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	<title>Comunismo e Comunità</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Omnia sunt communia: anticipazione del comunismo e praxis in Thomas Müntzer</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 18:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Omnia sunt communia: anticipazione del comunismo e praxis in Thomas Müntzer di Sandro Moiso Maurice Pianzola, «Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini, Edizioni Tabor, Valsusa (TO) 2025, pp. 221, 12 euro. &#160; «Se abbiamo forche per i ladri, patiboli per i briganti, roghi per gli eretici, perché non abbiamo armi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><em>Omnia sunt communia</em>: anticipazione del comunismo e praxis in Thomas Müntzer</h1>
<h3>di Sandro Moiso</h3>
<p><strong>Maurice Pianzola, <em>«Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini</em>, Edizioni Tabor, Valsusa (TO) 2025, pp. 221, 12 euro.</strong></p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories13/Muntzer-.jpg.webp" alt="Muntzer .jpg" width="300" height="215" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Se abbiamo forche per i ladri, patiboli per i briganti, roghi per gli eretici, perché non abbiamo armi per questi maestri di perdizione, questi cardinali, questi papi, tutto questo pantano della Sodoma romana che corrompe la Chiesa di Dio? Perché non laviamo le nostre mani nel loro sangue?» (Martin Lutero)</p>
<p>Martin Lutero che, come vedremo al termine di questa recensione, si sarebbe poi lavato le mani nel sangue dei contadini invece che in quello dei potenti e degli ecclesiastici di alto rango, avrebbe dovuto riflettere maggiormente prima di pronunciare tali parole di fuoco all’inizio della sua predicazione destinata a dare vita non soltanto a una delle più importanti fratture dottrinali all’interno della società cristiana, ma anche alla prima estesa rivolta e guerra sociale in nome di una società comunista: la guerra dei contadini del 1525.</p>
<p><em>Omnia sunt communia</em>, tutti i beni devono essere in comune, recitava la scritta sulle bandiere della parte più consapevole e determinata di un movimento che, nato in gran parte spontaneamente nelle campagne tedesche, svizzere e francesi a seguito di una predicazione nata dall’intento di ridurre la voracità dei rappresentanti della Chiesa di Roma nei confronti delle ricchezze precedentemente accumulate in quelle aree, avrebbe poi visto alla sua testa predicatori più radicali del monaco che aveva esposto le sue 95 tesi destinate a mettere in discussione il potere di concedere indulgenze in cambio di offerte di denaro e, a seguito di ciò, anche l’infallibilità del Papa nell’ottobre del 1517.</p>
<p>Tra quegli “arrabbiati” certamente si distinse, per determinazione e capacità organizzativa, Thomas Müntzer un giovane parroco e predicatore che aveva scelto, secondo le sue stesse parole, di farsi prete per essere più vicino alle necessità della povera gente, pur essendo egli figlio di un artigiano benestante del villaggio di Stolberg, in cui era nato nel 1489.</p>
<p>Predicatore ribelle, leader politico e religioso, autentico capopolo della prima grande insurrezione popolare dell’età moderna cui sono state dedicate tantissime opere di ricerca storica, indagini teoriche e opere letterarie e teatrali, spesso egualmente divise tra agiografia e condanna, di cui la bibliografia posta al termine del testo pubblicato da Tabor, ad opera dei curatori attuali e dell’autore, rende sufficientemente conto.</p>
<p>Proprio l’opera di Maurice Pianzola, pubblicata originariamente in Francia in una collana tutt’altro che accademica nel 1958 (<em>Thomas Munzer ou la guerre des paysans</em>, Le club francaise du livre) sembra, però, costituire uno dei contributi più importanti per comprenderne l’importanza e la modernità senza, tuttavia, nasconderne errori, contraddizioni e debolezze. Valutazione cui, chi scrive, non teme di aggiungere che scegliendo di pubblicarlo per la prima volta in italiano la piccola, ma ben indirizzata casa editrice valsusina ha operato una delle sue scelte più significative e importanti.</p>
<p>Significativa e importante non soltanto dal punto di vista storiografico ma, soprattutto, anche per l’attualità della lezione politica che se ne può trarre, poiché il testo mette bene in luce come il programma della rivoluzione comunista e le sue necessità organizzative nascano tutte insieme fin dall’inizio della ancora mai conclusa battaglia tra la società dell’oppressione, della proprietà privata dei mezzi di produzione, dello sfruttamento e dello scambio mercantile e la comunità umana della vera eguaglianza.</p>
<p>Aiutando a comprendere come, anche secondo Marx ed Engels nell’introduzione del 1872 a una nuova edizione del <em>Manifesto del Partito comunista</em>, seppur i programmi immediati espressi all’epoca degli avvenimenti trattati possano oggi risultare superati, dai cambiamenti sociali intervenuti nel frattempo, i principi sui quali si fondavano rimangano invariati ed invarianti.</p>
<p>Prima di procedere nell’esposizione dei contenuti dell’opera occorre qui brevemente ritrarre la figura del suo autore, Maurice Samuel Pianzola (6 ottobre 1917-16 ottobre 2004). Un giornalista e scrittore svizzero di origine belga, figlio di un bracconiere e operaio piemontese, che dopo aver trascorso l’infanzia nella Savoia entrò al Collège de Genève all’età di dodici anni, dove subì talvolta insulti razzisti a causa del suo nome italiano.</p>
<p>Successivamente, nel 1936, si unì alla Jeunesse Communiste e dopo la seconda guerra mondiale, lasciò Basilea , dove si era stabilito con la famiglia, e intraprese la carriera di giornalista scrivendo per il «Journal de Genève», la «Gazette de Lausanne» e varie riviste specializzate. Scrisse anche libri su vari argomenti come la storia dell’arte o sulla storia più in generale. Il suo libro <em>Peintres et Vilains. Les artistes de la Renaissance et la grande guerre des paysans de 1525</em> (<em>Pittori e contadini. Gli artisti del Rinascimento e la grande guerra dei contadini del 1525</em> – Paris, Cercle d’art, 1962; Dijon, Les Presses du réel, 1993; L’Insomniaque, 2015) suscitò l’interesse di alcuni situazionisti<a title=" Si veda «Internationale situationniste», n. 10, Marzo 1966, edizione Nautilus, Torino 1994, p. 76. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn1-93050" rel="footnote">1</a> che, recensendolo, ebbero a scrivere: «Il libro di Maurice Pianzola, <em>Pittori e contadini</em>, ha il merito di mostrare la partecipazione, spesso in un ruolo di primo piano tra gli insorti, dei principali artisti del tempo alla guerra dei contadini del 1525».</p>
<p>Oltre a questo, sarebbe poi stato autore di opere su Lenin<a title=" Lénine en Suisse (1952) e Lénine à Genève (1966) " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn2-93050" rel="footnote">2</a>, poi ancora di un’altra opera sugli artisti e il loro ruolo nelle rivolte che accompagnarono il Rinascimento (<em>1500-1700: les Renaissances et les révoltes</em> – 1966), oltre che curatore capo del Museo d’arte e storia di Ginevra, dove morì nel 2004, rimanendo sempre fedele ai suoi ideali di emancipazione universale. Il testo su Thomas Müntzer, dopo la prima edizione del 1958 fu ancora ripubblicato dalle edizioni Ludd nel 1997, con una prefazione di Raoul Vaneigem e poi ancora a Ginevra, per Héros-Limite, nel 2015.</p>
<p>L’ultima osservazione dovuta, a proposito dell’autore, riguarda il fatto che l’opera su Müntzer si situa a metà strada tra le due altre dedicate a Lenin da Pianzola nel 1952 e nel 1966, entrambe riguardanti il periodo dell’esilio svizzero del rivoluzionario russo e questo va detto perché leggendo il testo sulla guerra contadina del 1525 è impossibile non riandare all’eresia leniniana di poco meno di quattrocento anni dopo.</p>
<p>Infatti in Müntzer, esattamente come nel Lenin del <em>Che fare</em>, quello che salta subito agli occhi è il tentativo di dare al movimento rivoluzionario un’organizzazione politica e militare e una teoria adeguata ai compiti richiesti dal momento. Organizzazione e teoria, in entrambe i casi eretiche, nei confronti della Chiesa di Roma e di Lutero per il primo e della Seconda Internazionale e del socialismo ortodosso per il secondo, ma che necessitavano di un programma concreto.</p>
<p>Una promessa di liberazione che non poteva fondarsi soltanto sull’attesa della giustizia divina e della vita eterna nel caso del predicatore tedesco e nemmeno sulle utopie contadine oppure, ancor peggio, sulle promesse di risultati ben lungi dal divenire concreti attraverso la serena accettazione del parlamentarismo e dei suoi giochi elettorali oppure della realizzazione, a piccoli passi, di una più moderna società di stampo capitalistico e liberale per il rivoluzionario che, già a undici anni, aveva visto impiccato dal governo il fratello maggiore che aveva impugnato le armi contro lo zarismo.</p>
<p>Sono i programmi, quelli dei contadini tedeschi, ispirati dalle prediche oppure compresi nei discorsi e negli scritti di Thomas Müntzer, ampiamente riportati nel testo di Pianzola, che ci rivelano le richieste materiali di quella straordinaria e dolorosa stagione di rivolte: abolizione delle decime, della servitù della gleba e delle corvée, riappropriazione delle ricchezze e delle terre (ovvero dei mezzi di produzione in una società agricola) accumulate dalla chiesa e dai conventi oltre che dai signori, messa in comune di tutto il prodotto del lavoro e anche delle terre non coltivate per mettere a disposizione della maggior parte della società sia il legname che la selvaggina in esse allignantesi. Un tema, quest’ultmo, di cui avrebbe ancora avuto modo di occuparsi il giovane Marx nel suo scritto sui <em>Dibattiti sulla legge contro i furti di legna</em> pubblicato sulla «Gazzetta Renana», n. 298 del 25 ottobre 1842 in cui, come all’epoca dei moti di rivolta contadini, avrebbe sottolineato il fatto che:</p>
<p>una massa di uomini, senza sentimenti iniqui, viene falciata dal verde albero della moralità e cacciata nell’inferno del misfatto, della miseria, dell’infamia: […] Gl’idoli di legno vincono, le vittime umane cadono!</p>
<p>La giustizia criminale comprende sotto il furto di legna solo il rubare legna tagliata, il raccogliere furtivamente. […] Raccoglier legna e il premeditato furto di legna! Ad ambedue le azioni è comune una definizione; quindi nell’un caso e nell’altro si tratta di furto.</p>
<p>Non a caso lo stendardo dell’ultima battaglia, quella di Frankenhausen nel maggio del 1525, in cui Müntzer sarebbe stato catturato, torturato, orrendamente mutilato e condannato a morte e migliaia di contadini avrebbero perso la vita sul campo, riportava la scritta <em>Omnia sunt communia</em>: la prima vera e dichiarata rivendicazione di comunismo apparsa in età moderna. Una dichiarazione raccolta in un unico e potentissimo slogan che racchiudeva in sé il fatto che non sarebbe stato il Paradiso a premiare nell’aldilà le speranze di giustizia degli uomini e delle donne della classi sociali emarginate e sottomesse, ma la loro lotta, ora e adesso. Anche se questa non riuscisse subito o al primo colpo nel suo intento.</p>
<p>Non mancò l’internazionalismo nella lotta dei contadini, erroneamente definiti per comodità degli storici soltanto “tedeschi”, poiché la rivolta, che raggiunse il suo apice tra il mese di marzo e quello di maggio del 1525, esattamente come nel 1871 avrebbe fatto la Comune di Parigi così come ci ricorda Pianzola, si estese ben oltre i confini tedeschi, coinvolgendo i contadini della Francia, della Svizzera e della Franca Contea. Una rivolta che una volta assunta la forma della guerra di popolo vide la sistematica distruzione di castelli e conventi.</p>
<p>Sul piano militare, infatti, le armate contadine, soprattutto là dove furono più ispirate dagli insegnamenti di Müntzer, mescolarono nella loro tattica sia gli elementi della guerra moderna come l’uso di cannoni, archibugi e altre armi da fuoco che le picche e le lunghe alabarde, che all’epoca rappresentavano ancora un punto di forza sia per i reparti di mercenari lanzichenecchi che per i futuri <em>tercios</em> dell’esercito imperiale spagnolo. Truppe da cui proveniva comunque anche una parte degli insorti che avevano disertato precedentemente gli eserciti dei signori, della chiesa e dell’imperatore.</p>
<p>Tra questi va ricordato Joss Fritz, un ex-servo di un vescovo con numerose amicizie tra i lanzichenecchi, che già nei primi anni del ‘500 aveva cercato, e poi ancora in seguito, di ridare vita a quella “Lega dello scarpone” o <em>Bundschuh</em> che già alla metà del secolo precedente aveva agitato i cuori dei contadini e delle campagne. Un movimento, però, che nonostante i tentativi dello stesso Fritz di rivitalizzarlo ancora nel 1517, era ancora marchiato da un immaginario arcaico che, esattamente come per le rivolte contadine in Russia ai tempi di Caterina II, cercava ancora una guida ideale e un protettore nella figura dell’imperatore, o dello czar.</p>
<p>Ma se in gran parte il movimento muntzeriano si liberò da questi ideali fallaci, dall’altro seppe utilizzare sul campo di battaglia anche tecniche ereditate dalle tradizioni e dai precedenti movimenti di rivolta, come quello hussita. Ad esempio quello dell’utilizzo dei carri come barriere durante gli scontri così come avevano fatto sia, in chiave più moderna, i taboriti<a title=" Sulla tattica del Wagenburg, o bastione di carri, tipica delle fratellanze di combattimento taborite del XV secolo, si veda: D. Pepino, Aspetti tattici di una guerra di popolo, in Aa.Vv., Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia. Analisi e documenti di una rivoluzione tardo medievale, Tabor, Valsusa 2025. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn3-93050" rel="footnote">3</a>, che, secoli prima, i popoli germanici durante le loro migrazioni. Tradizioni, queste ultime, cui va fatta anche risalire la tradizione della comunanza delle terre che si presentava come uno dei primi elementi di “comunismo” contadino, dimostrando, semmai ce ne fosse bisogno, che:</p>
<p>Le violente scintille che scoccarono tra i reofori della nostra dialettica ci hanno appreso che è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde se stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale […] al membro della comunità futura, fraterna nella armonia gioiosa dell’uomo sociale<a title=" Amadeo Bordiga, Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole, 1965. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn4-93050" rel="footnote">4</a>.</p>
<p>Discorso, quest’ultimo, che ci permette di ricollegare non solo Müntzer a Lenin, al suo essere minoritario nel partito socialdemocratico e, ancora nelle ridotte conferenze, dal punto di vista dei partecipanti effettivi, contro la guerra di Zimmerwald (1915) e Kiental (1916) prima di essere interprete delle istanze rivoluzionarie dei soldati, degli operai e dei contadini russi nel 1917, ma anche alla nostra attualità e al bisogno di rivoluzione e di comunismo che ancora oggi la Storia ci impone come <em>risoluzione dei suoi enigmi</em><a title=" K. Marx, Manoscritti economico filosofici del 1844. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn5-93050" rel="footnote">5</a>.</p>
<p>Una storia di lotte ed emancipazione portata in punta di lancia che, oggi come ai tempi fin qui narrati, incontra quasi sempre i suoi peggiori avversari in coloro che precedentemente si erano presentati come suoi sostenitori sul piano formale e teorico, Non soltanto i socialdemocratici che nel primo dopoguerra contribuirono all’eliminazione fisica in Germania di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht e a reprimere i moti spartachisti nel sangue oppure gli ancora più vili opportunisti che vorrebbero far in modo di distogliere l’attenzione dal loro essere favorevoli alla guerra e al riarmo<a title=" Si veda: A. Barbera, Paolo Gentiloni: «Merz dà voce al risveglio dell’Europa. Su dazi e aiuti a Kiev la svolta c’è già», «La Stampa», 14 febbraio 2026. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn6-93050" rel="footnote">6</a> invitando i movimenti a sconfiggere l’attuale governo in carica per mezzo del farlocco referendum sulla giustizia invece che con le lotte, ma anche, tornando indietro di quattro secoli, in quella borghesia spesso traditrice, sempre pronta a trovare un accordo separato con i signori e il potere sia ecclesiastico che monarchico che solo successivamente e per un brevissimo periodo di tempo, ormai finito soprattutto in Europa fin dal tempo della Comune, avrebbe potuto dichiararsi progressista, come invece qualcuno vorrebbe fare ancora credere con inutili appelli alla collaborazione tra le classi. Un riformismo di cui, storicamente e ancora oggi, il vero erede e legittimo interprete è stato ed è ancora soltanto il fascismo.</p>
<p>A dimostrare ciò, in anticipo su qualsiasi altro tradimento di carattere riformista, sta proprio il riformatore per eccellenza, Martin Lutero, che dopo aver scritto le parole poste in esergo a questa recensione ebbe successivamente a scrivere:</p>
<p>Nel mio precedente libello non ho osato condannare apertamente i contadini, poiché si dichiaravano disposti a ricevere un migliore insegnamento […] Ma ora sono passati all’azione e aggrediscono con la forza, dimenticando le loro buone intenzioni, saccheggiano e infuriano come cani rabbiosi. […] In breve, stanno compiendo l’opera del demonio, ed è l’arcidiavolo in persona [Thomas Müntzer] che regna a Muhlhausen incitando al saccheggio, all’omicidio, e allo spargimento di sangue. […] La sedizione non è come un semplice assassinio, ma come un grande fuoco che infiamma e distrugge un intero Paese. […] Perciò chiunque può deve, in questo caso, ammazzare, strozzare, trafiggere, in pubblico e in segreto, e, facendolo, pensare che non c’è niente di più velenoso, pericoloso e diabolico di un ribelle, proprio come se uccidesse un cane rabbioso […] Io credo che non ci sia più nemmeno un diavolo all’inferno, perché si sono tutti trasferiti nei contadini. Questa è una furia senza limiti e senza confini […] Perciò trafigga, scanni, strangoli, chiunque ha la possibilità di farlo. E se nel farlo tu incontrerai la morte, buon per te, una morte più beata non la troverai mai più, poiché morirai nell’obbedienza alla parola e al comandamento di Dio e al servizio dell’amore<a title=" M. Lutero, Contro le bande di contadini saccheggiatori e assassini in M. Pianzola,  «Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini, Edizioni Tabor, Valsusa (TO) 2025, pp. 182-183. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn7-93050" rel="footnote">7</a>.</p>
<p>Le parole di Lutero fungono da perfetto antidoto contro qualsiasi illusione riformistica, che vede in ogni rivolta soltanto la “sedizione”, e contro ogni ipotesi di collaborazione tra le classi in un mondo in cui, ieri come oggi e, forse, ancora domani, la divisione tra chi ha e chi non ha è rimasta, ed è diventata sempre più, l’unica bussola su cui orientare il pensiero e l’azione dei rivoluzionari. Così come Müntzer e il magnifico libello a lui dedicato ancora ci insegnano.</p>
<hr />
<h6>Note</h6>
<ol>
<li id="fn1-93050">
<h6>Si veda «Internationale situationniste», n. 10, Marzo 1966, edizione Nautilus, Torino 1994, p. 76.</h6>
</li>
<li id="fn2-93050">
<h6><em>Lénine en Suisse</em> (1952) e <em>Lénine à Genève</em> (1966)</h6>
</li>
<li id="fn3-93050">
<h6>Sulla tattica del <em>Wagenburg</em>, o bastione di carri, tipica delle fratellanze di combattimento taborite del XV secolo, si veda: D. Pepino, <em>Aspetti tattici di una guerra di popolo</em>, in Aa.Vv., <em>Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia. Analisi e documenti di una rivoluzione tardo medievale</em>, Tabor, Valsusa 2025.</h6>
</li>
<li id="fn4-93050">
<h6>Amadeo Bordiga, <em>Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole</em>, 1965.</h6>
</li>
<li id="fn5-93050">
<h6>K. Marx, <em>Manoscritti economico filosofici del 1844</em>.</h6>
</li>
<li id="fn6-93050">
<h6>Si veda: A. Barbera, <em>Paolo Gentiloni: «Merz dà voce al risveglio dell’Europa. Su dazi e aiuti a Kiev la svolta c’è già»</em>, «La Stampa», 14 febbraio 2026.</h6>
</li>
<li id="fn7-93050">
<h6>M. Lutero, <em>Contro le bande di contadini saccheggiatori e assassini</em> in M. Pianzola, <em>«Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini</em>, Edizioni Tabor, Valsusa (TO) 2025, pp. 182-183.</h6>
</li>
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		<title>IL SUICIDIO IMPERIALE</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 18:48:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL SUICIDIO IMPERIALE Uno scenario geopolitico sull’attacco israelo-americano all’Iran Stefano Pierpaoli 19 marzo 2026 Quando un regime implode Per comprendere perché il 28 febbraio 2026 Israele ha annunciato l’avvio di un attacco preventivo contro l’Iran, coordinato con gli Stati Uniti, con i primi raid che hanno colpito obiettivi nella capitale iraniana[1], bisogna riavvolgere il nastro [...]]]></description>
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<h2>IL SUICIDIO IMPERIALE</h2>
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<h2>Uno scenario geopolitico sull’attacco israelo-americano all’Iran</h2>
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<h3>Stefano Pierpaoli<br />
19 marzo 2026</h3>
<h3></h3>
<h3>Quando un regime implode</h3>
<p>Per comprendere perché il 28 febbraio 2026 Israele ha annunciato l’avvio di un attacco preventivo contro l’Iran, coordinato con gli Stati Uniti, con i primi raid che hanno colpito obiettivi nella capitale iraniana[1], bisogna riavvolgere il nastro di almeno sei settimane.</p>
<p>L’Iran stava già bruciando dall’interno. A partire dalla fine di dicembre 2025, il Paese era stato attraversato da una nuova ondata di proteste, inizialmente innescata dal carovita e dalla rapida svalutazione del rial, che tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 aveva toccato nuovi minimi storici sul mercato parallelo, erodendo il potere d’acquisto e colpendo in modo particolare le fasce urbane e commerciali.[2]</p>
<p>La risposta delle autorità era stata caratterizzata da una repressione estesa, con arresti di massa, uso della forza contro i manifestanti e un blackout delle comunicazioni durato quasi tre settimane. Un regime che spegne internet per tre settimane non sta gestendo una crisi: sta nascondendo la propria paura.</p>
<p>Qui emerge il primo nodo dello scenario. Trump aveva inizialmente minacciato un intervento militare come risposta alla repressione delle proteste. Con il protrarsi delle mobilitazioni, però, la linea della Casa Bianca aveva cambiato approccio: la prospettiva dell’attacco era stata utilizzata come strumento di pressione per spingere Teheran a riaprire il dossier sul programma nucleare e accettare nuovi colloqui. La strategia, dunque, era inizialmente negoziale. L’attacco non era inevitabile ma era una minaccia usata come leva. Ma qualcosa è cambiato nelle ultime settimane di febbraio. Trump ha dichiarato che il motivo per cui ha deciso di lanciare l’attacco all’Iran era “molto semplice”: “non erano disposti a interrompere la loro ricerca nucleare”, “non erano disposti a dire che non avrebbero avuto un’arma nucleare”.[3]</p>
<h3>La variabile americana</h3>
<p>Qui entra in gioco la dimensione economica, che è la chiave interpretativa più sottovalutata dalla narrativa mainstream.</p>
<p>L’economia americana arrivava al febbraio 2026 già indebolita. Neppure i sostenitori della trumpnomics avevano visto soddisfatte le proprie aspettative: il settore manifatturiero aveva sì visto la produzione tornare a crescere, ma senza che ciò si traducesse in aumento dell’occupazione. Il saldo della bilancia commerciale lato beni era peggiorato, la crescita economica era rallentata, le performance di borsa erano inferiori all’anno precedente, con una significativa svalutazione del dollaro del 15% rispetto all’euro.[4]</p>
<p>Il modello economico di Moody’s basato sull’intelligenza artificiale stimava al 49% la probabilità di recessione negli Stati Uniti entro i prossimi 12 mesi già prima della guerra con l’Iran.[5] Quasi mezzo paese in recessione prima ancora di sparare il primo colpo. Trump, che aveva costruito il suo secondo mandato sulla promessa esplicita di prezzi più bassi e supremazia economica, si trovava su un filo.</p>
<p>Questa fragilità è parte integrante dello scenario, non un dato accessorio. Un presidente sotto pressione economica interna, con i dazi già sconfessati dalla Corte Suprema e la manifattura che non decolla, ha un incentivo potente a spostare l’attenzione su una crisi esterna e a inquadrarla come vittoria. Ecco il paradosso tragico: i dazi si erano ritorti contro l’economia americana; e anche se gli Stati Uniti sono i primi produttori mondiali di petrolio, non sono immuni dall’effetto diretto dell’aumento del prezzo del barile sui prezzi dei carburanti.[6] La guerra apre una contraddizione interna all’amministrazione Trump che nessuna narrazione vittoriosa può coprire completamente.</p>
<h3>Il calcolo israeliano</h3>
<p>Netanyahu aveva un orizzonte temporale, non un’ideologia. Il primo ministro israeliano aveva dichiarato che l’Iran stava costruendo nuovi siti per armi nucleari che sarebbero stati impossibili da attaccare nel giro di pochi mesi, rendendo urgente l’azione: “Hanno iniziato a costruire nuovi siti, nuovi luoghi, bunker sotterranei, che avrebbero reso immuni i loro programmi di missili balistici e di bombe atomiche.”[7]</p>
<p>Ma c’è un elemento ulteriore nel calcolo israeliano, di natura esplicitamente geopolitica regionale. Nelle settimane precedenti l’attacco, Netanyahu aveva dichiarato: “Penso che questo aprirà la strada a molti trattati di pace con altri Paesi arabi e musulmani. L’Arabia Saudita avrà molto da guadagnare. Tutti questi Paesi sono minacciati dall’Iran, vogliono che il regime cada, anche se non lo dicono pubblicamente.” Questa frase è la mappa dei distinguo arabi che analizzeremo più avanti. Netanyahu stava già costruendo, nella sua testa, la nuova architettura del Medio Oriente post-iraniano.</p>
<p><a name="_ftn1" href="https://www.consequenze.org/geopolitica-guerra-e-futuro/il-suicidio-imperiale/#_ftnref1"></a></p>
<h3>Dalle dichiarazioni alla carneficina</h3>
<p>L’operazione militare è stata denominata da Israele “Il Ruggito del Leone”, mentre il Dipartimento della Difesa USA l’ha ribattezzata “Operazione Furia Epica”. Tra i primi obiettivi figurava la sede della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso nei raid.</p>
<p>La risposta di Teheran non si è fatta attendere: le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato il lancio dell’operazione “Truth Promise 4”, prendendo di mira Israele e obiettivi statunitensi nell’area del Golfo, con attacchi contro basi USA in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, missili anche su Dubai e la chiusura dello Stretto di Hormuz.</p>
<p>È questa risposta di Teheran che cambia tutto nella mappa regionale.</p>
<h4>Il non appoggio arabo</h4>
<p>Qui va fatto un lavoro analitico preciso, perché la narrazione semplificata di “paesi arabi che appoggiano l’attacco” non regge a un esame strutturale. La realtà è più sottile e più rivelatrice.</p>
<h5>Prima fase (28 febbraio – 1° marzo): silenzio calcolato</h5>
<p>L’Arabia Saudita aveva ricordato di non aver concesso l’uso del suo spazio aereo per colpire l’Iran, riservandosi il diritto di “rispondere a un’aggressione”. I paesi del Golfo guardavano, non partecipavano. L’attacco israelo-americano era visto con un mix di soddisfazione segreta — il rivale storico finalmente colpito — e di autentica preoccupazione per l’escalation.</p>
<h5>Seconda fase (1-3 marzo): la ritorsione iraniana cambia tutto</h5>
<p>La risposta dell’Iran agli attacchi di Stati Uniti e Israele è stata una serie di lanci di missili e droni verso Israele, verso le basi statunitensi, ma anche verso obiettivi civili dei paesi del Golfo: hotel, centri commerciali, aeroporti, porti.</p>
<p>La ritorsione di Teheran ha provocato una reazione di sdegno e protesta in tutti i Paesi del Golfo colpiti. “La vostra guerra non è contro i vostri vicini”, ha dichiarato un alto funzionario degli Emirati Arabi Uniti, aggiungendo che “l’aggressione iraniana contro gli stati del Golfo è stata un errore di calcolo e ha isolato l’Iran in un momento critico”.[8]</p>
<p>Questo è il punto di svolta che trasforma la postura araba da neutralità calcolata a coalizione attiva. Come ha affermato Abdulaziz Sager, presidente del Gulf Research Center: “In tutta la regione del Golfo è diffusa la convinzione che l’Iran abbia oltrepassato ogni linea rossa con i Paesi del Golfo. Inizialmente li abbiamo difesi e ci siamo opposti alla guerra, ma una volta che hanno cominciato a dirigere gli attacchi contro di noi, sono diventati nemici.”[9]</p>
<h3>I distinguo fondamentali</h3>
<p>Il quadro non è uniforme. Vanno distinti almeno quattro profili:</p>
<p>Emirati Arabi Uniti e Bahrein — quelli più colpiti, i più esposti, i più inclini a una risposta militare diretta. Gli Emirati stavano valutando di attaccare i siti missilistici iraniani per fermare i lanci contro il loro territorio: un’azione senza precedenti.[10]</p>
<p>Arabia Saudita — posizione più cauta ma egualmente segnata dall’attacco diretto. Tra il 28 febbraio e il 3 marzo, esplosioni erano state segnalate nelle province orientali, vicino ai campi petroliferi di Abqaiq, e droni iraniani avevano colpito l’ambasciata USA a Riad.[11] Riad si era schierata contro la “brutale aggressione iraniana” ma non aveva mai formalizzato una partecipazione militare attiva fino alla formazione della coalizione per Hormuz.</p>
<p>Qatar e Oman — i più ambigui. Il Qatar ospitava basi USA ed era stato colpito dagli iraniani, ma era anche il principale mediatore diplomatico. Oman ed Egitto erano impegnati in uno sforzo diplomatico parallelo per porre fine alla guerra.[12]</p>
<p>Giordania — la più distante dal conflitto diretto, ma coinvolta nelle intercettazioni di droni iraniani nel proprio spazio aereo.</p>
<p>La differenza strutturale tra questi profili è questa: i paesi del Golfo non hanno appoggiato l’attacco americano-israeliano per solidarietà con Israele. Lo hanno fatto — o sono stati trascinati a farlo — perché l’Iran ha compiuto l’errore strategico di colpirli direttamente, trasformandoli da spettatori interessati a parti in causa.</p>
<p>Sono state le stesse fonti del Gulf Research Center a confermarlo: “Gli stati arabi del Golfo non avevano chiesto agli Stati Uniti di entrare in guerra con l’Iran, ma molti ora li stavano esortando a non fermarsi.”[13] Una frase che dice tutto sulle dinamiche reali di questo conflitto.</p>
<h3>La trappola di Hormuz</h3>
<p>Ma c’è un piano che si è incrinato quasi subito. Lo scenario vincente immaginato da Trump e Netanyahu — campagna rapida, regime che crolla, nuova architettura regionale — si è scontrato con una variabile che nessuno dei due sa come gestire: lo Stretto di Hormuz.</p>
<p>L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha annunciato un rilascio di emergenza di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche — una misura raramente adottata — poiché il conflitto aveva sottratto circa 8 milioni di barili al giorno dall’offerta globale.[14]</p>
<p>Goldman Sachs ha rivisto al rialzo le previsioni sull’inflazione per il 2026 di 0,8 punti percentuali e tagliato le proiezioni di crescita del PIL. In uno scenario peggiore, la probabilità di recessione americana è stimata al 25%.[15]</p>
<p>Si materializza così la più classica delle trappole geopolitiche: l’azione militare pensata per risolvere una crisi economica interna rischia di aggravarla. Come ha scritto Fortune Italia, Trump si è scontrato frontalmente con qualcosa che la sua intera filosofia operativa non è attrezzata a gestire: “una strozzatura larga 21 miglia all’imbocco del Golfo Persico che non ha alcun CEO da bullizzare, nessun obbligazionista da minacciare e nessun azionista che possa assorbire la perdita.”[16]</p>
<h3>La lettura strutturale</h3>
<p>Mettendo insieme tutti gli elementi, lo scenario che emerge non è quello di una guerra decisa improvvisamente, né di un’azione puramente reattiva al nucleare iraniano. È qualcosa di più complesso e più antico. Cinque livelli di analisi sovrapposti.</p>
<ol>
<li>La “finestra nucleare”. Netanyahu aveva una finestra di opportunità tecnica che si stava chiudendo. I nuovi bunker iraniani avrebbero presto reso l’obiettivo militarmente non raggiungibile. Agire adesso o non agire più.</li>
<li>La gestione della crisi interna americana. Trump era in una condizione di fragilità economica con i dazi che non funzionavano, il deficit in peggioramento, la manifattura senza occupazione. Una “vittoria” militare rapida in Medio Oriente poteva riscrivere la narrativa interna. Il calcolo era: debolezza economica + guerra breve = consenso. Il problema è che la guerra non è stata breve.</li>
<li>Il sistema del petrodollaro. Le guerre americane in Medio Oriente non hanno mai riguardato la sicurezza regionale in senso stretto, ma il mantenimento del sistema del petrodollaro — l’obbligo implicito per cui il petrolio mondiale viene scambiato in dollari, garantendo agli Stati Uniti un privilegio monetario straordinario. In questa logica, destabilizzare l’Iran — che da anni vende greggio alla Cina aggirando il sistema del dollaro — non è una scelta dettata dall’ideologia, ma dal calcolo finanziario.[17]</li>
<li>La risposta araba come conseguenza non pianificata. I paesi arabi del Golfo non erano alleati nell’attacco: erano spettatori. È stata la risposta militare iraniana, con i missili sugli Emirati e sull’Arabia Saudita, a trasformarli in co-belligeranti. In un documento congiunto, Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti hanno affermato “il diritto di autodifesa” per “difendere i nostri cittadini”.[18] Non è una dichiarazione di guerra all’Iran: è una legittimazione difensiva che l’Iran ha regalato loro colpendoli.</li>
<li>Una drammatica eterogenesi dei fini. Una guerra pensata per consolidare il primato americano nel Golfo, eliminare il programma nucleare iraniano e aprire la strada ad Abraham Accords con l’Arabia Saudita, rischia di produrre esattamente il contrario: Hormuz chiuso, petrolio alle stelle, recessione americana in avvicinamento, e un Iran che anche sconfitto militarmente lascerà un vuoto di potere che nessuno saprà riempire.</li>
</ol>
<p>Come aveva detto Guterres al Consiglio di Sicurezza nella notte dell’attacco: “Stiamo assistendo a una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. L’azione militare comporta il rischio di innescare una catena di eventi che nessuno può controllare, nella regione più instabile del mondo.”[19]<a name="_ftn1" href="https://www.consequenze.org/geopolitica-guerra-e-futuro/il-suicidio-imperiale/#_ftnref1"></a></p>
<p><a name="_ftn1" href="https://www.consequenze.org/geopolitica-guerra-e-futuro/il-suicidio-imperiale/#_ftnref1"></a></p>
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<h3>La stagflazione come destino europeo</h3>
<p>L’Europa arrivava al conflitto già con le difese immunitarie abbassate.</p>
<p>L’area euro aveva iniziato il 2026 con segnali di ripresa ciclica e un’inflazione prevista leggermente sotto il 2%, attorno all’1,7%.<br />
L’impennata dei prezzi energetici rischia però di cambiare rapidamente il quadro: una ripresa fragile, costruita su basi precarie, esposta a uno shock esogeno enorme[20].</p>
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<h3>Il meccanismo della trappola</h3>
<p>La stagflazione viene spesso definita una “trappola” perché una volta innescato il meccanismo è molto difficile uscirne. Le opzioni per la BCE non sono risolutive: lo strumento principale per raffreddare i prezzi è l’innalzamento dei tassi di interesse, ma così non si toccherebbe il vero nervo scoperto, che è esogeno. Paradossalmente, alzare i tassi potrebbe frenare la domanda di investimenti, con un ulteriore effetto negativo sulla crescita.[21]</p>
<p>È il dilemma classico della stagflazione — quello stesso che Volcker risolse negli anni ’80 a un costo sociale enorme — ma con una differenza strutturale rispetto ad allora: la vecchia ipotesi secondo cui le banche centrali potevano semplicemente “guardare oltre” un’inflazione trainata dall’energia non è più valida. Se le banche centrali non intervengono, l’inflazione si radica nelle aspettative salariali e nei contratti; se intervengono, strozzano quel minimo di domanda interna che reggeva la crescita.</p>
<h2>I numeri dello scenario intermedio</h2>
<p>In uno scenario di conflitto che si prolunga tra tre e sei mesi con chiusura parziale di Hormuz, tre-cinque milioni di barili al giorno escono dal mercato, il Brent salirebbe tra 100 e 115 dollari per mesi, l’inflazione UE aggiungerebbe a sé stessa 1,5-3 punti, superando potenzialmente il 4-5% come picco. Il PIL dell’Eurozona si contrarrebbe nella seconda metà del 2026, con una perdita annua di 0,5-1,0%.[22]</p>
<p>Il Commissario europeo Dombrovskis ha riferito ai ministri che l’espansione economica nel 2026 potrebbe risultare inferiore di 0,4 punti percentuali rispetto al ritmo dell’1,4% previsto.[23] Crescita all’1% con inflazione al 4-5%: quella non è più ripresa, è stagnazione con dolore. È la fotografia degli anni ’70, con la tecnologia del 2026.</p>
<h3>La vulnerabilità italiana</h3>
<p>L’impatto negativo potrebbe essere particolarmente forte in Germania, che quest’anno avrebbe dovuto fungere da motore della crescita europea.[24] Ma se la Germania va in contrazione, l’Italia, strutturalmente agganciata alla domanda tedesca attraverso le filiere manifatturiere del Nord, riceve il doppio colpo: lo shock energetico diretto e il calo della domanda del principale partner commerciale.</p>
<p>A questo si aggiunge il fattore debito. Secondo il Wall Street Journal, quello europeo è uno dei mercati più colpiti dalla crisi energetica: il continente ha opzioni limitate, con i costi di finanziamento in forte crescita e debito pubblico a livello record in alcuni Paesi.[25] Paesi come l’Italia, la Grecia, il Belgio, dove lo spread tra l’inflazione dei costi e la crescita reale diventa rapidamente insostenibile per i bilanci pubblici.</p>
<h3>La dimensione nascosta</h3>
<p>C’è un elemento che sfugge ai ragionamenti mainstream e che merita di essere nominato esplicitamente. Teheran non ha bisogno di affondare una flotta intera per vincere: le basta rendere i premi assicurativi marittimi insostenibili. Quando il costo del trasporto supera il valore del carico, il blocco navale è ottenuto senza sparare un solo colpo.</p>
<p>Non è la chiusura fisica di Hormuz, che i media misurano in navi bloccate, ma la paralisi assicurativa che colpisce le catene logistiche globali. Il blocco o la restrizione di Hormuz e del Mar Rosso — già compromesso dagli Houthi dal 2023 — costringerà il 12-15% del commercio globale a circumnavigare l’Africa: dieci-quattordici giorni in più di transito, con effetti più marcati su Germania e Italia, economie più esposte al commercio internazionale.[26]</p>
<h3>Il cortocircuito politico finale</h3>
<p>C’è un livello ulteriore che va oltre l’economia pura. La stagflazione è storicamente la condizione che erode più rapidamente il consenso politico e che alimenta le derive autoritarie e populiste. Non perché i populisti abbiano le risposte — non le hanno — ma perché la stagflazione è la situazione in cui le élite tradizionali dimostrano con la massima evidenza la propria incapacità strutturale.[27]</p>
<p>L’Europa nel 2022 aveva reagito alla crisi energetica post-ucraina con un certo livello di coesione. Quella crisi aveva un nemico chiaro (la Russia), una narrativa condivisa, e i governi potevano presentarsi come difensori di valori. Questa crisi è diversa: è generata da un’azione militare degli alleati americani e israeliani che l’Europa ha esplicitamente criticato e da cui si è dissociata. È difficile costruire una narrazione coesa quando la fonte del danno sono i propri alleati dichiarati.</p>
<p>Il paradosso finale dell’eterogenesi dei fini è questo: una guerra pensata per produrre stabilità e primato rischia di produrre l’esatto contrario — non solo in Medio Oriente, ma nelle democrazie occidentali che avrebbero dovuto beneficiarne. E l’Europa, che non ha deciso niente, potrebbe pagare il conto più salato di tutti.</p>
<p>La storia non produce mai esattamente ciò che i suoi artefici vogliono. Produce invece, con precisione quasi meccanica, le conseguenze che loro stessi non avevano previsto. Il suicidio imperiale è sempre volontario e sempre</p>
<p>Stefano Pierpaoli<br />
19 marzo 2026<a name="_ftn1" href="https://www.consequenze.org/geopolitica-guerra-e-futuro/il-suicidio-imperiale/#_ftnref1"></a></p>
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<ol>
<li>ISPI, “Attacco di Usa e Israele all’Iran: 7 grafici per capire come siamo arrivati fin qui”, 28 febbraio 2026.</li>
<li>Le proteste erano iniziate a fine dicembre 2025, innescate dal caro vita e dalla svalutazione del rial, con un blackout di comunicazioni durato circa tre settimane.</li>
<li>Dichiarazione di Trump in conferenza stampa, 1° marzo 2026: “non erano disposti a interrompere la loro ricerca nucleare”.</li>
<li>4Il deficit della bilancia commerciale era passato da 1.215,4 a 1.240,9 miliardi in un anno nonostante i dazi; il dollaro aveva perso il 15% rispetto all’euro.</li>
<li>Moody’s Analytics, “Recessione negli USA sempre più difficile da evitare con la guerra in Iran”, 18 marzo 2026. Il modello AI di Moody’s stimava al 49% la probabilità di recessione USA entro 12 mesi già prima dell’attacco.</li>
<li>Dati del Financial Times sull’effetto boomerang dei dazi e sull’esposizione americana al prezzo del barile.</li>
<li>ANSA 3 marzo 2026: dichiarazione di Netanyahu a Fox News nelle settimane precedenti l’attacco, ripresa da fonti israeliane.</li>
<li>“La ritorsione iraniana nel Golfo spiazza i vicini”, 2 marzo 2026. Dichiarazione di Anwar Gargash, consigliere del presidente emiratino: “L’aggressione iraniana contro gli stati del Golfo è stata un errore di calcolo e ha isolato l’Iran in un momento critico.”</li>
<li>ANSA, 17 marzo 2026. Dichiarazione di Abdulaziz Sager, presidente del Gulf Research Center: “Inizialmente li abbiamo difesi e ci siamo opposti alla guerra, ma una volta che hanno cominciato a dirigere gli attacchi contro di noi, sono diventati nemici.”</li>
<li>3 marzo 2026: gli Emirati stavano valutando di attaccare i siti missilistici iraniani. “Un’azione senza precedenti”, secondo Axios.</li>
<li>Il Post, ibidem. Arabia Saudita: esplosioni segnalate vicino ai campi petroliferi di Abqaiq il 2-3 marzo; droni iraniani sull’ambasciata USA a Riad.</li>
<li>Adnkronos, 14 marzo 2026: Turchia, Oman ed Egitto impegnati in uno sforzo diplomatico parallelo.</li>
<li>ANSA, 17 marzo 2026, cit. Reuters: “Gli stati arabi del Golfo non avevano chiesto agli Stati Uniti di entrare in guerra con l’Iran, ma molti ora li stavano esortando a non fermarsi.”</li>
<li>IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), comunicato 11 marzo 2026: rilascio di emergenza di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei 32 Paesi membri, la più ampia operazione nella storia dell’istituzione.</li>
<li>Goldman Sachs Research, marzo 2026, cit. da Fortune Italia e Euronews: inflazione 2026 rivista al rialzo di 0,8 punti percentuali (al 2,9%), PIL tagliato di 0,3 punti (al 2,2%). In scenario di Brent a 110 dollari per un mese, probabilità di recessione USA al 25%.</li>
<li>Fortune Italia, “Stretto di Hormuz, ecco perché i metodi di Trump non stanno funzionando”, 17 marzo 2026.</li>
<li>Michael Hudson, Super Imperialism (nuova ed. 2021) e interventi pubblici 2024-2025. La tesi del petrodollaro come motore delle guerre americane in Medio Oriente è sviluppata anche in Killing the Host (2015). Hudson sostiene che ogni paese che venda petrolio in valuta diversa dal dollaro “diventa un bersaglio”.</li>
<li>ANSA, 3 marzo 2026, cit. documento congiunto Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti: “il diritto di autodifesa” per “difendere i nostri cittadini”.</li>
<li>ONU, dichiarazione del Segretario Generale António Guterres al Consiglio di Sicurezza straordinario, 28 febbraio 2026</li>
<li>MUFG Bank (Henry Cook), “Quanto può salire l’inflazione europea se la guerra con l’Iran continua?”, 11 marzo 2026.</li>
<li>Paolo Collini (già Rettore Università di Trento), “Iran, tra guerra e crisi energetica. L’Ue rischia la trappola della stagflazione”, 16 marzo 2026.</li>
<li>“Hormuz, guerra in Iran e rischio di stagflazione in Europa”, marzo 2026. Scenario B (3-6 mesi di conflitto): Brent 100-115 dollari, inflazione UE +1,5-3 punti, PIL Eurozona -0,5-1,0%. Fonti: modelli IMF, BCE, Oxford Economics, IEA, S&amp;P Global.</li>
<li>Commissione Europea (Dombrovskis), 12 marzo 2026: crescita 2026 stimata inferiore di 0,4 punti rispetto al ritmo dell’1,4% previsto.</li>
<li>RBC BlueBay (Kaspar Hense), 9 marzo 2026: “l’impatto negativo potrebbe essere particolarmente forte in Germania, che quest’anno avrebbe dovuto fungere da motore della crescita europea”.</li>
<li>Wall Street Journal, 16 marzo 2026: “Il continente ha opzioni limitate, con i costi di finanziamento in forte crescita e debito pubblico a livello record in alcuni Paesi.”</li>
<li>ISPI e Oxford Economics: il blocco o la restrizione di Hormuz e del Mar Rosso “costringerà il 12-15% del commercio globale a circumnavigare l’Africa: dieci-quattordici giorni in più di transito, riduzione della capacità di spedizione del 9-15%”. Su Germania e Italia come economie più esposte, ISPI e Oxford Economics.</li>
<li>Colin Crouch, Post-Democracy (2004): Sull’effetto politico della stagflazione si vedano: Paul Krugman, The Age of Diminished Expectations (1990); Barry Eichengreen, The European Economy since 1945 (2007). Sull’erosione del consenso come meccanismo strutturale</li>
</ol>
<p><a href="https://www.consequenze.org/geopolitica-guerra-e-futuro/il-suicidio-imperiale/">IL SUICIDIO IMPERIALE</a></p>
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		<title>Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 18:38:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Preve, Costanzo. Ideologia Italiana. Saggio Sulla Storia Delle Idee Marxiste In Italia [1993] &#160; Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo Salvatore A. Bravo • 19 Marzo 2026 &#160; Ideologia italiana opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per  approcciarsi in modo razionale, critico e costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
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<h1><a href="https://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2026/03/Constanzo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9200" title="constanzo" src="https://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2026/03/Constanzo-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a></h1>
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<h1>Preve, Costanzo.</h1>
<h1>Ideologia Italiana. Saggio Sulla Storia Delle Idee Marxiste In Italia [1993]</h1>
<p>&nbsp;</p>
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<h1>Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo</h1>
<h2><a title="Post di Salvatore A. Bravo" href="https://www.linterferenza.info/author/salvatore-a-bravo/" rel="author">Salvatore A. Bravo</a> • <time datetime="2026-03-19">19 Marzo 2026</time></h2>
<header>&nbsp;</p>
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<em>Ideologia italiana</em> opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per  approcciarsi in modo razionale, critico e costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve ripercorre la storia del marxismo italiano per contestualizzarlo, individuarne i limiti e palesarne le conquiste teoriche. Non è un mero elenco di autori con relative prospettive comuniste,  poiché lo scopo del saggio è la “rifondazione innovativa del comunismo”. Il comunismo e il socialismo non si sono inabissati nella storia tra il 1989 e il 1991, ma sono possibilità inscritte nella natura umana e quindi nella storia che attendono di essere tradotte in atto. Nulla può ripetersi in modo eguale, in quanto la natura umana si storicizza nelle condizioni date e gli esseri umani devono confrontarsi, vivere e progettare nel loro tempo storico. Il futuro del comunismo dipende, <em>in primis</em>, dal congedo del passato e ci si può congedare solo dopo aver concettualizzato ciò che è stato. Nostalgie e idealizzazioni di ciò che fu non aiutano a concettualizzare  e finiscono per trasformarsi in rabbiosa sterilità politica e metafisica. Da tale trappola, umanamente comprensibile, bisogna rifuggire per riaprire i “chiavistelli della storia”.</p>
<p>Rifondare il comunismo, nel nostro tempo, significa confrontarsi con le resistenze ideologiche di tre categorie: politici, accademici e giornalisti, i quali si sono mostrati capaci di metamorfosi adattive mirabolanti e tese a difendere solo carriere e redditi personali. La loro presenza è stata nefasta e lo è ancora, in quanto hanno trovato nel liberismo la fonte da cui attingere prebende e gratificazioni narcisistiche. Ciascuno a proprio modo ha lavorato e lavora per neutralizzare la possibilità di rifondare il comunismo e l’alternativa. Gli accademici hanno in odio la filosofia e la metafisica e nelle facoltà che dovrebbero pensare l’alternativa si persegue un approccio descrittivo e specialistico ai problemi storici, politici e filosofici e in tal maniera nulla nasce nel deserto della segmentazione delle conoscenze. Il liberismo non può che dormire  quietamente. La politica è spettacolo senza contenuti e rincorre l’omologazione e l’interscambiabilità dei contenuti: la destra è il duplicato della sinistra e viceversa. La politica spettacolo è uno dei mezzi più potenti per favorire ”il primitivismo di massa” e l’ottundimento generale.  Il giornalismo è  al servizio dei poteri forti e ha sostituito l’informazione e l’inchiesta con la chiacchiera. Il contesto è questo e bisogna attraversarlo nei suoi strati genealogici e nella “rete degli inganni” per “rivedere la luce della verità e della progettualità”:</p>
<p><em>“Il problema fondamentale sta a nostro avviso nel fatto che tre grandi categorie di persone agicono pesantemente per rendere impossibile questa rinascita. In primo luogo, il ceto dei politici e dei sindacalisti, che tendono irresistibilmente  alla &lt;&lt;riduzione della complessità&gt;&gt; sociale, e che non a caso stanno pilotando un passaggio dalla politica intesa come rappresentanza (che trova nel metodo elettorale &lt;&lt;proporzionale&gt;&gt; la sua forma naturale) alla politica intesa come spettacolo, manipolazione e decisione oligarchica contratta fra lobbies finanziarie e mediologiche (che trova nel metodo maggioritario uninominale la sua forma naturale. In secondo luogo, il ceto dei professori universitari, questi sacerdoti della trinità formata dal Settorialismo, dalla Specializzazione e dalla Segmentazione (…). In terzo luogo, il ceto dei giornalisti, questi sacerdoti della trinità formata dalla Chiacchiera, della Curiosità e dell’Equvoco (…)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn1"><strong>[1]</strong></a>”.</em></p>
<p>Opposizioni  senza dialettica da pensare</p>
<p>Non bisogna cadere nelle trappole pianificate dal sistema e dai suoi ideologici difensori. Il senso critico si affina e prende forma se si pratica un ulteriore congedo, ovvero  è necessario emanciparsi dalle antitesi che riducono la realtà sociale, economica e culturale ad un tifo da stadio nella quale è sufficiente schierarsi e appartenere. Il semplicismo necrotizza la politica sul nascere e inauguro la sterilità ideologica. Costanzo Preve valuta tale approccio il più errato possibile, per aprire nuovi sentieri si deve rinunciare ai semplicismi rassicuranti, le cui vie sono lastricate di buone intenzioni e che conducono al “niente” con gran pace del sistema liberista che applaude degli epigoni che ancora lottano e si dissanguano per antitesi ormai superate e in non pochi casi mai realmente esistite. Per riprendere il sentiero interrotto del comunismo “il reale deve diventare razionale”. La prima opposizione da oltrepassare è la divisione netta tra struttura e sovrastruttura. Il mondo dello spirito è stato cannibalizzato dalla struttura economica. La sovrastruttura ha perso ogni autonomia e pertanto l’industria culturale e del tempo libero sono ormai parte integrante dello sfruttamento perpetuo sul lavoro come nella vita privata. Gli spazi di libertà sono ormai rarissimi e senza la rigenerazione culturale nulla sarà possibile:</p>
<p><em>“Per quanto riguarda il modello  marxiano, è probabilmente fuorviante la sua riproposta nei vecchi termini dell’opposizione fra struttura e sovrastruttura.  (…) Questa distinzione era comprensibile in un’epoca in cui il plusvalore relativo era meno importante del plusvalore assoluto, e in cui le forme culturali non erano ancora state realmente al capitalismo; ma con l’avvenuta sottomissione reale delle sovrastrutture alla struttura si verifica un’integrazione organica che sconsiglia la riproposizione dell’opposizione nella sua vecchia forma<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn2"><strong>[2]</strong></a>”.</em></p>
<p>Spesso i comunisti si sono  combattuti  dividendosi fra “marxisti ortodossi e marxisti eterodossi”. La lotta fratricida ha favorito i nemici e prodotto frammentazioni rispondenti alla difesa, spesso, di posizioni di potere e di narcisismi deliranti.  Le contrapposizioni sterili non sono certo dialettiche, pertanto al di là delle differenze ci sono i fondamenti comuni, e quindi i comunisti del futuro dovranno ritrovare i punti di accordo politico e programmatico senza i quali la lotta non potrà neanche essere avviata. Dividersi sulle differenze è semplice, ma lavorare per costruire solide alternative in cui riconoscersi al di là delle differenze è fondamentale:</p>
<p><em>“Per quanto riguarda la storia del marxismo, riteniamo fuorviante la sua ricostruzione in termini di opposizione fra ortodossia (Engels, Kautsky, Lenin, Stalin, Togliatti) ed eresia (Rosa Luxemburg, Pannekoek, Trotsky, Mao Tesetung, Panzieri, Negri). Questa opposizione è spesso meramente politica, o storico politica, e si limita a descrivere lo svolgimento delle scissioni e delle contrapposizioni fra maggioranze e minoranze, ma non entra quasi mai mai nel merito dei paradigmi teorici di riferimento, che quasi sempre erano comuni a ortodossi e ad eretici (…)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn3"><strong>[3]</strong></a>”.</em></p>
<p>La distinzione fra socialismo e comunismo ha anch’essa contribuito al fallimento del comunismo storico. Il comunismo è gradualmente diventato una chimera indecifrabile da attualizzarsi in un futuro indeterminato, mentre la fase socialista ha subito un processo di naturalizzazione e di degrado. Fra socialismo e comunismo non dovrà intercorrere molto tempo, poiché “il comunismo proiettato perennemente nel futuro” non può che comportare il disincanto e  non può che logorare la passione politica:</p>
<p><em>“È</em><em> fuorviante l’opposizione fra socialismo e comunismo, se essa viene intesa come separazione temporale fra i due momenti, con la conseguenza inevitabile di pensare il socialismo come regno dello stato e del mercato, ed il comunismo come regno dell’esaudimento armonico di bisogni naturali in condizioni improbabili e utopistiche di comunità non statuali e di comunanze non mercantili<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn4"><strong>[4]</strong></a>”.</em></p>
<p>L’opposizione tra religione e cultura laica che storicamente è stata uno dei capisaldi identitari che ha distinto la destra dalla sinistra si è ormai vaporizzata, ciò malgrado non pochi marxisti continuano ad attaccare la religione in nome della cultura laica dimostrando di essere scollati dalla realtà, poiché il laicismo è diventato somma religione che sostiene il capitalismo nelle sue derive mercificanti. La religione del laicismo respinge il dialogo e onora i suoi dogmi con l’applauso gaudente dei nuovi fedeli che si inginocchiano dinanzi al laicismo e ai suoi “eroi”. Destra e sinistra sono categorie ormai inutilizzabili, poiché sono omologate. La destra privatizza, mentre la sinistra libera i costumi dai vincoli etici per consegnarli al mercato, esse lavorano all’unisono per il mercato e si dividono con una oscena pantomima solo durante le elezioni:</p>
<p><em>“È fuorviante l’opposizione fra destra e sinistra, che mantiene una sua robusta legittimità quando la &lt;&lt;sinistra&gt;&gt; è ancora parzialmente esterna all’omologazione nel sistema politico-culturale capitalistico, ma che la perde quando quest’ultima ne diventa un’appendice organica<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn5"><strong>[5]</strong></a>”.</em></p>
<p>Certo Costanzo Preve verificava che nel tempo del capitalismo assoluto le due categorie sono superate e nel contempo proponeva il comunitarismo quale correttivo del comunismo storico e teorico, poiché fondato a livello metafisico mediante Aristotele e Hegel. La nuova prospettiva comunista/comunitarista non doveva temere la contaminazione con valori reputati in modo semplicistico di destra: stato, famiglia e comunità. Tali valori e istituzioni all’interno della visione comunitarista e libertaria non potevano che perdere i connotati autoritari e reazionari:</p>
<p><em>“È</em><em> fuorviante l’opposizione fra progresso e conservazione, che mantiene una sua robusta legittimità in presenza di residui precapitalistici, ma che la perde quando la generalizzazione capillare del legame sociale capitalistico fa diventare spesso la &lt;&lt;conservazione&gt;&gt; di comunità solidali e di valori etico-politici non omologati migliore del &lt;&lt;progresso&gt;&gt; nell’integrazione subalterna<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn6"><strong>[6]</strong></a>”.</em></p>
<p>Borghesia e proletariato sono ormai definizioni “non più accertabili”. Il capitalismo ha conservato prepotentemente le differenze sociali, ma ha omologato desideri e modelli di vita. Bisogna prendere atto di tale realtà, per cui appellarsi al proletariato quale forza rivoluzionaria è ormai inutile. Il nuovo Soggetto rivoluzionario è da individuare e da costruire:</p>
<p><em>“È</em><em> fuorviante l’opposizione fra Borghesia e Proletariato, che mantiene la sua robusta legittimità in presenza dell’alterità ottocentesca fra cappelli e berretti, tube e coppole, ma che la perde  nella fusione novecentesca delle due soggettività (…)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn7"><strong>[7]</strong></a>”.</em></p>
<p>Il nuovo Soggetto rivoluzionario dovrà essere capace di gestire politica ed economia. La delega di tali funzioni alle “burocrazie” non può che riprodurre gerarchie di potere e logiche di dominio, le quali non possono che portare al fallimento dell’esperienza socialista-comunista. Nessuna burocrazia lascia il potere liberamente, anzi  non può che insediarsi in esso e giustificare in modo perpetuo le sue interminabili funzioni:</p>
<p><em>“È fuorviante l’opposizione fra Classe Operaia e Burocrazia, se essa nasconde demagogicamente il fatto che la &lt;&lt;burocrazia&gt;&gt; non è altro che il nome che viene dato all’incapacità sociale della classe operaia di esercitare la sua rappresentanza direttamente, trattandosi appunto di una classe non di imprenditori individualisti, ma di salariati dipendenti, che non possono fare a meno &lt;&lt;strutturalmente&gt;&gt; di farsi rappresentare (…)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn8"><strong>[8]</strong></a>”.</em></p>
<p>Materialismo e idealismo  devono essere ricongiunti nella loro unità veritativa: l’Essere come espressione astratta e consapevole della comunità emancipata dalle scissioni alienanti e gerarchiche. La rigida opposizione non può che riproporre contrapposizioni e “filosofiche incompresioni”, le quali non possono che riprodurre stanche divisioni. La storia della sinistra comunista è stata percorsa da diatribe interne e da guerre intestine nelle quali i paradigmi filosofici erano solo strumento per afffermare cricche di potere. Il materialismo e l’idealismo devono ritrovarsi nell’unità dell’Essere:</p>
<p><em>“È</em><em> furorviante l’opposizione fra idealismo e materialismo, che dimentica l’oggetto unitario del sapere filosofico, l’Essere come astrazione dell’unità contraddittoria del lavoro sociale complessivo, e si inventa un dualismo rigido e presupposto fra soggetto e oggetto, che finisce col classificare &lt;&lt;dalla parte giusta&gt;&gt; pensatori che non ci dicono nulla su questa astrazione e  &lt;&lt;dalla parte sbagliata&gt;&gt; altri pensatori (da Platone a Hegel) che invece ce ne danno informazioni preziose<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn9"><strong>[9]</strong></a>”.</em></p>
<p>L’opposizione, forse la più mortale, è la contrapposizione fra dialettica e differenza, in quanto la dialettica è possibile solo se le “differenze” si pongono in dialogo e questo è ciò che connota in modo essenziale il comunismo:</p>
<p><em>“È</em><em> fuorviante, infine, l’opposizione fra dialettica e differenza, che dimentica che la dialettica è bensì lo svolgimento contraddittorio di due opposti in correlazione essenziale, e non solo lo scontro contingente di due contrari in casuale conflitto, ma che la formazione irreversibile delle differenze ontologiche fra libere individualità integrali è proprio il contenuto essenziale del comunismo moderno, al di là e contro ogni sogno organicistico della ricomposizione collettivistica nel Tutto<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn10"><strong>[10]</strong></a>”.</em></p>
<p>Le opposizioni sono il segno di una storia lunga e ideologica che gradualmente ha disperso il suo patrimonio di passione e di motivazione all’edificazione del comunismo che gradualmente da “ideale politico” è divenuto strumento e mezzo di affermazione personale e lobbistico.<em></em></p>
<p>Una nuova storia nella coscienza autentica</p>
<p>L’elemento essenziale e insostituibile è la conspevolezza che il comunismo non è un dato prevedibile e profetizzabile in base alle leggi della storia e dell’economia. Il comunismo bisogna volerlo. Senza la soggettività politica ed etica che cerca e definisce le ragioni per lottare  il comunismo non sarà possibile. Le rassicurazioni positivistiche hanno mostrato la loro realtà e verità, per cui solo le libere individualità possono rendere il comunismo reale nella storia materiale. Idealismo e materialismo si ricongiungono nella prassi. L’Umanesimo comunista di Costanzo Preve esige impegno, dedizione, passione e intelligenza etica. Nulla avverrà per caso o secondo le leggi ferree della storia:</p>
<p><em>“Dal momento che il comunismo non può a nostro avviso essere scientificamente ricavato dalle semplici contraddizioni &lt;&lt;oggettive&gt;&gt; del capitalismo, ma deve anche essere voluto da soggettività individuali e collettive appositamente costituitesi, risulta impossibile applicargli il metodo galileano delle necessarie dimostrazioni e delle sensate esperienze (cioè del sapere matematico assiomatizzato e degli esperimenti variamente verificabili o falsificabili)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn11"><strong>[11]</strong></a>”.</em></p>
<p>La storia del comunismo non è terminata nel 1991, sta a noi continuare o trasformare l’esperienza del comunismo storico in progetto faticoso e paziente nel quale la gratificazione è nella lotta etica e non in altro. Con la fine del PCI e della Cortina di ferro si è entrati in una fase cosmopolita che porta con sé la fine della specificità marxista italiana. Il nuovo che verrà sarà un marxismo  internazionalista anche se radicato nella nazione, non più provincialismi, dunque, e chiusure ideologiche ma partecipazione responsabile che per essere tale non deve essere suddita di nessun sistema culturale o politico. La forma organizzativa e il nuovo Soggetto sociale rivoluzionario saranno assolutamente nuovi. La forma organizzativa come l’abbiamo conosciuta impediva il dibattito teorico e la crescita qualitativa della teoria e della prassi, per cui bisognerà pensare una nuova formula organizzativa tale da neutralizzare “assalti al potere” e la cadaverica  trasmissione della teoria politica ai sussunti come accadde durante la Guerra fredda. La nuova forma organizzativa impedirà come nel <em>VI Libro de La  Repubblica</em> l’assalto  al Timone della nave per ottenere ricchezza ed onori.  Insomma il nuovo comunismo è ancora in potenza  e questo rende il futuro periglioso e aperto a nuove configurazioni:</p>
<p><em>“E allora, che fare? Già, che fare. In breve: il che fare consiste nel trovare una forma organizzativa in grado di accettare l’innovazione teorica, di valorizzarla, e di produrre un’unità fra teoria e pratica non basata sulla falsa coscienza<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn12"><strong>[12]</strong></a>”.</em></p>
<p>Solo una buona antropologia filosofica può nutrire l’organizzazione e farla fiorire, purtroppo tale verità colta pienamente da Costanzo Preve è ancora lontana da essere compresa ed è il problema primo che limita la “rifondazione del comunismo” e che favorisce, invece,  “i fedeli custodi del capitalismo morente e assassino”.</p>
<p>Ancora oggi constatiamo che tra i comunisti vige il “principio di autorità”, residuo  mortale del vecchio PC con le sue gerarchie e con le sue burocrazie intoccabili. Non conta la parola, ma il titolo, non conta la storia del singolo ma la posizione che si occupa  all’interno di organizzazioni e accademie e ciò non può che neutralizzare la nascita di un nuovo soggetto teorico e pratico. Costanzo Preve ha lottato e testimoniato da “comunista anomalo” che il comunismo  è libertà nella forma e dove regnano la libertà, l’ascolto e il dialogo  le singole individualità vivono un processo dialettico che consente il passaggio dalla postura ideologica all’universale. Il comunismo è dunque da ripensare:</p>
<p><em>“Le difficoltà della rifondazione comunista oggi stanno nel fatto che non sappiamo ancora esattamente quale sarà il tipo antropologico diffuso del comunismo del Duemila, e su quali basi esso definirà la sua identità, la sua individualità, le nuove modalità della sua  appartenenza e anche della sua militanza (perché non crediamo che queste ultime spariranno: certo, si modificheranno radicalmente)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn13"><strong>[13]</strong></a>”.</em></p>
<p>Se ciò non sarà fatto saremo travolti da una realtà, il capitalismo, sempre più simile ad un universo lovecraftiano  e,  disperazione e paura  partoriranno “mostri piccoli e grandi” che governeranno sui popoli resi plebi oranti e inconsapevoli del “mostruoso” e del “male” reso ordinario e banale. L’Istina e la Pravda saranno il fondamento della prassi veritativa del comunismo,  in quanto non è sufficiente la descrizione oggettiva del dato storico (Pravda), ma è necessaria la vitalità plastica (Istina) del Soggetto rivoluzionario a dare forma al comunismo.</p>
<hr />
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref1">[1]</a> Costanzo Preve, Ideologia italiana, Vangelista, 1993 pp. 209 210</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref2">[2]</a> Ibidem pp 210 211</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref3">[3]</a> Ibidem pag. 211</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref4">[4]</a> Ibidem pp. 211 212</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref5">[5]</a> Ibidem pag. 212</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref6">[6]</a> Ibidem pag. 212</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref7">[7]</a> Ibidem pag. 212</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref8">[8]</a> Ibidem pag. 212</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref9">[9]</a> Ibidem pag. 213</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref10">[10]</a> Ibidem pag. 213</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref11">[11]</a> Ibidem pag. 145</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref12">[12]</a> Ibidem pag. 221</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref13">[13]</a> Ibidem pp. 221 222</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg">Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo &#8211; l&#8217;interferenza</a></p>
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		<title>Marx e la Gemeinwesen</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 18:29:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Marx e la Gemeinwesen Prefazione a Urtext di Jacques Camatte &#160; È nel Frammento del testo originario (Ur­text, 1858) e nei Grundrisse, opere in­compiute o abbozzi di Marx, che si tro­vano piú possibili, che il sistema è aperto.1 È un momento di legame essen­ziale con le opere dette «filosofi­che», giovanili. Non che Marx abbia successi­va­mente abbandonato ogni con­tatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://sinistrainrete.info/images/stories/stories4/marx_two.jpg" alt="marx two" width="300" height="206" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 2em;">Marx e la Gemeinwesen</span></p>
<h2>Prefazione a Urtext</h2>
<h3>di Jacques Camatte</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>È nel <em>Frammento del testo originario</em> (<em>Ur­text</em>, 1858) e nei <em>Grundrisse</em>, opere in­compiute o abbozzi di Marx, che si tro­vano piú possibili, che il sistema è aperto.<a name="sdfootnote1anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote1sym"></a>1 È un momento di legame essen­ziale con le opere dette «filosofi­che», giovanili. Non che Marx abbia successi­va­mente abbandonato ogni con­tatto con la filosofia, tut­t’altro. Il Libro primo del <em>Capitale</em> è pienamente com­pren­sibile solo se si conosce almeno ciò che Aristotele ha scritto nella sua <em>Meta­fisica</em> a proposito della forma e della materia, e la logica di Hegel. In non po­che pagine del <em>Capi­tale</em> si ha inoltre un’innega­bile eco spinozia­na. Nell’<em>Urtext</em> è ad un Hegel giovane che Marx si collega, un Hegel che gli era sconosciuto, quello che s’interrogò a fondo sulla <em>Gemeinw­esen</em>, in particola­re quella greca; e al di là di Hegel, Marx si collega sotterranea­mente a una quantità di uomini come Gioac­chino da Fiore, Niccolò da Cusa ecc.<a name="sdfootnote2anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote2sym"></a>2</p>
<p>Autonomizzazione del valore di scam­bio, comunità, rap­porto Stato-equivalente genera­le, definizione del capitale come valore in pro­cesso, tali sono i punti essen­ziali affrontati nell’<em>Ur</em><em>­</em><em>text</em>. Non gli sono esclusivi, perché li si ritrovano nei <em>Grundrisse</em> e nel <em>Capitale</em>. Tutta­via in questo testo lo studio è piú sintetico e i diver­si argomenti sono affrontati simultanea­mente; ed essi sono rilevanti, soprattutto per ciò che riguarda l’autonomizzazione e la co­munità. Nel Libro primo del <em>Ca­pitale</em> invece l’esposizione è piú analitica.</p>
<p>Nel complesso, per quanto riguarda la co­munità, Marx fa, nelle opere pubblicate men­tre era in vita, il seguente ra­gionamento: la di­struzione della vecchia comunità a causa del­l’au­tonomizzazione del valore di scambio, di­struzione che permette pure l’autonomizzazio­ne dei diversi elementi costi­tutivi (individuo, politica, religione, Stato), costituisce il punto di partenza di un ampio movimen­to, del quale profitta la borghesia per svilupparsi.</p>
<p>Ma non sembra che, per Marx, essa possa veramente fondare un’altra comunità. Ancor meno la que­stione è affrontata per ciò che concerne il capi­tale. Solo il proletariato può, distruggendo quest’ultimo — mo­mento ultimo del movi­mento-divenire del valore, del­la so­cietà di classe — fondare una nuova comunità, la co­munità umana.</p>
<p>Nelle opere postume quali l’<em>Urtext</em> e i <em>Grundrisse</em> (e te­nendo conto che non sono an­cora state pubblicate tutte), si con­stata invece che Marx pone la possibilità di formazione di una comunità, sia grazie all’oro che grazie al capitale. Tale è l’interesse fondamentale di questi testi. A partire da essi, si può mettere in evidenza l’impossibilità in cui si trovò l’oro di porsi a fonda­mento di una comunità, e l’acces­so, al contra­rio, del capitale alla comunità ma­teriale.</p>
<p>Nell’insieme dell’opera di Marx, vi è dun­que giustappo­sizione tra l’individua­zione di un movimento del capitale che si costituisce in co­munità materiale e l’affermazione della sua im­possibilità, le­gata alla folle speranza che il pro­letariato si ribelli a tempo e distrugga il modo di produzione capitalisti­co (MPC). Ora, la co­munità capitale esiste; ciò comporta l’abbando­no di ogni teoria classista e la comprensione del fatto che un’immensa fase storica si è conclusa.</p>
<p>I lavori di Marx sulla comunità sono stati lasciati da par­te.<a name="sdfootnote3anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote3sym"></a>3 In Germania, i teorici come Weber e Tönnies non fanno affatto riferimento alle varie opere che abbiamo appena cita­to. Nel constatare questo, non ci proponiamo di ri­comporre un Marx nuovo, ma di far semplice­mente notare fino a che punto la ri­flessione marxiana sulla comunità sia un’asse fondament­ale di tutta la sua opera.</p>
<p>Per capire l’importanza, il significato di questo approc­cio marxia­no al divenire sociale, occorre collegare l’<em>Urtext</em> al capitolo dei <em>Grundrisse</em> «<em>Formen, die der kapitalistischen Pro</em><em>­</em><em>duktion vorhergehen</em>» (Forme che precedono la produzione capitalistica). Marx vi studia i vari periodi storici che prece­dono il capitale, a par­tire dalle forme di comunità; lavoro im­menso, come attestano i vari studi che egli fece sull’etno­logia e sull’età preistorica. Non si tratta, anche qui, di voler organizzare in modo diverso quanto ci è dato, né cercar di dislocare un capitolo in rapporto a un altro. Si deve sem­plicemente affrontare i diversi ap­procci dello studio e, malgrado le lacune, cogliere la dire­zione a cui tendeva lo sforzo di ri­flessione di Marx. È allora che ci si rende conto quanto l’<em>Urtext</em> sia un punto di articolazione privile­giato per tale comprensione. Si pone allora la questione di sapere come si sarebbe potuto pre­sentare il capitolo sullo Stato, uno dei sei che <em>Per la</em> c<em>ritica dell’economia politi­ca</em> doveva con­tenere. Sembra che, come per il capitale, Marx si sia reso conto della difficoltà di trattarlo iso­latamente, in quanto lo Stato può es­sere conce­pito solo a partire dalla comunità e inoltre il dive­nire dello Stato si mescola intimamente a quello del valore, poiché esso tende a costituirsi come comunità in due momen­ti storici: con l’oro, senza riuscirvi, e poi con il ca­pitale, quando riesce.</p>
<p>La questione dello Stato non si pone negli stessi termini che nelle opere politiche. Di con­seguenza vi è coesistenza di due discorsi: 1° il valore di scambio che perviene all’autono­mia e nel suo movimento crea la comunità, e per far­lo si as­soggetta lo Stato; 2° lo Stato prodotto della lotta delle classi, la classe do­minante eri­gendosi a Stato per dominare la classe avversa della società.</p>
<p>Nell’<em>Urtext</em> vi è tendenza ad una sintesi dei due discorsi. Tuttavia Marx non affronta real­mente il tempo e il luogo della nascita delle classi. Ciò l’avrebbe condotto a relativiz­zare il suo schema dell’evoluzione sociale ancora di piú di quanto lo fece nella discussione con i po­pulisti russi. Le clas­si si manifestano effettiva­mente solo in Occiden­te, giacché è solo in esso che si produce l’autono­mizzazione dell’indivi­duo. Ma il fenomeno Stato non gli è peculiare. È qui che l’analisi marxiana è insufficiente. In «<em>For­men…</em>» Marx ha in­tuito certe realtà quan­do ha trattato della società inca, a pro­posito della quale egli parla di uno Stato nell’ambito di una società comunista, ma non mette abba­stanza in evidenza che lo Stato è un’astrazione dalla Comunità, che è piú o meno autonomiz­zato, se­parato dall’antico corpo sociale legato alla natura.</p>
<p>Le ricerche posteriori a Marx hanno talvol­ta rivelato e soprattutto accertato l’esistenza di Stati non ancora separati dalla comunità e dal­la natura. Cosí tra i Sumeri, si ha, come dice Thorkild Jacobsen, «il cosmo in quanto Sta­to».<a name="sdfootnote4anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote4sym"></a>4 L’organizzazione del cosmo dètta quella della co­munità, de­finisce la gerarchia e dunque lo Stato. È un momento in cui la separa­zione tra interiorità ed esteriorità non si è ancora compiuta, non è ancora trascorsa. A posteriori, possiamo dire che è un dato tipo di comunità che implicava un tale rappor­to col cosmo che attribuiva ad esso una funzione determinant­e; ma è chiaro che un simile ragionamento, giu­sto, non vale assolutamente per il momento in cui uomini e don­ne di quella comunità viveva­no. Per essi, vi era un tutto co­munitario.</p>
<p>Gli uomini e le donne non ave­vano ancora abbandonato la vecchia rappresentazione-conc­ezione del mondo dei po­poli che non sono se­dentarizzati. L’esplosio­ne di quel tutto che essi formano insie­me al pezzo di terra su cui vivono non si è ancora avverata. Non si può dunque parlare di Stato, di classi, di religione, di arte ecc. Siamo noi che, in funzione di quanto avve­nuto nel corso degli ultimi secoli, astraiamo tali elementi in tali co­munità.</p>
<p>Con determinazioni diverse, si rileva una si­mile assenza di separa­zione nell’antico Egitto. Tuttavia in esso lo Stato presenta una certa au­tonomizzazione.</p>
<p>Nel caso della Cina la separazione, per quanto ini­ziata, non si è effettuata. Colui che gli europei hanno chia­mato Im­peratore era in­fatti il «figlio del cielo» che da esso riceveva il suo man­dato. Certe manifestazioni naturali pos­sono talvolta significare che il suo mandato deve essergli revocato: il che in­dica appunto il rapporto dell’«imperato­re» col cosmo e la sua funzione in seno ad esso. In particolare, assicu­rando un ordine sociale, egli garantisce nello stes­so tempo un’acquisi­zione basilare, la sepa­razione dell’uomo dall’animalità. Quando re­gna il disordine, si ha ritorno ad essa. Cosí l’impe­ratore regge il rapporto tra il co­smo e l’ambiente sociale.</p>
<p>Si potrebbero citare vari altri esempi, che appaiono come casi particolari che non si può disporre in maniera unilineare in quanto il pro­cesso di autonomizzazione non ha operato in modo identico nelle diverse comunità. Lo stu­dio delle società africane e amerinde rivelereb­be tutti i possibili. In <em>La società contro lo Stato</em>, Clastres ha messo in evidenza i meccanismi che impedivano l’autono­mizzazione del potere, del­la gerar­chia, del­lo Stato.<a name="sdfootnote5anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote5sym"></a>5</p>
<p>È in Grecia che si ha separazione, autono­mizzazione, e che si ha uno Stato, individui, classi, nel momento stesso del­la separazione dal pen­siero «mitico», nascita della scienza, del­la logica e, ci torneremo piú ampiamente in altri lavori, della terapeutica. Lo Stato vi è an­cora espressione sensibile dell’antica <em>Gemein­wesen</em>; il movimento del valore non ha an­cora raggiunto un ec­cessivo sviluppo. Con l’Impero romano si afferma la necessità di uno Stato che deve dominare, sovra­stare, controllare una mi­riade di comunità, da cui il tentati­vo di con­fluenza per dissoluzione di tutte le comunità nella ro­ma­nità, con perdita del­la diversità (tentativo già fatto dai Greci: l’ellenizzazione dei barbari). Qui, il cristianesimo svol­se un grande ruolo. È lui che perverrà a realizzare l’o­mogeneiz­za­zio­ne o distruzione, domestica­zione di gruppi u­ma­ni ove la forza non fosse stata efficace; per esempio, è quanto avvenne coi sardi.</p>
<p>Nel Rinascimento si fa strada in maniera piú netta lo Stato come equivalente gene­rale (cfr. Marx nell’<em>Urtext</em>): ac­centuazione del fenome­no di passaggio dalla verti­calità del movimento del valore alla sua orizzontalità. Il punto di ar­rivo non è piú un dio, e dunque un tempio, ma, a seguito della scomparsa della tesaurizzazione sa­cra, i movimenti si fanno in tutti i sensi oriz­zontali; si ha da allora necessità di un ele­mento di regolazione e di controllo.</p>
<p>Con lo sviluppo della società borghe­se la lotta delle clas­si diventerà determi­nante, se non altro perché i pro­tagonisti del dramma non ragionano piú in funzione di una comunità o, se si vuo­le, perché questa si ridurrà entro i li­miti di una classe. È in questo momento che le classi sa­ranno realmente determinanti, operati­ve. Si avranno le varie rivoluzioni che dal secol­o XVI ai nostri giorni segnano le tappe dell’instau­rarsi del MPC e, adesso, della comu­nità capitale.</p>
<p>Lo Stato è considerato come un «artificio», un’istituzio­ne necessaria per uni­re i diversi ele­menti sociali; da qui la sua importanza, la sua possibile autonomiz­zazione e il fatto che esso possa divenire piú forte della società (Marx). Oggi la sua importanza resta sempre considerev­ole, ma esso tende ad es­sere assorbito nella comunità-capitale.</p>
<p>Ho trattato altrove<a name="sdfootnote6anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote6sym"></a>6 il movi­mento di forma­zione della comunità ma­teriale e i suoi caratteri fondamentali; comunità materiale perché è un elemento morto, cristallizzato, opera di milio­ni di esseri umani esteriorizzati sotto forma di capita­le fisso che fonda la co­munità. È il mo­mento essenziale in cui il capitale rimpiazza i suoi presupposti con le sue condizioni di svi­luppo, quello dell’accesso alla comunità; ma ciò non in­dica tutto ciò che è la comunità capi­tale. Ho mostrato l’importanza che pure aveva il capitale circo­lante nella rea­lizzazione di questa. Tutta­via essa non avrebbe potuto in­staurarsi, né a maggior ragione riprodursi, se la mentalità degli uomini e delle donne non fosse stata modificata al fine ch’essa corrispondesse alle nuove esigenze del modo di vita determi­nato dal capitale.</p>
<p>In un primo momento sono le ideologie di classe che permettono ai diversi attori di rap­presentarsi piú o meno adeguatamente il pro­prio ruolo nel processo di vita del capi­ta­le, an­che quando a lui si oppongono (caso della limi­tazione della giornata lavorativa): successiva­mente è il movimento stesso del capitale — il capitale che si pone in quanto rap­presentazione — che fonda le rappresentazioni degli esseri umani e li guida nella loro prassi. A que­sto li­vello, voler defi­nire quello che viene prima o dopo equivale a discutere del famoso problema dell’uovo e della gallina. Ciò che è innega­bile è la forza apparentemente indi­struttibile della rappre­sentazione. Il dive­nire di ciò che è in atto appare eterno.</p>
<p>Ironia vuole che sia appunto in questo mo­mento che il materialismo stori­co trionfi, po­nendosi come adeguata rap­presentazione del mondo capitalista che è a uno stadio assai lon­tano da quello che l’ha generato! La realizza­zione della comuni­tà capitale e la fine della fase storica ini­ziatasi col sor­gere del valore di scambio si traduce nell’apparizione di nuo­ve discipline: teoria dei sistemi (Bertalanffy), se­mantica ge­nerale (Korzybski), una «teoria di altissima complessità» (Morin), e nell’impor­tanza di certi termini: struttura, totali­tà, orga­nizzazione,, sistema, codice ecc…Da cui la pre­ponderanza della semiotica: occorre conoscere il significato di un sistema, quello delle sue di­verse parti; occorre cogliere i suoi significanti ove l’uomo non ha piú alcun significato.</p>
<p>In un mondo che perde sempre piú i suoi punti di riferi­mento, i suoi vincoli (tutto è pos­sibile; occorre notare a que­sto proposito che vi è una certa contraddizione tra un’evane­scenza dello Stato centrale come punto di riferimento, sede dell’equivalente generale, e la necessità di un organismo di repressione piú o meno cen­tralizzato) s’impone l’esigenza di una scienza del significato dell’informazione Tutto è este­riorizzato, autonomizzato. Uomini e donne hanno davanti a sé la comunità della loro spo­liazione. Occorre davvero un codi­ce per com­prendere cosa accade, e il codice è la riduzione della comunicazione. Non è piú possibile par­lare in termini di anti­patia o di simpatia; gli es­seri sono particelle neutre di registrazione d’informazione e di rinvio di essa. L’antica fede che era cosi importante nelle epoche passa­te, è stata sostituita dal credito che è la fede in un si­stema nel quale l’uomo è an­cora un referente, e poi dall’inflazione che è la fede del capi­tale in se stesso.<a name="sdfootnote7anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote7sym"></a>7 L’accettazione di ciò avvia l’umanità su una strada sempre piú assurda: ogni esse­re umano non sarà altro che un esistente «getta­to» nella comunità capitale e messo in movi­mento dal divenire di questa.</p>
<p>Per affrontare la realtà attuale, non si tratta piú di ragio­nare in termini di modo di produ­zione. Non c’è piú un modo di produzione ca­pitalista, bensí la comu­nità capitale nella quale lo Stato è sempre piú immerso.</p>
<p>Piú in generale si può affermare che c’è un modo di pro­duzione definito quando la produ­zione costituisce real­mente un problema, tanto a causa di difficoltà materiali, tecniche, che so­ciali. Il ca­pitale produce tutto, anche ciò che sembra essere al di fuori della sfera di produ­zione industria­le, in se­rie, e riduce gli esse­ri umani alla stessa situazione di dipen­den­za di fronte a lui. È l’aliena­zione compiuta. Gli esse­ri umani sono totalmente divenuti altri o, il che è lo stesso, gli schiavi hanno a tal punto accet­tato il potere del padrone da esserne divenuti il simulacro. Con ciò, è finita ogni dialettica dei concetti di forze produt­tive e dei rapporti di produzione di cui parla­va Marx nell’«Introdu­zione» del 1857; d’altra parte la produzione non è piú semplicemente produzione per la produzione, bensí pro­duzione per la riprodu­zione del ca­pitale. Essa ritrova un soggetto e cosí perde il suo carattere di oggetto.</p>
<p>Tutti i concetti della dialettica delle forze produttive di­ventano evanescenti e operano tutt’al piú come momenti di comprensione del movimento del capitale. Già Marx scriveva:</p>
<p>Il risultato al quale perveniamo non è che produzio­ne, distribuzione, scam­bio, consumo siano identici, ma che essi co­stituiscono tutti i membri di una totali­tà («Introduzione» del 1857).</p>
<p>In particolare, quei concetti che erano cen­trati, articola­ti intorno all’attività umana: la­voro-riposo, tempo di lavoro-tempo libe­ro, va­lore-plusvalore, come pure quelli che si sono svincolati da essa: profitto— perdita, ecc…, perdono ogni ope­ratività. Ed evidentemente è la coppia penuria-ricchezza sottesa al concet­to di bisogno, quella che piú nettamente sva­nisce. Quando gli esseri umani ven­gono strappati alla loro comunità, sorgono le real­tà che fondano i concetti di biso­gno, di pe­nuria, di tempo lavo­rativo ecc…, ma nella misura in cui una comu­nità è ri­costituita da tutti gli elementi che si erano individualizzati e autonomizzati, essi vengono riassor­biti, e si constata che essi sono solo momenti di articolazione di un dive­nire alla comunità capitale.</p>
<p>Queste sono le determinazioni del compor­tamento uma­no, una volta che uomini e donne si siano staccati dalla loro comunità.</p>
<p>Piú in generale, è la fine dell’economia poli­tica, soprat­tutto se ci si riferisce a questa affer­mazione di Marx:</p>
<p>La vera economia — risparmio — con­siste in rispar­mio di tempo di lavoro&#8230; (<em>Grun­drisse</em>, p. 599).</p>
<p>Ora, il capitale si è acca­parrato durata e tem­po umani.<a name="sdfootnote8anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote8sym"></a>8</p>
<p>L’economia nel senso di risparmio è possibi­le solo quan­do il tempo è autono­mizzato, è contato; d’altra parte Marx, nel <em>Capitale</em>, insi­ste proprio sul rapporto tra misura del tempo e sviluppo dell’econo­mia, sviluppo del capitale fis­so; econo­mizzare, risparmiare, può condurre a una situazio­ne tale che l’individuo faccia an­che l’economia della propria vita dal momen­to in cui avrà contratto un’as­sicurazione sulla vita e si sarà acquistato un loculo al cimitero. È un modo grottesco d’indi­care una realtà: l’econo­mia è un escamotage della nostra vita.</p>
<p>Per Marx l’economia di tempo di la­voro è in definitiva il punto essenzia­le ed egli ne fa quasi la deter­minante dell’evo­luzione umana. Ora, come egli stesso dimostra, è con lo svi­luppo del capitale nel secolo XV che apparirà veramente questo imperativo che genera una lotta secolare tra capitalisti e operai, che arriverà al parossi­smo in Inghilterra nel secolo XIX, con la lotta per la regolamentazione della gior­nata lavorat­iva, che fu una vera e propria guerra civile che durò 50 anni (Marx). In altri paesi essa si produsse piú tar­di, tuttavia essa prosegue anco­ra benché sotto altre forme. Il risultato ne è lo strutturarsi della comunità capita­le, l’assogget­tamento degli esseri umani al tempo quantifi­cato, l’accettazione di condurre la propria vita entro un quadro rigi­do. Si è arrivati all’orga­nizzazione del tempo per il capitale ed è a par­tire da ciò che esso può mettere a punto la pro­grammazione di tutti i momenti della vita uma­na. Questa viene sezionata in porzio­ni di tem­po, nel corso delle quali dobbiamo compiere deter­minate funzioni. effettuare certi proces­si vitali. O meglio, ora in virtú di questo ritaglio, vi è, per uomini e donne crocifissi su questi quanta di tempo, una produzione che è loro appro­priata, per i giovani con le sue numerose suddivisioni, per gli adulti, per le persone della terza età (in previsione la quarta), per i defunti (la tana­tologia: la morte è per il capitale la ca­pitalizzazione assoluta del tempo, il tempo omogeneo che non include alcuna opposizion­e).</p>
<p>Il capitale è accumulazione di tempo; esso lo riassorbe, lo assorbe (si può avere entrambe le modalità) e perciò si pone come eternità. Marx affronta tale que­stione dell’eterni­tà dal lato formale. Parla di <em>Unvergänglichkeit</em> che esprime l’idea di qualcosa d’imperituro e nel contempo l’idea che non si può passare ad al­tro:</p>
<p>L’eternità — durata del valore nella sua forma capi­tale — è posta soltanto tra­mite la riproduzione che è essa stessa duplice: riprodu­zione in quanto merce, ri­produzione in quanto denaro e unità di questi due processi di riproduzio­ne (<em>Grundrisse</em>, p. 539).</p>
<p>Sviluppata dal punto di vista della so­stanza, l’eternità del capitale implica anche l’evane­scenza degli uomini, vale a dire tanto la loro scarsa durabilità quanto la loro insignificanza. Il capitale sottrae all’uomo il tempo — ele­mento del suo svi­luppo, secondo Marx. Esso crea un vuoto nel quale il tempo si abo­lisce; l’uomo perde un riferimento impor­tante, non può piú riconoscersi, percepirsi. E il tempo congelato gli sta di fronte.</p>
<p>Fine dell’economia in quanto scienza della ricchezza che è sia accumulazio­ne di valori d’uso sia accumulazione tesau­rizzazione di va­lori di scambio (denaro, capitale). Ora si è mo­strato che col capitale non sono piú i valori d’uso per l’uomo ad essere essenziali, bensí il mo­vimento di valorizza­zione-capitalizzazione nel cui ambito ogni dif­ferenza tra va­lore d’uso e valore di scam­bio si abolisce. La ricerca della ricchezza è diventata ricerca di una posizione privilegiata all’interno del processo di vita del capita­le, al fine di poter profittare della sua co­munità materiale.</p>
<p>Tale ricerca della ricchezza era abbinata alla lotta con­tro la penuria.<a name="sdfootnote9anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote9sym"></a>9 Ora, questa co­mincia realmente solo con l’autonomizzazione del valore di scam­bio. Le «comunità pri­mitive» non la conoscevano, come del resto non cono­scevano l’assillo del tempo libero. Inoltre la penu­ria attuale riguarde­rebbe ormai la vita stessa, essendone gli esseri umani sempre piú privati… quando se ne rendo­no conto., cioè quando met­tono in que­stione il <em>diktat</em> del capi­tale, altrimenti quest’ulti­mo sembra appagarli imme­diatamente o almeno in un futuro non lontano.</p>
<p>L’economia in quanto scienza degli scambi svanisce anch’essa. Ho mostrato altro­ve come il capitale tendesse a superare lo scambio e come vi sia pervenuto (cfr. K. Marx, <em>Grundris­se</em>, pp. 456 e 491). Non c’è piú scambio, ma at­tri­bu­zio­ne. Fatto significativo: gli economisti moder­ni parlano di flussi economici.</p>
<p>Vi è un fondamento dell’economia che anch’esso perde la sua operatività: la divisio­ne del lavoro. Questa è stata spes­so messa in paral­lelo con i diversi modi di produzione. Ora, con il capitale, essa diventa una semplice differen­ziazione tra momenti di esso, un rapporto tra mezzi di produzione e mez­zi di consumo. Infi­ne scompare anche l’economia nel senso di ge­stione (come già l’usava Senofonte), tanto pri­vata che pubblica, poiché la gestione implica un soggetto che gestisce e un og­getto da gesti­re. Ciò è valido finché gli uomini hanno ancora un potere d’inter­vento, mentre ora è solo la ra­zionalità del capitale a imporsi. Gli uomini che vogliono gestire devono semplicemente rico­noscere il movimento del capita­le. Nella misu­ra in cui vogliono intervenire, essi possono solo ostacolare transitoriamente il movimento. Non gestiscono piú, regi­strano.</p>
<p>Qualcuno ha voluto estendere le cate­gorie dell’economia politica ad ambiti che le erano prima estranei, da cui le teorie sull’economia libidinale (Lyotard), sulle macchine desiderant­i ove il de­siderio sostituirebbe il bisogno (Deleu­ze-Guat­tari). Ora, a partire dal momen­to in cui si verifica l’incapaci­tà della teoria marxista a cogliere i fenomeni sociali (la sua aporia! secondo i nuovi teorici), come si può trasporla nella psicologia, per esempio, e par­tendo da qui costruire una teo­ria globale? Si può muovere una critica analoga agli autori di <em>Apocalisse e rivoluzione</em> al­lorché parlano di «economia del­l’in­terio­rità».<a name="sdfootnote10anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote10sym"></a>10</p>
<p>Nella misura in cui un concetto tende a in­vadere ambiti che all’origine gli sono estranei, ciò significa l’estensione del fenomeno che esso rappresenta e la perdita degli esatti limiti, di determinazioni rigorose che permettevano di caratteriz­zarlo, di definirlo. Economia, ne vie­ne a significare organizz­azione di qualcosa, di un tutto, un processo funzionale; il modo in cui ven­gono organizzate proposizioni, affermazion­i per pervenire a stabilire un certo senso. Cosí è in questa frase di Fesquet:</p>
<p>Questa è l’economia del Vangelo: Gesú ha liberato l’uomo dal suo peccato. L’u­manità è stata riscat­tata dal suo amore. («Sens et défen­se du péché», in <em>Le Monde</em> del 6 marzo 1976).</p>
<p>L’economia come scienza dell’organizza­zione di un cer­to ambito geografico, tende ad essere soppianta­ta dall’ecolo­gia dato i proble­mi dell’inquinamento e il rarefarsi delle ma­terie prime (ma questa non è una pe­nuria per gli es­seri uma­ni, e poi si profila sempre la possibilità di un surrogato!). La sfera dell’economia si di­lata fino a non avere piú consistenza reale, il concetto si diluisce sempre piú. La Terra viene pro­spettata come un ecosistema totale che il capitale deve sfrut­tare, attraverso gli uomini in una misura sempre minore.</p>
<p>Si trova un’ottima espressione nella defini­zione che certi economisti danno della scienza eco­nomica (non si parla piú di eco­nomia politi­ca): una scienza dell’adatta­mento. Tale conce­zione integra le vec­chie categorie: ricchezza, scam­bio, prezzo, utilità ecc&#8230; Il che le permette pure di tener conto di ciò che è la «natura uma­na». L’essere umano ha un «bisogno di infini­to» che urta sul «finito della creazione» (H. Guitton nella voce «Science économique» dell’<em>En</em><em>­</em><em>cyclopedia Univer­salis</em>), da cui i bisogni sono innumerevoli e i mezzi per soddi­sfarli sono limitati. D’altra parte questi possono non trovarsi nel momento giusto al posto giusto.</p>
<p>Nondimeno lo sviluppo economico ha ac­cresciuto le possibilità, per cui si pone a tutti i livelli il problema di saper sce­gliere prodotti, dei mezzi di produzione e cosí via. L’atto eco­nomico sarebbe l’atto di scegliere. Da cui l’im­portanza del calcolo che rimpiaz­za il sem­plice giudizio che era legato al concetto di va­lore: e questo atto di scegliere implica evident­emente l’adattamento degli esseri umani al si­stema eco­nomico. Saper scegliere, è saper adat­tarsi. Non è questo nello stesso tempo il credo di tutti i futuro­logi? Occorre adattarsi allo shock del futuro, che è quello del capitale che sfug­ge a ogni costrizione, a ogni riferimento, e si dispiega per proprio conto e incalzan­do a frustate il piú lento modo di vita della specie che lo ha generato.<a name="sdfootnote11anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote11sym"></a>11</p>
<p>Ritroviamo la convergenza con l’ecologia che si può de­finire sempli­cemente come la scienza delle condizioni di esi­stenza e delle in­terazioni tra gli esseri viventi e le condizioni ambientali, e che è fondamentalmente una sci­en­za dell’adat­tamento dell’individuo e della specie al suo ambiente. La scienza economica è la scienza dell’adattamento dell’uomo a un preciso ambiente, quello del capitale.<a name="sdfootnote12anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote12sym"></a>12</p>
<p>L’economia politica è stata la scienza del di­venire del ca­pitale alla sua totalità; per far ciò essa non solo ha inventa­riato i fe­nomeni pura­mente economici concernen­ti il valore di scambio, l’utilità, il capitale ecc…, ma ha de­scritto in modo piú o meno esplicito anche come gli uomini interiorizz­assero i fenomeni, diventando ad essi sempre piú compatibi­li&#8230; a seguito di collisioni, di lotte che facevano loro abban­donare le loro antiche concezio­ni. Con il realizzarsi della comunità ma­teriale, il capitale esiste in quanto mondo. Ri­mane solo da studia­re come gli esseri umani che hanno interiorizz­ato il capitale si adattino al suo processo di vita: è il compito della scienza economica.</p>
<p>Il capitale s’impadronisce della dimen­sione del cosmo e riscopre lo spazio che tendeva a di­struggere («la distruzione dello spazio grazie al tempo», K. Marx, <em>Grundrisse</em>, p. 423), ma que­sto sempre secondo il suo modo di essere: dopo che per esteriorizzazione essi sono stati carpiti agli esseri umani. L’econo­mia è stata riflessione sui fenomeni che si svolsero a partire dall’auto­nomizzarsi del valore di scambio. e un tenta­tivo d’in­tervenire al loro interno, al fine di conci­liarli con i rapporti sociali vigenti. Essa è sem­pre stata piú o meno im­pregnata di ideali uma­nitari.</p>
<p>Con l’instaurarsi del modo di produ­zione capitalista, il movimento sociale e il movimen­to economico confluiscono. La lotta del prole­tariato all’interno di questo modo di produzion­e ha permesso di strut­turare tale unità-unifi­cazione. Da allora l’economia non può essere piú altro che un discor­so del capitale il quale. nell’accedere alla comunità materia­le, rende caduco l’intero contenuto dell’economia poli­tica.</p>
<p>L’economia traduce un certo comportamen­to di una parte della specie sulla Terra. Al mo­mento in cui essa perde la sua realtà, significa che questo comportamento tende ad abolirsi: moltiplicarsi indefinitamente (si constata un calo della natalità in tutti i paesi piú capitaliz­zati), porsi sempre piú differenti dal resto del mondo vivente, consi­derare la Terra come og­getto di sfrutta­mento, abbandonarsi alla tecnic­a e all’esaltazione delle forze produttive, al progresso.</p>
<p>Una via dell’evoluzione della specie è stata totalmente percorsa. Ne consegue che deve fi­nire l’autopercezione del comportamento adot­tato come pure la riflessione su di esso; dunque fine della fi­losofia, poiché essa è tra l’altro riflessio­ne sui valori, sul valore. Com­porta­men­to teorico che gerarchiz­za il mondo degli esseri e delle cose nella dicotomia esterio­rità-in­te­riorità.</p>
<p>Per Marx l’economia era la scienza che per­metteva di descrivere come le «comunità pri­mitive» erano state distrut­te, di rivelare il de­terminismo dell’evolu­zione delle differenti so­cietà umane, di spiegarne le rivoluzioni e, nella misura in cui faceva una criti­ca dell’economia politica, egli poteva in­dividuare le contraddi­zioni del MPC che dovevano portare alla rivo­luzione proletaria che avrebbe permesso l’e­manci­pa­zio­ne-liberazione di tutta una classe di uomini e quella dell’umanità. Ora, lo si è vi­sto, la dinamica dell’emancipazione-liberazione ­è quella del capitale. È lui il grande rivoluzionario e di tutte le rivoluzioni ha profittato. La serie delle rivoluzioni è dunque finita, si è conclusa con la realiz­zazione della comunità capitale. Il dive­nire umano non può piú esse­re legato alla rivoluzione.</p>
<p>Cosí ha termine il movimento di esterioriz­zazione-autonomizzazione e di libe­razio­ne-e­man­cipa­zione che abbiamo ana­lizzato a parti­re dal dissolversi delle «co­munità primiti­ve» nel­l’area occidentale e si abolisce la dialettica, rappre­sentazione di questo movimento, quella del padrone e dello schiavo per la scomparsa del­le classi e, da ciò, è la scomparsa del movi­mento dell’aliena­zione poiché, nella comunità capi­tale, si ha spesso giustapposizione tra l’es­sere che è stato spo­gliato e ciò di cui egli è stato spogliato; essi possono essere riuniti, ma in quanto realtà separate; la comunità terapeutica le ha cicatrizzate meglio che può. La religione stessa perde in funzionalità, poiché non è piú lei a legare gli esseri (il suo ca­rattere comunita­rio si attenua sem­pre piú), ma il capitale— rappresentazione. Esso, distruggendo sempre piú le radici umane, distrugge il ricor­do di qualcosa che la religione con­servava e che la conservava. Tutte le religioni della salvezza sono fondate sul ricordo. E come, ancora una volta, può es­serci alienazione quando non si ha piú ricordo di uno stato altro? Il limite as­surdo del movimento del capitale è una co­munità umana senza uomini che realizza cosí, in ma­niera esasperata il soggetto-automa di cui, dopo Ure e Owen, par­lava Marx nel <em>Capitale</em>.</p>
<p>Di conseguenza lo studio storico dello svi­luppo della specie nel corso del tempo dopo il suo sorgere per­mette di conservare o ritrovare il ricordo di uno stato altro, non per restau­rare tale stato ma per dimostrare che l’eternizzazio­ne del capitale si realizza solo nella misura in cui viene abolita la nostra memoria. Senza me­moria, niente comunità umana. Si potrebbe credere che il passaggio da una comunità ad un’al­tra, se pone problemi pratici e provo­ca molteplici lace­razioni, possa almeno essere colta, compresa dagli uomini e dalle donne. Ora, e questo è un apporto essenziale del­l’<em>Ur</em><em>­</em><em>text</em>, Marx mo­stra fino a qual punto il movimento del valore di scambio che dissolve le vec­chie comunità e tende a porre se stesso come co­munità, falsifichi per gli esseri uma­ni ogni comprensione. Ciò che essi credono de­terminanti sono i rapporti tra di loro, o le isti­tuzioni che si son date sulla base di rap­porti economici che essi non hanno compreso. Marx svela la falsa coscienza storica. Cosí i borghesi francesi pen­savano di limitare, egualizzare la ricchezza e non si rendeva­no conto di come in­vece, con il loro intervento, rimuovessero tutti gli ostacoli al proprio libero sviluppo in forma di capital­e.</p>
<p>Nella<em> Sacra Famiglia</em>, Marx aveva già af­frontato questa «illusione», senza darle il reale fondamento economi­co:</p>
<p>Questa illusione si manifesta tragica­mente quando Saint-Just, nel giorno del­la sua esecuzione, indican­do la gran­de tavola dei Diritti dell’uomo appesa nella sala della Conciergerie dichiara: «C’est pourtant moi qui ai fait cela». Quella tavola proclamava il <em>diritto</em> di un <em>uomo</em> che non può es­sere l’uomo del­l’an­tica <em>Ge­meinwesen</em> (comunità), cosí come gli attuali rapporti econo­mico-politici e industriali non possono essere quelli della società anti­ca.</p>
<p>Essi non avevano percepito che l’attività esteriorizzata degli uomini pervenisse ad una propria autonomia sulla quale essi non avevano alcuna presa. Questa falsa coscienza bor­ghese fon­da la democrazia rappresentativa, parlam­entare, la credenza che con istitu­zioni si va a costituire la nazione (nuova comunità che rin­serrerà tutti i pro­cessi economici e sociali); essa fonda allo stesso modo il fascismo (i nazisti vo­levano la <em>Volksgemeinschaft</em>, la comuni­tà del popolo!), che è comunque un movimento che con la sua azione ha permesso alla comunità capitale d’impiantarsi.</p>
<p>Per quanto riguarda la democrazia po­litica, è vero che essa ha avuto il merito di limitare gli eccessi della violenza. In effetti — ed è l’importante argomento al quale si aggrap­pano tutti gli attuali de­mocratici, e tutti quelli che, inorriditi dal nazismo e dallo stalinismo, consi­derano la democrazia come un male minore — si deve notare che nei paesi dove le vecchie co­munità sono crollate e dove la democrazia non ha potuto impiantarsi, non viga alcuna rego­la, alcuna istituzio­ne per imbrigliare il fenomeno sociale, non vi sia alcun freno alla violenza. Ciò che era umano, definito dalla co­munità, era crollato, e da allora dove trovare un punto di riferimen­to?</p>
<p>Cosí un gran numero di atrocità sono state commesse in URSS a seguito dell’impossibilità dell’instaurazione di una democrazia parla­mentare, e a seguito del fallimento della rivol­uzione proletaria mondiale. È di tale scatena­mento che avevano paura vari rivoluzionari russi, Dostoev­skij — ciò che gli faceva odiare la rivo­luzione, come a piú riprese ri­corda Ber­diajev nel suo libro dedicato a questo au­tore— e lo stesso Lenin poiché, secondo Victor Serge, egli paventava l’esplosione ge­neralizzata della lotta di classe, il che do­veva verificarsi in segui­to alla rivolta dei cecoslovacchi.</p>
<p>Gli stessi orrori, con varianti folclori­che, si ripetono in Asia, America Lati­na, Africa. Nei paesi africani il trauma della distruzione delle comunità è ancora piú profondo: l’urto col mondo del capitale è per se stesso generatore di follia, nel senso di perdita assoluta di ogni rife­rimento ed im­possibilità acuta di ritrovarsi in una comunità.</p>
<p>Ciò non significa affatto che i demo­cratici occidentali non abbiano commesso alcuna vio­lenza, alcuna tortura, al­cun crimine…Certo, no. Ma essi hanno operato <em>prima</em> fuori d’Euro­pa, nei paesi dove non erano «intralciati» dal­le leggi democratiche. È per questo che la guer­ra del 1914-’18 e so­prattutto il fascismo, portando all’Europa i metodi che erano stati riservati agli altri paesi, segna­no la sentenza di morte della democrazia politica.</p>
<p>La scomparsa sempre piú accentuata di ogni ideale e di ogni regola democratica fa sí che, in un mondo in decompo­si­zione, soprattutto quando la comunità capitale viene a essere ri­fiutata, la violenza non abbia piú alcun freno. Da cui l’invocazione ripe­tuta e vana per un ri­torno alla democrazia politi­ca, e le diverse proposte di rattoppo e rinvigorimento. Come se, dopo gli immensi fallimenti del 1914 e del 1933, essa potes­se essere un qualche baluardo contro la marea di violenza che sale e che co­mincia a dilagare sul mondo&#8230; tanto piú che, già alle sue origini, essa non è stata altro che un ac­como­damento.<a name="sdfootnote13anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote13sym"></a>13</p>
<p>Ritroviamo la stessa falsa coscienza nei so­cialisti france­si:<a name="sdfootnote14anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote14sym"></a>14</p>
<p>Da ciò deriva l&#8217;errore di quei socialisti, soprattutto francesi, che vogliono di­mostrare che il socialismo è la realizza­zione delle idee borghesi [...] e che si sfor­zano di dimostrare che il valore di scambio è [...] un sistema di libertà e uguaglianza di tutti; ma sarebbe stato distorto dal denaro, dal capitale, ecc.. (<em>Urtext</em>)</p>
<p>Il movimento socialista mondiale ha cono­sciuto la stessa fine della democrazia politica. Cosa tanto piú inevitabile, in quanto si era po­sto spesso come la vera realizzazione di essa. Ma, lo stesso Marx non consi­dera in definitiva che lo svilup­po delle forze produt­tive (dati neutri) sarebbe falsato dal mo­vimento del capi­tale? Non vi è una falsa coscienza storica nel voler fondare il comunismo sulla base di uno sviluppo delle forze produttive che ha permes­so l’instaurar­si del capitale? Da cui, evidente­mente, per opporsi a tale deviazione delle forze produttive, la necessità di un intervento che permette­rebbe di rigenerare un corso, di risa­nare, di guarire! Nello stesso tempo il comuni­smo sarebbe la vera coscienza del mo­vimento della produzione in atto da millenni e attende­rebbe un momento favo­revole per manifestarsi.</p>
<p>Lo stesso errore si riscontra nel fatto di aver pensato che il comunismo potrebbe svilupparsi sulla base della ridu­zione della giornata lavo­rativa. Con ciò, si conserverebbe ancora uno dei presupposti del capitale: la quantificazione del tem­po, e si vorrebbe utilizzare quanto il ca­pitale ha apportato; il che vuol dire che con lo sviluppo delle forze produttive un fenomeno sarebbe in corso, ma il capitale ne impedirebbe la piena espansione ed anche lo falserebbe. Da cui la ne­cessità di un intervento, del quale ho già parlato. La falsa coscienza è intrappolata dal fenomeno immediato, connesso alla volont­à di intervenire per far agire tale fenomeno nel senso de­gli interessi umani. La comunità non può edificarsi solo sul tempo, essa è possi­bile soltanto attraverso la ritrovata unione umanità-natura che inglobi spa­zio e tempo.</p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories4/Marx_urtext.jpg" alt="Marx urtext" /></p>
<p>Infine, allorché Marx scrive: nessu­na for­mazione sociale scompare fin quando non ab­bia esaurito le possi­bilità che ha in sè (cfr. la «Prefazione» a <em>Per la criti­ca dell’economia poli­tica</em>, 1859), egli ha creato un terreno fertile per il sorgere di illusioni, tra le quali quella consi­stente nel credere che vi sia deca­denza del ca­pitale a partire dal mo­mento in cui un cer­to numero di possibilità, che gli sono state in par­tenza ricono­sciute, siano state realizzate e che quindi un inter­vento — quello del proletariato — sia sempre prevedibile in un avve­nire piú o meno lontano. In realtà, se vi è decadenza è quella dell’umanità!</p>
<p>Falsa coscienza e recupero sono strettament­e legati. Il secondo è in un certo modo la conseguenza della prima: se si è recuperati, è perché si è prodotta una coscienza erronea. Si è prospettato un fenomeno come potesse essere effettivamen­te antagonistico al capitale. Ora, si avvera in seguito che esso realizzi ciò che avrebbe dovuto di fatto distruggere. Ci troviam­o qui di fronte, in altro modo, alla sua an­tropomorfosi.</p>
<p>È a partire da rappresentazioni inade­guate del movimen­to reale, a partire da fal­se coscien­ze, che il capitale per­viene a perfezionare ogni volta il suo domi­nio. Si può pensare che tale movimento possa arrivare fino al momento in cui il capitale si gonfierà di una sostanza che gli è estranea, e che cosí esploda, o si esaurisca. Se ciò è vero per diverse istituzio­ni, ciò che le ren­de poi inadeguate e non operative al punto da farle sprofondare al minimo urto (e la rivolu­zione è stata realmente quel momento in cui tutto crolla e tutti sfuggono dalle varie istitu­zioni, ruo­li ecc.), ma il capitale, lui, s’impadron­isce di tutto e, antropomorfizzando­si, accre­sce sempre piú la sua po­tenza, dato che al limi­te essa può ap­parire uma­na.</p>
<p>Cosí il movimento di recupero può essere solo la causa di uno squilibrio che potrebbe in­trodurre una falla nella comu­nità capitale. Nondimeno un grave pericolo accompa­gna questa possibilità, è la perdita totale, l’esterio­rizzazione com­pleta e dunque lo svuota­mento realizzato degli esseri uma­ni, che arriva ad una comunità senza uo­mini. A maggior ragione non si può venire sul terreno del capitale forzando­ne il dive­nire, come pensa Baudrillard,:</p>
<p>La sfida che ci lancia il capitale nel suo delirio, liqui­dando senza vergogna la legge del profitto, il plusva­lore, le final­ità produttive, le strutture d pote­re, e ri­trovando al termine del suo pro­cesso l’immoralità profonda (ma anche la se­duzione) dei riti primitivi di distruzione, questa sfida, va raccolta e ripresa in un rilancio in­sensato.</p>
<p>Raccogliere la sfida sarebbe abbandonarsi al­lo sfuggi­mento integrale del capi­tale, per mai piú ritrovarsi: realizza­zione della follia. Bau­drillard coglie qui in ma­niera impres­sionante il movimento dell’inflazione.<a name="sdfootnote15anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote15sym"></a>15</p>
<p>È al momento della distruzione della comu­nità esistente, che la falsa coscienza affiora piú nettamente; è allora che si fanno le piú sfrenate ricerche per la sua rico­stituzione in for­ma piú o meno fantasio­sa. Alcuni tentano di farlo attra­verso un’attività da collezionisti o lancian­dosi in una sfrenata ses­sualità, altri dedi­candosi al misticismo, alla droga, o alla mu­sica (fenome­no della musica pop).</p>
<p>Nel secondo e nel terzo secolo della nostra era, un im­menso smarrimento s’impadroní di molti uomini e donne, a seguito al crollo delle antiche città (po­lis), nelle quali essi avevano un ruolo riconosciuto e concreto, poi a se­guito del fallimento di un cosmopolitismo che l’Impero romano aveva prodotto, ma che non poteva rendere effettivo, per le stesse tensioni straordi­narie che lo attraversavano e per i rapporti ignobili che allora regnavano. Da cui, per gli gnostici e i ma­nichei, la problematica dell’usci­ta non solo dal mondo costi­tuito dall’Impero romano, ma dal cosmo. Presso i greci, so­cietà umana e cosmo erano ancora in continuità,<a name="sdfootnote16anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote16sym"></a>16 presso i romani questa sopravviveva in forma schematica, da cui la te­matica gnostica del co­smo perverso.</p>
<p>La via «gnostica» fu, in particolare, adottata — come afferma R.M. Grant in <em>Gnostici­smo e cristianesimo primitivo</em> — in seguito al falli­mento dei tentativi di liberazione del po­polo ebraico (essendo stato lo stes­so Gesú Cristo un emanci­patore che avrebbe fallito), quindi a quello delle profezie che avevano annunciato il momento di tale li­berazione. Essa sor­se al se­guito del fallimento delle speranze apocalittic­he.</p>
<p>Molto piú vicina a noi, la guerra 1914-’18 fu vissuta come un’apocalisse che non era stata profetizzata. Da cui la fasci­nazione che essa esercitò almeno al suo inizio, su un gran numer­o di spiriti, so­prattutto in Germania, dove, in questo caso, essa tese a persistere fino al­l’avvento del nazismo (che ebbe un carattere profondamente religioso); né si può dire esat­tamente in quale misura essa non abbia impre­gnato di sé l’intero periodo del suo dominio. Essa fu vissuta come la ma­nifestazione di un male minore, in fondo come il risolversi di cer­te tensioni che non potevano piú essere soppor­tate e come una lacerazione a partire dalla qua­le potrebbe intravedersi un’altra via.<a name="sdfootnote17anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote17sym"></a>17</p>
<p>Ai giorni nostri, in maniera palpabile, fasci­nante e tragi­ca, s’impone a tutti il fal­limento della profezia apocalittica di Marx: l’emanci­pazione dell’umanità gra­zie all’assalto dei pro­letari alle cittadelle del capitale, sia che abbia fallito, sia non si sia presentata all’appunta­mento della storia. La stessa cosa per quella di Bordiga che, riordinando l’insieme della previ­sione di Marx integrandovi il divenire di tutti i popoli di colore, messi in moto dalle scosse di due guerre mon­diali, prevedeva l’apocalisse-rivoluzione nei nostri attuali anni.</p>
<p>Il fallimento della rivoluzione comuni­sta segna la fine della comunità-partito e del par­tito-comunità.</p>
<p>A partire da qui si comprende me­glio il va­sto smarrimen­to della nostra epoca connesso alla perdita di referente, alla permissività totale e alla fine delle comunità nate con la rivoluzion­e borghese: le nazioni e i loro Stati. Certo, vi è un’uni­tà superiore, l’ONU; ma proprio come sotto l’Impero roma­no, ogni cosmopolitismo è irrealizzabi­le, tanto piú che l’idea di cosmo è andata perduta. Nel secolo XIX e soprattutto du­rante la metà del XX l’internazionalismo ha giocato il ruolo del cosmopolitismo an­tico, e di quello del secolo XVIII. Nei tre casi si hanno effettivamente momenti di disaggregazione di comu­nità. Se l’internazionalismo proletario ha fallito, ciò è dovuto in gran parte anche al fatto che esso è stato incapace d’ingloba­re la diversi­tà, inquinato come fu assai rapidamente di eu­rocentrismo e minato da un malcelato naziona­lismo sciovinista. Cosí è logico che, sempre in Oc­cidente, prevalga la moda dell’orientalismo e che i temi e le pratiche messi in onore dagli gnostici e dalle varie correnti religiose dell’ini­zio della nostra era, ritrovino un’eco.<a name="sdfootnote18anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote18sym"></a>18</p>
<p>Questo momento che stiamo vivendo è la fi­ne-esauri­mento di tutta un’evoluzione degli esseri umani. Il periodo pre-gnostico conosce un movi­mento in cui sacro e profano sono in connessione ed è in virtú di questi due ele­menti che uomini e donne si sollevano. Col trionfo del cristianesimo si ha secolarizzazione e sepa­razione dell’elemento sacro da quello profano: dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Tale secolarizzazione-profanaz­ione si accentua col movimento ri­voluzionario borghese, prima con la Riform­a, poi con le di­verse rivoluzioni fino al 1789, quando si ha la profanazione realizzata. Su questo piano il mo­vimento proletario non opera al­cuna disconti­nuità: l’elemento «sa­cro» viene definitivamente messo da parte; ciò che si postula è solo che gli esseri umani debbano crearsi un’altra comuni­tà.</p>
<p>L’impossibilità di un movimento pro­fano ad assicurare la liberazione degli es­seri umani ha rafforzato l’idea che la «sal­vezza» dell’umanità possa essere assi­curata solo da movimen­ti reli­giosi, sacri. Ma tutte le correnti reazionarie che hanno tentato di conservare l’elemento sacro, cos’altro hanno fatto se non partecipare alla tragedia di quanto si è svol­to, scen­dendo il piú spesso a patti col potere costituito? La soluzio­ne non è quindi dalla parte del sacro né da quella del profano. La comunità umana è al di fuori di questo mondo.</p>
<p>Si può collegare alla tematica comuni­taria il problema di sapere cos’è determi­nante nel­l’evo­luzione degli uomini. In effetti nel mo­mento attuale tende a prevalere una teoria mar­ginalista. Sarebbero cioè i marginali che inventerebbero le nuove condotte e le impor­rebbero progressivamente al resto della comu­nità. Co­me la teoria economica dello stesso nome, essa privilegia certi elementi: qui, l’élite! Essa effettua in ma­niera ancora piú netta la frattura che la teoria del rap­porto partito-mas­sa interpretava. In entrambi i casi, si ha una non-contemporaneità degli uo­mini che vivono in un momento dato. Gli sconvolgimenti che affèttano la comuni­tà sarebbero percepiti solo da alcuni elementi. Questi privile­giati farebbe­ro partecipi dei loro ap­porti gli altri.</p>
<p>Una tale teorizzazione è il riconoscimento della distru­zione di ogni <em>Gemeinwesen</em>, dato che vi sono solo esseri di­stinti gli uni in rappor­to agli altri e disposti fianco a fianco. Ora, nel­la misura in cui la dimensione <em>Gemein­wesen</em> persista per poco che sia tra gli esseri umani, questi possono assai realmente coesistere, per quanto la loro soglia di percezione dei fenome­ni sia differente.</p>
<p>Infine, per concludere su questo aspet­to della comunità in quanto raggruppa­mento umano, segnaliamo che vi sono al mondo due modalità determinanti del rap­porto essere in­dividuale-comunità: quella dell’Occidente ove l’indi­viduo si è autonomizzato. e cosí pure lo Stato; quella dell’Oriente ove la comunità è di­spotica e l’individuo non perviene all’autonom­ia. Si hanno varianti in Africa e nelle due Americhe. Tuttavia, adesso, con l’accesso del capitale alla comunità materiale, si ha conver­genza tra Occidente e Oriente. Il pri­mo ha in definitiva presen­tato un movimento intermedio per arrivare a un risultato identico ma molto piú potente. Cosí esso dà il cam­bio, sostituen­dola, all’antica comunità dispotic­a asiatica.</p>
<p>Non si può contentarsi di opporre la comu­nità all’indivi­duo e allo Stato come soluzione dei mali attuali. Il comuni­smo non è una sem­plice affermazione comunitaria; esso non può piú essere caratterizzato dalla proprietà comu­ne o col­lettiva perché sarebbe mantenere i pre­supposti del capitale stes­so: la proprietà e la se­parazione (nella misura in cui vari teorici so­cialisti ricardiani reclamavano una ri­partizione egualitaria). In una parola non è da prospettar­si in opposi­zione a qualcosa, perché si tratta di uscire da ogni dialettica che, presto o tardi, ri­porterebbe l’anta­gonismo per un po’ ri­mosso. Ciò che è in questione è l’essere degli uomini e delle donne e il loro rapporto con la totalità del mondo vivente impiantato sul nostro piane­ta, che non può essere concepito come appro­priazione, come Marx pensava, bensí come go­dimento. Quindi sarebbe meglio sostituire co­munismo con co­munità umana.</p>
<p>Come l’insieme umano non deve piú essere diviso per di­venire comunità, cosí l’individuo non deve piú essere diviso per divenire indivi­dualità, quindi fine della rottura Stato-individ­ui, partito-massa, spirito (cervello)-corpo. Per uscire da questo mondo, oc­corre acquisire un corpo tendendo ad una comunità, dunque non chiudendosi in un fenomeno indivi­duale, bensí ritrovando la dimensione della <em>Gemeinwesen</em>.</p>
<p>È qui che ritroviamo il tema fondamentale delle opere filosofiche di Marx: rendere espli­cito il rapporto individuo-società e come aboli­re il loro antagonismo. Piú che un essere socia­le, l’uomo è un essere che ha la dimensione del­la <em>Gemein­wesen</em>, vale a dire che ogni essere umano porta in sé, sogget­tivata, la <em>Gemeinwe­sen.</em> Il che viene espresso in maniera mol­to ri­duttiva, quando si afferma il carattere universa­le del pensiero di ogni essere umano.</p>
<p>Il capitale ha realizzato la comunità non solo in quanto insieme sociale, ma anche nella dimensione della <em>Gemeinwe­sen</em>, poiché ciò che fa il fondamento del pensiero e la condot­ta (etica) ecc.., è il capitale, grazie al suo divenire a rappre­sentazione esclusiva di tutte le altre. Nella co­munità capitale gli uomini sono uniti me­diante le tecniche, i famosi mass-media che sono tanto piú necessari quanto piú gli esseri uma­ni sono numerosi. Esse non arrivano a ren­derli coesistenti, contemporanei, poiché li rin­chiudono entro i loro limiti so­ciali, nazionali ecc..</p>
<p>Tutti gli elementi significanti la determinaz­ione fonda­mentale della <em>Gemeinwe­sen</em> sono stati distrutti: le potenzialit­à dette parapsicolo­giche come la telepatia, vari tipi di lin­guaggi come quello del corpo, mentre quello verbale è sem­pre piú impoverito, perdendo la dimensio­ne universale; esso è ridotto ad un codice che traduce la comunità capitale. Af­fin­ché vi sia una comunità umana, occorre una riduzione del­la popolazio­ne. Il numero eccessivo diluisce la di­mensione <em>Gemeinwesen</em>; essa non può piú effettuarsi nell’essere indivi­duale. Inoltre la co­munità sarà l’integrale di una miriade di picco­le comunità viventi unicamente nelle zone adatte ad un’espansione umana. La nostra spe­cie abbandoner­à per questo tutta una serie di regioni che sono state conquistate, ma dove gli esseri umani si sono perduti perché hanno do­vuto spendere troppa energia per poter sussi­stere, o perché sono divenuti troppo dipendenti dalla tecnica.</p>
<p>Comunità unitarie come comunità integrale non possono vivere semplicemente come rag­gruppamento di esseri umani. Occorre che fra tutti vi sia trama co­mune, sostanza comune, in quanto esse realizzino l’essere umano, e questo è accessibi­le solo se ogni essere realizza in sè la <em>Gemeinwesen</em>: essendo un elemento irriducibile e nello stesso tempo il modo che la comunità ha di realizzarsi in lui, e il modo che ha, lui, di per­cepirla in tutta la sua durata.</p>
<p>È qui che sorge la difficoltà che si è imposta per millen­ni: gli uomini e le donne, non sapen­do chi sono, non cono­scendo i propri possibili, si sono rinchiusi in ghetti che essi dicevano es­sere raggruppamenti umani, umanità, definiti da distinguo che permettevano di escludere le altre. Cosí, per gli anti­chi egiziani, gli stranieri non erano uomini. Si poteva sa­crificarli agli dei. Erano stranieri perché non vivevano come loro, determinati com’erano da un’altra geo­gra­fia, un’altra storia, perché avevano svilup­pato altri possibili. L’accesso alla comunità im­plica dun­que una conoscenza-riconosci­mento di tutti gli altri, la loro accettazione nella loro diver­si­tà. Non una gnosi intellettuale o spiri­tuale, ma una gnosi to­tale; la cono­scenza deve farsi attraverso l’intero essere, proprio grazie alla riunifi­cazione di ogni essere.</p>
<p>Non si tratta di escamotare il male! La spe­cie umana ha anche sviluppato i possibili del male, spesso il piú orribile, il piú ignobile, non giustificabile da alcuna escatologia storica. In concreto ciò significa che non si può accettare coloro che uccidono, tortu­rano, vogliono do­minare gli altri ecc.. Questo rifiuto della «via del male» può essere raggiunto solo a parti­re dal momento in cui, come diceva Marx con la sua termi­nologia ancora impregnata di econo­mia: la maggior ricchez­za per l’uomo è l’altro uomo.</p>
<p>La dimensione <em>Gemeinwesen</em> si perce­pisce anche in quel­lo che Marx ha chia­mato il lavoro universale (espressione ri­presa da Bordiga), cervello so­ciale che sotto altra forma si trova teorizzato da Leroi-Gourhan in <em>Il gesto e la pa­rola</em>. Noi pensiamo col nostro proprio cervello, ma anche con quello della specie in quanto somma di tutti gli esseri che ci circon­dano o che ci precedono. È per questo che il sentimen­to del­la spe­cie svelato da Bordiga è un’altra af­ferma­zione della <em>Gemeinwesen</em>.</p>
<p>Infine, l’essere presente al mondo di ciascu­no di noi nel mondo si afferma in una specie di coscienza di essere indivi­dualizzato della specie e nella specie. Con l’accesso alla co­munità, gli esseri umani avranno infine trovato il loro mon­do. In effetti al contrario delle altre specie che hanno una re­lazione immediata es­sere-mondo perché hanno assegnata loro una por­zione del pianeta (la famosa nicchia ecologica), l’uomo non ne ha alcuna. Da quando ha avuto luogo la mu­tazione che ha «gettato» fuori dalla foresta l’essere bipede di­venente uomo, tale es­sere cerca angosciosamente un mondo nel qua­le possa essere sicuro della sua esistenza, della sua realtà. Dopo millenni, questa ricerca deve concludersi realiz­zando infine ciò che egli è nella sua diversità intraspe­cifica e nel suo lega­me col mon­do vivente; cosí egli troverà il suo po­sto nel continuum della vita. Il suo mondo è l’essere umano definito nella continuità con essa.</p>
<p>Ho detto che tale ricerca deve con­cludersi, e non che si concluderà, in quanto non vi è un de­terminismo rigo­roso che presieda alla sua fine, il che porterebbe a giustificare il movi­mento intermedio tra comunità im­mediata e comunità umana a venire. No. La storia, in quanto insieme di esperienze vis­sute dagli uo­mini e dalle donne, può essere solo un dato di fatto; si posso­no spiegare di­versi divenire, ad esempio quello del ca­pitale, e questo in modo determinista, ma da ciò non è possibile dedurre un determinismo piú globale che ci riguarder­ebbe tutti, quello della nostra realizzazione, alla fine, in quanto es­seri umani. A posteriori, a fenomeno umano avve­nuto, sarà possibile tro­vare ne­gli avvenimenti precedenti un determi­nismo che vi con­duceva ineluttabilmente. Ma questo ne­gherà i diversi possibili che si saranno manifestati, e il fatto che la spe­cie, attualmente demente, avrà compiuto il salto solo costretta e for­zata. Non è detto che ciò si verifichi; la sua scomparsa sotto diverse forme l’incalza in un futuro non lontano. Ecco perché c’è un dover essere.</p>
<p>Si è rimproverato a vari filosofi del­la storia, e a Marx in particolare, di avere una concezio­ne escatologica e soteriolo­gica della storia (es­sendo il proletariato il sal­vatore che si salva non in quanto proletariato ma divenendo uma­nità): correlativamente si può aggiungere che per lui il «cosmo so­ciale» aveva un senso (En­gels vi aggiunse la sua «filosofia della natura», che era un tentativo di dare un senso al cosmo nella sua totalità). Al contrario ai giorni nostri il «cosmo so­ciale» viene prospettato come neu­tro, non ha in se stes­so al­cun significato, alcun senso, per esempio quello di un divenir­e al co­munismo. Da cui la per­dita di prospettiva e di ogni certezza. La paura della storia di cui parla Mircea Eliade non può essere compensata dal­la percezione di un dato sote­riologico insito nel cosmo sociale. In realtà si può individua­re un senso alla co­munità dispotica del capitale: un di­venire all’assurdo, alla distruzio­ne degli uo­mini. Ciò non può es­sere di alcun conforto per gli esseri uma­ni né dar loro energia per soppor­tare la loro situazione, se non un’energia suici­daria. Da cui l’ingiunzione: occorre abbando­nare questa comunità e tutti i suoi presupposti. È il rifiuto di un’erranza millenaria&#8230;</p>
<p>Dopo gli anni sessanta, la comunità capitale è divenuta sempre piú intollera­bile a un gran numero di uomini e di don­ne, essenzialmente i giovani. Si è avuta una vasta rivolta della gio­ventú, che è ricer­ca della comunità umana. Essa è ac­compagnata da una miriade di feno­meni che non si può qui esaminare, ma che te­stimoniano fratture, spesso parcellari ma co­munque fratture con la comunità capitale. La rivolta ha manifestato una sensibilità nuova, es­sendo capace di per­cepire diverse alienazioni, ingiustizie che era­no state accura­tamente ca­muffate dai vari rackets politici. Tale movi­mento è ora mascherato da una certa rivitaliz­zazione della politica, ma va maturando in profondità. Gli uomini e le donne devo­no ren­dersi conto fino a che punto possano tendere a realiz­zare la comunità umana solo rompendo totalmente con la di­namica di questo mondo e con la dialettica rivoluzione-controrivoluzione.­ Da allora salterà il lucchetto che impedisce ogni creatività e che inibisce la crea­zione di un nuovo modo di vita. La paura che ci attanaglia verrà abolita e entreremo nel nostro divenire.</p>
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<h6>Ottobre 1976</h6>
<h6>Traduzione di Gabriella Rouf.</h6>
<h6>Ultima revisione 19 novembre 2022.</h6>
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<h6>Note</h6>
<h6><a name="sdfootnote1sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote1anc"></a>1Ho affrontato la questione della <em>Gemein­wesen</em> in vari studi: «Origine e funzione della forma par­tito»;« Caratte­ri del movimento operaio fran­cese»; «Il Capitolo VI inedito del Capitale e l’opera eco­nomica di Marx» (che, inte­grato dalle note, sarà ri­stampato con il titolo <em>Capitale e Gemeinwesen</em> <img src='https://www.comunismoecomunita.org/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' />  infi­ne in diversi articoli di <em>Invariance</em>, se­rie II, e in par­ticolare nel №4.</h6>
<h6><a name="sdfootnote2sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote2anc"></a>2Certo sarebbe da farsi uno studio per mo­strare tutti questi legami. Al­lora ci si renderebbe conto che il famoso sche­ma dialettico che si svol­ge in tre tem­pi era già stato esposto dagli gnostici e dai manichei. 1° tempo: separazione dei due «regni» della luce e del­le tenebre; 2º tem­po: in seguito a una cata­strofe co­smica, si ha mescolanza della luce e delle tenebre; 3º tempo: è quel­lo della redenzione, in cui si ha una de­fin­itiva separazione della luce e delle tenebre. Gli uomini sono salvati, ma il dio ascoso lo è a sua volta tramite gli uomini, poiché essi sono particelle divi­ne di luce. ¶ Per i mani­chei, solo coloro che avran­no perduto ogni <em>ricor­do</em> del fatto che sono luce, e dei quali nessuno potrà ricordarsi, saranno irrime­diabilmente perduti.</h6>
<h6><a name="sdfootnote3sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote3anc"></a>3Per quanto ne so, in Francia l’unico approccio inte­ressante alla que­stione della comunità è stato fatto da Raoul Brémont, che fece parte del «gruppo di Marsiglia» della Sini­stra Comunista internazionale for­mata dalle frazioni belga, italiana e france­se, tutte in realtà provenien­ti dalla Si­nistra Italiana che si era delimitata a partire dall’opposizione all’orientamento leninista in seno all’Internaziona­le Comunista; Bré­mont pubblicò nel 1938 un ciclo­stilato: <em>La commu­nauté</em>. Tale testo è stato stampato nel 1975 dalle edizioni L’Oubli (2, rue Wurts, 75013 Paris). ¶ Il suo merito è stato di affermare la «comunità marxi­sta» nel momento stesso in cui i na­zisti facevano trionfare la loro ideolo­gia del­la <em>Volksgemeinschaft</em> (comunità del popolo). Egli si basa sui testi giova­nili di Marx; tende ad una visione aclassista pur conservando lo sche­ma classista. Da ciò derivano le difficoltà che incontra quando tenta di delineare ciò che è esattamente il proletariato del suo tempo. Sembra che sia proprio perché non può ormai proporre una teoria puramente classista, che egli giunga ad affermare la comunità. D’altra parte egli non si rivolge agli operai o ai proletari, bensí ai produttori.</h6>
<h6><a name="sdfootnote4sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote4anc"></a>4Cfr. H. et H. A. Frankfort, John A. Wilson, Thorkild Jacobsen, Wil­liam A. Irwin, <em>La filo­sofia prima dei greci. Concezione del mondo in Mesopotam­ia, nell’antico Egitto, presso gli ebrei</em>, Einaudi, Tori­no, 1963, tra­duzione di <em>The Intel­lectual Adventure of Ancient Man. An Essay on Speculative Thought in the Ancient East</em>, Chicago, 1946.</h6>
<h6><a name="sdfootnote5sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote5anc"></a>5Torneremo in seguito sull’importanza di quest’ope­ra che mette in evi­denza — in negativo — il pro­blema della <em>Gemein­wesen</em> e affronta quello dell’«in­dividuazione», cosí come sulla validità dell’assioma di Lévi-Strauss: la società si fonda su un triplice scambio di beni, di don­ne, di parole, con tutte le conseguenze che ciò comporta.</h6>
<h6><a name="sdfootnote6sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote6anc"></a>6Vedi nota 1.</h6>
<h6><a name="sdfootnote7sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote7anc"></a>7Cfr. «C’est ici qu’est la peur, c’est ici qu’il faut sau­ter!», in <em>I</em><em>nvariance</em>, №6, serie II, 1975</h6>
<h6><a name="sdfootnote8sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote8anc"></a>8Tutto il discorso che segue costituisce in gran parte la risposta a una lettera di Bernard Toumoud del 24 febbraio 1976; di cui ecco un pas­saggio essenziale ¶ «Ogni economia poggia sul tempo. Credo Marx l’abbia detto, che non era stupido, e non sempre co­sciente della pro­fondità delle proprie formulazio­ni. Si deve oggi aggiungere questo: il capitale è l’ulti­mo stadio dell’economia che rac­coglie e condensa tutte le forme passate. Non c’è alcun avvenire per un’altra economia, poiché il capitale è radicalmente un’economia dell’avvenire (vedi credito e inflazion­e). ¶ Se, nella sua prima forma, l’economia è costi­tuzione di ri­serve per lottare contro il tempo della distruzione e della perdita (le catastrofi naturali, l’ostilità dell’ambiente ecc.), essa (l’economia) nella sua forma ultima (il capitale) è una tendenza alla di­struzione e alla perdita del tempo. ¶ L’econo­mia comincia quando l’umano prende il tempo di eco­nomizzare. L’economia è al suo termine quando la forma credito s’impadronisce del tem­po globale dell’umano. ¶ Se gli umani hanno dapprima orga­nizzato il loro mondo in previsione del tempo della penuria e della fame, il mondo del capitale è l’orga­nizzazione — che nessuna coscienza dirige — della penuria e della fame del tempo. ¶ La tendenza all’abolizione della temporalità e la tendenza all’aboli­zione dell’umano sono una sola e identica cosa. Il tempo è l’uma­no stesso. Nella forma ultima dell’economia non si tratta piú, come nelle epoche precedenti, di economizzare <em>d</em><em>e</em><em>l</em> tempo, bensí di eco­nomizzare <em>il</em> tempo stesso. Il capitale è una ten­denza alla fissità e alla costanza as­solute, una ten­denza alla permanenza, una tendenza all’immobile che mira a fare l’economia globale del divenire, del transeunte. Una ten­denza all’eternità. ¶ Nel mon­do del capitale, il solo divenire è l’eterno Ritorno dello Stesso, il ritorno del quantitativo che, per quanto tra­sformato nella sua quantità, resta identi­co a se stesso per quanto ri­guarda la sua qualità: la qualità del non-umano. ¶ La dottrina nie­tzschiana dell’Eterno Ritorno dell’Uguale è questa parola delirante che racconta — senza saperlo e sotto ma­schere — la verità del capita­le. ¶ Da ciò deriva l’attua­lità di Nietzsche». ¶ Sono lontano dall’essere d’accordo con l’insieme di quanto sopra, in partico­lare per ciò che ri­guarda l’unilaterale approccio al tempo separato dallo spazio. Penso tuttavia che sia bene far co­noscere la provenienza di certi nostri impul­si. Inoltre, a loro volta, i lettori potranno ri­ceverne altri, e cosí via&#8230;</h6>
<h6><a name="sdfootnote9sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote9anc"></a>9Questa svolge un ruolo-chiave nella giu­stificazione dell’esistenza del capitale. In definitiva, sarebbe solo col suo sviluppo che l’umanità sa­rebbe uscita dalla penuria. Attualmente il capitale non è piú giu­sti­fi­cato da questo momento origi­nario divenuto troppo lontano, ma da qual­cosa di piú vicino: la ca­tastrofe. Secondo vari teorici, sarebbe grazie a lui che l’umanità potrebbe evi­tarla. È essenziale notare che è il capitale che genera penuria e catastro­fe, sia come realtà che elementi mitici. Di volta in volta ciascuno di essi è necessario per mantenere una cer­ta ten­sione di vita negli esseri umani. Non può es­servi riposo. Appena appar­sa, la «vera vita», è mi­nacciata dal­l’abisso che si profila al nostro orizzont­e prossimo. Solo eliminando questo si potrà al­lora trovare un altro ostacolo alla vita, che il dive­nire del capitale provvederà a togliere… Da ele­mento mitico-reale al­l’altro il capitale assicura la perennità. La nostra vita ci sfugge sempre piú. Non resta che l’angoscia che esso ha generato in noi e che deve sempre scongiurare. In ciò il capitale è pro­fondamente religioso.</h6>
<h6><a name="sdfootnote10sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote10anc"></a>10Occorre aggiungere che in un primo tempo si è trattato di completare Marx grazie all’apporto del­la psicolo­gia e della sociologia (cfr., per esem­pio, O. Rühle,<em> Zur Psychologie der proletarischen Kinder, K. Marx, Per­spektiven einer Revolution in hochin­dustrialisierten Ländern</em>), poi ci si è preoccupati di estrarre dalla sua opera un metodo e di traspor­lo in altri ambiti. Si può avere anche una mescolanza dei due, come nel mo­vimento della <em>Kapi­tallogik</em>, nato in Germania e svilup­patosi soprattutto in Danimarca.</h6>
<h6><a name="sdfootnote11sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote11anc"></a>11La lettura di <em>Lo choc del futuro</em> di Alvin Toffler op­pure quella di <em>Der Jahrtausend Mensch</em> (<em>L’uomo del mil­lennio</em>) di Robert Jungk permette di rendersi conto della fine dell’utopia.</h6>
<h6><a name="sdfootnote12sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote12anc"></a>12Prospettare un’altra dinamica del divenire umano implica una valuta­zione approfondita di ciò che la scienza rappresenta nel periodo che va dal suo sor­gere nella Ionia fino ai giorni nostri. È allora che si potrà esplicitare fino a che punto il con­cetto di adattamento sia tautologico e giustifica­tivo. Sarà possibile mettere in evidenza come lo sviluppo scientifico abbia soprattutto per obiettivo di trasfor­mare i rapporti tra gli uomini stessi, il che facilita la loro inte­grazione nella comunità ca­pitale. L’influenza sulla «interiorità» degli esseri umani consiste essenz­ialmente nello svuotarla di ogni con­tenuto. Da qui effettivamente lo scandalo per tutti gli scientisti i quali pensano che la scienza debba dare una soluzione ai problemi attuali, e che con­statano che le nuove concezioni del mondo in fisica, in chimica, in biologia ecc. sfiorano appena la vita sociale e politica.</h6>
<h6><a name="sdfootnote13sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote13anc"></a>13Ho già affrontato in vari testi uno studio della de­mocrazia, in partico­lare in <em>La révolution communi­ste. Thèses de travail</em>, nel №6, serie I, di <em>Invarian­ce</em>: <em>La mystification démocratique</em>. Aggiungerei questo: la de­mocrazia è la realizzazione della separazione totale e della non-comu­nicazione. Il <em>diritto</em> che la fonda risulta dalla distruzione dei dati im­mediati della vita. Cosí ai nostri giorni si parla di un diritto alla pro­creazione, di un diritto all’aria pura, quan­do la procreazione diventa impossibile (vedi l’India, la Cina, casi limite) e l’aria è diventata irre­spi­rabile a seguito dell’invasione del pianeta da parte del ca­pitale. Ogni diritto è una mutilazione; la sanzione di essa. E, ciò che vi è di piú ignobile, è che s’impo­ne il <em>dovere</em> di ricono­scere tale mutilazione, san­cirla e ricrearla indefinitamente. In seguito esaminerò come ciò fondi gli ideali di tolleranza e di relativi­smo!</h6>
<h6><a name="sdfootnote14sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote14anc"></a>14Ho esaminato ciò in «Les caractères du mouvement ouvrier français», <em>Invariance</em>, serie I, №10.</h6>
<h6><a name="sdfootnote15sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote15anc"></a>15Fin dal 1957, Guy Debord vagheggiava una sfida del genere: «La sfi­da situazionista al passaggio delle emozioni e del tempo sarebbe la scom­messa di vin­cere sempre sul cambiamento, andando sempre piú lontano nel gioco della moltiplicazio­ne dei periodi di turbamento». (<em>Rap­port sur la constitution des si­tuations et sur les conditions de l’organisation et de l’action de la tendance situation­niste internationale.</em>) Ma la sfida non era già il progetto del divino mar­chese de Sade, che esplose nel momento in cui scompariva la vecchia comunità?</h6>
<h6><a name="sdfootnote16sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote16anc"></a>16A proposito di tale questione, si veda H. Jonas, <em>Gnosis und spätantiker Geist</em> (traduzione ita­liana: <em>Lo gnosticismo</em>, SEI, Torino).</h6>
<h6><a name="sdfootnote17sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote17anc"></a>17Occorre assolutamente tener conto di questo stato d’animo (<em>Gesin</em><em>­</em><em>nung</em>) per comprendere la storia del­la Germania dal 1913 al 1945. Non è difficile com­prenderla nella misura in cui esso non è del tutto estra­neo alle preoccu­pazioni attuali. Si manifesta. ad esempio, nell’aforisma situazionista:. «Meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine» In cosa può sfocia­re questo, se non in una giustifica­zione di qua­lunque apocalisse?</h6>
<div id="sdfootnote18">
<h6><a name="sdfootnote18sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote18anc"></a>18I libri di Jacques Lacarrière lo testimoniano ampia­mente: <em>Les gnos­tiques</em> (Gallimard, 1973); <em>Les hommes ivres de Dieu</em> (Fayard, 1975). Cosí come il libro <em>L’Ange</em><em> </em>di Guy Lardreau e Christian Jambet, (Gras­set, Paris. 1976).</h6>
</div>
<div><em><strong>IL COVILE</strong></em></div>
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		<title>La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 18:12:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[anticapitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Antimperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Zorhan Mamdami]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista di Carlo Formenti &#160; I. In coda a un intervento in cui celebra l&#8217;elezione del progressista Zorhan Mamdani a sindaco di New York, Bernie Sanders attacca Trump, ma &#8220;sporca&#8221; le proprie critiche al bullo liberal fascista e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://d.newsweek.com/en/full/2299432/striking-gaza.jpg?w=591&amp;h=394&amp;f=ebcd4ae24676d1f0e02cb08bc7740dad" alt="Latest Opinion News &amp; Archive | Newsweek.com" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista</h1>
<h3>di Carlo Formenti</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.</p>
<p>In coda a un intervento in cui celebra l&#8217;elezione del progressista Zorhan Mamdani a sindaco di New York, Bernie Sanders attacca Trump, ma &#8220;sporca&#8221; le proprie critiche al bullo liberal fascista e ai pretoriani del MAGA con dichiarazioni che, di fatto, legittimano gli Stati Uniti come Paese democratico a fronte delle &#8220;dittature&#8221; che si oppongono all&#8217;imperialismo Usa.</p>
<p>Qualche anno fa, durante la campagna per la nomination che lo opponeva a Hillary Clinton, a Sanders scappò detta la verità: il sistema politico statunitense, denunciò, è &#8220;truccato&#8221;, nel senso che, pur mantenendo le <em>procedure formali </em>di<em> </em>un sistema democratico &#8211; attributo discutibile, ove si considerino fattori quali il sistema delle iscrizioni alle liste elettorali, che esclude larghi strati di lavoratori di colore (non solo immigrati), il sistema dei &#8220;grandi elettori&#8221;, che disinnesca la possibilità di una rappresentanza proporzionale, i costi proibitivi delle campagne elettorali, che garantiscono l&#8217;accesso alle istituzioni rappresentative solo a ricchi e super ricchi, ecc.), si è da tempo convertito in un regime oligarchico che esprime gli interessi esclusivi delle élite dominanti.</p>
<p>Gli è bastata l&#8217;elezione di Mamdani, per dimenticare questa verità e tornare a coltivare l&#8217;illusione che sia possibile rovesciare la dittatura dell&#8217;alta finanza e delle cosche criminali del deep state, che continuano ad assassinare impunemente neri e militanti di sinistra (Minneapolis è l&#8217;ultimo esempio), con qualche risultato elettorale a livello locale (ancorché di peso, come quello di New York).</p>
<p>Con ciò non intendo negare l&#8217;importanza politica di risultati del genere, bensì far presente che, in assenza di uno sconvolgimento radicale (a suo tempo, lo stesso Sanders ebbe il coraggio di parlare di rivoluzione), simili eventi non scalfiscono il dominio della macchina del potere a stelle e strisce che, per dirla con Gramsci, ha rimpiazzato l&#8217;egemonia con il dominio.</p>
<p>Questa sostituzione del dominio all&#8217;egemonia è ancora più evidente sul piano della politica estera del Moloch yankee. Ed è perciò che l&#8217;inciampo di Sanders nella seconda parte del suo intervento, dedicata appunto a tale tema, è ancora più imbarazzante. Anni fa (risalendo ancora più indietro delle sue sfortunate partecipazioni alle primarie democratiche) il nostro si lasciò scappare &#8211; peccato più grave della denuncia dei &#8220;trucchi&#8221; che falsificano il sistema elettorale Usa &#8211; alcune considerazioni positive sul regime socialista cubano. Apriti cielo: dovette fare fulmineamente marcia indietro ed evidentemente si ricorda molto bene della lezione. Infatti, dopo avere denunciato il disprezzo del diritto internazionale che Trump ha manifestato con la sua aggressione illegale al Venezuela, aggiunge che questa violazione non si giustifica nemmeno &#8220;contro un dittatore corrotto e brutale come Maduro&#8221; (sic). Proseguendo la requisitoria, scrive poi che &#8220;questa è l&#8217;orribile logica della forza che Putin ha usato per giustificare il suo brutale attacco all&#8217;Ucraina&#8221;.</p>
<p>A questo punto mi pare il caso di ribadire un paio cose:</p>
<p>1) Come ho scritto in un post pubblicato a botta calda dopo il blitz contro il Venezuela, Trump ha almeno un grande &#8220;merito&#8221;: ha fatto piazza pulita di tutte le ipocrisie propagandistiche che cianciano di &#8220;diritto internazionale&#8221;. Chi si professa si sinistra (anzi no, meglio antimperialista e anticapitalista, visto che essere di sinistra in Occidente non ha più alcuna relazione con questi due attributi) non ha il dovere di dire che il diritto internazionale &#8220;non esiste più&#8221;, bensì che non è mai esistito, perché l&#8217;unico diritto riconosciuto dal mondo capitalista occidentale è il diritto del più forte. Sanders &#8220;non può&#8221; dirlo nemmeno se lo pensa perché, essendosi auto recluso nella gabbia Dem, non può ammettere che i vari Kennedy, Johnson, Carter, Clinton, Obama si sono macchiati degli stessi crimini di Trump, anche se li hanno ipocritamente ammantati con la missione di difendere i valori della libertà e della democrazia.</p>
<p>2) Questa litania della brutale aggressione russa all&#8217;Ucraina non si può più sentire, a meno che la critica a Putin (che dal punto di vista delle procedure formali, sia detto per inciso, non è meno democratico dei regimi di Usa e Ue) non si accompagni all&#8217;ammissione: 1) della violazione della promessa Nato di non estendere i propri confini fino ad arrivare a ridosso di quelli russi; 2) del fatto che il golpe di estrema destra &#8211; appoggiato dai servizi occidentali &#8211; avvenuto a Kiev nel 2014 ha rovesciato un governo legittimo e instaurato un regime fascista che ha scatenato la guerra civile contro la popolazione russofona delle regioni orientali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II.</p>
<p>In un articolo del 1915, Lenin scriveva: “Dal punto di vista delle condizioni economiche dell&#8217;imperialismo, ossia della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali “progredite” e “civili”, gli Stati Uniti d’Europa <em>in regime capitalistico </em>(sottolineatura mia)<em> </em>sarebbero impossibili o reazionari”.</p>
<p>A quasi un secolo di distanza queste parole conservano tutta la loro attualità. Invece negli ultimi decenni sono state ignorate o rimosse, sia perché si pensava (vedi Negri e altri) che nel mondo unificato sotto l’impero americano non vi sarebbero più stati conflitti imperialistici (il termine stesso di imperialismo è stato progressivamente cancellato a partire dalla fine degli anni 70 del secolo scorso, allorché venne erroneamente data per conclusa l’era del dominio coloniale); sia perché fu presa sul serio – in barba a ogni evidenza contraria &#8211; la narrazione borghese sull’Unione Europea come superamento dello stato nazione e quindi dei conflitti interstatuali. Viceversa proprio la nascita della Ue ha dimostrato, sia che gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sono impossibili (la Ue è tutto meno che un super stato federale), sia la natura strutturalmente reazionaria di quell’aborto di stato europeo che è appunto la Ue, una istituzione antidemocratica votata alla difesa degli interessi delle élite politiche ed economiche del Vecchio Continente a spese degli interessi delle classi popolari.</p>
<p>Eppure a sinistra, e non solo da parte del PD e delle altre formazioni neo socialdemocratiche convertite al neoliberalismo, si continua a coltivare il mito di una possibile “democratizzazione” delle istituzioni di Bruxelles. Di più, ora che la fine della globalizzazione egemonizzata dagli Usa riapre il confitto globale, non solo fra l’Occidente collettivo e il resto del mondo (Russia, Cina, Brics e il Sud globale), ma anche all’interno dell’Occidente stesso, con un’Europa che, pur ridotta a periferia subalterna di Washington, si ritrova costretta a difendere alcune linee rosse per non venire cancellata del tutto dal novero delle potenze mondiali, alcuni baldi cavalieri della presunta democrazia europea vaneggiano di un’Europa capace di opporsi al “Patto anti-Ue fra Trump e Putin”: vedasi l’intervista rilasciata da Erri De Luca al “Fatto Quotidiano” del 12 gennaio.</p>
<p>Preso atto dello spadroneggiare indisturbato di squadracce fascistoidi come l’Ice, il nostro non ne trae l’ovvia conseguenza del decesso (oggi ufficialmente certificato ma avvenuto da tempo) della democrazia Usa. Al contrario: parla di “esame di maturità” di quest’ultima e si dice convinto che supererà la prova della sua riduzione a tirannide. E aggiunge (ahimè) che di fronte alla sfida, l’Europa sta riuscendo a serrare le fila “con una nuova unità di intento con la Gran Bretagna nel sostegno all&#8217;Ucraina” (fantastico: ci ricompattiamo contro il fascismo Usa schierandoci con il fascismo ucraino!). Come faremo a sconfiggere Trump? L’Europa si è data una costituzione (!!??) che tiene a freno i nazionalismi, e persino la destra da noi al potere è europeista (evviva!), e l’Italia della Meloni, dopo qualche sbandata filo-Trump, “resta nei ranghi della compagine europea guidata da Francia e Germania” (due noti campioni della lotta antimperialista&#8230;).</p>
<p>****</p>
<p>Naturalmente possiamo limitarci a stendere un velo pietoso sugli sbandamenti ideologici di due vecchi militanti della sinistra radicale euroatlantica (c’è di peggio: non so se vi sia capitato di leggere certe dichiarazioni di un ex eroe del 68 come Cohn Bendit), ma il fatto è che purtroppo non si tratta di singoli casi, bensì di sintomi di una degenerazione ideologica irreversibile che richiama alla memoria l&#8217;adesione dei partiti della II Internazionale alla chiamata alle armi da parte delle rispettive potenze imperiali. Certo la storia non si ripete, ma può generare qualcosa di simile a certi eventi del passato: ieri erano le potenze europee in lotta fra loro, oggi è il blocco occidentale che, pur diviso al proprio interno, è ancora abbastanza gerarchicamente strutturato (checché ne dica o auspichi De Luca) per opporsi contro tutte le “dittature” in nome della “democrazia” (e naturalmente della “libertà”). Cari amici e compagni, la lotta alla guerra è tutt’altro affare: non la si può fare senza avere come obiettivo strategico – a medio-lunga distanza se non immediato – la sua trasformazione in lotta rivoluzionaria.</p>
<p><em><strong>SOCIALISMO XXI</strong></em></p>
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		<title>La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 17:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[CDP]]></category>
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		<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
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<p><img src="https://tse4.mm.bing.net/th/id/OIP.qrPlUehd1gMBuIBb90Tc8AHaEN?rs=1&amp;pid=ImgDetMain&amp;o=7&amp;rm=3" alt="美国供给侧经济学也来了，巧合还是历史选择？|界面新闻" />RFI,</p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferrovPrivatizzazione, CDP, Mario Draghi, Snam, Snamiario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini. Dall’altro, si tratta di asset che costituiscono un ghiotto boccone per il capitale. Se è vero, infatti, che già oggi il <em>servizio </em>ferroviario è stato liberalizzato (con l’ingresso di operatori privati), fino a poco tempo fa la cessione <em>della rete</em> da parte dello Stato sembrava un argomento tabù, anche per gli economisti più sfegatatamente liberisti. Ma, quando si tratta degli insaziabili appetiti dei grandi gruppi capitalistici, tutto è possibile.</p>
<p>In questo post, dopo aver ricostruito, in breve, il processo di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico, vedremo nel dettaglio le ipotesi riguardanti la rete ferroviaria italiana e quali conseguenze potrebbe avere la sua privatizzazione.</p>
<p><strong>Breve storia delle privatizzazioni in Italia</strong></p>
<p>La privatizzazione delle imprese pubbliche avvenuta nel contesto italiano ed europeo nel corso degli ultimi 35 anni e tutt’ora in svolgimento nella sua fase matura ha profondamente mutato la natura del capitalismo contribuendo alla sua trasformazione da sistema misto (con forti elementi di pianificazione dell’economia e redistribuzione delle risorse) a sistema neoliberista, dunque ostile al compromesso tra Stato e mercato e insensibile alla mediazione tra bisogni sociali e profitto.</p>
<p>La lunga stagione delle privatizzazioni in Italia ebbe inizio nei “ruggenti” anni ’90 e fu la punta di diamante del nuovo corso neoliberista fondato sul protagonismo del mercato contro lo Stato e del privato contro il pubblico. Nel giro di soli 11 anni (1992-2002) venne ceduta ai capitali privati la stragrande maggioranza delle imprese pubbliche già nazionalizzate e delle partecipazioni statali.</p>
<p>L’intervento pubblico di indirizzo del sistema produttivo (politiche industriali) nel trentennio post-bellico si articolava lungo due direttrici fondamentali: lo Stato provvedeva da un lato ad interagire con il sistema economico in modo diretto come attore protagonista proprietario, in altri come regolatore discrezionale dell’economia privata.</p>
<p>L’intervento diretto, a sua volta, si manifestava tramite due modalità: l’impresa pubblica nazionalizzata (o, se di livello locale, municipalizzata) e le partecipazioni statali. In alcuni dei settori più strategici o a forte rilevanza sociale e universale (come energia elettrica, trasporti, telecomunicazioni e i cardini dello Stato sociale) prevalse la nazionalizzazione completa con la presenza di imprese pubbliche monopoliste o semi-monopoliste; in un’altra amplissima gamma di settori caratterizzati comunque da forte rilevanza economica per lo sviluppo del paese prevalse invece il sistema delle partecipazioni statali in cui lo Stato possedeva, tramite enti pubblici, quote di imprese private sufficientemente rilevanti da consentire la definizione degli indirizzi strategici e delle scelte produttive e occupazionali.</p>
<p>Il processo di privatizzazione avviato in forma massiccia nel 1992 investì entrambe le forme di proprietà pubblica con la progressiva vendita a capitali privati di quasi tutte le imprese pubbliche esistenti, dal settore bancario-finanziario a quello siderurgico, dal chimico all’ alimentare, editoriale, aerospaziale, energetico, delle telecomunicazioni, elettronico, della cantieristica navale, dei trasporti, etc.</p>
<p>Anche l’ambito delle infrastrutture a rete fondamentali (elettricità, telecomunicazioni, gas e petrolio, del trasporto stradale e ferroviaria, infrastruttura idrica) è stato segnato profondamente dal processo di privatizzazione che ha portato a massicce operazioni di svendita, dove non soltanto la gestione dei servizi di pubblica utilità è finita in gran parte in pasto al capitale privato ma anche le stessi reti, per definizione monopoli naturali non replicabili, sono state prese d’assalto da investitori di varia natura per lo più legati al mondo in rapida espansione, dagli anni ’90-’00, dei colossali fondi di investimento finanziari.</p>
<p>In questi settori, nel corso degli anni, dopo aver smembrato i vecchi monopoli pubblici verticalmente integrati (dove rete e servizio facevano capo ad un’unica società) in società separate, si è proceduto allo spezzatino della separazione-liberalizzazione e privatizzazione. Mentre la gestione dei servizi si è trasformata in oligopoli privati con un mercato spartito da un numero esiguo di enormi società che praticano agili strategie collusive, le reti sono diventate vere e proprie vacche da mungere per estrarre rendite laute e certe a rischio zero da parte dei nuovi proprietari monopolisti.</p>
<p>Terna, Tim, Snam, Autostrade sono state per anni e sono tutt’ora il simbolo evidente di questa clamorosa estrazione parassitaria di profitto ai danni della collettività.</p>
<p>A seguito del gigantesco processo di privatizzazione degli ultimi 35 anni, di imprese pubbliche nel sistema produttivo italiano, di dimensione nazionale (escludendo cioè i servizi pubblici locali municipalizzati, anch’essi, peraltro, diffusamente oggetto di strategie di privatizzazione) resta ben poco. Le partecipazioni pubbliche sono in parte di proprietà diretta del Ministero dell’Economia e in parte possedute da Cassa Depositi e Prestiti. Le più importanti e note ad oggi sono ENAV, Enel, Eni, Leonardo, Poste Italiane, Monte dei Paschi, cui si aggiungono le società che gestiscono le reti (Snam, Terna, Autostrade) ed altre società di interesse strategico come Fincantieri e Italgas. Di partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia resta ad oggi un’unica azienda: Ferrovie dello Stato.</p>
<p><strong>Le ipotesi sulla privatizzazione della rete ferroviaria</strong></p>
<p>È in questo contesto storico segnato dalla cessione totale o parziale degli asset strategici e delle reti infrastrutturali che si inserisce il dibattito di questi mesi sul destino dell’industria ferroviaria italiana e in particolare dell’infrastruttura di RFI.</p>
<p>Ad oggi, il gruppo Ferrovie dello Stato Italiane possiede al 100% sia Trenitalia (che gestisce il trasporto dei passeggeri) sia RFI (Rete Ferroviaria Italiana, che gestisce l’infrastruttura). Mentre, la rete è, al momento, in mano al monopolista pubblico, il servizio è in concorrenza con altri operatori. Ma come si è arrivati a questo punto?</p>
<p>Il sistema ferroviario, primo in Italia ad essere nazionalizzato nel lontano 1905, come tutti i servizi pubblici infrastrutturali, è stato già oggetto di un vasto processo di liberalizzazione, privatizzazione societaria e mercificazione a partire dal principio degli anni ’90.</p>
<p>Nel 1992, avvenne la separazione interna all’azienda tra area rete e area trasporto (di fatto un anticipo della successiva separazione contabile) e successivamente nel 2000 la separazione societaria tra rete e servizio con la divisione tra RFI e Trenitalia.</p>
<p>Nel 2003, infine, venne approvata la normativa di recepimento del primo pacchetto ferroviario europeo del 2001 che diede inizio al processo di liberalizzazione che vedrà dopo poco l’ingresso di nuovi operatori nel settore merci e, successivamente, anche nel settore passeggeri.</p>
<p>La gestione dagli anni 2000 verrà integralmente improntata al taglio dei servizi ridefiniti come rami secchi (linee a bassa o media frequentazione), riduzione graduale del costo del lavoro e potenziamento dei segmenti ad elevata profittabilità attesa come l’Alta velocità (caratterizzata da elevata domanda ad alta capacità di reddito).</p>
<p>L’entrata di nuovi concorrenti sul mercato ferroviario andrà a rafforzare in modo intenso questo processo di mercificazione.</p>
<p>Nel 2012, Nuovo Trasporto Viaggiatori (Italo) entrò nel ricco mercato dell’Alta velocità, erodendo una parte degli utili che nell’ambito dell’impresa pubblica ex-monopolistica costituivano e costituiscono la base per praticare sussidi incrociati finanziando quelle tratte in perdita non finanziate dal contratto di servizio universale coperto dalla fiscalità generale.</p>
<p>Di fatto la famigerata concorrenza, dipinta come salvifica dagli epigoni del libero mercato, si eserciterà essenzialmente sulla leva più immediata che definisce il costo di produzione: il costo del lavoro. Basti pensare che il costo medio di un ferroviere della compagnia Italo al momento dell’ingresso del nuovo operatore nel 2012 ammontava a solo il 60% del costo di un ferroviere di Ferrovie dello Stato. E ciò è possibile perché Italo applica soltanto in parte il contratto collettivo nazionale di settore, in quanto un’ampia parte delle condizioni di lavoro è dettata da un contratto collettivo aziendale.</p>
<p>Fino ad oggi l’industria ferroviaria ha continuato ad esistere entro un modello ibrido: un operatore pubblico proprietario di rete e servizio vocato ad un’ottica di massimizzazione del profitto, ma con evidenti funzioni di garanzia del servizio universale e di redistribuzione interna delle risorse e degli utili per fini sociali, una concorrenza di operatori privati sul trasporto merci e sul segmento profittevole del trasporto passeggeri.</p>
<p>Gli appetiti degli investitori privati però non si sono mai sopiti e le ferrovie da diversi anni sono oggetto privilegiato di interesse in vista di un processo di privatizzazione sostanziale parziale o completa alternativamente dell’intera società holding FSI o del servizio (Trenitalia) o della stessa rete (RFI).</p>
<p>Già nel 2015 il governo Renzi commissionò vari studi di praticabilità dell’operazione di vendita di FSI con l’intenzione di cedere alla Borsa il 40% delle quote di capitale dell’intera holding. L’operazione non andò in porto per resistenze interne allo stesso gruppo dirigente di Ferrovie. Nel settembre 2023 nel documento strategico NADEF, il governo Meloni riapre il dossier privatizzazione di Ferrovie prevedendo di raccogliere fino a 6,7 miliardi dalla vendita del 49% dell’azienda ai privati.</p>
<p>A seguire, alcuni mesi dopo, si inizia a discutere di una diversa opzione: la privatizzazione parziale della rete ferroviaria.</p>
<p>Nell’autunno 2024 si diffonde l’ipotesi di costituzione di una nuova compagnia controllata da RFI che gestisca la sola infrastruttura AV tramite lo scorporo della rete più profittevole dal resto del sistema infrastrutturale. Infine nei mesi più recenti (estate-autunno 2025) l’Amministratore delegato Donnarumma dichiara che la privatizzazione è ormai dietro l’angolo e che “dal 2026, l’ingresso di fondi privati potrebbe diventare realtà” specificando che “non si tratta di una privatizzazione in senso stretto, ma di una partecipazione di minoranza da parte di investitori istituzionali, italiani e internazionali, attratti dalla solidità e dalla redditività della rete AV con l’obiettivo di reperire capitali privati per finanziare opere strategiche, liberando risorse pubbliche per altri usi”. Si inizia a discutere di modello RAB (regulated asset base) da applicare alle ferrovie sulla falsariga di quanto già avviene in società di rete come Terna. Si tratta di un modello di finanziamento degli investimenti che garantisce all’investitore un margine di profitto crescente al crescere del rischio riducendo drasticamente il rischio di perdita per quegli investimenti, spesso massicci e complessi, tipici delle infrastrutture, che per loro natura sono soggetti ad una forte variabilità di rendimento nel lungo periodo. Nei modelli RAB in generale la definizione di rischio può variare e includere diversi livelli: dal rischio industriale legato ad aspetti relativi all’applicabilità pratica di alcune tecnologie, a rischi “di sistema” legati ad eventuali shock esterni (aumento del costo delle materie prime o instabilità geopolitica) fino al più elementare rischio di mercato ordinario legato alle oscillazioni fisiologiche della domanda.</p>
<p>Nel corso del 2024 due documenti europei uno <a href="https://coniarerivolta.org/www.consilium.europa.eu/media/ny3j24sm/much-more-than-a-market-report-by-enrico-letta.pdf">a firma di Enrico Letta</a> sul futuro del mercato unico europeo e l’altro <a href="https://coniarerivolta.org/www.eunews.it/wp-content/uploads/2024/10/00_Rapporto-Draghi-parte-A.pdf">a cura di Mario Draghi</a> sul futuro delle competitività europea rimarcavano entrambi la necessità di avviare percorsi di finanziamento delle grandi infrastrutture (compresa quella ferroviaria) tramite modelli di regolazione basati su una riduzione al minimo dei rischi (de-risking) per gli investitori privati spianando la strada ad un’interpretazione molto ampia del concetto di rischio che finirebbe per garantire ai privati una generosa rendita monopolistica sostanzialmente a rischio zero.</p>
<p>Sembra proprio questo il modello di privatizzazione immaginato per le ferrovie italiane.</p>
<p>Nel corso dell’autunno scorso l’ipotesi di scorporo della rete AV dalla rete RFI si è fatta sempre più insistente e sebbene al momento non vi sia un calendario chiaro e definito sembra ormai probabile che nel 2026 questa operazione possa essere concretamente realizzata. Del resto, gli appetiti degli investitori privati non si sono fatti attendere nel manifestarsi.</p>
<p>Già un anno fa si sono svolte <a href="https://www.affaritaliani.it/economia/meloni-vende-l-italia-a-blackrock-ora-il-fondo-americano-punta-a-prendersi-ferrovie-dello-stato-938704.html#google_vignette">alcune riunioni</a> tra la stessa presidente del Consiglio e il plurimiliardario amministratore del fondo nord-americano Black Rock Larry Fink indirizzate a valutare l’interessamento del suddetto fondo per l’acquisto di quote di floride aziende italiane quali Leonardo e Ferrovie. Più di recente sembra si sia palesato un interessamento da parte dei fondi sovrani arabi quali PIF (saudita) e ADIa e QIA (Emirati) già da molti anni attivi nel settore infrastrutture.</p>
<p><strong>La privatizzazione della rete: un disastro sociale, strategico e di sicurezza</strong></p>
<p>Come già accennato prima, tutte le argomentazioni liberiste, che hanno segnato il dibattito sulle privatizzazioni negli ultimi decenni, a favore del mercato e del privato incentrate sul pungolo delle forze competitive, sembrano sciogliersi come neve al sole di fronte al caso clamoroso delle reti infrastrutturali. In questo caso parliamo di monopoli naturali non replicabili dove non è possibile esercitare alcuna forma di concorrenza nemmeno di tipo potenziale. La privatizzazione delle reti pertanto ha il drammatico pregio di spostare il dibattito dalle favole sulle virtù di una fantasmagorica concorrenza capitalistica (che nella realtà si manifesta come potere oligopolistico di pochi colossi) alla cruda e semplice realtà della cessione di asset strategici ai grandi monopoli che drenano rendite parassitarie senza alcuna contropartita nemmeno teorica.</p>
<p>La questione evidentemente non è soltanto di tipo distributivo, ma anche strategico e di controllo del sistema produttivo.</p>
<p>Dal punto di vista distributivo è chiaro che l’ingresso dei privati sulle reti infrastrutturali drena risorse un tempo a disposizione dell’operatore pubblico per effettuare investimenti. Il privato investe al minor costo possibile per ottenere il massimo profitto possibile e non avendo vincoli di reinvestimento dei profitti punta alla mera distribuzione di facili e lauti utili agli azionisti.</p>
<p>Nel caso di RFI questo meccanismo verrebbe esasperato dallo sciagurato piano di spezzettare la rete in parte profittevole (l’Alta velocità) su cui andrebbero ad investire i privati e tutto il resto della rete (assai meno redditizia o in perdita) che resterebbe a totale gestione pubblica depotenziando quel meccanismo oggi in essere, per cui con gli utili delle tratte profittevoli si finanzia anche la manutenzione della rete in perdita. Si tratta, però, di quella parte della rete su cui si svolge il servizio ferroviario ordinario, che interessa milioni di pendolari e che, dunque, risponde in maniera più evidente alla nozione di servizio pubblico.</p>
<p>Vediamo meglio come funziona il mercato ferroviario per comprendere quali potrebbero essere le conseguenze distributive dell’ingresso dei privati nell’infrastruttura più redditizia</p>
<p>I profitti di RFI derivano dai pedaggi che vengono pagati dalle società dei servizi ferroviari merci e passeggeri versati sia dall’operatore pubblico Trenitalia (società separata da RFI ma interna alla stessa holding) sia dagli operatori privati.</p>
<p>L’eventuale ingresso di investitori privati sulla rete naturalmente spingerebbe con forza verso un aumento dei pedaggi. <a href="https://www.huffingtonpost.it/economia/2025/10/23/news/chi_compra_le_nostre_ferrovie_storia_rischi_e_opportunita_di_una_privatizzazione-20333253/">Secondo alcune indiscrezioni</a> (<a href="https://www.terramiagiornale.it/la-privatizzazione-della-rete-ferroviaria-il-progetto-attuale-ed-i-precedenti-in-italia-ed-in-europa/">qui</a> l’articolo integrale), l’applicazione di un modello RAB alla rete AV attrattivo per gli investitori richiederebbe la fissazione di un canone pari almeno a 12euro a treno/km ben più alto dei valori attuali (pari a circa 9-10euro a treno-km).</p>
<p>In un mercato ormai liberalizzato dove già operano compagnie private come Italo è piuttosto inverosimile immaginare un aumento dei pedaggi di tale misura senza pregiudicare i profitti degli operatori privati dei servizi. Basti pensare che all’indomani della liberalizzazione che consentì l’ingresso di NTV Italo sul ricco mercato AV l’autorità dei trasporti addirittura abbassò i pedaggi da 14 euro a 8 euro a treno/km proprio per favorire l’investimento del nuovo operatore privato a discapito degli introiti pubblici di RFI.</p>
<p>Oggi si porrebbe un problema simile ed opposto. Come garantire profitti agli investitori privati sulla rete senza pregiudicare troppo i profitti degli operatori dei servizi? La coperta è corta e le soluzioni, tutte a danno della collettività, possono essere solo due. La prima è che i pedaggi aumentino con due possibili esiti: l’aumento dei prezzi dei biglietti (soluzione più probabile) o politiche di sussidi degli operatori a carico della collettività. Della prima ipotesi <a href="https://energiaoltre.it/fs-il-ceo-donarumma-investiti-18-miliardi-in-un-anno-e-co-sviluppo-per-tagliare-la-bolletta/">ha già implicitamente parlato</a> l’AD di ferrovie nella presentazione del piano industriale.</p>
<p>La seconda soluzione è che i pedaggi non aumentino e lo Stato versi invece sussidi a RFI a beneficio anche degli operatori privati di nuovo ingresso.</p>
<p>In ogni caso un danno per la collettività o in quanto utenza dei treni o in quanto cittadini contribuenti.</p>
<p>La classica e consolidata prassi di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.</p>
<p>Infine, vi è un tema molto serio di sicurezza e di controllo di asset strategici e vitali per lo sviluppo di un paese. Le reti infrastrutturali (telefonica, elettrica, di trasporto) rappresentano sistemi complessi che permettono l’esistenza stessa delle altre attività economiche e il funzionamento dell’intero sistema produttivo. Sono inoltre fortemente connotate da elementi di sicurezza sia in termini fisici (incolumità dei passeggeri per i trasporti e dei lavoratori del settore negli interventi di manutenzione) sia in termini di gestione e uso di dati (rete telefonica e internet) e di sicurezza delle attività economiche e domestiche (rete elettrica).</p>
<p>Cedere, anche solo in parte, a colossi capitalistici privati la gestione di queste reti non soltanto rappresenta uno scandalo in sé per l’accaparramento privato di risorse pubbliche costruite in decenni di storia con denaro pubblico, ma comporta anche un gravissimo rischio in termini di sicurezza e di capacità di indirizzo strategico e controllo delle attività produttive nel loro insieme.</p>
<p>La lotta per la difesa della proprietà pubblica nei settori strategici e socialmente sensibili e nello specifico nelle reti infrastrutturali è quindi insieme una lotta per frenare le ulteriori spinte redistributive in senso regressivo e per difendere la capacità dello Stato di orientare il sistema economico al benessere comune.</p>
<p><em><strong>CONIARE RIVOLTA</strong></em></p>
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		<title>Venezuela e la verità</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 17:07:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
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<h1></h1>
<h1>Venezuela e la verità</h1>
<h3>di Craig Murray</h3>
<p>Pubblichiamo un primo commento sulla situazione venezuelana, scritta da Craig Murray, diplomatico e professore universitario britannico, già ambasciatore inglese in Uzbekistan e già rettore dell’Università di Dundee in Scozia, dove si è laureato. Murray si sofferma su una serie di falsità che sono circolate nei media mainstream riguardo il rapimento di Maduro, la situazione in Venezuela, l’ipocrisia dei paesi occidentali. Murray poi riflette sul Nobel della Pace 2025 dato a María Corina Machado. A tal proposito si sofferma sull’impossibile parallelismo con i precedessori, pur non ostili alla guerra, Kissinger e Obama. A ciò aggiungiamo che l’azione di guerra degli Stati Uniti di Trump in Venezuela e il rapimento illegale di Maduro segna un salto di qualità nella competizione geopolitica internazionale. Non si tratta di un golpe ma di un vero e proprio cambio di regime (che non sappiamo se andrà effettivamente in porto) imposto in modo diretto dall’esterno, senza coinvolgimento di parte dell’esercito e dei poteri nazionali (come normalmente avviene nei golpe tradizionali): un esercizio di forza bruta, che lede un diritto internazionale oramai moribondo da lustri.</p>
<p>Lo scopo è ribadire – come ricorda Murray – , dopo che il genocidio in corso in Palestina da parte del governo israeliano di Netanyahu lo ha legittimato, che oggi vale solo il diritto della forza. L’obiettivo non è solo riportare sotto il controllo diretto Usa le ricchezze energetiche del Sud America, ma lanciare un chiaro segnale alle politiche economiche espansionistiche della Cina nello stesso continente sudamericano. Un atto di forza che mostra in realtà il declino dell’economia americana, sempre più ostaggio della tecno-oligarchia dominante e della situazione debitoria interna ed estera.</p>
<p>* * * *</p>
<p>I mezzi di comunicazione mainstream hanno parlato ieri del Venezuela senza sosta. Hanno menzionato molte volte Delcy Rodríguez, vicepresidente, perché Trump ha dichiarato che ora è lei al comando. Non hanno mai menzionato che il 2026 segna il 50º anniversario della morte per le torture subite di suo padre, l’attivista socialista Jorge Rodríguez, da parte dei servizi di sicurezza controllati dalla CIA del regime Pérez in Venezuela, allineato agli Stati Uniti.</p>
<p>Ciò ovviamente rovinerebbe la narrativa del male comunista contro i democratici perbene che viene prescritta a tutti.</p>
<p>Non hanno nemmeno menzionato che i governi eletti di Hugo Chávez hanno ridotto la povertà estrema di oltre il 70%, la povertà relativa di oltre il 50%, hanno dimezzato la disoccupazione, quadruplicato il numero di persone che ricevono una pensione statale e hanno raggiunto il 100% di alfabetizzazione. Chávez ha portato il Venezuela dalla società più diseguale per distribuzione della ricchezza in America Latina a una tra le più eguali.</p>
<p>Non hanno nemmeno menzionato che María Corina Machado (il fresco Nobel per la pace, ndr.) proviene da una delle famiglie più ricche del Venezuela, che dominava l’industria elettrica e siderurgica prima della nazionalizzazione, e che i suoi sostenitori sono proprio le famiglie che c’erano dietro quei regimi mortali controllati dalla CIA.</p>
<p>Le sanzioni economiche imposte dall’Occidente — e un’altra cosa che non hanno menzionato è che il Regno Unito ha confiscato oltre 2 miliardi di sterline di assets del governo venezuelano — hanno reso difficile al governo Maduro fare molto più che difendere i guadagni degli anni Chávez.</p>
<p>Ma che il Venezuela sia un punto di produzione o di traffico principale di narcotici che entrano negli USA è semplicemente una sciocchezza. Nicolás Maduro ha i suoi difetti, ma non è un capo del trafficante della droga. L’affermazione è una pagliacciata totale.</p>
<p>La disponibilità dell’Occidente ad accettare i conteggi elettorali discutibili dell’opposizione nelle elezioni presidenziali del 2024 non legittima l’invasione e il rapimento.</p>
<p>Ieri quasi ogni governo occidentale ha rilasciato una dichiarazione che era un endorsement all’attacco e al rapimento di Maduro da parte di Trump – palesemente e gravemente illegale secondo il diritto internazionale – e contemporaneamente ha dichiarato di supportare il diritto internazionale. L’ipocrisia è davvero fuori scala. Sono proprio le potenze occidentali che sostengono il genocidio a Gaza a legittimare l’attacco al Venezuela.</p>
<p>Il genocidio a Gaza ha dimostrato la fine delle speranze (…)  che il diritto internazionale prevalga sull’uso brutale della forza nelle relazioni internazionali. Il rapimento di Maduro, la fretta delle potenze occidentali di accettarlo e l’impossibilità del resto del mondo di fare qualcosa al riguardo hanno sottolineato che il diritto internazionale è semplicemente morto.</p>
<p>Nella lunga lista di spaventosi riconoscimenti del premio Nobel per la pace, nessuno può essere peggiore dell’ultimo alla traditrice venezuelana María Corina Machado, con l’intento di promuovere e portare avanti attivamente l’attacco imperialista al Venezuela da parte degli Stati Uniti.</p>
<p>Ci vuole un grande sforzo per arrivare a una decisione peggiore di quella di assegnare il premio a Kissinger subito dopo i massicci bombardamenti di Laos e Cambogia. Fu un premio terribile, ma aveva lo scopo di riconoscere il presunto accordo di pace di Parigi e spingere gli Stati Uniti a onorare il processo di pace. Inizialmente si trattava di un premio congiunto con il negoziatore vietnamita Lê Đức Thọ (che rifiutò saggiamente).</p>
<p>Il premio a Kissinger fu un terribile errore, ma il Comitato voleva porre fine a una guerra, partendo da una disponibilità a cooperare con una realpolitik senza scrupoli. Nel premio a Machado, essi cercano deliberatamente di endorsement e promuovere l’inizio di una guerra. È qualcosa di molto diverso.</p>
<p>Analogamente, il premio a Obama fu un momento di speranza folle dopo la disperazione causata dall’invasione dell’Iraq. Fu il tentativo di credere erroneamente che Obama sarebbe stato migliore, con l’illusoria idea che il premio lo incoraggiasse a esserlo.</p>
<p>Riconosco che la linea che sto tracciando è sottile; premiare i perpetratori dell’aggressione occidentale è solo un primo passo dall’effettiva incoraggiamento dell’aggressione occidentale. Ma nondimeno una linea è stata varcata.</p>
<p>L’enorme ipocrisia del presidente del Comitato, Jørgen Watne Frydnes, nel sostenere che il premio sia per un’azione non violenta in Venezuela, proprio nel momento in cui Trump raduna la maggiore forza invasiva dall’Iraq al largo del Venezuela, mi fa provare pensieri verso Frydnes che non dovrebbero qualificarmi per alcun premio per la pace. Sento lo stesso per Guterres e per tutti gli altri che abbandonano il proprio ruolo internazionale per leccare la scarpa di Trump oggi.</p>
<p>E ora che succederà in Venezuela? Beh, secondo la lettura più ottimistica, l’azione di Trump è stata performativa. Doveva fare qualcosa per evitare le frecciatine del Granduca di York<strong data-processed="true">, </strong>dopo quell’immensa concentrazione di forze al largo del Venezuela, e ha prodotto uno spettacolo che in realtà cambia poco.</p>
<p>Secondo questa lettura, gli americani potrebbero commettere lo stesso errore commesso in Iran, credendo che la strategia della decapitazione e dei bombardamenti avrebbe scatenato una rivoluzione interna. In Iran, hanno in realtà rafforzato il sostegno al governo.</p>
<p>Fino a ieri pomeriggio, il governo bolivariano di Caracas non sapeva ancora cosa fosse successo, fino a che punto ci fosse stata collusione tra le forze armate nel rapimento di Maduro e se avessero ancora il controllo dell’esercito.</p>
<p>Il chiaro segnale di Trump, secondo cui gli Stati Uniti considerano Rodríguez il capo, e il suo sprezzante licenziamento di Machado – l’unico punto luminoso in una giornata orribile – potrebbero far dubitare chiunque in Venezuela si aspetti un sostegno attivo degli Stati Uniti a un colpo di stato.</p>
<p>A coloro che sostengono che Maduro fosse un tiranno, rimando alla commedia del colpo di stato di Guaidó del 30 aprile 2019. Guaidó era stato dichiarato Presidente del Venezuela dalle potenze occidentali pur non essendo mai stato candidato. Tentò un colpo di stato e si aggirò per Caracas con scagnozzi pesantemente armati, autoproclamandosi Presidente ma venendo deriso dall’esercito, dalla polizia e dalla popolazione.</p>
<p>In qualsiasi paese del mondo Guaidó sarebbe stato condannato all’ergastolo per aver tentato un colpo di stato armato, e penso che nella maggior parte dei casi sarebbe stato giustiziato. Maduro gli ha semplicemente dato una pacca sulla testa e lo ha rimesso su un aereo.</p>
<p>Niente male, per una “malvagia dittatura”.</p>
<hr />
<h6><em>Craig Murray è un autore, radiocronista e attivista per i diritti umani. È stato l’Ambasciatore britannico in Uzbekistan da agosto 2002 a ottobre 2004 e Rettore dell’Università di Dundee dal 2007 al 2010.</em></h6>
<h6><em>Nota: ringraziamo Franco Continolo per la segnalazione. Versione originaria <a href="https://www.craigmurray.org.uk/archives/2026/01/venezuela-and-truth/">qui</a></em></h6>
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		<title>CI SERVE LA POLITICA INDUSTRIALE, CI DANNO IL SOLITO NULLA. L’ULTIMO PACCO DELLA COMMISSIONE EUROPE</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 16:53:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; &#160; CI SERVE LA POLITICA INDUSTRIALE, CI DANNO IL SOLITO NULLA. L’ULTIMO PACCO DELLA COMMISSIONE EUROPEA. coniarerivolta &#160; &#160; &#160; Mentre il 2026 ci dà il suo tragico benvenuto con l’ennesimo attacco ad una nazione sovrana, il Venezuela bolivariano, da parte dell’imperialismo USA con il compiacente avallo de facto dei paesi europei, nella declinante [...]]]></description>
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<p><img src="https://img.freepik.com/premium-photo/painting-man-working-factory-with-drill-background_662214-632092.jpg" alt="Premium Photo | A painting of a man working in a factory with a drill ..." /></p>
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<p><span style="font-size: 2em;">CI SERVE LA POLITICA INDUSTRIALE, CI DANNO IL SOLITO NULLA. L’ULTIMO PACCO DELLA COMMISSIONE EUROPEA.</span></p>
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<div><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a></div>
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<p>Mentre il 2026 ci dà il suo tragico benvenuto con l’ennesimo attacco ad una nazione sovrana, il Venezuela bolivariano, da parte dell’imperialismo USA con il compiacente avallo <em>de facto </em>dei paesi europei, nella declinante Europa il nuovo anno non promette nulla di buono.</p>
<p>Le politiche economiche, già segnate da manovre finanziarie all’insegna di una rinnovata e impietosa austerità mostrano la loro totale inadeguatezza e nocività nella totale assenza di una politica industriale di indirizzo del sistema produttivo.</p>
<p>Tra le numerose prove di questo indirizzo alla fine del 2025 è arrivato puntuale <strong>l’ultimo pacco di fine anno della Commissione europea</strong>, il <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_3051">nuovo pacchetto Automotive</a> che implica una revisione delle normative e dei target sulle emissioni per il 2035 e un dietrofront sulla possibilità di immatricolare auto con motore termico anche dopo questa data.</p>
<p>In sintesi, i teorici obiettivi climatici previsti dalla normativa preesistente sono stati affiancati da un approccio presuntamente “più pragmatico” e orientato alla “neutralità tecnologica”.  Concretamente, l’obiettivo di riduzione delle emissioni di settore passa dal 100% al 90% al 2035, mentre il restante 10% potrà essere compensato attraverso l’uso di combustibili alternativi (e-fuels e biocarburanti) e di acciaio verde prodotto in UE. In altre parole, i produttori di auto europei potranno immatricolare una quota rilevante di auto ibride: un terzo dei mezzi avrà ancora un propulsore termico dopo il 2035.</p>
<p>Insieme alla revisione sulle normative ambientali, il pacchetto prevede un insieme di misure di semplificazione e snellimento burocratico a favore delle imprese che dovrebbe portare a risparmi settoriali di circa 700 milioni di euro.</p>
<p>Per capire perché il nuovo pacchetto europeo di misure per uno dei settori portanti dell’industria europea sia completamente inutile basterebbe inquadrare la <strong>freddezza con cui è stato ricevuto dai grandi costruttori europei </strong>– <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/stellantis-ue-primo-passo-ma-quadro-resta-insufficiente-AIj52iR">Stellantis in primis</a> – e <a href="https://www.repubblica.it/economia/2025/12/18/news/auto_bruxelles_delude_filiera_2035_passo_lento-425046398/">dalle imprese dell’indotto</a>, i veri e propri promotori della svolta normativa europea. Se i primi evidenziano la debolezza dell’impianto normativo dal lato dei veicoli commerciali – i furgoni – e la scarsa flessibilità a disposizione del settore da qui al 2030, i secondi criticano in particolare le condizionalità legate all’utilizzo dei carburanti alternativi e la scarsa chiarezza sul contenuto locale dell’acciaio.</p>
<p><strong>Queste lamentele, tuttavia, tradiscono un’interpretazione della crisi del settore completamente sballata o quantomeno guidata da interessi che non coincidono con quelli dei lavoratori e della difesa della capacità produttiva dei paesi europei</strong>. Secondo tale interpretazione, le difficoltà dei costruttori europei sono in gran parte riconducibili all’eccesso di normativa e alla concorrenza sleale dei costruttori asiatici – cinesi in primis, che non sono sottoposti alle medesime restrizioni ambientali e sociali.</p>
<p>Viceversa, un’analisi più approfondita dei trend dell’ultimo decennio mostra in tutta evidenza che il supporto pubblico fornito dallo Stato ai costruttori cinesi insieme a una feroce competizione interna sul mercato – oggi di gran lunga il più grande e il più importante al mondo – ha trasformato l’industria dell’auto cinese, che è oggi in grado non solo di fornire veicoli a prezzi competitivi per le sempre più spremute famiglie europee, ma anche di superare i concorrenti europei e statunitensi dal lato dell’innovazione. Le auto elettriche cinesi non solo costano meno, ma utilizzano anche tecnologie all’avanguardia: i tentativi europei di recuperare il gap innovativo sulle batterie – componente essenziale della filiera elettrica – sono risultati vani, nonostante i fondi pubblici stanziati anche dal PNRR per le gigafactory in Germania e in Italia.</p>
<p>Del resto per decenni le grandi case europee – Volkswagen, Renault, Stellantis – hanno tentato di delocalizzare gradualmente verso paesi terzi e verso la stessa Cina alla ricerca, rispettivamente, di manodopera a basso costo e di un punto di ingresso nel mercato dell’auto più grande e dinamico del mondo. Se il primo pilastro della pianificazione privata dei costruttori ha sostanzialmente funzionato, consentendo di mantenere i margini riducendo i costi e di svuotare gradualmente gli impianti europei – ed italiani – grazie a licenziamenti o prepensionamenti, il secondo pilastro si è scontrato con il rapido successo dei costruttori cinesi in patria che ha progressivamente ridotto all’osso le quote di mercato appannaggio dei costruttori stranieri.</p>
<p>In questo quadro, <strong>il nuovo pacchetto è assolutamente in linea con il recente </strong><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_635"><strong>Piano d’Azione per l’Auto</strong></a><strong>: è un vuoto a rendere</strong>. Dietro tante parole e perifrasi si nasconde il nulla cosmico: non un euro addizionale stanziato per recuperare il gap, né tantomeno un piano industriale degno di questo nome. La strategia messa in campo dall’Unione non esiste e quella prospettata dall’industria non è in grado di invertire la tendenza di fondo, ossia quell’indebolimento del tessuto produttivo europeo in un comparto che rischia di trascinarne con sé molti altri data la sua rilevanza sistemica.</p>
<figure><a href="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png"><img src="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png?w=818" alt="" width="818" height="534" data-attachment-id="6536" data-permalink="https://coniarerivolta.org/2026/01/07/ci-serve-la-politica-industriale-ci-danno-il-solito-nulla-lultimo-pacco-della-commissione-europea/la-crisi-del-settore-automobilistico-3/" data-orig-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png" data-orig-size="818,534" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="LA CRISI DEL SETTORE AUTOMOBILISTICO" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png?w=700" /></a></figure>
<p>Gli <strong>impianti di Stellantis</strong> <strong>in Italia</strong>, soprattutto <strong>nel Mezzogiorno, hanno già visto la perdita silenziosa di oltre 10mila addetti</strong>, accompagnati alla porta con un pensionamento anticipato o un’uscita concordata.  Ma questo è stato solo un assaggio di quello che potrebbe succedere nei prossimi anni. E la cui responsabilità ricade in pieno sui governi nazionali e sulla Commissione europea co-artefici di un modello economico fondato sulla delocalizzazione produttiva e l’assenza di politiche industriali.</p>
<figure><a href="https://jacobinitalia.it/autore/nello-stagno/"><img src="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png?w=817" alt="" width="817" height="530" data-attachment-id="6540" data-permalink="https://coniarerivolta.org/2026/01/07/ci-serve-la-politica-industriale-ci-danno-il-solito-nulla-lultimo-pacco-della-commissione-europea/nostra1/" data-orig-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png" data-orig-size="817,530" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="nostra1" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png?w=700" /></a></figure>
<p>Chiunque sia ancora interessato a salvare la filiera dell’auto e garantire i posti di lavoro che tradizionalmente questa ha generato all’interno di un perimetro improntato alla tutela dell’ambiente deve avere ben chiara la necessità di <a href="https://jacobinitalia.it/tre-cose-per-cominciare-a-cambiare-tutto/">rilanciare la pianificazione pubblica</a>. Senza ingenti risorse indirizzate al raggiungimento di chiari obiettivi produttivi, tecnologici e occupazionali, i paesi europei sono destinati a rimanere nella preistoria tecnologica dell’auto e vedranno in ogni caso svuotarsi gli stabilimenti accentuando tendenze già in atto da anni. Se la politica industriale continuerà a essere dettata da multinazionali che hanno già rinunciato a una loro presenza diffusa sui territori, i licenziamenti e un ulteriore indebolimento dei lavoratori non potranno che essere l’esito disastroso in questo come in altre filiere strategiche</p>
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		<title>Israele: la dittatura sionista minaccia la vita sulla Terra</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jan 2026 19:12:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Israele: la dittatura sionista minaccia la vita sulla Terra Stefano Zecchinelli &#160; L’imperialismo israeliano, attraverso il controllo dei gangli vitali dello “stato profondo” statunitense, contempla l’Armageddon termonucleare: l’intento del governo israeliano-nazista prevede in potenza anche la distruzione d’una porzione del pianeta, un progetto che proietta nel ventunesimo secolo la concezione schiavista – un autentico delirio [...]]]></description>
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<p><span style="font-size: 2em;">Israele: la dittatura sionista minaccia la vita sulla Terra</span></p>
<h2><a title="Post di Stefano Zecchinelli" href="https://www.linterferenza.info/author/stefano-zecchinelli/" rel="author">Stefano Zecchinelli</a></h2>
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<p>L’imperialismo israeliano, attraverso il controllo dei gangli vitali dello <em>“stato profondo”</em> statunitense, contempla l’Armageddon termonucleare: l’intento del governo israeliano-nazista prevede in potenza anche la distruzione d’una porzione del pianeta, un progetto che proietta nel ventunesimo secolo la concezione schiavista – un autentico delirio teocratico – delle relazioni sociali contenuto nella Bibbia ebraica.</p>
<p>L’ultima proposta del ministro della sicurezza nazionale, Ben-Gvir, un volgare teppista educato al suprematismo talmudico, ricalca il posto del sionismo nel <em>“capitalismo parassitario”. </em>Leggiamo dal sito di informazione <em>“Infopal”: “l’istituzione di una “struttura di detenzione circondata da coccodrilli” per detenere prigionieri palestinesi, segnando l’ennesima mossa nella campagna sempre più oppressiva di Israele contro i palestinesi” 1. </em>L’entità sionista considera l’umanità antiquata e, ricucendo il legame del Talmud con la Società Thule antesignana del nazismo, proietta il mondo nella <em>“quarta guerra mondiale”</em>, una concezione schiavistica delle società perseguita – anche – da alcuni settori invertebrati della lobby progressista.</p>
<p>Il regime di Tel Aviv, nella ricerca d’una guerra d’aggressione neocoloniale contro l’Iran, tratta Donald Trump un po’ come un capomafia farebbe con un picciotto all’inizio della propria carriera criminale: ordina, mettendo il cappio dell’AIPAC sul collo del presidente. Il <em>Mossad</em>, su basi mendaci, sta preparando un dossier d’intelligence da presentare a Trump durante l’incontro con Netanyahu previsto in Florida: gli Stati Uniti, secondo i piani del <em>Mossad</em>, dovrebbero affiancare Israele nella guerra contro Teheran, un <em>“guerra sporca”</em> spalleggiata dalla <em>Nato</em> ed ideologizzata dai neoconservatori pazzi. La dittatura sionista sogna la ricostruzione dell’antico impero assiro, una distopia totalitaria basata sulla sovrapposizione del concetto antiscientifico di razza rispetto alla politica e al diritto. In termini socio-criminologici, Biden, Trump e Netanyahu sono <em>“le sentinelle del male” </em>riproponendo la logica hitleriana nel ventunesimo secolo: <em>“il male per il male”.</em></p>
<p>Il genocidio non è finito, perché perseguire <em>“il male per il male”</em> configura l’essenza stessa di Israele. I palestinesi assassinati dal governo israeliano-nazista, dopo l’entrata in vigore del “cessate il fuoco”, sono 400: una cifra abnorme che fa del diritto internazionale la bambola dell’AIPAC, un universo distopico dove l’etnocidio diventa parte integrante del vivere quotidiano. Harari, l’ideologo sionista di Davos, ha contemplato per il ventunesimo secolo la creazione artificiale del <em>“non uomo”</em>, un individuo de-ideologizzato ingranaggio anonimo nella nuova <em>Architettura di potere, </em>incapace d’indignarsi davanti alle ingiustizie sociali. Il genocidio consumato nella Terra di Palestina, in questa prospettiva, configura un grande esperimento sociale: l’<em>Effetto Lucifero </em>nel cuore pulsante della società cleptocratica occidentale, senza diritto né vergogna. L’<em>”uomo medio</em>”, aizzato dai media anglofoni, diventa l’<em>”uomo massa” </em>che fa spallucce dinanzi ai crimini dei rantoli del fascismo ebraico.</p>
<p>Israele non ha una società civile, ma una poltiglia sociale che grida <em>“urrà”</em> davanti ai crimini di Netanyahu. La macchina della morte israeliana non accenna a fermarsi, l’IDF ammazza donne, uomini e bambini senza alcuna pietà consumando un infanticidio su larga scala:</p>
<p><em>“Israele ha sparato contro civili 205 volte, ha effettuato incursioni in aree residenziali oltre la cosiddetta “linea gialla” 37 volte, ha bombardato e colpito con l’artiglieria Gaza 358 volte e ha demolito proprietà civili in 138 occasioni. È stato inoltre riferito che Israele ha detenuto 43 palestinesi di Gaza negli ultimi due mesi.</em></p>
<p><em>Israele ha inoltre continuato a bloccare gli aiuti umanitari essenziali e a distruggere abitazioni e infrastrutture in tutta la Striscia.” 2</em></p>
<p><em>“Il popolo eletto”</em> è esente dal diritto internazionale, mentre le femministe occidentali (quando si presenta un femminicidio reale) sono non pervenute nonostante i numerosi rapporti delle Nazioni Unite: è questa, un autentico delirio teocratico, la superstizione diffusa nella società israeliana. Siamo ben oltre il fascismo mussoliniano: Israele ha dichiarato guerra all’idea stessa di Civiltà. Scrive il Premio Pulitzer Chris Hedges:</p>
<p><em>“L’82% degli ebrei israeliani  </em><a href="https://archive.is/nNzq4"><em>sostiene</em></a><em>  la pulizia etnica dell’intera popolazione di Gaza e il 47%  </em><a href="https://www.middleeasteye.net/news/majority-israelis-support-expulsion-palestinians-gaza-poll"><em>sostiene</em></a><em>  l’uccisione di tutti i civili nelle città conquistate dall’esercito israeliano. Il 59% sostiene che lo stesso venga fatto ai cittadini palestinesi di Israele. Il 79% degli ebrei israeliani afferma di non essere “così turbato” o “per niente turbato” dalle  </em><a href="https://chrishedges.substack.com/p/let-them-eat-dirt"><em>notizie</em></a><em>  di  </em><a href="https://chrishedges.substack.com/p/gazas-hunger-games"><em>carestia</em></a><em>  e sofferenza tra la popolazione di Gaza,  </em><a href="https://archive.is/PEonR"><em>secondo</em></a><em>  un sondaggio condotto a luglio. Le parole “Cancellare Gaza” sono apparse più di 18.000 volte nei post di Facebook in lingua ebraica solo nel 2024,  </em><a href="https://7amleh.org/post/meta-s-role-during-genocide-en"><em>secondo</em></a><em>  un nuovo rapporto sull’incitamento all’odio e l’incitamento contro i palestinesi.” 3</em></p>
<p>La destra ebraica, coadiuvata dalla <em>sinistra zombie</em>, vuole promulgare un disegno di legge alla Knesset che rende obbligatoria la pena di morte per i palestinesi che <em>“causano intenzionalmente o indifferentemente la morte di un cittadino israeliano”</em>, se si dice che siano motivati da <em>“razzismo o ostilità verso un pubblico”</em> e con lo scopo di danneggiare lo Stato israeliano o “<em>la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”</em>, ci comunica l’organizzazione israeliana per i diritti umani <em>Adalah </em>(menzionata sempre nell’articolo di Hedges). L’introduzione della pena di morte su basi <em>razzia liste </em>configura l’assassinio, pianificato da un <em>Super clan</em> di <em>serial killer</em>, dello Stato di diritto.</p>
<p>Secondo una inchiesta di <em>ParsToday</em>, la maggioranza degli utenti di <em>X</em> non si fida di Trump: <em>“non è onesto” 4.</em> Come fidarsi di un pirata che, proprio in queste ore, facilita la penetrazione congiunta <em>“americano-sionista”</em> in Africa: minacce e bombardamenti, sono queste le modalità comunicative di Trump. USA ed Israele.</p>
<p>Israele vuole aggredire l’Iran, sta accelerando il genocidio del popolo palestinese (eroico e resistente), ha foraggiato i bombardamenti trumpiani della Nigeria e la balcanizzazione di diversi Paesi africani nella <em>“guerra eterna”</em> contro i <em>Brics</em>. Tel Aviv è un tempio del neoliberismo: sfruttamento dei lavoratori, corruzione e narcotraffico legalizzato. La dittatura sionista minaccia la vita sul pianeta.</p>
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<div>https://www.infopal.it/il-ben-gvir-propone-una-prigione-circondata-da-coccodrilli-per-i-detenuti-palestinesi/</div>
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<div>https://www.infopal.it/ministero-della-salute-oltre-400-palestinesi-uccisi-negli-attacchi-israeliani-a-gaza-dallentrata-in-vigore-del-cessate-il-fuoco/</div>
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<div>https://ilcomunista23.blogspot.com/2025/12/rebranding-del-genocidio-chris-hedges.html</div>
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<div>https://parstoday.ir/it/news/world-i362396-gli_utenti_di_x_hanno_reagito_al_piano_degli_usa_per_fermare_la_guerra_a_gaza_non_ci_fidiamo_trump_non_%C3%A8_onesto</div>
<div></div>
<div><a href="https://www.linterferenza.info/esteri/israele-la-dittatura-sionista-minaccia-la-vita-sulla-terra/">Israele: la dittatura sionista minaccia la vita sulla Terra &#8211; l&#8217;interferenza</a></div>
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</div>
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		<title>FINANZIARIA 2026: LA BANALITA’ DELL’AUSTERITA</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jan 2026 17:25:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Di coniarerivolta il 02/01/2026 FINANZIARIA 2026: LA BANALITA’ DELL’AUSTERITA&#8217; A pochi giorni dalla sua approvazione definitiva, la manovra finanziaria per il 2026 continua a far discutere. C’è chi la definisce prudente, chi la giudica inadeguata o ingiusta; ciò che appare certo è che l’impianto complessivo della legge di Bilancio da 22 miliardi conferma una linea di politica economica [...]]]></description>
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<td><strong>Di coniarerivolta il 02/01/2026</strong></td>
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<h1><strong><a href="https://public-api.wordpress.com/bar/?stat=groovemails-events&amp;bin=wpcom_email_click&amp;redirect_to=http%3A%2F%2Fconiarerivolta.org%2F2026%2F01%2F02%2Ffinanziaria-2026-la-banalita-dellausterita%2F&amp;sr=0&amp;signature=368a09d1c9527f130a11279cd5135eda&amp;blog_id=58641325&amp;user=2e938cbb939fc1e7c93d143b5eb6a548&amp;_e=eyJlcnJvciI6bnVsbCwiYmxvZ19pZCI6NTg2NDEzMjUsImJsb2dfbGFuZyI6Iml0LUlUIiwic2l0ZV9pZF9sYWJlbCI6IndwY29tIiwiaGFzX2ZlYXR1cmVkX2ltYWdlIjoiMCIsInN1YnNjcmliZXJfaWQiOiIzMjU5OTY0NTIiLCJfdWkiOiIyZTkzOGNiYjkzOWZjMWU3YzkzZDE0M2I1ZWI2YTU0OCIsIl91dCI6ImFub24iLCJlbWFpbF9kb21haW4iOiJnbWFpbC5jb20iLCJwb3N0X2lkIjo2NTE2LCJ1c2VyX2VtYWlsIjoibGFib3R0ZWdhZGVsbGlicm82M0BnbWFpbC5jb20iLCJkYXRlX3NlbnQiOiIyMDI2LTAxLTAyIiwiZW1haWxfbmFtZSI6Im5ldy1wb3N0IiwidGVtcGxhdGUiOiJuZXctcG9zdCIsImVtYWlsX2lkIjoiZTM3M2QzMjM5MzdiNTBiMTFmMjI0MzU0MDU2ZWRlY2MiLCJsaW5rX2Rlc2MiOiJwb3N0LXVybCIsImFuY2hvcl90ZXh0IjoiRklOQU5aSUFSSUEgMjAyNjogTEEgQkFOQUxJVEFcdTIwMTlcdTAwYTBERUxMXHUyMDE5QVVTVEVSSVRcdTAwZTAiLCJfZHIiOm51bGwsIl9kbCI6Ilwvd3BcL3YyXC9zaXRlc1wvNTg2NDEzMjVcL3Bvc3RzXC82NTE2P19lbnZlbG9wZT0xJl9ndXRlbmJlcmdfbm9uY2U9ZjIxYzM0MDQ4MSZfbG9jYWxlPXVzZXIiLCJfZW4iOiJ3cGNvbV9lbWFpbF9jbGljayIsIl90cyI6MTc2NzM0ODIyNDc5MiwiYnJvd3Nlcl90eXBlIjoicGhwLWFnZW50IiwiX2F1YSI6IndwY29tLXRyYWNrcy1jbGllbnQtdjAuMyIsIl91bCI6bnVsbCwiYmxvZ190eiI6IjEiLCJ1c2VyX2xhbmciOm51bGx9&amp;_z=z" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://public-api.wordpress.com/bar/?stat%3Dgroovemails-events%26bin%3Dwpcom_email_click%26redirect_to%3Dhttp%253A%252F%252Fconiarerivolta.org%252F2026%252F01%252F02%252Ffinanziaria-2026-la-banalita-dellausterita%252F%26sr%3D0%26signature%3D368a09d1c9527f130a11279cd5135eda%26blog_id%3D58641325%26user%3D2e938cbb939fc1e7c93d143b5eb6a548%26_e%3DeyJlcnJvciI6bnVsbCwiYmxvZ19pZCI6NTg2NDEzMjUsImJsb2dfbGFuZyI6Iml0LUlUIiwic2l0ZV9pZF9sYWJlbCI6IndwY29tIiwiaGFzX2ZlYXR1cmVkX2ltYWdlIjoiMCIsInN1YnNjcmliZXJfaWQiOiIzMjU5OTY0NTIiLCJfdWkiOiIyZTkzOGNiYjkzOWZjMWU3YzkzZDE0M2I1ZWI2YTU0OCIsIl91dCI6ImFub24iLCJlbWFpbF9kb21haW4iOiJnbWFpbC5jb20iLCJwb3N0X2lkIjo2NTE2LCJ1c2VyX2VtYWlsIjoibGFib3R0ZWdhZGVsbGlicm82M0BnbWFpbC5jb20iLCJkYXRlX3NlbnQiOiIyMDI2LTAxLTAyIiwiZW1haWxfbmFtZSI6Im5ldy1wb3N0IiwidGVtcGxhdGUiOiJuZXctcG9zdCIsImVtYWlsX2lkIjoiZTM3M2QzMjM5MzdiNTBiMTFmMjI0MzU0MDU2ZWRlY2MiLCJsaW5rX2Rlc2MiOiJwb3N0LXVybCIsImFuY2hvcl90ZXh0IjoiRklOQU5aSUFSSUEgMjAyNjogTEEgQkFOQUxJVEFcdTIwMTlcdTAwYTBERUxMXHUyMDE5QVVTVEVSSVRcdTAwZTAiLCJfZHIiOm51bGwsIl9kbCI6Ilwvd3BcL3YyXC9zaXRlc1wvNTg2NDEzMjVcL3Bvc3RzXC82NTE2P19lbnZlbG9wZT0xJl9ndXRlbmJlcmdfbm9uY2U9ZjIxYzM0MDQ4MSZfbG9jYWxlPXVzZXIiLCJfZW4iOiJ3cGNvbV9lbWFpbF9jbGljayIsIl90cyI6MTc2NzM0ODIyNDc5MiwiYnJvd3Nlcl90eXBlIjoicGhwLWFnZW50IiwiX2F1YSI6IndwY29tLXRyYWNrcy1jbGllbnQtdjAuMyIsIl91bCI6bnVsbCwiYmxvZ190eiI6IjEiLCJ1c2VyX2xhbmciOm51bGx9%26_z%3Dz&amp;source=gmail&amp;ust=1767806079184000&amp;usg=AOvVaw1kAkosi8KUTylqHtepeayg">FINANZIARIA 2026: LA BANALITA’ DELL’AUSTERIT</a>A&#8217;</strong></h1>
<p>A pochi giorni dalla sua approvazione definitiva, la manovra finanziaria per il 2026 continua a far discutere. C’è chi la definisce prudente, chi la giudica inadeguata o ingiusta; ciò che appare certo è che l’impianto complessivo della legge di Bilancio da 22 miliardi conferma una linea di politica economica restrittiva, con effetti negativi sulla crescita e sui divari territoriali, in particolare nel Mezzogiorno.</p>
<p>La manovra si configura come una delle più esigue degli ultimi anni e non si discosta dal segno recessivo di quella precedente, anzi lo accentua. Per il 2026 è previsto un avanzo primario dell’1,3%, un dato che indica come lo Stato sottragga all’economia, attraverso il prelievo fiscale, più risorse di quante ne immetta tramite la spesa pubblica. Si tratta di una scelta che comporterà un’ulteriore compressione della domanda interna e della crescita economica. Le conseguenze appariranno particolarmente significative sul piano territoriale. L’esperienza degli ultimi quindici anni mostra come le politiche di austerità abbiano avuto un impatto più marcato nelle regioni del Sud rispetto a quelle del Nord. Anche nei prossimi anni è prevedibile che l’inasprimento della stretta di bilancio colpisca soprattutto il Mezzogiorno, determinando un peggioramento delle condizioni economiche rispetto al resto del Paese e rispetto agli anni passati, con un ulteriore ampliamento dei divari di crescita.</p>
<p>Sul fronte della <a href="https://coniarerivolta.wordpress.com/?action=user_content_redirect&amp;uuid=1795b503ea49fcbe9dd008072ed46225d71ab49aa3b24fb19f27227afd56eda7&amp;blog_id=58641325&amp;post_id=6516&amp;user_id=0&amp;subs_id=325996452&amp;signature=2fa501d79d94e6253e38fde988a70fc7&amp;email_name=new-post&amp;user_email=labottegadellibro63@gmail.com&amp;encoded_url=aHR0cHM6Ly9jb25pYXJlcml2b2x0YS5vcmcvMjAyNS8xMS8yOS91bmEtbWVsb25pLWFsLWdpb3Juby10b2dsaWUtaS1tZWRpY2ktZGktdG9ybm8v&amp;email_id=e373d323937b50b11f224354056edecc" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://coniarerivolta.wordpress.com?action%3Duser_content_redirect%26uuid%3D1795b503ea49fcbe9dd008072ed46225d71ab49aa3b24fb19f27227afd56eda7%26blog_id%3D58641325%26post_id%3D6516%26user_id%3D0%26subs_id%3D325996452%26signature%3D2fa501d79d94e6253e38fde988a70fc7%26email_name%3Dnew-post%26user_email%3Dlabottegadellibro63@gmail.com%26encoded_url%3DaHR0cHM6Ly9jb25pYXJlcml2b2x0YS5vcmcvMjAyNS8xMS8yOS91bmEtbWVsb25pLWFsLWdpb3Juby10b2dsaWUtaS1tZWRpY2ktZGktdG9ybm8v%26email_id%3De373d323937b50b11f224354056edecc&amp;source=gmail&amp;ust=1767806079184000&amp;usg=AOvVaw3nGaZV6cGwLrtiFp40Ro2L">sanità</a>, lo stanziamento aggiuntivo di 2,4 miliardi di euro appare gravemente insufficiente. A fronte di una spesa sanitaria complessiva che nel 2025 si attesta intorno ai 140 miliardi di euro, l’incremento previsto non comporta un aumento reale delle risorse. Con un’inflazione intorno al 2%, l’aumento nominale non copre né l’inflazione corrente né quella accumulata negli anni precedenti e si limita a un parziale adeguamento contabile. In termini reali, ossia in termini di prestazioni sanitarie garantite ai cittadini, la spesa resta stagnante. Non a caso, la spesa sanitaria italiana continua a collocarsi intorno al 6,4% del PIL, tornando al livello più basso post crisi del 2008, ben al di sotto della media europea che supera l’8%. Diverso è il caso della <a href="https://coniarerivolta.wordpress.com/?action=user_content_redirect&amp;uuid=f7c4d92ed6edde8a20fcead04a1390264f7e10bcb70a5709caaddd60dfaae5af&amp;blog_id=58641325&amp;post_id=6516&amp;user_id=0&amp;subs_id=325996452&amp;signature=636e1333b99c851306a6cbbbcf0ffcb1&amp;email_name=new-post&amp;user_email=labottegadellibro63@gmail.com&amp;encoded_url=aHR0cHM6Ly93d3cubWlsZXgub3JnLzIwMjUvMTAvMjgvc3Blc2EtbWlsaXRhcmUtcHJldmlzaW9uYWxlLXB1cmEtaW4tY3Jlc2NpdGEtZGktdW4tbWlsaWFyZG8tbmVsLTIwMjYtcGVyLWxpdGFsaWEvIzp+OnRleHQ9SWwlMjB0b3RhbGUlMjBwcmV2aXN0byUyMHBlciUyMGlsLHByZXZpc2lvbmklMjBkaSUyMHNwZXNhJTIwZGVsJTIwMjAyNS4&amp;email_id=e373d323937b50b11f224354056edecc" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://coniarerivolta.wordpress.com?action%3Duser_content_redirect%26uuid%3Df7c4d92ed6edde8a20fcead04a1390264f7e10bcb70a5709caaddd60dfaae5af%26blog_id%3D58641325%26post_id%3D6516%26user_id%3D0%26subs_id%3D325996452%26signature%3D636e1333b99c851306a6cbbbcf0ffcb1%26email_name%3Dnew-post%26user_email%3Dlabottegadellibro63@gmail.com%26encoded_url%3DaHR0cHM6Ly93d3cubWlsZXgub3JnLzIwMjUvMTAvMjgvc3Blc2EtbWlsaXRhcmUtcHJldmlzaW9uYWxlLXB1cmEtaW4tY3Jlc2NpdGEtZGktdW4tbWlsaWFyZG8tbmVsLTIwMjYtcGVyLWxpdGFsaWEvIzp%2BOnRleHQ9SWwlMjB0b3RhbGUlMjBwcmV2aXN0byUyMHBlciUyMGlsLHByZXZpc2lvbmklMjBkaSUyMHNwZXNhJTIwZGVsJTIwMjAyNS4%26email_id%3De373d323937b50b11f224354056edecc&amp;source=gmail&amp;ust=1767806079184000&amp;usg=AOvVaw2uWYuoV--UoWCRNE78EgiZ">spesa militare</a>, che registra un incremento di circa 1,1 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,5% rispetto al 2025. Si prevede infatti che la spesa passi da 31,3 miliardi nel 2025 a 32,4 miliardi nel 2026, superando così l’inflazione e configurandosi come un aumento in termini reali.</p>
<p>Anche sul piano della finanza pubblica, la strategia adottata non sembra in grado di migliorare il rapporto debito/PIL. Studi recenti mostrano come le politiche di austerità e i tagli alla spesa pubblica abbiano effetti recessivi e, paradossalmente, finiscano per peggiorare proprio quel rapporto che intenderebbero migliorare. Secondo il Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2025, il rapporto debito/PIL passerà dal 136,2% nel 2025 al 137,4% nel 2026, per poi scendere lievemente al 137,3% nel 2027 e al 136,4% nel 2028. Dunque, nonostante i tagli alla spesa pubblica – in particolare in settori chiave come sanità, istruzione e università – il peso del debito sull’economia non registrerà un miglioramento significativo.</p>
<p>Sul versante delle entrate, il taglio dell’Irpef viene presentato come una misura per aumentare i redditi, ma <a href="https://coniarerivolta.wordpress.com/?action=user_content_redirect&amp;uuid=70e1e7c92766983b7413becbc740d211809b96f0a6ac6a7054e419b03b98a14c&amp;blog_id=58641325&amp;post_id=6516&amp;user_id=0&amp;subs_id=325996452&amp;signature=b2727c5989975b68b295e989168f9be5&amp;email_name=new-post&amp;user_email=labottegadellibro63@gmail.com&amp;encoded_url=aHR0cHM6Ly9jb25pYXJlcml2b2x0YS5vcmcvMjAyNS8xMS8xNi9tYW5vdnJhLWktc29sZGktc29uby1wb2NoaS1lLW5vbi1wZXItY2hpLW5lLWhhLWJpc29nbm8v&amp;email_id=e373d323937b50b11f224354056edecc" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://coniarerivolta.wordpress.com?action%3Duser_content_redirect%26uuid%3D70e1e7c92766983b7413becbc740d211809b96f0a6ac6a7054e419b03b98a14c%26blog_id%3D58641325%26post_id%3D6516%26user_id%3D0%26subs_id%3D325996452%26signature%3Db2727c5989975b68b295e989168f9be5%26email_name%3Dnew-post%26user_email%3Dlabottegadellibro63@gmail.com%26encoded_url%3DaHR0cHM6Ly9jb25pYXJlcml2b2x0YS5vcmcvMjAyNS8xMS8xNi9tYW5vdnJhLWktc29sZGktc29uby1wb2NoaS1lLW5vbi1wZXItY2hpLW5lLWhhLWJpc29nbm8v%26email_id%3De373d323937b50b11f224354056edecc&amp;source=gmail&amp;ust=1767806079184000&amp;usg=AOvVaw2reEs-0JrOCka52uPYHKjg">i suoi effetti appaiono limitati e regressivi</a>. La riduzione dell’aliquota dal 35 al 33% avvantaggia soprattutto i contribuenti con redditi superiori ai 50 mila euro e non incide sulle fasce più deboli. Inoltre, la riduzione del gettito fiscale, in un contesto di vincoli di bilancio stringenti e di avanzi primari, rischia di tradursi in una contrazione dei servizi pubblici, senza produrre un reale aumento dei salari; e questo è vero in particolare per lavoratori e pensionati, cioè gli unici soggetti che pagano l’IRPEF, con quel poco di progressività che le è rimasta. L’idea che la crescita dei redditi e dei salari possa essere sostenuta attraverso il solo taglio delle imposte appare dunque poco fondata. L’unica soluzione per aumentare i salari è aumentare i salari!</p>
<p>All’ultimo giro di tavolo, il Governo ha fatto uscire dal cilindro altri 3 miliardi per le imprese, ma anche in questo caso non cambia la valutazione circa l’impatto sulla crescita delle varie misure, comprese quelle per l’innovazione, la digitalizzazione e la ZES unica. In particolare, l’incremento di circa 600 milioni di euro della dotazione del credito d’imposta ZES è stato finanziato attraverso il taglio di risorse al Fondo per lo sviluppo e la coesione, che avrebbero potuto sostenere servizi pubblici e infrastrutture nel Mezzogiorno. Inoltre, le maggiori risorse sono destinate ad aumentare i benefici per imprese che hanno già realizzato investimenti, senza incentivare nuovi progetti produttivi. L’effetto principale rischia quindi di essere una riduzione dei costi e un aumento dei profitti, senza ricadute significative in termini di sviluppo e occupazione. In questo contesto, emerge la necessità di un vero piano di investimenti pubblici per il Sud, oggi ostacolato dai rigidi vincoli di bilancio europei e dall’assenza di una chiara volontà politica. Un esempio concreto di dove lo Stato potrebbe intervenire in modo efficace è rappresentato dalle Acciaierie d’Italia, gli stabilimenti dell’ex Ilva. Dopo il fallimento dei bandi rivolti alle multinazionali del settore, andati deserti o conclusi con offerte giudicate inadeguate, la nazionalizzazione degli impianti è tornata al centro del dibattito. Un intervento pubblico consentirebbe di affrontare in modo integrato le questioni di salute, ambiente e lavoro, attraverso un piano industriale credibile e un processo di riconversione verso i forni elettrici. Si tratta di un’operazione che richiederebbe risorse ingenti, stimate tra i 7 e i 9 miliardi di euro, ma soprattutto una chiara scelta politica di investire sul territorio e mantenere il controllo pubblico dell’industria tarantina anche dopo il risanamento. In assenza di una strategia di questo tipo, l’alternativa sarebbe la chiusura degli impianti, con un impatto sociale ed economico devastante non solo per il territorio interessato, ma per l’intero sistema produttivo nazionale che dipende dall’acciaio prodotto in Puglia.</p>
<p>La manovra 2026 rivela quindi le priorità politiche del governo perfettamente in linea con quelle stabilite dai vincoli di bilancio dell&#8217;UE e con gli indirizzi politici e geopolitici generali imposti dall&#8217;Europa e dagli Stati Uniti: tagli a sanità, istruzione (ma ulteriori fondi per le scuole private), pensioni e welfare a fronte di un aumento reale della spesa militare. Sacrificare servizi pubblici essenziali e potenzialità di sviluppo del paese per finanziare armamenti e profitti privati mette a rischio benessere e coesione sociale della collettività.</p>
<p>Occorre <a href="https://coniarerivolta.wordpress.com/?action=user_content_redirect&amp;uuid=f781f2fe43afee11ccfbdc396f76d839258b33ba69d8f8aa8623661097dd9524&amp;blog_id=58641325&amp;post_id=6516&amp;user_id=0&amp;subs_id=325996452&amp;signature=110b607d042d80776d7d64b568ff8dfc&amp;email_name=new-post&amp;user_email=labottegadellibro63@gmail.com&amp;encoded_url=aHR0cHM6Ly9qYWNvYmluaXRhbGlhLml0L3RyZS1jb3NlLXBlci1jb21pbmNpYXJlLWEtY2FtYmlhcmUtdHV0dG8v&amp;email_id=e373d323937b50b11f224354056edecc" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://coniarerivolta.wordpress.com?action%3Duser_content_redirect%26uuid%3Df781f2fe43afee11ccfbdc396f76d839258b33ba69d8f8aa8623661097dd9524%26blog_id%3D58641325%26post_id%3D6516%26user_id%3D0%26subs_id%3D325996452%26signature%3D110b607d042d80776d7d64b568ff8dfc%26email_name%3Dnew-post%26user_email%3Dlabottegadellibro63@gmail.com%26encoded_url%3DaHR0cHM6Ly9qYWNvYmluaXRhbGlhLml0L3RyZS1jb3NlLXBlci1jb21pbmNpYXJlLWEtY2FtYmlhcmUtdHV0dG8v%26email_id%3De373d323937b50b11f224354056edecc&amp;source=gmail&amp;ust=1767806079184000&amp;usg=AOvVaw1pVSvKaXoVCV9E0AM_SL5i">cambiare tutto</a>, rovesciando a 360 gradi il paradigma distruttivo entro cui le politiche economiche si muovono da decenni rivendicando investimenti pubblici orientati ad uno sviluppo sostenibile, equità, redistribuzione progressiva e tutela dei diritti sociali. Proteggere salute, ambiente, istruzione e il welfare in tutte le sue forme non è solo una necessità economica, ma una scelta di civiltà.</p>
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