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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Contributi</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>IL SUICIDIO IMPERIALE</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 18:48:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[IL SUICIDIO IMPERIALE Uno scenario geopolitico sull’attacco israelo-americano all’Iran Stefano Pierpaoli 19 marzo 2026 Quando un regime implode Per comprendere perché il 28 febbraio 2026 Israele ha annunciato l’avvio di un attacco preventivo contro l’Iran, coordinato con gli Stati Uniti, con i primi raid che hanno colpito obiettivi nella capitale iraniana[1], bisogna riavvolgere il nastro [...]]]></description>
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<h2>IL SUICIDIO IMPERIALE</h2>
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<h2>Uno scenario geopolitico sull’attacco israelo-americano all’Iran</h2>
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<h3>Stefano Pierpaoli<br />
19 marzo 2026</h3>
<h3></h3>
<h3>Quando un regime implode</h3>
<p>Per comprendere perché il 28 febbraio 2026 Israele ha annunciato l’avvio di un attacco preventivo contro l’Iran, coordinato con gli Stati Uniti, con i primi raid che hanno colpito obiettivi nella capitale iraniana[1], bisogna riavvolgere il nastro di almeno sei settimane.</p>
<p>L’Iran stava già bruciando dall’interno. A partire dalla fine di dicembre 2025, il Paese era stato attraversato da una nuova ondata di proteste, inizialmente innescata dal carovita e dalla rapida svalutazione del rial, che tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 aveva toccato nuovi minimi storici sul mercato parallelo, erodendo il potere d’acquisto e colpendo in modo particolare le fasce urbane e commerciali.[2]</p>
<p>La risposta delle autorità era stata caratterizzata da una repressione estesa, con arresti di massa, uso della forza contro i manifestanti e un blackout delle comunicazioni durato quasi tre settimane. Un regime che spegne internet per tre settimane non sta gestendo una crisi: sta nascondendo la propria paura.</p>
<p>Qui emerge il primo nodo dello scenario. Trump aveva inizialmente minacciato un intervento militare come risposta alla repressione delle proteste. Con il protrarsi delle mobilitazioni, però, la linea della Casa Bianca aveva cambiato approccio: la prospettiva dell’attacco era stata utilizzata come strumento di pressione per spingere Teheran a riaprire il dossier sul programma nucleare e accettare nuovi colloqui. La strategia, dunque, era inizialmente negoziale. L’attacco non era inevitabile ma era una minaccia usata come leva. Ma qualcosa è cambiato nelle ultime settimane di febbraio. Trump ha dichiarato che il motivo per cui ha deciso di lanciare l’attacco all’Iran era “molto semplice”: “non erano disposti a interrompere la loro ricerca nucleare”, “non erano disposti a dire che non avrebbero avuto un’arma nucleare”.[3]</p>
<h3>La variabile americana</h3>
<p>Qui entra in gioco la dimensione economica, che è la chiave interpretativa più sottovalutata dalla narrativa mainstream.</p>
<p>L’economia americana arrivava al febbraio 2026 già indebolita. Neppure i sostenitori della trumpnomics avevano visto soddisfatte le proprie aspettative: il settore manifatturiero aveva sì visto la produzione tornare a crescere, ma senza che ciò si traducesse in aumento dell’occupazione. Il saldo della bilancia commerciale lato beni era peggiorato, la crescita economica era rallentata, le performance di borsa erano inferiori all’anno precedente, con una significativa svalutazione del dollaro del 15% rispetto all’euro.[4]</p>
<p>Il modello economico di Moody’s basato sull’intelligenza artificiale stimava al 49% la probabilità di recessione negli Stati Uniti entro i prossimi 12 mesi già prima della guerra con l’Iran.[5] Quasi mezzo paese in recessione prima ancora di sparare il primo colpo. Trump, che aveva costruito il suo secondo mandato sulla promessa esplicita di prezzi più bassi e supremazia economica, si trovava su un filo.</p>
<p>Questa fragilità è parte integrante dello scenario, non un dato accessorio. Un presidente sotto pressione economica interna, con i dazi già sconfessati dalla Corte Suprema e la manifattura che non decolla, ha un incentivo potente a spostare l’attenzione su una crisi esterna e a inquadrarla come vittoria. Ecco il paradosso tragico: i dazi si erano ritorti contro l’economia americana; e anche se gli Stati Uniti sono i primi produttori mondiali di petrolio, non sono immuni dall’effetto diretto dell’aumento del prezzo del barile sui prezzi dei carburanti.[6] La guerra apre una contraddizione interna all’amministrazione Trump che nessuna narrazione vittoriosa può coprire completamente.</p>
<h3>Il calcolo israeliano</h3>
<p>Netanyahu aveva un orizzonte temporale, non un’ideologia. Il primo ministro israeliano aveva dichiarato che l’Iran stava costruendo nuovi siti per armi nucleari che sarebbero stati impossibili da attaccare nel giro di pochi mesi, rendendo urgente l’azione: “Hanno iniziato a costruire nuovi siti, nuovi luoghi, bunker sotterranei, che avrebbero reso immuni i loro programmi di missili balistici e di bombe atomiche.”[7]</p>
<p>Ma c’è un elemento ulteriore nel calcolo israeliano, di natura esplicitamente geopolitica regionale. Nelle settimane precedenti l’attacco, Netanyahu aveva dichiarato: “Penso che questo aprirà la strada a molti trattati di pace con altri Paesi arabi e musulmani. L’Arabia Saudita avrà molto da guadagnare. Tutti questi Paesi sono minacciati dall’Iran, vogliono che il regime cada, anche se non lo dicono pubblicamente.” Questa frase è la mappa dei distinguo arabi che analizzeremo più avanti. Netanyahu stava già costruendo, nella sua testa, la nuova architettura del Medio Oriente post-iraniano.</p>
<p><a name="_ftn1" href="https://www.consequenze.org/geopolitica-guerra-e-futuro/il-suicidio-imperiale/#_ftnref1"></a></p>
<h3>Dalle dichiarazioni alla carneficina</h3>
<p>L’operazione militare è stata denominata da Israele “Il Ruggito del Leone”, mentre il Dipartimento della Difesa USA l’ha ribattezzata “Operazione Furia Epica”. Tra i primi obiettivi figurava la sede della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso nei raid.</p>
<p>La risposta di Teheran non si è fatta attendere: le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato il lancio dell’operazione “Truth Promise 4”, prendendo di mira Israele e obiettivi statunitensi nell’area del Golfo, con attacchi contro basi USA in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, missili anche su Dubai e la chiusura dello Stretto di Hormuz.</p>
<p>È questa risposta di Teheran che cambia tutto nella mappa regionale.</p>
<h4>Il non appoggio arabo</h4>
<p>Qui va fatto un lavoro analitico preciso, perché la narrazione semplificata di “paesi arabi che appoggiano l’attacco” non regge a un esame strutturale. La realtà è più sottile e più rivelatrice.</p>
<h5>Prima fase (28 febbraio – 1° marzo): silenzio calcolato</h5>
<p>L’Arabia Saudita aveva ricordato di non aver concesso l’uso del suo spazio aereo per colpire l’Iran, riservandosi il diritto di “rispondere a un’aggressione”. I paesi del Golfo guardavano, non partecipavano. L’attacco israelo-americano era visto con un mix di soddisfazione segreta — il rivale storico finalmente colpito — e di autentica preoccupazione per l’escalation.</p>
<h5>Seconda fase (1-3 marzo): la ritorsione iraniana cambia tutto</h5>
<p>La risposta dell’Iran agli attacchi di Stati Uniti e Israele è stata una serie di lanci di missili e droni verso Israele, verso le basi statunitensi, ma anche verso obiettivi civili dei paesi del Golfo: hotel, centri commerciali, aeroporti, porti.</p>
<p>La ritorsione di Teheran ha provocato una reazione di sdegno e protesta in tutti i Paesi del Golfo colpiti. “La vostra guerra non è contro i vostri vicini”, ha dichiarato un alto funzionario degli Emirati Arabi Uniti, aggiungendo che “l’aggressione iraniana contro gli stati del Golfo è stata un errore di calcolo e ha isolato l’Iran in un momento critico”.[8]</p>
<p>Questo è il punto di svolta che trasforma la postura araba da neutralità calcolata a coalizione attiva. Come ha affermato Abdulaziz Sager, presidente del Gulf Research Center: “In tutta la regione del Golfo è diffusa la convinzione che l’Iran abbia oltrepassato ogni linea rossa con i Paesi del Golfo. Inizialmente li abbiamo difesi e ci siamo opposti alla guerra, ma una volta che hanno cominciato a dirigere gli attacchi contro di noi, sono diventati nemici.”[9]</p>
<h3>I distinguo fondamentali</h3>
<p>Il quadro non è uniforme. Vanno distinti almeno quattro profili:</p>
<p>Emirati Arabi Uniti e Bahrein — quelli più colpiti, i più esposti, i più inclini a una risposta militare diretta. Gli Emirati stavano valutando di attaccare i siti missilistici iraniani per fermare i lanci contro il loro territorio: un’azione senza precedenti.[10]</p>
<p>Arabia Saudita — posizione più cauta ma egualmente segnata dall’attacco diretto. Tra il 28 febbraio e il 3 marzo, esplosioni erano state segnalate nelle province orientali, vicino ai campi petroliferi di Abqaiq, e droni iraniani avevano colpito l’ambasciata USA a Riad.[11] Riad si era schierata contro la “brutale aggressione iraniana” ma non aveva mai formalizzato una partecipazione militare attiva fino alla formazione della coalizione per Hormuz.</p>
<p>Qatar e Oman — i più ambigui. Il Qatar ospitava basi USA ed era stato colpito dagli iraniani, ma era anche il principale mediatore diplomatico. Oman ed Egitto erano impegnati in uno sforzo diplomatico parallelo per porre fine alla guerra.[12]</p>
<p>Giordania — la più distante dal conflitto diretto, ma coinvolta nelle intercettazioni di droni iraniani nel proprio spazio aereo.</p>
<p>La differenza strutturale tra questi profili è questa: i paesi del Golfo non hanno appoggiato l’attacco americano-israeliano per solidarietà con Israele. Lo hanno fatto — o sono stati trascinati a farlo — perché l’Iran ha compiuto l’errore strategico di colpirli direttamente, trasformandoli da spettatori interessati a parti in causa.</p>
<p>Sono state le stesse fonti del Gulf Research Center a confermarlo: “Gli stati arabi del Golfo non avevano chiesto agli Stati Uniti di entrare in guerra con l’Iran, ma molti ora li stavano esortando a non fermarsi.”[13] Una frase che dice tutto sulle dinamiche reali di questo conflitto.</p>
<h3>La trappola di Hormuz</h3>
<p>Ma c’è un piano che si è incrinato quasi subito. Lo scenario vincente immaginato da Trump e Netanyahu — campagna rapida, regime che crolla, nuova architettura regionale — si è scontrato con una variabile che nessuno dei due sa come gestire: lo Stretto di Hormuz.</p>
<p>L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha annunciato un rilascio di emergenza di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche — una misura raramente adottata — poiché il conflitto aveva sottratto circa 8 milioni di barili al giorno dall’offerta globale.[14]</p>
<p>Goldman Sachs ha rivisto al rialzo le previsioni sull’inflazione per il 2026 di 0,8 punti percentuali e tagliato le proiezioni di crescita del PIL. In uno scenario peggiore, la probabilità di recessione americana è stimata al 25%.[15]</p>
<p>Si materializza così la più classica delle trappole geopolitiche: l’azione militare pensata per risolvere una crisi economica interna rischia di aggravarla. Come ha scritto Fortune Italia, Trump si è scontrato frontalmente con qualcosa che la sua intera filosofia operativa non è attrezzata a gestire: “una strozzatura larga 21 miglia all’imbocco del Golfo Persico che non ha alcun CEO da bullizzare, nessun obbligazionista da minacciare e nessun azionista che possa assorbire la perdita.”[16]</p>
<h3>La lettura strutturale</h3>
<p>Mettendo insieme tutti gli elementi, lo scenario che emerge non è quello di una guerra decisa improvvisamente, né di un’azione puramente reattiva al nucleare iraniano. È qualcosa di più complesso e più antico. Cinque livelli di analisi sovrapposti.</p>
<ol>
<li>La “finestra nucleare”. Netanyahu aveva una finestra di opportunità tecnica che si stava chiudendo. I nuovi bunker iraniani avrebbero presto reso l’obiettivo militarmente non raggiungibile. Agire adesso o non agire più.</li>
<li>La gestione della crisi interna americana. Trump era in una condizione di fragilità economica con i dazi che non funzionavano, il deficit in peggioramento, la manifattura senza occupazione. Una “vittoria” militare rapida in Medio Oriente poteva riscrivere la narrativa interna. Il calcolo era: debolezza economica + guerra breve = consenso. Il problema è che la guerra non è stata breve.</li>
<li>Il sistema del petrodollaro. Le guerre americane in Medio Oriente non hanno mai riguardato la sicurezza regionale in senso stretto, ma il mantenimento del sistema del petrodollaro — l’obbligo implicito per cui il petrolio mondiale viene scambiato in dollari, garantendo agli Stati Uniti un privilegio monetario straordinario. In questa logica, destabilizzare l’Iran — che da anni vende greggio alla Cina aggirando il sistema del dollaro — non è una scelta dettata dall’ideologia, ma dal calcolo finanziario.[17]</li>
<li>La risposta araba come conseguenza non pianificata. I paesi arabi del Golfo non erano alleati nell’attacco: erano spettatori. È stata la risposta militare iraniana, con i missili sugli Emirati e sull’Arabia Saudita, a trasformarli in co-belligeranti. In un documento congiunto, Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti hanno affermato “il diritto di autodifesa” per “difendere i nostri cittadini”.[18] Non è una dichiarazione di guerra all’Iran: è una legittimazione difensiva che l’Iran ha regalato loro colpendoli.</li>
<li>Una drammatica eterogenesi dei fini. Una guerra pensata per consolidare il primato americano nel Golfo, eliminare il programma nucleare iraniano e aprire la strada ad Abraham Accords con l’Arabia Saudita, rischia di produrre esattamente il contrario: Hormuz chiuso, petrolio alle stelle, recessione americana in avvicinamento, e un Iran che anche sconfitto militarmente lascerà un vuoto di potere che nessuno saprà riempire.</li>
</ol>
<p>Come aveva detto Guterres al Consiglio di Sicurezza nella notte dell’attacco: “Stiamo assistendo a una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. L’azione militare comporta il rischio di innescare una catena di eventi che nessuno può controllare, nella regione più instabile del mondo.”[19]<a name="_ftn1" href="https://www.consequenze.org/geopolitica-guerra-e-futuro/il-suicidio-imperiale/#_ftnref1"></a></p>
<p><a name="_ftn1" href="https://www.consequenze.org/geopolitica-guerra-e-futuro/il-suicidio-imperiale/#_ftnref1"></a></p>
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<h3>La stagflazione come destino europeo</h3>
<p>L’Europa arrivava al conflitto già con le difese immunitarie abbassate.</p>
<p>L’area euro aveva iniziato il 2026 con segnali di ripresa ciclica e un’inflazione prevista leggermente sotto il 2%, attorno all’1,7%.<br />
L’impennata dei prezzi energetici rischia però di cambiare rapidamente il quadro: una ripresa fragile, costruita su basi precarie, esposta a uno shock esogeno enorme[20].</p>
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<h3>Il meccanismo della trappola</h3>
<p>La stagflazione viene spesso definita una “trappola” perché una volta innescato il meccanismo è molto difficile uscirne. Le opzioni per la BCE non sono risolutive: lo strumento principale per raffreddare i prezzi è l’innalzamento dei tassi di interesse, ma così non si toccherebbe il vero nervo scoperto, che è esogeno. Paradossalmente, alzare i tassi potrebbe frenare la domanda di investimenti, con un ulteriore effetto negativo sulla crescita.[21]</p>
<p>È il dilemma classico della stagflazione — quello stesso che Volcker risolse negli anni ’80 a un costo sociale enorme — ma con una differenza strutturale rispetto ad allora: la vecchia ipotesi secondo cui le banche centrali potevano semplicemente “guardare oltre” un’inflazione trainata dall’energia non è più valida. Se le banche centrali non intervengono, l’inflazione si radica nelle aspettative salariali e nei contratti; se intervengono, strozzano quel minimo di domanda interna che reggeva la crescita.</p>
<h2>I numeri dello scenario intermedio</h2>
<p>In uno scenario di conflitto che si prolunga tra tre e sei mesi con chiusura parziale di Hormuz, tre-cinque milioni di barili al giorno escono dal mercato, il Brent salirebbe tra 100 e 115 dollari per mesi, l’inflazione UE aggiungerebbe a sé stessa 1,5-3 punti, superando potenzialmente il 4-5% come picco. Il PIL dell’Eurozona si contrarrebbe nella seconda metà del 2026, con una perdita annua di 0,5-1,0%.[22]</p>
<p>Il Commissario europeo Dombrovskis ha riferito ai ministri che l’espansione economica nel 2026 potrebbe risultare inferiore di 0,4 punti percentuali rispetto al ritmo dell’1,4% previsto.[23] Crescita all’1% con inflazione al 4-5%: quella non è più ripresa, è stagnazione con dolore. È la fotografia degli anni ’70, con la tecnologia del 2026.</p>
<h3>La vulnerabilità italiana</h3>
<p>L’impatto negativo potrebbe essere particolarmente forte in Germania, che quest’anno avrebbe dovuto fungere da motore della crescita europea.[24] Ma se la Germania va in contrazione, l’Italia, strutturalmente agganciata alla domanda tedesca attraverso le filiere manifatturiere del Nord, riceve il doppio colpo: lo shock energetico diretto e il calo della domanda del principale partner commerciale.</p>
<p>A questo si aggiunge il fattore debito. Secondo il Wall Street Journal, quello europeo è uno dei mercati più colpiti dalla crisi energetica: il continente ha opzioni limitate, con i costi di finanziamento in forte crescita e debito pubblico a livello record in alcuni Paesi.[25] Paesi come l’Italia, la Grecia, il Belgio, dove lo spread tra l’inflazione dei costi e la crescita reale diventa rapidamente insostenibile per i bilanci pubblici.</p>
<h3>La dimensione nascosta</h3>
<p>C’è un elemento che sfugge ai ragionamenti mainstream e che merita di essere nominato esplicitamente. Teheran non ha bisogno di affondare una flotta intera per vincere: le basta rendere i premi assicurativi marittimi insostenibili. Quando il costo del trasporto supera il valore del carico, il blocco navale è ottenuto senza sparare un solo colpo.</p>
<p>Non è la chiusura fisica di Hormuz, che i media misurano in navi bloccate, ma la paralisi assicurativa che colpisce le catene logistiche globali. Il blocco o la restrizione di Hormuz e del Mar Rosso — già compromesso dagli Houthi dal 2023 — costringerà il 12-15% del commercio globale a circumnavigare l’Africa: dieci-quattordici giorni in più di transito, con effetti più marcati su Germania e Italia, economie più esposte al commercio internazionale.[26]</p>
<h3>Il cortocircuito politico finale</h3>
<p>C’è un livello ulteriore che va oltre l’economia pura. La stagflazione è storicamente la condizione che erode più rapidamente il consenso politico e che alimenta le derive autoritarie e populiste. Non perché i populisti abbiano le risposte — non le hanno — ma perché la stagflazione è la situazione in cui le élite tradizionali dimostrano con la massima evidenza la propria incapacità strutturale.[27]</p>
<p>L’Europa nel 2022 aveva reagito alla crisi energetica post-ucraina con un certo livello di coesione. Quella crisi aveva un nemico chiaro (la Russia), una narrativa condivisa, e i governi potevano presentarsi come difensori di valori. Questa crisi è diversa: è generata da un’azione militare degli alleati americani e israeliani che l’Europa ha esplicitamente criticato e da cui si è dissociata. È difficile costruire una narrazione coesa quando la fonte del danno sono i propri alleati dichiarati.</p>
<p>Il paradosso finale dell’eterogenesi dei fini è questo: una guerra pensata per produrre stabilità e primato rischia di produrre l’esatto contrario — non solo in Medio Oriente, ma nelle democrazie occidentali che avrebbero dovuto beneficiarne. E l’Europa, che non ha deciso niente, potrebbe pagare il conto più salato di tutti.</p>
<p>La storia non produce mai esattamente ciò che i suoi artefici vogliono. Produce invece, con precisione quasi meccanica, le conseguenze che loro stessi non avevano previsto. Il suicidio imperiale è sempre volontario e sempre</p>
<p>Stefano Pierpaoli<br />
19 marzo 2026<a name="_ftn1" href="https://www.consequenze.org/geopolitica-guerra-e-futuro/il-suicidio-imperiale/#_ftnref1"></a></p>
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<ol>
<li>ISPI, “Attacco di Usa e Israele all’Iran: 7 grafici per capire come siamo arrivati fin qui”, 28 febbraio 2026.</li>
<li>Le proteste erano iniziate a fine dicembre 2025, innescate dal caro vita e dalla svalutazione del rial, con un blackout di comunicazioni durato circa tre settimane.</li>
<li>Dichiarazione di Trump in conferenza stampa, 1° marzo 2026: “non erano disposti a interrompere la loro ricerca nucleare”.</li>
<li>4Il deficit della bilancia commerciale era passato da 1.215,4 a 1.240,9 miliardi in un anno nonostante i dazi; il dollaro aveva perso il 15% rispetto all’euro.</li>
<li>Moody’s Analytics, “Recessione negli USA sempre più difficile da evitare con la guerra in Iran”, 18 marzo 2026. Il modello AI di Moody’s stimava al 49% la probabilità di recessione USA entro 12 mesi già prima dell’attacco.</li>
<li>Dati del Financial Times sull’effetto boomerang dei dazi e sull’esposizione americana al prezzo del barile.</li>
<li>ANSA 3 marzo 2026: dichiarazione di Netanyahu a Fox News nelle settimane precedenti l’attacco, ripresa da fonti israeliane.</li>
<li>“La ritorsione iraniana nel Golfo spiazza i vicini”, 2 marzo 2026. Dichiarazione di Anwar Gargash, consigliere del presidente emiratino: “L’aggressione iraniana contro gli stati del Golfo è stata un errore di calcolo e ha isolato l’Iran in un momento critico.”</li>
<li>ANSA, 17 marzo 2026. Dichiarazione di Abdulaziz Sager, presidente del Gulf Research Center: “Inizialmente li abbiamo difesi e ci siamo opposti alla guerra, ma una volta che hanno cominciato a dirigere gli attacchi contro di noi, sono diventati nemici.”</li>
<li>3 marzo 2026: gli Emirati stavano valutando di attaccare i siti missilistici iraniani. “Un’azione senza precedenti”, secondo Axios.</li>
<li>Il Post, ibidem. Arabia Saudita: esplosioni segnalate vicino ai campi petroliferi di Abqaiq il 2-3 marzo; droni iraniani sull’ambasciata USA a Riad.</li>
<li>Adnkronos, 14 marzo 2026: Turchia, Oman ed Egitto impegnati in uno sforzo diplomatico parallelo.</li>
<li>ANSA, 17 marzo 2026, cit. Reuters: “Gli stati arabi del Golfo non avevano chiesto agli Stati Uniti di entrare in guerra con l’Iran, ma molti ora li stavano esortando a non fermarsi.”</li>
<li>IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), comunicato 11 marzo 2026: rilascio di emergenza di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei 32 Paesi membri, la più ampia operazione nella storia dell’istituzione.</li>
<li>Goldman Sachs Research, marzo 2026, cit. da Fortune Italia e Euronews: inflazione 2026 rivista al rialzo di 0,8 punti percentuali (al 2,9%), PIL tagliato di 0,3 punti (al 2,2%). In scenario di Brent a 110 dollari per un mese, probabilità di recessione USA al 25%.</li>
<li>Fortune Italia, “Stretto di Hormuz, ecco perché i metodi di Trump non stanno funzionando”, 17 marzo 2026.</li>
<li>Michael Hudson, Super Imperialism (nuova ed. 2021) e interventi pubblici 2024-2025. La tesi del petrodollaro come motore delle guerre americane in Medio Oriente è sviluppata anche in Killing the Host (2015). Hudson sostiene che ogni paese che venda petrolio in valuta diversa dal dollaro “diventa un bersaglio”.</li>
<li>ANSA, 3 marzo 2026, cit. documento congiunto Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti: “il diritto di autodifesa” per “difendere i nostri cittadini”.</li>
<li>ONU, dichiarazione del Segretario Generale António Guterres al Consiglio di Sicurezza straordinario, 28 febbraio 2026</li>
<li>MUFG Bank (Henry Cook), “Quanto può salire l’inflazione europea se la guerra con l’Iran continua?”, 11 marzo 2026.</li>
<li>Paolo Collini (già Rettore Università di Trento), “Iran, tra guerra e crisi energetica. L’Ue rischia la trappola della stagflazione”, 16 marzo 2026.</li>
<li>“Hormuz, guerra in Iran e rischio di stagflazione in Europa”, marzo 2026. Scenario B (3-6 mesi di conflitto): Brent 100-115 dollari, inflazione UE +1,5-3 punti, PIL Eurozona -0,5-1,0%. Fonti: modelli IMF, BCE, Oxford Economics, IEA, S&amp;P Global.</li>
<li>Commissione Europea (Dombrovskis), 12 marzo 2026: crescita 2026 stimata inferiore di 0,4 punti rispetto al ritmo dell’1,4% previsto.</li>
<li>RBC BlueBay (Kaspar Hense), 9 marzo 2026: “l’impatto negativo potrebbe essere particolarmente forte in Germania, che quest’anno avrebbe dovuto fungere da motore della crescita europea”.</li>
<li>Wall Street Journal, 16 marzo 2026: “Il continente ha opzioni limitate, con i costi di finanziamento in forte crescita e debito pubblico a livello record in alcuni Paesi.”</li>
<li>ISPI e Oxford Economics: il blocco o la restrizione di Hormuz e del Mar Rosso “costringerà il 12-15% del commercio globale a circumnavigare l’Africa: dieci-quattordici giorni in più di transito, riduzione della capacità di spedizione del 9-15%”. Su Germania e Italia come economie più esposte, ISPI e Oxford Economics.</li>
<li>Colin Crouch, Post-Democracy (2004): Sull’effetto politico della stagflazione si vedano: Paul Krugman, The Age of Diminished Expectations (1990); Barry Eichengreen, The European Economy since 1945 (2007). Sull’erosione del consenso come meccanismo strutturale</li>
</ol>
<p><a href="https://www.consequenze.org/geopolitica-guerra-e-futuro/il-suicidio-imperiale/">IL SUICIDIO IMPERIALE</a></p>
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		<title>Antonio Gramsci: “Odio il Capodanno” (1916)</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2024 11:07:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Chinappi]]></category>
		<category><![CDATA[Gramsci Antonio]]></category>
		<category><![CDATA[L'Avanti]]></category>
		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>

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<h1><img src="https://giuliochinappi.wordpress.com/wp-content/uploads/2020/01/antonio-gramsci.jpg?w=580" alt="" /></h1>
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<h1>Antonio Gramsci: “Odio il Capodanno” (1916)</h1>
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<div><strong>GIULIO CHINAPPI</strong></div>
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<p><strong>Vi proponiamo di seguito il celebre brano pubblicato da Antonio Gramsci il 1° gennaio 1916 nell’edizione torinese de “L’Avanti!”. Purtroppo di recente il testo è stato riproposto in maniera troppo frequente senza coglierne il reale significato, spesso anche privato dell’ultima parte, quella più carica di significato rivoluzionario. Riteniamo comunque opportuno riproporlo in forma integrale per chi è in grado di carpirne il senso in forma completa.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.</p>
<p>Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.</p>
<p>Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.</p>
<p>E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.</p>
<p>Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.</p>
<p>Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.</p>
<p>Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.</p>
<p><em>(Antonio Gramsci, 1° gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole).</em></p>
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		<title>DEMOCAZIA O BARBARIE (2/3): LA DEMOCRAZIA RADICALE.</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 16:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia diretta]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia Radicale]]></category>
		<category><![CDATA[Pierluigi Fagan]]></category>
		<category><![CDATA[Platone]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; DEMOCAZIA O BARBARIE (2/3): LA DEMOCRAZIA RADICALE. Pubblicato il 25 aprile 2024 da pierluigi fagan Ma cosa significa autonomia? Autos, sé stesso¸nomos, legge. È   autonomo chi dà a sé stesso le proprie leggi. C. Castoriadis, La rivoluzione democratica, Eleuthera, 2022 In Occidente, da tempo vige un sistema politico-giuridico detto “democrazia”. Riconosciuto ormai in crisi nel senso comune non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/Democrazia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8904" title="democrazia" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/Democrazia-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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<h2><a href="https://pierluigifagan.com/2024/04/25/democazia-o-barbarie-2-3-la-democrazia-radicale/" rel="bookmark">DEMOCAZIA O BARBARIE (2/3): LA DEMOCRAZIA RADICALE.</a></h2>
<div>Pubblicato il <a title="12:55 am" href="https://pierluigifagan.com/2024/04/25/democazia-o-barbarie-2-3-la-democrazia-radicale/" rel="bookmark">25 aprile 2024</a> da <a title="Leggi tutti gli articoli di pierluigi fagan" href="https://pierluigifagan.com/author/pierluigifagan/">pierluigi fagan</a></div>
<div>
<p><strong>Ma cosa significa autonomia?</strong></p>
<p><strong><em>Autos</em>, sé stesso¸<em>nomos</em>, legge.</strong></p>
<p><strong>È   autonomo chi dà a sé stesso le proprie leggi.</strong></p>
<p><strong>C. Castoriadis, <em>La rivoluzione democratica</em>, Eleuthera, 2022</strong></p>
<p>In Occidente, da tempo vige un sistema politico-giuridico detto “democrazia”. Riconosciuto ormai in crisi nel senso comune non meno che in quello esperto, terminale o meno non si sa, si presume esso abbia invece avuto una fondazione corretta e giusta rispetto al concetto. In Italia, ci si appella a spirito e lettera della Costituzione, ad esempio e se ne rimpiange la vigenza ormai corrotta.</p>
<p>Un democratico radicale, purtroppo, non riconosce neanche a quel tempo e forma piena di buona intenzione il crisma di “democrazia”, si trattava di repubblicanesimo e tra le due forme c’è differenza. Ecco allora che il democratico è radicale, semplicemente nel senso che intende la democrazia come significato alla radice “Essere radicale significa cogliere la cosa alla radice (Marx, <em>Per la critica della filosofia del diritto di Hegel</em>. Introduzione)”. Si tratta quindi di un problema di nome e cosa dove la cosa è la radice che dà crisma al nome. Qual è allora quella radice?</p>
<p>Semplicemente il sistema che in atto storico aveva quel nome anzi quel nome ha battezzato. Si tratta della democrazia dell’Antica Atene. Cornelius Castoriadis, più di ogni altro<a id="_ednref1" href="https://pierluigifagan.com/#_edn1">[i]</a>, può dirsi teorico della democrazia radicale ed ha più volte specificato che -ovviamente- nessuno si sogna di intendere quella esperienza politica come un “modello” da copia-incollare senza riguardo ai diversi contesti e tempi assai diversi. Tra i duemila e cinquecento anni di distanza ed i trentacinquemila maschi adulti con schiavi come unici detentori di diritto di cittadinanza, quindi politici, ed oggi, c’è ovviamente un abisso non colmabile. Si tratta invece di operare una “estrazione di principi”, principi poi da rielaborare e declinare nei nostri contesti e tempi ben diversi.</p>
<p>È quello che a modo sua fece il liberale Benjamin Constant quando si pose il problema della continuità e trasformazione della “libertà degli antichi e dei moderni” (Discorso del 1819 pubblicato e circolante poi nei successivi decenni). A modo suo ovvero oligarchico liberale. Constant, più di ogni altro, è tra coloro che hanno pervertito una antica tradizione luminosa e splendente che retro fondava lo stesso senso di orgoglio storico occidentale, orgoglio culturale storico e politico prendendo la parola e mettendoci sotto una variante in aperta contraddizione.</p>
<p>Democrazia radicale nasce nel 462 con la riforma di Efialte, poi ucciso, fino al 404, dentro un più ampio periodo democratico durato dal 508/7 (riforma Clistene) al 322/1 (abolizione da parte macedone). Venne interrotta da due riprese violente degli oligarchi, la sua seconda fase è detta <em>politeia</em> ed ha caratteri meno tumultuosi e costituzionali, ma a tratti demagogici. Tale periodo, complessivamente, sfiora i due secoli o li supera a seconda di quanto si vuole includere l’opera fondativa di Solone. La democrazia radicale ha gradi parentela con l’anarchia ma poiché è votata ad amministrare uno stato vi differisce in realtà alla radice.</p>
<p>Siamo quindi in riflessione per l’ambito storico-culturale europeo occidentale, non certo per altre dimensioni mondo. Ora qui non siamo in un trattato di “scienza” politica; quindi, non possiamo entrare troppo nel merito. Nel voler tentare però la consigliata “estrazione dei principi” un primo elenco dovrebbe essere:</p>
<ol>
<li>Il sistema elettivo è ritenuto da tutti gli studiosi di storia e teoria politica proprio dell’ambiente aristocratico, non democratico. Ciò poi non vuol dire che ne è escluso l’utilizzo in via di principio, anche ad Atene c’erano cariche elette. Comunque, il sistema della delega non può -in prospettiva- essere il portante e senz’altro non l’unico.</li>
<li>Il sistema democratico dovrebbe prevedere l’estrazione a sorte. Limitato da una serie di fattori poco noti ma già applicati ad Atene ovvero l’esame di idoneità del candidato nei demi, la sua effettiva preparazione e probità, il suo offrirsi spontaneamente ma conscio degli impegni di rendicontazione finale della sua carica e pena per gli errori più gravi eventualmente commessi, la limitazione del mandato, la sua revocabilità, la sua non ripetizione, il suo essere di servizio civile e non di carriera. L’estrazione era quindi su liste limitate, qualificate, di consapevoli dell’impegno. Solo uno stolto si priverebbe di tecnici, esperti, studiosi. Basta consultarli attivamente senza che qualche matto decida che debbano esser loro a governare per conto della loro oligarchia di riferimento. Un sistema di esperienze cumulate si può mantenere negli ambiti di governo come consiglieri senza poteri.</li>
<li>Il sistema democratico dovrebbe essere una forma politica attiva e decisionale a vari livelli che va dal locale al nazionale secondo logiche, flussi e riporti molto più densi e complessi di quelli che ci sono nei nostri paesi. Per fare incursione nei tempi e luoghi nostri forse dovevamo abolire le regioni più che le province. Forse si sottovaluta il fatto che il “demos”, prima che la generica “cittadinanza” o “popolo”, era una precisa unità territoriale di tipo circoscrizionale. Furono le riforme di Clistene nel senso di queste unità comunitarie piccole a dare inizio alla democrazia classica ateniese (Dieci tribù, trenta trittie, 139 demi scompaginando logiche famigliari, di classe e territorio di residenza). Là si sviluppò la essenziale forma del “vis à vis” ovvero il collante sociale interpersonale, la reputazione, la fiducia, l’intesa, il rispetto anche di chi non ci assomiglia poi così tanto e tuttavia, ci piaccia o meno, è concittadino.</li>
<li>C’è poi una questione essenziale di tipo culturale che è tanto affascinante quanto qui intrattabile. Una democrazia politica esiste se immersa in un soffice bagno morbido e pervasivo di cultura politica, cultura generale, informazione, conoscenza qualificata e diffusa, dibattito e partecipazione continuata, appassionata, eticamente doverosa. L’ambiente culturale democratico era in sincronia con la più straordinaria infiorescenza di filosofia mai registrata nei consessi umani occidentali. Teatro, lessicografia, retorica, logica, poesia, scuole dell’espressione e del ragionamento. Purtroppo, qui da noi, anche quando s’è fatta riflessione critica e dibattito su come deve essere una democrazia, lo si è fatto in logica giuridica, importante certo, ma troppo meccanica per generare effettiva democrazia in atto. Nei fatti, isonomia e filosofia nascono intrecciate. Tutto ciò era a forma diretta ed indipendente il sistema che oggi governa la rete dell’informazione alla cittadinanza, ovviamente di proprietà di capitale o di variabile maggioranza di governo.</li>
<li>L’espressione diretta degli interessati alle decisioni politiche va ricercata in più modi ed è decisiva. Questo è una parte dell’aspetto detto “diretto” ma l’assemblearismo non spiega tutta la democrazia, nelle nostre società poi sarebbe assai difficile da perseguire come fondazione unica. I 6000 votanti medi a scrutinio segreto nell’Assemblea generale, erano un quinto gli aventi diritto, ma si esprimevano almeno quaranta volte l’anno non una ogni quattro anni. Era per altro in sistema binario col Consiglio dei Cinquecento che ne aiutava la razionalizzazione. Vasta e molto complessa però era sia la macchina delle istituzioni statali, sia il sistema politico che si esprimeva nei demi. Sulle questioni attinenti i criteri di decisione, quando unanimi, quando a maggioranza, c’è da scendere in dettaglio. Ogni partecipazione politica aveva un minimo di remunerazione per quanto poco più che simbolica. Una cosa era certa, fare politica ed amministrare la cosa pubblica era rischioso e senza profitto economico diretto o indiretto.</li>
<li>Pur non vietando i partiti, una vera democrazia dovrebbe puntare -nel tempo- a non averne bisogno (Simon Weil). Mentre si dovrebbero fare più libere associazioni tra gente che più o meno la pensa allo stesso modo ma anche no, l’importante è tornare a discutere, approfondire, condividere. Questi gruppi omogenei relativamente c’erano anche in Atene, ma si forza la definizione a definirli propriamente partiti.</li>
<li>Valori decisivi e fondanti sono ovviamente l’isonomia, l’isegoria, l’isocrazia (-iso, lo stesso, l’uguaglianza) la parresia. Non gli spieghiamo qui ma chi vuole se ne potrà facilmente fare una idea con una piccola ricerca. Segnalo con paressia, l’ultimo corso tenuto da Micheal Foucault al College de France, un tema di nuovo radicale, ma produttivo e concreto, sforzarci di dirci e sopportare la verità nel senso di quella che ci sembra tale.</li>
<li>In una democrazia, la lotta di classe, la lotta ideologica, financo la sperabilmente poco probabile –stasi– (guerra civile), ogni conflitto si dovrà operare internamente, tramite i meccanismi politici e giuridici, appunto, democratici. Si fece una legge antica, prima della democrazia, che obbligava a partecipare alla guerra civile, si veniva puniti perché non si faceva la guerra civile e non per aver fatto la guerra civile! Perché non si prendeva parte, massimo insulto ai principi di comune convivenza.</li>
<li>In pratica, democrazia è solo il regolamento della dinamica politica in un sistema sociale ordinato del politico e non dall’economico. Tutte le ideologie e le posizioni di principio, le preferenze etiche e le immagini di mondo sono invitate ad alimentarla. Discutendole e pervenendo a sintesi o anche senza sintesi, tanto alla fine si dovrà pur decidere qualcosa di determinato. Governare ed esser governati a turno, migliora dell’uno e dell’altro per via dell’immedesimazione e la doppia esperienza acquisita, bilanciando gli eccessi.</li>
<li>Il sistema democratico ha come obbligo il cercare di ridurre costantemente le distanze tra fasce di popolazione (economiche, culturali etc.), è una società corta che oscilla intorno un “giusto mezzo” che però è equilibrio che non si raggiunge mai, pena la morte del sistema. In termini di geometria politica, se la forma del potere dell’Uno e dei Pochi è triangolare e piramidale, la democrazia è circolare e sferica.</li>
<li>La democrazia deve avere una produzione giuridica costante, è un regime auto-istituente e deve cambiare o ritoccare o evolvere sé stessa di continuo, democraticamente. Questo stesso catalogo è solo uno dei possibili. L’unica forma legittima di democrazia sarà quella che la democrazia in atto si darà.</li>
<li>Una piena democrazia non si raggiunge mai, è un tendere a… Essa è stesa nel tempo progressivo, si costruirà col tempo necessario. Abbiamo visto più e più volte, soprattutto con le “rivoluzioni” come comprimere il tempo del cambiamento di cose complesse porti a varie catastrofi. Non ci si può far niente con la realtà complessa, il suo tempo naturale prescinde dai nostri desideri di immediatezza semplificata.</li>
<li>L’ostracismo ovvero l’espulsione dalla convenzione civile di chi non gioca il gioco correttamente, è forse la più antica delle pratiche punitive dei gruppi umani. Lì dove cacciare il reprobo dal gruppo, nel lungo Paleolitico, significava dargli morte certa per prevalenza della Natura. Nelle città-Stato democratiche, era la confisca dei diritti civili, fiscali, politici, giuridici, a volte la fisica cacciata fuori le mura. È la massima sanzione della comunità ed ha un alto valore simbolico.</li>
</ol>
<p>Ciò comporta almeno altri due punti strategici rilevanti.</p>
<p>Il primo è la sostituzione netta e totale delle funzioni ordinative della società dall’economia alla politica. Economia, finanza, sistemi proprietari, collocazione e regolamento di mercato, altre forme economiche non di capitale verranno evoluti e decisi per prova ed errore, ma considerando che non si capisce perché li consideriamo uno alla volta e reciprocamente alternativi. Una follia per normare attività umana sociale così complessa e determinata da variabili contesti. Le forme economiche dovranno pluralizzarsi. Ma soprattutto perdere progressivamente il ruolo ordinativo, che dà ordini, che fornisce l’ordine.</p>
<p>La seconda è che democrazia consuma molto tempo (autoformazione continuata, acquisizione conoscenza, bagno informativo, ridistribuzione quanto più egalitaria possibile di tali acquisizioni e caratteristiche valide per ogni cittadino, capacità e facoltà di discussione e dibattito, pubblico e privato etc.) quindi i cittadini debbono averne più di quanto la formula astratta 8-8-8 neanche in vigore oggi, consenta. Del resto, oggi andiamo senza averne neanche contezza, verso una riduzione della necessità di lavoro umano, per varie altre ragioni, se ne dovrebbe fare di necessità virtù.</p>
<p>Ne consegue che la prima e fondamentale battaglia delle idee dovrebbe avere ad obiettivo la riduzione dell’orario di lavoro, ovviamente salvo il reddito e la facoltà di ridistribuzione dello stesso. Non importa se l’obiettivo è praticabile in concreto, va posto come battaglia culturale per infrangere la depressione acquisita dal “There is no alternative”. Ci si deve liberare dell’introiezione dei limiti di compatibilità del sistema se si vuole combattere il sistema. E si deve sfidare lo stesso sistema prevedendo ed anticipando la certa riduzione di lavoro umano quale prevedibile per lo sviluppo delle nuove tecnologie info-digitali. Così si recupera anche leadership culturale, autonomia di analisi, capacità di parlare di realtà da tutti condivisa.</p>
<p>Una cosa è certa o dedicate tempo a produrre e consumare o a fare politica per trasformare le società e le sue forme ordinative.</p>
<p>Quanto alla funzione fondamentale di dialogo e dibattito la democrazia ha a che fare con la doxa non con l’episteme. Avrebbe anche a fare con gli endoxa di Aristotele, ma non è questo il luogo per parlarne.</p>
<p>Se questo è il modo di intendere il termine-concetto “democrazia” restaurato per riavvio e ripristino, si capirà perché non si riconosce all’attuale forma diritto di uso della sua espressione. La cosa detta democrazia al tempo in cui il concetto è nato, non corrisponde neanche un po’ a quella attuale. Altresì quella con quei principi era democrazia per quanto agli inizi, contradditoria, elementare per molti versi, imperfetta certo. Strano atteggiamento però abbiamo verso quella forma antica eppur gloriosa, una delle cose che fa grande la nostra civiltà, la giudichiamo su un tempo-vita di scarsi due secoli, mentre alle forme del monarca e del tiranno, dell’aristocrazia e dell’oligarchia diamo la storia di cinquemila anni di varianza e varia applicazione.</p>
<p>[<em>La maggior parte delle informazioni riportate su la democrazia ateniese sono tratte da Mogens Herman Hansen, La democrazia ateniese del IV secolo a.C., LED Milano 2003. Con la Costituzione degli ateniesi di scuola aristotelica, universalmente ritenuti i testi più documentati</em>).</p>
<p>= 0 =</p>
<p>La democrazia reale ha forma, dinamica e ruolo che ha il mercato in economia, un sistema auto-organizzato, l’unica forma conosciuta di sistema adattativo in complessità. Solo che l’analogia è imprecisa. Un mercato è fatto di procedure impersonali, una democrazia è fatta di essere umani intenzionali.</p>
<p>Essa, quindi, risulta la miglior forma per fasi storiche come queste in cui il cambiamento è radicale, continuo, profondo, inedito (non se ne ha esperienza pregressa). Dovendo rincorrere adattivamente tale mondo che corre chissà dove, l’ente auto-organizzato è l’unico che può farcela, anni di studi sulla complessità in più campi questo dicono.</p>
<p>Certo sappiamo quanto tempi di decisione ricattino le procedure democratiche, di contro però una democrazia reale trasmette informazione reale in diretta alle sue componenti che così aumentano coscienza di processo, accettandone meglio incertezze, contraddizioni, ritardi, non esponendosi al malcontento da delusione che ha sempre offerte di esser sanata da qualche malintenzionato politico.</p>
<p>Purtroppo, forme mentali ereditate dalla storia e filosofia politica del XIX secolo, arrivano fino a sognare nuove forme economiche opposte alle vigenti capitalistiche. Ma qualcuno s’è poi posto il problema di come perseguirle? Non so, c’è davvero gente che crede che col sistema repubblicano liberale, arriveranno a costruire una massa critica politica in grado di costruire quel tipo di società? Quel sistema è strutturalmente fatto per riprodurre oligarchie. Che da un macchinario oligarchico spunti fuori un sistema socialista è pensiero magico.</p>
<p>Il primo nostro dovere oggi dovrebbe essere ripoliticizzare la società ed il dibattito pubblico. Venendo da anni ed anni di desertificazione e degrado del politico, tocca alzare la voce ed imporre al dibattito pubblico un riorientamento, un risveglio e richiamo dalla fuga nell’impotenza. Noi non decidiamo davvero più nulla della nostra forma di vita associata, siamo soci passivi. Di contro, sembra che qualcuno pensi che da cinquemila anni di oligarchie, oplà, usando il “metodo x” dimagrisci dieci chili in una settimana, in un mese impari il mandarino, in tre sei verso il Sol dell’avvenir. Se l’alternativa è certa sempre possibile, meglio dirci in sincerità che non è dietro l’angolo. Per questo parliamo di teoria perché senza non c’è azione efficace.</p>
<p>I democratici radicali hanno sempre due fronti. Quello delle oligarchie imperanti e i democratici degenerati, i demagoghi. I demagoghi si travestono da democratici per benefici personali, essere leader adorati, essere eletti a qualche funzione che dà reddito e prestigio, fingersi dalla parte del popolo per poi usare il popolo per diventare oligarchi 2.0 o piccoli tiranni. Occorre evitare che inquinino le posizioni sinceramente democratiche con la loro sciatteria interessata.. Per non parlare di quelli che si limitano a sfruttare disagio psichico e povertà culturale altrui, agitando mondi di oscuri padroni del mondo per spaventare e raccogliere il riconoscimento per aver detto finalmente la tremebonda Verità. Elite, salotti, gruppi di interesse e conventicole certo esistono, si pensi solo ai massoni che le nostre democrazie accettano senza fare una piega ed anzi, qualcosa più che “accettano”. Ma si fallisce diagnosi del mondo a ridurre le sue dinamiche alle intenzioni degli ottimati, oltretutto è fargli troppo onore.</p>
<p>I democratici radicali non debbono ricorrere alla scusa del potere troppo forte per avere ascolto e condiscendenza delle loro richieste, le richieste non si richiedono, si pesano e per pesarle, il democratico radicale dovrà sempre rivolgersi in primis al proprio simile, costruendo massa. Oggi, in politica, abbiamo il riflesso a rivolgerci sempre in alto, ma dovremmo prima rivolgerci a chi ci sta accanto. Le masse poi sono destinate al conflitto, altro che “richieste”.</p>
<p>Alla fine, il problema della democrazia è tremendamente semplice. Una tendenziale eguaglianza a livello di conoscenza ed informazioni su natura e possibilità realistiche della propria società, farebbe dell’intero sociale l’unica realtà naturale che possa gestire sé stessa. Il problema è che questa semina redistributiva molto non la vogliono fare, usano conoscenza ed informazione come proprio “piccolo potere”, magari mentre si proclamano dalla parte del popolo. I tempi tra semina e raccolto vanno spesso anche oltre la singola estensione di vita personale, toccherebbe avere una narrazione che esalti l’eredità che lasciamo come in antichità c’era quella su quella su ciò che ricevevamo dagli antenati. Ci sono da superare i meccanismi di “servitù volontaria” e c’è ovviamente la strenua resistenza delle élite con mezzi straordinari. Infine, son sempre d’intralcio, le piccolezze umane.</p>
<p>Tuttavia, abbiamo modelli a cui riferirci, la chiesa cristiana ad esempio. Non v’è dubbio che l’unico grande teorico della politica culturale strategicamente attiva, Antonio Gramsci, trasse ispirazione diretta dall’osservazione ed analisi del complesso storico della chiesa cristiana che in Italia aveva la sua patria storica. Dalle prime predicazioni alla formazione dei primi piccoli gruppi, agli ordini mendicanti (francescani e domenicani) obbligati ad andare tra la gente ed ottenere riconoscimento, salvando così i destini della chiesa stessa ai tempi in crisi di credibilità e fiducia. A seguire le proprie scuole, l’egemonia dell’immaginario, la vicinanza pratica agli svantaggiati che catturò la fiducia, menti, cuori e braccia. Avviene anche nel mondo arabo e sudamericano. Certo, occorre accettare la dilatazione del tempo, lavorare anche non in vista del proprio tornaconto. Ma è perché pochi iniziarono a loro tempo, che ci troviamo sempre a dover riiniziare daccapo.</p>
<p>= 0 =</p>
<p>Quella della democrazia radicale, non può che essere una prospettiva lunga nel tempo, da costruire per tentativi ed errori, autocorreggere, sperimentare pronti a decelerare. Ma costruire un percorso significa comunque approcciarlo, farvi primi passi, esplorarlo da subito. Il concetto di “tendere a…” dice che si deve porre sull’orizzonte che si muoverà con noi rendendosi irraggiungibile, deve essere una sorta di “desiderio irresistibile” che ci spinge a rincorrerlo e sebben mai raggiungerlo, muoversi nella sua direzione. Nel cammino però, costruiremo le sue stesse condizioni di possibilità future e le prime forme valide nel presente.</p>
<p>Chi scrive non immagina o sogna un partito, né un movimento politico da accendere chissà come e con chi. Si rivolge ai democratici reali, agli intellettuali più di altri, i costruttori di pensiero. C’è bisogno di azione, altro che di pensiero! Tuonano subito i pragmatici. Peccato che, come genere, ci siamo evoluti per tre milioni di anni, pensando prima di fare o non fare o anche fare e tentare ma poi pensare. C’è bisogno di pensiero ed una volta tanto, costruttivo, positivo, di esercizi di stie critico sono piene le biblioteche. Il capitalismo non lo supereremo mai per rosicchiamento critico-critico. C’è bisogno che l’intelletto torni –en meson-, in mezzo alla piazza lì dove c’è anche il mercato, lì dove c’è la gente. Alzare il livello dell’intelletto generale una priorità per tutti noi. Ognuno faccia il suo, la Via del cambiamento non ha monopoli, stiamo talmente a pezzi che vale tentarle tutte e del resto il modo “prova ed errore” tante volte ha dato dimostrazione di portare benefici. Ai poveretti amanti della matitina rossa e blu, forse converrebbe pensare alle responsabilità che hanno sul dibattito pubblico invece che fare da ammazza idee in piena sindrome nichilista, giustificatoria della propria insipienza.</p>
<p>Parlando assieme anche di come porre il periodo della necessaria “lunga traversata” a tutto ciò lontano nei tempi, a servizio di un’azione immediata almeno del ripristino dei livelli minimi di democrazia, nell’informazione, nella conoscenza, nella cultura, nell’educazione civica, nel rispetto reciproco, nel ritorno della politica con idee ed aspirazioni, del dialogo. Per ripristinare la vigenza ordinativa del politico ed usare il politico per la trasformazione sociale, non abbiamo altro modo che costruirci una sistema sempre più democratico, nel reale senso del concetto.</p>
<p>= 0 =</p>
<p>Nei prossimi tre decenni, le società occidentali ma in specie quelle europee, saranno chiamate a profonde trasformazioni adattative ad un contesto mondo del tutto inedito. Questo dà maggiormente il senso di questa nostra perorazione verso una democrazia reale. Ci sono infatti non sottovalutati motivi ideali di fondo, tuttavia l’urgenza è un’altra: solo un sistema autorganizzato mostra facoltà adattive veloci e complessive quali il ritmo del cambiamento imporrà. Porre come esito alternativo la barbarie, non è concessione romantica o catastrofista, è muoversi lungo l’asse ordine o disordine. Una democrazia reale è in grado di gestire un disordine moderato adattandosi ed adattandolo, altrimenti, oltre certi livelli di oscillazione, le richieste imperative di Ordine! a qualsiasi costo, ci faranno ripiombare un qualche tragedia storica quale qui in Europa abbiamo collezionato in abbondanza di casi.</p>
<p>Per liberarci da questa vera e propria coazione a ripetere e sbloccare la nostra evoluzione, abbiamo bisogno di ripristinare il dominio del politico ordinato da un modo democratico che porti i Molti a diretto contatto con la realtà a cui dovremo adattarci modificando le nostre forme sociali, le mentalità, il nostro essere soci naturali di una società di cui dobbiamo definire il comune interesse generale senza tutori, in maniera finalmente adulta, uscendo da servitù volontaria e infantile minorità passiva.</p>
<p>Invitiamo quindi i più che è possibile a considerare la trincea di DEMOCRAZIA o BARBARIE come luogo comune in cui attestarci, lo impone la fase storica come gramscianamente s’imponeva realisticamente la guerra di posizione rispetto a quella di movimento.</p>
<hr />
<p><a id="_edn1" href="https://pierluigifagan.com/#_ednref1">[i]</a> FONDAZIONI TEORICHE DI DEMOCRAZIA RADICALE: Esistono almeno due ambiti teorici che muovono da e per questo concetto. Il primo è centrato sul pensiero del filosofo greco-francese Cornelius Castoriadis. Il secondo è una costellazione di filosofi e pensatori di politica che comprende a vario titolo Laclau-Mouffe, con intorno Zizek, Ranciere, Badiou, Negri, Hardt, Deleuze, Lacou Labarthe, Nancy, Abensour, Agamben in parte Foucault e con riferimenti al lavoro di Lacan e Deridda. La posizione di Roberto Esposito ci sembra più mediana tra le due. La nostra iniziativa di politica culturale è orientata dal primo. Il senso quindi di “democrazia radicale” nel nostro caso è semplicemente dovuto alla questione delle radici di significato. Radicale quindi poiché va alla radice in senso genealogico, poiché dovrebbe esser bene comune, non si capisce chi la immagina radicale in un senso estremo della sensibilità politica. Disputarci il senso prima di averla è il miglior modo per non averla, mai. Confesso un certo disagio teorico verso quella costellazione populista, post-moderna, idealista e talvolta platonica, psico-linguistica, a tratti confusa e astrattamente ribellista franco-italiana. Cercando radici, mi tengo il greco.</p>
<p>C. Castoriadis, è stato un filosofo, critico sociale, economista, psicoanalista greco-francese , autore di <em>L’istituzione immaginaria della società</em> (Mimesis edizioni, Milano, 2022) e co-fondatore del gruppo Socialismo o barbarie. Si segnala che, come “economista”, il greco è stato per svariati anni il capo economista (dirigendo e coordinando una squadra di 130 tra economisti, econometristi, statistici ed informatici) dell’OCSE-OECD per la Divisione degli Studi sulla Crescita. Il gruppo “Socialismo o barbarie” agì tra 1948 e 1967, con la collaborazione, tra gli altri, di Claude Lefort e Edgar Morin. Volendo continuare il suo sforzo intellettuale, pur con le nostre inadeguate ed insufficienti forze, riteniamo che oggi la trincea vada posta non sul socialismo ma sulla democrazia nel suo senso ripristinato. Per questo, fa cornice della nostra riflessione l’idea del bivio fondamentale dato da DEMOCRAZIA o BARBARIE.</p>
</div>
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		<title>Comunisti e stato</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Mar 2024 18:23:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Comunisti e stato di Pierluigi Fagan (Qualcuno si domanderà dell&#8217;attualità e senso di questo post rispetto ai discorsi che qui sviluppiamo da tempo. Va letto, purtroppo, per scoprirlo) Il rapporto teorico e pratico tra comunisti e Stato è assai problematico. La concezione dello Stato nello sviluppo del lavoro teorico di Marx ed Engels è di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/03/OIP1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8862" title="oip" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/03/OIP1-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a></p>
<h1>Comunisti e stato</h1>
<h3>di Pierluigi Fagan</h3>
<p>(Qualcuno si domanderà dell&#8217;attualità e senso di questo post rispetto ai discorsi che qui sviluppiamo da tempo. Va letto, purtroppo, per scoprirlo)</p>
<p><strong>Il rapporto teorico e pratico tra comunisti e Stato è assai problematico.</strong></p>
<p>La concezione dello Stato nello sviluppo del lavoro teorico di Marx ed Engels è di lenta e mai ultimata precisazione. Ma la linea principale vedeva l’idea di impossessarsi dello Stato con la forza per poi far deperire lo Stato per lenta autodemolizione nella fase della “dittatura del proletariato”, in favore di un modello finale che Marx idealizza nella Comune di Parigi (1871).</p>
<p>Ma la Comune durò scarsi due mesi, era una città non uno Stato come dimensioni e complessità di funzioni. Lenin rimarrà strettamente ortodosso nel perseguimento della strategia marxiana, ma la prematura morte portò poi a Stalin dove si realizza l’esatto contrario, la creazione di uno Stato totalitario, burocratico e poliziesco.</p>
<p>E tuttavia, va osservato, Marx idealizzava su una comunità di 1,8 milioni di parigini neanche alle prese con responsabilità di governo di un ente nazionale esteso, invisi certo ai poteri di mezza Europa, che per due mesi fecero baldoria producendo mito e speranza, ma Stalin guidava una nazione assediata non solo dagli europei (tra cui poi i nazifascisti) ma dagli anglosassoni con americani sempre più rilevanti, ma anche famelici giapponesi, per più di trenta anni, con una estensione territoriale immensa e con tra 150 e 200 milioni di abitanti.</p>
<p>Ora, in pura linea teorica, il pensiero marxiano dialettico, prevede un circolo ricorsivo tra teoria e prassi per il quale l’azione è premessa in teoria ma questa è poi modificata dall’azione o meglio dalla presa in atto dei suoi effetti. Su questo argomento dello Stato però, la parte teorica è della seconda metà dell’Ottocento, basata su standard europei e nelle sole menti di Marx ed Engels con giusto lo spunto concreto, limitato, della Comune. Marx dice chiaramente che l’intento ultimo è il superamento dello Stato, non meno di quanto non lo teorizzavano anche gli anarchici, solo, sul piano della prassi politica, era necessaria una fase di transizione in cui bisognava impossessarsi dello Stato per poi farlo deperire lentamente dal di dentro, preparando e guidando il suo “superamento”. Allora, si sarebbe poi potuto passare alla radiosa seconda fase di una società senza classi con una attesa e data per certa, esplosione di libero sviluppo delle forze produttive. Promessa o attesa basata su cosa non si sa, per quanto addirittura vantata come “scientifica”, in pieno delirio positivista.</p>
<p>La parte pratica fu solo per poco nelle mani guida di Lenin fedele all’impianto marxiano e presto passata nelle mani di Stalin che però doveva gestire una situazione concreta innegabilmente incongruente rispetto alla teoria e sue aspettative astratte. Per esser chiari, s’immagini di prendere a modello i due mesi della comune di Parigi e si pensi a come farlo diventare il modello della nazione sovietica sotto attacchi molteplici, nella complessità socio-storica di un secolo dopo, con 150 milioni di abitanti con altrettante etnie su un territorio non sempre facile e immenso, in marcia verso il comunismo.</p>
<p>Si sarebbe allora dovuto realizzare la chiusura del circolo dialettico e riformulare in qualche modo la teoria sulla base delle prassi e del realismo, ma ciò non fu mai fatto. Lo Stato staliniano divenne un fatto duro e ben chiaro nella forma che nulla aveva a che fare con le premesse teoriche di un secolo prima, anzi ne era la specchiata inversione. Per esser di nuovo chiari: che cosa altro avrebbe potuto o dovuto fare Stalin anche ammesso non fosse lo Stalin che poi conosciamo?</p>
<p>Il ruolo di Lenin in questo processo fu quello di aver preparato la forma che doveva gestire la transizione della prima fase del processo di sviluppo verso il comunismo, centralizzando, dando al partito sempre più e sempre meno ai soviet, ma in vista del deperimento dello Stato conformemente la teoria di M/E. Quando morì, Stalin ereditò una forma che però usò in modo del tutto opposto, assumendola come forma migliore senza traguardi di superamento dello Stato, come unica forma possibile. Quanto ciò corrispondesse a sua preferenza ideologica o quanto fosse invece semplicemente realistico data la situazione socio-storica, è questione che qui non ci interessa. Sta di fatto che la storia teorico-pratica del rapporto tra pensiero e prassi politica comunista e Stato, è spezzettata teoricamente e invertita nei fatti, dimostrandosi una non teoria.</p>
<p>Si realizza così il paradosso su cui già Marx aveva avvertito: ogni rivoluzione finisce poi con il perfezionare la macchina dello Stato che pure doveva spezzare negli intenti.</p>
<p>Se allora la teoria comunista non ha invero una vera teoria dello Stato e anzi a presupposto ne ha vagheggiato l’estinzione programmata senza prender atto che cinquemila anni di storia di civiltà umana mostra la totale dominanza strutturale, universale per tempo e spazio, di una qualche forma di Stato (responsabilità teorica di Marx), allora la teoria comunista non ha senso politico usabile.</p>
<p>In più, non considerare la differenza strutturale tra modelli micro (Parigi) e macro (URSS) e voler comprimere per pura volontà il tempo storico necessario a ogni transizione, tempo tanto più lungo, contraddittorio e complesso, quanto più è complessa la struttura stessa di ciò che va in transizione, comprimendo anzi a forza tale complessità nei meccanicismi ciechi della confusa e inebriante furia rivoluzionaria, aggrava la non usabilità di questa ipotesi teorica senza fondamenti realistici. La teoria è ingombra, spesso, di tardivi slanci indealistico-romantici che dovrebbero andare a verifica ora che son passati un secolo e mezzo di anni.</p>
<p>Infine, con la mancanza di lettura di come strutturalmente ogni fatto politico socio-storico di un determinato popolo o Paese, debba fare i conti con le pressioni di diverso contesto geo-storico, la cultura comunista si è condannata a una cecità del reale fatale.</p>
<p>Da ultimo, c’è un grave problema nell’ambiente teorico marxista per il quale l’impostazione marxiana (IIa ed XI Tesi su Feuerbach) dell’anello ricorsivo teoria1-prassi-teoria2, secondo poi Gramsci l’essenza che sorreggeva questa visione politica del mondo e della trasformazione sociale, non è mai stata applicata. Quando nel 1991 crolla l’URSS, l’ambiente teorico marxista, ebbe l’occasione di riservarsi uno spazio libero per operare questa revisione proprio sulla base di ciò che era stata l’URSS, fuori ormai dal conflitto Novecentesco avendo nei fatti perso tutto. Ma non lo fece. Così rimane lì morta questa linea teorica che pure qualcuno ritiene ancora semi-viva o rivitalizzabile o solo da rimpiangere in un esteso e malinconico “sarebbe stato bello se…”.</p>
<p>Peccato, l’idea di Marx del circolo teoria-prassi è ottima e senza alternative, peccato sia stata solo enunciata e mai praticata. Se praticata, anche tardivamente dopo il 1991, oggi avremmo un qualche straccio di alternativa teorica alle forme politiche in cui viviamo. Forse i comunisti si sarebbero dati una calmata osservando un po’ più la complessità di tali auspicate trasformazioni comportano, forse avrebbero capito come utilizzare la democrazia (non quella che noi chiamiamo democrazia ovvio). Forse oggi invece che continuare a scrivere inutili libri sulle forme economiche, questo pur rilevante serbatoio di spesso acuti pensatori, si sarebbe dedicato allo sviluppo di nuova teoria politica.</p>
<p>Imparare dagli errori, anche tardivamente, sarebbe comunque onorare finalmente l’intuizione pragmatica di Marx, ma pare che ancora a pochi sia venuta in mente l’idea di intraprendere questa revisione lasciata lì abbandonata e senza seguito. Peccato che tanti di quell’ambiente teorico, preferiscano rimanere nella Scolastica della difesa dei dogmi del Libro (o più che “un” libro” una collezione di citazioni estrapolate qui e là), festeggino attualità e vivezza del pensiero del grande Maestro (che vedono spesso solo loro e qualche volta il the Economist uso farci ogni tanto delle belle copertine pop), trovino magie da Marx ecologista, ambientalista, femminista e quant’altro di anacronistico di possa inventare e continuino, ostinati oltre ogni ragione, a fondare e rifondare inutili partitini surreali come le mosche della bottiglia di Wittgenstein.</p>
<p>Se l’azione ovvero la realtà verificata, non torna al pensiero modificandolo, non si va da nessuna parte. Vale per gli individui, le società, i gruppi, gli intenti politici di ogni ordine e tempo.</p>
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		<title>PREVE A DIECI ANNI DALLA MORTE LUCI E OMBRE DI UN&#8217;EREDITA&#8217;</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Nov 2023 18:39:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
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		<description><![CDATA[PREVE A DIECI ANNI DALLA MORTE LUCI E OMBRE DI UN&#8217;EREDITA&#8217;   CARLO FORMENTI &#160; Il decennale della morte  è uno stimolo per ragionare sul lascito di Costanzo Preve in merito all’attualità di Marx e del suo pensiero. In questo articolo mi occupo di tre testi, La Scuola di Francoforte, Adorno e lo spirito del Sessantotto (Opere, vol. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="post-body-366416394262455546">
<h1></h1>
<div><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjftDdv-N7BjLQPUjhcpHOqKmEG0wOW9efjftqELjUon2R5iaXzPkAeN7Yr1egDZBnPe0lrf4JsuLTm-voSGpGujGUDdoWIXHg1L9fciHfYCJPvTxM43xkvSzQrdwy-PEdqA3eyzQOt-gqef0edBBZjdCccPMUIdPKcejZ02JNkBnxE-TSMbQXIls0sXpI/s750/adorno%20e%20il%2068.jpeg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjftDdv-N7BjLQPUjhcpHOqKmEG0wOW9efjftqELjUon2R5iaXzPkAeN7Yr1egDZBnPe0lrf4JsuLTm-voSGpGujGUDdoWIXHg1L9fciHfYCJPvTxM43xkvSzQrdwy-PEdqA3eyzQOt-gqef0edBBZjdCccPMUIdPKcejZ02JNkBnxE-TSMbQXIls0sXpI/s320/adorno%20e%20il%2068.jpeg" alt="" width="229" height="320" border="0" data-original-height="750" data-original-width="536" /></a></div>
<h1>PREVE A DIECI ANNI DALLA MORTE<br />
LUCI E OMBRE DI UN&#8217;EREDITA&#8217;</h1>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>CARLO FORMENTI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il decennale della morte  è uno stimolo per ragionare sul lascito di Costanzo Preve in merito all’attualità di Marx e del suo pensiero. In questo articolo mi occupo di tre testi, <em>La Scuola di Francoforte, Adorno e lo spirito del Sessantotto </em>(Opere, vol. III ; Shibboleth, Roma 2023), <em>La filosofia imperfetta. Una proposta di ricostruzione del marxismo</em> (Franco Angeli, Milano 1984, prossimamente ripubblicato da Shibboleth) e “Demos e Libertà” un articolo apparso sulla rivista “Eretica”. Ho strutturato l’articolo in cinque paragrafi dedicati, rispettivamente, al rapporto fra Preve e Lukács, alla critica del postmodernismo, alla critica della sinistra, al presunto idealismo di Marx, ai limiti del pensiero sociologico e politico di Preve. </strong></p>
<p><strong>Preve e  Lukács</strong></p>
<p>Preve è uno dei pochi filosofi italiani che abbia colto la portata del contributo dell’ultimo Lukács, raccolto nei quattro volumi della <em>Ontologia dell’essere sociale </em>(1). Negli anni Ottanta e Novanta &#8211; allorché la cultura neoliberale celebrava il funerale del comunismo -  i marxisti ortodossi, ridotti a un manipolo di nostalgici, associavano il filosofo ungherese quasi esclusivamente a <em>Storia e coscienza di classe </em>(2), opera giovanile parzialmente ripudiata dall&#8217;autore (3), al contrario di Preve, il quale  aveva capito il potenziale dirompente dell’<em>Ontologia,</em> un’opera monumentale che faceva giustizia dei dogmi del “materialismo storico e dialettico” senza accodarsi al liquidazionismo eurocomunista, mentre cercava di ridefinire e attualizzare le linee fondamentali del pensiero marxiano, sfrondandole dagli equivoci associati a certi “regimi narrativi” &#8211; così li definiva Preve (4) –  presenti in alcune opere dello stesso Marx.<br />
Elenco qui di seguito tre degli equivoci in questione. Il primo è il prodotto delle interpretazioni  “provvidenzialiste”  della concezione marxiana della storia. In un celebre commento (5) alla recensione alla prima edizione russa del Primo Libro del<em> Capitale,</em> Marx aveva smentito il recensore, secondo il quale il suo intento sarebbe stato quello di descrivere le “leggi generali” del processo storico, rappresentandolo come una successione necessaria e scientificamente prevedibile fra differenti modi di produzione. Marx ribatte di non avere mai nutrito una simile ambizione, essendosi limitato a descrivere la transizione dal tardo feudalesimo e dalla società mercantile al capitalismo industriale in un ben definito e concreto contesto storico (l’Inghilterra dei secoli XVII , XVIII, XIX) senza elevare tale evento a modello universale valido per tutti i luoghi e tutte le epoche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; a <em>questo</em> Marx che fanno riferimento sia Lukács che Preve, non al Marx che la vulgata dei cattivi discepoli ha trasformato nel teorico delle &#8220;leggi&#8221; della Storia, di una necessità immanente che, allo stesso modo in cui la smithiana mano invisibile del mercato provvede a generare il bene comune dall&#8217;interazione fra gli egoismi individuali, provvederebbe a far sì che le contraddizioni oggettive del modo di produzione capitalistico generino  la transizione al socialismo. Questa interpretazione è il bersaglio contro cui si sono accaniti filosofi liberali come Popper, beffandosi di presunte leggi scientifiche che si sono rivelate incapaci di predire i propri effetti sulla realtà sociale. E&#8217; vero che per Marx l&#8217;unica scienza era la storia, scrive Lukács, ma quella scienza non aveva per lui alcuna relazione con le leggi della natura né tantomeno con la loro capacità di prevedere gli esiti di un determinato fenomeno. La storia non è governata da alcuna necessità immanente, non contiene alcun principio teleologico, non incorpora alcuna versione secolarizzata della divina provvidenza, e  le sue &#8220;leggi&#8221;, o meglio i nessi causali che producono determinati eventi, sono comprensibili solo post festum, a partire dai loro effetti. Ragionando sul 68, Preve scrive a sua volta  che la “verità” dell&#8217;evento storico in  questione è l’accertamento a posteriori dei suoi risultati (6). L’unica attività che introduce un fattore teleologico nella storia umana è il lavoro che, grazie alla sua proprietà di generare più risorse di quelle necessarie alla riproduzione  del lavoratore, è fonte della <em>possibilità, </em>non della necessità<em>, </em>della transizione da un modo di produzione a un altro (è a partire da questa visione, scrive Lukács e ribadisce Preve, che si può definire il marxismo &#8220;filosofia della prassi&#8221;).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Preve il rifiuto della interpretazione provvidenzialista della concezione marxiana della storia è associato al rifiuto della narrazione profetico-messianica che attribuisce al  proletariato il ruolo di soggetto “predestinato” a fungere da becchino del modo di produzione capitalistico. Anche in questo caso esistono assonanze con il pensiero di Lukács, anche se i due punti di vista non sono integralmente sovrapponibili. Lukács, come ho argomentato altrove (7),  ripropone la visione leninista della necessità di introdurre dall&#8217;esterno la coscienza politica, intesa come capacità di comprendere i rapporti fra tutte le classi sociali, in una classe operaia che non riesce ad elevarsi spontaneamente al di sopra della concezione tradeunionista dei propri interessi. Preve, come vedremo più avanti ragionando sui limiti del suo pensiero sociologico e politico, ha una visione radicalmente più pessimista della classe operaia, la quale, dopo la controrivoluzione neoliberale, avrebbe smarrito ogni forma di autoconsapevolezza, ancorché embrionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh1mJwiHDKLNA9UCxfl2tj9LvflabQgmQFsb3_2wVrFlTH65KzWMltUCUpaFIWxIEdWkyx2XdzJNiVgwGa5aqkLVpvIkQMDG8ybb7tb8-m8VPjI9kVCp6SUcXbhrTuMnrK6f7IEnf9Y5LMxYE2h4vaMFrR_y6ZXCrkw6Osi6ZpXPvBwuGIqNVb_1W1nJro/s462/Costanzo_Preve.jpeg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh1mJwiHDKLNA9UCxfl2tj9LvflabQgmQFsb3_2wVrFlTH65KzWMltUCUpaFIWxIEdWkyx2XdzJNiVgwGa5aqkLVpvIkQMDG8ybb7tb8-m8VPjI9kVCp6SUcXbhrTuMnrK6f7IEnf9Y5LMxYE2h4vaMFrR_y6ZXCrkw6Osi6ZpXPvBwuGIqNVb_1W1nJro/s320/Costanzo_Preve.jpeg" alt="" width="320" height="293" border="0" data-original-height="423" data-original-width="462" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Costanzo Preve</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un terzo punto sul quale il pensiero di Preve e quello dell&#8217;ultimo Lukács convergono è la questione dell’ideologia. Preve ribadisce a più riprese che l&#8217;ideologia è una dimensione antropologicamente e socialmente ineliminabile della prassi umana, per cui la narrazione postmoderna sulla cosiddetta &#8220;fine delle ideologie&#8221; non è altro che l&#8217;ideologia dell&#8217;epoca del trionfo della controrivoluzione neoliberale. Lukács sarebbe del tutto d&#8217;accordo con tale affermazione, tuttavia la sua posizione in merito è ancora più netta, come emerge laddove (nel quarto volume della <em>Ontologia</em>) discute del concetto gramsciano di ideologia. Mentre Gramsci mantiene la definizione dell&#8217;ideologia come &#8220;falsa coscienza&#8221;, Lukács sostiene che tale formula è applicabile solo a livello dei singoli individui, mentre l&#8217;ideologia come autorappresentazione collettiva dei propri interessi come interessi generali della nazione, o addirittura dell&#8217;umanità, da parte delle classi dominanti, non è falsa coscienza bensì condizione necessaria della riproduzione del loro potere, si tratta quindi d&#8217;una &#8220;potenza materiale&#8221;, di un fattore che trascende l&#8217;opposizione fra struttura e sovrastruttura.</p>
<p><strong>Preve e il postmoderno</strong></p>
<p>Il postmoderno canonizzato da Lyotard come &#8220;la fine dei grandi racconti di emancipazione&#8221; (8), rappresenta per Preve l&#8217;esito finale di un processo storico caratterizzato dalla progressiva sostituzione  del concetto di verità ontologica con il concetto di certezza gnoseologica e conclusosi con l&#8217;approdo al concetto di &#8220;performatività&#8221; (9). Un percorso che, partito dallo scetticismo di Hume, transitato dall&#8217;illuminismo &#8220;critico&#8221; di Kant, dalla nietzschiana volontà di potenza e dal weberiano politeismo dei valori, trova il proprio coronamento in autori come Lyotard, i quali traducono il trionfo della virtualità tecnologica ed economica in virtualità teorico-filosofica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fra i meriti di Preve va ascritto il sarcasmo con cui associa il disincanto lyotardiano alla delusione dell&#8217;ex militante trotzkista, nonché membro del cenacolo marxista &#8220;eretico&#8221; di Socialisme ou Barbarie, per il fallimento delle sue illusioni rivoluzionarie. Del resto, non è un caso se la Francia è la culla dei nouveaux philosophes: fra i primi a decretare, anticipando la diagnosi di Berlinguer, l&#8217;esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d&#8217;Ottobre e a spostare le proprie aspettative dal socialismo reale alle utopie libertarie dei &#8220;nuovi movimenti&#8221;, gli intellettuali francesi di sinistra si sono convertiti in apologeti del liberalismo &#8220;progressista&#8221; post sessantottino, sancendo il divorzio &#8211; per usare la formula di Boltanski e Chiapello (10) &#8211; fra &#8220;critica sociale&#8221; e &#8220;critica artistica&#8221;.</p>
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<td>Jean François Lyotard</td>
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<p>Altrettanto spietata la diagnosi di Preve sull&#8217;ala &#8220;sovversiva&#8221; di questa corrente liberale di sinistra (vedi Antonio Negri e altri esponenti del pensiero post operaista come André Gorz). Preve rintraccia le radici di questa scuola nella rivista &#8220;Quaderni  Rossi&#8221;, di cui salva il solo Rainero Panzieri, liquidando a mio avviso con eccessiva severità certi contributi di analisi di quella testata sulle trasformazioni della classe operaia italiana. Coglie invece con grande lucidità le derive successive di autori come Negri che, mentre rivendicano l&#8217;ambizione di andare &#8220;oltre Marx&#8221; (11) a partire da poche righe dei <em>Grundrisse</em>, appaiono piuttosto debitori del pensiero di Foucault e Deleuze, dai quali traggono ispirazione per spingersi oltre la diagnosi lyotardiana sulla &#8220;fine dei grand récit&#8221;, al punto che decretano, ad un tempo, la fine dell&#8217;imperialismo (liquidando come antiamericanismo i discorsi che si attardano ad accusare di imperialismo gli Stati Uniti) e la fine degli stati nazione, ed esaltano la globalizzazione come fattore di accelerazione (12) verso la transizione  al comunismo senza transitare da una rivoluzione politica. Una visione economicista che associa la possibilità di tale transizione esclusivamente ai punti più alti dello sviluppo capitalistico e ne affida la gestione ai lavoratori della conoscenza, cioè agli strati più elevati della forza lavoro che operano nei settori della New Economy (13).</p>
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<p>Questa polemica può oggi suonare marginale, dal momento che la crisi della globalizzazione e il ritorno del conflitto militare fra grandi potenze ha fatto giustizia dei deliri appena descritti, mantiene invece assoluta attualità la riflessione di Preve sul rapporto fra postmodernità e sistema dei media. Da un lato, seguendo le tracce di Guy Debord e Jean Baudrillard, Preve descrive la trasformazione dell&#8217;apparato mediatico in un sistema integrato di simulazione in grado di manipolare l&#8217;opinione pubblica (vedi la costruzione del mito di Auschwitz come il Male Assoluto e dell&#8217;Olocausto come evento unico e irripetibile, tema ricorrente nei lavori di Preve che assume enorme rilievo nell&#8217;attuale fase contesto storico). Dall&#8217;altro lato, denuncia la progressiva privatizzazione dello spazio pubblico, colonizzato da grandi imprese che promuovono il politicamente corretto non solo come arma di distrazione di massa, ma anche e soprattutto come strumento di allargamento del mercato attraverso l&#8217;illimitata estensione di &#8220;diritti&#8221; individuali (14) che ha l&#8217;obiettivo di trasformare i desideri in merci.</p>
<p><strong>Preve e la sinistra</strong></p>
<p>Evito di dilungarmi sulla polemica di Preve autore &#8220;rossobruno&#8221;, accusa rivolta ad altri intellettuali che &#8211; come Jean-Claude Michéa (15) &#8211; hanno messo in discussione  l&#8217;attualità dell&#8217;opposizione destra-sinistra. Ammesso che a Preve si può rimproverare di aver concesso eccessivo credito a un esponente della Nuova Destra come Alain De Benoist; ammesso che certe sue prese di posizione sul tema hanno peccato di gusto della provocazione, cedendo alla tentazione di épater le bourgeois mettendo nel mirino il conformismo delle sinistre politicamente corrette; ammesso che le sue denunce di ciò che definiva &#8220;antifascismo in assenza di fascismo&#8221; erano giustificate in quanto riferite all&#8217;impossibilità del riproporsi di una esperienza storica resa anacronistica dalle forme attuali del conflitto sociopolitico, ma avrebbero richiesto un&#8217;integrazione relativa alle nuove, non meno feroci, forme di autoritarismo associate al potere neoliberale. Ammesso tutto ciò, il linciaggio ideologico cui Preve è stato sottoposto è servito a concentrare l&#8217;attenzione sul dito distogliendola dalla luna, distogliendola cioè dalla critica alle responsabilità di una sinistra istituzionale totalmente integrata nel sistema di potere neoliberale. Parlare di responsabilità rischia però di essere depistante: la &#8220;colpa&#8221; della sinistra, per Preve, non chiama in causa la morale bensì la capacità di cogliere la realtà. Di fronte al crollo della democrazia, alla transizione a un regime postdemocratico (16) che sottrae al popolo la sovranità per consegnarla ai mercati e al dominio politico-militare dell&#8221;imperialismo americano, la sinistra non ha saputo cogliere la svolta epocale in atto dagli ultimi decenni del Novecento. Per i Bobbio, i Sartorie e le Urbinati di turno il fatto che permangono le procedure formali è quanto basta per affermare che restano in vigore le regole della democrazia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Invece di prendere atto della realtà, e della conseguente necessità di cambiare paradigma, la sinistra disprezza la plebe, che vive ormai in un altro mondo, nelle periferie lontane dai centri gentrificati che ospitano le anime belle del politicamente corretto, insulta  le masse che le voltano le spalle e cercano salvezza nei populismi di destra e di sinistra e, una volta esaurite le speranze, smettono di partecipare al gioco truccato di questo simulacro di democrazia. Evocare dicotomie ormai prive di contenuto reale, come progressisti/conservatori, atei/credenti, destra/sinistra non serve più a raccogliere consenso. Come hanno dimostrato innumerevoli ricerche sui flussi elettorali il voto si polarizza geograficamente: centri urbani vs periferie, metropoli vs province, e i richiami alla tutela dei diritti civili non fanno più presa su un popolo che reclama i diritti sociali che gli sono stati scippati (anche perché, nota Preve, a erigersi a paladini dei diritti civili sono sempre più spesso i super ricchi che hanno fatto strame di salari, occupazione e diritti sociali delle classi subalterne).</p>
<p><strong>Preve e la filosofia</strong></p>
<p>“La filosofia, scrive Preve, deve limitarsi al concetto che è, al tempo stesso, il suo oggetto e il suo limite”, ma questo attestato di modestia non tragga in inganno, perché Preve attribuisce al termine  lo stesso contenuto che gli accredita Hegel, vale a dire quello di immanente verità del reale, di sua  struttura logica. Questo ruolo ipertrofico del pensiero filosofico è un&#8217;eredità della filosofia greca classica, cui Preve riconosce l&#8217;assoluta esclusiva del modo occidentale di pensare, e dato che la filosofia occidentale è considerata come l&#8217;unica che possa definirsi tale, ne deriva una visione eurocentrica che personalmente considero uno dei, se non il, limite maggiore del contributo di Preve, limite di cui mi occuperò più avanti discutendo alcune sue idee politiche.</p>
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</tr>
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<td>Hegel</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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<p>Questo riferimento alla presunta struttura logica dell&#8217;essenza stessa del reale fa sì che la visione previana del processo storico sia di natura essenzialmente &#8220;continuista&#8221;: dalla contraddizione nasce sì la possibilità del superamento, ma tale superamento si dà, hegelianamente, come aufhebung, cioè come ossimorica sintesi di oltrepassamento e conservazione. Trasposta sul piano della prassi politica questa visione appare incompatibile con il concetto di rivoluzione come frattura temporale, discontinuità del processo storico, come ciò che Walter Benjamin definiva &#8220;il balzo di tigre&#8221; (17). Anche Marx viene da Preve inglobato in questo dispositivo logico: da un lato il filosofo di Treviri rappresenta, a suo avviso, l&#8217;unico esponente, assieme ad Hegel, di una scuola Dialettica che si proietta dal di là dell&#8217;opposizione fra Idealismo e Materialismo, ma questo al di là significa in realtà che il &#8220;materialismo&#8221; delle categorie marxiane appare integralmente sussunto dalla forma idealista del loro sviluppo evolutivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quanto appena affermato fa sì che Marx appaia, in ultima istanza, come l&#8217;esito più coerente ed estremo dell&#8217;universalismo borghese. Ciò emerge con chiarezza laddove Preve enuncia la sua tesi in merito a quella che definisce la &#8220;finestra storica&#8221; 1810/1990.  L’epoca in questione, tesa fra l&#8217;affermazione della ragione illuminista e la crisi della ragione tardo moderna, sarebbe a suo avviso caratterizzata dalla “fessurazione dolorosa” fra universalismo borghese e nichilismo capitalistico: la contraddizione insanabile fra i principi universali enunciati dalla rivoluzione del 1789 e la prassi nichilista che governa il modo di produzione capitalista è la fonte di quella &#8220;coscienza infelice&#8221; del grande pensiero borghese di cui Marx, secondo Preve, è indiscutibilmente il maggiore esponente. La chiusura di quella finestra storica, dovuta agli effetti convergenti della caduta del socialismo reale, della controrivoluzione neoliberale e del trionfo del pensiero postmoderno, fa sì che, assieme all&#8217;universalismo borghese, scompaiano anche le condizioni che avevano reso possibile la coscienza infelice e quindi anche del superamento dell&#8217;esistente. Da questa chiusura autoreferenziale di una prospettiva filosofica che associa al venir meno dei principi della moderna (e occidentale!) ragione universale l&#8217;impossibilità di una fuoruscita dal capitalismo, derivano i limiti del pensiero sociologico e politico di Preve che esporrò nell&#8217;ultimo paragrafo di questo articolo.</p>
<p><strong>Preve sociologo e politico</strong></p>
<p>Si è detto che Preve non attribuisce alcuna autonomia di azione politica alle classi subalterne. Ma sarebbe più corretto dire che è il concetto stesso di classe sociale a svolgere un ruolo marginale nel suo pensiero. Abbiamo ricordato il suo sarcasmo nei confronti della scuola operaista, non solo nei confronti delle elucubrazioni negriane ma anche delle analisi dei Quaderni Rossi sul presunto ruolo antagonista dell&#8217;operaio-massa della grande fabbrica fordista. Con l&#8217;avvento del capitalismo globalizzato e finanziarizzato è l&#8217;idea stessa di classe a sfumare a mano a mano che si entra in una realtà &#8220;post borghese&#8221; e &#8220;post proletaria&#8221;. Il nuovo magma sociale si articola in tre categorie che definisce, rispettivamente (forse con ironico riferimento ai tre stati pre moderni) bellatores, oratores e laboratores. I bellatores coincidono con le élite  oligarchiche dei super ricchi e dei potenti in cui si mescolano finanzieri, monopolisti industriali, vertici politico-militari (con prevalenza dei primi); gli oratores sono i ceti professionali deputati alla gestione del consenso (giornalisti, accademici, intellettuali), mentre i laboratores appaiono una massa residuale priva di sostanziale identità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo scenario si giustifica solo tenendo conto del fatto che, per Preve, le classi sono &#8220;pure astrazioni&#8221;, un&#8217;affermazione che ci fa capire come Preve, pur avendo preso le distanze da Althusser, abbia continuato a subire l&#8217;influsso della sua visione strutturalista: per lui i soggetti collettivi non hanno spessore reale; non riesce letteralmente a considerarli come entità concrete, al punto di affermare che &#8220;la sola unità veramente  concreta è l&#8217;unità di vita individuale&#8221;. Insomma, al fondo del suo pensiero sociale c&#8217;è una base individualista che assume a tratti connotati &#8220;biografici&#8221;, come laddove ironizza sui filosofi accademici, che disprezza in quanto membri di una corporazione integrata nella piramide gerarchica, mentre i &#8220;veri&#8221; filosofi sarebbero &#8220;singolarità irripetibili&#8221;, un&#8217;affermazione che Marx avrebbe liquidato come una versione filosofica delle robinsonate dell&#8217;economia politica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;eurocentrismo e il mix di universalismo e individualismo plasmano anche la visione politica di Preve. Per dimostrarlo, mi concentrerò su due aspetti che considero fra loro intrecciati: il concetto di democrazia e la critica del socialismo reale. Nel libro su Adorno e il 68  c&#8217;è un passaggio in cui Preve afferma di considerare la filosofia superiore alla democrazia. La battuta suona ambigua a meno che non la si metta in relazione con la convinzione del suo autore in merito alla insuperabilità della concezione greca della democrazia, concezione che Preve sintetizza con le seguenti parole: &#8220;La democrazia non è dunque una particolare forma di governo e di stato, ma è semplicemente lo stato di prevalenza del demos, in cui il demos tramite la correzione politica democratica corregge appunto la sproporzione di potere data dal possesso del denaro&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tale definizione &#8211; la si consideri o meno ermeneuticamente fondata &#8211; &#8220;attualizza&#8221; l&#8217;approccio della filosofia classica al tema dell&#8217;azione dissolutrice della ricerca smodata di ricchezza sui corretti equilibri della comunità sociale e politica in misura tale da elevarla a modello sovrastorico. E&#8217; in nome di questo modello, oltre che dei principi universali della Rivoluzione francese, che Preve condanna i regimi di socialismo reale (pur non negandone il merito storico di esperimenti di emancipazione dell&#8217;umanità dall&#8217;oppressione e dallo sfruttamento capitalistici). Così sposa le critiche che Rosa Luxemburg rivolse a Lenin e al Partito Bolscevico per avere negato alle opposizioni il diritto di organizzare, rappresentare ed esprimere le proprie opinioni. Quindi, dopo avere citato la grande rivoluzionaria polacca laddove afferma che  &#8221;la libertà è sempre libertà di chi la pensa diversamente&#8221;, scrive:  &#8221;In quanto amico delle rivoluzioni trovo anche normale (&#8230;) che per qualche anno dopo il 1789 i francesi non lascino libertà di espressione pubblica ai realisti borbonici, e che per qualche anno dopo il 1917 i russi non lascino libertà di espressione pubblica ai seguaci dello zar&#8221;; a condizione, aggiunge, che si tratti di una &#8220;sospensione&#8221; perché, se l&#8217;emergenza diventa normalità, &#8220;allora c&#8217;è una patologia in atto, che in termini gramsciani potremo definire un deficit di egemonia&#8221;. Se le rivoluzioni socialiste fossero state capaci di costruire un sistema egemone, conclude, questo sistema avrebbe  potuto tollerare l&#8217;esistenza di partiti e organi di stampa di opposizione, <em>allo stesso modo </em>in cui il regime capitalista ha permesso l&#8217;esistenza di movimenti e giornali come Lotta Continua, Potere Operaio, ecc.</p>
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<p>Il paragone fra i movimenti e degli eserciti controrivoluzionari degli anni Venti, appoggiati del concerto degli imperialismi occidentali e i micropartiti italiani degli anni Settanta sotteso da quell’allo stesso modo è talmente assurdo che si commenta da solo. Ma il vero nodo, come osservo in un articolo in via di pubblicazione sulla rivista &#8220;Koinè&#8221;, è un altro: il fatto è che che Preve condivide la visione secondo cui la rivoluzione socialista sarebbe in qualche modo la &#8220;continuazione&#8221; (vedi quanto detto sopra in merito al suo continuismo categoriale) della rivoluzione del 1789, la quale avrebbe gettato le basi dell&#8217;emancipazione umana, ma i cui principi e valori ideali sarebbero stati disattesi dal capitalismo per cui richiedono attuazione e compimento da un nuovo processo rivoluzionario. Questa visione rimuove il fatto che la rivoluzione del 1789 sanciva sul piano istituzionale un potere che la borghesia deteneva già sul piano economico-sociale, il che è palesemente falso nel caso delle attuali classi subalterne, per cui la rivoluzione socialista non può che segnare un momento di discontinuità assoluta, il benjaminiano &#8220;balzo di tigre&#8221;. Questo equivoco riverbera sulla sopracitata critica all&#8217;autoritarismo dei regimi socialisti, condotta dal punto di vista della democrazia borghese (o meglio di quell&#8217;ideale di democrazia borghese che non ha mai avuto attuazione se non come legittimazione del dominio di classe) (18). Concludo notando che, analogamente a quanto avviene spesso per i critici &#8220;da sinistra&#8221; (poco importa che Preve rinnegasse questa attribuzione) dei socialismi reali, questa rivendicazione dei principi della democrazia borghese si associa a una visione della società comunista come una sorta di anarchismo compiuto, per cui Preve condivide l&#8217;idiosincrasia di Adorno (ma anche di Althusser) nei confronti del concetto di socializzazione applicato alla prospettiva di una civiltà postcapitalista.</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>(1) G. Lukács, <em>Ontologia dell&#8217;essere sociale, </em>4 voll., Meltemi, Milano 2023.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(2)  G. Lukács,<em> Storia e coscienza di classe, </em>Sugar, Milano 1970.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(3) Nella Prefazione alla riedizione del 1967 di <em>Storia e coscienza di classe, </em>Lukács svolge un&#8217;autocritica di alcuni concetti utilizzati in quel testo definendoli frutto di &#8220;un hegelismo più hegeliano di Hegel&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(4) Vedi <em>La filosofia imperfetta, </em>op. cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(5) La polemica di Marx nei confronti della suddetta recensione all&#8217;edizione russa del <em>Capitale, </em>si può trovare in K. Marx, F. Engels, <em>India Cina Russia,</em> Il Saggiatore, Milano 1960.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(6) L&#8217;affermazione è nel libro <em>La scuola di Francoforte</em>, op. cit. Sempre in questo testo cita la celebre battuta di Zhou Enlai il quale, richiesto della sua opinione in merito all&#8217;impatto storico della Rivoluzione francese, avrebbe risposto &#8220;è ancora troppo presto per dare un giudizio definitivo&#8221;. <em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(7)<em> </em>Vedi la mia Prefazione alla <em>Ontologia, </em>cit.; vedi anche <em>Ombre rosse. Saggi sull&#8217;ultimo Lukács e altre eresie, </em>Meltemi, Milano 2022.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(8) Cfr. J-F Lyotard, <em>La condizione postmoderna, </em>Feltrinelli, Milano 1980.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(9) Nel testo citato alla nota precedente, Lyotard usa questo concetto, mutuato dalla filosofia del linguaggio, per denotare una forma di razionalità definita esclusivamente dalle sue prestazioni pragmatiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(10) Cfr. L. Boltanski, E. Chiapello, <em>Il nuovo spirito del capitalismo, </em>Mimesis, Milano-Udine 2014.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(11) Cfr. A. Negri, <em>Marx oltre Marx, </em>Feltrinelli, Milano 1979.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(12) Cfr. A. Williams,  R. Srnicek, <em>Manifesto accelerazionista, </em>Laterza, Roma-Bari 2018.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(13) Ho polemizzato contro queste teorie in diversi lavori. Vedi, in particolare, <em>Felici e sfruttati,</em>Egea, Milano 2011 e <em>Utopie letali, </em>Jaka Book, Milano 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(14) Cfr. S. Rodotà, <em>Il diritto di avere diritti, </em>Laterza, Roma-Bari 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(15) Cfr. J-C Michéa, <em>I misteri della sinistra, </em>Neri Pozza, Vicenza 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(16) Cfr. C. Crouch, <em>Postdemocrazia</em>, Laterza, Roma-Bari 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(17) Cfr. W. Benjamin, <em>Angelus Novus</em>, Einaudi, Torino 1962.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(18) Persino un filosofo marxista radicale come Domenico Losurdo (cfr. <em>La questione comunista. Storia e futuro di un&#8217;idea,</em>Carocci, Roma 2021)<em> </em>sostiene che il pensiero comunista dovrebbe riconoscere i principi della democrazia liberale, facendo propria la concezione togliattiana della &#8220;democrazia progressiva&#8221;. Argomento contro questa tesi nel mio ultimo libro (<em>Guerra e rivoluzione, </em>2 voll., Meltemi, Milano 2023). <em> </em></p>
<p><em>socialismodelsecoloxxi</em></p>
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		<title>Snowden: &#8220;Non mi sono pentito di nulla!&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Sep 2023 17:43:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Snowden: &#8220;Non mi sono pentito di nulla!&#8221; di Enrico Vigna Edward Snowden, a dieci anni dall’esilio in Russia dichiara: CIA, NSA, Russia, Ucraina, PRIMS“Non mi sono pentito di nulla” e dice di essere impressionato dalle moderne capacità raggiunte dalle nuove tecnologie di sorveglianza.  A dieci anni dalla sua fuga dai Servizi segreti USA e la salvezza ottenuta [...]]]></description>
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<h1>Snowden: &#8220;Non mi sono pentito di nulla!&#8221;</h1>
<h3>di Enrico Vigna</h3>
<p><em><strong>Edward Snowden</strong></em><strong>, a dieci anni dall’esilio in </strong><em><strong>Russia</strong></em><strong> dichiara: CIA, NSA, Russia, Ucraina, PRIMS“</strong><em><strong>Non mi sono pentito di nulla</strong></em><strong>” e dice di essere impressionato dalle moderne capacità raggiunte dalle nuove tecnologie di sorveglianza. </strong></p>
<p><em></em><em><strong>A dieci anni dalla sua fuga dai Servizi segreti USA e la salvezza ottenuta grazie all’asilo politico concesso dalla Russia, l’ex funzionario dell’intelligence statunitense ha concesso alcune interviste a media russi e internazionali, in cui riafferma la sua scelta, sia per la verità, che di vita.</strong></em></p>
<p>* * * *</p>
<p>“…<em>Non mi pento di aver fatto conoscere la verità</em>”, ha dichiarato, facendo riferimento alla sua vicenda, quando fece conoscere documenti, che erano classificati come top secret, i quali rivelarono dettagli prima sconosciuti sulla sorveglianza globale, che il governo degli <em>Stati Uniti</em> effettuava e della complicità con le intelligence dei governi europei. Nelle documentazioni, consegnate ai giornalisti a <em>Hong Kong</em>, vi erano migliaia di documenti top-secret, dove era certificata l&#8217;entità della sorveglianza, soprattutto illegale, da parte della <em><strong>National Security Agency</strong></em> statunitense e dell&#8217;agenzia di intelligence britannica <em><strong>GCHQ</strong></em>.</p>
<p>In alcune interviste ha anche affermato che le attività esercitate nel 2013, sembrano “<em>un gioco di ragazzi&#8221;</em> in confronto alla tecnologia utilizzata oggi. <em>Snowden</em> è sbalordito dall’invasione della privacy sia nel mondo fisico che in quello digitale. “…<em>La tecnologia è diventata gravemente influente e determinante, se pensiamo alla situazione di dieci anni fa e alle capacità dei governi odierni di determinare pensieri e opinioni di massa…causa l’uso ormai ordinario delle telecamere CCTV disponibili addirittura in commercio, il riconoscimento facciale, l&#8217;intelligenza artificiale e gli spyware intrusivi come Pegasus, utilizzati contro dissidenti e giornalisti….”.</em></p>
<p>L’ex agente statunitense di <em>NSA</em> e <em>CIA,</em> guardandosi indietro ha raccontato la natura delle sue scelte: “<em>…Avevamo fiducia che il governo non ci avrebbe ingannato. Ma lo hanno fatto. Avevamo fiducia che le aziende tecnologiche non si sarebbero approfittate di noi. Ma lo hanno fatto. Accadrà di nuovo perché questa è la natura del potere…”.</em></p>
<p><em>Snowden</em> è in esilio in <em>Russia</em> dal 2013, i suoi denigratori lo condannano per il fatto di essere in <em>Russia</em>, ma lui ha spiegato che era l’unica vera opzione a sua disposizione, oltre al carcere a vita negli <em>Stati Uniti</em>.</p>
<p>Le critiche contro di lui si sono intensificate da quando è scoppiato il conflitto in <em>Ucraina</em> e <em>Snowden</em> ha ricevuto la cittadinanza russa l&#8217;anno scorso, due anni dopo averne fatto richiesta.</p>
<p>Negli ultimi due anni, l’ex agente ha tenuto meno discorsi pubblici e si è ritirato dalle interviste alla stampa e dai social media, ma ha ribadito la conferma della sua scelta. Per esempio egli vede nell&#8217;uso diffuso della crittografia <em>end-to-end</em> una delle conseguenze positive delle fughe di dati da lui attuate, infatti le principali aziende tecnologiche sono rimaste sorprese dalle rivelazioni secondo cui la <em><strong>NSA</strong></em> (<em>National Security Agency</em>, dove lavorava <em>Snowden</em>) stava consegnando dati personali a terze parti. Quell’imbarazzo si trasformò in ira, quando ulteriori fughe di notizie rivelarono che la <em>NSA</em> accedeva ai dati delle principali aziende tecnologiche attraverso vulnerabilità backdoor.</p>
<p><em>Snowden</em> ha raccontato che fu nel 2013, mentre lavorava sotto copertura per la <em>CIA</em>, che decise il distacco dai servizi segreti <em>USA</em> e far sapere al mondo la verità. Decise così di contattare segretamente diversi giornalisti e fornire loro documenti segreti acquisiti durante il suo servizio, che dimostravano la sorveglianza di massa che le agenzie di intelligence statunitensi conducono sui rappresentanti della leadership di stati e aziende straniere, nonché sui comuni cittadini, sia all&#8217;estero che a livello nazionale.</p>
<p>Il programma segreto in questione, era denominato <em><strong>PRISM</strong></em>, che consente alla <em>NSA</em> di visualizzare e-mail, ascoltare messaggi vocali e altri messaggi, visualizzare foto e video, e tenere traccia dei file trasferiti di quasi tutti. Raccogliendo tutti i dati degli utenti, da aziende come <em><strong>Microsoft, Google, Apple, Yahoo, Facebook o &#8220;YouTube</strong></em>.</p>
<p>In seguito all’incontro con i giornalisti <em>Glenn Greenwald, Laurie Poitras, Barton Gelman ed Ewen McCaskill, </em>in cui ha fornito migliaia di documenti riservati, riuscì ad attirare l&#8217;attenzione internazionale, dopo che articoli basati sui suoi materiali, furono pubblicati su <em><strong>The Guardian, The Washington Post</strong></em> e numerose altre pubblicazioni in Occidente.</p>
<p>Nelle interviste, ha detto che rivelando documenti segreti, sapeva che avrebbe detto addio per sempre alla sua vita normale e comoda, ma lo ha fatto comunque perché &#8220;…<em>non poteva permettere al governo degli Stati Uniti di violare la privacy, la libertà di Internet e le libertà fondamentali delle persone in tutto il mondo, con l&#8217;aiuto di un enorme sistema di sorveglianza che stanno segretamente sviluppando..</em>.<em>le mie azioni erano un tentativo di informare il pubblico su ciò che si sta facendo in loro nome e su ciò che si sta facendo contro di loro cercando di aprire un ampio dibattito sulla sorveglianza di massa e sulla segretezza del lavoro del governo degli Stati Uniti..”.</em></p>
<p>Come conseguenza, nonostante l’opposizione delle agenzie di intelligence, le aziende hanno introdotto la crittografia <em>end-to-end</em> diversi anni prima del previsto. <em>“…La crittografia end-to-end era un sogno irrealizzabile nel 2013, quando questa storia scoppiò…Una quota enorme del traffico Internet globale veniva trasmessa elettronicamente senza protezioni di alcun tipo. Oggi tutto ciò è ormai superato…”.</em></p>
<p><em>Snowden</em> è consapevole che i progressi tecnologici che stanno stritolando la vita privata non si sono certo fermati. “…<em>L’idea che dopo le rivelazioni del 2013, dal giorno dopo ci sarebbero stati arcobaleni e unicorni non è realistica. È un processo continuo. E dovremo lavorare su questo per il resto della nostra vita, e per quella dei nostri figli e oltre</em>…”.</p>
<p><em>Edward Snowden</em> è oggi, con il prigioniero <em><strong>Julian Assange</strong></em>, uno dei più conosciuti &#8220;<em>whistleblowers</em>&#8221; (informatore) al mondo, ma anche uno dei più ricercati latitanti dalla &#8220;giustizia&#8221; statunitense e non solo.</p>
<p>È sfuggito al sinistro destino di<em> Assange</em> solo perché in quel giorno di dieci anni fa, gli fu concesso asilo temporaneo in <em>Russia</em>, asilo permanente un anno dopo e cittadinanza della <em>Federazione Russa</em> l&#8217;anno scorso. Il 4 giugno 2013, il governo degli <em>Stati Uniti</em> presentò le accuse penali contro <em>Snowden</em> per &#8220;<em>furto di proprietà del governo</em>&#8220;, &#8220;<em>violazione delle leggi sullo spionaggio&#8221;, &#8220;divulgazione non autorizzata di informazioni classificate della difesa nazionale&#8221; </em>e <em>&#8220;rilascio intenzionale di intelligence sulle comunicazioni classificate&#8221;.</em> Di fatto, egli ha solo rivelato le operazioni segrete, illegali e incostituzionali della <em>National Security Agency (NSA</em>) degli <em>USA.</em></p>
<p><em>Snowden</em> ha rivelato i numerosi programmi di sorveglianza globale del governo statunitense condotti dalla <em>NSA</em>, associata all&#8217;alleanza di intelligence &#8220;<em><strong>Five Eyes</strong></em>&#8221; (<em>Five Eyes</em> è una comunità di intelligence informale di cinque paesi anglosassoni, che, oltre agli <em>Stati Uniti</em>, comprende <em><strong>Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda</strong></em>), in collaborazione con società di telecomunicazioni e governi europei: “…<em>Seduto alla mia scrivania, avrei potuto origliare chiunque, voi o il vostro commercialista, un giudice federale o persino il presidente degli Stati Uniti…&#8221;.</em></p>
<p>Una delle rivelazioni di Snowden fu anche il &#8220;<em>bilancio nero della NSA</em>&#8220;, così come le numerose operazioni, riuscite o meno, delle 16 agenzie di spionaggio che compongono la comunità dell&#8217;intelligence americana.</p>
<p>Ha anche rivelato che la <em>NSA</em> paga aziende tecnologiche private statunitensi per accedere alla loro rete di comunicazioni. Solo nel corso del 2013, per questo scopo furono spesi l&#8217;incredibile cifra di <strong>52 miliardi di dollari.</strong> L&#8217;agenzia accedeva segretamente a questi dati attraverso un programma di sorveglianza che era, o è tuttora chiamato <em><strong>MUSCULAR.</strong></em></p>
<p>Secondo un rapporto del <em><strong>Washington Post</strong></em>, citando le informazioni fornite da <em>Snowden</em>, il <strong>90%</strong> di coloro che sono sotto sorveglianza negli <em>Stati Uniti</em> e negli altri paesi sono cittadini comuni. &#8220;…<em>Il mio unico motivo è stato informare il pubblico di ciò che viene fatto in loro nome e di ciò che viene fatto contro di loro</em>…”.</p>
<p>Gli <em>USA</em>, ha rivelato <em>Snowden</em>, spiavano <em><strong>Brasile, Francia, Messico, Gran Bretagna, Cina, Germania e Spagna</strong></em>, oltre ad altri <strong>35 leader mondiali</strong>. Documenti pubblicati da <strong>Spiegel</strong>, hanno mostrato che la <em>NSA</em> ha intercettato <strong>122 leader di alto rango</strong> in tutto il mondo, oltre ad avere anche piani per espandere ulteriormente le sue attività illegali per aumentare notevolmente la padronanza della rete globale e ottenere dati “da chiunque, sempre e ovunque&#8221;.</p>
<p><em>Snowden</em> ha anche riconfermato che <em><strong>WikiLeaks</strong></em> ha finanziato la sua fuga. <em><strong>Julian Assange</strong></em> ha raccontato che chiese al console di allora, dell&#8217;ambasciata ecuadoriana a <em>Londra,</em> di rilasciare un passaporto a <em>Snowden</em>.</p>
<p>Con quel documento egli atterrò 10 anni fa all&#8217;aeroporto <em>Sheremetyevo</em> di <em>Mosca</em>, ribadendo che, nonostante gli sforzi denigratori degli <em>USA</em>, che lo accusano di essere una &#8220;<em>spia russa</em>&#8220;, i fatti hanno dimostrato la sua lotta per la verità e la giustizia, i documenti non furono dati alla Russia, ma a famosi giornalisti occidentali e statunitensi.</p>
<p><em>Edward Snowden</em> ha anche ironicamente accennato all’attualità, dopo gli scandali che hanno coinvolto quest’anno la presidenza <em>USA</em>, dopo che <em>CBS News</em>, citando fonti, ha diffuso informazioni sulla scoperta di circa <strong>10 materiali classificati</strong> nell&#8217;ufficio dell&#8217;attuale presidente degli <em>Stati Uniti</em>, che erano archiviati insieme a documenti che non contenevano dati classificati. Il procuratore generale degli <em>Stati Uniti Garland </em>ha ordinato al procuratore del paese nel distretto settentrionale di indagare sulla provenienza dei materiali. <em>“…Vale la pena notare che il presidente </em><em><strong>Joe Biden</strong></em><em> sembra aver raccolto più documenti riservati di molti informatori. Per fare un confronto: Reality Winner (</em>condannato negli Stati Uniti per fuga di notizie dalla National Security Agency &#8211; ndr<em>) è stato condannato a cinque anni per un solo documento. Nel frattempo, Biden, Donald Trump, Bill Clinton, David Petraeus, questi ragazzi hanno dozzine, centinaia di documenti. E niente prigione…&#8221;, </em>ha detto.</p>
<p><em>Snowden</em> ha anche attirato l&#8217;attenzione sul fatto che il <em>Dipartimento di Giustizia</em> <em>USA</em> aveva scoperto i documenti una settimana prima delle elezioni di medio termine e non ha reso pubblica la storia.</p>
<p>Poco dopo che a <em>Snowden</em> fu concesso l&#8217;asilo in <em>Russia</em>, <em><strong>Julian Assange</strong></em> così commentò il caso &#8220;<em>Snowden</em>&#8220;: &#8220;…<em>Venezuela ed Ecuador avrebbero potuto proteggerlo solo per un breve periodo. In Russia sarà al sicuro per sempre, lì è rispettato e non avrà più problemi. Non cambiar paese. Questo fu il mio consiglio a Snowden, lì è il posto più sicuro per lui…”.</em></p>
<p><em><strong>Sinistrainrete </strong></em></p>
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		<title>Suzanne De Brunhoff, Karl Marx e il dibattito sulla moneta</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Apr 2023 17:54:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/04/0e99dc_dabe9dc97cb946babc28d1086099612cmv2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8478" title="0e99dc_dabe9dc97cb946babc28d1086099612cmv2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/04/0e99dc_dabe9dc97cb946babc28d1086099612cmv2-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Suzanne De Brunhoff, Karl Marx e il dibattito sulla moneta</h1>
<h3>di Andrea Fumagalli</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-85eud"><em>Nell&#8217;articolo che pubblichiamo oggi, Andrea Fumagalli fa un ritratto di Suzanne de Brunhoff. Nel ricostruire l&#8217;importanza e l&#8217;originalità del suo pensiero, Andrea Fumagalli ripercorre il dibattito sulla moneta che l&#8217;economista francese ebbe con il gruppo di lavoro sulla moneta di Primo Maggio.</em></p>
<p id="viewer-a6cpa">* * * *</p>
<p id="viewer-ag8gf"><strong>1. Suzanne De Brunhoff e Marx</strong></p>
<p id="viewer-4sqe4">Suzanne De Brunhoff è stata un intellettuale <em>engagée</em> a tutto tondo, testimone delle varie ingiustizie che hanno caratterizzato il Novecento, contro le quali ha sempre combattuto a viso aperto. Fatto, oggi, più che raro, così presi della performatività dell’apparire.</p>
<p id="viewer-58vf6">Come scrive Riccardo Bellofiore a un anno della sua morte:</p>
<p id="viewer-5k4id">Le esperienze giovanili del nazismo e del razzismo, e poco dopo del colonialismo francese in Indocina e Algeria, ne fecero una combattente tenace per l’eguaglianza nei diritti politici e sociali <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn1" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[1]</a></p>
<p>In quanto donna, la sua carriera all’interno dell’università fu assai ostacolata. Dopo una laurea in Filosofia alla Sorbona, non ebbe l’<em>aggregation</em>, nonostante le sue qualità di ricercatrice fossero ampiamente riconosciute. Sarà solo dopo aver ottenuto un dottorato in Sociologia e in Economia, riuscì a entrare al CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique, l’equivalente più o meno del nostro CNR), dove divenne, con non poche difficoltà, direttora di ricerca.</p>
<p>La sua ricerca teorica si è sempre mossa all’interno del pensiero marxista. Il suo primo libro fu <em>Capitalisme financier public</em>, pubblicato<em> </em>nel 1965, con il sottotitolo <em>Influence économique de l&#8217;État en France (1948-1958)</em> che analizza criticamente il ruolo economico dello Stato in Francia dal 1948 al 1958.</p>
<p id="viewer-bic9m">A partire da questo testo, anche se l’argomento non rappresenta l’argomento principale, de Brunhoff approfondisce la tematica della moneta in Marx e nel 1967 pubblica il testo più famoso <em>La monnaie chez Marx </em>(1967), tradotto in italiano da Editori Riuniti.</p>
<p id="viewer-4ff4o">È forse nel campo della teoria della moneta che le difficoltà dovute al mancato completamento dell&#8217;opera fondamentale di Marx, <em>Il Capitale, </em>sono le più grandi. L’approccio di De Brunhoff ha il merito di colmare questa lacuna.</p>
<p id="viewer-bvs3c">La teoria monetaria di Marx ha due punti fondamentali. In primo luogo, la moneta è una variabile endogena che dipende dal livello di attività e di accumulazione del sistema capitalistico di produzione. In secondo luogo, Marx riconosce come centrale e caratteristica del capitalismo la funzione creditrice della moneta, a cui dedica l’intera Sezione V del Libro III de Il Capitale.</p>
<p id="viewer-a0et">È interessante notare che Marx si avvicina all’analisi della moneta partendo dal concetto di denaro, confermando il fatto che sono i filosofi a occuparsi del denaro e gli economisti di moneta. Infatti, nella prima sezione del Libro I de <em>Il Capitale</em>, invece di partire dalla moneta così come funziona nell&#8217;economia capitalistica, Marx si occupa della moneta nella sua forma più astratta, ma anche la più semplice; del denaro allo stato (si potrebbe dire) «puro», e quindi privo delle sue determinazioni capitalistiche. È invece nel Libro II e soprattutto III de <em>Il Capitale</em> che Marx, non senza qualche contraddizione, studia le funzioni della moneta in un contesto capitalistico, sviluppando un’analisi prettamente economica.</p>
<p id="viewer-19js0">L’approccio filosofico al denaro è già presente negli scritti giovanili di Marx, in particolare nei <em>Manoscritti economico-filosofici del 1844</em>, dove viene analizzato il ruolo astratto ma allo steso tempo sociale del denaro come strumento di alienazione:</p>
<p id="viewer-2mb53">Il denaro, possedendo la caratteristica di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l&#8217;oggetto in senso eminente. L&#8217;universalità di questa sua caratteristica costituisce l&#8217;onnipotenza del suo essere; è tenuto per ciò come l&#8217;essere onnipotente&#8230; il denaro fa da mezzano tra il bisogno e l&#8217;oggetto, tra la vita e i mezzi di sussistenza dell&#8217;uomo. (…) Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo, Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l&#8217;effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura venti quattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn2" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[2]</a></p>
<p id="viewer-6opfi">L’esistenza del denaro implica l’esistenza di relazioni umane ed è indipendente dalla forma che può storicamente assumere (la forma della moneta) e tali relazioni umane possono essere di diversa natura, da cooperative a gerarchiche. Ne consegue che il denaro è un indicatore dei rapporti sociali esistenti, ovvero definisce un rapporto di potere. E la moneta, in quanto rappresentazione storicamente determinata del denaro, definisce anch’essa un rapporto di potere.</p>
<p id="viewer-69cik">Se il denaro è connaturato con l’essenza umana, la moneta è un’invenzione umana. La moneta non cresce sugli alberi. La moneta ci dimostra che l’essere umano è un animale sociale. La moneta è socialità, è, soprattutto, relazione sociale. La moneta è la dimostrazione dell’esistenza di una comunità, perché la moneta è frutto di un rapporto di fiducia. Ma la moneta è, soprattutto, potere. Potere di decisione, potere di arbitrio.</p>
<p id="viewer-6134k">Nell’introduzione alla raccolta di scritti sulla moneta e il credito di Marx<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn3" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[3]</a>, Suzanne De Brunhoff scrive che per Marx:</p>
<p id="viewer-8de4a">la moneta è un «rapporto sociale», non semplicemente tecnico né semplicemente economico<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn4" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[4]</a></p>
<p id="viewer-8k6ji">Nei suoi scritti sulla moneta in Marx, Suzanne De Brunhoff ricostruisce il dibattito sulla moneta ai tempi di Marx, soprattutto in merito alla riforma della Banca d’Inghilterra del 1844 (<em>Bank Charter Act</em>). Tale riforma concede alla Banca Centrale inglese il quasi-monopolio della emissione dei biglietti di banca, il cui ammontare, tuttavia, deve essere pari alla quantità d’oro detenuta dalla banca stessa. Le riserve auree vengono divise tra due dipartimenti: il dipartimento di emissione, preposto al governo della circolazione complessiva con una parità aurea fissa (regola del <em>gold standard</em>), e il dipartimento bancario, a cui spettano solo le operazioni di credito.</p>
<p id="viewer-1jhcv">Come ricorda De Brunhoff:</p>
<p id="viewer-62pem">La separazione nei due dipartimenti deve permettere, nell’idea dei riformatori, il controllo del circolante senza intervenire sulle operazioni di credito della banca. Ma il problema sta nel capire quale portata abbia una tale separazione, problema, questo, connesso con quello della natura dei biglietti emessi, puri segni d’oro o moneta di credito<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn5" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[5]</a></p>
<p id="viewer-2pave">All’epoca, su questi problemi, si contrapponevano due scuole di pensiero, dal nome già indicativo: la <em>Currency School</em> che sostiene questa separazione e la <em>Banking School</em> che invece la critica.</p>
<p id="viewer-fph6k">Senza entrare nel dettaglio della discussione, possiamo dire che la prima scuola era propensa a ritenere che la quantità di moneta fosse una variabile esogenamente determinata dalla quantità di oro detenute nelle riserve della Banca Centrale. Da tale quantità dipendeva poi la dinamica delle altre variabili economiche, a partire dai prezzi e dal reddito. È da questo approccio che si svilupperà successivamente la teoria della moneta di Irvin Fisher, all’origine della moderna teoria quantitativa della moneta, secondo la quale vi è perfetta dicotomia tra sfera monetaria e sfera reale dell’economia. Di conseguenza, qualunque variazione dell’offerta di moneta, esogenamente decisa dalla Banca Centrale (sulla base delle riserve auree) può avere effetto solo sul livello dei prezzi, lasciando invariato il reddito nazionale e l’occupazione. La moneta è così una variabile neutrale, la cui funzione è semplicemente quella di intermediario degli scambi, secondo la nota formula M-D-M (Merce-Denaro-Merce). Troviamo qui l’origine del pensiero monetarista che sta anche alla base della costruzione del sistema monetario europeo, dell’euro e della BCE.</p>
<p id="viewer-4mam2">Se, dunque, come scrive De Brunhoff:</p>
<p id="viewer-afobs">si può dire che la Currency School e indicativa di un orientamento «monetarista», mentre la Banking School di una corrente più preoccupata dal problema del finanziamento, nel senso che se la prima auspica una disciplina sull’emissione di moneta come rimedio agli squilibri che si ripercuotono sui prezzi, l’altra prende avvio dalle esigenze finanziarie proprie dell’attività economica e commerciale per valutare l’organizzazione della Banca Centrale <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn6" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[6]</a>.</p>
<p id="viewer-ei5q">Marx è un sostenitore dell’endogeneità della moneta. È tale caratteristica a essere uno dei punti di rottura dell’avvento del sistema di produzione capitalistica. Nel I capitolo del libro II de Il Capitale (intitolato: «Il ciclo del capitale monetario»), Marx descrive il funzionamento del capitalismo come economia monetaria di produzione, D-M-D’ (Denaro-Merce-Moneta). L’endogeneità della moneta dipende proprio dalla funzione creditizia che essa svolge come anticipazione necessaria per l’avvio del processo di accumulazione. Non c’è accumulazione senza indebitamento, una regola che ancora oggi l’economia mainstream fa fatica a riconoscere.</p>
<p id="viewer-ld8p">Pur non condividendo tutti i principi della Banking School, Marx, tuttavia, adotta la critica mossa alla Currency School,</p>
<p id="viewer-7cjmm">inserendola in un dibattito più ampio, che egli conduce principalmente in tre direzioni: la critica al riformismo monetario dei socialisti proudhoniani; l’esame critico del «sistema mercantilistico»; il rifiuto della concezione quantitativa della moneta adottata da Ricardo dopo Hume<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn7" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[7]</a>.</p>
<p id="viewer-aje0d">Non è il caso qui di ripercorrere questa linea di ricerca. Ci basta ricordare che per Marx il credito è un fattore di instabilità in quanto può condizionare la produzione di plusvalore ma non intacca le ragioni che stanno alla base dello sfruttamento (critica a Proudhon).</p>
<p id="viewer-f48m7">Ma la moneta preesiste al capitalismo, nella sua funzione di intermediario degli scambi e unità di valore. Il rapporto tra la moneta e il valore è il suo essere «equivalente generale». Qui Marx riconosce la moneta come moneta merce, che ha un rapporto con una merce particolare (oro) che ne determina l’unità misura. Non è un caso che la moneta nasce metallica come unità di peso, in grado di determinare il valore intrinseco nella moneta stessa (ad esempio, tot grammi di oro). È uno scambio tra equivalenti.</p>
<p id="viewer-68rvl">È questa, tra gli altri, la posizione di David Ricardo: la moneta viene solo considerata come una merce che funge da mezzo di circolazione per le altre merci di cui è segno di valore. Questa posizione viene criticata da Marx (anche se non completamente rigettata) perché tale funzione, pur rimanendo anche nel sistema capitalistico, non è più adeguata alle stesse necessità del capitalismo, che non può essere descritto come una società «mercantilista».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-75kfd"><strong>2. La moneta segno</strong></p>
<p id="viewer-f1091">L’analisi del pensiero sulla moneta di Marx dopo il primo contributo di Suzanne De Brunhoff del 1967 riprende vigore dopo la decisione storica di Nixon di sancire l’incontrovertibilità del dollaro in oro il 15 agosto 1971, che ha segnato la fine del sistema monetario di Bretton Woods. Il merito è della rivista Primo Maggio che nel n. 1 del 1973 pubblica un articolo di Sergio Bologna dal titolo già assai esplicito <em>Moneta e crisi: Marx corrispondente per a «New York Daily Tribune»</em>.<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn8" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[8]</a></p>
<p id="viewer-9r3sd">Scrive Stefano Lucarelli:</p>
<p id="viewer-6aqqc">Il <em>grupp</em>o (sulla moneta della rivista «Primo Maggio», ndr.) doveva ancora essere costituito, ma è significativo che sin da subito la rivista si ponga il problema delle crisi monetarie. Il Marx letto da Sergio Bologna rappresenta un passaggio necessario per leggere la crisi economica dei primi anni Settanta<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn9" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[9]</a>.</p>
<p id="viewer-bskcn">Il <em>gruppo</em><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn10" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[10]</a> a cui Lucarelli si riferisce è la costituzione di un gruppo di ricerca sul tema della moneta che a partire da quell’articolo comincia a lavorare in modo fecondo con la pubblicazione di alcuni articoli già a partire dal 1974. Ricorda Lapo Berti:</p>
<p id="viewer-3vlt9">Nacque così, all’interno di «Primo Maggio», il «gruppo sulla moneta», in cui si raccolsero e si incrociarono percorsi di ricerca e insofferenze politiche, dando luogo a un lavoro collettivo molto aperto e creativo, in cui ciascuno cercava di portare quegli che gli sembravano i punti di vista più innovativi e promettenti, spesso niente di più che spunti e intuizioni allo stato grezzo, ma che avevano il pregio di nascere dall’osservazione disincantata della realtà sociale e della dinamica dei conflitti.<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn11" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[11]</a></p>
<p id="viewer-af4f">La tematica principale riguarda l’analisi della nuova fase monetaria apertasi con il crollo del sistema di Bretton Woods e della parità tra dollaro e oro. Il valore della moneta, per la prima volta nella storia, si smaterializza del tutto e non ha più un legame certo con una merce fisica. La moneta diventa «puro segno». Ciò significa che viene meno l’unità di misura del valore, o, meglio, tale unità di misura non è più stabile ma diventa aleatoria. È l’inizio dell’egemonia dell’attività speculativa prima nel mercato delle valute, poi in quello creditizio e successivamente in quelli finanziari (a partire dai titoli di debito pubblico).</p>
<p id="viewer-9vu49">Il primo articolo in materia, dopo quello iniziale di Sergio Bologna, è <em>Denaro come Capitale</em>, frutto di una discussione collettiva, pubblicato a firma di Lapo Berti e tratta della crisi del dollaro come valuta di riferimento internazionale, proprio a seguito del venir meno della parità aurea.</p>
<p id="viewer-cpahp">Lo schema teorico di riferimento, da un lato, fa riferimento alla tradizione autonoma marxista dell’operaismo italiano degli anni ’60 in contrapposizione a una lettura schematica e rigida di Marx<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn12" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[12]</a>, dall’altro, partendo dal concetto che l’economia capitalistica è un’economia monetari di produzione, intende analizzare il rapporto che intercorre tra il divenire capitale del denaro per finanziare la produzione (e trasformarsi in capitale produttivo) con l’acquisto della forza-lavoro. La premessa è quindi come scrive lo stesso Berti, che:</p>
<p id="viewer-b0khp">la moneta mette la socialità insita nella propria funzione (ovvero, l’essere un rapporto sociale, ndr) a disposizione del controllo che il capitale sociale esercita sugli antagonismi che fondano il processo di produzione<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn13" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[13]</a>.</p>
<p id="viewer-25lnn">Il sistema di Bretton Woods, centrato sull’ordine economico mondiale garantito dalla parità aurea controllata dalla Federal Reserve, creava quella cornice di stabilità nell’ambito della circolazione del denaro su scala capitalistica internazionale in grado di mantenere elevato il processo di accumulazione e il controllo della composizione internazionale del lavoro. Possiamo aggiungere che di fatto garantiva la funzione di equivalente generale alla moneta, definendo la sua unità di misura valoriale: 1$ valeva 35 once d’oro.</p>
<p id="viewer-6m4i6">Ma cosa succede ora, che tale unità di misura è saltata? Se prima era la Banca Centrale Usa a stabilizzarla, ora chi è, su scala globale, in grado di definire e plasmare una nuova convenzione di misura del denaro, in presenza di pura moneta segno?</p>
<p id="viewer-8468h">È questo il problema principale che viene analizzato dal gruppo sulla moneta, ovvero definire la nuova geografia del potere economico capitalistico. Il crollo di Bretton Woods ha dimostrato che il dollaro come valuta di riferimento internazionale era entrato in una crisi strutturale. Una crisi che il potere economico Usa non si poteva permettere, perché metteva a rischio la sua egemonia militare-industriale.</p>
<p id="viewer-fn1l6">Ne è conseguita pertanto una profonda metamorfosi della funzione e del modus operandi della moneta. La prima rottura è stata la fine di un sistema monetario internazionale imperniato su cambi fissi. In questo quadro, non più vincolata a garantire la parità aurea, la politica monetaria poteva svolgere nuovi compiti, grazie ad una maggiore «manipolabilità» della moneta con finalità più o meno dichiaratamente politiche. L’offerta di moneta, emessa in condizione di monopolio dalla Banca Centrale, diventava una variabile interamente manovrabile come uno dei principali strumenti di governo dell’economia capitalistica, se non il principale. La moneta era diventata un’istituzione ad alta valenza politica, usata per intervenire direttamente nel regime dei rapporti di forza fra le classi.</p>
<p id="viewer-9ujoj">Nel momento stesso in cui la moneta diventa puro segno, aumentano i gradi di discrezionalità nel suo comando sull’economia e nel controllo dei conflitti sociali che potevano (come stavano facendo) influenzare negativamente il processo della produzione industriale e, soprattutto, l’andamento dei profitti. In altre parole, la politica monetaria diventava uno strumento di controllo della distribuzione del reddito a salvaguardia dei livelli di profitto e, quindi, a favore delle imprese.</p>
<p id="viewer-2tqda">Questa posizione non è stata immediatamente compresa. Suzanne De Brunhoff in un articolo pubblicato su «Politique aujourd’hui», maggio-giugno 1975<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn14" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[14]</a>,</p>
<p id="viewer-fmviu">coglieva impietosamente i punti deboli e le lacune contenuti in <em>Denaro come capitale</em> per contestare un’impostazione che, pur nelle sue insufficienze, considerava, evidentemente, interessante e stimolante, tanto da meritare una confutazione<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn15" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[15]</a>.</p>
<p id="viewer-diju7">Da un lato la economista francese criticava il fatto che la nozione di moneta elaborata dal gruppo di Primo Maggio non era sufficientemente chiara e definita, dall’altro di non riconoscere che il denaro è equivalente generale e tutte le altre funzioni sono secondarie rispetto a questa proprietà. Secondo De Brunhoff, facendo ciò, si rischiava di cadere nelle sirene del monetarismo, assecondando l’idea di una politica monetaria autonoma e neutra.</p>
<p id="viewer-3c03c">Ma l’intuizione di un uso politico della politica monetaria verrà confermata dai decenni successivi, aprendo la questione di chi controlla l’emissione di moneta, ora che le Banche Centrali non possono più basarsi su una parità aurea come unità di misura convenzionale. Detto in termini keynesiani, quale potere politico è in grado di definire quelle convenzioni monetarie e sempre più finanziarie che oggi definiscono il valore della moneta?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-c3219"><strong>3. Oggi</strong></p>
<p>Il dibattito sulla moneta del gruppo di Primo Maggio non è poi tanto dissimile da quello della metà dell’Ottocento, ricordato da Marx, tra <em>Currency</em> e <em>Banking</em> School. In fin dei conti, il pomo della discordia riguarda ancora la funzione politica della moneta e gli assetti di potere che ne conseguono.</p>
<p id="viewer-4aseh">Il capitalismo taylorista-fordista del secolo scorso è stata la compiuta espressione di un’<em>economia monetaria di produzione</em>, dove il ruolo della moneta era essenzialmente quella creditizia. Nei Trent’anni Gloriosi (1945-75), il sistema delle banche (Banca Centrale più banche di credito ordinario) governava le modalità di finanziamento degli investimenti, decidendo quanta moneta creare, e, allo stesso tempo, garantiva la stabilità del mercato delle valute. I mercati finanziari svolgevano un ruolo residuale, di semplice riallocazione di moneta già esistente tra gli agenti economici strutturalmente in disavanzo (Stato e imprese) e agenti in avanzo finanziario (famiglie e banche). La <em>Banking School</em> aveva preso il sopravvento!</p>
<p id="viewer-8e6lj">Con la fine di Bretton Woods siamo passati ad un’<em>economia finanziaria di produzione</em>. Il rapporto tra credito e finanza, o meglio, tra credito e speculazione finanziaria, si è rovesciato. Ora sono i mercati finanziari, sempre più concentrati e controllati da poche grandi istituzioni multinazionali, a dettare le convenzioni speculative che decidono i flussi di investimento (grazie agli <em>hedge fund</em> e ai fondi di investimento), intervengono nella distribuzione del reddito (grazie alle plusvalenze) e sempre più svolgono servizi di sussidiarietà sociale privata e selettiva (dai fondi pensioni a quelli sanitari, ecc.) in presenza dello smantellamento dello stato sociale.</p>
<p id="viewer-a3fh5">Il ruolo centrale della speculazione finanziaria come motore dell’accumulazione del capitalismo contemporaneo si è oramai affermato. Se dopo la fine di Bretton Woods, le istituzioni monetarie, con l’adozione di politiche monetariste prima e di austerity poi, avevano cercato di creare aree monetarie ottimali, che garantissero tassi di cambio stabili sotto il comando del dollaro, oggi il ruolo delle Banche Centrali e, più in generale, del sistema bancario è del tutto subordinato e dipendente dalle dinamiche speculative dettate dalle convenzioni dominanti.</p>
<p id="viewer-etq3h">Può sembrare che la <em>Currency School</em> abbia avuto la sua rivincita. Ma più che di <em>Currrency School</em> dovremmo parlare di <em>Financial School</em>.</p>
<hr />
<h6 id="viewer-a39vc"><strong>Note</strong></h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref1" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[1]</a> R. Bellofiore, <em>Un ricordo di Suzanne de Brunhoff</em>, in <em>Sbilanciamoci</em>, 29 marzo 2016: <a href="https://sbilanciamoci.info/un-ricordo-di-suzanne-de-brunhoff/">https://sbilanciamoci.info/un-ricordo-di-suzanne-de-brunhoff/</a></h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref2" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[2]</a> K. Marx, <em>Manoscritti economico-filosofici del 1844.Terzo Manoscritto: Il</em> denaro in K.Marx, <em>Opere filosofiche giovanili</em>, trad. di G. Della Volpe, Ed. Rinascita, Roma 1950, pp. 286 e 287-88 (disponibile in rete: <a href="https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/denaro.html">https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/denaro.html</a></h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref3" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[3]</a> K. Marx, <em>La moneta e il credito</em>, introduzione a cura di S. De Brunhoff e P. Ewenczik, Feltrinelli, Milano, 1981</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref4" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[4]</a> <em>Ibidem</em>, p. 9</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref5" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[5]</a> <em>Ibidem</em>, p. 11.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref6" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[6]</a> <em>Ibidem</em>, p. 13.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref7" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[7]</a> <em>Ibidem</em>, p. 13.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref8" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[8]</a> S. Bologna, <em>Moneta e crisi: Marx corrispondente per a «New York Daily Tribune»</em>, in Primo Maggio, n. 1, giugno settembre 1973, pp. 1-16 <a href="https://www.autistici.org/operaismo/PrimoMaggio/La%20rivista">https://www.autistici.org/operaismo/PrimoMaggio/La%20rivista</a> /Primo %20 Maggio%20%231.pdf. Per un’analisi critica molto accurata si veda anche S. Lucarelli, <em>Sentieri interrotti: il lavoro di Primo Maggio sulla moneta</em>, in C. Bermani (a cura di), La rivista Primo Maggio (1973-1989), DeriveApprodi, Roma, 2010, pp.111-137.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref9" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[9]</a> <em>Ibidem</em>, p. 113-114.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref10" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[10]</a> Fanno parte del nucleo originario Andrea Battinelli, Lapo Berti, Sergio Bologna, Franco Gori, Christian Marazzi, Mario Zanzani nel periodo 1974-78. Per un certo periodo vi parteciparono anche Fabio Arcangeli, Marcello Messori, Serena Di Gaspare e Roberta Bertolini. Si veda nota 5, <em>ibidem</em>, p. 112.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref11" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[11]</a> P.Davoli, L. Rustichelli (a cura di), <em>Marx, moneta e capitale nel dibattito della sinistra marxista italiana e francese ai tempi dell’Anti-Edipo. Intervista a Lapo Berti</em>, in <em>Effimera</em>, 6 dicembre 2016: <a href="http://effimera.org/marx-moneta-capitale-nel-dibattito-della-sinistra-marxista-italiana-francese-ai-tempi-dellanti-edipo-paolo-davoli-letizia-rustichelli/">http://effimera.org/marx-moneta-capitale-nel-dibattito-della-sinistra-marxista-italiana-francese-ai-tempi-dellanti-edipo-paolo-davoli-letizia-rustichelli/</a></h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref12" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[12]</a> Ricorda, al riguardo, Lapo Berti: «Credo che in molti di quelli che più attivamente parteciparono all’elaborazione teorica della prima fase di “Primo Maggio”, sicuramente in me, si agitasse un’inquietudine generata dalla crescente consapevolezza dei limiti che erano posti alla comprensione del presente dal rimanere confinati entro il perimetro dell’ortodossia marxista, con il sostanziale rifiuto di confrontarsi con i punti di vista e le analisi elaborati dagli avversari. La formazione culturale dei militanti avveniva, per lo più, tramite la frequentazione ossessiva dei sacri testi del marxismo, non sempre di eccelsa qualità teorica, a parte quelli di Marx e alcuni di Lenin. Era inevitabile l’inclinazione all’ortodossia, perché quello era l’unico metro di paragone. Questo generava, almeno, in alcuni, un senso di asfissia, alleviato, per quanto mi riguarda, solo dall’esperienza innovatrice del primo operaismo». <em>Ibidem</em>.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref13" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[13]</a> L. Berti, <em>Denaro come capitale</em>, <em>Primo Maggio</em>, n. 5, primavera 1975, citato in S. Lucarelli, <em>Sentieri interrotti: il lavoro di Primo Maggio sulla moneta</em>, in C. Bermani (a cura di), La rivista Primo Maggio (1973-1989), DeriveApprodi, Roma, 2010, p. 119.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref14" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[14]</a> Articolo che verrà ripreso e pubblicato in italiano su Primo Maggio: S. De Brunhoff, <em>Punti di vista marxisti sulla crisi monetaria, Quaderno n. 2 di Primo Maggio</em>, Supplemento al n. 12, 1978, pp. 35-39.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref15" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[15]</a> Sono le parole di Lapo Berti nell’intervista di P.Davoli, L. Rustichelli (a cura di), <em>Marx, moneta e capitale nel dibattito della sinistra marxista italiana e francese ai tempi dell’Anti-Edipo. Intervista a Lapo Berti</em>, in Effimera, 6 dicembre 2016: <a href="http://effimera.org/marx-moneta-capitale-nel-dibattito-della-sinistra-marxista-italiana-francese-ai-tempi-dellanti-edipo-paolo-davoli-letizia-rustichelli/">http://effimera.org/marx-moneta-capitale-nel-dibattito-della-sinistra-marxista-italiana-francese-ai-tempi-dellanti-edipo-paolo-davoli-letizia-rustichelli/</a></h6>
<hr />
<h6 id="viewer-aid76"><strong>Andrea Fumagalli</strong> è docente di economia all’Università di Pavia. È stato fondatore della rivista «Altreragioni». Con Sergio Bologna ha curato <em>Il lavoro autonomo di seconda generazione</em> (Feltrinelli, 1997). Altri suoi lavori sono: <em>Bioeconomia e capitalismo cognitivo</em> (Carocci, 2007) e <em>La moneta nell’impero</em> (insieme a Christian Marazzi e Adelino Zanini, ombre corte, 2002). Per DeriveApprodi ha pubblicato <em>Economia politica del comune </em>(2017) e <em>Valore, moneta, tecnologia</em> (2021)<em>.</em></h6>
<p><em><strong> Machina </strong></em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Che cos’è la composizione di classe?</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Apr 2023 16:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cos’è la composizione di classe? &#160; Sebbene il concetto di composizione di classe sia uno dei più importanti dell’armamentario operaista, sono pochissimi i testi in cui esso è stato formalizzato a scopo formativo. Il testo di archivio che proponiamo, che è la trascrizione dell’intervento che Salvatore Cominu ha tenuto in occasione di un seminario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 data-hook="post-title"></h1>
<h1 data-hook="post-title"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/04/ab3e2e8e7892fb08c18c3d4a4fc37f39.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-8455" title="ab3e2e8e7892fb08c18c3d4a4fc37f39" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/04/ab3e2e8e7892fb08c18c3d4a4fc37f39.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a></h1>
<h1 data-hook="post-title"></h1>
<h1 data-hook="post-title">Che cos’è la composizione di classe?</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-a6rug"><em>Sebbene il concetto di composizione di classe sia uno dei più importanti dell’armamentario operaista, sono pochissimi i testi in cui esso è stato formalizzato a scopo formativo. Il testo di archivio che proponiamo, che è la trascrizione dell’intervento che Salvatore Cominu ha tenuto in occasione di un seminario di autoformazione organizzato a Piacenza nel 2014, tenta di rimediare a questa lacuna ripercorrendo l’origine e lo sviluppo del concetto senza la pretesa di una formalizzazione definitiva ma con il pregio di una rara chiarezza espositiva. Come si leggerà, più che di un concetto si tratta di un metodo che va fatto funzionare tanto importante quanto, di fatto, dimenticato. La sua rilevanza deriva dalla sua capacità di offrire una lettura materialistica, ovvero calata all’interno dei rapporti sociali di produzione storicamente determinati, della produzione di soggettività, senza la quale non è possibile disporre alcun tipo di processo organizzativo. Detto in termini più semplici: senza l’uso di questo metodo difficilmente si potranno scoprire i nuovi soggetti delle lotte. A differenza del concetto di intersezionalità, oggi di moda e a cui il lettore più avveduto certamente avrà pensato, che con esso condivide l&#8217;esigenza di un&#8217;immagine disomogenea, articolata e stratificata al proprio interno della classe, il metodo operaista non è viziato da un materialismo determinista. Per esso infatti la sottomissione ad una qualche forma di dominio/sfruttamento non è una condizione sufficiente alla produzione di soggetti «rivoluzionari» perché «anche il Capitale soggettivizza». Come sostiene l&#8217;autore, all’interno della realtà capitalistica, i soggetti «subalterni» non esprimono alcuna coerenza progressiva, al contrario sono per lo più portatori di una forte «ambivalenza». La «contro-soggettivazione» antagonista non è quindi un processo necessario ma solo un esito possibile degli sforzi organizzativi. È questo realismo a rendere il metodo della composizione politica ancora indispensabile alla prassi militante che troppo spesso rimane incantata dall’idealizzazione dei soggetti delle lotte finendo per non vedere in alcuni casi le loro potenzialità, in altri i loro limiti.</em></p>
<div data-hook="rcv-block10"></div>
<p id="viewer-aqqdn"><strong>Premessa</strong></p>
<div data-hook="rcv-block15"></div>
<p id="viewer-d0ils"><strong>Prima di entrare nel merito del tema della serata mi sembrano doverose alcune brevi premesse.</strong></p>
<div data-hook="rcv-block16"></div>
<p id="viewer-5hf0h">La categoria di «composizione di classe» è fondativa, forse più di altre, di un filone del marxismo eterodosso che, per quanto abbia dato vita a differenti esiti teorici e traiettorie politiche anche personali, rimane nondimeno fortemente riconoscibile per metodo e categorie, parlo ovviamente di quello che a partire dagli anni Sessanta è stato definito operaismo, e poi post-operaismo o neo-operaismo.</p>
<div data-hook="rcv-block17"></div>
<p id="viewer-21ulp">Intorno alla definizione operativa – al suo essere un attrezzo utile per la lotta di classe – si sono misurati e divisi militanti e intellettuali con strumenti ben più solidi dei miei. La mia visione di questo e altri concetti è mediata da una certa frequentazione negli anni Ottanta e Novanta con Romano Alquati, sociologo militante a cui si deve peraltro il conio originario della categoria di composizione di classe, nonché (credo) gli spunti analitici più rilevanti nel definirne l’operatività. Dopodiché non sono uno specialista del pensiero di Alquati né un suo esegeta. Romano ci ha lasciati qualche anno fa, sarebbe stato importante avere le sue analisi sulla composizione di classe nella crisi; il riferimento alla sua figura penso sia necessario (anche perché molte ricostruzioni tendono a trascurare o sottovalutare il suo contributo), ma non lo faccio per dare maggiore credito a quanto, con tutti i limiti del caso, mi appresto a dire.</p>
<div data-hook="rcv-block18"></div>
<p id="viewer-df3cs">Infine, una ricostruzione sistematica della «carriera» del concetto di composizione di classe richiederebbe più tempo e capacità di quelle a mia disposizione. Per brevità, molti passaggi saranno accennati e soprattutto non mi dilungherò (come sarebbe invece necessario) sugli sviluppi successivi agli anni Sessanta del dibattito sulla composizione di classe, consapevole tuttavia che questa ellissi temporale tra gli anni Sessanta e i giorni nostri tagli fuori dalla riflessione contributi e innovazioni troppo importanti per essere poste tra parentesi.</p>
<div data-hook="rcv-block19"></div>
<div id="viewer-5mlqc"></div>
<div data-hook="rcv-block20"></div>
<p id="viewer-3klcg"><strong>Il contesto in cui si sviluppa il concetto di composizione di classe</strong></p>
<div data-hook="rcv-block21"></div>
<p id="viewer-12k8v">Credo utile, per introdurre la discussione, partire dall’ultimo incontro, inerente i processi di soggettivazione, condotto da Federico Chicchi. Il nesso tra soggettività (e il suo essere processo, forma di produzione) e composizione di classe è infatti stretto.</p>
<div data-hook="rcv-block22"></div>
<p id="viewer-81n7a">Per cogliere la portata rivoluzionaria del concetto di (del metodo della) composizione di classe occorre situare la riflessione nel movimento operaio a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, in una fase di sostanziale assenza di lotte. Qual era il quadro?</p>
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<p id="viewer-9nnrl">La linea strategica del gruppo dirigente del Pci era da tempo volta a realizzare un’alleanza tra classe operaia e frazioni progressiste, o ritenute tali, del capitalismo italiano (questo era il togliattiano «patto tra produttori») che progressivamente avrebbe dovuto marginalizzare le componenti conservatrici del medesimo. Una strategia che subordinava le istanze di classe alla modernizzazione del capitalismo nazionale. Aggiungiamo che la sconfitta delle lotte operaie del dopoguerra, la marginalizzazione del sindacato nelle grandi fabbriche (la sconfitta della Fiom-Cgil nelle commissioni interne del 1953), aveva prodotto un disorientamento tra le stesse avanguardie comuniste. In ultimo prevaleva in numerosi ambienti l’idea, di derivazione francofortese, di una progressiva integrazione della classe operaia nella società opulenta e dei consumi di massa (erano gli anni del boom economico). Per farla breve e banalizzando: o la classe operaia era considerata persa per qualsiasi progetto di trasformazione radicale o era rappresentata in termini astorici, come un corpo privo di autonoma capacità di espressione politica, più iconizzata che conosciuta nei termini materiali.</p>
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<p id="viewer-cqqaj">Quella dei «Quaderni Rossi» fondati da Panzieri non fu certamente la sola esperienza di ripresa del marxismo, ma sicuramente gli spunti teorici del gruppo di militanti e intellettuali che vi aderirono influenzarono più in profondità il dibattito e le generazioni successive. L’elaborazione di Panzieri si concentrerà sull’analisi di quello che all’epoca era definito neocapitalismo, attraverso una rilettura dell’opera di Marx al fine di recuperarne il carattere di critica dell’economia politica (dei rapporti sociali di produzione). È questo, banalizzando al massimo, il senso ultimo della sfida operaista. Il marxismo ufficiale considerava la classe operaia perlopiù come forza-lavoro, pura variabile economica, il ciclo dell’accumulazione capitalistica governato da «oggettive» leggi economiche, lo sviluppo tecnologico «neutro». Gli operaisti posero al centro l’elemento soggettivo, leggendo lo stesso sviluppo capitalistico, la tecnologia, l’organizzazione del lavoro come esito perennemente in divenire dei rapporti di forza tra le classi. Dunque l’accumulazione non era governata da leggi oggettive, ma rifletteva il continuo gioco tra iniziativa del capitale e comportamenti del lavoro.</p>
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<p id="viewer-ebj99">Entro queste coordinate va inquadrata la categoria di composizione di classe giustamente ritenuta fil rouge dell&#8217;operaismo dei «Quaderni Rossi» e poi del gruppo che se ne distacca per fondare nel 1964 la rivista «Classe Operaia». Il conio si deve appunto ad una rubrica inaugurata nel 1965 da «Classe Operaia» e curata da Romano Alquati, ma le premesse erano già contenute nel lavoro di ricerca militante dei «Quaderni Rossi». Ma cosa intendevano gli operaisti con composizione di classe? Per l’importanza che tale categoria ha ricoperto servirebbero definizioni più rigorose di quelle che il tempo a disposizione e le mie conoscenze consentono. Credo sia importante ricordare che l’approccio della composizione di classe si dette anzitutto come necessità pratica dei militanti che si affacciavano ai cancelli delle fabbriche. Cito la testimonianza di Sergio Bologna al precedente incontro di «Commonware», all’epoca giovane militante e in seguito promotore di una delle principali esperienze intellettuali del marxismo degli anni Settanta, la rivista «Primo Maggio». Composizione di classe, per Sergio Bologna, significava «capire» la classe per come si dà «nel processo produttivo e in rapporto con l’organizzazione tecnica, ma anche per cosa pensa, come vive, di quali valori, desideri, aspettative è portatrice». E certamente l’idea che l’operaio taylor-fordista fosse diverso, per valori, atteggiamento verso il lavoro, l’azienda, la professionalità, dalla vecchia generazione in possesso di un «mestiere», ha rappresentato la principale intuizione politica dei «Quaderni Rossi».</p>
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<p id="viewer-4pasj">Perché composizione? Nonostante il termine «classe operaia» sembrasse in sé esplicativo nella realtà, la classe operaia era tutt’altro che omogenea. Era articolata, all’interno degli stessi stabilimenti della produzione di massa, come Lancia, Olivetti, Fiat, Marghera. Ad un primo livello, dunque, composizione esprime la consapevolezza dei differenziali (di professionalità, competenze, rapporto con la struttura tecnologica – ma soprattutto, ed è la cosa più importante – come percezione di sé, struttura soggettiva) presenti tra gli operai. La rivista «Classe Operaia», successiva ai «Quaderni Rossi», muoveva i suoi passi negando alla classe operaia il carattere di «compatta massa sociale». Semmai, l&#8217;omogeneità «era un obiettivo per cui lottare», come scriveva Alquati nel 1965. Rimando qui a due testi di Alquati per approfondire il concetto. Il primo pubblicato sul primo numero dei «Quaderni Rossi» intitolato «Relazione sulle forze nuove» (cui si deve forse la prima prefigurazione di quello che venne definito operaio massa), in cui la riflessione muove dal convergere nella lotta di tre figure diverse: a) la massa degli addetti macchina, sempre più spesso, a partire dal 1959, di origine meridionale; b) gli operai qualificati e c) gli operai polivalenti, con tre anni di «Scuola Allievi Fiat». Nel testo pubblicato sui «Quaderni Rossi» n. 2 e 3 intitolato «Composizione del capitale e forza-lavoro alla Olivetti» l’attenzione analitica a questa complessità è ancora più evidente.</p>
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<p id="viewer-9d33b">Ai nostri fini, questo secondo testo è ancora più importante perché qui si trovano i principali spunti da cui discende l’idea di composizione di classe. Anche se nel testo questa categoria non è mai enunciata, è qui che inizia a delinearsi infatti la distinzione, ma sarebbe forse più corretto parlare di compresenza e articolazione, tra quelle che saranno definite composizione tecnica e composizione politica di classe. Al centro del lavoro di inchiesta alla Olivetti era la dimensione quotidiana del conflitto, spesso latente e invisibile, che opponeva operai – e non solo operai in senso stretto – e management. Le lotte, osservava Alquati, non nascevano dal niente, ma si nutrivano di un retroterra sociale, di una cooperazione operaia antagonista – o potenzialmente tale – a quella del ciclo produttivo. E ogni lotta sedimentava un residuo politico, che si cristallizzava nella struttura «soggettiva» della classe, costituendo il presupposto delle lotte che seguivano. Nel contempo, tali conflitti obbligavano il capitale a ristrutturare continuamente la propria organizzazione, la struttura tecnologica e i livelli gerarchici.</p>
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<p id="viewer-3egq">La formalizzazione della nozione di composizione di classe avvenne in seguito. Come dicevamo, nella proposta teorica convivevano due dimensioni. Una composizione tecnica, relativa cioè alla classe operaia intesa come forza-lavoro, definita dalla divisione capitalistica del lavoro, e quindi dalla struttura tecnologica della produzione, dal rapporto tra tecnologia e lavoro vivo, dai livelli gerarchici e via di seguito. In rapporto con questa, una dimensione soggettiva, inerente alla cultura, ai modi di pensare, ai bisogni e ai desideri, di percepirsi in rapporto agli altri, per giungere alla disposizione nei confronti della lotta. Quella che è stata chiamata composizione politica di classe.</p>
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<p id="viewer-3ovkv">Quanto detto, ci chiarisce anzitutto che riferirsi alla composizione di classe non significa parlare semplicemente di struttura della forza lavoro sociologicamente intesa. Mi preme richiamare il tema della struttura soggettiva dei bisogni, delle pratiche individuali e delle lotte collettive. È evidente che al centro di tutta la questione, già allora, era la soggettività, che lo stesso Alquati definiva come «il sistema di credenze, visioni e concezioni, rappresentazioni e saperi, conoscenze e cultura […] e dei desideri, di certi aspetti dell’immaginario e pure delle passioni e della volontà, delle opzioni, ecc.»</p>
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<p id="viewer-6ofkk">Vorrei sottolineare, di questa formulazione, il rapporto tra queste due dimensioni, la composizione tecnica e la composizione politica. La soggettività non poggiava nell’aria; culture, disposizioni soggettive, modi di pensare sono qui radicati in una precisa forma di organizzazione produttiva: la fabbrica taylor-fordista. Il cambiamento della struttura tecnica, l’innovazione tecnologica che scompaginava e ricostituiva continuamente l’articolazione dei ruoli e i modi della cooperazione sociale, erano letti, in qualche misura, come risposta all’autonomia della cooperazione operaia e alla sua capacità di rovesciare per i propri fini l’organizzazione data. Detto rozzamente, non era la composizione tecnica a determinare quella politica, semmai il discorso andava rovesciato, per quanto personalmente inviterei sempre a vedere il rapporto – situato e storicamente determinato, mai unidirezionale &#8211; e non la causalità deterministica tra queste due dimensioni.</p>
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<p id="viewer-l0hh">Riepilogando, la categoria di composizione di classe consentiva di leggere nella soggettività operaia al medesimo tempo la base per la costruzione di un punto di vista politico di parte, e dei conseguenti livelli organizzativi, ma anche un fattore determinante della trasformazione capitalistica.</p>
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<p id="viewer-1bom5"><strong>Alcuni approfondimenti e possibili derive</strong></p>
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<p id="viewer-depds">Per ragioni espositive e di tempo, non ci dilunghiamo nella ricostruzione della carriera successiva della nozione di composizione di classe.</p>
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<p id="viewer-7lv8e">Limitiamoci a dire che negli anni Settanta, con la ristrutturazione, la ritirata del fordismo, la ricerca da parte del Capitale di nuovi spazi di valorizzazione, si è aperta una questione, se vogliamo la stessa che continuiamo a porci anche oggi: l’approccio della composizione di classe ha avuto una valenza politica limitata a un determinato stadio di sviluppo del capitalismo, appunto quello fordista, oppure è appropriabile nel quadro delle trasformazioni successive del capitalismo? Detto chiaramente: è di qualche utilità se sottratto all’ambiente della fabbrica fordista, che ne costituì il bacino d’incubazione e verifica empirica? Non si trattava e non si tratta di pura curiosità intellettuale, poiché proprio negli anni Settanta partiva la lunga controffensiva del Capitale, che dapprima concentrò gli sforzi nella disarticolazione del punto di massimo accumulo di forza operaia, la fabbrica taylorizzata. Da qui il decentramento produttivo, l’automazione, la ricerca di nuovi campi di sfruttamento, e certamente da qui (e non dalla scoperta di Internet) presero le mosse le tendenze alla globalizzazione, alla finanziarizzazione, allo sfruttamento cognitivo del lavoro.</p>
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<p id="viewer-e2u8">L’approccio originario, in questo quadro, venne arricchito, forzato e probabilmente talvolta anche banalizzato. È importante sottolineare però il tentativo di valicarne la dimensione fabbrichista, per superare quello che in fondo ne costituiva un limite. Ciò non derivava solo dall’evidenza dei processi di superamento del fordismo, ma dalla necessità di collocare in un contesto più ampio le stesse lotte dell’operaio massa negli anni Sessanta.</p>
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<p id="viewer-7c3hs">A questo arricchimento contribuirono certamente il lavoro di storia militante dell’altro movimento operaio condotto dalla rivista «Primo Maggio», nonché da intellettuali non italiani, che mostrarono come anche a monte delle lotte dell’operaio massa vi fossero reti sociali, esperienze politiche esterne ai luoghi della produzione, memorie di classe (e soprattutto in altri contesti nazionali) di razza e di genere.</p>
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<p id="viewer-at3u1">Contribuirono alcune innovazioni teoriche degli anni Settanta, come la categoria negriana di operaio sociale e le analisi sulla proletarizzazione del lavoro intellettuale e sull’università di ceto medio di Alquati.</p>
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<p id="viewer-888uf">Queste innovazioni consentivano al metodo della composizione di classe di interpretare materialisticamente il ciclo di insubordinazione proletaria degli anni Settanta, esterno ai luoghi della produzione di massa (dove si dava ormai come conflitto di resistenza), coinvolgendo il territorio e consegnando di volta in volta il testimone a giovani proletari, donne, studenti universitari di tipo nuovo («uno strano movimento di strani studenti» si scrisse del movimento del Settantasette), spesso di origine operaia. Secondo l’impostazione di Alquati, ma anche di Negri, la socializzazione delle lotte dalla fabbrica al territorio (e all’Università) non era l’esito deterministico della ristrutturazione capitalistica, ma anche di un «autonomo» processo di socializzazione delle lotte entro le reti di comunicazione e socialità proletaria.</p>
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<p id="viewer-ebssj">Non c’è dubbio, tuttavia, che la categoria di composizione di classe abbia dato vita anche a visioni schematiche del rapporto tra composizione tecnica e composizione politica, se non a vere e proprie trappole. Personalmente concordo con chi ha parlato di una trappola deterministica, consistente nell’idea per cui ad ogni specifica configurazione tecnica della classe corrispondesse automaticamente una struttura soggettiva &#8211; e una peculiare forma di lotta e di organizzazione. Ciò ha finito, da una parte, per rappresentare lo sviluppo storico (del capitalismo e della classe) come una sequenza di soggettività centrali, dall’altro per generare l’attesa messianica del prossimo soggetto ricompositivo, scambiando sovente estemporanee manifestazioni conflittuali per i primi vagiti del medesimo. Rientrano in questo campo, a mio modo di vedere, anche le ipotesi sull’ intellettualità di massa elaborate negli anni Novanta, nonché certe letture del lavoro digitale (della «rete») che recuperano da sinistra le teorie sulla classe creativa a suo tempo avanzate da Florida e oggi riproposte, in chiave ancor più marcatamente liberista, dal nuovo guru Enrico Moretti. Per altri versi, la composizione di classe è stata sottoposta ad una torsione idealistica, tendente a enfatizzare l’elemento di autonomia della classe (o della cooperazione sociale) dal comando capitalistico, finendo per sottovalutare le capacità di recupero e offensiva del capitale o per darne una lettura in chiave di puro adattamento. In questa visione il Capitale finisce per essere rappresentato – ovviamente banalizzo oltre misura – come realtà parassitaria, incapace di ripristinare il comando sulla cooperazione produttiva. Non penso che le cose stiano così.</p>
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<p id="viewer-36cif"><strong>Sul nuovo capitalismo, globale, finanziarizzato, cognitivo</strong></p>
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<p id="viewer-f6l4c">Veniamo all’oggi. È ancora utile la categoria di composizione di classe?</p>
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<p id="viewer-19ejf">Apro una parentesi. È discutibile – sul piano del metodo &#8211; pontificare eccessivamente ex post sugli esiti insoddisfacenti delle scommesse politiche. Quella degli operaisti degli anni Sessanta fu una «scommessa». Se si fossero limitati a registrare il presente non avrebbero trovato l’operaio massa a Mirafiori. Ciò non toglie che alcune ipotesi sul nuovo capitalismo finanziario, globale, cognitivo avanzate nei due passati decenni, anche utilizzando la griglia teorica della composizione di classe – ed elaborate da compagni con basi teoriche molto più solide delle mie – richiedano perlomeno una revisione critica (anche se forse non sempre un cestinamento).</p>
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<p id="viewer-ffr49">Non ho la presunzione di dimostrare l’attualità dell’approccio della composizione di classe usandola come filtro analitico privilegiato per l’analisi dei processi di globalizzazione, finanziarizzazione, cognitivizzazione del capitalismo. Non ne sono in grado e penso che sarebbe una forzatura. Penso però che queste tre dimensioni costituiscano la cornice entro cui situare l’analisi ed eventualmente verificare l’utilità metodologica della composizione di classe.</p>
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<p id="viewer-4k4ue">Queste tre dimensioni sono anzitutto leggibili come diverse traiettorie (condizionate e in qualche modo orientate da resistenze, conflitti, rigidità, di lavoratori, società locali, ecc.) di una tendenza alla lavorizzazione – intesa come espansione o introduzione di rapporti di produzione capitalistici – di sempre nuovi settori, territori, ambiti della vita produttiva e riproduttiva (della vita in generale). Questa è una tendenza di lungo periodo del capitalismo che, al termine del ciclo fordista, ha assunto la forma della globalizzazione, della finanziarizzazione, dello sfruttamento cognitivo. Ovviamente ci sono altre dimensioni del capitalismo contemporaneo altrettanto importanti, ma credo che queste in particolare domandino una rivisitazione critica del modo in cui le abbiamo interpretate.</p>
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<p id="viewer-9ur9l"><strong>Globalizzazione</strong></p>
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<p id="viewer-eop20">La nuova globalizzazione ha costituito l’apertura di inediti spazi in cui affermare rapporti di produzione capitalistici, dove ricostruire cioè forza-lavoro senza mezzi di produzione costretta a rapporti salariali. È quanto avvenuto tra gli anni Ottanta e Duemila e che prosegue anche oggi. Ma è un processo che va visto nella sua dinamica. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila la rappresentazione prevalente della globalizzazione coincideva (all’ingrosso) in una divisione del lavoro tra il neofordismo dei Brics e la concentrazione di funzioni direzionali, creative, qualificate nelle metropoli occidentali. Oggi è evidente che non è più così. Il movimento dei capitali e delle persone, i conflitti operai nei Brics, hanno prodotto una geografia molto più articolata, con la risalita della catena tecnologica e cognitiva di diverse economie «emergenti», da una parte, il permanere o la proliferazione di produzioni dequalificate nelle metropoli occidentali, dall’altra. Entro questa cornice, una tendenza da osservare è costituita dal cosiddetto <em>reshoring</em>, ossia del ritorno delle industrie de-localizzate, in particolare dalla Cina. Mi interessa qui sottolineare due temi: i) la presenza di settori del capitalismo, nei paesi occidentali, che puntano esplicitamente ad un trade off tra costo del lavoro e (parziale) reindustrializzazione; ii) il legame tra dinamica dei salari e geografie del lavoro. L’intensità delle lotte costituisce tuttora una variabile rilevante per l’allocazione (dove e su cosa investire?) dei capitali.</p>
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<p id="viewer-9612r"><strong>Finanziarizzazione</strong></p>
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<p id="viewer-3k5s7">Secondo polo del discorso, la finanziarizzazione. Premetto, ho serie difficoltà a entrare nei meccanismi di funzionamento dei mercati finanziari e non intendo addentrarmi su questo terreno. Accontentiamoci di dire che la finanza ha conquistato un carattere pervasivo nella riorganizzazione del capitalismo e che la stessa distinzione tra economia reale e finanziaria appare priva di fondamento, nel momento in cui la seconda diviene mezzo per l’accumulazione di capitale.</p>
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<p id="viewer-69asv">Non dimentichiamo che a monte della svolta finanziaria c’è stato uno «sciopero degli investimenti» messo in atto dai detentori di capitale a fronte delle ridotte capacità di estrarre profitti dalla cosiddetta «economia reale». E che spesso i protagonisti della svolta finanziaria erano soggetti industriali.</p>
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<p id="viewer-bajas">La finanziarizzazione dell’economia è stata rappresentata enfatizzando soprattutto l’autoreferenzialità dei mercati finanziari. Certo, l’eccezionale accumulo di liquidità e il potere discrezionale di cui alcuni player godono nell’allocarla, ha concesso loro un potere smisurato sulla produzione, sul lavoro e sulle vite. Ma il finanzcapitalismo va analizzato anche e soprattutto per le relazioni (di dominio e comando, ma forse anche di dipendenza) che intrattiene con la produzione di beni e servizi. Perché si dia accumulazione finanziaria si devono mobilitare aspettative di redditività che, in ultima istanza, richiedono l’esistenza di sottostanti materiali &#8211; non importa se siano mutui ipotecari e immobili (come negli anni Duemila), web companies (come negli anni Novanta), suoli, materie prime o titoli pubblici. È stato il venire meno delle condizioni di profittabilità dei sottostanti (profitti industriali, rendite, debiti cartolarizzati, ecc.) che nel 2008 ne ha causato il blocco – all ’epoca superato grazie agli interventi delle autorità politiche e delle banche centrali. Penso che nella crisi si sia affermata la necessità, anche tra gli operatori finanziari, di una almeno parziale ricostruzione dei presupposti «industriali» del valore. Dove sono ricercati? Ecco una bella domanda. L’indebitamento degli stati e degli enti pubblici costituisce terreno favorevole per la radicalizzazione dei processi di «mercatizzazione» della vita quotidiana, culturale, riproduttiva, dei suoli e dei metri cubi. I servizi collettivi (energia, acqua, trasporto, ecc.) sono indubbiamente terreno di conquista. È sotto questa luce che vanno lette anche le retoriche sulle smart cities e sulla green economy. La ripresa degli investimenti immobiliari, ma anche di quelli produttivi (ad es. nelle biotecnologie, nelle smart industries, nelle nuove IT), sono peraltro campi di costante monitoraggio dei grandi investitori.</p>
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<p id="viewer-emieg"><strong>Cognitivizzazione</strong></p>
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<p id="viewer-db8jq">In ultimo, e questo argomento ha un nesso diretto con la questione della composizione di classe, secondo la lettura che ne abbiamo dato è nel processo di sfruttamento del capitalismo cognitivo che si definisce il nuovo rapporto capitale-lavoro.</p>
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<p id="viewer-925tk">Io penso di avere letto la definizione migliore di lavoro cognitivo in un testo di qualche anno fa (di Federico Chicchi e Gigi Roggero) in cui si diceva, più o meno, che tale categoria è utile quanto più è utilizzata come «filigrana per osservare l’intero spettro delle forme di produzione e di lavoro nella loro compresenza […] e non tanto per individuare uno specifico settore di forza-lavoro, né per demarcare i lavori creativi dai mcjob». Credo che in questa definizione la demarcazione rispetto a visioni ottimistiche sul potenziale trasformativo di alcuni settori di knowledge worker sia netta. La messa al lavoro di prerogative mentali, affettive, relazionali: questo è in ultima istanza lavoro cognitivo, e coinvolge un gran numero di persone anche in attività ritenute poco qualificate, non solo designer e consulenti di marketing. Non casualmente è stato chiamato lavoro cognitivo, in aperta polemica con la retorica sulla classe creativa e sui lavoratori della conoscenza.</p>
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<p id="viewer-8cecn">Tuttavia, occorre riconoscere che il nucleo della riflessione «da sinistra» sul lavoro cognitivo non è stato questo, bensì i) l’ipotesi che il salto qualitativo nel passaggio tra fordismo e nuova economia consistesse (per dirla rozzamente) nel farsi autonomo della cooperazione sociale (del lavoro sociale) rispetto al controllo capitalistico; ii) come conseguenza, nel primato delle conoscenze vive sulle altre forme di capitale. Confesso che questo è uno dei punti del pensiero post-operaista che ho qualche problema ad acquisire. Rigettarlo per intero condurrebbe a negare le trasformazioni (nelle forme di accumulazione e nell’organizzazione del produrre nel capitalismo) occorse negli ultimi quarant’ anni, a mio modo di vedere piuttosto evidenti. Assumerlo porta però a sottovalutare i processi già intervenuti e in corso di sottomissione e industrializzazione dell’umano e in ultima istanza dello stesso lavoro cognitivo. Su questo punto condivido l’opinione (ad esempio di Carlo Formenti) per la quale «solo un abbaglio potrebbe indurre a non vedere in che misura siano stati distrutti i rapporti di forza dei knowledge worker».</p>
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<p id="viewer-bbpv5">Tuttavia ci andrei cauto prima di considerare la composizione del lavoro cognitivo persa per ogni causa di trasformazione radicale. Questo, per due ordini di ragioni. La prima è che abbiamo avuto un ciclo di lotte su scala globale (dalla primavera araba ad Occupy Wall Street, da Istanbul a Rio de Janeiro) e molti conflitti sul territorio per il diritto alla città (all’abitare, alla mobilità, ai servizi, al sapere) che hanno visto per protagonisti, ancorché non esclusivi, soggetti socialmente collocabili nel campo che altri – con definizione inaccettabile – chiamano «lavoratori della conoscenza» – anche se precari o in formazione, vista la preponderanza degli studenti universitari in molte di queste mobilitazioni. E le lotte contro la riduzione del territorio e delle città a bacini di accumulazione per profitti e rendite capitalistiche è uno dei terreni della lotta di classe di oggi e del futuro. La seconda è che i processi vanno letti in termini dinamici. Oggi ci troviamo di fronte ad alcune tendenze tutte da interpretare. La prima attiene alla stratificazione del lavoro, in senso sociologico. In Italia, dal 2008 si è invertita la tendenza alla sostituzione di posti di lavoro dequalificati con occupazioni <em>high skilled</em>. Gli occupati nelle professioni più qualificate (professionisti e tecnici superiori) sono in calo. Il dato sembra correlato più a un declassamento italiano che a una inversione di tendenza, ma un paper di tre economisti della Columbia University ha evidenziato la medesima dinamica negli USA. La spiegazione fornita da questi autori è tecnologica. Le Ict, dopo aver favorito gli incrementi di produttività nel lavoro impiegatizio e nelle catene logistico distributive, starebbero «risalendo le gerarchie», aggredendo professionalità finora ritenute non «industrializzabili». Il capitale, per dirla banalmente, non è rimasto fermo, e proprio il controllo sul lavoro cognitivo – e il suo essere produttivo di valore &#8211; è terreno di scontro. Se questo è vero, o coglie almeno una parte dei processi in corso, occorre trarne alcune conseguenze:</p>
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<p id="viewer-9gmet">1. La maggioranza dei lavoratori cognitivi non è sfruttata solo in quanto esposta alla precarietà, ma anche in quanto espropriata di capacità. Il rancore e il malessere di ampi strati di lavoratori cognitivi, per come la vedo, non deriva tanto (o almeno non solo) dalla percezione di una impossibilità a convertire «investimenti educativi» in posizioni sociali coerenti, ma anche dall’immiserimento o svalorizzazione del loro sapere.</p>
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<p id="viewer-5u27e">2. Negli anni si è ampliata la distanza tra uno strato superiore (a sua volta disomogeneo per ricchezza, prestigio, potere) e un ampio strato inferiore di lavoratori cognitivi. I processi di proletarizzazione sono qui tangibili, ma (e a questo livello occorre recuperare l’analisi in termini di composizione di classe) ciò non implica che la percezione che hanno di sé sia conseguente. È proprio questa, se vogliamo, la questione. Tecnici, pseudo-creativi, consulenti serializzati, operatori sociali, traduttori, imputatori di dati, agenti di qualche cosa, anche quando sono brutalizzati e/o mal pagati, pensano (salvo alcune minoranze critiche) di appartenere ad una specie diversa da magazzinieri, commessi, banconisti, addetti alle pulizie, telefonisti. La composizione di interessi, immaginario, pratica politica, tra queste frazioni è in realtà molto difficile, proprio in virtù di processi di segmentazione e divisione perseguiti anche politicamente. E qui sta il dilemma. Trovare il piano comune, simbolico e politico, tra questi grandi agglomerati di classe, è una non eludibile priorità dell’agenda anticapitalista.</p>
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<p id="viewer-bh8pb"><strong>Riepilogando</strong></p>
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<p id="viewer-feiob">L’ipotesi è che ci troviamo in presenza ad un tentativo – che a me pare «sistemico» – di riconfigurare l’articolazione del rapporto finanza-produzione in direzione di una parziale re-industrializzazione. Occorre però capirsi. Io credo che questo ipotetico e parziale rilancio dell’accumulazione a base industriale (dove industria non vuol dire manifattura, ma qualsiasi processo creatore di valore capitalistico organizzato con criteri industriali – anche politecnici, reti energetiche, ospedali, sono industrie!) passi per la definitiva dismissione dei residui di democrazia sociale imposti dalle lotte di classe del Novecento. L’esperienza della lunga crisi costituisce (e costituirà) un formidabile esperimento di rieducazione di massa. Credo che sia questa una delle poste in palio dei prossimi mesi e anni.</p>
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<p id="viewer-36p15">In ogni caso, la ricerca di nuove convergenze tra logiche industriali e finanziarie, tra profitto e rendita, non implica un ritorno al passato. Inoltre tale obiettivo non è in contraddizione con altre forme di sfruttamento e creazione del valore. Anzi! Nella crisi si radicalizzano i meccanismi estrattivi di plusvalore basati sulla mercatizzazione dei servizi collettivi (mobilità, infrastrutture, reti per il trasporto di dati, ambiente, produzione, trasformazione e distribuzione di energia, manutenzione urbana e dei territori, e poi formazione, salute, per finire ai servizi finanziari e assicurativi). Diamo infine per scontato, da queste trasformazioni non discendono meccaniche determinazioni della «composizione politica di classe», né la demarcazione su basi tecniche di soggettività «centrali».</p>
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<p id="viewer-44t6g">Per chiudere il cerchio, e tornare al problema iniziale, credo che il punto non sia oggi pervenire ad una descrizione accurata e formalmente ineccepibile del capitalismo e della classe, quanto capire se nel ricco corpo teorico della composizione di classe vi siano tracce utili nel presente. E leggere nel vivo delle trasformazioni capitalistiche non già l’annuncio del prossimo soggetto ricompositivo, ma dove si può accumulare forza trasformativa e dove le lotte possono «dare crisi». Entro questo frame, credo che alcune tracce del metodo della composizione di classe siano pienamente attuali. Con tutta l’umiltà del caso e senza altro intento, in questa sede, che animare il dibattito, propongo tre o quattro spunti.</p>
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<p id="viewer-afe7b">Anche nell’apparente venire meno della capacità delle lotte di affermare potere costituente (o imporre al capitale scelte «riformiste»), io ritengo che al centro della possibilità di invertire la rotta resti il lavoro (nell’accezione estesa e non aziendale che discende dall’espansione spaziale e dall’ intensificazione temporale dei meccanismi di estrazione del plusvalore).</p>
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<p id="viewer-af18g">Una lezione dell’approccio della composizione di classe è di metodo. Oggi chiunque può vedere che la società è complessa. A differenza degli anni Sessanta non c’è alcuna nozione teologica di classe da decostruire per ricomporla sul piano politico. Tuttavia, molte categorie utilizzate nel dibattito degli ultimi venti anni andrebbero approcciate con un metodo analogo a quello degli operaisti. Pensiamo alla questione del precariato, ad esempio, o dello stesso lavoro cognitivo. Non leggere le articolazioni e le gerarchie tecnicamente fondate, e contestualmente i diversi immaginari compresenti in queste categorie, porta a prendere degli abbagli.</p>
<div data-hook="rcv-block70"></div>
<p id="viewer-7ijra">Più in generale, nell’assumere la natura differenziale del capitalismo contemporaneo occorre però sviscerarne le gerarchie e coglierne le diversità qualitative. Affermare che tutto è lavoro (che tutto è estrazione di plusvalore) equivale in ultima istanza ad accreditare l’immagine di un capitalismo onnipotente – poiché effettivamente in grado di trasformare ogni impulso vitale in valore. Una lezione ancora attuale del metodo della composizione di classe consiste nell’acquisire la verticalità della realtà sociale del capitalismo, ma anche delle potenzialità di capovolgimento del sistema. Così come lo sfruttamento capitalistico non si dispiega su una superficie liscia, ma esistono per il capitale luoghi della creazione del valore più importanti di altri, anche dal punto di vista della lotta di classe vi sono luoghi più importanti (dove le lotte reali e – sottolineo – quelle possibili, da anticipare e organizzare, hanno un impatto vulnerante più forte, possono «dare» crisi, ma anche sedimentare forza organizzata). È importante aggiungere che queste due mappe gerarchiche (quella dello sfruttamento e quella della lotta di classe) non vanno concepite in termini simmetrici!</p>
<div data-hook="rcv-block71"></div>
<p id="viewer-ddro2">Alla luce di alcune derive deterministiche, le categorie di composizione tecnica e composizione politica a mio modo di vedere, e sono convinto che questo in fondo era anche il punto di vista di Alquati (che non può ovviamente avvallare) sono da intendere come dimensioni analitiche diverse che concorrono però a definire un oggetto «unitario». Composizione tecnica senza struttura soggettiva dei bisogni, senza espressione autonoma, diventa concetto troppo vicino alla descrizione sociologica della divisione del lavoro capitalisticamente determinata. Composizione politica senza ancoraggio all’organizzazione produttiva diventa troppo simile a comportamento di ceto, pratica culturale in senso debole.</p>
<div data-hook="rcv-block72"></div>
<p id="viewer-akbk3">Alla luce di ciò composizione politica non significa «classe per sé». Alquati non attribuiva alla soggettività un significato automaticamente liberatorio e antagonista. Anche il Capitale soggettivizza e usa per i propri scopi valori, culture, le stesse lotte una volta depotenziate della capacità di trasformazione radicale. La «composizione politica» non è qualcosa da analizzare solo quando i proletari si costituiscono come parte a sé (quando sono già disposti su un versante anticapitalistico). Per questo, sempre Alquati, parlava di contro-soggettivazione come possibilità sempre immanente, ma invero da costruire attraverso il lavoro politico. In altre parole, la composizione politica (la struttura dei bisogni, le forme di cooperazione, i valori condivisi) non sono necessariamente progressivi. È con questo quadro che oggi bisogna fare i conti. Ed è per questa ragione che personalmente non ho un atteggiamento di rifiuto aprioristico verso fenomeni politici come il M5S (ovviamente ciò non implica omettere o sottovalutare le controindicazioni del caso, il discorso sarebbe però lungo) o che, con molti altri compagni torinesi, nella settimana del <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/blog/hashtags/9D" target="_self">#9D</a>, abbiamo cercato di leggere questa mobilitazione in termini di classe, con tutte le ambiguità e i rischi del caso.</p>
<div data-hook="rcv-block73"></div>
<p id="viewer-7h5ar">Lascio per ultimo la questione che mi sembra in realtà più importante. Credo che la struttura complessa e articolata del capitalismo contemporaneo, ci obblighi a considerare la composizione di classe come un qualcosa di intrinsecamente articolato in soggetti molteplici, non riducibili alla sfera del lavoro salariato e differenti anche all’interno del lavoro salariato – ad esempio, tra nuovo proletariato dei servizi urbani dequalificati e gli strati inferiori di lavoro cognitivo industrializzato e declassato, di cui prima. È evidente che ciò pone un problema, a mio modo di vedere non eludibile ma neanche risolvibile attraverso scorciatoie, di organizzazione politica. Qui però, dopo aver lanciato il sasso, vorrei fermarmi, non per ritirare la mano, ma perché credo che si entrerebbe in un altro campo di riflessione.</p>
<div data-hook="rcv-block74"></div>
<p id="viewer-179sj">Salvatore Cominu svolge attività di ricerca, formazione e consulenza in collaborazione con centri di ricerca. Nel corso degli anni ha partecipato a numerosi progetti di livello locale, nazionale e internazionale su molteplici temi, dalle indagini sul mercato del lavoro allo sviluppo urbano e territoriale, dall’economia sociale ai problemi dell’azione collettiva e delle soggettività del lavoro, alla valutazione delle politiche pubbliche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>MachinaDeriveApprodi</em></p>
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		<title>Dominio e ricatto del capitalismo finanziario. Intervista ad Andrea Fumagalli</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Apr 2023 16:38:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Fumagalli]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Minaldi]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Toni Casano]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Dominio e ricatto del capitalismo finanziario. Intervista ad Andrea Fumagalli &#160; ANTONIO MINALDI  &#160; Dominio e sfruttamento nel capitalismo del XXI° secolo è un volume pubblicato da poco di cui consigliamo la lettura. Curato da Antonio Minaldi e Toni Casano (Ed. Multimage, 2023), il testo raccoglie i contributi di studiosi e militanti politici ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="viewer-3btm2"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/04/0e99dc_386ced0461b047deb178bd0d53d1785d_mv2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8446" title="0e99dc_386ced0461b047deb178bd0d53d1785d_mv2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/04/0e99dc_386ced0461b047deb178bd0d53d1785d_mv2-300x267.jpg" alt="" width="300" height="267" /></a></p>
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<h1 data-hook="post-title">Dominio e ricatto del capitalismo finanziario.</h1>
<h1 data-hook="post-title">Intervista ad Andrea Fumagalli</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>ANTONIO MINALDI </strong></em></p>
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<p>Dominio e sfruttamento nel capitalismo del XXI° secolo<em> è un volume pubblicato da poco di cui consigliamo la lettura. Curato da Antonio Minaldi e Toni Casano (Ed. Multimage, 2023), il testo raccoglie i contributi di studiosi e militanti politici ad un ciclo di dibattiti su cinque grandi questioni: antropocene e capitalocene; il capitalismo della sorveglianza; il capitalismo della produzione immateriale; dominio e ricatto del capitalismo finanziario; imperi, guerra e destini del mondo. Pubblichiamo di seguito l’importante intervista sul capitalismo finanziario che Antonio Minaldi ha condotto con Andrea Fumagalli.</em></p>
<p id="viewer-aoeq">
<p><em>Abbiamo il piacere di ospitare il professor Andrea Fumagalli. Con lui parleremo di economia. Tema ostico per molti, ma di cui dobbiamo necessariamente occuparci, perché da questioni come finanza, inflazione, debito pubblico dipende in gran parte la nostra vita. Il primo punto di cui ci occuperemo è quasi obbligato, e riguarda la guerra. Chiederei al prof. Fumagalli, anzi direi al compagno Andrea, di spiegarci che cos’è che sta cambiando, e cosa cambierà nel medio lungo periodo, con la guerra in Ucraina e col passaggio da un mondo unipolare a un mondo bipolare o più probabilmente multipolare. Ricordiamo che globalizzazione, crisi dello Stato nazione e libera circolazione delle merci e dei capitali per noi sono stati, in questi anni, cose quasi scontate. Ma forse non è più così!</em></p>
<div data-hook="rcv-block8"></div>
<p id="viewer-1jqir">Iniziamo con una doverosa premessa. Il capitalismo attuale è caratterizzato dal susseguirsi di crisi sistemiche, sia che si tratti di crisi indotte dall’instabilità finanziaria oppure da tensioni geopolitiche o da eventi sindemici. La regola della crisi come fatto perenne ha innervato l’intero sistema capitalistico così come si è sviluppato dagli anni Novanta fino ad oggi. Si tratta, non a caso, del periodo in cui i mercati finanziari hanno cominciato a svolgere un ruolo centrale e dominante nei processi di accumulazione e valorizzazione capitalistica. Ciò dipende dal fatto che i mercati finanziari oggi sono il cuore pulsante del capitalismo bio-cognitivo e delle piattaforme. Essi finanziano l’attività di accumulazione: la liquidità attratta nei mercati finanziari premia la ristrutturazione della produzione finalizzata allo sfruttamento delle conoscenze, il controllo di spazi esterni al business tradizionale e la messa a valore della vita (del <em>bios</em>). Oltre a provvedere al finanziamento dell’attività di accumulazione, in presenza di plusvalenze, i mercati finanziari svolgono nel sistema economico una funzione redistributiva del reddito (tramite il moltiplicatore finanziario), dal momento che, soprattutto per le prestazioni di lavoro di alto livello all’interno delle imprese (dirigenti, manager e personale altamente qualificato), parte della remunerazione è costituita dalla partecipazione azionaria (<em>stock option</em>). Tale ruolo redistributivo è apparentemente simile a quello del moltiplicatore keynesiano del reddito nel contesto fordista (attivato dal <em>deficit spending</em>, ovvero dalla spesa pubblica in disavanzo). Tuttavia, a differenza del classico moltiplicatore keynesiano, il moltiplicatore finanziario porta a una redistribuzione distorta del reddito, favorendo la crescita dei redditi già più alti a scapito di quelli già più bassi. Perché tale moltiplicatore sia operativo (abbia, cioè, un valore maggiore di uno), occorre che la base finanziaria (l’estensione dei mercati finanziari) sia costantemente in aumento (con una domanda di titoli maggiore dell’offerta) e che le plusvalenze maturate siano in media superiori alla perdita del salario mediano (che negli Usa ma anche nei paesi europei ha avuto un calo di oltre il 25% negli ultimi trenta anni). Dall’altro lato, la polarizzazione dei redditi aumenta i rischi di insolvenza dei debiti che sono all’origine della crescita della stessa base finanziaria e abbassa il livello mediano dei salari. Ne consegue che, sul lato della distribuzione del reddito, si apre una contraddizione che rende strutturalmente instabile il sistema economico. Inoltre i mercati finanziari, canalizzando in modo forzoso parti crescenti dei redditi di lavoro (Tfr e previdenza, oltre ai redditi che attraverso lo Stato sociale si traducono nelle istituzioni a tutela della salute e a favore dell’istruzione pubblica), sostituiscono lo Stato come fornitore di protezione sociale. Da questo punto di vista, essi favoriscono la privatizzazione del welfare state e della sfera della riproduzione sociale della vita. Esercitano quindi un biopotere. Infine, i mercati finanziari svolgono oggi la funzione di proxy della valorizzazione capitalista, cioè lo sfruttamento della cooperazione sociale e della rendita del general intellect. Sulla base di queste considerazioni, la sfera «reale» dell’economia (ovvero quella produttiva di lavoro e beni e servizi) non può essere distinta da quella finanziaria. Sono ormai del tutto interdipendenti.</p>
<div data-hook="rcv-block10"></div>
<div id="viewer-eol85"> <em>Passiamo ora all’economia e alla finanza di guerra.</em></div>
<div data-hook="rcv-block13"></div>
<p id="viewer-dfd72">È sul controllo dei mercati finanziari e su quale valuta debba svolgere il ruolo di riserva valutaria internazionale che oggi si gioca la partita geo-economica più rilevante. Negli anni Novanta, le tensioni geopolitiche si sviluppavano sul fronte del progresso tecnologico e del controllo dei diritti di proprietà tecnologica. Lo scontro riguardava sia i diritti e i brevetti sulle sementi e sulle biotecnologie di natura agricola che il controllo della generazione e diffusione della conoscenza nel campo industriale e soprattutto net terziario avanzato (i servizi di Internet). La predominanza del modello <em>made in Usa </em>delle catene di subfornitura internazionalizzata come ridefinizione degli assetti produttivi e della catena globale di lavoro comincia a entrare in crisi alla fine del millennio. Lo sfruttamento delle economie dinamiche di apprendimento (generazione di conoscenza) e di rete (diffusione di conoscenza) rappresentavano la base della capacità competitiva di un territorio e/o di una grande impresa conglomerata. Il dominio tecnologico statunitense inizia a declinare con l’ascesa dell’India e del Brasile nel campo delle biotecnologie agricole e della Cina nel manifatturiero e nell’innovazione tecnologica, soprattutto dopo l’entrata della Cina nel Wto nel 2001.</p>
<div data-hook="rcv-block15"></div>
<p id="viewer-9qus5">La competizione imperiale tra Usa e Cina e i grandi paesi emergenti come India, Russia, Brasile, Sud Africa si sposta così sul piano della logistica. Le nuove modalità di organizzazione sviluppatesi negli anni ’90 con la diffusione del capitalismo cognitivo si ristrutturano verso un nuovo modello di produzione a flussi che richiede un coordinamento sempre più complesso e preciso nel definire le catene del valore della subfornitura. Contemporaneamente, la gestione e il controllo dei dati e delle informazioni relative alle merci e ai servizi acquistano un ruolo sempre più strategico. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito al completo affrancamento della Cina dalla dipendenza tecnologica <em>made in Usa</em>. A partire dal 2008, la Cina diventa la più grande produttrice di brevetti tecnologici al mondo e comincia la conquista delle principali rotte di trasporto a livello globale, tramite politiche di penetrazione commerciale nel Sudamerica e soprattutto nell’Africa Centrale e Australe con la costruzione di grandi <em>hub </em>infrastrutturali come quello di Gibuti nel corno d’Africa. Non siamo più in presenza di un equilibrio unipolare, anche se instabile. Il processo di globalizzazione ha ridisegnato le forme della geopolitica tradizionale, così come era stata definita all’indomani del crollo del muro di Berlino e dell’accordo di Yalta nel dopoguerra. Come già intuito da Giovanni Arrighi, se il secolo XX è stato il secolo degli Usa, il secolo XXI rischia di essere il secolo cinese. Ma ciò avviene in un contesto multipolare. Dopo la perdita dell’egemonia tecnologica e logistica, gli Usa detengono ancora l’egemonia finanziaria. Ma fino a quando? La crisi dei <em>subprime </em>del 2007-2008 ha messo in discussione tale egemonia. Ma le eventuali crisi finanziarie che si possono verificare in modo sempre più ravvicinato non mettono in discussione il ruolo centrale dei mercati e della speculazione finanziaria: al limite, ridefiniscono il ruolo degli attori predominanti e delle borse.</p>
<div data-hook="rcv-block16"></div>
<div id="viewer-3osjr"><em>Al riguardo, diventa necessario comprendere quali sono le dinamiche speculative dominanti nel capitalismo contemporaneo.</em></div>
<div data-hook="rcv-block19"></div>
<p id="viewer-e0u89">Negli ultimi anni, abbiamo fronteggiato la crisi sindemica dettata dall’emergenza Covid-19 e oggi siamo in un periodo di guerra, che si preannuncia sempre più globale. Tali fattori di instabilità hanno favorito un’accelerazione di processi che erano già in corso, la <em>platformization</em>, ovvero lo sviluppo delle piattaforme e delle tecnologie di piattaforme che grazie alle nuove tecnologie e alle più recenti tecnologie, soprattutto nel campo telecomunicativo, pensiamo allo smartphone, all’iPhone, allo sviluppo degli algoritmi di prime di seconda generazione, hanno fatto sì che oggi qualsiasi atto della nostra vita viene intermediato, più o meno, da un app tecnologica. I periodi di lockdown hanno favorito questo processo, con una crescita dell’<em>e-commerce </em>di oltre il 100%. Tutte le volte che si creano momenti di incertezza, la speculazione finanziaria va a nozze. E i mercati finanziari ne hanno beneficiato dopo un primo momento di assestamento alla nuova situazione. Abbiamo assistito a un forte incremento degli indici di Borsa che hanno raggiunto i massimi nell’ottobre del 2021. L’indice Dow Jones ha superato la soglia psicologica dei 30.000 punti, l’indice Nasdaq ha superato quella dei 13.000. Nell’ultimo anno, l’emergenza Covid è stata sostituita dall’emergenza guerra. Si è però aggiunto un elemento nuovo. La ripresa economica mondiale post-covid ha intasato le vie della logistica con un forte aumento dei costi del trasporto e dei prezzi finali delle merci e dei servizi. Gli effetti della guerra Russia-Ucraina hanno paventato la possibile scarsità di gas per l’Europa di fronte al calo della fornitura da parte russa. Oggi sappiamo che tale scarsità non esiste nella realtà (in Italia, ad esempio, il gas disponibile eccede la domanda, al punto tale che l’Italia vende gas naturale all’estero: https://dgsaie.mise.gov.it/bilancio-gas-naturale) ma è stato sufficiente a ingenerare aspettative rialziste sul prezzo futuro del gas che sono state immediatamente attualizzate dei derivati <em>future </em>che vengono scambiati sul mercato TTF di Amsterdam. Il risultato è stato un forte aumento del prezzo del gas nel corso del 2022, un aumento che, tuttavia, era già cominciato nel 2021, ben prima dell’invasione russa in Ucraina. Conseguenza finale di tutto ciò è stata una ripresa dell’inflazione come non si vedeva da più di 20 anni. La reazione isterica delle Banche Centrali, in primo luogo la Fed americana, seguita dalla Bank of England e della BCE hanno portato ad un forte aumento dei tassi d’interessi, con effetto depressivo sui mercati borsistici. La ripresa degli indici azionari che aveva toccato i massimi a inizio 2022 (con il Dow Jones che superava i 35.000 punti e il Nasdaq oltre i 16.000 punti) si blocca e inizia un periodo di tendenziale caduta che si è accelerata negli ultimi mesi, proprio per l’aumento dei tassi d’interesse. L’aumento nel medio periodo dei valori di borsa ha prodotto una forte concentrazione nel capitalismo delle piattaforme: vi sono infatti cinque società negli Stati Uniti e altre cinque che ruotano nell’economia cinese che hanno raggiunto dei livelli di capitalizzazione impensabili. Si parla di 6,5 trilioni di dollari, cioè 6500 miliardi. Cinque sono già le famose GAFAM, un acronimo tratta dalle lettere iniziali di Google, Alphabet, Microsoft, Amazon, per quanto riguarda la Silicon Valley. In Cina, seppur con una capitalizzazione inferiore (circa 2000 miliardi), esiste l’acronimo BHATX, ovvero Baidu, Huawei, Ali Baba, Tencent, Xiao MI. Per dare un’idea dei valori assoluti e delle proporzioni, il valore di borsa delle GAFAM è pari alla somma della ricchezza del Pil generato da Italia e Spagna e Danimarca. Si tratta di una concentrazione finanziaria come mai si è visto nella storia del capitalismo. Tale esito è dipeso principalmente da due fattori.</p>
<div data-hook="rcv-block21"></div>
<p id="viewer-3cnbl">Il primo fattore risale a più di 50 anni fa ed è il crollo del Sistema monetario di Bretton Woods. Dopo la dichiarazione di Nixon del 15 agosto 1971 che sanciva il venir meno della parità tra dollaro e oro (fissata convenzionalmente nel 1943 a Bretton Woods a 35$ per oncia d’oro), viene meno l’unità di misura della moneta. La moneta si smaterializza del tutto e diventa pura «moneta segno». Da quando è crollato il sistema di Bretton Woods, il valore della moneta diventa volatile e richiede una nuova regolazione. Avere una unità di misura, da cui dipendono i prezzi delle merci, i salari e tutte le altre variabili economiche, che si modifica continuamente crea forte instabilità e incertezza. È quello che è successo negli anni ‘70 con le varie crisi finanziarie e i tentativi di regolazione finanziaria e monetaria in Europa hanno preso la forma del Sistema Monetario Europeo sino ad arrivare alla costruzione dell’euro e agli accordi di Basilea. Tali processi sono stai accompagnati dalle politiche neoliberiste di deregolamentazione dei mercati finanziari, che hanno fortemente compromesso la governance degli stessi mercati finanziari di controllare la politica monetaria. È curioso ricordare che tutto ciò sia avvenuto nel momento stesso in cui si perorava in maniera del tutto strumentale e demagogica l’obiettivo dell’autonomia delle banche centrali. Nel momento stesso in cui, come sancito dall’articolo 105 del Trattato di Maastricht, la Banca centrale europea diventa autonoma rispetto al potere politico, essa – come le altre banche centrali, perde potere. La loro finalità di controllo della regolazione monetaria internazionale viene meno. Il cambio della regolazione monetaria, come diceva Marx, è la spia del mutamento dei rapporti sociali di potere, in quanto la moneta è essa stessa espressione di un rapporto sociale.</p>
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<p id="viewer-fh657">Il secondo fattore riguarda la definizione di un nuovo modello di regolazione monetaria e finanziaria, che ha sostituito Bretton Woods e la parità aurea di 35$ per oncia. Si tratta della creazione di convenzioni speculative. Il venir meno dell’autonomia nazionale e delle politiche di regolazione del sistema dei cambi ha dato un forte impulso al processo di finanziarizzazione: la transizione dalle tecnologie meccaniche ripetitive e statiche a quelle linguistico-relazionali dinamiche favorisce il passaggio dall’accumulazione materiale a quella intangibile. Tali processi sono stati favoriti dalla liberalizzazione delle transazioni finanziarie (sempre più virtuali, grazia alle ICT), esito di una precisa scelta politica neo-liberista. Tale liberalizzazione, lungi dal favorire un aumento della concorrenza (come ingenuamente o in mala fede si pensa), ha favorito un poderoso processo di concentrazione finanziaria, al punto che oggi, a partire dal 2005, una dozzina di grandi multinazionali della finanza e banche d’affari hanno il controllo di oltre l’80% dei derivati. Parimenti, nei mercati azionari, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate, in particolare nel capitalismo di piattaforma, ma anche nei settori più tradizionali, come quello dell’automotive. Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali, essi nascondono una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 65% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori e operatori finanziari che svolgono una funzione passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società (in particolare le dieci citate in precedenza) siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Ed è proprio tale potere gerarchico a dare la possibilità all’oligarchia finanziaria dominante di generare «valore» tramite lo sviluppo di «convenzioni» (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di attività finanziarie. Negli anni ’90 è stata la Internet Economy, negli anni 2000 l’attrazione è venuta dallo sviluppo dei mercati asiatici (con la Cina che entra nel Wto nel dicembre 2001) e dalla proprietà immobiliare. Gli effetti devastanti del crollo della bolla immobiliare nel 2008 hanno reso necessario un forte intervento degli Stati per tappare le falle di bilancio apertesi nelle grandi istituzioni bancarie, assicurative e finanziarie. Lo Stato ha svolto così il ruolo di prestatore d’ultima istanza, quindi a fondo perduto e senza effetti di stimolo sulla domanda. L’imposizione delle politiche di austerity, soprattutto in Europa con il corollario di smantellamento e privatizzazione dello stato sociale e di precarizzazione del lavoro e dei redditi, ha favorito il sorgere di una nuova convenzione, che potremmo definire «convenzione welfare», dove oggetto della stessa speculazione è direttamente il benessere (il bios) degli individui. Il biopotere della finanza si conferma pervasivo e sempre più diretto. Le tensioni geo-politiche attuali hanno anche come origine il tentativo di definire nuove convenzioni speculative dominanti in grado di sganciarsi dall’egemonia del dollaro. È in corso una battaglia valutaria, in particolare tra Usa e Cina che si gioca sul terreno dell’Europa. Le sanzioni dei paesi Nato (Turchia esclusa), e non solo, sono la risposta di guerra economica all’invasione dell’esercito russo ai danni dell’Ucraina. Oltre a colpire il settore energetico, i trasporti, il commercio e la ricchezza privata di numerosi individui legati al governo di Mosca, la strategia sembra quella di estromettere la Russia dal sistema dei pagamenti internazionali. Lo strumento principale è il sistema SWIFT (<em>Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication</em>), che regola i pagamenti transfrontalieri che passano per il sistema bancario. Gli ordini di pagamento sono trasmessi tramite un consorzio internazionale di banche con sede in Belgio che collega attraverso una rete informatica circa 11.000 istituzioni finanziarie in tutto il mondo. SWIFT fu costituito nel 1977 per evitare che l’infrastruttura dei pagamenti internazionali fosse monopolizzata dall’americana Citibank. Per una ironia della storia, ha finito per diventare la principale arma degli Stati Uniti nell’esercizio dell’egemonia monetaria globale. La prima volta che il sistema dei pagamenti viene utilizzato per fini militari e strategici è stato nel 2012 quando, sotto la pressione americana, SWIFT ha disconnesso il sistema bancario dell’Iran nel quadro del pacchetto di sanzioni impiegato per fermarne il programma nucleare. Il sistema dei pagamenti si è rivelato immediatamente uno strumento bellico estremamente efficace per garantire l’attuazione delle sanzioni. Infatti, è sufficiente sospendere il codice SWIFT di un individuo, di un’impresa o anche di un intero Paese per impedire a chiunque (compresi gli intermediari) di effettuare pagamenti verso il beneficiario identificato da quel codice.</p>
<div data-hook="rcv-block23"></div>
<p id="viewer-80qmi"><em>Queste sanzioni finanziarie, quando sono comminate dagli Stati Uniti, possono avere effetti ancor più devastanti di un attacco militare. Sono «un’arma nucleare», come ha commentato recentemente un banchiere occidentale. </em></p>
<div data-hook="rcv-block26"></div>
<p id="viewer-5t4v7">Il paragone non è azzardato: infatti, al pari di un attacco atomico, seppure in maniera diversa, più lenta e più subdola, le sanzioni rischiano di provocare ripercussioni devastanti anche per chi le mette in atto, minando alla radice l’egemonia monetaria del dollaro. Le sanzioni economiche hanno l’obiettivo di depotenziare l’economia russa, sino a causare una recessione economica. Già a partire dal 2014, dopo l’annessione unilaterale della Crimea da parte di Mosca, le potenze occidentali, in primis gli Usa, avevano imposto sanzioni all’economia russa, così come, pur se in maniera diversa, era stato deciso da Trump nei confronti dell’Iran nel 2018 per la questione nucleare. In questo caso, secondo i dati FMI, il Pil iraniano è calato del 5% nel 2020. Ma per la Russia la situazione appare diversa, grazie alla maggior indipendenza e autarchia della sua economia. Putin ha dichiarato a fine 2019 che le perdite causate dalle sanzioni all’economia russa erano inferiori a 50 miliardi di dollari. Uno studio ha stimato una mancata crescita del Pil tra lo 0,5% e l’1,5%, per una perdita complessiva fra 40 e 120 miliardi di dollari dal 2014 al 2018. Il lato debole dell’economia russa è la sua “dollarizzazione”, vista l’ingente quantità di valuta americana che entra nel paese a causa dell’elevato export di materie prime quotate in dollari (gas e petrolio, ma non solo). Se questi dati vengono confermati, l’impatto è tutto sommato limitato. Ma queste sanzioni contengono delle novità importanti, soprattutto sul lato finanziario. Infatti, oltre al già ricordato blocco del sistema Swift per alcune banche (escluse quelle che intermediano i prodotti energetici), si prevede anche il congelamento delle riserve valutarie della Banca Centrale. Si tratta di un provvedimento che gli Usa avevano già intrapreso nei confronti di Iran, Venezuela e Corea del Nord ma che oggi per la prima volta viene usata nei confronti di un paese del G20, detentore di grandi riserve. Secondo i dati della Banca Centrale Russa, al 31 gennaio 2022, le riserve valutarie russe ammontano a oltre 630 miliardi di dollari (630,207, per l’esattezza), di cui circa 500 in valuta estera e 130 in oro, per un totale di 2300 tonnellate d’oro, circa un terzo degli USA, due terzi della Germania e poco meno di Francia e Italia. Si tratta di un ammontare che è cresciuto costantemente nel tempo, a partire da metà 2015 (poco più di 350 miliardi di dollari all’epoca), a seguito di una precisa strategia di Putin di creare una sorta di scudo per affrontare gli effetti recessivi delle sanzioni occidentali a seguito dell’annessione della Crimea. Contemporaneamente, la Banca di Russia ha venduto tutti i suoi titoli di stato americani fra aprile e maggio del 2018, nel tentativo di mettere le proprie riserve al riparo dagli Stati Uniti nel caso di un inasprimento delle relazioni. Tuttavia, nonostante il tentativo di «de-dollarizzare» l’economia e le riserve valutarie, il 60% di tali riserve è detenuto ancora in dollari, escludendo una quota del 13% detenuto in valuta cinese (quota destinata ad aumentare). L’impatto immediato delle sanzioni, più ancora del parziale blocco dello SWIFT, è l’impossibilità per la Banca Centrale russa di poter vendere parte delle proprie riserve per sostenere il corso del rublo, che, non casualmente, ha perso circa il 30% nel giorno in cui le sanzioni sono diventate operative. È questo il rischio maggiore che può correre l’economia russa. Dopo questo iniziale tracollo (il cambio rublo/dollaro è passato da 82 rubli per un dollaro del 24 febbraio, giorno di inizio dell’invasione russa, a 152 rubli per dollaro il 7 marzo), attualmente il rublo viene quotato su valori intorno a 65 rubli per dollaro e il suo valore si sta stabilizzando. La svalutazione rispetto all’euro è inferiore, visto che l’euro in questo periodo si è svalutato rispetto al dollaro. I dati ci dicono che le sanzioni, dopo un iniziale pesante effetto, si stanno rivelando meno efficaci del previsto, probabilmente anche in seguito al ricorso di valute alternative non direttamente legate al dollaro (quindi non bloccabili) come la valuta cinese e le criptomonete. Le dichiarazioni di Putin del 23 marzo 2022 di continuare la fornitura di gas all’Europa, mantenendo fede ai contratti in essere, convertendo la valuta di pagamento da dollari in rubli, se da un lato intende proseguire sul processo di «de-dollarizzazione», dall’altro intende confermare la tenuta della stessa valuta russa. Il blocco delle riserve valutarie russe costituisce un precedente che rischia di ripercuotersi sullo status del dollaro come moneta internazionale: che strumento di riserva può mai essere quello che rischia di venire a mancare proprio nel momento del bisogno? Questo precedente potrebbe ridurre la disponibilità di altri Paesi, in particolare della Cina, a detenere le proprie riserve sotto forma di titoli del Tesoro americano e, in generale, titoli denominati in dollari, indebolendo la funzione del dollaro come strumento di riserva internazionale. Come anticipato da Giovanni Arrighi in «Adam Smith a Pechino», il nuovo secolo si prefigura come il «secolo cinese» in grado di sostituire il XX secolo come «secolo americano». L’illusione statunitense di rimanere l’unica potenza egemone una volta crollata l’URSS si perde di fronte al crescente potere economico e tecnologico cinese. Gli Usa cercano di mantenere il potere militare, finanziario e mediatico (il quarto potere di Orson Welles) al fine di compensare il declino dell’egemonia economica. Il potere militare è il primo a cominciare a declinare proprio perché non adeguatamente surrogato da quello economico. Il tentativo di ripristinare l’autorevolezza USA del proprio raggio d’azione ha al momento successo per quanto riguarda l’Europa, sulla quale è strategico mantenere un’influenza ideologica e commerciale. Ma si tratta di un Europa che non è capace e non vuole diventare economicamente e politicamente autonoma rispetto alla sfera di influenza Usa, che ha tutto l’interesse a un’Europa sotto controllo e impotente, anche a costo di mettere a repentaglio quel poco di potere finanziario che ancora oggi il dollaro detiene. Siamo quindi in una finanza di guerra. L’unico sistema è sedersi ad un tavolo e ripensare una nuova Bretton-Woods, questa volta non più basata sull’egemonia Usa ma tesa a costruzione una governance monetaria e finanziaria multipolare. Tutti ne avrebbero da guadagnare con l’esclusione degli Usa che vedrebbero venir meno la possibilità di farsi finanziare dal commercio internazionale il proprio debito estero e quello interno. L’economia Usa, infatti, è caratterizzata da un deficit strutturale nella bilancia commerciale, a cui si è aggiunto negli ultimi anni un incremento del deficit pubblico anche a causa dei provvedimenti anti Covid. L’unica possibilità è avere un avanzo nei movimenti dei capitali grazie all’egemonia sui mercati di borsa e alla tenuta del dollaro come moneta di riserva globale. Una nuova Bretton Woods multipolare non potrebbe basarsi più su tale ruolo del dollaro e ciò spiega perché gli Usa (tramite lo strumento Nato e l’acquiescenza suicida dei paesi europei) siano i più interessati al prolungamento della guerra in Europa, non solo perché un’economia di guerra è sempre utile agli apparati industriali e al capitalismo delle piattaforme ma perché consentirebbe all’economia Usa di far pagare i propri debiti al resto del mondo. Ma come abbiamo visto, la situazione appare complessa e fluida perché le armi della finanza di guerra possono ritorcersi contro agli stessi utilizzatori.</p>
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<p id="viewer-flvkp"><em>Passiamo al tema dell’inflazione. Si dice che la pandemia prima e la guerra poi siano le cause dell’inflazione. La FED si è già mossa, e la BCE ha preannunciato che a breve aumenteranno i tassi d’interesse. La cosa che volevo chiederti è come facciamo ad uscire da questa «trappola monetarista» per cui l’unico modo di combattere l’inflazione è quello di aumentare i tassi, mettendo in moto dinamiche recessive. Cos’altro si potrebbe fare? Noi sappiamo che la parola d’ordine classica dei movimenti, che oggi andrebbe ripresa, è quella della scala mobile. Ciò significherebbe che l’unico vero problema in una logica antagonista sarebbe quello della difesa del potere d’acquisto. Cosa puoi dirci in proposito? </em></p>
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<p id="viewer-1r61k">La costruzione della moneta unica in Europa, sancita dal Trattato di Maastricht del dicembre 1991, si basa sull’assunto di un legame diretto tra offerta di moneta e livello dei prezzi e ha come unico obiettivo il controllo del tasso d’inflazione (2%). La perdita di autonomia economica delle Banche Centrali, come abbiamo già sottolineato, influenza pesantemente le scelte di politica monetaria, sempre meno orientate alla crescita e all’occupazione ma sempre più condizionate dalle dinamiche speculative dei mercati finanziari e dalla loro instabilità. Di fatto, l’unico strumento a disposizione delle autorità monetarie è oggi la fissazione dei tassi d’interesse in funzione delle aspettative speculative. La dinamica dei tassi d’interesse è oggi una spia del tipo di aspettative che operano sui mercati finanziari. Se siamo in presenza di aspettative positive, i tassi di interesse e i rendimenti sui titoli tendono a scendere a fronte di un aumento degli indici di borsa e delle relative plusvalenze, e viceversa. Si tratta della politica monetaria che, non a caso, è stata perseguita negli Usa all’indomani della crisi dei subprime del 2007-08 e in Europa dopo la crisi dei debiti sovrani del 2011. Le politiche di Quantitative Easing (QE) avevano, ufficialmente, due obiettivi: tenere i tassi d’interessi sul debito pubblico sufficientemente bassi e favorire l’erogazione di credito all’economia reale per sostenere la crescita economica. Se il primo obiettivo è stato raggiunto, il secondo è stato un totale fallimento, dal momento che, come era facilmente prevedibile, l’ammontare di liquidità creata a partire dal 2015 (pari a circa a 2.900 miliardi di euro, il 20% del Pil europeo), lungi dal favorire gli investimenti, è stata invece una manna per i mercati finanziari a vantaggio, soprattutto, dell’attività speculativa: in altre parole, si sono alimentati i mercati finanziari in quanto motore del processo di accumulazione e valorizzazione contemporaneo. I falchi dell’austerity, soprattutto in Europa, paventavano che in tal modo si rischiasse di innescare un processo inflazionistico, come quello che si era verificato durante la crisi fordista degli anni Settanta. Si tratta di un’obiezione del tutto fallace: oggi la moneta creata ex nihilo con l’acquisto di titoli di stato è pura moneta-segno, del tutto smaterializzata. Il suo legame con la produzione reale è oramai inesistente, grazie proprio al ruolo assunto dai mercati finanziari, il vero ambito in cui si crea (e si distrugge) moneta. La teoria quantitativa della moneta (che definisce un rapporto tra crescita dell’offerta di moneta e aumento dei prezzi quando la produzione si avvicina alla sua massima capacità) oggi non ha più senso all’interno dei processi di valorizzazione bio-cognitiva e delle piattaforme. Lo dimostra il fatto che l’enorme ammontare di liquidità immesso sui mercati creditizi e finanziari abbia inciso sul tasso d’inflazione solo per lo 0,5%, al punto che sino a un anno fa il tasso d’inflazione europeo era al di sotto dell’obiettivo programmato del 2%. Si potrebbe ora dire che la recente impennata dei prezzi pone una situazione del tutto nuova. Ma quali son le cause che hanno portato all’aumento del tasso di inflazione? Si tratta di una discussione aperta ma di una cosa possiamo essere certi: la responsabilità non è della politica monetaria espansiva del QE. Nel contesto che abbiamo descritto, non vi è più un legame diretto tra quantità di moneta e livello dei prezzi. Di conseguenza, una politica monetaria restrittiva, che via aumento dei tassi d’interessi, riduca la liquidità in circolazione per ridurre l’incremento dei prezzi rischia di avere come unico risultato quello di favorire una spirale recessiva. Si tratterebbe di una situazione deleteria proprio in una congiuntura che vede la dinamica del Pil rallentare a livello globale a causa delle tensioni geopolitiche in corso. Ciò vale a prescindere dal fatto che l’inflazione sia più causata da variabili di domanda (come pare essere negli Usa) che da variabili di offerta (come è invece nel caso europeo e italiano). Negli Usa, il tasso di inflazione ha raggiunto livelli che non si vedevano da quaranta anni e sicuramente tale dato è influenzato, oltre che dall’incremento dei prezzi delle materie prime (in fase di rallentamento) e dall’aumento dei costi della logistica, anche dall’aumento della domanda. È il risultato della ripresa americana dopo il periodo di lock-down seguito alla sindemia da Covid-19. Ed è proprio, l’influenza della crescita della domanda a spiegare il perché l’inflazione Usa è di 2 punti percentuali superiore a quella europea. Ciò significa che la stretta della FED sui tassi d’interesse sarà in grado di ridurre l’inflazione solo in modo molto parziale. Il fatto che il prezzo del petrolio e del gas metano aumentasse era dato per scontato dopo il forte ribasso a seguito degli effetti recessivi dovuto alla sindemia da Covid-19. Di fronte alla forte ripresa della domanda globale (soprattutto in Cina e negli Usa), la crescita della conseguente domanda di materie prime ha trainato l’aumento dei prezzi, anche per effetto di due fattori concomitanti: lo sviluppo di tensioni speculative sui prodotti derivati «future» energetici (in particolare gas), con l’esito di anticipare all’oggi attese future sull’aumento dei prezzi, e le difficoltà di approvvigionamento dei beni intermedi in seguito alle strozzature della catena internazionale di subfornitura, che ha penalizzato e rallentato l’offerta dei beni finali ma ne ha aumentato il costo di produzione. A differenza degli anni Settanta, l’aumento dei prezzi è infatti avvenuto in assenza di un aumento dei salari e del costo del lavoro. Relativamente all’Italia, i dati Istat del primo trimestre 2022 sulla dinamica del mercato del lavoro, ci dicono che «su base annua il costo del lavoro si riduce dello 0,2%, per effetto della riduzione di entrambe le sue componenti (-0,2% le retribuzioni e -0,4% gli oneri sociali)». In molti settori, l’aumento dei prezzi non è causato da incrementi di costi di produzione (se non in maniera contenuta) ma esclusivamente dall’aumento del margine di guadagno (mark-up). Siamo cioè in presenza di un’inflazione da profitto. Da questo punto di vista, una politica monetaria restrittiva sarebbe del tutto inefficace e avrebbe l’effetto di buttare benzina sul fuoco, senza intervenire sulle vere cause dell’inflazione, e, ancora una volta, finirebbe per essere di sostegno alla profittabilità del sistema delle grandi imprese. Se la situazione bellica in atto porta ad un processo di trasformazione della biopolitica in necropolitica, altrettanto si può dire dell’economia: dalla bio-economia alla necroeconomia. È necessaria una politica economica del tutto opposta, che intervenga sul lato della domanda e del sostegno ai redditi da lavoro congiuntamente con una politica fiscale che sia in grado di distribuire in modo più equo il reddito. Tutto ciò dovrebbe essere accompagnato da interventi di regolazione sui mercati delle materie prime, in primo luogo separando l’attività speculativa da quella reale derivante dall’incrocio tra domanda e offerta.</p>
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<p id="viewer-24h53">Andrea Fumagalli è docente di economia all’Università di Pavia. È stato fondatore della rivista «Altreragioni». Con Sergio Bologna ha curato <em>Il lavoro autonomo di seconda generazione</em> (Feltrinelli, 1997). Altri suoi lavori sono: <em>Bioeconomia e capitalismo cognitivo</em> (Carocci, 2007) e <em>La moneta nell’impero</em> (insieme a Christian Marazzi e Adelino Zanini, ombre corte, 2002). Per DeriveApprodi ha pubblicato <em>Economia politica del comune </em>(2017) e <em>Valore, moneta, tecnologia</em> (2021)<em>.</em></p>
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<div id="viewer-alpiv"><em><strong> Machina/DeriveApprodi</strong></em></div>
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<p id="viewer-ct42b">Antonio Minaldi impegnato nei movimenti fin dal ’68. Esponente del movimento studentesco del &#8217;77. È tra i fondatori dei Cobas scuola nel 1987. È stato docente di filosofia e storia nei licei. È autore di vari saggi di economia e di filosofia.</p>
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		<title>Segui la lotta di classe e capirai la storia</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2023 18:20:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[Classe operaia]]></category>
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<h1>Segui la lotta di classe e capirai la storia</h1>
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<p>Quando da ragazzo ascoltavo i racconti di mio padre – vecchio militante comunista – sulla rapidità con cui il regime fascista riuscì a imporsi e a ottenere il consenso pressoché unanime della popolazione italiana, non potevo nascondere una certa perplessità, se non incredulità: ma come, mi chiedevo, dopo un formidabile ciclo di lotte come quello del biennio rosso seguito alla Prima guerra mondiale, con una sinistra che schierava due partiti di massa come il PSI e il PCd’I e un consistente centro democratico, come fu possibile una resa così veloce e totale alla marea nera, ad onta di eroici episodi di resistenza (ancorché episodici e scoordinati) come l’insurrezione di Parma?</p>
<p>La quasi subitanea “conversione” di larghe masse popolari all’ideologia fascista (che si sarebbe replicata di lì a qualche anno in Germania con il trionfo del nazionalsocialismo) restava per me un mistero. Anche dopo la lettura di autorevoli analisi storiche sui gravi errori tattici e strategici delle sinistre (mancata alleanza con gli Arditi del Popolo, impreparazione militare, settarismo comunista e opportunismo socialista, ecc.) e sul tradimento dei partiti borghesi, continuavo a restare perplesso. La realtà che stiamo vivendo oggi, sia in Italia che in Europa, mi fa capire molte cose.</p>
<p>Chiarisco subito che non mi riferisco alla resistibile ascesa elettorale del partito di Giorgia Meloni, che degli eventi di un secolo fa è solo una risibile parodia. Marx ebbe a dire che le tragedie storiche si replicano in farsa, ma qui alludo a ben altro, che nulla ha di farsesco: parlo cioè della “conversione” ancor più veloce (anche se fortunatamente meno unanime, almeno a giudicare dai sondaggi) di quanto successe allora, non solo delle larghe masse popolari o di una sinistra che fa il paio con il centro liberale di giolittiana memoria, ma persino delle sinistre radicali e addirittura di settori delle sinistre antagoniste all’ideologia atlantista, guerrafondaia e russofoba che chiama alla mobilitazione generale in vista di una Terza guerra mondiale contro Russia, Cina e tutti i popoli e le nazioni che si smarcano dall’egemonia occidentale.</p>
<p>Elencherò prima una serie di motivi che possono spiegare questa tragedia, per poi argomentare perché li ritengo insufficienti e proporne uno a mio parere più decisivo. E’ vero che il consenso è stato costruito attraverso la progressiva concentrazione dei media in poche mani, tutte rigorosamente allineate alla narrazione mainstream neoliberale; è vero che decenni di soft power americano (film, serie tv, romanzi, fumetti, siti e piattaforme social, ecc.) hanno costruito un senso comune in base al quale l’unico sistema in grado di garantire libertà individuale e democrazia è il sistema liberal democratico occidentale; è vero che, a partire dagli anni Settanta, le sinistre occidentali hanno rinnegato l’esperimento storico del socialismo reale (sia nella sua forma sovietica, fallita trent’anni fa, sia in quella viva e vegeta di Paesi come Cina, Cuba, Venezuela, Bolivia, ecc.  “imperfetta” secondo i canoni della tradizione marxista ma non riducibile alla etichetta di “totalitarismo”); è vero che questa condanna ideologica ha permesso al Parlamento europeo di approvare un obbrobrio revisionista come la dichiarazione che equipara comunismo e nazismo (cancellando con un tratto di penna il contributo  dell’Unione Sovietica alla sconfitta del Terzo Reich); è vero che decenni di arretramento delle lotte operaie hanno permesso di rimpiazzare le aspirazioni di progresso economico e sociale dei lavoratori con le rivendicazioni dei diritti individuali dei membri di minoranze culturali che appartengono agli strati medio alti della società.</p>
<p>Tutto vero, ma non basta a giustificare la rimozione di fatti che sono sotto gli occhi di tutti e che nessuna operazione propagandistica può nascondere. Il fatto che la Nato all’atto della riunificazione tedesca si era impegnata a non estendere la propria presenza fino ai confini della Russia (ammesso dagli stessi americani che giustificano la violazione dei patti dicendo che non vi fu accordo scritto!). Il fatto che la “rivoluzione arancione” del 2014 fu un golpe finalizzato a imporre un <em>regime change</em> a Kiev, orchestrato dagli Usa con l’appoggio dei movimenti neofascisti ucraini (Brzezinski teorizzò la necessità di appropriarsi del controllo politico sull’Ucraina già alla fine dei Novanta). Il fatto che a partire da quell’anno iniziò una guerra civile contro le popolazioni russofone con massacri e pulizie etniche simili a quelle avvenute in Jugoslavia e che il regime di Kiev si è rifiutato di applicare gli accordi di pace di Minsk. Il fatto che la natura neonazista del regime di Zelensky è spudoratamente rivendicata, elevando a padre della patria il massacratore di ebrei e comunisti, nonché alleato di Hitler, Bandera, e celebrando la caduta di Kiev all’inizio della Seconda guerra mondiale in mani naziste come “liberazione” dal dominio sovietico. Il fatto che Biden è espressione di una lobby neocons che rivendica apertamente la necessità di arrivare allo scontro militare con la Cina (di cui il conflitto ucraino è l’antipasto) per impedirle di competere con la potenza americana.</p>
<p>Forse l’uomo della strada ignora questi fatti, invece intellettuali, accademici e giornalisti li conoscono benissimo ma fingono di ignorarli, perché i loro interessi di casta coincidono con gli obiettivi economici e politici di quelli dei loro datori di lavoro. Ma che dire dei militanti di una sinistra radicale i quali non solo conoscono i fatti, ma non usufruiscono di analoghe prebende? Possibile che abbiano dimenticato di avere partecipato a tante manifestazioni contro le basi Nato e l’imperialismo Usa? Possibile che dopo tanto impegno contro il razzismo si scoprano di colpo russofobi e anticinesi? Possibile che digeriscano candidamente gli slogan occidentali che inneggiano alla lotta per la libertà e la democrazia di un regime che ha messo fuori legge tutti i partiti meno quello del presidente? Possibile che il loro antifascismo si fermi sulla soglia di casa, preoccupato della Meloni piuttosto che del progetto di instaurare un Reich a stelle strisce sulle rovine della Terza guerra mondiale? Opportunismo, vigliaccheria, paura di esprimere opinioni che vanno contro il senso comune della maggioranza, ipocrisia (vedi le panzane sulla guerra “interimperialista” che ignorano il carattere asimmetrico di uno scontro che oppone la più grande potenza militare del globo a una potenza regionale che lotta per difendere la propria esistenza come stato indipendente, visto che i missili atomici a Kiev sarebbero a pochi minuti di volo da Mosca)? Credo che a questi interrogativi possa rispondere solo l’insegnamento che mi trasmise mio padre, che si può sintetizzare nel motto “per capire la storia segui la pista degli interessi di classe”.</p>
<p>Nel primo dopoguerra la classe operaia italiana era una minoranza concentrata in poche grandi città del Nord, potendo contare solo sull’alleanza di strati bracciantili a loro volta dislocati in alcune regioni settentrionali. Le larghe masse contadine, soprattutto ma non solo al Sud, erano indottrinate da una Chiesa retrograda e reazionaria. Quanto alla pletorica piccola borghesia (bottegai, artigiani, piccoli imprenditori, professionisti, impiegati, burocrati statali, ecc.) era letteralmente terrorizzata dall’instabilità sociale seguita alla guerra e dalle parole d’ordine socialcomuniste che inneggiavano alla Rivoluzione d’ottobre, per cui c’è voluto poco per convincerla ad accodarsi a un partito che prometteva ordine e sicurezza. Quanto alla grande borghesia pensava di poter usare il fascismo per stroncare il movimento operaio per poi “licenziarlo”, una volta eseguito il lavoro sporco. Sappiamo come è andata.</p>
<p>Oggi gli operai, o meglio i lavoratori per non evocare la vecchia immagine delle tute blu, sono in maggioranza, ma divisi da confini culturali, generazionali, etnici, di genere, individualizzati da decenni di rivoluzione neoliberale e dal suicidio delle sinistre occidentali, privati della propria identità di classe e di rappresentanza sindacale e politica. La sola opposizione al sistema che riescano a esprimere è muta, nel senso che parla solo attraverso l’astensione elettorale e i sondaggi d’opinione. Quanto alla pletorica “classe media” occidentale (30/40%  secondo Piketty) concentrata nei centri delle grandi città, dotata di risorse erose dalla crisi ma ancora sufficienti a mantenere livelli di vita decorosi, “progressista”, addirittura convinta di incarnare una sinistra di “opposizione” contro i populismi di destra che cavalcano la rabbia popolare, è a tal punto imbevuta di una cultura americanizzata, postmoderna, politicamente corretta, concentrata sui diritti individuali, che non si può nemmeno parlare di “conversione” all’atlantismo bellicista, semplicemente stanno mostrando l’altra faccia della medaglia, il liberal fascismo che va a braccetto con i buoni sentimenti liberal “progressisti”. Come mezzo secolo fa interessi materiali e ideologia vanno di pari passo. La russofobia, l’odio per la Cina popolare e gli altri regimi “totalitari” e più in generale per le masse dei popoli non occidentali da educare alla democrazia a suon di bombe, è appena mascherato dall’ipocrita sollecitudine per gli immigrati che crepano in mare per approdare sulle nostre sponde. Venite pure, ma non si dica che lo fate perché costretti dalle condizioni miserabili che le nostre democrazie vi impongono per consentirci di conservare la nostra <em>way of life</em>. Torna il fascismo ma il suo volto non è quello della Meloni (risibile pedina di un gioco più grande di lei) ma il ghigno dello Zio Sam e dei suoi zelanti servitori europei, sinistre comprese.</p>
<p><em><strong>di Carlo Formenti &#8211; Avanti.it</strong></em></p>
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