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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Cultura e società</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 18:12:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://d.newsweek.com/en/full/2299432/striking-gaza.jpg?w=591&amp;h=394&amp;f=ebcd4ae24676d1f0e02cb08bc7740dad" alt="Latest Opinion News &amp; Archive | Newsweek.com" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista</h1>
<h3>di Carlo Formenti</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.</p>
<p>In coda a un intervento in cui celebra l&#8217;elezione del progressista Zorhan Mamdani a sindaco di New York, Bernie Sanders attacca Trump, ma &#8220;sporca&#8221; le proprie critiche al bullo liberal fascista e ai pretoriani del MAGA con dichiarazioni che, di fatto, legittimano gli Stati Uniti come Paese democratico a fronte delle &#8220;dittature&#8221; che si oppongono all&#8217;imperialismo Usa.</p>
<p>Qualche anno fa, durante la campagna per la nomination che lo opponeva a Hillary Clinton, a Sanders scappò detta la verità: il sistema politico statunitense, denunciò, è &#8220;truccato&#8221;, nel senso che, pur mantenendo le <em>procedure formali </em>di<em> </em>un sistema democratico &#8211; attributo discutibile, ove si considerino fattori quali il sistema delle iscrizioni alle liste elettorali, che esclude larghi strati di lavoratori di colore (non solo immigrati), il sistema dei &#8220;grandi elettori&#8221;, che disinnesca la possibilità di una rappresentanza proporzionale, i costi proibitivi delle campagne elettorali, che garantiscono l&#8217;accesso alle istituzioni rappresentative solo a ricchi e super ricchi, ecc.), si è da tempo convertito in un regime oligarchico che esprime gli interessi esclusivi delle élite dominanti.</p>
<p>Gli è bastata l&#8217;elezione di Mamdani, per dimenticare questa verità e tornare a coltivare l&#8217;illusione che sia possibile rovesciare la dittatura dell&#8217;alta finanza e delle cosche criminali del deep state, che continuano ad assassinare impunemente neri e militanti di sinistra (Minneapolis è l&#8217;ultimo esempio), con qualche risultato elettorale a livello locale (ancorché di peso, come quello di New York).</p>
<p>Con ciò non intendo negare l&#8217;importanza politica di risultati del genere, bensì far presente che, in assenza di uno sconvolgimento radicale (a suo tempo, lo stesso Sanders ebbe il coraggio di parlare di rivoluzione), simili eventi non scalfiscono il dominio della macchina del potere a stelle e strisce che, per dirla con Gramsci, ha rimpiazzato l&#8217;egemonia con il dominio.</p>
<p>Questa sostituzione del dominio all&#8217;egemonia è ancora più evidente sul piano della politica estera del Moloch yankee. Ed è perciò che l&#8217;inciampo di Sanders nella seconda parte del suo intervento, dedicata appunto a tale tema, è ancora più imbarazzante. Anni fa (risalendo ancora più indietro delle sue sfortunate partecipazioni alle primarie democratiche) il nostro si lasciò scappare &#8211; peccato più grave della denuncia dei &#8220;trucchi&#8221; che falsificano il sistema elettorale Usa &#8211; alcune considerazioni positive sul regime socialista cubano. Apriti cielo: dovette fare fulmineamente marcia indietro ed evidentemente si ricorda molto bene della lezione. Infatti, dopo avere denunciato il disprezzo del diritto internazionale che Trump ha manifestato con la sua aggressione illegale al Venezuela, aggiunge che questa violazione non si giustifica nemmeno &#8220;contro un dittatore corrotto e brutale come Maduro&#8221; (sic). Proseguendo la requisitoria, scrive poi che &#8220;questa è l&#8217;orribile logica della forza che Putin ha usato per giustificare il suo brutale attacco all&#8217;Ucraina&#8221;.</p>
<p>A questo punto mi pare il caso di ribadire un paio cose:</p>
<p>1) Come ho scritto in un post pubblicato a botta calda dopo il blitz contro il Venezuela, Trump ha almeno un grande &#8220;merito&#8221;: ha fatto piazza pulita di tutte le ipocrisie propagandistiche che cianciano di &#8220;diritto internazionale&#8221;. Chi si professa si sinistra (anzi no, meglio antimperialista e anticapitalista, visto che essere di sinistra in Occidente non ha più alcuna relazione con questi due attributi) non ha il dovere di dire che il diritto internazionale &#8220;non esiste più&#8221;, bensì che non è mai esistito, perché l&#8217;unico diritto riconosciuto dal mondo capitalista occidentale è il diritto del più forte. Sanders &#8220;non può&#8221; dirlo nemmeno se lo pensa perché, essendosi auto recluso nella gabbia Dem, non può ammettere che i vari Kennedy, Johnson, Carter, Clinton, Obama si sono macchiati degli stessi crimini di Trump, anche se li hanno ipocritamente ammantati con la missione di difendere i valori della libertà e della democrazia.</p>
<p>2) Questa litania della brutale aggressione russa all&#8217;Ucraina non si può più sentire, a meno che la critica a Putin (che dal punto di vista delle procedure formali, sia detto per inciso, non è meno democratico dei regimi di Usa e Ue) non si accompagni all&#8217;ammissione: 1) della violazione della promessa Nato di non estendere i propri confini fino ad arrivare a ridosso di quelli russi; 2) del fatto che il golpe di estrema destra &#8211; appoggiato dai servizi occidentali &#8211; avvenuto a Kiev nel 2014 ha rovesciato un governo legittimo e instaurato un regime fascista che ha scatenato la guerra civile contro la popolazione russofona delle regioni orientali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II.</p>
<p>In un articolo del 1915, Lenin scriveva: “Dal punto di vista delle condizioni economiche dell&#8217;imperialismo, ossia della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali “progredite” e “civili”, gli Stati Uniti d’Europa <em>in regime capitalistico </em>(sottolineatura mia)<em> </em>sarebbero impossibili o reazionari”.</p>
<p>A quasi un secolo di distanza queste parole conservano tutta la loro attualità. Invece negli ultimi decenni sono state ignorate o rimosse, sia perché si pensava (vedi Negri e altri) che nel mondo unificato sotto l’impero americano non vi sarebbero più stati conflitti imperialistici (il termine stesso di imperialismo è stato progressivamente cancellato a partire dalla fine degli anni 70 del secolo scorso, allorché venne erroneamente data per conclusa l’era del dominio coloniale); sia perché fu presa sul serio – in barba a ogni evidenza contraria &#8211; la narrazione borghese sull’Unione Europea come superamento dello stato nazione e quindi dei conflitti interstatuali. Viceversa proprio la nascita della Ue ha dimostrato, sia che gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sono impossibili (la Ue è tutto meno che un super stato federale), sia la natura strutturalmente reazionaria di quell’aborto di stato europeo che è appunto la Ue, una istituzione antidemocratica votata alla difesa degli interessi delle élite politiche ed economiche del Vecchio Continente a spese degli interessi delle classi popolari.</p>
<p>Eppure a sinistra, e non solo da parte del PD e delle altre formazioni neo socialdemocratiche convertite al neoliberalismo, si continua a coltivare il mito di una possibile “democratizzazione” delle istituzioni di Bruxelles. Di più, ora che la fine della globalizzazione egemonizzata dagli Usa riapre il confitto globale, non solo fra l’Occidente collettivo e il resto del mondo (Russia, Cina, Brics e il Sud globale), ma anche all’interno dell’Occidente stesso, con un’Europa che, pur ridotta a periferia subalterna di Washington, si ritrova costretta a difendere alcune linee rosse per non venire cancellata del tutto dal novero delle potenze mondiali, alcuni baldi cavalieri della presunta democrazia europea vaneggiano di un’Europa capace di opporsi al “Patto anti-Ue fra Trump e Putin”: vedasi l’intervista rilasciata da Erri De Luca al “Fatto Quotidiano” del 12 gennaio.</p>
<p>Preso atto dello spadroneggiare indisturbato di squadracce fascistoidi come l’Ice, il nostro non ne trae l’ovvia conseguenza del decesso (oggi ufficialmente certificato ma avvenuto da tempo) della democrazia Usa. Al contrario: parla di “esame di maturità” di quest’ultima e si dice convinto che supererà la prova della sua riduzione a tirannide. E aggiunge (ahimè) che di fronte alla sfida, l’Europa sta riuscendo a serrare le fila “con una nuova unità di intento con la Gran Bretagna nel sostegno all&#8217;Ucraina” (fantastico: ci ricompattiamo contro il fascismo Usa schierandoci con il fascismo ucraino!). Come faremo a sconfiggere Trump? L’Europa si è data una costituzione (!!??) che tiene a freno i nazionalismi, e persino la destra da noi al potere è europeista (evviva!), e l’Italia della Meloni, dopo qualche sbandata filo-Trump, “resta nei ranghi della compagine europea guidata da Francia e Germania” (due noti campioni della lotta antimperialista&#8230;).</p>
<p>****</p>
<p>Naturalmente possiamo limitarci a stendere un velo pietoso sugli sbandamenti ideologici di due vecchi militanti della sinistra radicale euroatlantica (c’è di peggio: non so se vi sia capitato di leggere certe dichiarazioni di un ex eroe del 68 come Cohn Bendit), ma il fatto è che purtroppo non si tratta di singoli casi, bensì di sintomi di una degenerazione ideologica irreversibile che richiama alla memoria l&#8217;adesione dei partiti della II Internazionale alla chiamata alle armi da parte delle rispettive potenze imperiali. Certo la storia non si ripete, ma può generare qualcosa di simile a certi eventi del passato: ieri erano le potenze europee in lotta fra loro, oggi è il blocco occidentale che, pur diviso al proprio interno, è ancora abbastanza gerarchicamente strutturato (checché ne dica o auspichi De Luca) per opporsi contro tutte le “dittature” in nome della “democrazia” (e naturalmente della “libertà”). Cari amici e compagni, la lotta alla guerra è tutt’altro affare: non la si può fare senza avere come obiettivo strategico – a medio-lunga distanza se non immediato – la sua trasformazione in lotta rivoluzionaria.</p>
<p><em><strong>SOCIALISMO XXI</strong></em></p>
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		<title>Profilo di un importante filosofo del Novecento Ugo Spirito</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 16:58:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Gentile]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel F.]]></category>
		<category><![CDATA[Idealismo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Profilo di un importante filosofo del Novecento di Eros Barone &#160; Pensare significa obiettare.Idealismo, Hegel Ugo Spirito 1. La “riforma della dialettica” e il problematicismo La filosofia di Giovanni Gentile, che va sotto il nome di attualismo, ha trovato nella cosiddetta “sinistra gentiliana”, rappresentata da Ugo Spirito (1896-1979), un suo qualificato rappresentante. A lui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><em><img src="https://sinistrainrete.info/images/stories/stories12/Ugo_Spirito.webp" alt="Ugo Spirito" /></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1><strong>Profilo di un importante filosofo del Novecento</strong></h1>
<h3>di Eros Barone</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Pensare significa obiettare.Idealismo, Hegel</em></strong></p>
<p><em><strong>Ugo Spirito</strong></em></p>
<p><strong>1. La “riforma della dialettica” e il problematicismo</strong></p>
<p>La filosofia di Giovanni Gentile, che va sotto il nome di attualismo, ha trovato nella cosiddetta “sinistra gentiliana”, rappresentata da Ugo Spirito (1896-1979), un suo qualificato rappresentante. A lui è legato il tentativo di sottoporre a una “riforma” la dialettica e la logica dell’idealismo italiano nel senso che si può definire problematicistico. Del resto, il filosofo aretino ha sperimentato diverse vie di “riforma” della dialettica gentiliana e dell’attualismo in generale. A lungo è stato considerato un esponente fedele della concezione gentiliana, ma alla fine degli anni Trenta del secolo scorso si è allontanato dalla filosofia di Gentile, anche se, in realtà, non ha mai cessato di sottolineare i legami, diretti e indiretti, con essa. In effetti, l’evoluzione teoretica di Spirito è stata abbastanza complessa, poiché dal positivismo, “aria di famiglia” della sua generazione, questo pensatore è passato all’attualismo gentiliano, quindi al cosiddetto problematicismo, che generalmente viene collegato al suo nome, per poi elaborare l’“onnicentrismo” e l’“ipotetismo”, concezioni che hanno caratterizzato le sue ultime posizioni.</p>
<p>La “riforma” dell’idealismo neohegeliano, che Spirito ha intrapreso, si articola in quattro punti: la dialettica, l’idea dell’assoluto, i rapporti con la scienza e la visione dello sviluppo dell’umanità. Ritenendo che la riforma gentiliana della dialettica di Hegel non avesse raggiunto il suo scopo, in quanto Gentile non era riuscito a superare i limiti dogmatici di un tradizionale sistema metafisico, Spirito ha proposto una soluzione relativistica e scetticheggiante del problema: soluzione il cui fulcro, da lui denominato problematicismo, è l’assolutizzazione della stessa ricerca filosofica. Alla posizione attualistica della sintesi, intesa come unica realtà, egli ha contrapposto la realtà delle sole tesi e antitesi: in altri termini, l’idea di un’assoluta antinomicità.</p>
<p>Ed è nell’antinomicità, nel dramma di contraddizioni fondamentalmente insolubili che sta, secondo il filosofo aretino, la sostanza della vita e del pensiero. A ogni affermazione se ne oppone un’altra equivalente, e non ci sono criteri per decidere quale sia quella vera. Perciò nessun problema scientifico o filosofico può avere una soluzione definitiva, e non resta altro che passare senza sosta da un dilemma a un altro, senza mai risolvere il problema da cui si è partiti. L’eterno errare “problematico” è dovuto al fatto che qualsiasi decisione, qualsiasi teoria, ha inevitabilmente il carattere di un “mito” dogmatico. In questo senso, il merito di Hegel, secondo Spirito, è stato quello di avere scoperto il carattere antinomico e dialettico del pensiero. Tuttavia, avendo ritenuto la dialettica una “soluzione”, Hegel l’ha convertita in un “mito”, ossia in una concezione filosofica quale è l’attualismo, lo storicismo e qualsiasi altro sistema che si ponga come definitivo. In sostanza, il problematicismo muove dalla constatazione della contraddittorietà di tutte le tesi della metafisica occidentale (attualismo compreso), in quanto esse mirano a definire il tutto e così lo trascendono, rendendolo parte di una nuova realtà che sfugge alla definizione. 1 Sennonché è impossibile fuoriuscire dai “miti” e lo stesso problematicismo ha il carattere di un “mito”, con la differenza però che, rinunciando al monopolio della verità delle sue affermazioni, riconoscendone la natura problematica e riconoscendo contemporaneamente l’indistruttibilità del dogmatismo, esso si configura come la meno dogmatica fra tutte le concezioni. Dunque, il problematicismo è almeno cosciente di questa contraddizione e aspira ad annullarla in una più immediata fruizione della vita intesa come “ricerca”, come “arte”, come “amore”, nella rinunzia a ogni giudizio e nel riconoscimento della centralità di ogni cosa, di ogni punto dell’universo (onnicentrismo).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2. Dal problematicismo all’onnicentrismo</strong></p>
<p>Ponendo a suo modo un veto metodologico alle teorie compiute, il problematicismo proclamava suo fine supremo il tentativo di superarsi nella ricerca dell’assoluto. Ma prima o poi non poteva non risultare evidente che le premesse metodologiche di un problematicismo radicale si precludevano la via di una verità non solo assoluta, ma anche relativa, e conducevano a un completo nichilismo. Lo stesso Spirito riconosceva, in ultima analisi, che la caratteristica del problematicismo è l’“intrinseca incapacità a porsi il criterio stesso della ricerca”. 2 Perciò, tentando di rendere positiva la sua teoria, passò dall’idea di un relativismo universale a quella di un universale assolutismo, dal “problematicismo” all’“onnicentrismo”. Orbene, alla base dell’“ipotesi” onnicentrista di Spirito sta l’idea dell’identità del tutto con la parte, laddove questa viene vista come l’unico elemento in cui il tutto trova la sua espressione, in quanto “individuazione” del tutto. Se ogni parte è identica al tutto, ne deriva necessariamente che essa parte è assoluta, come assoluta è la parola che la definisce, in quanto questa è sempre la definizione del tutto, e cioè di tutto l’universo. Ma la parola diviene “centro” assoluto solo mentre viene pronunziata (come qualsiasi concezione diviene assoluta solo nel processo della sua formazione); una volta pronunciata, diventa relativa, e da “centro” si trasforma in “periferia”. In altri termini, la parola ancora non pronunciata è assoluta, quella già pronunciata è relativa. Si avverte qui l’influenza della concezione di Gentile sulla correlazione tra atto e fatto, “pensiero pensante” come principio assoluto e “pensiero pensato” come pensiero privato della sua assolutezza, irrigidito nel “fatto”. Al tempo stesso Spirito nega la concezione gentiliana dell’assolutezza dell’“atto” uno e unico, secondo cui la pluralità sarebbe l’esclusiva caratteristica della sfera dei fatti. Il rigoroso monismo di Gentile viene così sostituito da Spirito con un’infinita pluralità di “atti” assoluti, i “centri”. 3</p>
<p>L’“ipotesi” onnicentrista non solo colpisce per la sua artificiosità, ma comporta, come il “problematicismo radicale”, una serie di conseguenze o assurde o retrive. Se tutto è “centro”, tutto è allora ugualmente positivo ed equivalente: da questa premessa, che richiama un ottimismo di marca leibniziana, scaturisce una nuova rappresentazione della dialettica, che non è più né la dialettica della negazione e del “superamento”, che ancora continuava ad esistere, in certa misura, nell’idealismo neohegeliano, né la dialettica binaria delle “antinomie” sdoppiata in un positivo e in un negativo, in quanto ciò che viene negato è proprio l’esistenza del negativo. Questa concezione porta inevitabilmente alla negazione del processo, e in generale del movimento. «Non è, soprattutto, progresso – scrive Spirito – perché questo termine implica la negatività. Non è neppure processo se per processo s’intende cammino secondo una direzione». 4 La “riforma” della dialettica porta così alla sua negazione: non a caso, negli ultimi scritti di Spirito il termine “dialettica” è adoperato in senso esclusivamente negativo per indicare uno dei molti “miti” filosofici tradizionali. Spirito avverte costantemente l’insufficienza della sua “ipotesi” e riconosce che il mondo reale continua a starci davanti come “inadeguatezza, limitatezza e sofferenza”; ma, nonostante tutte le riserve, continua a prendere in considerazione l’idea della positività e dell’identità del tutto. D’altra parte, come si vedrà, a questo atteggiamento ottimistico conduce la stessa concezione della scienza, che si trova al centro della sua attenzione.</p>
<p>Spirito comprese giustamente che uno dei limiti più pesanti dell’idealismo neohegeliano era la sua tendenza antiscientifica. Questa consapevolezza, unitamente alla perdurante influenza della sua formazione positivistica, spiega la completa inversione di prospettive che vi fu nelle sue concezioni. Egli si rese conto, in altri termini, che tutte le religioni, le filosofie e le ideologie che pretendono di possedere la verità assoluta falliscono per la fondamentale impossibilità di definire “il Tutto”, “l’Intero”, “l’Assoluto”. Secondo il suo assunto, nell’epoca in cui egli viveva, corrispondente alla maggior parte del XX secolo, si stava verificando il passaggio da queste forme mitiche di conoscenza ad un’unica forma scientifica, caratterizzata dall’“ipotetismo” universale. Infatti, la verità scientifica, a differenza delle verità assolute e inevitabilmente inconsistenti delle metafisiche tradizionali, è “sempre e soltanto verità <em>ipotetica</em>”. 5 Questo però non significa affatto che bisogna abbandonare il problema metafisico stesso, e cioè il problema dell’assoluto e dell’essere nella sua totalità, essendo impossibile uscire da questo problema, che sta alla base di tutte le forme di conoscenza. Ma la filosofia deve tralasciare il tentativo di porsi al di sopra delle scienze e deve riconoscersi come una delle scienze particolari, che ha un suo oggetto limitato: la tendenza metafisica di ogni conoscenza deve, come ogni altra scienza, porre a sua base l’“ipotetismo”. La filosofia diviene scienza solo quando «le sue affermazioni acquistano la consapevolezza della loro ipotetiticità». 6 Proprio l’“ipotetismo” è la base comune per l’assimilazione della filosofia alla scienza, e solo nella prospettiva “ipotetica” filosofia e scienza s’identificano. In tal modo, l’assolutizzazione delle ricerche filosofiche e scientifiche, da cui era caratterizzato il problematicismo, si rivelava caratteristica anche per la nuova fase dell’evoluzione teorica di Spirito, questa volta sotto l’aspetto dell’assolutizzazione di una delle forme della conoscenza scientifica, e cioè dell’ipotesi. Sennonché tale assolutizzazione comportava inevitabilmente una serie di paradossi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>3. I paradossi dell’“ipotetismo”: Spirito anticipa Feyerabend</strong></p>
<p>Il primo paradosso si manifesta già quando Spirito, avvertendo che ogni teoria ipotetica ha, e al tempo stesso non ha, verità, in quanto unità di assoluto e relativo, si dichiarò contro la concezione per cui le verità della scienza, pur rimanendo relative e ipotetiche, si avvicinano sempre più alla verità assoluta attraverso un processo di avvicinamento infinito.Questa idea, osserva Spirito, presuppone la conoscenza, fondamentalmente impossibile, del punto di arrivo, e cioè della verità definitiva, poiché questa sola conoscenza ci può dare la possibilità di giudicare se ci avviciniamo o ci allontaniamo dalla meta.</p>
<p>Ma tutte le conseguenze assurde che derivano dall’assolutizzazione dell’ipotetismo si manifestano quando Spirito formula il principio di “non esclusione”, che considera fondamentale per il principio dell’ipotetismo. Dal principio di “non esclusione” derivano la positività e l’identità universale di tutte le concezioni e delle idee del presente, del passato e del futuro, a prescindere dal fatto che siano scientifiche o no. «Scientificamente – sostiene Spirito – non si può rigettare alcun dogma, per mitico e assurdo che esso appaia». 7 Si realizza, così, una riabilitazione dei punti di vista e delle teorie precedentemente confinati nella sfera del “mito”. A tutte queste credenze viene conferito, infatti, un unico statuto: quello dell’ipotesi. In virtù di tale statuto vengono posti sullo stesso piano le concezioni più assurde, gli stessi pregiudizi arcaici, l’astrologia, la magia ecc. Se prima, nella fase problematica dello sviluppo della sua concezione, Spirito era propenso a includere nella sfera dei “miti” tutte le teorie, compresa la propria, ora, sulla base del canone della “non esclusione”, Spirito giunge a riconoscere che tutto ha in effetti lo stesso valore positivo e scientifico. Questa assenza di restrizioni metodologiche, simile a quella che alcuni decenni più tardi porterà il filosofo della scienza Paul Feyerabend non solo a sostenere la pari dignità delle differenti concezioni all’interno della scienza, ma anche a negare la superiorità della conoscenza scientifica rispetto ad altre forme di sapere, dall’arte all’astrologia, è il frutto di un’impostazione scetticheggiante che accomuna questi due pensatori. 8 Si tratta di una tendenza che, nel caso di Spirito, si manifesta con la introduzione della categoria del “mito”, laddove il criterio differenziale tra teorie “mitiche” e teorie “non mitiche” consiste nel semplice riconoscimento della propria “ipoteticità”. «Non è mitico – sostiene Spirito – ciò che si pone consapevolmente sul piano dell’ipotesi… Il mito, in altri termini, si chiude e respinge da sé ciò che non si adegua al proprio contenuto; la scienza, invece, accoglie tutto, è aperta a ogni possibile conclusione, ed è pronta a rinnegare a ogni momento i risultati ai quali è pervenuta.» 9</p>
<p>Il quadro che si presenta è dunque quanto mai paradossale: la negazione della scienza da parte dell’idealismo neohegeliano, per un verso, e la sua esaltazione e assolutizzazione da parte di Spirito, per un altro verso, conducono di fatto agli stessi risultati e l’inversione di prospettiva si rivela apparente. Riconoscere che tutto è assoluto equivale, in base alle conclusioni che il filosofo aretino trae dalle premesse dell’“ipotetismo”, a riconoscere che tutto è relativo, e in entrambi i casi manca qualsiasi criterio di scientificità, di positività e di negatività. Si ritorna, in tal modo, alla concezione dell’equivalenza universale, dell’uguaglianza della verità, cioè ad una posizione che svaluta completamente la scienza nel senso più immediato della parola.</p>
<p>Insomma, inizialmente la scienza viene assolutizzata e ipostatizzata; poi le viene tolto il diritto alla verità oggettiva e allo stesso processo infinito di “adeguazione” alla verità assoluta; dopodiché, non è difficile parificarla a qualsiasi altra cosa, privandola in sostanza di ogni valore teoretico. È proprio su questo piano che si spiega e diviene comprensibile la combinazione, a prima vista singolare, fra l’assolutizzazione della conoscenza scientifica e l’orientamento antintellettualistico chiaramente espresso da Spirito. Egli infatti propone di astenersi, per quanto è possibile, dal giudizio, in quanto l’atto giudicativo aliena in certo modo chi lo pronunzia dall’oggetto del giudizio, infrangendo l’unità dell’essere e l’unità di soggetto e oggetto. È un ‘Leitmotiv’, questo, che attraversa l’intero svolgimento del pensiero di Spirito. «Non giudicare. Cerca di non chiuderti e di non chiudere. Di guardare alle cose unificandoti con esse», afferma il Nostro, tentando di opporre una comprensione irrazionale “dall’interno” alla comprensione razionale del mondo. 10</p>
<p>Di solito, la tendenza antintellettualistica, l’opposizione della “comprensione” alla conoscenza, sono tipici delle posizioni che negano il valore della scienza e la riducono alla funzione di semplice strumento utilitaristico: tali sono il pragmatismo, il pensiero bergsoniano, la filosofia della vita, l’esistenzialismo, lo spiritualismo cristiano e, almeno in parte, lo stesso idealismo neohegeliano. L’indirizzo generalmente antintellettualistico di queste correnti e della filosofia di Spirito dimostra il carattere fittizio del loro “scientismo”. D’altra parte, però, il Nostro insiste nel sottolineare che l’onnicentrismo rappresenta la prosecuzione e il compimento di una tradizione scientifica che va da Copernico a Bruno (si pensi, in particolare, all’idea bruniana della infinita pluralità dei mondi). Se le teorie cosmologiche di Copernico e di Bruno, superando le rappresentazioni della Bibbia e la percezione del senso comune, hanno demolito il geocentrismo, la concezione onnicentrista, superando insieme i piani religioso e filosofico, e passando dal “mito” alla “scienza”, ha arrecato un duro colpo all’antropocentrismo e all’egocentrismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>4. La tendenza “comunista” di Ugo Spirito e la polemica sul corporativismo</strong></p>
<p>Un centro di vivace riflessione teorica sulle tematiche del corporativismo fu, a cavallo degli anni Venti e degli anni Trenta del secolo scorso, la Scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa. Qui, sotto la guida di Giuseppe Bottai, si formò un gruppo di giovani studiosi, quasi tutti allievi di Gentile, fra i quali spiccava Ugo Spirito. Non era un caso che, accanto al nutrito gruppo degli esponenti che provenivano dalle file del sindacalismo rivoluzionario e del nazionalismo, vi fosse, con una funzione di punta, il gruppo dei gentiliani. Né era difficile capire che da concezioni come la “societas in interiore homine” e l’identità di individuo e Stato si potesse elaborare una visione organica dei rapporti fra politica ed economia, fra interesse individuale e interesse pubblico. Così, il discorso dei gentiliani sulle corporazioni era, sì, per un verso, un discorso filosofico nel senso più stretto del termine, ma anche, per un altro verso, un discorso politico ed economico che si proponeva perfino di modificare certe forme e strutture del potere all’interno del regime. Una tappa fondamentale del dibattito sulle corporazioni fu la polemica che nacque intorno alla relazione di Ugo Spirito, <em>Individuo e Stato nella concezione corporativa</em>, tenuta al II Convegno di studi sindacali e corporativi (Ferrara, 1932). Nella sua relazione Spirito affermava nettamente, sul piano degli istituti politici ed economici, la necessità di superare la divisione tra diritto pubblico e diritto privato, e indicava in questo obiettivo la missione storica del fascismo. Il filosofo aretino arrivava perfino ad anticipare, nella sua relazione, quella che sarebbe stata la funzione principale concretamente svolta dall’Istituto di ricostruzione industriale (IRI), costituito qualche mese più tardi di questo dibattito.</p>
<p>Per capire il senso complessivo e profondo di tutto il discorso di Spirito bisogna prestare attenzione al fatto che egli pone, tra gli ostacoli maggiori alla realizzazione dello Stato corporativo, accanto alla sopravvivenza dello spirito individualistico dell’iniziativa privata fra i proprietari d’azienda, la sopravvivenza e persino il rafforzamento dell’istituto sindacale tra gli imprenditori e i lavoratori. Orbene, è evidente che la critica che si può muovere a queste posizioni di Spirito è la stessa che va mossa a tutte quelle posizioni politico-economiche, le quali mirano a ridurre i rapporti di produzione a un sistema, per usare le parole dello stesso Spirito, veramente armonico. Ancora una volta, per il semplice fatto di muoversi contro lo spirito del marxismo, risorgono inevitabilmente i vecchi miti proudhoniani. In questo senso, si può affermare che il significato di posizioni come quelle di Spirito e la loro notevole influenza sui giovani intellettuali fascisti del Ventennio (parecchi dei quali destinati a diventare antifascisti, cambiando il segno algebrico, ma non il contenuto, delle loro posizioni) consiste essenzialmente in una visione armonicista del mondo, da cui tutti i fattori di conflittualità sono stati accuratamente eliminati in vista della superiore unità logica e sociale dell’insieme.</p>
<p>In questo quadro va considerato anche il rapporto che Spirito stabilisce fra l’esperienza fascista e l’esperienza bolscevica. Questo rapporto esiste, e Spirito lo riconosce serenamente. È vero che, gentilianamente, «la superiorità della rivoluzione fascista su quella bolscevica è rappresentata dal carattere storicistico della prima rispetto all’astrattismo ideologico della seconda». 11 Questo non può impedire, però, di vedere che un nucleo comune c’è, e consiste in ambedue i casi nel superamento del liberalismo. Ma, per l’appunto, il socialismo o bolscevismo, che Spirito può guardare con simpatia, non è altro che quella forma di organizzazione politico-sociale, caratterizzata essenzialmente dalla volontà di superare lo iato fra pubblico e privato, fra individuale e sociale. Il bolscevismo, cioè, nella visione di Spirito non è se non uno stadio imperfetto e grossolano del corporativismo. 12 Nell’ottica di questo discorso fascismo e bolscevismo sono in sostanza due totalitarismi, animati da una forte sensibilità sociale, e da ciò nascono essenzialmente le loro affinità. È vero, peraltro, che il fascismo sviluppa certi elementi teorici del liberalismo conservatore (lo Stato etico, ad esempio) o riprende in chiave demagogica certe suggestioni ed esigenze del socialismo (la rappresentanza sindacale dei lavoratori, una politica riformatrice in favore delle masse), ma nessun elemento della democrazia borghese (Mussolini parlava semmai di una “democrazia autoritaria”).</p>
<p>Anche più tardi Spirito, nei saggi del <em>Comunismo </em><em>13</em> e in <em>Critica della democrazia</em>, 14 dimostrerà di essere disposto ad accogliere l’esigenza del comunismo solo nella misura in cui questo è una negazione della democrazia, e cioè, nell’ottica di Spirito, una forma di totalitarismo. Insomma, la posizione di Spirito è la più netta affermazione della superiorità dell’etico sull’economico. Lo sbocco logico di tale posizione è la negazione dell’economia. Il corporativismo è, appunto, la realizzazione di tale negazione, in quanto esso consiste nel «sacrificare… la volontà economica di ciascuno alla volontà morale di tutti, sacrificare la falsa tecnica della teoria e della prassi concorrenziale e ricercare la nuova tecnica della collaborazione». 15 Davvero, non si potrebbe essere più anticrociani di così, e sarebbe interessante cercare di scoprire quanta parte di questa teoria interclassista e conciliazionista, così come di questa visione etico-politica dell’economia sia sopravvissuta alla caduta del fascismo e stia risorgendo nella fase attuale di crisi del capitalismo imperialista.</p>
<p>Nell’aspro dibattito che seguì alla relazione di Spirito non mancarono coloro i quali rivolsero al relatore l’accusa di socialismo, mentre altri sostennero che la proprietà, anche nel diritto delle corporazioni, avrebbe dovuto sussistere, assumendo due aspetti: «quello privatistico, cioè il diritto del proprietario; quello pubblicistico, cioè il dovere d’uso…»: 16 che era un modo di lasciare inalterato il fondo del diritto di proprietà, ma sottoponendolo a un certo intervento dello Stato. Dal canto suo, il ministro Bottai, chiudendo i lavori del convegno, dovette svolgere una difficile opera di mediazione: a Ferrara, infatti, criticò i liberisti, ma disse anche che Spirito era andato fuori del corporativismo. Semmai, colpisce in lui un tratto di realismo, quando sostenne che l’eliminazione del sindacato non era possibile e che la lotta di classe era una realtà che non poteva essere misconosciuta, ma doveva essere superata. Del resto, la pratica della “mediazione” era una ‘forma mentis’ e una pratica di governo, che il regime fascista applicò ampiamente, passata la fase della conquista delle vecchie strutture e della lotta contro i ceti avversari. Come sempre accade, qualcuno doveva pagare i costi della stabilizzazione a cui mirava il fascismo e non è certo casuale che si trattasse del proletariato e della piccola borghesia.</p>
<p>Sennonché il significato culturale della polemica corporativa sfuggirebbe, se non si rammentasse che attraverso queste tematiche si affermava la necessità del superamento dei caratteri classici dell’economia liberale. Non per nulla, le elaborazioni più interessanti di Spirito sono in questa fase quelle in cui egli cerca di definire concretamente i lineamenti di una politica economica, che superi il pericolo ciclico delle crisi. Va in questa direzione la preoccupata riflessione sull’anno 1929. Si può dire che il fascismo venga giudicato in questo quadro una risposta anticipatrice alla grande crisi capitalistica, e quindi la più seria e avanzata di tutte (basti pensare che Bottai, a Ferrara, aveva affermato che il corporativismo era un’idea universale), ma non senza rapporti con le esperienze contemporanee del bolscevismo in Russia, del nazionalismo in Germania, del roosveltismo negli Usa. Spirito è uno dei primi a puntare l’attenzione sulla necessità di un’economia programmatica, 17 sostenendo al tempo stesso che nessuna forma di economia avrebbe potuto essere più favorevole alla programmazione di quella corporativa: 18 questa era un’altra prova della sua superiorità rispetto all’individualismo e all’atomismo dell’economia liberale, che soggiaceva praticamente indifesa a ogni pericolo di squilibrio. Non meno interessante è, nel discorso di Spirito, la difesa del processo d’industrializzazione, rallentato in Italia dalla forte politica di sostegno agricolo del fascismo.</p>
<p>Sulla problematica corporativa Gramsci ha scritto delle pagine, che possono probabilmente considerarsi definitive. A proposito di un libro di Massimo Fovel, <em>Economia e corporativismo</em>, 19 egli stabilisce un interessante rapporto tra corporativismo e americanismo, considerati due diverse forme di razionalizzazione e concentrazione economica nel senso di un capitalismo moderno e aggressivo. Gramsci coglie perfettamente il nesso esistente fra certi aspetti dell’ideologia del fascismo (il blocco produttivo, ad esempio) e l’esigenza obiettiva, che l’industria italiana poteva nutrire anche sotto il regime fascista, di liberarsi da certe costrizioni burocratiche e da fardelli parassitari: «Ciò che nella tesi di Fovel, riassunta dal Pagni, 20 pare significativo, è la sua concezione come di un blocco industriale-produttivo autonomo, destinato a risolvere in senso moderno e accentuatamente capitalistico il problema di un ulteriore sviluppo dell’apparato economico italiano, contro gli elementi semifeudali e parassitari della società che prelevano una troppo grossa taglia sul plusvalore, contro i così detti “produttori di risparmio”. La produzione del risparmio dovrebbe diventare una funzione interna (a miglior mercato) dello stesso blocco produttivo, attraverso uno sviluppo della produzione a costi decrescenti, che permetta, oltre a una maggior massa di plusvalore, più alti salari, con la conseguenza di un mercato interno più capace, di un certo risparmio operaio e di più alti profitti. Si dovrebbe avere così un ritmo più accelerato di accumulazione di capitali nel senso stesso dell’azienda e non attraverso l’intermediario di “produttori di risparmio”, che in realtà sono divoratori di plusvalore. Nel blocco industriale-produttivo l’elemento tecnico &#8211; direzione e operai &#8211; dovrebbe avere il sopravvento sull’elemento “capitalistico” nel senso più “meschino” della parola, cioè all’alleanza fra capitani d’industria e piccoli borghesi risparmiatori dovrebbe sostituirsi un blocco di tutti gli elementi direttamente efficienti sulla produzione, che sono i soli capaci di riunirsi in Sindacato e quindi di costituire la Corporazione produttiva (donde la conseguenza estrema, tratta dallo Spirito, della Corporazione proprietaria).» 21</p>
<p>Gramsci, però, osserva pure che, «in realtà, finora, l’indirizzo corporativo ha funzionato per sostenere posizioni pericolanti di classi medie, non per eliminare queste, e sta sempre più diventando, per gli interessi costituiti che sorgono sulla vecchia base, una macchina di conservazione dell’esistente così com’è e non una molla di propulsione.» 22</p>
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<p><strong>5. La pianificazione: essenza di una nuova società</strong></p>
<p>Passiamo quindi all’analisi delle idee di Spirito sul presente e sul futuro dell’umanità, prendendo le mosse dalla configurazione che queste due dimensioni del tempo presentavano agli occhi di un osservatore acuto e profondo, quale era il filosofo aretino, nel periodo compreso fra la prima e la seconda metà del secolo scorso. In effetti, le concezioni politico-sociali del Nostro sono indubbiamente interessanti, perché rispecchiavano, sia pure in maniera distorta, alcune tendenze fondamentali dello sviluppo sociale e ne anticipavano altre, che hanno poi trovato conferma in tale sviluppo. Spirito riteneva infatti che il futuro di tutta l’umanità fosse il comunismo e che nel mondo del secondo dopoguerra si stesse verificando un processo di transizione a una società comunista. Essendo il suo approccio eminentemente etico, egli riteneva che fosse assolutamente necessario superare l’individualismo e l’egocentrismo, in quanto propri della concezione dell’“uomo moderno” formulata nel Rinascimento, e quindi inerenti a quel «tipo di società che si potrebbe definire come borghese». Nella visione di Spirito, a questo tipo di uomo se ne stava sostituendo un altro: «l’uomo del socialismo e del comunismo, l’uomo della scienza e della tecnica», che ha come caratteristica fondamentale la «sprivatizzazione» della propria attività e la sua trasformazione in «uomo frazionario». In modo più radicale, il processo di passaggio da un «regime privato» a uno «sociale e collettivo» si manifestava nei paesi in cui erano state instaurate «le varie forme dei regimi comunisti». 23 Proprio in questi paesi si rafforza e si sviluppa l’istituzione fondamentale della vita collettiva: la pianificazione. Questa, d’altra parte, come riteneva Spirito, è un’esigenza del tempo alla quale nessuno dei moderni Stati poteva sottrarsi. I paesi occidentali mostravano un’evoluzione altrettanto rapida dai piani particolari alla pianificazione universale. Dalla pianificazione nazionale si produceva uno sviluppo verso la pianificazione internazionale: un processo che, secondo il Nostro, non poteva essere arrestato, ma la cui piena realizzazione era impossibile senza il passaggio a una società comunista. Il primo grandioso tentativo di pianificazione su scala nazionale era stato compiuto in Unione Sovietica, notava Spirito, e la pratica rivoluzionaria aveva dimostrato che la pianificazione doveva investire non solo l’economia, ma tutti gli aspetti della vita sociale e personale.</p>
<p>Va detto tuttavia che nella elaborazione svolta durante il secondo dopoguerra Spirito non tenta, come aveva fatto in passato, di ricollegare l’ideale comunista alle idee del corporativismo fascista. Nei suoi ultimi lavori, risalenti agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, si ritrova invece il riconoscimento dei meriti storici e dei progressi economici e sociali dei paesi socialisti, che sono considerati all’avanguardia nel progresso del mondo moderno verso il comunismo. Per converso, il filosofo aretino non si perita di indulgere a una serie di luoghi comuni dell’ideologia antimarxista. Spirito condivide infatti l’idea del “superamento” del marxismo, in cui crede di ravvisare un anacronismo che ostacola l’«approfondimento del regime comunista». 24 Proprio nel rifiuto del marxismo sta, a parer suo, la via per superare le “contraddizioni interne” del comunismo. Accanto a questo modello di critica da destra al marxismo, Spirito avanza una penetrante critica da sinistra, ponendo in rilievo la “trasformazione” delle idee comuniste in senso revisionista, l’“imborghesimento” dei paesi socialisti e il progressivo assorbimento della concezione individualistica borghese del comfort negli obiettivi della rivoluzione. Il Nostro aveva perfettamente compreso alcuni processi in corso, che egli considerava inevitabili: e cioè che l’uomo, da lui definito giustamente “frazionario”, si stava trasformando, per effetto dell’uso massiccio della tecnica e della scienza, in un “ingranaggio” del meccanismo sociale; che al principio della democrazia, da lui risolutamente negato in base a stringenti argomentazioni probative, andava contrapposto il principio della “competenza”. Spirito sostiene, in quel torno di tempo, l’idea, allora di moda, che fosse in atto una “convergenza” dei sistemi capitalisti e socialisti, in forza della quale in entrambi i sistemi, sebbene in forma alquanto diversa, si manifestavano processi comuni, quali la scomparsa delle classi, lo sviluppo della pianificazione, la sprivatizzazione e la deideologizzazione, e altri ancora, che, secondo le sue previsioni, portavano gradualmente all’unificazione dell’umanità.</p>
<p>Sennonché la base stessa su cui, secondo Spirito, deve avvenire l’unificazione dell’umanità nella società comunista, è prodotta da quella che il filosofo aretino definisce «metafisica della scienza»: solo la scienza è in grado di unificare il genere umano, in quanto tutte le ideologie, essendo forme “mitiche” e dogmatiche di conoscenza, conducono all’intransigenza, al fanatismo e al “litigio”. «Le religioni, le filosofie e le ideologie politiche… non sono riuscite di fatto a unificare i popoli e a farli collaborare, e invece le scienze particolari e le infinite tecniche da esse derivanti stanno realizzando il miracolo…». 25</p>
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<p><strong>6. Realtà e illusione di un’utopia tecnocratica</strong></p>
<p>In sostanza,Spirito afferma che la maturità politica consiste nel negare la persuasione di tipo dogmatico, nel negare qualsiasi ideologia e nel riconoscere che il potere politico deve passare agli specialisti e agli scienziati. La scienza, secondo questo novello Bacone, è chiamata a sostituire l’ideologia, la religione e la politica, in quanto forma di conoscenza unica, autentica e universale che unifica il mondo e «realizza un accordo universale». Inoltre, come egli rileva acutamente, si manifesta anche un processo di “demitizzazione” dell’ideologia, della religione e dei programmi di partito, nel corso del quale essi si avvicinano sempre più e si unificano: «Il processo di unificazione universale avviene anche nella sfera della lotta politica… le fedi e le persuasioni si fanno meno rigide, scompaiono, la loro importanza nella fase di unificazione scientifica e tecnica del mondo diventa sempre più secondaria e meno sostanziale». 26</p>
<p>Così, inquadrato in questa ottica ottimistica di tipo chiliastico, il comunismo, secondo Spirito, non è più il risultato di una lotta sociale, ma soltanto «l’espressione sociale della mentalità scientifica». 27 Coerentemente con queste idee, Spirito sostiene che la contraddizione fondamentale della nostra epoca ha un carattere non sociale, ma spirituale. La crisi della società moderna è dovuta, secondo lui, alla separazione del pensiero moderno dalle forme filosofiche e religiose della conoscenza e dal suo passaggio a un’unica forma scientifica. La soluzione del problema dei rapporti reciproci tra scienza e filosofia diviene allora fondamentale per la soluzione di tutti gli altri problemi, soprattutto di quelli sociali. Proprio la sua soluzione porta all’unificazione dell’umanità nella società comunista e non alla lotta di classe che divide gli uomini allontanando la loro futura unificazione.</p>
<p>Le concezioni politico-sociali di Spirito sono dunque una varietà di utopia tecnocratica, non priva di tratti aristocratici. Del tutto esatta è, comunque, la diagnosi del Nostro sul processo di sparizione della democrazia, sostituita da un regime in cui la dittatura di una maggioranza “incompetente” sarà rimpiazzata, come nella repubblica platonica, da un accordo comune: visione neo-saintsimoniana in cui non è difficile riconoscere la legittimazione del potere di un’aristocrazia tecnico-scientifica di “competenti”, che si occuperanno della pianificazione, delle funzioni di “persuasione”, delle funzioni di controllo, di formazione e così via.</p>
<p>Interessante ed originale è anche la dottrina etica formulata da Spirito. La morale dell’“uomo nuovo” è, secondo il filosofo aretino, una morale dell’astensione dal giudizio, dell’amore e dell’armonia universale. È chiaro che, partendo da presupposti onnicentristi, è impossibile attribuire agli altri qualsiasi responsabilità delle proprie azioni, in quanto il singolo uomo è individuazione dell’universo, e quindi ogni volta agisce non l’individuo, ma l’universo nella sua totalità. Nondimeno, se questo “nuovo approccio” al problema della responsabilità la sottrae agli altri, questa ricade d’altra parte in pieno sul mio io, poiché l’io è anche il centro, identico al tutto, ed è anch’esso individuazione del tutto. Così viene meno, afferma Spirito, la divisione degli uomini in buoni e cattivi e, di conseguenza, ogni causa di odio reciproco: tutto «il negativo diventa positivo». 28 Da questo punto di vista, Spirito ritiene merito del cristianesimo la predicazione dell’amore. Tuttavia, a suo parere, il cristianesimo non è riuscito a portare alle sue estreme conseguenze questo principio, che anzi si è trasformato nel suo contrario. Di fatto, egli sostiene, vi è una stridente contraddizione fra l’idea dell’amore, del perdono e dell’astensione dal giudizio e le idee del giudizio universale come epilogo della storia, del giudizio che assegna il perdono solo a pochi eletti, condannando i più per l’eternità. Causa di queste contraddizioni sono i presupposti fondamentali della morale cristiana, che portano al “dualismo”: io e mondo, anima e corpo, buoni e cattivi, inferno e paradiso, dannazione e salvazione e così via. Solo sulla base di una nuova concezione che superi tale dualismo ricollegando l’io con il mondo (dal momento che in ogni individuo, in ogni “centro” c’è il tutto) e riunendo i vari io in un unico organismo sociale è possibile la completa realizzazione, nella vita, della morale dell’amore.</p>
<p>In conclusione, le idee “comuniste” di Spirito rappresentano indubbiamente, non meno di quelle relative alla scienza, un “mito”. In entrambi i casi, di là dall’apparente esaltazione, si ha una reale svalutazione: nel primo caso, del comunismo; nel secondo, della scienza. Certamente, le concezioni di un pensatore acuto e profondo, quale è Ugo Spirito, riflettono fondamentali processi oggettivi della nostra epoca: lo sviluppo della rivoluzione tecnico-scientifica e, sia pure in modo distorto e limitatamente all’epoca in cui egli è vissuto, lo sviluppo della rivoluzione sociale. Nel caso di Spirito, inoltre, non mancano idee che, come quelle di vari altri esponenti del pensiero borghese, forniscono materiale per analisi interessanti. Tuttavia, le idee fondamentali di questo filosofo non solo non hanno favorito il processo di “demitizzazione” del mondo moderno, da lui auspicato, ma lo hanno, almeno in parte, ostacolato, benché agli arretrati miti neohegeliani abbiano sostituito miti più moderni e seducenti. Non può tuttavia sfuggire, a chi ben consideri l’attuale congiuntura storica, che i tre temi, che si trovano al centro della riflessione di questo importante pensatore del neoidealismo italiano, costituiscono ancora, di là dalle apologie e dagli anatemi, tre problemi fondamentali della nostra epoca: la scienza, il comunismo e la critica della democrazia.</p>
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<h6>Note</h6>
<h6>1 U. Spirito, <em>Il problematicismo</em>, Firenze 1948, cap. II.</h6>
<h6>2 <em>L’attualismo di Gentile e il problematicismo</em>, in <em>La filosofia contemporanea in Italia</em>, I, Asti-Roma 1958.</h6>
<h6>3 Per un profilo filosofico e storico della complessa personalità di Giovanni Gentile può essere utile il seguente articolo: <a href="https://sinistrainrete.info/filosofia/28728-eros-barone-giovanni-gentile-dalla-discussione-sul-marxismo-alla-riforma-dell-idealismo-e-al-sostegno-del-fascismo.html">https://sinistrainrete.info/filosofia/28728-eros-barone-giovanni-gentile-dalla-discussione-sul-marxismo-alla-riforma-dell-idealismo-e-al-sostegno-del-fascismo.html</a>.</h6>
<h6>4 <em>L’attualismo di Gentile e il problematicismo</em> cit., p. 90.</h6>
<h6>5 U. Spirito, <em>Dal mito alla scienza</em>, Firenze 1966, p. 27.</h6>
<h6>6 <em>Ibidem</em>, p. 29.</h6>
<h6>7 <em>Ibidem</em>, p. 55.</h6>
<h6>8 Cfr. P. Feyerabend, <em>Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza</em>. Milano 1979 (ed. or. <em>Against Method. </em><em>Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge</em>, 1975).</h6>
<h6>9 <em>Ibidem</em>, pp. 300-301.</h6>
<h6>10 U. Spirito, <em>La vita come amore</em>, Firenze 1953, p. 33.</h6>
<h6>11 U. Spirito, <em>Individuo e Stato nella concezione corporativa</em>, in <em>Atti del II Convegno di studi sindacali e corporativi</em>, vol. I: <em>Relazioni</em>, Ministero delle Corporazioni, Roma 1932, p. 181.</h6>
<h6>12 Si tratta della definizione del bolscevismo come “corporativismo impaziente”, formulata da Giovanni Gentile il 24 giugno 1943 nel famoso <em>Discorso agli Italiani</em>.</h6>
<h6>13 U. Spirito, <em>Il comunismo</em>, Firenze 1965.</h6>
<h6>14 Id., <em>Critica della democrazia</em>, Firenze 1963.</h6>
<h6>15 Id., <em>Il corporativismo come negazione dell’economia</em>, in <em>Dall’economia liberale al corporativismo</em>, Messina-Milano 1938, pp. 103-118.</h6>
<h6>16 <em>Atti del II Convegno di studi sindacali e corporativi</em>, vol. III: <em>Discussioni</em>, cit., pp. 75-119.</h6>
<h6>17 U. Spirito, <em>Economia programmatica</em>, in <em>Capitalismo e corporativismo</em>, Firenze 1933.</h6>
<h6>18 <em>Ibidem</em>, pp. 93-109.</h6>
<h6>19 M. Fovel, <em>Economia e corporativismo</em>, Ferrara 1929.</h6>
<h6>20 Gramsci si riferisce ad un articolo di C. Pagni, <em>A proposito di un tentativo di teoria pura del corporativismo</em>, apparso in «Riforma sociale», settembre-ottobre 1929.</h6>
<h6>21 A. Gramsci, <em>Quaderni del carcere</em>, vol. III, Torino 1975, p. 2155.</h6>
<h6>22 <em>Ibidem</em>, p. 2157.</h6>
<h6>Fra i contributi storici che ho tenuto presenti nella stesura di questo paragrafo segnalo, in particolare, G. Santomassimo, <em>Ugo Spirito e il corporativismo</em>, in «Studi Storici», 1973, anno 14, n. 1, pp. 61-113, e S. Cingari, <em>Ugo Spirito e la “rivoluzione passiva”</em>, in <a href="https://zenodo.org/records/14540861/files/SpiritoCingari.pdf?download=1.">https://zenodo.org/records/14540861/files/SpiritoCingari.pdf?download=1.</a></h6>
<h6>23 U. Spirito, <em>Critica della democrazia</em>, Firenze 1963, pp. 59, 71, 208.</h6>
<h6>24 Id., <em>Critica della democrazia</em>, Firenze 1963, p. 134.</h6>
<h6>25 Id., <em>Dal mito alla scienza</em>, Firenze 1966, p. 172.</h6>
<h6>26 <em>Ibidem</em>, p. 171.</h6>
<h6>27 U. Spirito, <em>Critica della democrazia</em>, Firenze 1963, p. 84.</h6>
<h6>28 Id., <em>Dal mito alla scienza</em>, Firenze 1966, p. 184</h6>
<p><em><strong>SINISTRAINRETE </strong></em></p>
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		<title>1973-2026: avvio, crisi e ristrutturazione del ciclo neoliberale</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 14:21:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img src="https://tg.la7.it/sites/default/files/news/2026/01/03/maduro_trump.jpg" alt="Chi è Nicolas Maduro e perché Trump è contro di lui | TGLa7" /></p>
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<p><span style="font-size: 2em;">1973-2026: avvio, crisi e ristrutturazione del ciclo neoliberale</span></p>
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<h2><a title="Post di Pier Paolo Caserta" href="https://www.linterferenza.info/author/pier-paolo-caserta/" rel="author">Pier Paolo Caserta</a></h2>
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<p>Il paragone tra il golpe cileno del 1973 e l’aggressione militare al Venezuela da parte degli Stati Uniti non è solo del tutto possibile. È anche utile e opportuno per agevolare la comprensione della fase attuale dell’imperialismo statunitense nel quadro della politica mondiale.</p>
<p>L’accostamento non ha certamente il senso di voler istituire un confronto tra la figura politica di Allende e quella di Maduro. In primo luogo perché il compagno Allende è, a mio parere, quasi privo di termini di comparazione, tanto è stato alto il suo spessore umano e politico. Ma perché mai un simile confronto, del resto? In ogni caso, Maduro è l’erede di Chavez e della rivoluzione bolivariana. Ed è stato rapito con un’azione militare mirata commettendo una “gravissima violazione della sovranità del Venezuela”, secondo l’ineccepibile dichiarazione del presidente del Brasile Lula.</p>
<p>Il paragone, dunque, ha un senso del tutto diverso. Non riguarda le figure politiche di Allende e di Maduro. Rivela molto, piuttosto, sulla continuità e le affinità nel <em>modus operandi</em> degli Stati Uniti, in due passaggi decisivi: il primo si colloca all’inizio, il secondo nella fase senescente del lungo ciclo neoliberale attuale che si aprì proprio con il golpe cileno, si consolidò nella dittatura argentina e si approfondì negli anni Ottanta con il thatcherismo e il reaganismo.</p>
<p>Altro elemento in comune, naturalmente, risiede nel fatto che Allende e Maduro sono stati entrambi sia democraticamente eletti che violentemente estromessi. Notoriamente, dopo l’elezione di Salvador Allende a presidente del Cile (1970), Henry Kissinger ebbe a dichiarare: “Non vedo alcuna ragione per cui a un Paese dovrebbe essere permesso di diventare marxista soltanto perché il suo popolo è irresponsabile. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli.”</p>
<p>Se dalle parole di Kissinger emergevano con estrema chiarezza il disprezzo del diritto all’autodeterminazione del popolo cileno e l’arrogante ingerenza degli Stati Uniti, ormai lontana anni luce dai tempi della politica rooseveltiana del “buon vicinato”, il trumpismo ha lasciato cadere anche la maschera. Tutte le maschere, in realtà, ad eccezione di un trucco molto leggero di “esportazione della democrazia”. Tuttavia, Trump ha dichiarato subito senza giri di parole la volontà di installare in Venezuela gli interessi delle grandi multinazionali petrolifere a stelle e strisce.</p>
<p>Non diversamente da allora, la penetrazione del capitale statunitense è preparata dalla forza militare. Nel 1973 fu un colpo di Stato ordito dai militari cileni con il sostegno della CIA. Questa volta si è trattato di un intervento militare esterno diretto e mirato, che ha condotto al rapimento del presidente Maduro e della moglie. In ogni caso, è stato immediatamente chiaro, riflettendo sulle dinamiche, che difficilmente il rapimento di Maduro potrebbe essere avvenuto senza complicità nell’esercito venezuelano e un preventivo accordo con gli USA. Stanno inoltre emergendo evidenze del ruolo attivo di Israele. Il golpe cileno condusse alla dittatura di Pinochet, mentre il futuro assetto del Venezuela sarà via via più chiaro nei prossimi giorni.</p>
<p>Nel 1973, alla vigilia del golpe, Allende aveva già nazionalizzato le banche. Aveva inoltre attuato una riforma agraria che prevedeva l’esproprio dei latifondi e la distribuzione delle terre ai contadini, Ma fu quando annunciò un progetto per la nazionalizzazione delle miniere di rame, risorsa strategica per il Cile, che cadde vittima del colpo di Stato. Fino a quel momento, il mercato del rame cileno era stato proficuo appannaggio di due grandi gruppi statunitensi, Kennecot e Anaconda. Per Nixon e Kissinger così doveva continuare ad essere. E così fu, grazie alla dittatura di Pinochet, che distrusse le coraggiose riforme di Allende e applicò le massicce ricette liberiste dei “Chicago boys”.</p>
<p>Nel caso del cambio di regime in Venezuela, l’intervento militare deve spianare la strada agli interessi della Chevron e delle altre grandi multinazionali petrolifere statunitensi. Insomma, sostituendo al rame cileno il petrolio venezuelano non cambiano i termini dell’equazione imperialista degli Stati Uniti, che spinge costantemente indietro il progresso civile dei popoli latinoamericani alleandosi con le classi dirigenti locali.</p>
<p>Altro elemento in comune è quello della pianificazione, che attende soltanto il momento più opportuno per realizzarsi. Nel suo “Salvador Allende. L’uomo, il politico”, Jesus Manuel Martinez ha dimostrato come l’intento di Nixon di rovesciare Allende non fosse legato ai risultati della sua azione politica, bensì ne prescindeva, fin dal giorno dell’elezione. Inoltre, gli Stati Uniti da tempo investivano massicciamente nelle campagne elettorali cilene per orientarle. Sono, questi, altri elementi comuni. Che poi Trump, che rappresenta il culmine della tecnocrazia neoliberale, affidi la costruzione del <em>Washington consensus</em> più ai ritrovati dell’intelligenza artificiale e meno a costose agenzie e gruppi di pressione (si veda lo smantellamento di USAID), non cambia la sostanza.</p>
<p><em>Le differenze</em></p>
<p>Ci sono poi le differenze, naturalmente. Una su tutte. Nel 1973 il contesto è quello della Guerra fredda, le dittature del Cono Sud si offrono come laboratorio del neoliberismo e la “trappola di Tucidide” con la Cina, lontanissima, non sarebbe scattata ancora per i successivi quattro decenni. Interessi cinesi erano presenti, ma ancora limitati.</p>
<p>Il ricercato cambio di regime in Venezuela e la collegata rielaborazione della dottrina Monroe si propongono, invece, in primo luogo di estromettere la Cina come attore economico regionale.</p>
<p>Come tutte le analogie, quella tra il 1973 e il 2026 può essere utile nella misura in cui se ne mettano a fuoco sia gli elementi di affinità che le differenze. In questo caso, direi la continuità nella discontinuità. Il golpe cileno si colloca agli esordi e l’aggressione del Venezuela nel punto di presumibile massima crisi del lungo ciclo neoliberale iniziato circa mezzo secolo fa, e che ha conosciuto nella guerra in Ucraina un passaggio chiave. Con la partita del multipolarismo aperta, gli Stati Uniti di Trump puntano sull’esplicita sostituzione del diritto internazionale con la forza per ristrutturare la loro egemonia mondiale, in una versione più cruda del primato statunitense, che non ha più bisogno degli orpelli retorici dei precedenti presidenti USA, sia Dem che repubblicani. E che individua strategie chiaramente complementari nell’ultimativa riduzione dell’Europa a colonia e nella brutale rapacità nel proprio presunto “cortile di casa”.</p>
<p>Non si sono fatte attendere dichiarazioni di netta condanna dell’aggressione e di supporto al Venezuela da Cina, Russia e Iran. Ma i Brics saranno disposti ad intraprendere azioni più incisive? Non sembra probabile. E un passo dopo il Venezuela, c’è naturalmente il rapporto tesissimo tra Stati Uniti e Iran, che detiene la terza riserva petrolifera mondiale (il Venezuela la prima). Le ripercussioni della mossa di Trump sulla partita globale tra i Brics e il campo euro-atlantico sono ancora da misurare.</p>
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<p><a href="https://www.linterferenza.info/esteri/1973-2026-avvio-crisi-e-ristrutturazione-del-ciclo-neoliberale/?fbclid=IwY2xjawPIpiFleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeG0zGuoF1g2KeTvpXyNx68KmFRaqE8nSZ4OKt2veQp-9Kz9lMnsk4_f6x9Ww_aem_dG6thD1mOkk5Y27VbpV3aw">1973-2026: avvio, crisi e ristrutturazione del ciclo neoliberale &#8211; l&#8217;interferenza</a></p>
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		<title>Ernst Niekisch</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Feb 2025 14:54:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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<h1 data-hook="post-title"><img src="https://i.ebayimg.com/images/g/YVcAAeSw3b1nv2gY/s-l500.webp" alt="Hitler - ein deutsches Verhängnis [German] by Niekisch, Ernst - Foto 1 di 2" /></h1>
<h1 data-hook="post-title"><em><strong><span style="font-size: 13px;">E a proposito di Politico, importante è lo «stato d’allerta» con cui Niekisch ci pone di fronte a concetti come libertà, universalità, pacificazione. «Essere occidentali – scrive su «Widerstand» nel 1926 – vuol dire: servirsi della parola libertà per ingannare, far professione di umanità per compiere delitti, rovinare il popolo con l’appello alla riconciliazione». Un secolo di distanza ci separa da questo monito attuale/inattuale, da rimeditare in un tempo a cui solo in parte apparteniamo.</span></strong></em></h1>
<p>&nbsp;</p>
<h1 data-hook="post-title">Ernst Niekisch</h1>
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<div><strong>FRANCO MILANESI</strong></div>
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<p id="viewer-eef5o" dir="auto">Non sono molti i militanti comunisti ad aver percorso – sempre in bilico tra antagonismo, galera ed esilio – tutti i regimi che hanno segnato il «grande e terribile» Novecento: lo sperimentalismo democratico della Repubblica di Weimar, il fascio-nazismo hitleriano, il comunismo del controllo nella Ddr, il liberal capitalismo della repubblica Federale tedesca. Ernst Niekisch (Trebnitz 1889 – Berlino 1967) ha condotto la carica critica della sua intelligenza nell’azione contro i governi e i partiti al potere. Questa idea di politica come mobilitazione totale del soggetto lo ha portato a trascorrere alcuni mesi nelle carceri weimariane e un lungo e devastante periodo di detenzione durante il nazismo. In aperto dissenso con i vertici della Germania Est (che pure aveva scelto come residenza dopo il ’45) si trasferisce a Berlino Ovest dove vive gli ultimi anni in isolamento punitivo, vedendosi rifiutato, come comunista, ogni sussidio pensionistico.</p>
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<p id="viewer-4m9s9" dir="auto">Ma chi era Niekisch? Un oppositore per vocazione? Un avventuriero della politica perennemente dalla parte del torto e con vocazione minoritaria? Ernst Niekisch è stato un militante lucido e realista, che ha unito un armamentario teorico potente con una irriducibile avversione a ogni forma di pacificazione mediatrice.</p>
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<p id="viewer-3ugv1" dir="auto">Il nazionalbolscevismo – entro le cui coordinate possiamo ricondurre il suo pensiero – merita pertanto una ricognizione attenta per la funzione «stressante» che ha avuto nei confronti di tutte le appartenenze politiche, di ieri e di oggi, portandone in luce le sclerosi, le impasse pratico-teoriche, gli eccessi compromissori.</p>
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<p id="viewer-30k9a" dir="auto">Niekisch nasce da famiglia operaia il 23 maggio 1889 a Trebnitz, in Slesia (oggi Trzebnica, Polonia). La formazione intellettuale è vissuta come occasione di riscatto sociale. Studia la drammaturgia europea, la poesia tedesca, Nietzsche, Hegel, Weber e torna sempre a Machiavelli, riferimento teorico per tutta la vita (firmerà alcuni articoli con lo pseudonimo di Niccolò). La lettura di Marx lo avvicina al movimento socialista. Nel 1914, nei primi giorni di guerra, si arruola come volontario ma i problemi di vista portano alle dimissioni dal servizio attivo. Nell’ottobre del 1917 si iscrive alla Spd, e pubblica sul giornale di partito i suoi primi articoli. Dopo la proclamazione della Repubblica a Monaco di Baviera, il 7 dicembre 1918, Niekisch entra a far parte della Uspd e poco dopo viene proiettato sulla scena politica bavarese. Prima presidente del Consiglio degli operai e dei soldati di Augsburg, in seguito a Monaco di Baviera come presidente del Consiglio Centrale dei Consigli degli operai, contadini e soldati della Baviera. Nel maggio 1919, conclusasi drammaticamente l’esperienza della repubblica bavarese è arrestato e condannato a due anni e mezzo di reclusione. Scarcerato nel 1922 si trasferisce definitivamente a Berlino dove inizia l’elaborazione teorica nazionalbolscevica. Nel 1926 esce «Der Widerstand» (Resistenza), il mensile su cui elabora i cardini concettuali del suo pensiero politico. Il movimento nazional-rivoluzionario si dota di un settimanale al quale Niekisch dà il nome di «Entscheidung» (decisione). Nel 1932 pubblica il volume <em>Hitler, un destino tedesco</em> subito oggetto di una violenta critica da parte nazista. Nel 1932 compie un viaggio in Russia che rafforzerà l’<em>Ostorientierung</em>, l’«orientamento a Est», del suo pensiero. Rientrato in Germania tenta faticosamente di riallacciare le file della resistenza al nazismo e nel 1935 pubblica <em>La terza figura imperiale</em>, la sua opera più ambiziosa, dove delinea tre archetipi, l’«eterno romano», l’«ebreo eterno» e infine il «lavoratore»,<em> Ewiger Barbar</em>, l’eterno barbaro che dominerà attraverso la piena padronanza della razionalità tecnica un mondo segnato dall’oltrepassamento della forma borghese. Nel marzo del 1937 è arrestato dalla Gestapo, condannato all’ergastolo e alla confisca di tutti i beni. Viene liberato, quasi completamente cieco e paralizzato, dall’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Armata_Rossa" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink"><span style="text-decoration: underline;">Armata Rossa</span></a> il 27 aprile 1945. Rimedita il marxismo e partecipa attivamente all’attività politico-culturale della Repubblica Democratica. È professore incaricato di sociologia e nel 1949 viene nominato direttore dell’«Istituto di Ricerca sull’imperialismo»; nello stesso anno entra a far parte della <a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Volkskammer" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink"><em><span style="text-decoration: underline;">Volkskammer</span></em></a>, il Parlamento unicamerale della Repubblica democratica tedesca. Dopo varie espressioni di dissenso e di critica versi i dirigenti della Ddr, la repressione del 17 giugno 1953 dei moti operai a Berlino lo allontana definitivamente dal regime. Si trasferisce a Berlino Ovest e denuncia immediatamente il carattere «plutocratica» e borghese dell’intera politica nella Rft. La pensione gli viene negata in quanto, come cittadino e intellettuale di spicco della Ddr, aveva operato in «un regime fondato sulla violenza». Gli ultimi anni della sua esistenza sono prevalentemente occupati dalla stesura delle opere di memorialistica. Muore il 23 maggio 1967 nel giorno del suo settantottesimo compleanno. Su Niekisch cala il silenzio, fino ad alcune importanti opere biografiche e alla ripresa di interesse verso il nazionalbolscevismo, rilanciato nel caos geopolitico e ideologico del tardo Novecento come fonte – pur ricca di contraddizioni e polarità non facilmente risolvibili – di una possibile ispirazione.</p>
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<p id="viewer-4kvbd" dir="auto">Per la parte «nostra», il nazionalboscevismo suona perlopiù come un ircocervo, una contraddizione in termini. Al comunismo, dice l’ortodossia marxista, è consustanziale l’internazionalismo proletario e ogni torsione di tipo nazionale non può che approssimare le istanze comuniste al «fascismo di sinistra», confusa galassia che al netto dei proclami anticapitalistici e rivoluzionari ha regolarmente azzerato la sua carica antisistema quando il fascismo si è fatto regime, mettendo in riga i vacui strilli delle sue frange «ribelli».</p>
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<p id="viewer-84qfn" dir="auto">In questa cornice interpretativa Niekisch e il nazionalboscevismo dovrebbero essere ricondotti a fenomeni eccentrici e marginali nella realtà lavica della «guerra civile europea». Ma è proprio il terreno franoso della contemporaneità politica che impedisce di liquidare quell’esperienza, suggerendoci piuttosto un «doppio passo»: collocare storicamente, con rigore, il nazionalbolscevismo e da qui proiettare alcune sue istanze dentro il tempo presente. Non tanto per verificare nell’oggi la sua «tenuta», quanto perché la tonalità fortemente innovativa che fu all’origine della sua fragilità di fronte alle «case» ideologiche novecentesche (comunismo sovietico, riformismo socialista, fascismo, liberalismo) offre spunti di grande interesse proprio in misura della crisi di queste stesse appartenenze, aprendo «possibili politici» che vanno segnalati, trasfigurati e (in parte) riposizionati nella pratica della lotta di classe.</p>
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<p id="viewer-lol0" dir="auto">L’«esperimento profano» che si apre con l’ottobre del ’17 è il punto di partenza da cui muove la proposta nazionalbolscevica. Contro il solido blocco impostosi in Occidente (dominio del sistema di capitale, antropologia borghese, liberalismo politico) Niekisch indica una <em>Ostorientirung</em>: volgere lo sguardo ad Est e trarre esempio da quell’oriente russo che aveva da poco realizzato la prima rivoluzione proletaria. Egli osserva non tanto il processo di crisi dello zarismo e il potente tatticismo di Lenin, quanto il percorso di realizzazione e consolidamento dello Stato bolscevico, intendendo le istituzioni statuali come definitiva condensazione del potere di classe.</p>
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<p id="viewer-bfiq1" dir="auto">La sua analisi mescola tratti di forte originalità con concezioni essenzialistiche e assunti aprioristici, a partire da un’ipostatizzazione dei popoli, suddivisi e separati secondo presunti «tratti nazionali» che disegnano i contorni dei «tedeschi», dei «russi», dei «latini» come categorie spirituali coincidenti con il mosaico geopolitico europeo. La sfera del «Politico» non precede questa mappatura, non ne delinea i confini attraverso lo svolgersi di conflitti, guerre, conquiste e potere, ma ne discende, come forza di implementazione di tratti umani e sociali impressi <em>oltre</em> la stessa storia. Un assunto teorico dagli esiti alle volte risibili, che dovrebbe metterci in guardia dalle frequenti sospensioni –cui ancora oggi assistiamo – dell’acribia materialistica a favore di più rapide ed efficaci sintesi (gli «americani», i «cinesi»). Ma va anche rilevato che questa metafisica della storia innesca un meccanismo interpretativo efficace in cui economia, istituzioni, natura umana e politica si richiamano e si intrecciano con esiti di grande suggestione.</p>
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<div id="viewer-akgb1" dir="auto"> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/EstOvest.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-9071" title="estovest" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/EstOvest.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a></div>
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<p id="viewer-7g5vs" dir="auto">La Russia sovietica, per Niekisch, ha portato a una piena affermazione della soggettività proletaria, protagonista di un processo di rivoluzione sociale e nazionale saldamente guidato dall’élite bolscevica forgiatasi nella Grande Guerra. Lo «Stato totale» che si è realizzato oggettiva la specifica qualità spiritual-nazionale del popolo russo. Il collettivistico operaio, infatti, ingloba e trasfigura il comunitarismo solidale di contadini e militari, rilanciando la sobrietà di vita e il carattere «soldatesco» che ha percorso l’intera storia dei popoli slavi (ma anche tedeschi) incontaminati dai «beni» occidentali. In tal senso il ’17 russo non è il compimento delle rivoluzioni borghesi ma il capovolgimento dei loro stessi presupposti. La presunta linea di continuità tra i moti rivoluzionari apertisi con il 1789 è contraddetta dall’esito del giacobinismo francese che, intimamente percorso dall’Illuminismo borghese, esaurisce la propria carica sovvertitrice nell’individualismo e nel parlamentarismo. «La Russia – scrive Niekisch in «Wiederstand» – non è individualista, non è liberale. Essa colloca la politica al di sopra dell’economia. Essa non è parlamentare, democratica, “civilizzatrice”. Il bolscevismo è il rifiuto dell’umanismo e dei valori civilizzatori»,</p>
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<p id="viewer-clrau" dir="auto">è una potenza collettivistica e prometeica che ha saputo trasfigurare un paese immiserito dalla guerra e dalla subordinazione alle potenze straniere in una forza capace di competere, impadronendosi della tecnica industriale, con l’Occidente capitalistico. Il rapporto Lenin-Stalin si ingrana precisamente su questo punto. In vari saggi egli sottolinea (con le tonalità della gramsciana «rivoluzione contro il Capitale») come la volontà rivoluzionaria di Lenin abbia sovvertito le rigide leggi del determinismo marxista, trovando il suo compimento nel grandioso progetto staliniano. Niekisch si era recato in Russia nel 1932 per osservare da vicino la realizzazione del piano quinquennale. Ne era rimasto affascinato, sedotto da quella mescola di tecnica, direzione politica, collettività operaia coordinate in una gigantesca opera di trasformazione della natura e dell’ontologia sociale. I costi umani, la decapitazione delle dissidenze e l’annientamento dei contadini sono interamente sottaciuti mentre il «piccolo padre» è tratteggiato con toni agiografici. Così in una lettera del 1950: «la sua storia è la stessa storia dell’ascesa dell’URSS a potenza mondiale [ … ] è così stretto il legame tra Stalin e l’ascesa sovietica che essa appare immediatamente come l’opera di quest’uomo [ … ] Stalin non è un qualsiasi uomo di successo o di potere. In lui si rappresenta un’epoca della storia del mondo. Soffia attorno a lui, ancora vivente, il respiro della storia mondiale». Non possono non suscitare un brivido le parole che stigmatizzano l’impiccio rappresentato dalla resistenza contadina alla collettivizzazione. «L’esistenza del contadino russo è per antonomasia in contraddizione con l’esistenza dello Stato operaio. [ … ] poiché esso deve scegliere tra la propria sopravvivenza e quella del contadino, esso prende decisione contro la sopravvivenza del contadino. Il contadino è fuori posto nello Stato operaio: di conseguenza esso deve sparire (<em>verschwinden</em>). Il contadino deve diventare operaio». Ciò che emerge nella realtà sovietica è una nuova <em>Figur</em> di sintesi (così vogliamo dialetticamente intendere la «sparizione») operaia-soldato-contadina, ricalcata sul modello del militante politico plasmato nella lotta antiborghese: «Volontà di povertà» (<em>Wille zur Armut</em>), adesione a uno stile di vita semplice, al principio di autorità e a una dura esistenza di «disciplina e dovere». Questo è la nuova forma di vita di fronte a cui si erge l’occidente individualistico e mercificato.</p>
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<div data-hook="rcv-block18"> <img src="blob:https://web.whatsapp.com/970f1d9c-85fd-4288-8de7-44ae90b6653a" alt="" /></div>
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<p id="viewer-577ln" dir="auto">L’esempio che si trae dalla rivoluzione vittoriosa va portato dentro la prassi militante ribadendo un assunto: le forze e le forme del dominio si possono combattere solo se si comprende l’articolazione sistemica di tre dimensioni: il sistema di produzione capitalistico, la <em>Gestalt</em> (forma) borghese come suo substrato antropologico e l’universalismo politico, normativo e valoriale del liberalismo. Economia, antropologia e politica formano un blocco egemonico compatto ma non inattaccabile purché esso venga decodificato con chiarezza e aggredito da tutti i lati. Come implicita critica all’economicismo imperante, la sua opera aggira le analisi economiche concentrandosi sul versante dell’antropologia e della geopolitica al fin di cogliere, sotto le macrodinamiche del mercato, la capillarizzazione del dominio nei recessi più profondi dell’umano.</p>
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<p id="viewer-chhng" dir="auto">L’azione politica di Niekisch durante la stagione weimariana si svolge di conseguenza all’insegna del tentativo di richiamare la sostanza «profonda» del popolo tedesco, contadina e operaia, alla lotta contro le élite politiche ed economiche. Il «basso» contro l’«alto», una soggettività antagonista non data a priori (come l’operaio della fabbrica) ma da costruire attraverso l’azione politica. Non siamo propriamente sul terreno del popolo come «significante vuoto» (Laclau) da riempire con la mobilitazione attorno a istanze contingenti, ma i nazionalbolscevichi hanno piena consapevolezza che il coinvolgimento dell’intero <em>Volk</em> nella lotta anticapitalistica comporta uno sforzo mobilitante e propagandistico da affinare di volta in volta.</p>
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<p id="viewer-32i07" dir="auto">Così, se i tratti nazionali appaiono «eternizzati», nel fuoco del conflitto di classe questi presunte invarianti si collocano un campo di battaglia storicamente determinato, dove ciò che vale è la politicizzazione della memoria di parte, capace di ritagliare dal passato parti, momenti, eventi proiettandoli nell’agone contingente.</p>
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<p id="viewer-7lv98" dir="auto">Coerente con la critica all’economicismo marxista e al determinismo, egli ribadisce il «primato del politico» in tutta la sua sgranatura, dalle avanguardie rivoluzionarie all’organizzazione, dall’ideologia al livello istituzionale e sbocca nell’elaborazione di una <em>teoria autoritaria</em> dello Stato differente sia dal totalitarismo che dalla democrazia liberale. Il tema è stato recentemente rimesso in circolazione dalla realtà delle «democrazie autoritarie» che pur ricalcano solo in parte, a un secolo di distanza, le teorizzazioni di Niekisch, ne condividono il campo di tensione tra partecipazione popolare e soggettivazione politica, tra dinamica sociale e direzione statuale.</p>
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<p id="viewer-1cu14" dir="auto">Inscindibile da questa enfatizzazione dello Stato operaio come approdo del potere proletario è la lettura del nazismo, rovesciamento brutale del rapporto tra classi subalterne e dominio. Niekisch ripercorre, in particolare nei testi del dopoguerra, la progressiva raccolta di diverse componenti sociali attorno al nazismo: il reducismo, i diversi strati della borghesia, il sottoproletariato e infine i contadini. Tutti stretti al grande demagogo che simboleggia «l’incarnazione dell’inganno perpetrato dai ceti superiori a spese di quelli inferiori». Nell’hitlerismo si smaschera e naufraga quindi l’intero «programma» della <em>grande </em>borghesia, il suo umanitarismo, il presunto cosmopolitismo. In esso si azzera e tace la <em>Kultur</em> che per breve tempo aveva rappresentato (si pensi a Thomas Mann) un punto di tenuta se non di contestazione degli aspetti nichilistici e irrazionali del nazismo.</p>
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<p id="viewer-ch8eq" dir="auto">Di fronte a questo disvelamento il nazionalbolscevismo fa di nuovo valere, con una delicata operazione di <em>détournement</em>, l’istanza nazionale. È certo questo l’aspetto politicamente più delicato per la sinistra antagonista poiché rimanda a una questione, quella nazionale, tanto cruciale quanto rimossa.</p>
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<p id="viewer-nlkh" dir="auto">È un esercizio inutile ricercare la percorribilità per la sinistra di classe di questa proposta politica. La parola «nazionalismo» appare interamente percorsa da una storia che non ci appartiene, quella che ha portato il proletariato mondiale in trincee opposte, a scaricarsi cannonate addosso invece di girare la bocca dei fucili verso ufficiali e gentiluomini. Ma non è questo il punto. Vogliamo intendere questi ritratti non come una carrellata di personaggi resi asettici da un eccesso di storicismo ma come un modo per trovarci di fronte a soggetti attivi nella misura in cui ci servono a osservare in modo inconsueto il «qui» e il «poi». Possiamo allora considerare Niekisch e i nazionalbolscevichi come interlocutori possibili proprio praticando quell’«uso pubblico della storia» che la sottrae alla naftalina accademica e la proietta nella confusione del presente, alle volte addensando le nebbie, altre indicando qualche ipotesi di uscita.</p>
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<p id="viewer-5lf4r" dir="auto">Percorrendo questa dorsale «inattuale» ritroviamo una serie di suggestioni che portano a rimeditare su alcune proposte scaturite, in quell’area, dal caos postbellico. Ci riferiamo a due ordini di questioni. Da una parte il nodo delle identità e delle appartenenze, troppo facilmente denotate come presupposti di ogni posizionamento di destra. Nella critica dell’universale astratto (l’«umano» come terreno di applicazione dell’economico) a favore di una serie di particolari concreti (patria, terra, classe), Niekisch offre la possibilità di una ulteriore attivazione in grado di sommare, in una nuova potenzialità rivoluzionaria, sia la rivendicazione di classe sia quella nazionale. Non è, del resto, un’idea originale: l’appello affinché il proletariato faccia valere contro il dispositivo capitalistico-borghese la sua <em>radice</em>nazional-popolare lo si trova nei movimenti soreliani e in tutte quelle concezioni che muovono dalla contrapposizione tra il <em>radicamento</em> materiale dell’uomo del popolo e lo <em>sradicamento</em> universalistico del borghese cosmopolita.</p>
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<p id="viewer-570in" dir="auto">È attivo nei conflitti antimperialistici, in cui la lotta contro l’aggressione e il controllo di potentati politici ed economici stranieri (supportati da quelli interni) è sostenuta da una narrazione in cui un popolo rivendica la sovranità nazionale, cioè la piena «presa politica» su un territorio i cui confini sono tanto politici quanto tracciati da alcuni tratti «culturali» (storicamente dati) antitetici all’uniformante spirito capitalistico. L’intera storia del Novecento è costellata di lotte antimperialiste (in Asia, Sud America, Africa) che hanno strategicamente intrecciato la difesa dell’identità di luogo con le istanze di classe. Ora, pur con quella torsione metafisica che abbiamo indicato, il nazionalbolscevismo altro non proponeva che la convergenza di due processi: la «proletarizzazione» dei valori nazionali e lo spostamento dello scontro di classe anche sul terreno di una rivendicata identità popolare, proletaria, con radici contadine e neopagane agita <em>versus</em> quella delle classi egemoni, uniformate nel nesso tra economica di mercato e liberalismo.</p>
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<p id="viewer-bbimt" dir="auto">Secondo motivo messo prepotentemente a tema dal nazionalbolscevismo è quello della sovranità come essenza del politico. Esiste un agire politico disgiunto dal potere? L’esercizio del monopolio della forza ha solo una declinazione istituzionale? Quale apertura esprime il vasto raggio del «Politico» oltre i margini statuali? La risposta di Niekisch è netta (per lui lo Stato contiene e risolve il problema della sovranità), ma ciò che affascina nel suo percorso è la precisione quasi ossessiva nel tracciare e nel non abbandonare mai i temi che si raccolgono nel segno del Politico e dunque la capacità di mantenere aperture verso ulteriori soluzioni.</p>
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<p id="viewer-26fbm" dir="auto">E a proposito di Politico, importante è lo «stato d’allerta» con cui Niekisch ci pone di fronte a concetti come libertà, universalità, pacificazione. «Essere occidentali – scrive su «Widerstand» nel 1926 – vuol dire: servirsi della parola libertà per ingannare, far professione di umanità per compiere delitti, rovinare il popolo con l’appello alla riconciliazione». Un secolo di distanza ci separa da questo monito attuale/inattuale, da rimeditare in un tempo a cui solo in parte apparteniamo.</p>
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<p id="viewer-8211o" dir="auto">Infine. Un ulteriore motivo di interesse e di fascinazione si raccoglie interamente nel «punto» della biografia di Niekisch. Un soggetto <em>totus politicus</em> che opera, pensa, agisce, rischia, soffre, lotta e combatte lungo l’intero corso di una vita. Che sollecita, interroga, smuove uomini e cose, il tempo presente e il passato. Tutto per un’alterità allo scorrere placido, uniforme e uniformante del «mondo in atto». Una pratica di militanza estrema che osserviamo e che guardiamo con rispetto, oltre ogni ragion giudicante.</p>
<p dir="auto"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/ernst-niekisch">Ernst Niekisch</a></p>
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		<title>Come il comunismo sta surclassando il capitalismo</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Feb 2025 17:56:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Indrajit Samarajiva]]></category>
		<category><![CDATA[Xi Jinping]]></category>

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		<description><![CDATA[Come il comunismo sta surclassando il capitalismo di Indrajit Samarajiva* &#160; Non è ironico? Non credete? Un centinaio di aziende di veicoli elettrici sono fiorite sotto il comunismo, mentre il capitalismo sovvenziona uno spaccone che produce quattro veicoli e un fermacarte. Una start up ha addestrato un&#8217;intelligenza artificiale per 5,5 milioni di dollari sotto il comunismo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Come il comunismo sta surclassando il capitalismo</h1>
<h3>di Indrajit Samarajiva*</h3>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/vjcpoingbpx.webp" alt="vjcpoingbpx" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è ironico? Non credete? <strong>Un centinaio di aziende di veicoli elettrici sono fiorite sotto il comunismo, mentre il capitalismo sovvenziona uno spaccone che produce quattro veicoli e un fermacarte. Una start up ha addestrato un&#8217;intelligenza artificiale per 5,5 milioni di dollari sotto il comunismo, mentre l&#8217;intelligenza artificiale del capitalismo richiede 500 miliardi di dollari di aiuti governativi.</strong> Tutto ciò che i capitalisti vi hanno detto sul capitalismo erano solo stronzate per vendervi altro capitalismo. Il comunismo è in realtà molto più innovativo del capitalismo. Fanno di più con meno, e per scopi migliori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lunga e forse inutile digressione storica</strong></p>
<p>La grande potenza tecnica del comunismo era in realtà nota fin dall&#8217;inizio. Russia e Cina si sono industrializzate nel giro di <em>una generazione</em>. Nessuna nazione si è mai sviluppata più velocemente o in misura maggiore, un miracolo economico che la maggior parte degli economisti occidentali ha ignorato, <em>perché il comunismo è un male</em>, <em>STFU</em> [<em>zitto, stronzo!</em>]. La capacità produttiva del comunismo è stata screditata perché l&#8217;intera faccenda sembrava crollare con la fine dell&#8217;Unione Sovietica, <em>ma non era tutto</em>. Come <a href="https://socialistchina.org/2022/09/26/xi-jinping-consistently-develop-and-uphold-socialism-with-chinese-characteristics/">ha detto Xi Jinping nel 2018</a>:</p>
<p>Lo sviluppo storico non è mai rettilineo, ma pieno di colpi di scena. Alla fine degli anni &#8217;80 e all&#8217;inizio degli anni &#8217;90, <strong>il crollo dell&#8217;Unione Sovietica, la caduta del Partito Comunista dell&#8217;Unione Sovietica e i drammatici cambiamenti nell&#8217;Europa dell&#8217;Est non solo hanno portato alla scomparsa dei primi Paesi socialisti e dei Paesi socialisti dell&#8217;Europa dell&#8217;Est, ma hanno anche avuto un grave impatto sul gran numero di Paesi in via di sviluppo che aspiravano al socialismo, e molti di loro sono stati costretti a prendere la strada di copiare il sistema occidentale.</strong></p>
<p>Il socialismo nel mondo ha subito una grave battuta d&#8217;arresto, come dice il proverbio: “Tutti i fiori scarseggiano per un po&#8217;”. Ho parlato del viaggio del socialismo dal pensiero vuoto alla scienza, dalla teoria alla pratica, da un paese a molti paesi. Vale la pena di approfondirlo&#8230;</p>
<p>La storia si evolve sempre secondo una propria logica. Il grande successo del socialismo con caratteristiche cinesi in Cina dimostra che il socialismo non è morto, né morirà, e che sta fiorendo con vitalità e vigore. <strong>Il successo del socialismo scientifico in Cina è di grande importanza per il marxismo e il socialismo scientifico e per il socialismo nel mondo. È ipotizzabile che se il socialismo non avesse ottenuto il successo odierno in Cina, se la leadership del Partito Comunista Cinese e il nostro sistema socialista fossero anch&#8217;essi crollati nel cambiamento del domino del crollo dell&#8217;Unione Sovietica, della caduta del Partito Comunista Sovietico e dei drammatici cambiamenti nell&#8217;Europa dell&#8217;Est, o se avessero fallito per altre ragioni, allora la pratica del socialismo avrebbe potuto nuovamente vagare nell&#8217;oscurità per molto tempo, e di nuovo come un fantasma, come diceva Marx, vagare nel mondo.</strong></p>
<p>Fortunatamente per il mondo, prima della caduta dei sovietici, la Cina stava scindendo il proprio modello da quello sovietico e ha sviluppato qualcosa di molto diverso (e più solido). Come disse Xue Muqiao a una conferenza della Banca Mondiale nel 1982 (tutto questo tramite <em>How China Escaped Shock Therapy</em>, Isabella M. Weber, leggetelo, è eccellente).</p>
<p>Xue chiuse il suo discorso ricordando al pubblico che <strong>la Cina aveva imparato una lezione dolorosa quando aveva copiato il modello sovietico</strong>. Questo errore non poteva essere ripetuto. Secondo Xue, non era necessario cambiare i principi astratti, perché la questione chiave era come riformare nella pratica. <strong>La Cina non avrebbe cercato di copiare indiscriminatamente o all&#8217;ingrosso, ma avrebbe preso il meglio da ogni Paese e trovato la propria strada.</strong></p>
<p><strong>La principale intuizione cinese era che il problema richiedeva un&#8217;intuizione cinese.</strong> Il comunismo cinese è stato etichettato come <em>socialismo con caratteristiche cinesi </em>e con questo sistema economico altamente sperimentale e adattivo, Deng Xiaoping ha portato la Cina sul mercato (senza vendere tutto il suo patrimonio). Zio Deng aveva previsto la traiettoria in modo abbastanza preveggente nel 1987 (sul <em>People&#8217;s Daily</em> [Il Quotidiano del Popolo):</p>
<p>La povertà non è il socialismo. Dobbiamo sostenere il socialismo, ma dobbiamo progredire nella costruzione di un socialismo che sia veramente superiore al capitalismo. Dobbiamo prima liberarci del socialismo della povertà (<em>pinkun shehuizhuyi</em>); anche se ora tutti dicono che stiamo creando il socialismo, <strong>solo a metà del prossimo secolo, quando avremo raggiunto il livello dei Paesi moderatamente sviluppati, potremo dire con certezza che il socialismo è davvero superiore al capitalismo e che stiamo davvero costruendo il socialismo</strong>.</p>
<p>Semmai, Zio Deng è stato conservatore. Siamo solo a un quarto del nuovo secolo e la Cina ha già un&#8217;aspettativa di vita e un tenore di vita superiori all&#8217;America capitalista. L&#8217;unica cosa su cui l&#8217;America è in vantaggio è il PIL, che misura la corruzione, il debito, le frodi sanitarie e la costante autostimolazione come aspetti positivi (e non lo sono). In termini economici reali, come il PPA, la Cina è già al di sopra dell&#8217;America, e non dà la priorità a misure così ottuse (del cavolo), preferendo cercare una crescita di “alta qualità” piuttosto che far salire solo numeri astratti. <strong>Come si vede, il socialismo cinese è pragmatico più che programmatico.</strong> Come disse Deng in un discorso del 1962 (che fece incazzare Mao):</p>
<p>Quando si parla di combattere le battaglie, il compagno Liu Bocheng cita spesso un proverbio del Sichuan: <strong>“Non importa se è un gatto giallo o un gatto nero, purché catturi i topi.”</strong> Il motivo per cui abbiamo sconfitto Chiang Kai-shek è che non abbiamo sempre combattuto in modo convenzionale. Il nostro unico obiettivo è vincere approfittando delle condizioni date. Se vogliamo ripristinare la produzione agricola, dobbiamo sfruttare anche le condizioni reali. In altre parole, non dobbiamo attenerci a una modalità fissa di rapporti di produzione, ma adottare qualsiasi modalità che possa contribuire a mobilitare l&#8217;iniziativa delle masse. Attualmente, sembra che né l&#8217;industria né l&#8217;agricoltura possano avanzare senza prima fare un passo indietro.</p>
<p>La Cina, ovviamente, ha dovuto gettare le basi maoiste per industrializzarsi, ma il problema degli anni Novanta è stato cosa fare con quella base industriale. Molti Paesi post-comunisti si sono affidati alla tenera misericordia del capitalismo (alimentando il socialismo <em>al</em> mercato) e hanno visto il più forte declino della qualità della vita al di fuori dei tempi di guerra. La Cina ha avuto un&#8217;idea diversa: i mercati <em>all&#8217;interno</em> del socialismo. Perché no? Come disse Zio Deng nel 1984:</p>
<p>È sbagliato sostenere che l&#8217;economia di mercato esiste solo nella società capitalista e che esiste solo un&#8217;economia di mercato “capitalista”. <strong>Perché non possiamo sviluppare un&#8217;economia di mercato nel socialismo? Sviluppare un&#8217;economia di mercato non significa praticare il capitalismo.</strong> Pur mantenendo un&#8217;economia pianificata come pilastro del nostro sistema economico, stiamo anche introducendo un&#8217;economia di mercato. Ma si tratta di un&#8217;economia di mercato socialista.</p>
<p>In effetti, le persone hanno avuto mercati sotto ogni tipo di sistema economico, Il mercato™ non è qualcosa di unico del capitalismo, è solo marketing. Come Jiang Zemin ha descritto il socialismo con caratteristiche cinesi nel 1992:</p>
<p><strong>L&#8217;enfasi sulla pianificazione o sulla regolazione del mercato non era la distinzione essenziale tra socialismo e capitalismo. Questa brillante tesi ha contribuito a liberarci dall&#8217;idea restrittiva che l&#8217;economia pianificata e l&#8217;economia di mercato appartengano a sistemi sociali fondamentalmente diversi, determinando così una grande svolta nella nostra comprensione del rapporto tra pianificazione e regolamentazione del mercato.</strong></p>
<p>Questo è tutto il contesto storico che porta alla situazione attuale, in cui il socialismo cinese supera <em>decisamente</em> il capitalismo occidentale, come aveva previsto Zio Deng. Siamo quindi al punto in cui il moderno Segretario Generale può guardarsi indietro e fare un po&#8217; il giro della vittoria. Il successo della Cina dimostra che il socialismo non è morto. Sta prosperando. Basta guardare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I veicoli elettrici</strong></p>
<p>Prendiamo ad esempio le automobili, il veicolo più ovvio per il trasporto del potere nazionale. La Tesla è stata un&#8217;innovazione quando è nata, ma ora sta rilasciando solo quattro modelli e alcuni camion giocattolo che si rompono se li si lava. È onestamente distopico se si vuole acquistare un veicolo elettrico puro da un&#8217;azienda di veicoli elettrici puri in America. Si può comprare una S, una X, una Y o un Cybertruck appena utilizzabile.</p>
<p>Nel frattempo, in Cina, la sola BYD vende oltre 40 modelli e ci sono centinaia di aziende che chiamano NEV, impegnate in una concorrenza spietata. La Cina, il paese comunista, conserva lo spirito razionale del capitalismo mentre l&#8217;America, il paese capitalista, sovvenziona un&#8217;auto da clown. Che cazzo sta succedendo? È quasi come se la propaganda fosse una stronzata e il comunismo funzionasse davvero.</p>
<p>La differenza fondamentale tra comunismo e capitalismo non è <em>cosa</em> (ci sono i mercati nel comunismo e l&#8217;intervento dello Stato nel capitalismo) ma <em>per chi</em>. <em>Cui bono?</em> I nomi comunismo e capitalismo dicono tutto quello che c&#8217;è da sapere. Nel <strong>comun</strong>ismo la comunità è la cosa più importante, mentre nel <strong>capital</strong>ismo è il capitale. La differenza tra comunismo e capitalismo non è così difficile da capire, basta l&#8217;etimologia. Democrazia™ e Diritti Umani© sono solo slogan di marketing che il capitalismo usa per nascondere l&#8217;ovvio, ovvero che è soprattutto il capitale a governare.</p>
<p>Il problema è che il capitale non è molto bravo ad allocare il capitale. Come ha detto Biggie, non ci si dovrebbe mai sballare con le proprie scorte, cosa che il capitalismo americano ha fatto a partire dalla massiccia deregolamentazione degli anni &#8217;80, che ora è una politica unipartitica (il Congresso è solo un club di insider trading). Riacquisti di azioni, valutazioni di merda, pompaggio e dumping così grandi da essere salvati dal governo. La domanda centrale, come sempre, è: <em>per chi?</em> Il comunismo alloca le risorse per uno scopo <em>comune</em> (il socialismo per uno scopo <em>sociale</em>) o l&#8217;Islam per Dio (che è sicuramente il miglior pianificatore); molti sistemi economici sono possibili <em>a seconda di “per chi”</em>. Il capitalismo viene commercializzato come una soluzione universale per il bene generale, ma non è così, serve solo ad aumentare il capitale, come è scritto sulla scatola. <strong>Il capitalismo non è un sistema di governance, quanto piuttosto un sistema che <em>smantella</em> la governance per le proprie esigenze metaboliche. In breve, un cancro.</strong></p>
<p>Il comunismo (o qualsiasi altro -ismo che non sia incentrato sul denaro) è in grado di allocare il capitale per uno scopo diverso dalla semplice riproduzione del capitale. Come riprodurre gli esseri umani e (teoricamente) riprodurre la natura e non ucciderci tutti. <strong>Ci sono molte direzioni diverse possibili se si orienta l&#8217;economia verso qualcosa piuttosto che limitarsi a “far crescere l&#8217;economia”.</strong> Questa è una logica circolare che a un certo punto si divide per zero. <a href="https://indi.ca/how-precisely-were-fucked/">Non si può avere una crescita infinita su un pianeta finito</a>.</p>
<p>L&#8217;industrializzazione comunista, ovviamente, porta alla morte per calore della vita sulla terra tanto quanto l&#8217;industrializzazione capitalista, ma c&#8217;è almeno il <em>concetto</em> di una comunità condivisa che potrebbe includere tutti gli esseri viventi, piuttosto che condividere il capitale al di sopra di tutto (sto ragionando in modo puramente teorico). Se i movimenti di liberazione comunista (non c&#8217;è mai stato un Fronte di Liberazione Capitalista) non fossero stati brutalmente soppressi in tutto il mondo il secolo scorso, avremmo potuto avere una possibilità di fermare il collasso climatico e l&#8217;esaurimento delle risorse entro gli anni Settanta, <a href="https://indi.ca/its-too-late-baby/">quando era possibile</a>. Nel comunismo esiste almeno il concetto teorico di freno, mentre nel capitalismo è tutto un accelerare.</p>
<p><strong>Questo è il motivo principale per cui il comunismo produce automobili migliori e incarnazioni artificiali oggi. La Cina produce veicoli elettrici economici e funzionali e non lussuosi dispositivi di segnalazione della virtù. La Cina produce IA efficienti e a basso costo e non veicoli di investimento di lusso.</strong> Il comunismo ha una ragione alla base della produzione, mentre il capitalismo è solo una crescita irrazionale per il gusto di crescere (cioè un cancro). Niente di tutto questo salverà il mondo (è troppo tardi), ma possiamo almeno dire “lo sapevo” alle macchine che se ne fregano mentre noi percorriamo l&#8217;autostrada (verso l&#8217;inferno).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L&#8217;intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Prendiamo ora l&#8217;IA, un altro veicolo di trasmissione del potere nazionale (che distrugge anche il mondo naturale). L&#8217;IA conversazionale era l&#8217;ultimo posto in cui si poteva dire che il capitalismo occidentale funzionasse. <strong>L&#8217;IA era come il quarterback dell&#8217;industria tecnologica, l&#8217;ultimo posto dove un uomo bianco poteva comandare.</strong> Ma ora quel primato è stato cancellato da <a href="https://chat.deepseek.com/">DeepSeek</a>.</p>
<p>Mentre il governo degli Stati Uniti annunciava un investimento oligarchico da 500 miliardi di dollari in OpenAI, DeepSeek rilasciava un modello comparabile che era stato addestrato con 5,5 milioni di dollari. <strong>Nel comunismo un imprenditore <em>privato</em> ha creato DeepSeek di tasca propria, mentre nel capitalismo il Presidente ha dovuto stare accanto a Sam Altman, tenendogli la mano. Che cosa sta succedendo qui?</strong></p>
<p>Il problema è che il capitale non è molto bravo ad allocarlo. Si limita a dare i soldi a se stesso. Questa è un&#8217;altra digressione, ma a un livello molto alto, <a href="https://brooklynrail.org/2022/03/field-notes/Endgame-Finance-and-the-Close-of-the-Market-System/">Jamie Merchant descrive</a> come: <em>“Tradizionalmente, una qualche forma di economia pianificata è considerata l&#8217;alternativa alle istituzioni di mercato, ma qui non c&#8217;è molta pianificazione. Si tratta piuttosto di qualcosa di nuovo: l&#8217;abolizione del mercato senza pianificazione.”</em> Cosa Merchant intenda per “abolizione del mercato” è importante. L&#8217;America è arrivata di fatto alla pianificazione centrale senza pianificazione. Un cartello di banche si limita a spostare i tassi di interesse e il governo dà loro denaro gratis per farlo. È tutto controllato a livello centrale, ma senza che ci sia una sola idea di cervello tra di loro. Come continua Merchant,</p>
<p>In quanto primo Paese capitalista, gli Stati Uniti si assumono essenzialmente i costi crescenti della riproduzione delle condizioni di deterioramento della produzione capitalistica globale, che si manifestano con l&#8217;esplosione del bilancio della Fed e del debito nazionale. Allo stesso tempo, <strong>l&#8217;espansione della governance nella finanza privata e della finanza nel governo erode le basi della funzione competitiva del mercato. </strong>Più questa dinamica avanza, più si restringe il campo d&#8217;azione del mercato; più il mercato si restringe, meno redditizia diventa la produzione privata rispetto alle entrate da raccogliere attraverso la finanza; meno redditizia diventa la produzione privata, più l&#8217;accumulazione di capitale si esaurisce, richiedendo un intervento statale sempre più drastico solo per mantenere il battito cardiaco, il che erode ulteriormente le basi del mercato. <strong>Tradizionalmente, si ritiene che l&#8217;alternativa alle istituzioni di mercato sia una forma di economia pianificata, ma qui non c&#8217;è molta pianificazione. Si tratta piuttosto di qualcosa di nuovo: l&#8217;abolizione del mercato senza pianificazione.</strong></p>
<p>Merchant descrive il fatto che l&#8217;America nel 2008 ha salvato le grandi banche <em>senza assumere partecipazioni azionarie</em> (cioè nazionalizzandole). Ha fatto la stessa cosa con le grandi aziende automobilistiche. Il mercato ha detto che queste aziende erano morte, ma il governo americano ha detto di no e le ha tenute in vita. La “distruzione creativa” del mercato è stata abolita, cioè il mercato è stato abolito senza pianificazione. Il governo statunitense stava solo reagendo alle crisi, ma ha finito per creare un enigma da cui non può uscire. La loro intera economia è un gigantesco schema Ponzi e <a href="https://indi.ca/capitalism-is-a-ponzi-scheme/"><em>non esiste un Ponzi inverso</em></a>. In questo sistema oligarchico, l&#8217;unico scopo è quello di far salire la linea, per mantenere il massimo il più a lungo possibile. In questo senso, avere un prodotto che funziona bene e a basso costo è in realtà un terribile svantaggio. Riduce i profitti (che sono sempre più irrilevanti) e soprattutto riduce la spesa. Come continua Merchant: <em>“Le società di gestione patrimoniale Blackrock, Vanguard e State Street Advisors sono i maggiori azionisti di 9 società su 10 dell&#8217;S&amp;P 500, possedendo in media più del 20% delle azioni di ogni società dell&#8217;indice, <strong>per cui è naturalmente nel loro interesse scoraggiare qualsiasi concorrenza che possa ridurre i profitti</strong>.”</em></p>
<p>In questo contesto capitalista, qual è lo scopo di un sistema di intelligenza artificiale da 5,5 milioni di dollari? Qual è il suo valore per coloro per i quali suona la campana di apertura? Perché un capitalista dovrebbe volere una cosa del genere quando abbiamo questo trambusto da 500 miliardi di dollari in corso? <strong>Offrire qualcosa di più economico ed efficiente ai banchieri è come offrire loro un asciugamano nel bagno della discoteca. <em>Non è per questo che sono lì</em>.</strong> Al lavoro o nel tempo libero, stanno cercando di far salire quella linea il più velocemente e furiosamente possibile.</p>
<p>Come <a href="https://www.youtube.com/watch?v=wM6exo00T5I&amp;t=196s">dice</a> Matthew McConaughey in <em>Wolf Of Wall Street</em>:</p>
<p>C&#8217;è un cliente che ha comprato azioni a 8 anni e poi ha annunciato che è a 16 ed è tutto felice di voler incassare, liquidare, prendere il suo libro, prendere i suoi soldi e correre a casa. Non glielo permetti di farlo, ok, perché questo lo renderebbe reale, giusto? No. Che lavoro fai? <strong>Ti viene un&#8217;altra idea brillante, un&#8217;idea speciale, un&#8217;altra situazione, un&#8217;altra azione per reinvestire i suoi guadagni e attirarlo, e lui lo farà, ogni singola volta, perché ne sono dipendenti. Continui a farlo ancora e ancora e ancora.</strong> Nel frattempo, lui pensa di diventare ricco (e lo è, sulla carta), ma io e te, i broker, ci stiamo portando a casa denaro contante tramite commissioni.</p>
<p>L&#8217;intelligenza artificiale era la gallina dalle uova d&#8217;oro che la realtà virtuale avrebbe dovuto essere, ha fatto salire la linea di NVIDIA e i &#8220;magnifici sette&#8221; si sono affollati nel bagno per ottenere un AF elevato. Più GPU (ed energia e acqua) consumavano questi prodotti, <em>meglio era</em>. L&#8217;intelligenza artificiale era un prodotto magico con vantaggi francamente mitici che faceva sì che le persone facessero la fila per buttarci soldi. Questo era il valore dell&#8217;IA nel sistema capitalista, non l&#8217;IA stessa. Ancora una volta, ricordate che <strong>il capitalismo non percepisce alcun bisogno umano se non l&#8217;avidità</strong>. Non gli importa cosa fa il prodotto, quanta energia e acqua brucia, purché faccia salire la linea, che sia nel naso o nei notiziari.</p>
<p>Ma ora in Cina si trovano di fronte a un &#8220;concorrente&#8221; (tutti, a parte l&#8217;America, sono felici di lavorare insieme) che capovolge il loro trambusto principale con un <em>progetto parallelo</em>. DeepSeek era un progetto parallelo di alcuni quant finanziari (trader algoritmici) con un sogno e una certa capacità GPU di riserva. L&#8217;IA conversazionale è un progetto collaterale in Cina che ha un&#8217;economia reale che costruisce cose reali e in cui l&#8217;IA viene utilizzata principalmente per noiosi casi aziendali, non per chiacchiere inutili. E così DeepSeek viene rilasciato open-weight (di fatto open-source) perché non gliene frega un cazzo. Come ha dichiarato il CEO di DeepSeek:</p>
<p><strong>Di fronte a una tecnologia dirompente, un fossato closed-source è temporaneo.</strong> Anche l&#8217;approccio closed-source di OpenAI non ha impedito ad altri di mettersi al passo. Il nostro valore risiede nel nostro team, che attraverso questo processo cresce e accumula know-how. Costruire un&#8217;organizzazione e una cultura in grado di innovare costantemente è il nostro vero fossato. L&#8217;open source e la pubblicazione di documenti non significano che perdiamo nulla. Per i tecnologi, essere seguiti è una conquista. <strong>L&#8217;open source è più un atto culturale che commerciale. Donare è una forma di onore e attrae talenti promuovendo una cultura unica.</strong></p>
<p>OpenAI è solo un termine di branding, ma DeepSeek lo sta effettivamente facendo. Nessuno sta cercando (o potendo) diventare un oligarca di rendita in Cina, possiedono già collettivamente i mezzi di produzione attraverso il Partito Comunista. Le persone possono certamente diventare ricche, ma l&#8217;obiettivo della Cina è una &#8220;prosperità moderata&#8221; e una &#8220;crescita di alta qualità&#8221;, non il denaro del fanculo e la crescita a tutti i costi. Questo porta a prodotti molto diversi tra loro. In realtà è una cultura completamente diversa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Non è ironico?</strong></p>
<p>Come ha detto Alanis Morissette, <em>non è ironico, non credete?</em> Il capitalismo doveva essere questo grande motore di ingegnosità, ma si è congelato nella monopolizzazione, nella corruzione, nello spreco massiccio e nelle discariche. Il comunismo è stato etichettato come la morte dell&#8217;iniziativa individuale, ma ci sono ragazzi degli hedge fund che fanno l&#8217;IA rivoluzionaria come progetti collaterali. Si noti che non intendo dire che l&#8217;IA conversazionale in sé stia cambiando le regole del gioco, intendo dire che DeepSeek espone il gioco delle conchiglie a cui stavano giocando le aziende americane di IA (e i produttori di chip). Non ho nemmeno parlato di come la Cina abbia superato l&#8217;America sui social media e praticamente su tutti i settori a cui tengono, e i settori che non le interessano, come la salute, l&#8217;alloggio, l&#8217;istruzione e i reali bisogni umani.</p>
<p>Se si legge anche solo sottilmente nella storia di questi sistemi economici, non è così difficile da spiegare. Il comunismo ha uno scopo che va oltre il profitto e l&#8217;economia può essere <em>diretta </em>verso uno scopo umano (o idealmente naturale). Il capitalismo non ha alcuno scopo oltre al profitto, e degenera semplicemente in frode. Questi sistemi non sono gli stessi. Il capitalismo è peggio.</p>
<hr />
<h6>[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]</h6>
<hr />
<h6><strong>* Indrajit Samarajiva – </strong><a href="https://indi.ca/about/">https://indi.ca/about/</a></h6>
<hr />
<h6>FONTE: <em><a href="https://indi.ca/how-communism-is-obviously-outcompeting-capitalism/">https://indi.ca/how-communism-is-obviously-outcompeting-capitalism/</a></em></h6>
<hr />
<h6><em>* Sono nato nel 1982 a Vancouver, in Canada, dove i miei genitori stavano facendo il loro dottorato di ricerca. Ho vissuto in Sri Lanka per un breve periodo prima di trasferirmi a Upper Arlington, Ohio, dove sono cresciuto. Ho studiato Scienze Cognitive alla McGill University di Montreal. Lì ho iniziato a scrivere per un mio blog e lo faccio da quasi 25 anni. Da adulto, sono tornato in Sri Lanka, dove vivo da allora. Ho fondato alcune riviste, ho lavorato per una grande società di telecomunicazioni nel settore dei contenuti, ho contribuito a creare molti siti web, ho lavorato come redattore online per un giornale e ho lanciato e venduto una startup di contenuti alimentari. Ho anche contribuito a lanciare la consegna di cibo all&#8217;interno dell&#8217;azienda che ci ha acquisito. Ora scrivo quasi tutti i giorni, che era il mio sogno fin dalla prima elementare.</em></h6>
<p><em><strong>l&#8217;Antidiplomatico</strong></em></p>
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		<title>Pensare il presente e immaginare il futuro</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Nov 2024 17:36:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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		<category><![CDATA[Marx]]></category>
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		<category><![CDATA[Salvatore Bravo]]></category>

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		<description><![CDATA[Pensare il presente e immaginare il futuro di Salvatore Bravo “La società non esiste, esistono solo gli individui” e ancora &#8221;L&#8217;economia è il mezzo, l&#8217;obiettivo è quello di cambiare il cuore e l&#8217;anima&#8221;. Sono le parole di Margareth Thatcher, sono parole profetiche, poiché nel nostro tempo senza opposizione, in modo trasversale destra e sinistra sono in sintonia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/11/51B434E1-FD6D-4AE1-BCC5-4255DF129E0D-1.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9024" title="51b434e1-fd6d-4ae1-bcc5-4255df129e0d-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/11/51B434E1-FD6D-4AE1-BCC5-4255DF129E0D-1-300x223.jpeg" alt="" width="300" height="223" /></a></p>
<h1></h1>
<h1>Pensare il presente e immaginare il futuro</h1>
<h3></h3>
<h3>di Salvatore Bravo</h3>
<p>“<em>La società non esiste, esistono solo gli individui” </em>e ancora<em> &#8221;L&#8217;economia è il mezzo, l&#8217;obiettivo è quello di cambiare il cuore e l&#8217;anima&#8221;.</em></p>
<p>Sono le parole di Margareth Thatcher, sono parole profetiche, poiché nel nostro tempo senza opposizione, in modo trasversale destra e sinistra sono in sintonia nel rendere reali una trasformazione antropologica assoluta di cui la Thatcher era la punto di diamante.</p>
<p>Ogni comunità deve morire, perché sorga l’uomo nuovo. L’uomo che sta prendendo forma nel nostro tempo storico è affetto da solipsismo crematistico e competitivo. Nessun legame e nessuna etica, l’uomo nuovo idolatra l’economia e pensa secondo calcoli orientati al solo valore di scambio. Un essere anempatico e orientato a perseguire i soli desideri personali è tra di noi. La furia omicida che riempie le cronache è la tempesta sollevata dagli stregoni della crematistica a cui rispondono con provvedimenti autoritari e sollecitando individualità sempre più libere da ogni limite e dalla realtà. Il ciclo produttivo delle violenze è così innescato. Per realizzare l’uomo nuovo il sistema si muove in modo coordinato. Stato e istituzioni svuotati da ogni senso comunitario ed etico sono erosi del loro “contenuto sociale”. Lo Stato è stato abbattuto dalla privatizzazione del suo apparato produttivo; è il gendarme e il garante delle oligarchie. I diritti sociali sono l’obolo che le classi al potere elargiscono ai dominati al fine di consentire la sopravvivenza dei subalterni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La scuola sotto assedio</strong></p>
<p>In ogni contesto istituzionale la comunità è dissolta, esistono solo clienti che si differenziano per la volontà di affermarsi e per il censo. In tale clima di disfacimento comunitario e di incominciamento del tempo della violenza l’istituzione scolastica è parte della pianificazione finalizzata all’uomo nuovo. Nelle scuole vige uno degli ultimi residui di comunità: la classe. Per distruggere la comunità scolastica che riproduce l’etica famigliare, gli scolari sono eguali dinanzi ai docenti come i figli davanti ai genitori, la pianificazione liberista sta inoculando la didattica individualizzata. Quest’ultima è già presente con programmazioni per gli alunni atleti e per gli alunni con bisogni speciali. La classe e i programmi didattici gradualmente evaporano come le discipline. Nella classe vigono più programmi contemporaneamente; le differenze sono medicalizzate e in tal modo controllo e sperimentazione della fine della classe-comunità assumono una visibilità e una normalità ormai acclarata. Le attuali programmazioni finalizzate al recupero di alunni con “particolarità cognitive”, in realtà, il più delle volte hanno un effetto <em>boomerang,</em> poiché la programmazione speciale diviene uno scudo che rende l’alunno intoccabile. Non gli si chiede di affinare la volontà per confrontarsi con i suoi limiti e con le sue potenzialità. Si adatta la didattica ai voleri e desideri dei genitori e dei figli. La capacità propositiva della scuola è così obliterata, essa ha il compito di prendere la forma che i clienti desiderano. Non è più una istituzione educativa, ma un’azienda che “realizza i desideri degli utenti”. Nella medesima classe vi sono, dunque, alunni che procedono in modo separato, poiché l’individualizzazione dell’insegnamento è una forma di cesura del singolo dal contesto classe. Nelle scuole secondarie superiori il PCTO e l’orientamento rafforzano e consolidano la risposta individuale a bisogni comuni. Per comprendere le predisposizioni personali non si effettua un percorso comune. Lo studio tradizionale ha lo scopo di condurre l’alunno a conoscersi nelle sue capacità e interessi all’interno della classe. Dialogo, ascolto e condivisione necessitano del tempo scuola e della comunità stabile, tutto questo è sostituito con l’individualizzazione dell’insegnamento. Nel tempo della classe da “oltrepassare” secondo i modelli didattici anglofoni i singoli alunni sono prima stimolati ad ambizioni imitative, perché stimolate dal sistema che orienta la scelta, e su questo terreno già ben arato dai media e dalla cultura egemone della classe al potere, si passa a offrire servizi didattici che consolidano l’individualità liberata da ogni percorso comune. La scuola diventa così luogo di solitudine in cui bisogna, anche, intervenire per moderare gli effetti dei sintomi patologici causati dall’innaturalità del sistema che ha sostituito il bene e la cura con i risultati. L’empirismo senza pensiero e il fare senza fini oggettivi sostituisce la prassi. La normalità con cui è stata accettata l’individualizzazione dell’insegnamento che si attua su richiesta dei genitori con documentazione anche privata è la testa d’ariete con cui si sta introducendo la didattica individualizzata generalizzata. Tale è il sospetto. La classe in quanto comunità affidata all’intelligenza emotiva e didattica dei docenti è sostituita da una giustapposizione di alunni con docenti al servizio dei clienti (genitori e figli) e del potere economico. La classe non è più la comunità in cui si impara a pensare criticamente il mondo e a immaginarlo diverso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Binario unico</strong></p>
<p>L’economia è, dunque, il mezzo per educare. L’economia capitalistica è costituita, guardandola dal basso, da clienti che ambiscono a realizzare solo i propri desideri e non riconoscono alcuna comunità etica: famiglia, scuola e Stato. Hegel ci ha insegnato che lo Stato è una grande famiglia nella quale le pulsioni egoistiche sono liberamente contenute dai singoli, ma la <em>Grande famiglia</em> per essere tale necessita della famiglia e della scuola, esse preparano alla condivisione e a comprendere che ogni individualità dev’essere rispettata nella sua specificità ma senza rompere gli ormeggi con la comunità, anzi quest’ultima, in un contesto solidale, è di ausilio per sostenere i processi didattici dei più fragili, i quali sono così motivati a confrontarsi con i limiti e con le potenzialità. La classe inoltre consente di rafforzare l’identificazione identitaria con il gruppo e questo non è un valore negativo, se non si trasforma in sterile e stupida contrapposizione con gli altri gruppi, anzi permette, se ben guidata di ampliare la capacità empatica e di decentrarsi a livello emotivo e razionale. L’azione solidale, oggi è sostituita da una parvenza di scientismo burocratico. Gli esperti con le loro diagnosi determinano la classificazione dei malesseri che in tal modo divengono “stati patologici”. Gli stessi alunni oggetto dell’intervento, spesso, si percepiscono in modo negativo e distorto, e ciò rischia di inibire le capacità plastiche di recupero di cui sono dotati. L’individualizzazione dell’insegnamento è largamente iniziato in un clima scolastico che rispecchia, quindi, il mondo del lavoro e delle relazioni nel quali regna <em>l’atomistica delle solitudini e la bestia selvaggia del mercato. </em>Tutto questo è in linea con l’uomo nuovo che il sistema capitalistico sta allevando, non si può che restare allibiti dinanzi al silenzio con cui si sta accettando tale trasformazione. Non ci sono discussioni, non ci sono proposte alternative da vagliare e con cui confrontarsi. La dialettica potrebbe correggere storture ed errori, ma i dissenzienti sono tacitati e stigmatizzati come “passatisti”. Tutto procede sul binario unico del liberismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La parola contro il silenzio</strong></p>
<p>La cultura del sospetto deve indurci a pensare il nostro tempo nella sua struttura politica per svelare fini e disegni politici. Nel silenzio, in cui versiamo, è inevitabile che il sistema proceda in modo quasi automatico a mutare, nel profondo, lo spirito solidale e dialettico che dovrebbe essere insegnato a scuola e senza il quale non vi è democrazia. L’atomistica delle solitudini che si vive in classe e in ogni contesto sociale, istituzionale e relazionale non può che condurre all’affermarsi della fine della nostra civiltà umanistica; è una fine che reca con sé un inizio tragico, del tempo dell’individualismo-capitalismo assoluto, come le cronache denunciano. Per diventare esseri umani necessitiamo di comunità, valori comuni forti e di dialettica. Un mondo senza comunità, in cui l’individuo è sciolto da ogni legame, è spettrale, poiché la distruzione e la violenza diventano in esso l’ordinaria normalità del male incompreso. A tutti gli uomini e le donne di buona volontà spetta il compito di difendere la comunità rispettosa delle individualità l’umanità del presente e del futuro. In ogni contesto a tal fine è necessario rafforzare i punti ottici che segnalano “la barbarie” che giunge a noi con le parole del “politicamente corretto”. Smascherare tali imposture è l’<em>incipit </em>per deviare da tale cammino. All’economicismo tracotante dobbiamo opporre più umanesimo e più prassi. La società esiste, non vi è umanità che nelle buone relazioni comunitarie solidali, senza di esse si avvia un processo di disumanizzazione che non può che condurre ad una condizione di dolore che gli esperti valuteranno come patologia, senza comprenderne o voler comprendere, il problema nella sua radicalità inquietante. All’uomo nuovo del capitalismo integrale bisogna opporre la verità sull’essenza storica dell’essere umano come il marxismo ci ha insegnato. In questo momento storico bisogna assediare l’egemonia culturale ed economica con la critica radicale e sperimentare forme di resistenza e progettualità e renderle visibili, in modo da riattivare la dialettica democratica.</p>
<p>Rileggere Marx ed Hegel è fondamentale per i rivoluzionari dello spirito e della prassi che vogliano far cadere il velo della propaganda e ricostruire percorsi di verità e cura del senso della comunità. Il tempo della ricostruzione avverrà e si materializzerà in tempi brevi. Conflitti e guerre sono il quotidiano dell’ideologia vigente. La competizione è la realtà del quotidiano, mentre le guerre sono la normalità dell’ipertrofia del capitalismo ormai libero da ogni limite politico ed etico. Nessun sistema sociale può reggere a tante pressioni, tensioni e contraddizioni. Preparare l’emancipazione su solide basi comunitarie e solidali è l’impegno quotidiano che ci coinvolge in ogni parola e gesto che attuiamo. Solide basi teoretiche e azione-prassi nel presente preparano la configurazione di un tempo storico a noi limitrofo, in cui la politica incarnerà valori e pratiche conformi alla natura umana. Solo in tal modo rovesceremo le parole mefistofeliche di Margaret Thatcher.</p>
<p>Risuonano ancora le parole preziose di K. Marx a Proudhon in una epistola, nella quale invita criticamente ad usare categorie che possano spiegare l’egemonia di classe. La struttura economica è la causa profonda dei mali che spiega l’intero, da tale assunto dobbiamo iniziare per riprendere il cammino senza inutili nostalgie e idolatrie:</p>
<p>“<em>È proprio ciò che Proudhon non ha capito e ancor meno dimostrato. Incapace di seguire il movimento reale della storia, Proudhon ci dà una fantasmagoria che ha la pretesa di essere una fantasmagoria dialettica. Egli non sente il bisogno di parlare del diciassettesimo, diciottesimo, diciannovesimo secolo, giacché la sua storia si svolge nel regno nebuloso dell&#8217;immaginazione e molto al di sopra dei tempi e dei luoghi. In una parola: tutto questo è vecchia cianfrusaglia hegeliana, non è storia, non è storia profana &#8211; storia degli uomini &#8211; bensì storia sacra &#8211; storia delle idee. A sentir lui, l&#8217;uomo non è che lo strumento di cui l&#8217;idea ovvero la ragione eterna si serve per svilupparsi. Le evoluzioni di cui parla Proudhon debbono essere evoluzioni quali si compiono nel seno mistico dell&#8217;idea assoluta. Ma se si strappa il sipario di questo linguaggio mistico, ciò significa che Proudhon ci fornisce l&#8217;ordinamento in cui le categorie economiche si sistemano all&#8217;interno del suo cervello. Non mi costerà molta fatica dimostrarLe che questa sistemazione è la sistemazione di un cervello assai disordinato1</em>”.</p>
<p>La coscienza critica comunitaria può riattivare le istituzione e i diritti che consentono di dare avvio ad una nuova stagione, nella quale le scelte non sono calate dall’alto, ma discusse in un contesto di parresia, in cui i dissenzienti possano esprimere visioni e alternativa capaci di ricostruire il senso sociale. La polifonia delle voci è il senso della democrazia sociale capace di sintetizzare le prospettive in oggettivazioni di sintesi. All’uomo nuovo opponiamo l’uomo solidale capace di produrre le condizioni per il benessere generale.</p>
<hr />
<h6>Note</h6>
<h6>1 Archivio Marx-Engels , Lettera di Marx a Pavel Vasilevič Annenkov.</h6>
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		<title>L’Ideario di Ernesto “Che” Guevara (terza parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2024 16:59:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Che Guevara]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; L’Ideario di Ernesto “Che” Guevara (terza parte)   GIULIO CHINAPPI &#160; In occasione dell’anniversario della nascita del rivoluzionario argentino Ernesto “Che” Guevara (14 giugno 1928), vi proponiamo i bravi più significativi del suo Ideario, nel quale è riassunto il suo pensiero su numerose tematiche, suddiviso in tre parti. La terza ed ultima parte affronta le seguenti tematiche: il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<header>
<h1></h1>
<h1><img src="https://th.bing.com/th/id/OIP.Z6H5g0hjMX0DX1NGOcD3rQAAAA?pid=ImgDet&amp;w=179&amp;h=207&amp;c=7&amp;dpr=1,3" alt="Visualizza dettagli immagine correlata. TIL Che Guevara’s executioner, Mario Terán, was a 27-year-old Bolivian ..." /></h1>
<h1>L’<em>Ideario</em> di Ernesto “Che” Guevara (terza parte)</h1>
<div><strong> </strong></div>
<div><strong>GIULIO CHINAPPI</strong></div>
</header>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<p>In occasione dell’anniversario della nascita del rivoluzionario argentino Ernesto “Che” Guevara (14 giugno 1928), vi proponiamo i bravi più significativi del suo <em>Ideario</em>, nel quale è riassunto il suo pensiero su numerose tematiche, suddiviso in tre parti. La terza ed ultima parte affronta le seguenti tematiche: il lavoro, il lavoro volontario, l’emulazione, la qualità, la pianificazione, l’assenteismo, studio e abilitazione, educazione e cultura, tecnica e rivoluzione tecnica, studente – tecnico – professionista, il guerrigliero, tattica e strategia, lotta armata, Fidel.</p>
<p><strong>Il lavoro</strong><br />
Il lavoro in certi casi è un premio, uno strumento di educazione in altri, mai un castigo. Una nuova generazione nasce. La storia del capitalismo è la storia della pirateria organizzata da pochi che si appropriano del lavoro di molti. Ogni paese che inizia la costruzione del socialismo deve lottare per le basi materiali per conseguirlo e per questo ha bisogno di creare le eccedenze economiche che sono date per la produttività del lavoro. la costruzione del socialismo significa l’investimento di abbondanti sforzi della nazione, di abbondanti capitali della nazione. E quei capitali si creano solo mediante il lavoro umano. Non è possibile essere un buon rivoluzionario nella costruzione del socialismo in questa fase ed essere cattivo nel mestiere che si fa. L’operaio deve ricordare che essere presente al suo posto di lavoro è essere presente nella sua trincea, in una lotta che è all’ultimo sangue, una lotta che non ammette tentennamenti e una lotta in cui la sconfitta significa la sconfitta di tutti senza eccezione alcuna. In questo momento, la società intera deve agire in modo coercitivo e agire sul salario di quanti non vogliono restituire alla società ciò che questa gli rende sotto forma di prestazioni sociali, agendo lì per dare di meno a chi non sa compiere il proprio dovere. Il lavoro esercitato giorno per giorno con entusiasmo creatore sviluppa in noi tutti la coscienza del socialismo; più produzione più coscienza, questa è la sintesi su cui si può formare la società nuova. La vittoria del socialismo non può raggiungersi tramite uno solo dei due aspetti, tramite la lotta armata da un lato o il lavoro dall’altro. La difesa armata e il lavoro sono due parti indivisibili della costruzione del socialismo, meta che non si raggiunge è cibo o vestito o medicamento che non si dà al popolo. Chi fa la storia, chi la fa giorno dopo giorno mediante il lavoro e la lotta quotidiana, chi la firma e la tramuta in realtà nei grandi momenti è la classe lavoratrice, sono gli operai, sono i contadini, siete voi i creatori di questa Rivoluzione. La nostra Rivoluzione ha dovuto affrontare grandi problemi, ha dovuto difendersi da dozzine di aggressioni da parte dei nostri nemici e direttamente dall’imperialismo yankee; molti sono ancora i mali contro cui dobbiamo lottare per meritare un futuro migliore e dobbiamo essere coscienti che quel futuro, quella società nuova, senza classi, che vive nell’abbondanza, possiamo conquistarli soltanto con sudore, lavoro e sacrificio. La cura del macchinario è poi un altro compito fondamentale del lavoratore in quanto individuo; tenerlo sempre nelle migliori condizioni e fare attenzione al modo di lavorarci perché non si deteriori più dei necessario. Che cosa vuol dire a ciascuno secondo il suo lavoro? Non vuol dire soltanto che bisognerà calcolare i risultati del suo sforzo nella produzione, ma anche i risultati della sua qualità come produttore. Per questo, nella fase di costruzione del socialismo, si paga più un ingegnere di un operaio. La sua specialità di creare beni materiali – non direttamente ma mediante l’organizzazione della produzione – è molto maggiore e per questo la società gli riconosce un compenso più alto. Noi, nella nostra qualità di rappresentanti della classe operaia nel potere, dobbiamo esigere che tutti compiano il loro dovere. E dobbiamo legiferare perché quel dovere sia ripartito equamente fra tutti i lavoratori e perché nello sviluppo della società attuale a ciascuno sia corrisposto secondo il suo lavoro. Noi dobbiamo fare in modo che la differenza tra il lavoro intellettuale e il lavoro manuale vada attenuandosi, rimpicciolendosi nel più breve tempo possibile. Nella società socialista o nella costruzione del socialismo il lavoratore lavora perché questo è il suo dovere sociale, perché deve compiere il suo dovere sociale. Questo dovere sociale consiste nel rendere uno sforzo medio, conforme alla sua qualificazione e ricevere pertanto un compenso individualizzato conforme a quella qualificazione, in questa fase di costruzione, in questo periodo di transizione e, allo stesso tempo, tutti i benefici che la società concede. Noi dobbiamo lavorare perché tutti i nostri operai faccino in ogni momento del loro lavoro tutto quello che si possa loro chiedere e un pochino di più perché nei momenti difficili la classe operaia dimostri la sua capacità e sia il puntello della nostra Rivoluzione. Compagni: il lavoro, punto centrale dell’attività umana, della costruzione del socialismo, il lavoro cui oggi si rende indirettamente omaggio, è determinato anche – nella sua efficacia – dall’atteggiamento che si ha verso di esso. Quando in ogni cubano il lavoro, come espressione della creatività umana, sarà una necessità vitale, la tecnica, la tecnologia, le invenzioni si succederanno a migliaia; ogni unità sarà cambiata anno dopo anno, ringiovanita e modernizzata; tutti parteciperanno con una forza incontenibile alla costruzione della nuova società. Bisogna ricordare sempre, compagni, che questo compito, il compito della produzione, in tutte le sue complessità, non solamente la produzione numerica o per peso di un prodotto, ma in tutte le sue complessità organizzative è uno dei compiti fondamentali del paese. Questa è una delle trincee che non si possono in alcun modo dimenticare. Ed è, il nostro lavoro, il nostro lavoro di combattenti della produzione, far sì che la coscienza si sviluppi ogni giorno di più su questa via per la quale passiamo; farlo così bene che ogni lavoratore sia un innamorato della sua fabbrica, ma che ogni lavoratore sappia che se il prezzo per conservare la sua fabbrica intatta o la sua stessa vita o quella dei suoi figli è cadere in ginocchio, quel prezzo non potrà mai esser pagato dal popolo di Cuba. Il lavoro deve essere una nostra necessità morale, il lavoro deve essere qualcosa cui si va ogni mattina, ogni sera od ogni notte, con rinnovato entusiasmo, con rinnovato interesse. Dobbiamo imparare a cogliere dal lavoro quello che presenta di interessante o quello che ha di creativo, dobbiamo conoscere il più piccolo segreto della macchina o del processo in cui siamo tenuti a lavorare</p>
<p><strong>Il lavoro volontario</strong><br />
L’importanza che ha il lavoro volontario si riflette nella coscienza che si acquista di fronte al lavoro e nello stimolo o esempio che questo atteggiamento significa per tutti i compagni. L’educazione comunista deve essere basata su questa coscienza e i lavoratori volontari d’avanguardia sono quelli che meglio realizzano gli ideali del vero comunista. L’importanza del lavoro volontario non si riflette sulla parte direttamente economica che potrebbe portare alle imprese o allo Stato; si riflette nella coscienza che si acquista di fronte al lavoro e nello stimolo o esempio che questo atteggiamento significa per tutti i compagni delle varie unità di lavoro. Vale a dire, che i lavoratori volontari d’avanguardia sono gli uomini che realizzano più integralmente di ogni altro gli ideali del vero comunista, gli ideali del vero comunista che nel suo luogo di lavoro, nel suo centro di produzione – che è il suo luogo di lotta, la sua trincea – dice agli altri compagni: “<em>Seguitemi per questo cammino</em>“; sempre abbiamo insistito su questo.</p>
<p><strong>L’emulazione</strong><br />
L’emulazione è una fraterna competizione. A che scopo? Perché tutti quanti aumentino la produzione. Rappresenta un’arma per aumentare la produzione. Ma non soltanto questo: è un’arma per aumentare la produzione e uno strumento per approfondire la coscienza delle masse, e sempre le due cose devono essere unite. Che cos’è l’emulazione? L’emulazione è semplicemente una fraterna competizione, ma una competizione volta al più nobile dei propositi, come quello di migliorare, di avere ogni centro di lavoro, ogni impresa, ogni unità alla testa della costruzione del socialismo.</p>
<p><strong>La qualità</strong><br />
La qualificazione dei lavoratori è in diretta relazione con la loro produzione e la produzione dei lavoratori, la norma del lavoro di qualità è il dovere sociale di ogni operaio verso tutta la comunità. Qualità è quello che dobbiamo dare al nostro popolo; è un nostro dovere, un dovere di ciascuno come parte del nostro dovere verso la comunità. La qualità del prodotto è un dovere morale dell’operaio socialista, perché quel prodotto va al popolo, si riversa anche su se stesso e su tutta la collettività e il dovere morale è cercare di produrlo il meglio possibile, con il maggior risparmio possibile di materie prime. Possiamo trarre una conclusione molto importante ed è che dentro la norma deve esistere la norma della qualità: la norma non è solo quantità, è qualità. E allora il dovere dell’operaio è produrre tanto di tale qualità; se non produce tanto di tale qualità non ha compiuto il suo dovere sociale. Ricordiamoci sempre che la qualità non è assolutamente in contrasto con queste fasi di costruzione del socialismo; ricordiamoci sempre che è dovere di noi produttori, produttori di una società che si riscatta, dare al nostro popolo il meglio che possiamo, il meglio del nostro sforzo, il nostro sforzo già convertito in prodotti rifiniti al meglio e della migliore qualità.</p>
<p><strong>La pianificazione</strong><br />
È nella distribuzione che il socialismo ottiene indubbi vantaggi e nella pianificazione centralizzata dove ha potuto eliminare gli svantaggi d’ordine tecnologico e organizzativo rispetto al capitalismo. Il piano non è una cosa meccanica che si crea con elucubrazioni da laboratorio. Il piano è una cosa dura, fondamentalmente destinata a tirar fuori dal paese le riserve fino a questo momento addormentate e metterle al servizio della produzione. La pianificazione è una delle leggi del socialismo che senza di essa non esisterebbe. Senza una giusta pianificazione non può esistere una garanzia sufficiente a che tutti i settori economici di qualsiasi paese si vincolino armoniosamente per fare quei balzi in avanti che l’epoca in cui stiamo vivendo richiede. Noi abbiamo imparato nella pratica, con i nostri errori, sbattendo la testa nel muro, che pianificazione e socialismo marciano insieme e che non si può forzare la pianificazione finché le condizioni economiche oggettive non lo permettano. Perché esista pianificazione e capacità di progredire su quella via deve esistere volontà del socialismo e capacità di svilupparsi su quella via. Noi pensiamo che la reale pianificazione, la pianificazione di tutti i mezzi di produzione del paese si può fare soltanto a due basilari condizioni: che i lavoratori abbiano conquistato il potere politico – cosa fondamentale – e che siano i padroni di quei mezzi di produzione. In questo modo si può fare una pianificazione completa. Il compito di pianificare richiede inoltre l’indiscutibile concorso di tutta la popolazione del paese. Noi solamente diciamo pianificazione quando tutti i lavoratori, tutti gli operai delle fabbriche, i contadini nelle cooperative, i lavoratori d’ogni genere, possono discutere i piani, e ridiscuterli più volte, realizzarli, sviscerarli e approvarli in assemblea di produzione. Si può pianificare durante la costruzione del socialismo, ma tenendo sempre presente che la pianificazione dovrà accordarsi alle condizioni oggettive imperanti al momento di realizzarsi. La pianificazione significa previsione, auscultazione avvenire, conseguimento di formule razionali per prevenire gli accadimenti futuri e dar loro la migliore soluzione. La pianificazione, intesa nel senso marxista-leninista a parola, ha un contenuto economico e politico. È la maniera di svilupparsi della società socialista. Ciò ci indica a cosa importantissima: perché esista la pianificazione deve esistere il socialismo; perché esistano volontà di pianificare e capacità di progredire su quella via devono esistere volontà di socialismo e capacità di svilupparsi in tal senso. Quindi, perché esista pianificazione, le forze popolari devono avanzare sui mezzi di produzione, impadronirsene e metterli a disposizione del popolo. Il costo deve essere – l’analisi del costo – l’arma utilizzata dall’amministratore rivoluzionario per agire sulla produzione in senso immediato e la pianificazione, l’arma che possiede per poter misurare la portata della produzione e prevedere i vari problemi che si porranno nel corso di un anno o del periodo pianificato. Arma fondamentale per l’analisi economica, la più fondamentale e la più elementare – se si vuole – è la giusta analisi dei costi di produzione. Lì è il centro diluito. E il costo di produzione deve essere una preoccupazione di ogni operaio, non solo dell’apparato direttivo o di quello amministrativo dell’unità o dell’impresa. Pianificazione e organizzazione sono termini più o meno gemelli, ma potremmo stabilire qualche differenza dicendo che pianificazione è l’organizzazione dell’economia e della vita generale della nazione d’accordo con grandi linee di compatibilità ed equilibrio e al fine di ricavare il massimo dalle riserve giacenti in seno alla società; organizzazione è la preparazione diluiti gli organismi, fino alle ultime viti amministrative, per poter effettivamente realizzare la pianificazione.</p>
<p><strong>L’assenteismo</strong><br />
Ogni qual volta uno di voi […] pensa di avere un doloretto, che quel giorno deve rimanere a casa, che il suo lavoro non ha importanza, che un giorno più o meno non importa, che ora guadagna abbastanza; ogni qual volta si mette a fumare un sigaro, dimenticando durante i suoi turni di lavoro i suoi doveri; ogni qual volta, invece di applicarvi al lavoro, vi mettete a discutere tutti insieme: ogni qual volta smettete di pensare al nuovo che bisogna fare, a come bisogna perfezionare quest’industria; ogni qual volta vi lasciate possedere dalla divisione, dall’intrigo, dalla calunnia delle canaglie, vi state facendo sconfiggere dal nemico e la nostra Patria tutta perde una battaglia contro il nemico. Uno dei compiti creativi della classe operaia è lottare contro l’assenteismo, il costringersi, ognuno da sé, a compiere i suoi doveri e compierli tutti i giorni del mese, tutti i giorni dell’anno, senza mancare o mancando soltanto quando è impossibile non farlo, quando si verifichino situazioni di forza maggiore che lo impongano. Si ha l’assenteismo diretto di gente che non ha voglia di andare a lavorare e non ci va; si ha l’assenteismo dell’individuo che arriva tardi e se ne va all’ora di uscita; si ha l’assenteismo dell’individuo che va via molto tardi e allora trova la scusa per arrivare tardi il giorno appresso ma non rende come dovrebbe nel suo lavoro. L’assenteismo è tuttora vigente; è forse il prodotto derivante dall’avere troppi soldi quando non si sa per che cosa spenderli, prodotto dell’epoca in cui viviamo. Ma l’assenteismo si combatte anche con misure di carattere sociale, con misure collettive, discutendo con la gente, con l’esposizione ragionata dei danni che provoca. Noi possiamo definire l’assenteismo come il controrivoluzionario più tenebroso, più sottile. L’assenteismo è un male che ci divora dentro. E chi si assenta dal lavoro per motivi banali non per questo smette di sentirsi un rivoluzionario: ecco perché questo nemico è sottile e tenebroso…</p>
<p><strong>Studio e abilitazione</strong><br />
Lo studio politico, lo studio in tutti i suoi aspetti, deve essere anche unito ai compiti lavorativi. abbiamo bisogno che lo studio sia qualcosa di direttamente relazionato alla produzione, che lo studio sia un’attività giornaliera, una necessità al principio, una compulsione al principio, se volete, e a poco a poco diventi una necessità. Oggi tutta Cuba è un’enorme scuola. Studiano i militari; studiano tutti i giovani che hanno come dovere fondamentale lo studio; studiano gli operai e i contadini, frequentazione in qualche caso, superamento operaio in qualche altro, minimo tecnico; varie borse di studio del governo: ma tutto il popolo sta studiando. E questo studio sarà quello che contrassegnerà la base, la base fondamentale per il mutamento di società, il mutamento d’aspetto della società. L’importanza che riveste lo studio, il continuo superamento giorno dopo giorno, la discussione quotidiana dei problemi; la critica e l’autocritica; il superamento tecnico; la previsione del futuro e la coscienza di essere su una nuova via dove nessuno potrà fermarci, dove non c’è modo di fermarci, ma dove piuttosto la nostra azione può accelerare o ritardare il processo e nostro dovere è accelerare il processo al massimo mediante la volontà congiunta di tutti noi. Voi, compagni, oggi non avete che un dovere: il dovere di studiare. Con questo dovere state pagando tutti i debiti che possiate contrarre con la società, con questa società presente e con tutti gli eroi che si sono immolati per rendere possibile questa società presente. […] Questo è l’unico dovere. E voi onorerete così tutti i martiri e onorate così tutti i compagni che ancora dovranno cadere in queste lotte, studiando ogni giorno di più, e pensando anche in ogni momento di debolezza che stanno sperando in voi le fabbriche e le scuole, gli istituti d’arte, le università, che tutta Cuba spera in voi… Il compito del superamento operaio deve essere visto con occhi molto buoni dalla classe operaia, gli si deve dare l’importanza che ha; da parte della collettività operaia si devono esercitare pressioni su quei compagni che si rifiutano di studiare, che si fanno beffe dello studio e che manifestano idee retrograde… L’uomo mediante l’educazione si supera e quando questa educazione si realizza mediante uno spirito collettivo, quando la vigilanza rivoluzionaria di tutti aiuta lo sviluppo della coscienza di tutti, il salto può essere gigantesco. Dobbiamo affrontarlo senza paura, senza la benché minima paura e senza che un eventuale fallimento transitorio ci tolga il coraggio. L’abilitazione individuale sarà sempre un elemento da tenere in conto per l’elevazione delle norme da considerare nel compenso di ciascun individuo. Quando tutti i compagni saranno persuasi che ciascuno individualmente significa assai poco, che la loro forza è la forza collettiva; quando sapranno bene che la loro sapienza personale, le loro nozioni correttamente applicate, conseguentemente con il bagaglio di conoscenza di tutti i compagni, sono ciò che darà frutti rapidi e sicuri; quando noi arriveremo a capire che quello che sappiamo oggi non è che una briciola di quello che dobbiamo sapere individualmente e collettivamente; quando la meta di sesto grado indicata da Lázaro Peña sarà spazzata via dalle nostre emulazioni in quanto già ampiamente superata, potremo cominciare a dire che siamo ormai sul retto cammino. Ma, a misura che si acquistano nuove nozioni, la cultura cessa di essere un dovere rivoluzionario o qualcosa di più o meno gravoso che si la per compiere un dovere rivoluzionario, per convertirsi in una necessità dell’uomo. E allora non ci sarà bisogno di nessuno sforzo per proseguire il compito della cultura. L’abilitazione è quindi un compito cardinale del governo e di tutto il popolo e non si deve abbandonare. Gli uomini, anche quando si sentono stanchi, gli uomini e le donne dopo il lavoro devono fare lo sforzo imprescindibile di dedicare sia pure un’ora, mezz’ora al giorno allo studio e cercare in questo modo di superare le loro conoscenze.</p>
<p><strong>Educazione e cultura</strong><br />
L’analfabetismo non è altro che l’espressione estrema dell’incultura del popolo. Chi sappia appena leggere e scrivere non ha fatto che abbandonare l’ultimo gradino della scala della cultura ma non può aggiungere niente. Siamo stati tutti testimoni, e in qualche modo partecipanti, della battaglia, non meno eroica di altre, che abbiamo condotto contro l’incultura, in questo caso contro l’analfabetismo. La cultura è una cosa che appartiene al mondo, è forse, come il linguaggio, qualcosa che appartiene alla specie umana. I diversi rami della produzione si andranno automatizzando, aumentando incessantemente la produttività del lavoratore e il tempo libero sarà dedicato a impegni culturali, sportivi, scientifici al grado più alto e il lavoro sarà una necessità sociale.</p>
<p><strong>Tecnica e Rivoluzione Tecnica</strong><br />
Non potrà esservi una cultura tecnica adeguata se non sarà complementare a una cultura ideologica. La tecnica bisogna prenderla dove si trova; bisogna fare il gran salto tecnico per andare diminuendo la differenza oggi esistente fra i paesi più sviluppati e noi. La Rivoluzione Tecnica non può esser fatta dal desiderio di una persona, o di un gruppo di persone. E non si può fare servendosi di un certo numero di tecnici qualificati esperti di alcuni impianti o che progettino macchinari di qualche tipo: la Rivoluzione Tecnica – come tutte le rivoluzioni , deve essere fenomeno di massa. La Rivoluzione Tecnica significa il cambiamento totale nostre concezioni circa la produzione di ogni tipo e il conseguente cambiamento delle nostre tecniche produttive di ricerca.Ll’avvenire del paese è direttamente legato allo sviluppo scienza e della tecnica. Non potremo mai camminare con le nostre gambe finché non avremo una tecnologia avanzata, basata su una tecnica propria, su una scienza propria. Finché produrremo i nostri beni e realizzeremo i nostri servizi sulle spalle dei lavoratori, semplicemente con le mani dei lavoratori, non potremo entrare nel socialismo. All’inizio della Rivoluzione era frequente, da parte nostra, il recupero di ingegneri, di tecnici d’ogni genere che lavoravano come venditori, esattori, in qualche carica burocratica, perché non avevano spazio nella produzione. Oggi quel panorama è totalmente cambiato e la fame di tecnici in tutte le imprese produttive è straordinaria. Per usare l’arma della tecnica al servizio della società, bisogna prendere in mano la società e, per prendere in mano la società, bisogna distruggere gli elementi di oppressione, bisogna cambiare le condizioni sociali vigenti in alcuni paesi e consegnare ai tecnici d’ogni genere, al popolo, l’arma della tecnica. Non si può pensare alla Rivoluzione Tecnica senza pensare contemporaneamente a una condotta comunista di fronte al lavoro, e questo è sommamente importante. Se non c’è un atteggiamento comunista di fronte al lavoro, che non si parli di Rivoluzione Tecnica Socialista.</p>
<p><strong>Studente, tecnico, professionista</strong><br />
Studenti del mondo, non dimenticate mai che dietro ogni tecnica c’è qualcuno che l’impugna e che questo qualcuno è una società e che si sta con o contro quella società; che al mondo c’è chi pensa che lo sfruttamento è una cosa buona e chi pensa che è una cosa cattiva e che bisogna sconfiggerlo; che anche quando non si parla di politica da nessuna parte l’uomo politico non può rinunciare a quella situazione immanente alla sua condizione di essere umano. Non possono esservi tecnici che pensino da rivoluzionari e non agiscano da rivoluzionari. E chi pretende di dire che solo un tecnico, un architetto, un medico, un ingegnere, uno scienziato di qualsiasi tipo è lì per lavorare con i suoi strumenti, solo nel suo specifico ramo, mentre il popolo muore di fame o viene ucciso nella lotta, ha preso di fatto partito dall’altra parte. Non è apolitico, è politico ma contrario ai movimenti di liberazione. Dobbiamo andare con ansia di ricerca, con spirito umile a imparare da quella grande fonte di sapienza che è il popolo. Non dobbiamo mai far sì che un tecnico dimentichi di essere un uomo politico, di essere un uomo responsabile nei confronti della società in cui vive e che non può starsene al margine della società in cui vive; noi dobbiamo far sì che i nostri tecnici sentano come impegno fondamentale da portare avanti in quel modo, come impegno fondamentale, l’apprendere sempre più e più profondamente tutti gli aspetti della loro professione o della loro specializzazione per metterla al servizio della società. Sempre, succeda quel che succeda al mondo, il medico, per il fatto di stare tanto vicino al paziente, di conoscere tanto del più profondo della sua psiche, di essere l’immagine di chi si avvicina al dolore e lo mitiga, svolge un’opera della massima importanza, di grande responsabilità nella vita sociale. Per essere un medico rivoluzionario, o per essere un rivoluzionario, la prima cosa che bisogna avere è la rivoluzione. Non serve a niente lo sforzo isolato, lo sforzo individuale, la purezza di ideali, l’andito a sacrificare tutta una vita al più nobile degli ideali, se tale sforzo lo si compie da soli. Ogni medico, nell’ambito della sua azione, può e deve accumulare questo prezioso tesoro che è la gratitudine del popolo. Credo che un architetto – come praticamente ogni professionista – sia un uomo in cui si coniuga la cultura generale dell’umanità fino a quel momento raggiunta con la tecnica generale dell’umanità o specifica di ciascun popolo</p>
<p><strong>Il guerrigliero</strong><br />
Il nucleo guerrigliero, assestatosi su terreni favorevoli alla lotta, garantisce la sicurezza e la permanenza del comando rivoluzionario. Il guerrigliero è, fondamentalmente e prima di tutto, un rivoluzionario agrario. Il guerrigliero è un riformatore sociale. Il guerrigliero impugna le armi come protesta adirata del popolo contro i suoi oppressori e lotta per cambiare il regime sociale che tiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio della miseria. Si addestra contro le condizioni speciali dell’ istituzionalità di un dato momento e si dedica a rompere con tutto il vigore che le circostanze permettano gli stampi di quella istituzionalità.</p>
<p><strong>Tattica e strategia</strong><br />
Non esistono obiettivi tattici e strategici immutabili. Talora obiettivi tattici raggiungono un’importanza strategica, talaltra obiettivi strategici si tramutano in meri elementi tattici. Tattica e strategia sono i due elementi sostanziali dell’arte della guerra, ma guerra e politica sono strettamente unite per mezzo del denominatore comune che è l’impegno a raggiungere un obiettivo definitivo, sia, questo l’annientamento dell’avversario in una lotta armata, sia la presa del potere politico. In questa lotta dalle caratteristiche mondiali la posizione assume grande importanza. A volte determinante. Cuba, ad esempio, è una collina avanzata, una collina che guarda all’amplissimo campo del mondo economicamente distorto dell’America Latina, che apre la sua antenna, il suo esempio fatto luce, a tutti i popoli d’America. Il potere è l’obiettivo strategico sine qua non delle forze rivoluzionarie e tutto deve essere assoggettato a questa grande consegna. Per la presa del potere, in questo mondo polarizzato in due forze di estrema disparità e assoluto scontro di interessi, non ci si può limitare all’ambito di una entità geografica o sociale. La presa del potere è un obiettivo mondiale delle forze rivoluzionarie. Conquistare l’avvenire è l’elemento strategico della Rivoluzione, congelare il presente è la contropartita strategica che muove le forze della reazione nel mondo attuale, poiché stanno sulle difensive.</p>
<p><strong>Lotta armata</strong><br />
Non esiste esperienza più profonda per un rivoluzionario dell’atto della guerra: non il fatto isolato d’uccidere, né quello di portare un fucile o di stabilire una lotta di questo o quel tipo. E la somma dell’atto guerriero, il sapere che un uomo armato vale come unità combattente e vale come qualunque uomo armato e può ormai non aver paura di altri uomini armati. La consegna “<em>dinamismo, iniziativa, mobilità, decisione rapida davanti a situazioni nuove</em>” è somma sintesi della tattica guerrigliera e in poche parole vi è espressa tutta la difficilissima arte della guerra popolare. La guerra di guerriglia è guerra di popolo, è lotta di massa. Pretendere di realizzare questo tipo di guerra senza il sostegno della popolazione è il preludio di un disastro inevitabile. Lottare soltanto per conseguire la restaurazione di una certa legalità borghese, senza porsi invece il problema del potere rivoluzionario è lottare per tornare a un certo ordine dittatoriale prestabilito dalle classi sociali dominanti. Non dobbiamo temere la violenza, che è la levatrice delle società nuove; solo che quella violenza deve scatenarsi esattamente nel momento preciso in cui le condizioni del popolo si trovino nelle circostanze più favorevoli. La guerriglia, movimento difensivo del popolo in un dato momento, porta in sé, e costantemente deve sviluppare, la sua capacità d’attacco sul nemico. Questa capacità è quella che va determinando nel tempo il suo carattere catalizzatore delle forze popolari. Un giorno passarono a chiedere chi si dovesse avvisare in caso di morte e la reale possibilità del fatto ci colpì tutti. Dopo sapemmo che era vero, che in una rivoluzione si vince o si muore (se è vera). Molti compagni caddero lungo il cammino verso la vittoria.</p>
<p><strong>Fidel</strong><br />
Se qualche volta deve dirmi qualche altra cosa, tenga presente che non sono un maestro; sono uno dei tanti fra gli uomini che lottano per fare una Cuba nuova ma che ha avuto la fortuna di vivere accanto a Fidel nei momenti più difficili della Rivoluzione cubana e in alcuni dei momenti più tragici e gloriosi della storia del mondo che lotta per la sua libertà. E tutti i cubani, delle città e delle campagne, affratellati in un unico sentimento, vanno sempre verso il futuro, pensando con un’assoluta unità, diretti da un capo in cui ripongono la più assoluta fiducia, perché in mille battaglie e mille diverse azioni ha dimostrato la sua capacità di sacrificio e la potenza e chiaroveggenza del SUO pensiero. Dall’epoca della Sierra e adesso, ogni volta che insorge qualsiasi genere di contesa, di qualunque tipo, la nostra preoccupazione è che Fidel va a cacciarvisi direttamente. Ed è nostra preoccupazione perché lo stimiamo e rispettiamo come dirigente di tutti noi, come l’uomo in grado di governare Cuba in situazioni estremamente difficili. E se noi oggi siamo qui e la Rivoluzione cubana è qui, è semplicemente perché Fidel entrò per primo nella caserma Moncada, perché sbarcò per primo dal Granma, perché fu il primo nella Sierra, perché andò a Playa Girén in un carro armato, perché quando vi fu un’inondazione corse laggiù e vi fu anche uno scontro perché non lo lasciavano entrare. Per questo il nostro popolo ha una così immensa fiducia nel suo Comandante in Capo, poiché, come nessun altro a Cuba, egli riunisce in sé tutte le autorità morali possibili per chiedere qualunque sacrificio in nome della Rivoluzione. Così marciamo. Alla testa dell’immensa colonna – non ci vergogniamo né c’intimidiamo nel dirlo – avanza Fidel, poi i migliori quadri del Partito e, subito dopo, così vicino da sentirsi la sua enorme forza, il popolo nel suo complesso; solida corazza di individualità che camminano verso una meta comune; individui che hanno raggiunto la coscienza di ciò che bisogna fare; uomini che lottano per uscire dal regno del bisogno per entrare in quello della libertà. Per il nostro futuro e per il futuro dell’America, che è anche il nostro, per il futuro del mondo intero, di tutti gli uomini e donne che anche negli Stati Uniti, in tutti i paesi imperialisti, subiscono l’oppressione del capitalismo, prendiamo, compagni, la ferma decisione di seguire i consigli di Fidel. Il primo, forse il più importante, il più originale è quella forza tellurica che risponde al nome di Fidel Castro Ruz, nome che in pochi anni ha raggiunto proiezioni storiche. Il futuro assegnerà il giusto posto ai meriti del nostro Primo Ministro ma a noi piace paragonarli a quelli delle più alte figure storiche di tutta l’America Latina. E quali sono le circostanze eccezionali che circondano la personalità di Fidel Castro? Vi sono vari aspetti nella sua vita e nel suo carattere che lo pongono ampiamente al di sopra di tutti i suoi compagni e seguaci; Fidel è un uomo di tale personalità che a qualsivoglia movimento partecipi deve guidarlo e così ha fatto nel corso della sua carriera, dalla vita studentesca fino alla premiership della nostra Patria e dei popoli oppressi d’America. Ha le caratteristiche del grande condottiero che, sommate alle doti personali di audacia, forza e coraggio e all’ansia straordinaria che ha di saggiare sempre la volontà del popolo, lo hanno portato al posto d’onore e sacrificio che oggi occupa. Ma ha ancora altre qualità importanti, come la capacità di assimilare nozioni ed esperienze, di comprendere il complesso di una data situazione senza perderne di vista i dettagli, la fede smisurata nel futuro e la vastità di una visione che gli permette di prevenire gli eventi e di anticipare i fatti, riuscendo a vedere sempre più lontano e meglio dei suoi compagni. Con queste grandi qualità cardinali, la sua capacità di saldare, di unire, opponendosi alla divisione che debilita, la capacità di condurre alla testa di tutti l’azione del popolo, il suo amore infinito per esso, la sua fede nel futuro e la capacità di prevederlo, Fidel Castro ha fatto più di chiunque a Cuba per costruire dal nulla quel formidabile apparato che è la Rivoluzione cubana. La mia unica colpa di una qualche gravità è il non aver avuto più fiducia in te sin dai primi momenti della Sierra Maestra e non aver capito con sufficiente rapidità le tue qualità di condottiero e rivoluzionario. Ho vissuto giorni splendidi e ho provato, standoti accanto, l’orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi del Caribe. Poche volte si è più altamente distinto uno statista come in quei giorni e mi inorgoglisce anche averti seguito senza esitazioni, identificato col tuo modo di pensare e di vedere e valutare i pericoli e i princìpi. Per questo, quando, madidi di sudore contadino, con un orizzonte di montagne e di nuvole, sotto il sole cocente dell’Isola, entrarono all’Avana il capo ribelle e il suo seguito, una nuova “<em>scalinata del giardino d’inverno saliva la storia con i piedi del popolo</em>“.</p>
<p><a href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2020/06/14/lideario-di-ernesto-che-guevara-terza-parte/">L’Ideario di Ernesto “Che” Guevara (terza parte) | World Politics Blog (wordpress.com)</a></p>
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		<title>L’Ideario di Ernesto “Che” Guevara (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2024 11:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Camilo Cinfuegos]]></category>
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		<description><![CDATA[GIULIO CHINAPPI In occasione dell&#8217;anniversario della nascita del rivoluzionario argentino Ernesto &#8220;Che&#8221; Guevara (14 giugno 1928), vi proponiamo i brani più significativi del suo Ideario, nel quale è riassunto il suo pensiero su numerose tematiche, suddiviso in tre parti. La seconda parte affronta le seguenti tematiche: la donna, teoria rivoluzionaria, Karl Marx, José Martí, Antonio Maceo, Antonio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/05/CheHigh1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8942" title="chehigh" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/05/CheHigh1-234x300.jpg" alt="" width="234" height="300" /></a></h1>
<h1><em style="font-size: 13px;">GIULIO CHINAPPI</em></h1>
<h1><em style="font-size: 13px;">In occasione dell&#8217;anniversario della nascita del rivoluzionario argentino Ernesto &#8220;Che&#8221; Guevara (14 giugno 1928), vi proponiamo i brani più significativi del suo Ideario</em><span style="font-size: 13px;">, nel quale è riassunto il suo pensiero su numerose tematiche, suddiviso in tre parti. La seconda parte affronta le seguenti tematiche: la donna, teoria rivoluzionaria, Karl Marx, José Martí, Antonio Maceo, Antonio Guiteras, Frank País, Camilo Cienfuegos, Pedro Albizu Campos, Eliseo Reyes, Ernesto Che Guevara, Cuba, Porto Rico, Vietnam, America Latina, sottosviluppo, imperialismo.</span></h1>
<p><strong>La donna</strong><br />
Il proletariato non ha sesso: è l’insieme di tutti gli uomini e donne che, in tutti i luoghi di lavoro del paese, lottano conseguentemente per uno scopo comune. Così era il nostro paese: la donna non aveva alcun tipo di diritto egualitario; la si pagava meno per un uguale lavoro, la si discriminava così come nella maggior parte dei nostri paesi americani. Dentro l’Esercito Ribelle, fra quanti combatterono e si sacrificarono in quei giorni angosciosi, vivrà in eterno la memoria delle donne che, correndo quotidiani rischi, resero possibili le comunicazioni in tutta l’isola… Già le donne si stanno preparando per i molti compiti che possano adempiere. Le donne devono essere preparate meglio e si deve fare un lavoro tale da non svantaggiare le donne rispetto all’uomo, perché oggi, ad esempio, sarebbe criminale mandare le nostre donne al porto a caricare balle, ma entro un certo margine di tempo – e faremo in modo che questo tempo sia il più breve possibile – vi saranno macchine che caricheranno quelle balle automaticamente, senza dover ricorrere al lavoro fisico diretto e in questo caso la donna sarà in grado di svolgere a parità di condizioni con l’uomo quel tipo di lavoro.</p>
<p><strong>Teoria rivoluzionaria</strong><br />
Col nostro esempio davanti, facciamo sì che il nostro esempio preceda le parole, facciamo sì che ognuno di noi sia una bandiera che i nostri compagni debbano seguire per la costruzione del comunismo. Siamo in pieno periodo di transizione, previa fase di costruzione per passare al socialismo e, quindi, di lì, alla costruzione del comunismo; ma noi ci poniamo sin d’ora come obiettivo la società comunista. Come si arriva al comunismo? Anche noi ne abbiamo parlato diverse volte: è un fenomeno sociale al quale si può arrivare solamente tramite lo sviluppo delle forze produttive, la soppressione degli sfruttatori, la grande quantità di prodotti messi al servizio del popolo e la coscienza che quella società è in gestazione. Non possiamo predire il futuro, ma non dobbiamo mai cedere alla tentazione zoppicante di essere i portabandiera di un popolo che aspira alla sua libertà ma rifugge dalla lotta che questa comporta e l’aspetta come un briciolo di vittoria. Un popolo senz’odio non può averla vinta su di un brutale nemico. Il miglior indottrinamento che possa esistere è mostrare, per mezzo dell’esempio, la strada del compimento del dovere. La forza è la risorsa definitiva che rimane ai popoli. Un popolo non può mai rinunciare alla forza, ma la forza deve venire usata solo per lottare contro chi la esercita in maniera indiscriminata. La “moderazione” è un’altra delle parole che piace usare agli agenti della colonia; sono moderati tutti coloro che hanno paura o tutti coloro che pensano di tradire in un modo o nell’altro […] Il popolo non è in nessun modo moderato. Fatto sta che non si tratta di una lotta fra un paese e un altro; si tratta di una lotta fra due ideologie e due modi di pensare diametralmente opposti. La lotta fra quanti vogliono vivere di sfruttamento, discriminando gli uomini a seconda del colore della loro pelle, della loro religione, del denaro che possano avere e coloro che cercano di far sì che tutti gli uomini siano uguali, che vi siano le stesse opportunità per tutti e, inoltre, che lottano perché tutti i popoli del mondo – ivi compreso anche il popolo nordamericano – siano liberi. Non il lavoro soltanto ci permetterà, mediante la concrezione dei prodotti, di costruire il socialismo e impiantare la società socialista; contemporaneamente al lavoro deve anche esistere l’approfondimento della coscienza, l’approfondimento dei motivi ideologici che portano il lavoratore a difendere la sua Rivoluzione, a lanciarla in avanti e a farne un esempio per tutti. Non possiamo ricorrere al metodo di occultare i nostri errori perché non si vedano. Non sarebbe né onesto né rivoluzionario. Anche dai nostri errori si può imparare; dai nostri errori potranno imparare tutti i nostri compagni d’America e di altri paesi d’Asia e d’Africa che lottano per la loro indipendenza. La classe operaia ha una missione fondamentale da compiere: dirigere la costruzione del socialismo, sviluppare al massimo le possibilità del nostro Stato ed estinguersi come classe nel momento in cui le classi vengano eliminate, le contraddizioni vengano eliminate ed entriamo nella società comunista. Comprendiamo perfettamente che vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra. Sarebbe opportuno dire che la teoria rivoluzionaria, come espressione di una verità sociale, è al di sopra di qualunque enunciato, e cioè che la Rivoluzione può farsi se si interpretano correttamente le forze che in essa intervengono, anche senza conoscerne la teoria. Che cosa significa lo sviluppo della coscienza? Significa qualcosa di più profondo del mero apprendimento di teorie sui libri; teoria e pratica, esercizio della teoria, devono sempre andare unite, non possono separarsi in alcun modo, talché lo sviluppo della coscienza deve essere strettamente legato allo studio, allo studio dei fenomeni sociali ed economici che governano quest’epoca e all’azione rivoluzionaria… Lo studio politico, lo studio sotto tutti gli aspetti, deve essere anche unito ai compiti del lavoro. Non si pretende che si faccia uno studio memorizzato di ogni testo né che si applichino, schematicamente, i concetti dei testi; si tratta d’insegnare a pensare e insegnare a pensare con la base del materialismo dialettico. Se ci venisse detto che siamo quasi dei romantici, che siamo degli inveterati idealisti, che stiamo pensando cose impossibili e che non si può ottenere dalla massa di un popolo quello che sarebbe quasi un archetipo umano, noi dovremmo rispondere una e mille volte che invece sì, che si può, che siamo nel vero, che tutto il popolo può avanzare, eliminare le meschinità umane come si sono eliminate a Cuba. Teoria e pratica, decisione e discussione, direzione e orientamento, analisi e sintesi, sono le contrapposizioni dialettiche che colui che amministra la Rivoluzione deve dominare. Contemporaneamente al lavoro deve anche esistere l’approfondimento della coscienza, l’approfondimento dei motivi ideologici che portano il lavoratore a difendere la sua Rivoluzione, a lanciarla in avanti e a farne un esempio per tutti. Non siamo depositari della verità, così come non lo siamo di tutta la sapienza del mondo, né molto meno e dobbiamo imparare tutti i giorni, e il giorno in cui smettessimo d’imparare, in cui credessimo di sapere ormai tutto o in cui avessimo perduto la nostra capacità di contatto o di scambio con il popolo e con i giovani, sarebbe il giorno in cui avremmo smesso di essere rivoluzionari. Viviamo in un mondo profondamente e antagonisticamente diviso in raggruppamenti di nazioni che rappresentano tendenze economiche, sociali e politiche molto dissimili. In questo mondo di contraddizioni è fondamentale della nostra epoca quella esistente fra i paesi socialisti e i paesi capitalisti sviluppati. L’unico modo di conoscere davvero i problemi è accostarsi a quanti vivono quei problemi e trarre da essi, da quello scambio, le conclusioni. Non dobbiamo guardare con fatalismo al futuro e dividere gli uomini in figli della classe operaia o contadina e controrivoluzionari, perché è semplicistico e non corrisponde a verità e perché non c’è niente che educhi di più un uomo onesto che vivere dentro una rivoluzione. È evidente che lo stimolo materiale esiste nella fase di costruzione del socialismo e, non lo neghiamo in alcun modo, esisterà anche nel socialismo. La differenza è che noi anteponiamo sempre la parte educativa, la parte di approfondimento della coscienza, il cosiddetto dovere come prima misura. Non si deve mai lasciare da parte lo studio cosciente della teoria e non si può lasciare da parte l’eventualità di dover impugnare in ogni momento il fucile e la necessità permanente di difendere la Rivoluzione con le armi ideologiche, in ogni minuto della vita. Essere apolitici significa stare alle spalle di tutti i movimenti del mondo, alle spalle di chi sarà presidente o mandatario della nazione di cui si tratti, è stare alle spalle della costruzione della società o della lotta perché la società nuova che si annuncia non sorga e in ognuno dei due casi si è politici. Un uomo nella società moderna è politico per natura. Bisognerebbe imitare Martí e tornare a ripetere una e più volte che radicale non è altro che questo, ciò che va alle radici; non si chiami radicale chi non vede le cose fino in fondo, né l’uomo che non si adoperi per la sicurezza e la felicità degli uomini. Gli eroi del popolo non possono venir separati dal popolo, non li si può tramutare in statue, in qualcosa che rimane fuori dalla vita di quel popolo per il quale la donarono. L’eroe popolare deve essere una cosa viva e presente in ogni momento della storia del popolo.</p>
<p><strong>Karl Marx</strong><br />
Marx, nella sua geniale visione di tutto quello che sarebbe accaduto, parlava del lavoro nel comunismo come di un bisogno morale dell’uomo… Il merito di Marx è quello di provocare all’improvviso nella storia del pensiero sociale un mutamento qualitativo; interpreta la storia, ne comprende la dinamica, prevede il futuro ma, oltre a prevederlo, dove il suo impegno scientifico sarebbe terminato, esprime un concetto rivoluzionario: che, non solo bisogna interpretare la natura, è necessario trasformarla. La Rivoluzione cubana prende Marx dove questi avrebbe abbandonato la scienza per impugnare il fucile rivoluzionario e lo prende in quel punto, non per spirito revisionista, di lotta contro quello che segue Marx, di rivivere il Marx “puro”, ma semplicemente perché fin lì Marx, lo scienziato, situato fuori della storia, studiava e vaticinava. Dopo, il Marx rivoluzionario, dentro la storia, avrebbe combattuto. Noi, rivoluzionari pratici, semplicemente iniziando la nostra lotta, abbiamo messo in atto delle leggi previste dal Marx scienziato e per questa via di ribellione, nel combattere contro la vecchia struttura del potere, nel basarci sul popolo, ci stiamo semplicemente uniformando alle predizioni dello scienziato Marx.</p>
<p><strong>José Martí</strong><br />
E anche quando dedichiamo tutte le ore possibili del giorno e della notte a lavorare per il nostro popolo, pensiamo a Martí e sentiamo che stiamo rendendo vivo il ricordo dell’Apostolo. Le parole di Martí oggi non sono da museo, sono incorporate alla nostra lotta e nel nostro emblema, sono la nostra bandiera di combattimento. Noi sappiamo pure, da Martí, che non era importante il numero delle armi, bensì il numero delle stelle sulla fronte. E non tutti, né molti – forse nessuno – possono essere Martí, però tutti possiamo prendere esempio da Martí e cercare di seguire la sua via nella misura dei nostri sforzi. Noi, militanti di un partito nuovo, in una nuova regione liberata del mondo e in nuove situazioni, dobbiamo mantenere sempre alta la stessa bandiera di dignità umana innalzata dal nostro Martí, guida di molte generazioni, presente oggi con la sua freschezza di sempre nella realtà di Cuba. José Martí, avvocato, giornalista, poeta, scrittore. Fondatore del Partito Rivoluzionario Cubano e Apostolo dell’indipendenza di Cuba. Morto in combattimento nel 1895.</p>
<p><strong>Antonio Maceo</strong><br />
Oggi che ci troviamo impegnati nella costruzione del socialismo a Cuba, che diamo inizio a una nuova fase della storia d’America, il ricordo di Antonio Maceo acquista luce propria, comincia ad essere più intimamente legato al popolo, e tutta la storia della sua vita, delle sue lotte meravigliose e della sua morte eroica acquista il senso completo, il senso del sacrificio per la definitiva liberazione del popolo. Maceo non era solo in quella lotta. Fu uno dei tre grandi pilastri su cui poggiò tutto lo sforzo di liberazione del nostro popolo. Con Máximo Gómez e con Martí, insieme furono le forze più importanti, le espressioni più alte della Rivoluzione di quell’epoca. Antonio Maceo, Luogotenente Generale dell’Esercito Mambí. Per le sue imprese guerriere è noto come EI Titán de Bronce delle lotte indipendentiste. Morì in combattimento nel 1896.</p>
<p><strong>Antonio Guiteras</strong><br />
Antonio Guiteras risuscitò in una delle epoche più oscure di Cuba tutti gli ideali della generazione precedente che era stata frustrata dopo il 1898. Antonio Guiteras, figlio di una nordamericana, amoroso figlio della sua terra, rinnovò in sé lo spirito di quei Mambí che in piccoli gruppi sapevano metter mano al machete contro le formazioni dell’esercito imperiale spagnolo. Antonio Guiteras rappresentò pertanto l’idea internazionale della nostra lotta antimperialista e americana, che riunisce in Cuba, sempre generosa, tutti gli uomini del mondo disposti a lottare su qualunque terreno per un ideale che non ha frontiere e che non può rinchiudersi negli stretti limiti della patria, per importante e profonda che sia questa parola. Guiteras puntò la sua lotta antimperialista in quell’epoca contro le espressioni più chiare, più odiate, dello sfruttamento… Antonio Guiteras, illustre combattente antimperialista contro la dittatura di Machado e figura dominante del Governo dei Cento Giorni. Assassinato, insieme al rivoluzionario venezuelano Carlos Aponte, dalle forze della dittatura di Batista nel 1935.</p>
<p><strong>Frank País</strong><br />
Frank País era uno di quegli uomini che si impongono al primo incontro; il suo aspetto era più o meno uguale a quello che mostrano le sue foto attuali, ma aveva degli occhi di una profondità straordinaria. Difficile oggi alludere a un compagno morto, incontrato una sola volta e la cui storia è nelle mani del popolo. Potrei soltanto asserire in questo momento che i suoi occhi rivelavano subito l’uomo tutto preso da una causa, e inoltre con una gran fede in essa, che quell’uomo era un essere superiore. Oggi viene indicato come “l’indimenticabile Frank País”. Frank era un altro dei tanti compagni la cui vita stroncata nel suo fiore oggi sarebbe stata dedicata all’impegno comune della Rivoluzione socialista; è parte del duro prezzo pagato dal popolo per ottenere la sua libertà. [Frank] c’impartì una silenziosa lezione d’ordine e disciplina, ripulendo i nostri fucili sporchi, contando i proiettili e ordinandoli affinché non si disperdessero. Da quel giorno mi sono ripromesso di curare di più la mia arma (e l’ho fatto, anche se non posso affermare di essere stato un modello di meticolosità). Frank País, illustre dirigente studentesco e capo d’Azione del Movimento 26 luglio, dopo lo sbarco dal Granma. Assassinato dalle forze della dittatura di Batista nel 1957.</p>
<p><strong>Camilo Cienfuegos</strong><br />
Al calar della sera, con tutta naturalezza ognuno si apprestava a mangiare la piccolissima razione che aveva e Camilo – vedendo che io non avevo niente da mangiare, poiché la coperta non era un buon alimento – divise con me l’unica lattina di latte che aveva; e da quel momento io credo che nacque o si fece più profonda la nostra amicizia. Quello che sempre attrasse maggiormente noi che ricordiamo Camilo come una cosa, un essere vivo e attrasse anche tutto il popolo di Cuba fu il suo modo di essere, il suo carattere, la sua allegria, la sua franchezza, la sua disposizione in ogni momento a dare la vita, a correre i maggiori pericoli con la massima naturalezza, con una assoluta semplicità, senza la minima ostentazione di coraggio, di saggezza; sempre essendo compagno di tutti nonostante che già, al concludersi della guerra, fosse indiscutibilmente il più brillante di tutti i guerriglieri. Fino a quel momento non eravamo particolarmente amici: i nostri caratteri erano diversi. Dal primo momento partimmo insieme. Dal Granma, dalla sconfitta di Alegría de Pío eravamo insieme, però avevamo caratteri diversi. E fu solo alcuni mesi più tardi che diventammo intimi in un modo straordinario. Anche quando dopo compì una serie di imprese che hanno consegnato il suo nome alla leggenda, sento l’orgoglio di averlo scoperto come guerrigliero. E cominciò a tessere la trama della sua leggenda di oggi nella colonna che mi aveva assegnato Fidel, comandando il Plotone d’Avanguardia. Camilo Cienfuegos, leggendario comandante della lotta armata nel la sierra Maestra. Capo della Colonna 2 “Antonio Maceo”. Designato capo del I Esercito Ribelle III trionfo rivoluzionario, muore in un incidente aereo nel 1959.</p>
<p><strong>Pedro Albizu Campos</strong><br />
Albizu Campos è un simbolo per l’America irredenta ma indomita. Anni e anni di galera, pressioni quasi insopportabili in carcere, torture mentali, la solitudine, l’isolamento totale dal suo popolo e dalla sua famiglia, l’insolenza del conquistatore e dei suoi lacchè nella terra che lo aveva visto nascere, niente riuscì a piegare la sua volontà. Pedro Albizu Campos, illustre patriota portoricano, fondatore del Partito Pro Indipendenza di Puerto Rico, morto nel 1965 dopo aver subito torture e lunghi anni di prigione da parte delle autorità degli Stati Uniti</p>
<p><strong>Eliseo Reyes</strong><br />
Abbiamo perduto l’uomo migliore della guerriglia e, ovviamente, uno dei suoi pilastri, compagno mio sin da quando, essendo quasi un bambino, fu messaggero della Colonna 4, fino all’invasione e a questa nuova avventura rivoluzionaria. Della sua morte oscura occorre solo dire, per un ipotetico futuro che potesse cristallizzare: “<em>Il tuo piccolo cadavere di valoroso capitano ha dilatato nell’immensità la sua metallica forma</em>“. Eliseo Reyes, uno dei più giovani capitani della Sierra Maestra, membro del distaccamento guerrigliero internazionalista comandato dal Che. Morto in combattimento in Bolivia nel 1967.</p>
<p><strong>Ernesto Che Guevara</strong><br />
Sono nato in Argentina, non è un segreto per nessuno. Sono cubano e sono anche argentino e, se non si offendono le signorie illustrissime dell’America Latina, mi sento tanto patriota dell’America Latina, di qualunque paese dell’America Latina, come nessuno, e quando fosse necessario sarei pronto a dare la vita per la liberazione di un qualunque paese latinoamericano, senza chiedere nulla a nessuno, senza pretendere nulla, senza sfruttare nessuno. Non credo che siamo stretti parenti, ma se Lei è capace di tremare d’indignazione ogni qualvolta si commette un’ingiustizia nel mondo, siamo compagni, il che è più importante. Ora, una volontà che ho modellato con diletto d’artista sosterrà un paio di gambe molli e due polmoni affaticati. Lo farò. Non sarei più un uomo se non mi piacessero le donne. Ora, non sarei un rivoluzionario se smettessi di compiere uno solo dei miei doveri come rivoluzionario e dei miei doveri coniugali, perché le donne mi piacevano. Dopo di che, io lavoro qualcosa come 16, 18 ore al giorno. Dormo 6 ore, quando posso, e sennò dormo di meno. Non bevo, però fumo. Non vado a divertimenti di sorta e sono uno che è convinto di avere una missione da compiere al mondo e, in ossequio a quella missione, di dover sacrificare la famiglia, tutti i piaceri della vita quotidiana di qualunque genere, la mia sicurezza personale e forse la mia stessa vita. Ma è un impegno che ho assunto con il popolo e penso, sinceramente, di non potermi sciogliere da esso fino alla fine della mia vita. Io sono nato in Argentina […] mi consenta di essere un poco presuntuoso nel dirle che Martí era nato a Cuba e Martí è americano, Fidel è nato a Cuba e Fidel è americano: io sono nato in Argentina, non rinnego assolutamente la mia patria, ho in me il sostrato culturale argentino, mi sento anche cubano come nessuno e sono capace di sentire in me la fame e la sofferenza di qualunque popolo d’America, fondamentalmente, ma anche di qualunque popolo del mondo. In qualsiasi luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, sempre che il nostro grido di guerra sia arrivato a un orecchio ricettivo e un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare i canti funebri con l’accompagnamento delle mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria.</p>
<p><strong>Cuba</strong><br />
Cuba non costituisce un’ossessione per i governanti nordamericani solo in ragione delle loro aberranti mentalità coloniali. C’è qualcosa di più; il nostro paese rappresenta, in primo luogo, la chiara immagine del fallimento della politica nordamericana d’aggressione alle porte stesse del continente, inoltre è l’immagine dei futuri paesi socialisti dell’America Latina e al tempo stesso sintomo inequivocabile della riduzione inesorabile del campo d’azione del suo capitale finanziario. Dobbiamo lavorare tutti i giorni pensando alla nostra America e rafforzare sempre di più le basi del nostro Stato, la sua organizzazione economica e il suo sviluppo politico, per poter inoltre, mentre ci superiamo all’interno, convincere sempre più i popoli d’America della possibilità pratica di iniziare il cammino dello sviluppo socialista, nella fase attuale di correlazione delle forze internazionali. Noi abbiamo il dovere di dimostrare ai popoli d’America quello che si può fare con un regime sociale giusto, che distribuisca le ricchezze, che destini le ricchezze all’elevazione tecnica, culturale, sociale di tutti gli abitanti, che pianifichi la sua economia e che con intelligenza risolva i problemi economici per procedere in avanti. Cuba non esporta rivoluzioni, le rivoluzioni non si possono esportare. Le rivoluzioni nascono nel momento in cui all’interno di un paese esiste tutta una serie di insormontabili contraddizioni. Quando un popolo acquista coscienza della propria forza, prende la decisione di lottare, la decisione dì andare avanti, allora sì che è forte e allora sì che può affrontare qualsiasi nemico. Ricordiamoci sempre che la presenza di Cuba, viva e combattente, è un esempio che dà speranze e che emoziona gli uomini del mondo intero che lottano per la loro liberazione e, in particolare, i compatrioti del nostro continente che parlano la nostra lingua, che hanno la nostra stessa cultura, le nostre abitudini, i nostri costumi e che di giorno in giorno in sempre maggior numero cominciano a lottare per la loro definitiva liberazione. Cuba è l’avanguardia d’America e deve fare sacrifici perché è agli avamposti, perché indica alle masse latinoamericane la via della piena libertà. Bisogna pagare qualunque prezzo per il diritto di mantenere alta la nostra bandiera e il diritto di costruire il socialismo secondo il volere del nostro popolo. Per una semplice legge di gravitazione, la piccola isola di centoquattordicimila chilometri quadrati e sei milioni e mezzo di abitanti assume la direzione della lotta anticoloniale in America in cui vi sono seri tentennamenti che le permettono di portarsi sull’eroica, gloriosa e pericolosa posizione avanzata. I nostri amici del continente ribelle possono esser certi che, se sarà necessario, lotteremo fino all’ultima conseguenza economica delle nostre azioni e, se la lotta si sposterà più lontano, lotteremo fino all’ultima goccia del nostro sangue ribelle per fare di questa terra una repubblica sovrana, con i veri attributi di una nazione felice, democratica e fraterna. Anche se la nostra convinzione è solida al punto da non dar adito ad argomenti che possano farla cambiare siamo disposti al dialogo costruttivo nel contesto della coesistenza pacifica fra paesi dai diversi sistemi politici, economici e sociali. Non possono esservi transazioni, non possono esservi mezzi termini, non può esservi pace che garantisca a metà la stabilità di un paese. La vittoria deve essere totale. Noi vogliamo costruire il socialismo; ci siamo dichiarati partigiani di quanti lottano per la pace; ci siamo dichiarati dentro il gruppo dei paesi non allineati, anche se siamo marxisti-leninisti, perché i non allineati, proprio come noi, lottano contro l’imperialismo. Vogliamo pace, vogliamo costruire una vita migliore per il nostro popolo e per questo evitiamo al massimo di cadere nelle provocazioni architettate dagli Yankee, conoscendo la mentalità dei loro governanti; vogliono farci pagare a caro prezzo quella pace. Noi rispondiamo che quel prezzo non può superare i confini della dignità. La nostra generazione avrà un posto nella storia di Cuba e un posto nella storia d’America. Non possiamo scartare la speranza che tutti i compagni rivoluzionari, che tutti i popoli oppressi d’America e forse del mondo abbiano un posto nella Rivoluzione cubana. […] Quando l’imperialismo volle reagire, quando si rese conto che il gruppo di giovani inesperti che passeggiavano trionfanti per le strade dell’Avana aveva un’ampia coscienza del suo dovere politico e una ferrea decisione a compiere quel dovere, era ormai tardi.</p>
<p><strong>Porto Rico</strong><br />
I nordamericani hanno preteso per anni di fare di Porto Rico uno specchio di cultura ibrida; lingua spagnola con inflessioni d’inglese, lingua spagnola con cerniere sulla schiena per chinarla davanti al soldato statunitense. Malgrado questa tremenda violazione della sua volontà e del suo destino storico, il popolo portoricano ha conservato la sua cultura, il suo carattere latino, i suoi sentimenti nazionali che mostrano di per sé l’implacabile vocazione all’indipendenza presente nelle masse dell’isola latinoamericana.</p>
<p><strong>Vietnam</strong><br />
Non sappiamo quando potremo salutare la liberazione definitiva del Vietnam del Sud. Non possiamo mai dire quando avverrà la liberazione di ciascuno dei popoli che oggi lottano, armi alla mano, per la loro libertà. Ma sappiamo che il risultato della lotta sarà immancabilmente la libertà dei popoli. Il marxismo è stato applicato conformemente alla concreta situazione storica del Vietnam ed è per ciò che, guidati da un partito d’avanguardia fedele al suo popolo e conseguente nella sua dottrina, ottennero sugli imperialisti una così clamorosa vittoria. Quando noi ci riuniamo per salutare il popolo vietnamita stiamo salutando un vero fratello, stiamo stringendo nelle nostre braccia dei fratelli che in una lontana regione del mondo stanno lottando per la nostra sicurezza e stanno lottando per tutte le aspirazioni comuni che uniscono tutti i popoli dei tre continenti attualmente oppressi, d’Asia, d’Africa e della nostra America. Noi sappiamo che quale che sia il risultato, quale che sia il metodo di lotta adottato dall’imperialismo nordamericano, il risultato finale sarà la vittoria del Vietnam e la riunificazione di tutto il paese.</p>
<p><strong>America Latina</strong><br />
Via via che i paesi d’America e di altre regioni del mondo vanno rendendosi indipendenti dalle pastoie delle catene monopolistiche e impiantando nuovi sistemi più giusti e più giusti rapporti con tutti i paesi del mondo, i pesanti contributi che le nostre terre apportano al tenore di vita delle potenze imperialiste ricadranno su loro stesse e, fra tutti, sono gli Stati Uniti quelli che dovranno subire con maggior gravità questo fenomeno non appena si verificherà. Abbiamo imparato ormai che quando c’è un uomo ferito o perseguitato in Cile, in Argentina, in qualunque parte dell’America, si sta colpendo la nostra dignità, la dignità di tutta l’America. L’America parla spagnolo, l’America ci comprende, ci ammira e vede in noi l’immagine di quello che può essere il futuro per tutti i popoli e si prepara per quella vittoria. Ciò che vogliamo, semplicemente, è che ormai non si può più essere dei solitari in America, senza essere quanto meno traditori dell’America; che non si ripeta più in America che noi siamo tenuti a un’alleanza continentale con il nostro grande schiavista, perché questa è la menzogna più vile e più denigrante che un governante d’America possa proferire. Nulla si sapeva dell’America se non forse che era un gigantesco settore del mondo abitato da indigeni dalla pelle scura con coprivergogne e lance e dove un bel giorno un certo Cristoforo Colombo era approdato più o meno nella stessa epoca in cui un altro, Vasco de Gama, doppiava il Capo di Buona Speranza e tracciava una terribile parentesi di secoli nella vita culturale, economica e politica di quei popoli. Le condizioni oggettive per la lotta sono date dalla fame del popolo, la reazione davanti a quella fame, il timore scatenato per respingere la reazione popolare e l’ondata di odio che la repressione suscita. Sono mancate in America le condizioni soggettive fra le quali la più importante è la coscienza della possibilità di vittoria per vie violente davanti ai poteri imperiali e ai loro alleati interni. È per questo che in America si mettono a discutere su chi sia più o meno grande e a chi appartengano San Martín o Bolívar, senza tenere in conto che tanto l’uno che l’altro sono uomini d’America. San Martín, che morì esattamente centoundici anni fa oggi, era un uomo d’America; come Bolívar non possiamo dire che sia appartenuto a un paese, così come non ci appartiene Martí. Sono prodotti della nostra civiltà, del nostro sostrato culturale, prodotto di tutto quello che è andato maturando negli anni, di ciò che si è aggiunto all’indigeno primitivo, con il nero che vi fu portato, con lo spagnolo che vi giunse a colonizzare le razze di altri paesi del mondo, per le nostre specifiche condizioni sociali che hanno dato vita a quest’uomo americano che parla praticamente lo stesso linguaggio e che in ogni modo s’intende sempre in qualunque luogo si esprima. Dobbiamo essere sempre più affratellati nella lotta perché questa è una lotta comune: lotta che per esempio ora si esprime nella solidarietà di tutti i popoli con Cuba, perché si sta rapidamente imparando che esiste un solo nemico che è l’imperialismo e che questo in America ha un nome: è l’imperialismo nordamericano. Fare la Rivoluzione è una necessità imperiosa della maggior parte dei nostri continenti, di quasi tutta l’America, di tutta l’Africa e di tutta l’Asia, dove lo sfruttamento ha raggiunto gradi inconcepibili. Se tutti i popoli latinoamericani levassero in alto la bandiera della dignità, come ha fatto Cuba, il monopolio vacillerebbe, dovrebbe adattarsi a una nuova situazione politico-economica e a sostanziali potature dei suoi guadagni. Siamo qui. La parola ci viene umida dei boschi cubani. Siamo saliti sulla Sierra Maestra e abbiamo conosciuto l’aurora e abbiamo la mente e le mani piene del seme dell’aurora e siamo pronti a seminarlo in questa terra e difenderlo perché dia frutti.</p>
<p><strong>Sottosviluppo</strong><br />
Che cos’è il sottosviluppo? Un nano dalla testa enorme e il torace gonfio è “sottosviluppato” in quanto le sue deboli gambe o le sue corte braccia non si armonizzano con il resto della sua anatomia; è il prodotto di un fenomeno teratologico che ha distorto il suo sviluppo. Questo è ciò che in realtà siamo noi, blandamente detti “sottosviluppati”, a dire il vero paesi coloniali, semicoloniali o dipendenti. Siamo paesi dall’economia distorta dall’azione imperiale che ha sviluppato in modo anormale i rami industriali o agricoli necessari a complementare la sua complessa economia.</p>
<p><strong>Imperialismo</strong><br />
Essi arrivano lì, dove sta la massa indifferenziata e cercano di dividerla: in neri e bianchi, in più capaci e meno capaci, in alfabeti e analfabeti, e poi, suddividendoli, fino ad ottenere l’individuo e fare dell’individuo il centro della società. Per conquistare qualcosa dobbiamo toglierlo a qualcuno ed è bene parlar chiaro e non nascondersi dietro concetti che possono essere male interpretati. Questo qualcosa che dobbiamo conquistare, che è la sovranità del paese, bisogna toglierlo a quel qualcuno che si chiama monopolio […] Il capitale privato straniero non si muove per generosità, non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale privato straniero si mobilita per il desiderio di aiutare se stesso. I nostri occhi liberi si aprono oggi a nuovi orizzonti e sono in grado di vedere quello che ieri la nostra condizione di schiavi coloniali ci impediva di osservare: che la “civiltà occidentale” nasconde sotto la sua vistosa facciata uno scenario di iene e sciacalli. Ogni popolo che inizia la sua lotta, comincia anche a scavare la tomba dell’imperialismo e si merita tutto il nostro appoggio e tutto il nostro plauso. Perché ora si apprende, come sempre si apprende in rivoluzione, che non può esservi disunione, che non possiamo combattere contro i grandi nemici separati gli uni dagli altri, che c’è solo un nemico comune in questo momento, che è quello che raggruppa tutte le inimicizie che possano cadere sul nostro popolo, è quello che significa pigrizia, è quello che significa oppressione politica, è quello che significa oppressione economica, è quello che significa distorsione del nostro sviluppo, è quello che significa incultura: tutto questo lo significa l’imperialismo. L’imperialismo è stato sconfitto in molte battaglie parziali. Ma è una forza notevole nel mondo e non si può aspirare alla sua sconfitta definitiva se non con lo sforzo e il sacrificio di tutti. Non importa come si chiami il signore che ogni quattro anni il popolo statunitense pensa di eleggere per dirigere i suoi destini, perché in realtà tale elezione è viziata alla base; il popolo statunitense ha solo la facoltà di eleggere il suo carceriere per quattro anni e a volte gli concedono la grazia di rieleggerlo. Finché esisterà l’imperialismo, questo per definizione eserciterà il suo dominio su altri paesi, dominio che oggi si chiama neocolonialismo.</p>
<p><a href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2020/06/14/lideario-di-ernesto-che-guevara-seconda-parte/">L’Ideario di Ernesto “Che” Guevara (seconda parte) | World Politics Blog (wordpress.com)</a></p>
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		<title>L’Ideario di Ernesto “Che” Guevara (prima parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2024 10:47:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/05/CheHigh.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8938" title="chehigh" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/05/CheHigh-234x300.jpg" alt="" width="234" height="300" /></a></h1>
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<h1>L’<em>Ideario</em> di Ernesto “Che” Guevara (prima parte)</h1>
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<div><strong> GIULIO CHINAPPI</strong></div>
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<p>&nbsp;</p>
<div>
<p>In occasione dell’anniversario della nascita del rivoluzionario argentino Ernesto “Che” Guevara (14 giugno 1928), vi proponiamo i bravi più significativi del suo <em>Ideario</em>, nel quale è riassunto il suo pensiero su numerose tematiche, suddiviso in tre parti. La prima parte affronta le seguenti tematiche: avanguardia, il rivoluzionario, il quadro, il militante, l’uomo nuovo, la pace, socialismo, marxismo, partito, gioventù, rivoluzione, popolo e governo, dittatura del proletariato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Avanguardia<br />
Le avanguardie hanno lo sguardo volto al futuro e alla loro ricompensa, ma questa non si intravede come qualcosa di individuale; il premio è la nuova società in cui gli uomini avranno caratteristiche diverse: la società dell’uomo comunista. L’operaio d’avanguardia deve essere condottiero di masse tramite l’esempio, tramite il proprio convincimento nei confronti del lavoro. E il lavoro deve essere un compito fondamentale del nostro popolo nel corso degli anni. L’operaio d’avanguardia ha oggi una missione fondamentale da compiere: quella di trascinare con il suo esempio, quella di convertirsi in un eroe venerato del lavoro, quella di creare un poco la leggenda del combattente del lavoro, la stessa che si crea quando si tratta del combattente in armi. Un lavoratore d’avanguardia, un membro del Partito dirigente della Rivoluzione sente tutti questi lavori che si chiamano sacrificio con un interesse nuovo, come una parte del suo dovere, ma non del suo dovere imposto, bensì del suo dovere interno e lo fa con interesse. Chiunque abbia un merito qualsiasi che si sia guadagnato col suo sforzo deve dimostrare di essere stato giustamente meritevole di questo riconoscimento per tutto l’anno e per tutto il processo rivoluzionario. Non deve addormentarsi sugli allori. Noi non ci stanchiamo di ripetere che nel caso degli operai d’avanguardia la modestia eccessiva non era una qualità ma un difetto; che l’operaio d’avanguardia deve dar mostra del suo esempio, renderlo vivo e palpabile, comunicarlo, divulgarlo, contagiare del suo entusiasmo tutti gli altri compagni. Se in qualcosa e per qualcosa lottiamo per essere l’avanguardia di questo o di quello è per avere l’onore di dire che siamo in posizione avanzata nel compito di dare al nostro popolo tutto quello che merita, per le sue straordinarie azioni, per il suo straordinario valore, per il suo esempio luminoso per tutti i popoli d’America e del mondo.</p>
<p>Il rivoluzionario<br />
La prima cosa che deve fare un rivoluzionario che scrive la storia è tenersi aderente alla verità come un dito in un guanto. La Rivoluzione si fa attraverso l’uomo, ma l’uomo deve forgiare giorno per giorno il suo spirito rivoluzionario. La cosa più importante è la nazione, è l’intero popolo di Cuba e bisogna esser sempre pronti a sacrificare qualsiasi beneficio individuale in favore del beneficio collettivo. Il rivoluzionario deve essere un lavoratore infaticabile e, oltre che infaticabile, organizzato; e, se invece di imparare con i colpi della lotta, come abbiamo imparato noi, portate già alla lotta rivoluzionaria quella previa esperienza organizzativa, tanto meglio per i paesi dove vi toccherà lottare per la Rivoluzione. Molto ci rimane da fare, per imprimere nella coscienza dei nostri dirigenti quanto più possibile questa necessità vitale […], per imprimere nella coscienza di ciascuno la certezza assoluta che non c’è sforzo che si faccia verso il popolo e che non si traduca, dopo fatti concreti, in concreti vantaggi per la Rivoluzione, che è la sola cosa che noi rivoluzionari cerchiamo: ingrandire la nostra Rivoluzione, dare quanto più possibile al nostro popolo. Non finisce lì né voi avrete saldato il vostro debito con la società nel momento in cui sarete accolti e vi sarete convertiti in operai qualificati; avrete pagato semplicemente la parte proporzionale del debito che c’era da pagare quell’anno, ma poi continuerete ad avere degli obblighi, obblighi che nessuno vi richiederà, che nessuno vi ricorderà tutti i giorni, ma che voi dovrete sentire tutti i giorni per essere davvero dei rivoluzionari. A volte noi rivoluzionari siamo soli, perfino i nostri figli ci guardano come si guarda un estraneo. Ci vedono meno del soldato di posta che chiamano zio. I dirigenti della Rivoluzione hanno figli che ai loro primi balbettii non imparano a chiamare il padre; mogli che devono essere parte del sacrificio generale della loro vita per portare la Rivoluzione alla sua destinazione; la cerchia degli amici corrisponde rigidamente alla cerchia dei compagni della Rivoluzione. Non esiste vita al di fuori di essa. L’uomo che va avanti spinge gli altri a raggiungerlo, attira gli altri verso il suo livello molto più di colui che da dietro spinge solo con la parola. Il miglior indottrinamento rivoluzionario che possa esistere è mostrare, per via d’esempio, il cammino del compimento del dovere. Noi siamo il presente che sta costruendo l’avvenire per i nostri figli e sempre dobbiamo guardare in avanti, verso l’avvenire e distruggere anche il più piccolo rimasuglio del passato. Dobbiamo stare con le armi in pugno, intransigentemente, lottando contro tutto ciò che è cattivo, tutto ciò che è marcio, contro tutto ciò che è pigro, tutto ciò che si trascina, tutto ciò che significa il passato. Dentro le masse rivoluzionarie la vigilanza della loro morale deve essere più rigida, se è il caso, della vigilanza contro il non rivoluzionario o l’indifferente. La condotta rivoluzionaria è specchio della fede rivoluzionaria e quando qualcuno che si proclama rivoluzionario non si comporta come tale non può essere altro che spregevole. Non si può permettere, pena la possibilità che la Rivoluzione si incammini per la pericolosa via dell’opportunismo, che un rivoluzionario, di qualunque categoria e per qualunque criterio, venga assolto da colpe gravi contro il decoro o la morale, per il fatto stesso di essere rivoluzionario. I rivoluzionari non possono prevedere tutte le varianti tattiche che possono presentarsi nel corso della lotta per il loro programma liberatore. La reale capacità di un rivoluzionario si misura dal saper trovare tattiche rivoluzionarie adeguate ad ogni mutamento di situazione, dal tener presente tutte le tattiche e sfruttarle al massimo. Il rivoluzionario, motore ideologico della rivoluzione all’interno del suo partito, si consuma in quell’attività interrotta che non ha altra fine che la morte, a meno che la costruzione non si consegua su scala mondiale. L’atteggiamento comunista di fronte alla vita è mostrare con l’esempio il cammino da seguire, è guidare le masse con il proprio esempio, quali che siano le difficoltà del cammino da superare. E chi può mostrare l’esempio del suo lavoro ripetuto giorno dopo giorno, senza aspettare dalla società altro che il riconoscimento dei suoi meriti di lavoratore, di costruttore di quella nuova società, ha diritto ad esigere nell’ora del sacrificio. E la costruzione della nostra società non potrà farsi in alcun modo se non sulla base del sacrificio. All’interno del paese i dirigenti devono svolgere il loro ruolo d’avanguardia; e, va detto con tutta sincerità, in una rivoluzione vera, a cui si dà tutto, da cui non ci si aspetta alcuna retribuzione materiale, il compito del rivoluzionario d’avanguardia è al tempo stesso magnifico e angoscioso. Noi rivoluzionari dobbiamo dare in ogni momento della nostra vita tutto quanto è possibile a beneficio del lavoro fecondo, a beneficio della Rivoluzione che avanza, a beneficio del popolo, che è tutto uno, che è al nostro fianco, che sta lottando con noi verso l’avvenire. Questo tipo di lotta ci offre l’occasione di diventare rivoluzionari, il gradino più alto della specie umana, ma ci permette anche di laurearci uomini; coloro che non possono raggiungere nessuno di questi due stadi debbono dirlo e abbandonare la lotta.</p>
<p>Il quadro<br />
Chi aspira ad essere dirigente deve poter affrontare, o meglio, potersi esporre al verdetto delle masse e credere che è stato eletto dirigente o si propone come dirigente perché è il migliore fra i buoni, per il suo lavoro, il suo spirito di sacrificio, il suo costante atteggiamento d’avanguardia in tutte le lotte che il proletariato deve condurre giornalmente per la costruzione del socialismo. In un regime che inizia la costruzione del socialismo non si può supporre un quadro che non abbia uno sviluppo politico, ma per sviluppo politico non deve considerarsi soltanto l’apprendistato della teoria marxista; si deve anche esigere la responsabilità dell’individuo per i suoi atti, la disciplina che coarti qualsiasi debolezza transitoria e che non sia combattuta con un’alta dose d’iniziativa, la preoccupazione costante per tutti i problemi della Rivoluzione. Intimamente legato al concetto di “quadro” è quello della capacità di sacrificio, di dimostrare con il proprio esempio le verità e le consegne della Rivoluzione. Il quadro, come dirigente politico, deve guadagnarsi il rispetto dei lavoratori con la sua azione. E imprescindibile che conti sulla considerazione e l’affetto dei compagni che deve guidare lungo le strade dell’avanguardia. Che cos’è un quadro? Un quadro è un individuo che ha raggiunto lo sviluppo politico sufficiente per potere interpretare le grandi direttive emanate dal potere centrale, farle sue e trasmetterle come orientamento alla massa, accogliendo inoltre le manifestazioni che questa faccia dei suoi desideri e delle sue più intime motivazioni. È un individuo dalla disciplina ideologica e amministrativa, che conosce e pratica il centralismo democratico e sa valutare le contraddizioni esistenti nel metodo per trarre il massimo profitto dalle sue molteplici sfaccettature; che sa praticare nella produzione il principio della discussione collettiva e discussione e responsabilità uniche, la cui fedeltà è provata e il cui coraggio fisico e morale si è sviluppato di concerto con il suo sviluppo ideologico, al punto che è sempre pronto ad affrontare qualunque dibattito e a rispondere perfino con la vita del buon cammino della Rivoluzione. E, inoltre, un individuo con capacità di analisi propria, il che gli consente di prendere le decisioni necessarie e praticare l’iniziativa creatrice in modo che non venga a cozzare con la disciplina. Lo sviluppo di un quadro si ottiene nelle azioni giornaliere, ma deve inoltre assumersi il compito d’un modo sistematico in scuole speciali, dove professori competenti, esempi al contempo della scolaresca, favoriscano la più rapida ascesa ideologica.</p>
<p>Il militante<br />
Come potremmo definire i compiti più importanti di un membro del Partito…? Ve ne sono due fondamentali, due che tornano a ripetersi costantemente e che sono la base su cui poggia tutto lo sviluppo della società: la produzione, lo sviluppo dei beni per il popolo e l’approfondimento della coscienza. Il membro del Partito nuovo deve essere un uomo che sente intimamente in tutto il suo essere le nuove verità e le sente con naturalezza, che quello che è sacrificio per la gente in genere sia per lui semplicemente l’azione quotidiana, ciò che bisogna fare e ciò che è naturale fare. Il rivoluzionario vero, il membro del Partito dirigente della Rivoluzione dovrà lavorare ogni ora, ogni minuto della sua vita, in questi annidi lotta tanto dura che ci aspettano, con un interesse sempre rinnovato e sempre crescente e sempre fresco. Tutti i membri dei nuclei devono eccellere per il loro lavoro, per il loro amore per lo studio, per la loro coscienza del dovere, per il loro quotidiano e costante superamento e devono predicare – sopra ogni cosa – con l’esempio del sacrificio e del lavoro sugli altri compagni. Noi, militanti di un partito nuovo, in una nuova regione liberata del mondo e in nuove situazioni, dobbiamo tenere sempre alta la stessa bandiera di dignità umana che levò il nostro Martí, guida di molte generazioni, presente oggi con la sua freschezza di sempre nella realtà di Cuba: “<em>Ogni vero uomo deve sentire sulla guancia il colpo inferto a qualsiasi guancia d’uomo</em>“.</p>
<p>L’uomo nuovo<br />
Le cose più banali e più noiose si trasformano, sotto l’egida dell’interesse, dello sforzo interiore dell’individuo, dell’approfondimento della sua coscienza, in cose importanti e sostanziali, in qualcosa che non può smettere di fare senza sentirsi male: in ciò che si chiama sacrificio. E il non fare il sacrificio si converte per un rivoluzionario nel vero sacrificio. In questo periodo di costruzione del socialismo possiamo vedere l’uomo che sta nascendo. La sua immagine non è ancora finita; non potrà esserlo mai poiché il processo cammina parallelamente allo sviluppo di forme economiche nuove. L’importante è che gli uomini vadano acquistando ogni giorno più coscienza della necessità del loro incorporarsi nella società e, al tempo stesso, della loro importanza come motori della stessa. L’individuo del nostro paese sa che l’epoca gloriosa che gli tocca vivere è di sacrificio; conosce il sacrificio. I primi lo conobbero nella Sierra Maestra e in qualsiasi parte si sia combattuto; dopo lo abbiamo conosciuto in tutta Cuba. L’uomo nel socialismo, malgrado la sua apparente standardizzazione, è più completo; malgrado la mancanza del meccanismo perfetto per ciò, la sua possibilità di esprimersi e farsi sentire nell’apparato sociale è infinitamente maggiore. Le grandi moltitudini si vanno sviluppando, le nuove idee vanno raggiungendo un adeguato impeto in seno alla società, le possibilità materiali di sviluppo integrale di assolutamente tutti i suoi membri rendono molto più fruttifera l’opera. Il presente è di lotta; il futuro è nostro. Dobbiamo lavorare per il nostro perfezionamento interno quasi come un’ossessione, come una pulsione costante; ogni giorno analizzare onestamente ciò che abbiamo fatto, correggere i nostri errori e tornare a incominciare il giorno appresso. Tutti e ciascuno di noi paga puntualmente la sua quota di sacrificio, cosciente di riceverne il premio nella soddisfazione del dovere compiuto, cosciente di avanzare con tutti verso l’uomo nuovo che si intravede all’orizzonte.</p>
<p>La pace<br />
La pace degli uomini che la desiderino con tutte le loro forze, che sono disposti a giovarsene al massimo per la felicità del loro popolo, ma che sanno che non possono mettersi in ginocchio per conquistarla, che sanno che la pace si conquista a colpi di audacia, di coraggio, di incrollabile pertinacia, e che così si difende, e che la pace non è una condizione statica ma qualcosa di dinamico al mondo, e che quanto più forte, unito e belligerante sia un popolo, più facilmente potrà mantenere la pace cui aspira.</p>
<p>Socialismo<br />
Noi socialisti siamo più liberi perché siamo più integri; siamo più integri perché siamo più liberi. Non è solo lavoro la costruzione del socialismo, non è solo coscienza la costruzione del socialismo: è lavoro e coscienza, sviluppo della produzione, sviluppo dei beni materiali mediante il lavoro e sviluppo della coscienza. La costruzione del socialismo è basata sul lavoro delle masse, sulla capacità delle masse, perché si possa organizzare e dirigere meglio l’industria, l’agricoltura, tutta l’economia del paese; sulla capacità delle masse di superare di giorno in giorno le loro nozioni. sempre abbiamo definito il socialismo come la creazione dei beni materiali per l’uomo e lo sviluppo della coscienza; e in questo compito della creazione dei beni materiali è imprescindibile la cifra della produttività del lavoro. La tecnica è la base perché l’industria possa svilupparsi e l’industria, che fa la produzione, è la base del socialismo. Il socialismo è un fenomeno economico e anche un fenomeno di coscienza, ma deve realizzarsi sulla base della produzione. Senza una produzione importante non c’è socialismo. Perché il socialismo, adesso in questa fase di costruzione del socialismo e comunismo, non si è fatto semplicemente per avere le nostre fabbriche brillanti, si sta facendo per l’uomo integrale; l’uomo deve trasformarsi congiuntamente alla produzione che avanza e non svolgeremmo un compito idoneo se fossimo solo produttori di articoli, di materia prima e non fossimo insieme produttori di uomini. Il primo punto del piano inclinato, se pure è possibile chiamarlo piano inclinato, che porta al socialismo è la Riforma Agraria. Chi entra nella Riforma Agraria con un senso di recupero nazionale, con un senso onesto, un senso di giustizia sociale, va indefettibilmente […], in condizioni, naturalmente, stiamo parlando in condizioni di America coloniale, va indefettibilmente verso un’economia socialista… Vale a dire, noi ci troviamo in un’epoca in cui la giustizia non è bandita, non possiamo assolutamente bandirla, non possiamo dare a ciascuno secondo il suo bisogno. Stiamo costruendo il socialismo, dobbiamo dare alla gente secondo il proprio lavoro… Il socialismo non è una società di beneficenza, non è un regime utopico basato sulla bontà dell’uomo come uomo. Il socialismo è un regime al quale si arriva storicamente e che ha come base la socializzazione dei beni fondamentali di produzione e l’equa distribuzione delle ricchezze della società, entro un ambito in cui vi sia produzione di tipo sociale. Il socialismo è un sistema sociale che si basa sull’equa distribuzione delle ricchezze della società, ma a condizione che tale società abbia ricchezze da spartire, che vi siano macchine per lavorare e che quelle macchine abbiano materie prime per produrre quanto è necessario per il consumo della nostra popolazione. E nella misura in cui aumentiamo quei prodotti per distribuirli fra tutta la popolazione andiamo avanzando nella costruzione del socialismo. Possiamo dire che la definizione del socialismo è molto semplice: si definisce dalla produttività che è data dalla meccanizzazione, dal giusto uso delle macchine al servizio della società e da un crescente aumento della produttività e della coscienza che sta nel mettere tutto quello che si possiede al servizio della società: produttività, vale a dire, maggior produzione, maggiore coscienza: questo è socialismo. Bisogna pagare qualunque prezzo per il diritto di tenere sempre alta la nostra bandiera e il diritto di costruire il socialismo secondo il volere del nostro popolo! Non può esistere socialismo se nelle coscienze non si opera un mutamento che provochi un nuovo atteggiamento fraterno nei confronti dell’umanità, tanto di carattere individuale, la società in cui si costruisce o è costruito il socialismo, come di carattere mondiale in relazione a tutti i popoli che stiano subendo l’oppressione imperialista. Le verità del socialismo, più le crude verità dell’imperialismo, sono andate forgiando il nostro popolo, mostrandogli il cammino che dopo abbiamo intrapreso coscientemente. Non vi è altra definizione del socialismo, valida per noi, che l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Fintanto che ciò non avvenga, si sta nel periodo di costruzione della società socialista e, se invece di verificarsi un tale fenomeno, il compito della soppressione dello sfruttamento ristagna o addirittura si fanno dei passi indietro, non è giusto nemmeno parlare della costruzione del socialismo. Il socialismo si basa sulla fabbrica, il socialismo poggia su di una società sviluppata tecnicamente; non può esistere in condizioni feudali, in condizioni pastorali; si sviluppa sulla tecnica. E noi dobbiamo procedere lungo queste due vie dell’aumento della produzione e dell’approfondimento della coscienza. E vogliate perdonarmi se insisto una volta di più su queste cose, ma il fatto è che bisogna fissarsele bene nella mente per poter giungere ad acquisire la nuova categoria di paese socialista in cui si cancelli ormai totalmente lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, in cui tutti i mezzi di produzione siano in potere dello Stato e dove si dia inizio al gran balzo, l’ultimo e definitivo balzo avvistato finora dall’umanità, che è quello della società comunista, società senza classi. già dobbiamo pensare – anche se è come un futuro lontano – al comunismo, che è la società perfetta, che è l’aspirazione basilare dei primi uomini che seppero vedere più in là del tempo presente e predire il destino dell’umanità. Nella società socialista o nella costruzione del socialismo il lavoratore lavora perché questo è il suo dovere sociale, perché deve compiere il suo dovere sociale. Questo dovere sociale consiste nel fare uno sforzo medio, conformemente alla sua qualifica e pertanto ricevere un salario individualizzato, conformemente a quella qualifica, in questa fase di costruzione, in questo periodo di transizione e, allo stesso tempo, tutti i benefici che la società gli concede.</p>
<p>Marxismo<br />
Le leggi del marxismo sono presenti negli accadimenti della Rivoluzione cubana, indipendentemente dal fatto che i suoi capi professino o conoscano a fondo, da un punto di vista teorico, quelle leggi. Il marxista deve essere il migliore, il più integro, il più completo degli esseri umani, ma, sempre e soprattutto, un essere umano; un militante di un partito che vive e vibra a contatto con le masse; un orientatore che plasma in direttive concrete i desideri talora oscuri della massa; un lavoratore infaticabile che tutto consegna al suo popolo; un lavoratore che si sacrifica dedicando le sue ore di riposo, la sua tranquillità personale, la sua famiglia o la sua vita alla Rivoluzione, ma che non è mai insensibile al calore del contatto umano. La nostra posizione quando ci chiedono se siamo marxisti o no è la stessa che assumerebbe un fisico al quale si chiedesse se fosse newtoniano” o un biologo al quale venisse chiesto se fosse “pasteuriano”. Vi sono verità così evidenti, così legate alla conoscenza dei popoli che è del tutto inutile discuterle. Si deve essere “marxisti” con la stessa naturalezza con cui si è “newtoniani” in fisica o “pasteuriano” in biologia…</p>
<p>Partito<br />
Chi apre la via è il gruppo d’avanguardia, i migliori fra i buoni, il Partito. Il nostro nuovo Partito sarà un Partito eletto dalle masse, un Partito estratto dal meglio della classe operaia. E i compagni che siano stati eletti come operai esemplari devono unire al loro spirito di lavoro tutta una serie di condizioni che ne facciano esempio di comunisti, esempio di costruttori della nuova società. Essere partito d’avanguardia significa stare alla testa della classe operaia nella lotta per la presa del potere, saperla guidare alla sua conquista e perfino condurla per le scorciatoie. Questa è la missione dei nostri partiti rivoluzionari e l’analisi deve essere profonda ed esaustiva perché non vi siano errori. L’enorme forza che deve esigere il Partito dirigente, se conseguente con tutta una linea di cambiamenti nella struttura, nell’organizzazione, nello schema generale di concezione del Partito, questo si mette fermamente alla testa dello Stato proletario e ne guida gli atti, con il suo esempio, con il suo sacrificio, con la profondità del suo pensiero e l’audacia dei suoi atti, in ogni momento della nostra Rivoluzione. Il Partito è un’organizzazione d’avanguardia. I migliori lavoratori vengono proposti dai loro compagni per farne parte. Questo è minoritario ma di grande autorità per la qualità dei suoi quadri. Nostra aspirazione è che il Partito sia di massa, ma solo quando le masse abbiano raggiunto il livello di sviluppo d’avanguardia, vale a dire, quando siano educate per il comunismo. Il Partito è l’esempio vivo; i suoi quadri devono dare lezioni di laboriosità e sacrificio, devono, con la loro azione, portare le masse al raggiungimento del fine del compito rivoluzionario, la qual cosa comporta anni di dura lotta contro le difficoltà della costruzione, i nemici di classe, i guasti del passato, l’imperialismo. Il Partito del futuro sarà intimamente unito alle masse e da queste assorbirà le grandi idee che poi prenderanno forma in direttive concrete; un partito che applicherà rigorosamente la sua disciplina, d’accordo con il centralismo democratico e dove, allo stesso tempo, esistano, in permanenza, la discussione, la critica e l’autocritica aperte, per migliorare di continuo il lavoro.</p>
<p>Gioventù<br />
L’argilla fondamentale della nostra opera è la gioventù: in essa poggiamo la nostra speranza e la prepariamo a prendere dalle nostre mani la bandiera. La consegna del momento per tutta la nostra gioventù è di non arrestarsi un attimo nell’impegno culturale, andare sempre avanti, imparare sempre qualcosa di nuovo ed essere sempre disposta a dare questo nuovo che si è appreso a beneficio di tutti. Questo è uno dei compiti della gioventù, dare impulso, dirigere con l’esempio della produzione dell’uomo di domani e in quella produzione e nella direzione è compresa la produzione propria, perché nessuno è perfetto né molto meno di ciò, e tutti devono andar migliorando le proprie qualità mediante il lavoro, i rapporti umani, lo studio profondo, le discussioni critiche: tutto questo è ciò che va trasformando la gente. Il dovere di un giovane rivoluzionario in questa fase di costruzione del socialismo è quello di superarsi tutti i giorni; non far passare un solo giorno senza superare un poco le sue nozioni, senza che nella coscienza di ciascuno si aggiunga qualcosa, senza giungere alla fine della giornata con la soddisfazione di registrare i progressi che giorno dopo giorno si vanno facendo. Quelli che si trovano ancora nel periodo dell’adolescenza o che sono usciti da pochissimi anni dall’adolescenza, devono pensare che adesso bisogna maturare, perché per essere operai d’avanguardia, per essere degli attivisti, per essere dei rivoluzionari, quale che sia l’età che si abbia, si deve essere maturi. Non confondere quello che la gioventù di tutto il mondo, e soprattutto la gioventù cubana per le caratteristiche del suo popolo, ha di allegro, di fresco, di spontaneo, con la superficialità. Sono due cose assolutamente distinte. Si può e si deve essere spontanei e allegri, ma si deve allo stesso tempo essere profondi. Qui allora si pone uno dei problemi più difficili da risolvere, quando lo si imposta come discussione teorica. Perché è semplicemente così che deve essere la gioventù comunista. L’Unione dei Giovani Comunisti deve definirsi con una sola parola: avanguardia; voi, compagni, dovete essere l’avanguardia di tutti i movimenti, i primi ad essere pronti per i sacrifici che la Rivoluzione richieda, quale che sia la natura di questi sacrifici; i primi nel lavoro, i primi nello studio, i primi nella difesa del paese. L’essere un giovane comunista, l’appartenere all’Unione dei Giovani Comunisti non è una grazia che qualcuno vi fa, né una grazia che voi fate allo Stato o alla Rivoluzione; l’appartenere all’Unione dei Giovani Comunisti deve essere il più alto onore di un giovane della società nuova, deve essere l’onore per il quale lottare in ogni istante della vostra esistenza e inoltre l’onore di mantenersi e mantenere alto il nome individuale dentro il gran nome dell’Unione dei Giovani Comunisti, deve essere ugualmente un impegno costante. Credo che la prima cosa che deve caratterizzare un Giovane Comunista sia l’onore che sente nell’essere un Giovane Comunista, quell’onore che lo porta a mostrare davanti a tutti la sua condizione di Giovane Comunista, che non riversa nella clandestinità, che non riduce a formule ma esprime in ogni momento, che gli esce dallo spirito, che ha interesse a dimostrare perché è il suo marchio d’orgoglio; insieme a ciò, un gran senso del dovere, un senso del dovere verso la nostra società che stiamo costruendo, verso i nostri simili come esseri umani e verso tutti gli uomini del mondo, questo deve caratterizzare il Giovane Comunista. Il Giovane Comunista deve imporsi di essere il primo in ogni cosa, lottare per essere il primo, infastidirsi quando in qualcosa si occupa un’altra posizione, e lottare per migliorare, per essere il primo, certo che non tutti possono essere i primi, ma fra i primi sì, nel gruppo d’avanguardia, ecco, essere un esempio vivo, essere lo specchio dove si specchiano i compagni che non appartengano alle gioventù comuniste. Il Giovane Comunista non può essere limitato dalle frontiere d’un territorio, il giovane comunista deve praticare l’internazionalismo e sentirlo come cosa propria e ricordarsi, ricordarci noi Giovani Comunisti e aspiranti comunisti qui a Cuba, che siamo un esempio reale e palpabile per tutta la nostra America e, più ancora che per la nostra America, per tutti gli altri paesi del mondo che ugualmente combattono in altri continenti per la loro libertà.</p>
<p>Rivoluzione<br />
La Rivoluzione non è, come pretendono alcuni, standardizzatrice della volontà collettiva, dell’iniziativa collettiva, ma esattamente tutto il contrario, è liberatrice della capacità individuale dell’uomo. Chi in quei momenti si fermi a pensare ai primi giorni, diciamo, al 31 gennaio del 1959, vedrà che la distanza percorsa, in termini di avanzamento di coscienza, è veramente straordinaria, è qualcosa che in altri paesi si può misurare in decine di anni. E tuttavia, questo non può lasciarci soddisfatti. Questa è una Rivoluzione singolare che qualcuno ha creduto non sia conforme a una delle premesse di quanto di più ortodosso vi è nel movimento rivoluzionario, così enunciato da Lenin: “<em>Senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario</em>“. Le rivoluzioni popolari sono sempre generose, ma debbono compiere un dovere che è superiore a quello di qualsiasi generosità, ed è il dovere di reggere e progredire ed opporsi ai colpi della reazione; quando la reazione prepara le sue forze per attaccare e demolire la nuova società in formazione, bisogna rispondere con tutte le forze e colpire con tutte le forze. Di fronte a tutti i pericoli, di fronte a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, tutti i frazionisti, tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, una volta di più, la capacità del popolo di costruire la propria storia. La volontà di fare è un dono dell’uomo. E anteriore al fatto stesso. Esiste nella coscienza prima di realizzarsi. Cioè, il concetto di rivoluzione socialista è anteriore al concetto di Stato socialista. Questa è una generazione di sacrificio; questa generazione nostra non godrà neanche lontanamente dei beni che avranno le generazioni seguenti. E dobbiamo essere lucidi, coscienti di ciò, coscienti del nostro ruolo, perché abbiamo avuto l’immensa gloria di essere l’avanguardia della Rivoluzione in America. La cosa difficile da capire per chi non vive l’esperienza della Rivoluzione è questa stretta unità dialettica esistente fra l’individuo e la massa, dove l’uno e l’altra si interrelazionano e dove a sua volta la massa, in quanto insieme di individui, si interrelaziona con i dirigenti. La Rivoluzione pulisce gli uomini, li migliora come l’agricoltore esperto corregge i difetti della pianta e ne accresce le buone qualità. E questa generazione, che ha reso possibile l’apparente miracolo della nascita della Rivoluzione socialista a pochi passi dall’imperialismo nordamericano, deve pagare la gloria del suo sacrificio. E deve sacrificarsi giorno dopo giorno per costruire col suo sforzo il domani. Quando le condizioni pacifiche di lotta si esauriscono, quando i poteri ancora una volta tradiscono il popolo, non soltanto si può inalberare la bandiera della rivoluzione, ma si deve inalberare la bandiera della rivoluzione. La Rivoluzione oggi esige che si apprenda, esige che si comprenda bene che molto più importante di una buona retribuzione è l’orgoglio di servire il prossimo; che molto più definitiva, molto più duratura di tutto l’oro che si può accumulare è la gratitudine di un popolo. La costruzione di un paese è il prodotto del lavoro di tutte le ore del giorno e della passione che si mette in quella costruzione; per questo bisogna sentire quello che si sta facendo. Non si può costruire in un lavoro di laboratorio, freddo, analitico; si costruisce con la forza del popolo, unendosi al popolo. Rivoluzione che non si approfondisca costantemente è rivoluzione che arretra. Non dobbiamo avvicinarci al popolo per dire: “<em>Siamo qui. Veniamo a farti la carità della nostra presenza, a insegnarti con la nostra scienza, a dimostrarti i tuoi errori, la tua incultura, la tua mancanza di nozioni elementari</em>“. Dobbiamo andare con ansia di ricerca e con umiltà di spirito a imparare da quella gran fonte di sapienza che è il popolo.</p>
<p>Popolo e governo<br />
Pensando ad alta voce, compagni, direi che noi siamo viziati dal contatto con il popolo e che non possiamo smettere di averlo; ci sentiamo male quando ci troviamo in un posto qualsiasi in cui non possiamo dialogare con lui e non possiamo dargli la nostra piccola esperienza e ricevere l’enorme esperienza e l’enorme dose di sapienza che il popolo ci elargisce tutti i giorni. E noi abbiamo nella classe operaia la nostra grande forza, il nostro grande sostegno. Parlo della classe operaia, mi riferisco, dico, ai proletari, agli operai e ai contadini. In essi è il nostro sostegno. Mai pretendere di educare un popolo perché, per mezzo dell’educazione soltanto e con un governo dispotico che lo sovrasta, impari a conquistare quelli che sono i suoi diritti. Insegnategli, prima di tutto, a conquistare i suoi diritti e quel popolo, quando sarà rappresentato nel governo, apprenderà tutto quello che gli verrà insegnato e molto di più, sarà il maestro di tutti senza alcuna fatica. L’esempio, il buon esempio, così come il cattivo esempio, è assai contagioso e noi dobbiamo contagiare con i buoni esempi; lavorare sulla coscienza della gente, colpire la coscienza della gente, dimostrare ciò di cui siamo capaci, dimostrare di che cosa è capace una Rivoluzione quando è al potere, quando è sicura del suo obiettivo finale, quando ha fede nella giustizia dei suoi fini e nella linea che ha seguito; e quando è pronta, come era pronto l’intero nostro popolo prima di cedere di un passo in quello che era nostro legittimo diritto.</p>
<p>Dittatura del proletariato<br />
La massa deve essere costantemente attenta a quello che accade nel suo centro di lavoro e rapportarlo alla vita totale della Nazione. Perché bisogna che vi sia pressione delle masse in una serie di cose, perché le masse devono avere interesse a sapere che cos’è un piano economico, che cos’è l’industrializzazione, che cosa deve fare ogni fabbrica, che cos’è il loro dovere, come può aumentare o diminuire quel dovere, quello che sono gli interessi della classe operaia all’interno della fabbrica. In questa nuova fase che stiamo vivendo, nella fase di costruzione del socialismo, in cui si cancellano tutte le discriminazioni e rimane solo come unica e determinante dittatura la dittatura della classe operaia come classe organizzata sopra tutte le altre classi che sono state sconfitte; e la preparazione in un lungo cammino che sarà denso di molte lotte, di molte pene ancora, della società perfetta che sarà la società senza classi, la società dove saranno scomparse tutte le differenze, in questo momento non si può ammettere altro tipo di dittatura che non sia la dittatura del proletariato come classe.</p>
<p><a href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2020/06/14/lideario-di-ernesto-che-guevara-prima-parte/?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTEAAR1_mlokxnxRLcsp2WYHle3Gd0jywbja6i5O01chGlEwksi6mCl5Ba6CEwY_aem_AeFKOBqWOhhTsN-tWQrvTPKdtos1GFwTcSMtwzVALFaauzsT_DYRCB5LeX0QD0adWre3r6lLJaymiPYlf_lAE2yp">L’Ideario di Ernesto “Che” Guevara (prima parte) | World Politics Blog (wordpress.com)</a></p>
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		<title>La corsa della Regina Rossa</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2024 17:15:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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		<category><![CDATA[Casa Bianca]]></category>
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<h1>La corsa della Regina Rossa</h1>
<div><strong>di Piero Pagliani</strong></div>
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<p>L&#8217;Occidente non ha una strategia. I suoi esperti con le foglie di lauro al posto dei neuroni hanno solo una visione statica della realtà, una visione di corto periodo, come i suoi politici.</p>
<p>Guardano il singolo fotogramma e non il film e prendono decisioni in base alle ultime immagini  istantanee che hanno visto, cioè in base a una percezione frammentaria della realtà, dalla quale di conseguenza rimangono sconnessi.</p>
<p>Perché la realtà è una dinamica non catturabile da nessuna loro equazione, né politica né economica.</p>
<p>Sono intellettualmente dei complottisti, proprio come quelli che essi censurano. Ne sono l&#8217;immagine speculare rovesciata.</p>
<p>La sconnessione cognitiva è ormai una costante fra i nostri decisori (e fra i complottisti, cosa però molto meno gravida di nefaste conseguenze, data la loro irrilevanza).</p>
<p>La sconnessione cognitiva si autoalimenta perché si auto-giustifica. È il corto circuito analisi viziata-menzogna. Sconnessione cognitiva che si esprime come dissonanza cognitiva.</p>
<p>E così nel febbraio 2022 erano convinti che la Russia sarebbe collassata in pochi mesi se non addirittura in pochi giorni. Era con quella previsione in testa che la Nato l&#8217;aveva trascinata per i capelli nella guerra in Ucraina.</p>
<p>Erano convinti che un pacchetto di sanzioni l&#8217;avrebbe messa in ginocchio. Siamo al tredicesimo pacchetto e le sanzioni hanno colpito come un boomerang l&#8217;Occidente mentre hanno esortato la Russia a rilanciare la propria economia anche in settori in cui dipendeva pesantemente dall&#8217;Occidente rendendosi sempre più autonoma, come era prevedibile. Ci dicevano che la Russia sarebbe stata isolata. Al vertice dei BRICS di Johannesburg dell&#8217;anno scorso, ventidue importanti Paesi hanno chiesto di entrate. E molti altri sono in coda per associarsi all&#8217;Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.</p>
<p>Un mese sì e uno no si diceva che la Nato avrebbe fornito a Kiev una <em>Wunderwaffe</em>, una V2, un&#8217;arma miracolosa che sarebbe stata “<em>game changer</em>” nel conflitto. Erano gli invincibili tank tedeschi Leopard, erano gli indistruttibili tank americani Abrams, erano gli imbattibili blindati Bradley, erano gli efficientissimi Patriot. Erano le brigate addestrate e armate dalla Nato. Bruciano tutte in quantità industriali sui campi di battaglia ucraini. Uomini e mezzi. Gli Usa hanno addirittura ritirato i loro Abrams e la 47ª brigata meccanizzata autonoma, fiore all&#8217;occhiello della Nato, è stata quasi completamente distrutta, richiamata in ogni punto critico del fronte (al posto dei battaglioni nazisti che si sono rifiutati di combattere) e senza possibilità di rotazione.</p>
<p>Ora le <em>Wunderwaffen</em> sono i missili a lunga gittata, come gli Atacms e gli Storm Shadow. Sono serviti e serviranno per attacchi sui civili in centri abitati della Russia. Puro terrorismo in mancanza d&#8217;altro. O per cercare di distruggere il ponte di Crimea, classico obiettivo lineare e pertanto difficilmente danneggiabile seriamente (il 30 aprile un attacco di 6 Atacms ha avuto come esito l&#8217;interruzione del traffico per 45 minuti per motivi di sicurezza, cosa che sicuramente ha fatto tremare il Cremlino: tutti abbattuti, anche se la Casa Bianca “non ammette”, cioè nega, come i bambini dell&#8217;asilo).</p>
<p>Secondo il ministro della Difesa britannico, Grant Shapps, anche il governo Meloni ha rifornito Kiev di Storm Shadow, smentendo spudoratamente la propria promessa che avrebbe fornito solo armi difensive. E smentendo la nostra Costituzione.</p>
<p>Siamo anche noi quindi coinvolti a pieno titolo nell&#8217;escalation verso il conflitto diretto Nato-Russia. E poi ci sorprendiamo se le filiali di Ariston e Bosch passano sotto amministrazione russa. E in Russia la UE ha <em>assets</em> per 1.5 o forse addirittura 2.5 trilioni di euro. Un disastro visto che i governi occidentali, di destra e di sinistra, sono tutti votati al servilismo per Washington fino alla nostra rovina.</p>
<p>Ma c&#8217;è una ricompensa: i nostri rappresentanti diplomatici potranno saltare la fila all&#8217;esibizione inaugurata il 1º maggio a Mosca delle <em>Wunderwaffen</em> della Nato distrutte, come già è concesso con un cartello a quelli di Usa, UK, Polonia e Francia. O si arriva subito ai negoziati o tra non molto dovremo scegliere tra resa incondizionata (che non è una garanzia di pace) e guerra “<em>all-out</em>” con alta probabilità che diventi nucleare data l&#8217;impossibilità della Nato di ottenere il predominio operativo convenzionalmente.</p>
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<td>La mostra delle armi catturate a Mosca</td>
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<p>Ma l&#8217;Occidente vede solo qualche fotogramma, non vede il film della Storia perché non ha gli strumenti per farlo, e non ha gli strumenti per farlo perché sono antitetici agli interessi che difende e quindi sono <em>inconcepibili</em>.</p>
<p>Questi strumenti non definiscono infatti una metodologia (la scienza dei nullatenenti, come diceva il geniale corruttore Lucio Colletti). No, nessuna metodologia: questi strumenti definiscono una visione politica e filosofica, una <em>Weltanschauung</em>, una visione del mondo.</p>
<p>E loro ne hanno un&#8217;altra. Non sbagliata, ma tragicamente criminale.</p>
<p>Rimettere i neuroni al posto delle foglie di lauro non è infatti una questione di comprensione. È una questione di classe, di rinuncia agli onori e ai privilegi e di rifiuto della difesa degli interessi di oligarchie che divorano lo spazio e il tempo materiali, politici e ideali delle comunità e delle singole persone, per poter tornare a una visione umanistica e universalistica ormai uccisa in Occidente.</p>
<p>Nella sua recensione al numero di Limes intitolato “Mal d&#8217;America”, Carlo Formenti consiglia di leggere criticamente le analisi interne agli Stati Uniti e allo schieramento atlantista, che vedono il male nel giro vizioso dell&#8217;espansionismo imperiale, cioè nella tendenza ad «affrontare i problemi della propria sovratensione estendendosi ulteriormente», perché alla fine sempre di scontri di classe si tratta e sempre di scontri di classe occorre quindi parlare. E ha ragione.</p>
<p>Alcuni studiosi degli imperi chiamano il risultato di quel giro vizioso “sovradimensionamento strategico”, sintomo classico ricorrente di una prossima decadenza.</p>
<p>Ma il giro vizioso si potrebbe più propriamente definire come “corsa della Regina Rossa”, quella di “Alice oltre lo specchio”: dover correre sempre più forte fino alla massima velocità possibile per rimanere fermi, e per potersi spostare dover correre almeno due volte più veloce del massimo possibile. E a sua volta, per usare una quasi-metafora economica di Giovanni Arrighi, questa necessità la si può far risalire al fenomeno dei “rendimenti decrescenti”. Dico “quasi-metafora” perché in realtà descrive la logica capitalistica dell&#8217;accumulazione senza (un) fine, della sovraccumulazione come suo esito e la continua necessità di espansione come unico rimedio ad essa: la finanziarizzazione (che è per definizione un giro vizioso essendo sostanzialmente uno “schema Ponzi”), l&#8217;appropriazione di settori non ancora pienamente capitalistici, aree geografiche/Paesi/economie/lavoro, e di quello che era il dominio pubblico (debito pubblico, trasporti, sanità, istruzione, e anche l&#8217;aria da respirare &#8211; vedi la sedicente “transizione ecologica” con le sue manovre nascoste dietro la parola “sostenibile” che è insostenibile essa stessa dato che ormai qualsiasi cosa è “sostenibile”) e infine la riappropriazione di spazi che erano stati ceduti alle lotte, come le conquiste del lavoro ora non più tollerabili e non più funzionalizzabili.</p>
<p>E, ovviamente, la sottrazione degli spazi democratici.</p>
<p>David Ignatius sul Washington Post del 26 aprile scorso si interroga così: «<em>Is the sun slowly setting on U.S. power? That depends on us</em>». E inizia in questo modo:</p>
<p>«<em>The United States might be stumbling toward a decline from which few great powers have ever recovered. It has many of the tools of national recovery but doesn’t yet have a shared recognition of the problem and how to fix it</em>»:</p>
<p><a href="https://www.washingtonpost.com/opinions/2024/04/26/david-ignatius-rand-study-us-forecast-decline/%22%20%5Ct%20%22_blank">https://www.washingtonpost.com/opinions/2024/04/26/david-ignatius-rand-study-us-forecast-decline/</a></p>
<p>No, dottor Ignatius, no. Si ricordi che <em>no great power has ever recovered from its decline</em>.</p>
<p>Gli Usa sono una grande potenza con enormi risorse e hanno i mezzi per adattarsi ai cambiamenti del mondo, ma non per opporvisi.</p>
<p>Ma l&#8217;adattamento è, ancora una volta, eminentemente un problema di classe.</p>
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