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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Resistenze</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Zyuganov: la chiave per la vittoria è nell’unità!</title>
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		<pubDate>Thu, 18 May 2023 17:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Zyuganov: la chiave per la vittoria è nell’unità! Intervento del Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa e Capogruppo del Partito Comunista alla Duma di Stato, G. A. Zyuganov, alla sessione plenaria della Duma di Stato il 16 maggio 2023 &#160; Di:Gennadij Andreevic Zyuganov, Presidente del Partito Comunista della Federazione [...]]]></description>
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<h1>Zyuganov: la chiave per la vittoria è nell’unità!</h1>
<div>Intervento del Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa e Capogruppo del Partito Comunista alla Duma di Stato, G. A. Zyuganov, alla sessione plenaria della Duma di Stato il 16 maggio 2023</div>
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<div>Di:Gennadij Andreevic Zyuganov, Presidente del Partito Comunista della Federazione Russa, da “La Pravda”, 18 maggio 2023. Versione italiana a cura di Liliana Calabrese</div>
<div><time datetime="2023-05-18T13:57:00+02:00">18 Maggio 2023</time></div>
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<p><em>Cari colleghi!</em><br />
Nella Giornata della Vittoria, durante la Parata della Vittoria del 9 maggio, il presidente Putin ha sottolineato che è stata dichiarata alla Russia una vera guerra. Condivido pienamente questa valutazione anche se, il giorno dopo, il suo addetto stampa Peskov ha detto che non stavamo conducendo una guerra, ma un’operazione speciale.</p>
<p><img src="https://www.cumpanis.net/wp-content/uploads/2023/05/Immagine-per-home-articolo-Ziuganov.jfif_-300x154.jpg" alt="" width="300" height="154" /></p>
<p>Dopotutto, la guerra comporta la distruzione di tutte le città e le infrastrutture del nemico. Ma penso che si sbagli profondamente.<br />
Se i nazisti avessero affrontato frontalmente la linea Maginot, l’attacco avrebbe richiesto numerose truppe e impegnato l’esercito in una battaglia che sarebbe durata moltissimo tempo. Aggirarono le fortificazioni attraversando le Ardenne e presero Parigi senza sparare un colpo con solo tre divisioni corazzate, le stesse che in seguito, vicino a Stalingrado, furono distrutte o catturate. Ci sono 156 nomi francesi associati a Stalingrado e i loro connazionali hanno reso omaggio alla grande impresa dell’esercito sovietico e del nostro popolo.<br />
Ma oggi agiscono nella morsa comune dell’Occidente collettivo, che sta conducendo non solo una guerra contro di noi, ma una guerra ibrida attuata su quattro fronti chiave. Prima di tutto, è una guerra calda in Ucraina. Sono d’accordo con il vice Slutsky: l’Ucraina è nelle mani di terroristi e nazisti, viene utilizzata come trampolino di lancio, essa stessa è stata fatta prigioniera e dobbiamo fare di tutto per liberare il fraterno popolo ucraino.<br />
Per quanto riguarda la guerra finanziaria ed economica, abbiamo resistito. Ma il danno è stato molto forte e influirà ancora molto. Basta ricordare che i nostri cittadini continuano a subire l’impoverimento per l’ottavo anno consecutivo.<br />
E stiamo perdendo la guerra dell’informazione e della propaganda. Anche durante la campagna elettorale, i nostri deputati non hanno la possibilità di comunicare con i propri elettori. La trasmissione sulla televisione di Stato viene tagliata così tanto da restare semplicemente sbalorditi!<br />
Ma c’è anche una guerra del terrorismo. Ha le sue leggi e lo testimoniano gli attentati terroristici che già avvengono quotidianamente nei nostri spazi aperti. Ho appena incontrato il capo della regione di Belgorod. Lì, sette distretti vengono bombardati ogni giorno. E non vedo la risposta giusta, anche se sappiamo bene come combattere il terrorismo.<br />
Ogni volta, il politologo Nikonov conclude la sua trasmissione con le parole: “La nostra causa è giusta – la vittoria sarà nostra!”. Ma la vittoria nella Grande Guerra Patriottica è stata ottenuta solo dopo aver ricostruito la macchina economica, creato un’industria potente, rilanciato la grande scienza e fatto di tutto per istruire i comandanti patriottici.<br />
Più della metà del personale dell’esercito vittorioso dell’Unione Sovietica nella guerra contro la Germania nazista erano comunisti e membri del Komsomol. Sette comandanti su dieci che presero d’assalto Berlino erano insegnanti e direttori di scuole sovietiche. E oggi il “partito del potere” è obbligato a ricordarlo e a non condonare l’antisovietismo e la calunnia sul nostro passato, che continuano ad essere trasmessi in onda in questo momento difficilissimo!<br />
Di recente, ho chiesto a un mio amico che tiene lezioni in una delle migliori università del Paese: “Come hanno reagito gli studenti al discorso di Prigozhin?”. Ha risposto: “Letteralmente tutti hanno guardato sul web”. Chiedo: “Gli studenti non guardano la televisione russa?” E la risposta è stata: “Nessuno”.<br />
Dobbiamo capire chiaramente che dobbiamo prenderci cura delle giovani generazioni! Finora, i funzionari responsabili dell’informazione e del lavoro con i giovani non sono stati in grado di comunicare adeguatamente ai giovani come sta andando l’operazione militare. E convincerli davvero che una persona è obbligata a difendere la propria patria.<br />
Il potenziale per vincere è una cosa estremamente importante. Noi, nel nostro Partito e nel nostro Gruppo alla Duma, prestiamo particolare attenzione a questo. Alla vigilia del Giorno della Vittoria abbiamo tenuto una serie di azioni che hanno influenzato notevolmente l’animo delle nostre giovani generazioni.<br />
Alla vigilia della Parata della Vittoria, ho scritto una lettera aperta al presidente Putin, inviata anche a 31 membri del Consiglio di sicurezza. Conteneva un appello a nome delle forze patriottiche del Paese: non recintate il Mausoleo! Non si può vedere metà della Piazza Rossa a causa delle barriere. Non si vede come il ministro della Difesa presenta il rapporto e come il presidente lo accetta. Questo non è assolutamente normale! Questa recinzione ci separa dalla grande era sovietica, dagli eroici vincitori e divide il Paese!<br />
Dobbiamo fare di tutto per unire la società. E nel discorso del presidente è stato particolarmente sottolineato: “per il bene della Russia, per il bene della vittoria, è necessario mobilitare, mobilitare tutte le forze!”. Sosteniamo pienamente questo appello.</p>
<p><img src="https://www.cumpanis.net/wp-content/uploads/2023/05/Seconda-Immagine-per-interno-articolo-Ziuganov.jfif_.jpg" alt="" width="275" height="183" /></p>
<p>Ho partecipato a 40 sfilate del 9 maggio.<br />
Alla parata del 2005, in occasione del 60° anniversario della Vittoria, hanno partecipato 57 capi di Stato, inclusi membri della NATO.<br />
Alla parata del 2015, nel 70° anniversario della Vittoria, hanno partecipato 700 soldati armati di eserciti stranieri provenienti da 10 Stati. Ma nessuno dei membri della NATO era lì.<br />
Otto leader dei Paesi della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) sono arrivati alla parata il 9 maggio 2023. Dobbiamo rendere omaggio al nostro presidente, che ha fatto di tutto per costruire relazioni affidabili sulla falsariga della SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) e dei BRICS. Occorre fornire alla Russia il sostegno dei Paesi dell’Asia e dell’Africa, civiltà e potenze chiave.<br />
Ora si sta preparando un evento molto importante: il nostro vertice congiunto con i Paesi dell’America Latina. Ieri, tutti i leader hanno sostenuto l’iniziativa. I nostri deputati Kalashnikov e Novikov sono attivamente coinvolti in questo lavoro. E faremo di tutto per garantire un supporto massiccio a questo evento.<br />
Per vincere, dobbiamo fare affidamento sulla grande epoca sovietica con i suoi grandi successi e sul comune desiderio delle forze progressiste di tutto il mondo di combattere il fascismo. Abbiamo tenuto un forum antifascista su larga scala a Minsk, organizzato attivamente da Novikov e dagli altri nostri compagni. Questo forum ha riunito delegazioni provenienti da più di 50 Paesi. I rappresentanti della Cina si sono comportati brillantemente. Anche gli antifascisti europei – tedeschi, ungheresi, portoghesi – non si sono tirati indietro. I latinoamericani hanno preso parte attiva all’evento. Abbiamo indirizzato a tutte le parti un messaggio a seguito dei risultati del forum, rivolto anche alla “Russia Unita” dalla quale non hanno ricevuto risposta nonostante fossimo supportati da tutti i continenti.<br />
A breve, la nostra numerosa delegazione partirà per Cina, India e Vietnam. Senza un’alleanza con questi Stati, senza il loro sostegno, non riusciremo a far fronte alle sfide che ci sono davanti! Quindi, lavoriamo insieme per rafforzare il più possibile il nostro rapporto con loro!<br />
Oggi voglio ricordarvi gli eventi cruciali del 1943, quando il nostro enorme potenziale militare iniziò a prendere davvero forma. In seguito, 80 anni fa, furono condotte cinque grandi operazioni che, di fatto, inflissero una sconfitta strategica alla Wehrmacht. Questo è, oggi, un supporto storico e morale per noi, per il nostro Stato Maggiore, per il Ministro della Difesa, per tutti i comandanti delle truppe.<br />
Ricordiamo la svolta del blocco di Leningrado. Abbiamo conquistato 10 chilometri di territorio, posato una ferrovia in 14 giorni e iniziato a rifornire di cibo la città.<br />
Ricordiamo la battaglia di Stalingrado. Quando è stato celebrato il suo 80° anniversario, il presidente ha visitato i luoghi delle battaglie storiche, deposto fiori al monumento al leggendario comandante sovietico Chuikov.  Accanto a lui apparvero tre nuovi busti: Stalin, Zhukov e Vasilevsky. Era necessario inchinarsi a loro e restituire a Stalingrado il suo grande nome, sofferto attraverso patimenti e meritato per sempre in battaglie eroiche.<br />
Ora ci stiamo preparando per l’80° anniversario della battaglia di Oryol-Kursk, l’eccezionale operazione di Rzhev. E dobbiamo sfruttare appieno questo anniversario per avvicinare la nostra nuova vittoria!<br />
Lavorando come secondo segretario del Comitato cittadino di Orel, pensai a come avrei accolto le 50mila persone giunte per l’anniversario della battaglia di Oryol-Kursk da tutto il Paese in quanto, nel corso di questa battaglia, ogni famiglia perse qualcuno. Tutti i residenti della regione ricevettero ospiti: alcuni a casa, altri in fabbrica, altri all’asilo, altri a scuola. Tutti vennero a rendere omaggio: la divisione lituana, i gloriosi fucilieri yakut e altri dall’Asia centrale.<br />
Questa volta sono arrivati a Mosca anche i leader dell’Asia centrale per celebrare il Giorno della Vittoria. Si sono recati presso la linea Rzhev. Lì è durata 14 mesi e mezzo una battaglia senza la quale sarebbe stato impossibile frenare l’attacco a Mosca e stremare i nazisti durante l’operazione di Stalingrado.<br />
Abbiamo davanti a noi l’anniversario della famosa operazione nel Donbass.<br />
Il nostro vice Kolomeytsev ha specificato che c’era un fronte lungo 450 chilometri, sul quale era posizionato un potente esercito di 400.000 nazisti. Oggi, questa impresa e per il nostro Comando dovrebbe servire da esempio ispiratore unico.<br />
Lo stendardo della Grande Vittoria è già stato affisso sull’edificio della Duma. Sobyanin ha decorato quasi tutta Mosca di rosso. E sulla Piazza Rossa, l’azzurro sporge tutt’intorno a causa di queste vergognose recinzioni! E tutti ne sono stanchi!<br />
Abbiamo realizzato uno striscione di 200 metri quadrati per il nostro raduno, al quale ha preso parte tutta la Novorossiya. Un giovane l’ha visto e salutato, avvertendomi: “È pericoloso”. E ho risposto: “Tutti nel nostro Paese oggi sono a rischio. Non abbiamo esitato e abbiamo portato con orgoglio questo stendardo attraverso la Novorossia, Sebastopoli, il Caucaso settentrionale; attraverso il rinato Grozny, i luoghi storici delle battaglie di Stalingrado e Oryol-Kursk, fino a Piazza della Vittoria a Minsk. E poi è tornato a Mosca, a Poklonnaya Gora (La collina degli inchini). Lo abbiamo fatto in modo che tutti potessero vedere cos’è l’amicizia dei popoli, la memoria storica immortale e il nostro incrollabile spirito vittorioso!”.<br />
Il ricordo più terribile per me è quando ho ricevuto i bambini del Donbass con Kobzon e ho visto che, a partire dalla seconda elementare, era scritto nei loro libri di testo: siamo nemici. Da allora, abbiamo adottato 13.000 bambini di lì. E sono tornati a casa come nostri amici e fratelli. Ma se non lavoriamo ora con la generazione più anziana nelle nuove regioni, verremo sommersi da un’ondata di terrorismo. Si constata come si diffonde.<br />
Il lavoro che dobbiamo fare richiede un approccio molto intelligente e sottile. Ed è di fondamentale importanza per noi che la Marcia della vittoria, che abbiamo iniziato, continui durante la celebrazione dell’80° anniversario della battaglia di Oryol-Kursk e dell’operazione Donbass. Vi invitiamo a prenderne parte.<br />
Vorrei prestare particolare attenzione alla “quinta colonna”. Oggi stanno cercando di imporci una nuova privatizzazione. Il Centro Eltsin continua le sue attività, che odorano di antisovietismo e russofobia a un miglio di distanza. Continuano le informazioni provocatorie contro la leadership di Khakassia, guidata dal nostro collega Konovalov, anche dopo le sporche provocazioni contro di lui alle elezioni.<br />
Vorrei che guardiate tutti il film di Bortko sul canale televisivo Vesti 24. Ha mostrato cos’era la Guerra napoleonica e come appare oggi, alla luce dell’attualità. Questo film ci dice: fino a quando Kutuzov non è stato nominato unico Comandante in capo di tutte le truppe, tutto è crollato e ha fallito al fronte.<br />
E oggi dobbiamo chiedere al Comandante Supremo di fare affidamento su ciò che ci ha aiutato nella Grande Guerra Patriottica e in altre battaglie storiche.<br />
Allora vinceremo!</p>
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		<title>Con la Russia di Putin e le Repubbliche popolari di Donestsk e Lugansk senza sé e senza ma</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2022 18:32:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CON LA RUSSIA DI PUTIN E LE REPUBBLICHE POPOLARI DI DONESTSK E LUGANSK SENZA SÉ SENZA MA Il 21 febbraio 2022 il Presidente della Federazione Russa, in presenza di Alexandr Anancenko delle ha firmato il riconoscimento dell&#8217;indipendenza e conseguenti accordi militari con le Repubbliche Popolari di Donestsk e Lugansk. Il numero uno del Cremlino ha [...]]]></description>
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<div dir="auto">CON LA RUSSIA DI PUTIN E LE REPUBBLICHE POPOLARI DI DONESTSK E LUGANSK SENZA SÉ SENZA MA</div>
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<div dir="auto">Il 21 febbraio 2022 il Presidente della Federazione Russa, in presenza di Alexandr Anancenko delle ha firmato il riconoscimento dell&#8217;indipendenza e conseguenti accordi militari con le Repubbliche Popolari di Donestsk e Lugansk.</div>
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<div dir="auto">Il numero uno del Cremlino ha inoltre disposto l’invio di missioni di mantenimento della pace nelle due autoproclamate repubbliche, secondo quanto si legge in un decreto presidenziale che segue il riconoscimento delle due Repubbliche Popolari.</div>
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<div dir="auto">“In seguito alla richiesta del presidente della repubblica popolare di Luhansk al ministero della Difesa della Federazione Russa (…) si dispone l’invio delle delle Forze armate della Federazione Russa sul territorio della Repubblica popolare di Luhansk con funzioni di mantenimento della pace”, si legge nel decreto che recita una formula analoga per quanto concerne l’autoproclamata repubblica di Donetsk. Inoltre, il presidente ha incaricato il ministero degli Esteri russo di intrattenere colloqui con le autorità di Donetsk e Luhansk sull’instaurazione di relazioni diplomatiche, amicizia, cooperazione e assistenza reciproca. Nel decreto si riconoscono le due repubbliche di Donetsk e Luhansk come Stati sovrani e indipendenti.</div>
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<div dir="auto">“La protezione del confine di stato della repubblica popolare di Luhansk sarà effettuata tramite gli sforzi congiunti delle parti contraenti sulla base degli interessi della propria sicurezza, nonché della pace e della stabilità” recita l’articolo 3 dell’accordo di cooperazione con la repubblica di Luhansk. Un testo analogo è previsto per quanto concerne l’autoproclamata repubblica di Donetsk. Le bozze di trattati prevedono che le parti confermino e rispettino l’integrità e l’inviolabilità dei reciproci confini. Inoltre, la Federazione Russa adotterà misure efficaci per mantenere e far funzionare il sistema finanziario e bancario delle due entità.</div>
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<div dir="auto">L’intesa prevede inoltre la difesa congiunta da tutte le minacce alla pace e a eventuali tentativi di aggressione. Inoltre, gli accordi conferiscono alle parti il diritto di poter utilizzare le infrastrutture militari e le basi militari sul loro territorio da parte delle Forze armate. “Le parti contraenti lavoreranno a stretto contatto in termini di difesa della loro sovranità, integrità territoriale e sicurezza (…) e si consulteranno senza indugio ogni volta che, a parere di una delle parti contraenti, ci sarà una minaccia di attacco, al fine di garantire una difesa congiunta, mantenere la pace e la sicurezza reciproca”, afferma l’articolo 3 dell’accordo di cooperazione con la repubblica di Luhansk. Analoghe disposizioni si leggono anche nell’accordo con la repubblica di Donetsk</div>
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<div dir="auto">Un punto di non ritorno, un attraversamento del Rubicone, arrivato dopo gli ultimi otto anni di alte tensioni tra il Regime nazi-banderista ucraino appoggiato dagli Stati Uniti e Unione Europea da un lato e la Russia dall&#8217;altro.</div>
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<div dir="auto">Ma partiamo dalle origini dei rapporti tra Russia e Ucraina.</div>
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<div dir="auto">Quando Putin nel suo discorso dichiara che &#8220;l&#8217;Ucraina non è un paese, ma è parte della nostra storia e cultura russa&#8221;, non dice una forzatura o sminuisce l&#8217;Ucraina. Tutt&#8217;altro.</div>
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<div dir="auto">La cultura e civiltà russa nacque con il Rus di Kiev nell&#8217; 880 e comprendeva l&#8217;Ucraina, la Russia Occidentale, Bielorussia, Polonia e le parti orientali delle attuali Repubbliche baltiche. La stessa lingua ucraina era nota come lingua piccolo russa, in quanto variante meridionale, come d&#8217;altronde è il bielorusso della lingua russa con la quale condivide la maggior parte del lessico.</div>
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<div dir="auto">L&#8217;Ucraina è da sempre parte integrante della Russia aveva dei confini con quest&#8217;ultima ma sempre amministrativi. Un po&#8217; come il confine tra due diverse regioni italiane.</div>
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<div dir="auto">Con lo sfaldamento dell&#8217; Unione Sovietica nel 1991 l&#8217;Ucraina dichiarò la propria l&#8217;indipendenza.</div>
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<div dir="auto">Il crollo dell&#8217;Unione Sovietica e l&#8217;indebolimento della Russia sotto Eltsin ha portato al sorgere di un mondo unipolare a guida statunitense. Il liberal capitalismo come unico sistema e gli Stati Uniti come unici &#8220;gendarmi&#8221; del mondo. Fukuyama sancì &#8220;la Fine della Storia&#8221;.</div>
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<div dir="auto">Ciò portò alla Guerra in Jugoslavia, ai bombardamenti dell&#8217;OTAN su Belgrado nel 1999 con la complicità della sinistra radicale italiana che votò a favore dei bombardamenti, e l&#8217;allargamento a Est dell&#8217;Alleanza Atlantica.</div>
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<div dir="auto">Con le adesioni nel 1999 di Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, nel 2004 di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia, nel 2009 di Albania e Croazia, nel 2017 del Montenegro e nel 2020 della Macedonia del Nord. Per non dimenticare l&#8217;appoggio e il riconoscimento degli Stati Uniti alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kossovo dalla Serbia nel 2008 al fine di avere un altro territorio di basi statunitense e luogo di addestramento per i vari gruppi jihadisti che hanno la benevolenza della CIA e finalizzati a destabilizzare il Medio Oriente, vedi Libia e Siria.</div>
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<div dir="auto">Il sunto è che la vecchia area di influenza sovietica è stata riempita di missili e basi degli Stati Uniti. Ma quest&#8217;ultimi non si accontentano, vogliono anche l&#8217;Ucraina e accerchiare ancora di più la Russia.</div>
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<div dir="auto">Tornando infatti alle vicende ucraine, la politica e società ucraina per vent&#8217;anni è stata divisa tra chi voleva un inglobamento dell&#8217;Ucraina nell&#8217;Occidente e Unione Europea, vedasi la &#8220;Rivoluzione Arancione del 2004&#8243; contro Janukovyc. Che come risultato portò a una convivenza tra il &#8220;filo-russo&#8221; Janukovyc che occupava lo scranno di Presidente della Repubblica e Juliya Tymoschenko che voleva un&#8217;Ucraina parte integrante dell&#8217;Occidente. Lo scontro ebbe il culmine nel 2010 con la vittoria alle Presidenziali di Janukovyc contro Tymoschenko. Ma l&#8217;ala occidentale non si arrese e nel dicembre del 2013 partì la rivolta nota come Euromaidan contro Janukovyc che terminò con la fuga e la vittoria dei rivoltosi, che avevano ricevuto appoggio politico e armi dall&#8217;Occidente, in particolar modo degli Stati Uniti. Tra i rivoltosi dell&#8217;Euromaidan, oltre ai vari movimenti che presero parte alla Rivoluzione Arancione del 2004 e settori minoritari anarchici, anche gruppi paramitari di estrema destra come Pravij Sektor ( &#8220;Settore Destro&#8221;) e il partito Svoboda.</div>
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<div dir="auto">Questi gruppi di estrema destra ucraini glorificano Stephan Bandera, il capo dei collaborazionisti ucraini con i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale come &#8220;Padre della Patria&#8221;. Visti gli attori protagonisti la conseguenza fu che il nascente regime ucraino da Maidan cominció un processo di revisionismo storico, glorificazione di Bandera e dei collaborazionisti filo nazisti ucraini e una persecuzione della cultura e lingua russa nell&#8217;Est del paese, nel cosiddetto Donbass.</div>
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<div dir="auto">Il Donbass è considerato il &#8220;cuore della cultura e lingua russa&#8221;, la maggioranza dei suoi abitanti parlano direttamente il russo e non l&#8217;ucraino, che come sopraccitato non è altro che una variante della lingua russa.</div>
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<div dir="auto">La maggioranza russofona delle regioni del Donetsk e Lugansk visto la pericolosa piega russofoba derivante dal nuovo regime di Kiev, dichiararono l&#8217;indipendenza e la nascita delle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk.</div>
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<div dir="auto">La Federazione Russa rispose agli avvenimenti del febbraio 2014 con l&#8217;annessione, a seguito di un referendum con netta approvazione da parte degli abitanti, della Crimea, altra regione &#8220;russofona&#8221; che appartiene all&#8217;Ucraina solo dal 1954, quando al fine della celebrazione dei 300 anni di amicizia tra Russia e Ucraina, il Segretario Generale del PCUS, l&#8217;ucraino Nikita Krusciov, che diventerà famoso due anni dopo per il famigerato XX Congresso, le accuse a Stalin di crimini e la conseguente &#8220;destalinizzazione&#8221;, fece diventare la Crimea come Territorio appartenente alla Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina.</div>
<div dir="auto">L&#8217;annessione russa della Crimea che non fu altro che un ritorno a casa e l&#8217;indipendenza delle Repubbliche Popolari nel Donbass non sono state riconosciute dall&#8217;Occidente che confermò il suo appoggio al nuovo governo di estrema destra e filo occidentale ucraino e una politica di sanzioni economiche contro la Russia.</div>
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<div dir="auto">Sanzioni economiche a cui ha preso parte anche l&#8217;Italia, allora guidata da Matteo Renzi, noto liberista e filo atlantista convinto, nonostante queste arreccassero danni all&#8217;Economia Italiana, stimati in 3 miliardi di euro persi ogni anno, pur di seguire le direttive di Washington.</div>
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<div dir="auto">A seguito del Colpo di Stato del Febbraio 2014 si aprì ufficialmente la caccia all&#8217;uomo nei confronti di tutti i comunisti, i sindacalisti, le persone di sinistra o quelle accusate di essere troppo vicine alla Russia.</div>
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<div dir="auto">E il 2 maggio 2014 avvenne la strage di Odessa.</div>
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<div dir="auto">Pravy Sektor e altre milizie paramilitari neonaziste assediarono la Casa dei Sindacati di Odessa. Decine di persone terrorizzate si barricarono dentro e come risposta i miliziani di estrema destra circondarono l&#8217;edificio e appiccarono il fuoco.</div>
<div dir="auto">Decine di persone morirono bruciate vive.</div>
<div dir="auto">I pochi che riuscirono a fuggire dall&#8217;incendio buttandosi dalla finestre furono sgozzati dai militanti neonazisti che circondavano il palazzo.</div>
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<div dir="auto">Alla fine del rogo i testimoni trovarono i corpi carbonizzati di almeno 42 persone, a cui vanno aggiunti i cadaveri delle donne seviziate e violentate, tra cui una donna incinta strangolata con dei cavi telefonici, e delle persone colpite da armi da fuoco e mutilate con armi da taglio.</div>
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<div dir="auto">Quando i vigili del fuoco si avvicinarono all&#8217;area per poter intervenire, furono attaccati frontalmente dagli estremisti di destra che impedirono il loro intervento.</div>
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<div dir="auto">Nessun processo è stato mai intentato dal governo ucraino per quell&#8217;eccidio, anzi buona parte dei responsabili furono premiati e promossi a ruoli istituzionali e cariche governative.</div>
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<div dir="auto">Tutto ciò avvenuto con il silenzio e l&#8217;appoggio complice dell&#8217;Occidente e anche della sinistra liberale italiana, pronta a vedere fascismi da tutte le parti ma che accoglie calorosamente i capi dell&#8217;estrema destra ucraina, come fece Laura Boldrini, allora Presidente della Camera dei Deputati, con Parubij, Presidente del Parlamento ucraino.</div>
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<div dir="auto">Nonché uno dei fondatori del Partito Social-Nazionale di Ucraina, partito fascista e di estrema destra che si ispirava all’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, movimento che durante la Seconda Guerra Mondiale collaborò con gli occupanti nazisti in funzione anticomunista, che ha assunto nel 2004 il nome di Unione Pan-Ucraina “Libertà” (Svoboda).</div>
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<div dir="auto">&#8220;Abbiamo i nomi dei responsabili della strage di Odessa e faremo di tutto per catturarli&#8221;.</div>
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<div dir="auto">Una frase detta da Putin nella conferenza stampa di Putin di ieri che personalmente mi ha molto colpito.</div>
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<div dir="auto">Le tensioni internazionali tra Russia e Ucraina sembrava potessero risolversi con gli Accordi di Minsk del 5 Settembre 2014 raggiunto dal Gruppo di Contatto Trilaterale sull&#8217;Ucraina, composto dai rappresentanti di Ucraina, Russia, Repubblica Popolare di Doneck (DNR), e Repubblica Popolare di Lugansk (LNR). Un accordo finalizzato a porre fine alla guerra dell&#8217;Ucraina orientale. Fu firmato dopo estesi colloqui a Minsk, la capitale della Bielorussia, sotto l&#8217;egida della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Succeduto a diversi tentativi precedenti di cessare i combattimenti nella regione di Donbass (Ucraina orientale), prevedeva un cessate il fuoco immediato, lo scambio dei prigionieri e l&#8217;impegno, da parte dell&#8217;Ucraina, di garantire maggiori poteri alle regioni di Doneck e Lugansk.</div>
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<div dir="auto">Tuttavia, nonostante abbia portato ad un&#8217;iniziale diminuzione delle ostilità, l&#8217;accordo non è stato rispettato e anzi in otto anni il Governo ucraino ha continuato a bombardare le case e le scuole del Donbass e a praticare discriminazioni verso i cittadini russofoni nelle aree del Donbass rimaste sotto il suo controllo.</div>
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<div dir="auto">Ma in questi otto anni per l&#8217;Occidente, i mezzi di informazione e la sinistra liberale occidentale, l&#8217;aggressore è stata ed è la Russia, che da otto anni viene accusata da Stati Uniti, Unione Europea e OTAN di aver occupato l&#8217;Ucraina e armato le Repubbliche Popolari.</div>
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<div dir="auto">Con una propaganda da parte dei mezzi di informazione, riguardo &#8220;l&#8217;invasione russa&#8221; si è fatta sempre più insistente.</div>
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<div dir="auto">Una propaganda che nelle ultime settimane ha raggiunto livelli nauseanti nei vari TG italiani con continue interviste ai vari capi dell&#8217;estrema destra ucraina spacciati come le &#8220;vittime&#8221; dell&#8217; &#8220;aggressione russa&#8221;. Una propaganda la cui regia è chiara, quella del Governo degli Stati Uniti a guida democratica con Joe Biden. Democratici e Repubblicani sono lo stesso cane con diverso collare disse il Lìder Maximo Fidel Castro. A dividerli sono sul tema dei diritti civili, ma sono uguali a livello economico e in politica estera perseguono la politica imperialista. La differenza è che i repubblicani sono sinofobi, infatti sotto la Presidenza Trump la Cina era continuamente dipinta come &#8220;Nemico Numero Uno&#8221; mentre sotto la Presidenza dei Democratici è la Russia, tra l&#8217;altro accusata di &#8220;interferenze&#8221; nelle Elezioni Presidenziali del 2016 che portò la vittoria di Trump contro Killary ops Hillary Clinton.</div>
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<div dir="auto">Quindi questa propaganda serviva a preparare il terreno per l&#8217;aggressione del regime fantoccio di Kiev in Oriente contro le Repubbliche Popolari del Donbass e l&#8217;entrata dell&#8217;Ucraina nell&#8217;Alleanza Atlantica. In poche parole un palese e chiaro atto di guerra contro la sicurezza della Russia che assume lo stesso peso dell&#8217;invasione napoleonica e di quella nazista.</div>
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<div dir="auto">Putin per otto anni con molta pazienza ha cercato di giungere a una soluzione diplomatica soprattutto cercando di spaccare il fronte europeo, cercando di fare distaccare alcuni paesi, vedi Francia e Germania, dalla condotta statunitense. Ma costantando l&#8217;impossibilità di ciò e il voler perseguire una politica di aggressione verso la Russia, ieri dopo otto anni, ha firmato il riconoscimento dell&#8217;indipendenza delle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk e conseguenti accordi militari di sostegno alle due repubbliche. Sia per proteggere i propri cittadini dai bombardamenti e aggressioni ucraine, la maggioranza dei cittadini del Donbass hanno acquisito cittadinanza russa e sia per proteggere l&#8217;intero popolo russo e lanciando un chiaro segnale all&#8217;Occidente. Il primo effetto è stata l&#8217;entrata dei Carri Armati nel Donbass. Tanto sanzioni economiche più dure sarebbero arrivate lo stesso anche se non avesse mosso un dito a favore del Donbass, quindi non ha più nulla da perdere.</div>
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<div dir="auto">In questo frangente storico tocca prendere una posizione chiara e netta, no i né e i né.</div>
<div dir="auto">La Sinistra Occidentale, sia nella sua variante liberale, che quella &#8220;radicale&#8221; e anche quella &#8220;ortodossa&#8221; odia Putin e la prima si schiera direttamente con gli Stati Uniti e i secondi fanno né con Biden né con Putin.</div>
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<div dir="auto">La sinistra liberale e quella radicale taccia Putin di essere un &#8220;autocrate, dittatore, che viola i diritti umani, i diritti civili, persegue l&#8217;omosessualità&#8221; eccetera.</div>
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<div dir="auto">Gli &#8220;ortodossi&#8221; invece non hanno a simpatia il Presidente Russo perché non comunista, affermano che le diseguaglianze sociali in Russia sono enormi, che la Russia di oggi non è l&#8217;Unione Sovietica eccetera.</div>
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<div dir="auto">Invece sono del parere che i socialisti e i comunisti debbano sostenere la Federazione Russa, così come la Repubblica Popolare Cinese, la Repubblica Islamica dell&#8217;Iran, Cuba, Bolivia, Venezuela, Vietnam, Siria, Laos, Nicaragua, Bielorussia e ogni governo socialista o non allineato. Perché la Russia esattamente come la Cina rappresenta un&#8217;argine contro l&#8217;arroganza, imperialismo ed espansionismo statunitense, e possono e non a caso sono il riferimento per tutti i popoli o governi che vogliono perseguire un proprio sviluppo economico, politico nazionale senza interferenze interne.</div>
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<div dir="auto">Sappiamo tutti che Putin non è comunista, che la Russia è un paese pieno di contraddizioni sociali, così come è arretrato dal punto di vista dei diritti civili. Ma rispetto agli Stati Uniti, Putin non pretende di voler imporre il proprio modello economico, culturale, politico ad altri paesi e popoli, ma avere semplicemente dei rapporti pari a pari secondo il principio della non interferenza negli affari interni. Che è un principio sacrosanto.</div>
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<div dir="auto">Nella vita privata di ciascuno di noi ognuno può stare a casa totalmente nudo o con il pigiamone, indossare polo o giacca e cravatta così come slip o boxer, essere etero, omosessuale, bisessuale eccetera. Ognuno ha il diritto di vivere la propria vita e avere le proprie abitudini come meglio crede. E questo vale anche quando si parla di popoli perché ad esempio io posso non condividere una certa cultura reazionaria, omofoba e ultimamente no vax presente nella società russa, figlia del retroterra culturale ortodosso. Ma al tempo stesso penso che ogni popolo, russi inclusi, debba vivere, come ciascuno di noi nelle nostre vite private, come meglio crede e stabilire il suo sistema economico, politico e la sua cultura.</div>
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<div dir="auto">Per concludere gli &#8220;ortodossi&#8221; criricano Putin per via che quest&#8217;ultimo ha attaccato Lenin in quanto quest&#8217;ultimo colpevole di aver creato l&#8217;Ucraina. Putin che poi è lo stesso che commemora la vittoria sul nazifascismo del 9 maggio 1945, rispolvera i ritratti di Lenin, Stalin e Zhukov, le divise e simboli sovietici, e il ruolo dell&#8217;Unione Sovietica, così come non nasconde i meriti dell&#8217;URSS. Ma essendo russo è normale che sia così, perché i russi hanno un rapporto differente con la propria storia. Nel pantheon di ogni russo ci stanno i personaggi che hanno scritto la storia della &#8220;Madre Patria Russia&#8221;: gli Zar come i capi sovietici, condottieri rossi e bianchi, strateghi militari imperiali e ufficiali dell&#8217;Armata Rossa, santi ortodossi e Jurij Gagarin che dallo spazio affermò di non vedere nessun Dio. Non ci deve piacere per forza e nessuno obbliga ad avere questa attitudine e fare lo stesso anche in Italia. La stessa cosa all&#8217;opposto.</div>
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<div dir="auto">Per ogni socialista, comunista, sincero anti-imperialista il nemico numero uno dei popoli e della sovranità nazionale sono gli Stati Uniti.</div>
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<div dir="auto">E quindi la scelta di campo geopolitica nella situazione odierna è chiara. Stare dalla parte della Russia di Putin.</div>
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<div dir="auto">Che insieme alla Cina Popolare, come sopraccitato rappresentano un argine all&#8217;espansionismo imperialista statunitense, un punto di riferimento per un Mondo Multipolare.</div>
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<div dir="auto">Un punto di riferimento per i popoli oppressi dall&#8217;imperialismo e da tutti i governi socialisti, comunisti e anti-imperialisti non allineati.</div>
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<div dir="auto">Esattamente come ieri fu l&#8217;Unione Sovietica, che nonostante le sue contraddizioni, come le ha la Russia odierna, è stata il punto di appoggio delle lotte di decolonizzazione in Africa, in Angola, Mozambico, Guinea-Bissau e della lotta anti-Apartheid in Sudafrica.</div>
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<div dir="auto">“Chi non sta da una parte o dall&#8217;altra della barricata, è la barricata.”</div>
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<div dir="auto">VLADIMIR LENIN</div>
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<div dir="auto">E io aggiungerei si presta a essere la &#8220;quinta colonna dell&#8217; imperialismo&#8221;.</div>
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<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><strong>Andrè Siciliani</strong></div>
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		<title>La Johnson-Forest Tendency</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 11:03:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Resistenze]]></category>
		<category><![CDATA[C.L.R. James]]></category>
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		<category><![CDATA[Raya Dunayeskaya e Grace Lee Boggs]]></category>
		<category><![CDATA[Socialisme ou Barbarie]]></category>

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		<description><![CDATA[La Johnson-Forest Tendency Genealogia dell’autonomia tra le due sponde dell’Atlantico Il testo ripercorre la storia militante, le analisi e le inchieste che il gruppo statunitense conosciuto come Johnson-Forest Tendency, guidato da C.L.R. James, Raya Dunayeskaya e Grace Lee Boggs, condusse dentro le lotte e la composizione della classe operaia americana a partire dalla fine degli [...]]]></description>
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<h1 data-hook="post-title">La Johnson-Forest Tendency</h1>
<div><strong>Genealogia dell’autonomia tra le due sponde dell’Atlantico</strong></div>
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<p id="viewer-5k9e9"><em>Il testo ripercorre la storia militante, le analisi e le inchieste che il gruppo statunitense conosciuto come Johnson-Forest Tendency, guidato da C.L.R. James, Raya Dunayeskaya e Grace Lee Boggs, condusse dentro le lotte e la composizione della classe operaia americana a partire dalla fine degli anni Quaranta del XX secolo. Il recupero di Marx oltre il marxismo, l’affermazione del punto di vista dell’autonomia operaia, lo strumento strategico dell’inchiesta, sono solo alcune delle caratteristiche principali della Tendency che la portarono in stretto contatto sia con l’esperienza francese di «Socialisme ou Barbarie» sia con il futuro operaismo politico italiano. L’autrice dell’articolo è Marianna Sica, di formazione storica, con una particolare attenzione al rapporto tra radicalismo nero e marxismo militante; è una delle animatrici dei Giovani italiani in rete – Svizzera.</em></p>
<div id="viewer-bcgpn"></div>
<p id="viewer-3il51">* * *</p>
<div id="viewer-e51ve"></div>
<p id="viewer-d8prd">La seconda metà degli anni Trenta del Novecento segna un momento di profonda crisi del marxismo internazionale: i famigerati processi di Mosca, il patto Stalin-Hitler, l’avanzare inevitabile della guerra in Europa, l’invasione sovietica della Polonia e della Finlandia, richiedono, come noto, una presa di posizione chiara rispetto alla questione russa e alla definizione dello stalinismo.</p>
<p id="viewer-feaj7">In questa fase l’opposizione di sinistra riunita intorno a Trockij aveva conquistato una notevole influenza negli Stati Uniti. Sotto l’impulso degli eventi che segnarono gli anni Trenta, il Socialist Workers Party (Swp), la principale organizzazione trockjista americana, si ritrovò sin da subito lacerato da conflitti interni che provocarono spaccature tra i suoi ranghi. Fra queste, da una costola del neonato Workers Party nasce la Johnson-Forest Tendency (Jft), dagli speudonomi dei due fondatori C.L.R. James (<em>J.R. Johnson</em>) e Raya Dunayevskaya (<em>Freddie Forest</em>).</p>
<p id="viewer-4tvuq">Se è vero che lo studio e la riflessione della Tendency, negli anni che vanno dal 1941 al 1947, furono finalizzati a intervenire nel dibattito trockijsta rispetto alla questione russa, necessario era sollecitare un’analisi marxista della storia, della cultura e delle trasformazioni capitalistiche intervenute nella società americana, con il preciso obiettivo di individuare i compiti organizzativi da assumere rispetto alla lotta di classe, nelle forme in cui questa si presentava negli anni a cavallo della Seconda guerra mondiale. Per la Jft, nella valutazione della disponibilità ai processi di trasformazione da parte dei diversi strati del proletariato americano, non contava tanto una formalistica coscienza operaia, quanto la conoscenza e l’esperienza diretta sia dei rapporti sociali che dei comportamenti antagonistici e di classe.</p>
<div id="viewer-4c4v"></div>
<p id="viewer-8kc7d">«Un’attenta indagine da parte di osservatori addestrati e l’esperienza nella fabbrica da parte di operai competenti mostrano che le idee politiche degli operai sono una cosa, le risposte profonde al proprio lavoro [...] sono qualcosa d’altro [...] gli stessi operai che esprimono sentimenti conservatori o addirittura reazionari fintanto che sono in discussione politiche generali, riguardo al loro lavoro quotidiano cambieranno immediatamente rotta ed esprimeranno sentimenti con le maggiori implicazioni rivoluzionarie concepibili» <a rel="noopener" target="_blank">[1]</a>.</p>
<div id="viewer-d8t6d"></div>
<p id="viewer-bhb73">Nel periodo bellico e postbellico, le fabbriche americane furono attraversate da scioperi selvaggi, <em>sitdown</em>, sabotaggi, picchetti mobili, e nuove forme di opposizione e lotta che gli operai stessi avevano elaborato autonomamente, «<em>per prove ed errori</em>», contro il <em>no-strike pledge</em>, cioè l’accordo firmato dai leader sindacali per impedire gli scioperi durante la guerra. Dinanzi al fronte compatto formato da governo, datori di lavoro e sindacati, dunque, gli operai americani organizzarono scioperi improvvisi, illegali e indipendenti che iniziarono ad aumentare nell’estate del 1942, per arrivare nel 1944 al più alto numero mai registrato nella storia americana. Questi misero in luce la forza dell’iniziativa autonoma della classe operaia nella gestione politica delle proprie rivendicazioni, rivelando il rigetto profondo della leadership sindacale e il rigore politico degli operai nel conquistarsi il proprio spazio di lotta all’interno dello sforzo bellico del capitale statunitense.</p>
<p id="viewer-cf8a8">L’elaborazione e la gestione autonoma delle iniziative da parte degli operai permisero anche lo sviluppo di comportamenti e di una cooperazione sconosciuti prima di allora, così come si iniziarono a sperimentare «forme di vita e rapporti sociali migliori di quanto si fosse mai ottenuto nella società industriale» <a rel="noopener" target="_blank">[2]</a>, come spiega James Boggs, anch’egli militante del gruppo, in <em>Pagine dal block-notes di un lavoratore negro</em>, resoconto e analisi dal vivo di queste lotte. La soggettività operaia assumeva così tratti che si contrapponevano alla figura astratta e idealizzata che ne avevano gli intellettuali fuori dalle fabbriche.</p>
<p id="viewer-16f9n">Supportati dalla convinzione che l’elaborazione teorica nascesse solo in seno alla prassi politica, e che lì vi facesse ritorno per sostenerne l’efficacia, i membri della Jft assunsero il compito di «documentare, riconoscere e registrare» <a rel="noopener" target="_blank">[3]</a> i comportamenti e le nuove forme di lotta espresse dal proletariato americano in quegli anni. Per la Tendency, se il capitalismo americano rappresentava lo stadio più avanzato, allora l’esperienza politico-organizzativa della classe operaia americana rivestiva un’importanza cruciale a livello internazionale; diventava, quindi, indispensabile che essa fosse al centro degli sforzi conoscitivi.</p>
<p id="viewer-3kkd8">Alcuni membri del gruppo utilizzarono l’aumento del bisogno di forza lavoro nell’industria durante la guerra per farvi ingresso, stabilendo contatti diretti con gli operai di fabbrica. Martin Glaberman e Philip Singer, ad esempio, si spostarono a Detroit ed entrarono nelle industrie automobilistiche, altri seguirono strade diverse del conflitto che si stavano sviluppando nel paese. C.L.R. James, nel 1941, sarà nel Missouri tra gli organizzatori dello sciopero dei raccoglitori di cotone – fino al 1940 ancora una delle maggiori voci di esportazione degli Stati Uniti. James rimase sei mesi tra i mezzadri del Missouri, vide lo scontro armato tra i mezzadri neri e le forze di polizia come «un punto di riferimento nella storia della lotta di classe […] il mucchio esplosivo più pericoloso che si possa trovare in qualsiasi area regionale degli Stati Uniti» <a rel="noopener" target="_blank">[4]</a>.</p>
<p id="viewer-costl">Il contatto diretto con le lotte confermò ai membri della Jft la forza rivoluzionaria dell’iniziativa autonoma operaia. Rifiutando ogni delega, sindacale e di partito, la classe operaia americana elaborava le proprie forme organizzative che pervadevano la società attraversata da linee non solo di classe ma di genere e di razza, di cui la Tendency seppe intravedere <em>ante litteram</em> l’intersezione, non teorica, ma nella prassi militante delle stesse soggettività in campo:</p>
<div id="viewer-dlld9"></div>
<p id="viewer-e8tn2">«Gli scioperi selvaggi contro il no-strike pledge furono una rivolta a livello nazionale della classe operaia dentro e fuori la fabbrica. Fu un tentativo di massa di cambiare la società americana alla radice, attraverso la liberazione dal dominio della produzione capitalistica e la sua sostituzione con una società fondata sulla cooperazione di uomini liberi» <a rel="noopener" target="_blank">[5]</a>.</p>
<div id="viewer-fk9i"></div>
<p id="viewer-70h9o">Per seguire maggiormente i conflitti che stavano attraversando la società americana, usciti definitivamente dal Swp, nel ’51 la Tendency spostò la propria sede operativa a Detroit e si costituì come gruppo autonomo con il nome di Correspondence Publishing Committee, dal movimento dei corrispondenti operai nella prima fase della Rivoluzione d’ottobre. Pur rimanendo un gruppo piuttosto minoritario, negli anni si arricchì di membri impegnati nelle lotte operaie, delle donne, dei neri e nei movimenti anticoloniali.</p>
<p id="viewer-3vt4t">Insieme a C.L.R. James una figura centrale è stata la già citata Dunayevskaya, i cui contributi furono molteplici: la teorizzazione dell’Unione Sovietica come un regime a «capitalismo di Stato»; gli intensi studi sul marxismo, che contribuì a divulgare negli Stati Uniti; le traduzioni di diversi scritti del movimento rivoluzionario russo, fra le più significative quella dei <em>Quaderni filosofici</em> di Lenin. Altra figura di rilievo del gruppo fu Grace Chun Lee, la cui conoscenza della lingua tedesca le permise, tra le altre cose, di tradurre per la prima volta in inglese alcuni saggi dei<em> Manoscritti economico-filosofici del 1844 </em>di Marx, pubblicati dal gruppo nel ’47. Grace lavorò a stretto contatto con suo marito, James Boggs, militante del gruppo e operaio metalmeccanico presso la Chrysler Corporation di Detroit. Va ovviamente ricordata Selma James, autrice di <em>A Woman’s place</em> (pubblicato nel 1953 dalla Tendency) e che insieme a Filomena Daddario contribuì ad approfondire il dibattito femminista all’interno del gruppo. E poi Martin Glaberman, operaio automobilistico e attivo nelle lotte operaie delle industrie dell’auto a Detroit come organizzatore del <em>United Auto Workers</em>; Phil Singer, anch’egli lavoratore industriale, che scrisse nel 1947 con lo pseudonimo di Paul Romano e il contributo di Grace Lee (pseudonimo Ria Stone) – un opuscolo dal titolo <em>The American Worker.</em></p>
<div id="viewer-d849k"></div>
<div id="viewer-c0kos"></div>
<p id="viewer-bh5ea">L’inchiesta della Jft, trait d’union con «Socialisme ou barbarie» e l’operaismo politico italiano</p>
<p id="viewer-3u0ia">L’esperienza diretta e anche il materiale autobiografico divengono i mezzi privilegiati per entrare nei pensieri, nelle lotte e nel corpo della classe. Si tratta di contributi originali degli operai stessi, redatti con l’aiuto dei militanti, capaci di tematizzare la condizione operaia nei contesti di produzione, assumendo il punto di vista operaio come lente per guardare lo specifico stadio di sviluppo capitalistico e della società da esso plasmata, facendo emergere le contraddizioni che la attraversano.</p>
<p id="viewer-cn264">Fu in questa prospettiva che James stimolò Phil Singer ad affidare alla scrittura i suoi pensieri, le sue frustrazioni, le sue esperienze quotidiane nella produzione di massa.</p>
<div id="viewer-b33kb"></div>
<p id="viewer-8dst7">«Phil Singer, un giovane operaio della General Motors, parlava sempre delle sue frustrazioni come operaio di linea. C.L.R. James ascoltandolo gli propose di tenere un diario delle sue esperienze, successivamente pubblicate in <em>The American Worker</em>»<em> </em><a rel="noopener" target="_blank">[6]</a>.</p>
<div id="viewer-3dogo"></div>
<p id="viewer-6jgma">Scritto nel ’47, è composto di due parti complementari: la prima è scritta da Singer, con lo pseudonimo di Paul Romano, la seconda da Grace Lee, che utilizza lo pseudonimo di Ria Stone. La prima parte, <em>La vita di fabbrica</em>, è un diario dell’esperienza quotidiana di Romano nel «laboratorio di massa» dell’industria americana postbellica; la seconda parte, <em>La ricostruzione della società,</em> è un saggio critico di Grace che contestualizza l’esperienza di Romano. La doppia autorialità e organizzazione del pamphlet riflette l’obiettivo del gruppo: la ricerca sulla soggettività operaia deve preliminarmente porre, su un piano di parità, operaio e intellettuale. Ciò, come ricorda Glaberman, non era mai stato tentato da nessun gruppo marxista. <em>The American Worker</em> rappresentava, tuttavia, anche la prova della separazione esistente tra queste figure e insieme il tentativo di superarla.</p>
<p id="viewer-9rjve">I racconti e le espressioni di altri lavoratori, riportati da Romano, rafforzano poi il quadro di</p>
<p id="viewer-7t3s8">una quotidianità entro la quale si definisce la contraddizione vivente incarnata dall’operaio,</p>
<p id="viewer-bn02f">tra consapevolezza e odio verso la propria condizione, costante rifiuto e spinta liberatrice e insolubile necessità materiale. La testimonianza di Romano si sofferma sui cambiamenti della composizione della classe operaia americana, avvenuti, come abbiamo visto, a cavallo della Seconda guerra mondiale. Diverse linee attraversano la classe, modificandone radicalmente il profilo, e generando nuove contraddizioni e divisioni interne: linee di genere, di razza, di generazione, di nazionalità. Romano insiste, in particola modo, sulla soggettività nera, sugli effetti dell’ingresso dei neri nella produzione dopo aver combattuto la guerra, in un contesto imperialista segnato dal colonialismo, dal retaggio della schiavitù, dal razzismo strutturale.</p>
<p id="viewer-735fk"><em>The American Worker</em> rappresentò il primo esperimento condotto dal gruppo di indagine e ricerca sulla soggettività operaia, mettendo in evidenza gli aspetti antagonistici dell’esperienza quotidiana della produzione. Le fabbriche fordiste americane, nel periodo bellico e postbellico, furono infatti – come si è cercato brevemente di delineare – teatro di importanti cambiamenti, che investirono la stessa composizione della classe operaia. Le nuove figure della produzione di massa si fecero portatori di bisogni, desideri e comportamenti nuovi che strutturarono i contenuti e le forme di contrapposizione al capitale. La Jft intuì la carica innovativa che il proletariato americano stava esprimendo e decise di dotarsi di strumenti capaci di intercettarne la portata.</p>
<p id="viewer-ibn">Il legame marxiano tra sapere e prassi proletaria prende dunque corpo con straordinaria chiarezza, a partire dalle esperienze e condizioni degli operai di linea documentate da Romano. Il riconoscimento dell’autonomia del proletariato americano condusse i membri della Tendency tra gli operai e tra le altre soggettività, affermando che solo questo collegamento diretto con la classe e le sue lotte avrebbe consentito di rinnovare le proprie categorie di analisi ed elaborarne di nuove, da utilizzare come supporto concreto ai processi di emancipazione che questi soggetti stavano praticando. Il nesso fondamentale tra la ricerca sulla soggettività proletaria e le sue lotte e forme di organizzazione, all’opera nel progetto marxiano di inchiesta, è il presupposto che spinge il gruppo a dotarsi di strumenti di indagine diretta nel proletariato americano. Il metodo sperimentato e avviato con <em>The American Worker</em> divenne così un modello di intervento politico per la Tendency, influenzandone gli sviluppi e permettendo l’istaurazione di legami con altre esperienze al di là dell’Atlantico, come i francesi di «Socialisme ou barbarie» e l’operaismo politico italiano.</p>
<p id="viewer-6vdgs">La crescente crisi del trockijsmo americano durante il periodo bellico e postbellico, da cui la stessa Tendency emerse, si registrò anche in Europa; ciò condusse alcuni membri del gruppo, in particolare Raya Dunayevskaya, a condurre diversi viaggi allo scopo di «stabilire relazioni con i compagni europei – come Cornelius Castoriadis – e presentare la posizione del “capitalismo di Stato” alla conferenza della Quarta Internazionale» <a rel="noopener" target="_blank">[7]</a>. Come noto, infatti, soprattutto in Francia, dove il movimento era rimasto per tutti gli anni Trenta abbastanza saldo e coeso internamente, si sviluppa una crisi analoga a quella americana nei presupposti e contenuti. La medesima insoddisfazione rispetto all’analisi di Trockij sulla natura dell’Unione Sovietica e sul ruolo del partito, portarono alcuni membri della sezione francese della Quarta Internazionale a formare prima una fazione di opposizione interna al Partito comunista internazionalista, e in seguito un gruppo autonomo che dal 1949 si riunì intorno alla rivista «Socialisme ou barbarie».</p>
<p id="viewer-ai8of">Nonostante la critica della burocrazia stalinista sviluppata dal gruppo francese differisse per diversi aspetti dalla teoria del capitalismo di Stato elaborata dalla Tendency, i due gruppi condividevano il rifiuto delle categorie reificate del marxismo ortodosso e l’accento posto sull’analisi delle lotte autonome del proletariato, non mediate da nessuna organizzazione tradizionale, sia nella produzione sia nella comunità. Tale condivisione condusse i due gruppi a sviluppare un contatto diretto con i diversi strati della classe operaia. Pubblicarono a vicenda, sulle rispettive riviste, i propri materiali, e firmarono insieme alcuni documenti che indicano la vicinanza delle loro posizioni. Questo proficuo scambio tra «Correspondence» e «Socialisme ou barbarie» derivava dalla convinzione, maturata in entrambi i gruppi, che il proletariato stesse elaborando comportamenti autonomi rispetto al lavoro industriale, allo sfruttamento, all’organizzazione della produzione e alla vita sociale, e che di conseguenza soltanto l’espressione proletaria potesse offrire un’adeguata analisi delle nuove trasformazioni capitalistiche e indicare la direzione del suo rovesciamento.</p>
<p id="viewer-65m8v">L’attenzione del gruppo francese per le lotte autonome del proletariato portò «Socialisme ou barbarie» a tradurre in francese nel 1949 <em>The American Worker</em>, pubblicato a puntate con il titolo <em>L’ouvier américain</em>nei primi otto numeri della rivista. Nell’introdurre il documento, Philippe Guillaume – storico membro della rivista francese – sottolineava l’universalità della condizione proletaria espressa da Romano:</p>
<div id="viewer-eua57"></div>
<p id="viewer-bpl16">«Ogni operaio, qualunque sia la sua patria di sfruttamento, vi troverà l’immagine della sua esistenza di proletario. Vi sono infatti caratteri profondi e immutabili nell’alienazione proletaria, che non conoscono né frontiere né regimi. Inoltre, ogni operaio, e questo è proprio il risvolto dello <em>sfruttamento «sans phrase» </em>che ci viene dato, sarà anche riempito di una fiducia senza limiti nei destini storici della sua classe» <a rel="noopener" target="_blank">[8]</a>.</p>
<div id="viewer-cohud"></div>
<p id="viewer-3i8oc">Terminata la pubblicazione di <em>L’ouvier américain</em>, il gruppo inizierà la pubblicazione in cinque puntate di <em>La vie en usine</em> di George Vivier, con l’obiettivo di dare espressione alla condizione operaia in Francia utilizzando il metodo dell’inchiesta appreso sull’altra sponda dell’Atlantico. La pubblicazione di questo documento sarà seguita da due inchieste condotte da operai e sindacalisti militanti, Daniel Mothé e Henri Simon. Come Romano scrisse della sua vita quotidiana e delle sue lotte nella fabbrica automobilistica della General Motors, Mothé riportò la sua esperienza di operaio alla Renault di Billancourt e Simon della sua attività militante in una grande compagnia di assicurazione. Castoriadis, insieme agli altri membri di «Socialisme ou barbarie», contribuì all’analisi di queste inchieste e di altre situazioni di lotta operaia che stavano attraversando nel secondo dopoguerra le fabbriche francesi.</p>
<p id="viewer-fo5v">Il lavoro di comunicazione politica e di inchiesta svolto da Mothé nella fabbrica Renault portò nel 1954 alla pubblicazione del primo numero del quotidiano indipendente «Tribune ouvrière». L’inchiesta operaia condotta da «Socialisme ou barbarie» ha permesso al gruppo di concentrarsi sull’esperienza reale dei lavoratori, di carpire le specifiche problematiche sul posto di lavoro, il pensiero, le frustrazioni e la rabbia operaia nella produzione, e contribuì a instaurare legami tra i diversi lavoratori. Le forme di organizzazione sviluppate erano basate sulla critica fondamentale della gerarchia sociale, che fu uno dei principali contributi di «Socialisme ou barbarie».</p>
<div id="viewer-8a18"></div>
<p id="viewer-dv2l3">Danilo Montaldi e The American Worker in Italia</p>
<p id="viewer-4tu21">Proprio in seno al trockjismo francese e a parte del bordighismo italiano troviamo figure di straordinaria importanza per gli sviluppi successivi dell’operaismo politico italiano, e come ponte di collegamento tra le due sponde dell’Atlantico. Se abbiamo già visto l’esperienza di «Socialisme ou barbarie», troviamo oraDanilo Montaldi. Cremonese, con una precoce esperienza nella Resistenza, aveva abbandonato il Partito comunista nel 1946 per un radicale disaccordo con la linea intrapresa dalla direzione togliattiana. In quegli anni conosce Giovanni Bottaioli, dirigente del Partito comunista internazionalista che, tornato a Cremona dalla Francia, aveva portato con sé molti materiali sul dibattito rivoluzionario internazionale. Sebbene non aderisca ufficialmente al Partito, Montaldi ne segue le attività e inizia a conoscere le esperienze di diverse organizzazioni marxiste internazionali. Proprio grazie a Bottaioli conosce anche «Socialisme ou barbarie», con il quale entra per la prima volta in contatto nel 1953, durante un viaggio a Parigi. Montaldi, figura rilevante nella genealogia di quello che in seguito sarà l’operaismo, fu il primo a relazionarsi organicamente con questo gruppo e a lui si dovrà buona parte dell’influenza che esso eserciterà in seguito.</p>
<p id="viewer-ccdnm">Tramite «Socialisme ou barbarie», Montaldi conosce i lavori d’inchiesta della Johnson-Forest Tendency, scoprendo <em>The American Worker</em> grazie alla già citata traduzione. Nel 1954 Montaldi tradurrà in italiano l’inchiesta di Romano «usando la versione francese e confrontandola con l’originale inglese» <a rel="noopener" target="_blank">[9]</a>. <em>L’operaio americano</em> apparirà a puntate su «Battaglia comunista» a partire dal numero di febbraio-marzo di quello stesso anno.</p>
<p id="viewer-1fira">La particolare messa a fuoco del rapporto tra ricerca e prassi politica si evince fortemente già nell’introduzione dello stesso Montaldi al saggio di Romano:</p>
<div id="viewer-826ks"></div>
<p id="viewer-1alvf">«Il documento di cui iniziamo la pubblicazione, è stato scritto da Paul Romano, un operaio americano. Esiste un’America di cui nessuno ci parla, e che va ricercata al di là del mito del frigorifero, dell’automobile e della televisione, al di là del mito del benessere per tutti. È l’America delle fabbriche: un’America sconosciuta, la cui storia è fatta di scioperi, di sfruttamento e di miseria proletaria. I protagonisti di questa storia sono gli operai, e Paul Romano è un operaio che scrive sulla vita degli operai» <a rel="noopener" target="_blank">[10]</a>.</p>
<div id="viewer-2898g"></div>
<p id="viewer-flc01">Molti elementi del metodo politico che è alla base del documento di Romano lasciano prefigurare alcune future linee di sviluppo del pensiero e delle inchieste di Montaldi: la riaffermata necessità politica della ricerca sulla soggettività dei diversi strati del proletariato e il riposizionamento della realtà della condizione operaia al centro dell’intervento politico. La sostituzione, dunque, delle mistificazioni del Partito comunista e delle astratte certezze della burocrazia sindacale, con la conoscenza concreta, empiricamente fondata, delle forme in cui si articola la «contraddizione oggettiva» rappresentata dal proletariato e che definiscono le possibilità di costruzione del «potere operaio» <a rel="noopener" target="_blank">[11]</a>. Inchiesta come ricerca e prassi politica, che Montaldi ritrova nel lavoro d’inchiesta della Jft. Montaldi, come rileverà introducendo <em>L’operaio americano</em>, considera il lavoro di Romano come un contributo per tematizzare la condizione operaia nei contesti di produzione, affinché il punto di vista operaio torni a essere quella parzialità determinante da cui guardare alla società capitalistica e da cui poterla rovesciare<em>.</em></p>
<p id="viewer-935ld"><em>L’operaio americano</em> e più in generale «Correspondence» esprimono con molta forza e profondità l’idea, dal marxismo praticamente dimenticata dopo la pubblicazione del primo volume del <em>Capitale</em>, che l’operaio è innanzitutto un essere che vive nella produzione e nella fabbrica capitalistica, prima di essere l’aderente di un partito o il suddito di un futuro potere socialista; e che è nella produzione che si forma tanto la sua rivolta contro lo sfruttamento quanto la sua capacità di costruire un tipo superiore di società, la sua solidarietà di classe con gli altri operai e il suo odio per lo sfruttamento e gli sfruttatori, i padroni classici di ieri e i burocrati impersonali di oggi e di domani. Lo sviluppo di questa idea fondamentale è l’apporto principale del gruppo al movimento rivoluzionario contemporaneo. Ma il valore documentario del libro di Romano risiede anche in questo: che rivela come sia universale la condizione operaia <a rel="noopener" target="_blank">[12]</a>.</p>
<p id="viewer-8pqkr">È qui contenuta, e poi sviluppata dalla conricerca alquatiana, la scelta di privilegiare l’espressione diretta del proletariato, tramite racconti autobiografici o interviste, per afferrare l’origine dei nuovi comportamenti che la soggettività proletaria stava elaborando contro i nuovi assetti del sistema capitalistico. Non vi è dunque nessuna linearità deterministica, bensì la continua tensione ad anticipare degli elementi di tendenza, il cui piano di sviluppo dipende dalle specificità dei contesti e dalle forme di lotta. Sarà questa, successivamente e con altri sviluppi, una peculiarità forte e centrale del metodo operaista. Non a caso l’introduzione di Montaldi si chiude con un invito ai lettori a inviare propri contributi e scritti relativi alla loro condizione operaia:</p>
<div id="viewer-3a60i"></div>
<p id="viewer-2g506">«Per questo noi invitiamo i compagni, gli operai, i lettori, a scrivere a «Battaglia» confrontando la propria situazione con quella dell’«operaio americano», vale a dire con quella dell’operaio di tutti i paesi, con l’operaio per quello che è là, là dove essi la sentono simile e là dove la vedono diversa» <a rel="noopener" target="_blank">[13]</a>.</p>
<div id="viewer-4a0lc"></div>
<p id="viewer-2hcd8">Dinanzi alla nuova soggettività operaia l’inchiesta sociologicamente intesa si frantuma sui suoi due distinti livelli su cui poneva il ricercatore e l’operaio. Nell’invito di Montaldi possiamo scorgere al contrario, senza troppe forzature, l’importanza della produzione di conoscenza della classe operaia nel contesto di una cooperazione militante tra intellettuale e lavoratore condotta nello spazio politico di lotta. È l’inizio di un nuovo metodo che avrà con Alquati e con la conricerca il massimo sviluppo. Un metodo che non poteva essere contenuto entro un momento fisso, ma era una pratica in continua evoluzione che trasformava entrambi i soggetti della ricerca, i militanti e gli operai, con lo scopo di produrre avanzamenti nella lotta.</p>
<div id="viewer-2ev6o"></div>
<div id="viewer-4o5kv"></div>
<p id="viewer-b26rg">Note <a rel="noopener" target="_blank">[1]</a> C.L.R. James, <em>American Civilization</em>, Blackwell, Oxford-Cambrige, MA. 1993, p. 167. <a rel="noopener" target="_blank">[2]</a> J. Boggs, <em>Pagine dal block-notes di un lavoratore negro</em>. <em>James Boggs: La rivoluzione</em> <em>Americana</em>, Jaca Book, Milano 1968, p. 9. <a rel="noopener" target="_blank">[3]</a> C.L.R. James – G. Lee Boggs – P. Chaulieu, <em>Facing Reality</em>, Bewick, Detroit 1974. <a rel="noopener" target="_blank">[4]</a> C.L.R. James, <em>With sharecroppers</em>, in S. McLemee, a cura di, <em>C.L.R. James and the</em> <em>«Negro Question»</em>, University Press of Mississippi, Jackson 1996, p. 22. <a rel="noopener" target="_blank">[5]</a> M. Glaberman, <em>Timbrando all’uscita</em>, in B. Cartosio, a cura di, <em>Classe operaia,</em> <em>imperialismo e rivoluzione negli Usa</em>, Musolini, Torino 1976, p. 14. <a rel="noopener" target="_blank">[6]</a> G. Lee Boggs, <em>Living for a Change: An Autobiography</em>, University of Minnesota Press, Minneapolis 1998, p. 60. <a rel="noopener" target="_blank">[7]</a> F. Rosengarten, <em>Urbane Revolutionary: C.L.R. James and the struggle for a new society</em>, University Press of Missisipi, Jackson 2008, p. 82. <a rel="noopener" target="_blank">[8]</a> Cit. in Cartosio, <em>Classe operaia</em>, cit., p. 20. <a rel="noopener" target="_blank">[9]</a> Cfr. <em>Cronologia della vita e delle opere di Danilo Montaldi</em>, in <em>Bisogna sognare. Scritti 1952-1975</em>, Colibrì, Milano 1994, p. XI. <a rel="noopener" target="_blank">[10]</a> D. Montaldi, <em>Introduzione</em>, in P. Romano, <em>L’operaio americano</em>, in Montaldi, <em>Bisogna sognare. Scritti 1952-1975</em>, Colibrì, Milano 1994, p. 501. <a rel="noopener" target="_blank">[11]</a> E. Campelli, <em>Note sulla sociologia di Danilo Montaldi: alle origini di una proposta</em> <em>metodologica</em>, «La critica sociologica», n. 49, 1979, p. 31. <a rel="noopener" target="_blank">[12]</a> Montaldi, <em>Introduzione</em>, cit. <a rel="noopener" target="_blank">[13]</a> Ivi.</p>
<p><strong>Marianna Sica</strong></p>
<p><em><strong>Machina/DeriveApprodi</strong></em></p>
</div>
</div>
</article>
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		<title>Siria: formazioni e schieramenti in campo</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2015 13:55:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Resistenze]]></category>
		<category><![CDATA[Ghassan Kanafani]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Comitato del Martire Ghassan Kanafani &#160; Il perché di questo approfondimento Partiamo da un concetto: a rendere finora intrattabile la “guerra alla Siria” è stata, principalmente, la quantità di soggetti armati, sia formali che informali, coinvolti nella destabilizzazione della Repubblica Araba Siriana, a cui va sommata la variabilità dei loro rapporti reciproci e, non [...]]]></description>
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<p><img src="http://www.youthunitedpress.com/wp-content/uploads/2013/05/msyria.gif" alt="" width="443" height="402" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><a title="Post di Comitato del Martire Ghassan Kanafani" href="http://www.linterferenza.info/author/comitato-del-martire-ghassan-kanafami/" rel="author">Comitato del Martire Ghassan Kanafani</a></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il perché di questo approfondimento</strong></p>
<p>Partiamo da un concetto: a rendere finora intrattabile la “guerra alla Siria” è stata, principalmente, la quantità di soggetti armati, sia formali che informali, coinvolti nella destabilizzazione della Repubblica Araba Siriana, a cui va sommata la variabilità dei loro rapporti reciproci e, non ultimi, i collegamenti semi-occulti con le potenze straniere committenti. Per questo, la descrizione degli attori in campo, e dei relativi posizionamenti, ci è parsa un utile lavoro propedeutico ad altre necessarie riflessioni.</p>
<p>Non ci siamo posti l’obiettivo di essere esaustivi sull’argomento “guerra in Siria”, ma anzi rinviamo ad altri futuri interventi il compito di entrare nel merito di questioni specifiche che pure ci stanno a cuore, come ad esempio “la questione palestinese all’interno dell’aggressione alla Siria”, o che reputiamo urgente affrontare, come ad esempio “il fenomeno dello Stato islamico – ISIS”.</p>
<p>Al netto delle sbandate e della sostanziale sublimazione (o peggio) della sinistra occidentale sul fronte della lotta internazionalista all’imperialismo/sionismo, c’è da dire che la guerra stessa, sotto alcuni aspetti, è indubbiamente cambiata: all’intervento diretto militare sulla nazione-obiettivo si è sostituita la cosiddetta “proxy war”. La guerra per procura non è solamente la più distruttiva per i Paesi che la subiscono ma, come vedremo, anche la più rischiosa per i Paesi che la commissionano. Nel caso della Siria, il piano di porre fine al “regime Assad” attraverso un bombardamento NATO (stile Libia) è stato, nel febbraio 2012, sventato dal veto di Cina e Russia presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In seguito a ciò, non essendo praticabile l’intervento via terra, dopo le disastrose avventure in Iraq ed Afghanistan, il teatro siriano è divenuto un pantano che, oltre a centinaia di migliaia di vittime, la distruzione dell’ultimo Stato arabo sovrano e solidale con il popolo palestinese, rischia di risucchiare tutto il resto del mondo in un conflitto definito “mondiale su scala regionale”. Tuttavia, nonostante le difficoltà incontrate, la criminale strategia dell’imperialismo rimane sostanzialmente immutata e continua a puntare “sull’organizzazione e l’armamento del dissenso -oramai pienamente eterodiretto- in Siria”.</p>
<p>Però una cosa va detta, se la guerra è cambiata, tale trasformazione non è certamente causa necessaria e sufficiente a rendere indistinguibili “aggressore ed aggredito”. Per quanto complessi gli avvenimenti, per quanto fitta la cortina fumogena della disinformazione, pensiamo ci sia ancora la possibilità di riflettere criticamente sulla realtà che ci circonda. Del resto, chi sa leggere gli avvenimenti storici si renderà conto di una logica e conseguenziale evoluzione dei metodi utilizzati dal nemico di classe. A questo proposito, non desta particolare sorpresa la lettura delle parole del colonnello Lawrence, il quale, all’interno dei suoi «Ventisette articoli» del 1917, scolpiva ad uso britannico un comandamento di pregnante attualità: «Non cercare di fare troppo con le tue mani. Meglio gli arabi lo facciano accettabilmente che tu alla perfezione. E’ la loro guerra, e sei lì ad aiutarli, non a vincerla per loro». E così è stato!</p>
<p>Iniziamo questo approfondimento proprio dalle forze “ribelli” siriane, tentando di sottolineare come i diversi Paesi coinvolti nella guerra per procura manovrino ognuno le proprie pedine su quell’incerto terreno comune che è l’opposizione al “regime” siriano. Incontreremo, quindi, la Turchia con il suo neo-ottomanesimo legato alla Fratellanza Musulmana (in un particolare rapporto che potremmo definire «commensale» nei confronti dell’amico Qatar), l’imperialismo USA che, messo in difficoltà dal multipolarismo, abbandona il suo vecchio progetto per un Medio Oriente detto “Allargato” a favore del c.d. Wright plan, la politica regionale dell’entità sionista e di casa Saud (entrambe, per motivi diversi, in contrasto con l’Iran dei colloqui di Vienna e degli accordi sul nucleare), la Francia che rincorre il sogno di un nuovo Sykes-Picot, ecc…</p>
<p>Tratteremo poi la composizione delle «forze governative» e degli alleati del governo Assad, la longa manus dell’Iran nelle organizzazioni sciite scese in campo, l’intervento militare diretto della Russia di Putin, la posizione delle principali organizzazioni della Resistenza palestinese sulla “crisi siriana” e i curdi-siriani che con le loro organizzazioni sembrano rincorrere una propria progettualità, apparentemente slegata sia dal destino dell’opposizione siriana sia dalla resilienza del governo Assad.</p>
<p>Infine, per non risultare eccessivamente scollati dai gravi fatti di questi giorni, diremo solo che, dopo 5 anni di stallo, si avverte chiaramente nel campo imperialista l’urgenza di intruppare la comunità internazionale, con annessa opinione pubblica, in un intervento militare diretto nel Levante.</p>
<p>Abbiamo buona ragione di credere che, a questo scopo, l’appello globale alla lotta contro l’ISIS risulterà assolutamente funzionale, così come abbiamo ascoltato dalle televisioni di tutto il mondo a seguito dell’«attentato di Parigi» del 13/11/2015. Tuttavia, come già spiegato, riteniamo inutile interrogarsi su questi aspetti prima di una condivisione collettiva di una serie di ragionamenti che possiamo tranquillamente definire propedeutici.</p>
<p><a href="http://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fkanafani.it%2F%3Fp%3D1149&amp;h=DAQHC0sJX&amp;s=1" target="_blank">Siria: formazioni e schieramenti</a></p>
<p>Fonte: <a href="http://kanafani.it/?p=1149" target="_blank">Kanafani </a></p>
<p><a href="http://kanafani.it/wp-content/plugins/google-document-embedder/load.php?d=http%3A%2F%2Fkanafani.it%2Fwp-content%2Fuploads%2F2015%2F11%2FQuaderno_01.pdf" target="_blank"> </a></p>
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<footer>&nbsp;</p>
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		<title>Gli Slogan per le elezioni europee</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Apr 2014 10:05:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Resistenze]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Europee]]></category>
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		<description><![CDATA[ di Eugenio Orso Per anni abbiamo sentito ripetere, dai media e dai politici di sistema, “ce lo chiede l’Europa”, intendendo che lo vuole l’unione. Una sorta di “deus le vult”, dove il dio che fu dei crociati è stato sostituito da un organismo sopranazionale, in rappresentanza degli interessi della classe dominante neocapitalistica. Che cosa ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<header class="entry-header">
<p class="entry-title" style="text-align: right;"> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/elezioni-europeeLARGE-420x210.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-4448" title="elezioni-europeeLARGE-420x210" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/elezioni-europeeLARGE-420x210-300x150.png" alt="" width="300" height="150" /></a>di <strong>Eugenio Orso</strong></p>
<p class="entry-title" style="text-align: left;"><strong></strong>Per anni abbiamo sentito ripetere, dai media e dai politici di sistema, “ce lo chiede l’Europa”, intendendo che lo vuole l’unione. Una sorta di “deus le vult”, dove il dio che fu dei crociati è stato sostituito da un organismo sopranazionale, in rappresentanza degli interessi della classe dominante neocapitalistica. Che cosa ha chiesto e preteso l’unione dai governi italiani, in questi lunghi anni di crisi e declino? Ma naturalmente le privatizzazioni, il taglio della spesa pubblica, i “sacrifici” per le classi dominate, la flessibilizzazione dei lavoratori e delle masse. Più di recente, abbiamo udito gli euroservi targati pd ripetere come pappagalli, davanti a microfoni e telecamere, “ci vuole più Europa!”. Mentre crollavano occupazione, redditi, produzione e consumi proprio a causa di questa Europa.</p>
</header>
<div class="entry-content clearfix">
<p style="text-align: justify;">Nella campagna elettorale per le europee, che è in corso da un po’, i burocrati del pd furbescamente non starnazzano ai quattro venti, come prima, “ci vuole più Europa!”. Sanno bene che moltissimi italiani, data la situazione in cui si trovano, potrebbero interpretare la cosa molto negativamente, o addirittura come una provocazione intollerabile. Ci vogliono ancor più disoccupati, ancor più suicidi per fallimento individuale, ancor più precari e più anziani che frugano nei bidoni dell’immondizia, dietro i supermercati? Gli astuti euroservi del pd, a partire da Renzi, hanno perciò cambiato lo slogan, stando bene attenti a non preoccupare, o scontentare, i padroni eurocrati. Non possono dire “ci vuole meno Europa!” per gabbare gli elettori, ma possono furbescamente affermare che “non ci vuole più Europa, ma un’Europa migliore!”, come ha fatto Renzi ricevuto da Cameron nella perfida Albione. Così si lascia intendere ai fessi che la costruzione unionista può essere cambiata, in termini di politiche e processi decisionali, dandogli “un volto umano”, rendendola più vicina ai popoli, imprigionati nell’eurolager e vessati dalle politiche neoliberiste. Le stesse politiche applicate dai governi pd.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il pd ha fatto questa piccola virata, ma solo in termini di slogan elettorali per le europee, forza Italia (con Mediaset) punterebbe sul “meno Europa in Italia, più Italia in Europa”. Il risultato è che gli euroservi del pd, giocando con le parole per ingannare il popolo, agitano l’improbabile carota di un’Europa diversa – altro da sé, un po’ come fa Tsipras con i suoi seguaci greci e italiani – mentre forza Italia vorrebbe dare l’illusione che è possibile far valere le ragioni dell’Italia, oggi completamente soggiogata, nell’Europa unionista. E’ chiaro, però, che “un’altra Europa non è possibile” – il grande capitale finanziario che la domina impedirebbe i cambiamenti – e che l’Italia, paese occupato economicamente, monetariamente e finanziariamente, non conta più nulla e non potrà contare in futuro. Si capirà a privatizzazioni ultimate, che lo priveranno di alcune fra le sue principali armi (Eni, Enel, Finmeccanica, eccetera).</p>
<p style="text-align: justify;">L’unico cartello elettorale che usa ancora il provocatorio slogan “ci vuole più Europa”, è quello che contiene l’infamissima scelta civica, anche se Monti capostipite, il “salvatore” dell’Italia, sembra essersi eclissato. Sono questi i peggiori propagandisti dell’eurosfacelo, boriosi e sicuri di sé, senza vergogna, perché sanno che non avranno mai un vero consenso popolare, ma nonostante questo resteranno ancora per un po’ in sella. Sono entrati nel governo Renzi e possono sperare, uniti in scelta europea ad altre formazioni minori (centro democratico e fare per fermare il declino), di avere un seggio a Bruxelles. Infatti, l’altro loro slogan è “scegli l’Europa”, cioè la totale subalternità italiana al sopranazionale e il massacro sociale indiscriminato. Chi potrà votare per loro? Solo i patrimonializzati che adorano il neoliberismo e l’euro per ragioni di portafoglio, gli imbecilli totali e i poveri pollastri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo centro destra alfaniano, da parte sua, si rifà al vecchio slogan berlusconiano “unire i moderati”, giustificando così l’inciucio elettoralistico con l’udc. L’importante è ottenere un seggio o due nel prossimo parlamento europeo e mostrare che ncd non scompare ad urne aperte. C’è poco altro da dire.  Se forza Italia vorrebbe “più Italia in Europa” e meno Europa da noi, in una sorta di voglio ma non posso essere “euroscettico” fino in fondo (ciò che è successo al fondatore, Berlusconi, gli è di monito), ncd è invece “europeista”, come la moderatissima udc o un po’ più tiepidamente. Nel simbolo comune per le europee ncd, udc e ppe, oltre allo scudo crociato con tanto di libertas, hanno inserito in bella posta il nome di Alfano, ma hanno evitato slogan come scelta europea o più Europa. Non si sa mai, può essere pericoloso, potrebbe avere la funzione repellente che ha l’Autan con le zanzare … meglio il furbesco richiamo alla “compianta” democrazia cristiana. A uso e consumo di elettori nostalgici e ingrigiti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/PARTITO-ELETTORALE-3x3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4450" title="PDcerchio_¿10.eps" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/PARTITO-ELETTORALE-3x3-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La mattina del 6 aprile (se non vado errato) con qualche anticipo sui termini previsti, Roberto Calderoli ha depositato al Viminale il simbolo della lega per le europee. Sotto l’ormai classico e leggendario Alberto Da Giussano, con tanto di elmo, scudo e spadone, campeggia la scritta “basta euro”. E’ questo lo slogan scelto dalla lega di Salvini per affrontare l’appuntamento elettorale di maggio, mostrando un cambiamento rilevante rispetto al passato. Infatti, “basta euro” sostituisce il richiamo propagandistico a una Padania la cui esistenza è da sempre dubbia. Lo slogan, inoltre, non dovrebbe lasciare spazio ad equivoci, ma spetterà a Matteo Salvini, nel prossimo futuro, dar prova che non si tratta di un mero espediente elettoralistico, mantenendo nel concreto una dura posizione “euroscettica”, sia a Bruxelles che in Italia. Positiva è l’adesione leghista alla proposta di Marine Le Pen per coordinare gli sforzi oltre la dimensione nazionale. Di più, se Salvini vuole veramente occupare le prefetture, le occupi, dando un segnale forte. Altrimenti, la lega, che oggi è in buon recupero di consensi, rischierà di tornare indietro avvicinando la sua fine. Ricordiamo tutti che la lega è stata al governo per anni con Berlusconi, ha ottenuto ministeri importanti e, soprattutto dopo la defezione di Fini, ha avuto nella maggioranza un peso determinante. In quegli anni, però, a parte i discorsi un po’ di facciata sul federalismo, e la riformina federalista oggi defunta, non ha posto seriamente il problema della permanenza italiana nell’euro. Anche se può sembrare strano viste le mie passate (e feroci) critiche alla lega, oggi che la situazione italiana è disperata e ben poche sembrano le vie d’uscita, sono disposto a concedergli un’apertura di credito. Le crisi possono indurre a cambiamenti positivi e il fiuto mi porta a concludere che Salvini ha impresso una svolta al partito, e che intende seguire una nuova strada. Con quale determinazione, lo vedremo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fratelli d’Italia, partito annoverato fra gli “euroscettici”, presenta per le europee un simbolo sovrastato dal cognome di Giorgia Meloni – quasi che fosse una lista personale – ma in basso rispolvera il vecchio logo di alleanza nazionale. Se ho ben capito, i suoi capisaldi in campagna elettorale sono tre: l’immagine della Meloni, la critica alla moneta unica e all’Europa a trazione tedesca, senza però l’intenzione di uscire integralmente dalla ue, e il richiamo intriso di nostalgismo a alleanza nazionale. La Meloni è giovane ma non è di primo pelo, come sappiamo, essendo stata ministro dell’ultimo governo Berlusconi (politiche per i giovani). Inoltre, i fratelli d’Italia nascono dalla dissoluzione del pdl e durante il governo Monti per lunghi mesi, come tutti gli altri, hanno votato le controriforme montiane e europoidi che hanno messo in ginocchio il paese. Dovranno dar prova di fare sul serio, questa volta, per accrescere il consenso e “mondarsi l’anima”. La chicca è il richiamo, nel simbolo, alla defunta alleanza nazionale, con tanto di fiamma tricolore del vecchio “mis”. Com’è accaduto per il pci, anche qui c’è stata una degenerazione progressiva. La catena trasformistica, quasi parallela a quella pci-pds-ds-dp, in tal caso diventa msi-an-intermezzo pdl-fdi. Lo slogan più proprio potrebbe essere “alleanza nazionale è tornata”, intendendo che sono loro i veri eredi di an (ometto di fare il nome di Fini, per ovvi motivi) e addirittura del “mis” di Giorgio Almirante. Anche se ciò gli consentirà di intascare qualche voto dai nostalgici, come e più di Salvini e la sua lega dovranno dar prova di essere determinati a fare sul serio, e che questa volta eviteranno di fare i furbi. Infatti, come faranno a giustificare nelle future elezioni politiche (se ci saranno), viste le posizioni che esprimono per le europee, un cartello elettorale con forza Italia e soprattutto con ncd e udc?</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, m5s e Beppe Grillo. In questo caso acquistano importanza i provocatori post pubblicati sul blog dei blog, quello di Grillo. Oppure gli spettacoli che il comico porta in giro per l’Italia. Si va dalla promessa agli italiani del referendum per la permanenza nell’euro alla solita ossessione per i “costi della politica”, da abbattere a qualsiasi costo. Tanto è vero che i candidati pentastellati, per potersi sedere nel parlamento europeo dove i compensi sono altissimi, dovranno firmare un testo molto particolare. In caso di violazione del codice di comportamento e di mancate dimissioni dal parlamento europide, s’impegnano a versare al comitato promotore elezioni europee del 5 stelle una penale di ben 250mila euro. Personalmente credo che molti pentastellati dovrebbero comprendere che il primo problema italiano non è quello dei “costi della politica”, ma il complesso sistema neocapitalista di dominazione e sfruttamento che va sotto il nome di unione europea. Nel quale la moneta è l’euro. Non solo l’euro, quindi, ma l’intero sistema, che comprende le cosiddette istituzioni europee (parlamento compreso) e i trattati-capestro. Per quanto riguarda un preciso slogan per la campagna elettorale, nel caso del 5 stelle ho difficoltà a individuarlo, perché molteplici sono gli spunti offerti dal blog di Grillo. Si va dal celebre “P2 macht frei” (nel post Se questo è un paese), che non piace alla comunità ebraica ma che riguarda specificamente il nostro sistema politico, a “Renzi e dell’Utri per me pari sono” (dall’omonimo post). La verità è che l’”Europa” non è il tema sul quale si è costituito il movimento e sul quale Grillo e Casaleggio hanno costruito le loro fortune.</p>
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		<title>Il progetto eurasiatico si scontra con le politiche imperialiste della Triade</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Apr 2014 09:02:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Samir Amin 1. L&#8217;attuale scenario globale è dominato dal tentativo dei centri storici dell&#8217;imperialismo (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone: successivamente definiti &#8220;la Triade&#8221;) di mantenere un loro controllo esclusivo sul pianeta attraverso una combinazione di: - le cosiddette politiche economiche neoliberali di globalizzazione, che permettono al capitale finanziario transnazionale della Triade di decidere autonomamente [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;">
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/db4d0532ef39810e510f6a70670058c9_MGTHUMB-INTERNA.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4432" title="db4d0532ef39810e510f6a70670058c9_MGTHUMB-INTERNA" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/db4d0532ef39810e510f6a70670058c9_MGTHUMB-INTERNA-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;">
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;">
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;">
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;">
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;">
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;">
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;">
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;">
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 3;"><strong><span style="font-size: 13.5pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; color: maroon; mso-fareast-language: IT;">Samir Amin</span></strong><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12.0pt; line-height: normal;">
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12.0pt; line-height: normal;"><strong><span style="font-size: 13.5pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">1.</span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> L&#8217;attuale scenario globale è dominato dal tentativo dei centri storici dell&#8217;imperialismo (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone: successivamente definiti &#8220;la Triade&#8221;) di mantenere un loro controllo esclusivo sul pianeta attraverso una combinazione di:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">- le cosiddette politiche economiche neoliberali di globalizzazione, che permettono al capitale finanziario transnazionale della Triade di decidere autonomamente su ogni questione, nel suo esclusivo interesse;</p>
<p>- il controllo militare del pianeta da parte degli Usa e dei loro alleati subordinati (Nato e Giappone), in modo da annichilire ogni tentativo, di qualsiasi Paese non appartenente alla Triade, di muoversi fuori del suo giogo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><br />
In questo senso, tutti gli Stati del mondo che non sono della Triade sono nemici o potenziali nemici, eccetto quelli che accettano una completa sottomissione alla strategia politica ed economica della Triade, come le due nuove &#8220;repubbliche democratiche&#8221; di Arabia saudita e Qatar! La cosiddetta &#8220;comunità internazionale&#8221;, a cui i media occidentali si riferiscono in continuazione, è quindi ridotta al G7 più Arabia saudita e Qatar. Qualsiasi altro Paese, anche nel caso il suo governo sia attualmente allineato con la Triade, è un potenziale nemico fintanto che il suo popolo è nelle condizioni di rifiutare la sottomissione.</p>
<p></span><strong><span style="font-size: 13.5pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">2.</span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> In questo contesto, la Russia è un &#8220;nemico&#8221;.</p>
<p>Qualunque possa essere la nostra valutazione di cosa è stata l&#8217;Unione sovietica (&#8220;socialista&#8221; o qualcos&#8217;altro), essa  venne combattuta dalla Triade semplicemente perché rappresentava un tentativo di sviluppo indipendente dal capitalismo/imperialismo dominante.</p>
<p>Dopo la caduta del sistema sovietico, alcune persone (in Russia in particolare) pensarono che &#8220;l&#8217;Occidente&#8221; non avrebbe combattuto una &#8220;Russia capitalista&#8221;, così come la Germania e il Giappone &#8220;persero la guerra ma vinsero la pace&#8221;. Dimenticavano che le potenze occidentali avevano supportato la ricostruzione di Paesi ex-fascisti appunto per fronteggiare la sfida posta dalle politiche indipendenti dell&#8217;Unione sovietica. Adesso che questa sfida è scomparsa, l&#8217;obiettivo della Triade è la completa sottomissione, è distruggere la capacità di resistenza della Russia.</p>
<p></span><strong><span style="font-size: 13.5pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">3.</span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> Gli attuali sviluppi della tragedia dell&#8217;Ucraina illustrano la realtà degli obiettivi strategici della Triade.</p>
<p>La Triade ha organizzato a Kiev quello che dovrebbe essere chiamato un &#8221; putsch euro/nazista&#8221;. Per raggiungere il loro obiettivo (la separazione delle due nazioni storicamente gemelle, Russia e Ucraina), hanno avuto bisogno del supporto dei nazisti locali.</p>
<p>La retorica dei media occidentali, che afferma che le politiche della Triade mirano alla promozione della democrazia, è semplicemente una menzogna. La Triade non ha promosso in alcun luogo la democrazia. Al contrario, queste politiche hanno sistematicamente supportato le più antidemocratiche tra le forze locali. Quasi-fasciste nell&#8217;ex Jugoslavia &#8211; in Croazia e Kosovo &#8211; come negli Stati baltici e in Europa orientale, in Ungheria per esempio. L&#8217;Europa orientale è stata &#8220;integrata&#8221; nell&#8217;Unione europea non come partner di pari livello, ma come &#8220;semi-colonia&#8221; delle maggiori potenze capitaliste/imperialiste dell&#8217;Europa occidentale e centrale. La relazione tra Ovest ed Est nel sistema Europeo è in qualche modo simile a quella che governava i rapporti tra Stati uniti e America latina! Nei Paesi del Sud, la Triade ha sostenuto forze estremiste anti-democratiche come, ad esempio, l&#8217;Islam politico ultra-reazionario e, con la loro complicità, ha distrutto intere società. I casi di Iraq, Siria, Egitto, Libia illustrano bene questi obiettivi del progetto imperialista della Triade.</p>
<p></span><strong><span style="font-size: 13.5pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">4. </span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Pertanto la politica della Russia (così come è sviluppata dall&#8217;amministrazione di Putin) di resistenza al progetto di colonizzazione dell&#8217;Ucraina (e degli altri paesi dell&#8217;ex Unione sovietica, in Transcaucasia e Asia centrale) deve essere supportata. L&#8217;esperienza degli Stati baltici non deve ripetersi. L&#8217;obiettivo della costruzione di una comunità &#8220;Eurasiatica&#8221;, indipendente dalla Triade e dai suoi alleati europei subordinati, è anch&#8217;esso da appoggiare.</p>
<p>Ma questa &#8220;politica internazionale&#8221; positiva della Russia è destinata a fallire se non è sostenuta dal popolo russo. E questo sostegno non può essere ottenuto sulla base esclusiva del &#8220;nazionalismo&#8221;, anche di un tipo positivo e progressista &#8211; non sciovinista &#8211; di &#8220;nazionalismo&#8221;, a maggior ragione non da una retorica russa &#8220;sciovinista&#8221;. Il fascismo in Ucraina non può essere fronteggiato dal fascismo Russo. Il sostegno può essere ottenuto soltanto se l&#8217;economia interna e le politiche sociali perseguite promuovono gli interessi della maggioranza dei lavoratori.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><br />
<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/20140413_ucraina__ansa_.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4433" title="20140413_ucraina__ansa_" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/20140413_ucraina__ansa_-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>Cosa intendo con politiche &#8220;orientate verso il popolo&#8221; che favoriscano le classi lavoratrici?</p>
<p>Intendo &#8220;socialismo&#8221;, o una nostalgia del sistema sovietico? Non è questo il luogo in cui riesaminare l&#8217;esperienza sovietica, in poche righe! Riassumerò solamente il mio punto di vista in poche frasi. L&#8217;autentica rivoluzione socialista russa produsse un socialismo di stato che fu l&#8217;unico primo passo possibile verso il socialismo; dopo Stalin questo socialismo di stato si mosse verso un nascente capitalismo di stato (spiegare la differenza tra i due concetti è importante ma non è oggetto di questo breve articolo). A partire dal 1991, il capitalismo di stato è stato smantellato e rimpiazzato con un &#8220;normale&#8221; capitalismo basato sulla proprietà privata, la quale, come in tutti i Paesi del capitalismo contemporaneo, è fondamentalmente la proprietà dei monopoli finanziari, posseduta dagli oligarchi (simili e non diversi dagli oligarchi operanti nella Triade), molti fuoriusciti dall&#8217;ex nomenklatura, e qualche nuovo arrivato.</p>
<p>L&#8217;esplosione di pratiche creative e autenticamente democratiche avviata dalla Rivoluzione d&#8217;Ottobre fu successivamente domata e sostituita da un modello di gestione autocratico della società, pur garantendo i diritti sociali alle classi lavoratrici. Questo sistema portò ad una massiccia de-politicizzazione e non fu protetto da deviazioni dispotiche e persino criminali. Il nuovo modello di capitalismo selvaggio è fondato sulla continuazione della de-politicizzazione e sul non rispetto dei diritti democratici.</p>
<p>Un sistema del genere regge non solo la Russia, ma tutte le altre repubbliche ex sovietiche. Le differenze si riferiscono alla pratica della cosiddetta democrazia elettorale &#8220;occidentale&#8221;, più in Ucraina, ad esempio, che in Russia. Nondimeno questo modello di ordinamento non è &#8220;democrazia&#8221; ma una farsa in rapporto alla democrazia borghese così come funzionava nei precedenti passaggi dello sviluppo capitalistico, anche nelle &#8220;democrazie tradizionali&#8221; dell&#8217;Occidente, poiché il vero potere è ora limitato al dominio dei monopoli ed opera a loro esclusivo beneficio.</p>
<p>Una politica orientata al popolo implica quindi un allontanamento, il più possibile, dalla ricetta &#8220;liberale&#8221; e dalla maschera elettorale ad essa associata, che pretende di dare legittimità a politiche sociali regressive. Vorrei suggerire la creazione al suo posto di un nuovo tipo di capitalismo di stato, con una dimensione sociale (intendo sociale, non socialista). Questo sistema aprirebbe la strada ad eventuali avanzate verso una socializzazione della gestione dell&#8217;economia, quindi a nuovi autentici avanzamenti verso l&#8217;invenzione di una democrazia rispondente alle sfide di un&#8217;economia moderna.</p>
<p>Solo se la Russia si muove lungo queste linee, il conflitto in corso tra la politica internazionale indipendente di Mosca, da un lato, e dall&#8217;altro lato il perseguimento di una politica sociale interna reazionaria, può arrivare ad un risultato positivo. Tale mossa è necessaria e possibile: settori della classe politica dirigente potrebbero allinearsi su questo programma se la mobilitazione e l&#8217;azione popolare lo promuovono. Nella misura in cui simili politiche fossero portate avanti in Ucraina, Transcaucasia, e Asia centrale, un&#8217;autentica comunità di nazioni eurasiatiche può essere instaurata diventando un potente attore nella ricostruzione del sistema mondiale.</p>
<p></span><strong><span style="font-size: 13.5pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><br />
5.</span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> Il potere statale russo che rimane dentro i rigorosi limiti della ricetta neoliberista annienta le possibilità di successo di una politica estera indipendente e le probabilità che la Russia diventi un Paese davvero emergente, agendo come un importante attore internazionale.</p>
<p>Il neoliberismo può produrre per la Russia solo una drammatica regressione economica e sociale, un modello di &#8220;lumpen sviluppo&#8221; e un crescente stato di subordinazione nell&#8217;ordine imperialista globale. La Russia fornirebbe alla Triade petrolio, gas e altre risorse naturali; le sue industrie verrebbero ridotte allo stato di sub-appaltatrici a vantaggio dei monopoli finanziari occidentali.</p>
<p>In tale posizione, che non è molto lontana da quella della Russia di oggi nel sistema globale, i tentativi di agire indipendentemente nell&#8217;area internazionale rimarranno estremamente fragili, minacciati da &#8220;sanzioni&#8221; che rafforzeranno l&#8217;allineamento disastroso dell&#8217;oligarchia economica prevalente alle richieste dei monopoli dominanti della Triade. L&#8217;attuale deflusso di &#8220;capitale russo&#8221; associato alla crisi in Ucraina illustra il pericolo. Ristabilire il controllo statale sui movimenti di capitali è l&#8217;unica risposta efficace a tale pericolo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-outline-level: 5;"><strong><em><span style="font-size: 10.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Da <a href="http://mrzine.monthlyreview.org/2014/amin240314.html"><span style="color: blue;">mrzine.monthlyreview.org</span></a></span></em></strong><strong><span style="font-size: 10.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><br />
<em>Traduzione per <a href="http://www.resistenze.org/"><span style="color: blue;">Resistenze.org</span></a> a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare</em></span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></p>
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		<title>Altre tre osservazioni sull&#8217;Ucraina</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Mar 2014 16:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Piero Pagliani.   Questa riflessione è il seguito delle «Sette osservazioni sulla crisi ucraina» pubblicate lo scorso 4 marzo.   Ottava osservazione. È in corso da più parti un tentativo di capire se la crisi ucraina stia dimostrando la forza degli Usa o della Russia. Incominciamo osservando che quasi sempre i termini che vengono [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><br />
<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/NEWS_192597.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4362" title="NEWS_192597" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/NEWS_192597-300x192.jpg" alt="" width="300" height="192" /></a></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">di Piero Pagliani</span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: #660000; mso-fareast-language: IT;">Questa riflessione è il seguito delle</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> <span style="color: #274e13;"><a href="http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=98746&amp;typeb=0&amp;Sette-osservazioni-sulla-crisi-ucraina" target="_blank"><span style="color: blue;">«Sette osservazioni sulla crisi ucraina»</span></a></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: #660000; mso-fareast-language: IT;">pubblicate lo scorso 4 marzo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ottava osservazione. </span></em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">È in corso da più parti un tentativo di capire se la crisi ucraina stia dimostrando la forza degli Usa o della Russia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Incominciamo osservando che <strong>quasi sempre i termini che vengono contrapposti non sono simmetrici</strong>, bensì del tipo &#8220;Usa <em>vs</em> Putin&#8221; o &#8220;Comunità Internazionale <em>vs</em> Russia&#8221;. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Nel primo caso c&#8217;è una <em>nazione</em> (considerata fiaccola della democrazia) che si contrappone a un <em>individuo</em> (considerato una sorta di aggressivo autocrate), mentre nel secondo caso c&#8217;è un <em>ristretto club di nazioni</em> che si autodefinisce rappresentante di tutte le nazioni del mondo e che si contrappone a un <em>singolo Paese</em> considerato &#8220;paria&#8221; (se non fosse così potente, in questo momento sarebbe classificato come &#8220;<em>rogue</em> <em>state</em>&#8221; senza tanti complimenti). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Questa <strong>retorica da guerra</strong> (calda o fredda non fa qui differenza) ci vorrebbe far credere che comunque la &#8220;forza della ragione&#8221; sta ad Occidente. Possiamo dubitarne, ma non è questo il punto, perché nelle relazioni internazionali durante i periodi di <strong>caos sistemico</strong>, l&#8217;idea stessa di &#8220;ragione&#8221; è sfidata da quella, per l&#8217;appunto, di &#8220;caos&#8221; nel quale concetti come &#8220;democrazia&#8221;, &#8220;diritto&#8221; e, infine, &#8220;ragione&#8221; devono lasciare il posto al concetto principe di &#8220;forza&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Chi dimostra quindi più &#8220;forza&#8221;? Obama o Putin? Gli Usa o la Russia?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Io francamente non lo so, perché in questo momento sto osservando la parte centrale di una partita a scacchi ben lontana dall&#8217;essere definita, le mosse e le contromosse degli opponenti. La mia speranza è che questa partita finisca prima di uno scacco matto, perché tale situazione potrebbe spingere l&#8217;opponente in difficoltà a <strong>ribaltare la scacchiera</strong> con una mossa, ovviamente, fuori dalle regole. Penso che ci siamo spiegati.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per ora possiamo constatare che gli Usa in Europa hanno catturato un pezzo molto importante, diciamo una <em>torre</em>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Questo di per sé indica che gli Usa siano i più forti? Non penso che sia una conclusione così immediata, anche se è evidente che essi sono da tempo passati all&#8217;attacco. Lo hanno fatto nei Balcani, in Medioriente, in Nord-Africa, in Sudan. E&#8217; fuori di dubbio che in Ucraina la mossa sia stata &#8220;brillante&#8221; ed estremamente destabilizzante: oltre all&#8217;Europa, UE compresa, ha destabilizzato tutto il mondo, come vedremo nell&#8217;ultima osservazione. Ma la superiorità presunta dovrebbe essere analizzata attraverso vari parametri. Ne accenno alcuni: A) I mezzi impiegati, B) La capacità di prevenire dirompenti contromosse, C) Il significato strategico complessivo del risultato della mossa localmente vincente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Nona osservazione</span></em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. L&#8217;analisi dei mezzi impiegati dagli Usa in Ucraina è complessa. Essi pertengono a ciò che viene chiamato &#8220;<em>Soft Power</em>&#8220;, o che potremmo meglio chiamare &#8220;<em>Soft Power</em> 2.0&#8243;. Infatti <strong>operazioni come queste non sono novità assolute</strong>. Si pensi solo all&#8217;operazione &#8220;<em>Valuable</em>&#8221; con cui alla fine degli anni Quaranta i servizi segreti statunitensi e inglesi, col supporto di Grecia, Italia e Germania Occidentale, cercarono di suscitare una guerriglia anticomunista in Albania. Il tentativo finì in un disastro per almeno due motivi. Il primo è che i guerriglieri albanesi infiltrati erano ideologicamente <strong>troppo reazionari</strong> per ottenere la collaborazione della popolazione, che infatti rimase indifferente. Occorre sottolineare che proprio su questo punto ci fu una discussione tra i responsabili statunitensi e quelli inglesi che si opponevano all&#8217;utilizzo di leader albanesi dichiaratamente fascisti come invece pianificato dai primi. Il secondo fattore fu Kim Philby, agente segreto inglese da sempre comunista e al servizio dei sovietici, le cui informazioni permisero di intrappolare subito gli anticomunisti infiltrati. Un&#8217;operazione simile fu anche quella organizzata contro la Cuba castrista da John Kennedy in collaborazione con la mafia cubana e finita anch&#8217;essa in un disastro, alla Baia dei Porci. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Saltano agli occhi diverse cose. Innanzitutto la presenza dell&#8217;Unione Sovietica, la contrapposizione ideologica dovuta alla guerra fredda e la forte presa anche in Occidente degli ideali socialisti e comunisti non permettevano quelle smaccate campagne di propaganda preparatoria e d&#8217;accompagnamento a cui oggi siamo abituati, mentre costringevano a coprire accuratamente tali tipi di operazione, tanto che una volta che si capiva che erano fallite, i responsabili politici occidentali ci tiravano velocemente una riga sopra secretando tutto e lanciando i rivoltosi al loro (tragico) destino. Oggi, al contrario, possiamo sentire un pezzo grosso dell&#8217;amministrazione Obama che rivendica sfacciatamente l&#8217;appoggio finanziario degli Stati Uniti agli eversori ucraini, mentre quello logistico e militare viene dato per scontato e non si fanno soverchi sforzi per negarlo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Una grande differenza quindi tra il <em>Soft Power</em> 1.0 e quello 2.0. Estremamente più elaborato il secondo, esso si giova, <em>in Occidente</em>, anche della <strong>virtuale scomparsa di ogni forma di opposizione politica e ideologica al capitalismo</strong> e al suo centro di raccordo internazionale, cioè gli Usa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Eppure, come ho già cercato di argomentare, proprio qui si nota una certa debolezza nella mossa ucraina, ed essa riguarda la necessità di aver dovuto affidare le piazze a forze neonaziste inquadrate militarmente, non riuscendo l&#8217;Occidente ad esercitare quella composita attrazione ideologica, comportamentale, valoriale, economica e sociale, sulla classe media ma anche salariata, che invece si era vista in azione in varie occasioni, ad esempio durante la &#8220;Primavera di Praga&#8221; o nel movimento <em>Solidarność </em>in Polonia, persino nel movimento di Piazza Tienanmen a Pechino o in quello di Teheran Nord in Iran, o anche durante la &#8220;<em>Glasnost</em>&#8221; di Mikhail Gorbaciov nella stessa Unione Sovietica (e si dovrebbe cercare di capire come la Russia di Putin e la Cina da Jiang Zemin in poi abbiano risposto alle spinte della classe media e come lo stia facendo oggi l&#8217;Iran). Un discorso analogo credo si possa applicare alla &#8220;primavera&#8221; egiziana mentre è particolare il <strong>mix di sovversione eterodiretta e di tensioni sociali</strong> nell&#8217;America Bolivariana la quale finora ha fortunatamente dimostrato grande capacità di tenuta e di reazione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In Ucraina quel tipo di attrazione non si è vista, o la si è vista molto mediata da urgenze d&#8217;altro tipo derivanti da fratture di carattere storico, linguistico-culturale e anche religioso. Quali esigenze sociali avrebbero infatti richiesto di preferire la Tymo?enko a Janukovyč, perfettamente intercambiabili in quanto a corruzione e incapacità? In base a ciò non riesco a condividere fino in fondo </span><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; color: navy; mso-fareast-language: IT;"><a href="http://www.aldogiannuli.it/2014/03/crisi-ucraina/" target="_blank"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; color: blue;">analisi come quella di Lorenzo Adorni</span></a></span></span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> pubblicata sul blog di Aldo Giannuli, che a mio avviso mette in campo un fattore reale, cioè il <em>grande potere culturale</em> degli Stati Uniti, ma in un luogo e in un momento errati, dove cioè la dimensione finanziaria, logistica e militare del <em>Soft Power</em> ha avuto un ruolo maggiore e decisivo rispetto a quella culturale-sociale, così come è avvenuto in Libia, anche se su scala diversa, e così come sta succedendo in Siria.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Decima osservazione</span></em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. L&#8217;analisi del significato strategico complessivo della mossa ucraina e delle contromosse ci porta a diversi ordini di considerazioni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Il primo riguarda le modalità di conduzione dei conflitti moderni. Il fatto che non ci sia una esplicita e conclamata contrapposizione militare tra le grandi potenze non significa che non siamo già molto in là con quella che possiamo considerare la <strong>prima fase della III Guerra Mondiale</strong>. Lo svolgimento dei conflitti in questa fase era stato previsto per tempo dagli strateghi della <em>Rand Corporation</em><sup>1</sup>:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">«<em>Le modalità della guerra dell&#8217;ultimo quarto del XX secolo potrebbero finire per somigliare a quelle del Rinascimento italiano o degli inizi del XVII secolo, prima dell&#8217;emergere di eserciti nazionali e di guerre più organizzate &#8211; con conflitti armati continui e sporadici, privi di chiari confini temporali e spaziali, intrapresi a diversi livelli da un&#8217;ampia schiera di forze nazionali e subnazionali</em>» </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 5.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">(Brian M. Jenkins, &#8220;</span><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; color: navy; mso-fareast-language: IT;"><a href="http://www.rand.org/content/dam/rand/pubs/reports/2006/R3009.pdf" target="_blank"><em><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; color: blue;">New modes of conflict</span></em></a></span></span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">&#8220;, 1983, p. 17). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Giovanni Arrighi, circa un decennio dopo, motivava un tale «<em>riemergere di forme di politica militare proprie della prima età moderna in un mondo ultramoderno o postmoderno</em>» come un segnale del <strong>caos prodotto dalla crisi sistemica</strong>. Ma un segnale di tipo particolare:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">«<em>È come se il moderno sistema di dominio, dopo essersi esteso spazialmente e funzionalmente fin dove possibile, non abbia altro luogo dove andare se non &#8220;in avanti&#8221;, verso un sistema di dominio completamente nuovo, o &#8220;all&#8217;indietro&#8221;, verso modelli di formazione dello stato o di conduzione della guerra propri della prima età moderna o addirittura premoderna</em>» </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 5.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">(Giovanni Arrighi, &#8220;<em>Il lungo XX secolo denaro, potere e le origini del nostro tempo</em>&#8220;, Il Saggiatore, 1996, pp. 112-113).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Il secondo ordine di considerazioni riguarda l&#8217;<strong>ampiezza dell&#8217;urto destabilizzante della mossa ucraina</strong> e quindi delle contromosse strategiche complessive.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Il primo e più immediato impatto si ha in Europa, questo è evidente. E in Europa in prima linea c&#8217;è la Germania sulla quale gli esiti della mossa ucraina sono abbastanza differenziati e non uniformi. Ne parlerò in un articolo sull&#8217;Europa che spero di pubblicare tra pochi giorni, ma in linea di massima la mossa statunitense ribadisce che ogni politica ad Est dell&#8217;Europa è subordinata alle ragioni strategiche degli Usa, per quanto caotiche possano essere: &#8220;<em>Fuck the EU!</em>&#8220;.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ma gli effetti di destabilizzazione non finiscono in Europa. Se dal nostro continente ci spostiamo in Asia, vediamo che la crisi ucraina ha messo sotto <em>impasse</em> l&#8217;<strong>India</strong>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In linea con gli storici legami tra questo Paese e la Russia (Unione Sovietica) il consigliere della sicurezza nazionale, Shivshankar Menon, ha parlato di «<em>interessi legittimi</em>» della Russia, pur nel contesto di «<em>altri interessi</em>» da negoziare, con l&#8217;auspicio di «<em>una soluzione soddisfacente per tutti</em>». Tuttavia l&#8217;imbarazzo del governo è confermato da un atteggiamento che è stato paragonato a quello dello struzzo «<em>con la testa ben ficcata nella sabbia in attesa che la crisi a Kiev si possa chissà come dissolvere</em>»<sup>2</sup>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Le preoccupazioni in India sono tante. Tra aprile e maggio ci saranno le elezioni politiche. </span><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; color: navy; mso-fareast-language: IT;"><a href="http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=93308" target="_blank"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; color: blue;">Tutto fa pensare</span></a></span></span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> che il vincitore sarà il <em>Bharatiya Janata Party</em>, o BJP, il partito nazionalista indù, a meno di sorprese dovute a una &#8220;terza forza&#8221; emergente tra questo partito e quello del Congresso. Il rischio è che a formare il nuovo governo sia chiamato <strong>Narendra Modi</strong>, un estremista ritenuto responsabile politico del <strong>pogrom antimusulmano</strong> che nel 2002 provocò nel Gujarat l&#8217;uccisione di circa 2.000 persone, uomini, donne e bambini, tra violenze letteralmente inenarrabili. Cattive relazioni diplomatiche con gli Usa sguarnirebbero l&#8217;India di fronte ai probabili attacchi terroristici controllati dall&#8217;<em>Inter-Services Intelligence</em> (ISI) pakistano, che sono aspettati come messaggio di &#8220;benvenuto&#8221; ad un probabile governo nazionalista indù a Delhi. Non solo, le capacità di eversione dimostrate in Ucraina dagli Stati Uniti spaventano l&#8217;India nella cui federazione sono presenti aree di conflitto di diverso tipo, dallo Stato di Jammu<em> </em>e<em> </em>Kashmir nel Nordovest, alle inquiete &#8220;Sette Sorelle&#8221; del Nordest (Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Nagaland, Tripura e Mizoram). In definitiva, la crisi ucraina potrebbe introdurre un cuneo negli storici rapporti di alleanza tra India e Russia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dal canto suo la <strong>Cina</strong>, contraria a sanzioni contro la Russia e al contempo possibilista nei confronti del nuovo governo installatosi a Kiev, sembra voler utilizzare la crisi per proporsi in un <strong>ruolo globale di &#8220;moderatore&#8221;</strong>. Con ciò dimostrerebbe al mondo per l&#8217;ennesima volta che la Cina risolve i conflitti mentre gli Usa li alimentano e potrebbe negoziare un allentamento della pressione di contenimento decisa da Obama (preannunciata dal famoso &#8220;<em>Pivot to East Asia</em>&#8221; della Clinton). Infine si noti che le preoccupazioni indiane per il Kashmir e le Sette Sorelle sono replicate da quelle cinesi per lo Xinjiang e il Tibet. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ma ciò vuol dire che come reazione complessiva all&#8217;ennesima dimostrazione del <em>Soft Power</em> 2.0 da parte degli Usa, i rapporti tra Russia, India e Cina, pur tenendo distinti i propri specifici interessi e le manovre per difenderli, si potrebbero alla fine stringere ancor di più in quanto custodi della <strong>legalità westfaliana internazionale</strong> contro il caos imperiale e la <em>Responsibility to Protect</em> (R2P) e il <em>Right to Intervene</em> (R2I) <em>ad usum Delphini</em>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Una politica che potrebbe attrarre la grande maggioranza degli Stati del mondo isolando, paradossalmente, la sedicente &#8220;comunità internazionale&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">NOTE: </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">1</span></span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. La <strong>Rand Corporation</strong> è un prestigioso <em>think tank</em> al servizio delle forze armate statunitensi, dove sono passati ben trentadue premi Nobel. Almeno la metà dei suoi studi sono coperti da segreto. A dire: è meglio smetterla con la giustificazione consolatoria che gli Stati Uniti &#8220;non capiscono&#8221;, &#8220;sbagliano&#8221; o &#8220;sono ingenui&#8221;. Nessun impero ha mai sofferto di questi difetti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">2</span></span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-ansi-language: EN-GB; mso-fareast-language: IT;" lang="EN-GB">. K.P. Nayar su &#8220;<em>The Telegraph</em>&#8220;, India.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span></p>
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		<title>Ucraina: una nuova guerra fredda?</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Feb 2014 19:52:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo questo articolo. La redazione di Comunismo e Comunità esprime la sua totale solidarietà a tutti i popoli che lottano per la propria indipendenza, libertà e sovranità. di VOVA I fatti di guerra che stanno sconvolgendo in queste ore l’Ucraina non possono che rimandare a quella che per alcuni è una nuova Guerra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Riceviamo e pubblichiamo questo articolo. La redazione di Comunismo e Comunità esprime la sua totale solidarietà a tutti i popoli che lottano per la propria indipendenza, libertà e sovranità.</em></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>VOVA</strong></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/Ucraina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4236" title="Ucraina" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/Ucraina-300x203.jpg" alt="" width="300" height="203" /></a>I fatti di guerra che stanno sconvolgendo in queste ore l’Ucraina non possono che rimandare a quella che per alcuni è una nuova Guerra Fredda tra Stati Uniti, con al fianco l’Unione Europea che sembra essere soltanto una sua estensione politico-economica, e la Russia di Putin. Persino su <a href="http://www.ilgiornale.it/news/esteri/e-tutto-manovrato-994003.html" target="_blank">qualche giornale italiano</a> sono state pubblicate le intercettazioni telefoniche in cui Victoria Nuland, sottosegretario dell’amministrazione Obama, conversa con l’ambasciatore statunitense a Kiev sui possibili governi “amici” da instaurare dopo la guerra con tanto di insulti nei confronti del servo idiota europeo (“<em>Fuck the UE</em>”, cit.). Da notare come in seguito al suddetto “scandalo” la portavoce del Dipartimento di Stato Jen Psaki accuserà i russi di aver intercettato e pubblicato la telefonata.</p>
<p>L’Ue sta minacciando sanzioni contro il governo ucraino democraticamente eletto e accusato di repressione, mentre per Mosca i dimostranti più “radicali” – così, con la parola “radikaly”, certi notiziari russi filo-occidentali e anti-Putin, tra i quali “Telekanal dozhd”, definiscono i manifestanti estremisti che compiono atti di violenza distinguendoli dai protestatari buoni &#8211; mirano al sovvertimento violento delle legittime Istituzioni ucraine. Il segretario dell’ufficio stampa della presidenza russa, Dmitrij Peskov, <a href="http://ria.ru/world/20140219/995835797.html" target="_blank">dichiara</a> dalle colonne del notiziario <em>Ria Novosti</em>: “Dal punto di vista dell’autorità russa, la responsabilità di ciò che sta accadendo nel paese ricade totalmente sugli elementi estremistici, le cui azioni, a nostro avviso, devono essere trattate come un tentativo di colpo di Stato”. Peskov ha inoltre riferito di un colloquio avvenuto tra Putin e il Presidente ucraino Victor Janukovič, a proposito del quale egli nega tuttavia la volontà da parte della Russia di dire al governo ucraino cosa fare per “normalizzare” (per usare un termine sovietico) la situazione, poiché ciò spetterebbe soltanto alle legittime autorità ucraine. In un discorso il cui <a href="http://www.youtube.com/watch?v=861DJLR4Cek" target="_blank">video</a> è stato pubblicato su youtube dal canale russo “Russian accent Tv”, lo stesso vicesegretario di Stato americano Nuland, recatasi in Ucraina per tre volte in poche settimane, afferma che negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno stanziato cinque miliardi di dollari per cercare di sovvertire la classe dirigente ucraina e strappare finalmente l’Ucraina dalla storica influenza russa. A questo stesso progetto statunitense di allontamento del paese dalla Russia e di avvicinamento agli USA e ai suoi interessi (la Nuland parla ovviamente di “sviluppo di una moderna democrazia in Ucraina”), sostiene siano interessati molti uomini di potere ucraini, sia di stampo economico che politico. Nel discorso purtroppo non le sfugge di dire quanti di quei 5 miliardi sono andati a finire nel finanziamento dei “radikaly” di “Euromaidan”. Che l’Europa nelle vesti finanziarie e oligarchiche dell’UE avesse questo triste e nefasto si sapeva già ovviamente. E non è un caso che dai suoi mezzi di informazione si sentono lanciare accuse, in merito alle vittime di questi giorni, al governo ucraino regolarmente eletto e ancora di più a Putin che, come affermano anche quotidiani russi legati alla finanza americana tra cui “Vedemosti” (giornale economico dello stesso editore del Financial Times e The Wall Street Journal), ha la criminale colpa di insistire a sostenerlo (“<a href="http://www.vedomosti.ru/opinion/news/23072811/valerij-chalyj-krov-v-kieve-rol-moskvy-i-nadezhda-na-mir " target="_blank"><em>se Mosca non la smette di appoggiare Janukovic, il sangue dei fratelli slavi, di cui tanto amano parlare in Russia, continuerà a scorrere a fiumi</em></a>”).</p>
<p>Tra le decine di morti che si contano a tutt’oggi negli scontri dell’ormai nota in Occidente come “<em>piazza Maidan</em>” – in ucraino “<em>piazza piazza</em>” – ci sono sia manifestanti che esponenti delle forze dell’ordine ucraine “Berkut”. Stando alle <a href="http://ria.ru/world/20140220/996066104.html" target="_blank">notizie di oggi</a> a quest’ultime è stato ora concesso il permesso da parte del capo del Ministero degli Interni, Vitalij Zaxarchenko, di utilizzare armi per difendersi. Anche il centro anti-terrorismo e i servizi di sicurezza dell’Ucraina avrebbero cominciato delle operazioni su tutto il territorio del paese mentre, secondo i dati del Ministero della Salute, i disordini di Kiev avrebbero finora causato 64 morti e 292 feriti. Se il leader di uno dei partiti d’opposizione, Vitalij Klichko, <a href="http://js.smi2.ru/newdata/adpreview?ad=443494&amp;bl=74511&amp;ct=adpreview&amp;st=16" target="_blank">chiede l’intervento dell’Occidente</a> e dei “paesi democratici” per fermare il “sanguinario presidente”, il governo della Crimea chiede in <a href="http://www.evrazia.org/news/30949" target="_blank">un comunicato</a> rivolto a Janukovic di intraprendere misure straordinarie per porre fine alla guerra civile a Kiev .</p>
<p>Di fronte a una situazione del genere cui si è già assistito diverse volte negli ultimi anni, non si può che auspicare invece un aiuto da parte della Russia (i cui interessi nazionali a differenza di quelli statunitensi non vanno affatto demonizzati) nel far rispettare, come è successo recentemente con la Siria, il diritto internazionale e il principio di non-ingerenza negli affari interni di altri Stati, principio che anche in questo caso gli Usa e il suo vassallo “europeo” hanno violato per primi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>http://www.evrazia.org/article/11</em></p>
<p><em>http://www.evrazia.org/news/30959</em></p>
<p><em>http://www.evrazia.org/news/30958</em></p>
<p><em>http://www.evrazia.org/news/30949</em></p>
<p><em>http://ria.ru/world/20140219/995850762.html?utm_source=fb1</em></p>
<p><em><a href="http://ria.ru/world/20140219/995835797.html">http://ria.ru/world/20140219/995835797.html</a></em></p>
<p><em><a href="http://ria.ru/world/20140220/996066104.html">http://ria.ru/world/20140220/996066104.html</a> </em></p>
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		<title>Lavorare senza padrone. Suggerimenti per un prossimo futuro</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jul 2013 10:42:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Resistenze]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Autogestione]]></category>
		<category><![CDATA[Elvira Corona]]></category>
		<category><![CDATA[José Abelli]]></category>
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		<description><![CDATA[di Cybergodz Nel 2001, come è noto, una crisi epocale travolse l&#8217;Argentina, disastrandola sia socialmente che economicamente. Le cause possono farsi risalire essenzialmente a due: - un primo segnale di quella che poi nel 2008 si presenterà come una crisi economica globale, nella quale ci troviamo ancora oggi immersi e dalla quale, secondo alcuni, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><span style="color: #800000;">di Cybergodz</span></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/07/lavorare-senza-padroni.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3768" title="lavorare senza padroni" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/07/lavorare-senza-padroni-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Nel 2001, come è noto, una crisi epocale travolse l&#8217;Argentina, disastrandola sia socialmente che economicamente. Le cause possono farsi risalire essenzialmente a due:</p>
<div style="margin-left: 40px;">- un primo segnale di quella che poi nel 2008 si presenterà come una crisi economica globale, nella quale ci troviamo ancora oggi immersi e dalla quale, secondo alcuni, non è più possibile uscire (all&#8217;interno di questo assetto sociale) per raggiunti “limiti strutturali” del modello sociale capitalistico.- una pedissequa quanto cieca osservanza delle disposizioni del FMI, tutte tese ovviamente a salvaguardare i livelli di estrazione di plusvalore necessari per mantenere in piedi il sistema, e del tutto indifferenti agli effetti di tali manovre sul corpo sociale.</div>
<p>Non tutto però, se ci è lecito dire così, è venuto per nuocere. L&#8217;Argentina in quegli anni si è rivelata essere uno straordinario laboratorio sociale, capace di dare indicazioni anche adesso, e anzi forse soprattutto adesso, che la crisi si è estesa a livello globale e molti paesi si sono ritrovati, o hanno molte probabilità di ritrovarsi, nelle condizioni dell&#8217;Argentina di allora.</p>
<p>Un libro uscito nel 2011 per le edizioni EMI dal titolo <strong><em>“Lavorare senza padroni”</em></strong>, scritto da un&#8217;abile giornalista<em> free-lance</em>, <strong>Elvira Corona</strong>, raccoglie molte di queste indicazioni, e le riporta in modo fedele, usando la tecnica dell&#8217;intervista e andando a scavare nell&#8217;Argentina di oggi, paese che molto deve alla capacità di autogestione nata in quegli anni di picco della crisi. Queste indicazioni, oggi, possono essere probabilmente molto più preziose di ogni ricetta di “salvataggio” dalla crisi, o di ritorno alla “crescita”, che qualsiasi politico nostrano, o economista prezzolato, possa pensare di rifilarci.</p>
<p>Molte esperienze, nate nel 2001 (ma alcune anche prima) resistono tuttora, ed anzi si sono radicate ancora più profondamente, e rappresentano di fatto un punto di riferimento per tutte quelle che vogliono, o devono, seguire la loro stessa strada. Fra le più famose, e più connotate politicamente, intervistate qui da Elvira Corona: la Fasinpat (acronimo di <em>Fábrica sin padrones</em>, ovvero “fabbrica senza padroni”), ex Zanon, una fabbrica fondata da italiani che produceva, e produce ancora, piastrelle; la Vaca, una cooperativa di giornalisti che nel 2001 decise di uscire dalla vischiosa logica della <em>obediencia debida</em> (obbedienza dovuta) nei confronti del regime e delle sue porcherie, e iniziò, con grande difficoltà, ad appoggiare il movimento delle occupazione e delle imprese recuperate; la Impa, industria metallurgica fra le prime ad essere recuperate (1998) e fra le più combattive e radicali. In ogni caso, da notare come il movimento delle ERT (<em>Empresas recuperadas por los Trabajadores</em>) attraversi molti settori, da quello giornalistico a quello manifatturiero, da quello alberghiero ai supermercati. Questo rende il fenomeno ancora più interessante, nella misura in cui percorre di fatto l&#8217;intero corpo sociale, e a più livelli, come vedremo.</p>
<p>Dalle interviste, contenute nel libro, emerge come molti fattori abbiano contribuito al successo e al consolidarsi di queste realtà – là dove, ovviamente, sono riuscite a sopravvivere contro tutte le difficoltà e gli ostacoli posti sul loro cammino. Ma alcuni elementi sembrano imporsi come “terreno comune” e fondante di ogni esperienza, anche non direttamente legata a quella argentina: passaggi inevitabili con i quali tutte le ERT hanno dovuto, e con ogni probabilità debbono ogni qual volta esse si presentino all&#8217;orizzonte, fare i conti per crescere e radicarsi. Possiamo enuclearne tre:</p>
<p><strong>- Solidarietà:</strong></p>
<p>un fattore determinante per la riuscita di una ERT è senz&#8217;altro la solidarietà, non solo però fra i lavoratori, cosa che presuppone una maturità collettiva non semplice da raggiungere da parte di chi è stato abituato tutta la vita a lavorare eseguendo meccanicamente ordini, ma anche da parte del corpo sociale nel quale l&#8217;esperienza della singola impresa recuperata va ad inserirsi. Quest&#8217;ultimo fattore per fortuna non è mancato in Argentina, e forse è stato quello decisivo là dove le imprese autogestite dagli operai sono riuscite a vincere e radicarsi. Dicono per esempio i lavoratori della Chilavert, un&#8217;impresa di Buenos Aires recuperata nel 2002 che si occupa di stampa e grafica: “Qui in particolare è stato semplice ed automatico perché siamo in un quartiere abbastanza piccolo, ma la gente anche nel resto della città di Buenos Aires era d&#8217;accordo con le lotte degli operai. Quando spiegavamo le ragioni della nostra battaglia ci appoggiavano tutti”. (p.25) Oppure i lavoratori di Grissinopoli (ora cooperativa “La Nueva Esperanza”), una fabbrica di grissini recuperata nello stesso periodo: “Era inverno e faceva davvero freddo, molti venivano a portarci pane e zucchero … la gente del quartiere Palermo ci prestò 2000 pesos per comprare le materie prime con cui lavorare”. (p.38)</p>
<p>Ma la solidarietà è, appunto, anche fra lavoratori e per i lavoratori. Come dice José Abelli, primo presidente e portavoce del Mner (<em>Movimiento nacional empresas recuperadas</em>): “Il neoliberismo cerca i paradisi con la manodopera schiava, i luoghi meno cari come la Cina, il Sudest asiatico, dove le aziende possono avere più margine di guadagno, precarizzando e schiavizzando la manodopera in quei paesi e distruggendo i posti di lavoro qui o nei vari paesi di origine. Noi attuiamo un processo di integrazione e di uguaglianza delle condizioni, per esempio cercando di generare più posti di lavoro”. (p.158)</p>
<p><strong><br />
- Questione sindacale e rapporti con lo stato:</strong></p>
<p>I rapporti – ma forse sarebbe più corretto dire “le lotte” &#8211; coi sindacati e con lo Stato sono senz&#8217;altro un altro fattore molto importante per la riuscita delle ERT. In genere i sindacati non sono favorevoli ad una autogestione operaia, perché questo significa perdere il controllo sugli operai, e insieme la forza di contrattazione nei confronti dei padroni – contrattazione, va detto, non sempre svolta a favore dei lavoratori, ma sempre più spesso per difendere istanze corporative e garantirsi sacche di potere. Da parte sua lo Stato, per ragioni simili, non vuole e non può rinunciare ad un controllo sul circuito economico nazionale ma al tempo stesso non è disposto a, e probabilmente neanche può, trovare soluzioni soddisfacenti per salvaguardare i diritti e la dignità dei lavoratori. Entrambi però, sindacati e Stato, nell&#8217;esperienza argentina si sono trovati a dover rispondere positivamente ad una situazione di lotta di fatto molto estesa, che li ha posti di fronte alle esigenze di un intero corpo sociale in movimento, divorato da una crisi per i cui devastanti effetti essi stessi avevano giocato un ruolo non marginale. Per esempio, sempre alla già citata Chilavert: “Di fatto [il sindacato] ci snobbò. In Argentina la salute e le associazioni sociali dei lavoratori vengono gestite attraverso i sindacati, e il nostro smise di occuparsi di noi. Con il tempo iniziò a riavvicinarsi, si rese conto che non poteva continuare a ignorarci”. (p.28) Oppure, secondo quanto sostiene Maria Pino di Grissinopoli, i sindacati “sono molto potenti, è come un gioco delle parti, dicono che sono dalla parte dei lavoratori però quando è il momento di fare qualcosa non aiutano per niente”. (p.40)</p>
<p>Un altro dei meriti delle autogestioni è stato quello di sapersi contrapporre con intelligenza ai sindacati, fino ad arrivare a “recuperarne” alcuni, al pari delle fabbriche. Per esempio, il sindacato ceramisti di Nuquén, che ha svolto un ruolo molto importante ai fini di garantire il successo alla riappropriazione operaia della ex-Zanon: un sindacato anch&#8217;esso di fatto “recuperato” dai lavoratori, e tornato ad essere quello che doveva essere, cioè un organismo di tutela reale degli operai, gestito dagli operai stessi. Dice Omar della ex-Zanon: “Generalmente in Argentina le parole sindacato e sindacalista sono mal viste. Noi proviamo a dimostrare qualcosa di diverso. Ci sono molti compagni che hanno recuperato le commissioni interne. Negli ultimi tempi si è recuperato un movimento sindacale importante, che sta mostrando un modo diverso di organizzarsi, e molti si sono ispirati al lavoro del Sindacato Ceramisti”. (p.56)</p>
<p>Lo stesso tipo di problemi si pone di fatto anche per i rapporti con lo Stato. Lo Stato argentino ha avversato in molti modi le occupazioni e le autogestioni operaie, sia in modo violento, con polizia ed esercito, sia in modo molto più subdolo (spesso con la complicità degli stessi sindacati) proponendo forme di gestione delle imprese recuperate che finivano per farle fallire oppure riportarle nell&#8217;alveo di una normale amministrazione controllata da figure esterne e diverse da quelle operaie. Tuttavia, lo Stato resta un referente importantissimo per le ERT, le quali premono assiduamente per ottenere una legge definitiva di espropriazione a livello nazionale e non solo a livello regionale, come ve ne sono già. Dice Eduardo, il presidente della cooperativa che gestisce la IMPA: “Lo Stato vuole che la società sia una società mendicante, e che tutti i tipi di organizzazione debbano sempre dipendere da lui in qualche modo” (p.240) … “Anch&#8217;io credo che i settori di produzione importanti, i settori strategici dell&#8217;economia, debbano essere nelle mani dello Stato, però la maggior parte può tranquillamente andare avanti con l&#8217;autogestione”. (p.246)</p>
<p>Anche in questo, insomma, le ERT aiutano a portare avanti una riflessione difficile, dai contorni poco chiari specie in periodi caotici come questi: una riflessione, scevra da pregiudizi e legata all&#8217;esperienza di lotta e di sopravvivenza quotidiana, sullo Stato e le organizzazioni dei lavoratori, il loro ruolo, i loro limiti, i loro possibili utilizzi ai fini della causa dell&#8217;autogestione operaia.</p>
<p><strong>- Gestione orizzontale e autorganizzazione operaia:</strong></p>
<p>Ma l&#8217;aspetto forse più importante e dirompente dell&#8217;esperienza argentina, quello che più ha da insegnare qualcosa al mondo intero, è il fenomeno dell&#8217;autogestione operaia, i cui principi di base sono la gestione orizzontale e la capacità di pianificazione della produzione e non solo. Lì viene dimostrato che si può “vivere senza padroni”, che i padroni non sono necessari, e che una organizzazione dal basso, paritaria e basata sui principi della solidarietà e della condivisione può funzionare come, se non meglio, di una gestita in modo verticale come lo è l&#8217;impresa classica. Sempre dalla Chilavert. “Questa è la differenza importante: prima era qualcosa che faceva solo il padrone, prendeva decisioni che poi venivano comunicate ai dipendenti e questi dovevano lavorare secondo gli ordini, niente di più. Non c&#8217;era nessuna possibilità di discussione. Oggi invece si decide insieme. Prima era una gestione piramidale, ora possiamo definirla orizzontale”. (p.27)</p>
<p>Fondamentale resta il “controllo operaio”: nessun deve avere in pugno la fabbrica, o il posto di lavoro quale che sia, se non i lavoratori stessi. Qui risiede uno dei segreti del successo delle ERT che sono riuscite a portare fino in fondo, vittoriosamente, il loro tentativo di autogestione. Là dove questo elemento è venuto a mancare, le ERT hanno perso o comunque hanno visto snaturato in modo radicale il loro progetto, il che di fatto equivale ad una sconfitta. Dice Diego del Bauen, un albergo recuperato di Buenos Aires: “Se si resta convinti che per lavorare bisogna dipendere da qualcun altro, da qualcuno con il capitale, che il padrone è la figura indispensabile, che ci deve essere sempre qualcuno che comanda, si riduce la possibilità di ragionare e di pensare che chiunque può creare un circuito diverso, qualcosa di buono”. (p.112)</p>
<p>Nell&#8217;autogestione delle ERT, tutti imparano a fare tutto, pur fra mille difficoltà. Dice Eduardo di IMPA: “una cosa era dire nelle riunioni: prendiamo la fabbrica e rimettiamola in funzione, un&#8217;altra farlo nella pratica; ma abbiamo dimostrato che si poteva fare” (pp.229-230)… “Nel processo è essenziale la soggettività dei lavoratori, il loro cambiamento di percezione” (p.231) … “Certo non stiamo amministrando una multinazionale, però sappiamo gestire tutte le questioni di acquisto, vendita, distribuzione etc. I compagni hanno imparato molto presto il funzionamento, rompendo un po&#8217; il mito che in quest&#8217;area ci devono lavorare persone particolarmente esperte”(p.232) … “La cosa più importante è aver dimostrato che si può gestire un&#8217;impresa solo coi lavoratori, e che oggi tutti i lavoratori dell&#8217;Argentina sanno che questo è un nuovo metodo di lotta e che è già collaudato” (p.234): un metodo di lotta che garantisce a tutti una vita quanto più dignitosa possibile, dove il lavoro, poco o tanto che sia, viene ripartito in modo egualitario, così come i ricavi, e non viene praticata l&#8217;esclusione come nelle imprese capitalistiche, dove conta solo il profitto e l&#8217;accumulo di denaro. Sempre Eduardo: “Qui le cose funzionano meglio, perché io sono convinto che la cooperazione superi la concorrenza” (p.238)</p>
<p>L&#8217;impresa recuperata, che si basa su principi diversi dall&#8217;impresa capitalistica, diventa così uno sorta di spazio sociale, all&#8217;interno del quale è possibile dar vita ad attività molto diverse da quelle legate alla mera attività lavorativa: dai balli popolari ai centri di educazione e di salute, fino ad una università per i lavoratori. “Noi crediamo che l&#8217;impresa debba essere davvero un&#8217;impresa sociale, non un&#8217;impresa e basta. Perché non è che un&#8217;impresa o una cooperativa debbano pensare solo ai guadagni. Devono essere veramente sociali, ovvero con un altro modo di lavorare, che l&#8217;utilizzo degli spazi possa essere per tutti, a disposizione degli altri, della società”. (p.243)</p>
<p>Tutto questo non è facile, va avanti fra molte difficoltà, determinate da fattori esterni ma anche dagli stessi lavoratori, e spesso a tentoni, cercando di capire in “corso d&#8217;opera” quale sia la strada migliore da percorrere. Ma il risultato, pur precario e spesso provvisorio, non può che incoraggiare a proseguire sulla via dell&#8217;autodeterminazione. Dice Manolo della cooperativa di giornalisti La Masa di Rosario “L&#8217;autogestione è stata una risposta su tutti i fronti della crisi: l&#8217;economico, l&#8217;ideologico, il sociale. La questione basilare resta il dover portare a casa il pane per la nostra famiglia, però c&#8217;è anche una nuova democratizzazione della produzione, la discussione fra pari su come gestire la fabbrica, su come portare avanti queste attività economiche. Gli operai se ne fanno carico, tra mille difficoltà, ma rappresentano una ricchezza enorme. Per questo è un grande fenomeno, anche nel quadro della lotta per i diritti umani”. (p.140)</p>
<p>L&#8217;esperienza argentina delle ERT rappresenta sicuramente un modello e un viatico per la nascita di esperienze simili, e non solo in Sud-America o in altre zone fuori dai circuiti primari del mercato, ma anche nel cosiddetto “primo mondo”, dove la crisi sta falciando posti di lavoro e devastando economie. È un fatto che anche in molti paesi europei siano nati negli ultimi tempi esperimenti come quelli visti in Argentina (Vio.me in Grecia, Ri-maflow in Italia etc.). Che questo possa rappresentare una alternativa<em> tout-court</em> al regime del capitale, è ancora tutto da dimostrare. Vero è che un passaggio che vede l&#8217;autogestione dei lavoratori non può che far ben sperare. Che questo possa un giorno inserirsi non più in un contesto di mercato e di competizione, ma in uno solidale e cooperativo, magari dove non siano la produttività febbrile, la ricerca del profitto e il consumo compulsivo ma la convivialità, l&#8217;equità e la riappropriazione del tempo di vita a permeare il corpo sociale, è la nostra prossima speranza. Anche le ERT più politicizzate sembrano concordare. Sempre Eduardo, dell&#8217;IMPA: “Di fatto crediamo nell&#8217;autogestione dei lavoratori, ma anche che, per poter cambiare la realtà, noi abbiamo un compito primario: distruggere il sistema capitalistico. Senza questo non c&#8217;è modo di non avere padroni, per quanto si possa essere autogestiti” (p.230) … “Ma i cambiamenti di paradigma sono difficili. Io sono convinto che le nuove società non saranno integrate sulla base del lavoro come invece è successo nel passato” (p.249).</p>
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		<title>BRASILE: PANEM, CIRCENSES ET RIVOLTA POPOLARE</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jul 2013 09:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 class="post-title entry-title" style="text-align: right;">di Attilio Boron</h3>
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<p><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/07/Brasile.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3746" title="Brasile" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/07/Brasile-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>30 giugno. Le grandi manifestazioni popolari di protesta in Brasile hanno demolito in pratica una premessa coltivata dalla destra, e assunta anche da diverse formazioni di sinistra – a cominciare dal PT (1) e continuando con i suoi alleati: se si fossero garantiti &#8220;panem et circenses&#8221; il popolo – disorganizzato, depoliticizzato, deluso da dieci anni di governo del PT – avrebbe docilmente accettato che l&#8217;alleanza tra le vecchie e le nuove oligarchie continuasse a governare senza scosse.</span></span></p>
<p>La continuità e l&#8217;efficacia del programma della &#8220;Borsa Famiglia&#8221; (2) assicurava il pane, e la Coppa del Mondo e il suo preludio &#8211; la Coppa delle Confederazioni &#8211; e poi i Giochi Olimpici, avrebbero portato il &#8220;circo&#8221; necessario a consolidare la passività politica dei brasiliani.</p>
<p>Questa visione, non solo sbagliata ma profondamente reazionaria (e quasi sempre razzista) è stata fatta a pezzettini in questi giorni, il che rivela la corta memoria storica e il pericoloso autismo della classe dominante e dei suoi rappresentanti politici, che si sono dimenticati che il popolo brasiliano ha saputo essere protagonista di grandi giornate di lotta e che i suoi periodi di quietismo e passività si sono alternati a episodi di improvvisa mobilitazione che hanno indebolito gli stretti margini oligarchici di uno stato democratico solo superficialmente.</p>
<p>Basta ricordare le mobilitazioni popolari di massa che imposero l&#8217;elezione diretta del presidente agli inizi degli anni &#8217;80; quelle che resero possibile la caduta di Fernando Collor de Mello nel 1992 e l&#8217;ondata crescente di lotte popolari che resero possibile il trionfo di Lula nel 2002.</p>
<p>Il quietismo seguente, fomentato da un governo che aveva scelto di governare con e per i ricchi e i potenti, ha creato l&#8217;erronea impressione che l&#8217;espansione del consumo di un ampio strato dell&#8217;universo popolare fosse sufficiente per garantire a tempo indefinito il consenso sociale.</p>
<p>Una sociologia pessima si è combinata con l&#8217;arroganza traditrice di una tecnocrazia statale che, nel perdere la memoria, ha fatto sì che gli avvenimenti di queste settimane fossero così sorprendenti come un fulmine in un giorno limpido. La sorpresa ha ammutolito una dirigenza politica con il discorso facile e ad effetto, che non è riuscita a capire – e meno ancora a contenere – lo tsunami politico che irrompeva niente meno che nel bel mezzo dei fasti calcistici della Coppa delle Confederazioni. Notevole è stata la lentezza della risposta governativa, dalle istituzioni municipali ai governi degli stati e dello stesso governo federale.</p>
<p>Opinionisti e analisti vicini al governo ora insistono a mettere sotto osservazione queste manifestazioni, segnalando il loro carattere caotico, la mancanza di guida, l&#8217;assenza di un progetto politico di ricambio. Sarebbe meglio che, invece di esaltare le virtù di un fantasioso &#8220;post-neoliberismo&#8221; di Brasilia e di pensare che quanto è successo ha a che vedere con la mancanza di politiche governative rispetto a un nuovo attore sociale, la gioventù, dirigessero i loro sguardi verso i deficits della gestione governativa del PT e dei suoi alleati su un ampio ventaglio di temi cruciali per il benessere della cittadinanza.</p>
<p>Ritenere che le proteste siano state causate dall&#8217;aumento di 20 centavos di real nel trasporto pubblico di San Paolo è lo stesso, fatte salve le debite proporzioni, che affermare che la Rivoluzione Francese avvenne perché, come si sa, alcune panetterie della zona della Bastiglia avevano aumentato di pochi centesimi il prezzo del pane.</p>
<p>Questi propagandisti confondono il detonatore della ribellione popolare con le cause profonde che la causano, che parlano della relazione con l&#8217;enorme debito sociale della democrazia brasiliana, appena attenuato negli ultimi anni del governo Lula.</p>
<p>Il detonatore, l&#8217;aumento del prezzo del biglietto del trasporto urbano, ha avuto efficacia perché, secondo alcuni calcoli, per un lavoratore che guadagna appena il salario minimo a San Paolo, il costo giornaliero del trasporto per arrivare sul posto di lavoro equivale ad un poco di più di un quarto delle sue entrate. Ma questo fatto da solo ha scatenato l&#8217;ondata di proteste perché si è combinato con la pessima situazione dei servizi di salute pubblica, con il tratto classista e razzista dell&#8217;accesso all&#8217;educazione, con la corruzione governativa (un indicatore: la presidente Dilma Rousseff ha mandato via diversi ministri per questa ragione), con la ferocia repressiva impropria di uno stato che si proclama democratico e con l&#8217;arroganza tecnocratica dei governanti, a tutti i livelli, davanti alle richieste popolari che sono sistematicamente disattese: è il caso della riforma della previdenza sociale o della paralizzata Riforma Agraria, o i reclami dei popoli originari di fronte alla costruzione di grandi dighe in Amazzonia.</p>
<p>Con questi problemi in sospeso, parlare di &#8220;post-neoliberismo&#8221; rivela, nel migliore dei casi, indolenza dello spirito critico; nel peggiore, una deplorevole sottomissione senza condizioni al discorso ufficiale.</p>
<p>All&#8217;esplosiva combinazione segnalata sopra, bisogna aggiungere il crescente abisso che separa l&#8217;uomo comune dalla partitocrazia governativa, incessante tessitrice di ogni tipo di alleanze e trasformismi che burlano la volontà dell&#8217;elettorato, sacrificando identità partitiche e adesioni ideologiche. Non a caso tutte le manifestazioni esprimevano il rifiuto dei partiti politici.</p>
<p>Un indicatore del costo fenomenale di questa partitocrazia – che sottrae all&#8217;erario pubblico risorse che potrebbero essere destinate agli investimenti sociali – viene dato da quello che in Brasile si chiama Fondo Partitico, che finanzia il mantenimento di una macchina meramente elettoralistica e che nulla ha a che vedere con quel &#8220;principe collettivo&#8221;, sintetizzatore della volontà nazional-popolare di cui parlava Antonio Gramsci.</p>
<p>Un solo dato sarà sufficiente: nonostante la popolazione chieda, infruttuosamente, maggiori investimenti per migliorare i servizi di base che &#8220;fanno&#8221; la qualità della democrazia, il summenzionato Fondo è passato dal distribuire 729.000 reales nel 1994 alla bellezza di 350.000.000 reales nel 2012, e sta per essere aumentato nuovamente nel corso di quest&#8217;anno. Questa enorme cifra parla con eloquenza della fenditura che separa i rappresentanti dai rappresentati: né i salari reali, né l&#8217;investimento sociale in salute, educazione, case e trasporti hanno avuto la prodigiosa progressione sperimentata da una classe politica completamente separata dal suo popolo e che non vive per la politica ma che vive, e molto bene, della politica, sulla pelle del suo stesso popolo.</p>
<p>E&#8217; tutto? No, c&#8217;è qualcos&#8217;altro che ha provocato la furia dei cittadini: i conti esorbitanti di cui si fa carico Brasilia per un&#8217;assurda &#8220;politica del prestigio&#8221; incamminata a trasformare il Brasile in un &#8220;giocatore globale&#8221; nella politica internazionale. La Coppa del Mondo della FIFA e i Giochi Olimpici esigeranno enormi esborsi che avrebbero potuto essere utilizzati più proficuamente per risolvere annosi problemi che toccano le classi popolari. Sarebbe stato meglio ricordare che il Messico organizzò non una ma due Coppe del Mondo nel 1970 e nel 1986, e i Giochi Olimpici del 1968. Nessuno di questi grandi fasti trasformò il Messico in giocatore globale della politica mondiale: servirono invece a occultare i problemi reali che sarebbero venuti alla luce impetuosamente nel decennio degli anni &#8217;90 e che perdurano ancor oggi.</p>
<p>Secondo la legge approvata dal congresso brasiliano, la Coppa del Mondo dispone di un bilancio iniziale di 13.600 milioni di dollari, che sicuramente aumenteranno via via che l&#8217;inaugurazione dell&#8217;evento si avvicinerà, e si stima che i Giochi Olimpici richiederanno una somma ancor più grande. Conviene qui ricordare una frase di Adam Smith, quando diceva che &#8220;ciò che è imprudenza e follia nella gestione del bilancio familiare non può essere responsabilità e saggezza nella gestione delle finanze del regno&#8221;. Chi, in casa sua, non dispone di entrate sufficienti a garantire la salute, l&#8217;educazione e un&#8217;abitazione adeguata per la sua famiglia non può essere elogiato quando spende ciò che non ha in una costosissima festa.</p>
<p>La dimensione di questa assurdità può essere scritta in un grafico, come osserva con perspicacia il sociologo e economista brasiliano Carlos Eduardo Martins, quando compara il costo del programma &#8220;Borsa famiglia&#8221;, 20.000 milioni di reales, con quanto divorano gli interessi del debito pubblico: 240.000 milioni di reales. Tradotto, in un anno i pescecani finanziari del Brasile e dell&#8217;estero, i bambini viziati del governo, ricevono quale compenso dei loro prestiti-trappola l&#8217;equivalente di 12 piani &#8220;Borsa Famiglia&#8221; all&#8217;anno.</p>
<p>Secondo uno studio della Revisione Cittadina del Debito, nell&#8217;anno 2012 la spesa per interessi e ammortizzazioni del debito pubblico ha raggiunto il 47,19% del bilancio nazionale; di contro, alla salute pubblica è stato dedicato il 3,98%; all&#8217;educazione il 3,18% e al trasporto l&#8217;1,21%. Con questo non si vuole diminuire l&#8217;importanza del programma &#8220;Borsa famiglia&#8221;, ma sottolineare la scandalosa emorragia originata da un debito pubblico – illegittimo fino al midollo – che ha fatto dei banchieri e degli speculatori finanziari i principali beneficiari della democrazia brasiliana o, più precisamente, della plutocrazia regnante in Brasile.</p>
<p>Per questo ha ragione Martins quando osserva che la dimensione della crisi esige qualcosa di più che riunioni di gabinetto e conversazioni con alcuni leaders dei movimenti sociali organizzati. Egli propone, invece, la realizzazione di un plebiscito per una riforma costituzionale che tagli i poteri della partitocrazia e dia realmente potere alla cittadinanza; o per derogare la legge di auto-amnistia della dittatura; o per realizzare una revisione integrale sulla oscura genesi dello scandaloso debito pubblico (come ha fatto Rafael Correa in Ecuador).</p>
<p>Aggiunge anche che non basta dire che il 100% delle royalties originate dallo sfruttamento dell&#8217;enorme giacimento petrolifero di Pre-Sal verranno dedicate, come ha dichiarato Rousseff, all&#8217;educazione, nella misura in cui non si dice quale sarà la proporzione che lo stato prenderà dalle imprese petrolifere. In Venezuela e in Ecuador lo stato trattiene come royalties tra l&#8217;80 e l&#8217;85% di quanto prodotto ai pozzi. E in Brasile chi fisserà la percentuale? Il mercato? Perché non stabilirlo attraverso una democratica consultazione popolare?</p>
<p>Come si può dedurre da tutto quanto sopra, è impossibile ridurre la causa delle proteste popolari in Brasile ad uno scoppio giovanile. E&#8217; prematuro prevedere quale sarà il futuro di queste manifestazioni, ma di qualcosa siamo sicuri. Il &#8220;Che se ne vadano tutti&#8221; dell&#8217;Argentina del 2001-2002 non riuscì a costituirsi come un&#8217;alternativa di potere, ma per lo meno segnalò i limiti che nessun governo poteva tornare ad oltrepassare, sotto pena di essere rovesciato da una nuova insorgenza popolare. Di più, le grandi mobilitazioni popolari in Bolivia e Ecuador dimostrarono che la loro debolezza e la loro inorganicità – come quelle che ci sono oggi in Brasile – non impedirono di abbattere i governanti che agivano in favore dei ricchi.</p>
<p>Le masse scese in strada in più di 100 città brasiliane possono forse non sapere dove vanno ma, nella loro marcia, possono farla finita con un governo che ha scelto chiaramente di porsi al servizio del capitale.</p>
<p>Brasilia farebbe molto bene a guardare quanto successo nei paesi vicini e a prender nota di questa lezione, che fa presagire crescenti livelli di ingovernabilità se continua nella sua alleanza con la destra, con i monopoli, con gli agro-affari, con il capitale finanziario, con gli speculatori che dissanguano il bilancio pubblico del Brasile.</p>
<p>L&#8217;unica soluzione a tutto questo è attraverso la sinistra, potenziando – non nelle parole ma nei fati concreti – il protagonismo popolare e adottando politiche coerenti con il nuovo sistema di alleanze. Non sarebbe esagerato pronosticare che un nuovo ciclo di ascesa delle lotte stia iniziando all&#8217;interno del gigante sudamericano. Se fosse così, la cosa più probabile sarebbe un ri-orientamento della politica brasiliana, il che sarebbe una notizia eccellente per la causa dell&#8217;emancipazione del Brasile e di tutta la Nostra America.</p>
<p><span style="color: #073763;"><span style="font-family: 'Trebuchet MS',sans-serif;">Note:</span></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">(1) Partito dei Lavoratori, al governo, a cui appartiene la presidente Dilma Rousseff</span></p>
<p>(2) Insieme di programmi di aiuti alimentari dello Stato, legati all&#8217;obbligo di frequenza della scuola per i bambini delle famiglie che ne beneficiano.</p>
<p>da rebelion.org<br />
(*) Politologo argentino</p>
<p>** traduzione di Daniela Trollio &#8211; Centro di Iniziativa Proletaria &#8220;G. Tagarelli&#8221; &#8211; Via Magenta 88 Sesto San Giovanni<span style="font-size: x-small;"><br />
</span></p>
</div>
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