli studenti e</em></p>
<p><em>il ricordare agli insegnanti e preside il valore del lavoro</em></p>
<p><em>manuale e per cementare il valore della comunità, una</em></p>
<p><em>volta al mese, invece delle lezioni vi è la giornata delle</em></p>
<p><em>Pulizie Generali dove tutto il personale della scuola, dal</em></p>
<p><em>preside ai bidelli e gli studenti debbano fare pulizie</em></p>
<p><em>approfondite degli spazi scolastici.</em></p>
<p><em>- Abolizione del sabato scolastico, permettendo a tutto il</em></p>
<p><em>personale della scuola e agli studenti un fine settimana</em></p>
<p><em>libero dedicato al riposo, alla cura della persona, della</em></p>
<p><em>famiglia, alla coltivazione dei rapporti umani e delle</em></p>
<p><em>passioni individuali.</em></p>
<p><em>-Le Graduatorie di Terza Fascia per il Personale ATA devono</em></p>
<p><em>rimanere con aggiornamento triennale ma devono essere</em></p>
<p><em>ad esaurimento, ossia non devono esserci nuovi</em></p>
<p><em>inserimenti in Graduatoria fino a che la graduatoria non è</em></p>
<p><em>esaurita. Così si eviteranno diplomi comprati con 100, titoli</em></p>
<p><em>comprati, ecc…ecc…. anzi per il profilo di bidello togliere il</em></p>
<p><em>requisito del diploma o corso professionale mettendo</em></p>
<p><em>come titolo di accesso la scuola dell’obbligo (il sopraccitato</em></p>
<p><em>quinto ginnasio) dove il punteggio viene dato dal voto con</em></p>
<p><em>la quale ha conseguito il quinto ginnasio (da 6 a 10), 1</em></p>
<p><em>punto se ha il diploma socio-sanitario (assistenza a persone</em></p>
<p><em>disabili e che serve per assistenza agli alunni disabili), 0,60</em></p>
<p><em>punti se ha svolto servizio civile o servizio militare. Il</em></p>
<p><em>diploma deve invece essere il requisito minimo per il</em></p>
<p><em>personale della segreteria. Così si garantisce il diritto al</em></p>
<p><em>lavoro, nei vari profili, nella scuola più persone possibili,</em></p>
<p><em>dal quinto ginnasio alla laurea e impedendo una “guerra</em></p>
<p><em>tra poveri” e uno sbarramento classista a chi ha il quinto</em></p>
<p><em>ginnasio. Per diventare bidello abbassare l’età a 16 anni e</em></p>
<p><em>fino ai 60, per diventare applicato di segreteria, età minima</em></p>
<p><em>18 anni.</em></p>
<p><em>- Aumentare i posti di organico di diritto (ossia il ruolo) per</em></p>
<p><em>il Personale ATA, abolendo i contratti fino al 30 giugno, con</em></p>
<p><em>immissione in ruolo una volta svolti 12 mesi, anche non</em></p>
<p><em>continuativi, invece che i 24 mesi requisito di accesso</em></p>
<p><em>dell’attuale Graduatoria di Prima Fascia che viene anzi</em></p>
<p><em>abolita, lasciando in essere solo la Graduatoria di Terza</em></p>
<p><em>Fascia che serve esclusivamente per le supplenze su</em></p>
<p><em>malattia, maternità, infortunio eccetera. Per rimpiazzare il</em></p>
<p><em>bidello o l’applicato di segreteria che è andato in pensione,</em></p>
<p><em>la scuola provvede ad assegnare una supplenza dal 1</em></p>
<p><em>settembre fino al 31 agosto a chi ha punteggio più alto</em></p>
<p><em>nella Graduatoria che aiuta a maturare i 12 mesi necessari</em></p>
<p><em>al passaggio al ruolo.</em></p>
<p><em>- diritto di assemblea in orario di servizio aperta agli</em></p>
<p><em>studenti, alle famiglie, ai lavoratori, ai rappresentanti dei</em></p>
<p><em>sindacati.</em></p>
<p><em>- Democrazia nella composizione degli organi collegiali con</em></p>
<p><em>partecipazione a tutti i livelli delle forze sociali e possibilità</em></p>
<p><em>d’intervento autonomo del sindacato per il confronto e la</em></p>
<p><em>verifica su tutta l’attività degli organismi scolastici.</em></p>
<p><em>- Il ripristino dei Distretti Scolastici, abrogati dal Governo</em></p>
<p><em>Berlusconi nel 2001, che servono allo svolgimento di</em></p>
<p><em>attività parascolastiche, extrascolastiche e interscolastiche</em></p>
<p><em>ai servizi di orientamento scolastico e professionale,</em></p>
<p><em>nonché a quelli di assistenza scolastica ed educativa ai</em></p>
<p><em>servizi di medicina scolastica e di assistenza</em></p>
<p><em>psicopedagogica ai corsi di scuola popolare, di istruzione</em></p>
<p><em>degli adulti e alle attività di educazione permanente e di</em></p>
<p><em>istruzione ricorrente al potenziamento delle attività</em></p>
<p><em>culturali e sportive destinate agli alunni ad attività di</em></p>
<p><em>sperimentazione</em></p>
<p><em>-Iniziare l’anno scolastico il Primo di Ottobre di ogni anno</em></p>
<p><em>coincidente con l’inizio dell’anno accademico universitario</em></p>
<p><em>con termine delle lezioni tra l’8 e 12 giugno, in modo che</em></p>
<p><em>possa essere garantita la vacanza e il turismo da giugno a</em></p>
<p><em>settembre.</em></p>
<p><em>- Gli esami di ginnasio e e istituti tecnici devono essere</em></p>
<p><em>svolti entro il 30 giugno e consistenti in due prove scritte</em></p>
<p><em>(italiano e matematica nel ginnasio e italiano e materia di</em></p>
<p><em>indirizzo negli istituti tecnici) più un colloquio orale. Nei</em></p>
<p><em>licei invece la sessione estiva nel terzo anno, limitata al</em></p>
<p><em>mese di giugno, svolge la funzione di esami di maturità</em></p>
<p><em>seguito infine da un colloquio orale a luglio che permette il</em></p>
<p><em>conseguimento del diploma.</em></p>
<p><em>-Investimenti sull’edilizia scolastica, riapertura delle scuole</em></p>
<p><em>chiuse abbandonate o riconversione a scuole di spazi chiusi</em></p>
<p><em>abbandonati nelle città in modo da rivalorizzare edifici</em></p>
<p><em>storici e massiccia apertura di asili nido pubblici,</em></p>
<p><em>soprattutto al Sud e nelle Isole dove sono maggiormente</em></p>
<p><em>carenti</em></p>
<p><em>-La scuola materna deve essere un momento importante</em></p>
<p><em>dello sviluppo fisico, intellettuale e culturale dei bambini e</em></p>
<p><em>non un «parcheggio» dei bambini né semplicemente</em></p>
<p><em>preparatoria della scuola elementare.</em></p>
<p><em>-Gratuità dei libri di testo, trasporti e biblioteche nel</em></p>
<p><em>periodo di obbligo scolastico, prezzi calmierati al ribasso</em></p>
<p><em>invece per le scuole superiori e per i corsi universitari.</em></p>
<p><em>- Chiusura e nazionalizzazione di tutte le scuole private e</em></p>
<p><em>cattoliche.</em></p>
<p><em>- Ripristino del nome “Ministero della Pubblica Istruzione”</em></p>
<p><em>al posto di “Ministero dell’Istruzione e del Merito” e</em></p>
<p><em>abolizione del “Ministero dell’Università e Ricerca”</em></p>
<p><em>facendo tornare sotto competenza del Ministero della</em></p>
<p><em>Pubblica Istruzione la gestione dell’Università e della</em></p>
<p><em>Ricerca.</em></p>
<p>Questi sarebbero i punti base affinché la scuola torni a</p>
<p>essere un luogo di crescita culturale, di dibattito, di</p>
<p>formazione umana, di opportunità per tutti per lo sviluppo</p>
<p>di una società più giusta dove la scuola deve essere,</p>
<p>insieme alla sanità e al lavoro, al centro di un governo che</p>
<p>faccia gli interessi del popolo, dei lavoratori.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/assunzioni-bidelli.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8148" title="assunzioni-bidelli" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/assunzioni-bidelli-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a></p>
<p><strong><em>Andrè Siciliani</em></strong></p>
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		<title>Nancy Fraser, “Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo?”</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2021 17:19:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Nancy Fraser, “Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo?” di Alessandro Visalli &#160; &#160; Il libricino[1] edito da Castelvecchi è la traduzione della Lectio magistralis che la professoressa Fraser ha tenuto alla rassegna di incontri “Ripensare la comunità”, che la casa editrice ha tenuto nel 2019 a Roma[2]. Si tratta dunque di un testo molto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories11/Leningrado-pitturaImmagine-2.-jpg.webp" alt="Leningrado pitturaImmagine 2. jpg" width="300" height="227" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Nancy Fraser, “Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo?”</h1>
<h3>di Alessandro Visalli</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il libricino<a id="_ftnref1" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn1">[1]</a> edito da Castelvecchi è la traduzione della Lectio magistralis che la professoressa Fraser ha tenuto alla rassegna di incontri “<em>Ripensare la comunità</em>”, che la casa editrice ha tenuto nel 2019 a Roma<a id="_ftnref2" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn2">[2]</a>. Si tratta dunque di un testo molto sintetico, scritto per essere letto. Un testo che contiene numerose formule eccessivamente sintetiche, per certi versi comprensibili per il genere del testo ma che dimostrano anche in qualche modo la scarsa dimestichezza con l’insieme del dibattito marxista della tradizione accademica americana (con importanti eccezioni, ovviamente<a id="_ftnref3" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn3">[3]</a>). Parte, infatti, dalla proposta di superare “l’economicismo”, ma si muove alla fine interamente entro di esso; critica in Marx la sottovalutazione del lavoro riproduttivo, senza comprendere i contesti ravvicinati e polemici dei testi che critica; sviluppa, in forma travestita, quel che è un discorso di dipendenza riferito a donne e ‘colored’, ma certamente generalizzabile; costruisce, alla fine, una proposta che ha un tono decisamente già sentito e in effetti è in contrasto con alcune delle sue premesse (se non altro quelle libertarie).</p>
<p>Ma veniamo in ordine. Per la Fraser bisogna superare gli stretti economicismi e “occuparsi di trasformare la relazione tra la produzione e il suo retroterra di condizioni di possibilità, cioè la riproduzione sociale, il potere dello Stato, la natura non-umana e le forme di ricchezza che si trovano fuori dei circuiti ufficiali del capitale, ma comunque alla sua portata”<a id="_ftnref4" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p>Ciò è quanto dovrebbe fare il socialismo, ed in effetti è quanto, però, è sempre stato entro il perimetro della sua critica. Presente già con Marx, che, tuttavia, aveva altre priorità polemiche e altri avversari<a id="_ftnref5" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn5">[5]</a> e dunque enfatizzava diversamente le componenti del suo discorso. Per fare mente locale bisogna almeno considerare alcuni fatti scheletrici: Marx opera tra gli anni quaranta e ottanta dell’ottocento, tra Francia e Inghilterra per lo più, mentre il capitalismo delle fabbriche, ancora non monopolistico, è in fase di espansione e consolidamento. Al suo tempo il 30% dei lavoratori nelle fabbriche, a Manchester ed in tutti i posti più avanzati, erano donne, e il 15% erano bambini. Nella sua opera maggiore, nel capitolo “<em>La giornata lavorativa</em>”, come nel successivo “<em>Macchine e grande industria</em>”, è aspramente denunciato il lavoro minorile, fino al 50% e dall’età di sei anni, e quello femminile, reso possibile proprio dall’effetto di moltiplicazione della forza dato dalle macchine<a id="_ftnref6" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn6">[6]</a>. Nulla lo fa ritenere che questo effetto venga meno (sarà, piuttosto Engels, che gli sopravvive per dieci anni, e la generazione successiva a partire dal ‘Bernsteindebatte’ e dalla teoria dell’imperialismo di Lenin, ad assistere al consolidamento della tendenza alla crescita dei salari dei lavoratori industriali e quindi alla mascolinizzazione della forza lavoro<a id="_ftnref7" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn7">[7]</a>). Peraltro, sono rintracciabili passi<a id="_ftnref8" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn8">[8]</a> in cui Marx appoggia l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e fuori casa, se pure nelle modalità in cui si verificava significava solo l’incremento del più selvaggio sfruttamento. Come altri in cui sottolinea il ruolo “nobile ed eminente” delle lotte femminili per l’emancipazione dallo sfruttamento sul lavoro<a id="_ftnref9" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn9">[9]</a>. Tuttavia sono passi sparsi, non c’è dubbio manchi una teoria organica. Nel testo marxiano, da una parte, non si vede abbastanza come problema specifico il fatto che la forza lavoro possa essere distinta per sesso (relegando l’altro sesso alla riproduzione e quindi alla remunerazione indiretta che determina, nella microfisica del potere di coppia, un potenziale di dipendenza), e ciò sia perché non è abbastanza evidente al suo tempo sia, e soprattutto, perché il tema dell’organizzazione della vita quotidiana è presente in alcuni autori molto influenti <em>dai quale intende prendere le distanze</em>, o che, pur rispettandoli, intende superare<a id="_ftnref10" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn10">[10]</a>. Dall’altra, nella dottrina che i due autori creano in comune viene formulata una teoria <em>implicita</em> dello Stato troppo poco differenziata<a id="_ftnref11" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn11">[11]</a>. Teoria che sarebbe stata oggetto dei volumi successivi della sua opera maggiore, se il tempo lo avesse concesso.</p>
<p>La questione è sicuramente molto complessa, un tentativo iniziale di perimetrarla era stato compiuto in un recente post<a id="_ftnref12" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn12">[12]</a> che si concentrava sul femminismo “<em>della differenza</em>”, invalso a partire dalla critica degli ambienti marxisti, o comunque entro la “controcultura”, negli anni sessanta. Un movimento potente che parte proprio dai campus americani, e che vede la Fraser, per elementari ragioni anagrafiche, fortemente coinvolta. Il tono centrale del movimento è antiautoritario, la tendenza è di sostituire all’analisi strutturale, per grandi meccanismi funzionali e ad elevato livello di astrazione, una lettura che finisce per mettere in generale sotto accusa la pretesa del più generale movimento <em>di liberare tutti</em>. Il discorso di liberazione sarebbe infatti “neutro”, se rivolto all’intera società, senza essere distinto in discorso di genere, delle donne alle donne e degli uomini agli uomini. Ed a sua volta il “neutro” sarebbe, a partire dal linguaggio (la linguistica è la filosofia e scienza umana egemonica negli anni di incubazione di questa tendenza<em>) in sé oppressivo</em>. Precisamente oppressivo dell’universale femminile. Ne conseguirebbe, abbastanza logicamente, che l’unico modo di rispondere è quello di separarsi. Si tratta di rivendicare, insomma, <em>la priorità di un conflitto tra i sessi sul conflitto di classe</em> e l’esistenza di una differenza essenziale fondata sul terreno della presunta omogeneità interna di queste. Le altre differenze di ceto, di ruolo, restano, ovviamente, ma quella tra uomini e donne sovraintende a tutte. Le teorie della differenza, che nascono dentro e contro il più ampio movimento della contestazione antiautoritaria, finiscono per focalizzare interamente la propria attenzione sui temi della cultura, l’ideologia e le forme di resistenza al potere. Questo è ciò che è contenuto nella frase, spesso richiamata dall’autrice come refrain ormai consolidato, “superare l’economicismo”. Si intende superare l’idea che le differenze economiche siano quelle essenziali.</p>
<p>Come noto Nancy Fraser ha il grande merito di aver visto da tempo i limiti di questa forma influente entro la quale si è formata. In “<em>Fortune del femminismo</em>”<a id="_ftnref13" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn13">[13]</a>, una raccolta che va dalla critica ad Habermas nel 1985 (a TAC<a id="_ftnref14" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn14">[14]</a>) ad interventi che si dispiegano fino al 2010, incornicia il suo femminismo in una teoria della dipendenza focalizzata sulla critica al Welfare State, ma sfocia in una presa di distanza della “terza ondata” del femminismo che abusando del pensiero di Lacan e di una impostazione post-strutturalista finisce per smarrire ogni carica critica al capitalismo. Ovvero di farsi esso stesso “nuovo spirito del capitalismo”<a id="_ftnref15" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn15">[15]</a>.</p>
<p>Fatto sta che per la nostra il socialismo del XXI secolo “deve superare non solo lo sfruttamento del capitale sul lavoro salariato, ma anche il suo appropriarsi del lavoro di cura non stipendiato, dei beni pubblici e della ricchezza espropriata a soggetti razzializzati e alla natura non-umana”. Ovvero, sempre secondo le formule che propone, deve trovare una via “<em>tra il comunismo sovietico e la socialdemocrazia</em>”. A parere dell’autrice il marxismo, invece, avrebbe inquadrato esclusivamente il capitalismo come sistema di sfruttamento di classe, incentrato sulla relazione tra capitalisti e lavoratori nel momento della produzione (e non della riproduzione). Una visione che quindi si sarebbe concentrata solo sul “segreto laboratorio” della produzione, dimenticando di interrogarsi sulla condizione di possibilità di quest’ultima. È un’accusa sommaria ed ingiusta.</p>
<p>Avrebbe, il marxismo, trascurato in altre parole di osservare le condizioni <em>non economiche</em>:</p>
<ol>
<li>La “<em>riproduzione sociale</em>”, ovvero il lavoro domestico, la nascita e crescita dei figli, la cura degli adulti e degli anziani e disoccupati. Tutte figure necessarie, ma alle quali “il capitalismo non attribuisce alcun valore, non si preoccupa di rinnovarle e cerca di evitare di pagarne il prezzo fintanto che può”;</li>
<li>La <em>riserva di ricchezza espropriata</em> alle persone sottomesse per motivi razziali;</li>
<li><em>I doni</em> e contributi a basso costo provenienti dalla natura non-umani;</li>
<li><em>I beni pubblici</em> forniti dagli Stati o da altri poteri non privati.</li>
</ol>
<p>Con questa notevole serie di scoperte che il vecchio Marx si sarebbe dimenticato di sottolineare, la Fraser costruisce la sua vaga nozione di “<em>capitalismo come ordine sociale istituzionalizzato</em>”. Un ordine nel quale vigono ingiustizia, irrazionalità e mancanza di libertà.</p>
<p>Il punto che dichiara essere cruciale, e nel quale si differenzia la sua nozione di socialismo, sarebbe molto semplicemente il seguente: “la divisione tra la produzione economica, dove il lavoro è remunerato con salari in danaro, e la riproduzione sociale, dove invece spesso non è pagato, ma ammantato di sentimentalismo e ricompensato in ‘amore’. Storicamente di genere, questa divisione rinforza una fondamentale asimmetria di genere nel cuore della società capitalistiche e radica il subordinamento della donna, il binarismo di genere e l’eteronormatività”<a id="_ftnref16" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn16">[16]</a>. Si tratta quindi di una divisione <em>strutturale</em> tra lavoratori “liberi” e “altri dipendenti”. Insomma, sarebbero “liberi” quelli che sono salariati, e “dipendenti” quelli che non risultano occupati (e, quindi, dipendono per la loro sopravvivenza fisica e sociale da qualcun altro).</p>
<p>Questa, alla fine, sarebbe la “visione ampliata”, del capitalismo e quindi anche del socialismo.</p>
<p>Ora, messa in questo modo, cioè nella dichiarazione di dipendenza di chi non viene direttamente remunerato in cambio di lavoro, e tenendo conto che non propone una soluzione socialdemocratica, non è molto chiaro l’obiettivo. La proposta (non volendo neppure andare verso una soluzione interamente statalizzata) è di rovesciare l’ordine, non subordinando più alla produzione di merci per il mercato la riproduzione sociale, ma, al contrario, <em>mettendo al centro la riproduzione</em>. Quindi propone di dissolvere gli Stati in favore di “nuove unità politiche demarcate per funzione, le quali operino a differenti livelli e basi di partecipazione sulla base dei principi di competenza”<a id="_ftnref17" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn17">[17]</a>. Per la verità la formula è di assoluta vaghezza, come le successive. E potrebbe essere incorporata nella prospettiva neoliberale della governance per agenzie sovranazionali. Ma sembra concretizzarsi nella evocazione di una distribuzione egualitaria delle risorse necessarie alla riproduzione sociale e nella dichiarazione che il plusvalore (per il quale, a dire proprio il vero, adopera la definizione piuttosto di ‘surplus’) debba essere “distribuito democraticamente”. Dunque, bisogna eliminare i mercati. Leggendo il testo si scopre che non devono essere tutti e in generale eliminati, probabilmente l’idea evoca l’Urss, ma solo alcuni. Qui la Fraser introduce una curiosa e poco chiara, almeno in questo testo, distinzione tra “mercati in alto”, quelli che organizzano attraverso il sistema dei prezzi la creazione del surplus, “mercati in basso”, quelli che distribuiscono le risorse alla riproduzione, (suppongo attraverso la distribuzione delle merci via acquisto individuale), e “mercati in mezzo” (che non sono identificabili chiaramente). Propone, cioè, che non ci siano mercati, in favore di distribuzioni “democratiche” per la riproduzione di base e per il surplus (“mercati in alto e in basso”), ma si possano lasciare “mercati in mezzo”. Con le sue parole; “presumendo che ci sia un’eccedenza sociale da destinare si deve considerare la ricchezza sociale collettiva come un tutt’uno. Nessun individuo, azienda o Stato può possederla o averne il diritto di disporne. <em>Reale proprietà collettiva</em>, l’eccedenza deve essere allocata attraverso processi decisionali di pianificazione collettiva che possono e devono essere organizzati democraticamente. I meccanismi di mercato non dovrebbero svolgere alcun ruolo a questo livello. Né mercati, né proprietà privata in cima”<a id="_ftnref18" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftn18">[18]</a>. Se fosse a livello statuale assomiglierebbe abbastanza alla soluzione sovietica, la quale riteneva peraltro di organizzare la pianificazione secondo procedure costituzionali democratiche. Tuttavia anche per questo ha precisato che lo Stato nazionale si deve dissolvere in favore di agenzie sovranazionali, e quindi tutto assume una colorazione decisamente utopica (o distopica).</p>
<p>Invece la “base”, ovvero “il livello dei bisogni minimi”, come “riparo, vestiario, cibo, educazione, sanità, trasporti, comunicazioni, energia, tempo libero”, dovrebbero essere direttamente forniti come diritti e non sulla base della capacità di lavorare. Ciò, significherebbe, che “i valori d’uso che produciamo per soddisfare queste esigenze non possono essere merci, bensì beni pubblici”. Ovviamente fornito dalle citate “agenzie”.</p>
<p>Infine, lo spazio “in mezzo” (non molto chiaro, dato che la base è distribuita senza lavoro e l’eccedenza distribuita democraticamente) dovrebbe essere affidato a cooperative, comunità, organizzazioni autogestite e progetti autogestiti.</p>
<p>Quindi, ricapitolando, ci sarebbero questi “mercati” in mezzo, che quindi scambiano come “merci” quel che residua tra i bisogni ed il surplus. Sfortunatamente non è facile immaginare che cosa resti, tolto il livello dei bisogni minimi ed il “surplus”.</p>
<p>Qui termina la conferenza, avendo gettato all’uditorio una visione grandiosa, completamente slegata da qualsiasi possibile orizzonte di fattibilità, piena di contraddizioni e frettolose liquidazioni. Una visione che cerca di identificare l’esito immanente delle scelte e dell’assiomatica posta. Se si individua come distinzione essenziale “produzione vs riproduzione”, e si trasferisce sul piano ‘strutturale’ (termine che nelle sue mani significa più o meno ‘necessario’) la caratterizzazione storica sessuale di entrambe, leggendola come fonte di potere e/o dipendenza, ne deriva la separazione della produzione dalla riproduzione. Ma questo può solo significare che tra la produzione di ‘surplus’ ed il suo impiego per la riproduzione deve essere interposta un’agenzia che collettivizzi il primo e lo distribuisca. <em>Tuttavia, questa soluzione è esattamente lo schema sovietico</em>. Allora lo spirito libertario ed il contesto di origine dell’autrice (ma anche la pressione dell’auditorio) si affacciano avanzando l’interdetto. Ne seguono due cose, la richiesta di “dissolvere lo Stato” e la rinominazione dei “mercati in mezzo”, affidandoli alla “società civile”.</p>
<p>Francamente cosa le due cose significhino, se non una etichetta adatta a non scontentare lo spirito neoliberale che domina interamente il mondo, non è chiaro. Quel che è invece chiaro è il vicolo cieco nel quale questo modo di ragionare porta.</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5><a id="_ftn1" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref1">[1]</a> - Nancy Fraser, “<em>Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo?</em>”, Castelvecchi, 2020</h5>
<h5><a id="_ftn2" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref2">[2]</a> - Un ciclo di lezioni alle quali hanno partecipato: Saskia Sassen, Ricardo Antunes, Boaventura de Sousas, Teresa Forcades, Piero Bevilacqua, Pascal Chabot, Mario Reale, Nicola Zamperini, Roberta Menchù, Marc Augé, Vandana Shiva, Charles Melman. <a href="http://www.castelvecchieditore.com/wp-content/uploads/2019/09/MACRO-locandina.jpg">Qui</a> la locandina.</h5>
<h5><a id="_ftn3" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref3">[3]</a> - Una scuola marxista nordamericana di primaria rilevanza è ricostruita nel mio libro “<em>Dipendenza</em>”, Meltemi 2020.</h5>
<h5><a id="_ftn4" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref4">[4]</a> - Fraser, cit., p.6</h5>
<h5><a id="_ftn5" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref5">[5]</a> - La costruzione ideologica marxiana, ovvero la teoria per gli scopi dell’agitazione politica, trova forma e cresce in uno specifico contesto organizzativo e polemico. Si confronta da una parte con le varie tendenze anarchiche, da Bakunin a Proudhon, dall’altra con i socialismi di Fourier e Owen.</h5>
<h5><a id="_ftn6" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref6">[6]</a> - Karl Marx, “<em>Il Capitale</em>”, Vol I, cap. 8 e 13.</h5>
<h5><a id="_ftn7" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref7">[7]</a> - Si può individuare un ciclo nella sessualizzazione del lavoro manufatturiero, mentre nell’organizzazione del lavoro artigianale e contadino pre rivoluzione industriale la divisione del lavoro tra i sessi è più connessa ai segmenti del ciclo produttivo, nella prima fase dell’industralizzazione uomini e donne sono richiamati nelle fabbriche (se pur non a parità di salario), e spesso anche bambini, nella fase successiva, quando cresce la dimensione delle fabbriche e la meccanizzazione, insieme alla composizione organica del capitale e alla estensione del controllo sul mondo (con conseguente estensione e consolidamento dei rapporti ineguali con le colonie), la crescita dei salari (cd. “dividendo imperiale”) ottiene un duplice effetto, la mascolinizzazione della forza lavoro e la sua domesticazione. Questa è la condizione nella quale si trova l’occidente all’esordio del New Deal e delle svolte socialdemocratiche. <em>Questa è la scena primigenia della seconda ondata del femminismo, nel quale si forma la nostra</em>.</h5>
<h5><a id="_ftn8" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref8">[8]</a> - Ad es. “Resoconto di un discorso di Marx sulle conseguenze dell’uso delle macchine”, 28 luglio 1868, in “<em>Scritti</em>”, 1867-1870, Lotta Comunista, 2019, p. 510. Quando disse “io non sostengo che non sia bene che le donne prendano parte alla nostra produzione sociale” (ma è abominevole come lo fanno ora).</h5>
<h5><a id="_ftn9" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref9">[9]</a> - Karl Marx, “Rapporto del Consiglio generale al IV Congresso generale di Basilea”, 1 settembre 1869, in “<em>Scritti</em>”, cit., p. 125</h5>
<h5><a id="_ftn10" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref10">[10]</a> - Si tratta, ovviamente, dei cosiddetti “socialisti utopisti”, ed in particolare di Fourier.</h5>
<h5><a id="_ftn11" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref11">[11]</a> - Ci siamo appena tornati in “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2021/03/glosse-il-concetto-di-nazione-ovvero.html">Glosse a ‘Il concetto di nazione. Ovvero una patata bollente per il marxismo’, di Carlo Formenti</a>”.</h5>
<h5><a id="_ftn12" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref12">[12]</a> - “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2020/12/pochi-appunti-sul-femminismo-della.html">Pochi appunti sul femminismo della differenza</a>”.</h5>
<h5><a id="_ftn13" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref13">[13]</a> - Nancy Fraser, “<em>Fortune del femminismo</em>”, Ombre Corte 2014 (ed. or. 2013).</h5>
<h5><a id="_ftn14" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref14">[14]</a> - Jurgen Habermas, “<em>Teoria dell’Agire Comunicativo</em>”, Il Mulino 1986, (ed.or.1981).</h5>
<h5><a id="_ftn15" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref15">[15]</a> - Fraser, cit., p. 245</h5>
<h5><a id="_ftn16" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref16">[16]</a> - Fraser, “Cosa vuol dire socialismo”, cit., p.24</h5>
<h5><a id="_ftn17" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref17">[17]</a> - Idem.</h5>
<h5><a id="_ftn18" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/20642-alessandro-visalli-nancy-fraser-cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo.html#_ftnref18">[18]</a> - Ivi, p.42</h5>
<p><em><strong>Sinistrainrete  </strong></em></p>
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		<title>Evento e struttura in Marx</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2021 18:08:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco B. Bifo]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra Civile in Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Evento e struttura in Marx Note su La guerra civile in Francia di Franco Berardi Bifo &#160; Il concetto di rivoluzione non viene elaborato in modo specifico nelle opere di Marx: si potrebbe dire, sostiene Franco Berardi Bifo, che quello di rivoluzione non è neppure un concetto, per lui: è un evento difficilmente concettualizzabile in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p id="viewer-51rtm"><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories11/0e99dc_c61a5c03fe004ca283fedd48106416bfmv2.webp" alt="0e99dc c61a5c03fe004ca283fedd48106416bfmv2" width="300" height="216" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: 2em;">Evento e struttura in Marx</span></strong></p>
<h2><strong>Note su La guerra civile in Francia</strong></h2>
<h3><strong>di Franco Berardi Bifo</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il concetto di rivoluzione non viene elaborato in modo specifico nelle opere di Marx: si potrebbe dire, sostiene Franco Berardi Bifo, che quello di rivoluzione non è neppure un concetto, per lui: è un evento difficilmente concettualizzabile in termini strutturali. Ne parla negli scritti storici, nel Manifesto del partito comunista e ne La guerra civile in Francia. Questo breve documento, pubblicato a Londra nel 1871, raccoglie tre discorsi tenuti al Consiglio generale dell’Internazionale. Le pagine centrali del pamphlet sono dedicate alla Comune di Parigi, di cui in questi giorni ricorrono i 150 anni: in presa diretta Marx ne coglie la straordinaria novità, come manifestazione autonoma della classe operaia in quanto soggetto politico. La Comune durò meno di cento giorni, eppure marcò in modo profondo l’immaginazione politica del secolo successivo, fino ad arrivare ai giorni nostri. Quell’esperimento, «forma politica finalmente scoperta», non è la manifestazione di una tendenza implicita ma un evento imprevedibile, in quanto la struttura non implica necessariamente ogni evento. Marx lo capisce, perché non era un determinista e neppure un dottrinario bisbetico, un dogmatico credente nella necessità storica. Centocinquant’anni dopo, ripercorriamo con Bifo quel viaggio incantato alla scoperta di qualcosa che non ci aspettiamo.</p>
<p id="viewer-fddk5">* * * *</p>
<p>Marx non ha parlato molto di rivoluzione. Il concetto di rivoluzione non viene elaborato in modo specifico nelle sue opere. Oserei dire che quello di rivoluzione non è neppure un concetto, per lui: è un evento che difficilmente si può concettualizzare in termini strutturali.</p>
<p id="viewer-4orce">Di rivoluzione Marx parla nel <em>Manifesto comunista</em> del 1848, e ne <em>La guerra civile in Francia</em>. Anche se il <em>Manifesto</em> è più conosciuto, l’altro scritto è rilevante in quanto giudizio maturo sullo sviluppo della forza politica della classe operaia.</p>
<p id="viewer-dhvb8">Per quanto le sue opere precedenti fossero largamente note e il suo nome rispettato dagli insorti della Comune, Marx non influenzò direttamente gli eventi del 1871. Le teorie cospiratorie Blanqui e le utopie anarchiche di Proudhon erano più diffuse nella formazione politica dei comunardi. Ma questo non ha molta importanza, per Marx: sa che la lotta di classe è un divenire spontaneo più che un processo coscientemente diretto, e sa che l’emancipazione possibile del tempo umano dalle catene del lavoro salariato non dipende soltanto della dinamica strutturale del conflitto sociale, ma dipende anche dall’emergere imprevedibile degli eventi.</p>
<p id="viewer-brh4f">Il compito che Marx assegna a se stesso è quello dell’interpretazione degli eventi come espressione di una dinamica immanente, che trascende la coscienza degli attori e la capricciosa variabilità degli eventi. Nonostante il ruolo decisivo che Marx svolse nella creazione e nella direzione dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, il suo profilo non è tanto quello di un leader politico, di qualcuno che dirige il movimento e si rivolge alle folle dei rivoltosi. È piuttosto il profilo di un interprete dei segni, che collega lo sviluppo della struttura immanente con l’evoluzione della soggettività sociale.</p>
<p id="viewer-p3h8">La biografia di Marx, e anche la sua opera, girano attorno a due compiti differenti e qualche volta anche divergenti: il primo è quello di costruire un edificio teorico, il secondo quello di partecipare ai conflitti storici del suo tempo, con un interesse speciale per le prime manifestazioni del nuovo attore politico e sociale, la classe operaia. Gli scritti teorici a cui ha dedicato la sua energia intellettuale, particolarmente <em>Il Capitale</em> e i <em>Grundrisse</em>, oltre ai testi filosofici giovanili, vanno letti come il tentativo di estrapolare tendenze storiche destinate a prevalere nel lungo periodo, mentre i testi occasioni scritti nel contesto degli accadimenti vanno letti in relazione ai dibattiti intellettuali e politici del suo tempo.</p>
<p id="viewer-28qdj">Marx non fu solo un filosofo, ma, in coerenza con la sua undicesima tesi su Feuerbach, fu anche un giornalista, un organizzatore politico e un polemista, in qualche modo dunque un attivista. Alcuni dei suoi libri sono collezioni di articoli (<em>Lavoro salariato e capitale</em> fu pubblicato dapprima nella «Neue Rheinische Zeitung» nel 1847), altri sono discorsi pronunciati davanti a un pubblico operaio (<em>Salario, prezzo e profitto</em> è la trascrizione di un discorso tenuto alla riunione della Prima Internazionale nel giugno del 1865).</p>
<p id="viewer-2g7t0">Il testo intitolato <em>La guerra civile in Francia</em>, pubblicato a Londra il 13 giugno del 1871, è un breve documento di trentacinque pagine, che risulta dalla raccolta di tre discorsi tenuti al Consiglio generale dell’Internazionale in tre momenti differenti. Scritti originariamente in inglese, i testi sono ispirati dagli eventi che si stanno svolgendo a Parigi tra il 1870 e il 1871: eventi che culminarono nell’esperienza della Comune di Parigi. Il pamphlet contiene considerazioni sulla guerra franco-prussiana, sull’insurrezione di Parigi, sul tradimento del governo di Thiers e su molti altri dettagli. Ma le pagine centrali sono quelle dedicate all’esperienza della Comune: un apprezzamento della sua novità come manifestazione autonoma della classe operaia in quanto soggetto politico. Negli anni successivi alla prima pubblicazione il pamphlet fu tradotto in francese, tedesco, russo, italiano, spagnolo, olandese, fiammingo, croato, danese e polacco, e rilanciato da diversi giornali.</p>
<p id="viewer-akini">La novità assoluta dell’esperienza parigina che durò meno di cento giorni, eppure marcò in modo profondo l’immaginazione politica del secolo successivo, è percepita con chiarezza da Marx. Anche se una larga parte del testo è concentrato sugli accadimenti politici e militari, quel che più interessa Marx è il contenuto sociale dell’attività quotidiana dei comunardi, particolarmente la promulgazione di misure per il miglioramento della vita collettiva. Il giorno per giorno della Comune viene infatti segnato dalla promulgazione di leggi che gettano le basi per una trasformazione socialista della produzione e della vita collettiva. In una pagina del testo Marx sintetizza i primi passi della Comune:</p>
<p id="viewer-1mcsq">[…] «la bandiera della Comune è la bandiera della repubblica mondiale». Il primo aprile venne deciso che lo stipendio più elevato di un impiegato della Comune, compreso dunque quello dei suoi stessi membri, non dovesse superare 6000 franchi. Il giorno seguente la Comune decretò la separazione della Chiesa dallo Stato e l’abrogazione di tutti i versamenti dello Stato a scopi religiosi, come pure la trasformazione di tutti i beni ecclesiastici in patrimonio nazionale; in seguito a ciò l’8 aprile fu deciso di dare il bando dalle scuole a tutti i simboli religiosi, immagini, dogmi, preghiere, insomma a «tutto ciò che appartiene al campo della coscienza individuale», e la misura venne a poco a poco applicata. Il giorno 5, in risposta alle fucilazioni, che si rinnovavano ogni giorno, dei combattenti della Comune fatti prigionieri dalle truppe di Versailles, fu emanato un decreto circa l’arresto di ostaggi, ma non venne mai eseguito. Il 6 fu tirata fuori la ghigliottina con l’aiuto del 137° battaglione della Guardia nazionale, e bruciata in pubblico tra alte grida di giubilo popolare. Il 12 la Comune decise di abbattere la colonna della vittoria di Piazza Vendôme, fusa dopo la guerra del 1809 con i cannoni presi da Napoleone, ed eretta come simbolo dello sciovinismo e dell’odio tra i popoli. La cosa venne fatta il 16 maggio. Il 16 aprile la Comune ordinò una statistica delle fabbriche lasciate inoperose dagli industriali, e la elaborazione di progetti per l’esercizio di queste fabbriche a mezzo degli operai fino allora occupati in esse, da riunirsi ora in società cooperative, e per l’organizzazione di queste società in una grande unione. Il 20 essa abolì il lavoro notturno dei fornai, come pure la registrazione degli operai esercitata a partire dal Secondo Impero esclusivamente per mezzo di soggetti nominati dalla polizia, autentici sfruttatori degli operai. La registrazione venne affidata ai municipi dei venti mandamenti di Parigi. Il 30 aprile ordinò l’abolizione delle case di pegno, che non erano se non uno sfruttamento privato degli operai, in contraddizione col diritto degli operai ai loro strumenti di lavoro e al credito. Il 5 maggio decretò la demolizione della cappella espiatoria costruita in ammenda della esecuzione capitale di Luigi XVI.</p>
<p id="viewer-aqrks">Per la prima volta nella storia il problema del lavoro, particolarmente la riduzione del tempo di lavoro, viene al centro della cultura progressiva che si sta formando. Al tempo stesso per la prima volta nella storia l’evoluzione della lotta di classe affronta consapevolmente il problema dello Stato. Questi due livelli, trasformazione sociale del rapporto tra lavoro e capitale e trasformazione socialista dello Stato, vanno esaminati in maniera differente. Il primo concerne la dimensione strutturale che Marx ha esplorato nei suoi testi teorici, la contraddizione fondamentale tra lavoro e capitale, la caduta tendenziale del tasso di profitto e la possibile emancipazione della vita sociale dal lavoro salariato, che si inscrive nell’evoluzione dell’intelletto generale. Il secondo livello concerne la dimensione dell’evento: la volontà individuale e il consenso sociale non possono ridursi a dinamiche strutturali. Questa dimensione sfugge all’analisi strutturale, e apre la porta alla sfera imprevedibile dell’autonomia soggettiva.</p>
<p id="viewer-fmt7v">Venti anni dopo la Comune, e nove anni dopo la morte di Karl Marx, nella Introduzione alla nuova edizione de <em>La guerra civile in Francia</em>, Friedrich Engels scrive: «Il 28 maggio gli ultimi combattenti della Comune soccombevano a forze preponderanti sulla collina di Belleville, e non più di due giorni dopo, il 30, Marx leggeva al Consiglio generale lo scritto nel quale l’importanza storica della Comune di Parigi è espressa in tratti concisi, potenti e soprattutto così veri, come non si è più riusciti a fare in tutta la enorme letteratura su questo argomento». Riflettendo sull’esperienza della Comune Engels dice che essa «dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta giunta al potere, non può continuare a governare la vecchia macchina dello Stato, che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da una parte deve eliminare tutta la vecchia macchina repressiva già sfruttata contro di essa, e dall’altra deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli senza nessuna eccezione e in ogni momento revocabili».</p>
<p id="viewer-dmb8">Engels si stava ponendo il problema che più tardi cercò di risolvere Lenin, nel bene e nel male: il problema della relazione tra la struttura e l’evento, tra la dinamica iscritta nel processo generale di produzione (che conduce alla riduzione del tempo di lavoro e all’emancipazione della società dal lavoro salariato), e le imprevedibili svolte della soggettività sociale e della volontà politica. Lenin enfatizzerà l’azione non determinata della volontà politica, e Gramsci infatti, in un articolo pubblicato il 24 novembre del 1917 sul giornale socialista «Avanti», saluta la Rivoluzione bolscevica come una rivoluzione contro <em>il Capitale </em>nel doppio senso dell’espressione. Un evento che rompe la catena strutturale concettualizzata da Marx. L’evento della Rivoluzione russa, come l’evento della Comune di Parigi, non è predicibile in quanto non è uno sviluppo necessario della dinamica strutturale iscritta nel processo di produzione. Inoltre Gramsci vuole dire che la Rivoluzione russa si può considerare come una violazione o come una refutazione della convinzione di Marx che la rivoluzione socialista si deve sviluppare per prima nei paesi industriali più avanzati. Allo stesso modo la Comune non è la manifestazione di una tendenza implicita, ma un evento imprevedibile. L’evento e la struttura non si possono descrivere in termini di implicazione reciproca necessaria. La struttura non implica necessariamente ogni evento.</p>
<p id="viewer-71mon">Secondo quanto scrive Franz Mehring, nella primavera del 1871 la polizia di Parigi fece circolare un rapporto secondo cui Marx aveva espresso il suo dissenso dai comunardi, particolarmente per la ragione che erano più concentrati su questioni politiche che su questioni sociali. Subito dopo Marx rispose con un articolo pubblicato su «The Times», in cui accusava il rapporto di polizia di essere una fabbricazione insolente, una <em>fake news</em> per intenderci. In quanto persona eticamente motivata, come militante politico Marx si sentiva impegnato completamente nel sostegno alla Comune di Parigi. Ciononostante quel rapporto di polizia non è completamente privo di senso. Un <em>flic</em> intelligente che magari aveva letto i testi teorici di Karl Marx poteva ragionevolmente intuire che il severo filosofo non era d’accordo con la simbologia politica dei comunardi e poteva dunque disconoscere l’evento in nome delle previsioni strutturali implicite nella sua teoria. Marx però non era un determinista e neppure un dottrinario bisbetico. Non si aspettava affatto che l’evento storico dovesse coincidere con l’analisi strutturale e con le sue predizioni. Non era un dogmatico credente nella necessità storica.</p>
<p id="viewer-848kc">Nel libro <em>Communal Luxury</em> Kristin Ross nota che per Marx «quel che contava di più della Comune non erano gli ideali da realizzare, ma l’esistenza di quell’esperimento. Sottolineava che gli insorti non avevano un modello astratto della società a venire. La Comune era un laboratorio funzionante di invenzioni politiche […] nei giorni della Comune Parigi non voleva essere la capitale della Francia ma un collettivo autonomo in una federazione universale dei popoli»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn1" rel="noopener" target="_blank">[1]</a>. In effetti Marx scrive:</p>
<p id="viewer-3b2bh">La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre <em>par dècret du peuple.</em> Sa che per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese.</p>
<p id="viewer-fm6jm">In <em>La Commune, Histoires et souvenirs </em><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn2" rel="noopener" target="_blank">[2]</a> Louise Michel racconta: «Una notte non so come capitò che noi due fossimo soli nella trincea di fronte alla stazione: l’ex Zuavo pontificio e io, con due fucili carichi […] fummo incredibilmente fortunati che la stazione non fosse attaccata quella notte […] mentre stavamo svolgendo il servizio, andando avanti e indietro nella trincea, lui mi disse a un tratto: che effetto ha su di te la vita che stiamo facendo? E io gli dissi, be’, l’effetto è quello di vedere che fronte a noi c’è un porto che dobbiamo raggiungere. E lui mi rispose: l’effetto che provo è quello di uno che sta leggendo un libro di avventure illustrato. Continuiamo a camminare avanti e indietro nella trincea nel silenzio».</p>
<p id="viewer-4vel8">In questa scena, in questa breve conversazione possiamo leggere una metafora del movimento rivoluzionario futuro che nel Ventesimo secolo era destinato a scuotere il mondo. Una appassionata intellettuale cammina insieme a un soldato del Vaticano che ha disertato i ranghi della coalizione filo-francese per unirsi alla guardia di quello strano esperimento un po’ fuori del mondo che non si era mai visto prima della Comune dei lavoratori. E lui chiede: qual è il senso dell’esperienza che stiamo vivendo? E lei risponde come un’intellettuale, come una militante politica: siamo su una barca e stiamo cercando di raggiungere il porto, per coprire e costruire una nuova terra, un nuovo mondo. Il soldato Zuavo scuote la testa, sorride, poi risponde francamente: no, no, per me è come leggere quei libri illustrati che descrivono panorami inimmaginabili ed eccitanti vie di fuga.</p>
<p id="viewer-c2vc3">In questo notturno dialogo si possono trovare i semi di due approcci differenti alla storia che hanno attraversato il Ventesimo secolo. Cos’è la storia, lo sforzo di raggiungere un porto, o un viaggio incantato alla scoperta di qualcosa che non ci aspettavamo?</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5 id="viewer-bu7mh"><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref1" rel="noopener" target="_blank">[1]</a> K. Ross,<em> Communal Luxury</em>, Verso, London 2015, p. 11. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref2" rel="noopener" target="_blank">[2]</a> La Decouverte, Paris 2005, p. 170, prima pubblicazione nel 1898.</h5>
<p><em>Machina/DeriveApprodi </em></p>
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		<title>L’alternativa possibile della Comune di Parigi</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2021 11:32:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>
		<category><![CDATA[Blanqui]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>
		<category><![CDATA[La Comune]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello Musto]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; L’alternativa possibile della Comune di Parigi di Marcello Musto Il 18 marzo del 1871 scoppiò in Francia una nuova rivoluzione che mise in pratica la democrazia diretta e l&#8217;autogoverno dei produttori. Quell&#8217;esperienza indica ancora come si può costruire una società radicalmente diversa da quella capitalista &#160; &#160; I borghesi avevano sempre ottenuto tutto. Sin [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories11/comune_parigi_jacobin_italia-990x361.jpg" alt="comune parigi jacobin italia 990x361" width="300" height="202" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>L’alternativa possibile della Comune di Parigi</h1>
<h3>di Marcello Musto</h3>
<p><strong>Il 18 marzo del 1871 scoppiò in Francia una nuova rivoluzione che mise in pratica la democrazia diretta e l&#8217;autogoverno dei produttori. Quell&#8217;esperienza indica ancora come si può costruire una società radicalmente diversa da quella capitalista</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I borghesi avevano sempre ottenuto tutto. Sin dalla rivoluzione del 1789, erano stati i soli ad arricchirsi nei periodi di prosperità, mentre la classe lavoratrice aveva dovuto regolarmente sopportare il costo delle crisi. La proclamazione della Terza Repubblica aprì nuovi scenari e offrì l’occasione per ribaltare questo corso. Napoleone III era stato sconfitto e catturato dai tedeschi, a Sedan, il 4 settembre 1870. Nel gennaio dell’anno seguente, la resa di Parigi, che era stata assediata per oltre quattro mesi, aveva costretto i francesi ad accettare le condizioni imposte da Otto von Bismarck. Ne seguì un armistizio che permise lo svolgimento di elezioni e la successiva nomina di Adolphe Thiers a capo del potere esecutivo, con il sostegno di una vasta maggioranza legittimista e orleanista. Nella capitale, però, in controtendenza con il resto del paese, lo schieramento progressista-repubblicano era risultato vincente con una schiacciante maggioranza e il malcontento popolare era più esteso che altrove. La prospettiva di un esecutivo che avrebbe lasciato immutate tutte le ingiustizie sociali, che voleva disarmare la città ed era intenzionato a far ricadere il prezzo della guerra sulle fasce meno abbienti, scatenò la ribellione. Il 18 marzo scoppiò una nuova rivoluzione; Thiers e la sua armata dovettero riparare a Versailles.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Di lotta e di governo</strong></h4>
<p>Gli insorti decisero di indire subito libere elezioni, per assicurare all’insurrezione la legittimità democratica. Il 26 marzo, una schiacciante maggioranza (190.000 voti contro 40.000) approvò le ragioni della rivolta e 70 degli 85 eletti si dichiararono a favore della rivoluzione.</p>
<p>I 15 rappresentanti moderati del cosiddetto «<em>parti de maires</em>», un gruppo composto da ex-presidenti di alcuni arrondissement, si dimisero immediatamente e non entrarono a far parte del consiglio della Comune. Furono seguiti poco dopo da quattro radicali. I restanti 66 membri – non facilmente distinguibili per le loro doppie appartenenze politiche – rappresentavano posizioni molto variegate. Tra essi vi erano una ventina di repubblicani neo-giacobini (inclusi gli autorevoli Charles Delescluze e Felix Pyat), una dozzina di proseliti di Auguste Blanqui, 17 appartenenti dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (al cui interno erano presenti sia i mutualisti seguaci di Pierre-Joseph Proudhon che i collettivisti legati a Karl Marx, spesso in contrasto tra loro) e un paio di indipendenti. La maggioranza dei componenti della Comune erano operai o rappresentanti riconosciuti della classe lavoratrice. In 14 provenivano dalla Guardia Nazionale. Fu proprio il comitato centrale di quest’ultima a consegnare il potere nelle mani della Comune, anche se questo atto fu l’inizio di una lunga serie di contraddizioni e conflitti tra le due entità.</p>
<p>Il 28 marzo una grande massa di cittadini si riunì nei pressi dell’Hôtel de Ville e salutò festante l’insediamento della nuova assemblea che prese ufficialmente il nome di Comune di Parigi. Anche se resistette soltanto 72 giorni, fu il più importante evento politico della storia del movimento operaio del XIX secolo. La Comune fece rinascere la speranza in una popolazione stremata da mesi di stenti. Nei quartieri sorsero comitati e gruppi in suo sostegno. In ogni angolo della metropoli, si moltiplicarono iniziative di solidarietà e piani per la costruzione di un mondo nuovo. Montmartre fu ribattezzata «la cittadella della libertà». Uno dei sentimenti predominanti fu il desiderio di condividere. Militanti come Louise Michel funsero da esempio per il loro spirito di abnegazione – Victor Hugo scrisse di lei: «facevi ciò che fanno le grandi anime folli. Glorificavi coloro che vengono schiacciati e sottomessi». Tuttavia, la Comune non visse per impulso di un leader o di poche figure carismatiche. Anzi, la sua principale caratteristica fu la sua dimensione spiccatamente collettiva. Donne e uomini si associarono volontariamente per un progetto comune di liberazione. L’autogestione non fu più considerata un’utopia. L’autoemancipazione venne ritenuta imprescindibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>La trasformazione del potere politico</strong></h4>
<p>Tra i primi decreti di emergenza emanati per arginare la dilagante povertà vi furono il blocco del pagamento degli affitti (era giusto che «la proprietà facesse la sua parte di sacrifici») e la sospensione della vendita degli oggetti – per un valore non superiore ai 20 franchi – che si trovavano presso il monte di pietà. Vennero anche istituite nove commissioni collegiali che avrebbero dovuto sostituire i ministeri esistenti: guerra, finanze, sicurezza generale, educazione, sussistenza, giustizia, lavoro e scambio, relazioni estere, servizi pubblici. In seguito, venne nominato un delegato alla direzione di ognuna di esse.</p>
<p>Il 19 aprile, tre giorni dopo le elezioni suppletive a seguito delle quali fu possibile sostituire 31 seggi rimasti quasi subito vacanti, la Comune redasse la <em>Dichiarazione al popolo francese</em>, all’interno della quale furono conclamati «la garanzia assoluta della libertà individuale, della libertà di coscienza e della libertà di lavoro» e «l’intervento permanente dei cittadini nelle vicende comunali». Venne affermato che il conflitto tra Parigi e Versailles «non poteva terminare con illusori compromessi» e che il popolo aveva «il dovere di lottare e vincere!». Ben più significativi dei contenuti di questo testo – sintesi alquanto ambigua per evitare tensioni tra le diverse tendenze politiche – furono gli atti concreti attraverso i quali i militanti della Comune si batterono per una trasformazione totale del potere politico. Essi avviarono un insieme di riforme che miravano a mutare profondamente non solo le modalità con le quali la politica veniva amministrata, ma la sua stessa natura. La democrazia diretta della Comune prevedeva la revocabilità degli eletti e il controllo del loro operato attraverso il vincolo di mandato (una misura insufficiente a dirimere la complessa questione della rappresentanza politica). I magistrati e le altre cariche pubbliche – anch’essi assoggettati a controllo permanente e alla possibilità di revoca – non sarebbero stati designati arbitrariamente, come in passato, ma nominati a seguito di concorso o di elezioni trasparenti. Occorreva impedire la professionalizzazione della sfera pubblica. Le decisioni politiche non spettavano a gruppi ristretti di funzionari e tecnici, ma dovevano essere prese dal popolo. Eserciti e forze di polizia non sarebbero più state istituzioni separate dal corpo della società. La separazione tra Stato e chiesa fu reputata una necessità irrinunciabile.</p>
<p>Il cambiamento politico non poteva, però, esaurirsi con l’adozione di queste misure. Doveva intervenire ben più alla radice. Bisognava ridurre drasticamente la burocrazia trasferendo l’esercizio del potere nelle mani del popolo. La sfera sociale doveva prevalere su quella politica e quest’ultima – come aveva già sostenuto Henri de Saint-Simon – non sarebbe più esistita come funzione specializzata, poiché sarebbe stata progressivamente assimilata dalle attività della società civile. Il corpo sociale si sarebbe reimpossessato di funzioni che erano state trasferite allo Stato. Abbattere il dominio di classe esistente non sarebbe stato sufficiente; occorreva estinguere il dominio di classe in quanto tale. Tutto ciò avrebbe consentito la realizzazione del disegno auspicato dai comunardi: una repubblica costituita dall’unione di libere associazioni veramente democratiche che sarebbero divenute promotrici dell’emancipazione di tutte le sue componenti. Era l’autogoverno dei produttori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>La priorità delle riforme sociali</strong></h4>
<p>La Comune riteneva che le riforme sociali fossero ancor più rilevanti dei rivolgimenti dell’ordine politico. Esse rappresentavano la sua ragion d’essere, il termometro attraverso il quale misurare la fedeltà ai princìpi per i quali era sorta, l’elemento di maggiore distinzione rispetto alle rivoluzioni che l’avevano preceduta nel 1789 e nel 1848. La Comune ratificò più di un provvedimento dal chiaro connotato di classe. Le scadenze dei debiti vennero procrastinate di tre anni e senza pagamento degli interessi. Gli sfratti per mancato versamento degli affitti vennero sospesi e si dispose che le abitazioni vacanti venissero requisite a favore dei senzatetto. Si organizzarono progetti per limitare la durata della giornata lavorativa (dalle iniziali 10 ore alle otto contemplate per il futuro), si proibì, pena sanzioni, la pratica diffusa tra gli imprenditori di comminare multe pretestuose agli operai al solo scopo di ridurre loro le paghe, furono stabiliti minimi salariali dignitosi. Venne sancita l’interdizione al cumulo di più lavori e fissato un limite massimo agli stipendi di quanti ricoprivano incarichi pubblici. Si fece quanto possibile per aumentare gli approvvigionamenti alimentari e per diminuire i prezzi. Il lavoro notturno nei panifici fu vietato e vennero aperte alcune macellerie municipali. Furono implementate diverse misure di assistenza sociale per i soggetti più deboli – compresa l’offerta di vivande a donne e bambini abbandonati – e venne deliberata la fine della discriminazione esistente tra figli legittimi e naturali.</p>
<p>Tutti i comunardi ritennero che la funzione dell’educazione fosse un fattore indispensabile per la liberazione degli individui, sinceramente convinti che essa rappresentasse il presupposto di ogni serio e duraturo mutamento sociale e politico. Pertanto, animarono molteplici e rilevanti dibattiti intorno alle proposte di riforma del sistema educativo. La scuola sarebbe stata resa obbligatoria e gratuita per tutte e tutti. L’insegnamento di stampo religioso sarebbe stato sostituito da quello laico, ispirato a un pensiero razionale e scientifico, e le spese di culto non sarebbero più gravate sul bilancio dello Stato. Nelle commissioni appositamente istituite e sugli organi di stampa apparvero numerose prese di posizione che evidenziarono quanto fosse fondamentale la scelta di investire sull’educazione femminile. Per diventare davvero «un servizio pubblico», la scuola doveva offrire uguali opportunità ai «bambini dei due sessi». Infine, essa doveva vietare «distinzioni di razza, nazionalità, fede o posizione sociale». Agli avanzamenti di carattere teorico, si accompagnarono prime iniziative pratiche e, in più di un arrondissement, migliaia di bambini della classe lavoratrice ricevettero gratuitamente i materiali didattici ed entrarono, per la prima volta, in un edificio scolastico.</p>
<p>La Comune legiferò anche misure di carattere socialista. Si decise che le officine abbandonate dai padroni fuggiti fuori città, ai quali si garantì un indennizzo al momento del ritorno, sarebbero state consegnate ad associazioni cooperative di operai. I teatri e i musei – che sarebbero stati aperti a tutti e non a pagamento – vennero collettivizzati e affidati alla gestione di quanti si erano uniti nella «Federazione degli artisti di Parigi», presieduta dal pittore e instancabile militante Gustave Courbet. A essa presero parte circa 300 scultori, architetti, litografi e pittori (tra i tanti anche Édouard Manet). A questa iniziativa seguì la nascita della «Federazione artistica» che raccolse gli attori e il mondo della lirica.</p>
<p>Tutte queste azioni e disposizioni furono sorprendentemente realizzate in 54 giorni, in una Parigi ancora martoriata dagli effetti della Guerra franco-prussiana. La Comune poté operare soltanto dal 29 marzo al 21 maggio e, per giunta, nel mezzo di una eroica resistenza agli attacchi di Versailles, per difendersi dai quali fu necessario un gran dispendio di energie umane e risorse finanziarie. Inoltre, poiché la Comune non disponeva di alcun mezzo coercitivo, molte delle decisioni assunte non furono applicate uniformemente nella vasta area della città. Esse costituirono, tuttavia, un notevole tentativo di riforma sociale e indicarono il cammino per un cambiamento possibile.</p>
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<h4><strong>Una lotta collettiva e femminista</strong></h4>
<p>La Comune fu ben più degli atti approvati dalla sua assemblea legislativa. Ambì finanche ad alterare energicamente lo spazio urbano, come dimostra la scelta di abbattere la Colonna Vendôme, reputata monumento alla barbarie e riprovevole simbolo della guerra, e a laicizzare alcuni luoghi di culto, destinando il loro uso alla collettività. La Comune visse grazie a una straordinaria partecipazione di massa e a un solido spirito di mutua assistenza. In questo rivolgimento contro l’autorità, i club rivoluzionari sorti con incredibile rapidità in quasi tutti gli arrondissement ebbero una funzione ragguardevole. Se ne costituirono ben 28 e rappresentarono uno degli esempi più calzanti della mobilitazione spontanea che accompagnò la Comune. Aperti ogni sera, essi offrirono ai cittadini la possibilità di incontrarsi, dopo il lavoro, per dibattere liberamente sulla situazione sociale e politica, verificare quanto realizzato dai propri rappresentanti e suggerire alternative per la risoluzione delle problematiche quotidiane. Si trattava di associazioni orizzontali che favorivano la formazione e l’espressione della sovranità popolare, ma anche di spazi di autentica sorellanza e fraternità. Erano i luoghi dove ciascuno poteva respirare l’inebriante possibilità di rendersi padrone del proprio destino.</p>
<p>Tale percorso di emancipazione non prevedeva discriminazioni di carattere nazionale. Il titolo di cittadini della Comune andava garantito a tutti coloro che si adoperavano per il suo sviluppo e gli stranieri avevano gli stessi diritti sociali garantiti ai francesi. Riprova di questo principio di uguaglianza fu il ruolo predominante assunto da diversi stranieri (circa 3.000 in totale). L’ungherese e membro dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori Léo Frankel non solo sedette tra gli eletti della Comune, ma fu anche il responsabile della commissione lavoro – uno dei «ministeri» più importanti di Parigi. Ruolo altrettanto rilevante ebbero i polacchi Jaroslaw Dombrowski e Walery Wroblewski, entrambi autorevoli generali a capo della Guardia Nazionale.</p>
<p>In questo contesto, le donne, pur se ancora private del diritto al voto e, di conseguenza, anche a quello di sedere tra i rappresentanti del Consiglio della Comune, svolsero una funzione essenziale per la critica dell’ordine sociale esistente. Trasgredirono le norme della società borghese e affermarono una loro nuova identità in opposizione ai valori della famiglia patriarcale. Uscirono dalla dimensione privata e si occuparono della sfera pubblica. Costituirono l’«Unione delle donne per la difesa di Parigi e per la cura dei feriti» (sorta grazie all’incessante attività di Élisabeth Dmitrieff, militante dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori) ed ebbero un ruolo centrale nell’identificazione di battaglie sociali strategiche. Ottennero la chiusura delle case di tolleranza, conseguirono la parità di salario con gli insegnanti maschi, coniarono lo slogan «uguale retribuzione per uguale lavoro», rivendicarono pari diritti nel matrimonio, pretesero il riconoscimento delle libere unioni, promossero la nascita di camere sindacali esclusivamente femminili. Quando, alla metà di maggio, la situazione militare volse al peggio, con le truppe di Versailles giunte alle porte di Parigi, le donne presero le armi e riuscirono anche a formare un loro battaglione. In molte esalarono l’ultimo respiro sulle barricate. La propaganda borghese le rese oggetto dei più spietati attacchi, tacciandole di avere dato fuoco alla città durante gli scontri e bollandole con l’epiteto dispregiativo di <em>pétroleuses</em>.</p>
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<h4><strong>Accentrare o decentralizzare?</strong></h4>
<p>La Comune voleva instaurare un’autentica democrazia. Si trattava di un progetto ambizioso e di difficile attuazione. La sovranità popolare alla quale ambivano i rivoluzionari implicava una partecipazione del più alto numero possibile di cittadini. Sin dalla fine di marzo, a Parigi si erano sviluppati una miriade di commissioni centrali, sotto-comitati di quartiere, club rivoluzionari e battaglioni di soldati che affiancarono il già complesso duopolio composto dal consiglio della Comune e dal comitato centrale della Guardia Nazionale. Quest’ultimo, infatti, aveva conservato il controllo del potere militare, operando,  spesso, come un vero contropotere del primo. Se l’impegno diretto di un’ampia parte della popolazione costituiva una vitale garanzia democratica, le troppe autorità in campo avevano reso complicato il processo decisionale e tortuosa l’applicazione delle ordinanze.</p>
<p>Il problema della relazione tra l’autorità centrale e gli organi locali produsse non pochi cortocircuiti, determinando una situazione caotica e non di rado paralizzante. L’equilibrio già precario saltò del tutto quando, dinanzi all’emergenza della guerra, all’indisciplina presente tra i ranghi della Guardia Nazionale e a una crescente inefficacia dell’azione governativa, Jules Miot propose la creazione di un Comitato di Salute Pubblica di cinque componenti – una soluzione che si ispirava al modello dittatoriale di Maximilien Robespierre nel 1793. La misura venne approvata, con 45 voti a favore e 23 contrari, il primo maggio. Fu un drammatico errore che decretò l’inizio della fine di un’esperienza politica inedita e spaccò la Comune in due blocchi contrapposti. Al primo appartenevano neo-giacobini e blanquisti, propensi alla concentrazione del potere e, al fine, in favore del primato della dimensione politica su quella sociale. Del secondo facevano parte la maggioranza dei membri dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, per i quali la sfera sociale era più significativa di quella politica. Essi ritenevano necessaria la separazione dei poteri e credevano che la repubblica non dovesse mai mettere in discussione le libertà politiche. Coordinati dall’infaticabile Eugène Varlin, pronunciarono un netto rifiuto alle derive autoritarie e non parteciparono all’elezione del Comitato di Salute Pubblica. Per loro, il potere centralizzato nelle mani di pochi individui sarebbe stato in netto contrasto con i postulati della Comune. I suoi eletti non erano i possessori della sovranità – essa apparteneva al popolo – e, pertanto, non avevano alcun diritto di alienarla. Il 21 maggio, allorquando la minoranza prese di nuovo parte a una seduta del consiglio della Comune, fu posto in essere un nuovo tentativo di ritessere l’unità al suo interno. Era, però, già troppo tardi.</p>
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<h4><strong>La Comune come sinonimo della rivoluzione</strong></h4>
<p>La Comune di Parigi fu repressa con brutale violenza dalle armate di Versailles. Durante la cosiddetta «settimana di sangue» (21-28 maggio) vennero uccisi tra i 17.000 e i 25.000 cittadini. Gli ultimi combattimenti si svolsero lungo la cinta del cimitero Père-Lachaise. Il giovane Arthur Rimbaud descrisse la capitale francese come una «città dolorosa, quasi morta». Fu il massacro più violento della storia della Francia. Solo in 6.000 riuscirono a fuggire e a riparare in esilio tra Inghilterra, Belgio e Svizzera. I prigionieri catturati furono 43.522. Un centinaio di questi subì la condanna a morte, a seguito di processi sommari inscenati da corti marziali, mentre in circa 13.500 vennero spediti in carcere, ai lavori forzati, o deportati (in numero consistente soprattutto nella remota Nuova Caledonia). Alcuni di essi solidarizzarono e condivisero la stessa sorte degli insorti algerini che avevano capeggiato la rivolta anticoloniale di Mokrani, svoltasi in contemporanea alla Comune e anch’essa schiacciata dalla violenza delle truppe francesi.</p>
<p>Lo spettro della Comune intensificò la repressione anti-socialista in tutt’Europa. Sottacendo l’inaudita violenza di Stato operata da Thiers, la stampa conservatrice e liberale accusò i comunardi dei peggiori crimini ed espresse grande sollievo per il ripristino «dell’ordine naturale» e della legalità borghese, nonché compiacimento per il trionfo della «civiltà» sull’anarchia. Quanti avevano osato infrangere l’autorità e attentare ai privilegi della classe dominante furono puniti in modo esemplare. Le donne tornarono a essere considerate esseri inferiori e gli operai, dalle mani sporche e piene di calli, che avevano osato pensare di poter governare, furono ricacciati nei posti della società ritenuti a loro congeniali.</p>
<p>Eppure, l’insurrezione parigina diede forza alle lotte operaie e le spinse verso posizioni più radicali. All’indomani della sua sconfitta, Eugène Pottier scrisse un canto destinato a diventare il più celebre del movimento dei lavoratori. I suoi versi recitavano: «Uniamoci e domani <em>L’Internazionale</em> sarà il genere umano!». Parigi aveva mostrato che bisognava perseguire l’obiettivo della costruzione di una società radicalmente diversa da quella capitalistica. Da quel momento in poi, anche se per i suoi protagonisti non giunse mai <em>Il tempo delle ciliegie</em> (secondo il titolo del celebre brano composto dal comunardo Jean Baptiste Clément), la Comune incarnò contemporaneamente l’idea astratta e il cambiamento concreto. Divenne sinonimo del concetto stesso di rivoluzione, fu un’esperienza ontologica della classe lavoratrice. In <em>La guerra civile in Francia</em>, Marx affermò che questa «avanguardia del proletariato moderno» riuscì ad «annettere alla Francia gli operai di tutto il mondo». La Comune di Parigi mutò le coscienze dei lavoratori e la loro percezione collettiva. A distanza di 150 anni, il suo rosso vessillo continua a sventolare e ci ricorda che un’alternativa è sempre possibile. <em>Vive la Commune!</em></p>
<hr />
<h5><em>* Marcello Musto è Professore di Sociologia presso la York University di Toronto. Le sue pubblicazioni, tradotte in oltre venti lingue, sono disponibili su <a href="http://www.marcellomusto.org/">www.marcellomusto.org</a>. </em></h5>
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		<title>Evento e struttura in Marx</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2021 10:59:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Evento e struttura in Marx Note su La guerra civile in Francia &#160; Il concetto di rivoluzione non viene elaborato in modo specifico nelle opere di Marx: si potrebbe dire, sostiene Franco Berardi Bifo, che quello di rivoluzione non è neppure un concetto, per lui: è un evento difficilmente concettualizzabile in termini strutturali. Ne parla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div data-hook="post-title">
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<h1 data-hook="post-title"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/03/venezia-campanile-di-legno-orologi-home-art.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7199" title="venezia-campanile-di-legno-orologi-home-art" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/03/venezia-campanile-di-legno-orologi-home-art-300x298.jpg" alt="" width="300" height="298" /></a></h1>
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<h3 id="viewer-foo">Note su <em>La guerra civile</em> <em>in Francia</em></h3>
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<p id="viewer-51rtm"><em>Il concetto di rivoluzione non viene elaborato in modo specifico nelle opere di Marx: si potrebbe dire, sostiene Franco Berardi Bifo, che quello di rivoluzione non è neppure un concetto, per lui: è un evento difficilmente concettualizzabile in termini strutturali. Ne parla negli scritti storici, nel </em>Manifesto del partito comunista<em> e ne </em>La guerra civile<em> </em>in Francia<em>. Questo breve documento, pubblicato a Londra nel 1871, raccoglie tre discorsi tenuti al Consiglio generale dell’Internazionale. Le pagine centrali del pamphlet sono dedicate alla Comune di Parigi, di cui in questi giorni ricorrono i 150 anni: in presa diretta Marx ne coglie la straordinaria novità, come manifestazione autonoma della classe operaia in quanto soggetto politico. La Comune durò meno di cento giorni, eppure marcò in modo profondo l’immaginazione politica del secolo successivo, fino ad arrivare ai giorni nostri. Quell’esperimento, «forma politica finalmente scoperta», non è la manifestazione di una tendenza implicita ma un evento imprevedibile, in quanto la struttura non implica necessariamente ogni evento. Marx lo capisce, perché non era un determinista e neppure un dottrinario bisbetico, un dogmatico credente nella necessità storica. Centocinquant’anni dopo, ripercorriamo con Bifo quel viaggio incantato alla scoperta di qualcosa che non ci aspettiamo.</em></p>
<div id="viewer-4oad"></div>
<p id="viewer-fddk5">* * *</p>
<div id="viewer-fg3ab"></div>
<p id="viewer-546bf">Marx non ha parlato molto di rivoluzione. Il concetto di rivoluzione non viene elaborato in modo specifico nelle sue opere. Oserei dire che quello di rivoluzione non è neppure un concetto, per lui: è un evento che difficilmente si può concettualizzare in termini strutturali.</p>
<p id="viewer-4orce">Di rivoluzione Marx parla nel <em>Manifesto comunista</em> del 1848, e ne <em>La guerra civile in Francia</em>. Anche se il <em>Manifesto</em> è più conosciuto, l’altro scritto è rilevante in quanto giudizio maturo sullo sviluppo della forza politica della classe operaia.</p>
<p id="viewer-dhvb8">Per quanto le sue opere precedenti fossero largamente note e il suo nome rispettato dagli insorti della Comune, Marx non influenzò direttamente gli eventi del 1871. Le teorie cospiratorie Blanqui e le utopie anarchiche di Proudhon erano più diffuse nella formazione politica dei comunardi. Ma questo non ha molta importanza, per Marx: sa che la lotta di classe è un divenire spontaneo più che un processo coscientemente diretto, e sa che l’emancipazione possibile del tempo umano dalle catene del lavoro salariato non dipende soltanto della dinamica strutturale del conflitto sociale, ma dipende anche dall’emergere imprevedibile degli eventi.</p>
<p id="viewer-brh4f">Il compito che Marx assegna a se stesso è quello dell’interpretazione degli eventi come espressione di una dinamica immanente, che trascende la coscienza degli attori e la capricciosa variabilità degli eventi. Nonostante il ruolo decisivo che Marx svolse nella creazione e nella direzione dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, il suo profilo non è tanto quello di un leader politico, di qualcuno che dirige il movimento e si rivolge alle folle dei rivoltosi. È piuttosto il profilo di un interprete dei segni, che collega lo sviluppo della struttura immanente con l’evoluzione della soggettività sociale.</p>
<p id="viewer-p3h8">La biografia di Marx, e anche la sua opera, girano attorno a due compiti differenti e qualche volta anche divergenti: il primo è quello di costruire un edificio teorico, il secondo quello di partecipare ai conflitti storici del suo tempo, con un interesse speciale per le prime manifestazioni del nuovo attore politico e sociale, la classe operaia. Gli scritti teorici a cui ha dedicato la sua energia intellettuale, particolarmente <em>Il Capitale</em> e i <em>Grundrisse</em>, oltre ai testi filosofici giovanili, vanno letti come il tentativo di estrapolare tendenze storiche destinate a prevalere nel lungo periodo, mentre i testi occasioni scritti nel contesto degli accadimenti vanno letti in relazione ai dibattiti intellettuali e politici del suo tempo.</p>
<p id="viewer-28qdj">Marx non fu solo un filosofo, ma, in coerenza con la sua undicesima tesi su Feuerbach, fu anche un giornalista, un organizzatore politico e un polemista, in qualche modo dunque un attivista. Alcuni dei suoi libri sono collezioni di articoli (<em>Lavoro salariato e capitale</em> fu pubblicato dapprima nella «Neue Rheinische Zeitung» nel 1847), altri sono discorsi pronunciati davanti a un pubblico operaio (<em>Salario, prezzo e profitto</em> è la trascrizione di un discorso tenuto alla riunione della Prima Internazionale nel giugno del 1865).</p>
<p id="viewer-2g7t0">Il testo intitolato <em>La guerra civile in Francia</em>, pubblicato a Londra il 13 giugno del 1871, è un breve documento di trentacinque pagine, che risulta dalla raccolta di tre discorsi tenuti al Consiglio generale dell’Internazionale in tre momenti differenti. Scritti originariamente in inglese, i testi sono ispirati dagli eventi che si stanno svolgendo a Parigi tra il 1870 e il 1871: eventi che culminarono nell’esperienza della Comune di Parigi. Il pamphlet contiene considerazioni sulla guerra franco-prussiana, sull’insurrezione di Parigi, sul tradimento del governo di Thiers e su molti altri dettagli. Ma le pagine centrali sono quelle dedicate all’esperienza della Comune: un apprezzamento della sua novità come manifestazione autonoma della classe operaia in quanto soggetto politico. Negli anni successivi alla prima pubblicazione il pamphlet fu tradotto in francese, tedesco, russo, italiano, spagnolo, olandese, fiammingo, croato, danese e polacco, e rilanciato da diversi giornali.</p>
<p id="viewer-akini">La novità assoluta dell’esperienza parigina che durò meno di cento giorni, eppure marcò in modo profondo l’immaginazione politica del secolo successivo, è percepita con chiarezza da Marx. Anche se una larga parte del testo è concentrato sugli accadimenti politici e militari, quel che più interessa Marx è il contenuto sociale dell’attività quotidiana dei comunardi, particolarmente la promulgazione di misure per il miglioramento della vita collettiva. Il giorno per giorno della Comune viene infatti segnato dalla promulgazione di leggi che gettano le basi per una trasformazione socialista della produzione e della vita collettiva. In una pagina del testo Marx sintetizza i primi passi della Comune:</p>
<p id="viewer-1mcsq">[…] «la bandiera della Comune è la bandiera della repubblica mondiale». Il primo aprile venne deciso che lo stipendio più elevato di un impiegato della Comune, compreso dunque quello dei suoi stessi membri, non dovesse superare 6000 franchi. Il giorno seguente la Comune decretò la separazione della Chiesa dallo Stato e l’abrogazione di tutti i versamenti dello Stato a scopi religiosi, come pure la trasformazione di tutti i beni ecclesiastici in patrimonio nazionale; in seguito a ciò l’8 aprile fu deciso di dare il bando dalle scuole a tutti i simboli religiosi, immagini, dogmi, preghiere, insomma a «tutto ciò che appartiene al campo della coscienza individuale», e la misura venne a poco a poco applicata. Il giorno 5, in risposta alle fucilazioni, che si rinnovavano ogni giorno, dei combattenti della Comune fatti prigionieri dalle truppe di Versailles, fu emanato un decreto circa l’arresto di ostaggi, ma non venne mai eseguito. Il 6 fu tirata fuori la ghigliottina con l’aiuto del 137° battaglione della Guardia nazionale, e bruciata in pubblico tra alte grida di giubilo popolare. Il 12 la Comune decise di abbattere la colonna della vittoria di Piazza Vendôme, fusa dopo la guerra del 1809 con i cannoni presi da Napoleone, ed eretta come simbolo dello sciovinismo e dell’odio tra i popoli. La cosa venne fatta il 16 maggio. Il 16 aprile la Comune ordinò una statistica delle fabbriche lasciate inoperose dagli industriali, e la elaborazione di progetti per l’esercizio di queste fabbriche a mezzo degli operai fino allora occupati in esse, da riunirsi ora in società cooperative, e per l’organizzazione di queste società in una grande unione. Il 20 essa abolì il lavoro notturno dei fornai, come pure la registrazione degli operai esercitata a partire dal Secondo Impero esclusivamente per mezzo di soggetti nominati dalla polizia, autentici sfruttatori degli operai. La registrazione venne affidata ai municipi dei venti mandamenti di Parigi. Il 30 aprile ordinò l’abolizione delle case di pegno, che non erano se non uno sfruttamento privato degli operai, in contraddizione col diritto degli operai ai loro strumenti di lavoro e al credito. Il 5 maggio decretò la demolizione della cappella espiatoria costruita in ammenda della esecuzione capitale di Luigi XVI.</p>
<div id="viewer-1rbmq"></div>
<p id="viewer-aqrks">Per la prima volta nella storia il problema del lavoro, particolarmente la riduzione del tempo di lavoro, viene al centro della cultura progressiva che si sta formando. Al tempo stesso per la prima volta nella storia l’evoluzione della lotta di classe affronta consapevolmente il problema dello Stato. Questi due livelli, trasformazione sociale del rapporto tra lavoro e capitale e trasformazione socialista dello Stato, vanno esaminati in maniera differente. Il primo concerne la dimensione strutturale che Marx ha esplorato nei suoi testi teorici, la contraddizione fondamentale tra lavoro e capitale, la caduta tendenziale del tasso di profitto e la possibile emancipazione della vita sociale dal lavoro salariato, che si inscrive nell’evoluzione dell’intelletto generale. Il secondo livello concerne la dimensione dell’evento: la volontà individuale e il consenso sociale non possono ridursi a dinamiche strutturali. Questa dimensione sfugge all’analisi strutturale, e apre la porta alla sfera imprevedibile dell’autonomia soggettiva.</p>
<p id="viewer-fmt7v">Venti anni dopo la Comune, e nove anni dopo la morte di Karl Marx, nella Introduzione alla nuova edizione de <em>La guerra civile in Francia</em>, Friedrich Engels scrive: «Il 28 maggio gli ultimi combattenti della Comune soccombevano a forze preponderanti sulla collina di Belleville, e non più di due giorni dopo, il 30, Marx leggeva al Consiglio generale lo scritto nel quale l’importanza storica della Comune di Parigi è espressa in tratti concisi, potenti e soprattutto così veri, come non si è più riusciti a fare in tutta la enorme letteratura su questo argomento». Riflettendo sull’esperienza della Comune Engels dice che essa «dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta giunta al potere, non può continuare a governare la vecchia macchina dello Stato, che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da una parte deve eliminare tutta la vecchia macchina repressiva già sfruttata contro di essa, e dall’altra deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli senza nessuna eccezione e in ogni momento revocabili».</p>
<p id="viewer-dmb8">Engels si stava ponendo il problema che più tardi cercò di risolvere Lenin, nel bene e nel male: il problema della relazione tra la struttura e l’evento, tra la dinamica iscritta nel processo generale di produzione (che conduce alla riduzione del tempo di lavoro e all’emancipazione della società dal lavoro salariato), e le imprevedibili svolte della soggettività sociale e della volontà politica. Lenin enfatizzerà l’azione non determinata della volontà politica, e Gramsci infatti, in un articolo pubblicato il 24 novembre del 1917 sul giornale socialista «Avanti», saluta la Rivoluzione bolscevica come una rivoluzione contro <em>il Capitale </em>nel doppio senso dell’espressione. Un evento che rompe la catena strutturale concettualizzata da Marx. L’evento della Rivoluzione russa, come l’evento della Comune di Parigi, non è predicibile in quanto non è uno sviluppo necessario della dinamica strutturale iscritta nel processo di produzione. Inoltre Gramsci vuole dire che la Rivoluzione russa si può considerare come una violazione o come una refutazione della convinzione di Marx che la rivoluzione socialista si deve sviluppare per prima nei paesi industriali più avanzati. Allo stesso modo la Comune non è la manifestazione di una tendenza implicita, ma un evento imprevedibile. L’evento e la struttura non si possono descrivere in termini di implicazione reciproca necessaria. La struttura non implica necessariamente ogni evento.</p>
<p id="viewer-71mon">Secondo quanto scrive Franz Mehring, nella primavera del 1871 la polizia di Parigi fece circolare un rapporto secondo cui Marx aveva espresso il suo dissenso dai comunardi, particolarmente per la ragione che erano più concentrati su questioni politiche che su questioni sociali. Subito dopo Marx rispose con un articolo pubblicato su «The Times», in cui accusava il rapporto di polizia di essere una fabbricazione insolente, una <em>fake news</em> per intenderci. In quanto persona eticamente motivata, come militante politico Marx si sentiva impegnato completamente nel sostegno alla Comune di Parigi. Ciononostante quel rapporto di polizia non è completamente privo di senso. Un <em>flic</em> intelligente che magari aveva letto i testi teorici di Karl Marx poteva ragionevolmente intuire che il severo filosofo non era d’accordo con la simbologia politica dei comunardi e poteva dunque disconoscere l’evento in nome delle previsioni strutturali implicite nella sua teoria. Marx però non era un determinista e neppure un dottrinario bisbetico. Non si aspettava affatto che l’evento storico dovesse coincidere con l’analisi strutturale e con le sue predizioni. Non era un dogmatico credente nella necessità storica.</p>
<p id="viewer-848kc">Nel libro <em>Communal Luxury</em> Kristin Ross nota che per Marx «quel che contava di più della Comune non erano gli ideali da realizzare, ma l’esistenza di quell’esperimento. Sottolineava che gli insorti non avevano un modello astratto della società a venire. La Comune era un laboratorio funzionante di invenzioni politiche […] nei giorni della Comune Parigi non voleva essere la capitale della Francia ma un collettivo autonomo in una federazione universale dei popoli»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn1" rel="noopener" target="_blank">[1]</a>. In effetti Marx scrive:</p>
<p id="viewer-3b2bh">La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre <em>par dècret du peuple.</em> Sa che per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese.</p>
<p><strong>Franco Berardi Bifo</strong></p>
<div id="viewer-9vas5"></div>
<p id="viewer-fm6jm">In <em>La Commune, Histoires et souvenirs </em><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn2" rel="noopener" target="_blank">[2]</a> Louise Michel racconta: «Una notte non so come capitò che noi due fossimo soli nella trincea di fronte alla stazione: l’ex Zuavo pontificio e io, con due fucili carichi […] fummo incredibilmente fortunati che la stazione non fosse attaccata quella notte […] mentre stavamo svolgendo il servizio, andando avanti e indietro nella trincea, lui mi disse a un tratto: che effetto ha su di te la vita che stiamo facendo? E io gli dissi, be’, l’effetto è quello di vedere che fronte a noi c’è un porto che dobbiamo raggiungere. E lui mi rispose: l’effetto che provo è quello di uno che sta leggendo un libro di avventure illustrato. Continuiamo a camminare avanti e indietro nella trincea nel silenzio».</p>
<p id="viewer-4vel8">In questa scena, in questa breve conversazione possiamo leggere una metafora del movimento rivoluzionario futuro che nel Ventesimo secolo era destinato a scuotere il mondo. Una appassionata intellettuale cammina insieme a un soldato del Vaticano che ha disertato i ranghi della coalizione filo-francese per unirsi alla guardia di quello strano esperimento un po’ fuori del mondo che non si era mai visto prima della Comune dei lavoratori. E lui chiede: qual è il senso dell’esperienza che stiamo vivendo? E lei risponde come un’intellettuale, come una militante politica: siamo su una barca e stiamo cercando di raggiungere il porto, per coprire e costruire una nuova terra, un nuovo mondo. Il soldato Zuavo scuote la testa, sorride, poi risponde francamente: no, no, per me è come leggere quei libri illustrati che descrivono panorami inimmaginabili ed eccitanti vie di fuga.</p>
<p id="viewer-c2vc3">In questo notturno dialogo si possono trovare i semi di due approcci differenti alla storia che hanno attraversato il Ventesimo secolo. Cos’è la storia, lo sforzo di raggiungere un porto, o un viaggio incantato alla scoperta di qualcosa che non ci aspettavamo?</p>
<p id="viewer-bu7mh"><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref1" rel="noopener" target="_blank">[1]</a> K. Ross,<em> Communal Luxury</em>, Verso, London 2015, p. 11. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref2" rel="noopener" target="_blank">[2]</a> La Decouverte, Paris 2005, p. 170, prima pubblicazione nel 1898.</p>
<p><em>Machina/DeriveApprodi</em></p>
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