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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Capitale e lavoro</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 17:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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<p>&nbsp;</p>
<h1>La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferrovPrivatizzazione, CDP, Mario Draghi, Snam, Snamiario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini. Dall’altro, si tratta di asset che costituiscono un ghiotto boccone per il capitale. Se è vero, infatti, che già oggi il <em>servizio </em>ferroviario è stato liberalizzato (con l’ingresso di operatori privati), fino a poco tempo fa la cessione <em>della rete</em> da parte dello Stato sembrava un argomento tabù, anche per gli economisti più sfegatatamente liberisti. Ma, quando si tratta degli insaziabili appetiti dei grandi gruppi capitalistici, tutto è possibile.</p>
<p>In questo post, dopo aver ricostruito, in breve, il processo di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico, vedremo nel dettaglio le ipotesi riguardanti la rete ferroviaria italiana e quali conseguenze potrebbe avere la sua privatizzazione.</p>
<p><strong>Breve storia delle privatizzazioni in Italia</strong></p>
<p>La privatizzazione delle imprese pubbliche avvenuta nel contesto italiano ed europeo nel corso degli ultimi 35 anni e tutt’ora in svolgimento nella sua fase matura ha profondamente mutato la natura del capitalismo contribuendo alla sua trasformazione da sistema misto (con forti elementi di pianificazione dell’economia e redistribuzione delle risorse) a sistema neoliberista, dunque ostile al compromesso tra Stato e mercato e insensibile alla mediazione tra bisogni sociali e profitto.</p>
<p>La lunga stagione delle privatizzazioni in Italia ebbe inizio nei “ruggenti” anni ’90 e fu la punta di diamante del nuovo corso neoliberista fondato sul protagonismo del mercato contro lo Stato e del privato contro il pubblico. Nel giro di soli 11 anni (1992-2002) venne ceduta ai capitali privati la stragrande maggioranza delle imprese pubbliche già nazionalizzate e delle partecipazioni statali.</p>
<p>L’intervento pubblico di indirizzo del sistema produttivo (politiche industriali) nel trentennio post-bellico si articolava lungo due direttrici fondamentali: lo Stato provvedeva da un lato ad interagire con il sistema economico in modo diretto come attore protagonista proprietario, in altri come regolatore discrezionale dell’economia privata.</p>
<p>L’intervento diretto, a sua volta, si manifestava tramite due modalità: l’impresa pubblica nazionalizzata (o, se di livello locale, municipalizzata) e le partecipazioni statali. In alcuni dei settori più strategici o a forte rilevanza sociale e universale (come energia elettrica, trasporti, telecomunicazioni e i cardini dello Stato sociale) prevalse la nazionalizzazione completa con la presenza di imprese pubbliche monopoliste o semi-monopoliste; in un’altra amplissima gamma di settori caratterizzati comunque da forte rilevanza economica per lo sviluppo del paese prevalse invece il sistema delle partecipazioni statali in cui lo Stato possedeva, tramite enti pubblici, quote di imprese private sufficientemente rilevanti da consentire la definizione degli indirizzi strategici e delle scelte produttive e occupazionali.</p>
<p>Il processo di privatizzazione avviato in forma massiccia nel 1992 investì entrambe le forme di proprietà pubblica con la progressiva vendita a capitali privati di quasi tutte le imprese pubbliche esistenti, dal settore bancario-finanziario a quello siderurgico, dal chimico all’ alimentare, editoriale, aerospaziale, energetico, delle telecomunicazioni, elettronico, della cantieristica navale, dei trasporti, etc.</p>
<p>Anche l’ambito delle infrastrutture a rete fondamentali (elettricità, telecomunicazioni, gas e petrolio, del trasporto stradale e ferroviaria, infrastruttura idrica) è stato segnato profondamente dal processo di privatizzazione che ha portato a massicce operazioni di svendita, dove non soltanto la gestione dei servizi di pubblica utilità è finita in gran parte in pasto al capitale privato ma anche le stessi reti, per definizione monopoli naturali non replicabili, sono state prese d’assalto da investitori di varia natura per lo più legati al mondo in rapida espansione, dagli anni ’90-’00, dei colossali fondi di investimento finanziari.</p>
<p>In questi settori, nel corso degli anni, dopo aver smembrato i vecchi monopoli pubblici verticalmente integrati (dove rete e servizio facevano capo ad un’unica società) in società separate, si è proceduto allo spezzatino della separazione-liberalizzazione e privatizzazione. Mentre la gestione dei servizi si è trasformata in oligopoli privati con un mercato spartito da un numero esiguo di enormi società che praticano agili strategie collusive, le reti sono diventate vere e proprie vacche da mungere per estrarre rendite laute e certe a rischio zero da parte dei nuovi proprietari monopolisti.</p>
<p>Terna, Tim, Snam, Autostrade sono state per anni e sono tutt’ora il simbolo evidente di questa clamorosa estrazione parassitaria di profitto ai danni della collettività.</p>
<p>A seguito del gigantesco processo di privatizzazione degli ultimi 35 anni, di imprese pubbliche nel sistema produttivo italiano, di dimensione nazionale (escludendo cioè i servizi pubblici locali municipalizzati, anch’essi, peraltro, diffusamente oggetto di strategie di privatizzazione) resta ben poco. Le partecipazioni pubbliche sono in parte di proprietà diretta del Ministero dell’Economia e in parte possedute da Cassa Depositi e Prestiti. Le più importanti e note ad oggi sono ENAV, Enel, Eni, Leonardo, Poste Italiane, Monte dei Paschi, cui si aggiungono le società che gestiscono le reti (Snam, Terna, Autostrade) ed altre società di interesse strategico come Fincantieri e Italgas. Di partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia resta ad oggi un’unica azienda: Ferrovie dello Stato.</p>
<p><strong>Le ipotesi sulla privatizzazione della rete ferroviaria</strong></p>
<p>È in questo contesto storico segnato dalla cessione totale o parziale degli asset strategici e delle reti infrastrutturali che si inserisce il dibattito di questi mesi sul destino dell’industria ferroviaria italiana e in particolare dell’infrastruttura di RFI.</p>
<p>Ad oggi, il gruppo Ferrovie dello Stato Italiane possiede al 100% sia Trenitalia (che gestisce il trasporto dei passeggeri) sia RFI (Rete Ferroviaria Italiana, che gestisce l’infrastruttura). Mentre, la rete è, al momento, in mano al monopolista pubblico, il servizio è in concorrenza con altri operatori. Ma come si è arrivati a questo punto?</p>
<p>Il sistema ferroviario, primo in Italia ad essere nazionalizzato nel lontano 1905, come tutti i servizi pubblici infrastrutturali, è stato già oggetto di un vasto processo di liberalizzazione, privatizzazione societaria e mercificazione a partire dal principio degli anni ’90.</p>
<p>Nel 1992, avvenne la separazione interna all’azienda tra area rete e area trasporto (di fatto un anticipo della successiva separazione contabile) e successivamente nel 2000 la separazione societaria tra rete e servizio con la divisione tra RFI e Trenitalia.</p>
<p>Nel 2003, infine, venne approvata la normativa di recepimento del primo pacchetto ferroviario europeo del 2001 che diede inizio al processo di liberalizzazione che vedrà dopo poco l’ingresso di nuovi operatori nel settore merci e, successivamente, anche nel settore passeggeri.</p>
<p>La gestione dagli anni 2000 verrà integralmente improntata al taglio dei servizi ridefiniti come rami secchi (linee a bassa o media frequentazione), riduzione graduale del costo del lavoro e potenziamento dei segmenti ad elevata profittabilità attesa come l’Alta velocità (caratterizzata da elevata domanda ad alta capacità di reddito).</p>
<p>L’entrata di nuovi concorrenti sul mercato ferroviario andrà a rafforzare in modo intenso questo processo di mercificazione.</p>
<p>Nel 2012, Nuovo Trasporto Viaggiatori (Italo) entrò nel ricco mercato dell’Alta velocità, erodendo una parte degli utili che nell’ambito dell’impresa pubblica ex-monopolistica costituivano e costituiscono la base per praticare sussidi incrociati finanziando quelle tratte in perdita non finanziate dal contratto di servizio universale coperto dalla fiscalità generale.</p>
<p>Di fatto la famigerata concorrenza, dipinta come salvifica dagli epigoni del libero mercato, si eserciterà essenzialmente sulla leva più immediata che definisce il costo di produzione: il costo del lavoro. Basti pensare che il costo medio di un ferroviere della compagnia Italo al momento dell’ingresso del nuovo operatore nel 2012 ammontava a solo il 60% del costo di un ferroviere di Ferrovie dello Stato. E ciò è possibile perché Italo applica soltanto in parte il contratto collettivo nazionale di settore, in quanto un’ampia parte delle condizioni di lavoro è dettata da un contratto collettivo aziendale.</p>
<p>Fino ad oggi l’industria ferroviaria ha continuato ad esistere entro un modello ibrido: un operatore pubblico proprietario di rete e servizio vocato ad un’ottica di massimizzazione del profitto, ma con evidenti funzioni di garanzia del servizio universale e di redistribuzione interna delle risorse e degli utili per fini sociali, una concorrenza di operatori privati sul trasporto merci e sul segmento profittevole del trasporto passeggeri.</p>
<p>Gli appetiti degli investitori privati però non si sono mai sopiti e le ferrovie da diversi anni sono oggetto privilegiato di interesse in vista di un processo di privatizzazione sostanziale parziale o completa alternativamente dell’intera società holding FSI o del servizio (Trenitalia) o della stessa rete (RFI).</p>
<p>Già nel 2015 il governo Renzi commissionò vari studi di praticabilità dell’operazione di vendita di FSI con l’intenzione di cedere alla Borsa il 40% delle quote di capitale dell’intera holding. L’operazione non andò in porto per resistenze interne allo stesso gruppo dirigente di Ferrovie. Nel settembre 2023 nel documento strategico NADEF, il governo Meloni riapre il dossier privatizzazione di Ferrovie prevedendo di raccogliere fino a 6,7 miliardi dalla vendita del 49% dell’azienda ai privati.</p>
<p>A seguire, alcuni mesi dopo, si inizia a discutere di una diversa opzione: la privatizzazione parziale della rete ferroviaria.</p>
<p>Nell’autunno 2024 si diffonde l’ipotesi di costituzione di una nuova compagnia controllata da RFI che gestisca la sola infrastruttura AV tramite lo scorporo della rete più profittevole dal resto del sistema infrastrutturale. Infine nei mesi più recenti (estate-autunno 2025) l’Amministratore delegato Donnarumma dichiara che la privatizzazione è ormai dietro l’angolo e che “dal 2026, l’ingresso di fondi privati potrebbe diventare realtà” specificando che “non si tratta di una privatizzazione in senso stretto, ma di una partecipazione di minoranza da parte di investitori istituzionali, italiani e internazionali, attratti dalla solidità e dalla redditività della rete AV con l’obiettivo di reperire capitali privati per finanziare opere strategiche, liberando risorse pubbliche per altri usi”. Si inizia a discutere di modello RAB (regulated asset base) da applicare alle ferrovie sulla falsariga di quanto già avviene in società di rete come Terna. Si tratta di un modello di finanziamento degli investimenti che garantisce all’investitore un margine di profitto crescente al crescere del rischio riducendo drasticamente il rischio di perdita per quegli investimenti, spesso massicci e complessi, tipici delle infrastrutture, che per loro natura sono soggetti ad una forte variabilità di rendimento nel lungo periodo. Nei modelli RAB in generale la definizione di rischio può variare e includere diversi livelli: dal rischio industriale legato ad aspetti relativi all’applicabilità pratica di alcune tecnologie, a rischi “di sistema” legati ad eventuali shock esterni (aumento del costo delle materie prime o instabilità geopolitica) fino al più elementare rischio di mercato ordinario legato alle oscillazioni fisiologiche della domanda.</p>
<p>Nel corso del 2024 due documenti europei uno <a href="https://coniarerivolta.org/www.consilium.europa.eu/media/ny3j24sm/much-more-than-a-market-report-by-enrico-letta.pdf">a firma di Enrico Letta</a> sul futuro del mercato unico europeo e l’altro <a href="https://coniarerivolta.org/www.eunews.it/wp-content/uploads/2024/10/00_Rapporto-Draghi-parte-A.pdf">a cura di Mario Draghi</a> sul futuro delle competitività europea rimarcavano entrambi la necessità di avviare percorsi di finanziamento delle grandi infrastrutture (compresa quella ferroviaria) tramite modelli di regolazione basati su una riduzione al minimo dei rischi (de-risking) per gli investitori privati spianando la strada ad un’interpretazione molto ampia del concetto di rischio che finirebbe per garantire ai privati una generosa rendita monopolistica sostanzialmente a rischio zero.</p>
<p>Sembra proprio questo il modello di privatizzazione immaginato per le ferrovie italiane.</p>
<p>Nel corso dell’autunno scorso l’ipotesi di scorporo della rete AV dalla rete RFI si è fatta sempre più insistente e sebbene al momento non vi sia un calendario chiaro e definito sembra ormai probabile che nel 2026 questa operazione possa essere concretamente realizzata. Del resto, gli appetiti degli investitori privati non si sono fatti attendere nel manifestarsi.</p>
<p>Già un anno fa si sono svolte <a href="https://www.affaritaliani.it/economia/meloni-vende-l-italia-a-blackrock-ora-il-fondo-americano-punta-a-prendersi-ferrovie-dello-stato-938704.html#google_vignette">alcune riunioni</a> tra la stessa presidente del Consiglio e il plurimiliardario amministratore del fondo nord-americano Black Rock Larry Fink indirizzate a valutare l’interessamento del suddetto fondo per l’acquisto di quote di floride aziende italiane quali Leonardo e Ferrovie. Più di recente sembra si sia palesato un interessamento da parte dei fondi sovrani arabi quali PIF (saudita) e ADIa e QIA (Emirati) già da molti anni attivi nel settore infrastrutture.</p>
<p><strong>La privatizzazione della rete: un disastro sociale, strategico e di sicurezza</strong></p>
<p>Come già accennato prima, tutte le argomentazioni liberiste, che hanno segnato il dibattito sulle privatizzazioni negli ultimi decenni, a favore del mercato e del privato incentrate sul pungolo delle forze competitive, sembrano sciogliersi come neve al sole di fronte al caso clamoroso delle reti infrastrutturali. In questo caso parliamo di monopoli naturali non replicabili dove non è possibile esercitare alcuna forma di concorrenza nemmeno di tipo potenziale. La privatizzazione delle reti pertanto ha il drammatico pregio di spostare il dibattito dalle favole sulle virtù di una fantasmagorica concorrenza capitalistica (che nella realtà si manifesta come potere oligopolistico di pochi colossi) alla cruda e semplice realtà della cessione di asset strategici ai grandi monopoli che drenano rendite parassitarie senza alcuna contropartita nemmeno teorica.</p>
<p>La questione evidentemente non è soltanto di tipo distributivo, ma anche strategico e di controllo del sistema produttivo.</p>
<p>Dal punto di vista distributivo è chiaro che l’ingresso dei privati sulle reti infrastrutturali drena risorse un tempo a disposizione dell’operatore pubblico per effettuare investimenti. Il privato investe al minor costo possibile per ottenere il massimo profitto possibile e non avendo vincoli di reinvestimento dei profitti punta alla mera distribuzione di facili e lauti utili agli azionisti.</p>
<p>Nel caso di RFI questo meccanismo verrebbe esasperato dallo sciagurato piano di spezzettare la rete in parte profittevole (l’Alta velocità) su cui andrebbero ad investire i privati e tutto il resto della rete (assai meno redditizia o in perdita) che resterebbe a totale gestione pubblica depotenziando quel meccanismo oggi in essere, per cui con gli utili delle tratte profittevoli si finanzia anche la manutenzione della rete in perdita. Si tratta, però, di quella parte della rete su cui si svolge il servizio ferroviario ordinario, che interessa milioni di pendolari e che, dunque, risponde in maniera più evidente alla nozione di servizio pubblico.</p>
<p>Vediamo meglio come funziona il mercato ferroviario per comprendere quali potrebbero essere le conseguenze distributive dell’ingresso dei privati nell’infrastruttura più redditizia</p>
<p>I profitti di RFI derivano dai pedaggi che vengono pagati dalle società dei servizi ferroviari merci e passeggeri versati sia dall’operatore pubblico Trenitalia (società separata da RFI ma interna alla stessa holding) sia dagli operatori privati.</p>
<p>L’eventuale ingresso di investitori privati sulla rete naturalmente spingerebbe con forza verso un aumento dei pedaggi. <a href="https://www.huffingtonpost.it/economia/2025/10/23/news/chi_compra_le_nostre_ferrovie_storia_rischi_e_opportunita_di_una_privatizzazione-20333253/">Secondo alcune indiscrezioni</a> (<a href="https://www.terramiagiornale.it/la-privatizzazione-della-rete-ferroviaria-il-progetto-attuale-ed-i-precedenti-in-italia-ed-in-europa/">qui</a> l’articolo integrale), l’applicazione di un modello RAB alla rete AV attrattivo per gli investitori richiederebbe la fissazione di un canone pari almeno a 12euro a treno/km ben più alto dei valori attuali (pari a circa 9-10euro a treno-km).</p>
<p>In un mercato ormai liberalizzato dove già operano compagnie private come Italo è piuttosto inverosimile immaginare un aumento dei pedaggi di tale misura senza pregiudicare i profitti degli operatori privati dei servizi. Basti pensare che all’indomani della liberalizzazione che consentì l’ingresso di NTV Italo sul ricco mercato AV l’autorità dei trasporti addirittura abbassò i pedaggi da 14 euro a 8 euro a treno/km proprio per favorire l’investimento del nuovo operatore privato a discapito degli introiti pubblici di RFI.</p>
<p>Oggi si porrebbe un problema simile ed opposto. Come garantire profitti agli investitori privati sulla rete senza pregiudicare troppo i profitti degli operatori dei servizi? La coperta è corta e le soluzioni, tutte a danno della collettività, possono essere solo due. La prima è che i pedaggi aumentino con due possibili esiti: l’aumento dei prezzi dei biglietti (soluzione più probabile) o politiche di sussidi degli operatori a carico della collettività. Della prima ipotesi <a href="https://energiaoltre.it/fs-il-ceo-donarumma-investiti-18-miliardi-in-un-anno-e-co-sviluppo-per-tagliare-la-bolletta/">ha già implicitamente parlato</a> l’AD di ferrovie nella presentazione del piano industriale.</p>
<p>La seconda soluzione è che i pedaggi non aumentino e lo Stato versi invece sussidi a RFI a beneficio anche degli operatori privati di nuovo ingresso.</p>
<p>In ogni caso un danno per la collettività o in quanto utenza dei treni o in quanto cittadini contribuenti.</p>
<p>La classica e consolidata prassi di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.</p>
<p>Infine, vi è un tema molto serio di sicurezza e di controllo di asset strategici e vitali per lo sviluppo di un paese. Le reti infrastrutturali (telefonica, elettrica, di trasporto) rappresentano sistemi complessi che permettono l’esistenza stessa delle altre attività economiche e il funzionamento dell’intero sistema produttivo. Sono inoltre fortemente connotate da elementi di sicurezza sia in termini fisici (incolumità dei passeggeri per i trasporti e dei lavoratori del settore negli interventi di manutenzione) sia in termini di gestione e uso di dati (rete telefonica e internet) e di sicurezza delle attività economiche e domestiche (rete elettrica).</p>
<p>Cedere, anche solo in parte, a colossi capitalistici privati la gestione di queste reti non soltanto rappresenta uno scandalo in sé per l’accaparramento privato di risorse pubbliche costruite in decenni di storia con denaro pubblico, ma comporta anche un gravissimo rischio in termini di sicurezza e di capacità di indirizzo strategico e controllo delle attività produttive nel loro insieme.</p>
<p>La lotta per la difesa della proprietà pubblica nei settori strategici e socialmente sensibili e nello specifico nelle reti infrastrutturali è quindi insieme una lotta per frenare le ulteriori spinte redistributive in senso regressivo e per difendere la capacità dello Stato di orientare il sistema economico al benessere comune.</p>
<p><em><strong>CONIARE RIVOLTA</strong></em></p>
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		<title>CI SERVE LA POLITICA INDUSTRIALE, CI DANNO IL SOLITO NULLA. L’ULTIMO PACCO DELLA COMMISSIONE EUROPE</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 16:53:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p><img src="https://img.freepik.com/premium-photo/painting-man-working-factory-with-drill-background_662214-632092.jpg" alt="Premium Photo | A painting of a man working in a factory with a drill ..." /></p>
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<p><span style="font-size: 2em;">CI SERVE LA POLITICA INDUSTRIALE, CI DANNO IL SOLITO NULLA. L’ULTIMO PACCO DELLA COMMISSIONE EUROPEA.</span></p>
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<div><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a></div>
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<p>Mentre il 2026 ci dà il suo tragico benvenuto con l’ennesimo attacco ad una nazione sovrana, il Venezuela bolivariano, da parte dell’imperialismo USA con il compiacente avallo <em>de facto </em>dei paesi europei, nella declinante Europa il nuovo anno non promette nulla di buono.</p>
<p>Le politiche economiche, già segnate da manovre finanziarie all’insegna di una rinnovata e impietosa austerità mostrano la loro totale inadeguatezza e nocività nella totale assenza di una politica industriale di indirizzo del sistema produttivo.</p>
<p>Tra le numerose prove di questo indirizzo alla fine del 2025 è arrivato puntuale <strong>l’ultimo pacco di fine anno della Commissione europea</strong>, il <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_3051">nuovo pacchetto Automotive</a> che implica una revisione delle normative e dei target sulle emissioni per il 2035 e un dietrofront sulla possibilità di immatricolare auto con motore termico anche dopo questa data.</p>
<p>In sintesi, i teorici obiettivi climatici previsti dalla normativa preesistente sono stati affiancati da un approccio presuntamente “più pragmatico” e orientato alla “neutralità tecnologica”.  Concretamente, l’obiettivo di riduzione delle emissioni di settore passa dal 100% al 90% al 2035, mentre il restante 10% potrà essere compensato attraverso l’uso di combustibili alternativi (e-fuels e biocarburanti) e di acciaio verde prodotto in UE. In altre parole, i produttori di auto europei potranno immatricolare una quota rilevante di auto ibride: un terzo dei mezzi avrà ancora un propulsore termico dopo il 2035.</p>
<p>Insieme alla revisione sulle normative ambientali, il pacchetto prevede un insieme di misure di semplificazione e snellimento burocratico a favore delle imprese che dovrebbe portare a risparmi settoriali di circa 700 milioni di euro.</p>
<p>Per capire perché il nuovo pacchetto europeo di misure per uno dei settori portanti dell’industria europea sia completamente inutile basterebbe inquadrare la <strong>freddezza con cui è stato ricevuto dai grandi costruttori europei </strong>– <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/stellantis-ue-primo-passo-ma-quadro-resta-insufficiente-AIj52iR">Stellantis in primis</a> – e <a href="https://www.repubblica.it/economia/2025/12/18/news/auto_bruxelles_delude_filiera_2035_passo_lento-425046398/">dalle imprese dell’indotto</a>, i veri e propri promotori della svolta normativa europea. Se i primi evidenziano la debolezza dell’impianto normativo dal lato dei veicoli commerciali – i furgoni – e la scarsa flessibilità a disposizione del settore da qui al 2030, i secondi criticano in particolare le condizionalità legate all’utilizzo dei carburanti alternativi e la scarsa chiarezza sul contenuto locale dell’acciaio.</p>
<p><strong>Queste lamentele, tuttavia, tradiscono un’interpretazione della crisi del settore completamente sballata o quantomeno guidata da interessi che non coincidono con quelli dei lavoratori e della difesa della capacità produttiva dei paesi europei</strong>. Secondo tale interpretazione, le difficoltà dei costruttori europei sono in gran parte riconducibili all’eccesso di normativa e alla concorrenza sleale dei costruttori asiatici – cinesi in primis, che non sono sottoposti alle medesime restrizioni ambientali e sociali.</p>
<p>Viceversa, un’analisi più approfondita dei trend dell’ultimo decennio mostra in tutta evidenza che il supporto pubblico fornito dallo Stato ai costruttori cinesi insieme a una feroce competizione interna sul mercato – oggi di gran lunga il più grande e il più importante al mondo – ha trasformato l’industria dell’auto cinese, che è oggi in grado non solo di fornire veicoli a prezzi competitivi per le sempre più spremute famiglie europee, ma anche di superare i concorrenti europei e statunitensi dal lato dell’innovazione. Le auto elettriche cinesi non solo costano meno, ma utilizzano anche tecnologie all’avanguardia: i tentativi europei di recuperare il gap innovativo sulle batterie – componente essenziale della filiera elettrica – sono risultati vani, nonostante i fondi pubblici stanziati anche dal PNRR per le gigafactory in Germania e in Italia.</p>
<p>Del resto per decenni le grandi case europee – Volkswagen, Renault, Stellantis – hanno tentato di delocalizzare gradualmente verso paesi terzi e verso la stessa Cina alla ricerca, rispettivamente, di manodopera a basso costo e di un punto di ingresso nel mercato dell’auto più grande e dinamico del mondo. Se il primo pilastro della pianificazione privata dei costruttori ha sostanzialmente funzionato, consentendo di mantenere i margini riducendo i costi e di svuotare gradualmente gli impianti europei – ed italiani – grazie a licenziamenti o prepensionamenti, il secondo pilastro si è scontrato con il rapido successo dei costruttori cinesi in patria che ha progressivamente ridotto all’osso le quote di mercato appannaggio dei costruttori stranieri.</p>
<p>In questo quadro, <strong>il nuovo pacchetto è assolutamente in linea con il recente </strong><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_635"><strong>Piano d’Azione per l’Auto</strong></a><strong>: è un vuoto a rendere</strong>. Dietro tante parole e perifrasi si nasconde il nulla cosmico: non un euro addizionale stanziato per recuperare il gap, né tantomeno un piano industriale degno di questo nome. La strategia messa in campo dall’Unione non esiste e quella prospettata dall’industria non è in grado di invertire la tendenza di fondo, ossia quell’indebolimento del tessuto produttivo europeo in un comparto che rischia di trascinarne con sé molti altri data la sua rilevanza sistemica.</p>
<figure><a href="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png"><img src="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png?w=818" alt="" width="818" height="534" data-attachment-id="6536" data-permalink="https://coniarerivolta.org/2026/01/07/ci-serve-la-politica-industriale-ci-danno-il-solito-nulla-lultimo-pacco-della-commissione-europea/la-crisi-del-settore-automobilistico-3/" data-orig-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png" data-orig-size="818,534" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="LA CRISI DEL SETTORE AUTOMOBILISTICO" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png?w=700" /></a></figure>
<p>Gli <strong>impianti di Stellantis</strong> <strong>in Italia</strong>, soprattutto <strong>nel Mezzogiorno, hanno già visto la perdita silenziosa di oltre 10mila addetti</strong>, accompagnati alla porta con un pensionamento anticipato o un’uscita concordata.  Ma questo è stato solo un assaggio di quello che potrebbe succedere nei prossimi anni. E la cui responsabilità ricade in pieno sui governi nazionali e sulla Commissione europea co-artefici di un modello economico fondato sulla delocalizzazione produttiva e l’assenza di politiche industriali.</p>
<figure><a href="https://jacobinitalia.it/autore/nello-stagno/"><img src="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png?w=817" alt="" width="817" height="530" data-attachment-id="6540" data-permalink="https://coniarerivolta.org/2026/01/07/ci-serve-la-politica-industriale-ci-danno-il-solito-nulla-lultimo-pacco-della-commissione-europea/nostra1/" data-orig-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png" data-orig-size="817,530" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="nostra1" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png?w=700" /></a></figure>
<p>Chiunque sia ancora interessato a salvare la filiera dell’auto e garantire i posti di lavoro che tradizionalmente questa ha generato all’interno di un perimetro improntato alla tutela dell’ambiente deve avere ben chiara la necessità di <a href="https://jacobinitalia.it/tre-cose-per-cominciare-a-cambiare-tutto/">rilanciare la pianificazione pubblica</a>. Senza ingenti risorse indirizzate al raggiungimento di chiari obiettivi produttivi, tecnologici e occupazionali, i paesi europei sono destinati a rimanere nella preistoria tecnologica dell’auto e vedranno in ogni caso svuotarsi gli stabilimenti accentuando tendenze già in atto da anni. Se la politica industriale continuerà a essere dettata da multinazionali che hanno già rinunciato a una loro presenza diffusa sui territori, i licenziamenti e un ulteriore indebolimento dei lavoratori non potranno che essere l’esito disastroso in questo come in altre filiere strategiche</p>
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		<title>FINANZIARIA 2026: LA BANALITA’ DELL’AUSTERITA</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jan 2026 17:25:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[Coniare Rivolta]]></category>
		<category><![CDATA[Finanziaria]]></category>
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		<category><![CDATA[Spesa militare]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Di coniarerivolta il 02/01/2026 FINANZIARIA 2026: LA BANALITA’ DELL’AUSTERITA&#8217; A pochi giorni dalla sua approvazione definitiva, la manovra finanziaria per il 2026 continua a far discutere. C’è chi la definisce prudente, chi la giudica inadeguata o ingiusta; ciò che appare certo è che l’impianto complessivo della legge di Bilancio da 22 miliardi conferma una linea di politica economica [...]]]></description>
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<tbody>
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<td width="32"><strong><img src="https://ci3.googleusercontent.com/meips/ADKq_NZZjyA8GZ12pVCuf72fdqxUUXDXkM_vX9O9Ko6nyZ2TT_Y063DRt37JpmBq-pjSdBVJaPAncBi7kPbvzanjJQOgzpde6afuTl4IFk5uUiIW2wTpPq_c02pF5tJYEM2aFm2E0KKAxkNgrFbTc40M3Dj9O9zLkyU0QytAi3lO0Os8OYdwoeefZmuEYRHdJIYJ2fy1_tISErWQnzrK_qnBEW85p_780oWk342W58HJczklKCzxXq2RumRsGwqoFPCXjuuyUKsqyeS0Cyo3227A-Jm5xQ=s0-d-e1-ft#https://1.gravatar.com/avatar/a6266b38a6927b5a65c112ecf835f76b73dc90ac815ce8129dcb296bd46ef4a1?s=96&amp;d=https%3A%2F%2F1.gravatar.com%2Favatar%2Fad516503a11cd5ca435acc9bb6523536%3Fs%3D96&amp;r=G" alt="" width="24" height="24" data-bit="iit" /></strong></td>
<td><strong>Di coniarerivolta il 02/01/2026</strong></td>
</tr>
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<h1><strong><a href="https://public-api.wordpress.com/bar/?stat=groovemails-events&amp;bin=wpcom_email_click&amp;redirect_to=http%3A%2F%2Fconiarerivolta.org%2F2026%2F01%2F02%2Ffinanziaria-2026-la-banalita-dellausterita%2F&amp;sr=0&amp;signature=368a09d1c9527f130a11279cd5135eda&amp;blog_id=58641325&amp;user=2e938cbb939fc1e7c93d143b5eb6a548&amp;_e=eyJlcnJvciI6bnVsbCwiYmxvZ19pZCI6NTg2NDEzMjUsImJsb2dfbGFuZyI6Iml0LUlUIiwic2l0ZV9pZF9sYWJlbCI6IndwY29tIiwiaGFzX2ZlYXR1cmVkX2ltYWdlIjoiMCIsInN1YnNjcmliZXJfaWQiOiIzMjU5OTY0NTIiLCJfdWkiOiIyZTkzOGNiYjkzOWZjMWU3YzkzZDE0M2I1ZWI2YTU0OCIsIl91dCI6ImFub24iLCJlbWFpbF9kb21haW4iOiJnbWFpbC5jb20iLCJwb3N0X2lkIjo2NTE2LCJ1c2VyX2VtYWlsIjoibGFib3R0ZWdhZGVsbGlicm82M0BnbWFpbC5jb20iLCJkYXRlX3NlbnQiOiIyMDI2LTAxLTAyIiwiZW1haWxfbmFtZSI6Im5ldy1wb3N0IiwidGVtcGxhdGUiOiJuZXctcG9zdCIsImVtYWlsX2lkIjoiZTM3M2QzMjM5MzdiNTBiMTFmMjI0MzU0MDU2ZWRlY2MiLCJsaW5rX2Rlc2MiOiJwb3N0LXVybCIsImFuY2hvcl90ZXh0IjoiRklOQU5aSUFSSUEgMjAyNjogTEEgQkFOQUxJVEFcdTIwMTlcdTAwYTBERUxMXHUyMDE5QVVTVEVSSVRcdTAwZTAiLCJfZHIiOm51bGwsIl9kbCI6Ilwvd3BcL3YyXC9zaXRlc1wvNTg2NDEzMjVcL3Bvc3RzXC82NTE2P19lbnZlbG9wZT0xJl9ndXRlbmJlcmdfbm9uY2U9ZjIxYzM0MDQ4MSZfbG9jYWxlPXVzZXIiLCJfZW4iOiJ3cGNvbV9lbWFpbF9jbGljayIsIl90cyI6MTc2NzM0ODIyNDc5MiwiYnJvd3Nlcl90eXBlIjoicGhwLWFnZW50IiwiX2F1YSI6IndwY29tLXRyYWNrcy1jbGllbnQtdjAuMyIsIl91bCI6bnVsbCwiYmxvZ190eiI6IjEiLCJ1c2VyX2xhbmciOm51bGx9&amp;_z=z" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://public-api.wordpress.com/bar/?stat%3Dgroovemails-events%26bin%3Dwpcom_email_click%26redirect_to%3Dhttp%253A%252F%252Fconiarerivolta.org%252F2026%252F01%252F02%252Ffinanziaria-2026-la-banalita-dellausterita%252F%26sr%3D0%26signature%3D368a09d1c9527f130a11279cd5135eda%26blog_id%3D58641325%26user%3D2e938cbb939fc1e7c93d143b5eb6a548%26_e%3DeyJlcnJvciI6bnVsbCwiYmxvZ19pZCI6NTg2NDEzMjUsImJsb2dfbGFuZyI6Iml0LUlUIiwic2l0ZV9pZF9sYWJlbCI6IndwY29tIiwiaGFzX2ZlYXR1cmVkX2ltYWdlIjoiMCIsInN1YnNjcmliZXJfaWQiOiIzMjU5OTY0NTIiLCJfdWkiOiIyZTkzOGNiYjkzOWZjMWU3YzkzZDE0M2I1ZWI2YTU0OCIsIl91dCI6ImFub24iLCJlbWFpbF9kb21haW4iOiJnbWFpbC5jb20iLCJwb3N0X2lkIjo2NTE2LCJ1c2VyX2VtYWlsIjoibGFib3R0ZWdhZGVsbGlicm82M0BnbWFpbC5jb20iLCJkYXRlX3NlbnQiOiIyMDI2LTAxLTAyIiwiZW1haWxfbmFtZSI6Im5ldy1wb3N0IiwidGVtcGxhdGUiOiJuZXctcG9zdCIsImVtYWlsX2lkIjoiZTM3M2QzMjM5MzdiNTBiMTFmMjI0MzU0MDU2ZWRlY2MiLCJsaW5rX2Rlc2MiOiJwb3N0LXVybCIsImFuY2hvcl90ZXh0IjoiRklOQU5aSUFSSUEgMjAyNjogTEEgQkFOQUxJVEFcdTIwMTlcdTAwYTBERUxMXHUyMDE5QVVTVEVSSVRcdTAwZTAiLCJfZHIiOm51bGwsIl9kbCI6Ilwvd3BcL3YyXC9zaXRlc1wvNTg2NDEzMjVcL3Bvc3RzXC82NTE2P19lbnZlbG9wZT0xJl9ndXRlbmJlcmdfbm9uY2U9ZjIxYzM0MDQ4MSZfbG9jYWxlPXVzZXIiLCJfZW4iOiJ3cGNvbV9lbWFpbF9jbGljayIsIl90cyI6MTc2NzM0ODIyNDc5MiwiYnJvd3Nlcl90eXBlIjoicGhwLWFnZW50IiwiX2F1YSI6IndwY29tLXRyYWNrcy1jbGllbnQtdjAuMyIsIl91bCI6bnVsbCwiYmxvZ190eiI6IjEiLCJ1c2VyX2xhbmciOm51bGx9%26_z%3Dz&amp;source=gmail&amp;ust=1767806079184000&amp;usg=AOvVaw1kAkosi8KUTylqHtepeayg">FINANZIARIA 2026: LA BANALITA’ DELL’AUSTERIT</a>A&#8217;</strong></h1>
<p>A pochi giorni dalla sua approvazione definitiva, la manovra finanziaria per il 2026 continua a far discutere. C’è chi la definisce prudente, chi la giudica inadeguata o ingiusta; ciò che appare certo è che l’impianto complessivo della legge di Bilancio da 22 miliardi conferma una linea di politica economica restrittiva, con effetti negativi sulla crescita e sui divari territoriali, in particolare nel Mezzogiorno.</p>
<p>La manovra si configura come una delle più esigue degli ultimi anni e non si discosta dal segno recessivo di quella precedente, anzi lo accentua. Per il 2026 è previsto un avanzo primario dell’1,3%, un dato che indica come lo Stato sottragga all’economia, attraverso il prelievo fiscale, più risorse di quante ne immetta tramite la spesa pubblica. Si tratta di una scelta che comporterà un’ulteriore compressione della domanda interna e della crescita economica. Le conseguenze appariranno particolarmente significative sul piano territoriale. L’esperienza degli ultimi quindici anni mostra come le politiche di austerità abbiano avuto un impatto più marcato nelle regioni del Sud rispetto a quelle del Nord. Anche nei prossimi anni è prevedibile che l’inasprimento della stretta di bilancio colpisca soprattutto il Mezzogiorno, determinando un peggioramento delle condizioni economiche rispetto al resto del Paese e rispetto agli anni passati, con un ulteriore ampliamento dei divari di crescita.</p>
<p>Sul fronte della <a href="https://coniarerivolta.wordpress.com/?action=user_content_redirect&amp;uuid=1795b503ea49fcbe9dd008072ed46225d71ab49aa3b24fb19f27227afd56eda7&amp;blog_id=58641325&amp;post_id=6516&amp;user_id=0&amp;subs_id=325996452&amp;signature=2fa501d79d94e6253e38fde988a70fc7&amp;email_name=new-post&amp;user_email=labottegadellibro63@gmail.com&amp;encoded_url=aHR0cHM6Ly9jb25pYXJlcml2b2x0YS5vcmcvMjAyNS8xMS8yOS91bmEtbWVsb25pLWFsLWdpb3Juby10b2dsaWUtaS1tZWRpY2ktZGktdG9ybm8v&amp;email_id=e373d323937b50b11f224354056edecc" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://coniarerivolta.wordpress.com?action%3Duser_content_redirect%26uuid%3D1795b503ea49fcbe9dd008072ed46225d71ab49aa3b24fb19f27227afd56eda7%26blog_id%3D58641325%26post_id%3D6516%26user_id%3D0%26subs_id%3D325996452%26signature%3D2fa501d79d94e6253e38fde988a70fc7%26email_name%3Dnew-post%26user_email%3Dlabottegadellibro63@gmail.com%26encoded_url%3DaHR0cHM6Ly9jb25pYXJlcml2b2x0YS5vcmcvMjAyNS8xMS8yOS91bmEtbWVsb25pLWFsLWdpb3Juby10b2dsaWUtaS1tZWRpY2ktZGktdG9ybm8v%26email_id%3De373d323937b50b11f224354056edecc&amp;source=gmail&amp;ust=1767806079184000&amp;usg=AOvVaw3nGaZV6cGwLrtiFp40Ro2L">sanità</a>, lo stanziamento aggiuntivo di 2,4 miliardi di euro appare gravemente insufficiente. A fronte di una spesa sanitaria complessiva che nel 2025 si attesta intorno ai 140 miliardi di euro, l’incremento previsto non comporta un aumento reale delle risorse. Con un’inflazione intorno al 2%, l’aumento nominale non copre né l’inflazione corrente né quella accumulata negli anni precedenti e si limita a un parziale adeguamento contabile. In termini reali, ossia in termini di prestazioni sanitarie garantite ai cittadini, la spesa resta stagnante. Non a caso, la spesa sanitaria italiana continua a collocarsi intorno al 6,4% del PIL, tornando al livello più basso post crisi del 2008, ben al di sotto della media europea che supera l’8%. Diverso è il caso della <a href="https://coniarerivolta.wordpress.com/?action=user_content_redirect&amp;uuid=f7c4d92ed6edde8a20fcead04a1390264f7e10bcb70a5709caaddd60dfaae5af&amp;blog_id=58641325&amp;post_id=6516&amp;user_id=0&amp;subs_id=325996452&amp;signature=636e1333b99c851306a6cbbbcf0ffcb1&amp;email_name=new-post&amp;user_email=labottegadellibro63@gmail.com&amp;encoded_url=aHR0cHM6Ly93d3cubWlsZXgub3JnLzIwMjUvMTAvMjgvc3Blc2EtbWlsaXRhcmUtcHJldmlzaW9uYWxlLXB1cmEtaW4tY3Jlc2NpdGEtZGktdW4tbWlsaWFyZG8tbmVsLTIwMjYtcGVyLWxpdGFsaWEvIzp+OnRleHQ9SWwlMjB0b3RhbGUlMjBwcmV2aXN0byUyMHBlciUyMGlsLHByZXZpc2lvbmklMjBkaSUyMHNwZXNhJTIwZGVsJTIwMjAyNS4&amp;email_id=e373d323937b50b11f224354056edecc" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://coniarerivolta.wordpress.com?action%3Duser_content_redirect%26uuid%3Df7c4d92ed6edde8a20fcead04a1390264f7e10bcb70a5709caaddd60dfaae5af%26blog_id%3D58641325%26post_id%3D6516%26user_id%3D0%26subs_id%3D325996452%26signature%3D636e1333b99c851306a6cbbbcf0ffcb1%26email_name%3Dnew-post%26user_email%3Dlabottegadellibro63@gmail.com%26encoded_url%3DaHR0cHM6Ly93d3cubWlsZXgub3JnLzIwMjUvMTAvMjgvc3Blc2EtbWlsaXRhcmUtcHJldmlzaW9uYWxlLXB1cmEtaW4tY3Jlc2NpdGEtZGktdW4tbWlsaWFyZG8tbmVsLTIwMjYtcGVyLWxpdGFsaWEvIzp%2BOnRleHQ9SWwlMjB0b3RhbGUlMjBwcmV2aXN0byUyMHBlciUyMGlsLHByZXZpc2lvbmklMjBkaSUyMHNwZXNhJTIwZGVsJTIwMjAyNS4%26email_id%3De373d323937b50b11f224354056edecc&amp;source=gmail&amp;ust=1767806079184000&amp;usg=AOvVaw2uWYuoV--UoWCRNE78EgiZ">spesa militare</a>, che registra un incremento di circa 1,1 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,5% rispetto al 2025. Si prevede infatti che la spesa passi da 31,3 miliardi nel 2025 a 32,4 miliardi nel 2026, superando così l’inflazione e configurandosi come un aumento in termini reali.</p>
<p>Anche sul piano della finanza pubblica, la strategia adottata non sembra in grado di migliorare il rapporto debito/PIL. Studi recenti mostrano come le politiche di austerità e i tagli alla spesa pubblica abbiano effetti recessivi e, paradossalmente, finiscano per peggiorare proprio quel rapporto che intenderebbero migliorare. Secondo il Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2025, il rapporto debito/PIL passerà dal 136,2% nel 2025 al 137,4% nel 2026, per poi scendere lievemente al 137,3% nel 2027 e al 136,4% nel 2028. Dunque, nonostante i tagli alla spesa pubblica – in particolare in settori chiave come sanità, istruzione e università – il peso del debito sull’economia non registrerà un miglioramento significativo.</p>
<p>Sul versante delle entrate, il taglio dell’Irpef viene presentato come una misura per aumentare i redditi, ma <a href="https://coniarerivolta.wordpress.com/?action=user_content_redirect&amp;uuid=70e1e7c92766983b7413becbc740d211809b96f0a6ac6a7054e419b03b98a14c&amp;blog_id=58641325&amp;post_id=6516&amp;user_id=0&amp;subs_id=325996452&amp;signature=b2727c5989975b68b295e989168f9be5&amp;email_name=new-post&amp;user_email=labottegadellibro63@gmail.com&amp;encoded_url=aHR0cHM6Ly9jb25pYXJlcml2b2x0YS5vcmcvMjAyNS8xMS8xNi9tYW5vdnJhLWktc29sZGktc29uby1wb2NoaS1lLW5vbi1wZXItY2hpLW5lLWhhLWJpc29nbm8v&amp;email_id=e373d323937b50b11f224354056edecc" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://coniarerivolta.wordpress.com?action%3Duser_content_redirect%26uuid%3D70e1e7c92766983b7413becbc740d211809b96f0a6ac6a7054e419b03b98a14c%26blog_id%3D58641325%26post_id%3D6516%26user_id%3D0%26subs_id%3D325996452%26signature%3Db2727c5989975b68b295e989168f9be5%26email_name%3Dnew-post%26user_email%3Dlabottegadellibro63@gmail.com%26encoded_url%3DaHR0cHM6Ly9jb25pYXJlcml2b2x0YS5vcmcvMjAyNS8xMS8xNi9tYW5vdnJhLWktc29sZGktc29uby1wb2NoaS1lLW5vbi1wZXItY2hpLW5lLWhhLWJpc29nbm8v%26email_id%3De373d323937b50b11f224354056edecc&amp;source=gmail&amp;ust=1767806079184000&amp;usg=AOvVaw2reEs-0JrOCka52uPYHKjg">i suoi effetti appaiono limitati e regressivi</a>. La riduzione dell’aliquota dal 35 al 33% avvantaggia soprattutto i contribuenti con redditi superiori ai 50 mila euro e non incide sulle fasce più deboli. Inoltre, la riduzione del gettito fiscale, in un contesto di vincoli di bilancio stringenti e di avanzi primari, rischia di tradursi in una contrazione dei servizi pubblici, senza produrre un reale aumento dei salari; e questo è vero in particolare per lavoratori e pensionati, cioè gli unici soggetti che pagano l’IRPEF, con quel poco di progressività che le è rimasta. L’idea che la crescita dei redditi e dei salari possa essere sostenuta attraverso il solo taglio delle imposte appare dunque poco fondata. L’unica soluzione per aumentare i salari è aumentare i salari!</p>
<p>All’ultimo giro di tavolo, il Governo ha fatto uscire dal cilindro altri 3 miliardi per le imprese, ma anche in questo caso non cambia la valutazione circa l’impatto sulla crescita delle varie misure, comprese quelle per l’innovazione, la digitalizzazione e la ZES unica. In particolare, l’incremento di circa 600 milioni di euro della dotazione del credito d’imposta ZES è stato finanziato attraverso il taglio di risorse al Fondo per lo sviluppo e la coesione, che avrebbero potuto sostenere servizi pubblici e infrastrutture nel Mezzogiorno. Inoltre, le maggiori risorse sono destinate ad aumentare i benefici per imprese che hanno già realizzato investimenti, senza incentivare nuovi progetti produttivi. L’effetto principale rischia quindi di essere una riduzione dei costi e un aumento dei profitti, senza ricadute significative in termini di sviluppo e occupazione. In questo contesto, emerge la necessità di un vero piano di investimenti pubblici per il Sud, oggi ostacolato dai rigidi vincoli di bilancio europei e dall’assenza di una chiara volontà politica. Un esempio concreto di dove lo Stato potrebbe intervenire in modo efficace è rappresentato dalle Acciaierie d’Italia, gli stabilimenti dell’ex Ilva. Dopo il fallimento dei bandi rivolti alle multinazionali del settore, andati deserti o conclusi con offerte giudicate inadeguate, la nazionalizzazione degli impianti è tornata al centro del dibattito. Un intervento pubblico consentirebbe di affrontare in modo integrato le questioni di salute, ambiente e lavoro, attraverso un piano industriale credibile e un processo di riconversione verso i forni elettrici. Si tratta di un’operazione che richiederebbe risorse ingenti, stimate tra i 7 e i 9 miliardi di euro, ma soprattutto una chiara scelta politica di investire sul territorio e mantenere il controllo pubblico dell’industria tarantina anche dopo il risanamento. In assenza di una strategia di questo tipo, l’alternativa sarebbe la chiusura degli impianti, con un impatto sociale ed economico devastante non solo per il territorio interessato, ma per l’intero sistema produttivo nazionale che dipende dall’acciaio prodotto in Puglia.</p>
<p>La manovra 2026 rivela quindi le priorità politiche del governo perfettamente in linea con quelle stabilite dai vincoli di bilancio dell&#8217;UE e con gli indirizzi politici e geopolitici generali imposti dall&#8217;Europa e dagli Stati Uniti: tagli a sanità, istruzione (ma ulteriori fondi per le scuole private), pensioni e welfare a fronte di un aumento reale della spesa militare. Sacrificare servizi pubblici essenziali e potenzialità di sviluppo del paese per finanziare armamenti e profitti privati mette a rischio benessere e coesione sociale della collettività.</p>
<p>Occorre <a href="https://coniarerivolta.wordpress.com/?action=user_content_redirect&amp;uuid=f781f2fe43afee11ccfbdc396f76d839258b33ba69d8f8aa8623661097dd9524&amp;blog_id=58641325&amp;post_id=6516&amp;user_id=0&amp;subs_id=325996452&amp;signature=110b607d042d80776d7d64b568ff8dfc&amp;email_name=new-post&amp;user_email=labottegadellibro63@gmail.com&amp;encoded_url=aHR0cHM6Ly9qYWNvYmluaXRhbGlhLml0L3RyZS1jb3NlLXBlci1jb21pbmNpYXJlLWEtY2FtYmlhcmUtdHV0dG8v&amp;email_id=e373d323937b50b11f224354056edecc" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://coniarerivolta.wordpress.com?action%3Duser_content_redirect%26uuid%3Df781f2fe43afee11ccfbdc396f76d839258b33ba69d8f8aa8623661097dd9524%26blog_id%3D58641325%26post_id%3D6516%26user_id%3D0%26subs_id%3D325996452%26signature%3D110b607d042d80776d7d64b568ff8dfc%26email_name%3Dnew-post%26user_email%3Dlabottegadellibro63@gmail.com%26encoded_url%3DaHR0cHM6Ly9qYWNvYmluaXRhbGlhLml0L3RyZS1jb3NlLXBlci1jb21pbmNpYXJlLWEtY2FtYmlhcmUtdHV0dG8v%26email_id%3De373d323937b50b11f224354056edecc&amp;source=gmail&amp;ust=1767806079184000&amp;usg=AOvVaw1pVSvKaXoVCV9E0AM_SL5i">cambiare tutto</a>, rovesciando a 360 gradi il paradigma distruttivo entro cui le politiche economiche si muovono da decenni rivendicando investimenti pubblici orientati ad uno sviluppo sostenibile, equità, redistribuzione progressiva e tutela dei diritti sociali. Proteggere salute, ambiente, istruzione e il welfare in tutte le sue forme non è solo una necessità economica, ma una scelta di civiltà.</p>
</div>
</td>
</tr>
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		<title>Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 17:09:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana di coniarerivolta Nell’articolo precedente abbiamo visto come il Governo è ripartito all’attacco delle pensioni, attraverso la proposta di un semestre di silenzio-assenso per la devoluzione del TFR ai fondi pensioni, collegandolo di fatto alla promessa di una maggiore flessibilità (per pochi) per andare in pensione prima. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/portafoglio2.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-9039" title="portafoglio2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/portafoglio2-300x168.png" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<h1>Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana</h1>
<h3>di coniarerivolta</h3>
<p>Nell’<a href="https://coniarerivolta.org/2025/01/31/non-ce-tregua-per-le-pensioni/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">articolo precedente</a> abbiamo visto come il Governo è ripartito all’attacco delle pensioni, attraverso la proposta di un semestre di silenzio-assenso per la devoluzione del TFR ai fondi pensioni, collegandolo di fatto alla promessa di una maggiore flessibilità (per pochi) per andare in pensione prima.</p>
<p>E proprio su quest’ultimo aspetto, cioè quando poter accedere alla pensione, è ripartita silente (ma non troppo) la campagna terroristica sull’imminente nuovo aumento dell’età pensionabile reso cogente dall’aumento della speranza di vita attesa certificato recentemente dall’INPS.</p>
<p>Come noto, per via delle leggi Sacconi (2010) e Fornero (2011) le pensioni di vecchiaia e anticipata sono agganciate in automatico all’andamento della speranza di vita. Al crescere di quest’ultima devono crescere le soglie anagrafiche e contributive di accesso alla pensione: basta un decreto ministeriale (un atto a metà fra la sfera politica e quella puramente amministrativa) che prende atto dei dati sull’aspettativa di vita comunicati da ISTAT, mentre serve un vero e proprio intervento legislativo per bloccare tale meccanismo.</p>
<p>La cadenza degli scatti inizialmente triennale dal 2019 è divenuta biennale. A un primo scatto nel 2013 è seguito un ulteriore nel 2016 e ancora nel 2019 per la sola pensione di vecchiaia (la soglia di quella anticipata è stata invece bloccata al 2016 con decreto politico) portando da quell’anno l’età pensionabile di vecchiaia a 67 anni e fermo restando quella anticipata a 42 anni e 10 mesi di contributi (1 anno in meno per le donne).</p>
<p>Dal 2019 gli aumenti si sono interrotti poiché, anche a causa degli effetti della pandemia, la speranza di vita è rimasta stabile o addirittura è diminuita. Si noti il paradosso per cui in caso di diminuzione della speranza di vita attesa non vi è previsione di riduzione della soglia. Il governo ha sempre assicurato che la soglia dei 67 anni sarebbe rimasta inalterata negli anni a venire lasciando intendere che quand’anche vi fosse stato il prevedibile e auspicabile nuovo aumento della speranza di vita, quella soglia sarebbe stata mantenuta comunque.</p>
<p>Il pasticcio comunicativo è iniziato nei primi giorni del nuovo anno.</p>
<p>La CGIL il 9 gennaio con una comunicazione ha espresso profonda preoccupazione per una “recente modifica unilaterale dei requisiti pensionistici operata dall’Inps sui propri applicativi, senza alcuna comunicazione ufficiale da parte dei ministeri competenti e in totale assenza di trasparenza istituzionale”. L’INPS avrebbe aggiornato nei propri documenti contabili interni la soglia della pensione di vecchiaia al 2027 a 67 anni e 3 mesi e quella di anzianità a 43 anni e 1 mese (per le donne un anno in più) ipotizzando quindi uno scatto di aumento di 3 mesi mai annunciato dal governo. L’istituto previdenziale ha risposto con una pronta smentita che non ha però scongiurato l’imbarazzo politico del governo che ha rimarcato il fatto che l’eventuale decisione andrà assunta tramite iniziativa legislativa nei prossimi mesi.</p>
<p>Il 15 gennaio nel frattempo è stato pubblicato un <a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit--i/Spesa-soci/Attivita_di_previsione_RGS/2024/Rapporto-n-25-Nota-Aggiornamento-Rapporto.pdf" rel="noreferrer noopener" target="_blank">aggiornamento al documento</a><em> “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio- sanitario” </em>a cura della Ragioneria Generale dello Stato in cui, stanti gli aumenti calcolati dall’ISTAT sulla speranza di vita attesa, si preannuncia un quadro tendenziale di aumenti costanti delle soglie di età pensionabile con il raggiungimento dei 68 anni nel 2039 e dei 70 anni nel 2067 (e dei 46 anni per la pensione anticipata). Si tratta di una previsione particolarmente importante, se pensiamo che l’<a href="https://www.fiscoetasse.com/files/17157/dm-requisiti-pensione-2025.pdf" rel="noreferrer noopener" target="_blank">ultimo decreto ministeriale</a> che ha fissato l’età per il pensionamento è stato firmato, nel 2023, direttamente dal Ragioniere Generale dello Stato.</p>
<p>Si riattivano, insomma, dopo qualche anno di sospensione della questione dovuta alla stagnazione della speranza di vita, le sirene che annunciano l’ineluttabilità di aumenti inesorabili dell’età pensionabile per vecchiaia e anticipata.</p>
<p>A fronte di queste previsioni il governo non ha assunto alcuna posizione chiara <a href="https://www.fiscoetasse.com/new-rassegna-stampa/1612-in-pensione-a-67-anni-e-tre-mesi-giorgetti-chiarisce.html">limitandosi a ribadire</a> che la questione andrà demandata all’iniziativa legislativa una volta che verranno aggiornati i dati ISTAT a marzo e tirando le orecchie all’INPS per aver lasciato trapelare ciò che probabilmente è già evidente al governo stesso, ovvero che non esiste una volontà politica chiara e trasparente di sterilizzare gli aumenti automatici previsti dal meccanismo innescato dalle riforme Sacconi e Fornero 13 anni fa. E l’appuntamento è quindi solamente rimandato a questa <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/inps-primavera-decisione-governo-sull-aumento-requisiti-la-pensione-AG5k1RJC" rel="noreferrer noopener" target="_blank">primavera</a> quando, in assenza di un intervento legislativo specifico per bloccare l’innalzamento dell’età pensionabile, basterà un ennesimo decreto ministeriale (magari spacciato come “atto dovuto”) per portare ancora più in là il miraggio della pensione per i lavoratori italiani a partire dal 2027 (le nuove età per la pensione devono infatti essere definite ufficialmente con almeno 1 anno di anticipo).</p>
<p>Si compie così in modo magistrale la giravolta acrobatica del governo Meloni sul tema pensionistico. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal tempo dei proclami di Lega e Fratelli d’Italia sull’abolizione della Riforma Fornero.</p>
<p>Nel giro di soli due anni e mezzo di legislatura il governo in carica non solo è riuscito ad affossare, eliminandole o depotenziandole fino al ridicolo, tutte le flebili e già penalizzanti, forme di flessibilità in uscita esistenti: opzione donna, APE sociale, quota 100-102-103, pensione anticipata contributiva; non soltanto si è attivato per peggiorare in modo notevole i meccanismi di indicizzazione delle pensioni al caro vita; non solo si sta attivando per la difesa orgogliosa della previdenza complementare contro la previdenza pubblica; ma non contento si appresta con ogni probabilità ad assecondare quegli automatismi “tecnocratici” messi in piedi dalle ipocritamente vituperate leggi Sacconi e Fornero che rimettono a un mero calcolo statistico ciò che dovrebbe invece essere il frutto di una riflessione politica ed economica di ampio respiro.</p>
<p>Insomma, non resta proprio nulla di nulla dei finti malumori di una destra che millantava ridicoli mal di pancia “sociali” e che oggi rivela compiutamente, al pari delle forze di “opposizione”, la sua adesione indiscussa ai diktat del neoliberismo e dell’austerità.</p>
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<h1>Non c’è tregua per le pensioni</h1>
<div><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a> / <a href="https://coniarerivolta.org/2025/01/31/non-ce-tregua-per-le-pensioni/">31/01/2025</a></div>
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<p>Per le pensioni italiane, si sa, non vi è mai tregua. Non pago degli interventi restrittivi <a href="https://coniarerivolta.org/2024/09/18/la-solita-vittima-dellausterita-le-pensioni/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">già delineati</a> in autunno, e nei due anni precedenti della legislatura, il governo Meloni, nel pieno delle feste natalizie, ha inserito in extremis nella legge di bilancio l’ennesimo tassello del feroce accanimento contro il sistema previdenziale pubblico.</p>
<p>E così, insieme al rinnovo dei tagli alle percentuali di indicizzazione all’inflazione e all’allungamento delle finestre di attesa per l’accesso alla pensione anticipata, entra in scena, come un colpo contro la Croce Rossa, l’inasprimento dei requisiti di accesso alla pensione anticipata puramente contributiva.</p>
<p>Vediamo, in primo luogo, a quale forma di pensione stiamo facendo riferimento. Nel ginepraio della normativa previdenziale italiana, tra <a href="https://coniarerivolta.org/2024/09/18/la-solita-vittima-dellausterita-le-pensioni/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">le varie strade alternative, sempre più depotenziate e marginalizzate</a>, rispetto a quella “standard” costituita dalla pensione di vecchiaia a 67 anni, vi è, in vigore dalla Riforma Fornero del 2012, la possibilità, per chi abbia iniziato a versare contributi dal 1996 (ovvero con il solo sistema contributivo) di andare in pensione a 64 anni con almeno 20 anni di contributi e con un primo assegno pensionistico pari almeno a un certo multiplo dell’importo mensile dell’assegno sociale. Si tratta di un’opzione che nei primi anni dopo la sua definizione ebbe scarsissima adesione poiché con solo 20 anni di contributi il sistema contributivo conduce ad una rendita pensionistica bassissima e solo in pochi potevano contare su un primo assegno pari, all’epoca, a 2,8 volte l’assegno sociale. Ricordiamo, infatti, che la pensione, nel sistema contributivo, è funzione dei contributi versati lungo tutta la vita lavorativa dell’individuo. Rispetto al sistema previgente, ovvero quello retributivo (che prevedeva che la pensione fosse commisurata retribuzione degli ultimi anni di carriera), il sistema contributivo dà vita a pensioni più basse.</p>
<p>Con il trascorrere degli anni la platea dei potenziali beneficiari dell’anticipata totalmente contributiva si è lentamente allargata e si allargherà sempre più nei prossimi anni. Ad oggi, chi abbia iniziato a versare i contributi nel 1996 avrebbe totalizzato 29 anni di contribuzione. Di fronte ad un’opzione che, seppur molto penalizzante dal punto di vista economico – a causa dei meccanismi impliciti del sistema contributivo – potrebbe diventare nell’immediato futuro appetibile e sostenibile per qualcuno, il governo che fa? Ne riduce accuratamente il perimetro con un doppio provvedimento a tenaglia.</p>
<p>1. Aumenta la soglia minima per l’accesso all’opzione che da 2,8 volte l’assegno sociale passerà da quest’anno a 3 volte, ovvero circa 1720 euro al mese. Un requisito inspiegabile se non come forma punitiva dei più poveri ai quali viene preclusa a priori l’adesione a questa possibilità.</p>
<p>2. Aumenta da 20 a 25 per il 2025 e a 30 a decorrere dal 2030 il numero minimo di anni di contribuzione necessari per accedere a questa forma di pensionamento.</p>
<p>Pian piano, insomma, si va a neutralizzare uno strumento evidentemente concepito come transitorio con l’idea di portarlo ad esaurimento nel corso dei prossimi anni lasciando in campo soltanto i due pilastri della pensione di vecchiaia (ad oggi 67 anni e 20 anni di contributi, più un importo minimo di pensione pari all’assegno sociale per chi ha iniziato a versare dal 1996) e di quella anticipata priva di requisiti anagrafici (ad oggi 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne).</p>
<p><em>La previdenza complementare per andare in pensione prima: non flessibilità, ma lusso per pochi</em></p>
<p>Vi è inoltre un altro dettaglio interessante sulla vicenda. Alle suddette restrizioni il governo ha accompagnato un’ulteriore misura presentata come favorevole per i lavoratori: la possibilità di unire ai fini del raggiungimento dell’importo minimo necessario per accedere alla pensione anticipata contributiva, le eventuali somme di denaro destinate alla previdenza complementare.</p>
<p>Questa possibilità, presentata come un generoso ampliamento dei margini di libertà del lavoratore, è, in primo luogo, una scelta accessibile a pochissimi. Non a caso, la relazione tecnica della manovra quantifica in 100 (destinati a diventare, nei prossimi anni, ben 600) il numero di persone potenzialmente interessate. Questo perché la previdenza complementare è un lusso che soltanto pochi lavoratori possono permettersi: solo coloro che riescono a risparmiare abbastanza da alimentare in maniera significativa il loro conto contributivo volontario.</p>
<p>E questo ci permette di affrontare un altro punto: la natura profondamente discriminatoria della misura. La pensione complementare, da sempre, è appannaggio dei pochi fortunati che possono permettersela. E la discriminazione non è solo reddituale, perché se si guarda alla composizione sociodemografica della platea degli iscritti, sono prevalenti gli uomini (62% del totale), gli iscritti del Nord (57,1%) e i lavoratori con più di 35 anni (oltre l’80%). In altri termini, a essere meno presenti sono le donne, i lavoratori del Mezzogiorno e i giovani. Esattamente le categorie più deboli nel mercato del lavoro. Questi dati sono tratti dalla <a href="https://www.covip.it/sites/default/files/relazioneannuale/relazione_per_lanno_2023.pdf">Relazione COVIP</a> (la Commissione di Vigilanza sui fondi pensione) per il 2023, ma sono la conferma di ciò che si registra anno dopo anno nelle relazioni di tale organismo.</p>
<p>E i dati COVIP ci dicono anche che spesso e volentieri (specialmente quando il periodo interessato è toccato da turbolenze finanziarie, e dunque la necessità di protezione è maggiore) i rendimenti dei fondi pensione sono stati inferiori a quelli del TFR; e, di conseguenza, è ancora più immorale il fatto che la convenienza per i lavoratori venga forzata attraverso incentivi fiscali: attraverso tali incentivi, si utilizzano risorse a carico della fiscalità generale (e a vantaggio solo di alcuni) per favorire l’afflusso di fondi a un settore privato che, come si è detto, è meno “conveniente”.</p>
<p><em>L’assalto (l’ennesimo) al TFR</em></p>
<p>La trovata del governo nasconde in verità i termini di una grossa partita che va avanti da quasi vent’anni attorno al sistema previdenziale italiano e, in forme simili, degli altri paesi europei.</p>
<p>Proprio vent’anni fa, nel contesto della graduale restrizione dei diritti pensionistici, il decreto legislativo 252/2005 riformò la disciplina delle forme di previdenza complementare, già introdotte dalla legge 421/1992, prevedendo, tra le altre cose, la possibilità per i lavoratori di devolvere il TFR presso fondi pensione negoziali o privati anziché lasciarlo, come tradizionalmente era sempre avvenuto, in azienda. Secondo quella norma la scelta del versamento del TFR in azienda era modificabile in qualunque momento mentre il versamento del TFR maturando in un fondo pensione rappresentava una scelta irreversibile.</p>
<p>Nel 2007 il governo Prodi introdusse la disciplina del silenzio-assenso, per la quale in assenza di un’esplicita preferenza espressa sulla destinazione del TFR, quest’ultimo sarebbe stato convogliato irreversibilmente nei fondi pensioni. Da allora i neoassunti nei primi sei mesi del rapporto di lavoro devono stabilire la destinazione del proprio TFR e in caso di silenzio la scelta ricade automaticamente sui fondi pensione.</p>
<p>Malgrado questo e malgrado gli ingenti vantaggi fiscali di cui gode la previdenza complementare oggi soltanto un terzo dei lavoratori ha optato (esplicitamente o passivamente) per destinare il proprio TFR ai fondi pensioni, mentre il resto dei due terzi ha optato per lasciarlo in azienda. Quest’ultima opzione nel concreto implica due possibili esiti. Per le imprese medio-piccole con meno di 50 dipendenti il TFR resta nelle casse aziendali fornendo a queste ultime utile liquidità, mentre per le grandi aziende (oltre i 50 dipendenti) si ha un accantonamento presso un Fondo di Tesoreria INPS e tale liquidità diventa dunque fruibile dall’ente per la spesa previdenziale corrente.</p>
<p>Qualora invece venga scelta (attivamente o passivamente) la destinazione presso i fondi pensione si apre un ventaglio di diverse ipotesi che includono, nell’essenziale, l’esistenza di fondi chiusi negoziali gestiti dalle parti sindacali e senza scopo di lucro e fondi aperti di natura privata con scopo di lucro. In entrambi i casi i soldi dei lavoratori vengono investiti nella sfera finanziaria con prospettive di rendimento molto variabili, senza alcuna garanzia di mantenimento del valore reale del capitale investito. Il TFR in azienda (o presso la Tesoreria INPS) viene invece automaticamente rivalutato al 75% dell’inflazione più un 1,5% costante.</p>
<p>Malgrado gli evidenti rischi della previdenza complementare, da vent’anni si avvicendano campagne di promozione di quello che viene definito un irrinunciabile pilastro del sistema pensionistico alimentate dalle sirene sull’ineluttabile inadeguatezza della previdenza pubblica. Contestualmente è stata plasmata una legislazione costruita ad arte per incentivare o forzare milioni di lavoratori ad aderirvi. Milioni e milioni di euro dei lavoratori dirottati verso la speculazione finanziaria.</p>
<p>Malgrado tutto questo la previdenza complementare, sebbene in crescita, fatica a decollare davvero. Ed ecco che i governi di turno si affannano a rinnovare ogni tipo di strumento per favorirla ad ogni costo.</p>
<p>È in questo contesto che va inquadrata la norma che consentirebbe ai lavoratori di cumulare le quote di pensione integrativa ai fini del raggiungimento del valore minimo (3 volte l’assegno sociale) per accedere alla pensione contributiva anticipata.</p>
<p>Ed è in questo stesso contesto che si inquadra anche un altro recentissimo tema di discussione ruotante attorno ad una doppia possibile proposta discussa negli scorsi mesi e rieditata negli ultimi giorni volta ancora una volta a convincere o obbligare i riottosi lavoratori a dirottare il proprio TFR verso i fondi pensione.</p>
<p>Una prima proposta caldeggiata dalla Lega in autunno (ed ora, sembra, provvisoriamente accantonata) consisterebbe nell’obbligare i lavoratori a versare il 25% del TFR ai fondi pensione complementari. Una proposta diretta e senza fronzoli che ha suscitato qualche perplessità nello stesso governo. Ne è seguita una seconda proposta, sembra di maggior successo, caldeggiata in particolare da Fratelli d’Italia: una riedizione nel 2025 del semestre di silenzio-assenso già sperimentato nel 2007, in cui non soltanto i neoassunti (come già avviene oggi per i primi sei mesi di un nuovo contratto), ma tutti i lavoratori sarebbero messi di fronte alla ridiscussione della scelta sulla destinazione del proprio TFR. In caso non dovessero esprimere alcuna scelta, le proprie quote di TFR d’ora in avanti andrebbero automaticamente e irreversibilmente nei fondi pensione. E questo varrebbe anche per chi finora ha esplicitamente optato per il TFR in azienda.</p>
<p>Dal momento che la legislazione di oggi già consente di transitare volontariamente dalla strada del TFR in azienda alla strada dei fondi pensione (ed impedisce invece il percorso inverso), è più che evidente l’intento manipolatorio della misura: catturare nelle maglie della previdenza complementare centinaia di migliaia di lavoratori “distratti” che nei sei mesi suddetti non dovessero esplicitamente dichiarare la loro opzione vuoi per inerzia vuoi per scarsa informazione. Un trucchetto che ebbe buon gioco nel 2007 per tutti i lavoratori e che per i neoassunti ha continuato a funzionare continuativamente portando nel periodo 2007-2023 ben 609.000 lavoratori (dati tratti dalla già citata <a href="https://www.covip.it/sites/default/files/relazioneannuale/relazione_per_lanno_2023.pdf">relazione COVIP</a> relativa al 2023) nelle braccia della previdenza complementare attraverso un’adesione tacita. Non proprio un esercizio dignitoso di democrazia partecipativa.</p>
<p>La stessa relazione COVIP ci informa, tuttavia, che al 2023 solo il 36,9% dei lavoratori italiani (dipendenti e autonomi) risulta iscritto a qualche forma di previdenza complementare e solo il 26,7% ha versato contributi volontari (oltre alle quote TFR) nel corso del 2023. È evidente che le politiche di forsennata incentivazione portate avanti tramite meccanismi truffa e incentivi fiscali di dubbia costituzionalità che discriminano i trattamenti previdenziali pubblici rispetto a quelli privati hanno funzionato soltanto in parte. Vi è ancora un’enorme quota di lavoratori e lavoratrici che di previdenza complementare non vuole saperne. Ed ecco allora rientrare in gioco trucchi, trucchetti e meccanismi volti a ingrossare la quota di redditi da lavoro da destinare alla speculazione finanziaria privata.</p>
<p>La partita delle pensioni, ancora una volta, vede operare alacremente gli smantellatori di professione dello Stato sociale e del ruolo dello Stato nell’economia a favore degli interessi di banche, assicurazioni e fondi di investimento. A fronte di questo scempio programmato da decenni occorre rilanciare con forza il sistema pensionistico pubblico garantendo pensioni adeguate a lavoratori e lavoratrici del futuro.</p>
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		<title>Attraversando il PNRR. Parte II: politiche energetiche e filiere produttive (I)</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 18:41:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[A. Pannone]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Gentili]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Giusti]]></category>
		<category><![CDATA[L. Alessandrini]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Macera]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Attraversando il PNRR. Parte II: politiche energetiche e filiere produttive (I) &#160; Pubblichiamo la seconda parte dello studio sul PNRR condotto da Emiliano Gentili, Stefano Macera e Federico Giusti. Dopo aver analizzato il contesto economico italiano e la strategia perseguita dall’Unione Europea nella programmazione del Piano, nel nuovo articolo, gli autori analizzano l’idea di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-pipm556987"><img src="https://img-s-msn-com.akamaized.net/tenant/amp/entityid/AA1lWuVf.img?w=550&amp;h=309&amp;m=4&amp;q=83" alt="Red Sea crisis: Kanpur exporters hold back ₹100 crore-worth consignments" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1 data-hook="post-title">Attraversando il PNRR. Parte II: politiche energetiche e filiere produttive (I)</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Pubblichiamo la seconda parte dello studio sul PNRR condotto da Emiliano Gentili, Stefano Macera e Federico Giusti. Dopo aver analizzato il contesto economico italiano e la strategia perseguita dall’Unione Europea nella programmazione del Piano, nel nuovo articolo, gli autori analizzano l’idea di politica energetica dell’Ue e dell’Italia ed esaminano alcuni investimenti previsti dal PNRR particolarmente significativi per lo sviluppo dell’economia italiana, con particolare riferimento alla filiera dei semiconduttori e dell’idrogeno.</strong></p>
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<p id="viewer-sq43c50281">***</p>
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<p id="viewer-djn1659">I. Articolazione del Piano e REPowerEU</p>
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<p id="viewer-jm9yv61">Missioni, componenti e investimenti</p>
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<p id="viewer-8tof663">Il Pnrr si articola attorno ad alcuni percorsi di sviluppo settoriali denominati «Missioni». In un certo senso potremmo farli corrispondere ai Programs europei (v. Parte I, Par. II, La strategia della Commissione Europea), solo che le Missioni sono declinate su scala nazionale. Ogni Missione è a sua volta suddivisa in Componenti, per cui ad esempio la Missione 1, Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo, è composta da: Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA; Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo; Turismo e cultura 4.0. A voler essere precisi, poi, le Componenti sono a loro volta ripartite in «sotto-componenti». I fondi vengono assegnati «a pacchetti», denominati «Investimenti»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn1" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[1]</a>, che costituiscono una sorta di suddivisione ulteriore di queste sotto-componenti. Ad esempio, la citata Componente 1 della Missione 1 riporta tre sotto-componenti (Digitalizzazione PA; Innovazione PA; Innovazione organizzativa del sistema giudiziario), all’interno delle quali trovano posto ben sette Investimenti differenti (quali «Digitalizzazione delle grandi amministrazioni centrali» o «Processo di acquisto ICT»).</p>
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<p id="viewer-ikjw173">Il REpowerEU</p>
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<p id="viewer-te1qw75">Dopo la crisi delle relazioni fra Russia e UE e l’embargo al gas e al petrolio russo, la Commissione Europea ha presentato un piano integrativo dei Pnrr, denominato REPowerEU<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn2" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[2]</a>, con l’obiettivo di «ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn3" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[3]</a>. Come? Gestendo le relazioni commerciali per l’acquisto di gas come UE, in quanto singoli Stati membri, trovando nuovi partner commerciali e siglando accordi, adottando norme comunitarie per lo stoccaggio di gas, investendo sulle infrastrutture per la produzione di idrogeno e promuovendo una sorta di joint venture con le imprese<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn4" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[4]</a> per la produzione di energia solare. Inoltre, si prevedono il sostegno a politiche di riduzione dei consumi e il potenziamento delle filiere del gas, del biometano e dell’idrogeno rinnovabile, nonché di quelle relative «alle materie prime e alle tecnologie critiche connesse alla transizione verde»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn5" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[5]</a>.</p>
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<p id="viewer-s98di91">L’obiettivo dell’indipendenza dalle importazioni energetiche estere corrisponde agli interessi dei capitalisti nostrani, ma il fatto che venga presentato come scelta green, sostenibile, non può non far sorgere dei dubbi. Le strategie messe in campo dai paesi europei, infatti, lasciano perplessi per almeno due motivi. In primis, se è vero che i consumi legati alle nuove tecnologie sono in costante aumento e che anche lo sviluppo e la produzione di quelle deputate a contenerli comporti un aumento delle emissioni di CO2, dov’è la garanzia che il processo di transizione verso la green economy non risulti altamente dannoso per l’ambiente e, quindi, l’essere umano?</p>
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<p id="viewer-60qad99">gli investimenti necessari per transitare verso un sistema rinnovabile al 100% richiedono comunque enormi consumi di energia; essedo attualmente questa energia per l’80% di tipo fossile, la transizione implica un eccesso di emissioni di CO2 che deve assolutamente essere compensato con riduzioni di produzione. Questo è in palese contrasto con un modello di sviluppo fondato sull’accumulazione continua e sulla necessità di crescita illimitata come quello capitalistico<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn6" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[6]</a>.</p>
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<p id="viewer-ozxn9103">E soprattutto, in secundis, una volta completata la transizione verso questo fantomatico «capitalismo verde», chi ci assicura che i fattori produttivi non vengano spremuti per ottenere il massimo profitto possibile causando comunque dei gravi danni ambientali?</p>
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<p id="viewer-hybi8107">come mostrato in alcuni autorevoli studi (vedi Morley et al. 2018, Røpke 2012, Andrae 2019), per contenere la crescita complessiva della richiesta energetica connessa alle nuove infrastrutture digitali, che ci si attende essere imponente negli anni a venire, è necessario limitare la crescita del traffico di dati, almeno tenendolo al passo dell’efficientamento; un equilibrio che fino a oggi non c’è stato. Basti pensare che dal 2002 al 2016 il traffico complessivo di dati al secondo è passato da 100 GB a 26.600 GB (vedi Morley et al. 2018)!<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn7" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[7]</a></p>
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<p id="viewer-15txe112">Dal dicembre 2022<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn8" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[8]</a> è stato concesso agli Stati membri di introdurre nuovi capitoli REPowerEU all’interno dei propri Pnrr, ma del resto la stessa normativa comunitaria prevedeva fin dall’inizio la possibilità per ogni singolo paese di aggiornare Piano e obiettivi<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn9" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[9]</a>. I paesi che avranno i maggiori incrementi dei finanziamenti Pnrr sono Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Romania; staccati, seguono Ungheria, Portogallo e Repubblica Ceca<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn10" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[10]</a>.</p>
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<p id="viewer-o7m5r120">Il Governo italiano (per tramite di Raffaele Fitto) ha presentato la propria proposta di modifica lo scorso 7 agosto, nell’ultimo mese disponibile, e la Commissione ha espresso valutazione positiva l&#8217;8 dicembre 2023. Oggetto delle modifiche negoziate con la Commissione sono alcune integrazioni al vecchio Piano, consistenti in nuovi finanziamenti, riforme e, soprattutto, una nuova Missione denominata proprio «REPowerEU». Complessivamente il nostro paese riceverà «2,76 miliardi di euro di sovvenzioni non rimborsabili (la quota maggiore, 13,8 per cento del totale, al pari della Polonia)»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn11" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[11]</a>, quando invece la proposta di agosto era di ben 19,2 miliardi.</p>
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<p id="viewer-e7eb4124">Fra i principali aspetti del REpowerEU italiano troviamo i crediti d’imposta per le imprese innovative sul piano dell’efficientamento energetico (6,3 miliardi), cui fa da contrappeso la riduzione dei budget per la tutela del territorio e delle risorse idriche (– 5,19 miliardi). Il proliferare degli incentivi alle imprese in luogo degli investimenti statali diretti servirà anche o soprattutto ad accorciare i tempi e accelerare i processi, per quanto probabilmente al prezzo di una minore omogeneità di intervento e di maggiori sprechi di risorse (sceglieranno le imprese il tipo di intervento da effettuare, anziché lo Stato). Uno degli obiettivi della rinegoziazione del Pnrr, del resto, è proprio quello di ottenere un Piano aggiornato che sia applicabile nei tempi, oltre che coerente nella strategia complessiva<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn12" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[12]</a>.</p>
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<p id="viewer-eweq0131">Al di là della questione delle tempistiche si potrebbe discutere sul rimescolamento di risorse, spostate da una Missione all’altra; ad esempio, sulla scelta di tagliare gli investimenti nella rete logistica ferroviaria (– 1,98), avvenuta a fronte di un rafforzamento del programma di digitalizzazione industriale (+ 1,09), oppure su molte altre. In fondo, però, gli aspetti più preoccupanti per i lavoratori riguardano il sociale, come l’emorragia di risorse dall’inclusione sociale e territoriale (Missione 5, Componenti 2 e 3) per quasi 4 miliardi (rispettivamente, – 2,85 e – 1,10). In questo senso la revisione del Piano non lascia adito a dubbi, in quanto la Missione 7 («REpowerEU») rappresenta di per sé un coacervo di risorse da impiegare direttamente per il potenziamento energetico del sistema economico produttivo e pertanto è chiaro che il nuovo Pnrr sia più sbilanciato verso le imprese che il sociale: se è vero che all’Italia sono stati concessi 2,76 miliardi in più, la Missione 7 ne vale da sola ben 11,18.</p>
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<p id="viewer-ymq6u133">II. La filiera dei semiconduttori</p>
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<p id="viewer-y74rl135">Iniziamo ora a esaminare alcuni fra gli investimenti Pnrr, relativi a quei settori che a nostro parere rivestono una maggiore importanza strategica per lo sviluppo dell’economia italiana e che meglio chiariscono il ruolo del nostro paese nell’ambito del comparto economico europeo (detto «Factory Europe»). Partiremo quindi dalla filiera dei semiconduttori, assolutamente fondamentale per lo sviluppo economico europeo, e proseguiremo con la filiera dell’idrogeno, che nell’ambito del settore energetico rappresenta la sezione più sperimentale e innovativa. A questo punto analizzeremo le componenti relative alla digitalizzazione industriale e allo sviluppo della rete logistica (produzione e circolazione delle merci). Queste ultime aiutano a descrivere i cambiamenti che potranno avvenire nell’impiego della forza-lavoro, soprattutto riguardo le dinamiche di aumento della produttività. Nel contesto attuale tali dinamiche portano i lavoratori a subire una certa intensificazione del lavoro (aumento dei ritmi) e il conseguente deterioramento della salute (fisica e psicologica), oltre che un aumento del controllo in azienda.</p>
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<p id="viewer-ddk5t139">Il (nascente) comparto industriale italiano per i semiconduttori è investito dalla Missione 1, Componente 2, Investimento 2 del nostro Pnrr. Tramite il finanziamento statale del 40% degli investimenti nel settore si mira a sviluppare una certa quota di produzione di semiconduttori (principalmente «wafer» in silicio) che, dopo la trasformazione in chip, possano servire come semi-lavorati per le principali industrie europee.</p>
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<p id="viewer-qtnf9141">L’industria globale dei semiconduttori gioca un ruolo cruciale in tutte le filiere industriali avanzate, tra cui l’elettronica, l’automotive, l’aerospazio, la difesa, la robotica, la meccanica strumentale e le applicazioni industriali [nonché, a nostro parere, sull’intero settore economico in generale, per via delle applicazioni nel campo della connettività, dal cloud ai 5 e 6G]. Nel 2022, l’industria dei semiconduttori ha fatturato circa 600 miliardi di dollari [440 miliardi di € nel 2020, secondo il Pnrr tedesco]. Il tasso medio di crescita del fatturato degli ultimi 20 anni è stato pari al 7% e si prevede che continuerà̀ almeno a questi ritmi, raggiungendo un valore superiore a 1 trilione di dollari nel 2030<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn13" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[13]</a>.</p>
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<p id="viewer-tjri0145">I semiconduttori sono materiali la cui conduttività elettrica può essere modificata sulla base degli interessi dell’industria umana; possono anche essere costituiti da composti di materiali diversi o da strati di materiali differenti. I chip sono dispositivi elettronici creati su un supporto di materiale semiconduttore (circuiti elettrici «stampati», «fissati» sul metallo semiconduttore)<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn14" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[14]</a>. Il semi-conduttore ha l’importante particolarità di consentire la realizzazione dei componenti base dei chip, in virtù del proprio livello di conducibilità e resistività elettriche. Il materiale più utilizzato è il silicio, che riesce a consentire «l’integrazione di decine di miliardi di componenti base (per es. transistor, diodi, resistenze e condensatori) su un singolo chip»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn15" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[15]</a>. Siccome l’industria si sta oggi avvicinando ai limiti fisici di questo materiale, si cerca di manipolarlo in maniera sempre più sofisticata<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn16" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[16]</a>.</p>
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<p id="viewer-8yxje153">La storia di queste tecnologie passa interamente dal settore militare. Tutto inizia prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, con i sistemi di calcolo finalizzati a colpire gli obiettivi degli aerei da guerra statunitensi (seppur con molta approssimazione). Dagli anni ’60, invece, i chip erano ormai utilizzati in ogni sistema d&#8217;arma dell&#8217;esercito Usa. Una spinta propulsiva modernizzatrice fu data dai computer che guidarono l&#8217;astronave Apollo e il missile Minuteman<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn17" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[17]</a> e, poi, l&#8217;avventura sulla Luna, mentre soltanto in seguito queste tecnologie sarebbero state impiegate per un uso civile di massa (la stessa Silicon Valley, per anni, è stata legata principalmente ai processi militari). È possibile che anche le guerre ora in corso daranno il via a nuove produzioni legate all’intelligenza artificiale.</p>
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<p id="viewer-azjj6157">La filiera dei semiconduttori è l’insieme di quei processi ideativi, produttivi, logistici e di marketing che, partendo dall’estrazione delle materie prime, servono a creare il prodotto e farlo arrivare al cliente finale: in una sola espressione, il processo di trasformazione delle materie prime necessarie in merce. All’interno di questo percorso vi sono attività imprenditoriali di vario tipo. Alcune di esse consentono larghi profitti (un «ritorno» degli investimenti effettuati molto più grande), mentre altre molto meno. Queste differenti tipologie di attività imprenditoriali sono associabili a vere e proprie fasi del processo di trasformazione: delle «tappe» lungo un percorso obbligato. Il controllo di quelle più remunerative è ciò che serve per battere la concorrenza e a nostro parere è, allo stesso tempo, la chiave di lettura principale per comprendere la competizione fra Stati diversi: la cosiddetta geopolitica.</p>
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<p id="viewer-tbdyh159">Tralasciando di scorporare la logistica, che accompagna quasi tutto il processo di trasformazione del prodotto, possiamo suddividere la filiera dei semiconduttori in: fasi produttive (fabbricazione, test e assemblaggio), che rappresentano il 40% circa del fatturato complessivo mondiale; estrazione delle materie prime, per l’11% del fatturato; fasi ideative (progettazione e design), 32%; attività economiche deputate alla fornitura dei macchinari industriali necessari, 17%<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn18" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[18]</a>. Le fasi produttive sembrerebbero essere quelle più remunerative, ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno: rendono molto di più le fasi ideative, solo che la massa degli investimenti è minore. Non è dunque un caso se quasi il 50% dei ricavi di queste fasi sia statunitense e solo 5% rimanga in mano cinese (all’Europa tocca il 10%). Inoltre, «La leadership dominante delle imprese americane nella fase della progettazione e design consente loro di esercitare un controllo sulla proprietà intellettuale e, quindi, su tutta l’industria perché le aziende specializzate nella fase di fabbricazione di chip devono sottoscrivere accordi/licenze per il loro utilizzo»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn19" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[19]</a>, <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn20" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[20]</a>.</p>
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<p id="viewer-scqhv169">Il fatturato della produzione, invece, è più equamente distribuito fra paesi occidentali e nuove potenze asiatiche. Ciò in virtù di parecchi fattori, tra i quali il rilevante peso del fatturato complessivo e degli ingenti investimenti necessari per far progredire l’industria e realizzare ulteriori aumenti dei profitti. Ciononostante, le fasi di test dei semilavorati e assemblaggio delle componenti, che sono a bassissimo valore aggiunto, però, vedono un ruolo relativamente maggiore di paesi come la Malesia (pur se, di nuovo, in un contesto in cui la distribuzione del fatturato è abbastanza uniforme). Siccome il valore aggiunto è scarso non conviene investire per innovare e digitalizzare i processi industriali: meglio mantenere un processo produttivo «labour intensive», ossia con una grossa componente di lavoro operaio manuale, e racimolare quel che si può. Ciò comporta che la localizzazione geografica di queste fasi sia in Stati come la Malesia, le Filippine e il Vietnam, dove il costo della forza-lavoro è nettamente inferiore.</p>
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<p id="viewer-vxh8w173">In ultimo vogliamo segnalare che Corea del sud e Taiwan detengono il 50% del mercato della produzione di semiconduttori all’avanguardia<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn21" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[21]</a> (2019), a testimonianza di come ciò che abbiamo scritto finora sia una rappresentazione esemplificativa, dovuta a necessità di sintesi, più che una descrizione puntuale del fenomeno economico in esame.</p>
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<p id="viewer-p6zuj177">Il fatto che le fasi a minor valor aggiunto registrino una spartizione «più democratica» dei proventi è indicativo anzitutto di una cosa: la tendenza a ricostituire in patria, o nella propria zona di influenza economica, l’intera filiera. Questo è l’insegnamento politico che la classe dirigente, i capitalisti, ha tratto dalla crisi del Covid-19 (che ha comportato gravi interruzioni delle catene di approvvigionamento di semiconduttori) e dalle recenti tensioni geopolitiche. In aggiunta, il settore dei chip è troppo nuovo e tecnologicamente avanzato affinché si possano già essere sviluppate una gestione delle forniture e una stima del fabbisogno industriale precise e puntuali e ciò indica ancor più chiaramente la necessità di sostenere processi di «industrializzazione di ritorno», cioè appunto di re-internalizzazione in patria di fasi produttive che un tempo si sarebbe preferito delocalizzare<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn22" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[22]</a>. Per fare un esempio, il tempo medio di fornitura di semiconduttori all’industria automobilistica europea è di ben 26 settimane, con picchi superiori alle 50! Completamente inaccettabile per un comparto che per aumentare il fatturato punta tutto sull’aumento dei ritmi lavorativi. Non è un caso, come dice Andrea Pannone, che durante la pandemia la sofferenza del settore automobilistico si sia verificata «in particolare a causa dei “colli di bottiglia” nella produzione dei chip. (…) I microchip, infatti, sono componenti essenziali per le auto, in quanto servono per comandare tutti i sistemi elettronici dei veicoli, dai tergicristalli alle tecnologie ADAS per la sicurezza attiva e passiva»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn23" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[23]</a>.</p>
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<p id="viewer-7axw1183">Senza soffermarci ancora su dettagli di questo tipo, passiamo a vedere il ruolo dell’Europa nell’ambito della filiera globale:</p>
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<p id="viewer-ndlu0185">la capacità produttiva europea è passata dal 20% del totale nel 2000 al 10% nel 2020. La situazione è ancora peggiore per quanto riguarda la produzione di chip di avanguardia, infatti si è passati da una quota del 19% nel 2000 ad una quota quasi nulla nel 2020. Questa tendenza negativa è stata favorita in parte dal declino di Nokia, Ericsson e Siemens che hanno perso le loro posizioni dominanti nella produzione di cellulari. Le imprese europee produttrici di chip europei si sono quindi adattate al mercato di riferimento, concentrando la produzione sul settore [dell’]automotive e sul settore industriale<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn24" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[24]</a></p>
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<p id="viewer-7ad1l189">(i settori appena citati non stimolano adeguatamente l’innovazione e la produzione tecnologicamente avanzata, dal momento che non ne hanno uno specifico bisogno).</p>
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<p id="viewer-qkfey191">Questo è ciò che avviene quando non si mette in campo una chiara strategia, preferendo delegare al mercato la funzione di regolare i percorsi e definire gli obiettivi industriali. Del resto, sarebbe proprio l’assenza di aiuti di Stato a far sì che «una fabbrica di semiconduttori in Europa costi il 33% in più di una fabbrica in Corea del Sud, 43% in più che in Taiwan e 63% in più che in Cina»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn25" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[25]</a>. Una chiara indicazione di quali potrebbero essere i futuri orientamenti della spesa pubblica in UE, che determineranno senz’altro un nuovo e più marcato calo della spesa in salari, stato sociale e servizi.</p>
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<p id="viewer-jxxee195">Un destino difficile, quello della popolazione lavoratrice europea, ridotta a sperare che il proprio sacrificio nei confronti dell’impresa sia sufficiente a garantire il successo dei piani economici dell’UE e, con ciò, il mantenimento di un tenore di vita estremamente più elevato rispetto ai lavoratori di altre parti del mondo (eccettuati gli altri paesi occidentali, per così dire). Il ruolo infame della destra nazionalista è proprio questo: garantire che il processo si svolga come programmato e che i lavoratori accettino il sacrificio. Servi e aguzzini allo stesso tempo, come da tradizione.</p>
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<p id="viewer-zme6q197">Il drenaggio di liquidità nei confronti della manifattura dei semiconduttori è un fenomeno globale: per prendere degli esempi recenti, gli USA hanno investito 52 miliardi di dollari per rinforzare la produzione di semiconduttori, mentre la Cina ne ha stanziati quasi 180 tramite il China Integrated Circuit Investment Industry Fund, con l’obiettivo di specializzarsi nella produzione di chip avanzati e di intaccare il monopolio americano delle fasi di progettazione e ideazione. La Commissione Europea «prevede che entro il 2030 il livello complessivo di investimenti potenzialmente attivabili nell’industria europea dei semiconduttori, anche con il supporto di risorse private, sarà pari a circa 43 miliardi di euro»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn26" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[26]</a>, ma sono già molti i programmi di investimento e sviluppo posti in essere<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn27" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[27]</a>.</p>
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<p id="viewer-9rjjw205">Coerentemente con le iniziative comunitarie, i singoli paesi europei partecipano con propri programmi specifici coordinati fra Stato e imprese: la Spagna ha lanciato il Proyectos estratégicos para la recuperación y transformación económica (uno strumento introdotto dal Pnrr spagnolo), che prevede 12,5 miliardi per semiconduttori e microelettronica; la Francia scende in campo con il programma Électronique 2030 (nell’ambito dell’Ipcei-Me/Ct), per 5 miliardi; la Germania ha mobilitato quasi 13 miliardi, fra il Programma quadro per la microelettronica (2021-2024), l’Ipcei-Me/Ct (di cui ha assunto la guida) e il Pnrr. Il tentativo comune è quello di rafforzare la produzione di semiconduttori e chip, più che di scalzare gli Stati Uniti dalle posizioni raggiunte nelle fasi di progettazione e design<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn28" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[28]</a>: questo denota limiti e difficoltà del comparto industriale europeo.</p>
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<p id="viewer-kjzwn215">La ricerca è un settore molto importante anche nelle fasi produttive, visti i potenziali sviluppi tecnologici (riduzione delle dimensioni dei wafer di semiconduttori e dei chip, al fine di aumentarne la potenza elettronica e ridurre l’impiego delle materie prime necessarie), e l’UE sta compiendo degli sforzi in questa direzione. Il processo di ricerca complessivo, però, rimane saldamente ancorato in altre parti del globo.</p>
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<p id="viewer-8gnqv217">Insomma, se l’Europa è dipendente dagli USA per la progettazione e dall’Asia per la fabbricazione, il tentativo attuale sembra essere quello di acquisire maggiore indipendenza dall’Asia: il resto è al di fuori delle possibilità dei capitalisti nostrani. Si consideri, ad esempio, che mentre in Asia e USA si arriva a chip della dimensione di 2 nanometri (forse anche meno), in UE non esistono fonderie che vadano al di sotto dei 22 (sotto i 10 si può parlare di un livello avanzato). Inoltre, l’UE dipende dall’Asia anche per la fornitura di alcuni tipi di semiconduttori, come quelli al carburo di silicio o al nitruro di gallio.</p>
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<p id="viewer-xztvi219">L’Italia possiede un proprio comparto industriale di microelettronica, per quanto debole, focalizzato nella produzione di semiconduttori e di macchinari per i processi produttivi e i test dei prodotti. L’azienda più importante è la STMicroelectronics (italo-francese), avente un fatturato annuale di 16,1 miliardi di dollari (quasi il doppio del costo totale del Reddito di Cittadinanza nel 2023). Esistono poi aziende di importanza strategica ma di dimensioni relativamente ridotte, che devono a volte difendersi da tentativi di acquisto esteri (negli ultimi anni lo Stato italiano ha bloccato per decreto proposte di acquisto cinesi e olandesi dell’azienda Lpe<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn29" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[29]</a>). Infine, segnaliamo una debole presenza di aziende multinazionali o a controllo estero e un certo recente sviluppo delle fasi di progettazione (ovviamente ancora del tutto insufficiente per sostenere la concorrenza), avvenuto sulla scorta di collaborazioni fra aziende, Università, amministrazione statale e aziende.</p>
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<p id="viewer-uy0a1223">La caratteristica di queste ultime è che, pur essendo collocate nelle fasi produttive, impiegano un numero molto basso di lavoratori dipendenti (eccettuata la STMicroelectronics, che in Italia ne ha circa 12.000). Tuttavia, l’importanza che hanno per il lavoro non è assolutamente trascurabile: oltre al settore automobilistico, infatti, la microelettronica italiana serve quello dell’automazione industriale, cioè della digitalizzazione dei processi produttivi tramite infrastrutture digitali (ad esempio il cloud o sistemi di controllo da remoto) e robot industriali (macchinari di nuova generazione). Tale fenomeno non è marginale come in passato e diventa sempre più rilevante:</p>
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<p id="viewer-udxmf227">Secondo i dati pubblicati da SIRI e Fondazione UCIMU (2023), il mercato italiano della robotica nel 2022 continua a registrare una crescita della domanda che è passata da 11.672 macchine richieste nel 2021 a 12.432 (+6.5%). (…) In generale, i robot installati hanno sempre come primo settore di sbocco l’automotive. A livello internazionale, il Rapporto World Robotics del 2021 prodotto dalla International Federation of Robotics (IFR) stimava dal 2022 al 2024 una crescita media annua della produzione di nuovi robot pari a circa il 6% (…). L’Asia è il più grande mercato al mondo per i robot industriali. Il 71% di tutti i robot di nuova implementazione nel 2020 è stato installato in Asia. La Cina, il più grande utilizzatore della regione, ha avuto una crescita del 20% con 168.400 unità spedite<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn30" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[30]</a>.</p>
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<p id="viewer-nlzoq231">La digitalizzazione dei processi comporta nettamente l’aumento dei ritmi lavorativi e la saturazione dei tempi morti durante il turno di lavoro, al fine di aumentare produttività e rendimento. In un’espressione: meno tempo per compiere le operazioni di lavoro<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn31" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[31]</a>. Come è possibile? Tramite un agire integrato di sistemi di monitoraggio e misurazione del processo lavorativo, di indicatori di performance, di metodologie per la riduzione delle tempistiche, degli errori e delle inefficienze, e così via. Che si tratti di un’azione da compiere in linea di montaggio, della consegna al cliente o dello stoccaggio in magazzino di un pacco, della lavorazione di una pratica al computer, in ufficio, o della preparazione di un panino al negozio di fast food, le nuove tecnologie permettono di eliminare ogni azione – finanche ogni singolo movimento – non necessaria, così da ridurre le tempistiche e il costo del singolo prodotto. Tali azioni vengono chiamate Not Value Added Actions («azioni che non producono valore aggiunto») e il livello di dettaglio cui giungono gli imprenditori per risparmiare è impressionante: nella manifattura si è da tempo arrivati a un’unità di misura di 0,036/0,030 secondi (Time Measurement Unit). Anche se ora non possiamo addentrarci nel discorso, l’importanza delle nuove tecnologie digitali nel lavoro è evidente: vengono prodotte nuove problematiche, trasversali alla forza-lavoro delle categorie più disparate.</p>
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<p id="viewer-eo8gm241">Ma la microelettronica è sindacalmente importante anche per un altro motivo: crea indirettamente moltissimi posti di lavoro, con remunerazioni salariali inferiori. Secondo un report di Intel Corporation, nel 2019 negli USA l’azienda ha creato tredici posti di lavoro per ogni proprio dipendente, su un totale di quasi 52.000 lavoratori.</p>
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<p id="viewer-8fl41243">La re-internalizzazione in patria dell’intera filiera dei semiconduttori, infine, per quanto resti ancora un obiettivo lontano delle varie borghesie nazionali, facilita la possibilità che scioperi trasversali alle differenti categorie lavorative causino un’interruzione complessiva di una filiera o parte di essa e, quindi, che non si limitino solo al singolo stabilimento. Potenzialmente, almeno sulla carta, ciò potrebbe consentire di spezzare (o quantomeno indebolire) la capacità di difesa dei capitalisti, che in questi casi reagiscono spostando le produzioni o lo stoccaggio di merce in siti dove lo sciopero non attecchisce, oppure assumendo lavoratori sostitutivi con contratti precari, ecc. La presenza di più fasi della filiera sul patrio territorio, inoltre, può essere la condizione per una parziale uniformazione delle condizioni lavorative, non foss’altro che per il fatto di essere definite nell’ambito di una stessa legislazione nazionale sul lavoro.</p>
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<p id="viewer-lfsxw245">Tornando all’Italia, ma rimanendo in tema dell’americana Intel, segnaliamo che nel piano di investimenti da 80 miliardi da realizzare in Europa le fasi di progettazione e design vengono implementate in Francia, la produzione di avanguardia viene collocata in Germania (Magdeburgo), mentre il resto è lasciato a Italia, Spagna, Irlanda e Polonia.</p>
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<p id="viewer-e9nvl247">Dovrebbe essere ormai chiaro, dunque, qual è il ruolo (subordinato) dell’Europa nella filiera dei semiconduttori e quale quello (ancor più marginale) dell’Italia all’interno della strategia comunitaria. Bisogna stare in guardia dai toni trionfalistici del Pnrr: non si tratta tanto della «sfida dell’innovazione e della modernizzazione»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn32" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[32]</a> quanto, piuttosto, del tentativo di non rimanere tagliati fuori da un più generale processo di ristrutturazione economica, che nel mercato dei semiconduttori trova un nodo fondamentale e imprescindibile per qualsiasi economia del XXI secolo. I progetti italiani di finanziamento del settore, del resto, non prevedono investimenti ingenti (tranne che per il Fondo per la Microelettronica, dotato di quasi 4 miliardi)<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn33" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[33]</a>.</p>
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<p id="viewer-8ne25253">Concludiamo con alcuni dati esemplificativi: in Italia, nel 2022, il giro d’affari per le vendite di semiconduttori è stato pari a 1,6 miliardi (3,3% del mercato europeo, che arriva oltre i 54)<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftn34" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[34]</a>. Ciononostante, l’Italia è ancora il terzo produttore europeo di componentistica elettronica. Probabilmente questo indica un basso grado di specializzazione e una scarsa efficienza degli investimenti nel settore.</p>
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<p id="viewer-d0duj27755">Note</p>
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<p id="viewer-f11k9258"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref1" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[1]</a> Agli Investimenti spesso vengono affiancate le riforme settoriali, trattate nella I parte di questo articolo.</p>
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<p id="viewer-t9mta261"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref2" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[2]</a> 18 maggio 2022.</p>
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<p id="viewer-sykrr264"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref3" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[3]</a> <a href="https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal/repowereu-affordable-secure-and-sustainable-energy-europe_it#documenti" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal/repowereu-affordable-secure-and-sustainable-energy-europe_it#documenti</a> .</p>
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<p id="viewer-r3aj3269"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref4" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[4]</a> Commissione Europea, REPowerEU: New industrial Alliance to boost the EU&#8217;s solar power and energy security. Comunicato stampa, 09 dicembre 2022.</p>
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<p id="viewer-ku5w3275"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref5" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[5]</a> Commissione Europea, Comunicazione della Commissione 2023/C 80/01.</p>
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<p id="viewer-b792w281"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref6" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[6]</a> A. Pannone, Che cos’è la guerra? La logica dei conflitti capitalistici tra XX e XXI secolo, DeriveApprodi, Bologna 2023,</p>
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<p id="viewer-1kdls286"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref7" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[7]</a> Ivi, p. 69.</p>
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<p id="viewer-ssgae289"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref8" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[8]</a> Commissione Europea, Commission welcomes political agreement on REPowerEU under the Recovery and Resilience Facility. Comunicato stampa, 14 dicembre 2022.</p>
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<p id="viewer-f295k295"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref9" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[9]</a> Regolamento (Ue) 2021/241 art. 14, c. 2. Si vedano anche le Linee Guida 2023/C 80/01, Parte I, Cap. IV, p. 13.</p>
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<p id="viewer-hur8f298"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref10" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[10]</a> 2023/C 80/01, Tab. 1, p. 7.</p>
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<p id="viewer-iabm2301"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref11" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[11]</a> V Commissione Camera dei deputati, Politica economica e finanza pubblica. Il PNRR italiano. Un quadro di sintesi.</p>
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<p id="viewer-8vwjt306"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref12" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[12]</a> La Commissione ha accettato di concedere all’Italia quindici mesi in più (fino a marzo 2025) rispetto al termine precedentemente previsto, pari a trenta giorni (sessanta in sanità), per azzerare i ritardi nei pagamenti.</p>
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<p id="viewer-6f4ax310"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref13" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[13]</a> M. R. Pierleoni, L’industria globale dei semiconduttori e il ruolo dell’Italia, MEF, Dipartimento del Tesoro 2023, p. 1.</p>
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<p id="viewer-hasmg315"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref14" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[14]</a> Regolamento (Ue) 2023/1781, art. 2, nn. 2 e 3.</p>
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<p id="viewer-qv4uo318"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref15" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[15]</a> M. R. Pierleoni, op. cit., p. 6.</p>
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<p id="viewer-qcz1v323"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref16" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[16]</a> Esistono vari tipi di silicio impoverito. Il più performante di questi è il Fully Depleted Silicon On Insulators (FDSOI), su cui la Germania sta lavorando per una migliore integrazione industriale (azienda Globalfoundries, Dresda).</p>
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<p id="viewer-z3hkb328"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref17" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[17]</a> Entrato a far parte delle forze armate statunitensi nel ’62, il Minuteman I (per distinguerlo dalle versioni successive) è un missile balistico intercontinentale in grado di trasportare testate nucleari. Il computer di bordo costa centinaia di migliaia di $, mentre complessivamente il missile arriva a diversi milioni.</p>
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<p id="viewer-5evop331"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref18" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[18]</a> L. Alessandrini, L’industria dei semiconduttori, LUISS 2022, p. 18. Fonte dei dati: rielaborazione su dati CSET (Khan, Mann, &amp; Peterson, 2021), ulteriormente rielaborata dagli scriventi.</p>
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<p id="viewer-c4fab336"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref19" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[19]</a> M. R. Pierleoni, op. cit., p. 9.</p>
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<p id="viewer-l39tq341"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref20" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[20]</a> La dipendenza dalle case madri e dai principali produttori americani nasce quando questi iniziano a puntare tutto sull’implementazione dei processi di memoria informatica, per dotare i pc di spazio sufficiente a contenere programmi avanzati e in continua evoluzione (da qui la necessità di costruire un chip standard da accoppiare a un chip di memoria potente e adottabile per diverse tipologie di software).</p>
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<p id="viewer-4ku06344"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref21" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[21]</a> Wafer&lt;300 mm.</p>
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<p id="viewer-t9zhi347"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref22" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[22]</a> Sempre più diffusamente le aziende importanti stanno cercando di passare a un modello di business basato allo stesso tempo sulla progettazione e la produzione di chip e semiconduttori, quando prima erano maggiormente focalizzate sulla sola progettazione (negli USA il 65% del fatturato ricavato dalla vendita di chip viene da aziende che fanno solo progettazione, il 51% da aziende che oramai fanno entrambe le cose, il 25% da quelle che fanno produzione o test/assemblaggio/imballaggio). Non solo: grandi aziende di altri settori, dall’elettronica di consumo all’automotive, stanno sviluppando in massa una produzione interna di manufatti microelettronici (Amazon, Facebook, Huawei, Apple).</p>
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<p id="viewer-i97lz350"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref23" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[23]</a> A. Pannone, op. cit., DeriveApprodi, Bologna 2023, p. 78.</p>
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<p id="viewer-qyxcs355"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref24" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[24]</a> L. Alessandrini, op. cit., p. 48.</p>
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<p id="viewer-sdetj360"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref25" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[25]</a> Ibidem.</p>
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<p id="viewer-52ccx365"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref26" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[26]</a> M. R. Pierleoni, op. cit., p. 26.</p>
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<p id="viewer-ekvr1370"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref27" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[27]</a> Elenco dei principali programmi d’investimento europei: Programma ECSEL &#8211; Electronics Components and Systems for European Leadership (05/2014) e Key Digital Technologies Joint Undertaking (11/2021); IPCEI microelettronica I (2018-2024) e II (2023-2032); Alliance on Processors and Semiconductor Technologies (07/2021); Regolamento (Ue) 2023/1781.</p>
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<p id="viewer-s3qzb379"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref28" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[28]</a> Tra l’altro, anziché aiutare le imprese con finanziamenti a pioggia e sgravi fiscali gli Usa finanziano il Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l&#8217;unità del Pentagono per le nuove tecnologie. Questo indica un livello di organizzazione e pianificazione che i paesi europei non possono che osservare da lontano.</p>
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<p id="viewer-zmsyc384"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref29" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[29]</a> M. R. Pierleoni, op. cit., p. 38.</p>
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<p id="viewer-zfi3l389"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref30" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[30]</a> Ivi, p. 47.</p>
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<p id="viewer-atvmc392"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref31" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[31]</a> E meno lavoratori per compiere il lavoro assegnato: solo un anno fa Meta aveva licenziato oltre 20.000 lavoratori/trici, mentre recentemente la europea Sap ha annunciato 8 mila esuberi. In Germania la Confindustria prevede tagli superiori alle 300.000 unità nel settore metalmeccanico.</p>
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<p id="viewer-rw3ks395"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref32" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[32]</a> PNRR <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/blog/hashtags/NextGenerationItalia" target="__blank">#NextGenerationItalia</a>, p. 104.</p>
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<p id="viewer-mjzq7400"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref33" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[33]</a> Elenco dei principali programmi d’investimento italiani: Fondo per la microelettronica (2023-2030), istituito dal D.L. 17/2022, art. 23, e L. 136/2023; Fondazione Centro italiano per il design dei circuiti integrati a semiconduttore, avente l’obiettivo di promuovere la progettazione e lo sviluppo dei chip, istituito dalla LdB 2023; Pnrr e Ipcei-Me I e II.</p>
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<p id="viewer-ekr02403"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr-parte-ii-politiche-energetiche-e-filiere-produttive-i#_ftnref34" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[34]</a> World Semiconductor Trade Statistics, 2022.</p>
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<div id="viewer-p0fo932838"> ***</div>
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<p id="viewer-nd57c38424">Emiliano Gentili è docente alle scuole medie. Ricercatore politico-sociale (e attivista), esperto di musica e disabilità. I suoi studi attuali si concentrano principalmente attorno al tema dell’evoluzione contemporanea dell’organizzazione del lavoro, nel tentativo di individuare problematiche trasversali ai diversi settori lavorativi.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block96">Federico Giusti è operaio e delegato sindacale della cub. Collabora a varie riviste e blog su tematiche sociali, del lavoro e di carattere internazionale. Corrispondente di RadioGrad.</div>
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<div id="viewer-gn3l639058">Stefano Macera svolge la professione di guida turistica. Collabora con varie riviste, applicandosi a 2 campi di ricerca. In ambito socio-politico, si occupa delle nuove forme assunte dal conflitto capitale-lavoro. In ambito socio-culturale, si interessa alle produzioni artistiche e cinematografiche estranee alle logiche di mercato.</div>
</div>
<div data-hook="rcv-block100"><em><strong>Machina</strong></em></div>
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		<title>Attraversando il PNRR. Parte I: piani Ue e classe dirigente italiana (I)</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 18:33:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[INPS]]></category>
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		<description><![CDATA[  Attraversando il PNRR. Parte I: piani Ue e classe dirigente italiana (I) Le difficoltà economiche del capitalismo italiano sono il frutto di scelte sbagliate dell’attuale ceto imprenditoriale, che si sta dimostrando inadeguato e magari poco dinamico o hanno radici più profonde? Quale la ratio dietro l&#8217;implementazione del PNRR e quali gli obiettivi generali che [...]]]></description>
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<h1 data-hook="post-title"> <img src="https://www.classabbonamenti.com/images/thumbs/0001192_il-manuale-del-pnrr_550.jpeg" alt="IL MANUALE DEL PNRR" /></h1>
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<h1 data-hook="post-title">Attraversando il PNRR. Parte I: piani Ue e classe dirigente italiana (I)</h1>
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<p id="viewer-5mnsm1195839">Le difficoltà economiche del capitalismo italiano sono il frutto di scelte sbagliate dell’attuale ceto imprenditoriale, che si sta dimostrando inadeguato e magari poco dinamico o hanno radici più profonde?</p>
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<p id="viewer-egkwr805934">Quale la ratio dietro l&#8217;implementazione del PNRR e quali gli obiettivi generali che si pone il piano italiano? In che modo potrà incidere sul tessuto produttivo e sul posizionamente dell&#8217;economia italiana nella divisione internazionale del lavoro?</p>
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<p id="viewer-dq5zf300753">Parte da queste domande il preciso studio, articolato in più parti di cui oggi pubblichiamo la prima, che proponiamo su «transuenze» a cura di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera.</p>
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<p id="viewer-4beb461">
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<p id="viewer-0qdqq63">I. La situazione dell’economia produttiva italiana</p>
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<p id="viewer-n34ak65">Non saremo certo i primi a parlare delle difficoltà nelle quali da tempo si dibatte l’economia italiana. Lo hanno fatto governi e centri studi, fondazioni legate a poteri economici e finanziari e analisti di varia provenienza ogni qual volta dovevano proporre, supportare e approvare controriforme in materia di lavoro, previdenza e spesa pubblica. Del resto sono decenni che, a confronto con i Paesi più sviluppati, l’Italia sta accumulando ritardi nello sviluppo dei propri fondamentali (produttività del lavoro, entità e rendimento degli investimenti, implementazione dei processi produttivi e delle infrastrutture territoriali). È possibile che questi ritardi strutturali stiano determinando un rischio sempre più concreto di espulsione dell’Italia da alcuni dei mercati più importanti e remunerativi nei quali le imprese nazionali sono da tempo collocate e, secondo la nostra lettura, ciò finirebbe per comportare un ulteriore progressivo impoverimento delle fasce popolari.</p>
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<div data-hook="rcv-block10"></div>
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<p id="viewer-fm53167">Queste difficoltà di sviluppo sono note da tempo e se ne intravedono già i risultati:</p>
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<p id="viewer-se19a69">- «Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6 per cento»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn1" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[1]</a>;</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block12"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-zgiao76">- l’andamento della produttività è «molto più lento in Italia che nel resto d’Europa. Dal 1999 al 2019, il Pil per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2 per cento, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3 per cento»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn2" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[2]</a>. Nel 2021 il divario nei confronti dei Paesi del G7 ha toccato il 25,5%<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn3" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[3]</a>;</p>
</div>
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<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-a8olb86">- l’entità degli investimenti è in diminuzione rispetto ai livelli degli altri Paesi «avanzati» e, difatti, «Nel ventennio 1999-2019 gli investimenti totali in Italia sono cresciuti del 66 per cento a fronte del 118 per cento nella zona euro»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn4" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[4]</a>;</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block14"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-pk65q93">- anche l’efficienza degli investimenti è in netto calo. La TFP<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn5" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[5]</a>, un indicatore economico che descrive il rendimento di un’economia in rapporto alle proprie potenzialità, «è diminuita del 6,2 per cento tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn6" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[6]</a> (e non solo).</p>
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<p id="viewer-1h5bz102">Parallelamente, fra il 1991 e il 2022, i salari sono cresciuti di appena l’1%, contro il 32,5 della media dei Paesi Ocse<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn7" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[7]</a>, mentre i salari reali (che rappresentano ciò che realmente, in base ai prezzi delle merci e dei servizi, si può comprare con la quantità di denaro ricevuta ogni mese) sono diminuiti del 12% fra il 2008 e il 2022<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn8" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[8]</a>. Si consideri, poi, che l’indice<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn9" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[9]</a> che misura i salari reali non tiene conto dell’aumento dei prezzi dei beni energetici importati… e abbiamo detto tutto.</p>
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<div data-hook="rcv-block17"></div>
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<p id="viewer-23tw1112">Il sistema imprenditoriale italiano, dunque, soffre grosse difficoltà. È chiaro che vi sia un tentativo di scaricare il peso di questa situazione sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici ed è soprattutto per questo che vogliamo restituire a chi legge un’immagine intuitiva di quanto sta accadendo. Lo facciamo prendendo dati chiari e relativamente semplici per ricostruire criticamente un punto di vista alternativo ed evitando, volutamente, di sviluppare una spiegazione magari «più esaustiva», ma tecnica e difficile e per questo destinata a una ristretta cerchia di lettori; di «addetti ai lavori», per intenderci.</p>
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<p id="viewer-7ozvz114">Quanto detto finora è sufficiente a porci una prima domanda: queste difficoltà economiche del capitalismo italiano sono il frutto di scelte sbagliate dell’attuale ceto imprenditoriale, che si sta dimostrando inadeguato e magari poco dinamico, o hanno radici più profonde?</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block19"></div>
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<p id="viewer-peqx8116">Fondamentalmente la risposta giusta è la seconda e, su questo, è difficile avere dubbi. Ma quali sono, allora, queste radici? Volendo fornire un quadro funzionale – per quanto ancora una volta non esaustivo – del problema, potremmo individuare due elementi fondamentali: la progressiva riduzione del totale delle ore lavorate<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn10" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[10]</a>; la scarsa dimensione delle aziende del tessuto imprenditoriale italiano, ossia la forte, fortissima presenza di piccole e medie imprese (Pmi).</p>
</div>
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<p id="viewer-xuexm120">La specializzazione della forza-lavoro</p>
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<p id="viewer-jhyy0122">Anche negli altri Paesi europei si è verificato un calo delle ore lavorate, ma a fronte di una riallocazione della forza-lavoro rimasta attiva in segmenti produttivi più remunerativi e tecnologici. Tendenzialmente, questi ultimi prevedono una riduzione del numero di lavoratori necessari e garantiscono, allo stesso tempo, utili nettamente maggiori. La riduzione delle ore lavorate, pertanto, può essere dovuta a cause differenti. Da noi, probabilmente, ha il significato dell’abbandono di quote di mercato e di delocalizzazione all’estero di parte delle attività produttive<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn11" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[11]</a>, con l’obiettivo di abbassare il costo del lavoro e recuperare, così, margini di competitività nei confronti della concorrenza; altrove dall’Italia, invece, si è spesso accompagnata a un incremento del lavoro specializzato, anche operaio (per dirla nei termini capitalisti: valorizzazione delle competenze nel lavoro).</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block24"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-zh2bw126">Qual è il motivo di tale differenza? Presupposti per l’innesco di un processo di specializzazione del lavoro sono: l’esistenza di aziende dotate di un processo lavorativo moderno e tecnologico, efficiente e Lean (senza sprechi di tempo e risorse, associato a un alto grado di controllo, anche psicologico, della forza-lavoro); la presenza, sul territorio nazionale, di un contesto adeguato all’operatività di questo tipo di aziende, ossia essenzialmente di infrastrutture all’avanguardia quali le reti a banda ultra larga (fibra, FWA, 5G), che consentano lo sviluppo aziendale del cloud computing e della big data analytics, oppure le tecnologie satellitari («SatCom, Osservazione della Terra, Space Factory, In-Orbit Economy»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn12" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[12]</a>); una logistica moderna (implementazione delle reti ferroviarie, stradali, marittime e aeree) e integrata (maggior efficienza nel passaggio delle merci fra un tipo di rete e l’altro); una giurisdizione e un’amministrazione statale moderne, digitali e interconnesse; un sistema di formazione orientato ai bisogni delle imprese e al lavoro in generale (atto a sviluppare le competenze adeguate per la forza-lavoro di un sistema imprenditoriale di livello).</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block25"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-kuiiz142">L’obiettivo economico della specializzazione del lavoro è invece quello di aumentare i rendimenti, favorendo «imprese o industrie capaci di svolgere un ruolo chiave nelle moderne filiere internazionali, presidiando i nodi di maggior pregio dal punto di vista tecnologico ed economico e rendendosi così indispensabili nei nodi che garantiscono controllo strategico, maggior redditività e migliori prospettive future»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn13" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[13]</a>.</p>
</div>
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<div id="viewer-x8rny125341"></div>
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<div id="viewer-9lz0p55798"></div>
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<div data-hook="rcv-block28"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-zofqj146">Il riposizionamento presso i settori economici più remunerativi</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block29"></div>
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<p id="viewer-dm6l2148">La collocazione delle aziende in un nodo specifico del mercato, qualunque esso sia, è detta «posizionamento». Il miglioramento di posizione viene chiamato upgrading; il peggioramento, downgrading. Il posizionamento di un’impresa ne indica il «livello», il rank, il «grado» (all’interno del quale è comunque possibile sviluppare fatturati più o meno grandi). Complessivamente (per semplificare), il posizionamento delle aziende di un Paese può comunicare il «livello generale» dello stesso, per quanto quasi non esistano indicatori economici specifici atti a descrivere tale aspetto<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn14" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[14]</a>. Utilizzando le suddette categorie, l’Italia potrebbe essere dipinta come un Paese «a rischio downgrading».</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block30"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-agduf160">Ma in cosa consiste, concretamente, questo riposizionamento delle attività economiche? Quali sono le posizioni che garantiscono un guadagno maggiore e quali, invece, no? Facendo degli esempi, quelle che garantiscono un miglior ritorno dell’investimento tendenzialmente sono: «assemblaggio dei componenti finali (a maggior ragione se ad alto tasso di sviluppo tecnologico); lavorazioni con alto contenuto di competenza specialistica; distribuzione finale ai clienti; progettazione; ricerca e sviluppo; elaborazione dell’informazione; marketing; gestione della proprietà intellettuale; commercializzazione; assistenza post-vendita». Quelle meno remunerative, al contrario, potrebbero essere individuate in fasi come «assemblaggio componenti poco costosi, o a basso contenuto tecnologico, o relativi alle fasi iniziali della produzione, o intercambiabili (cioè, non esclusivi di un solo tipo di merce), ecc.; logistica relativa a queste fasi; lavoro manuale non specializzato; lavoro impiegatizio non specializzato»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn15" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[15]</a>. Si noti che si tratta di attività ripetitive, tipicamente operaie.</p>
</div>
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<p id="viewer-yhaj6166">L’estrazione delle materie prime è generalmente, anch’essa, un passaggio molto remunerativo, il che la dice lunga sull’importanza del controllo politico e/o economico di certi territori o Stati e sulla causa di molte guerre (così come sui reali interessi che stanno dietro le prospettive di «riconversione ecologica»).</p>
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<p id="viewer-t73fp168">Di norma i passaggi citati sono tutti presenti all’interno della catena di trasformazione di una materia prima in prodotto finito e, con ciò, in merce per il mercato di destinazione finale. Tale catena è comunemente detta supply chain. Le supply chain sono assolutamente internazionali, a partire da quelle di rilevanza economica e strategica, e i vari Paesi lottano per accaparrarsi le migliori posizioni.</p>
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<p id="viewer-ie7cz174">Le politiche economiche e commerciali, così come la «geopolitica» e le attività militari, a nostro avviso servono a sostenere processi di posizionamento verso l’alto (upgrading) e a scongiurare lo scivolamento verso il basso (downgrading).</p>
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<p id="viewer-k0hm1180">È chiaro, dunque, che l’aumento del PIL, della produttività del lavoro, dell’entità e dell’efficienza degli investimenti siano oggi legati all’avvio di un processo generale di specializzazione del lavoro o, per meglio dire, all’implementazione dei processi produttivi centrali per sostenere i risultati economici del Paese. I settori delle supply chain in grado di garantire accrescimenti maggiori dei capitali investiti vedono tutti, non a caso, un ruolo centrale della forza-lavoro specializzata.</p>
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<p id="viewer-bg3fi184">Rischio downgrading per l’Italia?</p>
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<p id="viewer-q0gcn186">Se l’Italia vuole scongiurare il rischio downgrading del proprio «sistema-Paese», allora, deve obbligatoriamente sviluppare un contesto economico adatto a battere la concorrenza in tali settori, in maniera da monopolizzarli il più possibile e da garantirsi una posizione stabile all’interno di questi<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn16" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[16]</a>. La scelta degli alleati «geopolitici» è essenziale, in tal senso, e viene fatta sulla base delle relazioni economiche e commerciali esistenti e della strategia per lo sviluppo di quelle future<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn17" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[17]</a>. Il collocamento del nostro paese all’interno dell’Ue e della Nato rappresenta pertanto una scelta strategica difficilmente discutibile, a meno di non voler tentare opzioni politiche radicali, per le quali andrebbero però sviluppati programmi politici ed economici nuovi che al momento non esistono o sono relegati ad un ambito prettamente ideologico. In questo senso, il presente articolo costituisce il tentativo di mettere a disposizione della comunità militante perlomeno una prima e parziale rappresentazione complessiva dei fondamenti della realtà politica in cui operiamo, con una forma e un contenuto condivisibili (al di là delle reciproche differenze) e intelligibili, seppur magari – e ce ne rendiamo conto – con fatica.</p>
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<p id="viewer-lz87l194">La rappresentazione complessiva del nemico ci è stata occasionalmente offerta all’interno del Pnrr<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn18" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[18]</a>, un documento di quasi trecento pagine che indica con chiarezza la direzione dello sforzo del nostro ceto imprenditoriale per non perdere posizioni all’interno del mercato internazionale. Questo documento, tuttavia, non ci sembra sincero: dipinge un quadro in cui l’Italia sembra essere al centro dei processi di implementazione economica continentali (europei) e ciò ci lascia perplessi. La classe dirigente ha una sua propria ideologia e la nostra analisi, che seguirà queste righe introduttive, proverà a verificare se l’Italia sia veramente una pedina di primaria importanza nella strategia con cui il cosiddetto «blocco occidentale» vuole affrontare la concorrenza (economica, politica e militare) asiatica, oppure se stia invece accettando un ruolo di secondo piano nella «divisione internazionale del lavoro», vale a dire nella spartizione delle migliori posizioni all’interno delle supply chain.</p>
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<p id="viewer-ol3ew200">I processi di «industrializzazione di ritorno» (diminuzione delle delocalizzazioni produttive all’estero, nei settori economici strategici), di nuova industrializzazione (ad esempio per lo sviluppo, sul suolo nazionale e continentale, di un forte settore di produzione di semiconduttori e di componentistica avanzati) e di espansione del settore delle energie rinnovabili (indipendenza dalle forniture energetiche estere e produzione in loco di energia) sono probabili quanto affidabili indicatori del ruolo assegnato, al momento, al nostro Paese.</p>
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<p id="viewer-kk82q204">Si tenga presente che l’Ue non è uno Stato, ma essenzialmente un’organizzazione di razionalizzazione economica che mira innanzitutto all’efficientamento dei processi economici e produttivi e che, di conseguenza, le decisioni della Commissione sono almeno in parte il frutto di rapporti di forza fra Stati e interessi diversi, piuttosto che di una strategia comune, condivisa e relativamente consapevole.</p>
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<p id="viewer-5q03h206">Dimensione delle aziende italiane</p>
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<p id="viewer-mkh61208">Per quanto concerne la scarsa dimensionalità aziendale italiana, anche detta «nanismo dimensionale», è importante capire come e perché la diffusa presenza di piccole e medie imprese (Pmi) sia essenzialmente un ostacolo allo sviluppo economico, nonostante possa presentare anche dei potenziali vantaggi (ma meno di quanto dica la nostra classe dirigente).</p>
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<p id="viewer-1a7ho210">Anzitutto, gli svantaggi: difficoltà a sostenere economicamente, pianificare consapevolmente e mettere in atto investimenti di sviluppo e i conseguenti processi di implementazione tecnologico-digitale; difficoltà di coordinazione fra le varie attività imprenditoriali di una stessa supply chain (il che va a compromettere il rendimento).</p>
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<p id="viewer-lg2d2214">Dal lato dei vantaggi: capacità di specializzazione aziendale (potenzialmente) maggiori; possibilità di mutare più rapidamente la strategia commerciale e produttiva dell’impresa, ossia di riorientare il proprio business.</p>
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<p id="viewer-js78a218"> Entriamo nel dettaglio di ognuno di questi aspetti e spieghiamo, per bene, cosa intendiamo dire.</p>
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<p id="viewer-2osaw224">Processi di sviluppo e relativi investimenti</p>
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<p id="viewer-sylma226"> Da un’importante ricerca accademica condotta sulle imprese italiane [Secchi, Cannas, Ciano, Saltalamacchia e Vigorelli, 2022] è risultato che, mediamente, la digitalizzazione dei processi lavorativi (in particolare, l’adozione di Intelligenza Artificiale) conduce a vantaggi competitivi maggiori tanto più grande è la dimensione dell’azienda<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn19" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[19]</a>. Le Pmi, dunque, non sembrano essere in grado di sfruttare i vantaggi della digitalizzazione quanto le grandi imprese e, frequentemente, nemmeno di avviare i processi di innovazione. In generale le difficoltà sembrano dipendere sia dalla mancanza di personale in grado di gestire le nuove tecnologie che dall’elevato costo degli investimenti e, questo, vale anche per le grandi imprese. Le Pmi, tuttavia, presentano forse le problematiche più ingenti: innanzitutto perché, per definizione, possiedono capitali aziendali più piccoli<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn20" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[20]</a>, ma poi anche perché incontrano «maggiori difficoltà sia a ridurre occupazione (per effetto delle resistenze di carattere personale dell’imprenditore, oppure per le difficoltà organizzative dovute al licenziamento) sia a trovare adeguate posizioni ai lavoratori più qualificati»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn21" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[21]</a>. Se a volte in alcune analisi non viene riscontrata una maggiore difficoltà delle Pmi a sostenere la digitalizzazione, probabilmente il motivo è che il tipo di digitalizzazione voluta e i risultati attesi (e, con ciò, il livello di investimento e le «competenze» richieste) sono, di norma, diversi da quelli delle grandi aziende.</p>
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<p id="viewer-0r3w5236">Avvento della Intelligenza artificiale e delle tecnologie dual use</p>
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<p id="viewer-i0tde238">Prescindendo per un momento dalle dimensioni aziendali, sembrerebbe possibile «evidenziare come l’importanza dell’IA sia più facilmente percepibile, senza particolari differenze rispetto alle dimensioni di impresa, quando collegata agli ambiti più operativi»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn22" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[22]</a>. Un’indicazione importante, se si ha coscienza del fatto che l’implementazione della tecnologia digitale conduce in molti settori, ma soprattutto negli ambiti operai della manifattura e della logistica, a un aumento dei ritmi di lavoro, alla saturazione dei tempi (eliminazione di pause e «tempi morti»), al deterioramento della salute personale e a un netto aumento del controllo aziendale sul dipendente [Fontana, 2021]. Quello della digitalizzazione industriale è un processo che genera contraddizioni trasversali ai differenti settori lavorativi, comprendendo gli impiegati, il settore dei servizi e la logistica «di ultimo miglio» (drivers e riders). La cosiddetta «eccellenza operativa» (ossia il perfezionamento dei processi lavorativi a danno dei dipendenti, unito a una più efficiente razionalizzazione delle risorse e a una riduzione di sprechi, guasti-macchina ed errori di processo) sembra dipendere dall’adozione di tecnologie digitali per ogni grado di dimensionalità aziendale, anche se, tendenzialmente, in misura direttamente proporzionale alle dimensioni: più è grande l’azienda e più, mediamente, la digitalizzazione gioca un ruolo chiave<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn23" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[23]</a>.</p>
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<p id="viewer-o1fid250">Coordinamento della supply chain</p>
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<p id="viewer-30dwp252"> Un rendimento veramente elevato è ottenibile solamente armonizzando l’intera catena produttiva, sincronizzando i vari passaggi, coordinando e uniformando le modalità organizzative fra le varie aziende interessate lungo la supply chain. Questo porta immancabilmente a ridurre le tempistiche e i costi. L’elevata presenza di Pmi nel nostro Paese è una delle principali ragioni per cui i segmenti di supply chain nei quali «siamo» presenti tendano a non essere coordinati ed «efficientati» (il caso opposto si verifica quando un’unica grande azienda gestisce un intero segmento della catena produttiva, magari anche attraverso l’utilizzo di esternalizzazioni e di aziende controllate). Oltre agli aspetti operativi della produzione aziendale, dunque, la pianificazione del business e del processo lavorativo rappresentano l’altra grande area privilegiata di intervento tramite adozione di tecnologie digitali. Nello specifico stiamo parlando di: pianificazione del business; analisi, controllo e correzione della messa in pratica del piano; gestione delle performance, dei dati, delle risorse umane, degli asset (programmazione, manutenzione, «salute informatica» dell’azienda), della rete produttiva sul territorio.</p>
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<p id="viewer-f176a270">Specializzazione aziendale</p>
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<p id="viewer-kg76h272"> Quest’espressione sta a indicare la possibilità di ottenere un vantaggio competitivo specializzandosi in certi aspetti specifici del proprio business, risultando attrattivi sul mercato in quanto in grado di attrarre specifici segmenti della domanda. Volendo fare un esempio di specializzazione si potrebbe citare l’azienda di delivery UPS, perfezionatasi nelle consegne di pacchi a stretto giro: i pacchi sever vanno consegnati in giornata, quelli express entro le 10,30 e gli express plus entro le 8,30<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn24" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[24]</a>. A quest’azienda, di conseguenza, capita spesso di servire imprenditori e personaggi importanti, consegnando loro materiale significativo.</p>
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<p id="viewer-8zg83290">Dunque, le piccole e medie imprese possono orientare il proprio business in direzioni molto specifiche per provare a ritagliarsi un posticino nella giungla del mercato. In questo caso, le dimensioni limitate possono anche costituire un vantaggio.</p>
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<p id="viewer-xbd52296">Riorientamento del business</p>
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<p id="viewer-rtjnt298"> Stessa cosa dicasi nei casi in cui si debbano fare degli aggiustamenti di mercato, magari perché, così com’è, la vecchia attività non rende abbastanza. Anche in questo caso le organizzazioni piccole possono riconvertirsi più facilmente, pur avendo a disposizione meno risorse. Una delle scommesse su cui si fonda il Pnrr sembra essere proprio la presunta reattività del sistema imprenditoriale italiano agli stimoli (finanziamenti).</p>
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<p id="viewer-skae2302">II. La strategia della Commissione Europea</p>
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<p id="viewer-97oav304">I programs del PNRR</p>
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<p id="viewer-8ze22306">La Commissione ha promulgato sette Flagship programs comuni, a cui tutte le varie componenti in cui si articolano i Pnrr nazionali devono poter essere ricondotte. Questi programs descrivono una strategia unica di sviluppo continentale che, pur presentando grandi margini di flessibilità, definisce con precisione il tentativo di acquisire protagonismo e indipendenza (sarebbe meglio dire «autonomia») economici da parte dell’economia europea. Certo, in realtà non si tratta di un’unica economia: un’economia europea vera e propria, di fatto, non esiste. Stiamo parlando piuttosto di quella che dai commentatori specializzati è chiamata Factory Europe, ossia di un coacervo di attività economiche profondamente interconnesse e che hanno relazioni societarie e di mercato orientate nelle medesime direzioni (al livello di scelta dei partner commerciali e dei mercati di riferimento), così come una sensibilità e tipi di risposta relativamente comuni ai mutamenti delle politiche economico-commerciali degli Stati o a variazioni del quadro «geopolitico». Oggi le altre due principali Factories globali sono quella asiatica e quella nord-americana.</p>
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<p id="viewer-jd5wz318">In questo contesto, il tentativo della Commissione punta a: «1) Power up (Accendere); 2) Renovate (Ristrutturare); 3) Recharge and refuel (Ricaricare e Ridare energia); 4) Connect (Connettere); 5) Modernise (Ammodernare); 6) Scale-up (Crescere); e 7) Reskill and upskill (Dare nuove e più elevate competenze)»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn25" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[25]</a>.</p>
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<p id="viewer-6eaj5339">I primi tre programs mirano a contenere i consumi energetici per unità produttiva (non si dice nulla riguardo all’aumento della massa numerica di tali attività), incrementando lo sfruttamento delle rinnovabili, procedendo all’efficientamento energetico degli edifici e potenziando la mobilità sostenibile. Si tratta di un’iniziativa strategica che vuole andare a colmare il forte grado di dipendenza energetica dall’estero, tipico della Factory Europe.</p>
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<p id="viewer-ukyvx345">Per vari motivi, poi, lo sfruttamento delle rinnovabili e la mobilità sostenibile consentono anche di abbattere i costi delle attività industriali e della logistica. In particolare, lo sviluppo di una rete di trasporto stradale e ferroviario capillare e moderna consentirebbe di tagliare notevolmente i costi e i tempi dello spostamento di merci, nonché di presentare sul mercato un’offerta maggiore (come se si producesse di più)<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn26" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[26]</a>; la creazione di un sistema di trasporto navale interconnesso – sviluppando gradualmente una legislazione portuale comune e armonizzata, nonché integrando meglio, laddove serva, le aree portuali con le reti di trasporto dell’entroterra –  favorisce soprattutto l’abbattimento dei costi logistici per le compagnie navali di trasporto merci, rendendo i porti europei più attrattivi per i flussi commerciali internazionali e, di nuovo, riducendo costi e tempi logistici.</p>
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<p id="viewer-yyi5j349">Potremmo accomunare i primi tre programmi sotto l’etichetta di «Approvvigionamento», riguardando, questi, il reperimento di materie prime energetiche e la rete di trasporto merci.</p>
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<p id="viewer-k303o351">I secondi tre sono invece centrali per lo sviluppo della capacità produttiva in senso stretto. Si basano su due assi fondamentali: lo sviluppo della capacità di connettività del nostro sistema economico; l’incremento della capacità produttiva e la possibilità di riposizionarsi meglio nei settori hi-tech delle supply chain (l’oggetto del contendere è lo stesso per tutti: dai paesi asiatici, Cina in primis, agli Stati Uniti). Si punterà, dunque, a una «rapida diffusione delle connessioni a banda ultra-larga sia con reti in fibra, sia con FWA, utilizzando anche le tecnologie radio 5G ora disponibili»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn27" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[27]</a>, sviluppando un unico sistema di reperimento, immagazzinamento e condivisione dei dati (anche quelli privati dei cittadini) che sia comune fra tutte le istituzioni nazionali e, a poco a poco, anche europee. Per quanto riguarda il riposizionamento, la volontà della Commissione Europea è di provocare una specializzazione della Factory nella produzione di semiconduttori avanzati («L’obiettivo è di raddoppiare la produzione in Europa di semiconduttori avanzati e che siano dieci volte più efficienti dal punto di vista energetico»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn28" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[28]</a>) e nella componentistica hi-tech della microelettronica in generale. Implementare questi settori vuol dire, al contempo, rafforzare l’autosufficienza economica della Factory. Ciò per due motivi: semiconduttori e microelettronica consentono una maggiore diffusione della connettività; l’avanzamento tecnologico e l’accorciamento delle filiere hi-tech rende relativamente indipendenti dall’importazione di componenti e semi-lavorati ad alto contenuto tecnologico. Quindi, diminuzione dei costi di produzione e aumento della produttività. O, per dirlo in una sola parola: competitività. Non sarà un caso se «per quanto concerne la transizione digitale, i Piani devono dedicarvi almeno il 20 per cento della spesa complessiva per investimenti e riforme»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn29" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[29]</a>.</p>
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<p id="viewer-07qu2377">Il settimo programma serve a correggere l’insufficienza di competenze specialistiche sul mercato del lavoro e a rendere compatibili («specializzate» in senso tecnologico) quelle di base. Abbiamo già detto di come la mancanza di competenze, dentro e fuori l’azienda, sia uno dei principali ostacoli alla digitalizzazione.</p>
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<p id="viewer-822x9379">In sintesi, l’Ue intende «promuovere gli investimenti in tecnologie, infrastrutture e processi digitali (…); favorire l’emergere di strategie di diversificazione della produzione; migliorare l’adattabilità ai cambiamenti dei mercati; incentivare l’avvio di attività imprenditoriali nuove e ad alto valore aggiunto (…); salvaguardare le catene del valore e le infrastrutture critiche, nonché garantire l&#8217;accesso alle materie prime di importanza strategica e proteggere i sistemi di comunicazione»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn30" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[30]</a>. È evidente il tentativo di sviluppare un’adeguata capacità di coordinamento e sincronicità fra le filiere produttive, dotandole a livello continentale di un sistema di infrastrutture digitali, tecnologie e linguaggi informatici compatibili e interscambiabili tra tutti i loro gangli nazionali.</p>
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<p id="viewer-t1dfu384">Ciò pone però una domanda: come si articolerà il miglioramento dell’organizzazione della Factory Europe a livello dei singoli Stati nazionali? Pianificare una divisione della produzione fra gli Stati comunitari, stabilendo a priori (per quanto possibile) una spartizione inter nos dei posizionamenti migliori nell’ambito delle supply chain, è una conditio sine qua non affinché tale miglioramento si realizzi.</p>
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<p id="viewer-iglyp394">Gli Ipcei</p>
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<p id="viewer-d2sqm396">Per approcciare simili interrogativi è utile conoscere un ulteriore strumento di pianificazione economica: l’Ipcei (Importante Progetto Comune di Interesse Europeo). Si tratta di un piano di sviluppo relativo a singoli settori economici, avente come obiettivo dichiarato il rafforzamento delle prestazioni della Factory Europe nel settore considerato e, come stimoli per un effettivo raggiungimento del risultato, la declinazione delle risorse economiche disponibili e l’assegnazione, ai singoli Stati, di ruoli nell’ambito del processo di sviluppo.</p>
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<p id="viewer-y36c1400">Ogni Ipcei prevede un budget statale, proveniente dai paesi membri, e una stima degli investimenti privati potenzialmente attivabili di conseguenza; ogni Stato partecipa con la propria quota di finanziamento e alcune aziende di punta (gli Ipcei si basano sulla collaborazione Stato-imprese).</p>
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<p id="viewer-eggmg404">Gli Ipcei promulgati in passato sono cinque: uno riguardante la microelettronica, due sulle batterie e due sull’idrogeno come fonte energetica. I Pnrr contengono misure e finanziamenti ascritti all’interno di ulteriori due Ipcei, di recente istituzione<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn31" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[31]</a>: uno sulla microelettronica e le tecnologie per la comunicazione (Ipcei-Me, o Ipcei-Me/Ct) e uno sulle infrastrutture per il Cloud computing (Ipcei-Cis). Tratteggiamoli brevemente.</p>
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<p id="viewer-8xd7l410">L’intervento sulla microelettronica<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn32" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[32]</a> da una parte punta al rafforzamento degli ambiti specifici in cui l’Ue è già ben posizionata, come l’elettronica di potenza o la produzione di sensori, mentre dall’altra serve a recuperare terreno, in termini di capacità produttiva e innovazione, lì dove l’Ue è fortemente dipendente dalle importazioni estere (chip speciali per l’Intelligenza Artificiale, produzione e progettazione di processori ad alte prestazioni, memoria informatica…). L’obiettivo economico generale è l’indipendenza dalle forniture estere di semiconduttori. In termini di sviluppo lo scopo della misura è di implementare la connettività in ogni direzione, di aumentare la capacità produttiva e di sviluppare il settore dell’assemblaggio di componenti hi-tech.</p>
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<p id="viewer-4szei418">Secondo quanto scritto nel Pnrr tedesco, «i componenti a semiconduttori sono la pietra angolare dell’innovazione e un elemento centrale per la competitività dell’industria in un mondo digitale. Infatti, è ormai difficilmente concepibile che esista una catena del valore industriale in cui la produzione continua e le innovazioni future possano fare a meno di un approvvigionamento sicuro ed efficiente di questi componenti»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn33" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[33]</a>. Il caso della Germania è emblematico perché si tratta di un paese già incamminatosi sulla via indicata dalla Commissione. Esempi ne sono la produzione di semiconduttori da 300 mm in una fabbrica altamente tecnologica di Dresda (Robert Bosch SMD GmbH), oppure lo sviluppo di nuove tecnologie di risparmio energetico da applicare ai semiconduttori al silicio impoverito, utilizzabili nelle nuove tecnologie industriali (particolarmente nell’industria automobilistica) e per il 5G (Globalfoundries, di nuovo a Dresda).</p>
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<p id="viewer-21gik425">Attualmente il mercato globale dei semiconduttori ha un valore stimato di 440 miliardi di € e l’Europa ne controlla circa il 10%<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn34" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[34]</a>. Ciò garantisce soltanto un basso livello di profitti, è vero, ma probabilmente il nodo cruciale è che le imprese debbono ordinare i semiconduttori con anche oltre 50 settimane di anticipo, soprattutto nei settori automobilistico e delle telecomunicazioni, causando sprechi, ritardi e inefficienze nei processi produttivi.</p>
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<p id="viewer-6h4dw429">In ultimo un inciso sulla questione ambientale: constatiamo che le emissioni di CO2 dovute alle tecnologie che utilizzano semiconduttori è aumentata del 9% all’anno, tra il 2015 e il 2020<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn35" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[35]</a>, e che «la domanda di chip semiconduttori si quintuplicherà entro il 2030»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn36" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[36]</a>. Si consideri che la riduzione delle emissioni può ottenersi solamente sviluppando i processi produttivi e di ricerca, per ottenere semiconduttori più piccoli (contenenti meno materiale) e più efficienti (minor consumo energetico per quantità di dati trasferita), ma che sono proprio lo sviluppo produttivo e il sorgere di un’estesa infrastruttura digitale a determinare il permanere del progressivo aumento degli inquinanti. Questo la dice lunga sulla tanto sbandierata attenzione dell’Ue per l’ambiente.</p>
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<p id="viewer-yp0sx438">Il cloud è un sistema di archiviazione online di infrastrutture informatiche e dati. Questi possono essere utilizzati da soggetti terzi (imprese o singoli cittadini) senza che debbano acquistare costosi hardware e software per immagazzinarli. L’archiviazione, però, è solo una fase: la filiera produttiva dei dati prevede anche lo sviluppo (l’Europa sviluppa già una quantità di dati sufficiente, pur senza disporre della capacità di utilizzarla in maniera efficace) e l’organizzazione sistematica degli stessi. Per quest’ultima l’Europa prevede la creazione di luoghi virtuali (data rooms) in cui dati dello stesso tipo, o che hanno funzioni simili, vengano fusi o collegati per poter essere poi archiviati e utilizzati dalle imprese. Si tratterebbe di un punto sensibile dell’economia<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn37" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[37]</a>, di una sorta di «nodo logistico» informatico.</p>
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<p id="viewer-12ixp450">Connessa all’organizzazione dei dati vi è la questione della collaborazione tra imprese (nel condividere i propri con la concorrenza) e fra imprese e Stato (fornitura di dati in cambio di servizi e infrastrutture informatici). La linea della Commissione è di stimolare la concorrenza ed evitare il monopolio. Checché ne dicano, con ogni probabilità si tratta di una linea momentanea, adeguata alla fase pioneristica di sviluppo del settore e di incremento di efficacia degli investimenti, ragion per cui il «quid politico» non è tanto la «democrazia economica» del mercato, comunque da verificare in itinere, quanto l’aumento del controllo sul processo di sviluppo economico. In una società capitalistica ciò porta facilmente a una riduzione degli spazi democratici: in Germania è stato dato il via libera al trattamento dei dati, anche personali, senza consenso (purché vengano rispettate le norme sull’anonimizzazione e depersonalizzazione delle informazioni), nonché a un sistema di monitoraggio continuo delle capacità di utilizzo e dell’effettivo utilizzo dei dati da parte dell’intera popolazione. Sapendo ciò, le seguenti parole, contenute nel Pnrr tedesco, assumono contorni cupamente orwelliani:</p>
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<p id="viewer-rh3rz456">(…) il ricercatore che comprende e modella meglio la diffusione dei virus utilizzando i dati. L’agricoltore che deve concimare meno grazie all’analisi del terreno basata sui dati e affinché le acque sotterranee e il clima siano tutelati. Il lavoratore che riceve informazioni sulla formazione continua adeguata alla sua situazione lavorativa sulla base di dati dettagliati del mercato del lavoro. Voi tutti state già approfittando dell&#8217;opportunità di valutare dati affidabili e disponibili per modellare positivamente il nostro futuro comune. In questo contesto, l’obiettivo centrale della strategia sui dati è aumentare l’utilizzo dei dati a vantaggio della scienza, dell’economia e della società<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn38" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[38]</a>.</p>
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<p id="viewer-bihnq460">Accanto al cloud vi è l’edge. Se il cloud immagazzina risorse informatiche concentrandole al proprio interno, l’edge consiste nel distribuire i centri di elaborazione dati nel territorio, avvicinandosi al luogo in cui i dati vengono «estratti», in maniera da ridurre i tempi di elaborazione e di risparmiare sull’utilizzo di banda larga (elaborare i dati direttamente sul campo). Combinando le due tecnologie l’Ue darà vita al</p>
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<p id="viewer-p2onh474">Distributed Multi Provider Cloud Edge Continuum (DMPCEC). L&#8217;elaborazione dei dati in questo continuum si basa su una combinazione di gestione dei dati decentralizzata (edge) e centralizzata (cloud) e consente di ordinare, interpretare e dare priorità a grandi volumi di dati nel punto di origine. (…) Solo in questo modo è possibile effettuare analisi complesse di grandi volumi di dati in modo autodeterminato e utilizzarli per sviluppare processi industriali efficienti in modo tempestivo<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn39" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[39]</a>.</p>
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<p id="viewer-lga55478">Secondo le stime della Commissione, infine, il mercato europeo dei dati vale fino a 110 miliardi. Seguendo i piani di sviluppo europei la Germania avrebbe il potenziale di raggiungere, da sola, i 425 miliardi di euro entro il 2025. Tuttavia, al momento attuale le principali tre società del settore dominano il mercato globale delle infrastrutture cloud pubbliche controllandone complessivamente il 75%, «mentre il più grande fornitore di cloud europeo genera solo circa il 2% delle vendite totali nel mercato europeo»<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn40" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[40]</a>. Per dare un’idea dei numeri in gioco, diciamo soltanto che in totale, nel 2023, il Reddito di Cittadinanza italiano è costato all’incirca 8,5 miliardi di €<a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftn41" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[41]</a>.</p>
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<p id="viewer-0wcgu196664">Note</p>
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<p id="viewer-3v8vd490"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref1" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[1]</a> PNRR <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/blog/hashtags/NextGenerationItalia" target="__blank">#NextGenerationItalia</a>, p. 2.</p>
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<p id="viewer-v9wo1493"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref2" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[2]</a> Ibidem.</p>
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<p id="viewer-t7z1k498"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref3" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[3]</a> Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, Rapporto Inapp 2023, p. 29.</p>
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<p id="viewer-frba9503"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref4" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[4]</a> PNRR <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/blog/hashtags/NextGenerationItalia" target="__blank">#NextGenerationItalia</a>, p. 3. Si consideri che la quota di investimenti necessaria a mantenere stabile un’economia, in una società capitalistica, dev’essere in costante crescita nel lungo periodo, e che perciò un aumento inferiore a quello degli altri Paesi è un segnale di grave allarme.</p>
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<p id="viewer-z7w4h506"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref5" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[5]</a> Total Factor Productivity, ossia il risultato economico netto di un investimento, dato dal «guadagno lordo» meno le spese effettuate. Un paese con una TFP alta è un paese dove gli investimenti rendono bene.</p>
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<p id="viewer-fzh43511"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref6" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[6]</a> PNRR <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/blog/hashtags/NextGenerationItalia" target="__blank">#NextGenerationItalia</a>, p. 2.</p>
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<p id="viewer-aaoml514"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref7" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[7]</a> Fonte OECD &#8211; Dataset: Average annual wages «2022 constant prices and NCU» oppure In 2022 constant prices at 2022 USD PPPs, in Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, Rapporto Inapp 2023, p. 24.</p>
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<p id="viewer-nwcpn519"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref8" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[8]</a> Organizzazione internazionale del lavoro, Rapporto mondiale sui salari 2022-2023. L’impatto dell’inflazione e del COVID-19 sui salari in Italia, p. 7.</p>
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<p id="viewer-q083w524"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref9" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[9]</a> Indice IPCA, Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato. Tali beni sono esclusi perché sono considerati essere fra le merci i cui prezzi sono più difficilmente controllabili, proprio in quanto dipendono dall’estero. Di conseguenza rischierebbero di generare una spirale prezzi-salari: un aumento eccessivo dei salari dovuto all’adeguamento ai prezzi dei beni energetici importati (a loro volta precedentemente aumentati) rischierebbe di comportare un aumento generalizzato della domanda e, quindi, dei prezzi delle altre merci. In questi casi, infatti, appena possono le imprese scaricano sui prezzi di vendita l’aumento del costo di materie prime, macchinari e forza-lavoro (cosiddetta «inflazione da costo»). In ragione di ciò, siccome l’adeguamento dei salari all’inflazione (almeno in Italia) si basa oggigiorno sui dati prodotti da questo Indice, è possibile riconoscere al lavoratore un adeguamento inferiore alla percentuale spettantegli di diritto, abbassando, così, il costo del lavoro.</p>
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<p id="viewer-lz7t4527"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref10" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[10]</a> Particolarmente evidente nel settore manifatturiero, che in Italia riveste un ruolo di peculiare importanza e che in generale è centrale nella scuola economica marxista.</p>
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<p id="viewer-zby78530"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref11" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[11]</a> Le delocalizzazioni sono un aspetto significativo dell’orientamento economico di un Paese per vari motivi. Ad esempio perché «la capacità di presidiare i mercati internazionali è divenuta un elemento cruciale per la tenuta competitiva del sistema produttivo italiano» e, con ciò, gli investimenti all’estero diventano quanto mai necessari. Oppure perché il tipo di delocalizzazione (accordo fra aziende o Investimento Diretto Estero, detto IDE) può indicare se l’impresa italiana che la effettua lo fa da una posizione paritaria o dominante, nei confronti nel mercato estero in cui va a inserirsi: un’impresa che fa accordi potrebbe semplicemente stare cercando di abbassare il costo del lavoro, perché troppo alto in patria; un’impresa che fa IDE dimostra di controllare le imprese e le fasce di mercato estere nelle quali investe. Da un lato, quindi, si starebbe cercando di recuperare margini di competitività abbassando i costi; dall’altro, di incrementare tali margini allargando la quota di mercato controllata. Nel 2016, l’87,3% delle piccole imprese italiane praticavano accordi, anziché IDE; stessa cosa dicasi per il 53,0% delle medie imprese; solamente per le grandi la situazione era invertita, in quanto solo il 32,1% praticava accordi all’estero. Quanto detto non esaurisce minimamente il tema ma dà indicazioni utili al lettore per orientarsi. Fonte dei dati e della citazione: S. Costa e F. Luchetti, La delocalizzazione nel sistema delle imprese: strategie, «performance», ostacoli, in Agenzia per la promozione all&#8217;estero e l&#8217;internazionalizzazione delle imprese italiane, Rapporto ICE: L’Italia nell’economia internazionale. 1986-2016, 2016, pp. 356-357.</p>
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<p id="viewer-qt6po538"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref12" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[12]</a> PNRR <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/blog/hashtags/NextGenerationItalia" target="__blank">#NextGenerationItalia</a>, p. 105.</p>
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<p id="viewer-z0kof541"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref13" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[13]</a> S. Bolatto et alii, La produttività dell’industria manifatturiera italiana: un confronto con gli altri Paesi industrializzati, in AA. VV., Evoluzione della grande impresa e catene globali del valore, Fondazione Ansaldo Editore, Recco (GE) 2014, p. 31.</p>
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<p id="viewer-xfe3z550"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref14" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[14]</a> L’eccezione potrebbe essere costituita dal cosiddetto «grado di specializzazione» di un Paese. Con questo indicatore le supply chain vengono suddivise in: «reperimento del materiale», «prime lavorazioni», «produzioni di beni intermedi e semilavorati», «prodotti finiti» e «distribuzione». Per un singolo settore produttivo, ad esempio l’elettronica, viene misurato il livello di specializzazione (con un valore che va da -1 a +1) in ognuna delle cinque fasce summenzionate. Per cui, esaminando il grado di specializzazione di un Paese in tutti i settori fondamentali dell’economia produttiva, è possibile farsi un’idea del livello complessivo di una data economia.</p>
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<p id="viewer-jun97555"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref15" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[15]</a> E. Gentili, Ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Il significato delle aperture del Governo, «la città futura», 31/03/2023, <a href="https://www.lacittafutura.it/dibattito/ridurre-l%e2%80%99orario-di-lavoro-a-parit%c3%a0-di-salario-il-significato-delle-aperture-del-governo" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">https://www.lacittafutura.it/dibattito/ridurre-l%e2%80%99orario-di-lavoro-a-parit%c3%a0-di-salario-il-significato-delle-aperture-del-governo</a>.</p>
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<p id="viewer-brqko564"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref16" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[16]</a> Ovviamente stiamo semplificando: ci sono settori economici in cui l’Italia è ben posizionata, altri in cui lo è meno… così come sono presenti contemporaneamente aziende ben posizionate e altre che lavorano in segmenti di mercato a basso valore aggiunto, e così via. Questo vale per ogni Paese.</p>
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<p id="viewer-x2wt0567"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref17" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[17]</a> «In realtà [il commercio internazionale] non solo è un elemento che va a comporre la politica estera dei Paesi ma soprattutto un pivot attorno al quale vengono fatte scelte di alleanze e collaborazione, vengono imposte politiche economiche e monetarie, si creano unioni e si possono creare divisioni». Tratto da D. Bevere, Catene globali del valore e interessi economico nazionale, Master Executive in Affari Strategici, LUISS, A. A. 2017/2018, p. 2.</p>
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<p id="viewer-atduw574"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref18" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[18]</a> Regolamento (UE) 2021/241 del Parlamento Europeo e del Consiglio, 12/02/2021.</p>
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<p id="viewer-15nft577"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref19" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[19]</a> R. Secchi, a cura di, Supply chain management e intelligenza artificiale. Migliorare i processi e la competitività aziendale, Università Cattaneo Libri, Guerini Next, Milano 2022, pp. 101-102-103.</p>
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<p id="viewer-27u8k584"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref20" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[20]</a> La dimensione aziendale può essere calcolata in base al numero di dipendenti o all’entità del fatturato.</p>
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<p id="viewer-4khoi589"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref21" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[21]</a> S. Bolatto et alii, op. cit., p. 36.</p>
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<p id="viewer-1md32597"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref22" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[22]</a> R. Secchi, a cura di, op. cit., p. 105.</p>
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<p id="viewer-xzgas604"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref23" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[23]</a> Ibidem, p. 104.</p>
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<p id="viewer-l6cb8609"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref24" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[24]</a> Da un’intervista a un lavoratore UPS effettuata il giorno 16/08/2022.</p>
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<p id="viewer-d1gxp612"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref25" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[25]</a> PNRR <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/blog/hashtags/NextGenerationItalia" target="__blank">#NextGenerationItalia</a>, p. 32.</p>
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<p id="viewer-z4sps615"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref26" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[26]</a> Asserendo questa posizione non sposiamo, ovviamente, la creazione delle opere cosiddette «strategiche» che provocano dissesti nei territori, come l’alta velocità. Dipende sempre di quale «strategia» si parli.</p>
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<p id="viewer-4nd2u618"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref27" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[27]</a> PNRR <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/blog/hashtags/NextGenerationItalia" target="__blank">#NextGenerationItalia</a>, p. 33.</p>
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<div data-hook="rcv-block132"></div>
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<p id="viewer-uid0b621"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref28" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[28]</a> Ibid., p. 34.</p>
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<p id="viewer-0sx7b626"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref29" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[29]</a> Ibid., p. 12.</p>
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<p id="viewer-vaob7631"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref30" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[30]</a> Ibid., pp. 15 e 13.</p>
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<p id="viewer-639hk636"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref31" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[31]</a> Decisione della Commissione europea C(2023) 3817 final dell’8/06/2023 (Ipcei-Me). Ipcei-Cis è stato approvato con documentazione riservata. «La versione non riservata della decisione» sarà consultabile per l’Italia, «una volta risolti eventuali problemi di riservatezza», sul sito della Commissione (chiave di ricerca: SA.102519).</p>
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<p id="viewer-j1aur639"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref32" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[32]</a> L’Italia vi prende parte con quattro aziende di punta e 1 miliardo di € di sussidi. Gli 8,1 miliardi complessivi, provenienti da 14 paesi membri, dovrebbero «sbloccare» circa 13,7 miliardi di investimenti privati.</p>
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<p id="viewer-869u9642"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref33" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[33]</a> Darp (Deutscher aufbau und resilienzplan), p. 332 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).</p>
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<p id="viewer-myz2p645"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref34" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[34]</a> Ibidem, p. 367 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).</p>
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<p id="viewer-ak3wi650"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref35" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[35]</a> Ibid., p. 376 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).</p>
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<p id="viewer-jisx4655"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref36" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[36]</a> Ibid., p. 413 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).</p>
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<p id="viewer-ufuu6660"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref37" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[37]</a> Non per caso gli investimenti in sicurezza informatica sono rilevanti.</p>
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<p id="viewer-80q0t663"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref38" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[38]</a> Darp (Deutscher aufbau und resilienzplan), pp. 335-336 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).</p>
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<p id="viewer-2mpxg666"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref39" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[39]</a> Ibidem, pp. 384-385 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).</p>
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<p id="viewer-cww4v671"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref40" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[40]</a> Ibid., p. 382 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).</p>
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<p id="viewer-te0kp676"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/attraversando-il-pnrr#_ftnref41" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink">[41]</a> Fonte: INPS, Bilancio preventivo 2023. Tomo I, p. 82.</p>
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<div id="viewer-s3jlf1253479"> * * *</div>
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<p id="viewer-298yc1248682">Emiliano Gentili è docente alle scuole medie. Ricercatore politico-sociale (e attivista), esperto di musica e disabilità. I suoi studi attuali si concentrano principalmente attorno al tema dell’evoluzione contemporanea dell’organizzazione del lavoro, nel tentativo di individuare problematiche trasversali ai diversi settori lavorativi.</p>
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<div data-hook="rcv-block151">Federico Giusti è operaio e delegato sindacale della cub. Collabora a varie riviste e blog su tematiche sociali, del lavoro e di carattere internazionale. Corrispondente di RadioGrad.</div>
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<div id="viewer-qom881251289"> Stefano Macera svolge la professione di guida turistica. Collabora con varie riviste, applicandosi a 2 campi di ricerca. In ambito socio-politico, si occupa delle nuove forme assunte dal conflitto capitale-lavoro. In ambito socio-culturale, si interessa alle produzioni artistiche e cinematografiche estranee alle logiche di mercato.</div>
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		<title>Diario della crisi &#124; Classe senza organizzazione di classe</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Oct 2023 11:17:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Giovannelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Pogliotti]]></category>
		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Reddito di Cittadinanza]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Diario della crisi &#124; Classe senza organizzazione di classe di Gianni Giovannelli Il lavoro e le manovre fiscali in Italia dentro la crisi &#160; &#160; Una nuova puntata del Diario della crisi, condivisa con Machina e con El Salto. Nel testo, Gianni Giovannelli si sofferma a riflettere su come la classe precaria, “turba divisa, disunita, frammentata, insoddisfatta”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/storie13/poveriiogbgy.jpg.webp" alt="poveriiogbgy.jpg" width="300" height="211" data-src="/images/storie13/poveriiogbgy.jpg.webp" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Diario della crisi | Classe senza organizzazione di classe</h1>
<h3>di Gianni Giovannelli</h3>
<p>Il lavoro e le manovre fiscali in Italia dentro la crisi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una nuova puntata del Diario della crisi, condivisa con <em>Machina</em> e con <em>El Salto</em>. Nel testo, Gianni Giovannelli si sofferma a riflettere su come la classe precaria, “turba divisa, disunita, frammentata, insoddisfatta”, priva di forme di organizzazione di classe, oggi utilizzi forme di resistenza passiva. Nel frattempo viene tagliato il reddito di cittadinanza e il governo della destra spinge sulla coazione al lavoro. Da un lato, dunque, si allarga la platea dei bisognosi, dall’altro si sottraggono alternative a chi già vive nell’incertezza: “Un esempio, fra i molti possibili, […] è il caso Alitalia: quasi duemila lavoratori sono stati estromessi dall’organico, licenziati, individuando nella scelta l’area di quelli che per età o condizioni di salute avevano maggior costo e minor rendimento”. Infine, “per colpire chi già mal se la passa un ruolo centrale lo ha l’inflazione<em>; gas, luce, cellulare, alimenti erodono le scarse risorse disponibili”. Questi i problemi di fronte ai quali si trova “la classe senza organizzazione di classe”…</em></p>
<p>* * * *</p>
<p>E la crisi in Ucraina è quindi arrivata<br />
in un momento in cui qualcuno<br />
ne aveva bisogno<br />
(<em>Qiao Liang, La bacchetta magica della finanza, 2015</em>)</p>
<p>In data 3 luglio 2023 è stato convertito in legge, con modifiche, il decreto-legge n. 48 del maggio precedente, il primo in tema di lavoro varato per iniziativa del governo di destra guidato da Giorgia Meloni. Come di consueto il pacchetto normativo ha seguito un copione ormai collaudato, eredità degli esecutivi precedenti, nel segno di una continuità quanto meno procedurale.</p>
<p>Il decreto consente di evitare estenuanti discussioni e trattative nelle commissioni, lasciando libero l’esecutivo nella elaborazione dei provvedimenti; la conversione deve avvenire comunque entro 60 giorni e la tagliola della fiducia protegge dalle insidie parlamentari e dal fuoco amico. Non c’è dubbio, comunque, che non si tratti di una mera questione di <em>metodo</em>: la coalizione a guida neofascista non si è discostata troppo, neppure nella sostanza, dalle attese, piegandosi apertamente all’interesse d’impresa, spacciato per <em>interesse generale.</em></p>
<p>La guerra in Ucraina prosegue e non se ne intravede, almeno a breve, la conclusione. Alcuni segmenti produttivi, e fra questi spicca naturalmente quello connesso all’apparato militare, hanno moltiplicato i profitti; altri, come quello del turismo già logorato nel biennio della pandemia, faticano a riprendere la corsa. L’incremento dei costi energetici e il permanere dell’inflazione sono ulteriore motivo di contrasto: nell’area della composizione capitalistica attuale c’è chi guadagna e c’è chi perde e questo si riflette inevitabilmente nelle scelte politiche nazionali. Tuttavia, a differenza di quanto avviene dentro la grande maggioranza dei sottoposti (la <em>moltitudine </em>direbbe Toni Negri), ove prevale la divisione, questo variegato capitalismo finanziarizzato tende alla coalizione, non appena si sente in pericolo. Almeno all’interno degli schieramenti in cui si trovano a operare. L’egemonia nordamericana è oggi un punto fermo anche per la vecchia Europa; dunque sono un punto fermo la guerra, il costo della guerra, le conseguenze della guerra. Si tratta di vedere soltanto chi debba provvedere al pagamento e agire di conseguenza. Ecco la scelta governativa, ecco il decreto che procede in concreto a individuare le risorse da prelevare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Via il reddito di cittadinanza!</strong></em></p>
<p>Il testo del provvedimento apre con questa decisione, già preannunciata in campagna elettorale (articoli da 1 a 13). La cancellazione delle norme sul reddito di cittadinanza (varate a suo tempo da Lega e 5 Stelle con l’opposizione di PD, FdI e Forza Italia) non è solo una pesca a strascico per racimolare risorse, riducendo la spesa di assistenza sociale; è qualche cosa di più articolato e di più violento. Il vastissimo bacino che vive in condizione precaria utilizza forme di resistenza divenute ormai quasi tradizionali nell’epoca contemporanea: la passività, l’attesa polemica, la non collaborazione, il ritrarsi o magari il negarsi. Certo: non vede (ancora?) il lavoro come una merce, come un nemico, ma, sia pure in forma confusa, è un segnale pericoloso il disagio esistenziale, nato e cresciuto all’interno di un precariato indispensabile per la produzione di valore. Una turba divisa, disunita, frammentata, insoddisfatta. Una classe senza organizzazione di classe. L’attacco al reddito di cittadinanza è un attacco preventivo, è volto alla disarticolazione e all’annientamento della sola idea che sia possibile esistere senza essere messi a valore. Secondo INPS poco più di un milione di persone percepiva il reddito di cittadinanza (con una platea familiare interessata di oltre 2 milioni e mezzo); li hanno messi all’indice come un <em>peso</em>, li hanno additati alla maggioranza di poveri come dei furbastri che sottraevano risorse ai lavoratori campando senza far nulla. Ogni segmento della maggioranza subordinata è, visto da solo, una minoranza: i quattro milioni che non raggiungono il salario minimo, i braccianti agricoli vittime dei caporali, le operaie tessili ingaggiate dai terzisti, i migranti della logistica, le badanti, tutte e tutti. Utilizzando il medesimo schema logico nei giorni scorsi il ministero ha rielaborato i dati statistici; la neo-commissaria Michela Gelera (insediata di forza dopo l’estromissione di Tridico) ha firmato il XXII rapporto INPS, in data 13.9.2023, e rimosso la povertà per via matematica. Ha preso un solo mese quale riferimento, e non l’anno completo, ha rimosso dal sistema di calcolo la collaborazione domestica e il bracciantato agricolo, ha scremato e alterato le basi di partenza e presentato poi un consuntivo in cui la fascia povera precedente, del 24%, si è ridotta per magia a 871.800 lavoratori. Nel paese reale la povertà (sia assoluta sia relativa) rimane, ma è comunque minoranza numerica, dunque debolezza politica, incrementata sinergicamente dalla mancanza di organizzazione durante il conflitto. La procedura per accedere alla c.d. <em>inclusione</em> (assegno peraltro modesto e limitato nel tempo) ha del diabolico, quanto a complicazione e paradossi rievoca il celebre <em>Comma 22 </em>del film americano tratto dal romanzo di Joseph Heller. Inoltre (astrazione di fatto quasi inapplicabile ma importante come deterrente ulteriore) l’assegno viene meno di fronte a offerte di lavoro stabile (art. 9) in qualsiasi comune italiano, al minimo salariale e anche part-time al 60%; per il lavoro a termine vale l’offerta dentro 80Km o comunque per luoghi raggiungibili in 120 minuti (fra andata e ritorno sarebbero 240, 4 ore). Con un treno TAV (che è <em>pubblico</em>) si arriva da Milano a Firenze, il biglietto costa più della retribuzione, ma non importa; il problema non è infatti quello di occupare gli occupabili, ma di sottrarre loro possibili alternative per <em>obbligarli </em>ad accettare qualunque cosa, di mettere dunque ogni esistenza a valore. Questo è lo scopo della legge, il resto è propaganda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Minimi salariali e dintorni</strong></em></p>
<p>La legge n. 85 di conversione del Decreto contiene altri elementi che confermano la <em>ratio </em>del provvedimento. L’articolo 37 eleva nel settore turismo (fiere ed eventi compresi) da 15.000 a 25.000 euro il limite in cui si consente il <em>voucher </em>ovvero la convocazione a giornata, anche tramite agenzia di somministrazione, senza preavviso e senza garanzie, e questo vale per tutte le imprese che hanno organico fino a 25 dipendenti. Con 25.000 euro annui siamo sopra la soglia di povertà! L’art. 24 allarga ancora le maglie del contratto a termine, consentito sostanzialmente senza necessità di motivare il perché fino a 24 mesi; e cade pure la soglia percentuale di utilizzo, per via di esoneri dal computo così ampi da comprendere qualsiasi eventualità. L’unico ammortizzatore sociale (art. 39) riguarda (ma solo fino al 31.XII.2023) la percentuale di trattenuta previdenziale a carico del lavoratore (fino a 25 o 35 mila euro), con beneficio netto di circa 50 euro mensili (300 euro fino alla scadenza). Ben più ampio lo stanziamento che tocca alle imprese: quelle di trasporto ottengono esoneri di versamento, chi assume <em>under 30 </em>beneficia di riduzioni consistenti, perfino l’Agenzia Industrie Difesa incassa come <em>aiuto </em>14,5 milioni di euro (art. 33) per promuovere <em>filiere produttive</em> (tradotto: produzione di nuove armi). Il taglio delle risorse e la promozione del lavoro precario sfruttato trova riscontro logico nel silenzio che circonda il tema della retribuzione minima oraria, rinviato senza data certa in attesa che il CNEL diretto oggi dall’ex ministro Brunetta fornisca indicazioni. Ma la scelta è già scontata: nessuna garanzia di soglia salariale oraria minima e consegna del lavoro povero alle organizzazioni sindacali, che provvederanno a mantenerlo tale. Proprio lo studio della Fondazione Consulenti del Lavoro (allora diretti dall’oggi ministro Calderone) aveva messo in luce come su 61 contratti nazionali di portata principale almeno un terzo, fra quelli firmati da CGIL-CISL-UIL, si collocano sotto i 9 euro lordi orari di corrispettivo. La Procura di Milano ha in corso numerose inchieste che individuano le tariffe sindacali come il risultato dell’intimidazione e della minaccia. La propaganda di regime presenta le vicende economiche con diverso angolo di valutazione: il prelievo fiscale a carico delle banche, annunciato ma ancora non eseguito, coinvolge senza ombra di dubbio una minoranza esigua di cittadini, eppure le critiche mosse al progetto muovono dalla difesa dell’economia intesa come interesse del paese, il danno non colpisce un ristretto gruppo di privilegiati (che pagano 0,4% sul denaro trattenuto e chiedono 4,5% su quello prestato), ma la <em>nazione. </em>Invece il salario minimo è una pretesa di una <em>minoranza </em>composta da solo 4 milioni di persone e danneggia l’intero apparato produttivo, dunque la <em>maggioranza </em>del paese. Aveva ragione Joseph Goebbels, il ministro nazista della propaganda: una menzogna enorme viene creduta e diviene verità, se proposta di continuo. Il governo di destra sa mettere a frutto l’insegnamento. Il precariato, di contro, senza organizzazione e senza alternative sociali, non sa coalizzarsi, viene posto in condizione sottomessa, costretto dalle circostanze a subire il ricatto; anche questa è una trappola della precarietà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Inflazione, guerra e manovra fiscale: attacco dentro la crisi</strong></em></p>
<p>La guerra in Ucraina ha dei costi, l’occasione è ghiotta per farli pagare ai ceti subalterni e al tempo stesso modificare i rapporti di forza, ulteriormente a vantaggio dell’odierna organizzazione capitalistica. La <em>passività </em>e il sentimento di <em>estraneità </em>che caratterizzano i comportamenti sociali dello sciame precario si traducono non solo nella consueta alienazione, ma debbono diventare, nel progetto governativo, <em>sottomissione attiva. </em>Il disagio, quando diventa disperata apatia, rallenta la cooperazione sociale, è di ostacolo alla creazione di valore. Va bene la resa, ma va mantenuto il ritmo binario durante il lavoro, come a New Orleans, <em>this old hammer. </em>Per questo si provvede per un verso ad allargare la platea dei bisognosi, per altro verso a sottrarre risorse alternative a chi già vive nell’insicurezza e nell’incertezza. Un esempio, far i molti, di allargamento della platea è il caso Alitalia: quasi duemila lavoratori sono stati estromessi dall’organico, licenziati, individuando nella scelta l’area di quelli che per età o condizioni di salute avevano maggior costo e minor rendimento. Per poter raggiungere questo risultato hanno cancellato l’obbligo di rispettare criteri di scelta vincolanti, e lo hanno fatto a colpi di decreto; ora si trovano di fronte a un contenzioso promosso da <em>singoli soggetti </em>contro un apparato istituzionale compatto, da destra a sinistra, sindacati compresi. Scoppia la contraddizione a fronte di alcune decisioni contrastanti, parte di accoglimento, parte di rigetto delle richieste dei lavoratori; e dentro la contraddizione gli organismi comunitari esitano a prendere posizione. Di fronte ai primi successi già parte la minaccia: Giorgio Pogliotti, su <em>Il Sole 24 Ore </em>del 17 settembre, riferisce la notizia della reintegrazione in ITA Airways di 174 lavoratori (Tribunale di Roma, 13 settembre), ma ricorda che 34 sentenze hanno invece premiato l’azienda e soprattutto che un successo eventuale dei lavoratori comporta l’uscita di Lufthansa e la cancellazione degli aiuti di stato, ovvero il fallimento della compagnia. In sostanza: o i lavoratori perdono la causa o il padrone rovescia il tavolo da gioco e finisce la partita. Lo ha capito anche il governo Meloni, sempre agli ordini: è in via di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale l’ultimo decreto emanato per <em>improrogabile urgenza </em>e il Presidente Mattarella ha confermato di firmarlo. Si tratta di una <em>interpretazione autentica </em>della legge da applicare proprio nel caso ITA-Alitalia; il governo, che è il proprietario del pacchetto di controllo delle società, mentre il giudizio è in corso, interviene e afferma nel decreto che le norme si interpretano proprio come dicono i suoi avvocati nel giudizio! Altro che autonomia dei tre poteri, sembra una norma ideata da un militare birmano o da un colonnello di Haiti. Vedremo come andrà a finire, questi per fortuna, sono arroganti ma semianalfabeti, il testo fa acqua da tutte le parti. La via giudiziaria, comunque, fragile per sua natura, è un indice significativo della mancanza di organizzazione reale dei lavoratori nella gestione del conflitto; viene scelta necessariamente, in mancanza di percorsi alternativi credibili o almeno possibili.</p>
<p>Per colpire chi già mal se la passa un ruolo centrale lo ha l’inflazione; gas, luce, cellulare, alimenti erodono le scarse risorse disponibili. La manovra sui costi è scaltra, arretra quando è meglio arretrare, colpisce quando il destinatario si trova in difficoltà nel reagire. Dentro la crisi, dentro l’economia di guerra, dentro l’inflazione il potere cerca di aggredire le ultime trincee rimaste a difendere la passività precaria: la casa di proprietà e il risparmio di famiglia. I sudditi sono la maggioranza, potenzialmente non possono non vincere. Ma i segmenti di questa maggioranza sono minoranze e come tali non possono non perdere. Questo è il problema che si pone per una classe senza organizzazione di classe. E anche questo è un aspetto della crisi odierna. Come scriveva il vecchio Marx: <em>le rivoluzioni proletarie … sospendono spesso la loro marcia … si ritraggono atterrite … arrivano ad un punto in cui è impossibile tornare indietro, e la situazione stessa grida Hic Rhodus, hic salta!</em></p>
<p><em><strong>Effimera</strong></em></p>
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		<title>Merci++ Ovvero i feticci non sono più quelli di una volta</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Aug 2023 15:42:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Vazquez]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco La Grassa]]></category>
		<category><![CDATA[Il Covile]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Camatte -]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Borsell]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Merci++ Ovvero i feticci non sono più quelli di una volta di Stefano Borselli &#160; Quasi un anno fa, Il Covile № 646, pubblicai un te­sto sulla questione del feticismo delle merci inti­tolato «Marx e gli stalloni dello storpio» nel quale, tra l’altro, mi confrontavo criticamente con un brillante articolo sul tema di Daniele Vazquez (vedi in rete: L’anatra di Vaucanson, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><em><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/downloadni5d.avif" alt="downloadni5d" /></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Merci++</h1>
<h2>Ovvero i feticci non sono più quelli di una volta</h2>
<h3>di Stefano Borselli</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Quasi un anno fa, </em>Il Covile<em> № 646, pubblicai un te­sto sulla questione del feticismo delle merci inti­tolato «</em><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_646_Stalloni.pdf"><em>Marx e gli stalloni dello storpio</em></a><em>» nel quale, tra l’altro, mi confrontavo criticamente con </em><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci"><em>un brillante articolo sul tema di Daniele Vazquez</em></a><em> (vedi in rete: </em><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">L’a</a><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">n</a><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">a</a><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">t</a><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">r</a><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">a</a> <a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">di</a> <a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">V</a><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">a</a><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">uc</a><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">a</a><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">nso</a><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/i-primi-cedimenti-del-feticismo-delle-merci">n</a><em>, 4 aprile 2016). Successivamente, sul­la scorta del­le forse ora meglio comprese chiarificazioni, anche terminologiche, di Jacques Camatte, mi sono reso conto di alcune lacune. Con questo provo a colmarle.</em></p>
<p>* * * *</p>
<p>Jacques Camatte, nella sua opera <em>Emer­genza di Homo gemeinwesen</em>, separa con­cettualmente quello che chiama il movimento del <em>valore</em>, da quello, successivo, del <em>capitale</em>. Ciò, insieme ad altre importanti implicazioni che non tratteremo qui, gli per­mette di non fraintendere il celebre <em>incipit</em> del <em>Capitale</em> di Marx:</p>
<p>La ricchezza delle società nelle quali pre­domina il modo di produzione capita­listico si presenta come una «immane raccolta di merci» e la merce singola si presenta come sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l’analisi della merce.</p>
<p>Il passo ha infatti dato luogo all’idea che la <em>mercificazione</em> sia caratteristica <em>nuova</em> e <em>propria</em> della società capitalistica. Idea pere­grina perché scambio, mercato, merci, equiva­lente generale, denaro, conio ecc. <em>precedo­no</em> di gran lunga l’af­fermazione del capitale. In effetti, a pensarci, quello che si presentava nelle agorà greche o nei fòri romani non era già una «immane raccolta di merci», dove ve­nivano «mercificati» alimenti, animali, uomi­ni? Il capitale, imponendosi, ha trasformato in modo a lui confacente non solo il lavoro1 (dalla ricca complessità di quello artigiano sussunto inizialmente nella manifattura, al­l’astrazione parcellizzata del lavoro mecca­nizzato della fabbrica moderna) ma pure la natura della merce, come vedremo. Scrive Ca­matte:</p>
<p>Torniamo al <em>Capitale</em>. La prima sezione ha per titolo «Merce e denaro». Nel qua­dro di uno studio sul capitale, il fatto di non segnalare il carattere della merce e del denaro poteva portare a confusioni Tuttavia Marx in un altro testo afferma: «Partiamo dalla merce, da questa forma specificamente sociale del prodotto, come <strong>base e presupposto</strong> della produ­zione capitalistica. [...] Ma <strong>d’altra parte la merce è il prodotto, il ri­sultato</strong>, di questa produzione: ciò che appare all’inizio come uno dei suoi ele­menti, rappresenta poi il suo prodotto piú specifico. Infatti, è solo sulla base della produzione capitalistica che il pro­dotto assume la forma generale della merce, e piú la produzione capitalistica si sviluppa, piú tutte le componenti di questo processo diventano merci».2 ¶ Il modo di produzione capitalistico <strong>gene­ralizza</strong> la forma mer­ce, il che è piena­mente riconosciuto e oggi di moda sotto il nome di mercificazione. Da ciò, il capi­tale si assicura un solido presupposto per la crescita del proprio processo. <strong>Tale mercificazione è d’altra par­te ormai un fenomeno arcaico, concluso; ciò di cui a questo pun­to si tratta è una capitalizzazione.</strong> ¶ Di conseguenza sarebbe stato bene for­mulare il titolo del primo capitolo: «La merce e il denaro come <strong>presupposti</strong> del capitale», per poi spiegare come non solo la moneta (il denaro) ma le merci (la forza lavoro come i mezzi di produ­zione) sono trasformate in capitale nel corso di un processo di produzione imme­diato, unità di un processo di lavoro e di un processo di valorizzazione. Se non avvenisse cosí, il binomio, la dualità de­naro-merce, persisterebbe e la disconti­nuità che normalmente s’impone sarebbe escamotata: «La produzione capitalisti­ca è produzione di plusvalore». <strong>Questa conferisce alla forma moneta e alla forma merce un contenuto nuovo.</strong> Non si deve dimenticare che, se il movimento del capitale è possibile solo a seguito della separazione degli uo­mini, delle donne, dalle loro comuni­tà, dalla terra e dai mezzi di produzione, esso s’instaura e s’impone in quanto feno­meno di unione, di fusione della mo­neta e della merce, della forza-lavoro e dei mezzi di produzione. In seguito si svi­luppa un fenomeno di sostituzione: <strong>tutti i presupposti del capitale vengono riprodotti in forma capi­talizzata</strong>.3</p>
<p>Ancora Camatte:</p>
<p>Nella prima parte del <em>Sesto capitolo</em>, dove è chiaramente affermato che la pro­duzione capitalistica è produzione di plusvalore, Marx indica che le merci prodotte dal capitale devono essere stu­diate dopo quella del processo di produ­zione immediato, perché ciò costituisce il «passaggio al secondo libro, la circola­zione del capitale», là dove si tratta del­le metamorfosi del capitale e il loro ci­clo. È l’altro risultato di questo proces­so. Tale studio è contenuto in «Le merci come prodotti del capitale, della produ­zione capitalistica». ¶ «<strong>Sulla base del modo di produzione capitalistico come modo predominante, ogni merce è necessariamente, per co­lui che la vende, merce-capita­le</strong>».4</p>
<p>Per riassumere e, spero, aiutare a com­prendere, propongo questa tabella che mo­stra le variazioni della presentazione, del «carico», degli oggetti nei successivi contesti:</p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/Schermata_del_2023-08-06_17-00-11.avif" alt="Schermata del 2023 08 06 17 00 11" /></p>
<p>Dobbiamo tuttavia notare che mentre il passaggio dello statuto degli oggetti da fetic­cio a merce del primo tipo è general­mente ben compreso non cosí si può dire della successiva metamorfosi.5 Il citato Vaz­quez dunque titolava bene il suo testo «I primi cedimenti del feticismo delle merci», solo che prendeva per un tramonto quello che era il meriggio, il pieno dispiegamento del capitalismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>• Caveat.</h4>
<p>Prima di passare ad alcune esemplifica­zioni è necessario puntualizzare che la serie storica presentata in tabella non è da ve­dere in senso riduttivo e meccanico: innanzi­tutto i processi di capitale D-M-D+ iniziano millenni prima dell’epoca moderna,6 solo che allora il capitale, non ancora in grado di dominare il processo produttivo su larga sca­la, era allo stadio di fenomeno marginale e non percepibile, come l’Alzheimer decenni prima della diagnosticabilità. Di contro, for­me economiche e mentalità ‹passate› riman­gono vive e attive ben oltre la per­dita storica della dominanza. Cosí le tre modalità degli oggetti sono ancora oggi, con differenze per aree sociali e geografiche, tutte presenti. La storia ci narra infatti di insospettate anticipa­zioni, di resistenze fiere e protratte nonché di veri e propri arretramenti (si pensi al crol­lo del­l’impero romano), come spiega Euge­nio Montale:</p>
<p><em>La storia non è poi<br />
la devastante ruspa che si dice.</em></p>
<p><em>Lascia sottopassaggi, cripte, buche<br />
e nascondigli. C’è chi sopravvive.</em></p>
<p><em>La storia è anche benevola: distrugge<br />
quanto piú può: se esagerasse, certo<br />
sarebbe meglio, ma la storia è a corto<br />
di notizie, non compie tutte le sue vendette.</em></p>
<p><em>La storia gratta il fondo<br />
come una rete a strascico<br />
con qualche strappo e piú di un pesce sfugge.</em></p>
<p><em>Qualche volta s’incontra l’ectoplasma<br />
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.</em></p>
<p><em>Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.</em></p>
<p><em>Gli altri, nel sacco, si credono<br />
piú liberi di lui.*</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>• Illustrazioni dell’uso della tabella.</h4>
<p>Si pensi ai mobili che, offerti al desiderio mimetico delle amiche, si avvicendavano nell’ar­redamento del salotto di Madame de Pompadour: li possiamo facilmente identifi­care come <em>merci del primo tipo</em>; quelli che stabilmente, in una ricerca durata una vita, riuscí ad ospitare nella sua casa Mario Praz erano invece per lui palpabili <em>feticci</em>, carichi di un <em>mana</em> fatto di storia, memoria e bellez­za. E che dire del totalmente apraziano Vel­troni che quale primo segretario del PD, ostenta la sede rifatta tutta IKEA?: <em>merci del secondo tipo</em>.</p>
<p>Cosí il durevole dipinto manierista del­l’Allori, commissionato nel cinquecento da un magnate fiorentino, che per secoli ha fat­to mostra di sé nel palazzo di famiglia per es­ser poi vantaggiosamente venduto nel difficil­e ultimo dopoguerra, nonostante le vestigia di<em> feticcio</em> lo collochiamo tra le <em>mer­ci del pri­mo tipo</em>, a differenza dei centinaia di effimeri schermi da computer che adornano (?) le stanze della villa di Bill Gates con riproduzio­ni <em>on demand</em> (con un clic si apre il menu) dell’im­ma­gine di migliaia di dipinti; schermi che iden­tifichiamo senza difficoltà, né invi­dia, come <em>merci-capitale</em>.</p>
<p>Gli esempi potrebbero continuare, si pensi alle auto Euro4, <em>merci-capitale</em> nate già con rottamazione programmata, mentre i cultori delle auto d’epoca provano a far risalire allo stadio di <em>feticcio</em> gli amati veicoli <em>vintage</em>, come l’Anglista. Ma ci fermiamo qui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>• Merci non piú tesaurizzabili.</h4>
<p>Sempre Camatte:</p>
<p>Marx termina il primo libro con la setti­ma sezione: «L’accumulazione del capi­tale», che si trova in corrispondenza, con­cordanza, con la terza parte del capi­tolo <em>I risultati</em>, vale a dire: «La produ­zione capitalistica è produzione e ripro­duzione del rapporto di produzione spe­cificamente capitalistico». ¶ Aggiungia­mo che nella settima sezione si trova una certa confusione di termini tra accumula­zione e riproduzione. <strong>Il capita­le non accumula, né si accumula, ma si riproduce su scala costantemen­te allargata</strong>. È il denaro, in quan­to numerario, in quanto moneta, che fu accumulato sotto forma di tesoro, tesaurizzato, <strong>il che costituiva ostaco­lo al movimento del valore</strong>. Se il capitale accumulasse, non avrebbe inva­so tutti gli ambiti della vita umana, come si è effettivamente realizzato in seguito alla sua riproduzione sempre allargata. L’accumulazione evoca qualcosa di stati­co; si potrebbe dire una staticità. Al contrario la riproduzione implica la flui­dità, come è spiegato in <em>Risultati</em>.8</p>
<p>Questa osservazione è fondamentale per com­prendere le successive metamorfosi del feticismo: le merci del primo tipo, soprattut­to quelle di lusso, gioielli, tappeti, dipinti, ecc., ve­nivano anch’esse accumulate e con­ser­vate in quanto condividevano col dena­ro l’aspirazione alla perennità, ma con l’avvento del capitale tutto deve cambiare:</p>
<p>L’imperiturità [<em>Unvergänglichkeit</em>], al­la quale aspi­ra il denaro mentre si rap­porta negativamente di fronte alla circo­lazione (sottraendosi a essa), la rag­giunge il capita­le, proprio per il fatto che esso si abbandona alla circolazio­ne.9</p>
<hr />
<h6>Note</h6>
<h6>* Da: «La storia», in <em>Satura</em>, 1971.</h6>
<h6>1 Vedi: Gianfranco La Grassa, <a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">«</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">L</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">a</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">vo</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">r</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">o</a> <a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">‹</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">a</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">st</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">r</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">a</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">t</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">t</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">o</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">›</a> <a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">ed</a> <a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">e</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">spr</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">o</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">p</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">r</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">iaz</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">i</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">o</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">ne ‹</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">r</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">e</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">a</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">l</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">e</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">›</a> <a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">d</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">e</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">i</a> <a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">p</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">r</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">o</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">d</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">ut</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">t</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">o</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">r</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">i</a><a href="https://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_B_664_La_Grassa.pdf">»</a> Il Covile, № 664, aprile 2023.</h6>
<h6>2 K. Marx, <em>Risultati del processo di produzione immedia­to</em> (chiamato anche <em>VI capitolo inedito del Capitale</em>).</h6>
<h6>3 J. Camatte, <a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">«</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">I</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">l</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html"> movi</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">m</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">e</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">nt</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">o</a> <a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">d</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">e</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">l</a> <a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">capi</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">t</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">a</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">l</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">e</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">»</a> cap. 12 di <em>Emergenza di Homo gemeinwesen</em>. Il capitolo e in corso di tra­duzione per la cura di Gabriella Rouf. Le note sono state omesse. Enfasi nostre.</h6>
<h6>4 Ivi.</h6>
<h6>5 Un esempio dalla voce <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/feticcio_(Universo-del-Corpo)/"><em>Feticcio</em></a> della Treccani, già ci­tata nel №646: «Cosí il valore delle merci, che ha la sua origine in un rapporto sociale ed è il risulta­to di un’attività economica (il lavoro), viene attri­buito agli oggetti materiali, i quali possono essere scambiati fra di loro come se il valore fosse una pro­prietà intrinseca agli oggetti stessi. Se si prescinde dal valore d’uso delle merci — afferma Marx —, si prescinde anche dalle loro forme corporee; la merce perde le qualità sensibili a favore del valore di scam­bio, l’equivalente del <em>ma­na</em> che i primitivi attribuiva­no agli oggetti e agli ani­mali cancellando la loro natura» (parte del lemma a cura di Enrico Comba).</h6>
<h6>6 Camatte ricorda che Marx in questo caso usa il ter­mine «<em>formel Capital</em>», capitale formale.</h6>
<h6>7 Da: «La storia», in <em>Satura</em>, 1971.</h6>
<h6>8 J. Camatte, <a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">«</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">Il</a> <a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">m</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">ovi</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">m</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">e</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">nt</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">o</a> <a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">d</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">e</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">l</a> <a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">capi</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">t</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">a</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">l</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">e</a><a href="https://revueinvariance.pagesperso-orange.fr/mouvementcapital.html">»</a>, op. cit.</h6>
<h6>9 Karl Marx, <em>Urtext</em>, ed. Il Covile, 2023, p. 142.</h6>
<p><em><strong>Sinistrainrete</strong></em></p>
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		<title>Critica sociale e teoria di classe</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jun 2023 17:32:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Critica sociale e teoria di classe Sulla necessità di riformulare la nostra concezione di lotta sociale di Julian Beuwirth In questi ultimi anni, la categoria di «classe» è tornata ad assumere grande importanza nelle discussioni circa la direzione della critica sociale emancipatrice, e sull&#8217;orientamento delle lotte sociali. La rinascita della politica di classe viene vista [...]]]></description>
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<p><strong><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/class-war-is-now-poster.jpg" alt="class war is now poster" width="300" height="205" /></strong></p>
<h1>Critica sociale e teoria di classe</h1>
<h2>Sulla necessità di riformulare la nostra concezione di lotta sociale</h2>
<h3>di Julian Beuwirth</h3>
<p>In questi ultimi anni, la categoria di «classe» è tornata ad assumere grande importanza nelle discussioni circa la direzione della critica sociale emancipatrice, e sull&#8217;orientamento delle lotte sociali. La rinascita della politica di classe viene vista come se fosse una grande opportunità per riuscire a dare una definizione più precisa di quelli che sono i meccanismi di dominazione sociale, e al fine di una radicalizzazione delle lotte sociali. Tuttavia, a un esame più attento, il termine sembra poco adatto a questi due aspetti. E per poter svolgere i necessari dibattiti, nel contesto del Capitalocene, si rende pertanto necessario un altro paradigma</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La classe e la critica del capitalismo</strong></p>
<p>L&#8217;importanza che il concetto di classe riveste nell&#8217;attuale fase della teoria e della prassi della sinistra ha, per gli attori, un significato socio-psicologico che non deve essere sottovalutato. <strong>Da un lato,</strong> esso indica la (presunta) subordinazione alle condizioni sociali. È chiaro che noi non siamo semplicemente degli esseri umani (come pretende l&#8217;ideologia liberale), ma piuttosto degli «<strong>esseri umani sottomessi</strong>». E lo siamo in base al principio di «<strong>classe</strong>», che ogni individuo interpreta e intende in maniera diversa. Il termine serve a cercare di rendere comprensibile la sofferenza causata dalla società; eppure allo stesso tempo non riesce a spiegare molto (<em>dal momento che con tale termine ciascuno intende qualcos&#8217;altro</em>). Però, allo stesso tempo, il principio di «<strong>classe</strong>» contiene simultaneamente anche un principio e un motore che guida l&#8217;azione. Infatti, dato che in realtà l&#8217;assoggettamento non ci riguarda come individui, ma piuttosto in quanto membri di un gruppo assai ampio (la «<strong>classe</strong>»), ecco che da questo ne possiamo trarre una capacità di azione collettiva.</p>
<p>Una simile duplice funzione della «<strong>classe</strong>», la troviamo già in <strong>Marx</strong>, il quale da un lato si avvale di un concetto analitico di classe (e lo fa soprattutto ne <em>Il Capitale</em>, dove egli intende le classi come se esse fossero delle categorie funzionali alla produzione di merci); mentre, dall&#8217;altro lato, usa la «<strong>classe</strong>» come concetto teorico di emancipazione (soprattutto nel <em>Manifesto comunista</em>). E ancora a tutt&#8217;oggi, a mio avviso, è quest&#8217;ultima accezione a rappresentare l&#8217;attrattiva centrale esercitata dal discorso sulle classi. Ci promette di definire e stabilire un legame tra dominazione e liberazione, per mezzo del quale viene spiegato chiaramente in che modo i dominati, trasformandosi in soggetti collettivi, possono essere in grado di trasformare le relazioni <strong>[*1]</strong>. Il problema, consiste nel fatto che le due accezioni del termine non si conciliano bene tra di loro, e perciò non sono in grado di cogliere in maniera pertinente (<em>o addirittura coerente</em>) la diversità tra le diverse forme che costituiscono la dominazione, lo sfruttamento e la resistenza. Questa incompatibilità tra loro, determina un indebolimento del concetto di classe, il quale così viene per essere applicato a dei fenomeni molto diversi, perdendo in tal modo quella chiarezza analitica che un tempo invece lo caratterizzava. Se, ad esempio, le lotte per i costi degli affitti devono essere considerate come lotte di classe, ecco che vediamo che così quello che è un conflitto all&#8217;interno della sfera della circolazione (laddove si scontrano affittuari e proprietari) finisce piuttosto per assumere un significato che Marx voleva però invece riservare solo alla sfera della produzione. Se, in fin dei conti, tutto è «<strong>classe</strong>», allora il concetto non può più servire a spiegare niente di specifico, e di conseguenza non serve più a niente analizzare il modo in cui si costituiscono i rapporti sociali. Però, d&#8217;altra parte, se lo riduciamo invece solo alla precisa definizione politico-economica che Marx gli attribuisce nel Capitale, ecco che subito il concetto di lotta di classe diventa di scarsa utilità per descrivere quelle lotte centrali che oggi si svolgono a partire da un obiettivo emancipatorio. Ed ecco che allora il problema non può essere più risolto ricorrendo al concetto di «<strong>classe</strong>». Solo quando ci rivolgiamo ai principi operativi centrali della società capitalista, il rapporto tra dominio e asservimento può essere risolto in modo emancipatorio. Questo approccio implica un importante cambiamento di prospettiva: il punto di partenza dell&#8217;analisi non è più costituito dalla determinazione dell&#8217;identità (chi fa parte della «<strong>classe</strong>»?), ma da quella del contenuto (<strong>cosa vogliamo abolire?</strong>). Dobbiamo quindi chiederci che cosa è che caratterizza fondamentalmente il capitalismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Che cos&#8217;è il capitalismo?</strong></p>
<p>Il capitalismo, ha dato origine a una formazione sociale che si distingue per quello che, rispetto a tutte le società precedenti, costituisce un aspetto centrale. Gli esseri umani si trovano a essere allontanati ed estromessi da quelle che erano le loro tradizionali relazioni sociali, e vengono scaraventati in un sistema che si caratterizza a partire da quella che appare come una strana autoreferenzialità. Il capitalismo è essenzialmente contraddistinto da quel meccanismo che consiste nel fare più soldi per mezzo dei soldi. E inoltre, del resto, è a questo meccanismo che esso (il capitalismo) deve il suo nome. «<strong>Il capitale</strong>» è &#8211; secondo Marx &#8211; il meccanismo e il movimento che succhia e assorbe lavoro, denaro e natura per poi dopo rigurgitare altro denaro; e che in tal modo, di passaggio, «<strong>simultaneamente esaurisce le due risorse da cui si origina ogni ricchezza: la terra e il lavoratore</strong>». Marx, il Capitale, Proletariato, Tale principio di autoriproduzione incessante, è auto-referenziale: non ha un fine esterno, non ha un punto di arrivo verso il quale si dirige. Ed è largamente indipendente da quegli individui che occupano le posizioni concrete di azione e di dominio. Se proprio vogliamo arrivare al cuore dell&#8217;asservimento e dell&#8217;alienazione di cui tutti soffriamo, non ci rimane altro da fare che eliminare tale processo autoreferenziale di accumulazione del capitale. Per poterlo fare, ci servono altre forme di riproduzione sociale, che dobbiamo creare tutti insieme. E tutti insieme dobbiamo condurre quelle lotte sociali finalizzate ad appropriarci della ricchezza della società. Le condizioni concrete, in cui si svolgono le lotte sociali, sono quindi sempre segnate in modo centrale dalle condizioni di (ri)produzione del capitale. Secondo Marx, l&#8217;analisi di queste condizioni ci fornisce la chiave per comprendere le lotte contemporanee. Al contrario, invocare oggi il concetto di classe funziona spesso come il tentativo di trovare una scorciatoia: passare direttamente alle lotte senza alcuna analisi sostanziale; lotte che poi vengono intraprese senza successo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Analisi politica ed economica anziché politica identitaria</strong></p>
<p>Prendiamo come esempio quello di un dibattito politico attuale, e vediamo in che modo cambia la prospettiva, prendendo in considerazione i contesti politici ed economici. Nel momento in cui i prezzi dei generi alimentari, dell&#8217;energia e degli affitti aumentano, l&#8217;enfasi sulla politica di classe si esprime attraverso la richiesta di salari più alti, di sussidi pubblici per la «<strong>classe operaia</strong>», e maggiori tasse sui ricchi <strong>[*2]</strong>. Ma chiedere salari più elevati, significa anche che l&#8217;economia nel suo complesso deve continuare a crescere, in modo da mantenere così sostenibili i salari stessi. Oggi &#8211; al più tardi con le crisi ecologiche &#8211; per una sinistra che vuole preservare un pianeta vivibile, la crescita economica non è più una soluzione. Ma se vogliamo uscire dalla crescita economica, abbiamo anche bisogno di trascenderla e superarla, andando oltre quelle che sono le nostre tradizionali richieste socio-politiche. Un altro esempio, è quello degli affitti e delle controversie in materia di locazione. Se nei grandi agglomerati urbani gli affitti stanno andando fuori controllo, ciò non avviene semplicemente perché per ragioni sconosciute i proprietari sono diventati più avidi e hanno pertanto innescato una «<strong>inflazione dovuta alla cupidigia</strong>». Si tratta piuttosto di capitali finanziari inutilizzati che, in quelli che sono tempi di bassi tassi di interesse, cercano opportunità di investimento redditizie, e le trovano nel settore immobiliare. Pertanto, se vogliamo capire e criticare l&#8217;aumento degli affitti, dobbiamo parlare della finanziarizzazione del capitalismo, dell&#8217;importanza dei mercati finanziari nel XXI secolo, e così via. Dire che questi processi devono essere portati avanti da persone reali e operose non è molto d&#8217;aiuto. Bisogna quindi parlare della situazione politica ed economica in cui si trova attualmente il capitalismo. Solo comprendendola, possiamo capire i cambiamenti degli attori sociali, e gli attuali processi di impoverimento. Questa prospettiva implica che le relazioni sociali fondamentali, che caratterizzano la vita sotto il capitalismo, non sono affatto delle relazioni di classe. Con il capitalismo, il lavoro si è imposto come il mediatore centrale tra gli individui, da una parte, e la ricchezza sociale dall&#8217;altra. Tutti noi dipendiamo dal fatto che la macchina della valorizzazione del capitale debba continuare a girare, dal momento che siamo legati a essa tramite le nostre vite e le nostre possibilità di riproduzione. Questo ci rende vulnerabili e soggetti a essere ricattati. Il collega che assembla automobili nella fabbrica di automobili può anche essere del tutto convinto dell&#8217;urgenza relativa alle crisi ecologiche, ma il suo bisogno di riproduzione individuale lo mantiene legato alla società motorizzata. In caso di dubbio, egli opterà addirittura per l&#8217;auto con motore a combustione interna piuttosto che per l&#8217;auto elettrica, e lo farà semplicemente perché la produzione di auto a combustione interna richiede più lavoro, e questo gli assicura la sua ricompensa individuale, almeno a breve termine. Il fatto per cui ci troviamo in una fase economica nella quale il lavoro vivo perde sempre più la sua importanza in quello che è il processo di produzione - <em>mentre, allo stesso tempo, le merci del mercato finanziario e l&#8217;economia di rendita stanno guadagnando sempre più importanza ai fini dell&#8217;accumulazione di capitale</em> - non rende certo le cose più facili per il collega della fabbrica di automobili. Ciò perché la merce che egli vuole vendere (vale a dire, il lavoro), nel processo di accumulazione del capitale sta oggettivamente perdendo sempre più importanza. E la cosa determina un effetto poco favorevole alle condizioni di vendita di tale merce. Per sottolinearlo ancora una volta: tutto ciò non costituisce una legge di natura, bensì una conseguenza del fatto che tutti noi dobbiamo garantire la nostra sussistenza comprando e vendendo merci. È per questo che Marx ha definito il capitalismo come una società produttrice di merci. Ed è da questo meccanismo che dobbiamo uscire se vogliamo liberarci dalle coercizioni che rendono la nostra vita un inferno.</p>
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<p><strong>La lotta di classe nella crisi climatica</strong></p>
<p>Queste riflessioni non sono nuove ma, se viste nel contesto della crisi ecologica, stanno assumendo sempre più importanza. Ancora una volta, la crisi sta cambiando in maniera fondamentale la situazione politica nella quale attualmente ci troviamo. Essa non consente più che si possa continuare a mantenere quegli schemi che dal fordismo in poi hanno mantenuto a galla la sinistra. L&#8217;enfasi che viene posta sull&#8217;aumento dei salari, non può essere dissociata dall&#8217;enfasi sulla crescita economica. E noi non abbiamo certo bisogno di continuare a spingerci ulteriormente sempre più in profondità nella tana del coniglio; piuttosto, dobbiamo uscirne. Quello di cui abbiamo bisogno non è più una politica di classe - <em>in quanto lotta finalizzata a rafforzare il ruolo che i lavoratori hanno nel capitalismo</em> - ma al contrario <strong>quel che ci serve è una smobilitazione della classe</strong>. Dobbiamo organizzare, e portare avanti le lotte in maniera tale che esse siano in grado di condurci fuori dalla falsa realtà; impedendo che si rimanga sempre più profondamente coinvolti nei suoi meccanismi. In un tale contesto, le lotte sociali che si svolgono nell&#8217;ambito, e sul terreno del lavoro, possono assumere un carattere assai diverso, a seconda delle premesse a partire dalle quali esse vengono condotte. Ad esempio, la lotta per la riduzione dell&#8217;orario di lavoro ha un carattere del tutto diverso rispetto a quello della lotta per l&#8217;aumento dei salari, la quale viene portata avanti al fine di mantenere la capacità di consumo della classe operaia. Per usare le parole di <strong>Leo Löwenthal</strong>: «<strong>Che il proletariato si fermi</strong>»! Anche pensando la lotta di classe in modo più radicale, non è che le cose migliorino di molto: <strong>cosa se ne ricaverebbe nel caso che le aziende dovessero appartenere ai lavoratori?</strong> Ci sarebbero dei grandi settori della produzione che per motivi di sicurezza pubblica dovrebbero essere immediatamente fermati! In ultima analisi, qui si tratta della qualità del nostro rapporto sociale con la natura, vale a dire, è questione di sapere in che modo vogliamo comportarci nei confronti del mondo che ci circonda. E la cosa continua a rimanere sempre strettamente legata al modo in cui ci relazioniamo, ossia al modo in cui stabiliamo i rapporti con i nostri simili. Attualmente, comprendiamo la natura come se fosse un oggetto esterno a noi che bisogna dominare. E stabiliamo tutte le nostre relazioni sociali attraverso le merci, il denaro e il lavoro. Oggi, la sinistra sociale ha ben poche risposte soddisfacenti alla domanda su come poter fare le cose in modo diverso. Si preferisce discutere della teoria delle classi&#8230; Il che significa che l&#8217;incontro di Francoforte, da cui è nato questo testo, non è solo parte della soluzione, ma è anche parte del problema.</p>
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<p><strong>Trasformazione storica del movimento operaio immanente</strong></p>
<p>In effetti, c&#8217;è stato un periodo durante il quale il movimento operaio ha portato avanti con successo delle lotte sociali. Possiamo allora chiederci &#8211; in maniera del tutto materialista &#8211; quale è stata la base oggettiva della formazione del movimento operaio e del suo costituirsi come soggetto di azione collettiva? La cosa trova le sue origini nelle condizioni politiche ed economiche del XIX secolo. Nella neonata società della produzione industriale, i lavoratori avevano una sola merce da offrire: <strong>la loro forza lavoro</strong>. Tuttavia, si trovavano ben lontani dal venire riconosciuti come dei soggetti aventi uguali diritti. Non avevano affatto quei diritti politici che oggi noi diamo per scontati, e non esistevano nemmeno i diritti sociali, per cui non c&#8217;era alcun modo di proteggere i beni che mettevano in vendita. Allo stesso tempo, erano simultaneamente indispensabili al processo di produzione capitalistico. Le competenze necessarie per produrre merci, erano già incorporate nei loro corpi e nelle loro intelligenze. Così, avevano già una carta che si potevano giocare nel dibattito sociale. È stata questa la base oggettiva e materiale della costituzione, a livello nazionale, della classe operaia. Le lotte, portate avanti con successo dal movimento operaio a livello nazionale, erano lotte per il riconoscimento della &#8220;<strong><em>merce forza lavoro</em></strong>&#8220;, e quindi erano lotte per l&#8217;integrazione dei lavoratori nella normativa delle leggi vincolanti una società che ruotava intorno al lavoro, al denaro e al capitale. In un&#8217;epoca nella quale la forza lavoro era la merce centrale dell&#8217;universo capitalista, le lotte potevano essere condotte nella forma della lotta di classe. Ovviamente, sovente queste lotte avevano una forte dimensione emancipatoria. Ciò è stato possibile, a partire dal fatto che esse portavano ad avere migliori condizioni di vita per le persone coinvolte. E questo, del resto, anche perché la missione storica oggettiva della classe operaia (<em>vale a dire, l&#8217;integrazione dei lavoratori in quanto soggetti borghesi a tutti gli effetti</em>) è stata travisata e interpretata come se fosse una lotta contro le costrizioni della modernità capitalista. Ad esempio, questa prospettiva si esprime attraverso la supposizione che, in realtà, non si trattasse affatto di integrazione nelle condizioni di vita borghesi, <strong>ma piuttosto dell&#8217;abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione</strong>. Questo genere di atteggiamento non è insolito, ma si tratta, in ultima analisi, di una posizione idealistica che ha poco a che fare con le condizioni materiali. Più l&#8217;integrazione dei lavoratori ha avuto successo, più la carica emancipatrice delle lotte è scomparsa. Si è così arrivati a una generalizzazione del modo di esistenza della merce, il quale si è ormai completamente impadronito dei lavoratori: che diventano così i venditori riconosciuti della forza lavoro e, in quanto tali, dei soggetti politici riconosciuti. In questo modo, quelli che sono i contraddittori interessi dei diversi gruppi di venditori di forza lavoro passano in primo piano. La comunità che un tempo costituiva la classe viene erosa, ed è sempre più debole. Al suo posto, le differenze tra gli individui diventano sempre più il fulcro dei conflitti. Sul piano politico ed economico, tutto ciò si esprime nel fatto che il processo di produzione capitalistico, a partire da una concorrenza generalizzata, ha portato a una sempre più crescente scientifizzazione della produzione. Da un lato, questo ha portato anche a un notevole aumento delle quantità prodotte (<strong><em>cosa che ha dato ai lavoratori delle metropoli, delle possibilità di consumo inimmaginabili</em></strong>), però, dall&#8217;altro lato, essi sono diventati sempre più un&#8217;appendice di una produzione che rispetto a loro sta diventando sempre più autonoma. In questo modo, da un lato, si assiste a una crescente differenziazione della produzione all&#8217;interno dell&#8217;impresa, e all&#8217;emergere di ufficiali e sottufficiali del capitale, come sottolineato da Marx. Ma al più tardi, è negli anni Settanta, al momento della terza rivoluzione industriale, che questo processo porta anche a un crescente declassamento di ampi settori della vita proletaria. Le discussioni sulle nuove classi medie, sulla classe professionale manageriale, o sulle nuove classi «competitive» rientrano in queste trasformazioni. Sono l&#8217;espressione del collasso di una politica di classe emancipatrice a partire dalle condizioni materiali. Rimanere focalizzati sulle classi, è solo un riflesso idealista, e non costituisce una critica materialista della società. Questi cambiamenti, fanno oggettivamente perdere alla lotta di classe la sua centralità, semplicemente perché essa è stata privata della sua base materiale. Ma allo stesso tempo, le lotte femministe e antirazziste (<em>che sono sempre esistite, ma che prima erano meno visibili</em>) diventano più centrali nell&#8217;economia dell&#8217;attenzione. In questo contesto, il tentativo di comprendere le lotte femministe e antirazziste come se fossero in primo luogo delle lotte di classe (nel femminismo marxista, si aggiunge «<strong>di classe</strong>»). Riformularle come lotte di classe, potrebbe essere inteso come un tentativo (inconscio) di relativizzare la loro nuova importanza, e di cancellare così la moltiplicazione delle lotte che le accompagna.</p>
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<p><strong>Che fare? Le lotte sociali al di là della questione di classe</strong></p>
<p><strong>Se pensiamo le lotte dal punto di vista della classe, finiamo per pensarle in termini di politica identitaria.</strong> Vorrei invece proporre di pensarle in termini di contenuto. Come se esse fossero la negazione di ciò che rende la nostra vita un inferno, e che vogliamo superare. Tuttavia, nell&#8217;orientamento strategico delle lotte, continuano a esserci ancora (almeno) due aspetti importanti da tenere in considerazione. Innanzitutto, il processo di produzione capitalista attraversa e impregna tutti gli ambiti della società. Una pratica emancipatrice che volesse affrontare tale totalità dovrebbe superare il capitalismo globale in un sol colpo e tutt&#8217;insieme. Ma se il modo in cui le persone si relazionano, e pensano il mondo, è caratterizzato esso stesso da questa totalità capitalista, difficilmente si renderà possibile trovare e riconoscere delle maggioranze rilevanti. O quanto meno, al momento non riusciamo ancora a capire da dove queste maggioranze possano provenire. Tuttavia, allo stesso tempo, il capitalismo non è un sistema statico che semplicemente si limita a organizzare il dominio a un livello costante. Si tratta piuttosto di un sistema altamente dinamico, nel quale le condizioni di vita di molte persone si deteriorano costantemente proprio a causa delle dinamiche di crisi del capitale (quelle che le scienze sociali chiamano «<strong>crisi multiple</strong>»). Con la crisi climatica e la crisi della biodiversità, a essere in gioco sono anche le stesse basi scientifico-naturali della costruzione di una società vivibile. Dobbiamo pertanto muoverci in fretta, e non sembra affatto promettente aspettare che si creino quelle maggioranze globali necessarie a una rivoluzione globale. Di conseguenza, ciò significa che a mio avviso dobbiamo trovare il modo di relativizzare quanto meno quello che è il dominio della forma-merce, e separare, staccandoli dal dominio della merce, i domini parziali della riproduzione sociale. I punti di riferimento di interesse ci appaiono davanti nella misura in cui consideriamo le lotte emancipatorie a partire dalla prospettiva secondo cui la nostra riproduzione è organizzata intorno all&#8217;acquisto di merci. Ad attirare l&#8217;attenzione, sono state giustamente le lotte per la socializzazione degli alloggi (ad esempio, &#8220;<strong>DW-expropriation</strong>&#8221; o &#8220;<strong><em>Mietenwahnsinn Hessen</em></strong>&#8220;). Si tratta qui, essenzialmente, di far perdere all&#8217;alloggio il suo carattere di merce. E in effetti, l&#8217;esplosione dei prezzi degli affitti è dovuta essenzialmente alla natura di merce degli alloggi: allorché il capitale deve essere investito, in un periodo di bassi tassi di interesse, gli alloggi diventano oggetto di speculazione. Il risultato è quello di un aumento degli affitti. Spesso si tenta di descrivere queste lotte come se fossero «<strong>lotte di classe</strong>», cosa che generalmente significa soltanto che la nozione di classe ha perso la sua acutezza, e alla fine è diventata identica a un concetto sociologico generale, come «<strong>povero</strong>» e «<strong>ricco</strong>». In questo modo finisce per essere solo un diversivo rispetto a qualcosa che potremmo descrivere più semplicemente dicendo solo che le nostre vite sono state rese più difficili dal fatto che dobbiamo comprare un alloggio come se si trattasse di una merce. <strong>Ma la casa non dovrebbe essere una merce! </strong>Prendiamo un altro ambito di lotta sociale. Quello delle ultime lotte del movimento per la giustizia climatica che hanno sollevato la questione delle condizioni di produzione dell&#8217;energia. Anche l&#8217;energia viene prodotta e venduta in quanto merce. Questa cosa ha dato vita a delle campagne come quella di «<strong>Exproprier RWE</strong>». In una società come quella tedesca, dove la percentuale di affittuari è vicina al 60%, si aprono delle interessanti possibilità di mettere in rete le lotte sociali. Al momento, in realtà nessuno ha interesse a isolare in maniera adeguata le proprie case. I proprietari non hanno alcun interesse a farlo visto che non sono loro quelli che devono pagare i costi dell&#8217;energia, mentre gli inquilini non hanno accesso a tale opzione dal momento che non sono loro i proprietari, e le società elettriche hanno interesse solo a vendere energia, e pertanto non è nemmeno loro interesse ridurre le vendite. Ma se gli alloggi fossero gestiti dagli inquilini e la produzione di energia fosse gestita dalla società, allora gli effetti provocati da una simile sinergia sarebbero enormi. A tal punto, le persone potrebbero davvero pensare a come organizzare il proprio approvvigionamento energetico in maniera materialmente sensata. Finora questo non è stato possibile, perché ovunque esistono relazioni tra le merci e il denaro. Visto dalla prospettiva di un movimento critico nei confronti delle merci, questo apre una moltitudine di possibilità di intervento e di cooperazione all&#8217;interno dei movimenti sociali. Va da sé che tutte queste lotte particolari non costituiscono ancora un superamento dei rapporti capitalistici. Ma essi tuttavia creano uno spazio per poter respirare in un mondo in cui è sempre più difficile respirare, soprattutto a causa delle condizioni climatiche in costante cambiamento. E questo implica anche un altro aspetto: le nuove possibilità di collegare le lotte tra di loro, non sono il risultato di un arretramento dalle proprie rivendicazioni, che verrebbe messo in atto a partire da un compromesso di facciata che sarebbe insoddisfacente per tutti. Ma risulterebbe invece proprio a partire dalla loro estensione e radicalizzazione. È proprio perché facciamo, delle categorie di base della formazione sociale capitalista, il punto di partenza delle nostre lotte &#8211; ed è proprio perché radicalizziamo le nostre rivendicazioni &#8211; che davanti a noi appaiono di continuo e sempre più delle nuove possibilità di alleanze tra le lotte.</p>
<hr />
<h6>- <strong>Julian Beuwirth</strong> - (gruppo tedesco <strong>Krisis</strong>) &#8211; Francoforte, 5 giugno 2023</h6>
<h6><strong>- Questo testo si basa su un intervento dell&#8217;autore alla &#8220;Seconda Settimana di Lavoro Marxista&#8221; del 29 maggio 2023, a Francoforte sul Meno -</strong></h6>
<hr />
<h6><strong>NOTE:</strong></h6>
<h6><strong>[*1]</strong> - Nel corso di una discussione, svoltasi nell&#8217;ambito della «Settimana di lavoro marxista», un oratore ha sostenuto che Marx avrebbe ridotto le condizioni sociali a una semplice frase nella quale ci sarebbe solo un soggetto, un oggetto e un predicato. Per cui ora sarebbe chiaro chi è che deve fare qualcosa, che cosa deve essere fatto, e come deve essere fatto. Nel discorso di classe, il mondo sembra essere tutto ben ordinato e assai facile da capire. Di fronte alla disperazione in cui si trovano i movimenti di emancipazione, questo può di certo essere una consolazione. Ma non ci fa andare da nessuna parte.</h6>
<h6><strong>[*2]</strong> - Si veda, ad esempio, l&#8217;inqualificabile campagna «Quando è troppo è troppo»: <a href="https://www.wirsagengenug.de/">https://www.wirsagengenug.de/</a></h6>
<hr />
<h6><strong>fonte:</strong> <a href="http://www.palim-psao.fr/" rel="noopener" target="_blank">Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme</a></h6>
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		<title>Marxismo e classe</title>
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		<pubDate>Wed, 10 May 2023 09:44:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Chris Nineham]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Marxismo e classe di Chris Nineham Parte 1: Perché non vogliono che parliamo di classe &#160; &#160; Gli scioperi dell&#8217;estate scorsa in Gran Bretagna e l&#8217;annuncio da parte di Mick Lynch del RMT (il sindacato dei lavoratori ferroviari, navali e dei trasporti) che «La classe operaia è tornata» devono aver fatto correre un brivido [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/s-l1600.jpg" alt="s l1600" width="300" height="222" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: 2em;">Marxismo e classe</span></strong></p>
<h3>di Chris Nineham</h3>
<h4></h4>
<h4>Parte 1: Perché non vogliono che parliamo di classe</h4>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Gli scioperi dell&#8217;estate scorsa in Gran Bretagna e l&#8217;annuncio da parte di Mick Lynch del RMT (il sindacato dei lavoratori ferroviari, navali e dei trasporti) che «La classe operaia è tornata» devono aver fatto correre un brivido lungo la schiena dell&#8217;establishment. Quest&#8217;ultimo sperava di aver seppellito definitivamente l&#8217;idea di una classe operaia combattiva. Uno dei grandi paradossi degli ultimi quarant&#8217;anni è che proprio mentre la società è diventata più diseguale di quanto lo sia stata da un secolo a questa parte, la classe è stata esclusa dal dibattito.</p>
<p>Questo è un risultato per il quale la classe dirigente britannica ha lavorato molto sodo sin dall&#8217;inizio del progetto Thatcher. Alfred Sherman, importante consulente dell&#8217;allora leader del Tories Margaret Thatcher, tenne una serie di lezioni nel corso degli anni Settanta con l&#8217;intento di dimostrare che la classe era «un termine marxista che è privo di significato in qualunque contesto non marxista». La Thatcher fece eco in seguito a queste affermazioni dichiarando che la classe era «un concetto comunista». E Keith Joseph, tra i più intimi confidenti della Thatcher, riteneva che il loro progetto fosse la creazione di una società in cui sarebbe stato possibile affermare «Oggi siamo tutti borghesi».<a name="sdfootnote1anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote1sym"></a>1</p>
<p>Questi temi sono stati ripresi con entusiasmo dall&#8217;intero establishment. Nelle università i dipartimenti di studio delle relazioni industriali hanno chiuso i battenti, mentre i <em>business studies</em> sono fioriti. Ormai da molto tempo i giornali hanno licenziato i loro corrispondenti sindacali e si concentrano sulle quotazioni di borsa invece che sulle statistiche sugli scioperi. Ignorando le proprie radici all&#8217;interno della classe operaia, ovunque i partiti socialdemocratici hanno abbandonato ogni retorica di classe.</p>
<p>Intellettuali di destra, centro liberale e parte della sinistra hanno fatto di tutto per abbandonare il concetto di classe introducendo tutta una serie di nuove categorie sociali, separando la classe da qualunque base economica e riducendola a una semplice suddivisione tra le tante &#8211; o negandone espressamente l&#8217;esistenza.</p>
<p>La negazione neoliberale della classe è tuttavia soltanto un caso estremo nell&#8217;ambito di un&#8217;avversione molto più antica. Sin dall&#8217;emergere delle prime organizzazioni indipendenti della classe operaia, negli anni Trenta e Quaranta dell&#8217;Ottocento, discutere di classe è sempre stato considerato assai inappropriato tra persone istruite. Sino ad allora, la storiografia aveva di tanto in tanto riconosciuto che la classe e perfino la lotta di classe erano essenziali per lo sviluppo dell&#8217;umanità. Ma a partire da metà Ottocento, la storia si trasformò in una celebrazione dell&#8217;evoluzione e del progresso, o nella mera descrizione di fatti ed eventi privi di qualunque logica interna.</p>
<p>L&#8217;economia, che aveva riconosciuto l&#8217;esistenza di alcune contraddizioni nel capitalismo, si trasformò più o meno nello stesso periodo in una serie di armonizzazioni puramente matematiche del più volgare liberalismo. Alla fine dell&#8217;Ottocento si sviluppò la sociologia, concepita scienza della società che riconosceva l&#8217;esistenza di vari collegamenti tra l&#8217;individuo e la società, che tuttavia si sforzò in ogni modo di evitare di porre la classe al centro della sua analisi.</p>
<p>Da allora gli accademici, i politici e i giornalisti mainstream hanno sempre avuto la tendenza a negare l&#8217;esistenza della classe &#8211; oppure, quando questo non era possibile, a suddividerla in più categorie e a trattarla come una semplice suddivisione tra le tante o come un fatto puramente culturale. E in molte, troppe occasioni questo tipo di argomentazioni hanno trovato eco anche a sinistra.</p>
<p>Queste tendenze hanno toccato il culmine negli anni del neoliberalismo. A prima vista può apparire sconcertante che sia stato possibile nascondere la classe sotto il tappeto proprio mentre la diseguaglianza raggiungeva livelli mai più toccati dall&#8217;Ottocento &#8211; ma in realtà vi è una logica in questo. Per dare vita a una società diseguale come quella in cui viviamo era necessario fare a pezzi i bastioni delle organizzazioni della classe operaia in una serie di battaglie campali. Le sconfitte subite in successione dalla classe operaia in giro per il mondo ha reso credibile l&#8217;idea che i lavoratori avessero minore peso sociale. L&#8217;ondata di nuove tecnologie, chiusure di fabbriche e ristrutturazione internazionale che ha accompagnato questi processi hanno reso apparentemente obiettiva l&#8217;idea che avessimo a che fare con un contesto sociale completamente nuovo.</p>
<p>L&#8217;attacco all&#8217;<em>idea</em> stessa di classe ha rappresentato tuttavia un elemento importante della guerra di classe scatenata dalla Nuova Destra negli anni Settanta e Ottanta. Paradossalmente, la resa su questa questione, cioè l&#8217;accettazione da parte di settori della sinistra dell&#8217;idea che la classe non era più fondamentale, è una delle ragioni per cui i datori di lavoro hanno ottenuto la vittoria nella loro guerra di classe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il «più intimo segreto»</strong></p>
<p>Perché questo desiderio ossessivo di seppellire la classe? Il primo problema per i capitalisti è naturalmente che la combattività della classe operaia riduce i loro profitti. Perciò, si tratta in parte di una questione di mero interesse personale immediato. La portata dell&#8217;operazione, tuttavia, tradisce ansie più grandi. Negare o cancellare la classe è una necessità radicata e ideologica per chi ci governa. In primo luogo, anche la discussione più superficiale del concetto di classe rischia di richiamare l&#8217;attenzione delle persone sulla spaventosa diseguaglianza che sfigura il nostro mondo. Per conservare la propria legittimità, la classe capitalista e i suoi sostenitori devono tentare in ogni modo possibile di distogliere l&#8217;attenzione delle persone dal fatto che il loro è il dominio di una minoranza.</p>
<p>Ma c&#8217;è in gioco qualcosa di più della semplice necessità di nascondere questa lampante diseguaglianza. La classe, nella sua accezione marxista più che sociologica, designa una <em>relazione attiva</em> tra gruppi di persone all&#8217;interno della società; spiega come le persone trovano posto nella modalità organizzativa delle basi economiche della società. Per questa ragione, il concetto di classe fa luce sull&#8217;economia su cui la società si basa e sui conflitti di interesse che essa genera. Per questo Marx afferma che la classe illumina «il più intimo segreto» della società, «il fondamento occulto dell&#8217;intera struttura sociale».</p>
<p>Le società divise in classi esistono da migliaia di anni, sin da quando gli esseri umani hanno iniziato a produrre a sufficienza per creare un surplus &#8211; cioè una quantità di prodotti superiore a quella necessaria per la sopravvivenza quotidiana. Ma è nel capitalismo i rapporti di classe hanno raggiunto il loro sviluppo più completo. Nelle società precedenti, lo sfruttamento era determinato dalle necessità immediata dei governanti. Nel medioevo, per esempio, i signori feudali utilizzavano il surplus da loro estratto dai contadini per finanziare i loro eserciti e il loro stile di vita lussuoso.</p>
<p>La caratteristica peculiare del capitalismo è che l&#8217;espansione della ricchezza è divenuta un fine in sé: il capitalismo è mosso dalla competizione senza limiti per l&#8217;accumulazione di capitale. Per sopravvivere, i capitalisti devono tentare costantemente di accrescere questi profitti in modo da poter generare la quantità massima di nuovi investimenti per acquistare la tecnologia necessaria a raggiungere le economie di scala in grado di mantenere competitivi i loro prezzi. Questa accumulazione si realizza principalmente ricavando profitti dai lavoratori, cioè pagando i lavoratori un valore inferiore a quello della forza-lavoro da loro impiegata per produrre le merci. È questo che spiega il dinamismo del capitalismo, la rapidità con cui esso ha conquistato il dominio del mondo e la spietatezza con cui sfrutta i lavoratori.</p>
<p>La conseguenza è che i lavoratori dipendono completamente dal capitale per i loro mezzi di sostentamento &#8211; per la loro stessa esistenza. I fautori del capitalismo affermano che esso si basa sulla libera scelta. È vero che in alcune circostanze i lavoratori possono avere modo di scegliere tra più datori di lavoro &#8211; ma questi datori di lavoro competeranno sempre per massimizzare i loro profitti, e quindi tenteranno tutti di ridurre i salari al minimo ed eserciteranno costanti pressioni sul personale affinché lavori in modo più veloce e più efficiente. Di conseguenza, la crescente diseguaglianza è insita nell&#8217;impulso economico fondamentale del capitalismo.</p>
<p>Se si comprende il modo in cui il capitalismo sfrutta i lavoratori, i vari modi in cui l&#8217;establishment tenta di spiegare il mondo appaiono ridicoli. Il modello di società preferito dall&#8217;establishment è un enorme mercato in cui gli individui interagiscono in modo libero ed eguale. La realtà, naturalmente, è che le persone entrano in questo mercato con poteri d&#8217;acquisto diversi. La distribuzione della ricchezza è determinata dalla posizione delle persone all&#8217;interno del processo produttivo &#8211; dalla loro posizione di classe.</p>
<p>I politici, inoltre, amano dirci che «siamo tutti nella stessa barca». Questa affermazione non regge di fronte alla presa d&#8217;atto del fatto che l&#8217;intero sistema è manovrato da una minuscola minoranza che estorce profitti dal lavoro di molti. Ci dicono inoltre che gli investitori capitalisti «creano ricchezza». In una prospettiva di classe, il capitale che un investitore mette sul tavolo è stato precedentemente espropriato ai lavoratori. L&#8217;investitore non fa che riciclare la refurtiva allo scopo di fare ancora più soldi.</p>
<p>Un&#8217;analisi di classe permette di smentire anche l&#8217;idea che il capitalismo sia destinato con il tempo a «ridurre» la povertà. Il capitalismo ha prodotto una ricchezza inimmaginabile, ma come prevedeva Marx il suo impulso a mantenere bassi i salari fa sì che durante gran parte della sua esistenza la distribuzione di questa ricchezza sia diventata sempre più diseguale. Due decenni e mezzo di boom capitalista dopo il secondo conflitto mondiale, insieme ad alti livelli di pressione da parte della classe operaia, contribuirono a ridurre la diseguaglianza dopo la terribile esperienza degli anni Trenta. Ma quarant&#8217;anni di capitalismo neoliberale hanno più che azzerato questi guadagni. La lotta di classe dall&#8217;alto messa in atto dal neoliberismo ci ha condotti alla situazione grottesca in cui otto uomini possiedono quanto metà della popolazione mondiale. Se si comprende il concetto di classe come rapporto sociale, si giunge alla devastante conclusione che i poveri sono poveri <em>perché </em>i ricchi sono ricchi. La povertà e la diseguaglianza generalizzate sono una conseguenza necessaria di un sistema basato sulla competizione per il profitto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una classe universale</strong></p>
<p>Per Marx, tuttavia, la natura del moderno sfruttamento e l&#8217;esclusione dei lavoratori dal godimento dei frutti della produzione aveva altre tre implicazioni profondamente sovversive, che vengono discusse meno sovente benché siano sotto molti aspetti le più importanti.</p>
<p>La prima è che il capitalismo ha creato una «classe universale» che non ha alcun interesse a sfruttare o a opprimere altri gruppi. Le rivoluzioni borghesi provocarono la sostituzione di una classe dominante con un&#8217;altra. La classe capitalista emergente combatté contro le rigidità e l&#8217;arretratezza del sistema feudale, ma lo fece allo scopo di introdurre un nuovo e più dinamico sistema di sfruttamento. Dal momento che il progetto economico della borghesia dipendeva dallo sfruttamento di una nuova classe, i nuovi diritti da essa offerti alla massa della popolazione, anche nelle loro forme più radicali, erano limitati. Malgrado tutti i successi della Rivoluzione francese, l&#8217;uguaglianza annunciata dal suo slogan centrale «libertà, fratellanza e uguaglianza» si rivelò avere una natura formale e politica, più che materiale o economica.</p>
<p>La natura della subordinazione e dello sfruttamento dei lavoratori li pone in una posizione molto più radicale. Non soltanto la classe operaia non è in grado di sfruttare altri gruppi; per i lavoratori, la libertà politica in assenza di liberazione sociale ed economica ha ben poca importanza. La vera liberazione dei lavoratori può avere luogo soltanto smantellando l&#8217;intera struttura sociale, e questo implica la lotta contro ogni forma di discriminazione prodotta dal sistema. Come scrive Marx nel <em>Manifesto Comunista:</em></p>
<p><em>«Tutti i movimenti sono stati finora movimenti di minoranze o nell&#8217;interesse di minoranze. Il movimento proletario è il movimento autonomo della stragrande maggioranza nell&#8217;interesse della stragrande maggioranza. Il proletariato, ceto infimo dell&#8217;attuale società, non si può sollevare, non può elevarsi, senza far saltare in aria l&#8217;intera costruzione dei ceti che formano la società ufficiale.»<a name="sdfootnote2anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote2sym"></a>2</em></p>
<p>Le dimensioni stesse dello sfruttamento e dell&#8217;oppressione della classe operaia ne fecero una forza più sovversiva di qualunque altra, «una classe che è la dissoluzione di tutte le classi»; in breve, una classe «con catene radicali».<a name="sdfootnote3anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote3sym"></a>3</p>
<p>Il secondo punto è implicito nel primo. La posizione e l&#8217;esperienza della classe operaia offrono un punto di osservazione privilegiato per comprendere come funziona il capitalismo. L&#8217;esperienza dello sfruttamento, i continui attacchi alle condizioni di lavoro e la tensione tra padrone e lavoratore producono <em>in ogni momento</em> un determinato livello di coscienza di classe. Ciò spiega perché, malgrado le sconfitte subite e la propaganda degli anni del neoliberismo, ben il 60% della popolazione britannica abbia continuato per tutto questo periodo a definirsi appartenente alla classe operaia.<a name="sdfootnote4anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote4sym"></a>4</p>
<p>Ci occuperemo della questione della non uniformità del pensiero e dell&#8217;opinione della classe operaia in un articolo successivo di questa serie; ma con buona pace delle snobistiche caricature della classe operaia attualmente in voga &#8211; che la dipingono come socialmente retrograda, piena di pregiudizi, «nativista» e via dicendo &#8211; in realtà i lavoratori sono la classe che all&#8217;interno della società tende ad assumere gli atteggiamenti più progressisti riguardo a una molteplicità di questioni economiche e sociali.<a name="sdfootnote5anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote5sym"></a>5 Tra i lavoratori esiste sempre una qualche forma di percezione del «noi» e del «loro», che si manifesta tra l&#8217;altro nell&#8217;antipatia per il padrone e nella simpatia o nella partecipazione attiva ai sindacati. Per questo la maggior parte dei lavoratori che partecipano alle elezioni votano per i partiti socialdemocratici e simili.</p>
<p>Nei periodi di tensione sociale e di crisi, le cose tendono a spingersi molto oltre. Vivek Chibber ha probabilmente espresso un&#8217;opinione diffusa quando, lo scorso anno, ha ipotizzato che il culmine toccato dalla lotta rivoluzionaria dei lavoratori nel periodo compreso tra le due guerre mondiali abbia rappresentato in un certo senso un&#8217;eccezione storica.<a name="sdfootnote6anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote6sym"></a>6 Il periodo della Rivoluzione russa rimane effettivamente il punto massimo toccato finora dalla lotta operaia. Va ribadito, tuttavia, che i lavoratori sono stati all&#8217;avanguardia dei cicli insurrezionali sin dalla nascita del capitalismo. Queste lotte, dal movimento cartista alle grandi lotte operaie del Sessantotto e oltre &#8211; passando per l&#8217;ondata della lotta antifascista in Europa durante la seconda guerra mondiale, le numerose insurrezioni anticoloniali e le varie rivolte recentemente verificatesi nel Sud del mondo &#8211; tendono a far risorgere lo spettro del socialismo. Di conseguenza, le lotte della classe operaia hanno senza dubbio costituito il vivaio più importante di idee radicali e movimenti rivoluzionari e anticapitalisti.</p>
<p>Un dato cruciale è naturalmente che i lavoratori, oltre ad avere interesse al cambiamento, hanno anche i mezzi per provocarlo. Se i lavoratori dipendono interamente dai capitalisti per la propria sopravvivenza, i capitalisti dipendono interamente dai lavoratori per i propri profitti. Impotenti a livello individuale, i lavoratori hanno una forza potenzialmente immensa a livello collettivo. Concentrando a forza un gran numero di lavoratori in corrispondenza dei punti di produzione, il capitalismo si crea esso stesso un contro-potere. In quanto dimostra pubblicamente che senza i lavoratori non si può fare nulla ed esemplifica che cosa si può ottenere quando i lavoratori si organizzano collettivamente, ogni sciopero importante contiene in sé il suggerimento, la speranza di un diverso modo di organizzare la società. Citando Marx:</p>
<p><em>«La grande industria raccoglie in un solo luogo una folla di persone sconosciute le une alle altre. La concorrenza le divide, nei loro interessi. Ma il mantenimento del salario, questo interesse comune che essi hanno contro il loro padrone, li unisce in uno stesso proposito di resistenza: coalizione. (…) Se il primo scopo della resistenza era solo il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell&#8217;associazione diviene per gli operai più necessario ancora di quello del salario. (&#8230;) In questa lotta &#8211; vera guerra civile &#8211; si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia imminente. Una volta giunta a questo punto, l&#8217;associazione acquista un carattere politico».</em><a name="sdfootnote7anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote7sym"></a>7</p>
<p>Naturalmente, la classe dominante detesta la combattività della classe operaia, poiché la colpisce nel portafogli. Ma proprio perché le lotte economiche dei lavoratori possono trasformarsi in sfide politiche, per i padroni ogni sciopero rappresenta una sfida insolente alla loro autorità nel suo insieme. Se investono tanti sforzi e tante energie nel tentativo di impedire lo sviluppo della coscienza di classe è perché la storia ha insegnato loro che la lotta di classe può minacciare le basi stesse del loro mondo. Ciò rivela una certa comprensione della ragione più importante per cui la classe conta. I lavoratori si trovano in una posizione ideale per comprendere la rapina sistematica che è al centro del capitalismo, e hanno sia l&#8217;interesse sia la capacità di mettervi fine.</p>
<h6><strong>Note:</strong></h6>
<h6><a name="sdfootnote1sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote1anc"></a>1 Per un&#8217;interessante analisi di questo tentativo, v. Jon Lawrence e Florence Sutcliffe-Braithwaite (2012), &#8216;Margaret Thatcher and the decline of class politics&#8217;, in Ben Jackson, Robert Saunders (2012) <em>Making Thatcher&#8217;s Britain</em>, Cambridge University Press, Cambridge, pp.132-148.</h6>
<h6><a name="sdfootnote2sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote2anc"></a>2 Karl Marx e Friedrich Engels, <em>Il manifesto del Partito Comunista.</em></h6>
<h6><a name="sdfootnote3sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote3anc"></a>3 Karl Marx, <em>Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione </em>(1844).</h6>
<h6><a name="sdfootnote4sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote4anc"></a>4 Si veda per esempio l&#8217;articolo di Patrick Butler (29 giugno 2016) «Most Britons regard themselves as working class, survey finds», <em>The Guardian</em>, disponibile all&#8217;indirizzo: <a href="https://www.theguardian.com/society/2016/jun/29/most-brits-regard-themselves-as-working-class-survey-finds">https://www.theguardian.com/society/2016/jun/29/most-brits-regard-themselves-as-working-class-survey-finds</a></h6>
<h6><a name="sdfootnote5sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote5anc"></a>5 Per un&#8217;analisi dei dati sulle opinioni della classe operaia si veda Chris Nineham (2017), <em>How the Establishment Lost Control</em>, Zero, Hants, pp.22-3.</h6>
<h6><a name="sdfootnote6sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote6anc"></a>6 Vivek Chibber, «Labor&#8217;s Long March», <em>Jacobin</em>, agosto 2021.</h6>
<h6><a name="sdfootnote7sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd03-025751.htm#sdfootnote7anc"></a>7 Karl Marx, <em>Miseria della filosofia, </em>II<em> </em>(1847).</h6>
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<p><strong>* * * *</strong></p>
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<h4>Parte 2: Che ne è stato della classe operaia in Occidente?</h4>
<p><em>Nella seconda parte di questa serie dedicata alla classe, Chris Nineham dimostra che la classe operaia è oggi più che mai centrale per il capitalismo &#8211; qui e in tutto il mondo</em></p>
<p>È ormai dato per assodato che la classe operaia nei Paesi capitalisti più antichi abbia subito un declino &#8211; o sia addirittura scomparsa, secondo altre versioni &#8211; durante gli anni del neoliberismo. Questa versione ufficiale è stata riassunta recentemente in modo conciso da una giornalista della BBC:</p>
<p><em>«Molte cose sono cambiate dall&#8217;inverno del malcontento del 1979. L&#8217;economia degli anni Sessanta e Settanta basata sull&#8217;industria manifatturiera è ormai un lontano ricordo. Nel settore privato, solo un lavoratore su sei è iscritto a un sindacato. Molti lavorano come autonomi, con contratti a breve termine o per piccole aziende. Il sindacalismo è diffuso soprattutto nel settore pubblico».</em></p>
<p>La conclusione, naturalmente, è che se un tempo i sindacati costituivano una forza con cui fare i conti, oggi la loro capacità di lotta è drasticamente diminuita.<a name="sdfootnote1anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote1sym"></a>1 Purtroppo, alcune delle versioni più estreme della tesi del declino della classe operaia sono state elaborate dalla sinistra. Ad aprire la strada fu il socialista francese André Gorz con il suo libro del 1982 <em>Addio al proletariato, </em>secondo il quale la nuova economia aveva eroso le basi della tradizionale solidarietà di classe. Variazioni su questo tema furono proposte da una serie di intellettuali di sinistra, tra cui i due autori britannici fautori della teoria dei <em>New Times</em>, Stuart Hall e Charles Leadbetter. Essi sostenevano che dopo le sconfitte degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta, e nella nuova economia «post-fordista» sviluppatasi in seguito, la classe operaia sembrava non essere più in grado di resistere allo sfruttamento, né interessata a farlo.</p>
<p>I partiti socialdemocratici fecero proprie con entusiasmo queste teorie. Neil Kinnock, allora leader del Partito Laburista, si rifiutò di appoggiare i minatori durante il loro grande sciopero, e trascorse il resto degli anni Ottanta attaccando la sinistra laburista e allontanando il partito perfino dalla linea politica socialdemocratica tradizionale, incentrata sulle rinazionalizzazioni e sui diritti sindacali. «Non c&#8217;è più un &#8220;noi&#8221; e un &#8220;loro&#8221;», ribadì; «ora siamo tutti sulla stessa barca».<a name="sdfootnote2anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote2sym"></a>2</p>
<p>Kinnock seguiva una tendenza inaugurata dal leader socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt &#8211; in seguito adottata dal leader socialista francese François Mitterrand e portata all&#8217;estremo da Tony Blair alla fine degli anni Novanta &#8211; il cui messaggio categorico era: «la lotta di classe è finita».<a name="sdfootnote3anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote3sym"></a>3</p>
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<p><strong>Il pessimismo degli intellettuali</strong></p>
<p>Nel clima tetro del neoliberismo che seguì, gli autori di sinistra escogitarono ogni sorta di nuove concezioni di società che non avevano più al centro una classe operaia. Gli esponenti dell&#8217;autonomia italiana Hardt e Negri sostituirono l&#8217;idea di classe operaia con il concetto mal definito di «moltitudine», la cui sconfinata creatività sarebbe in qualche modo incarnata dal rapporto con un non meglio precisato «impero». Più prosaicamente, l&#8217;accademico britannico Guy Standing ottenne grande sostegno per la sua tesi secondo cui la classe operaia era stata sostituita da una nuova serie di classi. Tra esse vi erano: il «salariato»; i «proficians», caratterizzati da un&#8217;elevata specializzazione ed elevati salari; uno zoccolo duro di lavoratori manuali, sempre meno numerosi; e il «precariato», un settore in rapida crescita che risentiva di un&#8217;insicurezza cronica e strutturale e si caratterizzava per preoccupazioni e interessi diversi da quelli dei sempre meno numerosi lavoratori fissi. Standing contribuì a preparare il terreno per l&#8217;idea secondo cui i lavoratori sarebbero un settore privilegiato, esemplificata dal seguente commento di Slavoj Žižek: «Chi osa scioperare oggi, quando avere un impiego fisso costituisce un privilegio in sé? Non i lavoratori a basso reddito&#8230; bensì i lavoratori privilegiati che hanno impieghi garantiti».<a name="sdfootnote4anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote4sym"></a>4</p>
<p>Perfino alcuni marxisti più «ortodossi» iniziarono a manifestare disagio nei riguardi di un&#8217;interpretazione della società basata sulla realtà centrale dello sfruttamento dei lavoratori. Eric Olin Wright e Richard D. Wolff furono tra i primi sedicenti marxisti a convincersi che fosse giunto il momento di gettare alle ortiche l&#8217;idea di Marx secondo cui la «contraddizione tra lavoro e capitale» costituiva la principale linea di frattura all&#8217;interno della società. A loro ha fatto seguito David Harvey, a cui avviso la caratteristica centrale dell&#8217;economia neoliberale è «l&#8217;accumulazione mediante esproprio».<a name="sdfootnote5anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote5sym"></a>5</p>
<p>Nel frattempo, i teorici di quello che veniva definito «nuovo capitalismo» affermavano che il lavoro, nella misura in cui esiste, produce oggi beni immateriali quali informazione, conoscenza, immagini e relazioni, più che beni tangibili o quantificabili. Il settore dei servizi fu ampiamente interpretato come del tutto separato dal mondo della produzione e delle merci. L&#8217;influente sociologo Manuel Castells integrò molte di queste idee in una serie di studi che delineavano una società in rete incentrata sulla comunicazione e un&#8217;economia immateriale della conoscenza i cui «flussi» non potevano essere ricondotti ai concetti di merce, sfruttamento o plusvalore. Nella sua opera del 2010 <em>Il potere delle identità, </em>Manuel Castells giunge alla conclusione &#8211; oggi ampiamente diffusa &#8211; che tutti questi processi rendono il socialismo irrimediabilmente obsoleto e lasciano spazio soltanto a una molteplicità di resistenze identitarie.</p>
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<p><strong>Il capitalismo come esiste realmente</strong></p>
<p>Qualsiasi analisi seria delle recenti tendenze della produzione, dei rapporti di classe e dei processi di lotta può dimostrare che questi tentativi di ridimensionare la classe erano e sono tuttora assolutamente fuorvianti. Il neoliberismo ha riorganizzato la produzione e riplasmato in modo traumatico la classe operaia a livello internazionale. Tanto nelle economie capitaliste più antiche quanto nei Paesi in via di sviluppo, interi settori economici sono andati distrutti, sono nate nuove tecnologie, la produzione è stata delocalizzata e il sostegno degli Stati ai lavoratori e ai poveri sono stati drasticamente tagliati.</p>
<p>Si sono verificate una rapidissima innovazione tecnologica, una parziale deindustrializzazione, una forte espansione del cosiddetto settore dei servizi, un&#8217;esplosione delle esternalizzazioni e la concomitante privatizzazione di ampi settori del settore pubblico. Tutto ciò rientra in una costante offensiva messa in atto su molti fronti dai datori di lavoro, che ha determinato tagli salariali, de-sindacalizzazione e l&#8217;introduzione di nuovi e inumani metodi gestionali basati su una stretta sorveglianza. La conseguenza è stata un netto declino del tenore di vita della classe operaia, accompagnata da un record negativo del livello di resistenza da parte dei lavoratori. Ma questi processi non hanno creato nulla di simile a un mondo caratterizzato dal lavoro immateriale, da un&#8217;economia priva di attriti, dalla fine della classe operaia o da un onnipresente precariato.</p>
<p>Molti rimarranno sorpresi apprendendo che in realtà questo periodo è stato segnato da un netto <em>aumento</em> delle dimensioni della classe operaia a livello mondiale. Secondo un rapporto del 2014 dell&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro, per la prima volta nella storia il lavoro salariato costituisce oggi l&#8217;esperienza della maggior parte degli abitanti del pianeta.<a name="sdfootnote6anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote6sym"></a>6 La forza-lavoro salariata non agricola globale è passata da 1,5 miliardi di persone nel 1999 a 2,1 miliardi nel 2013, giungendo a rappresentare circa metà della forza-lavoro mondiale. Nello stesso periodo, il numero dei lavoratori dell&#8217;industria è passato da 533,2 milioni nel 1999 a 724,2 milioni nel 2013.<a name="sdfootnote7anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote7sym"></a>7</p>
<p>Questa crescita della classe operaia, come vedremo in un successivo articolo di questa serie, ha avuto luogo soprattutto nel Sud del mondo. Ma occorre molta cautela in relazione all&#8217;idea di una «deindustrializzazione» al centro, e in relazione all&#8217;idea a essa legata di una definitiva delocalizzazione indirizzata verso il Sud. Il numero dei lavoratori dell&#8217;industria nelle economie sviluppate è effettivamente diminuito &#8211; di circa un sesto nello stesso periodo. La Gran Bretagna è stata tra i Paesi più colpiti &#8211; qui l&#8217;occupazione nel settore manifatturiero si è dimezzata dal 1978. Questa situazione, tuttavia, è ancora lontanissima da una definitiva deindustrializzazione. Negli Stati Uniti il settore manifatturiero occupa oltre dodici milioni di lavoratori, e il loro numero è aumentato in tempi recenti. In Germania, oltre un quarto dei lavoratori è tuttora occupato nel settore manifatturiero.</p>
<p>In termini di produzione effettiva, e non di occupazione, la manifattura è tuttora un settore cruciale &#8211; e sovente in crescita &#8211; in tutte le economie sviluppate. La produzione industriale negli USA, in particolare, è in aumento da diversi anni. Come ha osservato recentemente la rivista <em>The Economist, </em>«a dispetto di tutti i piagnistei sul &#8220;declino dell&#8217;industria americana&#8221; e sul &#8220;trasferimento in massa della produzione in Cina&#8221;, la produzione reale dal 1991 è aumentata a un tasso annuo vicino al 4% &#8211; superiore al tasso di crescita del PIL».<a name="sdfootnote8anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote8sym"></a>8</p>
<p>Dunque, anche stando alle cifre ufficiali &#8211; che come vedremo sono fortemente fuorvianti &#8211; in Occidente esiste ancora una classe operaia industriale numericamente assai importante. Queste cifre dimostrano un&#8217;altra cosa &#8211; che il grosso dell&#8217;accumulazione capitalista ha tuttora luogo mediante forme tradizionali di sfruttamento del lavoro, più che mediante il <em>land-grabbing</em> o il saccheggio del settore pubblico e dei beni comuni &#8211; l&#8217;«accumulazione mediante esproprio» di David Harvey. I processi menzionati da Harvey sono reali e hanno effetti devastanti, ma come altri autori hanno dimostrato, l&#8217;aumento della produttività e del numero dei lavoratori a livello internazionale rende del tutto insostenibile l&#8217;idea che queste tipologie di accumulazione costituiscano le caratteristiche essenziali del capitalismo neoliberale.</p>
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<p><strong>Punti di pressione</strong></p>
<p>La globalizzazione neoliberale ha effettivamente potenziato notevolmente le comunicazioni, i trasporti e altri settori «di servizio». Tuttavia, come dimostrano queste cifre, è cruciale comprendere che questa proliferazione dei «servizi» e quella che è stata definita «rivoluzione della logistica» si sono in realtà verificate in un contesto di <em>enorme aumento </em>della produzione di beni fisici, sia a livello mondiale sia nelle economie capitaliste più antiche.</p>
<p>A rifletterci, questo è tutt&#8217;altro che sorprendente. La nuova economia non sarà interamente globalizzata come sostengono i suoi promotori, ma la «rivoluzione della logistica» è proprio la conseguenza del fatto che le merci di ogni tipo circolano attraverso il pianeta in quantità senza precedenti. Questa mobilità si basa su un&#8217;enorme infrastruttura materiale <em>immobile</em> - sulle reti dell&#8217;industria, della logistica, della comunicazione e del commercio. Sebbene i milioni di addetti che lavorano in questi settori vengano classificati come lavoratori dei servizi, come sostiene Kim Moody i lavoratori della logistica che contribuiscono a tenere insieme la catena produttiva e a trasferire le merci sul mercato fanno parte del processo di produzione: «La catena di rifornimento, dalle materie prime sino all&#8217;ingresso di Wal-Mart, costituisce nella visione marxista una catena di montaggio». Moody aggiunge:</p>
<p><em>«Milioni di lavoratori impiegati nei servizi, nelle vendite e perfino negli uffici lavorano oggi in luoghi di lavoro più grandi e caratterizzati da una maggiore intensità di capitali. Sono sempre più collegati tra loro nell&#8217;ambito di catene di rifornimento vulnerabili e incentrate sulle tecnologie, a loro volta imperniate su giganteschi snodi logistici in cui si concentrano decine o perfino centinaia di migliaia di lavoratori, all&#8217;interno di sedi geograficamente definite».<a name="sdfootnote9anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote9sym"></a>9</em></p>
<p>Questi lavoratori hanno una forza enorme, non soltanto a causa dell&#8217;impatto diretto che le loro azioni hanno sui loro datori di lavoro immediati, ma anche in virtù delle conseguenze a monte e a valle della mancata consegna di merci, servizi e personale alle rispettive destinazioni nella nuova economia fortemente integrata in rete. Ai profeti del «capitalismo immateriale» è sfuggito che le reti sono in realtà cose materiali, che paradossalmente dipendono fortemente dalla loro esatta posizione. In questo ambito, le «correzioni spaziali» a cui i capitalisti possono ricorrere sono ben poche. Come osserva lo stesso David Harvey, «strade, ferrovie, canali, aeroporti eccetera non possono essere spostati senza che il valore da essi incarnato vada perduto».<a name="sdfootnote10anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote10sym"></a>10</p>
<p>Questo per quanto riguarda la logistica. Più in generale, la distinzione tra servizi e manifattura è spesso in ogni caso piuttosto arbitraria, e di sicuro non può essere considerata alla stregua di un elemento di differenziazione tra settori economici produttivi e non produttivi o non redditizi. La realtà è che moltissimi altri impieghi del settore dei «servizi» implicano di fatto la trasformazione fisica di impulsi in prodotti di valore più alto &#8211; in altre parole, implicano uno sfruttamento capitalista. Per esempio, gli impieghi nei settori della ristorazione, delle pulizie, degli alberghi, degli ospedali, della manutenzione e dell&#8217;intrattenimento rientrano perlopiù nel settore privato, sono organizzati in base a principi capitalisti e producono qualche genere di merci. Gran parte di questi impieghi sono caratterizzati da bassa specializzazione e bassi salari. Pochissimi sono propriamente impieghi da «colletti bianchi», e men che meno «immateriali». Si tratta perlopiù di lavori di routine, spesso manuali, che in gran parte richiedono una formazione limitata.</p>
<p>Anche laddove i servizi rimangono nel settore pubblico, costituiscono un costo sociale per i capitalisti, che questi devono finanziare in parte attingendo ai loro profitti. Gli anni del neoliberismo sono stati caratterizzati dall&#8217;introduzione di mercati interni, incentivi e stretta sorveglianza nel settore pubblico &#8211; interventi che spesso hanno reso l&#8217;esperienza del lavoro praticamente indistinguibile da quella del settore privato.</p>
<p>La realtà è che in Occidente la classe operaia non è stata affatto atomizzata, ridimensionata, esternalizzata o comunque marginalizzata nel contesto dell&#8217;economia. Ciò che è avvenuto è che questa classe è stata riorganizzata nell&#8217;ambito di un&#8217;enorme ristrutturazione del processo di produzione. Questo ha trasformato per molte persone l&#8217;esperienza del lavoro in un incubo, e ha indebolito drasticamente l&#8217;organizzazione della classe operaia. Come nelle precedenti ristrutturazioni, tuttavia, stanno emergendo nuove concentrazioni di forza-lavoro che rappresentano potenziali centri di iniziativa e di potere della classe operaia.</p>
<p>Se l&#8217;impatto iniziale dell&#8217;offensiva neoliberale negli anni Ottanta fu costituito dal decentramento della produzione e dall&#8217;esternalizzazione, specie nel cosiddetto settore dei servizi, l&#8217;espansione dell&#8217;accumulazione del capitale ha nuovamente centralizzato il capitale, riorganizzando la produzione di merci e servizi attraverso ampi spazi. Gli addetti alle pulizie e al catering, il personale di sicurezza e gli addetti alla manutenzione nei grandi uffici aziendali, nei call-center e negli edifici pubblici, così come nelle università e negli ospedali sono essenziali per l&#8217;accumulazione di profitti, o se non altro per il funzionamento quotidiano di istituzioni fondamentali. Questa realtà è stata riconosciuta dalla loro designazione come «lavoratori dei settori essenziali» durante la pandemia. Sempre più spesso essi lavorano per enormi imprese multinazionali. Gli scioperi in questi settori hanno un impatto immediato e devastante.</p>
<p>La scuola è un importante punto di pressione nell&#8217;ambito del processo di produzione mondiale. Anche se non viviamo certo nella fluttuante economia della conoscenza che popola le fantasie di alcuni commentatori, l&#8217;elaborazione dei dati e delle informazioni è divenuta un elemento sempre più importante del processo di produzione. Il numero degli insegnanti a livello mondiale iniziò ad aumentare nettamente nella seconda metà del Novecento, passando dagli otto milioni nel 1950 ai 47 milioni del 1990. Nel 2014 si calcolavano 83 milioni di insegnanti in tutto il mondo.<a name="sdfootnote11anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote11sym"></a>11</p>
<p>Gli insegnanti sono lavoratori altamente specializzati e quindi relativamente difficili da sostituire in tempi rapidi; ma sebbene la loro importanza per la produzione di nuove generazioni di lavoratori sia andata aumentando, il loro controllo sul proprio curriculum si è andato riducendo, e hanno dovuto fare fronte a procedure di lavoro sempre più burocratizzate. Questa contraddizione tra il ruolo sociale degli insegnanti nell&#8217;ambito dello sviluppo di altri esseri umani e le procedure di lavoro sempre più insostenibili e «industriali» ha creato un&#8217;immensa insoddisfazione. Forse, quindi, non deve sorprendere che la scuola sia stata tra i pochi settori che hanno registrato un aumento tendenziale delle mobilitazioni dei lavoratori negli ultimi decenni, e che gli scioperi degli insegnanti abbiano costituito un elemento centrale della resistenza contro i tagli e l&#8217;austerità sia nei Paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo.</p>
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<p><strong>La ricomposizione della classe operaia</strong></p>
<p>Il neoliberismo ha avuto conseguenze profonde anche sulla composizione della classe operaia. Negli Stati Uniti, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è quasi raddoppiata dal 1950, avvicinandosi al 57% nel 2016. La percentuale di donne lavoratrici è aumentata in tutti i Paesi più sviluppati e non solo, ma è stata ovunque accompagnata da un allargamento della forbice di genere per quanto riguarda i salari.<a name="sdfootnote12anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote12sym"></a>12 Parallelamente, le donne continuano a svolgere gran parte del lavoro domestico non pagato, e i sostegni statali alle famiglie sono stati tagliati. Una delle conseguenze è stata una nuova ondata di mobilitazioni delle donne incentrata in parte sulla discriminazione salariale di genere e in parte sulle violenze e le molestie sessuali così diffuse in molte delle istituzioni della società capitalista.</p>
<p>La «nuova economia», con il suo corollario di guerre, flussi migratori record e carcerazioni, ha creato nuove forme di razzismo, inasprendo quelle già esistenti. Allo stesso tempo, il neoliberismo ha nettamente accresciuto la differenziazione etnica della classe operaia in numerosi Paesi. Nel 2012 neri, latinoamericani e asiatici costituivano circa il 40% dei lavoratori nei settori fondamentali dell&#8217;economia &#8211; un aumento vertiginoso verificatosi in pochissimi decenni. Prevedibilmente, questo ha determinato un forte aumento della percentuale di neri, asiatici e latinoamericani tra gli iscritti ai sindacati. Negli Stati Uniti come in Gran Bretagna, i lavoratori neri hanno oggi maggiori probabilità di essere iscritti al sindacato rispetto ai lavoratori bianchi.<a name="sdfootnote13anc" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote13sym"></a>13</p>
<p>Naturalmente, questa concentrazione sproporzionata all&#8217;interno della classe operaia costituisce in sé un prodotto del razzismo. Le enormi diseguaglianze tra i lavoratori, basate su appartenenza etnica e genere, persistono e devono essere combattute attivamente. Tuttavia, in una fase in cui le lotte contro il razzismo e il sessismo sono in ascesa, la collocazione di alcuni dei gruppi più oppressi nel cuore della classe operaia offre loro nuove prospettive di forza e apre dirompenti opportunità di lotta.</p>
<p>La lotta di classe non tende ad aumentare in modo graduale; al contrario, è caratterizzata da impennate improvvise, esplosive e oscillanti. A partire dalla seconda metà dell&#8217;Ottocento vi è stata una serie di queste esplosioni di combattività. Le lotte insurrezionali verificatesi negli anni precedenti e successivi al primo conflitto mondiale, nel secondo dopoguerra e tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta scossero tutti i Paesi capitalisti centrali ed ebbero ripercussioni ben al di là di essi. Queste lotte furono l&#8217;esito di tensioni accumulate che esplosero improvvisamente dopo essere state compresse per anni. Si verificarono nei punti di intersezione tra cambiamenti epocali di natura economica e tecnologica e crisi sociali più ampie, tra cui spesso le guerre, e di fronte all&#8217;incapacità della politica tradizionale di rispondere alle esigenze e alle aspirazioni di nuove popolazioni di lavoratori radicalizzati.</p>
<p>Naturalmente, in Gran Bretagna e in altri Paesi vi sono segnali di una positiva ripresa della lotta di classe. Tentare di prevedere in modo dettagliato quali effetti avranno processi così complessi nel futuro sarebbe azzardato. Da parte della sinistra, tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il fatto che intorno a noi possiamo osservare oggi molte delle caratteristiche che segnarono queste grandi insurrezioni storiche. Il punto non è soltanto che la classe operaia esiste ancora, ma anche che i lavoratori sono arrabbiati, alienati e molto più attivi di quanto venga solitamente ammesso &#8211; e tutto questo nel contesto di una crisi sociale articolata su più livelli.</p>
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<h6><strong>Note:</strong></h6>
<h6><a name="sdfootnote1sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote1anc"></a>1 Anne McElvoy, «Across the Red Line. Can going on strike any longer be justified?», <em>BBC Radio 4</em>, 16 agosto 2022.</h6>
<h6><a name="sdfootnote2sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote2anc"></a>2 Neil Kinnock, <em>Making Our Way </em>(Basil Blackwell, Londra 1986), p. 56.</h6>
<h6><a name="sdfootnote3sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote3anc"></a>3 «Leader&#8217;s speech, Bournemouth 1999, Tony Blair, Labour», <em>British Political Speech Archive</em>, disponibile all&#8217;indirizzo: <a href="http://www.britishpoliticalspeech.org/speech-archive.htm?speech=205.">http://www.britishpoliticalspeech.org/speech-archive.htm?speech=205.</a></h6>
<h6><a name="sdfootnote4sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote4anc"></a>4 Slavoj Žižek, «The Revolt of the Salaried Bourgeoisie», <em>London Review of Books </em>34:2 (2012): pp. 9-10.</h6>
<h6><a name="sdfootnote5sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote5anc"></a>5 David Harvey, <em>Seventeen Contradictions and the End of Capitalism, </em>(Oxford University, Oxford 2014), p. 68.</h6>
<h6><a name="sdfootnote6sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote6anc"></a>6 International Labour Organisation, <em>Key Indicators of the Labour Market</em>, 8ª ed. (ILO, Ginevra 2013)</h6>
<h6><a name="sdfootnote7sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote7anc"></a>7 Kim Moody, <em>On New Terrain: How Capital Is Reshaping the Battleground of Class War</em>, (Haymarket, Chicago 2017), p. 8.</h6>
<h6><a name="sdfootnote8sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote8anc"></a>8 Cit. in in Moody, <em>On New Terrain</em>, p. 22.</h6>
<h6><em><a name="sdfootnote9sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote9anc"></a>9 Ibid.</em>, pp. 74-75.</h6>
<h6><a name="sdfootnote10sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote10anc"></a>10 David Harvey, <em>The Limits of Capital </em>(Verso, Londra 1999), p. 380.</h6>
<h6><a name="sdfootnote11sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote11anc"></a>11 Max Roser, «Teachers and Professors» (2017), pubblicato online da <em>OurWorldInData.org</em> e disponibile all&#8217;indirizzo <a href="https://ourworldindata.org/teachers-and-professors.">https://ourworldindata.org/teachers-and-professors.</a></h6>
<h6><a name="sdfootnote12sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote12anc"></a>12 Esteban Ortiz-Ospina, Sandra Tzvetkova e Max Roser, «Women&#8217;s employment» (2018), pubblicato online da <em>OurWorldInData.org</em> e disponibile all&#8217;indirizzo <a href="https://ourworldindata.org/female-labor-supply.">https://ourworldindata.org/female-labor-supply.</a></h6>
<h6><a name="sdfootnote13sym" href="https://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtnd25-025752.htm#sdfootnote13anc"></a>13 Kim Moody, <em>On New Terrain, </em>pp. 64-65.</h6>
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