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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Andrea Cavazzini</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Totalità, critica e mediazione</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2022 10:37:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Cavazzini]]></category>
		<category><![CDATA[Fortini]]></category>
		<category><![CDATA[Marxismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Totalità, critica e mediazione Dalla crisi del marxismo all’ultimo Fortini di Andrea Cavazzini &#160; &#160; Una discussione su totalità, critica e mediazione è senz’altro un’occasione importante per riprendere questi concetti e riformularne la genealogia e le implicazioni. Mi pare che si possa iniziare cercando di situare il problema della totalità (e quindi del pensiero dialettico) nella storia discontinua e contraddittoria del movimento comunista, nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/external-content.np94sd9l.jpeg" alt="external content.np94sd9l" width="300" height="232" data-src="/images/stories/stories12/external-content.np94sd9l.jpeg" /></p>
<h1></h1>
<h1><strong>T</strong><strong>otalità</strong><strong>,</strong> <strong>critica</strong> <strong>e</strong> <strong>mediazione</strong></h1>
<h2><strong>Dalla</strong> <strong>crisi</strong> <strong>del</strong> <strong>marxismo</strong> <strong>all’ultimo</strong> <strong>F</strong><strong>ort</strong><strong>ini</strong></h2>
<h3></h3>
<h3><strong>di Andrea</strong> <strong>Ca</strong><strong>v</strong><strong>azzini</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una discussione su totalità, critica e mediazione è senz’altro un’occasione importante per riprendere questi concetti e riformularne la genealogia e le implicazioni.</p>
<p>Mi pare che si possa iniziare cercando di situare il problema della totalità (e quindi del pensiero dialettico) nella storia discontinua e contraddittoria del movimento comunista, nelle sue crisi e nella sua dissoluzione alla fi del Novecento. Non mi pare necessario insistere sulle ragioni di considerare questa storia come una storia provvisoriamente conclusa: questa constatazione mi sembra non dover essere associata né alla disperazione né all’euforia, ma credo sia imposta dal bilancio della fi del Novecento, a trent’anni dalla dissoluzione dell’URSS e a quarantacinque dalla fi della Rivoluzione Culturale. In compenso, il problema resta interamente aperto rispetto alla possibilità di individuare e riconoscere un’eredità possibile di questa sequenza storica.</p>
<p>Un recupero o un rilancio delle categorie intellettuali associate al marxismo dovrebbero, in qualche modo, farsi carico della storia attraverso cui tali categorie arrivano fino a noi, e del modo in cui le nostre attuali forme di comprensione del mondo dipendono anche da questa storia, dalle riscritture, dalle cancellazioni e dalle deformazioni che essa ha imposto ai concetti e ai discorsi che oggi si offrono alla nostra interpretazione e ai nostri eventuali riusi. Nessun confronto con il pensiero o la teoria di Marx e della tradizione marxista può evitare di costruire una teoria della ricezione che dia un senso non apologetico o metaforico al termine “tradizione”: con ciò’ si vuol dire che l’insieme o gli insiemi di concetti di volta in volta designati da locuzioni come “critica dell’economia politica”, “materialismo storico”, “pensiero dialettico”, eccetera, non possono essere considerati come trasparenti, dati ad una lettura oggettiva, disponibili per un’appropriazione immediata che trascuri o rimuova le storie di cui essi sono i sintomi.</p>
<p>Si possono in tal senso riprendere le indicazioni di Louis Althusser in merito alla fusione tra la teoria di Marx e il movimento operaio, che avrebbe trasformato la natura di entrambi e dato luogo alla singolarità del comunismo moderno; e quelle di Max Horkheimer secondo cui la Teoria critica, cioè quella inaugurata da Marx, non è una semplice operazione conoscitiva, ma incorpora ciò che Kant avrebbe chiamato un bisogno della ragione, cioè un interesse fondamentale rivolto all’emancipazione.</p>
<p>Una ricostruzione della parabola delle categorie dialettiche in seno al movimento comunista novecentesco dovrebbe quindi prendere in considerazione i diversi aspetti attraverso i quali tali categorie diventano operatorie nel discorso e nella pratica: a) la loro appartenenza ad un sistema coerente di concetti; b) il loro essere inscritte in diverse congiunture, e quindi esposte al gioco delle appropriazioni, dei conflitti, delle riformulazioni, imposto dal confronto tra situazioni storiche e pratiche politiche determinate; c) il loro rapporto con un percorso di rottura degli schemi dominanti di riproduzione ideologica e di conquista di una padronanza effettiva delle condizioni di esistenza da parte di un soggetto storico.</p>
<p>Seguendo questa triplice pista – e riconosco fin d’ora che, in quanto segue, il primo aspetto non è sviluppato quanto gli altri due, ma lo spazio per un’esposizione sistematica delle categorie dialettiche manca evidentemente in questa sede – cercherò di caratterizzare schematicamente il percorso lungo il quale l’idea della totalità ha costituito, o cessato di costituire, una posta in gioco dei conflitti interni al movimento comunista e, al tempo stesso, l’operatore dell’autodeterminazione di una umwälzende Praxis.</p>
<p>Espongo dunque qui di seguito1 tre punti schematici il cui scopo è di tracciare una genealogia dell’appropriazione, del blocco e infine della crisi di questa idea e dell’orizzonte dialettico entro una sequenza storica determinata: quella che va dal marxismo occidentale fondato da Lukács negli anni Venti fino alla crisi finale delle prospettive rivoluzionarie in Occidente alla fine degli anni Settanta, includendovi l’inevitabile elaborazione del riflusso dell’ondata rivoluzionaria in cui siamo ancora implicati malgrado i decenni trascorsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I.</strong></p>
<p>Il concetto di totalità ha uno statuto apparentemente paradossale nella tradizione che comincia con Hegel e che il giovane Lukács trasmette al marxismo novecentesco. Innanzitutto, la totalità non è mai una realtà data, ma un orizzonte di totalizzazione, una possibilità, inerente ad una certa posizione della coscienza, di riconoscere una coerenza e un’universalità tendenziali nell’insieme dell’esperienza, e proprio là dove questa sembra implicare dei conflitti e delle contraddizioni. La totalità è quindi data come prospettiva di una più grande armonia tra gli aspetti diversi e dissonanti della vita, di una comunicazione più intensa tra gli uomini presenti, passati e venturi e tra i momenti conflittuali interni ad ogni individuo. Ma essa ha un lato profondamente problematico, poiché la coscienza di cui è il correlato non può costituirsi al di fuori di una congiuntura storica che resta irriducibilmente contingente: senza Valmy e Jena, niente <em>Fenomenologia</em><em> </em><em>dello</em><em> </em><em>Spirit</em><em>o</em>, senza la costituzione dei Soviet e della Terza Internazionale, niente <em>Storia</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>coscien</em><em>z</em><em>a</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>classe</em>.</p>
<p>La totalità è quindi soggettiva, e siccome la soggettività totalizzatrice emerge come tale costruendosi intorno ad un punto di vista storicamente privilegiato, il fatto che tale totalità sia più o meno costruibile entro operazioni discorsive e concettuali concrete dipenderà dalla contingenza imprevedibile della storia. Salvo credere che lo Spirito, l’Uomo, il Proletariato o le Forze produttive guideranno necessariamente il processo storico a dar vita a tale punto di vista. Ma questo è appunto un aspetto della tradizione dialettica, cioè l’ineluttabilità dello sviluppo storico che rende possibile la totalizzazione, di cui il lutto dovrebbe esser stato consumato da tempo (lo si ritrova invece in autori il cui avvicinamento è inconsueto, quali Domenico Losurdo e Antonio Negri).</p>
<p>Due conseguenze di questa nozione di totalità:</p>
<p>a) il capitalismo in quanto tale non può costituire una totalità, per il semplice fatto che esso non costituisce un punto di vista coerente sull’esistenza umana, ma un dispositivo anonimo di sottomissione al calcolo del profitto, riassunto nella formula D M D’. Come Lukács aveva ben visto nel 1923, il Capitale può dar luogo ad un rapporto onnipresente e pervasivo, che determina la struttura di ogni tipo di interazione sociale, ma non ad una presunzione di universalità e coerenza dell’esperienza;</p>
<p>b) dei gruppi sociali concreti possono, in certe costellazioni storiche, esprimere una coscienza della totalità; ma, in società conflittuali e segnate dalla divisione sociale e tecnica del lavoro, una tale coscienza sarà sempre parziale, presuntiva e provvisoria, esposta all’alea delle congiunture politiche e dei cicli della trasformazione sociale. La Riforma protestante, la <em>noblesse</em><em> </em><em>de</em><em> </em><em>r</em><em>obe</em><em> </em>giansenista, la fase giacobina della Rivoluzione francese, la cultura classica tedesca, il movimento operaio socialista e comunista, le sequenze mondiali delle lotte politiche e sociali tra il 1945 e il 1980, sono stati dei luoghi in cui delle figure parziali della totalità si sono manifestate, in cui una consistenza possibile dell’esperienza collettiva e individuale è apparsa, benché sempre <em>per</em><em> </em><em>specula</em><em> </em><em>et</em><em> </em><em>in</em><em> </em><em>aenigmat</em><em>e</em>. Ma questo significa anche la possibilità di un conflitto tra diverse figure storiche della coscienza totalizzatrice (ad esempio tra il Partito e la Classe, o tra il Partito e le Masse, come nell’esperienza cinese, o ancora, lungo tutta la storia moderna e oltre, tra il Politico e l’Intellettuale); e la necessaria limitatezza, spaziale e temporale, della capacità di ciascuna figura di esprimere la totalità in modo adeguato.</p>
<p>È forse a partire da questa parzialità e contingenza delle figure dialettiche che si deve interrogare la loro obsolescenza apparente nel presente che viviamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II.</strong></p>
<p>Il passaggio dall’egemonia delle categorie dialettiche a quella dei discorsi dell’immanenza, della differenza e della discontinuità – si potrebbe dire: da Lukács e Adorno alla posterità filosofica dello strutturalismo – è un fenomeno che ha riguardato non solo il campo delle teorie critiche, e quindi quello della produzione intellettuale universitaria ed editoriale, ma anche e principalmente la coscienza spontanea di diverse generazioni militanti o <em>engagèes</em>. Tale passaggio riguarda ovviamente una realtà circoscritta: l’area intellettuale e morale dell’estrema sinistra, e in questa particolarmente i settori appartenenti all’intellettualità di massa (credo sia in gran parte il caso degli autori e dei lettori di questa pubblicazione). Ciò non sminuisce l’importanza del fenomeno, dato il ruolo giocato da questi gruppi sociali nella storia del Novecento, e nella crisi degli anni Settanta e Ottanta di cui indirettamente parliamo trattando dell’obsolescenza dei concetti dialettici.</p>
<p>Di cosa è sintomo dunque il passaggio in questione? Vorrei suggerire di leggere l’eclissi delle figure concettuali legate alla totalità e alla mediazione come l’espressione e l’interpretazione della crisi dell’ultimo tentativo su scala mondiale di superare la società capitalista.</p>
<p>Se si lasciano da parte gli episodi italiani più effimeri e direttamente apologetici, quali il pensiero debole e il pensiero negativo degli anni Settanta e Ottanta, possiamo dire che la critica della totalità e della mediazione si radicano nelle aree intellettuali e politiche di cui sopra essenzialmente attraverso il pensiero francese degli anni Sessanta e Settanta: lo strutturalismo e le sue conseguenze, che diventano direttamente politiche con i lavori di Althusser, Foucault, Derrida e Deleuze-Guattari. Credo non si debbano misconoscere due dati fondamentali rispetto a questi autori e correnti: innanzitutto, il loro legame con il comunismo minoritario degli anni Trenta e con l’opposizione di sinistra del dopoguerra, fino alla guerra d’Algeria (in tal senso, Georges Bataille e Maurice Blanchot sono due mediatori essenziali); inoltre, la legittimità e la necessità di trovare dei paradigmi intellettuali differenti dal discorso puramente ideologico del comunismo francese ufficiale, e quindi di dotarsi di strumenti capaci di analizzare degli oggetti delimitati e intelligibili, contro la riduzione della dialettica marxista ad affabulazioni sul materialismo e le forze produttive. Legami ed esigenze che si ritrovano nella Nuova Sinistra italiana degli anni Sessanta, ad esempio in Montaldi e nei «Quaderni Rossi», e che contengono, dai due lati delle Alpi, una tendenza a considerare l’insistenza sulla mediazione e la totalità alla stregua di una retorica conciliatrice: si trovano accenti simili nel dellavolpismo di Panzieri e di Tronti.</p>
<p>Il sospetto nei confronti delle figure dialettiche viene, in origine, da orientamenti politici e intellettuali che rifiutano di dissolvere l’analisi delle situazioni e l’affermazione del conflitto nelle grandi generalità del processo storico o dell’Uomo creatore della Storia e nell’amministrazione sapiente ad opera del Partito e dello Stato Guida delle decisioni tattiche e strategiche. Credo non si possa trattare seriamente della dissoluzione della dialettica nel pensiero critico senza tener conto dell’incorporazione del vocabolario dialettico alla colossale opera di rimozione e di legittimazione del proprio potere cui si riduceva il marxismo nei discorsi del comunismo sovietico e dei partiti occidentali. La critica di questi discorsi in nome della determinatezza della conoscenza e dell’irriducibilità del conflitto motiva la decostruzione della dialettica, in favore dell’opposizione reale o della surdeterminazione, che si ritrova, ad esempio, in <em>P</em><em>our</em><em> </em><em>Marx</em><em> </em>di Louis Althusser (1965) e in <em>Operai</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>c</em><em>apitale</em><em> </em>di Mario Tronti (1966).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III.</strong></p>
<p>Tuttavia, l’affermarsi in vasti strati del senso comune della sinistra radicale di un discorso dell’immediatezza, della rottura e della differenza irrelata dipende da altre costellazioni. Si possono indicare alcune tappe.</p>
<p>A partire dalla fine degli anni Cinquanta, il discorso e la pratica delle Nuove Sinistre in Europa e nel mondo esprime una critica della vita quotidiana che insiste sulla trasformazione diretta di situazioni di sfruttamento ed oppressione. Le lotte operaie e studentesche nel capitalismo avanzato, il rifiuto della manipolazione dei consumi, il movimento delle donne, l’antipsichiatria: questi ed altri nodi conflittuali tendono a criticare la politica delle organizzazioni politiche e sindacali come momento di totalizzazione, e rifiutano la mediazione temporale e spaziale tra tattica e strategia, fini e mezzi, locale e globale. In questa fase la tendenza dominante è la riaffermazione della funzione totalizzatrice, semplicemente spostata dalle istanze del Partito all’intelligenza collettiva dei produttori, al punto di vista della Classe caro all’operaismo, alle masse dei maoisti o ancora alla coscienza d’opposizione del marcusiano gran rifiuto.</p>
<p>Per tutti gli anni Sessanta, resta dominante la volontà di una riforma pratica e teorica delle categorie dialettiche del pensiero critico. L’esplosione definitiva di tali categorie si consuma negli anni Settanta, quando l’impazienza e l’intensità etiche e intellettuali di alcune generazioni di militanti si scontra con la crisi delle Nuove Sinistre, con il parossismo di violenza di quella che Fortini definiva la guerra civile mondiale intorno al comunismo, e infine con la restaurazione neocapitalista. La generalizzazione di paradigmi fondati sulle rotture, l’irruzione dell’impensabile, l’affermazione della singolarità “selvaggia” esprimono la posizione soggettiva di un mondo militante preso nella trappola di conflitti onnipresenti e radicali da cui non emerge alcuna prospettiva capace di orientarli: è a questo punto che la contraddizione diventa differenza, la scissione semplice rottura e la critica delle totalizzazioni alienanti si rovescia nel culto dell’immanenza.</p>
<p>Infine, il periodo del riflusso, di cui siamo ancora eredi diretti (almeno nella misura in cui torniamo ad interrogare i cambiamenti di orizzonte intellettuale e pratico che quest’epoca ha portato con sè). A partire dagli anni Ottanta, la cultura filosofica e letteraria francese degli anni Sessanta e Settanta diventa la grammatica spontanea di strati di intellettuali massa, privi di prospettive politiche, che tentano di sopravvivere nella glaciazione del capitalismo postmoderno traducendo schegge di un’antica radicalità nelle opzioni e nei gusti intellettuali: la differenza e l’immanenza diventano le parole d’ordine che accompagnano la traversata del deserto di numerosi “fratelli amorevoli”, trovandovi alcuni di che nutrire lavori e comportamenti rigorosi e fecondi, altri un supplemento d’anima dell’adattamento e del conformismo.</p>
<p>Se questa ricostruzione è plausibile, se ne conclude che la dissoluzione della dialettica e la sua sostituzione non sono riducibili ad un succedersi di egemonie teoriche ed ideologiche, ma esprimono una crisi in seno ad una soggettività potenzialmente totalizzatrice. I diversi discorsi della differenza o dell’immanenza, e le tappe del loro affermarsi egemonico, costituiscono delle figure di una coscienza della totalità confrontata all’impossibilità crescente di totalizzare l’orizzonte dell’esperienza e il sistema delle contraddizioni. In altri termini, tali discorsi hanno espresso, in forme diverse e a partire da composizioni complesse di paradigmi culturali, mutamenti socioeconomici e sequenze politiche, la decadenza e la dissoluzione del movimento comunista.</p>
<p>Volendo sviluppare questi punti, bisognerebbe innanzitutto precisare che il loro schema fondamentale si trova nelle posizioni elaborate da Fortini a partire dalla fine degli anni Settanta, che costituiscono già un bilancio dell’esperienza storica del Novecento e dello scacco delle prospettive rivoluzionarie.</p>
<p>Negli scritti raccolti in <em>Insis</em><em>tenze</em><em> </em>e nei due volumi di articoli sul Manifesto intitolati <em>Disobbedienze</em>, nonché in un testo poco studiato come <em>Extrema</em><em> </em><em>ratio</em>, e in numerosi altri contributi, Fortini sviluppa un discorso che si situa già in qualche modo oltre il comunismo e il marxismo <em>s</em><em>torici</em>: un discorso di fedeltà estrema (in tutti i sensi del termine) a principi non negoziabili e al valore dell’esperienza del Secolo breve,2 ma che al tempo stesso incorpora come propri momenti le forme della dissoluzione di quell’esperienza e le crisi radicali di quei principi. L’ultimo Fortini è quindi radicalmente “fedele alla linea” e altrettanto radicalmente eterodosso, provocatoriamente umanista goethiano-hegeliano e altrettanto provocatoriamente capace di metabolizzare le forme più alte dell’antidialettica, del nichilismo e della frammentazione. La stessa scrittura fortiniana sembra esprimere questa tensione, diventando sempre più paratattica a misura che il discorso si vuole una rivendicazione del senso dell’esperienza, del controllo possibile sull’esistenza individuale e collettiva e della non-vanità della memoria e della speranza.3 Del resto, è forse questa posizione realmente e definitivamente <em>ingrat</em><em>a</em><em> </em>che spiega il silenzio relativo sull’ultimo Fortini, ancora più indigesto e inclassificabile del saggista engagé di <em>Dieci</em><em> </em><em>in</em><em>verni</em><em> </em>e del marxista critico di <em>V</em><em>erific</em><em>a</em><em> </em><em>dei</em><em> </em><em>po</em><em>teri</em>.</p>
<p>Mi limiterò a indicare alcune figure esemplari di questo <em>ges</em><em>tus</em><em> </em>tardo-fortiniano, che possono elucidare i temi di cui ci occupiamo.</p>
<p>In primo luogo, la lettura fortiniana dell’irruzione delle grammatiche teoriche antidialettiche presso la «giovane cultura italiana finora considerata di sinistra», conseguenza della crisi del marxismo:</p>
<p>Essa si manifesta con una diffusa ripresa di interesse per la cultura dell’esistenzialismo tedesco (Heidegger quindi e Nietzsche), per quella della crisi e della negatività (ossia per l’arte e il pensiero viennesi degli anni Dieci) nonché per quella che potremmo chiamare la Scuola di Parigi, arco assai ampio che va da Lacan a Derrida, da Bataille a Foucault. Le ragioni meno superficiali di quel rifiuto [dello storicismo dialettico] vanno, credo, ricercate soprattutto nella frustrazione sociale e politica subita dalle forze (operaie e intellettuali) che sul finire degli anni Sessanta stavano per rovesciare gli equilibri di potere del ventennio precedente ma non hanno retto di fronte alla crisi economica (in parte indotta e in parte vera) nonché all’accordo di potere e di vertici fra il ceto cattolico che da più di un trentennio gestiva l’Italia e il personale politico delle sinistre «storiche», socialiste e comuniste.4</p>
<p>L’affermarsi di queste correnti e sensibilità esprime quindi la crisi di aree e prospettive di cui Fortini è stato un attore intellettuale decisivo: la critica dell’antidialettica non può quindi essere confusa con il richiamo alla giusta linea hegelo-marxista contro le perniciose deviazioni nichiliste, perché il critico partecipa della storia e dei gruppi che subiscono ora la tentazione del Nulla, e riconduce questa tentazione ad una impasse politica reale e traumatica, che cerca di interpretarsi nelle grammatiche concettuali ed espressive nicciane, kafkiane o parigine. Queste grammatiche non sono semplicemente “false”, ma esprimono un rapporto (necessariamente) alienato ad una situazione reale, e quindi anche un tentativo di affrontare quest’ultima. Contrariamente a quell’opera tuttavia complessa che è <em>L</em><em>a</em><em> </em><em>distruzione</em><em> </em><em>della</em><em> </em><em>ragione</em>, Fortini non cerca di porsi al di fuori degli effetti del Negativo, né indulge al vizio lukacsiano di imputare una scarsa forza morale a quanti si dibattono nelle spire di quest’ultimo.5 Come comprendere altrimenti il suo giudizio sull’Autonomia e sul Movimento del ‘77 in cui la liquidazione della dialettica si farà esplicita e sistematica? Fortini lo riconosce:</p>
<p>La più recente opposizione, area autonoma (erede di tutto un decennio «situazionista»), si fonda sul rifiuto di distinguere fra la sfera del sociale come immediatezza e del politico come mediazione-organizzazione […]. Vuole coincidere col «movimento», come se la vita fosse l’informe. è il suo tributo alle tragiche coglionerie delle avanguardie. è il sogno dell’illimitata adolescenza che torna a riproporsi.6</p>
<p>Che Fortini rifiuti questo mito dell’informe e dell’indeterminato, non fa dubbio, né che abbia ragione di respingerlo: non senza tuttavia riconoscere che il rifiuto “ontologico” dell’organizzazione esprime e formula la coscienza della sconfitta dell’ipotesi organizzativa bolscevica, e che l’Autonomia ha compreso «che il genio di Lenin […] ha avuto torto. Sa che l’organizzazione è una trappola. Vi ha veduto cadere tutte le formazioni nuove».7 Non è poco riconoscere all’area autonoma la consapevolezza di esprimere e di interpretare uno snodo epocale, un momento tragico ma in qualche modo necessario della storia dell’ipotesi comunista. Con l’organizzazione leniniana, è tutta una figura storica della totalità e della mediazione che diventa inaccessibile per la coscienza, e l’inconscio, dei militanti.</p>
<p>Credo non ci si possa soddisfare di ripetere oggi la condanna del caos anarcoide e del vitalismo irrazionale senza riconoscere che al fallimento della sequenza apertasi con <em>Che</em><em> </em><em>f</em><em>are?</em><em> </em>e con Ottobre 1917 nessuna risposta valida è mai stata fornita: se la forma-partito non è (più) l’operatore storico della totalità e della mediazione, cosa opporre all’abbandono all’informe di diverso dalle esortazioni alla misura e al realismo (o magari all’austerità berlingueriana)?</p>
<p>Questo riconoscimento del significato di una crisi non implica affatto di attribuire alle pratiche e ai discorsi avanguardistici un valore di prospettiva plausibile, ma di vedere in essi un <em>sursaut</em><em> </em>disperato davanti alla catastrofe di una sequenza storico-politica, e quindi anche un rapporto deformato alla verità. È quanto Fortini afferma nel Settantasette, commentando la rottura senza ritorno tra il movimento e la sinistra storica:</p>
<p>Da una parte gli uomini del potere [protetti] dal consenso di milioni e milioni di filistei, <em>fr</em><em>a</em><em> </em><em>i</em><em> </em><em>quali</em><em> </em><em>i</em><em> </em><em>milioni</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>la</em><em>voratori</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>la</em><em> </em><em>lor</em><em>o</em><em> </em><em>politic</em><em>a</em><em> </em><em>tr</em><em>en-</em><em> </em><em>t</em><em>ennale</em><em>,</em><em> </em><em>al</em><em> </em><em>go</em><em>verno</em><em> </em><em>o</em><em> </em><em>all’</em><em>opposi</em><em>zione,</em><em> </em><em>ha</em><em> </em><em>tr</em><em>as</em><em>format</em><em>o</em><em> </em><em>in</em><em> </em><em>picc</em><em>oli</em><em> </em><em>bor</em><em>ghesi</em><em> </em><em>as</em><em>setati</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>ordine</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>desider</em><em>osi</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>f</em><em>arla</em><em> </em><em>finit</em><em>a</em><em> </em><em>con</em><em> </em><em>quei</em><em> </em><em>la</em><em>zz</em><em>ar</em><em>oni</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>giov</em><em>ani</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>non</em><em> </em><em>rispett</em><em>ano</em><em> </em><em>il</em><em> </em><em>la</em><em>vor</em><em>o</em>. Dall’altra parte, suddivisi in tre o quattro sottosette, ciarlieri, confusi, divergenti, querimoniosi, c’erano i loro avversari che dicevano la verità con le parole dell’errore.8</p>
<p>Non sarebbe inutile riprendere queste pagine in una fase in cui presso ceti e gruppi lasciati alla subalternità e alla miseria materiali e morali si diffondono sete di ordine e odio per gli irregolari, i perturbatori e gli “assistiti”. Ma, per restare su un piano più generale, si può concludere che questi interventi di Fortini mostrano a qual punto sia impossibile interrogarsi sul passato e il futuro di categorie, teorie e concetti senza ritornare alla congiuntura, certo non solo italiana, degli anni Settanta, quando le speranze e gli slanci più generosi e più audaci si sono infranti sulla divisione finale del movimento comunista e sul disfacimento psichico di due o tre generazioni. Lo sguardo meduseo di questo sfacelo sta tra il presente e il marxismo classico, per non parlare dell’umanesimo e della dialettica. Fortini lo ha visto e lo ha detto fin dall’inizio: ma una vera soluzione <em>politic</em><em>a</em><em> </em>a quella situazione non è stata data allora ed è assente ancor oggi.</p>
<p>Credo invece che, sul piano dei paradigmi intellettuali, l’ultimo Fortini abbia cercato di rispondere all’affermazione di grammatiche nichiliste e antidialettiche, non limitandosi a deplorarle in nome della virtù, ma cercando di incorporare questi momenti di estrema negatività – da cui, si è detto, la sua storia e le sue posizioni non potevano credersi intatte – in una riaffermazione ultima di ciò che una delle sue ultime poesie chiama «le nostre verità», le quali sono da trasmettere e proteggere anche se, e in quanto, incapaci di operare immediatamente sul piano della pratica rivoluzionaria.</p>
<p>Una realizzazione esemplare di questa strategia intellettuale è, in alcune pagine folgoranti di <em>Extr</em><em>ema</em><em> </em><em>ratio</em>, il riferimento a Kierkegaard, cioè al primo grande decostruttore della totalità dialettica.9 Fortini ne riprende l’idea di una coincidenza immediata tra gli atti pratici quotidiani della vita ordinaria e l’assolutezza del rapporto tra i valori ultimi e l’esistenza individuale: un’articolazione tra l’ordinario e l’assoluto, tra la democrazia del quotidiano e l’aristocrazia delle decisioni ultime, che fa di ogni individuo il luogo geometrico della totalizzazione dell’esperienza, a condizione che la vita quotidiana sia vissuta come il «rovescio di un’Alterità assoluta», da essa inseparabile come l’ombra dalla luce.10 Si tratta sempre di dare una forma all’esistenza, secondo la maniera tipicamente fortiniana di intendere l’esigenza dialettica della totalità: «conferire all’esistenza individuale e collettiva un massimo di ritualità».11 Ma questa formalizzazione è resa possibile dall’efficacia di un «centro vuoto»: un’Alterità assoluta appunto, che destabilizza il sistema delle alienazioni in cui è presa la «vita falsa». L’individuo può diventare l’operatore della formalizzazione e realizzare la totalità nella vita ordinaria, ma solo attraverso il rapporto con un’istanza non integrabile, che non deve, né può, essere «cercata» ma solo posta o presupposta, e quindi manifestata negli atti concreti che ci separano dalla totalità della vita divenuta falsa, come il Figlio ha dovuto separarsi dal Padre per diventare uomo.12</p>
<p>Queste posizioni rappresentano un confronto con la situazione dell’umanità postmoderna, in cui, secondo una tematica anch’essa frequente nel tardo Fortini, la manipolazione mediatica di massa e la culturalizzazione industrializzata della vita hanno reso la totalità e la verità stessa degli oggetti pressoché impossibili da formulare e da porre esplicitamente come obiettivi e orizzonti. Esse possono tuttavia ritrovare una via parziale di realizzazione grazie a un che di irriducibile che spezzi la rete dei simulacri e trasfiguri i frammenti impuri della vita ordinaria.13</p>
<p>Se l’orizzonte dialettico che Fortini riprende da Lukács resta quello del «desiderio di uno spiegamento continuativo di disposizioni, di una continuità di eguaglianza strutturale in tutte le vicende della vita»,14 tale desiderio non è più soddisfacibile senza l’intervento di una forza o di un momento che eccede la totalità e la sua coscienza esplicita, e si dà solo come il vuoto o l’ombra che apre delle faglie nella totalità del falso. In tal modo, la grammatica concettuale dell’antidialettica, di ciò che resiste alla totalizzazione fino a spezzarla – tale è il senso dell’Alterità e della sua congiunzione al quotidiano per Kierkegaard – è reimpiegata per ritrovare una distanza critica nei confronti di un sistema che si vuole senza alterità. La ritualizzazione-formalizzazione dell’esistenza dipende dunque dall’«esperienza di un centro» che attribuirebbe un valore infinito a dei «comportamenti pratici» senza distinguerli <em>es</em><em>teriormente</em><em> </em>dalle condotte alienate, ma costituendoli come una separazione <em>int</em><em>erna</em><em> </em>alla vita inautentica che è quella di noi tutti: intellettuali, operai, ceti medi, studenti, disoccupati e migranti.</p>
<p>Una siffatta esperienza condiziona la totalizzazione dialettica, ma non deve necessariamente, e forse non può più, essere costruita con i mezzi di quest’ultima: il centro non può essere progettato né esplicitato in una sintesi concettuale perché non vi sono più concetti o progetti che non partecipino dell’inautentico. Esso può però essere posseduto come un dato esistenziale tacito, non del tutto formulabile, inseparabile da ciò che Michelstaedter, come Kierkegaard lettura del giovane Fortini, chiamerebbe col nome di “persuasione”.</p>
<p>Credo che queste pagine difficili e le figure che le percorrono siano indispensabili per comprendere le allusioni non rare nel tardo Fortini a qualcosa di non interamente dicibile che fonda e motiva decisioni e comportamenti, nonché la tendenza a riaffermare certo il valore dell’esperienza rivoluzionaria e del comunismo novecentesco, ma sempre più in modo indiretto, facendo riferimento a qualcosa che i linguaggi disponibili sono incapaci di trattenere e di oggettivare. Così, nell’ultimo intervento pubblico, la formula «dire di sì in modo da nascondere il no di fondo»,15 variazione sul tema della vera vita che non si dà se non nella falsa; così anche il riferimento ad una «pratica della libertà altrui» il cui «nome molto antico» non può essere scritto perché «è troppo serio, perché è bene che taluno lo riscopra da sé».16 E, infine, le enigmatiche <em>verit</em><em>à</em><em> </em>dell’ultimo poema, che si sovrappongono alle immagini dell’epopea di Stalingrado e sembrano richiedere un adempimento oltre, o contro, lo svolgimento ineluttabile della Storia. Tutto ciò sembra indicare qualcosa che sfugge alle parole del marxismo, della dialettica, del comunismo e alle loro storie determinate, e che tuttavia conferisce loro un valore e un senso durevoli, su cui non si deve transigere (perché «abbiamo Mosca alle spalle»).</p>
<p>Si dovrà credere allora che Fortini stesso ceda, nei terribili anni della crisi e del riflusso, alle sirene dell’Ineffabile e del Disincarnato che ha combattuto fi dal suo apprendistato anti-ermetico sotto gli auspici di Noventa? Mi pare più plausibile e fecondo parlare di un confronto con il nichilismo radicale della post-modernità e con il crollo della prospettiva comunista che ne è l’origine: un confronto che impone di abbandonare le forme più rassicuranti delle parole legate a questa prospettiva in modo da renderne utilizzabili le rovine dopo averle messe alla prova dell’hegeliana potenza del Negativo. Che il centro e l’esperienza di cui parla Fortini siano parzialmente indicibili è un fatto che non rinvia ad alcuno spiritualismo, ma al contrario alla <em>pratic</em><em>a</em><em> </em>che eccede le illusioni e i compiacimenti dei concetti e delle forme: verità nota a Goethe e a Brecht, e che l’ultimo Fortini riformula nelle immagini cristiane dell’Incarnazione, della Resurrezione e della <em>fractio</em><em> </em><em>panis</em>. L’esperienza del centro vuoto, dell’Alterità assoluta, proviene dal primato materialista dei corpi, della presenza reale di altrui in cui si rivela «l’assoluto e il definitivo».17</p>
<p>Il discorso sull’ultimo Fortini dovrebbe essere quindi riaperto a partire da queste figure e termini ricorrenti, il che ci porterebbe assai lontano.18 Per concludere provvisoriamente, è forse opportuno chiedersi se queste considerazioni possono fornire qualche indicazione per orientare attività e posizioni nel presente.</p>
<p>Credo che, se quanto abbiamo cercato di ricostruire è in qualche modo plausibile, possiamo trarne, nell’immediato, qualche conseguenza per quanto riguarda le pratiche direttamente legate alla condizione degli odierni intellettuali-massa. Le domande sul valore d’uso delle categorie dialettiche non possono non rinviare ad un tentativo di orientarsi nell’attualità, in primo luogo per coloro che la divisione del lavoro ha costituito come professionisti dell’uso dei concetti. Ad esempio, Cristina Corradi ha indicato, nell’intervento già citato, quali conseguenze sono per lei da trarre da tali categorie e da ciò che chiama la “lezione” di Fortini:</p>
<p>La dialettica marxista di Fortini indica un modello alternativo a un’idea di critica della cultura, risalente a Nietzsche che […] sfocia nella fabulizzazione del mondo e nella produzione di individui infantili e narcisistici. Per il nesso stretto tra critica del capitale e critica della cultura, la lezione di Fortini, non metabolizzabile dal postmoderno, mi sembra più feconda di quelle di Adorno e Benjamin.19</p>
<p>Personalmente, ammetto di pormi, rispetto alle priorità e alle possibilità d’azione di quanti scrivono, studiano e insegnano, delle domande abbastanza differenti: non tanto su quali autori o correnti o paradigmi convenga lavorare – Fortini o Adorno, Hegel o Spinoza, il giovane Marx o il Marx maturo, il primo libro del <em>C</em><em>apitale</em><em> </em>o i <em>Grundris</em><em>se</em>, Lukács o Heidegger, <em>L</em><em>’</em><em>ontologia</em><em> </em><em>dell</em><em>’</em><em>es</em><em>sere</em><em> </em><em>sociale</em><em> </em>o <em>Storia</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>coscien</em><em>z</em><em>a</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>clas-</em><em> </em><em>se</em><em> </em>–, ma come organizzare il lavoro dell’insegnamento, della ricerca e dell’edizione in modo da «eccedere il frazionamento degli uomini, la reificazione in figure e ruoli».20</p>
<p>Vorrei sapere, di un libro o di un corso o di un seminario di ricerca, non tanto quali autori e tradizioni raccomandino, ma se in essi, nei processi della loro produzione, circolazione e consumo, si dia qualcosa di irriducibile ai criteri di valutazione del MIUR e ai profitti degli azionisti di Einaudi o di Feltrinelli, se tramite essi qualche docente o studente o ricercatore o semplice lettore potrà fare l’esperienza di un uso delle forme e delle pratiche intellettuali diverso da quello che impongono i rapporti dominanti. In un tale uso si darebbe allora un frammento o una traccia della totalità e della sua ricerca, anche qualora il libro o il seminario dovessero essere su Derrida o su Nietzsche.</p>
<p>Su ciò, credo che in Fortini si trovino indicazioni lucide e preveggenti: il rifiuto della logica che «tratta le barricate di carta come barricate vere e vuol far credere o quasi che lo strutturalismo sia un episodio della guerra di classe» implica che le vere scelte e posizioni politiche o morali si situano altrove rispetto alle <em>querelles</em><em> </em>tra poetiche, metodologie letterarie o sistemi filosofici.21 Forse non si tratta esattamente di una “lezione”. Potremmo anzi dire che infelice è l’epoca che ha bisogno di maestri, parafrasando Brecht il quale ricordava, nel poema su Lao-Tse, come il solo maestro legittimo sia quello che risponde ad una richiesta: è il gabelliere infatti che chiede al saggio cinese di mettere per iscritto il suo insegnamento – la totalizzazione nel e del concetto ha come condizione un’iniziativa il cui soggetto non è il maestro, ma colui che desidera sapere malgrado la durezza della vita e le sconfitte. Da dove viene questo desiderio? Da un modo dei rapporti tra gli uomini che non può ridursi alla trasmissione pedagogica, quindi verticale, del Vero. In tal senso, la ritualizzazione della vita che incarnerebbe la totalità non può non venire da un luogo che, a differenza del vitalismo anarchico, non esclude magisteri ed organizzazioni ma viene prima di essi e ne fonda il valore e gli usi possibili. Abbiamo parlato della figura della <em>fractio</em><em> </em><em>panis</em>, e la parola <em>c</em><em>ompagni</em><em> </em>viene dal latino <em>cum</em><em>-panis</em><em> </em>(contrariamente al francese militaresco di <em>c</em><em>amar</em><em>ades</em>). Non mi pare quindi incongruo associare al tema dell’Incarnazione un’altra formulazione dell’esperienza del centro che allude più direttamente alle urgenze della nostra epoca post-comunista:</p>
<p>Fintanto che pensiamo di contrapporre un sapere ad un altro, un libro ad un altro, un film ad un altro […] possiamo arrivare nella migliore delle ipotesi a quella che è la situazione in cui già viviamo, visto che siamo in un paese democratico, dove già abbiamo un’opinione non maggioritaria e una certa tradizione di «sinistra». Che cos’è, invece, che ci pone al di fuori? è […] la scelta di comportamenti non individuali, <em>i</em><em> </em><em>cui</em><em> </em><em>motivi</em><em> </em>non vanno cercati e neanche verificati esclusivamente sul sapere o sulla cultura, ma <em>si</em><em> </em><em>f</em><em>ondano</em><em> </em>– almeno inizialmente – <em>sul</em><em> </em><em>già</em><em> </em><em>saputo</em>, su quello che sta dentro di noi – come si dice – o anche fuori (per me è lo stesso). E questo «qualche cosa», che già sappiamo, ci viene dalla nostra esperienza vitale. è un «qualche cosa» nel quale la sofferenza per l’ingiustizia e l’oppressione subita il giorno prima si mescola al ricordo di ciò che abbiamo imparato e saputo da quando avevamo cinque anni. Questo «insieme» è il nostro sapere, non quello che sta «dopo e fuori», che si aggiunge in seguito e può essere consumato o appreso, può diventare «carne e sangue» a condizione che vi sia quel momento iniziale […]. <em>Tr</em><em>o-</em><em> </em><em>v</em><em>ar</em><em>e</em><em> </em><em>i</em><em> </em><em>propri</em><em> </em><em>compagni,</em><em> </em><em>riconoscersi,</em><em> </em><em>unirsi,</em><em> </em><em>decidere</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>f</em><em>ar</em><em>e</em><em> </em><em>alcunché</em>.22</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5>1 Una prima esposizione di questo tentativo di ricostruzione è stata pubblicata sull’«Ospite ingrato online», 9 marzo 2020, https://<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/tota-">www.ospiteingrato.unisi.it/tota-</a> lita-critica-e-mediazioneandrea-cavazzini/ (ultimo accesso: 19/11/2021) e ha suscitato alcuni commenti critici da parte di Cristina Corradi, senz’altro utili ad indicare quanto sarebbe opportuno precisare e riformulare, riproposti in questo numero.</h5>
<h5>2 Lo ricorda in particolare Luca Lenzini, <em>Introduzione</em>, in F. Fortini, <em>I</em><em> </em><em>c</em><em>onfini</em><em> </em><em>della</em><em> </em><em>poesia</em><em> </em>[1979], a cura di L. Lenzini, Roma, Castelvecchi, 2015, pp. 8-10.</h5>
<h5>3 Ringrazio Gabriele Fichera per le osservazioni sul tardo stile fortiniano e per le discussioni intorno all’ultimo Fortini.</h5>
<h5>4 F. Fortini, <em>I</em><em> </em><em>c</em><em>onfini</em><em> </em><em>della</em><em> </em><em>poesia</em><em> </em>cit., pp. 20-21.</h5>
<h5>5 Il libro di Lukács andrebbe riletto attentamente, ma credo se ne possano indicare due rischi maggiori: quello di dimenticare la dialettica e di trattare le posizioni criticate come delle idee false cui opporre delle idee vere, secondo una logica razionalistica dimentica del fatto che il falso è un momento deformato del vero, e che la verità del falso risiede nel tentativo di questo di porsi all’altezza del vero; e quello di dimenticare il materialismo e di trattare le idee false come delle cause, invece che come dei sintomi, dei processi storici.</h5>
<h5>6 F. Fortini, <em>No</em><em>te</em><em> </em><em>per</em><em> </em><em>una</em><em> </em><em>f</em><em>alsa</em><em> </em><em>guerr</em><em>a</em><em> </em><em>civile</em><em> </em>[1977], in Id., <em>Disobbedien</em><em>ze</em><em> </em><em>I.</em><em> </em><em>Gli</em><em> </em><em>anni</em><em> </em><em>dei</em><em> </em><em>mo</em><em>vimenti.</em><em> </em><em>Scritti</em><em> </em><em>sul</em><em> </em><em>manif</em><em>es</em><em>t</em><em>o</em><em> </em><em>1972-1985</em>, Roma, Manifestolibri, 1997, p. 168.</h5>
<h5>7 <em>Ibidem</em></h5>
<h5>8 <em>Ivi</em>, pp. 169-170.</h5>
<h5>9 F. Fortini, <em>Extr</em><em>ema</em><em> </em><em>ratio.</em><em> </em><em>No</em><em>te</em><em> </em><em>per</em><em> </em><em>un</em><em> </em><em>buon</em><em> </em><em>uso</em><em> </em><em>delle</em><em> </em><em>r</em><em>o</em><em>vine</em>, Milano, Garzanti, 1990, pp. 96-98.</h5>
<h5>10 <em>Ivi</em>, p. 98.</h5>
<h5>11 <em>Ivi</em>, p. 97.</h5>
<h5>12 <em>Ivi</em>, p. 98.</h5>
<h5>13 Mi pare che questo punto, cioè il fatto che in Fortini la costituzione di una soggettività disalienata non si dà al di fuori dell’attraversamento della falsa coscienza, sia stato ben visto da Roberto Finelli, <em>Il</em><em> </em><em>comunismo</em><em> </em><em>laic</em><em>o</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>F</em><em>r</em><em>anco</em><em> </em><em>F</em><em>ortini</em>, in <em>“Uomini</em><em> </em><em>usciti di </em><em>piant</em><em>o</em><em> in </em><em>r</em><em>agione</em><em>”</em><em>.</em><em> Saggi su </em><em>F</em><em>r</em><em>anco</em><em> </em><em>F</em><em>ortini</em>, a cura di M. de Filippis, Roma, Manifestolibri, 1996, pp. 61-69.</h5>
<h5>14 Questi passi, che Fortini cita in <em>I</em><em> </em><em>con</em><em>fini</em><em> </em><em>del</em><em>la </em><em>poesia</em><em> </em>cit., p. 24, sono in realtà un collage di alcuni passaggi in G. Lukács, <em>Il</em><em> </em><em>giocoso</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>i</em><em> </em><em>suoi</em><em> </em><em>subs</em><em>trati</em>, in Id., <em>Scritti</em><em> </em><em>sul</em><em> </em><em>r</em><em>ealismo</em><em> </em><em>I</em>, a cura di A. Casalegno, Torino, Einaudi, 1978, pp. 816-817.</h5>
<h5>15 F. Fortini, <em>C</em><em>ari</em><em> </em><em>nemici.</em><em> </em><em>Int</em><em>ervent</em><em>o</em><em> </em><em>all’</em><em>Assemblea </em><em>sulla</em><em> libert</em><em>à</em><em> </em><em>di</em><em> inf</em><em>orma</em><em>zione</em><em> </em>[1994], in Id., <em>Disobbedien</em><em>ze</em><em> </em><em>II.</em><em> </em><em>Gli</em><em> </em><em>anni</em><em> </em><em>del</em><em>la</em><em> </em><em>scon</em><em>fitt</em><em>a</em><em>.</em><em> </em><em>Scritti</em><em> </em><em>sul</em><em> </em><em>manif</em><em>es</em><em>t</em><em>o</em><em> </em><em>1985-</em><em> </em><em>1994</em>, Roma, Manifestolibri, 1997, p. 262.</h5>
<h5>16 F. Fortini, <em>Il</em><em> </em><em>femminismo</em><em> </em><em>c</em><em>ome</em><em> </em><em>gioco</em><em> </em><em>liberatorio</em><em> </em>[1975], in Id., <em>Disobbedienze</em><em> </em><em>I </em>cit., p. 87.</h5>
<h5>17 F. Fortini, <em>L</em><em>’</em><em>enigma</em><em> </em><em>Napoleoni</em><em> </em>[1990], in Id., <em>Disobbedienze</em><em> </em><em>II</em><em> </em>cit., p. 122. Su questo scritto cruciale si veda G. Fichera, <em>Mac</em><em>erie</em><em> </em><em>che</em><em> </em><em>do</em><em>vr</em><em>emmo</em><em> </em><em>ric</em><em>onosc</em><em>ere.</em><em> </em><em>L</em><em>’</em><em>ulti</em><em>-</em><em> </em><em>mo</em><em> </em><em>F</em><em>ortini</em><em> </em><em>e</em><em> </em><em>la</em><em> </em><em>figur</em><em>a</em>, in «Il Ponte», dicembre 2014.</h5>
<h5>18 Sul senso delle figure profetiche e apocalittiche in Fortini, si veda L. Lenzini, <em>Il</em><em> </em><em>poet</em><em>a</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>nome</em><em> </em><em>F</em><em>ortini</em>, Lecce, Manni, 1999.</h5>
<h5>19 C. Corradi, <em>Critica,</em><em> </em><em>t</em><em>o</em><em>talit</em><em>à</em><em>,</em><em> </em><em>media</em><em>zione.</em><em> </em><em>No</em><em>te</em><em> </em><em>sulla</em><em> </em><em>lezione</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>F</em><em>ortini</em>, in «L’ospite ingrato», 20 luglio 2020, https://<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazio-">www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazio-</a> ne-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/ (ultimo accesso: 19/11/2021), cfr. più avanti in questo numero.</h5>
<h5>20 F. Fortini, <em>Le</em><em> </em><em>minor</em><em>an</em><em>ze</em><em> </em><em>possono</em><em> </em><em>farci</em><em> </em><em>uscire</em><em> </em><em>dal</em><em> </em><em>sec</em><em>olo</em><em> </em><em>dell’orror</em><em>e?</em><em> </em>[1986], in Id., <em>Disobbedienze</em><em> </em><em>II</em><em> </em>cit., p. 21.</h5>
<h5>21 F. Fortini, lettera a H.-M. Enzensberger del 10 ottobre 1966, cit. in M. Manara, <em>«Ich</em><em> </em><em>höre</em><em> </em><em>aufmerksam</em><em> </em><em>meine</em><em> </em><em>F</em><em>einde</em><em> </em><em>zu</em><em> </em><em>–</em><em> </em><em>Asc</em><em>olt</em><em>o</em><em> </em><em>attent</em><em>ament</em><em>e</em><em> </em><em>i</em><em> </em><em>miei</em><em> </em><em>nemici».</em><em> </em><em>Il</em><em> </em><em>car</em><em>teggio</em><em> </em><em>F</em><em>ortini</em><em> </em><em>–</em><em> </em><em>En</em><em>z</em><em>ensber</em><em>ger</em>, in «L’ospite ingrato», 19 aprile 2016, https://<a href="http://www/">www.</a> ospiteingrato.unisi.it/ich-hore-aufmerksam-meine-feinde-zu-ascolto-attentamente-i-miei-nemici-il-carteggio-fortini-enzensberger/ (ultimo accesso: 19/11/2021).</h5>
<h5>22 F. Fortini, <em>Contr</em><em>o</em><em> </em><em>lo</em><em> </em><em>snobismo</em><em> </em><em>di</em><em> </em><em>massa</em><em> </em>[1989], in Id., <em>Un</em><em> </em><em>dialogo</em><em> </em><em>ininterr</em><em>o</em><em>tt</em><em>o</em><em>.</em><em> </em><em>Int</em><em>er</em><em>vis</em><em>te</em><em> </em><em>1952-1994</em>, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 555.</h5>
<p><strong>L&#8217;ospite ingrato</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Critica, totalità, mediazione. Note sulla lezione di Fortini</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2020 09:56:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Cavazzini]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Corradi]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Fortini]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Fineschi]]></category>

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		<description><![CDATA[Critica, totalità, mediazione. Note sulla lezione di Fortini Cristina Corradi   «L’ospite ingrato» ha promosso una riflessione sui concetti di critica e totalità e sul nesso fra la critica della cultura e un’idea non specialistica di sapere. In questo contributo vorrei discutere le tesi espresse da Andrea Cavazzini, dialogare con gli interventi di Roberto Fineschi, [...]]]></description>
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<h1></h1>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/07/unnamedè09365Y.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6650" title="unnamede09365y" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/07/unnamedè09365Y.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Critica, totalità, mediazione.</h1>
<h1>Note sulla lezione di Fortini</h1>
<h1>Cristina Corradi</h1>
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<p> <time datetime="2020-07-19T13:50:36+00:00"></time></p>
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<div><em>«L’ospite ingrato» ha promosso una riflessione sui concetti di critica e totalità e sul nesso fra la critica della cultura e un’idea non specialistica di sapere. In questo contributo vorrei discutere le tesi espresse da Andrea Cavazzini, dialogare con gli interventi di Roberto Fineschi, Luca Mozzachiodi e Marco Gatto, e trarre infine qualche indicazione dalla lezione di Fortini.</em>&nbsp;</p>
<p>Nell’intervento che ha dato avvio alla discussione, il 9 marzo scorso, Cavazzini afferma che i limiti attuali dell’opposizione ai rapporti capitalistici non dipendono dall’abbandono della dialettica, che è piuttosto il riflesso della dissoluzione dell’ultimo tentativo storico di fuoriuscita dal capitalismo e della crisi di una soggettività potenzialmente totalizzatrice. Ricorda che, negli anni ’70, il passaggio di egemonia dalla dialettica marxista al pensiero della differenza e dell’immanenza non avvenne solo nella sfera della produzione intellettuale, ma trovò corrispondenza nella coscienza spontanea di militanti dell’estrema sinistra. Conclude, con un accenno a Fortini, invitando a fare riferimento a saperi storici, non specialistici, sedimentati nella società e a considerare strategica la ricerca di figure del non-identico, capaci di anticipare qualche forma di totalità.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-1">1</a></p>
<p>Io credo, invece, che nel contesto attuale di iperculturalismo, complessità passivizzante, pluralismo linguistico privo di scelte e di conseguenze, descritto da Luca Mozzachiodi, l’uso di categorie dialettiche e il riferimento alla tradizione marxista siano necessari per arginare la deriva dissipante dei mille piani critici, per ristabilire un ordine logico e storico con il quale filtrare e ricomporre frammenti, e per recuperare un centro da cui stringere nessi e articolare mediazioni tra critica della cultura e critica del capitalismo finanziario.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-2">2</a></p>
<p>Sul piano storico, dalla rivoluzione del ’17 a quella cinese, dal biennio rosso al ’68, la riattivazione della dialettica ha accompagnato i più importanti tentativi di superamento o controllo e riorientamento dei rapporti capitalistici, e ha incarnato un’idea non specialistica di sapere e ha saputo trasformare la cultura in organizzazione politica. Nei periodi di chiusura delle possibilità di trasformazione, la trasmissione e il ripensamento della dialettica hanno offerto il quadro per proseguire il lavoro di analisi economico-sociale, di demistificazione e di lotta ideologica. L’accentuazione del versante soggettivo della dialettica è stata tipica delle fasi di movimento; l’accentuazione del versante oggettivo ha segnato maggiormente le battaglie di posizione. La dialettica di <em>Storia e coscienza di classe</em>, per fare un esempio, non è la dialettica di <em>Ontologia dell’essere sociale</em>.</p>
<p>Sul piano teorico, la sfiducia nutrita da Cavazzini in una riattivazione delle categorie dialettiche mi sembra dipendere dall’assunzione di tre presupposti: che la totalità sia categoria esclusiva della soggettività, che la critica consista nella ricerca empirica di figure sociali già costituite e che la tradizione marxista non abbia nulla da offrire dopo l’89. Viene così riproposto, a mio avviso, il limite di fondo dell’impostazione post-operaista che, dopo aver ridotto il compito della teoria all’individuazione di soggettività manifeste dotate di potenza sovversiva, ha soppresso la distinzione tra il piano dell’invarianza della teoria del capitale (che dura l’intera epoca storica del capitalismo) e il piano delle mutevoli contingenze di fase (i salti e gli sviluppi interni al modo di produzione). Venuto meno il rapporto tra logico e storico, ad ogni esaurimento di un ciclo di lotte si rimane privi di orientamento strategico.</p>
<p>L’intervento di Roberto Fineschi ricorda che il concetto di critica del Marx maturo coincide con l’esposizione dialettica del <em>Capitale</em> e ci riconduce sul terreno della totalità del modo di produzione. Dal primo al terzo libro, dal processo di produzione in generale al conflitto tra i molti capitali, l’analisi delle trasformazioni della forma del valore rimane il fondamento della critica della società e della cultura. Scienza dialettica e orientamento classista della critica sono conoscenze da riconquistare, dopo decenni di propaganda neoliberale e di individualismo metodologico che hanno leso anche le nostre menti, cancellando ogni traccia di una logica e di un’ontologia storica dei processi collettivi. Fineschi richiama l’attenzione sul fatto che a partire dal <em>Capitale</em>, in ciascuna fase e area dello sviluppo capitalistico, occorre poi operare una ricognizione sociale e storica più concreta sul terreno nazionale e internazionale.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-3">3</a></p>
<p>L’intreccio tra questione nazionale, coloniale e internazionale, da Lenin a Gramsci, è un punto qualificante della tradizione marxista.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-4">4</a> Marco Gatto ripropone la lezione gramsciana di critica della cultura, una lezione lontana dalle sterilizzazioni postmoderne, che pone l’accento sulla storia degli intellettuali italiani come casta sacerdotale autoreferenziale e sull’orientamento cosmopolita della nostra classe dirigente, servile rispetto a vincoli esteri e separata dalle condizioni di vita dei più. La cultura, intesa come industria orientata al profitto e alla valorizzazione narrativa e come complesso di istituzioni private e pubbliche, appare oggi fattore propulsivo del capitalismo: l’analisi gramsciana rimane centrale per ragionare sulla composizione della forza lavoro nel settore cultura e spettacolo, sulle tecniche di incorporazione nel blocco sociale del capitale tecnologico e finanziario e sulla possibile costruzione di un diverso sistema di alleanze sociali.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-5">5</a></p>
<p>La ricostruzione del passaggio dall’egemonia della dialettica a quella della differenza, proposta da Cavazzini, mi sembra che non faccia i conti con la confluenza del pensiero negativo, della differenza e dell’immanenza nel paradigma del postmoderno.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-6">6</a> Se al post-operaismo va riconosciuto il merito di aver esteso l’analisi a figure lavorative ignorate o trascurate dalla tradizione marxista, occorre però prendere atto che il soggettivismo estremo di quell’impostazione e la perdita di ancoraggio nella scienza marxiana del <em>Capitale</em> hanno indotto a inseguire la fine del lavoro, della storia, dello Stato, dell’ideologia, senza cogliere il potenziale derealizzante e destrutturante, disciplinante e demoralizzante di quelle parole d’ordine.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-7">7</a> Va ricordato, invece, che un’altra linea di ricerca, impegnata sul terreno della critica dell’economia politica, del ripensamento della dialettica e della trasmissione della memoria storica, ha saputo cogliere con largo anticipo le implicazioni disciplinanti delle nuove tecnologie, le mistificazioni della società dell’informazione, del post-fordismo, della globalizzazione.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-8">8</a></p>
<p>Non credo che la lezione di Franco Fortini possa essere compendiata nella ricerca di figure del non identico. Può essere invece utile ricordare come Fortini ha adoperato categorie dialettiche per riaffermare il nesso tra critica della cultura e critica del capitale e come ha attraversato le crisi del marxismo, proclamate a più riprese dal ’56 all’89.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-9">9</a></p>
<p>La dialettica, per Fortini, non rimuove il negativo; non punta al superamento definitivo delle contraddizioni; pone l’accento sulla parzialità, lo spirito di scissione, la separazione, laddove l’ideologia dominante pretende unità; rivendica totalità e universalità, laddove il capitale frammenta, divide, dissemina, nega una prospettiva comune. La dialettica marxista, per Fortini, è una pedagogia politica che insegna a connettere in modo sistematico la produzione di merci, di rapporti sociali, di rappresentazioni simboliche, a svelare antitesi occultate, a collegare i problemi quotidiani con i nessi dell’economia mondiale e della grande politica; una pedagogia che chiama ciascuno a interrogarsi sulla propria posizione nel contesto della società, sulle radici di classe dei propri comportamenti e gesti, sulle seduzioni operate dalle immagini indotte dalla produzione capitalistica.</p>
<p>La categoria di mediazione dialettica non serve a giustificare scelte compromissorie che sacrificano le istanze più combattive, è necessaria invece a cogliere il carattere mediato dell’immediatezza e a riaffermare l’autonomia della logica dei processi collettivi negata dall’individualismo metodologico. Totalità e mediazione sono categorie alternative a complessità e semplificazione, rendono leggibile la realtà e le sue linee conflittuali, servono a scomporre la molteplicità e a ricomporla in un nuovo ordine. L’immediatismo osteggiato da Fortini è il fare tattica uguale a strategia, scambiare la cronaca con la storia, i destini generali con le biografie individuali, l’informazione con la conoscenza; esaltare il movimento e dichiarare nullo il fine: è il metodo delle multinazionali in politica.</p>
<p>Il primo atto della critica, per Fortini, è la scelta di un’eredità: soltanto questa scelta offre una prospettiva, consente di operare selezioni, costruire ordini di precedenze, stabilire confronti con altri indirizzi senza cadere nell’eclettismo confuso. Il dovere di assumere e trasmettere un’eredità, oltre che scelta feconda e durevole, è anche una risposta determinata alla strategia di colonizzazione basata su sradicamento e controllo dell’oblio, ed è forma di resistenza conflittuale al postmoderno, il cui nocciolo ideologico è l’antidialettica postmarxista e postcomunista.</p>
<p>Secondo Fortini esiste un nucleo irrinunciabile del marxismo che rimane valido e merita di essere difeso e trasmesso anche ove manchi, temporaneamente o per un lungo periodo storico, una soggettività, manifesta o latente, portatrice di un progetto totale di riorganizzazione economica, sociale, culturale e politica. La ricostruzione della totalità dei rapporti sociali capitalistici ci dà la conoscenza della realtà, l’esercizio della nostra tradizione ci dà uno specifico senso dei passaggi.</p>
<p>Primato della critica dell’economia ed esplicitazione di una linea di classe per discriminare, in ogni ambito della vita sociale, linee conflittuali e solidarietà: con questa bussola, dalla guerra fredda fino ai primi anni ’90, Fortini individua priorità, prende posizione e dà battaglia nella sfera letteraria come in quella politica. Pone l’accento ora sullo spirito di scissione ora sulla sintesi volta alla ricomposizione, ma tiene fermo il rifiuto di ogni proposta libertaria che non passi attraverso la porta stretta della critica dell’economia e di ogni proposta di discesa riformistica da presunti illuminati a presunti retrogradi. Con questa bussola, nutrita da un robusto senso storico e politico dei passaggi, Fortini ragiona sul senso politico e sull’organizzazione del lavoro intellettuale, critica la separazione liberale tra politica e cultura e gli schemi ideologici dei fronti popolari, rivendica le conquiste leniniste e nulla concede all’anticomunismo.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-10">10</a> Con questa bussola attraversa i dieci inverni, si unisce al lavoro di inchiesta del gruppo dei Quaderni rossi e avanza un’ipotesi di ricomposizione della forza lavoro salariata, basata sul riconoscimento della comune subordinazione del lavoro astratto. Individuato il nocciolo antagonistico del ’68 – non riassorbibile in progressi di costume e richieste di diritti civili – nella critica dell’economia del sapere e del potere, negli anni ’70 Fortini contrasta l’antidialettica, denuncia le implicazioni tecnocratiche, elitarie e sradicanti del pensiero negativo, intuisce che le categorie di differenza e immanenza preparano il terreno più adatto alle macchine ideologiche capitalistiche: “surrealismo di massa” è la formula in cui stringe un complesso di fenomeni (modernizzazione repressiva, rivoluzione microelettronica, controllo dell’oblio, primato del linguistico e delle relazioni comunicative). Negli anni ’80 denuncia l’ulteriore salto dell’industria culturale verso la produzione e il consumo diffuso di falsa informazione, che rende praticamente il vero il concetto di intellettualità di massa: illusione di creatività individuale e di autenticità interiore, restaurazione dell’aura e del privilegio del ruolo, snobismo di massa sono le nuove maschere che impediscono di riconoscere la comune impotenza e subalternità. Il nostro dramma, ammonisce Fortini, non è la scomparsa della lotta di classe – la lotta di classe c’è, anche se il conflitto sociale non è manifesto – bensì la perdita di oggettività e di intelligenza storico-economico-sociale dei processi (quel che non sappiamo e vogliamo vedere nella chiarezza, ci vince dall’oscurità).</p>
<p>Sul versante della critica letteraria, a fronte del gioco dell’interpretazione infinita di testi che rinviano a testi, del culto della letterarietà, del primato del dire sul detto, del significante sul significato, che diviene fungibile e intercambiabile, l’ultimo Fortini pone l’accento sull’imprescindibilità del contesto e sul contenuto della forma. Se la nozione di forma allude alla possibilità di dare orientamento e senso all’esistenza, la difesa della forma non può ignorare che il capitalismo finanziario è il centro da cui promana l’insensatezza e la perdita di controllo sulle nostre vite: lottare per la forma, ricorda Fortini, significa anche lottare per limitare la libertà di movimento dei capitali.</p>
<p>In conclusione, la dialettica marxista di Fortini indica un modello alternativo a un’idea di critica della cultura, risalente a Nietzsche, che si dipana come genealogia puramente concettuale di una progressiva decadenza, decostruzione corrosiva di categorie logiche, ontologiche, etiche, che sfocia nella fabulizzazione del mondo e nella produzione di individui infantili e narcisistici. Per il nesso stretto tra critica del capitale e critica della cultura, la lezione di Fortini, non metabolizzabile dal postmoderno, mi sembra più feconda di quelle di Adorno e Benjamin.</p>
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<div>Note&nbsp;</p>
<p>1 Cfr. Andrea Cavazzini, <a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/totalita-critica-e-mediazioneandrea-cavazzini/" target="_blank"><em>Totalità, critica e mediazione</em></a>, in «L’ospite ingrato», 9 marzo 2020.</p>
<p>2 Cfr. Luca Mozzachiodi, <a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/tesi-su-critica-e-totalitaluca-mozzachiodi/" target="_blank"><em>Tesi su critica e totalità</em></a>, in «L’ospite ingrato», 30 marzo 2020.</p>
<p>3 Cfr. Roberto Fineschi, <a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/chi-critica-la-criticaalla-ricerca-di-soggetti-storiciroberto-fineschi/" target="_blank"><em>Chi critica la critica? Alla ricerca di soggetti storici</em></a>, in «L’ospite ingrato», 23 marzo 2020.</p>
<p>4 Per l’analisi delle distorsioni subite dal concetto di internazionalismo nella fase euforica della globalizzazione rinvio agli studi di Emiliano Brancaccio sulla liberalizzazione dei movimenti di capitale.</p>
<p>5 Cfr. Marco Gatto, <a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/gramsci-e-lidea-di-criticamarco-gatto/" target="_blank"><em>Gramsci e l’idea di critica</em></a>, in «L’ospite ingrato», 21 ottobre 2019. Può essere utile in proposito la lettura di <em>Arricchimento</em> di L. Boltanski e A. Esquerre (Bologna, il Mulino, 2019), che analizza la segmentazione della forza lavoro nell’industria culturale e il rapporto tra valorizzazione narrativa, rendita patrimoniale, creazione di prezzi differenziali per consumi di lusso.</p>
<p>6 Romano Luperini e Raffaele Donnarumma propongono più correttamente di distinguere tra ideologia postmoderna e ipermodernità. Per un bilancio teorico e storico delle avventure della differenza rinvio allo studio di Daniele Balicco, <em>Nietzsche a Wall Street</em>, Macerata, Quodlibet, 2018, che ricostruisce il rimbalzo della French Theory tra Europa e Stati Uniti, nell’intreccio con le dinamiche del capitalismo finanziario</p>
<p>7 La coraggiosa autocritica del paradigma operaista ha consentito a Carlo Formenti di ripensare la forma attuale della lotta di classe (<em>La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo</em>, Roma, DeriveApprodi, 2016).</p>
<p>8 Mi permetto di rinviare alla terza parte di <em>Storia dei marxismi in Italia</em>, Roma, manifestolibri, 2005, ove ho cercato di dare conto, sia pure in modo parziale e incompleto, di diverse linee di ricerca che, da Roberto Finelli a Riccardo Bellofiore, da Gianfranco Pala a Maria Turchetto, da Domenico Losurdo a Costanzo Preve, hanno lavorato all’elaborazione di una dialettica della dissimulazione, alla ricostruzione della teoria del valore, all’analisi delle filiere transazionali e dei processi di scomposizione degli Stati, a una critica filosofica radicale dell’ideologia postmoderna. Non si tratta di indicare nomi individuali, si tratta invece di contrastare l’autofobia marxista e di riscoprire la fecondità di una tradizione. Un esempio ulteriore di dialettica marxista che non sta al gioco degli specialismi e dell’iperculturalismo sono gli studi di Vladimiro Giacché sulla crisi finanziaria del 2008, sulle gerarchie di potere in Europa, sull’economia rivoluzionaria di Lenin e sull’eredità di Hegel.</p>
<p>9 Per la scoperta della lezione politica di Fortini devo molto allo studio di Daniele Balicco, <em>Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico</em>, Roma manifestolibri 2006</p>
<p>10 Fortini riapre il discorso sul comunismo nel ’56 e nell’89, quando nulla sembra garantirlo. Per l’analisi del concetto di comunismo in Fortini rinvio al commento di Ennio Abate, <a href="https://sinistrainrete.info/marxismo/9320-ennio-abate-appunti-politici-4-comunismo-di-f-fortini.html" target="_blank"><em>Appunti politici (4): «Comunismo» di F. Fortini</em></a>.</p>
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