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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Storia</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Il materiale, l&#8217;immateriale e il conflitto</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 16:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il materiale, l&#8217;immateriale e il conflitto di Piero Pagliani Andrei Martyanov è un ex ufficiale di marina russo che dissoltasi l&#8217;URSS si è trasferito negli Stati Uniti di cui è diventato cittadino. Pluridiplomato in prestigiose accademie militari sovietiche ha una solida formazione scientifica. Ritiene che la scarsa formazione nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/ukraine-7055808_192.2e16d0ba.fill-1920x1080-c100.format-webp.webpquality-40.webp" alt="ukraine 7055808 192.2e16d0ba.fill 1920x1080 c100.format webp.webpquality 40" /></h1>
<h1></h1>
<h1></h1>
<h1><strong>Il materiale, l&#8217;immateriale e il conflitto</strong></h1>
<h3>di Piero Pagliani</h3>
<h1></h1>
<p>Andrei Martyanov è un ex ufficiale di marina russo che dissoltasi l&#8217;URSS si è trasferito negli Stati Uniti di cui è diventato cittadino. Pluridiplomato in prestigiose accademie militari sovietiche ha una solida formazione scientifica. Ritiene che la scarsa formazione nelle discipline STEM (<em>Science, Technology, Engineering, Mathematics</em>) degli attuali ufficiali statunitensi e NATO sia una delle cause per cui l&#8217;Occidente non ha idea di come si conduca un grande conflitto continentale ad armi combinate come quello in Ucraina. A ciò si aggiunge una impossibilità materiale a combatterlo dovuta alla finanziarizzazione delle economie occidentali e alla loro deindustrializzazione. Non solo, ma proprio la finanziarizzazione secondo Martyanov ha portato a una diminuzione degli studi scientifici. A queste difficoltà se ne aggiunge una storica: gli Stati Uniti, l&#8217;unica vera potenza occidentale, non hanno mai combattuto per la propria difesa ma hanno condotto solo “<em>expeditionary wars</em>”.</p>
<p>La sfera di competenza delle analisi di Martyanov riguarda i rapporti di forza militari tra le grandi potenze &#8211; intesi nel senso ampio visto sopra &#8211; considerati fattori geopolitici dirimenti.</p>
<p>In questa sfera la sua critica è puntuale e informata, specialmente dal punto di vista della “<em>operational art</em>” nella guerra e dei suoi risvolti fisico-matematici.</p>
<p>Alle spalle dei rapporti di forza Martyanov vede dunque la potenza industriale delle nazioni. E la potenza industriale è valutata in base ai suoi “<em>tangibles</em>” in contrapposizione agli “<em>intangibles</em>” finanziari. Fin qui l&#8217;analisi è condivisibile, almeno parzialmente (vedremo nella nota [3] che non in tutti i contesti il livello di industrializzazione è un fattore sufficiente per vincere un conflitto tra stati – il Vietnam ne è una riprova; per le guerriglie e le insorgenze, come in Afghanistan, il discorso è ulteriormente diverso).</p>
<p>Tuttavia, oltre ad altri aspetti che però non rientrano nel discorso che intendo fare adesso, intravedo una limitazione nelle analisi di Martyanov in una sua riluttanza a vedere il “<em>tangible</em>” dietro gli “<em>intangibles</em>”. Che non è un paradosso se per “<em>tangible</em>” si intende la concretezza del rapporto sociale capitalistico e dei processi di accumulazione.</p>
<p>Analizzandola si scoprirebbe ad esempio che la finanziarizzazione è un evento ricorrente nella storia capitalistica, non è una sua aberrazione né il frutto di un golpe di banchieri e finanzieri o di qualche entità misteriosa che sovrasta i poteri nazionali, ma è conseguenza delle contraddizioni prodotte dall&#8217;accumulazione capitalistica. E che è in queste contraddizioni che va ricercata la radice della guerra.</p>
<p>In ciò Martyanov è contraddittorio. Si capisce qua e là che ha dovuto studiare Marx, che in qualche modo ne ha stima, ma avendo apertamente accettato il capitalismo ha un rifiuto esistenziale a servirsene.</p>
<p>Eppure se non si parte dai rapporti sociali che sottendono i processi capitalistici di accumulazione e se non se ne riconosce la natura <em>reale</em>, la dinamica profonda degli eventi sfugge anche se si è in grado di descrivere gli avvenimenti e il loro esito “tecnico-politico” di breve-medio periodo con un grado di risoluzione e precisione ben superiore a quanto riesca a fare la gran parte di politici ed “esperti”, veri e propri incapaci (o impediti) con le credenziali e il lauro in testa (che ad esempio sul conflitto in Ucraina non ne hanno azzeccata nemmeno una per sbaglio). Che un analista di alto livello incappi in questa limitazione induce a fare delle riflessioni che analisti di bassa lega non stimolerebbero.</p>
<p>È impossibile capire i conflitti militari da 500 anni a questa parte, e a maggior ragione quelli degli ultimi due secoli, se non si considerano le contraddizioni del processo di accumulazione capitalistico. Contraddizioni però da considerare nella loro complessità (anche inter-nazionale) e quindi non riducibili al solo rapporto capitale/lavoro. In particolare bisogna tener presente che il capitalismo nasce “imperiale” e l&#8217;imperialismo è una sua ricorrenza. Così come sono ricorrenti le modalità della “accumulazione originaria”. Dal marxismo classico l&#8217;accumulazione originaria e l&#8217;imperialismo sono stati relegati a due fasi specifiche dello sviluppo capitalistico. La prima al suo inizio e il secondo alla sua maturazione. In realtà l&#8217;imperialismo può essere considerato una “fase” matura del capitalismo solo in un&#8217;ottica storicista ortodossa. Ottica che è stata organica a una particolare stagione del movimento operaio di ispirazione marxista e fotografava un&#8217;effettiva fase di sviluppo delle società “termocapitalistiche” [1], ma che non è sostenibile alla luce delle analisi di Fernand Braudel, Karl Polanyi, Giovanni Arrighi, David Harvey, Marcello De Cecco, Jason Moore, Costanzo Preve e dello stesso Marx.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Excursus 1. Imperialismo, espropriazione e accumulazione originaria</p>
<p>Per quanto riguarda Marx faccio riferimento al fatto che ha individuato la sequenza delle potenze egemoni dell&#8217;economia-mondo capitalistica: Venezia, Stati Iberici, Province Unite d&#8217;Olanda e Inghilterra fino a presagire il ruolo degli Stati Uniti. Tutte queste potenze sono coloniali o imperiali (i padri degli Stati Uniti usavano intercambiabilmente i termini “confederazione” e “impero”, un impero che doveva contrastare quello britannico).</p>
<p>Arrighi, che riprende la sequenza di Marx, sottolinea l&#8217;importanza per i processi di accumulazione della battaglia di Plassey, del 1757 nel Bengala, che segnò l&#8217;inizio della dominazione inglese nel subcontinente indiano la quale insieme ai saccheggi e ai tributi permise di ripianare i debiti inglesi coi banchieri olandesi e mise le industrie inglesi, tessili e metallurgiche, nella condizione di «generare disponibilità liquide superiori a quelle che erano in grado di riassorbire vantaggiosamente» ponendo l&#8217;Inghilterra in una posizione finanziaria privilegiata per la lotta per il potere in Europa. De Cecco mette in luce l&#8217;importanza dell&#8217;impero inglese nei processi di accumulazione europei. Jason Moore fa la stessa cosa in relazione alla possibilità inglese e poi europea di rifornirsi di “natura a buon mercato” (le risorse, comprese le fonti di calorie per sostenere l&#8217;aumento della popolazione nell&#8217;Europa che si stava industrializzando e per mantenere basso il costo del capitale variabile). Fernand Braudel mette in evidenza l&#8217;importanza del commercio di lunga distanza per l&#8217;inizio dell&#8217;accumulazione capitalistica vera e propria in Europa. Bisogna notare che anche la famosa analisi di Marx della caduta tendenziale del saggio di profitto cita come controtendenza il commercio internazionale. Costanzo Preve critica lo storicismo marxista ortodosso ma ne descrive l&#8217;importanza come supporto ideologico alla politica socialista incentrata sui “colletti blu”.</p>
<p>Per quanto riguarda la tematica della ricorrenza delle pratiche di accumulazione “originaria”, si veda ad esempio Claudia von Werlhof: «l’accumulazione originaria non è solo cronologicamente ma anche logicamente una parte integrante dell’accumulazione e possiede un carattere capitalistico evidente e non “pre-capitalistico” o “non-capitalistico”». David Harvey mette in relazione la ricorrenza delle modalità dell&#8217;accumulazione “originaria” col concetto di “espropriazione” (<em>dispossession</em>) definita infatti come «la continuazione e la proliferazione delle pratiche di accumulazione che Marx aveva trattato come “primitive” o “originarie” durante l’ascesa del capitalismo». Daniel Egan, contrapponendosi parzialmente ad Harvey, rilegge Marx e la Luxemburg per «rendere adeguatamente conto del ruolo svolto dalla guerra e dal potere militare nell’accumulazione di capitale oggi», sottolineando che «[i]l ruolo svolto dalla guerra come una forma di accumulazione primitiva è una funzione di stadi specifici dello sviluppo capitalistico».</p>
<p>Per finire, sulla scorta dell’analisi di Giovanni Arrighi dei cicli sistemici sostenevo in “<em>Alla conquista del cuore della terra</em>” che «la guerra come forma organica di violenza plurilaterale legata all’accumulazione del capitale ha &#8230; un carattere più ampio che non la specifica violenza <em>intra-moenia</em> analizzata da Marx nell’accumulazione originaria, anche se, al pari di questa, crea le basi dei cicli di espansione materiale [e ne] occupa la stessa posizione logica».</p>
<p>In ogni caso le politiche imperialiste e le pratiche di espropriazione si sovrappongono [2].</p>
<p>Ritornando alla conquista del subcontinente indiano, possiamo notare che le capacità navali-militari della piccola Inghilterra sopperirono alla limitata estensione geografica dell&#8217;isola, alla sua ridotta capacità economica, alla sua scarsità di risorse e facendo pendere al momento opportuno l&#8217;ago della bilancia dalla parte dell&#8217;espansionismo del Potere del Territorio resero possibile all&#8217;Inghilterra, tramite l&#8217;impero, un prolungato predominio per quanto riguarda il Potere del Denaro. Un esempio del complesso intreccio tra queste due diverse forme di potere che formano l&#8217;ossatura della ricostruzione storico-logica di Giovanni Arrighi delle dinamiche capitalistiche [3].</p>
<p>Le differenti miscele di Potere del Territorio e Potere del Denaro sono implicitamente presenti nel contrasto tra economie finanziarizzate ed economie reali i cui effetti sulle capacità militari sono sullo sfondo delle analisi di Martyanov. Tuttavia, come si è detto, oltre agli effetti di tale contrasto occorre analizzare anche le sue cause. Esse riconducono al rapporto tra Potere del Territorio e Potere del Denaro in quanto condizione dei processi di accumulazione la cui analisi richiede che i rapporti sociali siano i parametri ultimi di riferimento, pena cadere in un errore “scientista”.</p>
<p>Questo tipo di errore si può ripercuotere anche nella percezione dei cambiamenti. Considero un caso molto specifico ma di attualità. Il pur intelligente e preparato analista russo-statunitense commette a mio avviso un errore quando critica il termine “Intelligenza Artificiale”, IA, sostenendo che si tratta solo di “algoritmi avanzati” e che l&#8217;intelligenza artificiale in realtà non esiste [4].</p>
<p>Che dietro l&#8217;IA ci siano algoritmi avanzati è indubbio. È indubbio anche che il termine “intelligenza” sia iperbolico. E&#8217; più facile scrivere un “algoritmo”, cioè un programma, per calcolare una derivata che uno per mimare uno scarabeo che cerca di uscire da un elementare labirinto. E uno scarabeo non possiede l&#8217;intelligenza per calcolare una derivata, secondo una qualunque accezione condivisa del termine. Tuttavia un programma che calcola le derivate non è ritenuto parte dell&#8217;IA, mentre uno che mima uno scarabeo sì. Nel mio ambito di ricerca si è iniziato a usare la parola “intelligenza” quando si è capito che fruttava in termini di immagine, di prestigio, di popolarità e di finanziamenti. Prima, più dimessamente, si parlava di <em>machine learning</em>, <em>data mining</em>, <em>knowledge discovery in database</em>, <em>pattern recognition</em>, <em>approximate reasoning</em> et similia. E in realtà queste sono le tecniche alla base di ciò che, oggi, è considerata IA. Tecniche che sostanzialmente mettono in relazione dati generando regole.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Excursus 2: <em>Big Data</em> e IA.</p>
<p>Perché le suddette tecniche funzionino, i dati devono essere sufficientemente numerosi - <em>Big Data</em> - altrimenti le correlazioni non sono significative e possono essere fuorvianti. Nel caso limite di un database (relazionale) con una sola entrata (ad esempio la descrizione di un solo paziente), ogni parametro è in perfetta correlazione con ogni altro (ad esempio la temperatura con la patologia, ma persino la città di residenza con la patologia), fatto che non fornisce alcuna spiegazione. Che però una correlazione tra dati significativa, sia <em>tout court</em> designabile come “intelligenza” è questionabile. Si veda, di Giuseppe Longo, “<em>Big Data</em> e <em>Intelligenza Artificiale</em>: <em>Che Futuro Ci Aspetta?</em>” [5].</p>
<p>Lo stesso Longo in “ &#8216;<em>Correlazioni artificiali</em>&#8216; vs &#8216;<em>conoscenza delle cause</em>&#8216; ” (in “<em>Matematica e senso</em>”, Mimesis, 2021) nega che la manipolazione di dati di per sé porti a conoscenza senza aver dietro una teoria e fa l&#8217;esempio della rivoluzione copenicana:</p>
<p>«La fine del geocentrismo è, prima di tutto, un cambiamento metafisico e teorico, un cambiamento di “prospettiva” [...] le regolarità emergenti dai <em>Big Data</em>, così numerose già tra gli astronomi arabi, non avrebbero mai prodotto questo cambio di paradigma».</p>
<p>Infatti anche la mole di <em>dati</em> astronomici di Tycho Brahe (che nasce tre anni dopo la morte di Copernico) era compatibile con la visione tolemaica e non era né necessaria né sufficiente per cambiare prospettiva. Longo inoltre ricorda che il potere di interpolazione della matematica può sempre produrre “correlazioni spurie” e anche correlazioni pioltate: forzando “<em>bias</em>” (pregiudizi) nella scelta degli ossevabili e/o nella loro misurazione, si può sempre «leggere qualsiasi fenomeno a piacimento» [6].</p>
<p>E così conclude:</p>
<p>«Il mito di una IA onnipotente rivela così il suo vero volto: una visione e una prassi “istruttiva” della vita e della storia. Gli uomini devono seguire la “regola fomale”, priva di un senso: allora l&#8217;interazione uomo-macchina e le previsioni automatizzate saranno pienamente efficaci. E&#8217; solo estraendoci da questa visione che subordina l&#8217;uomo a ciò che può essee meccanizzato che potremo sfuttare al meglio queste formidabili macchine digitali che stanno cambiando il nostro mondo: sta a noi inserirle nella storia per arricchire la nostra socialità, invece di ridurre la sua diversità e di forzarla in protocolli e istruzioni».</p>
<p>Altrove ho argomentato che persino la “scoperta matematica” coinvolge stati coscienziali che alterano la “prospettiva” e non è un puro frutto razionale [7]. Riuscirà l&#8217;IA a mimare anche stati coscienziali (ammesso che basti mimarli)?</p>
<p>Chiarito ciò, un programma che calcola le buste paga (o anche una derivata) e uno che mette in correlazione una quantità enorme ed eterogenea di dati per trarre delle conclusioni (o prendere decisioni), sulla base di un quesito posto in linguaggio naturale, hanno una natura radicalmente differente. Il secondo non è solamente “più avanzato” del primo, non solo le loro logiche e i loro ambiti applicativi sono totalmente differenti, ma il secondo programma ha tutte le caratteristiche, e in misura molto sviluppata, di quanto Derrik De Kerckhove chiama “psicotecnologia” [8].</p>
<p>In realtà se è già opinabile che l&#8217;IA possa essere considerata solo un insieme di “algoritmi avanzati” nelle applicazioni militari, ad esempio nell&#8217;ISTAR (<em>intelligence</em>, <em>surveillance</em>, <em>target acquisition</em> <em>and reconnaissance</em>), nell&#8217;ambito del lavoro e dei rapporti umani si tratta indubbiamente di una rivoluzione.</p>
<p>Per quanto riguarda le applicazioni militari è sotto gli occhi di tutti il frenetico sforzo statunitense di avere il predominio nell&#8217;IA. Tuttavia questa esplicita insistenza competitiva è soprattutto americana, mentre la posizione delle altre grandi potenze appare più sfumata.</p>
<p>Chiaramente ci sono motivi commerciali e soprattutto finanziari che spingono gli Usa a dichiarare “Noi saremo i primi” a suon di investimenti stratosferici. E ci sono invece motivi pertinenti all&#8217;industria dei “<em>tangibles</em>” che suggeriscono ai concorrenti strategici degli Usa di frenarsi nei proclami oltre le righe riguardo l&#8217;IA, perché inutili. Motivi come ad esempio i motori ipersonici e, non meno importanti, i sistemi di controllo dei missili lanciati a velocità ipersonica. Settori in cui gli Usa difficilmente riusciranno a colmare il <em>gap</em> con la Russia o anche con la Cina [9]. Un sistema sofisticato di ISTAR basato sull&#8217;IA può identificare velocemente e precisamente un obiettivo (per l&#8217;attacco o la difesa) ma poi il compito passa a un sistema “materiale” (di attacco o difesa) come, appunto, un missile.</p>
<p>Ad ogni modo sono necessarie riflessioni serie sull&#8217;IA e sotto diverse angolature. Riflessioni avviate da tempo e da persone di ogni Paese. Ne faccio una rapidissima rassegna in base a ciò che so e alla mia esperienza sull&#8217;argomento.</p>
<p>Le questioni etiche che si possono applicare all&#8217;IA si sono poste fin dall&#8217;inizio dell&#8217;utilizzo delle armi <em>un-manned</em> dove riguardavano la reciprocità e la proporzionalità (un uomo da remoto può ucciderne molti altri senza rischiare) e la “neutralità emotiva” [10].</p>
<p>Anche il tema dell&#8217;errore si è posto fin dall&#8217;inizio dell&#8217;utilizzo militare di sistemi computerizzati. E&#8217; un limite dimostrabilmente ineliminabile [11]. Il maggior rischio attuale, impossibile da sottovalutare, risiede nella maggiore pervasività dei sistemi informatici e nella maggior fiducia a essi accordata a fronte dei loro spettacolari avanzamenti [12]. In definitiva risiede nelle politiche del loro utilizzo, politiche che sono influenzate dall&#8217;innalzamento del livello delle funzioni cognitive umane di cui possono essere πρόϑεσις (protesi) avanzate. Che poi tali protesi siano prive di sentimenti o giudizi morali è un altra questione che in ultima istanza conduce a quella più ampia della moralità del Potere.</p>
<p>Per quanto riguarda le applicazioni riguardanti il sociale, il concreto rischio (ma forse ormai certezza) è che la collaborazione, tecnica ed economica, tra <em>Big Tech</em> e apparato industriale-militare-securitario dia vita a un ISTAR in ambito sociale. Le politiche di proprietà della IA ne sono già un segnale [13].</p>
<p>Per concludere, la necessità di espansione, di acquisire risorse e di scaricare all&#8217;esterno l&#8217;entropia generata e la necessità di controllo sociale, tutte connaturate ai processi di accumulazione infinita, concorrono alla spiegazione dei conflitti esterni e interni e li collegano. In questo quadro la questione del lavoro cognitivo entra nella materialità dei rapporti sociali ed esce dall&#8217;ideologia del “capitalismo immateriale”. Ideologia che ritengo fuorviante. E il conflitto tra l&#8217;Occidente finanziarizzato e in crisi sistemica e il resto “materialistico” del mondo credo che confermi questa critica [14].</p>
<p>Qui ritroviamo la correttezza delle analisi di Martyanov ma anche il loro limite.</p>
<p>L&#8217;analisi “oggettiva” storica e logica suggerisce che l&#8217;Occidente finanziarizzato perderà via via terreno nei confronti del resto del mondo “materialistico” fino all&#8217;instaurazione di un nuovo ordine multilaterale (o “polifonico” per usare il concetto proposto dal presidente della Federazione Russa). Ma l&#8217;analisi ispirata da Marx (e da Lenin) non garantisce questo <em>happy ending</em>.</p>
<p>Se infatti rintracciamo, come abbozzato sopra, l&#8217;eziologia del conflitto non possiamo sottrarci alla domanda chiave: “Tutti vogliamo un mondo più equo, libero dal dominio unipolare statunitense e dal suo <em>privilège exorbitant</em> (generale, non solo monetario). Ma è possibile un mondo multilaterale (polifonico) pacificato mosso dall&#8217;accumulazione capitalistica?”.</p>
<p>Io ho dei dubbi, ma ognuno dia la risposta che crede.</p>
<hr />
<p>Note</p>
<h6>[0] Andrei Martyanov mantiene il blog “<em>Reminiscence of the future</em>” (<a href="https://smoothiex12.blogspot.com/">https://smoothiex12.blogspot.com/</a>).</h6>
<h6>[1] Con “termocapitalista” intendo il modo di produzione iniziato grazie alla scoperta e allo sfruttamento del “bosco sotterraneo” (i giacimenti combustibili fossili a iniziare dal carbone) la cui ricerca era stata resa necessaria dai cambiamenti climatici culminati tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell&#8217;Ottocento (la Piccola Era Glaciale).</h6>
<h6>[2] Karl Polanyi: “<em>La grande trasformazione</em>”, Einaudi, 1974.</h6>
<h6>Giovanni Arrighi: “<em>Il lungo XX secolo: denaro, potere e le origini del nostro tempo</em>”, Il Saggiatore, 1996.</h6>
<h6>Fernand Braudel: “<em>Civiltà materiale, economia e capitalismo. Secoli XV-XVIII</em>”, in tre volumi, Einaudi 1981-1982 e “<em>La dinamica del capitalismo</em>”, il Mulino, 1977.</h6>
<h6>Jason Moore: “<em>Capitalism in the Web of Life</em>”, Verso, 2015 e “<em>A History of the World in Seven Cheap Things</em>”, University of California Press, 2017.</h6>
<h6>Costanzo Preve: “<em>Storia critica del marxismo. Dalla nascita di Karl Marx alla dissoluzione del comunismo storico novecentesco, 1818-1991</em>”, La città del sole, 2007.</h6>
<h6>Marcello De Cecco: “<em>Moneta e impero</em>”, Einaudi, 1979.</h6>
<h6>Claudia von Werlhof: “&#8217;<em>Globalization&#8217; and the &#8216;Permanent’ Process of &#8216;Primitive Accumulation&#8217;: The Example of the MAI, the Multilateral Agreement on Investment</em>”. In <em>Journal of World-Systems Researches</em>, VI, 3, 2000, pp. 728-747.</h6>
<h6>David Harvey: “<em>A Brief History of Neoliberalism</em>”, Oxford University Press, 2005.</h6>
<h6>Daniel Egan: “<em>The place of war in Marxist analyses of primitive accumulation</em>”, <em>World Review of Political Economy, </em>Vol. 13, No. 4, 2022, pp. 430-448.</h6>
<h6>P. Pagliani, “<em>Alla conquista del cuore della terra</em>. <em>Gli Usa dall’egemonia sul &#8216;mondo libero&#8217; al dominio sull’Eurasia</em>”, Edizioni Punto Rosso, 2003 (inspiegabilmente nei riferimenti a questo libro sul Web i termini “egemonia” e “dominio” sono quasi sempre invertiti cambiando radicalmente il senso del titolo).</h6>
<h6>[3] Al momento della conquista dell&#8217;India il PIL inglese era solo l&#8217;1,9% di quello mondiale, mentre quello indiano era il 22,6% e l&#8217;India incideva per il 32% nel prodotto manifatturiero mondiale. Ma le capacità militari, politiche (e di corruzione) inglesi erano largamente superiori. Come lo erano quelle di tutte le nazioni europee, plasmate da un millennio di continue guerre speculari ai lunghissimi periodi di pace in Asia.</h6>
<h6>[4] <a href="https://youtu.be/vcKKuS3Zs6A?feature=shared">https://youtu.be/vcKKuS3Zs6A?feature=shared</a> (al min. 5:00).</h6>
<h6>[5] <a href="https://www.scienzaefilosofia.com/wp-content/uploads/2018/12/20-02-LONGO.pdf">https://www.scienzaefilosofia.com/wp-content/uploads/2018/12/20-02-LONGO.pdf</a></h6>
<h6>[6] Un clamoroso caso di pregiudizio (<em>woke</em>) fece generare al chatbot <em>Gemini</em> di Google immagini di nazisti neri e nazisti donne (<a href="https://www.theguardian.com/technology/2024/feb/28/google-chief-ai-tools-photo-diversity-offended-users">https://www.theguardian.com/technology/2024/feb/28/google-chief-ai-tools-photo-diversity-offended-users</a>). In questo caso il <em>bias</em> podusse un ouput non voluto.</h6>
<h6>[7] <a href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/25114-piero-pagliani-la-matematica-ethnic-fluid.html">https://www.sinistrainrete.info/teoria/25114-piero-pagliani-la-matematica-ethnic-fluid.html</a></h6>
<h6>[8] Si veda Derrick De Kerckhove: “<em>La civilizzazione video-cristiana</em>”, Feltrinelli, 1995.</h6>
<h6>[9] <a href="https://www.defensenews.com/global/europe/2024/06/19/elusive-hypersonic-arms-need-western-teamwork-nato-researcher-says/">https://www.defensenews.com/global/europe/2024/06/19/elusive-hypersonic-arms-need-western-teamwork-nato-researcher-says/</a></h6>
<h6>[10] Il problema etico si pose apertamente con gli attacchi di droni in Afghanistan e in Pakistan ai tempi di Obama, che fecero innumerevoli vittime innocenti, ma ancor prima coi bombardamenti aerei di tipo terroristico, come Dresda, Hiroshima e Nagasaki. Una delle ragioni dell&#8217;utilizzo delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti era esentare i soldati dal compito di uccidere direttamente civili innocenti, compito che poteva portare a turbe psicologiche. Le camere a gas garantivano un modo “anonimo” di uccidere in massa i deportati (si veda di Anna Baracchi, “<em>L&#8217;obbedienza all&#8217;autorità. Il caso del battaglione 101: riflessioni e conseguenze”</em> (<a href="https://thesis.unipd.it/retrieve/be32e5ac-b15b-42da-8a5d-12be8215b0e4/Baracchi%20Anna.pdf">https://thesis.unipd.it/retrieve/be32e5ac-b15b-42da-8a5d-12be8215b0e4/Baracchi%20Anna.pdf</a>).</h6>
<h6>Per una discussione generale sugli sviluppi recenti si vedano ad esempio di Marco Marsili, “<em>Lethal Autonomous Weapon Systems: Ethical Dilemmas and Legal Compliance in the Era of Military Disruptive Technologie</em>s”. In <em>International Journal of </em><em>Robotics and Automation Technology</em>, 2024, 11, pp. 63-68 (<a href="https://iris.unive.it/retrieve/c0bd7208-7e16-44c7-9bb5-08ca108f3fb1/IJRAT-V11A5-Marsili.pdf">https://iris.unive.it/retrieve/c0bd7208-7e16-44c7-9bb5-08ca108f3fb1/IJRAT-V11A5-Marsili.pdf</a>) e AA.VV. “<em>Ethics of artificial intelligence</em>”, <em>Nature</em> 521, 2015, pp. 415–418. Esiste poi il problema di macchine che apprendono cose o ragionano in modo non previsto. In realtà chi si è occupato di informatica è incappato anche prima dell&#8217;IA nel comportamento “oscuro” di qualche programma. Tuttavia in sistemi in grado di apprendere e automodificarsi la cosa è più inquietante. I sistemi di apprendimento basati sulle reti neurali hanno limiti matematici alle loro capacità. Un altro problema è quello del <em>sistema di spiegazione</em>. Le reti neurali non sono in grado di comunicare i passi del “ragionamento” che a fronte di un input hanno condotto all&#8217;output e la stessa cosa vale anche per altri tipi di sistemi, non neurali, basati sull&#8217;esplorazione delle relazioni tra dati (Nota: Questo non vuol dire che non possano avere una logica intrinseca. Ad esempio per un particolare approccio di <em>approximate reasoning</em> provai che i dati elaborati hanno una logica classica quando tutte le informazioni di input sono complete, una logica di Post a 3 valori quando sono tutte incomplete e una logica di Łukasiewicz a 3 valori quando una parte è completa e una incompleta &#8211; tecnicamente: nel primo caso formano un&#8217;algebra di Boole, nel secondo un&#8217;algebra di Post di ordine 3 e nel terzo un&#8217;algebra di Nelson semi-semplice. La dimostrazione è un po&#8217; complessa ma, col senno di poi, il risultato non sorprende).</h6>
<h6>[11] Un caso a suo tempo discusso, se non ricordo male negli anni Sessanta o Settanta, riguardava un errore di puntamento durante un&#8217;esercitazione navale statunitense nel Golfo del Messico che per puro caso non portò all&#8217;affondamento di una nave militare invece che di un cargo bersaglio. Si scoprì che tra le migliaia di righe di codice del programma di puntamento, una non finiva con il punto. Si tenga conto che i programmi sono sistemi estremamente complessi ed esistono limiti matematici alla verifica della loro correttezza. Mi riferisco alle dimostrazioni di indecidibilita effettiva, cioè non computabilità, dell&#8217;<em>Halting Problem</em> (problema della terminazione, o arresto, dei programmi, cioè determinare se un programma si arresta o prosegue all&#8217;infinito: si vedano i teoremi di Church e di Turing e il più generale teorema di Rice (cfr. AA. VV, “<em>Superintelligence Cannot be Contained: Lessons from Computability Theory</em>”, <em>Journal of Artificial Intelligence Research</em>, 70 pp. 65-76, 2021 - <a href="https://dl.acm.org/doi/pdf/10.1613/jair.1.12202">https://dl.acm.org/doi/pdf/10.1613/jair.1.12202</a>). Si noti che l&#8217;<em>Halting Problem</em> è stato utilizzato per dimostrare che il ragionamento morale è computazionalmente intrattabile (M. Passamonti, “<em>Why Machines Can&#8217;t Be Moral: Turing&#8217;s Halting Problem and the Moral Limits of Artificial Intelligence</em>” - <a href="https://arxiv.org/abs/2407.16890">https://arxiv.org/abs/2407.16890</a>). L&#8217;autore con un esperimento mentale relativo a un drone militare illustra il problema «dimostrando che un agente artificiale potrebbe non riuscire a decidere tra un’azione e l’altra a causa del problema dell’arresto, che limita l’abilità dell’agente di prendere decisioni in ogni caso, minando la sua azione morale».</h6>
<h6>[12] Oggi mi occupo di queste cose esclusivamente da un punto di vista logico matematico, distante dalle applicazioni. Ma quando mi occupavo anche di esse era assodato che le decisioni suggerite da un sistema IA in campi delicati (come la medicina) fossero obbligatoriamente sottoposte al vaglio di un esperto umano o di un team di esperti. Fin quando sarà così?</h6>
<h6>[13] Si vedano ad esempio Teresa Numerico, “<em>Big data e </em><em>algoritmi. Prospettive critiche</em>”, Carocci 2021 e il recente <a href="https://www.sinistrainrete.info/societa/29823-rattus-norvegicus-la-proprieta-aperta-e-i-suoi-nemici-suicidi-eccellenti-nella-silicon-valley.html">https://www.sinistrainrete.info/societa/29823-rattus-norvegicus-la-proprieta-aperta-e-i-suoi-nemici-suicidi-eccellenti-nella-silicon-valley.html</a></h6>
<h6>[14] Quintessenza della gestione del lavoro cognitivo può essere considerato il <em>Knowledge Management</em>, KM, cioè la gestione della conoscenza all&#8217;interno di un&#8217;organizzazione, ad esempio un&#8217;azienda. Forse il KM è stata la disciplina manageriale più organica al “capitalismo immateriale”. In base alla mia esperienza devo dire che i progetti di KM sono stati sempre problematici per due motivi. Il primo era la riluttanza di chi possedeva una “conoscenza” a metterla a disposizione e condividerla. Tale riluttanza si riscontrava dal singolo lavoratore al responsabile di un intero settore. Gelosie, lotte di potere o semplice salvaguardia del proprio potere contrattuale, tendevano a far rimanere la “conoscenza” un bene scarso, non spartibile. In secondo luogo il ROI, <em>return on investment</em>, di un progetto di KM non era calcolabile. I tentativi di calcolo, anche in letteratura, si riducevano di fatto alla differenza tra il <em>book</em> aziendale e la quotazione borsistica. In quel delta veniva individuato il valore del capitale cognitivo dell&#8217;azienda. In realtà denotava giochi speculativi borsistici e spesso i progetti si facevano per imitazione. Non a caso la popolarità del KM è cresciuta di pari passo con la finanziarizzazione dell&#8217;economia, così come il discorso del “capitalismo immateriale” che tuttavia aveva spunti interessanti riguardo, il lavoro cognitivo sostenendo giustamente che coinvolge l&#8217;intero o quasi l&#8217;intero spettro dell&#8217;esistenza del lavoratore, dal tempo alle emozioni. Tuttavia ciò è limitato ad ambiti specifici di lavoro dipendente e, in misura maggiore, indipendente, spesso legati alla finanziarizzazione dell&#8217;economia e alla sua terziarizzazione, quaternarizzazione e quinarizzazione. Il lavoro cognitivo per altro dovrà via via sostenere la concorrenza dell&#8217;IA.</h6>
<h1><span style="font-size: 52px;"> </span></h1>
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		<title>Gennadij Zjuganov sul Giorno della Vittoria: “Il popolo ha vinto con il volto dei propri leader”</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2024 10:33:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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		<category><![CDATA[Guerra Patriottica Russa]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Gennadij Zjuganov sul Giorno della Vittoria: “Il popolo ha vinto con il volto dei propri leader” &#160; Voglio congratularmi con tutti i cittadini per la festa più importante della Terra. Se non fosse stato per la nostra Grande Vittoria nel maggio 1945, non avremmo celebrato altre festività. Penso che nemmeno esisteremmo, perché i tre piani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/05/unione-sovietica-stalin-georgij-zukov.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8934" title="unione-sovietica-stalin-georgij-zukov" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/05/unione-sovietica-stalin-georgij-zukov-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Gennadij Zjuganov sul Giorno della Vittoria: “Il popolo ha vinto con il volto dei propri leader”</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>Voglio congratularmi con tutti i cittadini per la festa più importante della Terra. Se non fosse stato per la nostra Grande Vittoria nel maggio 1945, non avremmo celebrato altre festività. Penso che nemmeno esisteremmo, perché i tre piani dei nazisti prevedevano la distruzione del nostro Paese.</p>
<p>Se i precedenti invasori ci avessero conquistato, questi ci avrebbero distrutto. Il piano Barbarossa, il piano Ost e il piano Hunger lo dimostrano completamente. Volevano liquidarci – come popolo, come Stato. Quindi inchiniamoci ancora una volta alla memoria di coloro che hanno combattuto contro i nazisti. L’umanità ha pagato 71 milioni di vite per la lotta contro il nazismo e il fascismo, le forze più malvagie apparse sul pianeta.</p>
<p>Queste forze sono state alimentate dal grande capitale per proteggere la sua favolosa ricchezza, per punire gli operai, i contadini, i comunisti, interi popoli.</p>
<p>Pertanto, il 9 maggio è la festa delle feste. È davvero “con le lacrime agli occhi”, ma questa è una festa di coraggio e dignità, una festa di onore e giustizia.</p>
<p>Celebriamo la festa nelle condizioni di una guerra ibrida, sanzioni senza precedenti – quasi 7.000 sanzioni sono state imposte contro di noi dall’Occidente. La Russia viene nuovamente strangolata mettendole tre corde al collo: sanzioni economiche, sanzioni finanziarie finanziarie, guerra dell’informazione. E ci soffocano senza pietà, nella speranza che questa volta ci riescano.</p>
<p>La fonte della vittoria nel 1945 fu soprattutto il patriottismo russo. Si è affermato nella storia come il patriottismo di persone che hanno scelto – e scelto da tempo – la propria sovranità e i propri valori, verità e giustizia, alta spiritualità e cultura. Tutto questo è incorporato nella visione del mondo ortodossa e sviluppato nella dottrina socialista. L’apice della civiltà russa fu la civiltà sovietica, che assicurò la vittoria nel 1945.</p>
<p>Il Grande Ottobre ha dato il via a questa civiltà: è stata la vittoria del lavoro sul capitale a ha gettato le basi per future vittorie. La vittoria della pace sulla guerra, la vittoria sulla povertà e la miseria, la vittoria sul fronte culturale ed educativo, la vittoria della nostra unica industrializzazione e collettivizzazione.</p>
<p>La vittoria del 1945 fu forgiata dalla rinascita della nostra statualità nella forma dell’URSS. Quest’anno celebriamo il 100° anniversario della formazione dell’Unione, con la nascita della quale l’internazionalismo leninista ha trionfato sull’egoismo borghese e sull’accaparramento di denaro. Lenin ha vinto pacificamente, democraticamente – al congresso. E riunì il distrutto impero russo nella forma dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.</p>
<p>Per vincere oggi, dobbiamo capire l’essenza di questa grande impresa. Nei 20 anni prebellici – dopo la creazione dell’URSS – abbiamo ottenuto altre due vittorie eccezionali: nel tempo e nello spazio. In quegli anni siamo riusciti a costruire migliaia di magnifiche imprese, abbiamo eliminato completamente l’analfabetismo e siamo riusciti a distribuire le forze produttive in tutto il Paese.</p>
<p>Il Donbass, gli Urali, il bacino di Novokuzneck, la regione industriale dell’Estremo Oriente sono cresciuti. Questa distribuzione del potenziale industriale e della popolazione sul territorio ci ha permesso di vincere, anche dopo che un terzo della parte europea del Paese era stato occupato dai nazisti. Permettetemi di ricordarvi che le terre più fertili dell’Ucraina e del Kuban, del Donbass, di numerose grandi regioni industriali della Bielorussia e degli Stati baltici erano state occupate.</p>
<p>Allo stesso tempo, il nostro Paese ha mostrato la disciplina e la mobilità più rare: 1.500 imprese e 10 milioni di cittadini sono stati trasportati attraverso il Volga. Lì crebbero nuove città e furono costruite nuove imprese, che entrarono immediatamente in funzione e fornirono all’esercito aerei, carri armati, installazioni di artiglieria.</p>
<p>Questa vittoria nel tempo e nello spazio – nonostante le enormi perdite del territorio occupato – creò l’opportunità per l’esercito di vincere nei pressi di Mosca e Stalingrado, per spezzare la schiena alla bestia fascista nell’operazione Orël-Kursk.</p>
<p>Ma chi ci ha guidati la vittoria? Oggi, indipendentemente dal programma TV che guardate, ovunque si dice che il popolo ha vinto. Ma senza un comandante, anche un plotone non è un plotone. In guerra, ovviamente, il popolo ha vinto. Ma il popolo ha un volto vivo: i loro leader. Durante la guerra, questi sono i leader del Partito Comunista, i nostri comandanti: Stalin, Žukov [1], Rokossovskij, Konev, Vasilevskij. Il trasferimento di quelle stesse 1.500 imprese attraverso il Volga fu effettuato da Švernik e Kosygin, che a quel tempo era il più giovane capo del governo sovietico. Tutti loro provengono da una galassia di eminenti leader di partito e sovietici.</p>
<p>E chi ha reso l’esercito intero, forte, spiritualmente unito? I comunisti e i membri del Komsomol! Quasi tutti coloro che hanno preso d’assalto Berlino erano comunisti o membri del Komsomol. Sono stati loro che hanno conquistato la vittoria!</p>
<p>Oggi è in corso una guerra ibrida contro la Russia. È di propaganda, finanziaria ed economica. Se vogliamo vincere questo tipo di guerra, ci sono tre cose che dobbiamo fare.</p>
<p>La prima è mobilitare le risorse. La seconda è unire il più possibile i cittadini. La terza è dare l’esempio della nostra impresa eroica, facendo affidamento sui 1.000 anni di storia dello Stato, sulle vittorie durante la Grande Guerra Patriottica.</p>
<p>Vediamo invece come la “quinta colonna” continui a soffocare il Paese. Guardate cosa sta succedendo nella sfera dell’informazione e della propaganda! Invece di unire il popolo, c’è solo Russia Unita dappertutto! […] E allo stesso tempo, non si può pronunciare il nome di chi ha guidato il Paese durante la Grande Guerra Patriottica! Il nome di Stalin è stato oscurato da tutti i programmi TV.</p>
<p>[…] Al contrario, la Cina, sotto la bandiera rossa, armata di marxismo-leninismo, ha un grande rispetto per l’era sovietica. Un Paese che mostra i tassi di crescita economica più alti al mondo. Le relazioni con la Cina sono per noi di importanza strategica. Per noi, queste relazioni ci stanno salvando! E Degtyarev agisce in modo provocatorio – e tutto per niente!</p>
<p><a href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2022/05/10/gennadij-zjuganov-sul-giorno-della-vittoria-il-popolo-ha-vinto-con-il-volto-dei-propri-leader/">Gennadij Zjuganov sul Giorno della Vittoria: “Il popolo ha vinto con il volto dei propri leader” | World Politics Blog (wordpress.com)</a></p>
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		<title>Il Komintern e il fascismo – Seconda parte</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2022 17:08:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Komintern e il fascismo – Seconda parte Negli anni dell’avanzata fascista in Europa, il Komintern analizza tale fenomeno individuandone il carattere internazionale, la natura di classe in quanto manifestazione del potere capitalistico in crisi. Fino all’avvento del nazismo al potere, l’azione antifascista dei partiti comunisti e la stessa applicazione della tattica del fronte unico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/05/fe0cae0d4b80af7d2a1ba16837a1efc1_XL1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7975" title="fe0cae0d4b80af7d2a1ba16837a1efc1_xl" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/05/fe0cae0d4b80af7d2a1ba16837a1efc1_XL1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></h1>
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<h1>Il Komintern e il fascismo – Seconda parte</h1>
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<div>
<p>Negli anni dell’avanzata fascista in Europa, il Komintern analizza tale fenomeno individuandone il carattere internazionale, la natura di classe in quanto manifestazione del potere capitalistico in crisi. Fino all’avvento del nazismo al potere, l’azione antifascista dei partiti comunisti e la stessa applicazione della tattica del fronte unico proletario è fortemente condizionata e limitata da un drammatico spostamento a destra delle correnti maggioritarie della socialdemocrazia, le quali aprono di fatto la strada al fascismo in Germania. Tuttavia, alla metà degli anni ’30, il Komintern saprà riprendere l’ispirazione unitaria della politica di fronte unico ampliandola e trasformandola, sul terreno dell’iniziativa e della lotta di massa, nella strategia dei fronti popolari antifascisti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel corso della seconda metà degli anni ’20 nel movimento comunista internazionale matura una svolta politica cosiddetta di “sinistra” destinata a segnarne l’azione politica e i rapporti con i partiti socialdemocratici e i settori del movimento operaio organizzato da essi influenzati, per un lungo periodo, fino alla vittoria del nazismo in Germania. L’individuazione del nemico principale nella socialdemocrazia, certamente uno dei momenti principali della tattica comunista in questa fase, costituisce, almeno in parte, una conseguenza dell’oggettiva radicalizzazione non soltanto dello scontro di classe in generale in molti paesi capitalistici dell’Europa occidentale e centrale ma anche dell’acutizzarsi, financo in forme di aperta “militarizzazione”, dello scontro politico all’interno del movimento operaio. Non poteva non discenderne nel concreto sviluppo dell’azione politica dei partiti comunisti una difficoltà nell’applicazione della tattica del fronte unico, nonostante gli importanti risultati del processo della loro “bolscevizzazione” promosso dal Komintern a partire dalla metà degli anni ’20.</p>
<p>Ma la svolta a sinistra è certamente legata non soltanto al maturare di una drammatica divisione politica nella maggioranza del partito bolscevico fino a quel momento raccolta attorno a Stalin e a Bucharin, intorno ai sempre più decisisi e cruciali problemi dello sviluppo dell’industria socialista e ai modi della sua accelerazione, ma anche all’acutizzarsi della contrapposizione tra l’Urss e il campo imperialista che rende almeno nell’immediato più incerte e difficili le stesse prospettive della “rivoluzione mondiale”. In questo contesto il problema del fascismo non poteva non riacquistare una forte rilevanza sia nell’analisi della fase sia nella stessa definizione della strategia e della tattica dei partiti comunisti. Non a caso, perciò, il tema del fascismo, della sua natura di classe e politica, così come del suo carattere internazionale fu al centro della discussione sulla strategia e la tattica del movimento comunista mondiale che si svolse al VI Congresso del Komintern, apertosi nel luglio del 1928.</p>
<p>Nella generale impostazione dell’Internazionale Comunista, il fascismo emerge come una delle forme specifiche del più generale processo di trasformazione e di involuzione in senso sempre più regressivo e reazionario del potere capitalistico e degli apparati dello Stato borghese che segna la fine del periodo della cosiddetta “stabilizzazione relativa” e l’ingresso in una nuova e più acuta fase della “crisi generale” del capitalismo. Le Tesi del VI Congresso sulla “situazione internazionale e sui compiti dell’Internazionale comunista” si soffermano in modo particolare sugli importanti riflessi di tale nuovo periodo della crisi generale sul “terreno politico”, ovvero sull’ “organizzazione del potere di Stato della borghesia” come momento fondamentale del processo di unificazione in senso reazionario delle varie frazioni del capitale monopolistico ovvero del “raggruppamento delle forze di classe”. Le trasformazioni del “regime statale borghese” sono scandite da “una crisi generale del parlamentarismo borghese e della democrazia borghese”. In conseguenza delle trasformazioni dello Stato capitalistico, dell’intreccio sempre più stretto tra gli apparati di quest’ultimo e i grandi trust, i conflitti economici tra capitale e lavoro tendono ad acquistare un carattere sempre più immediatamente politico. Lo Stato, i suoi apparati di dominio e di egemonia diventano il terreno immediato della lotta di classe, a partire dal livello fondamentale della produzione. “Ogni grande sciopero economico” leggiamo nelle Tesi “mette alle prese gli operai con «trust» capitalistici giganti strettamente legati al potere di Stato degli imperialisti. Ciascuno di questi scioperi acquista per questi motivi un carattere politico, cioè un carattere generale di classe.” Di qui l’importanza sempre più centrale del ruolo della socialdemocrazia nel controllo sociale e nella stessa repressione del conflitto di classe, il suo carattere apparentemente sempre più reazionario e perfino alcune tendenze alla sua “fascistizzazione”. “Il legame dei quadri superiori dei sindacati riformisti e dei partiti «riformisti» con le organizzazioni padronali e lo Stato borghese – gli operai che diventano funzionari dello Stato e funzionari delle organizzazioni padronali, la teoria e la pratica della democrazia economica, della «pace industriale» … fornisce una serie di mezzi preventivi contro lo sviluppo della lotta di classe.”</p>
<p>Le tendenze fasciste e gli stessi processi di fascistizzazione che investono le strutture dello Stato e gli stessi governi di coalizione con la partecipazione di partiti socialdemocratici si sviluppano, secondo le Tesi del VI Congresso, in una fase di radicalizzazione delle masse, di acutizzazione del conflitto di classe e perfino di offensiva dei settori più avanzati e combattivi del proletariato e delle masse popolari. Tuttavia le capacità di difesa e di riorganizzazione del potere capitalistico, in determinati paesi o in determinate congiunture, appaiono tutt’altro che esaurite. Nonostante la crisi il potere capitalistico è ancora in grado di appoggiarsi sul consenso e sulla attiva mobilitazione di vasti strati popolari e perfino di settori della classe operaia. Perciò, la crisi generale del parlamentarismo e della democrazia borghese si manifesta anche con l’insorgere di forme aperte di regime fascista: “pur assicurandosi il concorso della socialdemocrazia, la borghesia, in certi momenti critici ed in condizioni determinate, organizza una forma fascista di regime”. Nella capacità di suscitare sulla base “del malcontento della piccola e media borghesia urbana e rurale e anche di certi strati del proletariato <em>déclassé</em>” un “movimento di massa reazionario, al fine di sbarrare la strada allo sviluppo della rivoluzione” viene individuato il “segno caratteristico del fascismo”.</p>
<p>Ma è sulle trasformazioni che tali processi sociali e politici determinano al livello dello Stato, ovvero sul piano delle trasformazioni morfologiche dei suoi apparati di dominio e delle sue forme di egemonia sempre più pervasive e totalitarie che le Tesi del VI Congresso si soffermano. L’esercizio del terrore in una fase di crisi che sembra destinata a sfociare in un’aperta guerra civile, si accompagna infatti a un uso raffinato e sistematico della corruzione di strati di piccola e media borghesia attraverso la loro integrazione negli apparati dello Stato o nelle organizzazioni militari fasciste. Ma anche strati significativi di aristocrazia operaia, in cui tradizionalmente le burocrazie riformiste dei sindacati egemonizzati dai partiti socialdemocratici trovano la loro base sociale e di reclutamento, vengono molto spesso integrate dentro le strutture sindacali e corporative dei regimi fascisti. Il fascismo completa così e porta a compimento in questo senso le forme di egemonia sociale e politica nel segno della collaborazione di classe e dell’intreccio tra Stato e dominio del grande capitale già costruite dalla socialdemocrazia o dai governi di coalizione con i partiti borghesi da essa egemonizzati. V’è dunque secondo le Tesi del Komintern un rapporto di contiguità o di continuità storica tra fascismo e socialdemocrazia. Tuttavia, l’analisi di tale rapporto ne fissa nello stesso tempo il carattere insieme dinamico e contraddittorio: “delle tendenze fasciste e degli embrioni di fascismo esistono ora quasi dappertutto sotto forma più o meno sviluppata; l’ideologia della collaborazione di classe – ideologia ufficiale della socialdemocrazia – ha molti punti comuni con quella del fascismo. I metodi fascisti applicati nella lotta contro il movimento rivoluzionario, esistono in forma embrionale nella pratica di numerosi partiti socialdemocratici e della burocrazia sindacale riformista”. Perciò, se il contenuto della tattica del fronte unico restava immutato, doveva tuttavia modificarsene la forma, agendo adesso prevalentemente “dal basso” ai fini della conquista delle masse non ancora organizzate dalla socialdemocrazia e non coinvolte nel processo di rivoluzionarizzazione che si riteneva in una fase di accelerazione.</p>
<p>Ma l’intreccio tra fascismo e socialdemocrazia che le tesi del Komintern individuano come un aspetto perfino centrale della crisi generale del capitalismo non toglie che il fascismo possa darsi e si dia già in forme “pure” e tipiche. Il caso dell’Italia assume in tal senso un significato esemplare come indicazione di una linea di tendenza tutt’altro che marginale o periferica nell’ambito di quel processo di “crisi generale del parlamentarismo e della democrazia borghese” che le stesse Tesi del VI Congresso, come s’è visto, non mancano di individuare come il riflesso più importante sul terreno politico della “crisi generale” del capitalismo: “Il fascismo italiano, in diversi modi (appoggio del capitale americano, estrema oppressione sociale ed economica delle masse, certe forme di capitalismo di Stato), è riuscito in questi ultimi anni ad attenuare le conseguenze della crisi politica ed economica interna ed ha creato un tipo classico di regime fascista”. Insomma la fine del periodo della stabilizzazione relativa se segna i limiti e alcune debolezze strutturali dei regimi fascisti non toglie che questi ultimi siano in grado di gestire temporaneamente la crisi e fino a un certo punto impedirne esiti catastrofici o rivoluzionari.</p>
<p>L’avanzata della reazione fascista in Germania, in Austria e in alcuni paesi dell’Europa orientale, scandita dalle conseguenze sociali e politiche della crisi del ’29, confermò la giustezza dell’analisi della fase fissata nelle sue linee fondamentali nei documenti del VI Congresso del Komintern. Le stesse responsabilità della socialdemocrazia, così duramente denunciate dal gruppo dirigente dell’Internazionale Comunista, appaiono evidenti, soprattutto nel caso tedesco. La politica del tutto legalitaria e capitolazionista e per di più segnata da posizioni radicalmente anticomuniste e antisovietiche, della Spd, rappresentò una delle cause principali, se non la più grave, del disarmo politico, ideologico e militare della classe operaia di fronte all’avanzata e poi alla vittoria del nazismo in Germania. La strage del 1° maggio 1929 a Berlino, l’uccisione da parte della polizia guidata dal socialdemocratico Zörgiebel e di milizie legate alla Spd, di 32 operai  comunisti appare in tal senso particolarmente emblematica non solo non solo del grado di violenza e di settarismo raggiunto dalla socialdemocrazia tedesca nella dura contrapposizione alla componente comunista del movimento operaio, ma anche della sua posizione di sostanziale debolezza e subalternità alle forze borghesi e reazionarie fortemente radicate negli apparati e nelle strutture dello Stato tedesco.</p>
<p>Tuttavia, nonostante il carattere di guerra civile strisciante assunto dalla tragica contrapposizione tra comunismo e socialdemocrazia, soltanto al X Plenum del Komintern svoltosi nel luglio del 1929, la categoria di “socialfascismo” venne utilizzata in un documento ufficiale. È probabile che la sua utilizzazione per definire il sempre più evidente spostamento a destra della socialdemocrazia abbia finito per ostacolare, nell’analisi della fase e quindi nella definizione di una giusta tattica rivoluzionaria sul terreno della lotta contro il pericolo fascista, una chiara individuazione della tendenza che rapidamente si affermò all’instaurazione di una dittatura terroristica aperta dei settori più aggressivi del capitale finanziario. Se era vero che la socialdemocrazia aveva rappresentato per una lunga fase un ostacolo all’unità rivoluzionaria della classe operaia, di fronte alla spettacolare crescita del partito nazista essa non poteva essere più considerata il nemico principale. Il XIII Plenum dell’Internazionale tenutosi nel novembre-dicembre 1933 non modificò le linee essenziali della tattica fin lì seguita dal Komintern ma pose alcune premesse, almeno sul piano dell’analisi della fase, per il suo superamento e per una più netta ripresa della linea del fronte unico. Nella risoluzione approvata, la caratterizzazione del fascismo avrebbe trovato una formulazione chiara e decisiva: “il fascismo è la dittatura aperta, terroristica, degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario. Il fascismo cerca di assicurare una base di massa al capitale monopolistico fra la piccola borghesia, facendo appello ai contadini, agli artigiani, agli impiegati, e ai dipendenti statali che si trovano nella condizione di spostati in confronto alle normali condizioni di esistenza, e particolarmente agli elementi declassati delle grandi città, cercando di penetrare anche in senso alla classe operaia”. Ma è soprattutto nell’aggravamento della situazione internazionale e nella tendenza dell’imperialismo alla guerra che il documento del XIII Plenum individua l’elemento principale del nuovo quadro mondiale segnato dalla vittoria della reazione nazista in Germania. Non a caso “il governo fascista della Germania” vi viene definito come “il principale istigatore di guerra in Europa”. Il suo tentativo, giustificato con “il pretesto di combattere contro il trattato di Versailles” di “formare un blocco allo scopo di provocare un nuovo bagno di sangue a vantaggio dell’imperialismo tedesco” appare in questo senso come il più grave elemento di crisi del quadro internazionale. Di qui la rivendicazione, sul terreno della tattica e della definizione dei compiti immediati dei comunisti, del nesso inscindibile tra lotta contro il fascismo e lotta contro la guerra e per la pace.</p>
<p>È attorno a questi nuovi cruciali obiettivi che la tattica del fronte unico ritrova concretamente il suo carattere originario di lotta di massa per l’unità della classe operaia e di tutti i settori popolari su cui la borghesia e l’imperialismo tentano di scaricare i costi della crisi. È la stessa tattica leninista della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile che nel nuovo contesto della lotta contro il fascismo e contro la guerra determinato dalla vittoria di Hitler in Germania viene insieme ripresa e riformulata: “il grande compito storico del comunismo internazionale consiste nel mobilitare le larghe masse contro la guerra ancora prima che la guerra cominci, e in tal modo affrettare la condanna del capitalismo. Solo una lotta bolscevica, prima dello scoppio della guerra, per il trionfo della rivoluzione può garantire la vittoria di una rivoluzione che scoppi in coincidenza della guerra”.</p>
<p>Di fronte al fascismo e al conseguente aggravarsi del pericolo di guerra, la lotta per la pace e per la difesa dell’Unione Sovietica diventa un momento fondamentale dello stesso processo della rivoluzione mondiale. Dopo la conquista del potere da parte del nazismo, la reazione fascista avanza anche in Francia e in Spagna. Ma l’assalto a Palais Bourbon, sede della Camera francese, da parte della Croix-de-feu, un’associazione nazionalista e fascista, il 6 febbraio 1934, provoca l’immediata risposta spontanea della classe operaia alla grave minaccia reazionaria. Una risposta è il primo segnale importante di un processo in atto di radicalizzazione delle masse e di ripresa dell’unità di classe del proletariato. L’unità d’azione tra comunisti e socialisti in Francia si costituisce in seguito all’imponente mobilitazione di massa unitaria della classe operaia francese e al successo dello sciopero generale del 12 febbraio. Contemporaneamente in Austria e in Spagna si affermano processi analoghi di unificazione della classe operaia sul terreno della lotta di classe e della mobilitazione antifascista.” Particolarmente in Spagna tale mobilitazione, attraverso la costituzione di organismi unitari, le “<em>Alianzas obreras</em>” (Alleanze operaie), in grado di unificare non solo comunisti e socialisti ma anche anarchici estesi, avrebbe assunto un carattere apertamente rivoluzionario, con la lotta armata dei minatori delle Asturie contro il governo reazionario di Lerroux e la costituzione di una repubblica socialista.</p>
<p>È l’insieme di tali imponenti processi di dislocazione e radicalizzazione in senso rivoluzionario delle masse a mettere in crisi gli indirizzi antisovietici e anticomunisti dei partiti socialdemocratici, costretti a tenere conto dei nuovi caratteri della fase e avviare così una diversa politica. Ma è lo stesso gruppo dirigente del Komintern a cogliere per tempo la necessità di un radicale mutamento di politica e di linea tattica. In una importante riunione del Presidium del Comitato Esecutivo del Komintern svoltasi nel dicembre del 1934, Manuilskij rimetteva decisamente al centro della discussione del movimento comunista la necessità non solo di una ripresa e di un più organico sviluppo della tattica di fronte unico, ma anche di una sua differenziata applicazione nei vari paesi: “la tattica del fronte unico: ecco una faccenda nuova… Abbiamo nei diversi paesi, tutta una serie di situazioni originali diverse. E a questo proposito, compagni, non possiamo porci di fronte alla soluzione dei compiti che ne derivano con queste formulazioni consacrate, elaborate da una serie di anni”.</p>
<p>La necessità di una ripresa e insieme di uno sviluppo originale della tattica di fronte unico è al centro dell’elaborazione del VII Congresso del Komintern svoltosi nell’agosto del 1935 e della svolta della politica dei fronti popolari. Non certo a caso, è un eroico combattente antifascista come Georgj Dimitrov, il dirigente comunista bulgaro che al processo di Lipsia aveva smascherato la montatura nazista e l’accusa di essere stato lui il mandante dell’incendio del Reichstag, ad assumere nella primavera del 1934 la carica di primo segretario del Komintern in una fase di svolta radicale nella lotta rivoluzionaria e antifascista di tutto il movimento operaio e popolare. A partire dall’individuazione nella Germania nazista del principale “fomentatore di guerra” già fissata al XIII Plenum, nel suo rapporto al congresso, Dimitrov definisce il fascismo tedesco come “il reparto d’assalto della controrivoluzione internazionale” e “l’iniziatore della crociata contro l’Unione dei Soviet, contro la grande patria dei lavoratori di tutto il mondo”. A tale caratterizzazione del fascismo dal punto di vista della crisi della situazione internazionale si accompagna nell’analisi di Dimitrov una più attenta caratterizzazione delle trasformazioni dello Stato capitalistico determinate dalla vittoria del fascismo in Germania che segnano una nuova tappa di quella crisi del parlamentarismo e della democrazia borghese già analizzata al VI Congresso del Komintern. “L’avvento del fascismo al potere” afferma Dimitrov “non è un’ordinaria sostituzione di un governo borghese con un altro, ma è il cambiamento di una forma statale del dominio di classe della borghesia – la democrazia borghese – con un’altra sua forma, con la dittatura terroristica aperta.” Il fascismo è dunque uno stato borghese di tipo nuovo. Tale nuova forma statuale ha finito per imporsi certamente per le gravi responsabilità della socialdemocrazia e per la debolezza dei partiti comunisti non ancora “abbastanza forti per sollevare le masse, senza e contro la socialdemocrazia e condurle alla battaglia decisiva contro il fascismo”, ma anche grazie alla capacità dei settori dominanti del grande capitale di costruire nuovi e più avanzati livelli di organizzazione e di integrazione passiva delle masse dentro lo stato borghese in risposta alla crisi della loro egemonia fondamentalmente determinata dalla rottura rivoluzionaria dell’Ottobre sovietico. L’unità delle frazioni dominanti del capitale finanziario e il consenso di massa su cui essa viene ristabilita non significano però che la vittoria e il consolidamento del fascismo siano inevitabili. “La dittatura fascista della borghesia” afferma Dimitrov “è un potere feroce ma instabile.” Ciò sia in ragione delle “divergenze e delle contraddizioni nel campo della borghesia”, rese ancor più acute dal fascismo proprio attraverso il tentativo del loro superamento, sia per il contrasto tra la “demagogia anticapitalistica” e l’effettiva politica di “brigantesco arricchimento della borghesia monopolistica” che oltre a smascherarne la sua essenza di classe conduce “allo scalzamento e al restringimento della sua base di massa”. Ma proprio l’insieme di questi limiti e contraddizioni del fascismo come nuovo tipo di Stato non ne rendono meccanicamente inevitabile la sconfitta o il crollo. Di contro a ogni concezione attendista o fatalista dell’azione politica, Dimitrov rivendica con forza la necessità di una attiva e concreta lotta di massa della classe operaia contro il fascismo: “la classe operaia” dice Dimitrov “deve saper utilizzare le contraddizioni e i conflitti che sorgono nel campo della borghesia, ma non deve illudersi che il fascismo si esaurisca da sé. Il fascismo non cade automaticamente. Soltanto l’attività rivoluzionaria della classe operaia permette di utilizzare i conflitti che sorgono inevitabilmente nel campo della borghesia per scalzare e abbattere la dittatura fascista.” Dunque la stessa lotta per l’instaurazione della dittatura del proletariato e per il socialismo presuppone una fase intermedia di accumulazione e di preparazione delle forze rivoluzionarie nel corso della quale soltanto il partito comunista può conquistare la direzione del fronte unico e del fronte popolare individuando obiettivi immediati di lotta e di governo, sul terreno della difesa delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato e delle masse popolari, come su quello della difesa e dell’ampliamento della democrazia. Dimitrov riprende in tal modo e sviluppa ulteriormente la tattica del fronte unico già elaborata dal Komintern soprattutto al suo IV Congresso, proponendo un ampliamento del fronte e la sua trasformazione in un fronte popolare basato sulla più larga capacità di mobilitazione e di organizzazione permanente delle masse: “noi non dobbiamo limitarci a lanciare dei semplici appelli alla lotta per la dittatura proletaria, ma dobbiamo trovare e propugnare le parole d’ordine e le forme di lotta dedotte dalle esigenze vitali delle masse dal livello della loro capacità di lotta nel momento presente. Dobbiamo dire alle masse che cosa devono fare oggi per difendersi dal brigantaggio capitalistica e dalla barbarie fascista. Dobbiamo tendere a creare il più ampio fronte unico con l’ausilio delle azioni comuni delle organizzazioni operaie delle diverse tendenze, per la difesa degli interessi vitali delle masse lavoratrici”. Ma la lotta per la salvaguardia delle libertà democratico-borghesi e contro la dittatura fascista lungi dal configurarsi come una lotta puramente difensiva o interna ai limiti della democrazia formale borghese doveva essere concepita come un momento dello stesso processo di transizione rivoluzionaria alla dittatura del proletariato. Non a caso al centro del rapporto di Dimitrov è il tema del governo come possibile sbocco politico avanzato, anche prima della conquista del potere da parte del proletariato, della costruzione dal basso e all’alto insieme di un fronte popolare antifascista sulla base del fronte unico proletario. Le straordinarie esperienze dei governi di fronte popolare che si svilupperanno di lì a un anno in Francia e in Spagna confermeranno pienamente la giustezza delle indicazioni tattiche e strategiche di Dimitrov sulla necessità di garantire uno sbocco politico avanzato anche attraverso la formazione di governi sostenuti dai partiti comunisti e dalla classe operaia, alla lotta contro il fascismo e la reazione.</p>
<p><strong><em>La Città Futura</em></strong></p>
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		<title>Il Komintern e il fascismo –  Prima parte</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2022 17:05:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<h1>Il Komintern e il fascismo – Prima parte</h1>
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<p>In questa prima parte dell’analisi sull’atteggiamento dell’Internazionale Comunista riguardo al fenomeno fascista, si mette in evidenza come il Komintern abbia rilevato fin dalla marcia su Roma la pericolosità del fascismo e il suo carattere internazionale in quanto espressione della crisi mondiale del capitale, e abbia individuato nella tattica del fronte unico la modalità per combatterlo.</p>
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<p><strong> <em><a href="https://www.lacittafutura.it/archivio/author/2039-salvatore-tin%C3%A8.html" rel="author">Salvatore Tinè</a>  12/02/2021</em></strong></p>
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<p>Il tema del fascismo, delle sue cause e della sua natura, è al centro della discussione politica e dell’elaborazione strategica del Komintern già a partire dal suo IV Congresso apertosi a Pietroburgo il 5 novembre del 1922, pochi giorni dopo la marcia su Roma. Non sfugge al gruppo dirigente del “partito mondiale della rivoluzione” la dimensione internazionale degli avvenimenti italiani, il loro riflettere un contesto di generale controffensiva capitalistica che sembra rallentare i ritmi e i tempi del processo rivoluzionario innescato in Europa centrale e occidentale dalla Rivoluzione d’Ottobre.</p>
<p>Di fronte alla sfida lanciata dalla prima rivoluzione operaia vittoriosa della storia, e nonostante l’estrema gravità della crisi economica e sociale seguita allo sfacelo della guerra imperialista, le classi dominanti del mondo capitalistico dimostrano di possedere ancora una forte capacità di resistenza e di tenuta politica e organizzativa. Il fascismo è una delle forme politiche che assume la controffensiva e la reazione borghesi. Di fronte a esse i comunisti sono chiamati proprio mentre si costituiscono come tali su basi totalmente rinnovate rispetto alle vecchie tradizioni del socialismo della II Internazionale, a muoversi e agire anche sul terreno della politica unitaria, sia per accumulare e unificare le forze rivoluzionarie che per conquistare la maggioranza del proletariato e una parte delle stesse masse popolari. Perciò la tattica del fronte unico elaborata al III Congresso trova al IV Congresso la sua concreta espressione programmatica e politica nella parola d’ordine del “governo operaio”. Non più limitata alla sola iniziativa “dal basso” sul terreno sindacale, la politica di fronte unico del Komintern non esclude la possibilità e in taluni casi la necessità di una intesa unitaria con gli stessi partiti socialdemocratici anche attraverso l’appoggio o la partecipazione a governi operai in varie forme in grado di sconfiggere e disarmare militarmente e politicamente le forze apertamente reazionarie e controrivoluzionarie della borghesia e di aprire così la strada alla conquista del potere da parte del proletariato.</p>
<p>Il gruppo dirigente del Komintern non tarda a individuare proprio nel fascismo una delle forme principali e più pericolose nelle quali avanzano la controffensiva e la reazione borghesi. A esso non è tuttavia chiaro se tale forma sia destinata a diventare quella più importante e prevalente in almeno alcuni dei principali paesi europei o se essa si alternerà e si combinerà in vari modi con soluzioni di tipo democratico e pacifico della crisi generale del dominio capitalistico. Così riferendosi all’avvento al potere del fascismo in Italia, il presidente dell’Internazionale, Zinov’ev affermava: “Adesso si discute tra i compagni italiani per sapere ciò che succede attualmente in Italia: un colpo di Stato o una commedia. Può essere le due cose insieme. Dal punto di vista storico è una commedia. In qualche mese la situazione tornerà a vantaggio della classe operaia, per il momento è un colpo di Stato serio, una vera controrivoluzione”. Pur ribadendo il giudizio sul carattere storico-epocale della crisi del capitalismo non sfuggiva a Zinov’ev l’immediata gravità della marcia su Roma, il suo oggettivo carattere di vittoria politica della controrivoluzione, appena attenuata dall’affermazione che essa non avrebbe necessariamente impedito perfino nel breve periodo una ripresa della classe operaia e delle sue potenzialità rivoluzionarie. Tale gravità era espressa in termini ancora più espliciti e drammatici nella relazione di Radek, nel contesto di una critica severa dell’impreparazione e dei limiti che avevano caratterizzato l’azione politica antifascista e rivoluzionaria dell’intero movimento operaio italiano, compresa la sua componente comunista. Di fronte alla tremenda sconfitta della classe operaia e delle sue avanguardie rivoluzionarie segnata dall’avanzata della reazione fascista, Radek sembrava spingersi fino a delineare un passaggio di fase pur all’interno di un periodo che continuava a essere definito come quello della crisi finale del capitalismo e della transizione al socialismo a scala mondiale. “Nella vittoria del fascismo” affermava Radek “io non vedo solo il trionfo meccanico delle armi fasciste; io vedo la più grande disfatta che abbiano subito dopo l’inizio del periodo della rivoluzione mondiale il socialismo e il comunismo; una disfatta più grande di quella dell’Ungheria soviettista, poiché la vittoria del fascismo è una conseguenza del fallimento morale e politico momentaneo del socialismo e di tutto il movimento operaio italiano.”</p>
<p>Sottolineando come la vittoria di Mussolini e del suo movimento non fosse stata ottenuta soltanto attraverso l’uso della violenza armata, Radek richiamava l’attenzione sulla base sociale del fascismo e sulla straordinaria capacità di mobilitazione di massa della piccola e della media borghesia che esso aveva saputo dispiegare in uno scontro con i partiti e le organizzazioni del movimento operaio teso al loro isolamento politico e insieme alla loro soppressione violenta. Se la vittoria militare era stata resa possibile dall’aperto sostegno del grande capitale finanziario e dei grandi agrari, costretti nella crisi a difendere e consolidare il loro potere anche attraverso il ricorso alla violenza e al terrore fascisti, la vittoria politica era invece avvenuta per l’appoggio e il sostegno di massa che il fascismo aveva ottenuto in ampi strati del ceto medio. Il fallimento del socialismo italiano e gli stessi limiti dei comunisti avevano infatti favorito lo spostamento di tali strati nel campo della reazione nell’illusione che il fascismo avrebbe potuto costituire una forza politica in grado di rappresentarne e organizzarne gli interessi e le aspirazioni in modo autonomo. Di qui l’indicazione della necessità di un’azione politica sul terreno di una lotta di massa contro la reazione capitalistica come momento fondamentale della tattica del fronte unico politico e non solo sindacale elaborata al III Congresso del 1921: “in effetti la lotta contro il fascismo” affermava Radek “esige non solo la creazione di un’organizzazione illegale, esige non solo il coraggio che caratterizza il comunismo italiano; essa richiede anche una superiorità politica. Solo quando i comunisti saranno capaci di dare alle masse … malgrado tutto quello che hanno subito una fede nuova nella forza vittoriosa del socialismo, essi potranno riprendere la lotta contro il fascismo”.</p>
<p>Nella contraddizione tra la sua natura di strumento della controrivoluzione borghese e la sua base sociale piccolo-borghese, Radek individuava l’elemento di debolezza del nuovo partito reazionario guidato da Mussolini. Secondo il dirigente bolscevico tale contraddizione era destinata ad acutizzarsi proprio in seguito alla conquista del potere da parte del movimento delle camicie nere. Ne scaturiva la necessità di una iniziativa politica e di massa dei comunisti e di tutto il movimento proletario in senso antifascista volta a conquistare non soltanto la maggioranza della classe operaia ma anche il consenso o almeno la neutralità di alcuni settori dei ceti medi in vario modo colpiti dalla crisi o proletarizzati da essa. “I fascisti rappresentano la piccola borghesia andata al potere grazie all’appoggio della borghesia; essi saranno costretti da lei ad eseguire non già il programma della piccola borghesia ma quella del capitalismo.”</p>
<p>L’analisi di Radek coincide in alcuni punti con quella di Gramsci. Quest’ultimo in alcuni articoli su “L’Ordine nuovo” nel 1921 dedicati all’analisi del movimento mussoliniano, aveva lucidamente individuato nella mobilitazione e negli spostamenti delle classi medie non soltanto un momento fondamentale dei processi di crisi generale del capitalismo innescati dalla guerra imperialistica ma anche uno dei terreni su cui si sarebbe dispiegata l’offensiva controrivoluzionaria del capitale nelle forme della violenza e del terrorismo di Stato. Le analisi di Gramsci del fascismo italiano avevano in questo senso fissato alcuni elementi per la determinazione del suo carattere internazionale. “Cos’è il fascismo, osservato su scala internazionale?” aveva scritto in un articolo pubblicato su “L’Ordine nuovo” l’11 marzo 1921 “È il tentativo di risolvere i problemi di produzione e di scambio con le mitragliatrici e le rivolverate. Le forze produttive sono state rovinate e sperperate nella guerra imperialista … Si è creata un’unità e simultaneità di crisi nazionali che rende appunto asprissima e irremovibile la crisi generale. Ma esiste uno strato della popolazione in tutti i paesi – la piccola e media borghesia – che ritiene di poter risolvere questi problemi giganteschi con le mitragliatrici e le rivolverate, e questo strato alimenta il fascismo, dà gli effettivi al fascismo.” In un articolo su “L’Ordine nuovo” dell’11 giugno 1921, Gramsci sottolineava non a caso la capacità di mobilitazione di massa del movimento fascista e la sua duplice natura, insieme militare e politica. Alla complicità e il sostegno da parte delle istituzioni del vecchio stato liberale si accompagnava anche un rafforzamento degli elementi di compattezza e di gerarchia militare del movimento delle camicie nere, di fatto espressione di una forza e di una sia pure relativa autonomia politica. “I fascisti” scriveva Gramsci “posseggono disseminati in tutto il territorio nazionale, depositi di armi e munizioni in quantità tale da essere almeno sufficiente per costituire un’armata di mezzo milioni di uomini. I fascisti hanno organizzato un sistema gerarchico di tipo militare che trova il suo naturale ed organico coronamento nello Stato maggiore.” In questo senso il fascismo era per Gramsci un’espressione della crisi dell’ordine capitalistico, un aspetto della sua fatale decomposizione ma anche un tentativo di riorganizzare in forme politiche e organizzative nuove e in larga parte inedite le basi di massa e di consenso del potere e dello Stato borghesi, sebbene in un sostanziale rapporto di compromesso più che di organica fusione con i vecchi ceti dirigenti liberali.</p>
<p>Su questo intreccio tra crisi generale e parziale riorganizzazione del dominio capitalistico non mancava di richiamare l’attenzione Amedeo Bordiga nel rapporto sul fascismo tenuto al IV Congresso del Komintern riprendendo ma anche sviluppando alcuni temi della relazione di Radek che abbiamo prima richiamato. Come Gramsci, anche Bordiga individuava nell’organizzazione politico-militare del movimento fascista una delle sue principali novità: “la sua superiorità e la sua caratteristica distintiva consistono interamente nella sua organizzazione, nella sua disciplina e nella sua gerarchia”. Certo, secondo Bordiga, “quanto all’ideologia e al tradizionale programma della politica borghese” il fascismo “non ha apportato nulla di nuovo”, dato che il carattere generale e strutturale della crisi capitalistica non consentiva una effettiva riorganizzazione dell’apparato statale borghese ponendo piuttosto nuove possibilità di una ripresa rivoluzionaria, perfino nel breve periodo. Tuttavia ciò non toglieva che esso avesse avviato un processo di radicale riorganizzazione e unificazione politica delle varie frazioni del grande capitale finanziario nel suo complesso in modi e forme diversi da quelli del vecchio parlamentarismo e professionismo politico privi in Italia di partiti solidi e strutturati. Così, proprio mentre la crisi economica generale veniva mostrando le conseguenze catastrofiche dell’anarchia della produzione e del mercato capitalistici, il fascismo, almeno nella sua versione italiana, riusciva a superare almeno “l’anarchia politica” della borghesia: “gli strati della classe dominante avevano tradizionalmente formato raggruppamenti politici e parlamentari, che non poggiavano su partiti saldamente organizzati e si combattevano a vicenda, conducendo nei loro interessi particolari e locali una lotta di concorrenza che, sotto i politici di professione, provocava ogni sorta di manovre nei corridoi del parlamento. L’offensiva controrivoluzionaria imponeva la necessità di riunire, nella lotta sociale e nella politica di governo, le forze della classe dominante. Il fascismo è la realizzazione di questa necessità”.</p>
<p>Di lì a poco gli ulteriori sviluppi della controffensiva capitalistica in Europa avrebbe rafforzato agli occhi del Komintern la dimensione internazionale del fascismo. Ma è chiaro che la stessa esigenza di definire una tattica politica in grado di contrastare la reazione borghese conduceva il comunismo internazionale a fissare con maggiore precisione analitica anche i suoi elementi di debolezza e di fragilità sia sul piano sociale che su quello politico.</p>
<p>Il III Esecutivo allargato del Komintern tenutosi nel giugno del 1923 svilupperà ulteriormente alcuni aspetti dell’analisi del fascismo già fissati al IV Congresso nelle relazioni di Radek e di Bordiga, ma precisando ancora meglio e più dettagliatamente gli elementi di contraddizione e di fragilità che scandivano i processi di unificazione politica di segno reazionario delle classi dominanti così come quelli di rafforzamento delle loro basi sociali di consenso nella piccola e media borghesia urbana e rurale. Non a caso al centro della discussione del III Plenum è il tema del “governo operaio e contadino”, una ulteriore specificazione dell’elaborazione della politica di fronte unico che si lega strettamente alle necessità e ai compiti della lotta proletaria e di massa contro il fascismo internazionale. Già alla fine del gennaio del 1923, subito dopo il IV Congresso, il Komintern e l’Internazionale Sindacale Rossa lanciavano un appello contro il fascismo in Italia che con grande forza ne denunciava il nesso profondo con i caratteri della crisi capitalistica e la dimensione mondiale. Si leggeva in esso: “La situazione attuale dell’Italia è l’immagine di ciò che potrà essere la situazione nel vostro paese se voi non riuscirete ad impedire lo sviluppo del fascismo e ad abbatterlo laddove esso si è affermato. Ma le cause della nascita e del suo sviluppo non sono proprie solo dell’Italia, sono comuni a tutti i paesi capitalisti. La crisi internazionale del capitalismo porta in sé il germe della nascita del fascismo mondiale. In certi paesi la piccola borghesia disillusa attende vanamente dal fascismo una sistemazione e un miglioramento delle condizioni instabili e precarie della sua esistenza. La grande borghesia agraria e industriale sostiene direttamente il movimento e gli assicura l’aiuto dello Stato”. L’esigenza di una unità di tutte le forze del movimento operaio, a tutti i livelli, su una base coerentemente antifascista e rivoluzionaria veniva rivendicata con forza. La lotta contro la reazione fascista come fenomeno mondiale unificava in concreto il terreno nazionale della lotta di classe con quello internazionale: “Il fascismo vuole espandersi in tutti i paesi per risolvere la crisi mondiale del capitalismo a spese della classe operaia. Si possono già vedere manifestazioni fasciste in Ungheria, in Germania, in Polonia e altrove … Tutte le organizzazioni politiche, sindacali, cooperative del proletariato mondiale hanno il dovere di collaborare a questa azione, che deve assumere le forme appropriate al tentativo di organizzazione del fascismo in ciascun paese”.</p>
<p>L’occupazione francese della Ruhr e la crisi tedesca alimentano in Germania gli orientamenti nazionalisti e fascisti. La “questione nazionale” diventa anche per i comunisti uno dei terreni della lotta contro l’imperialismo e la reazione e uno dei temi al centro della tattica del fronte unico in Germania. Un nesso stretto lega già la lotta contro la reazione fascista e quella contro il pericolo di nuove guerre internazionali che il fascismo porta con sé. Nello stesso tempo il colpo di Stato fascista in Bulgaria con il rovesciamento del governo del leader dell’Unione Agraria Stamboliskij pone al centro dell’attenzione del Komintern la questione contadina. Di fronte allo scontro tra il governo rovesciato, espressione degli interessi della massa dei piccoli contadini ma anche di alcuni settori della borghesia agraria, e le forze della “sovversione bianca” promotrice del colpo di Stato fascista, i comunisti bulgari avevano mantenuto una posizione di inerte equidistanza. Contro tale atteggiamento il Komintern assumeva nel suo III Esecutivo allargato una posizione fortemente critica, individuando nella questione agraria uno dei momenti fondamentali della politica di fronte unico e nella parola d’ordine del governo operaio e contadino un passaggio politico fondamentale nel processo di unificazione di massa di tutte le forze rivoluzionarie. Una impostazione che veniva efficacemente riassunta in questi termini, in un appello agli operai e contadini bulgari: “Chi erroneamente credette che il conflitto tra la cricca bianca e Stambolinskij fosse una lotta tra due cricche borghesi, di fronte alla quale la classe operaia si potesse mantenere neutrale, verrà ora convinto del contrario dalle sanguinose persecuzioni contro le organizzazioni operaie. Unitevi alla lotta contro la sovversione bianca non soltanto con larghe masse di contadini ma anche con i capi del partito contadino rimasto ancora in vita. Mostrate loro dove ha portato la spaccatura tra contadini e operai, e fate loro appello per una lotta comune per un governo operaio e contadino.” Si trattava di una indicazione tattica di valore generale che denunciava i gravi pericoli di inerzia e passività politica cui una impostazione settaria dell’attività dei partiti comunisti poteva condurre di fronte alla minaccia reazionaria e alle potenzialità politiche ed egemoniche di cui essa si dimostrava capace.</p>
<p>La risoluzione del III Plenum sul fascismo sintetizzava in modo organico ed esaustivo l’esperienza e l’elaborazione strategica del Komintern sui temi del fronte unico proletario come processo di unificazione delle forze antifasciste e rivoluzionarie intorno alla direzione e al ruolo egemonico della classe operaia. Accogliendo alcuni spunti importanti della relazione di Klara Zetkin sul carattere disomogeneo della base sociale in parte piccolo-borghese e in parte semiproletaria del movimento fascista e sugli elementi di debolezza di quest’ultimo, la risoluzione insisteva anche sulle difficoltà e le contraddizioni del processo pure in atto di unificazione politico-statuale in senso reazionario delle classi dominanti e di rafforzamento della loro base sociale. “Il fine che il fascismo persegue, di forgiare cioè il vecchio Stato borghese «democratico» a fascistico Stato forte, sprigiona conflitti tra la vecchia e la nuova burocrazia fascista; tra l’esercito regolare con i suoi ufficiali di carriera e la nuova milizia con i suoi capi; tra la violenta e fascistica politica nell’economia e nello Stato e l’ideologia dei residui liberali e democratici della borghesia; tra monarchia e repubblicani; tra i veri e propri fascisti delle camicie nere e i nazionalisti accolti nel partito e nella milizia; tra l’originario programma dei fascisti che illuse e conquistò le masse, e l’odierna politica fascista che fa gli interessi del capitale industriale e in prima linea dell’industria pesante artificialmente ingrossata.”</p>
<p>Si può dire che l’analisi degli elementi di contraddizione e di debolezza del movimento fascista fosse funzionale alla fissazione del carattere di politica di massa della tattica del fronte unico mirante a unificare le forze rivoluzionarie proletarie ma anche a conquistare una parte dei settori popolari illusi dalla demagogia e dalla propaganda reazionarie: “le organizzazioni operaie devono perciò spingere con la massima energia le più vaste masse popolari contro il capitale, per difenderle dallo sfruttamento e dall’oppressione e devono contrapporre la più seria lotta di massa alle demagogiche parole d’ordine apparentemente rivoluzionarie del fascismo”. Così alcune delle indicazioni date da Radek nel suo rapporto al IV Congresso sul carattere insieme militare e politico della lotta di classe contro la reazione trovavano nella risoluzione una concreta applicazione operativa: “all’avanguardia cosciente e rivoluzionaria della classe operaia spetta il compito di prender nelle sue mani la lotta contro il fascismo che si va organizzando in tutto il mondo. Essa deve disarmare politicamente il fascismo e deve organizzare i lavoratori per una forte ed efficace autodifesa contro le sue difese”. L’indirizzo unitario si spinge fino a rivendicare la necessità della costituzione da parte dei partiti e delle organizzazioni operaie di “un organo speciale per dirigere la lotta contro il fascismo” in grado sia di organizzare “la lotta difensiva dei lavoratori mediante fondazione di squadre e loro armamento” sia di “attrarre a questa lotta tutti i lavoratori senza distinzione di orientamento”. Nella la lotta contro il fascismo il Komintern allarga allora e insieme approfondisce la tattica di fronte unico conferendo a essa una dinamica rivoluzionaria sul terreno concreto dell’iniziativa e del movimento delle masse anticipando in alcuni momenti la strategia dei fronti popolari del VII Congresso.</p>
<p><strong><em>La Città Futura</em></strong></p>
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		<title>DEBRÀ LIBANÒS È TRA DI NOI. IL MASSACRO PERPETRATO DA ITALIANI</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Sep 2021 17:08:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Del Boca]]></category>
		<category><![CDATA[Debra Libanòs]]></category>
		<category><![CDATA[Italiani brava gente]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; SALVATORE BRAVO – DEBRÀ LIBANÒS È TRA DI NOI. IL MASSACRO PERPETRATO DA ITALIANI È SCONOSCIUTO ALLA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI DI OGGI: «ITALIANI, BRAVA GENTE?». &#160; Se chiedete a un italiano, che cosa è avvenuto nel 1937 a Debra Libanos, quasi certamente non vi risponderà. Molti non saprebbero neppure dire dove si trova Debra Libanos. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/09/20170523-debre-libanos.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7458" title="20170523-debre-libanos" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/09/20170523-debre-libanos-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><a href="http://blog.petiteplaisance.it/salvatore-bravo-debra-libanos-e-tra-di-noi-il-massacro-perpetrato-da-italiani-e-sconosciuto-alla-maggioranza-degli-italiani-di-oggi-italiani-brava-gente/" rel="bookmark">SALVATORE BRAVO – </a></h2>
<h2><a href="http://blog.petiteplaisance.it/salvatore-bravo-debra-libanos-e-tra-di-noi-il-massacro-perpetrato-da-italiani-e-sconosciuto-alla-maggioranza-degli-italiani-di-oggi-italiani-brava-gente/" rel="bookmark">DEBRÀ LIBANÒS È TRA DI NOI. IL MASSACRO PERPETRATO DA ITALIANI È SCONOSCIUTO ALLA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI DI OGGI: «ITALIANI, BRAVA GENTE?».</a></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Se chiedete a un italiano, che cosa è avvenuto nel 1937 a Debra Libanos, quasi certamente non vi risponderà. Molti non saprebbero neppure dire dove si trova Debra Libanos. Il loro silenzio è il segno di come nel nostro Paese si conosca poco la storia, soprattutto quella coloniale, e di come una parte di essa (quella meno presentabile) sia stata rimossa. Debra Libanos è una delle pagine più vergognose della storia italiana. Dal 21 al 29 maggio, soldati del nostro esercito sterminarono centinaia di monaci, preti e pellegrini ortodossi (tutti ovviamente disarmati) radunati nel monastero etiope di Debra Libanos.</em></p>
<p><em>da <a href="http://www.africarivista.it/debra-libanos-un-docu-film-getta-luce-su-una-vergogna-italiana/105840/">Africarivista.it</a></em></p>
<p><strong>Parlati dalla storia<br />
</strong>Un popolo è la sua storia, il rapporto che un popolo instaura con la propria storia contribuisce largamente al suo presente ed al suo futuro, si costruisce e decostruisce la realtà effettiva per disoccultare le verità nascoste. L’<em>identità</em> è un’operazione di disvelamento senza la quale è esperienza di ripiegamento violento su se stessa. L’identità non è un deposito sacrale da trasmettere e riprodurre nel presente, ma la somma delle esperienze e degli errori da cui trarre la verità per un nuovo inizio. La memoria è l’esperienza che mediata dal logos collettivo germina in un nuovo inizio, ma senza memoria ogni progetto politico non può che arenarsi nel pericolo di ripetere errori e di non saperli individuare in un tempo utile per correggerli. La storia è vita collettiva senza la cui consapevolezza si procede ciecamente e biecamente nel flusso del tempo. Non è liturgia, conservazione stantia di cerimonie ed eventi per giustificare il presente, ma dialettica, con essa ci si confronta non per giudicare il passato, ma per capirlo al fine di non ripeterne le tragedie, altrimenti tutto ritorna. La dimenticanza è un <em>boomerang</em> i cui effetti possono essere esponenziali. La decadenza degli studi storici, la loro riduzione a biografie di grandi personaggi è in linea con il clima liberista, che riduce ogni complessità sociale a semplice omaggio alla grandezza di pochi grandi individui nel bene e nel male, i restanti sono i subalterni che si adattano agli eventi. La storia collettiva scompare sotto lo zoccolo dei grandi personaggi usati in modo ideologico per giustificare l’individualismo imperante. In tale contesto il disprezzo verso le differenze continua a circolare e specialmente, se il potere con le sue favole ideologiche è trasmesso senza mediazione del logos, inevitabilmente la logica gerarchica e aggressiva continuerà a produrre le sue conseguenze nel presente ed ad impedire un futuro non improntato a tali dinamiche. La violenza capillare che si diffonde in ogni campo, e che assume forme metamorfiche plurali non è causata solo da variabili contingenti, ma è il risultato della rimozione delle violenze del passato. Senza lo sguardo storico nella verità di ogni popolo non si vi sarà l’esodo da schemi sclerotizzati dall’abitudine: ogni grande progetto non potrà che ricadere su se stesso per il riemergere di comportamenti ed azioni sedimentati nell’inconscio collettivo. Si potrebbe dire parafrasando Heidegger che siamo parlati dalla storia, ci avvolge tanto più la ignoriamo, si insinua nelle parole e nei gesti e non li riconosciamo. Con la storia si dialoga, ci si relaziona sollevando domande che consentono di partecipare fortemente al presente, se il dialogo viene a mancare si fatalizza il proprio tempo favorendo il dominio e la subalternità generale.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/09/debre-libanos.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7459" title="debre-libanos" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/09/debre-libanos-300x164.jpg" alt="" width="300" height="164" /></a></p>
<p><strong>Debrà Libanòs tra di noi<br />
</strong>Il massacro di Debrà Libanòs il 21-29 maggio 1937 in Etiopia si aggira tra di noi, inficia le relazioni con i paesi africani e con le persone provenienti da quei luoghi tormentati dall’Occidente. Il massacro non è stato dimenticato, perché si dimentica solo ciò che è stato conosciuto. <strong>Debrà Libanòs</strong> è, invece, sconosciuto alla maggioranza della popolazione. L’eliminazione immotivata e tragica della comunità del monastero di <strong>Debrà Libanòs</strong> è un caso unico della storia europea. La comunità del monastero era di religione copta, i rapporti tra la classe dirigente dei copti e il regime fascista che aveva invaso l’Etiopia nel 1935 e proclamo l’impero nel 1936 erano pessimi. L’Etiopia era stata invasa, ma non domata, la propaganda nascondeva la verità con un falso trionfalismo imperiale.<br />
La strage a seguito dell’attentato al viceré d’Etiopia Graziani fu occasione per liberarsi dell’opposizione etiope e rimarcare il dominio dei colonizzatori sui colonizzati. Fu eseguita dai musulmani sotto il comando italiano, li si spinse contro i cristiani usando l’odio religiosi a fini militari. Fu scelta la data di San Michele, perché in quel giorno si aveva il massimo afflusso di fedeli. Furono sterminati tutti senza constatare colpe, l’etiope era il nemico da abbattere, la selvaggina da predare. L’esecuzione ricorda i primi tentativi di sterminio degli ebrei prima della soluzione delle camere a gas: raduni e trasferimenti veloci sui luoghi dell’eliminazione con gli assassinati gettati nel dirupo. L’eccidio fu seguito dal saccheggio e dalla distruzione dell’antichissimo monastero e degli edifici limitrofi. In questi anni sono ricomparsi gli elenchi degli oggetti razziati dal fascismo, tra cui una serie di corone d’oro che si utilizzavano nelle cerimonie religiose. Gli oggetti potrebbero giacere dimenticati in qualche museo o in qualche collezione privata, sono scomparsi come le vittime. L’operazione fu genocidaria tutto doveva scomparire di quella realtà, non solo le persone, ma specialmente la cultura che si opponeva all’assimilazione<a name="_ftnref1" href="http://blog.petiteplaisance.it/#_ftn1"></a><em><strong>[1]</strong></em>:</p>
<p><em> </em></p>
<blockquote><p>&nbsp;</p>
<p>“Le vittime furono spinte giù dal camion e furono rapidamente fatte allineare, con il viso a nord e la schiena volta verso gli ascari. Furono quindi costrette a sedersi in fila lungo l’argine meridionale del fiume, che in quel periodo dell’anno era quasi completamente in secca. Gli ascari presero quindi un lungo telone, preparato appositamente per l’occasione, e lo stesero sui prigionieri come una stretta tenda formando un cappuccio sopra la testa di ognuno di loro. Si procedeva quindi alla fucilazione dei religiosi. E mentre un ufficiale italiano provvedeva a sparare il colpo di grazia alla testa, vicino all’orecchio, gli ascari toglievano il telone nero dai cadaveri per utilizzarlo per il successivo gruppo di condannati. Alle 15.30 del pomeriggio tutto era finito e Graziani poteva annunciare a Roma che «oggi, alle 13 in punto», il generale Maletti «ha destinato al plotone di esecuzione 297 monaci, incluso il vice-priore, e 23 laici sospetti di connivenza. Sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine, che verranno tradotti e trattenuti nelle chiese di Debrà Berhàn. Il convento è stato di conseguenza chiuso definitivamente» Ma tre giorni dopo il viceré cambiava idea, sembra su istigazione di ras Hailù Tecla Haimanot, il più noto e spietato fra gli aristocratici collaborazionisti, e inviava a Maletti questa nuova direttiva: «Confermo pienamente la responsabilità del convento di Debrà Libanòs. Ordino pertanto di passare immediatamente per le armi tutti i diaconi di Debrà Libanòs. Assicuri con le parole: “Liquidazione completa”» .Il generale Maletti, con il consueto zelo, provvedeva subito a far scavare due profonde fosse in località Engecha, a pochi chilometri da Debra Berhàn, e nella mattinata del 26 maggio faceva sfilare davanti alle mitragliatrici 129 diaconi, martiri giovanetti che la cristianità non ricorda e non piange perché africani e diversi. «Per cui» concludeva Graziani «la cifra dei giustiziati saliva a 449». Ma la vera cifra degli assassinati era molto più alta, almeno tre volte superiore. Tra 1991 e 1994 i due docenti universitari già ricordati, l’inglese Ian L. Campbell e l’etiopico Degife Gabre-Tsadik, eseguivano nel territorio di Debrà Libanòs un’ampia e approfondita ricerca, interrogando monaci, cascì, civili, alcuni dei quali avevano assistito a una o più fasi del massacro. Dalle loro testimonianze emergeva che i fucilati a Laga Wolde non erano 320 ma tra 1000 e 1600. Successivamente, tra 1993 e 1998, il professor Campbell proseguiva da solo le indagini spostandosi nella regione di Debrà Berhàn per trovare informazioni sulla strage di Engecha. Egli non soltanto riusciva a localizzare le due fosse che contenevano i corpi dei 129 diaconi, ma poteva raccogliere le deposizioni di due testimoni oculari che avevano assistito alla strage dall’inizio alla fine. L’inchiesta di Campbell rivelava inoltre che Graziani, nel comunicare a Lessona l’eliminazione dei diaconi, aveva sostenuto il falso. Egli, infatti, non si era limitato a ordinare a Maletti la «liquidazione completa» dei 129 diaconi, ma gli aveva ingiunto di sopprimere altri 276 etiopici, fra insegnanti, studenti di teologia, monaci e sacerdoti che appartenevano ad altri monasteri e che nulla avevano a che fare con Debrà Libanòs. Per cui il bilancio della strage di Engecha saliva a 400 vittime e quello complessivo della rappresaglia contro la città conventuale di Debrà Libanòs si aggirava, secondo i due ricercatori, tra 1423 e 2033 morti. Mai, nella storia dell’Africa, una comunità religiosa aveva subìto uno sterminio di tali proporzioni”.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/09/debre-libanos1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7460" title="debre-libanos" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/09/debre-libanos1-300x164.jpg" alt="" width="300" height="164" /></a></p></blockquote>
<p>La violenza di <strong>Debrà Libanòs</strong> è giunta a noi nel silenzio e nel disprezzo con cui si inneggia alla differenza per omologarla, non si usano, in patria, gli ascari contro i diversi, ma i trombettieri del giudizio universale, il clero asservito che in nome della libertà laica ed atea inneggia all’omologazione. La differenza può sopravvivere solo come esperienza folcloristica, ma i comportamenti devono essere quelli dettati dal liberismo. Se avessimo trasformato la strage in cultura condivisa, probabilmente il “sì” automatico alle missioni di pace non sarebbe stato tanto “spontaneo”. I braccianti agricoli schiavizzati nella raccolta dei prodotti agricoli sono nella scia di quella violenza respinta nel dimenticatoio della storia. L’abitudine a rimuovere e a elaborare false immagini di sé giunge fino a noi e produce forme di sfruttamento diffuso, la tempesta della storia ci inghiotte e ci trascina verso la negazione della “buona vita”.</p>
<p>Senza storia non vi è umanesimo, ma solo una lenta agonia, in cui a morire è l’umanità nella sua totalità, al suo posto non resta che una temporalità circolare in cui ogni evento è destinato a ritornare nella sua tragicità inemendabile. La prassi necessita di senso storico comunitario, perché trae dagli avvenimenti della storia, la possibilità con cui riprogettare politiche sociali e visioni comunitarie. La storia ha la potenzialità di liberarci dalla condizione di subalterni, ci indica che la cultura di subalternità è la condizione per lo stragismo militare ed economico. Il subalterno rinuncia alla prassi per farsi servo e salvarsi dalle responsabilità verso la storia, verso il presente ed in passato, ma ogni subalterno compartecipa ai crimini della storia, è la mano esecutrice che si presta all’esecuzione. Emanciparsi significa liberarsi dalla subalternità. Ogni cultura e ogni politica che la inseguono è organica al dominio. <strong>Debrà Libanòs</strong> è tra di noi nella forma del fatalismo servile che ci rende corresponsabili della violenza dei nostri giorni.</p>
<p><a name="_ftn1" href="http://blog.petiteplaisance.it/#_ftnref1"></a>[1] <strong>Angelo Del Boca,</strong> <em>Italiani, brava gente?,</em> capitolo dieci: <em>Debrà Libanòs: una soluzione finale</em>, Editore Neri Pozza, 2012.</p>
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		<title>Genetica della Rivoluzione sovietica e crollo dell’URSS</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2021 10:17:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Genetica della Rivoluzione sovietica e crollo dell’URSS di Salvatore A. Bravo Pubblichiamo questo interessante articolo del nostro collaboratore Salvatore A. Bravo che personalmente condivido solo parzialmente. In particolare dissento radicalmente sulla parte finale dove l’autore – riprendendo e citando un passo di un libro di Costanzo Preve – individua nella classe media il possibile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories11/09pol02f11-019-k1YG-U4338068209717mdC-768x432Corriere-Tablet.jpeg" alt="09pol02f11 019 k1YG U4338068209717mdC 768x432Corriere Tablet" width="300" height="227" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Genetica della Rivoluzione sovietica e crollo dell’URSS</h1>
<h3>di Salvatore A. Bravo</h3>
<p>Pubblichiamo questo interessante articolo del nostro collaboratore Salvatore A. Bravo che personalmente condivido solo parzialmente. In particolare dissento radicalmente sulla parte finale dove l’autore – riprendendo e citando un passo di un libro di Costanzo Preve – individua nella classe media il possibile nuovo soggetto se non rivoluzionario, comunque resistente al capitalismo.</p>
<p>Non c’è dubbio che alcuni settori di piccola-media borghesia impoveriti o “proletarizzati” dalla crisi e dal processo di globalizzazione capitalista, potrebbero in linea teorica essere spinti ad allearsi con i ceti popolari e subalterni e con la grande massa del lavoro dipendente, stabile o precario, ma solo se quest’ultimo è in grado di essere un punto di riferimento per quei ceti, di costituirsi come un blocco sociale, cioè come classe, provvista di coscienza e autonomia politica. Viceversa, in assenza di tale blocco sociale, quella piccola-media borghesia è inevitabilmente destinata ad essere preda delle forze reazionarie di destra (cosa che sta avvenendo e in buona parte già avvenuta) la cui funzione è proprio quella di disinnescare quel che di potenzialmente sovversivo potrebbe esserci in quel ceto sociale, indirizzandolo verso falsi obiettivi (autoctoni contro immigrati) o addirittura rivolgendolo contro gli stessi lavoratori e ceti subalterni; penso ad esempio all’ostilità nei confronti dei lavoratori pubblici o alla retorica interclassista del mondo dei “produttori” (che vorrebbe unire i lavoratori e i datori di lavoro) contro quello dei “parassiti” (cioè di tutto il comparto del pubblico impiego) e del “capitalismo buono”, cioè quello produttivo” contro il “capitalismo cattivo”, cioè quello finanziario.</p>
<p>Una questione molto complessa che naturalmente non può essere esaurita in poche righe e che rimando a successivi articoli. Non c’è dubbio però che questo articolo di Bravo sia di stimolo ad un dibattito vivace e fecondo sul tema.</p>
<p>(Fabrizio Marchi)</p>
<h4>* * * *</h4>
<p><strong>Genetica della rivoluzione sovietica</strong></p>
<p>Costanzo Preve in <em>La fine dell’URSS dalla transizione mancata alla dissoluzione reale</em> ripercorre la fine dell’Unione Sovietica cercando di comprenderne le cause nella complessità del loro intreccio “locale” ed “internazionale”. Il comunismo sovietico ha la sua genesi nell’inutile strage della Prima guerra mondiale, la quale fece da detonatore alle contraddizioni che insidiavano l’impero dei Romanov. La rivoluzione non era scritta nelle ferree leggi della storia, era una possibilità, la cui traduzione in atto è stata causata da una serie di circostanze concomitanti, in primis, per il dispendio di vite umane (tre milioni circa nella sola Russia), per l’inflazione e per i nazionalismi che minavano l’impero e che non trovavano risposta alcuna nel governo zarista. Senza la macelleria della Prima guerra mondiale l’impero poteva evolversi diversamente. Lenin ed il partito comunista nel caos della caduta dello zar (15 marzo 1917) seppero trasformare una circostanza storica in prassi. La popolazione russa composta in grandissima parte da contadini non era comunista, ma appoggiò il comunismo, poiché il trattato di Brest-Litovsk (3 Marzo 1918) poneva fine alla “macelleria”. Il grande errore di Aleksandr Fëdorovič Kerenskij (21 luglio 1917- 7 novembre 1917) nel condurre il governo borghese fu di continuare la guerra e di essere in linea con il potere zarista che si era mostrato cieco e sordo alle richieste della popolazione. La storia dell’Unione Sovietica inizia con una rimozione; la sua istituzione è l’effetto non delle leggi marxiste della storia, ma di un evento inaspettato che lo stesso Lenin ha saputo utilizzare in funzione della rivoluzione d’Ottobre. La rimozione è stata un vulnus nella politica sovietica, poiché di primaria importanza era coinvolgere la popolazione nella politica, in modo che si sentisse parte attiva in un grandioso progetto condiviso:</p>
<p><em>“L’atroce macelleria è dunque il fondamento di legittimazione, a mio avviso sacrosanto ed indiscutibile, della rivoluzione russa del 1917. Se mettiamo a fuoco gli ultimi dieci anni di vita di Lenin (1914-1924), vediamo che ci sono in essi quattro distinti eventi politici: il rifiuto frontale di ogni legittimazione, sia pure implicita o possibilistica, dell’atroce macelleria, con il conseguente ritiro di ogni titolo di legittimazione giuridica e politica degli stati che l’avevano promossa; la scelta rivoluzionaria di presa del potere dell’Ottobre 1917, dopo che fu chiaro che tutte le altre forze politiche, dai cadetti ai socialrivoluzionari, non erano disposti a firmare una pace separata; la conduzione di una guerra civile terribile, durata dal 1918 al 1921, dichiarata, iniziata, condotta e scatenata da chi aveva voluto l’atroce macelleria; ed infine, dal 1921 alla morte, la scelta convinta della NEP, cioè di una nuova politica economica che lasciava spazio a forme di piccola e media impresa industriale ed agricola<a name="_ftnref1" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn1"></a><strong>[1]</strong>”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Materialismo aleatorio</strong></p>
<p>Il comunismo sovietico non è mai stato sostenuto da un moto rivoluzionario diffuso, da un sollevamento dei popoli della Russia che hanno fondato il comunismo. L’inizio è stato caotico e appoggiato dalla chiara volontà di pochi di dare al comunismo, in circostanze nazionali ed internazionali che continuavano ad essere avverse la sua inaspettata concretizzazione. L’alzata di scudi dei capitalisti con la guerra civile tra bianchi e rossi (1917-1922) è la dimostrazione delle difficoltà che la classe dirigente del partito comunista ha dovuto affrontare. La stessa pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) rientra nella strategia di “cedere” un terzo della Russia ai tedeschi per salvare la Rivoluzione. In questo clima si produce la necessità di una classe dirigente che guidi col ferro e col fuoco la nazione fuori dalla tempesta della guerra civile. Vengono a mancare, in questi anni, le condizioni per una partecipazione generale al nuovo corso storico divenuta in seguito strutturale. La ragione profonda del crollo sovietico nel 1991 è individuato da Preve nel disincanto della Rivoluzione che non è riuscita ad eliminare i rapporti di sussunzione. Il crollo non era inevitabile<a name="_ftnref1" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn1"></a>[1], in quanto la storia si gioca su molte variabili con il relativo incrocio, ciò malgrado per “tentare” di capire senza pretendere di avere in tasca facili verità è necessaria una visione olistica e un “materialismo aleatorio” libero dal determinismo. Il comunismo sovietico si è sclerotizzato in forme di alienazione che divengono strutturali, e che hanno comportato la divisione della popolazione in dominatori e dominati:</p>
<p><em>“A volte bisogna tagliare con la spada un nodo gordiano. Charles Bettelheim lo ha tagliato rilevando, a partire dal 1929 e dalla collettivizzazione dell’agricoltura, la formazione di due gruppi separati della società sovietica, i dominanti e i dominati<a name="_ftnref2" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn2"></a><strong>[2]</strong>”</em></p>
<p>Nulla di più distante da quanto prospettato da Marx che intendeva il comunismo come la realizzazione “delle libere individualità sociali”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nuova classe dominante</strong></p>
<p>Costanzo Preve predilige “il termine nuova classe dominante” per non schiacciare quest’ultima su facili definizioni, ma evidenziarne la novità dei nuovi dominatori pur essendo simili per taluni aspetti alla borghesia. I nuovi dominatori non sono burocrati, perché non hanno strappato la gestione del potere alla classe operaia e contadina, per cui Preve definisce la nuova classe al potere “nuovi dominatori”:</p>
<p><em>“Il termine di nuova classe dominante comunista deve essere preferito ai termini di burocrazia o di (nuova) borghesia per le seguenti ragioni. In primo luogo, il termine di burocrazia implica un’usurpazione burocratica originaria, ma perché ci sia quest’usurpazione burocratica originaria bisogna presupporre nella classe operaia e proletaria una capacità complessiva di autogestione economica e di autogoverno politico globali (…). In secondo luogo, il termine borghesia non può essere impiegato riduttivamente nel solo significato di “agenti della produzione” (magari della produzione capitalistica nella forma del capitalismo di Stato). Il termine “borghesia” è più ampio, non coincide con quello di capitalismo, ed implica dimensioni politiche, economiche, culturali e sociali che si risolvono nella semplice funzione di agente della produzione<a name="_ftnref3" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn3"></a><strong>[3]</strong>”.</em></p>
<p>La mobilità sociale in Unione Sovietica è realtà possibile, ma tremenda sotto Stalin (1924 1953), si fa carriera con la partecipazione alle purghe. Si avanza in una realtà sociale violenta che ha fatto della delazione e della partecipazione al crimine la sua tragica regola in un clima di aggressioni interne ed esterne. Costanzo Preve da comunista/comunitarista non cerca di difendere posizioni ideologiche, ma di capire, affinché la verità possa salvare future esperienze alternative al capitalismo assoluto e possa insegnare che capire è più importante che appartenere:</p>
<p><em>“In breve, la fine delle purghe di massa comportò indirettamente anche la fine dei processi di rapida mobilità sociale ascensionale dal basso<a name="_ftnref1" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn1"></a><strong>[1]</strong>”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Destalinizzazione</strong></p>
<p>Kruscev (1953-1964) lasciò intatto il baraccone comunista, si liberò di Stalin per rafforzare la condivisione oligarchica. Il male è proiettato su Stalin, il quale è beffardamente assimilato a figure grottesche e sanguinarie e diviene il centro di tutte le contraddizioni della società, del potere e dell’economia sovietica, in questo modo la destalinizzazione conserva il potere sovietico senza riformarlo:</p>
<p><em>“Assimilato così a Caligola ed a Nerone, la caduta simbolica di Stalin permetteva ai senatori di rendere nuovamente (o in questo caso per la prima volta) collegiale il loro dominio sfrontatamente oligarchico<a name="_ftnref2" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn2"></a><strong>[2]</strong>”.</em></p>
<p>Il blocco della mobilità sociale, in assenza di purghe, è fatale per la società sovietica che si avvia verso l’immobilità. Breznev (1964-1982) deve gestire l’irrigidimento con “la stagnazione” definizione dell’Occidente, dinanzi allo svuotamento ideale e alla crisi della mobilità sociale mette in atto un compromesso tra dominati e dominatori con l’effetto di una diminuzione della produzione e ciò rese il sistema impopolare sia ai dominati che ai dominatori. La distribuzione dei beni diviene il fine principale del comunismo sovietico che spoglio di ogni ideale e progetto si limita ad assicurare il minimo alla popolazione conservando enormi privilegi per la nomenclatura di Stato:</p>
<p><em>“Questo compromesso produttivo fu pienamente realizzato da Breznev, ma l’abbassamento inaudito di produttività sociale che questo compromesso comportò fu anche la causa di un tale restringimento della base produttiva dell’intero sistema, da rendere impossibile la regolare estorsione del plusprodotto con cui viveva parassitariamente il settore statale e partitico della classe dominante russa e sovietica<a name="_ftnref3" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn3"></a><strong>[3]</strong>”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il liquidatore</strong></p>
<p>Il grande errore di Gorbaciov (1985-1991) è nel non essere riuscito a fare la sintesi tra le diverse componenti del sistema al cui interno si era strutturata e consolidata una nuova classe media. Gorbaciov resta all’interno del linguaggio del potere sovietico: l’economicismo e il politicismo inibiscono la capacità del riformatore di catalizzare nel progetto gli interessi delle nazionalità, della nuova classe media e degli stessi operai. La caduta non era inevitabile, le possibilità per risolvere le contraddizioni erano plurime, si poteva intraprendere un’accidentata via cinese, ma l’Unione Sovietica non aveva l’omogeneità nazionale cinese e una borghesia commerciale pronta ad interagire con la patria sorreggendola dall’estero. Gorbaciov cerca di rispondere alla globalizzazione che minaccia il potere sovietico, ma lo fa con decisioni accelerate e fatali:</p>
<p><em>“Gorbaciov ha gli strumenti per mediare tra queste due fazioni della classe dominante, ma il suo economicismo ed il suo politicismo, frutti avvelenati della tradizione culturale nichilistica del comunismo storico novecentesco, non gli permettono di prendere in vera considerazione gli interessi di altre fazioni sociali, come le nazionalità recalcitranti al sovietismo (baltici in primo luogo, e solo in seconda istanza caucasici), la nuova classe media sovietica ed urbana fanaticamente occidentalizzante, il nuovo capitalismo parallelo mafioso sovietico, e la stessa classe operaia di fabbrica<a name="_ftnref1" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn1"></a><strong>[1]</strong>”.</em></p>
<p>Smantella il patto di Varsavia, peccando quasi di ingenuità, in quanto l’Occidente dinanzi al ritiro dall’Est europeo comprende d’aver vinto e punta sulla vittoria totale, abbandonando Gorbaciov al suo destino:</p>
<p><em>“Gorbaciov cerca di mettere gli occidentali dalla sua parte nel 1989 consegnando loro l’intero Est europeo conquistato da Stalin nel 1945, e credendo in questo modo di garantirsi la loro riconoscenza imperitura. Ma gli occidentali capiscono che il vecchio baraccone infetto sta tirando le cuoia, e non c’è bisogno di avere il 70% quando si può avere il 100 % e conseguire risultati che forse neppure Hitler aveva mai sognato (…). In questo modo non si avrebbe soltanto il risultato minimo della fine del comunismo e della restaurazione capitalistica in Russia, ma il risultato massimo dell’esplosione di uno spazio geopolitico esistente da secoli e della riduzione della Russia a colonia di tipo africano e latino-americano<a name="_ftnref2" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn2"></a><strong>[2]</strong>”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La storia non è finita</strong></p>
<p>La storia della caduta sovietica nell’agile libretto di Costanzo Preve mette in controluce la verità del capitalismo occidentale, il quale con la sua pressione perenne sul <em>baraccone infetto</em> ha contribuito al suo dissesto fino alla rovina. Il capitalismo si mostra nella sua “verità imperiale e nichilistica”, mentre il comunismo sovietico si svela un sistema senza fondamento veritativo e ciò consente il repentino susseguirsi degli eventi senza resistenza fino al suo tramonto, ma la storia non è terminata con la momentanea vittoria del capitalismo.</p>
<p>Bisogna congedarsi dal “sosia socializzato<a name="_ftnref3" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn3"></a>[3]” delle grandi liturgie di partito come dal “sosia socializzato” del finto individualismo del capitalismo assoluto, solo in questo modo la storia può riprendere il suo cammino. Rileggere la storia dell’Unione Sovietica è necessario per riaffermare la distanza tra il pensiero di Marx ed il comunismo reale, senza tale distanza non ci si può congedare da nostalgie e rimpianti che indeboliscono la prassi e consolidano, loro malgrado, lo stato presente. La rilettura della storia deve orientarci verso il presente e verso il futuro. Non ci sono “barbari” che verranno a salvarci dai cocci spinosi della storia e dal capitalismo:</p>
<p><em>“Non manca chi vede i “barbari” nelle donne che sapranno sostituire i valori maschilisti di competizione i valori femministi di tolleranza, oppure negli operai che dalle fabbriche preparano il definitivo avvento dell’internazionalistico del proletariato dalle mani callose ma dal grande cuore, oppure infine negli emarginati che dormono nelle case occupate e rifiutano gli imperativi del lavoro e della produttività, che comunque nessuno cerca di imporre loro, visto l’enorme numero dei membri di quello che a suo tempo Marx definì l’esercito industriale di riserva<a name="_ftnref4" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn4"></a><strong>[4]</strong>”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nuova classe media globalizzata</strong></p>
<p>Conoscere la storia è fondamentale per la nuova classe media globale, la quale è il campo nel quale convergono due spinte: l’una che la induce ad essere il supporto fisico dell’accumulazione flessibile del capitale mediante la precarizzazione e l’omogeneizzazione identitaria, ma d’altra parte è, anche, la classe che potrebbe diventare fonte di resistenza e progetto, poiché vive nella perenne minaccia della “caduta”:</p>
<p><em>“La nuova classe media globale è dunque la sede sociologica di una vera e propria contraddizione dialettica di tipo antropologico. Da un lato, il soggetto moderno è continuamente spinto ad essere soltanto il supporto fisico dell’accumulazione flessibile, in una spirale di artificialità crescente che i progressi dell’ingegneria genetica non potranno che accentuare. Dall’altro, il soggetto moderno è anche un centro di resistenza alla logica artificialistica di questa illimitata accumulazione flessibile<a name="_ftnref1" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftn1"></a><strong>[1]</strong>”.</em></p>
<p>La storia con la sua prospettiva critica e plastica è indispensabile per la nuova classe media globale, la quale è l’unico soggetto che potrebbe essere veicolo di resistenza e prassi. Il compito politico della classe media è risolvere la resecazione dell’individuo che connota il capitalismo. La separazione dalla comunità è negazione della natura sociale del soggetto umano che non può che realizzarsi con la concretezza solidale e sociale mediata dall’appartenenza ad un’identità che non esclude, ma si scopre nella relazione con le alterità. Senza storia non si programma il futuro, pertanto la prassi deve essere in attività osmotica con la teoria per costruire barriere di resistenza che possano avanzare, oltre che, semplicemente resistere.</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5><a name="_ftn1" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref1"></a>[1] Costanzo Preve, La fine dell’URSS dalla transizione mancata alla dissoluzione reale, Petite Plaisance Pistoia, 2020 pag. 18</h5>
<h5><a name="_ftn1" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref1"></a>[2] Ibidem pag. 10</h5>
<h5><a name="_ftn2" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref2"></a>[3] Ibidem pag. 26</h5>
<h5><a name="_ftn3" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref3"></a>[4] Ibidem pag. 29</h5>
<h5><a name="_ftn1" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref1"></a>[5] Ibidem pag. 34</h5>
<h5><a name="_ftn2" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref2"></a>[6] Ibidem pag. 33</h5>
<h5><a name="_ftn3" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref3"></a>[7] Ibidem pag. 39</h5>
<h5><a name="_ftn1" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref1"></a>[8] Ibidem pag. 45</h5>
<h5><a name="_ftn2" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref2"></a>[9] Ibidem pp. 46 47</h5>
<h5><a name="_ftn3" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref3"></a>[10] Costanzo Preve, Individui liberati, comunità solidali, Petite Plaisance Pistoia, 2020 pag. 56</h5>
<h5><a name="_ftn4" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref4"></a>[11] Ibidem pp. 64 65</h5>
<h5><a name="_ftn1" href="http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/#_ftnref1"></a>[12] Ibidem pag. 66</h5>
<p>http://www.linterferenza.info/contributi/genetica-della-rivoluzione-sovietica-crollo-dellurss/</p>
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		<title>Brigate Rosse, la parte dannata della storia</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 09:56:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Anni di piombo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories10/colotti_brigate_rosse-2.jpeg" alt="colotti brigate rosse 2" width="300" height="213" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Brigate Rosse, la parte dannata della storia</h1>
<h3>di Geraldina Colotti</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Durante il secolo scorso, l’Italia non ha avuto soltanto il più grande Partito comunista d’Europa e il più grande sindacato d’Europa, ma, per quasi un ventennio, anche l’estrema sinistra più forte d’Europa. Un fermento esploso con il ’68, ma incubato nell’insofferenza crescente verso la linea dell’accomodamento nel recinto delle compatibilità “democratiche” portata avanti dal Pci.</p>
<p>Un processo che, per strappi e rotture, ha prodotto una critica a 360° della società borghese, presente nei diversi tentativi politici di costruire un’alternativa alla linea del “compromesso storico” e dell’“eurocomunismo”: la “stagione dei gruppi extraparlamentari”, un tentativo di costruzione di un partito di massa (Lotta Continua), e anche la formazione di un’opposizione armata.</p>
<p>Quello della nascita e dello sviluppo di una lotta armata durata quasi vent’anni, è un “rompicapo” che non si spiega attingendo meccanicamente ai “classici” del marxismo, ma neanche abbandonandosi all’interpretazione dietrologica di chi, facendo spallucce alla storia, cerca in questo modo di evitare l’analisi materialistica di quell’insorgenza, e quella della sconfitta di tutte le ipotesi scese in campo nel grande Novecento.</p>
<p>Occorre invece guardare in faccia la realtà delle cose: quando i comunisti non hanno più alcuna capacità di incidere nella realtà del paese, quando concetti che un tempo univano, oggi appaiono motivi surreali di divisioni interne, quando persino la proposta di un riformismo conseguente è scomparsa dall’orizzonte politico concreto, non è possibile “cavarsela” con le teorie dei tradimenti dei capi, o con quelle delle dietrologie e dei complotti.</p>
<p>Siamo di fronte a una sconfitta di proporzioni gigantesche. Una sconfitta che non riguarda le ragioni del socialismo, visto che, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il capitalismo rimasto solo nel mondo ha prodotto fame, miseria e devastazione. Una sconfitta, tuttavia, epocale, che lascia intatta una domanda inaggirabile, pesante come un macigno: perché il movimento operaio occidentale non è riuscito a “passare”, né mediante le forme del conflitto democratico e di massa, né con la lotta di un’avanguardia armata?</p>
<p>E perché, in questo nuovo secolo, quando si presenta una qualche occasione di “passare” – com’è avvenuto nella Grecia di Tsipras – l’assunzione degli ulteriori costi da pagare diventa una prospettiva insopportabile persino in un paese meno privo di memoria del nostro rispetto alla storia delle rivoluzioni?</p>
<p>La risposta non può trovarsi cercando con la lente, all’infinito, nelle sezioni e nelle lotte di frazione di un partito – il Pci – visto come unico attore determinante nell’Italia del Grande Novecento. O, peggio, visto come pretesto per riportare al presente i vizi di quel modello, e nella riproposizione di una “unità a sinistra” intesa come spinta al moderatismo e non come alternativa di sistema.</p>
<p>Se di fronte a una bandiera bruciata o a una vetrina rotta, il primo riflesso è quello di chiamare i carabinieri e di difendere la proprietà privata per paura “che tornino gli anni di piombo”, vuol dire che gli occhi sono rimasti intrappolati in quelle sezioni sempre meno frequentate: e che la “paura del terrorismo” si è trasformata nella paura delle masse e dell’esplosione, organizzata e cosciente, della lotta di classe.</p>
<p>A cosa e a chi è servito, d’altro canto, il dilagare della categoria di “terrorismo” coniata per stigmatizzare l’opposizione armata e ora diventata una metafisica per condannare sia chi mette le bombe, che il palestinese che tira una pietra o il ragazzo del centro sociale? Alla fine della fiera, ad assolvere chi le bombe nelle piazze le ha messe davvero, ad assolvere fascisti e stragisti, che non hanno fatto un giorno di galera.</p>
<p>A cinquant’anni dalla strage di Piazza Fontana (una strage di Stato, come si gridava allora nelle manifestazioni, e come sembra assodato anche nella storiografia ufficiale), si fa a gara a chi va prima a Canossa nel santificare magistrati e poliziotti. La sinistra erede di quel PCI che votò le leggi speciali e lasciò che si applicasse la tortura di Stato, è la prima a ergersi in difesa delle “istituzioni democratiche” e contro la violenza, in difesa della “legalità” dello Stato contro la legittimità del diritto, per esempio attraverso “l’antimafia”: come se lo Stato borghese, quando ti toglie lavoro, casa, cultura, non stesse esercitando la violenza insita nello sfruttamento del capitale sul lavoro. Come se le economie sporche non fossero l’altra faccia del mercato capitalista. E come se i soldi spesi per carri armati, magistrati e poliziotti, non potessero essere impiegati per portare diritti nel sud, disattivando in questo modo le economie sporche.</p>
<p>Converrebbe ricordare che proprio il PCI di Togliatti, negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, fu protagonista di una grande battaglia meridionalistica, e fu capace di un profondo insediamento nelle classi popolari del Mezzogiorno, impostandone la soluzione sulle gambe sociali della lotta di classe.</p>
<p>Cosa c’entra questo con il culto dei magistrati anti-mafia che oggi va per la maggiore tra i giornalisti e i politici cosiddetti “democratici”? E come si pensa di trovare un nuovo aggancio con i settori sociali più disagiati del Sud, magari tentati da una rabbia fascisteggiante, se il volto della sinistra è quello del sostituto procuratore con il mandato di cattura in mano o del giornalista che domanda, e anzi spesso arrogantemente esige, di rompere i vincoli di solidarietà e anche di subordinazione generati da un bisogno materiale che egli non conosce e di cui non gli importa?</p>
<p>Dietro il riflesso d’ordine eretto a sistema di governo, dietro un autoritarismo così innervato nelle pieghe della nostra società da aver reso incandescente persino il dibattito sull’abolizione del 41 bis, c’è “l’emergenzialismo democratico” degli anni ’70. Il perseverare di quella emergenza, che pesa come un macigno sui nuovi movimenti di massa, non è solo un residuo del passato, ma assolve al ruolo assai attuale di nocciolo duro, genetico e simbolico dell’autoritarismo di cui ora è intriso il rapporto tra Stato e società.</p>
<p>Tra le implicazioni più nefaste dell’emergenza, c’è il processo di restaurazione che ha fatto diventare moneta corrente la versione della storia scritta dai vincitori, dilagata a dismisura dopo il crollo dei paesi dell’Est. Nell’attacco frontale alla storia delle classi subalterne, intesa in tutte le sue varianti, la borghesia ha compiuto un’operazione di egemonia in grande stile basata su disinformazione, falsificazione, neo-inquisizione a cui concorrono, senza neanche averne coscienza, anche le aree che oggi si sentono depositarie dell’“ortodossia”.</p>
<p>Il primo esperimento organizzato di devastazione della memoria si è compiuto proprio sugli anni ’70. Un meccanismo che poi è tornato utile quando è stato necessario attaccare, con le stesse retoriche dietrologiche, i decenni precedenti, via via fino alla rivoluzione del ’17 in Russia: fino a pretendere dalle nuove generazioni una patente di compatibilità, obbligandoli a dissociarsi dalla storia e dalle implicazioni del conflitto.</p>
<p>Dall’ipocrisia sugli anni ’70, quando uno Stato “democratico” ha sostenuto di aver sconfitto “il terrorismo” restando nella legalità, mentre in realtà dava la stura a meccanismi di eccezionalità basati sull’evidente rottura dell’“ordine democratico” – carceri speciali, leggi di eccezione, torture… – prendeva corpo un meccanismo per la produzione di doppie verità: da un lato lo Stato riconosceva la politicità dell’opposizione armata scagliandole contro leggi eccezionali, condannandola in base al reato di “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”, dall’altro dava in pasto alla cosiddetta “opinione pubblica” la tesi dei delinquenti provocatori isolati dalle masse.</p>
<p>Ancora oggi, a dispetto della logica, frotte di dietrologi, spesso marcati a sinistra, si affannano a oscurare la natura di un conflitto e di una vicenda assolutamente visibili, che attendono solo la libertà di giudizio delle nuove generazioni per essere collocate nella loro giusta luce e nel loro adeguato contesto storico.</p>
<p>In quale contesto storico e per quali vie si è determinata la mutazione del PCI, che nacque con l’obiettivo di abbattere lo Stato borghese, instaurare la dittatura del proletariato attraverso i consigli degli operai e dei contadini sull’esempio della rivoluzione d’Ottobre? Per quale percorso il PCI erede del “partito nuovo” di Togliatti ha perso l’occasione di dirigere le nuove insorgenze evidenziatesi nel ’68-69? Per quali linee involutive quel PCI nato sulla rottura con la socialdemocrazia alla Noske ha accettato di alimentarne, negli anni ’70, il “cane sanguinario”, con la stessa logica della socialdemocrazia repressiva d’antan?</p>
<p>E come si può compiere un bilancio storico degno di questo nome sul ruolo del Partito Comunista più grande d’Europa prescindendo dagli interroganti che lo hanno messo alla prova in un ciclo di lotta così incisivo come quello degli anni ’70 e della loro particolare incubazione?</p>
<p>E ancora, ci sentiamo di chiedere: perché il Partito della Rifondazione Comunista, che si proponeva di riprendere la bandiera calpestata di quel PCI e non solo, ha avuto l’auge di presenza parlamentare con la guida di Fausto Bertinotti, che dal PCI non proviene e che anche per questo ha potuto muoversi nell’arena politica con maggior scioltezza?</p>
<p>Al congresso del Partito della Rifondazione Comunista, che si svolse nel 1996, venne posta anche la questione dell’amnistia per gli oltre 5000 prigioniere e prigionieri politici degli anni ’70 e ’80. Una proposta che era da intendere come una triplice leva: di bilancio, di dialogo tra quell’esperienza rivoluzionaria sconfitta e le nuove componenti della sinistra anticapitalista, e di archiviazione della lunga stagione dell’emergenza, presente come ricatto concreto e simbolico sulla lotta di massa e come velo di māyā sul conflitto.</p>
<p>Una proposta che il gruppo storico dei brigatisti prigionieri aveva avanzato, con diverse modulazioni, nel 1988, per chiudere quella fase dopo l’incarceramento di tutti i militanti delle diverse componenti, e un bilancio storico che non si volle consegnare ai tribunali. Una parte dei brigatisti prigionieri, di cui faceva parte Prospero Gallinari, propose allora un “passaggio alla lotta politica aperta e di massa”, che avesse la lotta per l’amnistia come un grimaldello essenziale per l’incontro con le diverse anime del movimento e della sinistra anticapitalista di allora.</p>
<p>Si scontrarono con una chiusura totale. Ma il tema della chiusura degli spazi di agibilità politica per un’alternativa strutturale al capitalismo, che vediamo riproporsi in contesti storici diversi, ma con gli stessi meccanismi adottati dalla “controrivoluzione preventiva” (per esempio nella Colombia che ha tentato un “processo di pace”), è tema ben presente e attuale.</p>
<p>Ci piacerebbe, allora, che il centenario del PCI fosse un’occasione per prendere di petto questi problemi. In questa chiave e con l’intento di fornire alcuni dati storici, proponiamo quindi queste note, accompagnate dal libro Un contadino nella metropoli, di Prospero Gallinari, edito da Bompiani. Memorie da cui si evincono le radici, le influenze e le ragioni che hanno portato alla nascita delle Br, incubata dalle discussioni sulla violenza politica. Un dibattito che ha attraversato, allora, anche le componenti cattoliche messe alla prova dalla Teologia della Liberazione per come si presentava nel contesto latinoamericano. Materiali per intendere il contesto, i soggetti, i progetti di quella formidabile stagione di lotta, il cui occultamento può solo produrre ulteriori paralisi e storture.</p>
<p>Gallinari, contadino e operaio emiliano, classe 1951, è stato militante della FGCI e del PCI, poi militante del gruppo storico delle Brigate Rosse, morto a gennaio del 2013 quand’era ancora agli arresti domiciliari per motivi di salute. Il suo libro è uno straordinario documento storico che consente di comprendere come si sia prodotta la rottura con il PCI di allora e il dibattito sulla violenza politica alla sua sinistra.</p>
<p>Così Gallinari descrive la morte di Togliatti, rivissuta con gli occhi del ragazzino che era: pioniere, diffusore dell’Unità, ma non ancora maggiorenne per poter prendere la tessera del Partito: “Nell’estate del ’64, muore a Yalta Palmiro Togliatti, fondatore, insieme a Gramsci, del Partito Comunista Italiano. Per me è una figura mitica non solo in rapporto alla politica italiana, ma in quanto personaggio di statura mondiale. Segretario del Comintern, commissario politico nella guerra di Spagna: la vita dell’uomo si accompagnava alla leggenda della storia, incarnando i desideri e i sogni di un giovane aspirante comunista”.</p>
<p>Dovrà passare una discreta quantità di tempo prima che questo mito venga posto in discussione. I mezzi politici per capire e interpretare Salerno e la sua svolta, Prospero li acquisirà solo negli anni successivi. Attraverso gli scritti di Pietro Secchia (Botte il suo nome di battaglia) e di altri compagni in conflitto con la linea dominante del Partito, prenderà a giudicare con crescente perplessità la via italiana al socialismo. Posizioni che attecchiranno in lui, conducendolo ben presto a vivere con intensità l’avvilimento e la rabbia di una “Resistenza tradita dalle svolte togliattiane”.</p>
<p>Ma nel 1964 è decisamente presto per questa coscienza. Il dolore profondo che tutti i militanti comunisti vivono e trasmettono per la morte del loro segretario, attraversa anche quel giovanissimo Prospero, solo un po’ attutito dall’occasione che gli si presenta di divenire leva di Togliatti. Infatti, la Federazione Giovanile del Partito lancia immediatamente un tesseramento straordinario. Aderendo e partecipando a questa “iniziativa eccezionale”, Gallinari entra di fatto “nell’attività politica ufficiale”.</p>
<p>Si tratta di partecipare alle diffusioni straordinarie dell’Unità, presidiare giorno e notte la sezione per fare propaganda tra gli iscritti e la gente comune del paese, ma soprattutto per sventare possibili provocazioni fasciste, Si condivide l’impulso collettivo al lavoro e a nuove iniziative che la morte del segretario ha determinato fra i militanti. “Tutte queste attività – scrive il brigatista – riempiono il mio tempo, il mio cuore e la mia testa. Adesso sono diventato grande per davvero”.</p>
<p>Segue la descrizione della conseguente “epurazione” della componente secchiana che, durante i primi anni del dopoguerra, a Reggio controlla anche la Direzione del Partito, e la frustrazione dei militanti anziani, che li porta a parlare di Resistenza tradita. Tradita con l’espulsione che i partigiani avevano subìto dai posti di spicco nelle aziende e negli uffici dello Stato, riconsegnate a chi le aveva amministrate durante il fascismo e la Repubblica di Salò. Tradita nelle grandi fabbriche del Nord, difese dalla Resistenza col sangue dei suoi combattenti, e poi rimesse in mano a quegli imprenditori che, quasi sempre, come aveva fatto Valletta, avevano collaborato attivamente con il regime fino al 25 aprile del ’45. Tradita dai governi in carica che ignorano le parti autenticamente democratiche e “progressive” della Costituzione, seppure frutto di una mediazione fra le forze politiche dell’immediato dopoguerra.</p>
<p>Il malessere di quei compagni che parlano di Resistenza tradita – scrive Prospero – lascia la loro vita nel disagio e nell’impotenza, in attesa di tempi migliori. Per i giovani, invece, “quei tempi migliori già albeggiano. Forse non in Italia o nel piccolo recinto reggiano in cui continuiamo disciplinatamente a militare, ma senza dubbio in quel mondo delle lotte comuniste e anti-coloniali, di cui apprendiamo le novità dalle letture e dalle discussioni fatte in sezione o alla Casa del Popolo. Diviene contraddittoria e opaca la luce dell’URSS, dopo le trasformazioni causate dal XX Congresso e in seguito all’esito della crisi dei missili a Cuba. Sale l’ascendente della Cina Maoista, i cui sviluppi (condizionati come siamo dalle posizioni del Partito) cogliamo però ancora parzialmente. Sono invece il dispiegarsi del filo rosso della Rivoluzione cubana e la possente spinta anti-coloniale del Terzo Mondo, a entusiasmarci senza riserve”.</p>
<p>C’è lo schiaffo della Baia dei Porci, quando, nel 1961, l’esercito cubano respinge l’attacco dei mercenari anti-castristi. C’è la rivoluzione che si estende in America Latina e in Africa. Le guerre di liberazione del Congo, dell’Algeria, dell’Angola, della Guinea Bissau, producono eroi politici quali Patrice Lumumba, Agostino Neto o Amílcar Cabral. Quei giovani emiliani capiscono “che è giusto lottare e che è possibile vincere”.</p>
<p>Soprattutto, dal 1964 in poi, inizia a farsi strada l’interesse per quella parte del Sud-Est asiatico che porta il nome di Vietnam: “una terra in cui era già stata vinta una importante battaglia contro il colonialismo francese”. Negli anni seguenti, il conflitto per la vita e per la morte, ingaggiato dal popolo vietnamita contro “la piovra più grande dell’imperialismo”, quella nordamericana, porterà i vietnamiti a diventare “la luce di tutti i movimenti e di tutte le speranze rivoluzionarie”.</p>
<p>Speranze che si uniscono all’indignazione per gli assassinii di Lambrakis in Grecia e di Grimau in Spagna, entrambi del ’63 e per l’esecuzione di Malcom X a Harlem nel febbraio del ’65, che producono mobilitazione anche a Reggio Emilia, contro il fascismo e il razzismo. Speranze alimentate dalle notizie sulle lotte in America Latina, sulle rivolte dei ghetti negli USA e sulla nascita delle Pantere nere di Newton e Bobby Seale. Sullo sfondo, il dibattito sull’analisi della fase e sulle condizioni rivoluzionarie, motivato dallo scontro tra il partito comunista cinese e il PCI di Togliatti.</p>
<p>Tutto questo in un contesto italiano marcato dai pericoli di colpi di Stato che inducono molti dirigenti del Partito a dormire fuori casa, i militanti a presidiare le sedi e a passare ogni sera davanti alle caserme per controllare se le luci degli edifici sono ancora accese, poiché girano voci di manovre e di mobilitazioni speciali dell’esercito. Sono i famosi “rumori di sciabole” di cui si parlava spesso allora e che troveranno conferma nelle inchieste dell’Espresso anni dopo, quando verranno alla luce i programmi del Sifar dei De Lorenzo, dei Segni coi loro golpe bianchi o neri, tentati o recitati, o del Piano Solo.</p>
<p>Intanto – scrive ancora Gallinari – “le discussioni fatte in sezione, la consultazione dei documenti approvati dalla Direzione provinciale e nazionale, la lettura quotidiana dell’Unità provocano sempre più spesso dubbi circa la linea ufficiale del Partito. Si era cominciato con le divergenze sugli scontri del 1962, avvenuti a Torino in piazza Statuto, si era continuato con gli incidenti degli edili romani e con quelli dei braccianti meridionali. In ciascuna di queste occasioni, la prudenza del Partito, la sua inclinazione a condannare ‘gli estremismi’ delle lotte, sconcertano la nostra irruenza giovanile, inducendoci a critiche molto appassionate”.</p>
<p>Quelle discussioni, appaiono però ancora come “battibecchi interni, divergenze tattiche e non strategiche, che al massimo possono produrre dissensi e schieramenti anche un po’ folcloristici, come quello tra ingraiani e amendoliani, che, a livello nazionale, animano la vita del Partito, culminando nel congresso del ’66 a Roma”.</p>
<p>Ma per il giovane Gallinari, così come per molti altri ragazzi della FGCI di allora, i più forti motivi di attrito arrivano con la notizia dell’uccisione del Che Guevara in Bolivia. Prima di andare col trattore al caseificio a ritirare il siero del latte per i maiali, Prospero passa di straforo alla vicina sezione. Decide di esporre a lutto tutte le bandiere che trova, e mette canzoni di lotta e di protesta a tutto volume. Quando torna dal lavoro, si becca però la sfuriata del segretario di sezione: il ragazzo ha “sbagliato nel metodo e nel merito”, giacché “Che Guevara era un trozkista, un avventurista: tutto fuorché un comunista da commemorare ufficialmente”.</p>
<p>Una crepa che diventerà incolmabile con quel PCI che, mentre a parole vive sul mito delle lotte passate, “nel lavoro politico quotidiano, tende sempre più a governare la situazione locale attraverso continui compromessi”. Gallinari, invece, ha scelto “il filo conduttore di parole d’ordine come quelle del Che Guevara: costruire 10, 100, 1000 Vietnam”. Una contraddizione in termini che si evidenzia maggiormente durante le manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Nell’autunno ’67, viene indetta la marcia della pace, organizzata in modo unitario da varie componenti della sinistra, comprese alcune nuove realtà extraparlamentari: come i primi gruppi guevaristi, Falce e Martello, i trozkisti della Quarta Internazionale e due o tre associazioni del mondo cattolico.</p>
<p>Per il sedicenne Gallinari, quel mese di marce, iniziative, dibattiti e assemblee, di incontri con persone diverse “costituisce un bel viaggio di formazione”. Si tratta di camminare per 30-40 km al giorno, di fare propaganda davanti alle fabbriche, di organizzare assemblee nelle scuole o nei teatri dei vari paesi toccati dalla marcia. E anche di scontrarsi con la polizia davanti all’ambasciata USA a Roma.</p>
<p>Ma è un’altra iniziativa, pochi mesi dopo quella marcia, nella seconda metà del ’68 a far traboccare il vaso delle differenze e delle incomprensioni all’interno della FGCI di Reggio Emilia. Si tratta di una “mobilitazione unitaria e pacifica” sulla situazione in Indocina, che si dovrà tenere a Firenze e che ha tra i promotori, oltre alla FGCI, anche i giovani dell’Azione Cattolica, delle Acli, e varie associazioni giovanili del mondo catto-democristiano.</p>
<p>La consegna è quella di sfilare senza bandiere e con le candeline accese. Ma come, si chiedono quei giovani, il mondo sta insorgendo e noi “veniamo spediti con i nascenti ciellini a smoccolare candeline”? Il conflitto esplode, il dissenso viene reso pubblico e la sezione viene commissariata.</p>
<p>Perché ci siamo soffermati a lungo su questi episodi? Perché, come spiega Gallinari, da lì inizia il percorso che porterà in breve tempo alla costituzione del gruppo detto “dell’appartamento”, e in seguito all’espulsione di molti di quei giovani militanti dal Partito. Ma prima, Prospero racconta un episodio indicativo. L’incontro, durante una scampagnata sul monte Cusca, con un “quadro intermedio del PCI di Reggio” che, fingendo di governare le pecore in una zona dove “l’erba non cresce e le pecore possono al massimo brucare qualche radice di arbusti”, custodiva le armi partigiane, “con la meticolosità di un rivoluzionario professionale”.</p>
<p>Nel periodo che va dalla fine del ’68 ai primi mesi del ’69, si divarica il percorso fra chi “punta sulle candeline di Firenze” e chi, anche fra larghi strati del PCI, non ne condivide la prospettiva. “Fuori l’Italia dalla Nato e fuori la Nato dall’Italia” è ancora una parola d’ordine non proscritta all’interno del PCI, come invece accadrà con le successive svolte decise da Berlinguer.</p>
<p>A Miramare, vicino a Rimini, dove si trovava e si trova una base Nato, ci si scontra con la polizia, ma anche con la linea dei dirigenti locali del Partito che parlano di una mobilitazione “fomentata da provocatori inseritisi subdolamente nella manifestazione”. Finché, uno dei compagni in testa al corteo decide di estrarre la tessera del Partito e di mostrarla, presto imitato da molti altri militanti, “per mettere in chiaro a quale famiglia appartengono i sobillatori”. La via italiana al socialismo – scrive Gallinari – resta l’unico punto fermo per quei preoccupati dirigenti: verso quale socialismo, però, è ben difficile comprendere”.</p>
<p>E il motore della storia gira veloce. Ben più veloce della complessità defatigante in cui si consuma la convivenza delle varie anime esistenti allora nel PCI. “La locomotiva della lotta di classe che sta divorando le rotaie del pianeta, e sembra aver guadagnato un potere d’impatto inarrestabile” accelera gli avvenimenti, attira l’entusiasmo di quei giovani. Un fiume di lotta che straripa da Parigi a Berlino, Roma, Torino, Milano con una radicalità a cui il PCI risponde principalmente con scomuniche e anche con manganellate.</p>
<p>È in quel contesto che, nei primi mesi del ’69, un gruppo di giovani militanti reggiani, di cui fa parte Prospero Gallinari, decide di affittare un appartamento a duecento metri dalla sede centrale del Partito. Un luogo di incontro e di studio sui testi di Mao, gli scritti del Che, di Frantz Fanon… per chiunque voglia cercare risposte agli eventi fuori dai recinti stabiliti fino ad allora dal Partito.</p>
<p>Si scoprono allora i Quaderni Rossi di Panzieri, che erano al centro del dibattito dell’estrema sinistra già da 7-8 anni, Classe Operaia di Tronti, i Quaderni Piacentini di Cherchi, Bellocchio, Bologna, le pubblicazioni delle edizioni Oriente. Altre chiavi per rileggere la storia recente dell’Italia a partire da analisi e tesi politiche prodotte dalla sinistra estrema che consentono di “illuminare il nuovo scenario in costruzione e di rappresentare l’elemento costitutivo di una nuova collocazione politica e di una nuova identità”.</p>
<p>Più che imparare dai testi scritti, il gruppo si propone però di andare a scuola dalle lotte, di cercare sbocchi concreti a quella che si sarebbe sempre più evidenziata come una crescente domanda di potere che saliva dai settori popolari.</p>
<p>È importante ricordare la composizione del gruppo dell’appartamento. Vi confluiscono buona parte dei militanti attivi della FGCI, qualche psiuppino, alcuni anarchici, alcuni compagni singoli che cercano di avvicinarsi alla politica, alcuni cattolici del gruppo One Way, movimento giovanile cattolico molto legato, negli anni Sessanta, alla realtà cattolica dell’America Latina e ai movimenti rivoluzionari del continente.</p>
<p>Arriva, però, l’aut-aut del PCI: chi persiste a frequentare l’appartamento, verrà espulso. Qualcuno tornerà indietro, altri continueranno quel percorso, che darà luogo al Collettivo Politico Operai e Studenti.</p>
<p>Ma la rottura, oltreché nell’analisi, si consuma nella lotta di classe. Emblematico il racconto sui fatti del 1° maggio del 1969 a Reggio Emilia. I dirigenti del PCI e dei sindacati vogliono una manifestazione unitaria, senza bandiere “che dividano i cittadini”. Il gruppo dell’appartamento, che sta raccogliendo la rabbia dei giovani operai provenienti dalla collina circostante e dalle zone di campagna, la pensa diversamente: vuole che, conformemente al clima di contestazione esistente nel paese, le manifestazioni “ufficiali” si connotino “come momenti di lotta e di identità, da ricondurre a un forte elemento di classe e comunista”.</p>
<p>E così, pur marcati a vista dal servizio d’ordine, il gruppo riesce nell’iniziativa organizzata per radicalizzare quella manifestazione. Dai portoni laterali, spuntano alcuni compagni con bracciate di bandiere rosse, che vengono distribuite nel corteo e accolte con entusiasmo, mentre dal pubblico a lato della strada parte un applauso scrosciante. Una parte delle aste delle bandiere è fatta con manici da piccone: di quella forma che, negli anni Settanta, diventerà famosa come gli stalìn.</p>
<p>Scrive Gallinari: “Le prime tre file di militanti che stanno in testa al nostro gruppo brandiscono le aste. Quando il cordone del servizio d’ordine crea il vuoto tra noi e il resto del corteo che entra in piazza, la nostra avanguardia punta i bastoni in avanti, e parte a passo di carica. L’avevamo visto fare nei servizi televisivi trasmessi dai telegiornali sugli scontri sostenuti dagli studenti nelle università e nelle piazze giapponesi, e ci era piaciuto. Il cordone del PCI e del sindacato si scompone in un attimo. Con la spinta della carica, il nostro pezzo di corteo entra di corsa nella piazza, sotto il palco, urlando e cantando canzoni di lotta. Quel giorno a Reggio si è rotto veramente qualcosa”.</p>
<p>Il livello di organizzazione deve adeguarsi alle nuove condizioni. È un dibattito che attraversa tutti i gruppi e le realtà politiche presenti nello scontro italiano, che sorgono e si scompongono alla velocità delle lotte. Vi sono moltissimi circoli intestati a padri e madri del movimento operaio, e altrettante sigle ispirate alle varie correnti del marxismo e dell’anarchismo. A Milano, c’è un forte Movimento di studenti della Statale. Presto nasceranno Lotta Continua, Avanguardia Operaia, il Manifesto.</p>
<p>Intanto, il gruppo dell’appartamento cerca contatti e alleanze fuori da Reggio Emilia per la costruzione di un nuovo progetto politico. Inizia il confronto con Renato Curcio e Mara Cagol, che hanno appena consumato l’esperienza dell’Università Negativa di Trento, e sono convinti – come altri militanti dell’area di Lavoro Politico – che occorra mettere al centro della ricerca e dell’intervento politico le tensioni presenti nel movimento operaio delle grandi fabbriche delle metropoli.</p>
<p>Poco dopo, arriva a Reggio anche Raffaello De Mori, leader del Comitato Unitario di Base (CUB) della Pirelli di Milano. I CUB si stanno formando anche alla Sit-Siemens, all’Alfa, alla Marelli, all’Ibm, mostrando la grande fabbrica milanese come il cuore dello scontro. Curcio e Cagol lasciano Trento per Milano, intensificando i loro contatti con il CUB della Pirelli.</p>
<p>Il gruppo dell’appartamento è confluito nel Collettivo Politico Metropolitano. Fuori dalla fabbrica, l’unità dei temi operai col sociale, produce azioni di disobbedienza e rifiuto di massa a pagare il biglietto, che pesa sul magro salario dei lavoratori che vengono da zone distanti. Lo slogan: “Il trasporto si prende, l’abbonamento non si paga”, si unisce alle parole d’ordine di chi, nelle città del Nord, grida: “Riprendiamoci la città”, e “La casa si prende, l’affitto non si paga”.</p>
<p>La discussione, all’interno del Cpm ma non solo, verte allora sulla necessità di costruire l’organizzazione rivoluzionaria, pensando possibile – dato il quadro internazionale e nel contesto di crisi globale del capitalismo – la possibilità di una prospettiva rivoluzionaria e comunista. A Reggio si iniziano i corsi su come costruire le molotov, già usate in diverse occasioni nelle manifestazioni, ma ancora poco conosciute. Il Cpm evolve verso la nuova formazione di Sinistra Proletaria, che darà luogo, nel 1970, all’omonima rivista, a seguito del Convegno di Chiavari, che si svolse l’anno prima.</p>
<p>In un opuscolo dal titolo “Lotta sociale e organizzazione nella metropoli”, si afferma, in riferimento alla strage di piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, che la borghesia ha già scelto l’illegalità, e dunque “la lunga marcia rivoluzionaria nelle metropoli è l’unica risposta adeguata. Essa deve cominciare oggi e qui”.</p>
<p>Nella successiva riunione di Costaferrata – erroneamente passata alle cronache come Convegno di Pecorile – emerge un’opzione soggettivamente diversa da quella dei “gruppi”, nata dalla consapevolezza che “contro il padrone armato non si va disarmati”. Su Sinistra Proletaria si legge: “Noi oggi siamo forti, ma siamo ancora disarmati, siamo senza organizzazione rivoluzionaria. Costruire l’organizzazione capace di dirigere non la lotta rivendicativa, ma lo scontro politico con il potere dei padroni, è oggi il primo compito dell’autonomia proletaria”.</p>
<p>Sui tempi e i modi di costruire l’organizzazione, il gruppo dell’appartamento si spacca. Le Brigate Rosse iniziano le azioni di propaganda, spiegate dal giornale Nuova Resistenza, già nei primi mesi del ’72. Così Moretti, uno dei fondatori delle Br, spiega l’internità alle fabbriche nel libro-intervista con Rossana Rossanda e Carla Mosca intitolato Brigate Rosse, una storia italiana, edito da Anabasi: “Una volta, dopo il sequestro Macchiarini, un compagno cui chiesero che cosa producesse la Siemens rispose: telefoni e brigatisti, in ugual proporzione”.</p>
<p>Mentre nella sinistra italiana si dibatteva accanitamente sulle vie legal-parlamentari e sui metodi rivoluzionari, inclusi quelli violenti, la borghesia aveva già deciso di bloccare qualunque ipotesi di trasformazione pacifica della società, come ha evidenziato, nel corso degli anni, la scoperta dei patti segreti stipulati in sede NATO, e come avvalorato da tutto il corso successivo degli anni ’70, costellato di stragi di Stato, tutt’ora impunite. Una realtà che porta a valutare ben diversamente la strategia del compromesso storico.</p>
<p>Dopo la strage di Piazza Fontana, la discussione sulla rottura rivoluzionaria era nelle cose. Si discuteva sulle diverse strategie da adottare. Occorreva privilegiare la lotta di massa, oppure lo stragismo di Stato imponeva anche ai comunisti di affrontare l’uso della forza? E qualora una qualche violenza si reputasse necessaria, che forme doveva assumere nell’intreccio di lotte di massa e bisogni organizzativi proprio di quel periodo?</p>
<p>Domande che, come si è visto prima, infiammarono la dialettica politica dei gruppi a sinistra del PCI negli anni immediatamente successivi al ’68-69. Comune a tutte le sfumature era però l’idea che occorresse evitare ogni timore nei confronti del blocco al potere, e che il potenziale di massa e anche elettorale accumulato dall’intera sinistra nella prima metà del decennio, fosse sufficiente a imprimere una netta rottura del “continuum democristiano” affermatosi dal 1948 in avanti.</p>
<p>Come si sa, non era questa la posizione del PCI. Dopo il colpo di stato in Cile contro Allende dell’11 settembre ’73, il partito di Berlinguer giunse alla conclusione che nessuna alternativa di sinistra sarebbe stata praticabile, pena il far scivolare l’Italia nel caos, favorendo soluzioni autoritarie. Le istituzioni nate dalla resistenza, proprio perché sottoposte a un attacco, sia da destra che da sinistra, andavano difese con un atteggiamento prudente e responsabile, che scongiurasse ogni possibilità di un golpe alla cilena.</p>
<p>D’altra parte, ogni deviazione da quella “compostezza democratica” era senz’altro funzionale a una sorta di piano globale teso a impedire l’accordo tra le “forze sane” della DC e i rappresentanti ufficiali del movimento operaio. Peccato che le forze sane del partito di maggioranza relativa, erano in realtà le stesse forze che istituivano l’organizzazione parallela Gladio preparando, per indicazione nordamericana, progetti di reazioni armate a possibili vittorie della sinistra. La difesa dello “Stato nato dalla Resistenza”, finiva così per essere la difesa delle strutture di Gladio, della P2, e di tutto quello che si muoveva all’ombra dei servizi segreti italiani e della Cia.</p>
<p>Il forsennato attacco all’estrema sinistra, considerata dal PCI quasi un insieme di provocatori prezzolati dal nemico, finiva per indebolire l’unico fronte capace di reagire con una certa combattività alle vere manovre reazionarie dello Stato.</p>
<p>A essere penalizzati furono prima di tutto i cosiddetti “gruppi” (Lotta Continua, Avanguardia Operaia, PDUP-Manifesto), che si erano assegnati la funzione di pungolare da sinistra il PCI affinché continuasse sulla strada dell’alternativa.</p>
<p>Poi, venne vanificata l’aspettativa di cambiamento generata fra le masse dai successi elettorali comunisti del ’75-76. Infine, si determinò una frizione crescente fra gli apparati del PCI e del sindacato e i lavoratori refrattari ad accettare l’“austerità” varata dai governi della solidarietà nazionale, e di cui PCI e strutture confederali si erano fatti garanti presso la classe operaia.</p>
<p>In questo quadro, da un lato la lotta armata della BR crebbe di intensità e di estensione, dall’altra prese corpo la risposta statal-poliziesca conosciuta sotto il nome di emergenza. L’emergenza, prodotto dei governi di solidarietà nazionale e della maggioranza parlamentare che li sosteneva, basandosi sulla retorica dello Stato democratico, prese di mira tutto ciò che contrastava l’alleanza DC-PCI. Le organizzazioni armate di sinistra vennero combattute con ogni mezzo: da quelli militari a quelli psicologici, da quelli politici a quelli della tortura, da quelli giuridico-penali a quelli della disinformazione. L’emergenza fu, però, fin da subito, una cultura, una ideologia, un modo stesso di intendere la nozione di conflitto, per cui le lotte sociali dovevano rientrare nel recinto stabilito dalle rappresentanze istituzionali, o essere criminalizzate senza quartiere.</p>
<p>Ne seppe qualcosa il movimento del ’77: una straordinaria fucina di linguaggi critici della modernità capitalista che venne combattuto dallo Stato, calunniato da PCI e infine azzerato tra repressione e montature giudiziario-poliziesche. Stessa sorte toccò all’autonomia operaia che, su esplicito suggerimento del PCI, dovette subire la cosiddetta inchiesta del 7 aprile che portò in carcere un bel numero di suoi dirigenti.</p>
<p>L’alleanza tra DC-PCI ha chiuso così, con un apparato repressivo di grandi proporzioni e un armamentario di simboli securitari, gli spazi di agibilità politica per un’opposizione radicale. E ha consegnato la storia di quel conflitto alla damnatio memoriae a un’emergenza infinita. Un passaggio sul terreno politico, come proposto da Gallinari e da altri compagni del gruppo storico delle BR – un passaggio, per intenderci, come quello compiuto dai Tupamaros in Uruguay –, non si è dato.</p>
<p>La storia poteva andare diversamente dopo lunghi anni di compatibilità del PCI con la democrazia borghese? Può andare diversamente? Forse sì, se si smette di considerare l’accumulo di forza legale come un patrimonio da “spendere” solo in vista della lotta parlamentare, e non come un potenziale per preparare e dirigere nuove insorgenze sociali. Il laboratorio degli anni ’70 resta ancora, a questo riguardo, una straordinaria fucina a cui attingere.</p>
<p><em>https://www.cumpanis.net/ </em></p>
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		<title>Lenin: Un genio rivoluzionario</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jan 2020 18:07:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/01/lenin-siberia-1280x668.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6287" title="lenin-siberia-1280x668" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/01/lenin-siberia-1280x668-300x156.jpg" alt="" width="300" height="156" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>…<br />
Ho paura che una corona sulla sua testa<br />
possa nascondere la sua fronte<br />
così umana e geniale,<br />
così vera. Sì, io temo<br />
che processioni e mausolei,<br />
con la regola fissa dell’ammirazione,<br />
offuschino d’aciduli incensi<br />
la semplicità di Lenin; io temo,<br />
come si teme per la pupilla degli occhi,<br />
ch’egli venga falsato<br />
dalle soavi bellezze dell’ideale.<br />
…<br />
V. Maiakovsky<br />
<strong>1. Il destino dei grandi</strong><br />
Se è scontato (ed opportuno) che si discuta il pensiero e l’operato dei grandi del passato, non dovrebbe essere altrettanto scontato (ed opportuno) che ci si accanisca contro di loro, criminalizzandoli, quando il loro pensiero e la loro azione sono in contrasto con il nostro modo di vedere di oggi o, peggio ancora, per pura strumentalità. Succede soprattutto ai rivoluzionari, in verità, ma anche a filosofi eccezionali, come Hegel ad esempio. E così, nell’ottantesimo anniversario della morte, è toccato a Lenin, un genio della politica come vedremo, essere vilipeso e caricato di una montagna di responsabilità da coloro che, sotto la sapiente (!?) guida di Silvio Berlusconi o forse sarebbe meglio dire del mondo del politicamente corretto, operano con tenacia alla criminalizzazione del comunismo. Operazione, a dire il vero, cominciata ben prima dell’arrivo del cavaliere alla ricerca del comunismo inesistente.<br />
Eppure l’esperienza storica del comunismo (1917-1991), consumatasi nell’arco del secolo breve, secondo la felice definizione di Hobsbawn, ha inizio a sette anni dalla morte di Lenin, che dunque ha potuto poco, quale che fosse la sua diabolica influenza, sulla evoluzione complessiva dell’esperienza comunista.<br />
Certamente Lenin contribuì, con la sua genialità, a trasformare una guerra imperialista, un massacro immondo, che rimane ancora privo di diaboliche responsabilità, in una rivoluzione, la Rivoluzione d’ottobre, contro un potere oppressivo, quello degli zar, in una Russia dalla quale, chi poteva, fuggiva. Tanto per fare un esempio scelto a caso, più di un milione di ebrei emigrò dalla Russia, negli anni che vanno appunto dal 1882 al 1914, per la quasi totalità negli Stati Uniti, oltre che, in minima parte, in Palestina.<br />
Non è mia intenzione polemizzare con i “maestri” di storia dei nostri quotidiani, che si sono accaniti con Lenin, né con le assai prudenti e ahimè modeste risposte che a costoro sono state date sulle pagine di Liberazione, quanto piuttosto ripercorrere, da ammirato estimatore, il percorso seguito da Vladimir Iljic Uljanov nella sua breve quanto emozionante vita di rivoluzionario. Ripeto, del riferimento a questa criminalizzazione mi sono servito soltanto per un incipit di totale presa di distanza dal modo di concepire una rievocazione e soprattutto la Storia.<br />
E, visto che mi è scappata la maiuscola, è opportuno indicare a chi mi sono ispirato, derubandolo spesso anche nella formulazione del testo. Si tratta dello storico e filosofo Massimo Bontempelli, del quale non mi stancherò mai di elogiare le capacità, anche narrative.<br />
In particolare, mi riferisco a quel prezioso libro ” Il respiro del Novecento, Percorso di storia del XX secolo” uscito nel 2003 per i tipi della C.R.T. di Pistoia. Un libro scritto per coloro che amano la storia, per coloro che si occupano di politica e vogliono farlo in modo storicamente consapevole e soprattutto per gli studenti. La società in cui viviamo è una società interamente dominata dal mercato e continuamente riplasmata dai suoi automatismi, e non ha più riferimenti che la preservino da mutamenti umanamente devastanti. Perciò la nostra società, i giovani soprattutto, hanno bisogno di un’educazione all’autonomia di pensiero e al valore della personalità spirituale dell’uomo. Ed è proprio la conoscenza storica, in quanto conoscenza particolarmente in grado di far emergere possibilità antropologiche cancellate dall’attuale sviluppo sociale, ma custodite nella memoria del passato, che può favorire tutto questo.<br />
Riconciliatomi con un orizzonte di senso molto significativo, affronto questo lavoro che, da solo, non avrei nemmeno osato pensare di cominciare, e del quale però mi assumo totalmente la responsabilità.<br />
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<p><strong>2. Ma chi era Lenin?</strong><br />
…<br />
Ma chi è dunque? Quali gesta ha compiuto? Di dove viene quest’uomo di ogni uomo più umano?<br />
Vladimir Uljanov nacque a Simbirsk, cittadina sul Volga, il 10 aprile 1870. Il padre, Ilja Ulianov, si era laureato e con una brillante carriera era diventato ispettore scolastico regionale ottenendo la nobiltà per meriti di servizio. La madre, Maria Blank, aveva rinunciato all’insegnamento per il matrimonio, seguendo però attivamente l’impegno del marito, che proprio a Simbirsk era stato inviato a sovrintendere a quattrocento scuole della regione circostante.<br />
Vladimir Uljanov visse perciò un’infanzia tranquilla, in una casa circondata dal verde, in una famiglia numerosa, di rango sociale elevato e molto stimolante<br />
intellettualmente. Nel 1879, all’esame d’ammissione al ginnasio-liceo, una scuola esclusiva, risulta primo. Negli anni seguenti, ha sempre il voto più alto in tutte le materie, sulle orme del fratello maggiore Aleksandr, studente di matematica all’università di Pietroburgo. Vladimir Uljanov vive felicemente, la facilità di studio è per lui gratificante, i viaggi d’estate nelle diverse zone del Volga lo entusiasmano.<br />
Ma, purtroppo, di colpo, il periodo spensierato finisce. Il 12 gennaio 1886, muore improvvisamente il padre. Non ancora sedicenne, Vladimir Uljanov non regge psicologicamente e reagisce con aggressività nei confronti della madre, che accusa inconsciamente della morte del padre. Per fortuna, il fratello Aleksandr torna da Pietroburgo e si fa carico della famiglia. Ma, soltanto un anno dopo, Aleksandr che, all’insaputa di tutti, militava tra i narodniki, viene arrestato con l’accusa di aver partecipato a un piano per assassinare Alessandro III, mai attuato. All’alba dell’8 maggio 1887, Aleksandr viene impiccato.<br />
Questa volta la reazione di Vladimir è del tutto diversa. Consola la madre, aiuta il fratello e la sorella minori, studia superando la maturità con il massimo dei voti in tutte le materie. Ma la tragedia della sua famiglia continua. Proprio ad un anno di distanza dalla morte del fratello, muore Olga, sua sorella maggiore. L’evento porta la madre sulla soglia del suicidio. L’isolamento della famiglia è fortissimo, in quanto imparentata con un terrorista regicida. Vladimir convince allora la madre a vendere la casa e a trasferirsi a Kazan, dove frequenta la facoltà di giurisprudenza.<br />
Gli eventi drammatici hanno segnato sicuramente Vladimir Uljanov. In particolare, un’identificazione con il fratello ucciso, lo riempie di odio per i Romanov e lo spinge a conoscere la galassia dei gruppi ostili al regime zarista. Mentre studia a Kazan, milita tra i narodniki ma resta colpito dagli scritti, trovati tra le carte di suo fratello, di Nikolay Cernysevskij che, senza fare alcuna concessione all’ideologia dei narodniki, considerava la monarchia zarista barbara e parassitaria, auspicava una rivoluzione popolare che la travolgesse, sostenendo invece la necessità dell’industrializzazione, attuata in un quadro democratico caratterizzato dal governo parlamentare, dal suffragio universale, dal voto alle donne e da una scuola moderna.<br />
Come se non bastasse, Vladimir Uljanov viene espulso dall’università di Kazan per aver partecipato ad una manifestazione studentesca. Riesce ad ottenere l’autorizzazione ad iscriversi a quella di Pietroburgo (a 3000 chilometri da casa!). Anche la famiglia lascia Kazan, trasferendosi in una tenuta presso Samara, più a sud, sempre sul Volga. Nei cinque anni (1888-1893) trascorsi tra Pietroburgo e Samara, fa le letture decisive per la sua formazione ideologica: Socialismo e lotta politica di Plekanov che lo orienta decisamente verso il marxismo, il primo libro de Il Capitale e Per la critica dell’economia politica di Marx.<br />
Laureatosi nel 1893, si trasferisce a Pietroburgo per fare l’avvocato. In maggio è in Svizzera, dove conosce i membri del gruppo Emancipazione dal lavoro, in particolare Plekanov, e con essi prende accordi per stabilire legami permanenti. Alla fine di giugno è a Parigi, dove conosce Paul Lafargue. Segue un soggiorno a<br />
Berlino di più di un mese, dove studia la letteratura marxista. A settembre torna in Russia dove con altri giovani intellettuali divenuti marxisti dà vita, nel 1895, all’Unione per la liberazione della classe operaia. E la polizia politica zarista, l’Ochrana, li arresta tutti. Vladimir Uljanov, arrestato il 9 dicembre 1895, resta in carcere per un anno. Il procuratore dello zar non trova nessun reato specifico di cui accusarli e non li rinvia ad un processo, ma considerandoli rivoluzionari chiede per loro l’esilio amministrativo interno, che comporta l’obbligo a risiedere per tre anni in sperduti villaggi della Siberia. Vladimir Uljanov deportato in Siberia, nel villaggio di Sciscenkoje vi resta dal 1897 al 1900, e si sposa con Nadezda Krupskaja, una giovane e colta rivoluzionaria, figlia di un ufficiale, un refusnik ante litteram, destituito per essersi rifiutato di agire crudelmente contro ribelli polacchi. Pur deportato, Vladimir Uljanov continua ad avere contatti con i centri dirigenti del movimento operaio in Russia e con il gruppo Emancipazione dal lavoro all’estero, è in corrispondenza con i socialdemocratici deportati in altre località, oltre che lavorare a Lo sviluppo del capitalismo in Russia.<br />
Berlusconi, consultato sull’autocrazia russa, da noto esperto, direbbe che in realtà anch’essa, come il regime fascista poi, mandava i suoi oppositori politici in villeggiatura!<br />
Alla fine del maggio 1900, termina l’esilio siberiano e Vladimir Uljanov, prima di andarsene in esilio volontario in Svizzera, dove pensa di poter lavorare a fianco dell’idolatrato maestro di marxismo, Plechanov, viaggia per tutta la Russia, per incontrare i socialdemocratici di diverse località e concordare con loro la collaborazione ad un giornale che intende creare. Il 16 giugno parte per Zurigo, per poi spostarsi a Ginevra e a Monaco di Baviera. Il rapporto con Plekanov però lo delude, per la scarsa inclinazione all’azione politica del maestro e la “gelosia” nei confronti di chi voglia agire in nome del marxismo. In particolare, Plechanov ostacola l’idea di Vladimir Uljanov di rivitalizzare, potenziandone le possibilità di proselitismo, il partito operaio socialdemocratico russo fondato formalmente nel 1898, con la creazione di un giornale clandestino. Ma Vladimir Uljanov non desiste. Nel dicembre del 1900, esce il primo numero del giornale. Nel corso del 1901 trova una stamperia, alcuni redattori colti marxisti, capaci di scrivere in modo comprensibile per un vasto pubblico, corrieri da inviare in Russia e, in Russia, diffusori clandestini. Riesce così nella straordinaria impresa di far uscire e far circolare dodici numeri dell’Iskra (scintilla, capace di far divampare il fuoco della rivoluzione, questo è il senso attribuito al titolo).<br />
Con l’Iskra Vladimir Uljanov si consacra come capo rivoluzionario. E dunque è già conosciuto quando nel 1902 espone in un libretto, Che fare?, le sue idee sulla rivoluzione. Proprio questo libretto, che fa di lui il dirigente più famoso e discusso negli ambienti rivoluzionari marxisti, è firmato con lo pseudonimo di Lenin, uomo della Lena. La Lena è il maggior fiume della Siberia dove, prima di Vladimir Uljanov, era stato deportato più a lungo e più brutalmente Cernysevskij, colpevole soltanto di aver scritto romanzi sgraditi al regime zarista. Dunque, in omaggio a Cernysevskij, Lenin sceglie il titolo del suo libretto del tutto identico a<br />
quello di un romanzo di Cernysevskij. Il nome di Lenin evoca ad un tempo la deportazione siberiana e l’oppressione del potere dei Romanov.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/01/lenin_940.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6288" title="lenin_940" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/01/lenin_940-300x127.jpg" alt="" width="300" height="127" /></a><br />
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<p><strong>3. La Russia prima di Lenin</strong><br />
…<br />
Sua Altezza il Capitale,<br />
senza corona e diadema,<br />
piegava in schiavitù la forza contadina;<br />
la città derubava e saccheggiava<br />
e impinguava l’obesa pancia<br />
delle sue casseforti.<br />
Come si è visto non doveva essere facile, per un democratico, figuriamoci per un rivoluzionario, vivere nella Russia dei Romanov. A questo punto è però necessario, per non confinare su di un piano puramente astratto Lenin, sempre teso, al contrario, a misurare la teoria con la realtà circostante (l’analisi concreta della situazione concreta), fornire un quadro della società russa con la quale Lenin si misurerà.<br />
Ricostruiremo perciò, con la brevità che un articolo di una rivista impone, il contesto storico che va dal 1825 al 1914, dividendolo in due parti, una che va dal 1825 al 1870, e l’altra che va dal 1871 al 1914. Non c’è un particolare motivo per questa suddivisione salvo che, nel primo periodo, arriveranno al pettine per l’autocrazia russa, nodi che essa punterà a risolvere proprio nel periodo che comprende la quasi totalità della vita di Lenin, vita dedicata a dare una soluzione del tutto opposta ai nodi di cui si diceva, oltre naturalmente al fatto che il 1870 è anche l’anno della nascita di Lenin.<br />
Lo zar Nicola I (1825-1855) sale al trono proprio in coincidenza con la repressione del moto insurrezionale di alcuni ufficiali dell’esercito favorevoli all’instaurazione di un regime costituzionale (detto decabrista per essere avvenuto nel dicembre 1825), che segna l’inizio di una profonda involuzione reazionaria della Russia, con la celebrazione del processo ai decabristi secondo le più barbariche tradizioni russe, che fa largo uso di torture come mezzi di inquisizione e di condanne a morte eseguite mediante squartamento (1826).<br />
Il settore più colto e occidentalizzato della nobiltà russa ne rimane tanto spaventato da smettere totalmente di occuparsi della vita pubblica. Proprio lo scopo che intendeva raggiungere lo zar, per instaurare una autocrazia totale, il cui strumento esecutivo è costituito da un apparato burocratico sempre più numeroso, gerarchizzato, disciplinato, e dotato, purché ubbidisca alle direttive dello zar, di poteri illimitati.<br />
Allo scopo di appoggiare questo apparato burocratico nel suo compito di subordinare tutte le sfere della vita sociale allo Stato autocratico, viene creata una polizia segreta, l’Ochrana (1827), che si serve di spie infiltrate dappertutto, dalle osterie ai salotti della nobiltà, dagli alberghi alle università. Ma, per tenere sotto controllo la formazione culturale dei giovani ed in genere ogni manifestazione di pensiero, per impedire sia l’infiltrazione di idee occidentali negli strati superiori<br />
della società, sia la possibilità che dalle scuole escano burocrati anche soltanto dubbiosi della necessità di una ubbidienza totale allo Stato autocratico e della piena validità delle tradizioni, Lo zar crea la cosiddetta Terza Sezione dello Stato, un organo di inquisizione sui sistemi di istruzione e sulle manifestazioni di pensiero (1828). Questa istituzione promuove una censura sulla stampa così rigida che i giornali si limitano a riprodurre i decreti ufficiali e che non vengono più pubblicate traduzioni di libri occidentali. Riorganizza in senso reazionario il sistema scolastico (1828), che porta all’esclusione di tutti coloro che non siano nobili dal diritto di frequentare lezioni universitarie, al divieto per i giovani anche nobili di frequentare università straniere, alla sostituzione, nelle facoltà giuridiche, dell’insegnamento del diritto bizantino al posto del diritto romano e moderno, alla soppressione dell’insegnamento della filosofia, all’obbligo per gli studenti di tutte le scuole di portare speciali uniformi e all’introduzione di una disciplina scolastica di stampo militare che prevede la fustigazione come punizione per infrazioni anche minime.<br />
<strong>3.1 L’autocrazia russa: crepe nel sistema del mir e nella servitù della gleba</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Nel 1849, con la seconda Restaurazione, non sembra esserci alternativa tra un prossimo divampare della rivoluzione borghese in Europa e un definitivo consolidamento dei regimi reazionari in tutto il continente. Alla base di questa seconda possibilità sembra esserci, ancora una volta, la potenza della Russia zarista, che appare la potenza continentale egemone come dopo le sue campagne vittoriose contro Napoleone. In realtà, la potenza russa è più apparente che reale. Infatti, la forza dell’autocrazia russa, era nata tra il XVIII e il XIX secolo, da un mondo contadino più vasto e popoloso di quello di qualsiasi altro paese europeo, capace di fornire quindi un numero di soldati molto maggiore, e organizzato secondo il sistema del mir, cioè della comunità di villaggio dotata di una certa autonomia ed economicamente autosufficiente. Il mir garantiva ai contadini russi la possibilità di autodeterminare diversi aspetti della loro vita quotidiana e offriva a ciascun individuo una certa protezione comunitaria contro gli arbitrii dei nobili e degli stessi funzionari dello Stato, oltre che contro le difficoltà individuali. Questi contadini, anche per la loro ignoranza, finché il mir ha funzionato come involucro protettivo, hanno preferito tollerare la loro posizione senza ribellarsi. E sulle loro spalle è stata costruita la potenza della Russia.<br />
Ma questa situazione va gradualmente modificandosi nel corso del XIX secolo. Si è infatti accentuata la tendenza, già assai forte, della nobiltà ad acquistare beni di lusso all’estero che richiedono pagamenti di grosse quantità di denaro, in nessun modo ottenibili dalle prestazioni in lavoro o in natura dovute dai servi della gleba. Per ottenere il denaro necessario, i nobili allora danno impulso a forma di attività economica che cominciano a disgregare il mir e ad indebolire le fondamenta della servitù della gleba. Per prima cosa i nobili aumentano le esportazioni di cereali e di cotone. Espandono perciò i latifondi nobiliari a scapito<br />
della terra tradizionalmente lasciata al mir, e intensificano progressivamente il lavoro contadino sul latifondo. Si avvalgono in certi casi delle fabbriche di possessione, che altro non sono che fabbriche in cui fanno lavorare senza altro compenso che non sia quello del puro mantenimento, i loro servi della gleba. Ma comunque il più diffuso metodo dei nobili è quello di sottrarre al mir una parte dei suoi contadini, non per sottoporli ancor più pesantemente alla servitù della gleba, ma al contrario per esonerarli da ogni altro onere derivante dalla loro servitù in cambio di un pagamento di un periodico tributo in denaro, detto obrok. I contadini soggetti all’obrok sono perciò autorizzati a disporre liberamente del loro tempo e del loro lavoro, anche abbandonando il villaggio e contraendo autonomamente contratti con estranei proprio per procurarsi di che pagare l’obrok. I contadini lo preferiscono infatti, ma sarà proprio l’obrok a disgregare la comunità di villaggio e a corrodere le fondamenta della servitù della gleba. Il mir infatti sentirà sempre meno tollerabili gli obblighi feudali per coloro che rimangono, senza poter offrire nessuna garanzia ai contadini soggetti all’obrok. Questi, risultano a tutti gli effetti, compresi quelli giuridici, servi della gleba e quindi tutte le concessioni fatte loro sono sempre revocabili. In definitiva, l’istituto della servitù della gleba finisce per apparire sempre più ingiusto ed assurdo anche agli occhi di chi ne è stato esonerato, per l’incertezza che fa gravare sulla loro sorte.<br />
<strong>3.2 L’autocrazia russa: perdita dell’egemonia in Europa</strong></p>
<p><strong></strong><br />
A questi fattori interni d’indebolimento del potere zarista, i cui effetti si faranno sentire progressivamente nel tempo, c’è da aggiungere un altro fattore le cui conseguenze sono pronte a manifestarsi in maniera dirompente. Si tratta del divario crescente tra lo sviluppo produttivo della Russia e quello dei principali paesi europei che hanno conosciuto l’industrializzazione capitalistica. Dalle loro industrie escono non soltanto beni di consumo e di investimento ma anche fucili, polvere da sparo, cannoni e altre attrezzature di tipo militare, mentre in Russia non c’è nessuna forma di industria moderna.<br />
Il controllo turco sugli Stretti (Bosforo e Dardanelli) soffoca sempre più le esportazioni russe verso l’Occidente proprio mentre l’aristocrazia russa ha sempre più bisogno di accrescere le esportazioni per poter pagare i costi sempre più elevati delle sue importazioni. La Turchia non si limita a pretendere tangenti sulle merci russe, ma vende in misura crescente merci che fanno concorrenza a quelle russe. Alla metà del secolo, il grano ed il cotone turchi venduti sul mercato inglese superano in quantità quelli russi. Nel 1853 lo zar Nicola I, per evitare il consolidamento di una situazione disastrosa per l’economia russa, si intromette nella contesa sorta tra ecclesiastici di diverse confessioni cristiane sul diritto di disporre di alcune chiese di Gerusalemme (che Henry Laurens chiamerà giustamente L’invention de la Terre sainte) e chiede al sultano di riconoscerlo come protettore della Chiesa greco-ortodossa dell’Impero turco, con il diritto di<br />
amministrazione dei suoi luoghi di culto in Palestina. Un tale riconoscimento implicherebbe il libero transito delle navi russe attraverso gli Stretti, necessario per garantire il collegamento tra Russia e Palestina, e creerebbe perciò i presupposti di una crescente influenza russa in Turchia. Il sultano non risponde e lo zar fa occupare militarmente, a scopo intimidatorio verso la Turchia, i principati di Moldavia e Valacchia.<br />
A questo punto, l’Inghilterra appoggia apertamente la Turchia, sia per conservare il diretto controllo del proprio commercio con il Vicino Oriente, che sarebbe minacciato da un’eventuale presenza della flotta russa nel Mediterraneo, sia per il crescente fabbisogno di cereali della sua popolazione e di cotone greggio della sua industria che la orientano a non dipendere soltanto dalla Russia per l’importazione di queste merci, ma anzi di comprare in quantità maggiore quelle meno costose prodotte dall’impero ottomano. Incoraggiato dall’appoggio inglese, il sultano si fa audace e invia un ultimatum allo zar nell’ottobre del 1853, intimandogli di sgombrare i principati danubiani entro quindici giorni, passati i quali la Turchia sarebbe entrata in guerra. E lo zar inizia la guerra contro la Turchia, prima ancora della scadenza dell’ultimatum. Certamente sa di dover affrontare non solo la debole Turchia ma anche la forte Inghilterra. Ma conta anche sull’alleanza dell’Austria, aiutata dalla Russia pochi anni prima nella riconquista dell’Ungheria, e sulla neutralità della Francia.<br />
Non è dunque preoccupato, se fiancheggiato dall’Austria, di dover lottare contro Turchia ed Inghilterra, sia per la grande debolezza della Turchia sia per la difficoltà dell’Inghilterra a tradurre il suo potenziale industriale in forza militare, sprovvista com’è di un esercito di leva. Ma i calcoli dello zar risultano completamente sbagliati: la Francia entra in guerra con l’Inghilterra a fianco della Turchia, e l’Austria alla gratitudine contrappone il proprio interesse. Non vale la pena di rischiare una guerra contro la Francia e l’Inghilterra soltanto per favorire l’espansione russa nei Balcani, e rimane neutrale.<br />
La guerra, dunque, iniziata tra Russia e Turchia nell’ottobre 1853, vede la dichiarazione di guerra di Francia e Inghilterra alla Russia nell’aprile del 1854, subito dopo le prime sconfitte turche. L’attacco franco-inglese punta a colpire la Russia là dove trova riparo la sua flotta da guerra del Mar Nero e da cui viene smistata la maggior parte delle armi in dotazione al suo esercito, e cioè nel porto e nella fortezza di Sebastopoli, in Crimea. E con il nome di guerra di Crimea, questo conflitto è passato alla storia. Come base per raggiungere la Crimea, le forze franco-inglesi occupano, con un clamoroso gesto di prepotenza internazionale, il porto del Pireo in Grecia (maggio 1854), anche allo scopo di paralizzare la tendenza filo-russa del re, reazionario, Ottone di Grecia. La Grecia subisce così un’umiliazione nazionale, e re Ottone rimane sul trono soltanto perché accetta di rendere il paese, di fatto, un protettorato dell’Inghilterra. In Crimea risulta chiaramente la superiorità militare delle forze franco-inglesi su quelle russe, per il fatto di avere alle spalle un’industria degli armamenti, anche se la loro esiguità numerica, accresciuta dalle vittime di una spaventosa epidemia di colera, le mette inizialmente in difficoltà. L’esigenza di fare affluire in Crimea<br />
soldati di rinforzo, spinge i franco-inglesi a fare il tentativo di ottenerli dall’Austria, facendola entrare in guerra contro la Russia in cambio di compensi nei Balcani a danno della Russia stessa. Nel corso della prima metà del 1855 rimane aperta la possibilità di un intervento dell’Austria, che però preferisce confermare la propria neutralità, anche perché, nel frattempo, 15 mila soldati di rinforzo sono stati inviati dal regno di Sardegna, entrato in guerra (aprile 1855) senza alcun preciso interesse, in séguito ad una forte pressione diplomatica francese, allo scopo di evitare di essere assoggettato ad un’umiliazione nazionale simile a quella subita dalla Grecia. Le forze anglo-franco-piemontesi, vinta una decisiva battaglia sul fiume Cernaia (agosto 1855), riescono poi ad espugnare Sebastopoli (settembre 1855).<br />
Il nuovo zar Alessandro II (1855-1881), nel frattempo successo a Nicola I, è allora costretto alla resa. Il trattato di pace che pone termine alla guerra di Crimea, stipulato a Parigi nell’aprile 1856, prevede che la Russia rinunci agli Stretti, ceda alla Turchia la sovranità sulla Moldavia, sulla Valacchia e su una piccola parte della Bessarabia alle foci del Danubio, oltre a smilitarizzare il Mar Nero. La perdita della foce del Danubio significa la perdita del controllo russo sulla locale navigazione fluviale e quindi sull’esportazione granaria della zona. La smilitarizzazione del Mar Nero significa poi che la Russia non può tenere lungo le sue coste né navi da guerra, né porti militari, né arsenali. La guerra di Crimea segna un brusco arresto nella secolare tendenza espansionistica dell’Impero russo, contribuendo in maniera decisiva ad incrinarne la potenza.<br />
<strong>3.3 L’autocrazia russa: il ricorso alle riforme</strong></p>
<p><strong></strong><br />
L’esito rovinoso della guerra in Crimea e le successive esplosioni di malcontento contadino in alcune zone della Russia convincono Alessandro II della necessità di compiere importanti riforme nella società russa, perché l’autocrazia zarista possa sopravvivere. Egli si rende conto, cioè, che la superiorità militare delle potenze occidentali è ormai diventata tale che il potere zarista è esposto ad ogni umiliazione sul piano internazionale, e che questa situazione è destinata a durare e ad aggravarsi progressivamente, ponendo in crescente pericolo l’integrità stessa dell’Impero russo, fino a quando anche l’esercito zarista non sarà armato e addestrato come gli eserciti occidentali.<br />
Ma ciò non sarà possibile senza dotare la Russia di una moderna industria degli armamenti, senza una riforma dell’istruzione pubblica, che renda possibile la formazione di tecnici adeguati alle necessità dell’industria e dell’esercito, e senza una riforma della vita civile, che crei il clima adatto per la diffusione delle scoperte tecniche e scientifiche avvenute in Occidente e per una migliore preparazione degli ufficiali e dei funzionari. È anche evidente, però, che tutto ciò sarà inutile se rimarrà in vigore la servitù della gleba.<br />
Soltanto l’abolizione di questa istituzione, che assicura mano d’opera gratuita alle forme più arcaiche di conduzione agricola, potrà decidere i grandi proprietari<br />
a compiere nelle proprie terre quegli investimenti economici senza i quali la Russia non è in grado di accrescere in misura sufficiente le sue esportazioni e, di conseguenza, la sua capacità di importazione, in maniera tale da poter acquistare dall’estero le attrezzature necessarie all’industrializzazione. Soltanto l’abolizione della servitù della gleba, inoltre, liberando i contadini dall’obbligo di risiedere permanentemente nei villaggi in cui sono nati, per essere sempre a disposizione dei loro signori, potrebbe fornire all’industria la mano d’opera necessaria al suo sviluppo.<br />
Alessandro II vede anche più lontano. Dal momento che la servitù della gleba, è diventata un fattore di disgregazione dei sistema del mir e non è più tollerata da larghi strati del mondo contadino, essa rischia ormai di creare nelle campagne russe una nuova ondata di quei disordini che nei secoli passati hanno talvolta portato il potere zarista sull’orlo della dissoluzione. Quanto ciò sia chiaro per lui è dimostrato da una frase da lui pronunciata nel 1856 in un discorso tenuto ai nobili della città di Mosca:<br />
“Ricordatevi che è meglio per voi che la servitù della gleba sia soppressa ora dall’alto anziché aspettare che tra qualche tempo venga distrutta dal basso”.<br />
Tutte queste ragioni spiegano perché Alessandro II cominci la sua opera riformatrice con l’editto del 19 febbraio 1861 (ovverosia del 4 marzo 1861, secondo il nostro calendario, essendo il calendario russo dell’epoca anticipato di tredici giorni rispetto a quello occidentale: cosa che ricordiamo qui una volta per tutte, limitandoci d’ora in poi a riportare tutte le date secondo il calendario russo), Questo editto decreta l’abolizione della servitù della gleba. Una storica riforma, destinata tuttavia a provocare effetti economici, sociali e politici certamente di grande portata, ma di natura assai diversa da quella voluta.<br />
Lo zar e i suoi consiglieri promotori della riforma si sono infatti prefissi di conseguire scopi contraddittori con i valori sociali e politici ai quali la loro azione di governo rimane ancorata, e dunque di impossibile realizzazione. Aboliscono la servitù della gleba non perché si preoccupano del benessere dei contadini ma perché vogliono salvaguardare il potere dell’autocrazia zarista e il dominio di classe dell’aristocrazia feudale, facendo a meno di un’istituzione diventata controproducente per i suoi stessi beneficiari. Ciò spiega, tra l’altro, i cinque anni trascorsi tra il primo annuncio della riforma e la sua effettiva attuazione, che sono stati dedicati a continui contatti e consultazioni con i nobili, per tenere conto dei loro interessi irrinunciabili e per ottenere il loro consenso.<br />
Né gli investimenti nell’agricoltura e l’avvio dell’industrializzazione sono assunti come fini prioritari ai quali subordinare ogni altra considerazione, ma, come novità di cui sarebbe stato meglio fare a meno, ma che occorre realizzare in quanto rappresentano gli unici mezzi possibili per consolidare il potere dell’autocrazia zarista e dell’aristocrazia feudale. Gli interessi di quest’ultima rimangono un punto di riferimento dal quale l’azione governativa non si discosta mai, come è inevitabile che sia in uno Stato feudale, sino al punto da progettare una riforma destinata a non essere in grado né di promuovere gli investimenti nell’agricoltura, né, tanto meno, di dare avvio ad un processo industrializzazione.<br />
L’editto del 19 febbraio 1861 concede certamente ad ogni contadino la libertà personale, nel senso che lo libera da qualsiasi obbligo di prestazione gratuita di lavoro e gli dà il diritto di compiere per proprio conto atti (quali ad esempio il trasferimento di residenza, il matrimonio con persona di altro villaggio, la vendita della propria forza-lavoro al miglior offerente, la stipula di contratti a proprio nome, ecc.), per i quali in precedenza era necessario il consenso dei signore di cui il contadino era servo. Il contadino russo diventa perciò, per la prima volta dopo diversi secoli, soggetto di diritto. Ma non riceve, per il proprio sostentamento, la stessa terra fino ad allora tenuta come servo.<br />
La legge prescrive infatti che i signori lascino ai contadini i due terzi, e non la totalità, degli arativi precedentemente loro assegnati come servi, ad esclusione completa, di prati e boschi, considerati d’ora in poi non più oggetto di diritti comuni ma proprietà private dei signori. Ai contadini, dunque, la riforma lascia poca terra, e la peggiore, visto che i signori, che hanno il diritto di riprendere loro, a propria scelta, un terzo degli arativi, si riprendono i più fertili e per giunta, impedisce loro, con la sottrazione di tutti i pascoli, di allevare bestiame. Lo scopo di queste disposizioni è non solo quello di lasciare più terre ai signori, ma anche quello di impedire che i contadini possano diventare economicamente autosufficienti, perché in questo caso i signori non potrebbero disporre di mano d’opera a buon mercato. L’abolizione della servitù della gleba punta a sostituire la necessità economica alla costrizione giuridica come ragione per la quale i contadini debbano lavorare per i signori, mettendo a disposizione di costoro braccia in grande quantità, facilmente acquistabili in cambio di bassi salari.<br />
Ma in tal maniera, tenendo conto esclusivamente dell’interesse dei signori, il mondo contadino viene mantenuto in una condizione di miseria tale da non essere in grado di offrire un mercato di sbocco alla produzione manifatturiera, che così, in assenza di un mercato interno (la popolazione urbana russa è numericamente troppo insignificante per costituirlo), non ha la possibilità di svilupparsi su scala industriale. E non basta! Neppure la poca terra concessa ai contadini dalla legge di riforma, viene assegnata ai contadini in proprietà piena, in quanto è giuridicamente considerata proprietà signorile che essi ricevono in usufrutto con facoltà di riscatto. Viene così prevista dall’editto dello zar una complicata operazione di riscatto per la quale il contadino è chiamato a rimborsare in cinque anni il 20% del valore delle terre concessegli, mentre il rimanente 80% sarà corrisposto ai signori direttamente dallo Stato in obbligazioni fruttifere, e il contadino sarà considerato debitore dello Stato della somma che esso ha anticipato per lui, accresciuta di esorbitanti interessi, tanto da doverne pagare per ben quarantanove anni rate annuali corrispondenti al 6% del valore dell’anticipazione fatta dallo Stato.<br />
Lo scopo di queste vessatorie disposizioni è quello di assicurare per mezzo secolo all’autocrazia zarista un tributo straordinario gravante sui contadini, con cui far fronte ad ampie spese per l’ammodernamento dell’esercito, e di fornire ai signori, sempre facendone gravare il peso sui contadini, il denaro liquido necessario per gli auspicati investimenti agricoli. Ma quest’ultimo obiettivo viene<br />
del tutto mancato, in quanto il denaro viene dato ad un’aristocrazia i cui caratteri arcaicamente feudali sono consolidati proprio dal modo incondizionato in cui i suoi interessi trovano tutela. Succede così che l’aristocrazia russa spende le grosse somme che le sono devolute a titolo di riscatto per pagare i propri debiti, per moltiplicare i propri consumi di lusso, per darsi a costosissimi viaggi nell’Europa occidentale, e solo raramente e in minima parte per compiere investimenti economici. E poi, disponendo di nuove somme da sperperare, essa avverte ancora meno la necessità di occuparsi della gestione delle proprie terre. Di conseguenza, anche se la riforma è stata concepita, come si è visto, per mettere a disposizione dei signori mano d’opera salariata a buon mercato, essi nella maggior parte dei casi rinunciano all’assunzione di braccianti salariati, che comporterebbe il proprio impegno diretto nella gestione agricola, e preferiscono dare in affitto ai contadini affamati di terra lotti arabili, bestiame e pascoli, in cambio di prestazioni lavorative che solitamente non si distinguono da quelle un tempo loro dovute come servi se non per il fatto di essere ora assunte per contratto.<br />
L’abolizione della servitù della gleba, inoltre, per il modo in cui avviene, all’inizio accresce anziché ridurre il malcontento di gran parte della popolazione rurale, che aveva creduto, divenuta libera, di poter continuare a tenere a propria disposizione la solita terra, e soprattutto di averla senza dover pagare alcunché, e che si sente perciò crudelmente beffata. In molte tra le assemblee dei mir, convocate per dare comunicazione della riforma, la lettura dell’editto dello zar dà luogo ad interruzioni e lagnanze, soprattutto nella parte riguardante gli oneri di riscatto, che terrorizza i contadini per la pesantezza e la lunghissima durata degli oneri stessi, facendo loro prevedere la fame ad ogni cattivo raccolto. Frequentemente, alla lettura dell’editto dello zar, viene espresso dai contadini il desiderio che tutto rimanga come prima, apparendo quasi preferibile l’antica servitù alle pesanti condizioni della nuova libertà, e in qualche caso si hanno persino vere e proprie sommosse. L’asprezza dell’opposizione contadina viene poi però riassorbita dalla rinnovata vitalità del sistema del mir. La riforma prevede infatti che le terre siano lasciate non ai contadini singoli ma alle loro comunità di villaggio, che assumono il compito di ridistribuirle periodicamente in usufrutto alle varie famiglie in proporzione del numero dei loro componenti, e che diventano responsabili collettivamente del pagamento delle tasse e degli oneri di riscatto. In questo modo, la comunità viene ad essere direttamente interessata al lavoro di tutti i suoi membri, e lo Stato riconosce questo suo interesse delegando ad essa il diritto di concedere o negare ad ogni suo membro un passaporto interno necessario per andare a risiedere e a lavorare altrove.<br />
Persino alcuni poteri giurisdizionali prima esercitati dai signori sui contadini, ed ora venuti meno in conseguenza della soppressione della servitù della gleba, sono trasferiti alla comunità di villaggio. Il mir insomma, eredita alcune funzioni prima esercitate dai signori, e vede consolidato il suo ruolo economico e amministrativo, di modo che i contadini, nonostante la loro miseria, finiscono per accettare le loro condizioni di vita, perché le comunità in cui vivono offrono loro qualche tutela e li integrano molto strettamente in collettività omogenee, anche se li isolano sempre più dalla società esistente al di fuori del villaggio, accentuando la loro ignoranza. Ma il costo pagato per una simile stabilizzazione sociale è costituito non soltanto dalla creazione di un ulteriore elemento di intralcio per lo sviluppo economico, ma anche da una tale separazione e chiusura dei villaggi contadini da recidere le basi della tradizionale influenza dell’aristocrazia sui contadini stessi.<br />
Alessandro Il prosegue la sua opera riformatrice in Russia con una serie di provvedimenti che, uniti all’abolizione della servitù della gleba, dovrebbero, secondo lui, fondare su nuove e più solide basi il suo regime autocratico. Così, con l’editto del primo gennaio 1864 istituisce in ogni distretto e in ogni provincia della Russia una assemblea rappresentativa della popolazione locale (i suoi membri devono infatti essere eletti per il 40% dai nobili, per il 40% dai contadini, per il 15% dagli ecclesiastici e per il 5% dai borghesi). Tale assemblea, chiamata zemstvo, ha come propri compiti quelli di provvedere alla manutenzione delle strade e al miglioramento delle comunicazioni, di combattere le epidemie e la moria del bestiame, di promuovere lo sviluppo agricolo, di curare l’istruzione pubblica e di compiere opere assistenziali, con facoltà, a tutti questi scopi, di assumere ingegneri, agronomi, medici ed insegnanti. Con l’editto del 14 luglio 1864 tutte le scuole (elementari o superiori, gestite da organi dello Stato oppure da enti ecclesiastici o comunque privati) vengono aperte ai sudditi di ogni classe sociale e rinnovate nei contenuti dell’insegnamento, attraverso l’introduzione dello studio delle scienze naturali e delle lingue straniere, e attraverso la soppressione della censura preventiva sulle opere di argomento scientifico e una migliore qualificazione degli insegnanti. Infine, con l’editto del 19 novembre 1864 lo zar compie la più profonda tra le sue riforme, quella cioè dell’ordinamento giudiziario, che garantisce l’indipendenza dei tribunali nei confronti degli organi di governo attraverso l’inamovibilità dei giudici e l’abolizione di ogni loro subordinazione agli alti funzionari di Stato, e che sancisce la pubblicità dei processi e norme procedurali tali da assicurare il rispetto del diritto alla difesa dell’imputato e la rapidità dei giudizio.<br />
Benché in parte contraddetta da altre disposizioni che consentono al governo di imporre il domicilio coatto e persino l’arresto e la condanna al. lavoro forzato per via amministrativa (senza, cioè, un processo e una sentenza giudiziaria) in caso di reati contro lo Stato, che introducono per i contadini tribunali speciali abilitati ad emettere sentenze anche senza rispettare alcune garanzie degli imputati, e che sottraggono ai tribunali ordinari la competenza per i reati del clero e dell’alta nobiltà, tuttavia questa riforma cambia effettivamente il volto della vita civile russa. Diventa addirittura un luogo comune dire che le aule dei tribunali siano, in occasione dei dibattimenti processuali, gli unici luoghi in Russia dove esista effettiva libertà di parola. E la categoria sociale degli avvocati comincia ad esistere, in Russia, in séguito alla riforma giudiziaria del 1864. Tuttavia l’insieme di queste riforme, per il modo con cui esse sono attuate, e soprattutto in conseguenza del modo in cui è stata abolita la servitù della gleba, non produce<br />
l’auspicata modernizzazione della Russia, ma accresce la frustrazione e la rabbia degli esigui strati della borghesia e della nobiltà dedita ad attività commerciali.<br />
<strong>3.4 Nascita dell’opposizione all’autocrazia</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Negli anni Sessanta sorgono così in Russia i primi gruppi rivoluzionari, a composizione quasi esclusivamente giovanile e intellettuale. Essi si dividono in due tendenze fondamentali, e cioè quella dei bakunisti o insurrezionalisti e quella dei lavrovisti o propagandisti. I primi si richiamano al rivoluzionario Michail Bakunin, e propugnano la formazione di una setta segreta a carattere cospirativo che sia in grado di compiere, nel più breve tempo possibile, un colpo di Stato per abbattere lo zarismo e restituire il potere al popolo. I secondi sono invece seguaci del filosofo Pétr Lávrov, proveniente dalla ricca nobiltà, dotato di vastissima cultura, il quale, nelle sue Lettere storiche, stampate clandestinamente nel 1866, sostiene che la rivoluzione potrà diventare possibile solo dopo che il popolo sarà uscito dalla sua attuale condizione di ignoranza e di oscurità mentale, per cui il compito più urgente è quello di illuminare il popolo stesso con un’attiva propaganda fatta soprattutto attraverso opuscoli clandestini. Comune ad entrambe le tendenze è il fine ultimo dell’abolizione dello Stato e dell’autogoverno del popolo, una volta che nel popolo siano state eliminate tutte le disuguaglianze sociali. In Russia, cioè, non si sviluppa per il momento alcuna tendenza rivoluzionaria di tipo liberal-borghese, volta a trasformare l’autocrazia zarista in una monarchia costituzionale, a causa della quasi totale mancanza di una vera e propria società civile e di una borghesia i cui affari siano indipendenti dallo Stato.<br />
I rivoluzionari russi dell’epoca, infatti, non sono specificamente borghesi ma giovani intellettuali con difficoltà di inserimento sociale, provenienti un po’ da tutti i ceti superiori, ad eccezione di quelli strettamente legati allo zarismo come la nobiltà feudale e l’alta burocrazia. Sui rivoluzionari russi, e soprattutto sui lavrovisti, esercita larga influenza lo scrittore russo Aleksandr Herzen, esule a Londra, inizialmente fautore di una rivoluzione liberaldemocratica e di una occidentalizzazione della Russia, ma poi deluso dal 1848 europeo (vissuto in prima persona) è passato all’idea che la Russia debba evitare l’avvento della borghesia, del capitalismo e dello Stato liberale, e realizzare una rivoluzione basata sui principi comunitari del suo mondo contadino.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>4. La Russia di Lenin</strong><br />
…<br />
Ma intanto,<br />
gobba sui torni e macilenta<br />
nasceva la classe operaia<br />
e già come una minaccia<br />
alzava nel cielo le ciminiere.<br />
Nel corso degli anni Settanta dell’Ottocento, Marx si convince che i presupposti di una futura rivoluzione stiano maturando in Russia. Quindi non si limita a raccogliere e a leggere saggi di autori russi ma stabilisce anche un contatto epistolare con alcuni tra i più noti oppositori rivoluzionari del regime zarista, informandosi sulle condizioni in cui operano, rispondendo alle loro domande, dando loro preziosi suggerimenti. Da questo periodo, perciò, cioè mentre egli è ancora vivo, la figura ed il pensiero di Marx entrano a far parte della storia della Russia. Tutto ciò corrisponde ad una crescita effettiva del movimento rivoluzionario.<br />
<strong>4.1 La repressione autocratica e l’evoluzione dell’opposizione</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Dopo il 1870 i lavrovisti cominciano a fare rapidamente nuovi proseliti, in alcuni settori professionali del ceto medio, al punto da arrivare a contare circa una decina di migliaia dì aderenti. Benché scompaginati, nell’autunno 1873, da un’ondata di arresti effettuati dalla polizia zarista di duemila di loro, traducono in pratica con appassionato entusiasmo, nella primavera 1874, l’appello, a suo tempo lanciato ai giovani rivoluzionari da Herzen, di “andare al popolo”, recandosi a lavorare e a vivere tra i contadini in diversi villaggi del bacino del Volga e di quello del Dnjepr. Partendo dalla convinzione, come lavrovisti, della necessità di preparare la futura rivoluzione con un lungo periodo di pacifica attività di propaganda volta a liberare il popolo dalla sua ignoranza, hanno poi maturato l’idea dell’impossibilità di compiere efficacemente un’attività senza condividere vita, fatiche e dolori del popolo lavoratore, mescolandosi con esso per identificarsi con ciò che esso sente e pensa, e poterne così influenzare lo sviluppo. Questa nuova idea li trasforma in qualcosa di più e di diverso da semplici lavrovisti. Essi cominciano infatti allora a definirsi “narodniki”, cioè “amici del popolo” (dal termine russo “narod” che vuol dire appunto “popolo”), tanto che vengono conosciuti in Occidente come “populisti”.<br />
Spesso i contadini reagiscono con diffidenza e fastidio nei confronti di questi intellettuali rivoluzionari venuti improvvisamente in mezzo a loro con la pretesa di aiutarli e di educarli, ma senza riuscire a dissimulare che non hanno né conoscenze agricole, né familiarità con i costumi rurali, né fisico adatto a sopportare le fatiche dei campi. In qualche caso succede persino che i contadini, irritati nel sentir fare discorsi contro lo zar, perché ne idealizzano ancora la figura di “padre del popolo”, o perché temono di trovarsi di fronte ad agenti provocatori, consegnino i giovani venuti tra di loro alla polizia zarista. Ci sono però anche casi di contadini che diventano amici dei rivoluzionari e persino rivoluzionari essi stessi. È perciò indubbio che negli anni Settanta quello dei narodniki è un movimento rivoluzionario che cresce, facendo proseliti nel ceto medio intellettuale e mettendo anche le prime radici in qualche zona del mondo rurale, dove cominciano infatti a circolare le loro parole d’ordine sul ritorno ai mír delle terre usurpate dai nobili al tempo dell’abolizione della servitù della gleba, sulla soppressione della tassa<br />
straordinaria di riscatto, allora dovuta dai contadini allo Stato, e sulla lotta accanita alla piaga dell’usura, praticata nelle campagne da affaristi senza scrupoli, che sfruttano la necessità che i contadini hanno di ottenere anticipi di denaro nelle stagioni morte dell’anno agricolo, per non morire di fame. Accanto al vero e proprio movimento rivoluzionario costituito dai narodniki si sviluppa, nello stesso periodo, anche una tendenza vagamente rivoluzionaria, e comunque di aspra ostilità al regime zarista, tra gli studenti dei ginnasi e delle università, e si forma inoltre, presso l’esigua borghesia russa, un moto di opinione antizarista, che trova espressione nell’attività della componente borghese degli zemstvo, e degli avvocati e dei giudici popolari nelle aule giudiziarie.<br />
Di fronte al crescere di tali tendenze, la risposta della monarchia zarista è quella di annientare i fermenti esistenti con la pura e semplice violenza repressiva, tornando agli sperimentati principi dell’autocrazia tradizionale. In questo modo, però, come Marx subito lucidamente intuisce, il regime zarista si pone, costrettovi dagli interessi feudali che deve tutelare, in una strada senza sbocco, perché le vaste repressioni che comincia ora ad alimentare sono destinate, in un paese rimasto estraneo allo sviluppo economico moderno, a moltiplicare per il futuro le tensioni sociali, indebolendo nello stesso tempo la forza dello Stato, a causa dell’abbandono completo di ogni impegno a modernizzarne le istituzioni e le basi economiche. Di qui, secondo Marx, il graduale accumularsi, in Russia, dei presupposti di una futura rivoluzione, sia pure entro tempi imprecisabili.<br />
Questa reazione autocratica si manifesta, prima di tutto, nella seconda metà degli anni Settanta, sotto forma di violenza poliziesca, che viene indirizzata principalmente contro la pacifica propaganda dei narodniki, ritenuta pericolosissima in quanto rivolta ai contadini. Diventa allora tristemente famoso il capo della polizia di Pietroburgo generale Fedor Trepov, che fa incarcerare centinaia di narodniki anche soltanto per aver pronunciato in pubblico frasi di condanna del regime zarista, e li trattiene in carcere per mesi, prima di consegnarli ai giudici, in modo da poterli umiliare e maltrattare durante gli estenuanti interrogatori ai quali li fa sottoporre. I narodniki sono così spinti ad abbandonare il terreno della propaganda e delle agitazioni pacifiche in cui si sono finora mossi. Due episodi in particolare, che si verificano nel 1877, li inducono a mutare il loro modo di agire. Un primo episodio è costituito dalla denuncia fatta da uno studente di Pietroburgo, incarcerato per errore e quindi rilasciato pochi giorni dopo, di essere stato denudato e frustato dal Trepov in persona, venuto proprio in quei giorni ad ispezionare le carceri della città. Il secondo episodio è costituito dalla denuncia, fatta in un’aula di un tribunale da circa duecento narodniki processati per propaganda contro il regime zarista, di avere subito vere e proprie torture, che hanno portato alla morte di dieci loro compagni.<br />
Di fronte a questi episodi la maggior parte dei narodniki ancora liberi fondano l’organizzazione ” Zemlja i Volja” (cioè “Terra e Libertà”), che mantiene gli obiettivi di fondo propri di tutti i narodniki (terra ai mir e libertà dei contadini dall’usura e dalle tasse straordinarie di riscatto), ma che decide di perseguirli agendo clandestinamente e usando la violenza armata sia per cercare di liberare i propri compagni arrestati sia per colpire a morte i funzionari colpevoli di maltrattamenti<br />
nei loro confronti. Nei suoi soli due anni di esistenza – dal 1877 al 1879 – questa organizzazione di narodniki porta a compimento audaci imprese, di liberazione a mano armata di prigionieri politici e di attentati a sanguinari sgherri del regime zarista, che attirano su di loro vaste simpatie nell’opinione pubblica borghese, e che gettano nella costernazione e nello sgomento diversi funzionari incaricati della repressione, che si sentono ora in pericolo di vita. Il successo più clamoroso viene conseguito da Zemlja i Volja nel 1878, allorché una sua aderente appena diciottenne Vera Zasulic, riesce dapprima a ferire gravemente in un attentato il generale Trepov, eludendo l’eccezionale sorveglianza da cui il capo della polizia si fa proteggere, quindi a farsi assolvere al processo da coraggiosi giudici borghesi, convincendoli di aver agito per legittima difesa dei suoi compagni illegalmente arrestati e maltrattati, ed infine a sfuggire, con l’aiuto di una folla solidale, alla polizia venuta ad arrestarla nuovamente, all’uscita dal tribunale, nonostante l’assoluzione dei giudici.<br />
Questi successi inducono una parte degli aderenti a Zemlja i Volja a proporre l’uso della violenza armata non più soltanto per difendere l’organizzazione dagli arbìtri e dalle crudeltà dei funzionari di polizia, ma anche e soprattutto per scardinare l’apparato dello Stato seminando il terrore tra i suoi membri, e dare così al popolo il coraggio di fare la rivoluzione. I sostenitori di questa tesi vengono subito denominati terroristi, e trovano una fortissima opposizione in altri narodniki detti antiterroristi e decisi a rimanere fedeli ai metodi tradizionali di lotta. Allo scopo di trovare una soluzione ai laceranti contrasti emersi a proposito della proposta, avanzata nelle sue file, di passare alla lotta terroristica Zemlja i Volja tiene a Voronez un congresso clandestino, nell’estate del 1879, che approda, dopo quattro giorni di accanite discussioni, allo scioglimento dell’organizzazione, incapace di una qualsiasi mediazione tra le opposte tesi che si agitano al suo interno. La tesi contraria al terrorismo è sostenuta con particolare vigore da Georgij Plechanov, un intellettuale di straordinaria erudizione, il quale, citando numerose fonti, tra cui Marx, cerca di convincere i congressisti che è ormai scientificamente dimostrato che l’evoluzione dei popoli dipende da leggi precise, immutabili come quelle naturali e determinate dai rapporti economici, e non può quindi venire abbreviata da interventi violenti della volontà umana come l’uccisione di singoli esponenti del regime dominante.<br />
La tesi favorevole al terrorismo è invece sostenuta da un ex servo della gleba, Andrej Zeliabov, il quale si dice convinto che se i narodniki, condannato a morte lo zar, e resi pubblici i motivi della condanna, fossero poi riusciti ad eseguirla, avrebbero facilmente spinto il popolo alla rivoluzione. Perciò, sciolta Zemlja i Volja, tutti i narodniki fautori del terrorismo, unitisi sotto la guida di Zeliabov, danno vita ad una nuova organizzazione (ottobre 1879), denominata “Narodnaja volja” ( Libertà del popolo), che fa subito conoscere il proprio obiettivo di attentare alla vita dei più alti funzionari dello Stato e prima di tutto a quella dello zar, per scardinare l’apparato dello Stato e suscitare la rivoluzione. Comincia allora un’impressionante serie di tentativi, falliti, per un soffio, di uccidere lo zar (1879- ’80), che, per il fatto stesso di ripetersi implacabilmente a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nonostante l’eccezionale sforzo compiuto dall’intero apparato<br />
poliziesco, dimostrano che i terroristi sono numerosi e ben organizzati, e godono di vaste simpatie e conseguenti complicità. Oltre a questo, giuoca a favore dei terroristi l’avere un capo come Zeliabov, che rivela subito una straordinaria abilità nel predisporre organizzativamente gli attentati, destreggiandosi tra le maglie della sorveglianza poliziesca e sapendo sempre dove trovare complicità e come procurarsi armi, tanto che il saperlo in libertà finisce per portare Alessandro II ad un crollo nervoso. La lotta a morte ingaggiata tra la polizia e i terroristi, pur portando alla cattura e all’impiccagione di molti di questi ultimi, vede, inoltre, anche l’uccisione, in micidiali agguati di ritorsione, di diversi alti funzionari di polizia, e soprattutto, dimostra ogni volta che l’organizzazione terroristica continua a funzionare anche dopo la cattura di folti gruppi di suoi aderenti.<br />
Nel gennaio 1881, la polizia zarista giunge però, dopo complesse indagini e continui pedinamenti, a catturare un gruppo più numeroso del solito di terroristi, e attraverso le confessioni loro estorte con la tortura, riesce, il mese dopo, a trarre in arresto anche quasi tutti i membri del loro comitato esecutivo, Zeliabov compreso. Alessandro II si crede allora salvo. Invece gli unici due membri del comitato esecutivo di Narodnaja volja rimasti in libertà, che sono due audacissime donne, e cioè Sofja Perovskaja e Vera Figner, si assumono subito tutti i compiti prima svolti da Zeliabov, ritenuto insostituibile, e si impegnano ad organizzare un nuovo attentato allo zar. Un attentato da compiersi alla disperata, cioè con l’impiego di tutte le forze ancora disponibili in azioni anche eventualmente suicide, e nel più breve tempo possibile, prima cioè che la polizia arrivi anche agli ultimi capi di Narodnaja volja. Così, in occasione di una parata militare a Pietroburgo cui deve partecipare lo zar, molti terroristi armati di bombe si mescolano alla folla che vi assiste, dislocati nei più diversi punti della città e pronti ad agire agli ordini delle due donne, trasmessi attraverso un complicato sistema di segnalazioni a distanza da esse stesse ideato, e che all’atto pratico funziona perfettamente. Molti di loro, come è stato previsto nella logica di un’azione organizzata in maniera suicida pur di raggiungere l’obiettivo, sono scoperti e disarmati dalla polizia. Ma, essendo in tanti, succede che uno scaglia le bombe contro lo zar mancandolo e uccidendo due uomini del suo seguito, e un altro, infine, poco dopo, lo colpisce in pieno. Entrambi sono catturati, ed è catturata anche Sofja Perovskaja. Ma Alessandro II cade sotto i loro colpi, il primo marzo 1881 secondo il calendario russo.<br />
L’uccisione dello zar Alessandro II costituisce il momento culminante di un periodo di tensione rivoluzionaria, caratterizzato, oltre che dalla lotta terroristica condotta dalla Narodnaja volja, anche da continue agitazioni studentesche e persino da sommosse contadine, sia pure episodiche e circoscritte. Quanti riflettono sulla prospettiva della rivoluzione in Russia cominciano perciò ad interrogarsi sui suoi prevedibili protagonisti ed esiti sociali, per ricavarne le indicazioni di strategia rivoluzionaria meglio adeguate alle condizioni del paese. Si tratta in particolare di capire se la Russia è destinata, attraverso una rivoluzione, a superare la sua arretratezza orientale per imboccare la via dello sviluppo capitalistico proprio come l’Europa occidentale, con il conseguente emergere di un proletariato di fabbrica cui sia possibile propagandare le idee socialiste già circolanti in Occidente, o invece a percorrere una sua specifica via basata sullo sviluppo di un suo comunitarismo agricolo, e di cui siano protagonisti, quindi, i villaggi contadini.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/01/GettyImages_lenin.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6289" title="gettyimages_lenin" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/01/GettyImages_lenin-300x190.jpg" alt="" width="300" height="190" /></a></p>
<p><strong>4.2 Contrattacco dell’autocrazia e riforme</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Nel febbraio 1881 la rivoluzionaria Vera Zasulic, esule a Ginevra, scrive una lettera a Marx che si trova a Londra, e gli chiede il suo parere, ponendogli la questione in questi termini:<br />
“Vi sono soltanto due possibilità. O la comunità di villaggio, una volta liberata con una rivoluzione dalle smodate esigenze del fisco zarista, dagli obblighi di ogni genere nei confronti dei proprietari nobili ed ecclesiastici, e dagli arbìtrii polizieschi è capace di svilupparsi in senso comunista, vale a dire di ordinare su base collettivistica la produzione agricola e poi anche manifatturiera, ed in questo caso il socialista rivoluzionario è tenuto a consacrare tutte le sue forze alla liberazione ed allo sviluppo delle comunità contadine. Oppure, al contrario, la comunità di villaggio è destinata a scomparire per effetto di un ineluttabile sviluppo capitalistico, ed in questo caso al socialista rivoluzionario non resta che la propaganda tra i primi operai di città”.<br />
La risposta che Marx invia a Vera Zasulic è complessa e problematica. Egli rivela che il processo di dissoluzione del mir russo è già cominciato, per cui la Russia, a suo avviso, può evitare di entrare irreversibilmente in una fase capitalistica del suo sviluppo storico soltanto a condizione che una rivoluzione vi si verifichi entro un breve periodo di tempo. Egli si attende inoltre dalla rivoluzione in Russia – con lo squilibrio del sistema politico europeo che comporterebbe, e con il messaggio liberatorio che trasmetterebbe – un impulso decisivo per spingere alla rivoluzione socialista il proletariato occidentale. Ma avverte anche Vera Zasulic che se ciò non si verificasse, se cioè il proletariato occidentale rimanesse politicamente passivo anche dopo una rivoluzione in Russia, la rivoluzione russa non avrebbe la minima possibilità di approdare al comunismo, ed il capitalismo rimarrebbe pur sempre l’unica via possibile di modernizzazione del paese. Egli ritiene infatti che il comunismo, irrealizzabile su basi soltanto agrarie, abbia bisogno di uno sviluppo della produzione industriale di cui nessuna comunità contadina sarebbe capace, e che quindi i contadini russi non possano inserire una moderna industria nelle loro strutture collettivistiche di lavoro, in modo da fare di esse la base economica di una società comunista, se non con un aiuto esterno di mezzi, tecniche e cultura, che soltanto il proletariato occidentale, ove avesse il potere, potrebbe loro dare. Egli conclude infatti così il suo ragionamento:<br />
“Se una rivoluzione contadina russa fosse il segnale per una rivoluzione operaia in Occidente, sì che l’una integrasse l’altra, allora soltanto l’odierna comunità di villaggio russa potrebbe diventare il punto di partenza di uno sviluppo comunista”.<br />
La prospettiva di una rivoluzione comincia tuttavia a sfumare, in Russia, proprio dal momento in cui, con l’uccisione di Alessandro II, la tensione sembra salita al massimo. Tra i contadini russi oppressi dallo sfruttamento feudale dei nobili si<br />
diffonde infatti sempre più l’idea che lo zar non solo non sia responsabile di tale sfruttamento, ma faccia anzi il possibile per attenuarlo. L’uccisione di Alessandro II viene quindi vista con raccapriccio, e in alcuni villaggi si crede addirittura che i terroristi siano stati armati da nobili timorosi che lo zar potesse troppo proteggere i contadini.<br />
La stessa opinione pubblica borghese, pur ostile allo zar, disapprova ora la sua uccisione. Narodnaja volja si trova dunque isolata come non mai proprio dopo aver raggiunto l’obiettivo da anni perseguito con assoluta priorità. A ciò occorre aggiungere che ha perduto tutti i suoi militanti più esperti. Un suo ultimo nucleo, guidato da un giovane studente di grandi doti, Aleksandr Uljanov, fratello maggiore di Vladimir, viene catturato per intero il 1° marzo 1887 nel tentativo di uccidere Alessandro III andato a pregare sulla tomba del padre nel sesto anniversario della sua morte, e i suoi membri sono tutti impiccati. Il crollo di Narodnaja volja, e in genere della prospettiva rivoluzionaria, si spiega con il fatto che la reazione autocratica seguita al terrorismo è riuscita ad impedire che il malcontento contadino si dirigesse contro lo Stato.<br />
Si è già visto come dopo il 1880 si fosse rafforzata tra i contadini l’assurda immagine di uno zar protettore del popolo contro la nobiltà, alimentata da una propaganda menzognera e dagli insegnamenti impartiti nelle scuole elementari di campagna, che Alessandro II ha messo poco prima di morire nelle mani del clero, abolendo la scuola elementare di Stato con maestri laici. Ma la semplice propaganda non sarebbe certo bastata per rafforzare un’immagine idealizzata dello zar nella mente dei contadini se essi non avessero visto soddisfatte, sia pure in maniera parziale, distorta ed imbarbarente, alcune loro esigenze materiali.<br />
Una di tali esigenze è quella di liberarsi dall’usura. Poiché l’usura è di solito praticata, nelle campagne russe dell’epoca, da trafficanti ebrei, il governo zarista ha l’abilità di scaricare su di loro tutto il malcontento contadino. Si sviluppa così, in vasti strati del mondo contadino russo e per influenza diretta dei funzionari dello Stato, un atteggiamento ideologico ed emotivo di antisemitismo che ha le sue più barbariche manifestazioni, nel 1881 e nel 1882, nei primi pogrom. Il pogrom antisemitico, nella sua forma moderna e nel suo stesso nome (che in lingua russa significa esattamente “azione violenta di una folla eccitata”) nasce proprio nella Russia di questi anni. Si tratta, cioè, di una folla che si raduna per invadere borghi, botteghe e dimore private di ebrei, rubando e distruggendo beni, dando alle fiamme o rovinando edifici, tormentando, storpiando e violentando, e spesso uccidendo, persone.<br />
Suggerendo e incoraggiando (anche con bande organizzate) tali azioni, il governo zarista raggiunge molteplici obiettivi. Si libera di una borghesia affaristica che, con l’autonomia dei suoi comportamenti, intralcia la piena reazione autocratica seguita al terrorismo dei narodniki. Libera inoltre le comunità di villaggio da pratiche di usura – dalle quali essenzialmente è nato l’odio contadino contro la borghesia ebraica – alleggerendo così, sia pure lievemente, la loro miseria, in modo da rendere più tollerabile lo sfruttamento feudale della nobiltà e dello Stato. Trasforma poi le comunità ebraiche – in una certa misura effettivamente responsabili<br />
di forme di sfruttamento economico dei contadini, ma enormemente meno di quanto non lo siano la nobiltà, il clero e lo Stato stesso, in veri e propri capri espiatori su cui viene scaricato tutto il malcontento contadino.<br />
Se però il regime zarista cessa di temere i contadini dipende non solo dal suo successo nell’alimentare l’antisemitismo, ma da alcuni provvedimenti, sia pure di portata limitata, presi a loro favore dal ministro delle finanze Nikolaj Bunge, il quale fa riscuotere le imposte gravanti sui contadini non più alla polizia, che ha sempre svolto tale mansione con estrema brutalità, ma a speciali ispettori incaricati di essere concilianti, e fonda una Banca agricola con il compito di fornire ai contadini stessi prestiti a tassi di interesse non usurari. Infine l’ostilità dei contadini verso i grandi proprietari terrieri viene indirizzata dal governo zarista quando non è in grado di controllarla in altra maniera, contro i ceti proprietari delle nazionalità non russe che vivono nell’Impero, in modo da risparmiare la nobiltà ed il clero russi. Si spiega così la cosiddetta “politica di russificazione integrale”, basata sul principio “un solo sovrano, una sola fede, una sola legge e una sola lingua”, che viene perseguita da Alessandro III negli anni Ottanta, parallelamente all’incoraggiamento dato all’antisemitismo, e che comporta persecuzioni di vario genere contro Ucraini, Estoni, Lettoni, Lituani e Turchi viventi nell’Impero, dei quali si tende a cancellare non solo l’autonomia legislativa ed amministrativa, ma anche le specificità culturali e la stessa lingua materna.<br />
<strong>4.3 Dal populismo al marxismo</strong></p>
<p><strong></strong><br />
La capacità della reazione autocratica, negli anni Ottanta, di soffocare le tendenze rivoluzionarie manifestatesi in Russia nel decennio precedente, provoca una grossa emigrazione di intellettuali verso i paesi liberali dell’Europa occidentale, e fa emergere tra loro nuove concezioni. Raggiunge così una grande importanza la figura di Georgij Plechanov – andato esule a Ginevra subito dopo la rottura con i narodniki – il cui saggio Socialismo e lotta politica (1883) influenza un’intera generazione di esuli russi. In questo suo scritto Plechanov, diventato avversario irriducibile dei narodniki di ogni tendenza, denuncia come assurda utopia l’idea che la Russia possa, saltando la fase capitalistica dello sviluppo storico, approdare direttamente al comunismo dal feudalesimo, attraverso lo sviluppo progressivo delle sue comunità di villaggio. Una tale idea, secondo Plechanov, non avendo alcuna efficacia pratica, finisce involontariamente per rafforzare il dispotismo autocratico che regge la società feudale russa, e che è di gran lunga peggiore di qualsiasi immaginabile genere di regime che abbia le basi in un’economia capitalistica.<br />
“Il capitalismo fa del male, ma il dispotismo autocratico ne fa enormemente di più. Il capitalismo sviluppa l’egoismo nell’uomo, ma il dispotismo autocratico lo trasforma in una bestia da soma. Il capitalismo allunga le sue mani interessate sulla letteratura e sulla scienza, ma il dispotismo autocratico uccide la letteratura e la scienza”.<br />
Il capitalismo rappresenta, per Plechanov, l’unica strada possibile di modernizzazione e di incivilimento della Russia, e il suo avvento, attraverso una rivoluzione che abbatta il dispotismo autocratico, è per lui nell’interesse stesso delle classi lavoratrici russe, che entro le istituzioni capitalistiche potranno per la prima volta organizzarsi in maniera moderna e preparare, per un lontano futuro, una nuova rivoluzione, che solo allora potrà avere un carattere socialista. Allo scopo di giustificare l’ineluttabilità dell’avvento del capitalismo dopo il feudalesimo, in base ad una legge di successione delle fasi di sviluppo storico-sociale non modificabile dall’intervento della volontà umana, Plechanov aderisce al marxismo, divulgandone con tale forza persuasiva quelli che crede esserne i postulati fondamentali, che un comune giudizio fa di lui l’uomo che ha introdotto il marxismo in Russia.<br />
Questo giudizio è sostanzialmente esatto purché sia chiaro che il marxismo di Plechanov non corrisponde affatto all’autentica teoria scientifica di Marx, ma ne costituisce quella medesima deformazione ideologica in chiave positivistica che negli stessi anni – cioè subito dopo la morte di Marx, avvenuta a Londra nel 1883 – si afferma, anche nell’Europa occidentale. Mentre però nell’Europa occidentale, questo marxismo ideologico è espressione di un moderno proletariato di fabbrica che si organizza autonomamente per difendere i propri interessi entro un sistema capitalistico di cui accetta ormai le regole fondamentali, in Russia è espressione di un ceto intellettuale che spera ormai di abbattere il dispotismo autocratico attraverso l’avvento del capitalismo, ma che non è in grado di inquadrare questa sua speranza in un contesto ideologico liberal-borghese, per la mancanza in Russia di una robusta ed autonoma classe borghese.<br />
La borghesia russa continua ad essere schiacciata dal progredire della reazione autocratica. Nel 1885 viene smantellata la riforma giudiziaria del 1864, con l’abolizione delle giurie popolari, del libero dibattimento processuale e dell’indipendenza ed inamovibilità dei giudici. Nel 1886 sono riformati in senso reazionario i programmi di insegnamento delle scuole superiori, limitando le materie di studio alla lingua russa, alla teologia e alle lingue antiche (latino e greco), e sopprimendo l’insegnamento delle scienze naturali, della storia europea e della letteratura anche russa, con la giustificazione che “potrebbero dar luogo a considerazioni liberali”. Nel 1887 viene vietato ufficialmente ai figli di genitori di modesta condizione sociale di accedere alle scuole superiori. Nel 1888 vengono stabilite umilianti ingerenze del potere governativo nella vita e nell’insegnamento stesso delle università. Nel 1889 viene abolita anche la pubblicità dei processi. Nel 1890, infine, il governo dello zar assesta il colpo definitivo al sia pur scarso potere che la borghesia ha finora avuto negli zemstvo, e attraverso il quale si è resa popolare, in quell’anno, per le iniziative prese contro l’infuriare di una grave carestia: viene modificato lo statuto degli zemstvo in modo che la nobiltà vi abbia la maggioranza assoluta e che i rappresentanti della borghesia siano eletti non dalla borghesia stessa ma dai governatori delle province.<br />
Nel 1886, si dimette il ministro delle Finanze Bunge, perché il governo zarista non vuole adottare altri provvedimenti a favore dei contadini da lui richiesti e il suo posto è preso da Ivan Vysnegradskij. Questi, non avendo più da temere rivolte nelle<br />
campagne ormai soggiogate e imbarbarite, aumenta spietatamente la pressione fiscale sui contadini, in modo che essi, per trovare il denaro con cui pagare le tasse ed evitare di essere incarcerati, sono costretti a vendere il loro grano, anche a costo di patire la fame. Questo grano, súbito esportato all’estero, fa entrare ogni anno in Russia grosse quantità di moneta straniera. La Banca di Stato russa può così accrescere enormemente la sua riserva aurea (tutte le monete allora usate negli scambi internazionali erano d’oro o convertibili in oro), tanto che il rublo diventa una moneta solidissima. Vysnegradskij deve però dimettersi nel 1890, a causa della spaventosa carestia provocata dalla sua politica. Questa politica viene tuttavia sostanzialmente continuata dal suo successore Sergej Witte, che promuove anche costruzioni ferroviarie adatte a collegare i maggiori centri portuali con le aree interne a maggiore sviluppo demografico ed economico.<br />
La solidità dei rublo, i collegamenti ferroviari sicuri, le condizioni favore che Witte fa agli investimenti stranieri, e la possibilità di impiegare mano d’opera locale priva di qualsiasi protezione legislativa ed alla quale possono essere imposti orari lavorativi pesantissimi e salari bassissimi non più possibili ormai nell’Europa occidentale, spingono molti capitalisti stranieri – inglesi, francesi e soprattutto belgi – ad impiantare moderne industrie in Russia, e attraggono nel paese grossi prestiti bancari francesi, che vanno a finanziare lo sviluppo industriale. Così, nell’ultimo decennio del secolo alcune circoscritte zone della Russia – l’area di Pietroburgo, quella del Don, alcune parti dell’Ucraina – conoscono un processo accelerato di industrializzazione capitalistica. Si tratta però di un capitalismo dipendente dall’estero, tanto che è stato calcolato che ben i 2/3 dei capitali investiti in Russia all’epoca della sua industrializzazione siano stati capitali stranieri. Il restante terzo, il capitale nazionale – i cui investimenti industriali tendono a concentrarsi nell’area di Mosca e in quella degli Urali è poi in larga misura fornito dallo Stato russo ad affaristi che godono dei suoi favori. L’industrializzazione capitalistica non genera, quindi, in Russia, una consistente borghesia nazionale.<br />
<strong>4.4 La rivoluzione del 1905</strong></p>
<p><strong></strong><br />
In Russia, la rapida industrializzazione di alcune regioni nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, crea nuove contraddizioni sociali destinate ben presto a mettere in crisi l’autocrazia zarista. Una prima contraddizione è data dall’esistenza stessa, per la prima volta in Russia, di un proletariato di fabbrica. Tale proletariato è trattato con una brutalità che non ha più riscontro in alcun altro paese industrializzato: orari di lavoro di 15 ore giornaliere senza alcun giorno di riposo, salari di fame, multe e persino frustate per ogni infrazione, sfruttamento brutale della mano d’opera femminile e minorile, nessuna assistenza per gli anziani e gli infortunati. L’autocrazia zarista, da un lato, non può evitare, permanendo questa situazione, futuri scoppi insurrezionali, ma, da un altro lato, non può migliorarla oltre un certo limite senza provocare un crollo economico, perché la maggior parte dell’industria russa dipende da capitali stranieri, che non avrebbero più ragione di rimanere in un paese<br />
ancora arretrato come la Russia se perdessero il decisivo vantaggio di poter sfruttare la mano d’opera locale molto più di quanto non sia possibile nei paesi avanzati, dove le classi lavoratrici sono tutelate da leggi a carattere sociale e difesi, da libere organizzazioni sindacali.<br />
Perciò lo Stato zarista, dopo aver fatto ridurre la giornata lavorativa ad 11 ore, in séguito a violenti scioperi divampati a Pietroburgo nel 1898, e dopo aver lasciato costituire, a Sergej Zubatov, capo dell’Ochrana, società operaie di mutuo soccorso con vaghi compiti di contrattazione sindacale (ma senza diritto di sciopero e sotto la sorveglianza dei poliziotti che ne hanno la guida), non intende concedere altro. E la classe operaia russa rimane, naturalmente, un elemento di contraddizione nella società. Un’altra contraddizione è data dall’emergere, con l’industria, anche di una borghesia capitalistica nazionale che, per quanto poco consistente e in larga misura dipendente dallo Stato zarista, si sente tuttavia intralciata dai rapporti feudali, da una burocrazia onnipotente ed antiquata, e dalla mancanza di ogni libertà di espressione che esso perpetua, ed è quindi spinta ad avvalersi del potere che il denaro le conferisce per opporsi al regime autocratico.<br />
Queste contraddizioni si manifestano per la prima volta con particolare asprezza nel 1901, quando nelle principali città russe si susseguono grandi dimostrazioni antizariste, di cui gli studenti costituiscono l’elemento trascinante, e poi nel 1902, quando divampano, invece, agitazioni contadine contro l’oppressione feudale nelle campagne, e nelle città, scioperi spontanei di operai che rivendicano le 9 ore di lavoro, il riposo festivo, e l’assistenza ai vecchi ed agli invalidi. Le sanguinose repressioni compiute dalle forze di polizia per ordine del crudele ministro dell’Interno, Vjaceslav Pleve, sembrano spegnere senza alcuna conseguenza le fiammate di protesta del 1901-1902. Ma nel 1904 è la borghesia russa ad entrare in agitazione, per i costi della guerra contro il Giappone, nella quale la Russia si trova coinvolta per interesse esclusivo di una ristretta cerchia di grandi aristocratici, i quali spingono lo zar ad interferire nella sfera di influenza giapponese in Corea al solo scopo di accrescere le proprie rendite, declinanti a causa dell’arretratezza feudale dell’agricoltura russa, con le ricchezze dell’economia forestale coreana.<br />
Man mano che le sconfitte militari subite dalla Russia rivelano l’inefficienza e la corruzione imperanti nella burocrazia e nelle forze armate zariste, la borghesia promuove, negli zemstvo una crescente agitazione contro l’autocrazia, fino ad organizzare un congresso nazionale dei rappresentanti degli stessi zemstvo, che, riunitosi nel novembre del 1904, rivendica le libertà civili e l’elezione di un’assemblea rappresentativa del popolo dotata di poteri legislativi. Lo zar, indebolito dalla sconfitta dei suoi eserciti contro il Giappone, cerca di tenere tranquilla la borghesia nominando ministro dell’Interno (dopo la morte di Pleve, ucciso in un attentato), il principe Mirskij, in fama di liberale.<br />
Il 9 gennaio 1905 decine di migliaia di operai di Pietroburgo disertano il lavoro per recarsi in corteo fino al Palazzo d’inverno, residenza dello zar e per presentare al sovrano una petizione richiedente la fine della guerra, l’abolizione delle imposte indirette, l’introduzione delle libertà civili, e la giornata lavorativa di 9 ore con riposo festivo per gli operai. Non si tratta di un gesto di ribellione, e neppure di una<br />
manifestazione spontanea, essendo stata organizzata da un giovane prete ortodosso, Georgij Gapon, posto da Zubatov alla guida delle società operaie di Pietroburgo, il quale pensa di agire nell’interesse dell’autocrazia zarista.<br />
In quell’inverno 1904-’05, infatti, la continuazione della guerra contro il Giappone, da un lato, si è rivelata, dopo la nuova sconfitta russa di Porth Arthur, del tutto inutile, e da un altro lato ha provocato un aumento del 40% del prezzo dei generi alimentari, che, senza una corrispondente riduzione delle imposte che vi gravano, ha portato letteralmente alla fame il proletariato, non permettendogli di sopportare oltre l’enorme fatica del suo lavoro, e aprendolo perciò all’influenza di agitatori rivoluzionari. In questo contesto, il pope Gapon organizza la manifestazione operaia davanti al Palazzo d’inverno al triplice scopo di evitare che lui e gli altri fiduciari della polizia perdano, rimanendo passivi di fronte al fortissimo malcontento operaio, ogni influenza sugli operai stessi, di incanalare le loro esigenze più immediate ed indilazionabili in richieste tali da non mettere in questione il sistema politico vigente, e, infine, di accrescere il prestigio dello zar, dal quale sarebbe dovuta venire una risposta paternalisticamente benevola alla petizione presentatagli. Succede, invece, che Nicola II non solo rifiuta di ricevere la petizione, ma nomina governatore generale di Pietroburgo, con pieni poteri, il generale Trepov, già comandante di polizia noto per le sue crudeltà, il quale, non appena la folla dei manifestanti si è ammassata davanti al Palazzo d’inverno, in atteggiamento supplice, agitando immagini di santi e cantando cori liturgici, dà ordine ai suoi soldati di sparare per uccidere, e lascia così sul selciato, prima che la gente terrorizzata faccia in tempo a fuggire, non meno di 1000 morti e di 2000 feriti.<br />
La “domenica di sangue” – con tale nome è passata alla storia la tragica giornata del 9 gennaio – distrugge d’un colpo le ingenue speranze, fino ad allora nutrite dal popolo russo sulla paterna sollecitudine dello zar, e segna l’inizio di una serie di scioperi che nei mesi successivi punteggiano la Russia ora nell’uno ora nell’altro dei suoi centri industriali. Lo zar, licenziato il Mirskij, chiama ad affrontare la situazione, come ministro dell’Interno, il conservatore Bulygin, il quale, da un lato, affida a Trepov spietate repressioni, e dall’altro cerca di attrarre dalla sua parte la borghesia con discorsi accattivanti e concessioni apparenti. La politica zarista, in realtà, è in questo momento sostenuta soltanto dall’aristocrazia feudale, dalla burocrazia e dai comandi dell’esercito e delle forze di polizia, cioè dal tradizionale blocco di potere reazionario. La borghesia, cui la guerra contro il Giappone ha rivelato fino a che punto i suoi interessi siano posposti dallo Stato zarista a quelli dell’aristocrazia, vuole invece sostituire l’autocrazia con una monarchia costituzionale, che le consenta di far valere i suoi interessi attraverso un organo rappresentativo dotato di poteri legislativi. Ciò spiega come gli scioperi operai contro l’autocrazia zarista trovino un incoraggiamento da parte dei loro stessi padroni capitalisti, che pagano loro le giornate di sciopero.<br />
Nell’estate del 1905 gli scioperi operai diventano più frequenti. L’esito sempre più disastroso della guerra contro il Giappone porta uno spirito di rivolta tra le stesse forze armate, provocando diversi ammutinamenti, tra cui è famoso quello, nel Mar Nero, della corazzata Potemkin (immortalato dal celebre film, del 1925, del regista<br />
russo Ejsenstejn). Infine la rivolta dilaga anche tra i contadini, esasperati dalla mancanza di terre di cui vivere (le migliori tra le terre un tempo appartenute ai contadini sono state loro tolte dall’aristocrazia feudale) e dall’anacronistico tributo cui sono ancora tenuti per essere stati liberati dalla servitù della gleba. La pace con il Giappone, sottoscritta in agosto, non serve dunque a riportare la calma all’interno.<br />
Nell’ottobre 1905 uno sciopero iniziato dai tipografi di Mosca per chiedere salari più alti si estende rapidamente, in un primo momento, e sempre per motivi salariali, ai ferrovieri dapprima della città e quindi di tutto il paese, e in un secondo momento, arricchito da esplicite rivendicazioni politiche, agli operai di ben 39 centri urbani della Russia. La lotta operaia si concentra su tre grandi obiettivi economici (9 ore di lavoro, riposo festivo, abolizione delle imposte indirette) e tre grandi obiettivi politici (amnistia per tutti i detenuti politici, introduzione di tutte le libertà civili, elezione a suffragio universale di un’assemblea costituente incaricata di dare alla Russia un nuovo regime politico). In questa situazione l’autocrazia zarista non è in grado di sconfiggere da sola la sfida rivoluzionaria portata contro di essa, e ciò per due ragioni. Una prima ragione è che questa volta la protesta operaia non si presenta, come nei mesi precedenti, spontanea e indotta solo dalla fame e dalle fatiche. Al contrario, nei centri nevralgici del paese essa si manifesta in forme organizzate e a carattere politico. Gli operai in sciopero eleggono infatti, in alcune zone, propri rappresentanti, sempre revocabili e sostituibili con altri, che si riuniscono in consigli, in russo chiamati soviet, incaricati di organizzare e guidare le lotte. Emerge, su tutti, il soviet della capitale Pietroburgo, composto da circa 200 delegati in rappresentanza di circa 400 mila operai della città, che da comitato di sciopero si trasforma, nel giro di pochi giorni, in un vero e proprio centro di potere alternativo a quello dello Stato, fino al punto che la maggior parte della popolazione della capitale non esegue più gli ordini delle pubbliche autorità non approvati da esso. Una seconda ragione che impedisce all’autocrazia zarista di reagire contro gli operai è che le sue forze di repressione sono impegnate nelle campagne contro le rivolte contadine.<br />
Sollecitato energicamente dal ministro delle Finanze Witte, Nicola II cerca allora di venire a capo della situazione con la promulgazione, il 17 ottobre, del cosiddetto Manifesto di Ottobre, che contiene la promessa dell’introduzione delle libertà civili e della convocazione di una Duma, ovverosia di un’assemblea elettiva dotata di alcune competenze legislative. Si tratta, però, di una concessione più apparente che reale, non solo perché elude le questioni dell’amnistia e della Costituente, e perché non attribuisce l’interezza del potere legislativo alla Duma, né dà alcuna garanzia che essa sia eletta con voto segreto e di eguale peso per tutti i sudditi, ma anche perché è accompagnata da scelte di uomini che rivelano le vere intenzioni del sovrano. Infatti Trepov non solo non viene destituito, ma viene messo a capo di forze più consistenti, e il ministero dell’Interno viene attribuito al famigerato reazionario Durnovo, già stretto collaboratore di Pleve. Il nuovo ministro e Trepov finanziano e proteggono i Centoneri, bande di criminali inizialmente assoldate dalla nobiltà reazionaria per aggredire ebrei, intellettuali e lavoratori, e moltiplicano gli arresti. Gli operai di Pietroburgo rispondono perciò al Manifesto di Ottobre con una canzone che dice: “Lo<br />
zar nel suo terrore emanò un manifesto / con cui diede ai morti libertà e ai vivi l’arresto”, e il loro soviet dà l’indicazione di continuare la lotta.<br />
Ma la lotta operaia che ha ridotto all’impotenza l’aristocrazia zarista ha spaventato non soltanto lo zar ma anche tutta la ricca borghesia, non disposta a tollerare operai ribelli, capaci di autoorganizzazione e persino di esercitare un proprio potere. La ricca borghesia, perciò, rinuncia a proseguire la sua lotta contro il regime zarista, che vuole ora sufficientemente forte per eliminare il nascente potere operaio, ed è quindi costretta a prendere per buono il Manifesto di Ottobre.<br />
La diserzione della borghesia e la repressione cruenta delle rivolte contadine lasciano la classe operaia sola di fronte all’autocrazia zarista e divisa al suo interno, perché un parte di essa, ancora sotto l’influenza della borghesia, ottenuti modesti aumenti salariali, desiste dallo sciopero, pochi giorni dopo il Manifesto di Ottobre. Nei giorni successivi, perciò, anche gli altri scioperanti sono costretti a tornare al lavoro. Il soviet di Pietroburgo tuttavia non si scioglie, e guida altre lotte, finché a dicembre proclama uno sciopero fiscale e finanziario, cioè invita il popolo russo a non pagare più tasse e a ritirare tutti i depositi dalle banche finché lo zar non abbia almeno liberato i detenuti politici. Ma la polizia zarista riesce a sorprendere il Soviet di Pietroburgo in riunione e ad arrestarne tutti i membri. La notizia scatena scioperi operai in 13 città della Russia, tra le quali non c’è Pietroburgo, a riprova di quanto la capacità di lotta degli operai russi dipenda dalle doti di coraggio, di iniziativa, di organizzazione e di guida dei loro capi riuniti nei soviet.<br />
A Mosca lo sciopero assume dimensioni imponenti, tanto che il regime zarista fa concentrare in quella città la maggior parte delle sue forze di repressione. Gli operai moscoviti, allora, si chiudono nei loro quartieri, erigendovi barricate e prelevando tutte le armi disponibili presso gli armaioli. I quartieri operai di Mosca, così difesi, cominciano, di fatto, ad essere governati dal soviet costituitosi nella città. L’inevitabile scontro armato vede i quartieri operai moscoviti sottoposti ad un violento cannoneggiamento da parte dell’esercito zarista, con l’approvazione incondizionata non soltanto della nobiltà e della burocrazia ma anche della borghesia, e costretti a soccombere dopo pochi giorni di scontri sanguinosi, sempre nel dicembre 1905.<br />
<strong>4.5 La reazione di Stolypin</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Con la repressione all’insurrezione di dicembre a Mosca, la rivoluzione del 1905 è sconfitta e trionfa, su di essa, l’autocrazia zarista. Sin dal febbraio 1906 lo zar conferma il mantenimento di tutte le istituzioni feudali della Russia. Consente anche l’elezione di una Duma nell’aprile 1906, ma con una competenza legislativa ridotta al minimo e con membri scelti da elettori suddivisi in sei classi, chiamate curie, in maniera tale che il voto dei nobili e degli alti prelati, appartenenti alle prime due curie, valga quanto 4 voti dei borghesi, distribuiti in una terza e in una quarta curia, a 15 voti dei contadini, appartenenti alla quinta curia, e a 50 voti degli operai, appartenenti alla sesta curia. Inoltre, poiché persino una Duma eletta in questo modo<br />
si rivela ostile all’autocrazia, egli ne decreta lo scioglimento nel luglio 1906. Una seconda Duma, eletta nel gennaio successivo, viene sciolta per lo stesso motivo, ma questa volta con un colpo di Stato, compiuto il 3 giugno 1907 da Petr Stolypin, un reazionario che lo zar ha nominato, nell’anno precedente, prima ministro dell’Interno e poi presidente di tutti i ministri, carica conferita in precedenza al Witte. Stolypin, con il consenso dello zar, fa arrestare, sotto l’accusa di tradimento, i deputati di opposizione, caccia via dalle scuole gli insegnanti non reazionari, dà pieni poteri alle forze di polizia, istituisce tribunali militari incaricati di colpire la dissidenza politica senza più la minima garanzia per gli imputati. Una terza Duma si rivela finalmente docile all’autocrazia grazie ad un cambiamento del sistema elettorale, che fa equivalere un voto dei nobili e degli alti prelati a 75 voti borghesi, a 300 voti contadini e 500 voti operai. La Russia cade in un clima di cupo terrore.<br />
Stolypin è però un uomo non soltanto feroce, ma anche di lucida intelligenza. Egli ha infatti compreso che il regime zarista non avrebbe potuto sopravvivere a lungo se all’inevitabile odio degli operai si fosse aggiunta l’ostilità generalizzata delle campagne. Perciò prima ancora del colpo di Stato, e cioè nell’autunno 1906, ha imposto una riforma agraria che, soppressi i tributi di riscatto dovuti dai contadini, sciolto il vecchio mir, e suddivise le sue terre, in piena proprietà privata e in proporzione degli animali e degli attrezzi posseduti, tra i contadini suoi componenti, ha fatto emergere nelle campagne uno strato di contadini ricchi, in russo kulàki (così sono detti quelli che hanno più terra di quanta ne possono coltivare i membri delle loro famiglie, tanto da dover necessariamente assumere braccianti salariati), corrispondente al 15% della popolazione rurale, e uno strato di contadini medi (così sono detti quelli che hanno una terra, coltivabile dai membri delle loro famiglie, sufficiente per garantire sia il consumo delle famiglie stesse sia la vendita di modeste eccedenze sul mercato a differenza dei contadini poveri (che non hanno eccedenze e sono costretti ad andare anche a lavorare come braccianti salariati nelle terre altrui), corrispondente al 20% della popolazione rurale. Il suo obiettivo politico è quello di rendere sia i contadini ricchi che quelli medi alleati dello zarismo.<br />
Nell’autunno 1911, Stolypin cade vittima di un attentato. Contemporaneamente riprendono le agitazioni operaie e particolarmente vaste e compatte si rivelano quelle degli operai degli stabilimenti auriferi lungo il fiume Lena, nella Siberia orientale, di proprietà inglese. Il loro sciopero sarà stroncato soltanto dall’intervento armato dell’esercito, che uccide quasi 500 scioperanti. La reazione di Stolypin non è dunque riuscita, a soffocare le tensioni sociali.<br />
<strong>4.6 I partiti politici: metodi e finalità della rivoluzione russa</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Il riemergere di tensioni rivoluzionarie nella società russa ripropone, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il problema, già dibattuto due decenni prima, con l’intervento dello stesso vecchio Marx, delle forze sociali, dei metodi di lotta e degli scopi ultimi di una rivoluzione in un paese economicamente e politicamente arretrato come la Russia. I nuclei politicamente attivi della ricca borghesia russa e<br />
degli intellettuali ad essa legati sono convinti che l’arretratezza della Russia al confronto del resto d’Europa dipenda dalla sopravvivenza, in essa, di istituzioni economico-sociali di stampo feudale e di istituzioni politiche espressione del tradizionale assolutismo autocratico. Ciò spinge i maggiori esponenti politici della ricca borghesia, quali Miljukov, noto avvocato, Muromtsev, docente all’Università di Mosca, Terescenko, industriale dello zucchero, a fondare un partito costituzionale-democratico, chiamato, dalle prime sillabe delle due parole russe, partito cadetto (agosto 1905), diviso al suo interno in un’ala destra, più favorevole al compromesso con la monarchia, guidata da Miljukov, e in un’ala sinistra, più decisa nel sostenere l’introduzione del suffragio universale e del governo parlamentare, guidata da Terescenko.<br />
L’eredità ideologica dei narodniki è invece ripresa dal partito socialista-rivoluzionario, fondato nel giugno 1902 per iniziativa di un intellettuale russo, Victor Cernov. Si tratta di un partito che esprime la mentalità e gli interessi della piccola borghesia rurale, e che quindi è irriducibilmente ostile allo sfruttamento feudale delle campagne e all’autocrazia zarista che lo impone. Contro l’autocrazia zarista i socialrivoluzionari non esitano ad usare metodi terroristici di lotta, tanto che in quegli anni molti esponenti del regime zarista (da Pleve nel 1904 a Stolypin nel 1911) cadono vittime dei loro attentati. Essi hanno perciò bisogno di un’ideologia che giustifichi con un grande ideale sociale le loro azioni sanguinose e che dia loro la forza e la compattezza necessarie per affrontare la clandestinità e le persecuzioni poliziesche. Di qui lo scopo che essi attribuiscono alla rivoluzione russa, riallacciandosi appunto alla tradizione ideologica dei narodniki, di instaurare un perfetto comunismo, senza neppure bisogno di sopportare i costi economici dell’industrializzazione e di passare attraverso gli squilibri e le ingiustizie del capitalismo occidentale, ma invece in armonia con le tradizioni comunitarie slave originarie del paese, tramite lo sviluppo dei mir ed il trasferimento alla loro gestione di tutta la terra coltivabile.<br />
Ma questa ideologia non corrisponde più, a differenza che all’epoca dei narodniki, alla sostanza delle aspirazioni diffuse nel mondo rurale russo, dove il comunitarismo e l’egualitarismo tradizionali si sono molto indeboliti all’interno dei mir, e maschera perciò involontariamente la tendenza effettiva di un’emergente borghesia contadina a desiderare la espropriazione delle terre dell’aristocrazia feudale per ottenerle a titolo di proprietà privata. Quando poi, in séguito alla riforma agraria di Stolypin, si forma nelle campagne russe uno strato di kulaki, emergono anche, tra i socialrivoluzionari, uomini sempre più orientati ad esprimere politicamente gli interessi soltanto dei più ricchi tra i contadini, e quelli, ad essi omogenei, di una borghesia urbana di piccoli industriali che stanno trovando nello strato superiore dei mondo contadino un promettente mercato di sbocco.<br />
Si costituisce così, nel 1912, in occasione delle elezioni per la quarta Duma, il partito laburista, derivato dalla fusione del partito socialista popolare (nato da una scissione dell’ala destra del partito socialrivoluzionario) con il partito socialista nazionale (di sinistra borghese e guidato da Aleksandr Kerenskij).<br />
<a name="1966081"></a>Il partito socialdemocratico russo, affiliato alla Seconda Internazionale, nasce, nel 1898, da un congresso clandestino a Minsk da nemici dell’autocrazia zarista provenienti, a differenza dei socialrivoluzionari, esclusivamente da ambienti urbani, ed influenzati dalle idee della socialdemocrazia europea e soprattutto da quelle di Plechanov. Tale partito si caratterizza perciò per la convinzione che il socialismo e, a maggior ragione, il comunismo, non possano scaturire che dalle contraddizioni di un capitalismo pienamente sviluppato e dalla forza di un proletariato ben organizzato nell’àmbito di un sistema politico democratico. Di conseguenza, data l’arretratezza della Russia, l’unica rivoluzione che essa possa conoscere è, secondo i socialdemocratici, una rivoluzione democratica nei suoi esiti politici, borghese in quelli sociali, e capitalistica in quelli economici, o, come essi dicono sinteticamente, una rivoluzione democratico-borghese.</p>
<p><em><strong>Giancarlo Paciello   </strong></em></p>
<p><em><strong>Maurizio Neri</strong></em></p>
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		<title>Un nazionalismo vestito di rosso</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Nov 2019 19:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Un nazionalismo vestito di rosso di Grant Evans e Kelvin Rowley Grant Evans e Kelvin Rowley analizzano lo sviluppo dei movimenti comunisti in Vietnam, Laos e Cambogia e replicano alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra questi tre paesi, successivi al 1975, come espressione di antagonismi “tradizionali” Pubblicato per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/11/438063451.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6243" title="438063451" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/11/438063451-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un nazionalismo vestito di rosso</strong></p>
<p><strong>di Grant Evans e Kelvin Rowley</strong><strong></strong></p>
<p>Grant Evans e Kelvin Rowley analizzano lo sviluppo dei movimenti comunisti in Vietnam, Laos e Cambogia e replicano alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra questi tre paesi, successivi al 1975, come espressione di antagonismi “tradizionali”</p>
<p>Pubblicato per la prima volta nel 1984 e rivisto nel 1990, il libro di Grant Evans e Kelvin Rowley, <a href="https://www.versobooks.com/books/1450-red-brotherhood-at-war" target="_blank">Red Brotherhood at War: Vietnam, Cambodia and laos since 1975</a>, esplora le cause dietro la guerra inter-comunista in Asia seguita alle riuscite rivoluzioni in Vietnam, Laos e Cambogia.</p>
<p><em>A detta di alcuni, tali eventi esprimevano la fine delle idee basate sull’internazionalismo socialista. Il New York Times pubblicava un editoriale intitolato “La fratellanza rossa in guerra”, nel quale annunciava con esultanza: “Questa settimana cantavano ‘L’internazionale’ in ogni angolo dei campi di battaglia asiatici, mentre seppellivano le speranze dei padri comunisti insieme ai corpi dei loro figli”. Le “speranze dei padri comunisti” potevano essere sintetizzate, dato che la guerra era causata dall’imperialismo capitalista, nel’auspicio che il socialismo internazionale avrebbe portato la pace. Questi ideali si ritrovano ora sconvolti dai nuovi conflitti che attraversano l’Indocina. Non c’è da sorprendersi se molti nella sinistra occidentale sono stati colti da confusione e disorientamento di fronte a simili sviluppi.</em></p>
<p><em>I tardi anni Settanta son stati l’epoca di quella che Fred Halliday ha definito Seconda guerra fredda. Ovunque in Europa, era la destra ad essere in ascesa, sia politicamente che intellettualmente</em>.</p>
<p><em>Inevitabilmente, le percezioni degli sviluppi in Indocina venivano in larga parte osservate attraverso le lenti dell’anticomunismo militante. Gli anticomunisti vedevano Mosca come l’origine di ogni male, additando la guerra tra Vietnam e Kampuchea Democratica come la prova della natura brutale ed espansionista dell&#8217;”internazionalismo socialista” sovietico. Il che forniva anche una legittimazione retrospettiva all’intervento statunitense in Vietnam.</em></p>
<p><em>Eppure, tale punto di vista garantiva ai propri sostenitori più una soddisfazione di tipo emozionale che una vera e propria comprensione degli eventi. Vi era tutta una serie di fatti scomodi che non collimavano, ma lo stato d’animo dell’epoca era tale da farli passare generalmente inosservati. Nel loro zelo sconsiderato, gli anticomunisti militanti si imbarcavano in un’aperta alleanza col comunismo di Deng Xiaoping, ed in una assai più furtiva con quello di Pol Pot, contro il comunismo vietnamita.</em></p>
<p><em>I liberali si lasciarono portare dalla corrente intellettuale prevalente, come si può constatare comparando i due libri sulla Cambogia scritti da William Shawcross (il primo pubblicato nel 1979, il secondo nel 1984).</em></p>
<p>Nell’estratto che segue, Evans e Rowley, guardano allo sviluppo dei movimenti comunisti nei tre paesi in questione, replicando alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra i tre paesi in questione come espressione di antagonismi “tradizionali”.</p>
<p align="center">* * * *</p>
<p>Il nuovo ciclo di guerre in Indocina, successivo al 1975, è comunemente oggetto in occidente di due spiegazioni. La prima, avanzata in particolare dalla destra negli Stati Uniti, lo associa all’aggressivo “internazionalismo” dei comunisti vietnamiti e al fallimento dell’intervento statunitense. Secondo i sostenitori di tale tesi, non appena conquistato il Vietnam del Sud, i comunisti hanno rivoto le proprie energie all’assoggettamento dei vicini Laos e Cambogia, senza alcun dubbio per conto di Mosca. Gli USA, paralizzati da un mal riposto senso di colpa, sono rimasti inerti, senza far nulla per salvare le ultime vittime in ordine di tempo dell’aggressione comunista.</p>
<p>Ben pochi esperti di Indocina concorderebbero nell’affermare che le cose siano state così semplici, e per conto nostro dimostreremo quanto una simile interpretazione sia errata nel capitolo 2. In questo capitolo, invece, concentreremo l’attenzione sulla seconda spiegazione, la quale è di gran lunga più influente tra gli specialisti della regione ed i commentatori liberali occidentali. In essa i nuovi conflitti vengono spiegati in termini di trionfo di antichi e radicati antagonismi sui legami ideologici della solidarietà internazionalista e comunista.</p>
<p>Una simile interpretazione ha senza dubbio un qualche fondamento nella retorica degli stessi antagonisti, i quali non hanno esitato nel rintracciare un antico lignaggio per dispute contemporanee. Nel settembre del 1978, il regime di Pol Pot produceva un <em>Libro nero</em>, in cui si dipingeva il presente conflitto come il culmine di cinque secoli di lotta dei Khmer contro l’implacabile espansionismo vietnamita. Quasi del tutto esente dalla retorica marxista-leninista, esso spiegava il conflitto in termini puramente nazionalisti – o meglio, essenzialmente razzisti. Secondo il <em>Libro nero</em>, era nella più “profonda natura” del Vietnam l’essere un “aggressore e un annessionista avido del territorio di altri popoli”. Ciò veniva respinto con indignazione da Hanoi e bollato come “rozza falsificazione” della storia, e tuttavia, di fronte all’invasione cinese del febbraio 1979, i vertici vietnamiti rispondevano invocando, certo in termini meno rozzi ma chiaramente analoghi, i “duemila anni di lotta contro la dominazione cinese”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Antiche tradizioni o trasformazione coloniale?</strong></p>
<p>Tale linea interpretativa viene accolta da numerosi commentatori altrimenti raramente in accordo con i comunisti. Ad esempio, Elizabeth Becker, commentatrice di punta americana sulla Cambogia, vede la guerra tra Vietnam e regime di Pol Pot come il risultato di antagonismi culturali, radicati nelle origini “indiche” dello stato cambogiano e in quelle “sinitiche” dello stato vietnamita. Il confine cambogiano-vietnamita diviene così “una delle più grandi linee divisorie culturali dell’Asia, segnante la frontiera tra le due grandi culture asiatiche, la Cina e l’India”. Una divisione, questa, che viene comparata a quella tra “l’artistica cultura latina” ed il “temperamento industrioso nordico”, presunta esistere presso il confine franco-tedesco [1].</p>
<p>La Becker prosegue nell’illustrare questa tesi discutendo questioni come l’abbigliamento, la cucina e le danze khmer. Ma non tenta di argomentare che i vietnamiti hanno invaso la Cambogia nel 1979 perché volevano fermare un festaiolo Pol Pot intento a godersi le sue danze. In verità, non è in grado di stabilire alcuna connessione tra i fattori culturali da lei elencati e lo scoppio della guerra. Invece, le analogie che traccia con l’Europa mostrano sicuramente quanto superficiale e forzata sia una simile linea di ragionamento. Nessuno storico serio, diciamo per esempio, delle origini della Seconda guerra mondiale, ha mai perso tempo a pontificare a proposito dello scontro tra i temperamenti “artistico ed industrioso” in Alsazia-Lorena. Semmai si è ritenuto ben più utile analizzare i problemi, le ambizioni e l’agire dei governi dell’epoca.</p>
<p>Milton Osborne ha presentato una versione ben più mirata e persuasiva della tesi dello scontro di civiltà. La Cambogia è un antico impero che nel corso dei secoli si è visto schiacciato dall’espansione degli stati ad est (Vietnam) e ad ovest (Tailandia). Essendo quest’ultima anch’essa uno stato “indico”, la sconfitta per mano tailandese non ha portato alcun cambiamento reale nel sistema politico cambogiano. I cambogiani, pertanto, non ritenevano i tailandesi come irriducibili nemici. Ma la sconfitta per mano vietnamita significava l’imposizione di un sistema di governo fondamentalmente alieno. Così argomenta osborne:</p>
<p>Le differenze tra queste culture avevano implicazioni assai concrete. Nel momento in cui i vietnamiti assorbirono il territorio cambogiano, essi cercarono di trasformarlo in qualcosa vicino ad uno “standard” vietnamita. Un tentativo compiuto tramite l’istituzione di confini chiaramente demarcati. I cambogiani, persino nei momenti storici di maggiore potenza, non avevano mai pensato in simili termini, lo stesso vale per i tailandesi. Da entrambi, quali beneficiari delle idee indiane in materia di stato, le frontiere erano considerate come porose e mutevoli, e le nuove popolazioni che potevano passare sotto il controllo dello stato, come esito di conquista, non venivano necessariamente plasmate in una qualche pallida imitazione dei conquistatori [2].</p>
<p>I metodi di governo alieni imposti dalla conquista vietnamita significavano che i Khmer vedevano i vietnamiti, in contrasto con l’atteggiamento nei confronti dei tailandesi, “fondamentalmente ed irrimediabilmente come nemici razziali”. Secondo Osborne, sarebbe proprio tale conflitto tradizionale, profondamente radicato, ad essere riemerso dopo il 1975, distruggendo la solidarietà comunista. Con l”invasione vietnamita del 9178, il governo di Pol Pot toccava con mano “la prova definitiva della tradizionale paura dei propri connazionali” rispetto ai vietnamiti.</p>
<p>Tuttavia, anche anche questa versione presenta dei gravi problemi. A dispetto della loro cultura comune, come Khien Theeravit, della Bangkok’s Chulalongkorn University, ha fatto notare, “i regni siamese e khmer sono stati non di rado in guerra tra di loro” [3]. Inoltre, osserva ancora Khien, quando i tailandesi ed Khmer si trovavano in guerra “non osservavano certo regole di guerra. Nella condotta di quest’ultima, il più delle volte, dimostravano ferocia”. Gli eserciti saccheggiavano e depredavano i villaggi. I vincitori giustiziavano i re sconfitti, massacravano i loro seguaci, ne mettevano al sacco le capitali e riducevano in schiavitù i loro sudditi [4].</p>
<p>L’impero cambogiano ha ceduto più territorio ai tailandesi che ai vietnamiti – un fatto, questo, ben noto e foriero di risentimento per molti nazionalisti cambogiani contemporanei (sebbene quelli alleati coi tailandesi contro i vietnamiti trovino più opportuno non soffermarvisi). Lo stesso vale per il Laos, malgrado le assai celebrate somiglianze culturali, nonostante la grande minaccia militare del Regno tailandese – il suo vero “nemico storico” – è sempre stato una altro regno buddista, ovvero la Birmania.</p>
<p>Riguardo ai cosiddetti “miti regni buddisti” dell’Asia sono stati scritti enormi cumuli di sciocchezze romantiche. Se più osservatori fossero stati a conoscenza del reale dato storico, si sarebbero trovati meglio preparati riguardo a ciò che è accaduto quando la Cambogia è andata in pezzi negli anni Settanta. Ma per il momento, il punto rilevante è che riteniamo improbabile che i Khmer trovassero più congeniale essere saccheggiati, depredati o giustiziati dai tailandesi, rispetto al soffrire le stesse azioni per mano vietnamita. Sospettiamo, anzi, che la loro aspirazione fosse di esser lasciati in pace, o di essere nella posizione di quelli che saccheggiano, depredano e giustiziano. Quanto alle tecniche di amministrazione, è assai più probabile che preoccupino i funzionari che i contadini.</p>
<p>Il nazionalismo anti vietnamita khmer è un prodotto dell’epoca coloniale, piuttosto che di “animosità tradizionali” risalenti all’antichità. Come ha notato Benedict Anderson, vi è un’evidente contraddizione tra “l’oggettiva modernità” delle nazioni e la loro “soggettiva antichità” agli occhi dei nazionalisti [5]. Osborne è nel giusto quando sostiene che in epoca pre-coloniale i confini degli stati cambogiano e tailandese erano “porosi e mutevoli”. Ma ciò non dipendeva dal loro essere “beneficiari delle idee indiane in materia di stato”, in contrasto coi vietnamiti ed i cinesi. In entrambi i casi, lo stato era fondato sulla capacità dei governanti di imporre obbedienza e lealtà ai sudditi, anziché sulla sovranità su di un territorio fisso. I domini di stati potenti erano separati da “zone di frontiera” dalle fedeltà deboli ed incerte, piuttosto che da confini nazionali ben definiti. Quest’ultimo è un concetto importato dagli europei in epoca coloniale, nel tentativo di imporre una razionalità burocratico-giuridica sulle loro conquiste.</p>
<p>La retorica riguardo al “sacro suolo” della nazione è pertanto caratteristica dei tempi moderni. Nell’Asia pre-coloniale, così come nell’Europa medioevale, era un individuo, e non il suolo, ad essere proclamato “sacro”. In ogni caso, come avremo modo di vedere nel capitolo 4, il regime di Pol Pot non adottava l’approccio, alquanto casuale, alle questioni di confine che ci si potrebbe aspettare da “beneficiari delle idee indiane in materia di stato”. Per di più, le vicissitudini della politica e della guerra in epoca contemporanea semplicemente non coincidono con i modelli permanenti delle differenze culturali. Ad esempio, perché la Cina ha sostenuto la Cambogia “indica” contro il Vietnam “sinitico” nel conflitto del 1977-78? Per rispondere ad un simile interrogativo, è necessario analizzare la congiuntura politica moderna, non le culture tradizionali.</p>
<p>Le risposte basate su queste ultime, generalmente, intendono la “tradizione” come una sorta di <em>deus ex machina</em> storico, il quale spiegherebbe tutto senza aver bisogno di essere a sua volta spiegato. Tuttavia, la cultura tradizionale non è un’emanazione di misteriosi istinti razziali, bensì il prodotto di esperienze storiche ed istituzioni concrete. Essa è sostenuta da costanti sforzi, e serve gli interessi di specifici gruppi.</p>
<p>Questo punto generale è stato chiarito nel miglior modo possibile da Barrington Moore:</p>
<p>Il presupposto dell’inerzia, per cui la continuità culturale e sociale non richiederebbe d’essere spiegata, trascura il fatto che entrambe debbono essere ricreate di nuovo ogni generazione, e spesso con grande pena e sofferenza. Per mantenere e trasmettere un sistema di valori gli esseri umani vengono spinti, tiranneggiati, mandati in galera, gettati in campi di concentramento, adulati, corrotti, trasformati in eroi, incoraggiati a leggere i giornali, messi contro un muro e fucilati, e a volte vengono persino sottoposti a un corso di sociologia. Parlare di inerzia culturale significa non accorgersi degli interessi concreti e dei privilegi che sonno in giuoco nel complicato processo di indottrinamento, di educazione, di trasmissione cioè di una cultura da una generazione all’altra… Non possiamo certo fare a meno di comprendere la concezione che la gente si forma del mondo circostante e il modo in cui desidera o non desidera operare sulla realtà che constata intorno a sé. Ma staccare questa idea dal modo come la gente se la forma, porla al di fuori del contesto storico e elevarla al rango di fattore causale indipendente, significa che il presunto ricercatore imparziale soccombe alle giustificazioni avanzate dai gruppi dominanti a giustificazione della propria condotta più brutale. Questo, io temo, è esattamente quello che oggi fa una gran parte della scienza sociale.</p>
<p>Queste osservazioni sono particolarmente rilevanti nei casi in cui la “tradizione” viene evocata al fine di spiegare il comportamento della cerchia di Pol pot. E tuttavia, tale interpretazione rimane popolare. Essa fa leva sulla convinzione comune secondo la quale le “nazioni” sono comunità politiche “naturali” (probabilmente basate sulla razza o sulla cultura tradizionale) estremamente antiche, aspiranti ud una qualche forma di espressione politica. Tutto ciò nega il fatto che nell’Europa pre-moderna, così come altrove, le “nazioni” in senso contemporaneo non esistevano affatto. Gli affari di stato erano dominio esclusivo di un’aristocrazia dominante, e le masse popolari erano totalmente escluse dalla “comunità politica”. Esse erano costituite da sudditi, non da cittadini. È solo con l’avvio di quei profondi e rapidi cambiamenti, genericamente sintetizzati nel termine “modernizzazione”, che la fede nel principio di nazionalità prende piede in Europa. Come sostenuto da Hans Kohn: “il moderno nazionalismo ha le sue origini nel XVII e XVIII secolo, nell’Europa nord-occidentale e nei suoi insediamenti americani… divenendo un movimento europeo generale nel XIX secolo” [7]. E, nel XX secolo, esso si è diffuso nel mondo non europeo, in gran parte quale risultato della distruzione dei tradizionali sistemi di domino politico, in conseguenza dell’espansione europea.</p>
<p>Le nazioni sono comunità politiche costruite storicamente da movimenti nazionalisti di successo. Vi sono due elementi fondamentali che compongono tale processo. Il primo è la creazione di uno stato moderno – un potere sovrano con una burocrazia centralizzata, leggi uniformi ed impersonali ed il monopolio del legittimo ricorso alla forza – che governi su un territorio ed una popolazione rigorosamente definiti dalla legge. Il secondo elemento consiste nell’incorporazione delle classi inferiori all’interno di questo sistema di dominio politico. Tutto ciò è facilitato da una lingua ed una cultura comuni (i quali possono essere talvolta associati a comuni caratteristiche razziali). Ma questi ingredienti non sono né necessari né sufficienti – “le nazioni attualmente esistenti” sono state modellate tanto dall’opportunità politica quanto dalle formule teoriche.</p>
<p>Andrebbe aggiunto che i cambiamenti nazionalisti possono giungere “dall’alto”, laddove i governanti adattano e riformano gli stati esistenti, o “dal basso”, laddove forze rivoluzionarie mobilitano la popolazione a sostegno delle proprie lotte per creare un nuovo stato. Come vedremo nel caso delle tre nazioni dell’Indocina, la disintegrazione di un sistema tradizionale di dominio potrebbe avere come esito in entrambi i processi simultaneamente. Il risultato sono dei nazionalismi in competizione. Il nazionalismo, dunque, emerge non dal tradizionalismo, bensì dalla disintegrazione di quest’ultimo. Le argomentazioni e le interpretazioni basate su concetti quali “l’antichità delle nazioni”, assecondano meramente la mitologia del moderno nazionalismo, quelle mitologie attraverso le quali i governanti degli stati-nazione cercano di ottenere legittimazione e mobilitare il supporto popolare. Non esiste qualcosa come il “vero nazionalismo” ed il “falso nazionalismo” – sebbene tali pretese siano i dispositivi retorici favoriti fra i propagandisti politici di ogni parte. La realtà consiste solo di vari nazionalismi i n conflitto, alcuni dei quali emergono vittoriosi, mentre altri risultano fallimentari.</p>
<p>I nazionalisti vincitori, di norma, amano leggere la storia scritta in termini che mostrino la giustezza ed inevitabilità della loro vittoria, nonché la correttezza della loro linea politica: in breve, il nazionalismo riuscito utilizza la storia come mito di legittimazione. Sfortunatamente, molti studi contemporanei sono dedicati ad elaborare tale mitologia anziché ad analizzare l”anatomia della politica nazionalista. Tuttavia, il presente indocinese è condizionato dal passato, e una buona consapevolezza del retroterra storico è fondamentale al fine di districare l’intricata rete degli eventi succedutisi a partire dal 1975.</p>
<p>Il nocciolo della spiegazione della guerra tra Vietnam e Cambogia in termini di “animosità storiche” consiste nell’assunto per cui i conflitti dell’epoca post-coloniale sono una ripresa delle rivalità tra gli stati tradizionali dell’Indocina pre-moderna. Non vi è dubbio che Angkor (l’antica Cambogia), Champa (in quello che, più recentemente, è il Sud Vietnam) e Lane Xang (attualmente Laos e Thailandia nord occidentale) siano stati fra le principali vittime di tali conflitti. Né ci sono ragioni per contestare che lo stato vietnamita si sia affermato come uno dei partecipanti di questa vicenda.</p>
<p>Un’affermazione riflesso della superiore abilità, da parte dello stato burocratico e centralizzato del Vietnam, nel valutare e mobilitare le risorse. Presumibilmente, è proprio all’applicazione di norme burocratico-giuridiche che si riferisce Osborne quando parla di trasformazione dei territori conquistati sulla base di uno “standard” vietnamita. Negli stati di tipo cosiddetto “indico”, l’autorità politica era, per usare la terminologia di Max Weber, di natura patrimoniale anziché burocratica. Per quanto legittimata dai costumi e dalla religione (il buddismo therevada), l’autorità veniva esercitata da dignitari, la cui posizione dipendeva completamente dal favore personale di un monarca autocratico. L’autorità sui subordinati era, in linea di principio, arbitraria ad ogni livello, sebbene nella pratica fosse vincolata dal rispetto delle consuetudini. Il sistema nel suo complesso era tenuto insieme da catene di rapporti clientelari.</p>
<p>Il segno più tangibile del successo dello stato vietnamita è stata la “grande marcia verso sud”, iniziata nel XV secolo. Un movimento esito della combinazione di migrazioni contadine, accelerate dalla pressione della popolazione nel cuore della civiltà vietnamita, il delta del Fiume Rosso, oltreché della forza superiore dello stato confuciano. Entro il XVII secolo i vietnamiti avevano distrutto il Regno di Champa – con l’aiuto, va notato, dei cambogiani, i quali inoltre beneficiarono della distruzione dello stato Cham. Sulla scia di tutto ciò, gli insediamenti vietnamiti iniziarono ad addentrarsi nel basso delta del Mekong, allora un’area scarsamente popolata dell’Impero cambogiano.</p>
<p>Molti commentatori dimenticano di menzionare che a fare da contrappunto all’espansione vietnamita ad est vi era l’ascesa del Regno di Thailandia ad ovest. Anche se Champa perse principalmente a favore dei vietnamiti, sia Angkor che Lane Xang cedettero più territorio ai tailandesi. Così, nel momento in cui produceva un <em>Libro bianco</em> sulle relazioni tra Thailandia e Cambogia, nel 1983, il governo di Heng Semrin era in grado di presentare una cronaca degli “atti espansionisti” da parte tailandese altrettanto valida e impressionante di quella creata da Pol Pot al fine di incriminare i vietnamiti. Simili cronache di aggressioni passate sono assai utili allo scopo di mobilitare l’indignazione nazionalista, ma sono del tutto inservibili per spiegare i conflitti contemporanei.</p>
<p>Alla fine del XVIII secolo sia la Cambogia che il Laos erano ridotti a “stati tributari”, subordinati al Vietnam e alla Thailandia. Come risultato di ciò, specialmente quando il regno di un monarca si avvicinava alla conclusione, principi ambiziosi cercavano di rafforzare la propria posizione cercando il patrocinio tailandese o vietnamita. Negli anni Quaranta del XVIII secolo, il monarca tailandese Rama III, così descriveva le conseguenze di tale situazione: “i cambogiani, in materia di successione, lottano in continuazione tra di loro. Gli sconfitti finiscono per richiedere aiuto ad uno stato vicino; il vincitore si ritrova allora a doversi rivolgere ad un altro per rinforzi” [9].</p>
<p>Ne risultava un ciclo distruttivo di intrighi di corte ed interventi stranieri – in cui il tentativo dei singoli partecipanti al gioco del potere di migliorare la propria condizione individuale indeboliva ulteriormente lo stato nel suo complesso. Alla luce di simili mutevoli alleanze, l’affermazione secondo la quale, nella regione, allineamenti tradizionali hanno creato “nemici tradizionali” (o “alleati tradizionali”) non regge ad un serio esame.</p>
<p>Il ciclo sopra descritto ha avuto il maggiore impatto sulle aree pianeggianti, relativamente accessibili, della regione. Alla meta del XIX secolo il Regno cambogiano era in un tale stato di declino che molti osservatori ritenevano il suo smembramento, da parte tailandese e vietnamita, inevitabile. Il Regno del Laos aveva di fatto perso tutte le sue terre pianeggianti in favore dei tailandesi. Costretto nell’entroterra montuoso, era ormai poco più di un raggruppamento, debolmente connesso, di principati, la cui sopravvivenza era dovuta più all’isolamento che alla capacità politica.</p>
<p>Tali sviluppi dell’era pre-coloniale hanno sicuramente agevolato quelli più recenti. Tuttavia, lo sviluppo di maggiore importanza nella formazione dell’Indocina moderna è stato l’esperienza del colonialismo europeo, piuttosto che quella precedente. È stato il dominio francese ad aver infine sconvolto i tradizionali modelli politici in Vietnam, Laos e Cambogia. I Francesi smembrarono il Vietnam (in Cocincina, Annam e Tonchino) congiungendolo al Laos e alla Cambogia. L’impero che ne risultò – la “Federazione indocinese” francese, non aveva precedenti nelle tradizionali istituzioni politiche della regione.</p>
<p>Il dominio francese portò anche a rilevanti trasformazioni nella società indocinese. Una volta ragionevolmente assicurato il proprio controllo – nel primo decennio del XX secolo – i francesi si imbarcarono in un programma di “sfruttamento razionale” delle colonie, il quale avrebbe scaldato il cuore di qualsiasi esponente della nuova destra degli anni Ottanta. Essi diffondevano una retorica da “fardello dell’uomo bianco”, in favore di un approccio basato sul principio del chi usa paga e orientato alle esportazioni. Nelle colonie, i “razionalisti economici” dell’epoca, non sentivano alcun obbligo di assecondare sproloqui circa il benessere popolare, fastidiosamente persistenti nella metropoli (dove l’uomo comune, ma non la donna, aveva ottenuto il diritto di voto). Il risultato fu lo sviluppo delle colonie, ma di un tipo tale da provocare la rivolta tra le sue vittime.</p>
<p>Il cambiamento fondamentale consistette nella commercializzazione dell’agricoltura: sotto dominio francese, il Delta del Mekong diveniva un’importante esportatore di riso. Il capitale francese si riversava nella regione anche per stabilirvi piantagioni, miniere e ferrovie. Dalle statistiche disponibili, sembrerebbe emergere chiaramente un’accelerazione dello sviluppo economico sotto il governo francese; tuttavia, si è trattato di un processo a dir poco asimmetrico, i cui benefici sono stati distribuiti in maniera assai ineguale. Poco, per non dire niente, filtrava verso la gente comune – i contadini e i coolie vietnamiti erano tra i più poveri dell’Asia – ma una classe media commerciale cresceva nelle città principali, specialmente Saigon. Una classe operaia, numericamente ridotta, concentrata nei centri urbani, nelle piantagioni e nelle miniere, emergeva anch’essa [10].</p>
<p>L’impatto dell’imperialismo francese fu straordinariamente diseguale dal punto di vista geografico. Lo sviluppo si concentrava in Vietnam, provocando immensi mutamenti, laddove le tradizionali strutture sociali e politiche dell Cambogia rimanevano fondamentalmente intatte, ed il Laos veniva abbandonato alla stagnazione, con poco più di un centinaio di funzionari francesi (in Vietnam erano migliaia).</p>
<p>Il colonialismo francese in Vietnam distrusse il tradizionale sistema di dominio confuciano. Sebbene il sistema di esami confuciano venisse lasciato sopravvivere sino al 1919, quale via alternativa per l’ingresso nella burocrazia, i francesi introdussero rapidamente il loro sistema occidentale per formare i funzionari vietnamiti. Inutile aggiungere che venissero affidati loro i compiti più umili, sotto gli occhi vigili dei superiori francesi.</p>
<p>Sia la Cambogia che il Laos erano stati acquisti dai francesi per motivi innanzitutto strategici. Entrambi divennero “protettorati”, finalizzati a fare da cuscinetto, a protezione delle ben più preziose provincie costiere dell’Indocina francese dalle potenze ostili. I francesi erano inoltre in competizione con i britannici per una rotta meridionale verso la Cina, che speravano di ottenere tramite il controllo della valle del Mekong. Tutto ciò li poneva, inevitabilmente, in conflitto coi tailandesi, oltraggiati dalla perdita della loro influenza su Cambogia e Laos, nonché afflitti dal successo dei francesi nel ridurre le conquiste territoriali ottenute dalla Thailandia in tempi più felici. Ma il re tailandese subiva anche forti pressioni ad ovest, da parte dei britannici, non mancando di spendere tutta la propria abilità per porre questi ultimi contro i francesi, così da evitare una completa annessione del proprio regno.</p>
<p>La Thailandia perse territorio sia in favore dei britannici che dei francesi. Gli ideologi nazionalisti avrebbero in seguito presentato tale sconfitta su due fonti come una vittoria. In termini relativi non avevano tutti i torti. La Thailandia è passata attraverso l’epoca coloniale come stato indipendente, il solo paese della regione ad esservi riuscito. In Cambogia le tradizionali strutture sociali e politiche erano ancora largamente intatte nel 1945. Il diritto al possesso privato della terra venne stabilito, tuttavia la penetrazione commerciale francese era limitata. Le piantagioni di caucciù vennero installate nell’est del paese, ma i francesi preferivano farlo lavorare ai coolie vietnamiti. Essi ricorrevano ancora ai vietnamiti come personale della loro burocrazia coloniale. D’altra parte fecero ben poco per fornire ai Khmer una formazione di tipo occidentale. Di conseguenza, al contrario del Vietnam, non vi sarà praticamente classe operaia e intellighenzia indigene sino agli anni Trenta.</p>
<p>In Vietnam la conquista francese aveva smembrato uno stato potente, apparentemente in una fase di ascesa a livello regionale. In Cambogia, invece, venne proclamato un protettorato su un regno ormai già in declino. La posizione della monarchia tradizionale, probabilmente, subì in entrambi i paesi le conseguenze di tutto ciò. Ma il colpo fu assai più duro in Vietnam. I nazionalisti vietnamiti si sarebbero ben presto rivoltati contro un umiliato imperatore, ritenuto un “burattino” della Francia. In Cambogia il tradizionale monarca sopravviveva quale sminuito, ma credibile, centro della vita politica. Con lo svilupparsi del nazionalismo in Vietnam, i suoi quadri non nutrivano dubbi sulla responsabilità dei francesi riguardo all’umiliazione nazionale.</p>
<p>Le loro controparti cambogiane assunsero sin dall’inizio una posizione più ambigua, sia riguardo alla monarchia che ai francesi. Esse avviarono una riflessione non solo sull’umiliazione inferta al loro re dai francesi, ma anche sulle perdite subite dalla Cambogia per mano dei suoi vicini prima dell’intervento francese. Il dominio francese ebbe un impatto ancor minore sulla vita del Laos. Dopo lo smembramento del Lane-Xang, il Laos era divenuto una vera e propria confederazione di piccoli principati, nei quali il potere politico era detenuto da famiglie dell’aristocrazia regionale. Il monarca, stanziato nella capitale reale di Luang Prabang, esercitava un ben limitato potere politico; significativamente, i francesi stabilirono la propria capitale amministrativa altrove, ovvero a Vientiane. La realtà contadina venne a malapena toccata. Solo un pugno di aristocratici laotiani ricevette una formazione francese. La principale spina nel fianco dei francesi, nel Laos coloniale, era costituita dalle litigiose tribù collinari, le quali respinsero i tentativi dei primi di sottoporle al controllo delle autorità delle aree pianeggianti.</p>
<p>Il dominio francese pose fine anche all’egemonia cinese sugli stati dell’Indocina. Di fronte all’annessione francese, Tu Duc, l’ultimo sovrano tradizionale del Vietnam (più precisamente della sua sopravvissuta parte settentrionale, il Tonchino) si rivolgeva sempre di più verso i cinesi al fine di ottenere sostegno. Tuttavia, nel momento in cui, in linea con una lunga serie di precedenti, inviava una missione formale di tributo a Pechino, nel 1880, i francesi vi scorgevano un intollerabile atto di sfida, usandolo come scusa per la conquista del tonchino. Nel 1885 i francesi forzavano i vietnamiti a sciogliere il sigillo d’investitura garantito dagli imperatori cinesi ai sovrani del Vietnam. In segno di protesta i cinesi davano inizio ad un’invasione, uscendone rapidamente sconfitti, e nel 1885 firmavano un trattato con la Francia, in base al quale rinunciavano formalmente alla sovranità sul Vietnam. Quello appena descritto ha rappresentato un drammatico esempio del più generale processo attraverso il quale l’imperialismo europeo ha sconvolto il tradizionale modello sinocentrico di rapporti tra gli stati del Sud-est asiatico.</p>
<p>I molteplici confini dell’Indocina ricevettero per la prima volta una precisa demarcazione legale quale esito dell’asserzione del potere francese. I confini di Laos e Cambogia con la Thailandia vennero determinati in una serie di trattati tra francesi e tailandesi, stipulati fa il 1867 ed il 1925. Quelli tra Cina, Vietnam e Laos venero definiti durante i negoziati sino-francesi negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento. Dall’altra parte, i confini tra Laos, Vietnam e Cambogia vennero decisi semplicemente come suddivisioni amministrative interne all’Indocina francese, e aggiustati per convenienze ufficiali in svariate occasioni; solo dopo la Seconda guerra mondiale venne loro accordato lo status di confini internazionali. Come conseguenza dell’esperienza coloniale, dunque, i paesi dell’Indocina si ritrovarono con frontiere alla cui determinazione nessuno di essi aveva preso parte. Questa si sarebbe rivelata un’eredità esplosiva nell’era dei nazionalismi trionfanti.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/11/il-genocidio-cambogiano-9-638.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6244" title="il-genocidio-cambogiano-9-638" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/11/il-genocidio-cambogiano-9-638-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>Vietnam: anatomia di una rivoluzione nazionalista</strong></p>
<p>Il moderno nazionalismo è emerso nei paesi indocinesi come risposta al dominio coloniale. Il primo e più forte movimento sorse in Vietnam, dove già esisteva quel flebile senso di identità nazionale che può essere definito proto-nazionalismo: e fu qui che l’impatto trasformativo del colonialismo fu maggiore. L’anatomia fondamentale del moderno nazionalismo può dunque essere osservata chiaramente nel caso vietnamita [11].</p>
<p>La resistenza vietnamita al dominio francese attraversò diversi stadi evolutivi. Con alcune variazioni, un modello simile si può reperire in numerosi movimenti nazionalisti. L’opposizione ebbe inizio subito dopo la conquista, come tradizionale movimento realista. I membri delle vecchie classi dirigenti avvertirono maggiormente l’immediato impatto del colonialismo francese, poiché erano loro, e non la gente comune, a sperimentare la spoliazione politica. Molti di essi prefiguravano la salvezza tramite una restaurazione dei pieni poteri del trono vietnamita, una vigorosa riaffermazione dei tradizionali valori confuciani e l’espulsione delle distruttive influenze estere. Dagli anni Sessanta del XIX secolo in poi, i mandarini locali organizzarono una resistenza militare ai francesi in numerose aree del paese. Talvolta riuscirono ad impegnare migliaia di soldati francesi, ma entro il 1895 il movimento era stato fondamentalmente sconfitto.</p>
<p>La seconda fase fu quella dell’occidentalizzazione. Già negli anni Settanta dell’Ottocento, alcuni esponenti delle classi superiori vietnamite rigettavano coscientemente la tradizione confuciana in favore della cultura occidentale. Un a tendenza che venne rafforzata dalla sconfitta dei tradizionalisti, la quale sembrava provare definitivamente la superiorità della civiltà europea. I vietnamiti istruiti si abbeverarono alla cultura occidentale, rivolgendosi ai suoi modelli politici per il futuro del loro stesso paese e, almeno fino al 1914, si sottoposero alla tutela occidentale. Coloro che aspiravano a delle riforme esprimevano le proprie rivendicazioni in termini moderati e deferenti, accettando il calendario deciso dai francesi.</p>
<p>Tale fase ebbe fine con la Prima guerra mondiale. All’interno dell’europa ed oltre essa, la guerra infranse la fiducia nella superiorità della sua civilizzazione, la quale aveva fornito la base intellettuale ed emotiva dell’imperialismo. Dopo la guerra, i riformatori coloniali presero direzioni ben più radicali. In Vietnam, coloro disposti a seguire il calendario stabilito dai francesi erano sempre di meno.</p>
<p>L’opposizione vietnamita al dominio francese entrò nella sua terza fase con la nascita dei moderni movimenti nazionalisti, dopo la Prima guerra mondiale. Questi ultimi erano, inizialmente, fondati su una ristretta base, traendo supporto dalle classi urbane istruite, ed erano profondamente influenzati dagli eventi esterni al Vietnam – non solo la Prima guerra mondiale, ma anche le rivoluzioni Cinese (1910) e Russa (1917). Quest’ultima, in particolare, sembrava offrire una via a coloro che aspiravano ai benefici dell modernizzazione ma si opponevano all’imperialismo. A partire dagli anni Trenta, i due principali gruppi contendentisi la guida del movimento nazionalista vietnamita furono il Vietnam Quoc Dan Dang (VNQDD), modellato sul Guomindang di Chang Kai-shek, in Cina, ed il Partito comunista indocinese (PCI), guidato da Ho Chi Minh, il quale guardava al modello sovietico quale ispirazione politica.</p>
<p>Questo terzo stadio può essere definito come quello del “nazionalismo delle élite”. L’assoggettamento al dominio straniero aveva impiantato l’idea secondo la quale i vietnamiti costituivano un solo popolo, una nazione con un passato ed un destino comuni – un destino che avrebbe dovuto prender nelle proprie mani, anche contro le resistenze francesi, laddove necessario. Greg Lochart ha recentemente sottolineato come il cambiamento linguistico cruciale – da una terminologia indicante il popolo come costituito da “sudditi del re”, ad una che li denotava quali cittadini, nonché dal patriottismo inteso come lealtà alla persona del monarca, alla lealtà verso il popolo – ebbe luogo solo nel XX secolo [12]. Tuttavia, tale idea rimaneva confinata, per il momento, alle classi superiori. In termini di retroterra sociale, vi era poco da scegliere tra i vertici dei nazionalisti comunisti ed anticomunisti. Entrambi provenivano, in larga parte, dai ranghi medio bassi dei funzionari confuciani, istruiti ed occidentalizzati dai francesi, e generalmente impiegati quali funzionari civili minori o insegnanti, prima di divenire agitatori politici di professione. L’abisso sociale tra loro e la maggioranza contadina restava enorme, e di loro seguito di massa era minoritario.</p>
<p>I tentativi da parte di questi gruppi di élite, volti a fare pressioni sui francesi al fine di ottenere l’indipendenza, attraverso la propaganda e la persuasione, fallirono miseramente, ed entro la fine degli anni Venti numerosi dei loro membri erano in prigione. Una volta fallita la via della persuasione, i nazionalisti provarono con la forza, in particolare il VNQDD, il quale si dimostrò abile nel ricorso alle tattiche terroristiche. Ma sinché i movimenti nazionalisti erano sparuti e politicamente isolati, essi potevano essere contrastati efficacemente attraverso la repressione poliziesca. Il nazionalismo vietnamita d’élite, anche laddove ricorreva alla violenza, non rappresentava una seria minaccia al dominio francese in Indocina.</p>
<p>Data l’intransigenza dei francesi, la sola via rimasta ai nazionalisti per sconfiggerli consisteva nel raccogliere un ampio sostegno popolare. Ancora una volta, l’esperienza europea forniva il modello per coloro che volevano rovesciare il dominio europeo. I secoli XIX e XX in Europa avevano visto l’emergere di movimenti politici di massa e la democratizzazione della vita politica. Mentre in precedenza le sole opinioni che contassero in politica erano quelle di vari gruppi delle classi dominanti, ora il punto di vista e gli interessi della gente comune – contadini, classe operaia e classe media – dovevano anch’essi venir presi in considerazione. La democrazia liberale, il comunismo ed il fascismo, sono tutti emersi in europa come risposte differenti a l’ingresso delle masse nel campo politico. E malgrado le loro divergenze, tutti sembravano indicare un punto di importanza centrale – il successo, nella nuova arena della politica di massa, dipendeva nel costruire un efficace organizzazione di partito finalizzata a diffondere un’ideologia che riscuotesse i favori popolari. L’era della politica di massa è stata un’epoca di partiti e ideologie, il che si rivelato vero nelle colonie quanto in Europa.</p>
<p>Per tanto, la quarta fase nello sviluppo del nazionalismo vietnamita consistette nella transizione dal nazionalismo delle élite a l “nazionalismo di massa”. Si trattò di uno stadio di costruzione partitica e mobilitazione popolare contro il dominio coloniale, che ebbe luogo negli anni Trenta e Quaranta, sullo sfondo della Grande depressione e della Seconda guerra mondiale. Si assistette, inoltre, allo svilupparsi di una lotta tra comunisti e non per aggiudicarsi la lealtà popolare.</p>
<p>Gli anticomunisti ottennero un considerevole seguito tra le classi mercantili nelle città portuali, in particolare Saigon, ed i proprietari commercianti che dominavano l’economia rurale della Cocincina, considerata la loro stretta interconnessione con gli interessi mercantili di Saigon. Laddove ebbero successo nell’attrarre non pochi vietnamiti di primo piano tra i loro ranghi, gli anticomunisti rimasero essenzialmente un partito conservatore della minoranza benestante. Il maggiore fallimento fu la quasi totale mancanza di sforzi atti a vincere il supporto dei contadini, la classe più vasta della società vietnamita. Non sarebbe sbagliato descrivere questi gruppi come “nazionalisti borghesi”. Se la loro base era ristretta, essi mancavano anche di un’ideologia coerente e di disciplina organizzativa, fattori necessari del successo nella moderna politica di massa. Le idee politiche dei nazionalisti borghesi si estendevano dalla democrazia liberale al fascismo più esplicito. La maggior parte voleva che i francesi se ne andassero, o che quantomeno lasciassero il potere nelle loro mani, ma al di là di ciò, sostanzialmente, essi volevano cambiare lo status quo il meno possibile. Persino la loro posizione antifrancese venne sottoposta a revisione nel momento in cui il conflitto coi comunisti si intensificò, e a partire dagli anni Cinquanta non pochi tra loro guarderanno ai francesi in cerca di protezione dai comunisti, francesi che, a loro volta, troveranno in essi una congeniale alternativa moderata al comunismo. Ma tale riavvicinamento coi francesi, nel corso della guerra di indipendenza, non fece altro che indebolire ulteriormente le già dubbiose credenziali patriottiche dei nazionalisti borghesi. Questi soffrivano, inoltre, di un cronico settarismo, ed erano incapaci di costruire una stabile organizzazione politica in grado di porre radici durature. Per molti versi, essi non progredirono oltre la politica dilettantistica del nazionalismo elitario degli anni Venti.</p>
<p>I loro rivali comunisti, d’altra parte, riuscirono a compiere questa transizione. Essi ebbero successo nel costruire e mantenere una disciplinata struttura organizzativa, costituita da cellule e branche, la quale collegava efficacemente gli attivisti di base nei villaggi e nelle fabbriche ai vertici nazionali del partito. Per di più, possedevano il vantaggio di un leader dalle straordinarie capacità personali, Ho Chi Minh. E a differenza dello stato confuciano tradizionale, cui spesso è stato paragonata, l’organizzazione comunista riusci a penetrare i più profondi strati della struttura sociale. I comunisti, inoltre, erano noti per la spietatezza con la quale si occupavano di rivali ed oppositori. Nello stato a cui tale movimento avrebbe eventualmente dato vita, un governo altamente centralizzato sarebbe stato collegato ad una robusta organizzazione di base, il tutto tramite un apparato partitico rigorosamente disciplinato.</p>
<p>I comunisti riscossero un considerevole successo nel mobilitare il supporto della classe lavoratrice. Tuttavia, in termini di composizione sociale, il Partito comunista indocinese non costituiva esattamente il “partito del proletariato” che affermava di essere. La classe operaia industriale rappresentava ancora un gruppo assai minoritario della società vietnamita; ed i comunisti raggiunsero i loro successi chiave laddove i nazionalisti borghesi avevano fallito, ovvero nelle campagne. Facendo leva sul malcontento agrario – latifondismo, il prestito usuraio, la corruzione e l’abuso di potere da part dei funzionari locali – essi furono in grado di guadagnarsi un seguito tra i contadini in molte aree della campagna vietnamita: mentre in molte altre erano, se non sostenuti, quantomeno temuti e rispettati. Per quanto la classe operaia urbana giocasse un certo ruolo, la rivoluzione comunista in Vietnam fu, di base, una sollevazione contadina organizzata da intellettuali con un retroterra di classe media (talvolta persino aristocratico).</p>
<p>Nei primi anni Trenta il movimento comunista venne travolto dalla repressione poliziesca, e fu il ruolo svolto nella resistenza contro l’occupazione giapponese dell’Indocina, durante la Seconda guerra mondiale, a condurre i comunisti all’avanguardia del movimento nazionalista. Un quadro simile può essere rintracciato in numerosi paesi europei sotto occupazione fascista, col risultato che questo fu il periodo di più rapida crescita nella storia del movimento comunista internazionale. Nel maggio del 1941, il Partito comunista formava il “Vietnam Doc Lap Dong Minh” (Lega per l’indipendenza del Vietnam), meglio noto come Viet Minh, il cui obiettivo consisteva nell’indipendenza del paese, e che diede inizio ad una lotta armata contro i giapponesi – d’altra parte, esso mirava all’espulsione tanto di questi ultimi quanto dei francesi. In quanto più efficace forza anti-giapponese dell’Indocina, nel corso della Seconda guerra mondiale, il Viet Minh si impegnò al fine di ottenere non solo il supporto di altri nazionalisti vietnamiti, ma anche quello della Francia libera e persino dell’American Office of Strategic Services (OSS), il quale ad un certo punto fornì armamenti ad Ho Chi Minh [13].</p>
<p>Quando i giapponesi si arresero nell’agosto del 1945 i lViet Minh prese il potere ad Hanoi, proclamando la Repubblica democratica del Vietnam (RDV). L’imperatore fantoccio sostenuto dai francesi, Bao Dai, accettò di abdicare a favore della RDV. Tuttavia, i francesi non erano disposti ad perdere l’Indocina. Essi ritornarono in forze nel 1946, dando così inizio alla Prima guerra indocinese. I francesi miravano ad assicurarsi l’Indocina, tentando di radunare le forze anticomuniste in Cambogia, Laos e Vietnam, attorno alla loro causa. La guerra tra Francia e Viet Minh, in tal modo, si estese a tutta l’Indocina, sino alla disfatta francese di Dien Bien Puh nel maggio 1954.</p>
<p>I francesi non erano in alcun modo soli nella lotta contro il movimento nazionalista a guida comunista dell’Indocina. Sebbene vi fossero molti vietnamiti che sostenevano il Viet Minh, erano numerosi anche coloro che lo temevano mortalmente. Così, i rimanenti monarchici tradizionali, molti nazionalisti borghesi e cattolici si allinearono al governo, patrocinato dai francesi, di Bao Dai. La “guerra di liberazione nazionale” tra il Viet Minh ed i francesi fu anche, ed in misura significativa, una guerra civile tra vietnamiti di sinistra e di destra; quando i francesi lasciarono l’Indocina tale conflitto non era stato risolto.</p>
<p>I francesi potevano contare su un altro alleato, gli Stati Uniti d’America. Allarmati dal diffondersi dell’influenza comunista in Asia, gli USA ben presto voltarono le spalle al Viet Minh. Subito dopo lo scoppio della Guerra di Corea nel 1950, iniziarono a fornire assistenza militare su larga scala alle forze francesi in Indocina, e da allora, sino al 1954, il Tesoro statunitense pagò l’80 percento dei costi della guerra francese in Indocina.</p>
<p>La battaglia di Dien Bien Puh si svolse contemporaneamente all’inizio di una conferenza internazionale minore tenutasi a Ginevra, con l’obiettivo di risolvere le crisi indocinese e coreana. Tutte le maggiori potenze, compresi USA e Cina comunista vi presero parte. La delegazione del Viet Minh, guidata da Pham Van Dong, era ansiosa di assaggiare i frutti della vittoria, ma venne persuasa ad accettare un compromesso dai suoi alleati sovietici e cinesi. Invece di un estensione dell’autorità della RDV all’intero Vietnam, il Viet Minh accettò il 17° parallelo quale temporanea linea di demarcazione, le sue forze si sarebbero concentrate nel nord, mentre quelle pro-francesi nel sud. Elezioni, per decidere del futuro del paese, si sarebbero dovute tenere entro due anni. Ma nessuna elezione si svolse mai; la riunificazione del Vietnam venne ritardata di vent’anni, e ottenuta solo con la guerra.</p>
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<p><strong>La Seconda guerra indocinese</strong></p>
<p>Le origini e la natura di questo secondo conflitto indocinese sono stati spesso fraintesi [14]. Non fu certamente, come sostenuto dal governo USA negli anni Sessanta, un attacco esterno da parte delle forze comuniste allo “stato indipendente del Vietnam del sud”, istituito alla Conferenza di Ginevra, dato che in quell’occasione non venne istituito niente di simile. Sebbene avesse ritirato le proprie forze militari a nord del 17° parallelo, il Viet Minh era un vero e proprio movimento di portata nazionale, e molti dei suoi quadri civili e sostenitori erano rimasti nel sud.</p>
<p>Non si trattò neanche di un’insurrezione popolare contro un governo non rappresentativo e repressivo nel Vietnam del sud, come affermato da numerosi critici liberali dell’America. La sollevazione nel sud non era autonoma, bensì pienamente supportata dal nord comunista. In realtà, la guerra era uno scontro tra i due filoni del nazionalismo sviluppatisi in Vietnam, ovvero, il nazionalismo borghese sotto i francesi, con centro a Saigon, ed il nazionalismo di massa del Viet Minh, il quale aveva stabilito il regime di Hanoi.</p>
<p>Fra il 1954 ed il 1959 i vertici di Hanoi mirarono a forme pacifiche di riunificazione, ma queste vennero respinte dal governo di Saigon. Ciò condusse ad una serie di tensioni con i quadri comunisti del sud, i quali si trovavano a fronteggiare un montante campagna di repressione da parte del governo di Saigon, e spingevano per una politica di opposizione armata. Nel 1959, i vertici di Hanoi decisero di sostenere la lotta armata nel sud. Nel corso del 3° congresso nazionale del Partito dei lavoratori del Vietnam – il nome all’epoca utilizzato dal Partito comunista – svoltosi nel 1960, un certo numero di quadri del sud vennero promossi a posizioni ai vertici. Tra questi vi era Le Duan, il quale sin dal 1957 aveva sostenuto le ragioni del sud riguardo ad un cambiamento di tattica. Egli venne eletto alla posizione cruciale di segretario generale del partito.</p>
<p>Il Fronte di liberazione nazionale del Vietnam del sud (FLN) venne formato nel 1960, con l’obiettivo di guidare la lotta. Organizzazione di fronte popolare, modellata sul Viet Minh, divenne popolare tra i lettori occidentali come Viet Cong. Da questo momento, la lotta nel sud divenne rapidamente un conflitto su vasta scala.</p>
<p>La creazione di uno stato separato nel sud era innanzitutto una strategia statunitense, finalizzata a prevenire il consolidamento delle vittorie comuniste, sia sul campo di battaglia a Dien Bien Puh, che al tavolo dei negoziati a Ginevra. Riconoscendo quanto Bao Dai fosse una figura screditata, gli statunitensi puntarono sul suo ultimo primo ministro, Ngo Dinh Diem. Conservatore cattolico, con un retroterra confuciano, quest’ultimo era un elitista di robuste convinzioni autoritarie. Disprezzava il disordine della democrazia liberale, e rigettava per principio l’idea di un governo basato sui “meri numeri”. “La società”, ebbe a dire a Bernard Fall, “funziona attraverso legami personali tra gli uomini ed i vertici” [15]. Non era certo la figura più adeguata per condurre con successo il nazionalismo borghese nell’era della politica di massa.</p>
<p>Agli esordi, Diem ebbe un sorprendente successo. Nei primi due anni del suo governo, fu in grado di spezzare il potere detenuto dalle sette Cao Dai e Hoa Hao, le quali controllavano buona parte di Saigon e della campagna del sud. In seguito si dedico al ben più difficile compito di eradicare l’infrastruttura del Viet Minh. Nel far ciò, egli si affidò a schietti metodi da stato di polizia, il che gli valse le critiche dei liberali occidentali. Tuttavia, il vero problema di Diem non consisteva nel suo confidare in pratiche dittatoriali – i comunisti vietnamiti non erano certo schizzinosi circa i metodi cui ricorrevano – bensì il fatto che la sua dittatura godeva di una ristretta, e precaria, base di sostegno. Si trattava di una dittatura di cattolici, molti dei quali rifugiati filo-francesi del nord, nel mezzo di una popolazione prevalentemente buddista. Persino all’interno della comunità cattolica, il vero potere era monopolizzato da una cricca familiare. Ancor più importante, esso rimase sempre un regime a base urbana, strettamente legato agli interessi commerciali di Saigon: col passare del tempo, e con buona parte delle campagne ormai nelle mani dell’FLN, divenne sempre più dipendente dal sostegno economico, politico e militare esterno.</p>
<p>Gli statunitensi, nel Vietnam dei primi anni Sessanta, si trovavano di fronte ad un insormontabile dilemma. La loro presenza nel paese era già ben più vistosa di quanto non fosse mai stata quella francese, e la propaganda comunista, ovviamente, sfruttava efficacemente tale fatto per dipingere Diem come un “burattino” dell’imperialismo USA. Intensificare il proprio coinvolgimento avrebbe significato sminuire ulteriormente le credenziali dell&#8217;”alternativa nazionalista” al comunismo. Ma nel momento in cui posero Diem alla sua testa, questi diede seguito a politiche basate su interessi talmente ristretti da alienare qualsiasi supporto, spingendo molti verso il campo comunista. Dopo un’ondata di dimostrazioni buddiste contro il regime, Diem, con la collusione degli statunitensi, venne assassinato durante un colpo di stato militare nel 1963. Ma i successivi regimi militari di Saigon non furono mai in grado di andare oltre l’eredità da lui lasciata.</p>
<p>Il rapido deteriorarsi della situazione militare nel Vietnam del sud, dopo la morte di Diem, condusse ad un’escalation del coinvolgimento militare statunitense. Ciò produsse immense distruzione sia nel nord che nel sud del paese, ma non portò alcuna soluzione ai problemi politici fondamentali del regime di Saigon, anzi, contribuì non poco ad aggravarli. La massiccia dipendenza dagli Stati Uniti ne minava la credibilità nazionalista, ed il fiume di dollari che ne derivava diffondeva la corruzione, fiaccando il morale dei sostenitori del governo. L’ascesa dei “PX millionaires”, come ebbe a definirli il presidente Nguyen Cao Ky, trasformò la guerra in una sfacciata impresa privata a vantaggio dei ricchi di Saigon. Di conseguenza, molti di coloro che avevano odiato i comunisti, semplicemente non erano disposti a combattere per il regime del sud, una volta giunto alla sua crisi.</p>
<p>Una crisi che ovviamente non mancò di presentarsi, all’inizio degli anni Settanta. L’illusione secondo la quale la potenza militare USA avrebbe schiacciato i comunisti, portando ad una rapida e facile vittoria andò in frantumi con l’Offensiva del Tet nel 1968 [16]. A seguito di tutto ciò, gli statunitensi iniziarono a negoziare seriamente per un ritiro: avendo minato le credenziali nazionaliste dei propri alleati vietnamiti col loro massiccio intervento, ora puntavano tutto sulla “vietnamizzazione” del conflitto. La presenza USA si ridusse progressivamente, ed un completo ritiro delle loro forze venne negoziato nel 1973 – un accordo definito “pace onorevole” a Washington e “tradimento” a Saigon. Una volta fuori gli statunitensi, il cessate il fuoco nel Vietnam del sud collassava immediatamente, ed agli inizi del 1975 l’intera struttura politico-militare del regime di Saigon veniva polverizzata con tale rapidità e completezza da sorprendere persino gli stessi comunisti [17]. Fondamentalmente, i nazionalisti borghesi di Saigon non furono mai capaci di progredire oltre la politica d’élite degli anni Venti. Nel 1975 vennero infine sopraffatti dal nazionalismo di massa forgiato dal Viet Minh negli anni Quaranta.</p>
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<p><strong>Cambogia: monarchici contro repubblicani</strong></p>
<p>In Vietnam, lo sviluppo di un movimento nazionalista moderno come risposta al colonialismo può essere osservato in una forma relativamente “pura”. Esso ha avuto luogo nel corso di un lungo periodo di tempo, e sebbene con qualche sovrapposizione, le sue diverse fasi restano cronologicamente distinte. In Cambogia e Laos, l’impatto del colonialismo fu più blando, ed il moderno nazionalismo emerse più tardi. Nel momento in cui si sviluppò, le differenti fasi del processo apparivano “condensate” insieme, in maniera confusa, e pesantemente influenzate dalle vicende dl Vietnam.</p>
<p>In Cambogia, i francesi si accontentarono inizialmente di proclamare un protettorato sul trono, stabilendo un’amministrazione coloniale scheletrica. Considerato che pochi cambogiani avevano la formazione e le capacità necessarie ad occupare i ranghi della burocrazia coloniale, i francesi fecero affidamento su vietnamiti per riempire tali posizioni. All’inizio del XX secolo avevano già imposto le leggi sulla proprietà e la tassazione francesi, nonché esteso il lavoro di corvée. Ma la Cambogia era comunque periferica nel quadro dell’impresa coloniale francese in Indocina, per tanto i tradizionali modelli di vita ed autorità politica rimasero relativamente indisturbati. La subordinazione alla Francia, probabilmente, ridusse lo status del monarca, ma sino alla Seconda guerra mondiale la vita politica del paese consistette, quasi esclusivamente, di intrighi di corte a Phnom Penh.</p>
<p>Nel 1941, alla morte del re, i francesi insediarono sul trono il giovane principe Norodom Sihanouk. Questi era un bambino timido ed introverso, e dunque presumibilmente influenzabile da parte dei funzionari francesi. Designandolo estromettevano il ramo Sisowath della famiglia reale, il quale si aspettava di ereditare il trono. La rivalità fra Norodom e Sisowath si sarebbe protratta per decenni a seguito di ciò.</p>
<p>I francesi fecero ben pochi sforzi per formare i cambogiani. Sulla base della dottrina razziale che orientava la pratica coloniale, erano infatti convinti che non valesse la pena. Era molto più semplice affidarsi ai vietnamiti, ritenuti “superiori”, per compiere il lavoro. Solo nel 1933, in Cambogia, venne aperta la prima scuola superiore. Persino negli anni Cinquanta vi erano all’incirca solo duemila cambogiani con un’istruzione secondaria. I cambogiani istruiti, inoltre, trovavano la via verso l’influenza e lo status bloccata, tanto dai vietnamiti nominati dai francesi a svolgere le funzioni della burocrazia coloniale, quanto dai francesi stessi.</p>
<p>I primi fermenti del nazionalismo cambogiano emersero nei tardi anni Sessanta. Data la stretta relazione tra monarchia e francesi, i primi nazionalisti erano, per necessità, anche anti-monarchici. E considerate la politiche di favore nei confronti dei vietnamiti da parte dei francesi, essi erano anche anti-vietnamiti. Quando i giapponesi decisero di eliminare il governo francese nel 1945, installarono un nazionalista di primo piano, Son Ngoc Thanh, quale primo ministro. Un’acerrima rivalità esplose ben presto tra quest’ultimo ed il nuovo re. Tuttavia, col favore del ritorno dei francesi, Sihanouk fu in grado di deporre Thanh e mandarlo in esilio.</p>
<p>Thanh godeva di un considerevole seguito a Phnom Penh, in particolare tra gli studenti. Quando i francesi introdussero una serie di riforme che istituivano un’Assemblea nazionale, venne formato un Partito democratico. I suoi oppositori non erano altro che una cricca di burocrati conservatori e grandi proprietari terrieri, contrari a qualsiasi reale cambiamento. I democratici volevano invece liberarsi dei francesi e stabilire un governo cambogiano.</p>
<p>Con grande sgomento di Sihanouk, i democratici ottennero la maggioranza dei seggi all’Assemblea nazionale nelle prime elezioni, nel 1946. Il controllo dell’Assemblea nazionale garantì al Partito democratico posizione e prestigio, ma non un reale potere, come avrebbe ben presto scoperto tentando di limitare il potere reale e dei francesi. A questo punto il partito iniziò a frammentarsi in fazioni. Poteva ancora radunare enormi folle per accogliere Thanh al suo trionfale ritorno dall’esilio, nel 1951. ma non era in grado di proteggere il suo eroe, il quale nel giro di appena sei mesi si vide costretto a lasciare la capitale [18].</p>
<p>Il Partito democratico era fondamentalmente un fenomeno urbano, la versione cambogiana del nazionalismo borghese. Dato l’assunto francese dell’inferiorità dei cambogiani, persino quelli istruiti, rispetto ai vietnamiti, esso era intriso di risentimento anti-vietnamita, oltreché di ostilità verso il dominio francese. Furono tali attitudini e politiche dei francesi a creare le “ostilità tradizionali” nei confronti dei vietnamiti, a proposito delle quali tanto si è scritto negli anni Settanta e Ottanta.</p>
<p>Non appena ritornati, i francesi cercarono di ripristinare il proprio controllo sulle Cambogia rurale, ma a partire dal 1946 una sia pur disorganizzata resistenza armata si era sviluppata nelle campagne. Molti dei Khmer Issarak (“Khmer indipendenti”) guardavano a Thanh come ad una guida. Quando questi lascio Phnom Penh nel 1956, si stabilì nelle aree della frontiera cambogiano-tailandese, sotto il controllo degli Issarak a lui favorevoli. Da qui diresse la guerriglia anti-francese ed anti-Sihanouk per lunghi anni.</p>
<p>A quest’epoca, il movimento Issarak era cresciuto considerevolmente. Ciò nonostante era diviso. Con l’intensificarsi della guerra nelle zone vietnamite dell’Indocina, i francesi, tramite Sihanouk, reclutavano cambogiani per combattere il Viet Minh; quest’ultimo, a sua volta, iniziò ad incoraggiare ed organizzare gruppi Issarak in Cambogia. A partire dai primi anni Cinquanta, un’ala degli Issarak, guidata da Son Ngoc Minh, era saldamente pro-Viet Minh. Un’altra fazione, che guardava a Son Ngoc Thanh, divenne sempre più antagonistica nei confronti dei vietnamiti. L’unica cosa che li univa era l’ostilità verso Sihanouk ed i francesi.</p>
<p>Nel momento in cui la situazione militare in Indocina girò a favore del Viet Minh, gli sforzi dei suoi alleati Issarak si intensificarono. Dal 1954 essi potevano contare su 5000 uomini sotto le armi, sostenuti da circa 2.200 unità delle truppe Viet Minh, e controllavano vaste aree nelle campagne. Contro di loro erano schierati 6.000 francesi ed un’armata reale khmer creata dai francesi composta da 33.000 effettivi, la quale, però, dipendeva ancora dal comando di ufficiali francesi [19].</p>
<p>In questo periodo, il movimento Issarak pro-Thanh era ormai al collasso, ed i suoi seguaci si univano alla fazione pro-Sihanouk o a quella filo-vietnamita. Sihanouk radunò molti degli Issarak anti-vietnamiti, nonché molti sostenitori del Partito democratico delle aree urbane, attuando una sorprendente svolta. Sebbene un tempo oppositore dell’indipendenza cambogiana, nel 1953 si presentò come campione della “crociata per l”indipendenza”. Rapidamente divenne maestro nell’arte di manipolare i media internazionali, manifestando, inoltre, un’abilità superiore ai suoi oppositori interni. Dopo alcune esitazioni, i francesi decisero che egli rappresentasse una prospettiva assai più congeniale rispetto agli Issarak, affrettandosi a concedere l’indipendena al suo governo.</p>
<p>Alla Conferenza di Ginevra del 1954, i seguaci di Son Ngoc Minh, per non parlare di quelli di Thanh, si videro negata la rappresentanza. Molti furono costretti all’esilio in Vietnam. Sihanouk, inizialmente installato sul trono per la sua malleabilità, ebbe così modo di emergere come colui che aveva ottenuto l’indipendenza cambogiana dai francesi. la contrario di Bao Dai in Vietnam, ebbe successo ne far convergere il nazionalismo cambogiano sul trono e sul sistema politico tradizionale.</p>
<p>Sihanouk consolidò il proprio dominio nel 1955, tenendo le elezioni promesse a Ginevra. Egli abdicò formalmente a favore di suo padre, fondando un suo partito politico, il Sangkum. Agli occhi dei cambogiani conservatori rappresentava ancora il buon re, per quelli radicali era il democratico che aveva ottenuto l’indipendenza e rinunciato al trono.</p>
<p>L’opposizione principale a Sihanouk era costituita dal Partito democratico. Il ramo sopravvissuto del movimento di Son Ngoc Minh andò a formare il Pracheachon. Molti candidati dei due movimenti partiti citati vennero imprigionati, numerosi uccisi, nel corso della campagna elettorale. Poco dopo i vertici democratici lasciarono il paese, e la polizia di Sihanouk inizio a dare la caccia ai restanti Issarak di sinistra (i “Khmer Viet Minh”, come li definiva) nelle campagne. Malgrado ciò, la commissione internazionale di controllo (istituita a Ginevra al fine di sorvegliare l’attuazione degli accordi) certificò le elezione del 1955 come corrette [20].</p>
<p>A seguito di tale trionfo Sihanouk ripristinò un effettivo monopolio sulla vita politica cambogiana, inculcando sistematicamente sentimenti monarchici nei suoi sudditi. Nel periodo successivo, come avrebbe sintetizzato Elizabeth Becker:</p>
<p>Sihanouk impresse il proprio timbro reale su tutto. La monarchia rimase uno dei pilastri della costituzione del paese. Il palazzo reale continuava ad essere l’epicentro della società… E Sihanouk finanziò in modo sostanzioso i simboli del trono – il palazzo reale e la corte, le antichità ed il museo reale. Il principe godeva di uno status che avrebbe suscitato l’invidia dei suoi immediati predecessori reali – controllo totale del paese senza l’invasiva protezione di potenze straniere [21].</p>
<p>Sihanouk aveva superato sia i primi leader del nazionalismo borghese che quelli del nazionalismo di massa. Queste forze, tuttavia, sopravvivevano, o in clandestinità o assorbite dal Partito Sangkum (“comunità del popolo”). Sihanouk inizio a sposare una sorta di “socialismo buddista”, talmente vago che conservatori religiosi come Lon Noland, e giovani radicali come Khieu Semphan, potevano trovarvi qualcosa a loro affine.</p>
<p>La continuità delle istituzioni politiche e religiose tradizionali della monarchia legava la Cambogia pre e post-coloniale, e dopo la partenza dei francesi, Sihanouk interpretò la politica regionale in termini di rivalità tra antichi regni. Egli puntò sul contrasto tra le glorie di Angkor e la decadenza in cui la Cambogia era precipitata in tempi moderni. Il che veniva spiegato, non sulla base delle debolezze socioeconomiche o politiche dell’Impero khmer, bensì sulla base della sua collocazione geografica e dei perfidi disegni dei suoi nemici. Come prova della veridicità di una simile analisi venivano citate le dispute sui confini con la Thailandia ed il Vietnam.</p>
<p>Subito dopo la Conferenza di Ginevra, Sihanouk aveva accarezzato l’idea di allinearsi al’occidente. Questo, tuttavia, implicava unirsi alla Southeast Asia Treaty Organization (SEATO). Egli temeva che ciò avrebbe significato la subordinazione ai potenti vicini anti-comunisti, i quali (a sua detta) avevano mire sul territorio cambogiano – ovvero il Vietnam del sud e la Thailandia. Gli USA erano disposti a difendere l’integrità territoriale cambogiana contro le forze comuniste, ma non contro i regimi di destra. Dalla’altra parte, Sihanouk scopriva che il blocco comunista, su questo punto, era disposto a dargli garanzie inequivocabili, e in particolare la Cina comunista, che aveva dimostra sostegno per il suo governo. Sihanouk optò, dunque, per una politica di neutralità, rendendosi conto che, mentre gli USA non erano disposti a tollerare una simile scelta, specialmente alla luce del loro crescente coinvolgimento in Vietnam, essa veniva invece accolta positivamente dai paesi comunisti. Egli si ritrovò, in tal modo, spinto in una direzione “filo-comunista”, per quanto riguardava la sua politica estera, per quanto detestasse e temesse il comunismo.</p>
<p>Combinato alle pose populiste da egli adottate, ciò condusse ad un’enorme confusione circa la natura fondamentale del suo regime. L’obiettivo principale perseguito da Sihanouk consisteva nel perpetuare la monarchia che aveva governato il suo paese per secoli, nonché le forze ideologiche e socioeconomiche che l’avevano sostenuta.</p>
<p>Le analisi della politica cambogiana hanno sofferto di un’irrimediabile confusione, originata dalla diffusa convinzione che Sihanouk fosse una figura “carismatica”. Il termine deriva dagli scritti di Max Weber, ma il suo utilizzo, in tale contesto, è fuorviante. Numerosi commentatori sembrerebbero farvi ricorso come equivalente di “sostegno popolare”. Ma Weber usava questa espressione in riferimento a caratteristiche straordinarie di leader in grado di radunare discepoli, con la forza del carattere e della convinzione, al fine di rovesciare i governanti designati dalla tradizione o per via legale-burocratica. Il leader carismatico è un rivoluzionario, un demagogo popolare o un eroe popolare – non un monarca tradizionale. All’interno della tipologia weberiana, il regime di Sihanouk dovrebbe essere classificato come fondato sul tradizionalismo patrimoniale [22]. La base del suo sostegno popolare non risiedeva in una qualche forma di magnetismo personale, bensì nel rafforzamento delle istituzioni monarchiche nel contesto di una società profondamente tradizionalista. Sihanouk faceva affidamento sull’ideale del despota benevolo, adorato dai contadini (ai quali amava fare riferimento come “il mio piccolo popolo”). Burocrati, uomini d’affari, generali e politici suscitavano in lui un certo sospetto; essi rappresentavano “vasti interessi”, non “il popolo”. La loro esistenza, di norma, veniva tollerata, ma Sihanouk coglieva ogni occasione utile a limitane l’influenza sulla politica cambogiana.</p>
<p>Per collocare in prospettiva il governo di Sihanouk può essere utile compararlo col regno di Chulalongkorn in Thailandia (1868-1910). Chulalongkorn, fondamentalmente, era riuscito ad attuare una “rivoluzione dall’alto”. Egli trasformò un tradizionale regime patrimoniale, essenzialmente simile a quello di Sihanouk, in uno stato burocratico centralizzato, prendendo l’amministrazione britannica della Birmania quale modello. Ovviamente, tale trasformazione non fu totale, e ancora oggi la burocrazia tailandese è caratterizzata da una rete di clientele radicate in strutture tradizionali – tuttavia, ciò non deve oscurare la realtà di simili trasformazioni.</p>
<p>Chulalongkorn, inoltre, promosse attivamente il commercio e lo sviluppo capitalistico nel suo regno. In ultima analisi, la modernizzazione dello stato e della società, in Thailandia, si rivelarono incompatibili col regime patrimoniale che pure li aveva avviati. Il potere autocratico della monarchia venne distrutto nel corso della rivoluzione del 1932. Ciò garantì ai gruppi militari, burocratici e affaristici di Bangkok una forte influenza sul governo, mentre la monarchia, con poteri ormai fortemente limitati, veniva tenuta in piedi al fine di integrare le masse contadine tradizionaliste nel nuovo sistema politico. Tale assetto si è dimostrato abbastanza resistetene da servire a tutti i successivi rivolgimenti della regione.</p>
<p>Conscio dei pericoli del sottosviluppo, Sihanouk compì sforzi notevoli al fine di modernizzare la società cambogiana. Rimediando a quanto trascurato dai francesi, sovrintese allo sviluppo di un moderno sistema di istruzione. Alla fine degli anni Sessanta, le iscrizioni alle scuole primarie avevano raggiunto il milione, quelle alle secondarie erano oltre 100.000 e per quanto riguarda le terziarie, il dato era di 10.000. Inoltre, cercò l’aiuto estero per promuovere l’urbanizzazione e la crescita del commercio. Il che portò ad un considerevole incremento della classe media a Phnom Penh. Entro i tardi anni Sessanta il 10 percento della popolazione dell’intero regno risiedeva nella capitale.</p>
<p>Tuttavia, Sihanouk non attuò in Cambogia una rivoluzione politica “dall’alto”. Dopo i l1954 egli proseguì a fare i conti con i nuovi politici borghesi di Phnom Penh, tramite i metodi usualmente impiegati dai monarchi assoluti per risolvere gli intrighi di corte – un’abile combinazione di clientelismo, manipolazione, spionaggio e repressione. Inizialmente favorì la destra, perseguitando la sinistra; poi, nel 1963, convinto che la prima stesse acquisendo troppa forza, ribaltò il proprio atteggiamento; ancora, nel 1966, proprio quando la sinistra sembrava consolidarsi, agì nuovamente per far riemergere la destra.</p>
<p>Inoltre, come evidenziato da Michale Vickery, larga parte della domanda di istruzione era alimentata dal desiderio di status e privilegio, piuttosto che dalle necessità economiche del paese. A partire dalla metà degli anni Sessanta, gran parte delle posizioni nel settore pubblico erano occupate. Né il crescente bacino di giovani khmer istruiti poteva essere assorbito da un settore degli affari in espansione. Un mondo degli affari largamente in mano di cinesi e vietnamiti, e per di più, dopo il 1963, l’economia era in recessione. Il risultato fu un crescente strato di giovani irrequieti e frustrati, aspiranti borghesi, ovvero, la forza trainante dietro a numerosi movimenti nazionalisti e radicali.</p>
<p>Laddove i loro genitori restavano attaccati alla pompa e alle cerimonie della monarchia, nonché alle consolazioni della religione tradizionale, molti di questi giovani erano divenuti, come affermato da un osservatore, “de-tribalizzati”. Essi “non si identificavano più col loro contesto culturale, la loro gerarchia ed i loro simboli politici”, e si sentivano sempre più alienati rispetto al governo di Sihanouk. Inoltre, come ha fatto notare ancora Vickery, questo complessivo processo di espansione urbana imponeva crescenti fardelli sul settore rurale. Per quanto il suo resoconto esageri il carattere parassitario dell’espansione urbana, quest’ultima a senz’altro esercitato serie pressione sul settore agricolo. La Cambogia, del resto, aveva uno dei settori agricoli più sottosviluppati e scarsamente produttivi dell’Asia [23].</p>
<p>Alla fine degli anni Sessanta, i tentavi di modernizzazione, sia di stampo capitalista che socialista, erano stati avviluppati da un sistema di clientele reali, scambio di favori e corruzione sempre più sfacciata. Ma le frustrazioni delle élite modernizzanti venivano occultate da una verniciatura di lealtà e adorazione per la monarchia, nonché da tonnellate di luoghi comuni da brochure turistica sul “regno dei sorrisi”, opera di romantici osservatori occidentali. Il mondo, dunque, era impreparato alla ferocia con la quale tali frustrazioni esplosero dopo il collasso, nel 1970, del sistema creato da Sihanouk.</p>
<p>Alla fine, la posizione di Sihanouk venne indebolita dall’escalation della guerra in Vietnam, anziché da forze sociali indigene. Una delle sue principali preoccupazioni negli anni Sessanta, ampiamente giustificata considerati gli eventi del decennio successivo, fu quella di tenere il suo paese fuori dalla guerra. A tal fine, chiuse un occhio sule infiltrazioni comuniste di truppe e rifornimenti, dirette al Vietnam del sud, tramite il “Sentiero di Ho Chi Minh”, attraversante le foreste del Laos e della Cambogia orientale, a condizione che i vietnamiti si tenessero alla larga dalle aree popolate. Egli concesse loro, inoltre, di acquistare scorte di riso in Cambogia. Sihanouk, però, si voltò dall’altra parte anche quando, nel 1969, gli statunitensi iniziarono a bombardare segretamente le forze vietnamite nella Cambogia orientale, protestando pubblicamente quando gli attacchi vennero estesi ai villaggi khmer.</p>
<p>Tutto ciò destabilizzò internamente il governo di Sihanouk. Nel 1966, egli aveva di nuovo favorito la destra, estromettendo la sinistra dal governo. Lon Nol, un generale di destra, sul quale Sihanouk aveva a lungo confidato per la repressione del comunismo cambogiano, divenne primo ministro. I politici e gli studenti di sinistra scomparvero da Phnom Penh, unendosi alle piccole bande della guerriglia comunista stanziate nelle montagne. Sihanouk, intanto, denunciava i “Khmer rossi” e tentava di schiacciare il loro movimento.</p>
<p>La destra, a Phnom Penh, applaudiva, ma era comunque profondamente allarmata da quella che considerava la politica estera filo-comunista e filo-vietnamita di Sihanouk. In seguito, quando i bombardamenti USA dei loro santuari di confine, spinsero i Vietnamiti ad addentrarsi ancor di più in Cambogia, nel 1969, la destra venne colta dal panico. In ogni caso, quest’ultima aveva la propria agenda, e Sihanouk non ne faceva parte. Lon Nol si unì a Sirik Matik, un principe appartenente al ramo Sisowath della famiglia reale, con lo scopo di organizzare un colpo di stato contro Sihanouk nel marzo del 1970. I due proclamarono così una Repubblica khmer.</p>
<p>Quest’esito venne accolto con entusiasmo a Phnom Penh, causando tuttavia costernazione nelle province. La tradizionale lealtà alla monarchia, nel 1970, restava ancora salda, e laddove si era dissolta i contadini si erano rivolti ad alternative più radicali del nazionalismo borghese repubblicano in ascesa nella capitale.</p>
<p>Il colpo di stato di Lol Nol del marzo 1970 era analogo alla rivoluzione in Thailandia del 1932. Ma il “dispotismo illuminato” di Sihanouk era stato assai più debole ed inefficace di quello di Chulalongkorn. Le debolezze dello stato e della borghesia significavano un risultato ben diverso. Il sottosviluppo della Cambogia assicurava praticamente che il nazionalismo borghese avrebbe subito una debacle.</p>
<p>Sihanouk, furioso per il “tradimento” di Lol Nol e Sirik Matik, si unì ai suoi antichi nemici della sinistra, formando il Fronte unito nazionale della Kampuchea (FUNK). Ciò segnava il destino del regime di Lol Nol. Una rivoluzione borghese si trovava di fronte l’opposizione di un’alleanza, ideologicamente implausibile, ma efficace in pratica, tra monarchici e radicali. Si trattava di un conflitto tra città e campagna in una società prevalentemente agraria.</p>
<p>Lol Nol tentò di costruire il sostegno al suo regime incoraggiando freneticamente i sentimenti anti-vietnamiti. A Phnom Penh, e in altri centri urbani, molti residenti vietnamiti vennero massacrati nel corso di veri e propri pogrom. Lol Nol spediva inoltre il proprio esercito a stanare i comunisti vietnamiti dai loro santuari. Questi ultimi risposero infliggendo una serie di devastanti sconfitte alle scarsamente preparate forze della Repubblica khmer, sconfitte dalle quali non si sarebbe mai risollevata. In seguito, a peggiorare la situazione, gli attacchi da parte del Vietnam del sud e degli USA spinsero i comunisti vietnamiti ancor più dentro la Cambogia. Questo contribuì ad alleviare la pressione sul Vietnam del sud, ma solo temporaneamente. Anni dopo, un ex ufficiale statunitense avrebbe spiegato le azioni USA sostenendo che dovevano saziare i lupi del Vietnam del sud, gettando loro un’altra carcassa. La Cambogia di Lol Nol era quella carcassa.</p>
<p>Il governo di Lol Nol, dunque, esordì male e proseguì peggio. Nel giro di pochi mesi controllava soltanto delle enclave intorno a Phnom Penh e le capitali provinciali, oltreché i territori lungo le strade principali colleganti tali aree. Dal 1972 era ormai chiaro era condannato, a meno che non si verificassero cambiamenti rilevanti. Lol Nol era guidato da quelle che un suo comandante militare, più tardi, avrebbe caratterizzato come “ambizioni favoleggianti di un esercito cambogiano trasformato in una grande forza armata, modellata sull’immagine… dell’esercito degli Stati Uniti, passando sopra ad ogni principio fondamentale di sviluppo e funzionamento” [24]. Col collasso dei suoi sogni, Lol Nol si rifugiò sempre più in fantasticherie mistiche. E quando la Cambogia si trasformò in una caotica ed incompetente dittatura militare, molti cambogiani della classe media, che avevano ben accolto la caduta di Sihanouk, attendevano ora con apprensione il crollo inevitabile del nuovo regime.</p>
<p>Come nella Prima guerra d’Indocina, la politica dei comunisti vietnamiti nelle aree da loro occupate in Cambogia consisteva nel mantenere un basso profilo, incoraggiare gli insorti locali e ritirarsi nel momento in cui questi gruppi si dimostravano capaci di autonomia. Nel 1970-71, gran parte delle forze che combattevano l’esercito di Lol Nol erano a guida vietnamita, ma a partire dal 1972, erano prevalentemente nelle mani dei Khmer rossi. I vietnamiti diedero felicemente per assunto che, considerati i comuni obiettivi “antimperialisti” ed i “legami fraterni” tra comunisti dei due paesi, non vi sarebbero stati gravi conflitti tra i loro interessi e quelli del movimento di liberazione nazionale che incoraggiavano in Cambogia.</p>
<p>Sihanouk ben presto scoprì che i vertici dei Khmer rossi degli anni Settanta non erano facilmente manipolabili come i loro predecessori dell’epoca di Son Ngoc Thanh e Son Ngoc Minh. I capi dei Khmer rossi avevano accolto nei ranghi del FUNK i seguaci di Sihanouk , ma tennero quest’ultimo fuori dal paese come capo di un “governo in esilio” a Pechino, spogliandolo progressivamente della sua influenza politica in Cambogia. A partire dal 1974-75, Pol Pot organizzava purghe dei seguaci di Sihanouk presenti nel FUNK. Tra loro due, Lol Nol e Pol Pot distrussero la struttura istituzionale della monarchia tradizionale, spazzando via molte delle sue personalità chiave. Privato del potere, Sihanouk perdeva il suo status divino e gran parte del suo sostegno popolare.</p>
<p>Il rovesciamento del governo di Lol Nol nel 1973 venne solo rimandato dai massicci bombardamenti statunitensi delle forze dei Khmer rossi orami nei pressi di Phnom Penh. tuttavia, col disimpegno USA dall’Indocina, a partire dallo stesso anno, l’appoggio al regime di Phnom Penh ebbe termine gradualmente nel 1974. Il crollo definitivo giunse nell’aprile del 1975, quando il FUNK prese il potere nella capitale. Sihanouk, in esilio, era capo di stato, ma il potere era nelle mani dei Khmer rossi.</p>
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<p><strong>Il Laos: un paradosso dell’estremo sottosviluppo</strong></p>
<p>Pur in tutto il suo sottosviluppo, la Cambogia aveva sia uno stato centralizzato che una popolazione relativamente omogenea, con un’identità geografica distinta come base del nazionalismo. Al contrario, nel Laos, la popolazione era costituita da una varietà di gruppi etnici sparsi su di un aspro terreno montuoso. Persino oggi, meno della metà degli abitanti sono laotiani; la maggioranza della popolazione essendo formata da “minoranze nazionali”. La topografia montuosa tende a dividere il Laos in una serie di zone geograficamente (ed economicamente) separate, e le comunicazioni interne erano largamente inesistenti sino a tempi recenti. Agli esordi della conquista francese, la famiglia reale a Luang Prabang esercitava un controllo limitato e d il potere politico effettivo era nelle mani di famiglie aristocratiche con base regionale. Tale frammentazione “feudale” del potere venne preservata dai francesi, e diede vita, a tempo debito, al più anarchico dei movimenti nazionalisti moderni. Se in Cambogia la razza khmer sembrava fornire una base “naturale” alla nazione, in Laos il problema centrale era che la costruzione della nazione richiedeva l’integrazione di svariati gruppi etnici, ed il nazionalismo laotiano doveva a tutti i costi evitare le inflessioni xenofobiche di quello khmer.</p>
<p>Come in Cambogia, la crescita del nazionalismo in Laos risale al 1945, quando i giapponesi rovesciarono i francesi insediando un governo laotiano [25]. Qui, ancor più che in Cambogia, la politica consisteva esclusivamente di rivalità tra membri di famiglie aristocratiche. Solo un pugno di laotiani (in larga parte provenienti dall’aristocrazia) riceveva un’istruzione superiore, anche nel periodo post-indipendenza, e gli intellettuali della classe media, che svolsero un ruolo di grande rilevanza nelle rivoluzioni vietnamita e cambogiana, erano pressoché inesistenti.</p>
<p>Tuttavia il Laos si ritrovò ben presto ad essere un campo di battaglia per i francesi ed il Viet Minh nel corso della Prima guerra d’Indocina. Di conseguenza, l’intera evoluzione da un realismo tradizionale ad un nazionalismo di massa, modellato sul Viet Minh, avvenne nell’arco di un’unica generazione. Ne risultò una situazione in cui le varie correnti del nazionalismo, innanzitutto monarchico e comunista (quello borghese essendo a tutti gli effetti inesistente) erano tutte guidate da membri rivali della famiglia reale. La mistica monarchica, in una società buddista therevada, monopolizzata da Sihanouk in Cambogia, era condivisa in Laos da gruppi differenti, compresi i comunisti.</p>
<p>I principali problemi che si trovavano a dover fronteggiare non derivavano dalla modernizzazione della società laotiana – processo che si sarebbe svolto quasi interamente in futuro – bensì dal tradizionale dilemma affrontato dai governanti laotiani (e da quelli di altri stati deboli con vicini più potenti). La questione era se rivolgersi al Vietnam per ottenere sostegno, nonché quale modello, o alla Thailandia, oppure scegliere un corso neutrale, bilanciando accuratamente l’una contro l’altra queste due alternative. Ma con i comunisti che ottenevano il controllo del Vietnam del nord e la Thailandia allineata agli Stati Uniti, simili questioni trasformarono il Laos in un campo di battaglia della Guerra fredda.</p>
<p>Il primo movimento nazionalista fu il Lao Issara (“Laos libero”), fondato nell’agosto del 1945 dal primo ministro del governo insediato dai giapponesi, il principe Phet Sarath, insieme al fratello, principe Souvanna Phouma ed al fratellastro, principe Souphannavong. In settembre, sulla scia della “Rivoluzione d’agosto” ad Hanoi, essi proclamarono la completa indipendenza dalla Francia, mettendo il re agli arresti domiciliari a causa della sua opposizione. Tuttavia, il Lao Issara, fu in grado di dispiegare solo una frammentata resistenza al ritorno dei francesi, ed i suoi vertici si videro ben presto costretti all’esilio a Bangkok. Ma Souphannavong cercò di ricostruire le proprie forze, sviluppando al più presto contatti col Viet Minh.</p>
<p>Nel 1949, i francesi concessero l’indipendenza nominale al governo reale laotiano. Molti degli esiliati si ritennero soddisfati da tale esito, facendo ritorno a Vientiane. Ma Souphannavong ed i membri più radicali del movimento nazionalista si ritirarono nelle montagne del Laos al fine di continuare la resistenza armata. Nell’agosto 1950, Souphannavong, insieme a diversi leader tribali, come il capo degli Hmong, Faydang Lobliyao, formavano quello che sarebbe stato chiamato in seguito Pathet Lao (“Nazione del Laos”), con l’obiettivo di combattere per la piena indipendenza, formalizzando negli anni successivi l’alleanza col Viet Minh.</p>
<p>Per quanto riguarda il Laos, la Conferenza di Ginevra prevedeva un governo neutrale affidato al principe Souvanna Phouma, delle zone di riassetto per il Pathet Lao nelle province di Phong Saly e Sam Neua, nonché la riunificazione pacifica del paese su linee analoghe a quelle previste per il Vietnam. L’accordo incontrò difficoltà a causa delle antipatie tra i settori di destra dell’esercito del Governo reale del Laos (GRL), che avevano combattuto coi francesi, ed il Pathet Lao, ma l’aspettativa generale era che quest’ultimo avrebbe potuto essere integrato in un governo di coalizione nazionale.</p>
<p>Ma, come già detto, il Laos era ormai un campo di battaglia della Guerra fredda. Come nel caso del Vietnam del sud e della Cambogia, gli USA volevano che il Laos divenisse parte dell’alleanza anticomunista stabilita con la SEATO. Nel paese vi erano anticomunisti con lo stesso obiettivo, e gli statunitensi ottennero ben presto l’opportunità che attendevano. Subito dopo la formazione della SEATO, il ministro della difesa di Souvanna Phouma venne assassinato, portando ad una crisi di gabinetto il cui esito furono le dimissioni del governo. A quest’ultimo ne seguì uno di destra, il quale aprì rapidamente agli aiuti economici e militari statunitensi destinati al GRL. In simili circostanze, i negoziati col Pathet Lao erano in fase di stallo, e scontri armati tra le due forze divennero comuni.</p>
<p>Malgrado l’opposizione degli Stati Uniti, Souvanna Phouma ritornò al potere nel 1956, con l’impegno per una politica di neutralità e riconciliazione col Pathet Lao. Dopo lunghi negoziati egli formava, nel 1957, un governo di coalizione. Ma gli USA erano fortemente contrari a tale esito, ritenendolo una mal dissimulata presa del potere da parte comunista (sul modello del’Europa dell’est dei tardi anni Quaranta). Quindi forzarono Souvanna Phouma a dimettersi ritirando l’assistenza economica dalla quale il GRL era dipendente, ed istigando la chiusura della frontiera con la Thailandia. Un nuovo governo di destra veniva formato, ma si rivelò incapace di consolidarsi a fronte dell’opposizione dei neutralisti e del Pathet Lao.</p>
<p>Fece seguito un periodo di caos politico, cui pose fine una riconvocata Conferenza di Ginevra nel 1961. Questa riportò in auge Souvanna Phouma, a capo di una coalizione tripartita. Ma gli USA rifiutarono di interrompere i rifornimenti all&#8217;”esercito segreto”, creato dalla CIA, del capo Hmong, “generale” Wang pao, il quale continuò ad operare dietro le linee del Pathet Lao. I neutralisti si divisero su tale questione, i vertici del Pathet Lao abbandonarono Vientiane e Souvanna Phouma, insieme ad altri neutralisti, rimasti nella capitale, divennero ostaggio della destra guidata da Phoumi Nosovan. A partire dal 1963, dopo aver camminato diverse volte sull’orlo del precipizio, il Laos precipitava nella guerra civile.</p>
<p>L’estrema arretratezza del Laos privava Phoumi Nosovan di una base sociale borghese che gli consentisse di svolgere il ruolo di un Ngo Dinh Diem, o persino di un Lon Nol. Né era possibile per il GRL sfruttare le tradizionali lealtà religiose al trono, alla maniera di Sihanouk. Laddove gli appelli alla sacra regalità trovavano terreno fertile nella maggioranza dei cambogiani, la portata politica della specifica cultura laotiana difficilmente si estendeva oltre le pianure. Oltre la metà della popolazione viveva al di fuori di questo universo culturale, ed era ostile alle sue incursioni. Un nazionalismo con una base talmente ristretta serviva solo a perpetuare l’alienazione delle popolazioni tribali rispetto al governo laotiano. Losovan, per tanto, si ritrovava ad essere nient’altro che un uomo forte locale, il cui potere dipendeva dal patrocinio esterno.</p>
<p>Gli USA spalleggiarono solidamente l’ala destra, al controllo del GRL ormai dal 1963. I bombardamenti segreti delle aree in mano al Pathet Lao iniziarono nel 1964, e nel decennio successivo ogni centro urbano, e gran parte dei villaggi, in questa zona, vennero distrutti. Ma l’estremo settarismo, e la mancanza di unità, della destra si traducevano nell’assunzione da parte degli USA di buona parte delle funzioni amministrative del GRL, al punto che l’ambasciatore statunitense era popolarmente noto come “secondo primo ministro”, e non pochi erano convinti che egli fosse in realtà il primo ministro. Ma questo non trasformò il GRL in un governo efficace; semplicemente ne minava la legittimità, tanto che i suoi stessi comandanti militari rifiutavano le “interferenze” delle autorità centrali nel loro domini regionali. Il GRL, così, riproduceva la frammentazione del potere tipica del Laos tradizionale.</p>
<p>Contrariamente alla destra laotiana, il Pathet Lao operava nelle montagne sin dal 1949. Poiché in queste aree era impossibile costruire un vasto movimento senza trascendere le ristrette lealtà tribali, i suoi esponenti erano in grado di apprezzare la vitale importanza dell’integrazione etnica ai fini dell’edificazione dello stato in Laos. Almeno a partire dal 1950 essi essi si erano preoccupati di incorporare un’ampio spettro di capi tribali nella loro struttura di potere, e in definitiva una tale strategia fu largamente ripagata. Sebbene i vertici del Pathet Lao rimanessero costituti prevalentemente da laotiani, la maggioranza delle truppe veniva reclutata da gruppi di minoranza. È corretto afermare che i vertici del Pathet Lao sconfissero i propri oppositori forgiando una vera coalizione nazionale laotiana, al fine di superare un governo etnicamente laotiano.</p>
<p>Questa sarebbe, ovviamente, una semplificazione. Naturalmente, il controllo dei gruppi tribali non sempre cadeva nelle mani del Pathet Lao. Gli Hmong stanziati attorno alla Piana delle giare, guidati da Touby Ly Fong, per esempio, avevano sostenuto i francesi, ed in seguito garantirono il principale bacino di reclutamento dell&#8217;”esercito segreto” di Wang Pao. Ma il suo tradizionale rivale Hmong, Faydang, fu tra i fondatori del Pathet Lao. E le modalità attraverso le quali egli integrò i suoi seguaci costituiscono un’ottima illustrazione delle differenze tra i due schieramenti. I seguaci di Wang Pao riponevano la propria lealtà a loro capo e al popolo Hmong; a pochi di loro interessava qualcosa del GRL. Dall’altra parte, i seguaci di Faydang divennero membri delle unita regolari etnicamente miste del Pathet Lao, nel quale grandi energie venivano profuse per costruire uno spirito “nazionale” multirazziale.</p>
<p>Mentre la destra laotiana si rivolse alla Thailandia ed agli USA al fine di ottenere supporto durante la guerra civile, il Pathet Lao guardava ad Hanoi e al blocco comunista. Le sue principali basi erano dislocate nei pressi del confine vietnamita, e dai vietnamiti riceveva sostegno logistico e politico. Fintanto che si trovavano sotto la protezione dell’esercito nord-vietnamita, tali basi non potevano essere militarmente distrutte dal GRL. Il Viet Minh forniva, inoltre, un modello organizzativo ed ideologico per il Pathet Lao. Poiché il regime di Vientiane aveva fatto poco per istituire un sistema d’istruzione nazionale, molti quadri del Pathet Lao ricevettero la loro prima formazione in scuole di partito, e quando passavano all’istruzione superiore, essi si recavano ad Hanoi, Pechino o nell’Europa dell’est. Il nazionalismo del Pathet Lao, per tanto, non crebbe nell’estremo isolamento che ci si potrebbe aspettare. Esso fu sempre temperato da un certo grado di cosmopolitismo comunista, mai degenerando nello sciovinismo che invece sarebbe ben presto emerso in Cambogia.</p>
<p>Da una parte è impossibile esagerare l’influenza vietnamita sul Pathet Lao; Dall’altra, ciò avviene in continuazione. Il Pathe Lao era modellato sul Viet Minh, ed accettò l’assistenza vietnamita, ma era un movimento nazionale autentico, guidato da un membro della famiglia reale laotiana. Pur con tutti i suoi difetti, il suo apparato amministrativo era gestito da laotiani e per i laotiani, il che è molto più di quanto si possa dire del GRL. Non fu mai uno strumento del “colonialismo” vietnamita in Laos, come talvolta sostenuto. Se i vietnamiti avessero voluto realmente colonizzare il Laos, la via più semplice sarebbe consistita nell’annetterlo e amministrarlo direttamente – molta della popolazione, del resto, avrebbe avuto di che obbiettare al controllo dei laotiani di etnia quanto a quello dei vietnamiti. Al contrario, questi ultimi, fornirono supporto ed incoraggiamento, attendendo pazientemente che il Pathet Lao si consolidasse come movimento.</p>
<p>Sebbene Il Pathet Lao impiegasse diversi anni per costruire una forza capace di minacciare seriamente il GRL, esso non poté mai abbattere quest’ultimo fintanto che permaneva l’impegno a sostenerlo degli USA. L’esito della guerra in Laos, dunque, dipendeva meno dal successo sul campo di battaglia – per quanto le sorti del conflitto, dopo il 1968, fossero favorevoli al Pathet Lao – che dall’abilità dei vietnamiti nel negoziare un ritiro degli statunitensi dal’Indocina. Non appena raggiunto tale obiettivo, la guerra civile in Laos cessava, e col graduale disimpegno degli USA le forze anti-Pathet Lao si disintegravano.</p>
<p>Se le forze politiche internazionali hanno svolto un ruolo decisivo in tutti e tre i paesi indocinesi, ciò è stato vero soprattutto per i più deboli fra questi ultimi. Le forze della modernizzazione, da cui scaturì uno sconvolgimento rivoluzionario in Vietnam ed il collasso dell’ordine politico tradizionale in Cambogia, erano a malapena presenti in Laos. La guerra civile, seguita al crollo del secondo governo di coalizione di Souvanna Phouma, fu in larga parte il portato dell’agire di forze esterne, piuttosto che di una qualsiasi esplosione sociale e politica interna. I contadini rimasero prevalentemente indifferenti ad entrambi gli schieramenti, e fu l’abilità del Pathet Lao nel mobilitare i gruppi di minoranza ad essere infine decisivo.</p>
<p>Quando un cessate il fuoco venne firmato nel 1973, il Pathet Lao controllava l’80 percento del paese. Una nuova coalizione venne formata sotto la guida di Souvanna Phouma, e nel 1974 Souphannavong fece ritorno nella capitale per prendere il suo posto nel governo. Da questo momento in poi, il Pathet Lao assunse fermamente il controllo, e l’ala destra si disintegrò. L&#8217;”esercito segreto” di Wang Pao continuò la guerra, subendo però una sconfitta decisiva nel 1975. Coincidendo quest’ultimo fatto con la caduta di Phnom Penh e Saigon, i residui esponenti della destra a Vientiane vennero colti dal panico e molti lasciarono il paese. A giugno, la gran parte dei vertici, in tempo di guerra, del GRL erano scappati a Bangkok. Il suo esercito, ancora sotto il controllo della destra, era in pezzi, e smobilitò ufficialmente in giugno, seguito dalla completa scomparsa del GRL stesso nel dicembre 1975, nel momento in cui il re Savang Watthana firmava la lettera di abdicazione a favore del “sistema democratico del popolo”.</p>
<p>Su suggerimento di Souphannavong, sia l’ex monarca che Souvanna Phouma vennero designati come consiglieri del governo – un gesto conciliatorio finalizzato a promuovere la concordia nazionale, in patente contrasto con le politiche attuate in Cambogia. D’altra parte, il salto del Laos nella modernità politica sarebbe stato talmente compresso, che il passaggio dalla monarchia al nazionalismo comunista di massa avrebbe avuto luogo sotto la guida di un membro della famiglia reale tradizionale. L’unificazione del paese sotto le insegne del Pathet Lao fu anche una vera e propria riunione di famiglia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Costruzione della nazione e comunismo in Indocina.</strong></p>
<p>I liberali, nell’Europa del XX secolo, erano convinti che, nel momento in cui le nazionalità oppresse si sarebbero liberate dalla dominazione straniera, e in cui i principi di autodeterminazione nazionale si sarebbero affermati in tutto il mondo, gli stati-nazione sovrani avrebbero vissuto in pace ed armonia. Una simile visione ottimistica è stata duramente colpita dal sanguinario torrente di imperialismo, colonialismo e militarismo che ha, sino ad ora, costituito la politica internazionale del XX secolo – al punto che uno storico del nazionalismo ha paragonato tale prospettiva ad una racconto di fiabe, nel quale però la bela addormentata si trasforma nel mostro di Frankenstein [26]. Tuttavia, questa stessa visione ottimistica ha preso piede nella teoria socialista e comunista delle relazioni internazionali. Secondo i teorici marxisti, lo scontro tra stati-nazione sovrani sono dovuti alla competizione e all’imperialismo insiti nel capitalismo. Dunque, un prodotto degli interessi delle classi dominanti e non della classe operaia. Quando il socialismo rimpiazzerà il capitalismo, per tanto, la promessa dell’armonia internazionale sarà realizzata. In Indocina, il giorno promesso è arrivato nel 1975 [27].</p>
<p>In ultima analisi, tale concezione si basa sulla premessa secondo la quale gli stati sono, essenzialmente, strumenti del dominio di classe. In essa viene trascurata la misura in cui il potere statale viene effettivamente utilizzato al fine di creare comunità politiche, nonché per difenderle contro attacchi esterni, indipendentemente dalla natura di classe dello stato. Abbiamo dunque sostenuto la tesi secondo cui il nazionalismo è, fondamentalmente, un movimento finalizzato alla creazione di uno stato moderno basato su questa comunità. Esso aspira ad un governo fondato sulla nozione di sovranità popolare, anziché su un’autorità consacrata dal tempo e dalla tradizione, o dalla volontà divina.</p>
<p>Da un certo punto di vista, il nazionalismo è una sorta di vascello retorico vuoto, il cui concreto contenuto sociale e politico viene apportato dagli stessi nazionalisti vincenti. Le istituzioni dello stato-nazione possono servire una serie di finalità sociali, e i nazionalisti hanno visioni differenti della comunità nazionale che vogliono costruire. Il nazionalismo, per tanto, si presenta in svariate forme – di sinistra o di destra, pluralistico, dittatoriale e totalitario. Così, paradossalmente, abbiamo visto che in Indocina il diffondersi dell’ideale di “unità nazionale” ha inaugurato un periodo di guerra civile. Entrambi gli schieramenti hanno insistito sul loro essere i soli e “veri” nazionalisti; la questione era quindi chi dei due sarebbe riuscito a mobilitare la popolazione e, infine, imporre la propria specifica visione. In Indocina, il gruppo capace di raggiungere tale obiettivo furono i comunisti.</p>
<p>Il comunismo non giunse al potere in Indocina quale partito della classe operaia, bensì’ come ala radicale dell’opposizione nazionalista al dominio coloniale, come movimento del nazionalismo della classe media e di quella contadina. Si tratta di un esito tipico dei successi sperimentati dal comunismo in Asia (così come in altri paesi del Terzo mondo). Come scrisse l’ex comunista indiano M.N. Roy nel 1951:</p>
<p>Il comunismo in Asia è essenzialmente un nazionalismo vestito di rosso… il programma leninista consisteva nel vedere il nazionalismo come un alleato; ora il comunismo svolge il ruolo del nazionalismo, e nelle sue forme più estreme, sembra condividerne tutti i vizi – razzismo, revivalismo culturale, sciovinismo e resistenza all’influenza borghese occidentale. Tale degenerazione nazionalista è una caratteristica fondamentale del comunismo del dopoguerra, e si presenta nelle sue forme più pronunciate in Asia [27].</p>
<p>Roy era in errore solo quando definiva il nazionalismo come una “degenerazione” del comunismo. In Asia, quest’ultimo era radicato nel nazionalismo sin dall’inizio. E poiché nazionalismo significava, innanzitutto, mobilitazione politica delle masse ai fini dello stato, non sorprende che il suo trionfo abbia aggiunto un ulteriore elemento di passione popolare allo scontro tra stati diversi. A questo proposito, non vi è ragione di aspettarsi che gli stati comunisti presentassero differenze fondamentali da quelli non comunisti. Le vicende dei paesi indocinesi, a partire dal 1975, sembrerebbero avvallare tali pessimistiche riflessioni.</p>
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<hr align="center" noshade="noshade" size="2" width="100%" />
</div>
<p><strong>Note</strong><strong></strong></p>
<ol>
<li><strong>1.     </strong><strong>Elizabeth Becker, <em>When the War Was Over</em>, New York 1986, p. 337.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>2.     </strong><strong>Milton Osborne, </strong><strong><em>Before Kampuchea. Preludes to Tragedy</em></strong><strong>, Sydney 1979, pp. 165-6; si veda anche il suo articolo “Cambodia and Vietnam: A Historical Perspective,” </strong><strong><em>Pacific Community</em></strong><strong>, vol. 9, 1978.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>3.     </strong><strong>Khien Theeravit, “Thai-Kampuchean Relations: Problems and Prospects,” </strong><strong><em>Asian Survey</em></strong><strong>, vol. 22, 1982, p. 562. </strong><strong>Malgrado queste osservazioni pertinenti, L’intera prospettiva di Khien è più vicina ad Osborne che alla nostra.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>4.     </strong><strong>A proposito del regno khmer all’inizio del XIX secolo, David Chandler ha scritto: “Sarebbe difficile sovrastimare la l’atmosfera di minaccia, pericolo fisico e diffusa violenza… Le fonti abbondano di riferimenti a tortura, esecuzioni, imboscate, massacri, villaggi incendiati e spostamento forzato di popolazioni… Invasori e difensori devastavano i villaggi in cui giungevano, uccidevano o estirpavano tutto ciò che incontravano, rovinando l’ambiente che attraversavano” </strong><strong><em>A History of Cambodia</em></strong><strong>, Boulder 1983, p. 122). Si veda anche Trevor Ling, </strong><strong><em>Buddhism, Imperialism and War</em></strong><strong>, London 1979, il quale si concentra sul contesto militare tra Birmania e Thailandia.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>5.     </strong><strong>Benedict Anderson, </strong><strong><em>Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi</em></strong><strong>, Manifestolibri, 2009.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>6.     </strong><strong>Barrington Moore, Jr, </strong><strong><em>Le origini sociali della dittatura e della democrazia</em></strong><strong>, Einaudi 1969, pp. 548-549.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>7.     </strong><strong>Citato in K.R. Minogue, </strong><strong><em>Nationalism</em></strong><strong>, Baltimore 1970, p. 17. In una recente rassegna, Cornelia Navari ha scritto: “Gli stati precedenti il XIX secolo non erano al servizio delle nazioni; né a quello delle “comunità”. Essi erano, bensì, al servizio di “Dio”, del Mandato celeste, della Legge di Hallah; al servizio di governanti ereditari – il dinasta e le dinastie considerate vicari di Dio, ed il cui compito designato consisteva nello svolgere tale mandato. … Il problema di quale lingua parlassero i sudditi di qualsiasi dinastia era del tutto irrilevante a tal fine, e le particolari culture di questi popoli contavano solo nella misura in cui ostacolavano un simile mandato”. Navari sottolinea che, fino al diciannovesimo secolo, l’idea per cui gli Stati dovevano basarsi sulle nazioni non era ampiamente accettata in Europa, e “fu solo nel 1918 che ogni governo fece dell’essere uno stato-nazione il criterio della legittimità politica, nonché la condizione basilare per trattare con altri governi” (“The Origins of the Nation-State,” in Leonard Tivey, a cura di. </strong><strong><em>The Nation-State. The Formation of Modern Politics</em></strong><strong>, Oxford 1981, p. 14). </strong><strong>Per dei recenti punti di vista marxista ed anti-marxista, si vedano rispetivamente Anderson, </strong><strong><em>Comunità immaginate</em></strong><strong>, e Ernest Gellner, </strong><strong><em>Nations and Nationalism</em></strong><strong>, Londra, 1983.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>8.     </strong><strong>Per una discussione seria di tale argomento, che ha dato origine a non poca retorica surriscaldata, si veda M.G. Cotter, “Towards a Social History of the Vietnamese Southward Movement,” </strong><strong><em>Journal of Southeast Asian History</em></strong><strong>, vol. 9, 1968.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>9.     </strong><strong>Citato in Chandler, p. 116.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>10.  </strong><strong>Il più recente resoconto dell’impatto economico e sociale del colonialismo in Indocina è Martin J. Murray, </strong><strong><em>Development of Capitalism in Colonial Indochina 1870-1940</em></strong><strong>, Berkeley 1980. Murray tenta di mostrare – sebbene in modo poco convincente, a nostro modo di vedere – che lo sfruttamento francese ha condotto alla stagnazione piuttosto che allo sviluppo delle colonie indocinesi .Va notato anche come si tratti di un libro sul Vietnam e non sull’Indocina nel suo complesso – Cambogia e Laos essendo a malapena menzionati. Per un resoconto precedente, a tinte rosee, e dunque in forte contrasto con quello fornito da Murray, si veda Charles Robequain, </strong><strong><em>The Economic Development of French Indochina</em></strong><strong>, Londra 1941.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>11.  </strong><strong>Il miglior resoconto globale è William J. Duiker,</strong><strong><em> The Rise of Nationalism in Vietnam 1900-1941</em></strong><strong>, Ithaca 1976.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>12.  </strong><strong>Greg Lochart, </strong><strong><em>Nation in Arms: Origins of the People’s Army of Vietnam</em></strong><strong>, Sydney 1989, pp. 41-51.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>13.  </strong><strong>Il capo della missione dell’OSS in Indocina ha fornito un utile resoconto di questi fatti: Archimedes Patti, </strong><strong><em>Why Vietnam? Prelude to America’s Albatross</em></strong><strong>, Berkeley 1980.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>14.  </strong><strong>La letteratura su tale periodo è immensa. In larga parte si occupa dell’esperienza e dei problemi statunitensi. </strong><strong>William J. Duiker, </strong><strong><em>The Communist Road to Power in Vietnam</em></strong><strong>, Boulder 1981, invece si concentra sull’altro schieramento. Gabriel Kolko’s </strong><strong><em>Vietnam. </em></strong><strong><em>Anatomy of a War, 1940-1975</em></strong><strong>, Londra 1985, tenta in modo sistematico di coprire entrambi.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>15.  </strong><strong>Bernard B. Fall, </strong><strong><em>The Two Vietnams: A Political and Military Analysis</em></strong><strong>, Londra 1963, p. 237.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>16.  </strong><strong>Si tratta di una valutazione contestata da numerosi sostenitori dell’intervento USA, i quali affermano che il Tet fu una vittoria per gli Stati Uniti e Saigon. Ma Nguyen Van Loc, all’epoca primo ministro del governo di Saigon, in seguito si è così espresso: “Perdemmo la battaglia per il sud nel 1968… entro il 1975, i comunisti dovevano fare pressione su poche e selezionate aree al fine di ottenere la vittoria totale” (citato in W.G. Kulkarni, </strong><strong><em>Far Eastern Economic Review</em></strong><strong>, 2 giugno 1983).</strong><strong></strong></li>
<li><strong>17.  </strong><strong>Per un dettagliato resoconto, cfr. Arnold R. Isaacs, </strong><strong><em>Without Honor: Defeat in Vietnam and Cambodia</em></strong><strong>, Baltimora 1983.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>18.  </strong><strong>Chandler, pp. 175-82.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>19.  </strong><strong>Ben Kiernan, </strong><strong><em>How Pol Pot Came to Power</em></strong><strong>, Londra 1985, pp. 130—34.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>20.  </strong><strong>Ibid., pp. 157-62.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>21.  </strong><strong>Becker, p. 99.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>22.  </strong><strong>Cfr. “The Social Psychology of the World Religions,” in Hans H. Gerth e C. Wright Mills, a cura di., Da </strong><strong><em>Max Weber: Essays in Sociology</em></strong><strong>, New York 1958, pp. 296-9. </strong><strong>Coloro che sperano di salvare la convenzionale saggezza possono prendere in considerazione la 3° sezione del saggio di Weber “The Sociology of Charismatic Authority” (Gerth and Mills, pp. 251-2), in cui viene discussa la “regalità carismatica”. Ma ciò avviene in relazione alle prime fasi di essa, quando “il re, ovunque, è prima di tutto un signore della guerra”.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>23.  </strong><strong>Cfr. Michael Vickery, </strong><strong><em>Cambodia 1975-1982</em></strong><strong>, Sydney 1984, pp. 19-24. </strong><strong>La citazione proviene da Jacques Nepote, in Kiernan, p. xiv.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>24.  </strong><strong>Generale Sak Sutsakhan, citato da Becker, p. 138.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>25.  </strong><strong>Il miglior resoconto è MacAlister Brown e Joseph J. Zasloff, </strong><strong><em>Apprentice Revolutionaries. The Communist Movement in Laos 1935-1985</em></strong><strong>, Stanford 1986.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>26.  </strong><strong>Minogue, </strong><strong>pp.7-8</strong><strong>.</strong><strong></strong></li>
<li><strong>27.  </strong><strong>Si veda, per esempio, la celebre Dichiarazione di Stoccarda della Seconda internazionale, “Sul militarismo ed i conflitti internazionali”, 1907: “Le guerre sono… inerenti alla natura del capitalismo; esse cesseranno solo nel momento in cui l’economia capitalista sarà abolita, o quando la magnitudo del sacrificio in vite umane e denaro, frutto dello sviluppo tecnologico dell’attività bellica, nonché l’avversione popolare agli armamenti, condurranno all’abolizione di tale sistema. In ragione di ciò, la classe operaia, la quale per prima si trova a dover fornire soldati, oltreché il maggior sacrificio materiale, costituisce il nemico naturale della guerra, la quale contrasta con i suoi interessi fondamentali: ovvero, la creazione di un sistema economico fondato su basi socialiste, e che renderà la solidarietà tra nazioni un realtà” (citato in James Joll, </strong><strong><em>The Second International 1889-1914</em></strong><strong>, 2° ed., Londra 1974, pp. 206-7).</strong><strong></strong></li>
<li><strong>28.  </strong><strong>Citato da Rupert Emerson, </strong><strong><em>From Empire to Nation. The Rise to Self-Determination of Asian and African Peoples</em></strong><strong>, Cambridge, Mass. 1960, pp. 373-4.</strong><strong></strong></li>
</ol>
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		<title>L’AUTUNNO OCCIDENTALE. (Punto di vista: macro).</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2019 11:02:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Pierluigi Fagan</strong></em></p>
<p><strong>L’AUTUNNO OCCIDENTALE. (Punto di vista: macro).</strong></p>
<p>L’era moderna inizia lentamente in dissolvenza incrociata con il Medioevo, tra XVI e XVII secolo. Giunge al suo picco nel XIX secolo, quando i britannici portano a compimento una estensione planetaria che inaugura l’era globale. Lì non termina la modernità ma inizia il suo trapasso come era avvenuto con il Medioevo a lungo perdurante quando già il Moderno faceva primi passi.</p>
<p>Una data per l’intensificazione del trapasso, può esser rivenuta da qualche parte all’inizio della seconda metà del secolo scorso. Culturalmente, il post-moderno ed altri fenomeni secondari come il &#8220;relativismo&#8221;, assomigliano molto ad analoghi fenomeni del XVI secolo quando un’ondata di “pirronismo” stese un velo di profonda perplessità sull’immagine di mondo allora in uso, aprendo la strada alla costruzione di una nuova. Noi siamo qui, al culmine dell’inizio della fine di un’epoca storica, ma non lo sappiamo e sul piano culturale siamo in piena “stagione arida” del pensiero. Ma di che tipo di passaggio si tratta? Verso cosa stiamo andando?</p>
<p>Si potrebbe e dovrebbe inquadrare il fenomeno in molti modi. Noi qui però ne scegliamo uno per fare il punto su un certo tipo di situazione. Il Pil mondiale cresceva del 6.6% nel 1964. Da allora e fino al crollo del 2009 (-1.7%), ma anche dopo, l’andamento è stato altalenante comunque mai superando il limite del +4.3% negli ultimi venti anni. Si potrebbe dire che l’economia mondiale si stia assestando verso una crescita moderata, tant’è che dal 2011 ha oscillato intorno al 3%, 3,3% previsto 2019 da IMF (-0.3% su 2018). Ma questo dato aggregato è solo la sintesi statistica di un gran rivolgimento interno all’economia-mondo. Dal 1950 ad oggi, infatti, si sono aggiunti 5 miliardi di individui, 130 nuovi stati, l’accesso alle forme dell’economia moderna di produzione e scambio con supporto banco-finanziario, tecnica e scienza, da parte di interi continenti (Asia) che prima ne erano fuori. La crescita mondiale quindi, è la risultante media di due dinamiche incrociate: l’ascesa del “the Rest” e la discesa del “the West”. Perché “the West” non cresce più come una volta?</p>
<p>A grana fine si potrebbe aggiungere che la crescita degli ultimi decenni nell’area occidentale è stata in effetti drogata dalla svolta finanziaria, senza quell’ipertrofico valore fittizio sarebbe stata ancor minore. Si potrebbe convocare in giudizio il neo-liberismo che ha depresso le domande interne ed oltretutto favorito l’espatrio economico di molte produzioni e capitali o l’austerity europea che ha congelato alcuni economie nazionali prima brillanti, elementi tutti senz’altro incidenti. Sta di fatto che negli ultimi venti anni, i Paesi OCSE-OECD, viaggiano su una stentata media di +1.85% anno. Si pensa che una riviviscenza di keynesismo, piuttosto che la re-industrializzazione, oppure anche la rivoluzione digitale, piuttosto che la generale riconversione green (magari la conversione green con la reindustrializzazione pone qualche problema logico, ma tanto chi pensa le cose tutte assieme?), potrebbero migliorare le cose. Ma di quanto e quanto a lungo?</p>
<p>C’è un dato macroscopico qualitativo da tener presente. Se le economie non OCSE-OECD sono all’inizio del loro ciclo espansivo, noi forse siamo alla sua fine? L’economia moderna ha inventato e fatto un sacco di cose che prima non c’erano. Ma poi c’erano e lo spazio per farne di nuove s’è ristretto. Già negli anni ’60, abbiamo assistito alla programmazione della morte dei prodotti per tenere in piedi il ciclo di produzione ed in più una enorme spinta al consumo nevrotico, ben oltre la normale “utilità”. S’è abbassata l’età del consumo e si sono importate le donne che prima erano ai margini, di produzione e consumo. S’è venduto a credito che è poi debito. S’è esportato ai terzi ma poi i terzi hanno cominciato a produrre da par loro e sono finiti ad esportare loro e noi ad importare. L’esplosione dei servizi ha dato una mano ai limiti ormai raggiunti dell’industria. Ma il tasso di innovazione reale, quello del tipo Rivoluzione industriale, chimica, elettrica, atomica, meccanica, più invenzioni che semplici innovazioni, non ha avuto seguito nel digitale o nel biotecnologico. E se fossimo alla fine di un ciclo?</p>
<p>L’economia moderna può esser vista in due modi. Come sistema eterno o storico. In natura, non s’è mai visto alcun sistema eterno, difficile immaginare che un sistema economico formato dalle interazioni tra uomini e natura che sono domini termodinamici, abbia in sé le potenzialità dell’eternità. L’economia moderna, in primis, è servita a fare cose, ma le cose da poter fare non sono infinite, questo è quello che sembra aggiungendo la storia qualitativa dei fatti ai dati quantitativi statistici. The West è entrato da decenni nella fase discendente della curva a campana che connota praticamente ogni fenomeno di crescita.</p>
<p>Questo è punto che cambia una epoca. Va benissimo pensare a riconvocare Keynes, le tecnologie disruptive, la green economy e quant’altro vi pare, le epoche non cambiano come cambiamo un abito. Un soft landing è senz’altro meglio di un hard landing. Ma toccherebbe anche cominciare a pensare a quale altra forma di organizzazione della vita associata, potremmo passare. Una forma al cui interno c’è ovviamente l’economia moderna ma non come asse centrale intorno a cui tutto ruota, semplicemente perché quell’asse è destinato a non dare più ordine ma se tenuto ancora centrale, disordine. Dal conflitto geopolitico a quello ambientale, passando per il sociale che sta in mezzo.</p>
<p>Nessuna forma di civiltà fino ad oggi ha mostrato la capacità di sopravvivere al cambio del suo paradigma fondante. Ci sono molte teorie sulle varie fine delle varie civiltà. Alcune sono crollate, altre si sono spente con un lungo vagito. Ma la costante è che nessuna è riuscita a cambiare per tempo l’immagine di mondo che promanava dalla forma del proprio sistema adattivo che ad un certo punto, non era più adattivo. A vedere la qualità della nostra auto-comprensione culturale dei tempi, dei sistemi e dei fenomeni, e parlo dell’Occidente nel suo complesso, non sembrerebbe si sia noi i destinati a questa epocale svolta cognitiva. Dispiace.</p>
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