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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Politica interna</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>MELONI DA BIDEN PER DIFENDERE LA NOSTRA SOVRANITA’…LIMITATA</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Oct 2023 13:55:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Sovranità]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; MELONI DA BIDEN PER DIFENDERE LA NOSTRA SOVRANITA’…LIMITATA Si è svolta nei giorni scorsi la visita del Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, negli Stati Uniti d’America. Nel suo tour ha incontrato, tra gli altri, McCarthy, della Camera dei Rappresentanti, il centenario, ma lucidissimo Henry Kissinger, e soprattutto il Presidente degli USA Joe Biden. [...]]]></description>
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<div>
<p>&nbsp;</p>
<h1>MELONI DA BIDEN PER DIFENDERE LA NOSTRA SOVRANITA’…LIMITATA</h1>
<p>Si è svolta nei giorni scorsi la visita del Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, negli Stati Uniti d’America.</p>
<p>Nel suo tour ha incontrato, tra gli altri, McCarthy, della Camera dei Rappresentanti, il centenario, ma lucidissimo Henry Kissinger, e soprattutto il Presidente degli USA Joe Biden.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si è discusso di numerosi temi, tra i quali lo scontatissimo sostegno all’Ucraina, e quindi alla prosecuzione della guerra, i rapporti tra Washington e Roma, la questione africana e – tema particolarmente scottante – i rapporti tra Italia e Cina, soprattutto in vista della scadenza, a dicembre di quest’anno, della partecipazione dell’Italia alla Via della Seta, a suo tempo siglata da Giuseppe Conte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come c’era ampiamente da aspettarsi, le notizie sul viaggio diplomatico della premier italiana vengono infarcite di numerose dichiarazioni di facciata da parte dei nostri mass – media e ne esce fuori la consueta immagine del rapporto USA – Italia come dettato da “solidi rapporti di amicizia”.</p>
<p>La realtà tuttavia è molto diversa.</p>
<p>Non perché la Meloni voglia mettere in discussione l’orientamento del Governo Draghi, improntato a una forte subalternità del nostro paese nei confronti di Washington. Anzi, su questo l’attuale governo appare in perfetta sintonia col precedente. Ma perché parlare di “alleanza” (o addirittura di “amicizia”) è del tutto fuori luogo, soprattutto da un anno e mezza a questa parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infatti a partire dall’intervento militare russo in Ucraina nel febbraio dello scorso anno, qualcosa è mutato nel rapporto tra Stati Uniti e paesi europei, Italia compresa. In modo particolare i paesi dell’Unione Europea più forti, Germania e Francia, hanno smussato non poco le loro velleità di autonomia, finendo sostanzialmente per piegarsi – non senza qualche recalcitramento – alla linea atlantista, che è quella delle crescenti sanzioni alla Russia. Sanzioni che hanno prodotto danni limitati e temporanei a Mosca e che invece hanno come principale effetto (voluto?) quello di indebolire in modo particolare la Germania, ma anche la stessa Italia, considerando gli importanti legami economici che avevano con i russi, a partire, come è noto, dalle fonti energetiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Insomma, la subalternità storica che, a partire dal dopoguerra, abbiamo sempre avuto nei confronti di Washington, ha subito un netto rafforzamento.</p>
<p>L’invio, alcuni mesi fa, della portaerei italiana “Cavour” nel Mar Cinese in appoggio alla politica militare aggressiva e provocatrice degli USA nei confronti di Pechino è un segno tangibile di tale atteggiamento a dir poco servile da parte nostra.</p>
<p>I cinesi, dal canto loro, hanno ben colto il mutamento che c’è stato in Italia negli ultimi anni e infatti nella sua recente visita in Europa, il Ministro degli Esteri Qin Gang è andato in Francia e in Germania, ma non a Roma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il punto centrale nella visita della Meloni negli USA è stato proprio il rapporto tra il Bel Paese e Pechino. Se il Governo Conte, in un ultimo sussulto di autonomia politica, era riuscito a far aderire l’Italia alla Via della Seta cinese, ora quest’adesione è seriamente rimessa in discussione e Biden non risparmia “avvertimenti” rivolti al nostro paese a sganciarsi da questa.</p>
<p>Quando si parla di Via della Seta cinese, si intende una vastissima rete, in via di costruzione, di collegamenti e infrastrutture che spazierà tra Continente asiatico, quello europeo e l’Africa. Una potenziale area commerciale composta da miliardi di persone e da gigantesche risorse, che aprirebbe delle immense prospettive di sviluppo per il nostro paese, favorito anche dalla sua collocazione geografica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto ciò ora rischia seriamente di svanire, se – come appare molto probabile – la Meloni finirà per cedere alle pressioni degli USA e non rinnoverà l’accordo con Pechino, che scade nel dicembre di quest’anno, gettando alle ortiche un’occasione favolosa e condannando l’Italia ad una quasi certa decadenza economica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ultimo, ma non per importanza, è il tema dell’Africa, anch’esso trattato dalla Meloni e da Biden.</p>
<p>Anche in questo caso, al di là delle dichiarazioni di facciata e delle buone intenzioni, la realtà che si sta tendenzialmente configurando, è tutta un’altra.</p>
<p>I paesi africani, infatti, nel complesso guardano sempre meno all’Europa e agli USA, viste come le potenze colonizzatrici. Significativa è, in questo senso, la notevole perdita di influenza da parte della Francia su diversi paesi del Continente Nero.</p>
<p>Essi viceversa, guardano con crescente interesse alla Russia e soprattutto alla Cina e in genere ai paesi del BRICS (di cui fa parte anche il Sudafrica e che potrebbe presto arrivare a comprendere altri paesi, anche africani, come l’Egitto o l’Algeria).</p>
<p>Peraltro negli stessi giorni della visita della Meloni negli USA, si è tenuto a San Pietroburgo il secondo vertice Russia – Africa, che ha visto la partecipazione di ben 49 paesi africani – alla faccia del presunto isolamento internazionale di Mosca – e che ha sancito un poderoso aumento dei legami economici tra queste due realtà; legami che prevedono anche di bypassare l’utilizzo del Dollaro come valuta di scambio. Inoltre vi sarà un aumento della cooperazione in settori strategici, tra cui quelli militari e informatici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi risulta ostico – in questo contesto – comprendere che tipo di ruolo potrebbe in futuro esercitare l’Italia nel continente africano, soprattutto se deciderà di mandare a monte la Via della Seta cinese.</p>
<p><strong>David Insaidi</strong></p>
</div>
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		<title>La riforma fiscale del governo Meloni: un regalo a ricchi ed evasori</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Aug 2023 14:02:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Agenzia delle entrate]]></category>
		<category><![CDATA[Coniarerivolta]]></category>
		<category><![CDATA[Fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia Meloni]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; La riforma fiscale del governo Meloni: un regalo a ricchi ed evasori di coniarerivolta È stata definitivamente approvata la delega fiscale del Governo Meloni, cioè il progetto di riforma del sistema del fisco targato centro-destra che troverà poi concreta attuazione con i decreti che il Governo potrà emanare nei prossimi mesi. Il testo finale non presenta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/08/21193626_small-1-1050x551.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8588" title="21193626_small-1-1050x551" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/08/21193626_small-1-1050x551-300x157.jpg" alt="" width="300" height="157" /></a></h1>
<h1></h1>
<p>&nbsp;</p>
<h1>La riforma fiscale del governo Meloni: un regalo a ricchi ed evasori</h1>
<h3>di coniarerivolta</h3>
<p>È stata <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/delega-fiscale-leo-tre-aliquote-poi-flat-tax-senza-abbandonare-progressivita-AFS6ihS" rel="noreferrer noopener" target="_blank">definitivamente approvata</a> la delega fiscale del Governo Meloni, cioè il progetto di riforma del sistema del fisco targato centro-destra che troverà poi concreta attuazione con i decreti che il Governo potrà emanare nei prossimi mesi.</p>
<p>Il testo finale non presenta significative novità rispetto a quello iniziale, che abbiamo già <a href="https://coniarerivolta.org/2023/07/15/il-governo-meloni-e-il-fisco-austerita-e-regali-ai-ricchi/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">commentato</a> nei suoi elementi essenziali (in sintesi: meno progressività e fiscalità di favore per imprese e redditi da capitale); fra gli elementi che ne sono comunque usciti rafforzati, e su cui vogliamo concentrarci oggi, c’è quello particolarmente odioso dei regali agli evasori.</p>
<p>La delega in effetti è particolarmente benevola verso chi le tasse decide – deliberatamente – di non pagarle proprio, o di pagarle solo in parte. L’evasione fiscale, si cui spesso si parla un po’ a sproposito, è un fenomeno che dal nostro punto di vista ci interessa soprattutto da due punti di vista:</p>
<p>1. È un fenomeno che – interessando nelle sue dimensioni essenziali prevalentemente le fasce più ricche della popolazione – riduce (ulteriormente) la progressività di un sistema fiscale; dunque, indebolisce la possibilità che il sistema fiscale sia uno strumento di redistribuzione della ricchezza;</p>
<p>2. È un “privilegio” riservato solamente ad alcune categorie di reddito (imprese, lavoro autonomo, proprietari di immobili, rendite finanziarie, etc.); un lavoratore dipendente o un pensionato subisce alla fonte le ritenute fiscali e dunque l’evasione fiscale va osservata anche dal punto di vista del conflitto di classe.</p>
<p>Tenendo a mente quanto sopra, si capisce che la strizzatina d’occhio agli evasori non poteva mancare all’interno di una delega fiscale tutta improntata a garantire privilegi alle categorie più vicine al Governo. Ma in cosa consistono più precisamente questi favori? Vediamo alcuni esempi.</p>
<p>Nella scelta (come detto, per chi può farla) fra evadere e non evadere, l’unica differenza la giocano le sanzioni: se scelgo di evadere, può essere che mi va bene e porto a casa il bottino pieno, o può essere che mi scoprano, e dovrò pagare le imposte dovute oltre le sanzioni previste. E il governo, invece, nella legge delega (all’art. 18) cosa dice (art. 18)? Si prevede che “<em>la volontaria adozione di un efficace sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale (…) possa assumere rilevanza per escludere ovvero ridurre l’entità delle sanzioni</em>”. Si introduce un precedente pericolosissimo: un’impresa potrebbe farsi certificare dal proprio commercialista che ha istituito un sistema interno di “<em>controllo del rischio fiscale</em>” e grazie a questo, nel caso dovesse subire un controllo fiscale, sarebbe esentata dal pagamento di qualsiasi sanzione pecuniaria. A questo punto c’è da chiedersi perché mai l’impresa in questione debba fare una dichiarazione fiscale regolare, visto che, quand’anche dovesse subire un controllo, non subirebbe comunque nessuna punizione particolare.</p>
<p>Ma si può sempre fare di più, e infatti il Governo si premura di impedire a monte che possa aversi una qualche contestazione fiscale. Nell’ambito dei “procedimenti” (art. 17) si introduce l’istituto del “concordato preventivo biennale”, in base al quale il contribuente fa una sorta di accordo con l’Agenzia delle Entrate definendo preventivamente quanto pagherà di imposte per i prossimi due anni, e in cambio l’Agenzia delle Entrate si asterrà da tutta una serie di controlli ordinari. Si tratta di un istituto in realtà già esistente, ma prima riservato a limitate categorie di contribuenti, ed ora notevolmente ampliato (anche a contribuenti persone fisiche, sempre che titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo) e che di fatto limita a monte la possibilità di controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate, con tutta una serie di criticità ulteriori. Prima di tutto, l’Agenzia (che, come tutte le pubbliche amministrazioni, ha subito un notevole impoverimento di personale in questi anni) difficilmente potrà controllare preventivamente nel merito un gran numero di richieste di concordato, e c’è quindi il rischio che sarà costretta a mettere un bollino su previsioni effettuate da privati, legandosi poi le mani in tema di controlli successivi. Inoltre, lo strumento del concordato preventivo pare fatto apposta perché un contribuente possa pianificare quanto pagare di imposte e quando, spalmando nel corso del tempo alcuni ricavi che in questo modo sfuggirebbero completamente a imposizione. Infine, è una procedura che per l’ennesima volta avvantaggia i più ricchi, in quanto è ovvio che quanto più è bravo il tuo consulente (e quanto meglio puoi permetterti di pagarlo) maggiore sarà il tuo risparmio fiscale.</p>
<p>Il Governo, insomma, pare superare la stagione dei condoni (che comunque non spariranno…) semplicemente istituzionalizzando una sorta di condono preventivo, in cui è il contribuente stesso a decidere quanto e quando pagare, con la garanzia che in caso di irregolarità comunque non subisce sanzioni!</p>
<p>Il trattamento con i guanti di velluto per gli evasori è particolarmente odioso se pensiamo che negli stessi giorni si assiste alla definitiva cancellazione del reddito di cittadinanza, con un rilancio della retorica della caccia a qualche “furbetto” che avrebbe mandato in rovina il bilancio dello Stato ricevendo indebitamente tale misura di sostegno, che in realtà ha permesso a centinaia di migliaia di famiglie in difficoltà in questi anni semplicemente di campare. Una retorica che non regge neanche alla prova dei numeri, se pensiamo che il reddito di cittadinanza è costato <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/reddito-cittadinanza-2022-e-costato-quasi-8-miliardi-AEjIpeZC" rel="noreferrer noopener" target="_blank">8 miliardi</a> nel 2022 mentre le <a href="https://www.finanze.gov.it/export/sites/finanze/.galleries/Documenti/Varie/Rapporto-sui-risultati-conseguiti-in-materia-di-misure-di-contrasto-allevasione-fiscale-e-contributiva-anno-2022.pdf" rel="noreferrer noopener" target="_blank">stime dell’evasione fiscale</a> e contributiva oscillano fra 90 e i 100 miliardi l’anno. E attenzione: stiamo parlando dell’intero stanziamento annuale per il RdC. Ma quali sono i dati sulle indebite percezioni di questo strumento di sostegno al reddito? Prendendo in considerazione <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/numeri-truffe-reddito-cittadinanza" rel="noreferrer noopener" target="_blank">i dati</a> della Guardia di Finanza relativi al periodo dal 1° gennaio 2021 al 31 maggio 2022, gli illeciti relativi al RdC sono stati pari a <strong>288 milioni</strong> di euro, l’1,4 per cento del totale dello stanziamento nel medesimo periodo. Per fare un confronto, nello stesso rapporto la GdF sottolinea di aver accertato frodi per oltre <strong>5,6 miliardi</strong> di euro nel campo dei crediti d’imposta agevolativi in materia edilizia ed energetica. Per non parlare dell’evasione fiscale e contributiva, che nel 2019 (<a href="https://pagellapolitica.it/articoli/quanto-vale-evasione-fiscale-italia-grafici" rel="noreferrer noopener" target="_blank">dati NADEF 2022</a>) ha raggiunto la ragguardevole cifra di <strong>99 miliardi</strong> di euro. Eppure, il governo Meloni va a premiare implicitamente proprio chi ha contribuito in maniera determinante a questo dato.</p>
<p>Questo il segno della politica economica del Governo Meloni: togliere ha chi ha poco o niente, per permettere a chi ha molto di avere sempre di più, anche quando questo vuol dire sottrarsi ai (residui) obblighi fiscali. Anzi, <strong>è necessario togliere agli ultimi proprio per regalare ulteriori sconti ai più ricchi</strong>. Questo perché, quando si aprirà la fase di attuazione concreta della delega, entrerà in campo un convitato di pietra, rappresentato dall’ossessione del Governo per il rispetto di una rigida disciplina di bilancio, per cui ogni misura di favore verso i soggetti più abbienti (sia nella forma di sconto che di condono fiscale) dovrà essere finanziata da nuovi tagli alla spesa pubblica, a cominciare da quella sociale. È per questo che da settembre la questione fiscale sarà uno degli ambiti su cui continuare a costruire l’opposizione al Governo.</p>
<p><em><strong>Coniarerivolta</strong></em></p>
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		<title>Per un Fronte unito contro la guerra</title>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2022 16:37:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
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		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo questo comunicato-appello del Fronte contro la guerra e chiediamo massima diffusione Per un Fronte unito contro la guerra Dalla nebbia che è calata con l’inizio della guerra in Ucraina, che non è solo mediatica ma fatta anche di ambigua interpretazione degli avvenimenti, non è ancora emersa una indicazione chiara sul programma su cui organizzare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/05/fronte.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-7988" title="fronte" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/05/fronte-300x147.png" alt="" width="300" height="147" /></a></p>
<p><strong>Pubblichiamo questo comunicato-appello del Fronte contro la guerra e chiediamo massima diffusione</strong></p>
<p><strong><span style="font-size: 2em;">Per un Fronte unito contro la guerra</span></strong></p>
<p>Dalla nebbia che è calata con l’inizio della guerra in Ucraina, che non è solo mediatica ma fatta anche di ambigua interpretazione degli avvenimenti, non è ancora emersa una indicazione chiara sul programma su cui organizzare un vasto movimento di lotta contro la guerra. La debolezza di un movimento contro una guerra che ha la sua origine sostanziale nella politica Usa di espansione ad est della Nato (e di minaccia alla sicurezza della Russia), dipende da presupposti che danno per scontata la condanna unilaterale dell’azione della Russia ed una rappresentazione della crisi ucraina preparata e sedimentata nel tempo. Ciò depotenzia l’orientamento e la stessa combattività di quanti sono contro la guerra, contro la NATO e contro le forniture militari all’Ucraina. Ma come si fa a combattere duramente un nemico che ha la possibilità di accreditare la tesi di una Russia espansionista, minacciosa verso l’Europa e di un Putin “criminale” e “macellaio”? E come si fa a combattere questa battaglia quando tutti dimenticano che in un contesto analogo ma rovesciato (la crisi dei missili a Cuba) Kennedy minacciò la guerra nucleare? Si tratta di capire come l’azione contro la guerra va attrezzata e soprattutto su quali punti si deve lavorare per determinare lo sviluppo di una coscienza di massa e di una informazione senza censure. Ogni ritardo su questo fronte è un vantaggio per i nemici della pace. Prendere coscienza di ciò è indispensabile per mettere in moto le forze necessarie a battersi contro una guerra che è ormai arrivata alle nostre porte. La maggioranza degli italiani è contro la guerra. Ma su quali elementi può avvenire un risveglio di massa che si opponga a ciò che sta avvenendo?  Quando inizia la guerra? L’attuale guerra non è cominciata il 24 febbraio con l’intervento militare delle truppe russe in Ucraina, ma almeno 8 anni prima con il colpo di stato del 22 febbraio 2014, che depone la legittima presidenza Yanukovich (regolarmente eletta dal popolo) con la violenza di gruppi neo-nazisti sostenuti dall’Ambasciata Usa a Kiev.  In violazione degli accordi di Minsk, che avrebbero dovuto concedere una vasta autonomia alle regioni di Doneck e Lugansk, il governo ucraino procede nell’offensiva militare in Donbass. In otto anni sono almeno 14.000 i morti (dati OSCE). Dal 2014 al 2022 USA ed alleati riforniscono l’Ucraina di tonnellate di armi moderne, addestrano l’esercito e le milizie paramilitari, riempiono il paese di basi militari e laboratori per la guerra chimico-batteriologica, preparandosi a dare il colpo finale alle repubbliche secessioniste del Donbass. Il presidente Biden si fa diretto promotore dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO, mentre respinge tutte le proposte della Federazione russa di un accordo sul controllo degli armamenti e la sicurezza collettiva. L’attuale guerra in Ucraina nasce quindi come reazione alla ininterrotta serie di provocazioni che, ad opera dei dirigenti ucraini, gli Usa portano alla Federazione russa. Quando inizia l’attacco alla Russia? Ma l’attacco alla Russia è iniziato già all’indomani della fine dell’URSS: con i tentativi di smembramento e balcanizzazione della Federazione russa, alimentando i movimenti separatisti (Cecenia, Daghestan); con l’espansione ad Est della NATO, fino ad abbracciare le repubbliche ex sovietiche del Baltico e i Paesi ex socialisti dell’Europa centro-orientale e balcanica; con l’organizzazione di ‘rivoluzioni colorate’ nei paesi dell’ex Urss, alcune delle quali riuscite (Georgia 2003, Kirghizistan 2005 ed Ucraina 2014), altre fallite (Azerbaigian 2005, Bielorussia 2004 e 2005 e Kazakistan 2022), e lo stanziamento di basi militari nelle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale (Uzbekistan, Tagikistan 2001).<br />
Nella seconda metà del primo decennio del 2000, dopo la elezione di Putin, la presidenza della Federazione russa comincia a rispondere ai colpi e alle provocazioni ispirati dagli USA (Georgia 2008). Ma è soprattutto la scelta russa di contrastare militarmente le manovre anglo-americane per sovvertire il legittimo governo siriano di Assad ad accrescere le preoccupazioni dei falchi americani. Perché rappresentavano il segno di un cambio di atteggiamento russo alla pretesa di dominio del mondo da parte di chi ricorre ad una guerra massiccia contro paesi sovrani e popoli. È qui che comincia quella “guerra mondiale a pezzi” di cui parla papa Francesco dal 2014. Qual è la posta in gioco? Il 25 febbraio 2022, nel suo primo discorso al Parlamento sulla crisi ucraina, il presidente del consiglio Draghi parla di uno scontro con la Russia che abbraccia un’intera fase storica: “La crisi di portata storica che l’Italia e l’Europa hanno davanti potrebbe essere lunga e difficile da ricomporre, anche perché sta confermando l’esistenza di profonde divergenze sulla visione dell’ordine internazionale mondiale che non sarà facile superare”.  Tutti i discorsi, le sanzioni adottate dall’Occidente portano ad una chiara scelta strategica: condurre la Russia alla sua disfatta attraverso la guerra e degradarla sul piano mondiale a Paese assoggettato, incapace di contrastare sul piano politico, militare, economico e finanziario il dominio USA. Per questo si usa ogni strumento mediatico per demonizzare il governo e il parlamento russo, per fare identificare nell’opinione pubblica i russi come i nuovi nazisti. Il partito italiano della guerra (che vede tra i più attivi il segretario del PD Enrico Letta, che schiaccia il suo partito sulla linea degli oltranzisti atlantici) spinge per tagliare qualsiasi legame con la Russia, anche culturale, politico e perfino commerciale, anche a costo di bloccare l’importazione di gas e mandare in rovina la manifattura italiana, oltre a lasciare al freddo la popolazione.  Il “partito della guerra a oltranza” non prevede una pace possibile, basata su un accordo complessivo sulla sicurezza in Europa ma mira a un nuovo ordine mondiale basato sulla cancellazione della Russia come stato sovrano ed indipendente. Nella guerra mondiale a pezzi, il conseguimento di questo obiettivo consentirebbe agli USA di potersi concentrare totalmente contro quello che l’establishment politico USA indica come il nemico strategico, la Repubblica Popolare Cinese. Questo è dunque il carattere costituente della guerra in corso. Essa apre una nuova fase storica segnata dallo scontro tra una visione unipolare del mondo, imperniata sul dominio imperiale degli Usa e della Nato sui destini del mondo; e una visione progressiva, imperniata su un sistema multipolare di regole condivise e di cooperazione pacifica tra Stati sovrani, con pari dignità, nell’ambito di una effettiva centralità del ruolo delle Nazioni Unite. Una prospettiva questa in cui, a proposito di democrazia, si riconosce oggi la maggioranza schiacciante della popolazione mondiale. I compiti immediati e a medio termine di un Fronte unito contro la guerra<br />
1) Indipendenza nazionale e fine del dominio americano Diventa inutile parlare di pace se non si avvia una lotta contro la linea degli Stati Uniti che sono oggi l’avversario principale. Questo bisogna che gli italiani che vogliono uscire dalla guerra comprendano. Congiuntamente con la necessità di recuperare l’indipendenza nazionale. E ciò non riguarda solo le basi americane in Italia, ma la dipendenza del nostro paese dalla politica USA.<br />
2) Un sistema di sicurezza europeo libero dalla NatoC‘è bisogno di un chiarimento di fondo sul fatto che quando si parla di NATO non si intende un sistema difensivo collettivo, ma uno strumento militare in mano americana a cui gli altri membri sono subordinati. Le scelte servili dei governi italiani andrebbero condannate perché adottate in pieno contrasto con l’art.11 della Costituzione. Anche in questa vicenda la NATO rappresenta la strategia militare americana imposta all’Europa e quindi un sistema di sicurezza europeo passa da un’altra via: quella delle relazioni pacifiche e delle garanzie reciproche che si possono raggiungere solo se si rompe l’egemonia Usa e se gli Stati sovrani europei avviano un sistema di sicurezza e di cooperazione pacifica che comprenda l’insieme del continente. Il che implica, tra l’altro, la neutralità dell’Ucraina.<br />
3) Lotta ai governi guerrafondaiIn Italia la sconfitta dei governi guerrafondai (come il governo Draghi) e la nascita di governi autonomi dagli Usa è condizione necessaria per la pace. Tanto più se il governo diventa cobelligerante nella guerra in Ucraina inviando armi, comminando sanzioni alla Russia e aumentando le spese militari nel quadro Nato. La lotta contro i governi italiani che sostengono le guerre americane è l’obiettivo primario e un punto fermo per arrivare alla pace.<br />
4) Lotta alle conseguenze economiche e sociali della guerra La guerra in Ucraina sta cambiando le condizioni di vita dei lavoratori e di ampi settori della società italiana. L’aumento dei prezzi, non solo di quelli energetici, e la grave crisi economica provocata dalle scelte di guerra rendono indissolubile il legame tra lotta contro la guerra e difesa degli interessi dei lavoratori e dei ceti più esposti all’aumento della miseria e dello sfruttamento. Soprattutto dopo una pesante crisi pandemica, ancora in corso, è indicativo che si utilizzino i soldi per armare l’Ucraina in una guerra nel cuore dell’Europa, invece di potenziare la sanità pubblica e la ricerca scientifica. Per questo, la lotta di massa deve comprendere lo sviluppo di una coscienza degli interessi in gioco. Contro la guerra e le sanzioni, ma anche per la difesa dei diritti dei lavoratori e dell’economia nazionale. A sostegno del programma economico-sociale progressivo e di ripudio della guerra della Costituzione antifascista del 1948; contro ogni rigurgito neo-nazista nel cuore dell’Europa; in difesa di spazi democratici e di libera informazione, minacciati dalla propaganda di guerra e da tendenze autoritarie e censorie nella società e nei media.<br />
La situazione creata dagli Usa in Ucraina è al limite dello scoppio di una guerra mondiale. Una posizione genericamente pacifista, intesa solo come rifiuto morale della guerra, non è all’altezza della situazione che si è determinata se non si coniuga con la capacità di assumere la bandiera dell’indipendenza nazionale e della sconfitta dei governi che alimentano la guerra. Per affrontare questa battaglia serve l’organizzazione di un movimento, di un Fronte che unisca e organizzi le forze che condividono alcuni obiettivi di fondo. La pace si conquista se impariamo a combattere per raggiungerla. Uno schieramento che ovviamente sia aperto al confronto con tutte le forze che auspicano una soluzione politico-diplomatica della crisi in atto. Per conseguire questi obbiettivi si costituisce il FRONTE UNITO CONTRO LA GUERRA, che vede tra i suoi promotori iniziali il <em>Comitato nazionale NO alla guerra</em> (promosso dall’Antidiplomatico), il <em>Forum contro la Guerra</em> (collegato al World Peace Council)  e <em>l’Associazione politico-culturale Marx21</em>. Esso si propone come luogo di incontro e di coordinamento con tutte le forze, le soggettività e i comitati locali che si riconoscono negli assi portanti della sua piattaforma.</p>
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		<title>BERLUSCONEIDE</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2022 10:33:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
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		<description><![CDATA[BERLUSCONEIDE  Considerazioni storiche e politiche dopo la caduta di Berlusconi. &#160; di Costanzo Preve 1. Una premessa. Scrivo queste considerazioni su esplicito invito di amici, francesi e greci, interessati ad avere una mia analisi strutturale, e non solo pettegola o episodica, sulla caduta di Berlusconi. Caduta certo non ancora formalizzata, ma io credo irreversibile. Ed [...]]]></description>
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<strong>BERLUSCONEIDE </strong></p>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div><strong>Considerazioni storiche e politiche dopo la caduta di Berlusconi.</strong></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>di Costanzo Preve</strong></em><strong><br />
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<strong><br />
</strong><br />
<strong>1. Una premessa. Scrivo queste considerazioni su esplicito invito di amici, francesi e greci, interessati ad avere una mia analisi strutturale, e non solo pettegola o episodica, sulla caduta di Berlusconi. Caduta certo non ancora formalizzata, ma io credo irreversibile. Ed irreversibile non certamente perchè causata da tre fattori a mio avviso poco rilevanti (ceto po­litico professionale ex-comunista ed ex-cattolico democristiano, circo mediatico asservito alle strategie oligarchiche del grande capitalismo finanziario g1obalizzato, magistratura politicizzata anti-berlusconiana). Poco rilevanti sono stati anche gli scandali, le prostitute, i sorrisini di Merkel e Sarkozy, e tutto il ciarpame sollevato da quell’autentico scandalo culturale e giornalistico chiamato “La Repubblica”, incrocio fra la componente borghese laica ex-azionista e la componente “picista”, che con tutta la mia buona volontà non intendo connotare con il glorioso anche se discusso nome di “comunista”.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Partirò quindi da un fattore tutto sommato secondario come il berlusconismo, ma arriverò presto al vero ed unico problema storico che ci sta dietro, l&#8217;adeguamento e poi la sparizione del modello europeo di capitalismo verso un unico modello anglosassone di capitalismo totale. Prego il lettore di prestare attenzione a questa tesi finale, perche tutto quanto c‘è prima è solo gli “antipasti”, le “tapas” per dirla in spagnolo.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>2. Il giorno 5 novembre 2011 il Canale La Sette ha trasmesso in prima sera­ta, modificando la programmazione prevista, un film su Berlusconi intitola­to BERLUSCONI FOR EVER. Si tratta di una sintesi del come per circa vent&#8217;anni l’intera classe dirigente italiana ed i suoi intellettuali, dall’italianista Asor Rosa al comico Benigni hanno visto Berlusconi. Ecco perchè conviene partire da lì. In sintesi, evidenzierei quattro temi in ordine di importanza:</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>(1) Berlusconi appare come un megalomane in preda ad un compulsivo deli­rio di onnipotenza patologica, una sorta di piazzista e di venditore di tappeti levantino autoreferenziale, che crede che la propria “verità” sia anche l’unica verità. Il riferimento è al vecchio giornalista vate della borghesia italiana, Indro Montanelli, esempio di passaggio e di “riciclaggio” in tempo reale dal fascismo al regime dopo il 1945. Non a caso il suo successore, il sionista fanatico Travaglio, è diventato per un ventennio l&#8217;idolo della sinistra anti-berlusconiana.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>(2) Berlusconi appare come il portatore dei difetti atavici degli italia­ni, primo dei quali sarebbe la sostituzione della furbizia all’intelligenza. Il suo “successo” (qui si ripete l’interpretazione di Piero Gobetti sulle ragioni del successo di Mussolini) appare dovuto proprio al fatto che ha incarnato la parte peggiore della tradizione antropologico-sociale italiana.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>(3) Viene continuamente suggerito un fatto non provato, ma dato assolutamente per scontato dall&#8217;italiano medio di “sinistra”, il fatto che Berlusco­ni abbia fondato il suo impero economico, prima da costruttore e poi da magnate dei media, riciclando alla grande denaro di provenienza mafiosa. Ma il piazzista è ora diventato inaffidabile. Il piazzista non può per venti anni dare “bidoni”.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>(4) Berlusconi appare portatore della vecchia ipocrisia cattolica italia­na. Da lato puttaniere impenitente, adultero manifesto, laido organizza­tore di festini con adolescenti ambiziose, e dall&#8217;altro cattolico fervente che faceva la comunione tutte le domeniche.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Potremo continuare ma è chiaro che un simile personaggio da commedia dell&#8217;arte è troppo ghiotto per non attirare l&#8217;attenzione di quella che è stata battezzata “opinione pubblica”, la cui completa sparizione era stata peraltro diagnosticata da Habermas quando era ancora sotto il controllo di Adorno. Tutto questo, ovviamente, è vero, non mi sogno assolutamente di negarlo. Ritengo però che sia solo la superficie, e si è detto che la “scienza” sarebbe inutile se la superficie e la profondità coincidessero. E allora indaghiamo prima la superficie e poi la profondità.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>3. Partiamo prima dall’ideologia anti-berlusconiana, durata parossisticamente in Italia quasi un ventennio. Si tratta, per usare un termine del filo­sofo-economista althusseriano francese Charles Bettelheim, di una vera e propria “formazione ideologica”. Essa è a mio avviso il prodotto della fu­sione di due elementi distinti ma intercorressi:</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>(1) L’origine risale ai primi anni Venti, e fu proposta per la prima volta dal saggista torinese Piero Gobetti. Il popolo italiano soffrirebbe di una grave carenza morale complessiva, dovuta in primo luogo alla mancata riforma protestante (non importa se luterana o calvinista, ma meglio cal­vinista in quanto individualistica, borghese-capitalistica e soprattutto inglese ed anglofila), ed in secondo luogo al carattere ristretto ed elitario del risorgimento (il “risorgimento senza eroi”). II secondo punto a mio avviso è inesatto, e rimando ad un recente ottimo testo pubblicato in 1ingua francese (cfr. Yves Branca , Le risorgimento au coeur de l’Euro­pe), che corregge in buona parte questa visione unilaterale.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>L’idea degli italiani come popolo delle scimmie e del risorgimento senza eroi ha nutrito, in particolare dopo il 1945, 1’ala “azionista” della cultura borghese italiana, ansiosa di “scaricare” il fascismo sui difetti atavici degli italiani, per poter così far dimenticare le dirette responsabilità del grande capitale italiano, che abbandonò il fascismo soltanto nell&#8217;an­no della sua sconfitta evidente (l943). Si trattava di una ala anglofila, empirista in filosofia e quindi nemica soprattutto dell’idealismo e dunque di Hegel.Questa posizione, assolutamente minoritaria nel popolo ita­liano, era però assolutamente maggioritaria nel mondo degli intellettuali. Ed a proposito degli intellettuali, categoria con la quale chi scrive non vuole avere assolutamente niente a che fare, ricordo la posizione anticipatrice espressa più di un secolo fa da Georges Sorel, che a mio avviso Bourdieu ha saputo sistematizzare bene, quando definisce gli intel­lettuali come gruppo sociale (e non come insieme eterogeneo di individua­lità diverse), come una sezione dominala della classe dominante. Lo ripeto per chi se lo fosse lasciato scappare: una sezione dominata della classe dominante, non certo i “portatori” della visione del mondo dei do­minati.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>(2) La seconda componente risulta geneticamente dalla riconversione ideolo­gica del picismo italiano, che mi rifiuto di chiamare “comunismo” per le ragioni esposte in precedenza. Questo enorme rinoceronte sociologico ed antropologico aveva già gestito fra il 1956 ed il 1962 il passaggio dal modello sovietico alla cosiddetta “via italiana al socialismo”, che copriva una integrazione strutturale nei meccanismi riproduttivi del sistema ca­pitalistico italiano, e poi dal l976 al 1982, dopo la presa in giro mediatica del cosiddetto “eurocomunismo”, il passaggio dal partito della critica al capitalismo al partito degli “onesti”, contrappasso ovviamente ai “disonesti” (prima il socialista Bettino Craxi e poi ovviamente Berlusconi, in quanto suo presunto erede). Dopo il triennio 1989-1991 il bestione so­ciologico ed antropologico dovette riconvertirsi alle nuove condizioni storiche aperte dalla dissoluzione del comunismo storico novecentesco (19I7-1991) il solo ed unico comunismo “pratico” mai esistito, essendo restati tutti gli altri mere petizioni morali alternative oppure gruppi di testimonianza settaria, sia pure pieni di “buone intenzioni”. Si tratta di un&#8217;azienda che produce scarpe e che dopo un&#8217;alluvione è obbligata, per non uscire dal mercato, a produrre pinne e stivali di gomma per alluvio­nati.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Il riciclaggio di questi cialtroni fu fatto talmente bene che essi riusci­rono a portarsi dietro gran parte della loro precedente clientela fideliz­zata identitaria, nella forma del serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD. In proposito, l’antiberlusconismo fu provvidenziale perché permise una rapida e performativa sostituzione alla identità precedente. Il serpentone meta­morfico fu sempre in primo piano per appoggiare attivamente tutte le strategie di guerra USA-NATO, dal Kosovo nel l999 (D&#8217;Alema) alla Libia 2011 (Napolitano).</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>L&#8217;unione di questi due elementi fecero sì che l’antiberlusconismo fosse veramente provvidenziale.</strong><br />
<strong><br />
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</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>4. Non vorrei che sorgessero spiacevoli equivoci. Io considero Berlusco­ni, come figura umana, culturale, storica e politica un ripugnante cialtrone, ed in questo non mi distinguo affatto (purtroppo) dall&#8217;anti-berlusconiano medio. Ma insisto sul fatto che rifiuto la koinè pittoresca ed estetica del riciclaggio delle classi dominanti italiane, per cui Berlusconi, lungi dall’esserne stato il rappresentante, è stato piuttosto un “incidente di percorso”. Un incidente di percorso? Certamente. Vediamo come.</strong><br />
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<strong>5. Per usare un lessico militare, Berlusconi fu un “incidente di percorso”, o più esattamente un “danno collaterale” di Mani Pulite, che fu nella sua fun­zione storico-politica oggettiva (e non nella sua rappresentazione ideolo­gica, che fu il teatrino della vittoria degli onesti sul cinghialone, porcone, corrottone Craxi, che la marmaglia plebea fanatizzata avrebbe voluto uc­cidere ed appendere per i piedi, come Mussolini) un colpo di stato giudiziario extra-parlamentare, il cui scopo fu quello di sostituire un modello di stato neo-liberale privatizzato al precedente modello di stato, certamente corrotto, ma anche e soprattutto assistenziale-keynesiano. In onesta sede è del tutto irrilevante se gli agenti storici che propiziarono questo passaggio ne fossero pienamente consapevoli, o pensassero di agire spinti dalla morale kantiana e dal “senso dello stato”. Ciò che conta furono i risultati politici “oggettivi”.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>E&#8217; del tutto chiaro che la decapitazione dell&#8217;intera classe politica di provenienza DC, PSI, PSDI, PRI, PLI non eliminava anche automaticamente il loro bacino elettorale, che restava praticamente intatto, e che non intendeva</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>accettare la facile presa del governo da parte del PCI riciclato. Ci voleva però qualcuno che avesse la forza economica e l&#8217;iniziativa politica per impedire tutto questo, e fu appunto Berlusconi, indipendentemente dalle sue caratteristiche antropologiche o dalla probabile origine mafiosa del suo denaro.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Questa è la genesi del fenomeno Berlusconi. Naturalmente la cultura detta di “sinistra” non poteva accettare questa semplice realtà,ed è allora chia­ro che dovesse attivare il teatrino dei vizi atavici degli italiani, popolo delle scimmie manipolato dalla televisione del Grande Corruttore e della sua corte di puttane, attricette, intellettuali falliti oppure con il “dente avvelenato” verso il PCI (pensiamo al notevole filosofo ex-marxista Lucio Colletti).</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Si apriva così il teatrino identitario del Partito B e del Partito Anti-B, che hanno soffocato per un ventennio il nostro povero paese pri­vato di sovranità politica e geopolitica.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Ma ora cominciano, caro lettore, le analisi serie, cui ti chiedo di presta­re un&#8217;attenzione particolare.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>6. Non dimentichiamoci dunque del punto da cui siamo partiti: Berlusconi ha dovuto andarsene, chiudendo un intero ciclo politico che essendo stato ventennale è anche stato un ciclo storico, non certo perchè cacciato dal buon gusto snobistico degli intellettuali alla Eco-Baricco, dal popolo urlante identitario PD, da Bersani e dai cooperatori emiliani, dai giornali­sti di “Repubblica” e dalle loro “dieci domande”, dai magistrati milanesi, dal­le puttanelle ricattatrici di Ancore, dai suoi vizi di vecchio satiro solo nella vecchiaia incombente, eccetera; Berlusconi è stato cacciato dalla grande finanzia internazionale, e da nient&#8217;altro, perchè non ha saputo, potuto o voluto sincronizzare l&#8217;intera Italia (anzi, 1’azienda-Italia) al ritmo della nuova forma egemonica del capitalismo imperialistico neoliberale e globalizzato. Non facciamoci scappare questa dato storico, che implica un radicale riorientamento gestaltico rispetto alle fole ed alle panzane con cui ci ha rintronato per un ventennio il coro politico, mediatico ed intellettuale, prevalentemente di “sinistra”, ma non solo. Cerchiamo allora di arrivare a questo riorientamento gestaltico mediante alcuni passaggi, non troppo nume­rosi per non confondere le menti intorpidite dallo spettacolo di manipola­zione dell&#8217;ultimo ventennio. Ecco i passeggi principali: (l) La fine del comunismo storico novecentesco veramente esistito (19I7-1991), che non aveva assolutamente nulla a che fare con le ipotesi filosofiche e scientifiche ottocentesche di Marx e con l’originario progetto nove­centesco di Lenin, è stata una catastrofe storica e geopolitica terribile, incondizionatamente negativa, una vera tragedia, accolta con gridolini di entusiasmo dalla emulsione culturale più stupida dell&#8217;intera galassia, la cosiddetta “sinistra”. Questa fine ha propiziato, anche se non direttamente causato (1e cause profonde erano già interne alla dinamica illimitata di riproduzione nel modo di produzione capitalistico) il successo evolutivo darwiniano del modello anglosassone-americano di capitalismo sul precedente modello europeo. (2) Fino a qualche tempo fa si poteva dire grosso modo che c&#8217;erano tre di­versi tipi di capitalismo; il capitalismo anglosassone americano, interamen­te privatizzato; il capitalismo europeo, frutto di un compromesso detto a volte impropriamente keynesiano-fordista , che veniva sia dall&#8217;alto (Bismarck, De Gaulle, eccetera), sia dal basso (laburismo, sindacalismo, movimento operaio organizzato); il capitalismo cinese, derivato da una storia particolare, che potremmo riassumere in due punti, eredità del modo di produzione asiatica (e quindi non occidentale, prima schiavistico antico e poi feudale-signorile) e di una accumulazione primitiva collettiva del capitale di tipo maoista, con precedenti nella storia cinese (Wang Mang, rivolte contadine, riformismo Ming, Taiping, eccetera). (3) Stiamo assistendo all&#8217;intera assimilazione del modello europeo, e cioè alla sua fine, nell&#8217;unico modello anglosassone-USA, frutto di un tradi­mento storico delle classi dirigenti europee, americanizzate linguisticamente e culturalmente. Questo non avviene attraverso la vecchia ed obsoleta dicotomia Destra/ S inistra, difesa per interesse dal ceto politico pro­fessionale e per stupidità dal ceto intellettuale identitario e tifoso, ma attraverso la vittoria del partito degli economisti (PE) sul partito del po­litici (PP). (4) Di conseguenza, e per finire, Berlusconi non ha potuto, saputo e voluto effettuare questo passaggio, nonostante la sua natura di pescecane capita­lista liberale lo spingesse soggettivamente a propiziarla, per il sempli­ce fatto che era pur sempre legittimato elettoralmente ed una legittima­zione elettorale non può consentirlo, per il fatto che i tacchini non pos­sono votare il loro assenso al cenone di Natale, che prevede la loro messa in pentola. Il CHE FARE? -e ci arriverò brevemente alla fine- non può quindi essere pen­sato nelle forme della vecchia dicotomia Destra/ Sinistra, sempre più protesi manipolatoria di adattamento di masse atomizzate e babbionizzate dal circo politico, dal circo mediatico e dal circo intellettuale tradizionale. Vediamo le cose con ordine.</strong><br />
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<strong>7. La prima operazione teorica da fare è un riorientamento gestaltico globa­le rispetto al bilancio storico-politico del socialismo reale, che preferisco chiamare “comunismo storico novecentesco” (CSN), per distinguerlo dal comuni­smo utopico-scientifico (l’ossimoro è intenzionale) di Marx, assolutamente inapplicabile perchè basato su previsioni storiche inevitabilmente non cor­rette (in sintesi: incapacità della borghesia capitalistica di sviluppare le forze produttive; capacità rivoluzionaria della classe operaia, salariata e proletaria; entrambe le ipotesi totalmente falsificate dalla storia rea­le).</strong><br />
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</strong><br />
<strong>La “sinistra”, questa emulsione culturale intellettuale confusionaria, che Georges Sorel fu il primo a diagnosticare precocemente, ha in proposito sviluppato per quasi un secolo il teatrino della contrapposizione: in URSS c’è il socialismo oppure in URSS non c&#8217;è il socialismo? Risparmio al letto­re tutti gli argomenti pro e contro (staliniani, trotzkisti, neolinerali, bordighisti, eccetera), che richiederebbero mille pagine per la loro sempli­ce elencazione, e di cui sono uno specialista. Ma il problema URSS (e paesi fantoccio divorati alla fine della seconda guerra mondiale) è molto più semplice, perchè è storico e geopolitico, e lo formulerò sommariamente così: indipendentemente dal suo essere un esperimento artificiale di eguagliamento sociale livellatore sotto cupola geodesica protetta (protetta da un indispensabile dispotismo partitico operaio, in quanto senza coercizione dispotica la classe operaia e proletaria non potrebbe neppure gestire una bocciofila, altrochè una “transizione al comunismo”!), i1 sistema so­cialista degli stati “comunisti” (l’unico comunismo storicamente esistito, non certo le elucubrazioni snobistiche del salotti romani o l&#8217;agitarsi scomposto degli operai fondisti con i loro fischietti ed i loro tamburi) ha influenzato direttamente la storia del capitalismo, limitandone in parte (in greco antico si dice katechon) la sua tendenza illimitata ad assumere una forma pura, che nella mia personale periodizzazione filosofica del capitalismo definisco “speculativa”, con una terminologia tratta liberamente dalla Scienza della Logica di Hegel. Dunque, indipendentemente dal suo dispotismo e dal carattere miserabile del suo personale politico (i comunisti nichilisti, opportunisti, autofagi e straccioni) viva viva viva il comunismo storico novecentesco e tragedia im­mane il fatto che non si sia voluto, saputo o potuto riformare “in corso d’opera”, come avevano auspicato i più grandi intellettuali marxisti indipendenti del Novecento (Lukàcs, Gramsci, Bloch, eccetera, alla cui scuola mi sono formato, mentre ho sempre avuto ripugnanza ed estraneità per il circo intellettuale snobistico italiano detto di “sinistra”). Dunque TRAGEDIA, TRAGEDIA, TRAGEDIA.</strong><br />
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<strong>8. Il capitalismo già ai tempi Reagan-Thatcher stava cambiando forma, e quindi prima della caduta catastrofica del baraccone socialista. Le ra­gioni del mutamento erano interne alla dinamica del modo di produzione, ed erano dettate dalla cosiddetta globalizzazione e dalla privatizzazione di tutto ciò che era privatizzabile. Sono gli animal spirits di cui hanno parlato gli economisti inglesi, e che Hegel in altro contesto definì “il regno animale dello spirito”, la definizione più geniale di capitalismo che abbia mai letto in vita mia.</strong><br />
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</strong><br />
<strong>Il teatro storico degli ultimi venti anni è quindi stato nell’essenziale quello di un assalto del modello americano di capitalismo contro il modello europeo, che non avrebbe avuto tanto successo senza il mantenimento dell&#8217;occupazione militare USA sull&#8217;Europa, iniziata nel l943-1945 e mai terminata, neppure dopo il 1991, anzi ampliata e rafforzata. Non c’è democrazia ad Atene con guarnigione spartana sull’Acropoli. Non ci può essere democrazia in Europa con basi militari atomiche USA in Europa. Si tratta di una semplice verità lapalissiana, che la “sinistra” ha contribuito ad occultare, con la retorica strumentale sulla Costituzione, con il proseguimento maniacale dell&#8217;antifascismo in completa, palese e totale assenza di fascismo, con l&#8217;agitare scomposto del termine “democrazia” in presenza di irrilevanti parate sindacali, femministe, ecologiste, pacifiste, ed in Ita1ia ossessivamente anti-berlusconiane. A proposito della Cina, sono un incondizionato sostenitore della sua forza geopolitica e militare, ma non mi raccontino (Losurdo, Diliberto, Sidoli, KKE greco, eccetera), che si tratta di “socialismo”, sia pure di mercato, ecce­tera. Considero la Cina completamente capitalistica, in quanto considero storicamente fallito ed esaurito l&#8217;intero modello del comunismo storico novecentesco (salvo invece il “comunismo” -sia ben chiaro- come filosofia della storia e come tendenza metastorica dell&#8217;umanità, ed in questo senso sono sempre più che mai “comunista”). Si tratta però di un capitalismo sorto da una combinazione originale del modo di produzione asiatico, caratterizzato da una forte e benefica dominanza del potere politico sull’economia, e di una esperimento egualitario estremistico maoista, sia pure fallito. Spero che l&#8217;apparato confuciano denominato partito comunista cinese continui ad iso­lare e neutralizzare, se possibile con mezzi civili ed umanistici, gli orrendi intellettuali filo-occidentali e le tendenze americanizzanti. Se queste ul­time si affermassero, magari sotto lo scudo dei diritti “umani” (la forma rovesciata della disumanità contemporanea), allora ci sarebbe uno ed un solo orribile modello di capitalismo. Sarebbe questa la vera globalizzazione politica, che per il momento non c’è ancora, al di là dei voleri della strega Clinton (ricordo il suo WOW (uau) televisivo oscenamente ostentato alla notizia del linciaggio di Gheddafi).</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>9. E quindi Berlusconi non ha potuto, saputo o voluto (a mio avviso lo avrebbe voluto, ma non ha potuto per il fatto che doveva pur sempre essere eletto, ed il popolo, al di là delle sue irrilevanti e confuse opinioni politiche, non può votare per la propria macelleria sociale) effettuare questa america­nizzazione. Essa presuppone il commissariamento integrale da parte non di una parte politica (destra contro sinistra o sinistra contro destra), ma di un partito degli economisti (Papadimos in Grecia, Monti in Italia, ma so­no tutti uguali -inglese perfetto e monoteismo del mercato) contro il partito dei politici.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Se utilizzassi la dicotomia Destra/ Sinistra (ma me ne guardo bene!) direi che il partito degli economisti è un partito di estrema destra, che si posiziona alla destra di Forza Nuova e di Attila, re degli Unni. Ma i mutamenti semantici propiziati dal ceto intellettuale dell’ultimo ventennio (ah, ombra di Sorel, dove sei?) ha associato la sinistra soltanto alle gesticolazioni irrilevanti della FIOM, alla retorica di Vendola, ai matri­moni gay, alla insistita polemica laico-radicale contro la chiesa cattolica e Ratzinger, alle sfilate femministe (ah, le donne, le donne!), al belare ostensivo pacifista (pacee, pacee, diritti umanii, diritti umanii, abbasso i dittatori, processate Gheddafi, Milosevic, Saddam Hussein, tutti meno la Clinton ed Obama, eccetera).</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>10. Che fare? Non lo so. Non sono mica Lenin! In prima approssimazione, ed in via preliminare, che cosa non fare:</strong><br />
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</strong><br />
<strong>(1) Smettere di fare partitini comunisti (Diliberto, Ferrero), attaccati alle mutande di Vendola e Bersani pur di poter rientrare in Parlamento, oppure di fare partitini a base settaria che ripropongono programmi sumeri, egizi ed assiro-babilonesi (Ferrando).</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>(2) Andare oltre la dicotomia obsoleta Destra/ Sinistra. Questo capitali­smo distrugge i popoli e le comunità, non solo le classi svantaggiate (anche se ovviamente anche queste). Ritrovare il linguaggio adatto per salvare i popoli e le comunità è impossibile sulla base della divisione settaria del popolo in popolo in destra e popolo di sinistra. Questa divisione c&#8217;è storicamente stata, e non mi sogno affatto di negarlo. Ma oggi è obsoleta, e viene reintrodotta dall&#8217;alto per via manipolatoria, utilizzando strati identitari sedimentati in basso nell&#8217;ultimo secolo. (3) Uscire da questa Europa. Se ci fossero possibilità reali di riformare l’Europa dall&#8217;interno in corso d&#8217;opera, non direi questo, ma mi unirei alla stragrande maggioranza dei “sinistri” riformatori che vogliono una Europa “diversa”. E tuttavia costoro non sono in grado di andare oltre le loro pie intenzioni soggettive. Le oligarchie reali che dirigono questa Europa (e non il sogno di Erasmo, Mazzini o Spinelli) vogliono fortemente la sua americanizzazione (modello anglosassone di capitalismo illimitato privatizzato), la sua sottomissione geopolitica agli USA (NATO, interventi in Kosovo 1999, in Afganistan 2001, in Irak 2003, in Libia 2011, domani chissà), 1’uniformità culturale occidentalistica, insomma tutta la merda (non c&#8217;è altro termine!) che ci offre quotidianamente il sistema mediatico editoriale ed universitario.</strong><br />
<strong><br />
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</strong><br />
<strong>11. E qui provvisoriamente finisco. So perfettamente che queste tre precondi­zioni sono assolutamente inattuabili a breve termine, e sospetto anche a medio termine. I “sinistri” vocianti continueranno a proporre inutili ed irrilevanti partitini comunisti o di tipo consociativo antiberlusconiano (Diliberto, Ferrero) o di tipo settario-paleolitico (Ferrando), o semplici ap­pendici della cultura femministico-ecologista post-moderna (Sinistra Critica). Non c’è niente da fare.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Continuerà l’illusione di potere alla fine, magari cambiando le maggioranze elettorati, modificare la natura neoliberale assoluta di questa Euro­pa. Chi nutre questa illusione non capisce o non vuol capire per opportunismo, pigrizia, stupidità o boria intellettuale, che siamo di fronte ad un processo storico, e non solo politico congiunturale. Lo storicismo ed il mito del progresso lineare irreversibile sparso a piene mani nell&#8217;ultimo mezzo secolo dalle canaglie dei gruppi intellettuali comunisti degenerati hanno abituato la gente a pensare in termini ferroviari di Indietro/ avanti. Ma come, abbiamo fatto l’Europa, non possiamo mica andare Indietro! Biso­gna andare Avanti!</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>In realtà, nella storia non c’è un avanti ed un indietro. La storia è un luogo di prassi umana integrale, non di temporalità evoluzionistica in qualche modo prevedibile. La fine del berlusconismo è semplicemente una opportunità, che bisognerebbe saper cogliere per riorientare integralmente una intera cultura politica fallimentare.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Questa opportunità verrà colta? Sarei contento di poter lasciarmi andare ai soliti auspici generici ottimisti, del “pensare positivo”, ma purtroppo sono un allievo di Hegel e Marx, e non di Jovanotti o Celentano. Data la situazione attuale, ed il terribile potere di interdizione diretta o indiretta dei gruppi intellettuali italiani che conosciamo, non vedo nessuna possibilità di invertire la tendenza babbionizzante ed identitaria. I vele­ni dell’antiberlusconismo di “Repubblica” e del PD continueranno purtroppo a lungo, perchè sono strutturali, in quanto coprono ideologicamente una gi­gantesca tragedia storica. Vorrei poter promettere di più, ma per il momento siamo ancora alla fase dei preliminari dei preliminari. Per chi ha già la mia età è triste. In quanto ai giovani, chi vivrà vedrà.</strong></p>
<p><strong>Torino Dicembre 2011 </strong></p>
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		<title>LA DEMENZA GENERALIZZATA DEL POPOLO ITALIANO</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2022 10:26:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<div><strong>Un enigma storico da decifrare</strong></div>
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<div><em><strong>di Costanzo Preve</strong></em></div>
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<strong>1. Nell’editoriale della rivista Italicum, dicembre 2011, Luigi Tedeschi fa un primo completo bilancio dei provvedimenti della giunta Monti, e ne rintraccia anche correttamente la genesi economica, storica e politica. Alla fine di queste analisi Tedeschi osserva che tutti i partiti, di destra e di sinistra, “volevano che Monti attuasse quelle manovre impopolari che essi non erano in grado di condurre in porto per motivi elettorali”. Mi sembra evidente. E ancora: “Potrebbero un domani tentare di svincolarsi dalle loro responsabilità addossando a Monti la colpa per misure impopolari approvate, contando sulla demenza generalizzata del popolo italiano, che darebbe loro nuovo consenso, non essendoci alternative”.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>A livello di filosofia politica, ci si potrebbe chiedere se il popolo in quanto tale è demente (spiegazione nicciana e delle teorie delle élites) oppure se lo è soltanto quando è ridotto a corpo elettorale (spiegazione che risale a Rousseau e ai teorici della democrazia diretta, fra cui anche Lenin).</strong><br />
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<strong><br />
</strong><br />
<strong>2. Quindici anni fa scrissi un manifesto filosofico insieme a Massimo Bontempelli, mancato in questo stesso anno 2011 (cfr. Bontempelli-Preve, Nichilismo Verità Storia, CRT, Pistoia 1997). In un capitolo sulla menzogna del linguaggio economico (pp. 23-24), Bontempelli faceva risalire alla generalizzazione della forma di merce la scomparsa della verità delle relazioni sociali. Diagnosi a mio avviso esattissima. E poi elencava una serie incredibile di menzogne del linguaggio economico. Fra di esse si notava che “alcuni decenni orsono, quando la tecnologia e la produzione di merci erano meno sviluppate di oggi, non c’erano difficoltà a finanziare le pensioni e l’assistenza sanitaria dei lavoratori, mentre oggi, dopo tanto sviluppo, gli economisti ci dicono che il sistema economico non può sopportare questo finanziamento”.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Sembrano righe scritte nel dicembre 2011, e invece risalgono ai primi mesi del 1997. Partiamo quindi da questo rilievo.</strong><br />
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<strong>3. Come tutti gli studiosi di storia e di filosofia, sono attirato dai due estremi complementari della coscienza sociale, la genialità e l’idiozia. E tuttavia l’idiozia è sempre più interessante, anche perché è più divertente. I mezzi di comunicazione di massa ci offrono ogni giorno quantità industriali di idiozia, e con l’arrivo della televisione e dei giornali non c’è neppure bisogno di mescolarsi agli idioti, perché l’idiozia ci viene portata a domicilio in modo semigratuito.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Mi ha colpito una manifestazione di “donne” (una delle maggiori idiozie del nostro tempo è la separazione femminista di donne e di uomini, dopo che c’è voluta tanta fatica per promuoverne la giusta e sacrosanta eguaglianza), in cui una nota regista concionava sostenendo che il nuovo governo Monti almeno “rispettava le donne”, mentre il precedente puttaniere evidentemente non lo faceva. Ora, il precedente puttaniere non era riuscito ad aumentare in un colpo solo l’età pensionabile, mentre Monti, l’uomo che rispetta le donne, lo ha fatto.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Siamo quindi di fronte ad un esempio quasi da manuale di demenza generalizzata. La sua genesi deve essere ancora indagata. A un livello superficiale, per sua natura insoddisfacente, ci si può riferire alla necessità del PD di babbionizzare il suo elettorato, oppure alle conseguenze di vent’anni di antiberlusconismo di “Repubblica”, rinforzato da dosi massicce di Floris e Gad Lerner. E’ senz’altro così. Nello stesso tempo, fermarsi a questo livello è assolutamente insoddisfacente.</strong><br />
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</strong><br />
<strong>4. Partiamo da un dato apparentemente secondario. Scrive il giornalista Stefano Lepri (cfr. “La Stampa”, 14 dicembre 2011): “Colpisce nel Paese, almeno a giudicare dai sondaggi, il contrasto fra gli elevati consensi di cui gode uil governo Monti e il diffuso rigetto della sua manovra di austerità. Non sembra esistere nessuna forza capace di convincere i cittadini che quello che gli viene richiesto è uno sforzo solidale”.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Partiamo da questa apparente schizofrenia. Elogi a Monti e al suo burattinaio politico Napolitano, ex comunista riciclato in uomo della NATO e degli USA in Italia, e considerato dalla massa babbiona PD il grande garante e difensore della Costituzione. E nello stesso tempo brontolio contro la manovra sul fatto che “pagano sempre i soliti noti”, “la casta non è abbastanza colpita”, eccetera. Spiegare questa schizofrenia è relativamente facile, ma richiede ugualmente uno sforzo culturale. Facciamolo, tenendo conto che mi limiterò all’Italia, e solo all’Italia, perché altrove i dati culturali egemonici possono essere e sono diversi.</strong><br />
<strong><br />
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<strong><br />
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<strong><br />
</strong><br />
<strong>5. Quando al tempo di Pio XII la chiesa cattolica “scomunicò i comunisti” siamo stati in presenza di un episodio, forse l’ultimo, di una strategia controriformistica. La chiesa non aveva mai avuto paura di quella forma di paganesimo estetizzante che era stato un certo Rinascimento, ma aveva avuto veramente paura di una possibile riforma protestante in Italia. La riforma protestante, infatti, non parlava soltanto ai dotti e agli intellettuali del tempo, ma al popolo. Nello stesso modo la chiesa cattolica, pur avendo messo debitamente all’indice le opere filosofiche di Croce e di Gentile, nonostante il loro continuo proclamarsi di “non potersi non dirsi cristiani”, non aveva mai avuto molta paura né della variante liberale del laicismo, né di quella azionista. Sia il liberalismo che l’azionismo erano infatti palesemente fenomeni ristretti di certi intellettuali. Ma con l’arrivo del “comunismo” in Italia (arrivo non precedente la guerra civile 1943-45, almeno nella sua dimensione di massa) le cose cambiavano. Il comunismo italiano, nella versione togliattiano-gramsciana, sfidava invece la chiesa cattolica sul suo stesso terreno, che era l’egemonia culturale sulle classi popolari.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Il segretario di sezione comunista iniziava sempre la sua relazione dalla cosiddetta “situazione internazionale”. Si trattava spesso di una raffigurazione assolutamente mitico-fantasmatica della realtà sociale, basata sulla metafisica storicistica del progresso, su di una immagine antropomorfica del capitalismo come società dei privilegi di mangioni e “forchettoni”, sull’elaborazione dell’invidia sociale dei subalterni, sul presupposto della supposta incapacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive, e su altre sciocchezze positivistiche di questo tipo fatte indebitamente risalire a Marx, eccetera. Sarebbe estremamente facile correggere con una matita rossa e blu le ingenuità populistiche di questo messaggio. Sta di fatto che questo messaggio dava pur sempre della realtà un’immagine razionale e coerente, in grado di spiegare con un certo grado di semplificata approssimazione la storia contemporanea, anzi “il presente come storia” per usare una bella espressione di Paul Sweezy.</strong><br />
<strong><br />
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</strong><br />
<strong>6. Tutto questo venne progressivamente meno in Italia nel ventennio 1968-1988. Non intendo scendere in una periodizzazione più precisa e analitica perché mi interessa connotare un processo nella sua interezza temporale evolutiva. In questo ventennio le classi popolari italiane restarono semplicemente senza gruppi intellettuali nel senso egemonico gramsciano del termine, e restarono così politicamente mute. Le facili accuse di populismo, leghismo, razzismo, eccetera, con cui vengono ingiuriate da circa un ventennio, nascondono un maestoso processo di spossessamento e di deprivazione culturale complessiva.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>In termini sintetici, il comunismo italiano fra il 1968 e il 1988 si è trasformato culturalmente in una sorta di “azionismo di massa”, ma trasformandosi in azionismo di massa non poteva che cambiare radicalmente codice comunicativo ed egemonico. L’azionismo di massa, combinato con il sessantottismo dei costumi di cui il femminismo è certamente stato una componente particolarmente degenerativa in senso sociale, ha infine preparato il clima dell’ultimo ventennio, un occidentalismo di massa esplicito (antiberlusconismo moralistico ed estetico, diritti umani a bombardamento imperialistico legittimato, eccetera). Una tragedia, e soprattutto una tragedia rimasta in larga parte incomprensibile alle sue stesse vittime, oggetto di una babbionizzazione pianificata dall’alto cui era praticamente impossibile resistere.</strong><br />
<strong><br />
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<strong>7. Possiamo sommariamente connotare la cultura popolare promossa dal PCI, e subordinatamente anche dal PSI, fra il 1948 e il 1968 come una forma di populismo di massa. Del resto, questo era chiaro a tutti gli studiosi del tempo, basti pensare all’Asor Rosa di Scrittori e Popolo. Soltanto negli ultimi vent’anni il “populismo” è diventato un insulto applicato non solo a Berlusconi, ma anche a Chavez. Ma non si tratta che di un mascheramento linguistico del ceto intellettuale integrato e politicamente corretto, e anzi integrato perché politicamente corretto, o se si vuole politicamente corretto perché integrato.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Al ventennio del populismo di massa 1948-1968, seguì il ventennio dell’0azionismo di massa 1968-1988. Non a caso, Norberto Bobbio diventò il principale autore di riferimento dell’ex PCI spodestando completamente Gramsci, diventato autore di cult per i cultural studies delle università anglosassoni. Per comprendere il passaggio dal populismo di massa all’azionismo di massa è utile “rinfrescare” la nostra conoscenza delle fasi di sviluppo del capitalismo.</strong><br />
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<strong><br />
</strong><br />
<strong>8. Il principale errore della metafisica di “sinistra” consiste nell’identificazione del capitalismo con la borghesia. In termini spinoziani, questo dà luogo a una antropomorfizzazione del capitalismo, cui sono attribuite di volta in volta caratteristiche antropomorfiche, come la conservazione o il progressismo. In termini hegeliani, questo dà luogo a una esaltazione di tipo weberiano del razionalismo astratto, per cui la razionalizzazione progressiva delle sfere sociali e il loro adattamento al consumo delle merci viene chiamato “modernizzazione”. In termini marxiani, questo significa scambiare la falsa coscienza necessaria dei gruppi intellettuali “modernizzatori” per il fronte scientifico avanzato della coscienza sociale, cui sottomettere con l’educazione i plebei invidiosi rimasti invischiati nel razzismo, nel populismo e nel leghismo.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Secondo la corretta analisi dei sociologi francesi Boltanski e Chiapello, la “sinistra” che conosciamo si è costituita in un ben preciso periodo e in una ormai sorpassata fase dello sviluppo capitalistico. Si è costituita fra il 1870 e il 1968 circa, sulla base di un’alleanza fra la critica sociale alle ingiustizie distributive del capitalismo di cui erano titolari le classi popolari, operaie, salariate e proletarie, e una critica artistico-culturale all’ipocrisia conservatrice della borghesia di cui erano titolari i cosiddetti “intellettuali d’avanguardia”. Questo schema corrisponde abbastanza bene, per quanto concerne l’Italia, al ventennio 1948-1968 e trova ad esempio in Pier Paolo Pasolini un rappresentante significativo.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Con il Sessantotto, una delle date più controrivoluzionarie della storia mondiale comparata, questa alleanza viene meno perché è il capitalismo stesso a liberalizzare i costumi sociali e sessuali in direzione non solo post-borghese , ma addirittura anti-borghese (e ancora una volta il femminismo dei ceti ricchi è solo la punta dell’iceberg).</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>L’azionismo di massa del ventennio 1968-1988 progressivamente dominante in Italia non è altro che la versione italiana di un fenomeno europeo e mondiale, ma soprattutto europeo, perché Cina, India, Brasile, eccetera, continuano a essere Stati sovrani e non occupati da basi militari USA dotate di armamenti atomici.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Un popolo privato di ogni profilo culturale autonomo è quindi preda di un processo che si può definire sommariamente come “sindrome di demenza generalizzata”. Mi spiace che possa sembrare sprezzante ed offensivo, ma non riesco a trovare altro termine per connotare la perdita totale di un “centro di gravità permanente”, per rifarci all’espressione di un noto compositore.</strong><br />
<strong><br />
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<strong><br />
</strong><br />
<strong>9. La sindrome di demenza generalizzata insorge quando vengono meno tutti gli schemi dialettici di interpretazione sociale e riguarda tutti, ma assolutamente tutti gli ambiti sociali, in alto e in basso, a destra e a sinistra, anche se ovviamente in forme diverse.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>A “destra” la sindrome di demenza generalizzata assume le consuete forme paranoiche. Las paranoia è infatti una malattia soprattutto di “destra”, mentre la schizofrenia è invece una malattia soprattutto di “sinistra”. Prestiamo attenzione a fenomeni degenerativi come il pogrom di gruppi di plebei torinesi delle Vallette (non uso infatti mai la nobile parola di “popolo” per plebi decerebrate e imbarbarite) contro un insediamento di nomadi, o addirittura l’uccisione a freddo di due senegalesi a Firenze da parte di un allucinato paranoico. E’ assolutamente evidente che fatti come questi non devono essere giustificati in alcun modo con contorti argomenti sociologici da bar. E tuttavia essi sono soltanto la punte dell’iceberg di una perdita totale di comprensione del mondo, cui si supplisce con la scorciatoia della paranoia. Naturalmente il concerto politicamente corretto non è in grado di spiegare questi fenomeni di alienazione paranoica, perché si culla con i rassicuranti stereotipi del fascismo, nazismo, populismo, leghismo, revisionismo, negazionismo, eccetera. Ma la cura di queste sindromi di demenza generalizzata non può consistere in geremiadi moralistiche.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Ho già notato come la sindrome di demenza assuma a “sinistra” aspetti più simpatici e politicamente corretti perché solo schizofrenici e non paranoici (Monti è buono, ma la manovra è cattiva; Monti è buono perché rispetta le donne a differenza del laido puttaniere, eccetera). Certo, le scemenze non violente sono pur sempre meglio delle scemenze violente, ma scemenze restano e resta il problema della opacità sociale, cioè di un sistema di cui si è completamente perduta la chiave d’interpretazione. Ma non c’è nessuna chiave, dicono gli intellettuali pagliacci di regime alla Umberto Eco, e bisogna abituarsi a vivere gaiamente senza più nessuna chiave. Ma le grandi masse popolari, appunto, non possono vivere a lungo senza alcuna chiave interpretativa della riproduzione sociale, pena la caduta in sindromi di demenza generalizzata. E di questa bisogna quindi parlare.</strong><br />
<strong><br />
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<strong><br />
</strong><br />
<strong>10. Vi è un interessante passo, credo di John Reed, che può aiutarci a impostare la questione della demenza sociale generalizzata. Reed parla con un “soldato rosso” dopo il 1917 che gli dice: “I bolscevichi sono buoni perché ci hanno dato la terra. Sono invece i cattivi comunisti che ce la vogliono togliere”. Ora, è inutile assumere la spocchia della persona colta che sa che bolscevichi e comunisti sono in realtà le stesse persone. Ciò che invece conta è il modo in cui erano percepite da chi aveva tutto il diritto di non conoscere le teorie di Marx e del conflitto fra tattica bolscevica e strategia comunista.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Monti piace, mentre le sue manovre no, perché si pensa che esse colpiscano sempre i “soliti noti”. Errore. Colpiscono anche le libere professioni “borghesi” consolidate e organizzate da almerno due secoli di civiltà borghese. Naturalmente, Berlusconi si era fatto votare per “fare la rivoluzione liberale”, ma questa rivoluzione liberale, oggi come oggi, colpisce il 95% delle persone e ne salva invece solo il 5%. I vari Giavazzi e Alesina non sono affatto “liberali”, come opinano i lettori ingenui del Corrierone, ma sono solo “maschere di carattere” (le marxiane charaktermasken) di un processo anonimo e impersonale di globalizzazione liberista. Questo processo non può presentarsi apertamente nella sua concreta natura che chiamare “nazista” è dire poco. Si tratta di una società del lavoro flessibile, precario e temporaneo generalizzato, della fine di ogni democrazia e di ogni sovranità nazionale, di un interventismo imperiale continuo fatto in nome di generici “diritti umani” ad arbitrio assoluto, e della stessa fine dell’Europa come centro autonomo di civiltà non ancora del tutto “occidentalizzato”.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>In un simile quadro la demenza sociale riflette l’opacità della riproduzione sociale, e assume toni schizofrenici a sinistra e paranoici a destra, anche se di diverso grado di pericolosità criminale. A sinistra, un antifascismo paranoico in totale assenza di fascismo. A destra, l’ennesima stucchevole tendenza a prendersela con i soliti capri espiatori, i nomadi, i negri, gli immigrati, eccetera. Questa demenza non verrà meno fino a che una nuova credibile interpretazione della natura degli avvenimenti in corso, e cioè del “presente come storia”, sostituirà gli spettacoli schizofrenici e paranoici in corso. I pazzi di Oslo e di Firenze non possono essere previsti. Il casuale in quanto tale è necessario, scrisse Hegel. Ma la reintroduzione della razionalità storica nella politica, questa sì, sarebbe possibile.</strong><br />
<strong><br />
</strong></p>
<div><em><strong>Torino, 17 dicembre 2011</strong></em></div>
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		<title>IL TEMPO DELLA VASELINA</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2022 10:12:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<div><strong>IL TEMPO DELLA VASELINA </strong></div>
<div></div>
<div><strong>Fine della Seconda Repubblica? Certamente</strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div><strong>Inizio della Terza Repubblica? Forse</strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div><strong>di Costanzo Preve</strong></div>
<p><strong>1. Scrivo queste brevi note il 17 novembre 2011 dopo aver seguito con attenzione le dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Monti al Senato. Ho già messo in rete due pezzi recenti. Il primo, intitolato Berlusconeide, scritto per gli amici greci e francesi che mi onorano della loro stima, cerca di fare un bilancio antropologico-culturale di quella vera e propria oscenità storica che è stato l’antiberlusconismo, la cui funzione storica di fondo è stata quella di far dimenticare la dipendenza interna (FMI e BCE) ed estera (USA e NATO) a quel conglomerato sociologico di ingenui che in Italia ha preso il nome di “sinistra”. Il secondo, immensamente più importante del primo, perché strutturale e non soltanto congiunturale, ha cercato di mettere a fuoco l’intrecciarsi di due dialettiche, la dialettica vincente della illimitatezza capitalistica e la dialettica perdente della corruzione del movimento storico comunista (nulla a che vedere con il comunismo “ideale eterno”, come avrebbe detto Vico, di cui continuo ad essere un testardo sostenitore filosofico).</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Queste note, certo meno importanti delle precedenti, concernono purtroppo solo la chiacchiera politica. Ma dal momento che c’è chi mi ha detto che era contento che mi fossi rimesso a scrivere note politiche (per la verità, esclusivamente grazie a due amici che mi mettono in rete, visto che nessuna rivista “politicamente corretta” e lottizzata fra Destri e Sinistri saprebbe che farsene delle mie riflessioni, che resterebbero nel cassetto) può darsi che possano interessare a qualcuno.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>2. Formalmente, la Seconda Repubblica non c’è mai stata, e quindi non ci può neppure essere la Terza. Ma sappiamo che la realtà storica non sa che farsene delle formalità dei costituzionalisti, che si inventano loro quando e dove la Costituzione viene violata e quando no (per questi signori in toga il puttaneggiare di Berlusconi è anticostituzionale, mentre la guerra contro la Libia non lo è). Utilizziamo allora un linguaggio nostro, perché se aspettiamo gli storici contemporaneisti corrotti della continua emergenza resistenziale antifascista in palese assenza di ogni fascismo, possiamo aspettare le Calende Greche.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>La Prima Repubblica finisce con Mani Pulite, che fu un colpo di stato giudiziario extraparlamentare operato congiuntamente da fantocci giudiziari di destra (Di Pietro), di centro (Borrelli) e di sinistra (D’Ambrosio, quello del “malore attivo” di Pinelli), e avallato dal circo mediatico unanime, di centro, sinistra (Santoro) e destra (Montanelli).</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Si trattava di operare un salto storico, e non solo politico. Chiudere con la Prima Repubblica, consociativa, corrotta, ma anche statalistica e keynesiana, dotata di un minimo di politica estera indipendente (Craxi, Andreotti). Oligarchie internazionali, Panfilo Britannia e banchieri apolidi (Ciampi) fecero il resto. I “comunisti”, che io personalmente chiamo soltanto “picisti” per non sporcare il nobile nome di comunismo, ci saltarono sopra come su di una “gioiosa macchina da guerra” (Occhetto), ansiosi di riciclarsi da venditori e piazzisti della via italiana al socialismo a partityo degli “onesti” rappresentanti delle oligarchie capitalistiche e della NATO (D’Alema nel Kosovo 1999, Napolitano nella Libia 2011). Ho insegnato storia per 35 anni, ma esempi di opportunismo, trasformismo e abiezione come questo non riesco a ricordare.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Berlusconi aveva i soldi per poter coprire il vuoto creato nel potenziale elettorato di centrodestra (ma anche della sinistra craxiana, da cui vengono Frattini e Tremonti) dalla liquidazione per via giudiziaria del personale politico DC, PSI, PSDI, PRI, PLI, la cui base elettorale, ci piaccia o no, era però la maggioranza del paese. Per poter nascondere questo fatto la cultura mediatica e universitaria di “sinistra”, sicura di egemonizzare la loro base di creduloni, si inventò un mito antropologico di origine gobettiano-azionista, quella di Berlusconi come rappresentante della furbizia degli italiani, popolo che la storia aveva privato della riforma protestante e dell’empirismo anglosassone.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>E’ la storia della Seconda Repubblica, quella in cui gli italiani sono stati costretti a dividersi in due soli partiti: il partito dei B e il partito degli anti-B. Vorrei ripetere bene questo punto, perché temo che sembri troppo paradossale. In superficie c’erano molti partiti, compresi Pannella, Scilipoti, Cossutta, Bertinotti, Veltroni, eccetera. In profondità c’erano sempre e solo due partiti, i B e gli anti-B. Chi scrive si è precocemente chiamato fuori da questa mascherata fini da metà degli anni Novanta, pagando un modico prezzo in termini di diffamazione (rosso-bruno e altre sciocchezze). Ho imparato molto, soprattutto che molti che ritenevo nemici non lo erano, e molti che ritenevo amici non lo erano. Ma non personalizziamo troppo.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>3. Berlusconi è stato indebolito certamente dalle campagne di stampa e dalla sua vergognosa e ingiustificabile vita privata di vecchio satiro incontinente, ma è stato rovesciato e commissionato non certo dalle “dieci domande” della banda De Benedetti-Scalfari, ma dai cosiddetti “mercati”, spread, eccetera. Egli era tollerato fino a che si pensava che potesse attuare quella normalizzazione anglosassone del capitalismo italiano che tutti gli ingenui di origine azionista invocano da un secolo come l’unico modo di guarire un “popolo delle scimmie” originatosi da un “risorgimento senza eroi”. E Berlusconi lo avrebbe anche fatto volentieri (ecco perché elogia Monti, e secondo me è sincero), ma non poteva farlo, per il fatto che doveva pur sempre essere eletto, e nessun tacchino vota per il cenone di Natale, che comincia mettendolo in pentola.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Tutto qui l’enigma Berlusconi? Ma le cose non sono più complesse (la complessità è l’idolo dei confusionari e dei professori universitari)? Ma neppure per sogno, cari amici! Le cose sono semplicissime, e stanno veramente così.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>4. Il governo Monti potrà fare ciò che non avrebbero potuto fare né Berlusconi, né Bersani, e tantomeno i fantocci urlanti tipo Di Pietro e Vendola. Ma non credo che saranno “lacrime e sangue” o “macelleria sociale”. Su questo mi spiace, ma non sono d’accordo con i catastrofisti, gli estremisti ed altri apocalittici. Trattandosi di tecnici (pensiamo a Passera, a Profumo, alla torinesissima Fornero, eccetera), sono certo che sapranno contemperare il loro progetto con una tempistica adeguata. E allora chiediamoci: qual è il loro progetto, per cui sono stati insediati dalle oligarchie post-borghesi che dominano il pianeta, con il loro seguito mercenario di ex-comunisti cinici e nichilisti? Macelleria sociale? No. Lacrime e sangue? No. E che cosa allora? Fino a che non si capirà cosa vogliono è del tutto inutile blaterare. Il mazzo è truccato, le carte sono segnate, e quindi accettare di mettersi a giocare è da incoscienti.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>5. Il programma, in nome dell’Europa, è semplicemente la fine della eccezione capitalistica europea e la sua completa omogeneizzazione al modello anglosassone di capitalismo. Il capitalismo europeo, a causa di una doppia spinta dall’alto (Bismarck, Giolitti, De Gaulle, eccetera) e dal basso (movimento operaio e socialista, eccetera) non aveva mai potuto omologarsi in più di un secolo al modello americano del dominio assoluto dell’industria e della finanza, ma era stato costretto ad accettare quelli che le canaglie liberali e liberiste avevano chiamato “lacci e lacciuoli”, e di cui avevano auspicato per un secolo la fine.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Tutta la babbioneria dei tifosi identitari novecenteschi, a partire dal sottoscritto, era stata ipnotizzata dallo scontro tra fascismo e comunismo (quello storico novecentesco, non “ideale eterno” come il mio, che sono un idealista e un umanista esplicito, e mi spiace di far venire un colpo apoplettico a tutti i residui althusseriani e dellavolpiani ancora in servizio permanente effettivo). Ma fascismo e comunismo si sono rivelati due incidenti di percorso nel cammino dialettico del capitalismo mondiale. Altrove ho cercato di spiegare le cause di queste due pittoresche sconfitte, e qui non mi ripeto. Mi limito a ricordare un fatto.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Superati questi due incidenti di percorso, il ceto intellettuale ha certamente intrattenuto per mezzo secolo lo scontro simbolico e virtuale fra anticomunismo in assenza di comunismo e antifascismo in assenza di fascismo trovando chi era disposto a crederci, compreso lo scrivente fra il 1960 e il 1990. Ma oggi cominciamo finalmente a capire, con la torpida lentezza di chi si è fatto abbindolare per ideologismo identitario troppo a lungo, che la posta in gioco era un’altra: la fine della eccezione capitalistica europea e l’omogeneizzazione totale del capitalismo europeo all’unico modello americano.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>6. Unico modello? Ma neppure per sogno! C’è anche un altro modello strategico di capitalismo, quello cinese. Ma quello cinese non è esportabile in Europa (nel terzo mondo invece forse sì), perché proviene da una storia particolare, l’innesto del maoismo come prima accumulazione del rapporto di capitale su di un substrato precedente di modo di produzione asiatico. Per questo non è un caso che la Cina diventi sempre di più l’avversario strategico degli USA.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>E’ sufficiente studiare la grande strategia geopolitica USA. Su questo i lettori de “La Stampa” sono avvantaggiati, perché dispongono di una “gola profonda” al Dipartimento di Stato USA, Maurizio Molinari, che ci informa quotidianamente della strategia imperiale americana. Gli USA non cessano di provocare la Cina con il Dalai Lama. Karzai, il fantoccio afghano, ha già promesso agli USA basi militari permanenti, che potranno minacciare geopoliticamente sia la Cina che la Russia, essendo insediate nel cuore eurasiatico (lo Heartland dei geopolitici, che i criminali ex-comunisti russi hanno abbandonato consegnandolo agli USA). Gli USA hanno messo una base militare permanente a Darwin in Australia, che nessuno minaccia. Gli USA cercheranno di provocare conflitti sulle isole che fanno da contenzioso geografico fra Cina, Filippine e Vietnam. In Europa, tutte le classi dirigenti europee sono atlantiche, dai baltici ai portoghesi, dagli italiani ai polacchi.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>7. Si presti attenzione al “lato esteri” del governo Monti. Alla Difesa va un generale che viene dall’Afghanistan, l’ammiraglio Di Paola, che dal suo teatro afghano di guerra ha accettato con un SMS. Si tratta di un alto stratega NATO, parte di quel gruppo di assassini che ha fatto di Sirte la nuova Guernica del Mediterraneo. Agli Esteri il signor Terzi, ambasciatore a Washington ed ex-ambasciatore a Tel Aviv, uomo fedelissimo agli americani e ai sionisti.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Se ci fosse ancora una “sinistra”, questo verrebbe notato. Ma siccome non c’è più, saranno pochissimi quelli che lo noteranno. La base di fedeli subalterni anti-B se ne frega della politica estera, non la vede neanche, e la sola cosa che gli interessa è quello che gli scribi dell’oligarchia finanziaria chiamano “ricambio antropologico” (cfr. Ceccarelli su “Repubblica” del 17 novembre 2011). Non c’è più il puttaniere, non ci sono più la Gelmini, la Minetti e Scilipoti! Evviva, evviva! Mettete ad alto volume i Carmina Burana! Cantate insieme Bella ciao e l’Inno di Mameli! Viva Napolitano, difensore della Costituzione!</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>8. Il tempo che verrà non sarà il tempo della macelleria sociale, ma il tempo della vaselina. I “tecnici” sono troppo abili per metterla violentemente in quel posto a Cipputi, come il tizio dell’ombrello disegnato dallo sciocco PD Altan, che ha a suo tempo inventato la Pimpa, ma ha poi messo la sua matita al servizio del Circo Bersani.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Ai lavoratori, ai precari e ai pensionati l’hanno già da tempo messa in quel posto. Mancano ancora i ceti medi, da liberalizzare totalmente, secondo il modello americano. Negli USA gli avvocati ricchi sono ricchi a miliardi, e gli avvocati poveri girano per i bar intorno alle carceri in cerca di clienti. Monti penserà certamente anche a questo, in nome della meritocrazia, dei giovani e delle donne. I rinnegati ex-comunisti lo aiuteranno certamente, fingendo di avere delle “riserve” con i loro elettori fidelizzati. Ora che non c’è più Berlusconi, bisognerà trovare dei nuovi “fascisti” e dei nuovi “populisti”, ma non sarà facile perché Alfano non si presta.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>9. E l’opposizione? Certamente vi sarà, ma temo che non abbia senso nutrire troppe illusioni. Il movimento degli indignati? Certo, sono mille volte meglio di quelle vere e proprie prese in giro che sono stati i movimenti pacifista e altermondialista. Almeno costoro se la prendono con le oligarchie finanziarie. Ma in esso sono ancora troppo presenti illusioni alla Beppe Grillo per poterci veramente sperare.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>La CGIL? Ma non scherziamo! La Camusso è organicamente legata al gruppo dirigente Bindi-Bersani. Farà un po’ di melina, farà dichiarazioni “severe”, ma ciò che conta è il livello strategico, e questo è assicurato.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>La FIOM? Ma non scherziamo! Potrà piacere al “Manifesto”, insieme ai baci gay della Benetton, ma il signor Landini è semplicemente il contraltare del signor Marchionne. Per gente così il mondo comincia e finisce con Marchionne. Ora, il conflitto Landini-Marchionne passa a lato di tutto ciò che conta in Italia.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>I signori Diliberto e Ferrero? Ma non scherziamo. Essi hanno un solo problema, salvare la baracca del loro microscopico ceto politico professionale, e possono farlo solamente attaccandosi alle bretelle di Bersani.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Il signor Ferrando e i microgruppi del fondamentalismo comunista? Ma non scherziamo. Costoro vendono sempre la vecchia merce del comunismo storico novecentesco, variante trotzkista (Ferrando) o variante stalinista (Rizzo). Io sono un amante e un cultore dell’archeologia e delle lingue morte, ma solo nei musei e nelle biblioteche.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>I sindacati di base? Qui andiamo per fortuna un po’ meglio, perché almeno è gente del tutto al di fuori della grottesca mascherata B e anti-B. Non a caso, sono stati gli unici, insieme agli indignati, che hanno manifestato a Roma il 17 novembre, giorno dell’insediamento dellas giunta dei commissari FMI, BCE, USA e NATO. E’ bene dargliene atto.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>10. E tuttavia, il difetto dei sindacati di base sta nel manico. Essi pensano di potersi opporre alla carica di un rinoceronte riproponendo le vecchie ricette economicistiche delle piattaforme sindacali, semplicemente prese sul serio e non usate come forme di manipolazione identitaria. Ma il tempo che ci aspetta è il tempo della vaselina. La giunta della BCE deve privatizzare tutto e liberalizzare tutto, e soprattutto deve applicare il modello della americanizzazione integrale dell’Europa, che copre anche l’appoggio strategico all’impero geopolitico americano. Si ricordi il WOW (uau) della strega Clinton all’annunzio della morte di Gheddafi. Mi ricorda i passi di danza fatti da Hitler dopo la presa di Parigi ricordati da Brecht nel suo diario fotografico.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Il baraccone ideologico che noi stessi abbiamo messo al potere (Gad Lerner, ex Lotta Continua, Adriano Sofri, ex Lotta Continua, Floris e Ballarò, eccetera) è formato da esperti in vaselina e in penetrazione indolore! Altro che il cavalier Banana di Altan e il suo ombrello che la mette in quel posto a Cipputi, il brontolone mormoratore subalterno che ha plasticamente incarnato la sconfitta storica della classe sociale più incapace della storia universale dal tempo degli antichi egizi.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Il tempo della vaselina è cominciato. Quanto tempo durerà non posso saperlo. Non posso escludere fatti nuovi. Per fortuna la storia è imprevedibile, e non assomiglia per nulla a quella caricatura impostaci per mezzo secolo dagli intellettuali storicistici del progresso. Berlusconi sarà probabilmente ricattabile con le sorti in Borsa di Mediaset. Il puttaniere tiene pur sempre famiglia, e deve lasciare ai suoi figli una proprietà ancora in piedi. La marmaglia anti-B che ne ha festeggiato la partenza urlando sconci insulti adesso sarà contenta con l’arrivo del tempo della vaselina. Ma forse la Terza Repubblica ci riserverà alcune sorprese.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Termino con un auspicio gramsciano: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. Bergson + Sorel. Non ci credo molto, tenuto conto della stupidità gregaria e identitaria dei nostri amici. Ma forse, speriamo, i giovani saranno meno cretini.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Torino, 17 novembre 2011</strong></p>
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		<title>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2021 15:29:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Contro il Green Pass. La posta in gioco:                                                        disciplina e sorveglianza Gli ultimi studi su vaccini, contagiosità e immunità naturale, la blockchain europea del Green Pass con le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: 26px;"><strong><br />
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<ul>
<li><em><em><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/12/unnamed-11.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7643" title="unnamed-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/12/unnamed-11-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></em></em><br />
<h1>Contro il Green Pass. La posta in gioco:                                                        disciplina e sorveglianza</h1>
<div>
<div></div>
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<blockquote><p>Gli ultimi studi su vaccini, contagiosità e immunità naturale, la blockchain europea del Green Pass con le ‘condizionalità’ che implementa e l’identità digitale, i corpi docili e la disciplina come pratica di potere</p></blockquote>
<pre>“Il corpo è anche direttamente immerso in un campo politico: i rapporti di potere operano su di lui una presa immediata, l’investono e lo marchiano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a certi lavori, l’obbligano a delle cerimonie, esigono da lui dei segni. Questo investimento politico del corpo è legato, secondo relazioni complesse e reciproche, alla sua utilizzazione economica. È in gran parte come forza di produzione che il corpo viene investito da rapporti di potere e di dominio, ma, in cambio, il suo costituirsi come forza di lavoro è possibile solo se esso viene preso in un sistema di assoggettamento: il corpo diviene forza utile solo quando è contemporaneamente corpo produttivo e corpo assoggettato.”
Michel Foucault, <em>Sorvegliare e punire</em></pre>
<pre>“Chi non astrae da ciò che è dato, chi non collega i fatti ai fattori che li hanno prodotti, chi non disfà i fatti nella sua mente, in realtà non pensa.”
Herbert Marcuse, <em>L’uomo a una dimensione</em></pre>
<p>Ciò che ruota attorno a Covid-19, vaccini e Green Pass andando a investire le sfere politiche, economiche e sociali, è molto ampio. Circoscrivere un’analisi a un focus è inevitabile. Su ciò che è stata la gestione politica della pandemia abbiamo già scritto ad aprile 2020 (1), e con il passare del tempo la situazione non è affatto cambiata. La novità degli ultimi mesi sono i vaccini. Non si intende qui approfondire l’intricata questione – sperimentazione, produzione, brevetti, effetti collaterali, sviluppo alternativo del protocollo per le terapie di cura ecc. – ma la campagna vaccinale italiana e l’introduzione del Green Pass, con la tecnologia blockchain e la rete europea <em>Gateway</em> che lo caratterizzano.</p>
<p>Partiamo dai punti fermi.</p>
<p>1. Vaccinazione e Green Pass sono due atti differenti. La scelta di vaccinarsi contro il virus Sars-Cov-2 tocca aspetti intimi e personali quali le ataviche paure della malattia e della morte, a cui ciascuno risponde con le proprie, insindacabili, scelte. Quanto la martellante propaganda politica e mediatica abbia alimentato ad arte <em>tutte</em> le possibili paure umane in questi quasi due anni, è un discorso che esula dalla riflessione che si vuole qui affrontare: resta l’esistenza del sentimento con cui ognuno deve scendere a patti, e la vaccinazione è uno dei patti possibili. Il Green Pass è un’altra cosa: pur vaccinandosi, si può decidere di non scaricarlo e di non utilizzarlo. Sulla sua divenuta obbligatorietà di fatto, legata all’università e al lavoro, torneremo più avanti, ma la questione focale è che vaccinazione e Green Pass sono due azioni separate, due decisioni diverse in capo a ogni persona, e la prima non implica per forza la seconda.</p>
<p>2. La libertà individuale non è assoluta: all’interno di una comunità deve fare i conti con la dimensione collettiva, ossia deve limitarsi.</p>
<p>Stabilito questo, si tratta di ragionare.</p>
<h4>Il sonno della logica</h4>
<p>Due sono gli aspetti che investono la vaccinazione: protezione personale e circolazione del virus (ossia protezione degli altri). Su questi temi, aggiungiamo altri punti fermi.</p>
<p>3. Il vaccino tutela il vaccinato dal contrarre la malattia in forma grave e quindi, in teoria, dal ricovero ospedaliero e, si spera, dalla morte. L’ultimo studio al momento disponibile (21 luglio 2021) dell’Istituto Superiore di Sanità (2) analizza le caratteristiche dei 127.044 pazienti deceduti e positivi a SARS-CoV-2 (sono lo 0,21% della popolazione italiana, secondo i dati Istat): l’età media è 80 anni e, su un campione rappresentativo di ogni fascia di età, il numero medio di patologie presenti è 3,7. Sono numeri che, a distanza di 16 mesi dall’inizio dell’epidemia, confermano il dato che i decessi colpiscono gli anziani, prevalentemente con patologie, e le persone non anziane già compromesse da patologie.</p>
<p>4. Si moltiplicano studi e dichiarazioni che fissano a sei mesi la protezione degli attuali vaccini, periodo dopo il quale l’efficacia progressivamente diminuisce in modo importante. Una ricerca pubblicata su Lancet e confermata da Luis Jodar, vicepresidente senior e direttore medico di Pfizer Vaccines, afferma che dopo sei mesi l’efficacia di due dosi Pfizer decade dall’88% al 47% e che “le infezioni da Covid-19 nelle persone che hanno ricevuto due dosi di vaccino sono pertanto molto probabilmente dovute alla diminuzione di efficacia e non causate dalla Delta o altre varianti che sfuggono alla protezione del vaccino” (3): da qui l’avvio della campagna per la terza dose.</p>
<p>5. Anche le persone vaccinate possono trasmettere il virus. Al momento non si hanno ancora studi con numeri definitivi, ma la contagiosità sembra essere inferiore rispetto ai non vaccinati. Quello della Oxford University del 29 settembre, pubblicato in preprint su MedrXiv (4) – quindi ancora privo della peer-reviewed – sembra essere l’ultimo e più completo studio sul tema: basato sul tracciamento di un campione di 95.716 casi indice, ha rilevato una minore contagiosità rispetto alla variante Delta del 65% per Pfizer e del 36% per AstraZeneca. Da una parte quindi si conferma che i due principali vaccini non bloccano la trasmissione, dall’altra è comunque positivo, soprattutto per il dato di Pfizer – molto meno per quello di AstraZeneca – poter ridurre la circolazione del virus. Tuttavia il tracciamento operato ha evidenziato anche che dopo appena 12 settimane (meno di tre mesi) non si misura più alcuna differenza tra vaccinati e non vaccinati nella trasmissione della variante Delta. In altre parole, i due vaccini presi in esame proteggono dal contagio per appena tre mesi.</p>
<p>Lo studio rileva inoltre che gli eventi di contatto si sono verificati “prevalentemente all’interno delle famiglie (70%), nei visitatori delle famiglie (10%), in eventi e attività (10%) e al lavoro/scuola (10%)”: ci si contagia dunque all’80% nell’ambiente domestico e solo per il 20% nei luoghi pubblici (dove ora è necessario il Green Pass).</p>
<p>Infine un dato estremamente significativo: la contagiosità degli asintomatici. Il tracciamento ha mostrato che, nel caso dei vaccinati, la trasmissibilità del virus (variante Delta) da parte degli asintomatici era ridotta del 39%; contemporaneamente però si è rilevato che “le cariche virali nelle infezioni della variante Delta che si verificano <em>dopo</em> la vaccinazione sono simili negli individui vaccinati e non vaccinati, anche se la durata dello spargimento virale può essere ridotta. Ciò mette in dubbio che la vaccinazione possa controllare la diffusione della Delta con la stessa efficacia di Alpha (la precedente variante, <em>n.d.a.</em>) e se, con una maggiore trasmissibilità, ciò spieghi la rapida diffusione globale della Delta nonostante la crescente copertura vaccinale”. Ripetiamo che è uno studio recente che attende la peer-reviewed, e quindi dati definitivi sulla questione ancora non esistono, ma indubbiamente i ricercatori sono autorevoli e il campione preso in esame è ampio.</p>
<p>6. L’immunità naturale offre una protezione più duratura rispetto ai vaccini, e la acquisiscono anche gli asintomatici e i paucisintomatici. Il 7 luglio 2021 l’Istituto Mario Negri affronta il tema (5) mettendo a confronto diversi studi internazionali, e aggiunge: “I dati ufficiali riportano che circa il 10% della popolazione italiana ha avuto una diagnosi di laboratorio di positività al SARS-CoV-2. Questa percentuale, in realtà, potrebbe essere molto più alta dato che la maggior parte delle infezioni (si stima tra l’80 e il 90%) rimane asintomatica e non viene quindi diagnosticata”. Per quanto sia una stima, è un numero impressionante; anche fosse solo il 40-50%. Perché significa, dopo 19 mesi di pandemia e tre ondate, che oggi una parte niente affatto irrilevante della popolazione – milioni di persone – è già protetta dall’immunità naturale <em>senza saperlo</em>, e altri milioni di cittadini potrebbero acquisirla entrando in contatto con il virus evitando di ammalarsi. Una immunità a lungo termine, che potrebbe durare addirittura anni grazie alle “cellule della memoria” che si rifugiano nel midollo osseo, e proteggere anche dalle varianti (quelle finora conosciute, ovviamente: non si può studiare ciò che ancora non esiste): si rimanda direttamente al link in nota per i dettagli scientifici. L’Istituto Negri evidenza inoltre che nelle persone già in possesso dell’immunità naturale la vaccinazione aumenta la protezione dal virus, ed è ovvio: produce gli anticorpi a breve – quelli che decadono dopo sei mesi circa – sommandoli alla protezione delle cellule della memoria. Ma il punto è che gli studi effettuati finora mostrano che l’immunità naturale di durata già offre, di per sé, la protezione.</p>
<p>7. Quando ragioniamo in termini di trasmissibilità/circolazione del virus, quindi, la semplice equazione “non-vaccinato = maggiore contagiosità rispetto al vaccinato” è errata: sia perché non tiene conto dell’immunità naturale già acquisita <em>inconsapevolmente</em> da milioni di persone rimaste asintomatiche nelle precedenti ondate, sia perché la minore contagiosità dei vaccinati potrebbe durare appena tre mesi (a fronte di un Green Pass che ne dura dodici). Certo il Pass viene rilasciato anche a chi ha una diagnosi di guarigione dal Covid, dunque a chi ha l’immunità naturale, ma è evidente che un asintomatico non può avere una diagnosi di guarigione da una malattia di cui non ha manifestato sintomi.</p>
<p>Tirando le somme, il vaccino protegge se stessi dalla malattia grave ma non protegge in egual misura gli altri; pur diminuendo la diffusione del virus (forse per appena tre mesi), non ne blocca la circolazione – né l’eventuale creazione di varianti –; milioni di persone hanno inconsapevolmente già acquisito una immunità naturale che li pone sullo stesso piano dei vaccinati ed è durevole (a differenza di quella data dai vaccini, a quanto pare); gli asintomatici vaccinati hanno cariche virali simili a quelle dei non vaccinati, e questo incide nella trasmissibilità del virus; la mortalità per Covid-19 colpisce i ‘fragili’, ossia anziani (prevalentemente con patologie) e non anziani già compromessi da patologie.</p>
<p>La prima considerazione è ovvia: le categorie ‘fragili’ possono proteggersi. Questo è il dato principale e positivo della vaccinazione. E significa anche, parallelamente, che non si pone alcun dilemma etico tra libertà individuale e collettività, perché le conseguenze della scelta di non immunizzarsi con il siero ricadono unicamente sulla persona che opera tale scelta: <em>l’altro</em>, che ha optato per la vaccinazione, è protetto. Dunque, come è insindacabile la decisione personale di vaccinarsi, lo è quella contraria.</p>
<p>È privo di fondamento ribattere che la mancata inoculazione è comunque un atto egoista e irresponsabile in quanto, se si contrae la malattia, si contribuisce a <em>intasare</em> gli ospedali, pesando quindi economicamente sul sistema sanitario e togliendo posti letto ad altre patologie: al di là del fatto che il ragionamento apre a una pericolosa deriva da Stato etico, che impone una condotta sanitaria ai cittadini in nome dell’utilitarismo (non fumare perché il tuo eventuale tumore ai polmoni inciderà sul sistema sanitario, non ingrassare, non bere ecc.), quanti 12enni, 20enni, 30enni, 40enni, 50enni hanno <em>intasato</em> gli ospedali nelle precedenti ondate, occupando posti letto? I dati dell’ISS (6) danno la risposta. Dal 23 febbraio 2020 al 4 ottobre 2021 (19 mesi) i ricoveri totali sono stati 433.835: appena il 17,16% hanno riguardato la fascia di età 12-50 anni (0,91% per 12-20 anni; 2,79% per 21-30 anni; 4,74% per 31-40 anni; 8,71% per 41-50 anni). Se guardiamo alle terapie intensive, negli stessi 19 mesi il totale degli ingressi è stato di 58.950: solo il 10,16% relativo a persone tra 12 e 50 anni (0,25% nella fascia di età 12-20; 0,82% per 21-30 anni; 2,41% per 31-40 anni; 6,68% per 41-50 anni). Numeri che nulla hanno intasato.</p>
<p>La seconda considerazione investe la scelta politica di mettere in atto una campagna vaccinale sull’intera popolazione sopra i 12 anni – mentre si sta studiando anche il siero per i bambini –: sulla base dei dati e dei fattori sopra analizzati, è una decisione che non ha alcun fondamento logico. Una cosa è rendere disponibile il vaccino a tutti i cittadini, dando la priorità alle categorie ‘fragili’: questo approccio consente a ognuno di fare insindacabilmente la propria libera scelta (<em>libera</em> significherebbe <em>informata</em>, l’esatto contrario della propaganda da cui siamo stati martellati, ma è un diverso discorso che qui non affrontiamo); un altro è obbligare di fatto tutta la popolazione a vaccinarsi, con l’introduzione del Green Pass – che vedremo.</p>
<p>A sostegno della inoculazione di massa si continua a portare il rapporto rischi/benefici, ma è una narrazione falsata in partenza perché mistifica i fattori di realtà fino a oggi conosciuti: anche escludendo i recenti dati acquisiti nello studio della Oxford University sopra riportato (soprattutto la decadenza del minor contagio da vaccinazione dopo 12 settimane, poi la questione degli asintomatici), da una parte abbiamo l’immunità naturale <em>duratura</em> già acquisita da milioni di persone e il loro contributo al rallentamento della circolazione del virus, dall’altra c’è l’attuale impossibilità a conoscere gli effetti a lungo termine della vaccinazione; un aspetto che non può essere messo da parte con superficiale rapidità, soprattutto per adolescenti e giovani – per non parlare dei bambini.</p>
<p>Vale la pena ricordare che l’EMA ha rilasciato a tutti i vaccini una “autorizzazione condizionata” (<em>conditional marketing authorization</em>) proprio per l’assenza delle informazioni relative ai rischi a lungo termine: Pfizer, per esempio, prevede di terminare i trial clinici il 2 maggio 2023 (7). Una criticità evidenziata sia dall’OMS (“Non sono ancora disponibili dati sulla sicurezza a lungo termine e il tempo di follow-up rimane limitato” [8]) che dall’EMA (“Al momento della disponibilità del vaccino, la sicurezza a lungo termine del vaccino BNT162b2 mRNA [Pfizer] non è completamente nota […] le informazioni mancanti riguardano: dati di sicurezza a lungo termine; uso in gravidanza e durante l’allattamento; uso in pazienti immunocompromessi; uso in pazienti fragili con comorbilità […] uso in pazienti con disturbi autoimmuni o infiammatori; interazione con altri vaccini” [9]). Ora, detta brutalmente: una persona anziana può a ragion veduta ritenere poco rilevanti gli eventuali effetti a lungo termine del vaccino, a fronte di un rischio molto più concreto di malattia grave Covid-19; un adolescente o un 50enne inverte i fattori dell’equazione.</p>
<p>Certo esiste una parte di popolazione che per ragioni di salute non può vaccinarsi, ma purtroppo è un aspetto che i vaccini non hanno affatto risolto, vista la loro incapacità a bloccare la circolazione del virus. È infatti un ulteriore dato che avrebbe dovuto incentivare investimenti e attenzione sullo studio dei protocolli di cura, rimasti invece al palo: <em>i vaccini ci salveranno</em> è stato l’unico approccio sanitario, fin dall’inizio. E se gettiamo uno sguardo al domani, l’impostazione non sembra cambiare: il 4 ottobre l’Ema ha approvato la terza dose per tutti gli over18 mentre Ugur Sahin, amministratore delegato di BioNTech (in un’intervista al Financial Times), Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer (alla ABC) e Stéphane Bancel, CEO di Moderna (al quotidiano svizzero Neue Zuercher Zeitung) hanno già messo le mani avanti dichiarando in coro che il futuro sarà la vaccinazione annuale (10). Affermazione che è scappata di bocca anche a Draghi, nella conferenza stampa dell’8 aprile scorso: “Dovremo continuare a vaccinarci negli anni a venire perché ci saranno delle varianti, quindi questi vaccini vanno adattati”. Approccio valido per i ricchi Paesi che possono acquistare e pagare alle società farmaceutiche le dosi di vaccino, ovviamente: i cittadini ‘fragili’ dei Paesi poveri possono sperare e attendere (11).</p>
<p>A supporto dell’imposizione di una vaccinazione di massa non può essere richiamato nemmeno l’eventuale fattore ‘long covid’, non essendoci ancora studi in grado di fotografarlo con dati certi, e nemmeno il tema ‘varianti’: gli attuali sieri sono stati sviluppati precedentemente all’individuazione delle varianti. L’apertura della campagna vaccinale in queste condizioni è stata una scommessa: solo dopo infatti i dati hanno mostrato che i vaccini danno protezione anche dalla variante Delta. Una scelta decisamente discutibile sul piano del rapporto rischi/benefici.</p>
<p>In conclusione, la realtà che viviamo è nebulosa e illogica: nebulosa per tutto ciò che ancora non è chiaro, illogica per tutto ciò che già lo è. E anziché agire con cautela, riservare il vaccino alle categorie ‘fragili’ di <em>tutti</em> i Paesi del pianeta, informare adeguatamente i cittadini, rafforzare la sanità di territorio e lo studio dei protocolli di cura, rendere accessibili tamponi gratuiti, l’Unione europea si è inventata il Green Pass e governo e Parlamento italiano l’hanno trasformato in un obbligo vaccinale.</p>
<h4>L’obbligo vaccinale del Green Pass</h4>
<p>Si parla di “spinta gentile” e di “obbligo surrettizio”, invocando perfino una legge che renda l’obbligo trasparente. Il Green Pass è un ricatto: esteso a università (1 settembre) e lavoro (15 ottobre) si configura come un obbligo vaccinale che discrimina chi non accetta un trattamento sanitario.</p>
<p>È un obbligo perché non lascia scelta a milioni di persone, coloro che non possono permettersi di pagare due/tre tamponi a settimana, operando una discriminazione di tipo economico su un <em>bisogno</em> fondamentale: il lavoro. (E non chiamiamolo <em>diritto</em> perché raggira la realtà: <em>diritto</em> è qualcosa che mi appartiene e posso scegliere se rivendicare o meno, <em>bisogno</em> è qualcosa che non mi lascia scelta. Diverso è ciò che Marx definiva “attività” in una società non capitalistica, ma è un altro discorso…) Il lavoro è un bisogno perché per vivere, pagare il cibo, l’affitto e le bollette, si <em>deve</em> lavorare. Al prezzo calmierato di 15 euro a tampone si sommano 45 euro a settimana, 180 euro al mese. Per una persona. In ottica familiare, magari con figli all’università, la spesa può moltiplicarsi. La <em>scelta</em> che viene data a queste persone, nella situazione nebulosa e illogica in cui ci troviamo, è accettare un trattamento sanitario che non vogliono o non avere i soldi per sopravvivere.</p>
<p>C’è poi l’aspetto della gestione: cercare la farmacia che applica il prezzo calmierato, prenotare il tampone ogni due giorni, calcolare l’orario – compatibilmente con quello lavorativo – per poter sfruttare a pieno le 48 ore… quanto tempo si può resistere prima di cedere al ricatto? Al momento, l’Italia è l’unico Paese al mondo che ha esteso il Green Pass ai luoghi di lavoro, mentre solo quattro Stati hanno imposto l’obbligo vaccinale direttamente per legge: Indonesia, Turkmenistan, Tagikistan e Micronesia.</p>
<p>Per non parlare del paradosso che prende vita: all’interno dei luoghi ‘solo Green Pass’ sono i vaccinati a poter portare il virus; chi sceglie di non farlo ha in mano un tampone negativo e quindi tutela <em>davvero</em> gli altri.</p>
<p>Tamponi e protocolli di cura infatti, accanto alla vaccinazione delle persone ‘fragili’, sono strumenti sanitari; il Green Pass è un lasciapassare politico.</p>
<p>“L’Assemblea esorta gli Stati membri e l’Unione europea” afferma la Risoluzione 2361 del 27 gennaio 2021 del Consiglio d’Europa (12) “a garantire che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno è sottoposto a pressioni politiche, sociali o di altro tipo per essere vaccinato se non lo desidera; a garantire che nessuno venga discriminato per non essere stato vaccinato, per possibili rischi per la salute o per non volersi vaccinare; […] a distribuire informazioni trasparenti sulla sicurezza e sui possibili effetti collaterali dei vaccini […] a comunicare in modo trasparente i contenuti dei contratti con i produttori di vaccini e renderli pubblicamente disponibili per l’esame parlamentare e pubblico” (13). Parole vuote, prive della forza di imporre alcunché ai governi dei Paesi e aggirabili con la fasulla alternativa del tampone.</p>
<p>C’è altro: il Green Pass non rappresenta solo l’obbligo vaccinale. È insieme una tecnologia e una pratica di potere. Partiamo dalla prima.</p>
<h4>La blockchain del controllo</h4>
<p>Il Green Pass entra in vigore il primo luglio, ed è una creazione europea: il Parlamento Ue lo approva e viene presentato come una “facilitazione” per i viaggi tra Paesi all’interno della Ue, perché elimina quarantene e tamponi. Tutti gli Stati europei lo abilitano: alcuni lasciano i cittadini liberi di scaricarlo, altri (per ora Francia, Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Grecia, Romania, Danimarca, Croazia) lo legano all’accesso a ristoranti, cinema, musei ecc. Tra il 22 luglio e il 16 settembre il governo Draghi approva una serie di decreti legge – convertiti in legge dal Parlamento con una rapidità che raramente si è vista – che lo rende obbligatorio prima per ristoranti al chiuso, cinema, musei ecc., poi per treni a lunga percorrenza e università, infine per i luoghi di lavoro, pubblici e privati.</p>
<p>Il Green Pass si basa su una tecnologia blockchain a crittografia asimmetrica, ossia a doppia chiave, pubblica e privata (14). Senza entrare in eccessivi tecnicismi, permette di collegare determinate ‘condizioni’ a un individuo, il quale, scaricando il Pass, apre la propria identità digitale sulla relativa piattaforma di rete europea (la DGCG, <em>Digital Green Certificate Gateway</em>, anche detta <em>Gateway</em>, gestita direttamente dalla Commissione Ue: permette l’interoperabilità delle reti nazionali <em>Digital Green Certificate-DGC</em>) (15). Oggi la ‘condizione’ implementata è sanitaria: la vaccinazione o il tampone negativo o la guarigione dal Covid-19 abilitano il soggetto a entrare in determinati luoghi, ottenendo il via libera all’accesso dal software <em>VerificaC19 </em>che controlla il QR code del Pass. Le ‘condizioni’, lo abbiamo visto, sono state decise da governo e Parlamento italiani per via legislativa, e allo stesso modo possono mutare. L’eccezionalità del Green Pass è infatti la sua caratteristica tecnica che lo rende uno strumento dinamico, il cui utilizzo potrà estendersi e arricchirsi nelle forme più diverse: potrà abilitare il soggetto in base a condotte di comportamento (oggi la vaccinazione, domani pagamenti…) o a status (residenza, occupazione, dichiarazione dei redditi, fedina penale… qualsiasi cosa).</p>
<p>Non solo. La struttura a blockchain permette una raccolta dei dati (potenzialmente infinita) che non è aggregata: la blockchain <em>individualizza</em> i dati, legandoli all’identità digitale creata, e come tali li conserva. Il Green Pass quindi sta attuando una schedatura di massa. Nella migliore delle ipotesi sta testando la funzionalità dell’infrastruttura – che potrebbe essere la base del futuro euro digitale – nella peggiore sta già creando le identità digitali dei cittadini e implementando il database di una piattaforma che potrà essere utilizzata per gli usi più diversi. Al Green Pass si affianca infatti un cambiamento legislativo sull’utilizzo dei dati.</p>
<p>Con il decreto legge n. 139 dell’8 ottobre, il governo ha messo mano alla legge 196/2003 sulla privacy: con l’articolo 9, il nuovo decreto stabilisce che “il trattamento dei dati personali da parte di un’amministrazione pubblica […] nonché da parte di una società a controllo pubblico statale […] è sempre consentito se necessario per l’adempimento di un compito svolto nel pubblico interesse o per l’esercizio di pubblici poteri a essa attribuiti. La finalità del trattamento, se non espressamente prevista da una norma di legge o, nei casi previsti dalla legge, di regolamento, è indicata dall’amministrazione, dalla società a controllo pubblico in coerenza al compito svolto o al potere esercitato”. Viene inoltre abrogato l’articolo 2 quinquesdecies del codice della Privacy, che consentiva al Garante di intervenire preventivamente sull’attività della pubblica amministrazione imponendo “misure e accorgimenti a garanzia” dei dati dell’interessato se il trattamento dei dati presentava “rischi elevati”, anche se svolto “per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico”. In altre parole, ora qualsiasi ente pubblico o società a controllo statale potrà decidere autonomamente (“la finalità del trattamento è indicata dall’amministrazione stessa”) di utilizzare <em>tutti</em> i dati personali del cittadino per qualsiasi obiettivo (la vaghezza della dicitura “pubblico interesse”); per di più eludendo il controllo preventivo del Garante della Privacy.</p>
<p>L’accoppiata <em>Gateway</em>/modifica legislativa mette le basi per una nuova realtà. L’incrocio dei dati è infatti sempre stato il principale problema dell’amministrazione pubblica: lo Stato già detiene molte informazioni personali del cittadino, ma su database separati. Il <em>Digital Green Certificate</em> nazionale è la piattaforma nella quale poter trasferire, e poi via via aggiornare, tutti i dati dei cittadini (catasto, motorizzazione, Agenzia Entrate, fascicolo sanitario, dati giudiziari… per non parlare delle informazioni in mano alle diverse società partecipate dallo Stato), collegandoli alle loro identità digitali; il <em>Gateway</em> europeo permetterà l’interoperabilità tra le reti nazionali; la blockchain consentirà l’emissione di Pass ‘condizionati’.</p>
<p>Anche la conservazione dei dati diventa potenzialmente infinita. A oggi, il Green Pass e i dati di contatto forniti (telefono e/o email), così come le informazioni che hanno generato il Pass (vaccino, tampone o guarigione) sono conservate fino alla scadenza del Pass stesso, dopodiché “vengono cancellate”; queste ultime, tuttavia, possono essere conservate nel caso “siano utilizzate per altri trattamenti, disciplinati da apposite disposizioni normative, che prevedono un tempo di conservazione più ampio” (16).</p>
<p>Si aggiunge infine la questione del tracciamento. Oggi la app <em>VerificaC19</em> lavora offline: la legge raccomanda di connettersi al <em>Gateway </em>almeno una volta nell’arco di 24 ore e aggiornare, in locale, i codici dei Green Pass esistenti. Non potrebbe fare diversamente, la rete non reggerebbe. Ma è facile ipotizzare che quando sarà attivo il 5G il tracciamento diventerà possibile, accanto alla creazione di nuovi Pass, nuove ‘condizionalità’ e nuove app di verifica che lavoreranno online.</p>
<p>Il costante controllo della nostra vita operato da Google, Facebook, Microsoft ecc. a fini economici è divenuto ‘usuale’ e difficilmente aggirabile; anche l’utilizzo dei dati raccolti da Big Tech per obiettivi politici è qualcosa con cui abbiamo già fatto i conti (vedi Cambridge Analytica); ma il controllo da parte dello Stato è un’altra cosa. Non si tratta di scomodare il Grande Fratello di Orwell – anche perché sarebbe piuttosto il “mondo nuovo” di Huxley, vista la remissività con cui il Green Pass è stato accettato dalla popolazione – ma di essere consapevoli che il campo di potere politico è sempre, in potenza, quello dominante: perché detiene il monopolio della violenza e perché emette le leggi, ossia stabilisce cosa è legale e cosa non lo è; a quale condotta corrisponde un reato e quindi una pena, detentiva o meno. Con <em>Gateway,</em> blockchain e Green Pass lo Stato potrà operare un controllo capillare e individualizzato su ogni cittadino, preventivo o a posteriori, e attuare discriminazioni (come già ha fatto). Senza nemmeno la necessità dello smartphone, perché il QR code può essere verificato anche su carta.</p>
<p>Risultava curioso, infatti, il nome scelto per il lasciapassare: <em>Green</em> Pass. Certo oggi tutto si inscrive nella narrazione <em>green</em> perché ciò che è <em>green</em> è <em>cool</em>, ma ora è evidente che non si tratta solo di marketing: il Pass è qui per restare. Il suo nome non poteva richiamare un evento specifico, per di più drammatico, come una pandemia.</p>
<p>È questa la <em>Rivoluzione Tech</em>? La nuova società digitalizzata che ci attende? Non si dovrebbe mai dimenticare che la privacy non è la nostra dimensione privata ma la relazione di potere tra individuo, Stato e mercato.</p>
<h4>Corpi docili</h4>
<p>In termini di pratiche di potere, dove si inscrive il Green Pass?</p>
<p>“La disciplina fabbrica degli individui”, “fabbrica corpi sottomessi ed esercitati, corpi ‘docili’. La disciplina aumenta le forze del corpo (in termini economici di utilità) e diminuisce queste stesse forze (in termini politici di obbedienza)”. E ancora: “Il potere disciplinare è un potere che, in luogo di sottrarre e prevalere, ha come funzione principale quella di ‘addestrare’ o, piuttosto, di addestrare per meglio prelevare e sottrarre di più. Non incatena le forze per ridurle, esso cerca di legarle facendo in modo, nell’insieme, di moltiplicarle e utilizzarle”; “non è un potere trionfante, che partendo dal proprio eccesso può affidarsi alla propria sovrapotenza; è un potere modesto, sospettoso, che funziona sui binari di un’economia calcolata, ma <em>permanente</em>”. Sono parole di Michel Foucault, tratte da <em>Sorvegliare e punire </em>(17). Non si può non andare al pensatore francese se si vuole ragionare sulle pratiche di potere. Sono diversi i punti di riflessione che il testo apre, nel momento in cui lo si rilegge immersi nella realtà del Green Pass. Proviamo a toccarli.</p>
<p>Primo punto: correggere.</p>
<p>La disciplina, riflette Foucault, produce corpi pronti a eseguire le prestazioni richieste; mentre la legge <em>vieta o impone</em> e i meccanismi di sicurezza <em>gestiscono</em> una realtà, la disciplina <em>prescrive</em>. Essa include la punizione (la sanzione per chi rifiuta il Green Pass, che da pecuniaria arriva fino alla sospensione dal lavoro senza stipendio) ma il suo obiettivo non è punire, bensì correggere: “Il castigo disciplinare ha la funzione di ridurre gli scarti. Deve dunque essere essenzialmente <em>correttivo</em>”; “la punizione, nella disciplina, non è che un elemento di un sistema duplice: gratificazione-sanzione. Ed è questo sistema a divenire operante nel processo di addestramento e di correzione”. Dopo mesi di lockdown e assenza di socialità, il potere ‘gratifica’ il cittadino con la ‘libertà’: non si impone (legge) con una obbligatorietà vaccinale ma prescrive un comportamento. <em>Tutto tranne un altro lockdown</em> è ciò che probabilmente ognuno di noi si è sentito dire da almeno un amico; <em>Il Green Pass è libertà</em> è stato lo slogan politico servilmente riportato dai grandi media.</p>
<p>Una ‘libertà’ – va da sé, o non si porrebbe la necessità del secondo elemento, la correzione – accessibile solo al <em>buon</em> cittadino, colui che è pronto a eseguire la prestazione richiesta: la vaccinazione. Qualsiasi tipo di potere sa che non potrà mai aspirare a imporsi sulla totalità dei cittadini, e infatti la disciplina <em>riduce</em> gli scarti, non li elimina. Chi invoca la persuasione per convincere i no-vax – non operando in malafede alcuna distinzione tra no-vax e no-pass – finge di non sapere che il potere ha storicamente sempre accettato che una parte della popolazione si sottragga al suo dominio, finendo ai margini della società, nei bassifondi di un ‘mondo altro’ – piccola criminalità, sottoproletariato, poveri, stranieri irregolari… Ciò che conta è la dimensione: questa alterità esclusa deve essere quantitativamente minima per non divenire un problema di difficile gestione. La prima sanzione ha colpito la socialità – il Green Pass di agosto – la seconda ha alzato l’asticella all’università, la terza al luogo di lavoro: aumento progressivamente la sanzione per ottenere più correzione e ridurre gli scarti.</p>
<p>Secondo punto: normalizzare.</p>
<p>“L’arte di punire, nel regime del potere disciplinare,” scrive Foucault, “non tende né all’espiazione e neppure esattamente alla repressione, ma pone in opera cinque operazioni ben distinte: […] paragona, differenzia, gerarchizza, omogeneizza, esclude. In una parola, <em>normalizza</em>. […] Appare, attraverso le discipline, il potere della Norma”. Poco importa se la ‘norma’ creata è del tutto illogica, ciò che conta è che sia percepita dalla popolazione come <em>normale.</em> Ed è la lenta progressione della disciplina a farla percepire come tale, il lento spostamento dei punti di riferimento, l’abitudine che si acquisisce alla nuova realtà, dimenticando quella precedente: la costante mancanza di coerenza nella gestione dell’epidemia è divenuta <em>normale</em>, i vaccini che decadono dopo sei mesi sono <em>normali</em>, offrire il proprio smartphone a uno scanner per entrare in un ristorante, al cinema, al lavoro è <em>normale.</em></p>
<p>Terzo punto: dividere.</p>
<p>Creata la ‘norma’,la disciplina riproduce, costantemente, “la divisione tra normale e anormale”, e quel che rientra in quest’ultima categoria – creata dalla società stessa – è, ovviamente, ciò che la società mette ai margini ed esclude. È un processo talmente evidente che pochi esempi sono sufficienti: “Propongo una colletta per pagare ai no-vax gli abbonamenti Netflix per quando dal 5 agosto saranno agli arresti domiciliari chiusi in casa come dei sorci” (Roberto Burioni, 23 luglio); “È sbagliato considerare l’attacco no-vax come un attacco perseguibile a querela: oggi è un attacco contro lo Stato e come tale dovrebbe essere perseguito” (Matteo Bassetti, 25 luglio); “Criminali no-vax” (Libero, 31 agosto, titolo di prima pagina); “Escludiamo chi non si vaccina dalla vita civile” (Mattia Feltri, Il Domani, 5 settembre).</p>
<p>Quarto punto: sorvegliare.</p>
<p>“[Il potere disciplinare] si organizza come potere multiplo, automatico e anonimo; poiché se è vero che la sorveglianza riposa su degli individui, il suo funzionamento è quello di una rete di relazioni dall’alto al basso, ma, anche, fino a un certo punto, dal basso all’alto e collateralmente. […] La disciplina fa ‘funzionare’ un potere relazionale che si sostiene sui suoi propri meccanismi e che, allo splendore delle manifestazioni, sostituisce il gioco ininterrotto di sguardi calcolati. Grazie alle tecniche di sorveglianza, la ‘fisica’ del potere, la presa sul corpo, si effettuano tutto un gioco di spazi, di linee, di schermi, di fasci, di gradi, e senza ricorrere, almeno in linea di principio, all’eccesso, alla forza, alla violenza. Potere che è in apparenza tanto meno ‘corporale’ quanto più è sapientemente ‘fisico’”. Spazi (luoghi in cui si può accedere solo con il Green Pass), sorveglianza verticale (<em>Gateway</em> e blockchain) e collaterale (il cameriere, il controllore sul treno, il bigliettaio del cinema, l’impiegato adibito al lavoro, a cui bisogna esibire il Pass): una rete di sguardi che quotidianamente controllano. Potere fisico non solo perché si impone sul corpo, ma perché il corpo è il primo ‘oggetto’ che viene investito dalla disciplina del lasciapassare: deve essere sottoposto a un trattamento sanitario (vaccino) o a un esame diagnostico (tampone).</p>
<p>Quinto punto: utilizzare.</p>
<p>“La disciplina è il procedimento tecnico unitario per mezzo del quale la forza del corpo viene, con la minima spesa, ridotta come forza ‘politica’ e massimalizzata come forza utile”. Abbiamo già visto, nel corso della prima ondata, quali sono stati i punti di crisi dell’epidemia, quelli che hanno mosso le decisioni politiche; sappiamo tutti, tolto il velo dell’ipocrisia pelosa ai discorsi ufficiali e alle lacrime da studio televisivo, che per la classe dirigente politica ed economica di questo Paese il problema non è mai stato la morte di migliaia di anziani in pensione, ma il blocco dell’economia e gli ospedali pieni, la pressione di Confindustria da una parte e il conflitto sociale che ne poteva scaturire, dall’altra. Il Green Pass riesce a massimalizzare l’utilità di tutti i corpi: quelli dei cittadini attivi producono e consumano, vanno a lavorare e al ristorante; quelli degli anziani/’fragili’ fanno pressione affinché il resto della popolazione si disciplini: <em>non ti importa che io possa morire?</em> L’umano sentimento della solidarietà viene trasformato in strumento utile alle pratiche disciplinari e in annullamento del pensiero critico.</p>
<p>Tirando le somme, il Green Pass ha corretto, normalizzato, diviso, sorvegliato e utilizzato i cittadini, disciplinandoli. È, a oggi, l’ultimo atto di una serie di pratiche politiche (18) che hanno creato una popolazione docile perché impaurita, prima shockata e poi <em>normalizzata</em> in una nuova abitudine, che si affida al ‘sovrano’ per la sua salvezza, convinta che la propria vita dipenda da un trattamento sanitario a cui è disposta a sottoporsi annualmente, e da un lasciapassare politico che lo attesti e che le garantisca l’accesso a luoghi nei quali possa interagire solo con persone altrettanto verificate e controllate. Una popolazione che ora si sente corroborata dal calo del numero dei contagi e delle ospedalizzazioni (ma attendiamo la stagione fredda per vedere quel che accade, viste le caratteristiche degli attuali vaccini), e non si domanda se la stessa situazione sarebbe stata raggiunta anche vaccinando solo le categorie a rischio e lasciando la libera scelta: perché eliminando la malattia grave tra anziani e ‘fragili’ gli ospedali sarebbero comunque stati vuoti; perché dopo 19 mesi di pandemia, l’immunità naturale dei milioni di asintomatici avrebbe comunque rallentato la circolazione del virus, garantendo anche la diffusione di una immunità di durata. Non si chiede, insomma, se senza il ricatto e la discriminazione del Green Pass non si troverebbe ora nella stessa situazione di salute pubblica, ma in una società molto diversa: dove le persone, e non lo Stato, possono ancora decidere del rapporto rischi/benefici di un trattamento sanitario sul proprio corpo.</p>
<p>Non ci sono risposte. Come sopra già evidenziato, la situazione è nebulosa e illogica. Ma ciò che lascia sconcertati è che non ci siano – e non ci siano state – domande.</p>
<h4>Discriminazione</h4>
<p>Al 22 luglio, data del primo decreto Green Pass, il 47,6% dei cittadini si erano <em>volontariamente</em> già vaccinati, e arrivavano al 62,4% se aggiungiamo al conteggio l’inoculazione delle prime dosi: quella italiana non si poteva certo definire una popolazione che fuggisse il vaccino. Al 20 luglio erano già stati <em>volontariamente</em> scaricati 36 milioni di Green Pass (19); al 29 luglio, pochi giorni dopo il decreto, erano diventati 41,3 milioni (20). Sorprende che milioni di persone non abbiano battuto ciglio sulla discriminazione che il Pass già operava, accettando supinamente che in alcuni luoghi dove prima <em>tutti</em> i cittadini potevano avere accesso con misurazione della temperatura, mascherina e distanziamento, dal 6 agosto potessero entrare, sempre con misurazione della temperatura, mascherina e distanziamento, solo coloro che avevano acconsentito a un trattamento sanitario o a un esame diagnostico. Poco importa se ristoranti al chiuso, cinema, teatri ecc. non si configurano come diritti o bisogni fondamentali: il principio non cambia. La discriminazione non è qualcosa di quantificabile: <em>è</em> o <em>non è</em>.</p>
<p>Difficile dire se questa arrendevolezza abbia consentito a governo e Parlamento di alzare l’asticella del ricatto al lavoro; sicuramente l’ha facilitato. Incontrando resistenze, forse il potere politico avrebbe abbandonato l’idea (come precedentemente accaduto per la app Immuni) e l’obbligo non sarebbe stato esteso. Il ‘se fosse’ è sempre un gioco inutile perché il filo del tempo non si può riavvolgere, ma nel momento in cui lo si utilizza per un’analisi costruttiva non è affatto una sterile speculazione. L’apertura di un conflitto sociale inizia sempre con una scelta individuale: scioperare, andare in piazza, rifiutarsi, sono innanzitutto scelte – e responsabilità – personali, che solo dopo si trasformano in collettive. Chi lotta sa che l’impotenza e la frustrazione sono sentimenti diffusi, perché nella complessità politica ed economica di oggi è difficile che l’apertura di un conflitto con il potere porti a un cambiamento sociale nel breve termine. Ma il Green Pass, come prima la app Immuni, offriva questa possibilità. Quella di dire NO, di rifiutarsi di avallare con il proprio comportamento – scaricare e utilizzare il Pass – una pratica discriminatoria. Era una scelta politica che, ricordiamo, aveva nulla a che fare con l’insindacabile decisione di vaccinarsi, e non richiedeva certo un gran sacrificio: non andare al ristorante, a teatro, al cinema…</p>
<p>Molti cittadini, in numero maggiore rispetto a quelli che stanno riempiendo le piazze contro il Pass, ora si dichiarano contrari alla sua applicazione al lavoro; eppure, in una incoerenza che sembra non riguardarli, continuano ad avallare la discriminazione utilizzando il lasciapassare per riempire locali serali e ristoranti; non hanno modificato la loro condotta dopo il 16 settembre, quando il governo ha esteso l’obbligo al lavoro a partire dal 15 ottobre e l’asticella della discriminazione si è alzata. Lasciare vuoti ristoranti, cinema, teatri ecc. può diventare un’arma economica di pressione sul potere politico, oltre a rappresentare un atto di protesta collettiva e di coerenza personale.</p>
<p>Non si può né sperare né attendere una chiamata strutturata e organizzata, da sinistra, per questo conflitto: salvo poche realtà o singoli individui, la sinistra movimentista che si riempie continuamente la bocca della parola ‘discriminazione’, dichiarando di volerla combattere, si è appiattita sulle posizioni governative spedendo il cervello in vacanza. Sta, dunque, a ciascuno di noi. Scegliere.</p>
<p>(Articolo chiuso in redazione il 12 ottobre 2021)</p>
<div></div>
<p>1) Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/" rel="noreferrer noopener" target="_blank"><em>Covid-19. Lockdown</em></a>, Paginauno n. 67/2020</p>
<p>2) Cfr. <a href="https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia">https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia</a></p>
<p>3) Cfr. <em>Lancet: “Due dosi Pfizer efficaci fino a sei mesi”</em>, Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2021</p>
<p>4) Cfr. The impact of SARS-CoV-2 vaccination on Alpha &amp; Delta variant transmission, <a href="https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.09.28.21264260v1.full-text" rel="noreferrer noopener" target="_blank">https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.09.28.21264260v1.full-text</a></p>
<p>5) Cfr. <em>Covid-19 ed immunità: quanto a lungo può durare la protezione?</em> <a href="https://www.marionegri.it/magazine/covid-19-durata-immunita" rel="noreferrer noopener" target="_blank">https://www.marionegri.it/magazine/covid-19-durata-immunita</a></p>
<p>6) Per comodità sono stati presi i numeri già elaborati dal gruppo CovidStat dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), basati sui dati acquisiti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Cfr. <a href="https://covid19.infn.it/iss/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">https://covid19.infn.it/iss/</a></p>
<p>7) Cfr. <a href="https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT04368728?term=NCT04368728&amp;draw=2&amp;rank=1">https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT04368728?term=NCT04368728&amp;draw=2&amp;rank=1</a></p>
<p>8) Cfr. <a href="https://apps.who.int/iris/rest/bitstreams/1327316/retrieve">https://apps.who.int/iris/rest/bitstreams/1327316/retrieve</a></p>
<p>9) Cfr. <a href="https://www.ema.europa.eu/en/documents/rmp-summary/comirnaty-epar-risk-management-plan_en.pdf" rel="noreferrer noopener" target="_blank">https://www.ema.europa.eu/en/documents/rmp-summary/comirnaty-epar-risk-management-plan_en.pdf</a></p>
<p>10) Cfr. «Varianti, servirà un nuovo vaccino», A. Caperna, Il Giornale, 4 ottobre 2021</p>
<p>11) Vedi Rapporto Oxfam International, pag. 36</p>
<p>12) Il Consiglio d’Europa, nato nel 1949, è un’organizzazione internazionale che promuove la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto; è composto da 47 Stati membri ed è un organo indipendente dall’Unione europea</p>
<p>13) Cfr. <a href="https://pace.coe.int/en/files/29004/html" rel="noreferrer noopener" target="_blank">https://pace.coe.int/en/files/29004/html</a></p>
<p>14) Abbiamo già parlato di blockchain in relazione ai bitcoin: le caratteristiche tecniche restano le medesime. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" rel="noreferrer noopener" target="_blank"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56, febbraio 2018</p>
<p>15) Cfr. Disposizioni attuative dell’articolo 9, comma 10, del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52</p>
<p>16) Disposizioni attuative dell’articolo 9, comma 10, del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, art. 16</p>
<p>17) Tutti i virgolettati di questa parte dell’articolo sono tratti da: Michel Foucault, <em>Sorvegliare e punire</em>, Einaudi</p>
<p>18) La disciplina sui corpi è iniziata con le limitazioni alla libertà di movimento; l’obbligo di certificare per iscritto il proprio essere fuori di casa tramite un modulo da portare con sé e da esibire, se richiesto, alle forze di polizia; l’imposizione di mascherine e di un distanziamento tra persone. Anche il rituale del bollettino giornaliero sul numero dei contagiati e dei morti rientrava nel meccanismo disciplinatorio: dati privi di coerenza sistemica avevano l’obiettivo di continuare a spaventare una popolazione già totalmente disorientata, rendendola ancora più arrendevole alla disciplina. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/" rel="noreferrer noopener" target="_blank"><em>Covid-19. Lockdown</em></a>, Paginauno n. 67, aprile 2020</p>
<p>19) Cfr. <a href="https://www.lastampa.it/cronaca/2021/07/20/news/speranza-vaccino-essenziale-anche-sotto-i-40-anni-36-milioni-di-green-pass-scaricati-fino-ad-oggi-1.40517764">https://www.lastampa.it/cronaca/2021/07/20/news/speranza-vaccino-essenziale-anche-sotto-i-40-anni-36-milioni-di-green-pass-scaricati-fino-ad-oggi-1.40517764</a></p>
<p>20) Cfr. <a href="https://www.adnkronos.com/green-pass-speranza-strumento-anti-restrizioni-gia-scaricati-41-3-mln_4pPX4QasGLTwn7c96t1TiN" rel="noreferrer noopener" target="_blank">https://www.adnkronos.com/green-pass-speranza-strumento-anti-restrizioni-gia-scaricati-41-3-mln_4pPX4QasGLTwn7c96t1Ti</a></p>
</div>
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</li>
<li>
<h1><a style="font-size: 13px;" href="https://rivistapaginauno.it/author/giovanna-cracco/">Giovanna Cracco</a></h1>
<ul>
<li><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" rel="noreferrer noopener" target="_blank" data-type="post" data-id="5522"><em>(Paginauno n. 74, ottobre <em>–</em> novembre 2021</em>)</a></strong></li>
</ul>
</li>
</ul>
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		<title>La svolta dell&#8217;Eur</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Nov 2021 10:18:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Eur]]></category>
		<category><![CDATA[No Green Pass]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Bravo]]></category>
		<category><![CDATA[Sindacati]]></category>

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		<description><![CDATA[La svolta dell&#8217;Eur di Salvatore Bravo E il primo diritto innato del capitale è l’eguale sfruttamento della forza-lavoro Il 24 gennaio 1978 sulla Repubblica Lama segretario della CGIL dal 1970 al 1986 in un’intervista intitolata “Lavoratori stringete la cinghia” espone la nuova posizione della CGIL coerente con la svolta dell’EUR del 1978. Il sindacato prende [...]]]></description>
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<h1></h1>
<h1></h1>
<h1>La svolta dell&#8217;Eur</h1>
<h3>di Salvatore Bravo</h3>
<p><strong>E il primo diritto innato del capitale è l’eguale sfruttamento della forza-lavoro</strong></p>
<p>Il 24 gennaio 1978 sulla Repubblica Lama segretario della CGIL dal 1970 al 1986 in un’intervista intitolata “Lavoratori stringete la cinghia” espone la nuova posizione della CGIL coerente con la svolta dell’EUR del 1978. Il sindacato prende atto delle mutate condizioni storiche e scende a compromesso con il modo di produzione capitalistico, usa il linguaggio del capitale, abbandona ogni ipotesi rivoluzionaria e partecipativa per scegliere il compromesso con cui “salvaguardare” i lavoratori e l’occupazione. Ai lavoratori è richiesto il ridimensionamento delle rivendicazioni salariali e sociali per non gravare sui costi dell’azienda, si deve “proteggere l’azienda” per consentire il diritto al lavoro. Operai e impiegati devono, dunque, collaborare col capitalista: è il declino complice dei corpi medi e della democrazia sociale che si realizza senza fraintendimenti con l’abbraccio tra Landini e Draghi. L’abbraccio di Draghi è l’artiglio del dominatore che cala sul dominato, le gerarchie sono visibili nella dinamica di quell’abbraccio. Le premesse erano già scritte nell’intervista a Lama:</p>
<p>“<em>Che la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. Nel nostro documento si stabilisce che la Cassa assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi che debbono essere decisi di volta in volta dalle commissioni regionali di collocamento (delle quali fanno parte, oltre al sindacato, anche i datori di lavoro, le regioni, i comuni capoluogo). Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza</em> (…). <em>Noi siamo tuttavia convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida. L’economia italiana sta piegandosi sulle ginocchia anche a causa di questa politica. Perciò, sebbene nessuno quanto noi si renda conto della difficoltà del problema, riteniamo che le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare”</em></p>
<p>In questi decenni la svolta dell’EUR ha allungato le sue ombre, i “no” che non sono stati detti ai padroni sono diventati il terreno di oscure complicità che hanno portato il sindacato dei diritti (Trentin) all’abbraccio con i padroni e i banchieri. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 vi è stata un’accelerazione formidabile in questa direzione, la globalizzazione si è trasformata nell’occasione per rigerarchizzare e precarizzare il lavoro. La logica sottesa è sempre quella della svolta dell’EUR, per difendere l’occupazione bisogna stringere la cinghia, solo che ora non vi è più nulla da stringere, il capitale è una sanguisuga che non ha il senso del limite, ma si prende tutto, come ci ha insegnato Marx nel <em>Capitale.</em></p>
<p>Il green pass è il catalizzatore di proteste, è il sintomo della malattia profonda del mondo del lavoro che non è rappresentato: i lavoratori sono oggetto di logiche padronali e oligarchiche, non sono persone, ma braccia e teste da usare e buttar via, rimane solo l’immensa solitudine del lavoratore. La Costituzione è vilipesa e con essa il popolo. In ogni articolo della Costituzione è riconosciuta la dignità della persona, si esplicita il rispetto della volontà e dell’autonomia del cittadino. Il ricatto vaccinale è l’ultimo in ordine di tempo tra le pressioni indebite che umiliano i cittadini rendendoli sudditi.</p>
<p>L’abbraccio di Landini con Draghi è la verità della CGIL e del nostro tempo storico, ma ogni nuovo “incipit” comincia con la consapevolezza del proprio tempo storico. Nel VI paragrafo del primo libro del <em>Capitale</em> Marx scrive:</p>
<p>“<strong>E il primo diritto innato del capitale è l’eguale sfruttamento della forza-lavoro</strong>”.</p>
<p>Da questo bisogna iniziare per capire il presente.</p>
<p>Le violenze a Roma e Milano del 9 ottobre che il giornalismo di regime ha liquidato come no vax, sono il sintomo di un malessere diffuso nel paese, di uno scollamento schizoide tra base elettorale e rappresentanza. L’astensione massiccia alle elezioni amministrative è stato il primo sintomo di un governo arroccato sulla finanziarizzazione oligarchica della vita biologica e del quotidiano. Il silenzio di un governo cieco e sordo che non intende dialogare e prendere atto della complessità del disagio sociale e tratta ogni opposizione con sprezzante iattanza, nel momento massimo del suo successo potrebbe riportare non solo una sconfitta, ma rimettere in moto il cammino della storia. I politici nella TV, sempre più di Stato e meno pubblica, si limitano a condannare in modo stereotipato quanto è accanto veicolando l’attenzione su Forza Nuova, gridando: “Al lupo al lupo! I fascisti alle porte”. Si occultano le responsabilità del ministro dell’interno, si diffonde il sospetto che l’azione sia stata strumentale a rafforzare lo stato di emergenza. Se il riduzionismo interpretativo si limita a convogliare l’attenzione sui fascisti e a descrivere gli eventi senza concetto e discussione il pericolo è la crisi totale della democrazia, quest’ultima è viva nella fiducia e nella partecipazione. La strategia della tensione che sembra delinearsi logora ulteriormente la democrazia. Vi può essere dittatura anche in democrazia, se quest’ultima è solo forma senza sostanza. Dinanzi alla crisi di rappresentanza e dei corpi medi non bisogna disperare, ma bisogna rivolgere l’attenzione e l’impegno verso le forze di resistenze presenti nella nazione. Riportare la politica al centro è l’unico modo per limitare e respingere l’avanzata della reazione sostenuta da una popolazione disinformata e glebalizzata. “Nessun Dio verrà a salvarci”, ma abbiamo una grande occasione, lo spirito della storia (<em>Geist</em>) è davanti a noi, il lungo processo di annichilimento dei corpi medi si è concluso, ora è necessario prendere atto della verità e ricostruire la democrazia nei suoi fondamenti etici e sociali. Il comunismo democratico trattato come un cane morto può risorgere dalle sue ceneri, sta a noi contribuire alla sua ricostruzione.</p>
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		<title>Liberarsi del dominio e non delle identità di genere.</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2021 16:55:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Bene]]></category>
		<category><![CDATA[Identità di genere]]></category>
		<category><![CDATA[Male]]></category>
		<category><![CDATA[Nichilismo]]></category>
		<category><![CDATA[Onnipotenza]]></category>
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		<description><![CDATA[Salvatore Bravo Liberarsi del dominio e non delle identità di genere. La libertà non è la pratica del nulla, ma la tensione tra le identità, il cui fine è conoscersi per donarsi L’indifferenziato L’indifferenziato è la nuova frontiera del capitalismo assoluto, normare ed omogeneizzare sono strumenti con cui l’economicismo trasforma il diritto al riconoscimento delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4></h4>
<h4><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/05/f23529f51b3722b8eddb7bd3de3ef00d.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7375" title="f23529f51b3722b8eddb7bd3de3ef00d" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/05/f23529f51b3722b8eddb7bd3de3ef00d-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a></h4>
<h4></h4>
<h4>Salvatore Bravo</h4>
<h4>Liberarsi del dominio e non delle identità di genere.<br />
La libertà non è la pratica del nulla, ma la tensione tra le identità,<br />
il cui fine è conoscersi per donarsi</h4>
<p><strong>L’indifferenziato</strong><br />
L’indifferenziato è la nuova frontiera del capitalismo assoluto, normare ed omogeneizzare sono strumenti con cui l’economicismo trasforma il diritto al riconoscimento delle differenze in “indifferenza programmata”. Il capitalismo assoluto deve governare le differenze, le deve evirare dei loro contenuti per strumentalizzarle. Dietro la cortina di ferro dell’esaltazione delle differenze difese da una pluralità di statuti giuridici si cela la paura del diverso. Ogni diversità autentica è una prospettiva sul mondo, reca in potenza la possibilità di favorire il materializzarsi pubblico delle contraddizioni del sistema. Esse indicano un altro modo di vivere, denunciano con la loro esistenza che il presente non è tutto, ma è il configurarsi di un periodo storico nel quale la vita è offesa dalla crematistica, dalla disintegrazione di ogni identità comune. Il capitalismo assoluto ha ribaltato l’essere in nulla per eternizzarsi, per neutralizzare ogni prassi. Il capitalismo assoluto ha organizzato un nuovo totalitarismo, si usano le parole dell’emancipazione e il piacere congiunto al desiderio di onnipotenza per ipostatizzare il presente. Si utilizzano le indubitabili sofferenze e contraddizioni del passato per impossessarsene e consolidare il sistema capitale. Vi è uno spostamento del dispositivo repressivo, le differenze sono acclamate, sono obbligate a dichiararsi per essere strumentalizzate all’interno della logica dei consumi. Solo la visione d’insieme restituisce l’immagine ed il fondamento che guida le differenze: devono emergere per omologarsi nell’infinito piacere, nel consumo tracotante che consente al capitale di espandersi. La questione gender è interna a tale logica, svuotare ogni differenza per legittimarle tutte consente di spazzare via con la famiglia, i legami stabili per favorire forme di individualismo liquido: esseri umani senza identità, senza ruoli, negati nella loro differenza fisica sono liberati da ogni responsabilità-progettualità per entrare nella precarietà lavorativa organica alle identità liquide. La precarietà di genere e lavorativa diviene un corpo unico, in tal modo “i precari” del nuovo mondo possono muoversi all’interno del dispositivo della precarietà con assoluta normalità ed indifferenza. Nella condizione attuale le persone omosessuali sono discriminate diversamente dal passato, poiché le si usa come modello per legittimare la precarietà affettiva che introduce al consumo senza limiti. Non sono trattate da “persone”, ma come atomi che si aggregano e disgregano, in modo da diventare “archetipo dell’emancipazione” ed “educare” al nuovo modello sociale ed economico. La nuova emancipazione neoliberista non parte dalle condizioni materiali del soggetto, in cui vi è la condizione sociale, il gruppo di appartenenza e il genere, ma dal concetto di individuo: definizione generica che vorrebbe eliminare ogni identità, in nome di una libertà nullificante e nullificatrice. Coloro che identificano l’omosessualità come la causa di ogni male, non hanno la chiarezza del problema, spostano la loro attenzione sull’effetto, rimuovendo la causa, ed in questo gioco di rimandi volutamente o in modo ideologico conservano il sistema attuale. Si soffermano sui sintomi per evitare di affrontare la causa profonda del problema. La teoria gender la si può comprendere solo all’interno della cultura scettica e storicista, secondo la quale non vi è che il tempo della storia ad annichilire forme e culture, pertanto nega l’esistenza della natura umana e con essa ogni fondamento veritativo. Lo scetticismo filosofico è promosso in ogni istituzione educativa, che diviene il centro di trasmissione e giustificazione del capitalismo assoluto. Uomini e donne hanno, sicuramente, gli stessi diritti, ma nel riconoscimento della differenza: il corpo non è un semplice accidente, ma condiziona senza determinare rigidamente ruoli e comportamenti. Una società plurale vive della dialettica tra diversi modi di ascoltare il mondo, la complementarietà è un valore che educa all’integrazione. Le differenze naturali non sono la fonte della discriminazione, ma l’uso ideologico delle differenze ha determinato rigidità dei ruoli e tragedie</p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Il male e l’onnipotenza</strong><br />
Eliminare la natura umana, in nome della libertà, è la piena realizzazione di un nuovo nichilismo, il quale ha dismesso i panni della critica sociale e della trasgressione concettuale per affermare una nuova forma di “conservazione”. Dominare con il mito del piacere e dell’eccesso è un nuovo tipo di autoritarismo mascherato ed occulto difficile da individuare e comprendere. La fuga dalla natura umana per il paradiso edenico dell’identità liquida comporta la fuga da ogni responsabilità sociale e comunitaria, per cui non resta che l’esperienza del piacere e dell’eccesso da cui il capitale trae plusvalore. L’illimitatezza è il mezzo con cui il modo di produzione attuale trae il profitto ed i capitali per attuale le logiche di sussunzione. Gli uomini non sono più utili, sono espressione dell’ apparato simbolico del limite, pertanto si associa il maschio al male. La figure maschile è sempre stata l’autorità etica, che a prescindere dalle sue forme storiche, ha dato forma ad ogni civiltà con la collaborazione simbolica dell’archetipo femminile. Eliminare uno dei due poli significa desimbolizzare per istituzionalizzare una società di atomi senza destino, storia e progetto. Esseri senza idee e senza valori sono facilmente dominabili e molto condizionabili. La libertà assoluta è il mezzo culturale utilizzato dal capitalismo assoluto per il consenso: si coltiva l’illusione dell’onnipotenza. Ogni figura simbolica che rappresenta il limite, la forma, la progettualità è abbattuta. La figura paterna è perennemente sotto attacco in nome della libertà senza freni. La figura maschile è rappresentata come mostruosa, è la presenza patologica che impedisce la piena e totale realizzazione della felicità in terra. La violenza è solo al maschile, si occulta la quotidiana violenza delle differenze di censo, della precarietà, dei diritti sociali negati e si incanala l’aggressività verso gli uomini, a cui si chiede di rinunciare di essere tali, per essere copia del femminile.</p>
<p><strong>Desimbolizzare e pregiudizi</strong><br />
L’omosessualità è utilizzata per indicare la nuova via da seguire, il nuovo modello da cui gli uomini devono imparare “la convivenza civile”. Si tratta di un’omosessualità edulcorata, le persone omosessuali sono rappresentate secondo stereotipi utili a destabilizzare la comunità. La fuga da ogni ordine simbolico ha l’effetto di partorire una nuova visione antropologica: l’essere umano è <em>causa sui,</em> non ha legami con la comunità, né con il passato, non ha doveri. La nuova e unica legge a cui ci si deve attenere è il proprio immediato desiderio. Regressione generale ad uno stadio preedipico e dominio sono il fondamento del capitalismo assoluto. I padri di famiglia con annessi significati simbolici sono destituiti di ogni autorevolezza ed autorità. Non restano che le donne perennemente vittime, e nel contempo obbedienti all’inclusione. Il capitale le usa per “stabilizzare” la precarietà e ne sollecita la liberazione da ogni vincolo. La santificazione delle donne è menzognera, le donne sono persone e quindi possono essere violente come gli uomini e specialmente diversamente: l’aggressività delle donne è più spirituale per una naturale differenza fisica. La storia e l’attualità non dimostrano che le donne in posizioni di potere siano “eticamente” migliori degli uomini, anzi, paiono più determinate e meno propense all’ascolto ed al compromesso. L’illusione di onnipotenza diventa presto incubo, le nuove generazioni sono senza padri e senza madri, sono gli eredi di un mondo desimbolizzato. La tragedia etica è nel nostro quotidiano, giovani senza padri, madri e maestri difficilmente potranno generare famiglie o ideologie di resistenza sono consegnati ad una solitudine impari nella quale scorgono solo la presenza delle merci. Ogni essere umano si forma avendo come punto di riferimento dei modelli, con cui confliggere e confrontarsi, ma fondare una personalità sull’autogenerazione significa rinunciare alla “cura dell’altro” per consegnarlo al caos informe delle pulsioni. Una società senza generi non è l’equivalente di una società senza classi, ma è la compiuta peccaminosità in atto: il regno dell’eccesso e dell’informe non può che produrre una nuova inedita forma di barbarie. La libertà in questa cornice è la violenza deregolamentata, la legge del più forte utilizzata da “esseri camaleontici”. Uscire dal linguaggio del capitale per decodificarlo e riportarlo alla sua verità strutturale e materiale è il primo passo per uscire dall’inutile guerra dei generi. È necessario orientarsi verso il vero nemico che assimila e destruttura natura e personalità mostrandosi “diabolico”, nel significato etimologico della parola, ovvero, divisorio. Per riprendere il percorso di emancipazione è indispensabile dissipare le fumisterie con cui il capitale inganna i suoi sudditi solleticandone la fuga verso un Eden intessuto di autodistruzione. Bisogna liberarsi del dominio e non delle identità di genere. La libertà non è la pratica del nulla, ma la tensione tra le identità, il cui fine è conoscersi per donarsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La DAD nel futuro</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2021 16:55:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Dad]]></category>
		<category><![CDATA[Destra]]></category>
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		<description><![CDATA[La DAD nel futuro di Salvatore Bravo La DAD malgrado il suo effettivo fallimento didattico è oggi lo scorcio attraverso cui intravedere il futuro della della pubblica istruzione e della democrazia. Dalla DAD non si torna indietro ripetono da destra come da sinistra, non ci sono voci dissenzienti o critiche, ma solo precisazioni e diverse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><img style="font-size: 13px;" src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories11/unnamedjii74wu.jpg" alt="unnamedjii74wu" width="300" height="224" /></h1>
<h1></h1>
<h1>La DAD nel futuro</h1>
<h3>di Salvatore Bravo</h3>
<div></div>
<h1></h1>
<h1><span style="font-size: 13px;">La DAD malgrado il suo effettivo fallimento didattico è oggi lo scorcio attraverso cui intravedere il futuro della della pubblica istruzione e della democrazia. Dalla DAD non si torna indietro ripetono da destra come da sinistra, non ci sono voci dissenzienti o critiche, ma solo precisazioni e diverse sfumature nella concordia generale. Dove manca l’opposizione non vi è democrazia, il dibattito assente indica che siamo da decenni nella post democrazia: la crisi delle grandi narrazioni filosofiche e politiche ha coinvolto anche i valori democratici. L’istruzione struttura portante degli Stati democratici affonda con essa, e nessuno, pare, voglia salvarla. Si distrugge la sua essenza formativa inneggiando all’innovazione continua, alla fuga dal vecchio per nuovi orizzonti.</span></h1>
<p>Si assiste al plauso generale, non si rilevano limiti nell’azione didattica, ma l’unico problema evidenziato, in genere, è relativo all’l’erogazione del servizio non fruibile a tutti gli studenti. La discussione non verte sulla qualità dell’insegnamento, ma sul mezzo, sulla sua efficienza e sulla rete. Le rimostranze dei sindacati sono anch’esse limitate alla “democratizzazione” del mezzo senza discutere sulla qualità dell’istruzione.</p>
<p>Chiunque abbia esperienza della DAD constata quanto la distanza e le videolezioni contribuiscano ad un livello di attenzione molto basso, le ore contratte facilitano contenuti diluiti, le interrogazioni promuovono, è il caso di affermare, “gli intraprendenti” che grazie a una serie di piccoli accorgimenti riescono a superare le prove.</p>
<p>La socializzazione è nulla, per cui la vivacità intellettuale possibile nelle classi è sostituita da una pacifica indifferenza. Il rispetto dell’istituzione declina nella commistione degli ambienti privati con il pubblico. Il Ministro dell’istruzione tuona, afferma che l’errore è stato utilizzare le stesse modalità che si usano in classe nella didattica a distanza. Si dovrebbe procedere per approfondimenti ed uso delle fonti informatiche. Il cartaceo scompare, al suo posto restano le fonti virtuali che gli alunni, già usano, per un veloce copia ed incolla. Il Ministro non lo sa, ma il sogno di una didattica nuova e veloce è tra di noi, da non poco, nella sua tragica ignoranza che favorisce il declino della democrazia. Vi è democrazia dove vi sono contenuti, senza di essi vi è il semplicismo dell’inclusione adattiva, la quale è quanto di più estraneo alla democrazia ed al dettato costituzionale. La scuola è stata il motore della democrazia, ora spetta ad essa essere lo strumento d’involuzione della stessa. Il testo del neoministro “Nello specchio della scuola” sciorina dati di natura economica e aziendale, la scuola è rappresentata come un corpo che dev’essere assimilato dall’economia liberista, la quale esige e ordina di avere factotum e precari da usare, i quali devono essere istruiti alle sole tecnologie. La scuola da luogo che legge il mondo per ripensarlo diviene luogo dell’adattamento inclusivo in nome dell’azienda. La formazione integrale della persona che prescinde il mercato e qualsiasi sistema economico è sostituita dalle tecnologie, pertanto primario diviene il fare senza il pensare. Si va a scuola, dunque, per imparare il linguaggio del mercato:</p>
<p>“<em>Tuttavia è proprio nella crisi più profonda che si predispongono le condizioni per le trasformazioni più radicali, e infatti proprio negli anni fra il 2009 e il 2012 si creano le condizioni per il nuovo salto, che si concretizzerà nel passaggio alle tecnologie di connessione di 4a generazione (4G), quello – per intenderci – dal telefonino per scambiare messaggi vocali allo smartphone che permette di inviare video, foto e soprattutto dati –moltissimi dati. Sono gli anni in cui Microsoft (1975), Apple (1976), Amazon (1997), Google (1998) e Alibaba (1999) si riposizionano sul mercato del web, generando piattaforme che divengono gli snodi centrali del mercato mondiale degli scambi. Ugualmente, imprese come Facebook (2004), YouTube (2005), Airbnb (2007), Uber (2009), WhatsApp (2009) e Instagram (2010), nate per fornire servizi specifici online, si affermano come aziende globali; e proprio basandosi su queste piattaforme entrano poi sul mercato decine di imprese, essenzialmente americane o cinesi, che offrono minuto per minuto servizi con un’estensione e una specializzazione impensabili anche solo per la generazione precedente. Secondo le stime di Ericcson, dal 2010 al 2019 il volume di exabyte scambiati mensilmente da apparati mobili (unità di misura dell’informazione o della quantità di dati trasmessi pari a un miliardo di miliardi di byte) sale da poco più di zero nel 2010, quando prevaleva ancora la voce, a circa 2 nel 2013, a 8 nel 2016 e a 20 nel 2019, con una crescente rilevanza dei video e dei dati. Tuttavia proprio in quegli anni l’Italia registra la sua crisi più grave, perché mentre a livello internazionale si stava delineando un profondo cambiamento strutturale, che ha aperto la via a una nuova economia basata sulla digitalizzazione della produzione e degli scambi, il nostro paese sprofondava nella crisi fiscale dello Stato, con un deficit e un debito il cui peso sottraeva risorse a educazione e ricerca e quindi a quell’innovazione necessaria per capire e affrontare la trasformazione dell’economia e della società<a name="sdfootnote1anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote1sym"></a>1”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>A scuola di capitale</strong></p>
<p>Dalla scuola l’azienda deve attingere “il capitale umano”, essa diviene servizio al mercato nei fatti e non certo alla Repubblica, alla crescita umana della comunità e della persona, a scuola si deve imparare a parlare il linguaggio liberista. Il processo era già in corso (debiti, crediti, offerta formativa, PCTO), ora si completa la mutazione. La politica al servizio dell’economia “dona” un altro pezzo vitale dello Stato al mercato:</p>
<p>“<em>L’ultima considerazione fa riferimento alla pubblicazione il 19 giugno 2020 da parte della Commissione europea del </em><em>Digital Economy and Society Index </em><em>(DESI), cioè dell’indice composto che misura le capacità e le competenze di cui dispone un paese in ambito digitale (figg. 2 e 3). Tenendo conto di condizioni di connettività, disponibilità di capitale umano e competenze adeguate, uso dei servizi di internet, integrazione delle tecnologie digitali e servizi pubblici digitali, la Commissione europea classifica l’Italia fra gli ultimi in Europa, seguita solo da Romania, Grecia e Bulgaria. Tuttavia, se nella connettività il nostro paese è appena sotto la media europea, è proprio nella disponibilità di competenze e capitale umano adeguato che l’Italia risulta definitivamente ultima fra i paesi europei, rendendo esplicito il grado di impreparazione con cui il nostro paese si è presentato all’appuntamento con la rivoluzione digitale e da ultimo con lo spettro del COVID-19<a name="sdfootnote2anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote2sym"></a>2”.</em></p>
<p>Il capitale umano va addestrato alle competenze, al coding, all’inglese ad uso delle transazioni, si deve delicealizzare per avere una popolazione scolastica debolmente istruita nei contenuti, ma veloce nell’obbedienza. Si guarda con simpatia anche alla riduzione del ciclo delle scuole superiori in modo da far entrare velocemente “nuovi disoccupati” pronti all’uso nel mercato. Il modernismo rivela le sue falle: con le nuove tecnologie i disoccupati aumenteranno, con la competizione globale la precarietà sarà la legge sovrana della nuova inclusione allo Stato-mercato:</p>
<p>“<em>Lo studio economico dei sistemi educativi emerge come disciplina nei primi anni sessanta del Novecento, ma il suo concetto fondamentale, come rileva Psacharopoulos [1987, XV], risale a un’attenta lettura di Adam Smith, che individua già nella </em><em>Ricchezza delle</em><em> </em><em>nazioni </em><em>come il capitale umano sia il fattore dinamico dell’organizzazione della produzione: Smith ritiene infatti che le persone, oltre a una conoscenza di base, possano apprendere dallo stesso lavoro che stanno realizzando, cosicché all’aumentare delle attività aumenta la capacità di specializzarsi e nel contempo di ricercare complementarità con gli altri lavoratori coinvolti nello stesso ciclo produttivo; questo determina un’efficienza dinamica che dipende sia dal livello di istruzione di base, sia dalla capacità di gestire in maniera sistematica un processo di apprendimento. Gli investimenti in educazione di base e continua sono fondamentali per la formazione del capitale umano necessario per generare quegli aumenti di produttività che determinano l’accelerazione nella crescita economica di un paese<a name="sdfootnote3anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote3sym"></a>3”.</em></p>
<p>L’economista filosofo di riferimento è Adam Smith, il quale ha insegnato nei suoi scritti che l’egoismo è la ragion sufficiente di ogni comportamento e anche l’empatia non è partecipazione comunitaria, ma strategia emotiva per comprendere il cliente, Adam Smith è il punto di riferimento della scuola che verrà. Viviamo in un’epoca smithiana, la persona è sostituita dal cliente, la società dall’azienda. Imperano le passioni tristi e le violenze quotidiane, di cui il sistema mercato non vuole assumersi responsabilità alcuna. L’unica povertà a cui si deve far fronte è la povertà digitale alla quale con un atto di fede i ministranti dell’economia chiedono la soluzione di ogni problema:</p>
<p>“<em>Il taglio delle risorse all’istruzione avviene nella difficile fase di uscita dalla crisi del 2008-9, che coincide in tutti i paesi con la riorganizzazione produttiva e con il passaggio tra le tecnologie 3G e 4G, che ha ridisegnato il mercato a livello globale e determinato i riposizionamenti competitivi nella nuova industria, centrata sull’emergere di nuove competenze e nuovi saperi. Mentre in Germania si affrontavano la crisi e il rilancio dell’economia investendo in educazione, in Italia si tagliava sull’istruzione, mantenendosi poi per anni su un livello di sussistenza. Qui si colloca la radice del ritardo italiano. Il taglio della spesa per l’educazione proprio nel momento del rilancio e del passaggio di tecnologia ha inciso sullo sviluppo delle tecnologie digitali e soprattutto sulle competenze, pregiudicando la ripresa dell’economia e lasciando spazio per una nuova povertà educativa che scava fossati fra Nord e Sud del paese. Confrontando questi dati con gli esiti del sistema educativo riportati in precedenza, e in particolare con i dati sulla nuova povertà educativa e sul ritardo nelle competenze digitali, appare chiaro perché siamo arrivati impreparati all’emergenza COVID-19<a name="sdfootnote4anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote4sym"></a>4”.</em></p>
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<p><strong>Autonomia per il “Territorio”</strong></p>
<p>L’autonomia scolastica contribuirà alla soluzione dei problemi economici trasformando la scuola in istituzione al servizio del Territorio (azienda). In questi decenni di autonomia la scuola ha perso prestigio e capacità formativa, è dispersa e umiliata dalla competizione per raccattare iscritti, per impedirne la fuga alla ricerca della scuola facile dai voti “gratificanti”: professori e maestri sono al servizio di genitori e figli che li trattano come domestici di infimo livello. Si umilia il pubblico in nome di interessi privati. La cultura dell’azienda ha già delicealizzato la scuola, l’ha resa povera nei contenuti e debole con i clienti. Si vuole puntare ad un ulteriore “salto qualitativo” dal quale non si tornerà indietro. In gioco è la democrazia, la quale rischia di soccombere cannibalizzata dall’impresa. Il senso critico esige un lungo percorso formativo, contenuti e disciplina. Si utilizza la parola “critica”, nei testi dei pedagogisti funzionali alla struttura economica, per strutturare una formazione veloce ed epidermica, senza idee, sostanzialmente adattiva, ma tale finalità è ammantata col velo di Maya della critica svuotata di significato rigore e senso:</p>
<p>“<em>L’apparato normativo approvato nel 1997 si configurava come strumento per la progettazione e realizzazione di un’offerta didattica che potesse rispondere ai bisogni degli studenti, tenendo insieme sia una dimensione </em><em>nazionale</em><em>, che doveva nello spirito della legge avere una dimensione unitaria, di garanzia e di valutazione, sia una </em><em>territoriale</em><em>, in cui la scuola si inseriva nella propria comunità locale, divenendone motore e riferimento per i ragazzi, le famiglie, le istituzioni, la società tutta. Questo vigoroso impianto tuttavia si è progressivamente insabbiato in una struttura che ha continuato a basarsi su una modalità organizzativa centralizzata, che di fatto ha ostacolato il trasferimento ai territori e alle istituzioni scolastiche di tutte le competenze per potersi muovere in autonomia. È di quell’autonomia responsabile e solidale che oggi abbiamo bisogno per andare oltre l’emergenza COVID-19. Un’emergenza che, per essere affrontata, richiede responsabilità, flessibilità e semplificazione amministrativa, che dell’autonomia costituiscono i principi base<a name="sdfootnote5anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote5sym"></a>5”.</em></p>
<p>I Patti educativi sono lo strumento con cui privare la scuola della sua finalità educativa per consegnarla alle aziende del Territorio che condizioneranno programmi e finalità. I Patti educativi sono un contratto che destabilizza gli ultimi residui di comunità in nome della scuola azienda che pare sia il luogo irenico dove le personalità devono formarsi:</p>
<p>“<em>L’idea dei Patti educativi di comunità è quindi di aprire alla scuola reali spazi di arricchimento formativo e, a un tempo, rendere la comunità corresponsabile dell’educazione dei giovani, dando piena attuazione alla legge sull’autonomia. Qui diviene cruciale il rapporto con l’università e i centri di ricerca, che devono avere la possibilità di costruire relazioni più strette con la scuola, in modo da garantire un «travaso» continuo dei loro studi e la loro messa a disposizione di un sistema educativo che deve poterli tradurre – soprattutto per quanto riguarda le materie scientifico-tecnologiche (</em><em>Science, Technology,</em><em> </em><em>Engineering and Mathematics</em><em>, STEM), cioè quelle più legate all’evoluzione delle scienze sperimentali – nella capacità di lavorare in gruppo per risolvere problemi complessi. Del resto, le imprese che stanno affrontando oggi la transizione verso la Quarta rivoluzione industriale richiedono proprio queste competenze – le cosiddette </em><em>soft skills </em><em>–, basate sull’antico principio già chiarito da Adam Smith secondo cui l’efficienza non nasce dalla specializzazione individuale, ma dalla capacità di rendere fra loro complementari le singole specializzazioni, in un contesto che sappia affrontare e risolvere problemi complessi e inediti<a name="sdfootnote6anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote6sym"></a>6”.</em></p>
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<p><strong>Fine dell’Umanesimo</strong></p>
<p>L’istruzione professionale andrebbe elevata immettendo nei curricula degli studenti formazione umanistica e filosofica, tali studenti sono deficitari dello strumento lingua senza il quale non vi è democrazia, invece si punta ad estendere la formazione professionale e tecnologica a tappeto per ridurre il pensiero astratto e la sua capacità di problematizzare. La scuola deve diventare un immenso campo di preparazione al lavoro che non c’è e ci sarà sempre meno:</p>
<p>“<em>Il rilancio della formazione professionale diviene essenziale non solo per offrire ai giovani prospettive concrete di realizzazione lavorativa e umana, contribuendo in maniera significativa a ridurre la dispersione di risorse e di talenti, ma anche per garantire la crescita alle imprese che hanno necessità di specifiche competenze tecniche accompagnate da capacità di giudizio e visione, che permettano al singolo di affrontare anche fasi di rapido cambiamento<a name="sdfootnote7anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote7sym"></a>7”.</em></p>
<p>Il senso critico esige informazioni e strutture concettuali e linguistiche da usare in modo divergente, sembra, invece che siano un limite, si sa “con la cultura non si mangia”, e l’essere umano è solo un consumatore che divora e produce. La cultura umanistica dev’essere un orpello, un retaggio residuale del passato al servizio della nuova religione scientifica, ma senza di essa non vi è comunità, né creatività: i più grandi scienziati sono stati grandi umanisti, poiché i linguaggi plurali alimentano il senso critico:</p>
<p>“<em>Liberata dall’obbligo di fornire soprattutto nozioni, proprio in questa situazione la scuola torna a essere necessaria in quanto «maestra di vita», dovendo insegnare ai ragazzi a comprendere fenomeni complessi su cui esercitare una capacità di giudizio, che permetta loro di affrontare situazioni incerte e difficili con la capacità di costruire comunità, che possano usare tutti gli strumenti offerti dalla tecnologia senza esserne usati. Questo richiede una scuola che investa di più in cultura scientifica, non in opposizione alla cultura umanistica, ma che integri le conoscenze relative alle STEM in una visione della persona che deve potersi fondare su una cultura dell’uomo e della società che costituisce la base del sapere. Disporre di una solida formazione matematica significa aumentare il nostro grado di libertà nei confronti delle tecnologie che oggi dominano la nostra vita. Significa aumentare il nostro grado di comprensione di fenomeni complessi, senza cadere nella trappola di sempre nuove dipendenze tecnologiche, come chiaramente indica Carimali [2018], che esorta a cogliere il valore delle STEM nella loro integrazione con la cultura umanistica come fattore fondamentale di libertà. Se dunque l’approccio scientifico-matematico deve fornire ai giovani gli strumenti metodologici per strutturare una capacità di ragionamento più sistematico – che impieghi allo stesso tempo capacità di astrazione e strumenti di sperimentazione – le discipline umanistiche offrono a quel ragionamento la profondità che permette di posizionare i propri giudizi nel tempo e nello spazio. La tanto bistrattata storia e l’ormai dimenticata geografia divengono oggi più che mai strumenti essenziali per affrontare la complessità di eventi altrimenti incomprensibili. L’insegnamento dell’italiano serve del resto a dare a tutti «le parole per dirlo», cioè il primo strumento per esprimere con autonomia e appropriatezza un pensiero, senza che siano altri ad appropriarsi dei nostri sentimenti, parlando per noi o formulando luoghi comuni passati per buon senso<a name="sdfootnote8anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote8sym"></a>8”.</em></p>
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<p><strong>L’italiano deve insegnare a dire cosa?</strong></p>
<p>Se l’intero asse educativo è orientato verso l’azienda e le tecnologie, la parola dev’essere finalizzata, si deduce, alla compravendita. In tale cornice solo un ingenuo potrebbe pensare che si possa credere alla lingua quale mezzo per la socialità solidale. La socialità diviene con il canto e la musica (CAMPUS) di sostegno al Patto educativo con il Territorio. Si vorrebbe limitare la frammentazione individualista con momenti ricreativi, con fugaci esperienze comunitarie in una cornice di individualismo economicistico senza limiti. L’arte e la musica esigono una lunga preparazione, pertanto in tale contesto, in cui la formazione è breve e superficiale sono solo intrattenimento senza concetto:</p>
<p>“<em>È comunque in una scuola a tempo pieno che può essere sviluppato quell’insieme di attività volte a costruire una nuova socialità, a partire proprio dal momento in cui si mangia insieme, momento fondamentale per un’educazione civica nel senso più pieno del termine. Per queste ragioni il Rapporto finale ha attribuito molta enfasi alle materie CAMPUS (Computer/Coding, Arte, Musica, Polis, Sport: cfr. cap. 6, par. 4) e all’educazione alla creatività e all’affettività, da condividere e costruire con il territorio tramite i citati Patti educativi di comunità: sono questi i cardini per costruire comunità che vogliano ritrovare la via dello sviluppo dopo la crisi<a name="sdfootnote9anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote9sym"></a>9”.</em></p>
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<p><strong>Scuola e mobilità sociale</strong></p>
<p>L’immobilità sociale è causata dall’oligarchia del mercato e dalla conseguente pessima distribuzione dei poteri e delle ricchezze. La professionalizzazione della scuola comporterà precarietà culturale al servizio del mercato globale, se non si agisce sulla struttura economica dominata dal monopolio e dal privilegio derivante dai redditi, non vi può essere “merito” e “mobilità sociale”, ma pare che colpevole sia la scuola dell’immobilità sociale, pertanto urge una sua “riforma”:</p>
<p>“<em>D’altra parte la scuola sembra essere diventata un ascensore immobile, non più in grado di portare chiunque ne abbia le capacità e la volontà ai piani alti della nostra struttura economica e sociale. Come abbiamo evidenziato in precedenza, già prima della pandemia in Italia quasi un ragazzo su due aveva un diploma che non era sufficiente a garantirgli un lavoro; nel Sud solo un diplomato su tre trovava un impiego al termine degli studi; la stessa laurea non era più garanzia di crescita sociale, se poco meno di quattro laureati su dieci in Italia – ma quasi sei su dieci nel Mezzogiorno – non trovavano soddisfazione alle loro ambizioni di lavoro. Ricostruire curricula scolastici che permettano di formare i ragazzi e conquistare competenze, abilità e capacità di giudizio diviene quindi necessario, ma diviene altrettanto fondamentale che queste siano «virtù» riconosciute e condivise come condizioni necessarie per lo sviluppo dalle imprese, dalle istituzioni e dalla società tutta<a name="sdfootnote10anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote10sym"></a>10”.</em></p>
<p>Diminuendo il tempo scuola si toglie tempo per capire e capirsi, non si democratizza il sistema, perché solo nella partecipazione vi è la vera mobilità della comunità democratica che si traduce in mobilità per merito e non per provenienza sociale:</p>
<p>“<em>Bisogna domandarsi se non sia giunto il momento di portare il ciclo secondario da cinque a quattro anni innalzando l’obbligo scolastico – da raggiungere anche con percorsi professionalizzanti che portino a una qualifica – dagli attuali 16 anni (senza riconoscimento di fine ciclo) ai 17. Le molte sperimentazioni già in corso da anni sui licei quadriennali sono in questo senso confortanti. D’altra parte per coloro che seguono il percorso triennale di FP si potrebbe delineare un quarto anno – già diffuso in molte Regioni del Nord – basato sui già citati Programmi di inserimento lavorativo (PIL), cioè con un tirocinio in parte curricolare e in parte lavorativo monitorato da un docente e da un tutor aziendale o con un apprendistato formativo, che potrebbe portare a un diploma con possibilità di accesso a un ITS, completando così la filiera<a name="sdfootnote11anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote11sym"></a>11”.</em></p>
<p>La pubblica istruzione come “filiera di produzione” è la verità della storia dei nostri giorni, in cui il linguaggio unidirezionale del mercato divora ogni potenzialità critica in “senso non adattivo”. Il silenzio di molti, tra cui i docenti, consente l’affermarsi della nuova logica di mercato sul cui altare è sacrificata una lunga tradizione culturale, la democrazia ed il suo futuro. Si rammenti il discorso di Calamandrei sulla pubblica istruzione per capire il declino dell’odierna prospettiva e dei legislatori:</p>
<p>“<em>Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private<a name="sdfootnote12anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote12sym"></a>12”.</em></p>
<p>Per una scuola all’altezza della democrazia e della globalizzazione necessitiamo di formazione, e non certo della scuola smart dei nuovi padroni del capitale, del futuro e delle parole. Contro il nuovo fascismo dell’aziendalizzazione integrale che sostituisce partiti e politica con il totalitarismo dell’economicismo abbiamo bisogno di una scuola che metta al centro la comunità solidale e non certo l’azienda, perché questo possa essere la comunità tutta deve difendere la scuola, affinché non venga tradito il dettato costituzionale. L’articolo II della Costituzione fonda la Repubblica sullo sviluppo integrale della personalità contro ogni tendenza alla mutilazione programmata della stessa:</p>
<p>“<em>La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell&#8217;uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l&#8217;adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.</em></p>
<p>La comunità democratica è il luogo dove le personalità di ciascuno possano mettere in atto le potenzialità nella relazione non mercificata dai processi di reificazione. La scuola e l’istruzione costole del mercato sono la realizzazione del nichilismo che nega la persona per consegnarla come ente alle forze globali del plusvalore, con tale realtà dobbiamo confrontarci per capire il presente e deviare dalla “corrente fredda” che rischia di congelare il futuro e di inchiodare le menti alle ombre della caverna-mercato.</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5><a name="sdfootnote1sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote1anc"></a>1 Patrizio Bianchi Nello specchio della scuola Il Mulino pp. 32 33</h5>
<h5><a name="sdfootnote2sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote2anc"></a>2 Ibidem pag. 44</h5>
<h5><a name="sdfootnote3sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote3anc"></a>3 Ibidem pag. 59</h5>
<h5><a name="sdfootnote4sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote4anc"></a>4 Ibidem pag. 63</h5>
<h5><a name="sdfootnote5sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote5anc"></a>5 Ibidem pag. 68</h5>
<h5><a name="sdfootnote6sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote6anc"></a>6 Ibidem pp. 70 71</h5>
<h5><a name="sdfootnote7sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote7anc"></a>7 Ibidem pag. 79</h5>
<h5><a name="sdfootnote8sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote8anc"></a>8 Ibidem pp. 81 82</h5>
<h5><a name="sdfootnote9sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote9anc"></a>9 Ibidem pag. 82</h5>
<h5><a name="sdfootnote10sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote10anc"></a>10 Ibidem pag. 84</h5>
<h5><a name="sdfootnote11sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote11anc"></a>11 Ibidem pag. 94</h5>
<div id="sdfootnote12">
<h5><a name="sdfootnote12sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/20240-salvatore-bravo-la-dad-nel-futuro.html#sdfootnote12anc"></a>12 Discorso di Piero Calamandrei, pronunciato al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma 11 febbraio 1950</h5>
<p><em>Sinistrainrete  </em></p>
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