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	<title>Comunismo e Comunità &#187; anticapitalismo</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 18:12:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p>&nbsp;</p>
<h1>La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista</h1>
<h3>di Carlo Formenti</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.</p>
<p>In coda a un intervento in cui celebra l&#8217;elezione del progressista Zorhan Mamdani a sindaco di New York, Bernie Sanders attacca Trump, ma &#8220;sporca&#8221; le proprie critiche al bullo liberal fascista e ai pretoriani del MAGA con dichiarazioni che, di fatto, legittimano gli Stati Uniti come Paese democratico a fronte delle &#8220;dittature&#8221; che si oppongono all&#8217;imperialismo Usa.</p>
<p>Qualche anno fa, durante la campagna per la nomination che lo opponeva a Hillary Clinton, a Sanders scappò detta la verità: il sistema politico statunitense, denunciò, è &#8220;truccato&#8221;, nel senso che, pur mantenendo le <em>procedure formali </em>di<em> </em>un sistema democratico &#8211; attributo discutibile, ove si considerino fattori quali il sistema delle iscrizioni alle liste elettorali, che esclude larghi strati di lavoratori di colore (non solo immigrati), il sistema dei &#8220;grandi elettori&#8221;, che disinnesca la possibilità di una rappresentanza proporzionale, i costi proibitivi delle campagne elettorali, che garantiscono l&#8217;accesso alle istituzioni rappresentative solo a ricchi e super ricchi, ecc.), si è da tempo convertito in un regime oligarchico che esprime gli interessi esclusivi delle élite dominanti.</p>
<p>Gli è bastata l&#8217;elezione di Mamdani, per dimenticare questa verità e tornare a coltivare l&#8217;illusione che sia possibile rovesciare la dittatura dell&#8217;alta finanza e delle cosche criminali del deep state, che continuano ad assassinare impunemente neri e militanti di sinistra (Minneapolis è l&#8217;ultimo esempio), con qualche risultato elettorale a livello locale (ancorché di peso, come quello di New York).</p>
<p>Con ciò non intendo negare l&#8217;importanza politica di risultati del genere, bensì far presente che, in assenza di uno sconvolgimento radicale (a suo tempo, lo stesso Sanders ebbe il coraggio di parlare di rivoluzione), simili eventi non scalfiscono il dominio della macchina del potere a stelle e strisce che, per dirla con Gramsci, ha rimpiazzato l&#8217;egemonia con il dominio.</p>
<p>Questa sostituzione del dominio all&#8217;egemonia è ancora più evidente sul piano della politica estera del Moloch yankee. Ed è perciò che l&#8217;inciampo di Sanders nella seconda parte del suo intervento, dedicata appunto a tale tema, è ancora più imbarazzante. Anni fa (risalendo ancora più indietro delle sue sfortunate partecipazioni alle primarie democratiche) il nostro si lasciò scappare &#8211; peccato più grave della denuncia dei &#8220;trucchi&#8221; che falsificano il sistema elettorale Usa &#8211; alcune considerazioni positive sul regime socialista cubano. Apriti cielo: dovette fare fulmineamente marcia indietro ed evidentemente si ricorda molto bene della lezione. Infatti, dopo avere denunciato il disprezzo del diritto internazionale che Trump ha manifestato con la sua aggressione illegale al Venezuela, aggiunge che questa violazione non si giustifica nemmeno &#8220;contro un dittatore corrotto e brutale come Maduro&#8221; (sic). Proseguendo la requisitoria, scrive poi che &#8220;questa è l&#8217;orribile logica della forza che Putin ha usato per giustificare il suo brutale attacco all&#8217;Ucraina&#8221;.</p>
<p>A questo punto mi pare il caso di ribadire un paio cose:</p>
<p>1) Come ho scritto in un post pubblicato a botta calda dopo il blitz contro il Venezuela, Trump ha almeno un grande &#8220;merito&#8221;: ha fatto piazza pulita di tutte le ipocrisie propagandistiche che cianciano di &#8220;diritto internazionale&#8221;. Chi si professa si sinistra (anzi no, meglio antimperialista e anticapitalista, visto che essere di sinistra in Occidente non ha più alcuna relazione con questi due attributi) non ha il dovere di dire che il diritto internazionale &#8220;non esiste più&#8221;, bensì che non è mai esistito, perché l&#8217;unico diritto riconosciuto dal mondo capitalista occidentale è il diritto del più forte. Sanders &#8220;non può&#8221; dirlo nemmeno se lo pensa perché, essendosi auto recluso nella gabbia Dem, non può ammettere che i vari Kennedy, Johnson, Carter, Clinton, Obama si sono macchiati degli stessi crimini di Trump, anche se li hanno ipocritamente ammantati con la missione di difendere i valori della libertà e della democrazia.</p>
<p>2) Questa litania della brutale aggressione russa all&#8217;Ucraina non si può più sentire, a meno che la critica a Putin (che dal punto di vista delle procedure formali, sia detto per inciso, non è meno democratico dei regimi di Usa e Ue) non si accompagni all&#8217;ammissione: 1) della violazione della promessa Nato di non estendere i propri confini fino ad arrivare a ridosso di quelli russi; 2) del fatto che il golpe di estrema destra &#8211; appoggiato dai servizi occidentali &#8211; avvenuto a Kiev nel 2014 ha rovesciato un governo legittimo e instaurato un regime fascista che ha scatenato la guerra civile contro la popolazione russofona delle regioni orientali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II.</p>
<p>In un articolo del 1915, Lenin scriveva: “Dal punto di vista delle condizioni economiche dell&#8217;imperialismo, ossia della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali “progredite” e “civili”, gli Stati Uniti d’Europa <em>in regime capitalistico </em>(sottolineatura mia)<em> </em>sarebbero impossibili o reazionari”.</p>
<p>A quasi un secolo di distanza queste parole conservano tutta la loro attualità. Invece negli ultimi decenni sono state ignorate o rimosse, sia perché si pensava (vedi Negri e altri) che nel mondo unificato sotto l’impero americano non vi sarebbero più stati conflitti imperialistici (il termine stesso di imperialismo è stato progressivamente cancellato a partire dalla fine degli anni 70 del secolo scorso, allorché venne erroneamente data per conclusa l’era del dominio coloniale); sia perché fu presa sul serio – in barba a ogni evidenza contraria &#8211; la narrazione borghese sull’Unione Europea come superamento dello stato nazione e quindi dei conflitti interstatuali. Viceversa proprio la nascita della Ue ha dimostrato, sia che gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sono impossibili (la Ue è tutto meno che un super stato federale), sia la natura strutturalmente reazionaria di quell’aborto di stato europeo che è appunto la Ue, una istituzione antidemocratica votata alla difesa degli interessi delle élite politiche ed economiche del Vecchio Continente a spese degli interessi delle classi popolari.</p>
<p>Eppure a sinistra, e non solo da parte del PD e delle altre formazioni neo socialdemocratiche convertite al neoliberalismo, si continua a coltivare il mito di una possibile “democratizzazione” delle istituzioni di Bruxelles. Di più, ora che la fine della globalizzazione egemonizzata dagli Usa riapre il confitto globale, non solo fra l’Occidente collettivo e il resto del mondo (Russia, Cina, Brics e il Sud globale), ma anche all’interno dell’Occidente stesso, con un’Europa che, pur ridotta a periferia subalterna di Washington, si ritrova costretta a difendere alcune linee rosse per non venire cancellata del tutto dal novero delle potenze mondiali, alcuni baldi cavalieri della presunta democrazia europea vaneggiano di un’Europa capace di opporsi al “Patto anti-Ue fra Trump e Putin”: vedasi l’intervista rilasciata da Erri De Luca al “Fatto Quotidiano” del 12 gennaio.</p>
<p>Preso atto dello spadroneggiare indisturbato di squadracce fascistoidi come l’Ice, il nostro non ne trae l’ovvia conseguenza del decesso (oggi ufficialmente certificato ma avvenuto da tempo) della democrazia Usa. Al contrario: parla di “esame di maturità” di quest’ultima e si dice convinto che supererà la prova della sua riduzione a tirannide. E aggiunge (ahimè) che di fronte alla sfida, l’Europa sta riuscendo a serrare le fila “con una nuova unità di intento con la Gran Bretagna nel sostegno all&#8217;Ucraina” (fantastico: ci ricompattiamo contro il fascismo Usa schierandoci con il fascismo ucraino!). Come faremo a sconfiggere Trump? L’Europa si è data una costituzione (!!??) che tiene a freno i nazionalismi, e persino la destra da noi al potere è europeista (evviva!), e l’Italia della Meloni, dopo qualche sbandata filo-Trump, “resta nei ranghi della compagine europea guidata da Francia e Germania” (due noti campioni della lotta antimperialista&#8230;).</p>
<p>****</p>
<p>Naturalmente possiamo limitarci a stendere un velo pietoso sugli sbandamenti ideologici di due vecchi militanti della sinistra radicale euroatlantica (c’è di peggio: non so se vi sia capitato di leggere certe dichiarazioni di un ex eroe del 68 come Cohn Bendit), ma il fatto è che purtroppo non si tratta di singoli casi, bensì di sintomi di una degenerazione ideologica irreversibile che richiama alla memoria l&#8217;adesione dei partiti della II Internazionale alla chiamata alle armi da parte delle rispettive potenze imperiali. Certo la storia non si ripete, ma può generare qualcosa di simile a certi eventi del passato: ieri erano le potenze europee in lotta fra loro, oggi è il blocco occidentale che, pur diviso al proprio interno, è ancora abbastanza gerarchicamente strutturato (checché ne dica o auspichi De Luca) per opporsi contro tutte le “dittature” in nome della “democrazia” (e naturalmente della “libertà”). Cari amici e compagni, la lotta alla guerra è tutt’altro affare: non la si può fare senza avere come obiettivo strategico – a medio-lunga distanza se non immediato – la sua trasformazione in lotta rivoluzionaria.</p>
<p><em><strong>SOCIALISMO XXI</strong></em></p>
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		<title>Allarmi son fascisti</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2015 11:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ansa.it/webimages/img_640/2015/7/17/98710665d52852bbafe560d5eeda5521.jpg" alt="" /></p>
<h2><em><strong><a title="Post di Fabrizio Marchi" href="http://www.linterferenza.info/author/fabriziomarchi/" rel="author">Fabrizio Marchi</a> </strong></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si definiscono “antimondialisti”, anticapitalisti e antimperialisti ma sono solo fascisti, vecchi o nuovi, del secondo o del terzo millennio, in camicia nera o in camicia verde. I concetti che sostengono e i metodi che utilizzano sono più o meno sempre gli stessi.<br />
Dicono di lottare per la difesa delle identità culturali contro i processi di omologazione imposti dalla globalizzazione capitalista (lo chiamano “differenzialismo”), ma è solo un escamotage per coprire il loro razzismo ideologico e pratico (il razzismo “biologico” è ormai impresentabile e improponibile, anche per loro…). Confondono e sovrappongono, a volte per malafede (i leader e i gruppi dirigenti) e spesso per ignoranza (la base e la manovalanza) il concetto di omogeneizzazione (che è un processo effettivamente posto in essere dal sistema capitalistico assoluto che vuole ridurre il pianeta ad un gigantesco Mac Donald) con quello di eguaglianza (che nulla ha a che vedere con il primo) nei confronti del quale sono profondamente, visceralmente e violentemente ostili (altrimenti non sarebbero quello che sono, cioè fascisti…).<br />
Sostengono che il loro nemico non sarebbero gli immigrati ma il sistema (capitalista) che produce l’immigrazione, ma poi, all’atto pratico (che è quello che conta), il loro presunto anticapitalismo si traduce nell’aggressione sistematica e violenta nei confronti degli extracomunitari, come è successo ieri in quel quartiere residenziale a nord di Roma dove solo la presenza della polizia ha impedito che alcuni migranti fossero linciati, o come è successo qualche giorno fa nel Trevigiano, anche se in quel caso indossavano la casacca verde.<br />
Il loro livore e la loro rabbia si scarica sempre sugli ultimi, sulle prime vittime di quel sistema che a parole dicono di voler combattere. Ma sono solo menzogne. Avete forse mai visto dei fascisti assaltare con la stessa veemenza con cui aggrediscono un gruppo di immigrati la sede di una banca, di una multinazionale, di una base militare degli USA o della NATO oppure contestare con altrettanta virulenza questo o quel vertice dei potenti della Terra oppure ancora, che so, un ritrovo di “vip” in qualche località esclusiva per soli ultraricchi? Per quanto mi riguarda, mai. Sempre in prima fila, invece, quando si tratta di prendere a sprangate un immigrato.<br />
Non perché serva a qualcosa prendere a sassate la filiale di una banca o di una multinazionale, sia chiaro, anzi, il più delle volte si tratta di atti politicamente sciocchi e controproducenti. Però, dal momento che quegli stessi atti, per quanto infantili, hanno un valore simbolico (e per questa ragione vengono posti in essere), allora vale anche e soprattutto per le “bravate” dei “fascisti del terzo millennio”, come amano definirsi. E se tanto mi da tanto, se me lo permettete, tra assaltare la filiale di una multinazionale o contestare anche in modo violento un vertice del G8 o l’inaugurazione di una “kermesse di regime” come l’Expo da una parte, e aggredire un gruppo di immigrati dall’altra, c’è una bella differenza. E chi non riesce a vederla e mette tutto e tutti nello stesso calderone, vuol dire che è ottuso oppure in malafede.<br />
Purtroppo queste organizzazioni neofasciste (vale per la Lega Nord come per Casa Pound o simili, comunque oggi alleati) hanno buon gioco nel fare ciò che fanno. Speculano, come sempre hanno fatto, sull’insicurezza di tanta gente che vive una condizione di sofferenza e di forte disagio sociale e che, priva di una coscienza politica e di classe, individua negli immigrati, cioè in quelli che se la passano ancora peggio di loro, la causa o una delle cause principali della loro condizione. Ma anche sull’egoismo di quei settori della piccola e della media borghesia, impauriti anch’essi e in parte impoveriti dalla crisi economica, che credono di difendersi chiudendosi, non solo metaforicamente, nei loro fortilizi. Quanto accaduto in questi giorni a Roma e nel Trevigiano è emblematico in tal senso. Ciò che ha animato la “rivolta” non è stato in questi casi solo l’ostilità nei confronti degli “stranieri” ma il timore, molto più prosaico, che le loro case potessero deprezzarsi, perdere di valore a causa della presenza di questi ultimi che, in quanto tale, è considerata come fonte e causa di degrado.<br />
Questo non vuole essere un giudizio moralistico e men che meno un atteggiamento ideologico e supponente nei confronti di chi, in molti casi anche faticosamente e a prezzo di grandi sacrifici, si è messo un tetto sotto la testa e ha costruito per se e per la propria famiglia una vita decente, ma solo il tentativo di abbozzare un’analisi lucida (che non vuol dire giustificare…), sia pur estremamente sintetica, sulle cause che sono a monte dell’ ostilità nei confronti dei migranti.<br />
Il caso di Casale San Nicola è simile (nell’ostilità) ma allo stesso tempo in larga parte diverso (nella sostanza) da quello di Tor Sapienza dove, non molto tempo fa, scoppiò una rivolta contro il centro che ospitava gli immigrati. Tor Sapienza è una borgata, un quartiere periferico da sempre disagiato e degradato, che una volta avremmo definito “proletario” (oggi il termine è desueto ma la sostanza è la stessa…), dove gli autoctoni e gli stranieri si trovano a condividere lo stesso degrado sociale, la stessa assenza di servizi e di strutture, la stessa mancanza di lavoro e di prospettive e la stessa condizione di miseria esistenziale, oltre che materiale. E’ in questo contesto che cresce e si sviluppa una sorta di competizione che finisce per sfociare nell’ ostilità e nel risentimento, anche e soprattutto in questo caso, da parte dei primi nei confronti dei secondi: la famosa “guerra fra poveri” alimentata ad arte dai padroni del vapore (divide et impera) e da quelle forze neofasciste che su di essa proliferano.<br />
Casale San Nicola è invece un quartiere residenziale, abitato per lo più da una neo piccola e media borghesia di commercianti e piccolissimi imprenditori, per lo più culturalmente sprovveduti, in molti casi di origine popolare, che difendono il loro “status” di “neo borghesi” (termine anche questo improprio ma ci capiamo anche in questo caso) e il “loro” territorio che rischia di essere “invaso” dagli stranieri. I quali, è bene ricordarlo, sono poveri, anzi poverissimi, e questa è la loro “colpa”. Perché se invece di essere poveri fossero benestanti e abitassero nella villetta accanto alla loro o addirittura in una villa, qualora fossero ricchi, il problema non si porrebbe e le “rivolte” non scoppierebbero. Tutt’al più ci sarebbe una sorta di rancore, di invidia più o meno manifesta nei confronti di quello straniero “che ha fatto i soldi”.<br />
Quindi, come vediamo, il problema non è dato tanto dalla questione etnica quanto da quella sociale. E’poi ovvio che quando questi due aspetti si sovrappongono si crea una miscela esplosiva.<br />
Ed è sempre facendo leva su questi “sentimenti” che la destra neofascista e leghista riesce a costruire un blocco sociale interclassista (e ad esercitare anche egemonia politica e culturale), il cui collante è appunto l’ostilità nei confronti degli stranieri e di un non meglio identificato “sistema” (nulla a che vedere con una critica strutturale del dominio capitalistico che non ha nessuna intenzione di mettere realmente in discussione se non in determinati aspetti “culturali”) che provocherebbe questa situazione (e in effetti è così, solo che sono sia la diagnosi che la “cura” ad essere completamente sballate…). In questo blocco sociale interclassista è solo apparentemente assente la borghesia più ricca e altolocata per un motivo molto semplice: i ricchi e i potenti non vivranno mai le contraddizioni create dal loro stesso sistema per la semplicissima ragione che ne godono solo i vantaggi e i privilegi. Del resto, per fare solo un esempio, nessun centro di accoglienza per migranti verrà mai collocato in una quartiere di ricchi. Il rapporto che questi ultimi hanno con gli immigrati è solo quello che hanno con i nuovi “servi”, cioè con i camerieri e le cameriere, i badanti e la badanti, le baby sitter e i dog sitter che prestano servizio nelle loro case. Questa alta borghesia (diciamo classe sociale ultracapitalistica), data la sua condizione, può permettersi anche di assumere rispetto a questo ordine di problemi, un atteggiamento liberale e “politicamente corretto”, ed in effetti è proprio quello che il più delle volte assume, fingendo di scandalizzarsi per i comportamenti intolleranti, rancorosi e violenti di quei settori popolari e di piccola e media borghesia di cui sopra. Ma è proprio qui che continua il depistaggio ideologico da parte della destra neofascista e neoreazionaria la quale si guarda bene, ovviamente, dall’organizzare la rabbia dei ceti popolari verso i veri responsabili della loro condizione di oppressione e disagio sociale (altrimenti sarebbe un’altra cosa…), per dirottarla contro quelli che vivono una condizione ancora peggiore. Ecco che in questo modo si chiude il cerchio. Nella migliore scuola fascista, si acchiappano due, anzi, tanti piccioni con una fava: si alimenta ad arte una guerra fra poveri, si depistano ideologicamente le masse, si crea una gigantesca falsa coscienza e ultimo, ma niente affatto per ultimo, si disinnesca il conflitto di classe.<br />
Coloro che, specie negli ultimi anni (fra cui anche autorevoli pensatori), hanno sostenuto che il fascismo fosse un fenomeno ormai storicamente superato, hanno commesso un grave errore interpretativo. Certo, se per fascismo intendiamo solo ed esclusivamente quello che si è determinato nel ventennio italiano dal 1922 al 1943, allora hanno “tecnicamente” ragione, perché quello è un evento che in quelle date forme e modalità appartiene appunto alla storia e non è ripetibile. Ma noi sappiamo che tutto si trasforma, con il trasformarsi della realtà storica. Questo vale naturalmente anche per il fascismo che si manifesta in forme e modalità sia pure in parte nuove, come è normale che sia, date le differenti circostanze e contesti storici. E non c’è alcun dubbio sul fatto che gli atteggiamenti di ostilità, di razzismo, di intolleranza diffusa e di odio nei confronti degli immigrati affondino le loro radici nella cultura e nell’ideologia fascista e nelle sue propaggini.<br />
E’ doveroso sottolineare che questa sorta di fascismo diffuso (la logica degli “sparuti gruppi di provocatori e violenti “ non regge più, bisogna affrontare il toro per le corna e non raccontarsi balle…) prolifera anche e soprattutto a causa dell’assenza sempre più drammatica di una forza politica in grado di sviluppare una moderna ma forte critica di classe e anticapitalistica.</p>
<p>http://www.linterferenza.info/editoriali/allarmi-son-fascisti/</p>
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		<title>Buddhismo e Socialismo: un fondamento condiviso</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Apr 2014 14:43:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Buddhismo e Socialismo: l’insegnamento rivoluzionario del sorgere dipendente di Manuel de Palma Con il presente articolo, non voglio tanto riflettere sul rapporto storico tra buddhismo e regimi socialisti – spesse volte purtroppo conflittuale – quanto sulla possibile concordanza tra una visione del mondo buddhista e una socialista. Diverse personalità autorevoli nel mondo del buddhismo si [...]]]></description>
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<h2 class="MsoNormal" style="line-height: normal; text-align: center;"><strong><span style="font-size: 22.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-font-kerning: 18.0pt; mso-fareast-language: IT;"> </span></strong><strong><span style="font-size: 18.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Buddhismo e Socialismo: l’insegnamento rivoluzionario del sorgere dipendente</span></strong></h2>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; text-align: center; line-height: normal;" align="center"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT; mso-no-proof: yes;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/Buddhismo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4467" title="Buddhismo" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/Buddhismo-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">di</span><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> Manuel de Palma</span></strong></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Con il presente articolo, non voglio tanto riflettere sul rapporto storico tra <strong>buddhismo</strong> e regimi socialisti – spesse volte purtroppo conflittuale – quanto sulla possibile concordanza tra una visione del mondo buddhista e una socialista.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Diverse personalità autorevoli nel mondo del <strong>buddhismo</strong> si sono occupate di questo tema, tanto che è nato un fenomeno assai particolare chiamato “<em>buddhismo socialmente impegnato</em>”; se tuttavia queste persone si sono occupate del rapporto tra etica buddhista ed etica socialista, io vorrei tentare di dimostrare come la <strong>metafisica buddhista</strong> reca in se stessa i semi di <strong>una visione del mondo socialista</strong>. Sappiamo infatti che un concetto fondamentale della <strong>metafisica buddhista</strong> è quello di <strong>vacuità</strong> (<em>Śūnyatā): tutto ciò che esiste è vuoto di esistenza propria. </em>Questo concetto può suonare strano a un orecchio occidentale e ricordargli l’incubo – sempre più reale – del <strong>nichilismo</strong> che attanaglia la sua società: nessuna cosa esiste, dunque non esiste nessun valore e l’unico metro di misura consiste nella forza bruta del potere d’acquisto. Siamo tuttavia ben lontani da tutto ciò, poiché vacuità non significa non esistenza, bensì <strong>non esistenza intrinseca</strong>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Se osserviamo ogni fenomeno, compresi noi stessi, dobbiamo constatare che esso dipende necessariamente da almeno uno di questi elementi:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">-       dalle <em>sue parti</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">-       da <em>cause e condizioni</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">-       da una <em>designazione nominale</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Un oggetto che noi designiamo con il nome di “<em>tavolo</em>”, altro non è che un asse con quattro gambe, le quali a loro volta sono scomponibili in parti (atomi, molecole, ecc.). Non è dunque possibile trovare un “<em>Sé</em>” permanente e autonomo del tavolo: esso infatti dovrebbe trovarsi in una delle parti o nell’unione delle sue parti o al di fuori di esse. Le gambe non sono il tavolo, come non lo è nemmeno l’asse: di conseguenza nemmeno la loro unione può essere il tavolo – due cose che non sono il tavolo, non possono certamente formare un tavolo, esattamente come due pecore non formano una mucca – mentre se togliamo queste parti non rimane niente che possa essere definito come tavolo. A ulteriore conferma che esso non esiste intrinsecamente, dobbiamo notare che l’esistenza dell’oggetto che noi designiamo come “<em>tavolo</em>” dipende dall’albero da cui è stato tratto il legno, dal sole e dalla pioggia che hanno permesso all’albero di crescere, dalla nuvola dalla quale la pioggia è caduta, dal lavoratore che ha costruito il legno, dal cibo che lo mantiene in vita, ecc. Il tavolo non esiste in maniera autonoma, intrinseca e indipendente, dunque è <strong>vuoto di esistenza propria</strong>: non significa che il tavolo non esista in assoluto – sarebbe infatti assurdo affermare questo – ma semplicemente che esso <strong>non esiste indipendentemente dalle sue parti</strong>, da cause e condizioni e da una designazione nominale. Anche i fenomeni non-composti e non-prodotti (come lo spazio), quindi permanenti, non godono di esistenza intrinseca, poiché dipendono necessariamente da qualcosa (lo spazio, per esempio, dalla condizione in cui non c’è ostruzione al contatto).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Lo stesso discorso che riguarda la negazione del <em>Sé </em>dei<em> fenomeni esterni</em> lo si può applicare al <em>Sé della persona</em>: non è possibile infatti trovare un <em>Sé</em> di Manuel in alcuno degli atomi che lo compongono e inoltre esiste sempre <strong>in dipendenza da qualcosa</strong> (dai genitori che lo hanno generato, dal cibo che lo mantiene, dalle persone che hanno prodotto quel cibo, ecc.). Questo non significa che Manuel non esista in alcun modo – sono infatti qui a scrivere l’articolo, se non esistessi non potrei nemmeno scriverlo – ma solo che <strong>Manuel non esiste in maniera autonoma e indipendente</strong>. È bene tenere a mente questa distinzione per non cadere nell’assurda visione nichilista.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Colui che raggiunge questa <strong>saggezza</strong> (<em>prajñā) </em>sviluppa la cosiddetta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Natura_di_Buddha" target="_blank"><strong><span style="color: blue;">Natura di Buddha</span></strong></a> (<em>Tathāgatagarbha</em>). Essa altro non è che la <strong>realizzazione della nostra vera natura</strong> e lo <strong>sviluppo massimo delle virtù etiche</strong> – che da questa saggezza sorgono – di un essere risvegliato. I testi buddhisti affermano che ogni sofferenza e dolore sorge dall’ignoranza riguardo alla vacuità dei fenomeni, poiché da essa scaturisce l’attaccamento e il senso dell’ <em>Io-Mio</em>, che ci fa percepire come separati e indipendenti dagli altri.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Veniamo ora a delineare in che modo tutto ciò si possa collegare a una <strong>visione del mondo socialista</strong>. La visione <strong>capitalistica</strong> insegna <em>la realtà intrinseca del Sé</em>: l’individuo, infatti, secondo tale prospettiva, esiste in maniera intrinseca e deve porsi <strong>in competizione con gli altri individui</strong> per il proprio profitto personale. L’etica capitalistica si basa infatti sull’egoismo, sulla bramosia, sulla competizione, sullo sfruttamento dell’individuo sul prossimo – che può essere la natura, l’animale o persino l’uomo stesso – in vista di un maggiore profitto. Tutto ciò non può che sorgere dalla credenza dell’<em>esistenza intrinseca del Sé</em>: il capitalista, pensando a sé stesso come esistente indipendentemente dal resto, si pone <strong>al di sopra del prossimo</strong> e considera il proprio benessere come più importante del benessere degli altri. Egli si pone alla cima di una piramide gerarchica, nella quale gli altri esseri umani, gli animali<em> </em>e<em> </em>la natura stanno al di sotto di lui, per aumentare il proprio profitto e soddisfare il proprio desiderio di benessere, ossia un desiderio che non potrà mai essere soddisfatto, poiché richiede sempre maggiore benessere.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Il <strong>monoteismo del mercato</strong>, criticato ultimamente anche da <a href="http://cambiailmondo.org/2013/11/26/papa-francesco-appello-ai-politici-poverta-non-puo-attendere-questa-economia-uccide/" target="_blank"><strong><span style="color: blue;">Papa Francesco</span></strong></a>, è lo <em>stadio finale dell’etica e della visione del mondo capitalistica</em>: ogni rapporto comunitario deve essere annientato, poiché ciò che conta è unicamente l’individuo e la sua capacità di trarre profitto dagli altri esseri umani e dalle risorse del pianeta terra. La scia di morte e di sofferenza che il <strong>capitalismo</strong> si lascia dietro è nota a tutti, specie in questi ultimi decenni, poiché il mondo è sempre più globalizzato e gli individui e le risorse naturali poste al di sotto del capitalista sono sempre di più. L’affermazione che ogni sofferenza derivi dal credere nell’<em>esistenza intrinseca del Sé</em>, alla luce dei misfatti del <strong>capitalismo</strong>, si rivela in maniera palese. Sia ben chiaro che non si tratta di un attacco personale ai capitalisti: questi infatti, secondo un’ottica <strong>buddhista</strong>, <em>agiscono unicamente spinti dal desiderio di felicità</em> <em>– </em>che è il desiderio che accomuna tutti gli esseri senzienti <em>–</em> ma, essendo ottenebrati dall’ignoranza della credenza nell’<em>esistenza intrinseca del Sé</em>, generano unicamente <strong>sofferenza e sfruttamento</strong>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per abbattere il <strong>capitalismo</strong> è dunque necessario riconoscere la realtà del <em>sorgere dipendente</em> e della <em>vacuità</em>: essa infatti ci porta a riconoscere come noi, non essendo dotati di esistenza intrinseca e indipendente, <strong>abbiamo il dovere di agire per il beneficio di tutti gli esseri senzienti</strong>. Essi, esattamente come noi, desiderano la felicità, ed è dedicandoci al loro benessere che noi raggiungiamo anche la nostra. Non potremo mai considerarci realmente liberi finché anche un solo essere su questa terra sia soggetto allo sfruttamento e alla schiavitù: laddove la libertà del <strong>capitalista</strong> si ferma a lui stesso, poiché è accecato dall’egoismo e dall’ignoranza, la libertà del socialista <em>–</em> che ha realmente compreso l’insegnamento del sorgere dipendente <em>–</em> si estende a tutti gli esseri senzienti. Liberi dal veleno dell’egoismo, che ha prodotto così tante sofferenze, iniziamo a sviluppare l’altruismo, generando felicità in noi stessi e negli altri.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">L’essenza del <strong>socialismo</strong> altro non è che <strong>il riconoscimento dell’interdipendenza di tutti i fenomeni</strong>. L’individuo non si pone più in contrasto con l’altro individuo, perché riconosce la propria <strong>interdipendenza</strong>. Se <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ayn_Rand" target="_blank"><strong><span style="color: blue;">Ayn Rand</span></strong></a> diceva che la misura di un uomo consiste nell’indipendenza, noi possiamo dire che la misura di un uomo consiste nel <em>riconoscimento dell’interdipendenza</em>. Se qualcuno può obiettare  <em>–</em> come fanno molti capitalisti <em>–</em> che ciò provocherebbe assenza di responsabilità nelle persone, noi rispondiamo che è proprio <strong>la comprensione dell’interdipendenza che genera responsabilità</strong>: se ogni fenomeno è interdipendente e in rapporto causale con gli altri, la nostra responsabilità non può essere soltanto individuale, bensì universale. La comprensione dell’interdipendenza è la più elevata presa di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Solo attraverso la comprensione del sorgere dipendente di tutti i fenomeni l’essere umano può realmente raggiungere la sua reale natura, votata al beneficio degli altri esseri senzienti. La <strong>lotta anticapitalistica</strong> non è più dunque soltanto una mera ideologia da contrapporre a un’altra ideologia, ma si tratta del <strong>problema della sofferenza di tutti gli esseri senzienti</strong>, ormai arrivato a un punto talmente profondo da non potersi risolvere se non attraverso una battaglia – interiore ed esteriore – senza tregua.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; text-align: right; line-height: normal;" align="right"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Times New Roman','serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="mso-spacerun: yes;"> Fonte: </span>h<em>ttp://www.correttainformazione.it/cultura/buddhismo-e-socialismo/</em></p>
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		<title>Anticapitalismo, antimperialismo e questione nazionale</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Nov 2012 20:38:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[anticapitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Antimperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Balibar]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Questione nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Rodolfo Monacelli]]></category>
		<category><![CDATA[Wallenstein]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rodolfo Monacelli La genesi di quest’articolo deve molto al pensiero di Costanzo Preve che ringrazio per gli spunti, le riflessioni, i consigli e la stima. (r.m.) La crisi dell’Eurozona e dell’Euro ha fatto tornare in voga una parola, «sovranità nazionale», dimenticata, se non rifiutata in toto da parte della sinistra italiana. Una prospettiva politica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>di Rodolfo Monacelli</h1>
<p style="text-align: justify;"><em>La genesi di quest’articolo deve molto al pensiero di Costanzo Preve che ringrazio per gli spunti, le riflessioni, i consigli e la stima. (r.m.)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/11/6supr.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3379" style="margin: 5px;" title="6supr" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/11/6supr-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a>La crisi dell’Eurozona e dell’Euro ha fatto tornare in voga una parola, «<strong>sovranità nazionale</strong>», dimenticata, se non rifiutata in toto da parte della sinistra italiana. Una prospettiva politica che va ben al di là della questione dell’Euro e della UE e su cui è bene ritornare sopra. A parere di chi scrive, infatti, la «<strong>questione nazionale</strong>» sarà un concetto ineludibile per ogni coerente politica e pratica anticapitalistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo perché, in un mondo sempre più dominato dalle oligarchie finanziarie e sovranazionali, difendere le identità culturali dei popoli, le sovranità politiche e monetarie degli stati sarà l’elemento che oggettivamente si porrà in contrasto con gli interessi del capitalismo internazionale e dei suoi strumenti (FMI, Banca Mondiale, UE, ecc). Come cercheremo di spiegare in questo articolo, una questione nazionale correttamente intesa non va però confusa in nessun modo con il nazionalismo ma è, anzi, la premessa per un vero e reale <strong>Internazionalismo</strong>, l’asse portante di una corretta politica antimperialistica come punto di raccordo per una reale liberazione sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo in Italia non è stata, però, ancora compresa dalle forze antisistema l’importanza di tale questione ed è, probabilmente, una delle cause dell’immobilismo politico e delle condizioni di sudditanza imperialistica in cui si trova il nostro Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di iniziare a parlare della questione nazionale sarà utile rispondere preventivamente alle obiezioni che ci verranno poste rispetto alle tesi che verranno esposte in questo articolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi contrasta con queste tesi ritiene, infatti, che l’idea di Nazione sia un’invenzione artificiale, il risultato della modernità capitalistica e che oggi, superato quel momento storico, non abbia più nessuna validità. A tali posizioni non vogliamo opporre una discussione sull’origine “<strong>culturale e non statuale</strong>” delle nazioni (che le lotte per l’indipendenza basca, irlandese, scozzese, ecc comunque avallerebbero), ma un principio ben più importante, lasciando però la parola a <strong>Costanzo Preve</strong>:</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>La genesi è sempre ed in ogni caso <strong>particolare</strong>, la validità è <strong>universale</strong>, laddove naturalmente questa universalità sia logicamente costruita come momento di una verità reale. Gesù di Nazareth si mosse in un contesto storico ultraparticolare, oggi completamente tramontato, ma la validità del suo messaggio non è riducibile a questa genesi storica particolare, ma possiede una sua validità veritativa metastorica. Facciamo ancora l’esempio del Liberalismo, della Democrazia e del Socialismo. Storicamente, nella loro forma moderna, queste tre tradizioni hanno avuto una genesi storica particolare, rispettivamente borghese (il Liberalismo), piccolo-borghese (la Democrazia) ed operaia e proletaria (il Socialismo). Ebbene, questa genesi storica particolare in tutti e tre i casi trapassa in <strong>validità universale</strong>, non nella totalità delle loro componenti storiche, ma in quelle che la razionalità logica convalida e conferma. È esattamente questa la realtà dell’<strong>Identità Nazionale</strong>, statuale o etnica che ne sia stata la genesi particolare</em>».[1]</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra tesi (probabilmente politicamente la più seria ed importante) è quella secondo cui l’idea di nazione sarebbe stata lo strumento ideologico per la politica imperialistica degli stati colonialistici dell’800 e del ‘900. Questo è assolutamente vero, ma una lotta per la sovranità e la liberazione nazionale non ha nulla a che vedere con il Nazionalismo che, per la stragrande maggioranza dei popoli del mondo, è stato piuttosto la «<strong>negazione assoluta</strong>» della realtà nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Nazionalismo colonialistico ottocentesco e novecentesco è, infatti, il più grande nemico dell’identità nazionale che «<em>ha come sua prima caratteristica il riconoscimento dell’altro come <strong>DIFFERENTE</strong> e perciò <strong>UGUALE</strong>, che è cosa ben diversa, ed anzi opposta, dal considerarlo <strong>DIVERSO</strong> e perciò <strong>DISEGUALE</strong></em>».[2]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
Questione nazionale, questione sociale e cultura di sinistra</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La questione della sovranità nazionale, come anticipato nell’introduzione a quest’articolo, è stata posta nuovamente in rilievo a causa della crisi dell’Eurozona e dei diktat europei. Nonostante questo, però, salvo rari e sporadici casi, a sinistra la questione della sovranità e dell’indipendenza nazionale non viene ancora considerata come la battaglia fondamentale dei prossimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe sbagliato ritenere questa mancata presa di posizione come un’ingenuità politica o un abbaglio. Tutto ciò deriva, piuttosto, da una questione culturale. Ha ragione, ancora una volta, Costanzo Preve a ritenere la sinistra come «<strong><em>il luogo culturale dello sradicamento</em></strong>», e perciò «<em>il referente culturale privilegiato per l’attuale globalizzazione capitalistica</em>», per l’americanizzazione forzata del pianeta e per l’europeismo senza Europa. È dunque perfettamente normale, per chi abbia come prospettiva politica quella di rafforzare il cosmopolitismo capitalistico (magari credendo in questo modo di fare la rivoluzione!), non comprendere l’importanza della questione nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiezione più forte che viene da sinistra è quella secondo cui la nazione sarebbe una falsa unità interclassista, «<em>un’identità borghese e capitalistica, mascherata e travestita, venduta ai proletari dagli apparati ideologici di stato per trasformare i proletari stessi in carne da macello per le guerre imperialistiche</em>».[3]</p>
<p style="text-align: justify;">Tale posizione è politicamente molto debole (e che nega, del resto, la stessa storia del comunismo storico novecentesco, dall’URSS alla Cina di Mao), ma è ormai senso comune da parte del vasto popolo della sinistra italiana. È doveroso, quindi, rispondere.</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta per l’indipendenza e la sovranità nazionale, come abbiamo anticipato, non è la negazione dell’Internazionalismo, ma ne è il suo presupposto. L’Internazionalismo prevede, infatti, un rapporto «<em>fra nazioni differenti ed uguali</em>» e non certo la negazione dell’identità nazionale, contrariamente a ciò che ritiene il luogocomunismo del ceto semicolto politicamente corretto di sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Liberazione nazionale e liberazione sociale dicevamo. Due elementi non in contrapposizione, ma assolutamente complementari. Senza l’elemento sociale, che prevede il conflitto (esterno ed interno), infatti, le istanze emancipatorie di una lotta per l’indipendenza e la sovranità nazionale rischierebbero di sfociare nella xenofobia, nel razzismo e nel nazionalismo. Così, quello che potrebbe essere uno strumento di liberazione dei popoli dall’oppressione capitalistica e dal mercato mondiale si trasformerebbe in un mezzo utilizzato dai dominanti per integrare la nazione all’interno degli stessi meccanismi di oppressione e discriminazione.</p>
<p style="text-align: justify;">È necessario, quindi, integrare e far interagire tra di essi i due piani (la questione nazionale e la questione sociale). Per far questo è, però, al contempo, importante ridefinire il <strong>concetto di Classe</strong> che, proprio grazie alla questione nazionale, sappia adattarsi al mutamento delle realtà sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione nazionale, per porsi come efficace strumento di liberazione dei popoli oppressi, non può, dunque, essere distinta da quella sociale come, del resto, avevano già compreso, dagli anni ’40 in poi, tutti i movimenti anticolonialistici del Terzo Mondo, e che oggi non ha certo perso validità poiché:</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>I particolarismi di qualsiasi tipo sono considerati incompatibili con la logica del sistema capitalista, o perlomeno in ostacolo al suo funzionamento ottimale. Ne consegue che all’interno di un sistema capitalistico è un imperativo affermare e mettere in atto un’ideologia universalistica</em> [ben diversa dal concetto filosofico di “universalismo” – N.d.r.] <em>come elemento essenziale dell’incessante ricerca di accumulazione del capitale. È per questo che parliamo delle relazioni sociali capitalistiche come di un “solvente universale” che lavora per ridurre tutto ad una forma omogenea di merce la cui unica misura è il denaro</em>».[4]</p>
<p style="text-align: justify;">La tendenza al superamento delle barriere tradizionali è, infatti, alla base del capitalismo (così come, culturalmente, il superamento dei legami comunitari “borghesi”): per questo le rivendicazioni nazionali possono diventare oggi lo strumento più efficace contro le tendenze cosmopolite del capitalismo, ma solo se unite ad una prospettiva di liberazione dallo sfruttamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’alleanza naturale che sarebbe bene che la sinistra, e più in generale le forze antisistema, iniziassero a comprendere. Mentre il capitale e i capitalisti “espatriano”, si mondializzano, nella nazione restano gli sfruttati, i lavoratori, i disoccupati, gli esodati e i cassintegrati, che non hanno più nemmeno la possibilità di essere venduti sul mercato mondiale (perché l’offerta di lavoro è eccedente ovunque) e che difendono il proprio lavoro (nella propria nazione) contro gli effetti del sistema economico mondiale, contro i diktat europei, contro la dittatura del dollaro e dell’Euro.</p>
<p style="text-align: justify;">È evidente che, per tutelare i propri interessi, i lavoratori (intesi in un’accezione la più larga possibile) dovranno dare una caratterizzazione “nazionale” alle loro lotte, al conflitto esistente tra i propri interessi di classe e le tendenze globalizzatrici del capitalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ottenere una vera e sostanziale, e non soltanto formale, liberazione nazionale vuol dire, dunque, anche liberazione degli oppressi da cui quella nazione è composta. Non certamente mettersi in concorrenza con l’imperialismo, dare vita a forme di sub-imperialismo (quello, cioè, che cercano di fare i governi europei) né, tantomeno, mantenere inalterate le differenze di classe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
Quelli che… ma l’Europa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In un articolo sull’importanza della questione nazionale non possiamo esimerci dal parlare di Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente per ottenere una reale liberazione nazionale sarà necessario <em>in primis </em>liberarci dall’imperialismo economico, culturale e militare americano (di cui le basi NATO non sono altro che la loro manifestazione più evidente). Ma questo problema è ormai chiaro persino per la sinistra italiana e ci pare superfluo tornarci sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">Iniziamo col dire che qui non parleremo di immaginifiche Europe “sociali” o “dei popoli” (che ovviamente anche l’estensore di quest’articolo condivide teoricamente e che ritiene auspicabili), ma dell’Europa che oggi esiste e delle sue alternative, vere, reali, praticabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Sintetizzando possiamo dire che sono oggi in campo tre idee di Europa. Innanzitutto quella esistente, quella “<strong>euro-atlantica</strong>”, l’<em>Unione Europea</em>, concepita dagli Stati Uniti sin dalla fine della II Guerra Mondiale come area di affermazione egemonica e non soltanto di libero scambio in funzione delle proprie merci (il che non vuol dire, ovviamente, che al suo interno non si possano creare degli scontri inter-imperialistici tra gli Usa e le potenze dominanti europee, la <strong>Germania</strong> innanzitutto, e che ha come vittime sacrificali i cosiddetti <strong>PIIGS</strong>).</p>
<p style="text-align: justify;">Le altre due idee di Europa, che potremmo definire “<strong>eurocentrica</strong>” ed “<strong>euroasiatica</strong>”, avrebbero teoricamente come obiettivo quello di costruire un blocco geopolitico alternativo agli Usa. Tale progetto non è, però, a parere di chi scrive, certo più auspicabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là della reale fattibilità di tale progetto, con gli attuali rapporti di forza interni alla UE, non di antimperialismo si parla, ma semplicemente di <strong>antiamericanismo</strong> (per questo motivo è condiviso da gran parte delle forze di estrema destra). Un progetto non chiaro nei suoi confini, nella sua identità e con una debolezza storica, culturale e politica.</p>
<p style="text-align: justify;">L’unico risultato di tale progetto sarebbe, infatti, esclusivamente quello che di sostituire alla globalizzazione imperialistica americana una globalizzazione multipolare, divisa per blocchi geopolitici.</p>
<p style="text-align: justify;">Progettare un’Europa solidale e antimperialistica, lo ribadiamo, è giusto ed auspicabile, ma bisognerebbe capire, al di là delle grandi narrazioni, che per fare questo bisognerebbe, prima, pensare a come formare un popolo europeo (con una lingua ed una cultura comune, o almeno dialoganti, e non la sommatoria delle culture nazionali). Ma, soprattutto, pensare a come ottenere prima la sovranità politica dei singoli stati nazionali che ha come presupposto fondamentale l’uscita dall’Unione Europea (rimanerci vuol dire, volenti o nolenti, accettare l’Euro, l’unificazione dei mercati, il Fiscal Compact, il MES, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Il futuro, per chi voglia combattere realmente per una liberazione dalla dittatura capitalistica, sarà quello di prospettare una visione politica che riesca a unire liberazione sociale con quella nazionale. Non certo quella del ritorno della “<em>Dottrina dei grandi spazi</em>”, dei macro-aggregati territoriali che, geopoliticamente e storicamente, è bene ricordarlo, si sono sempre caratterizzati nei termini di espansione territoriale, di egemonia e di dominio aggressivo e militarista.</p>
<p style="text-align: justify;">I nemici di ogni imperialismo non saranno, dunque, certo queste visioni di Europa, ma porre in primo piano nella propria battaglia politica la <strong>questione nazionale</strong>, che presuppone sovranità, indipendenza, autodecisione politica, autogoverno economico e rapporti tra pari con le altre nazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Una battaglia per conquistare la propria sovranità nazionale, come abbiamo cercato di spiegare, non vuol dire combattere battaglie di retroguardia. Sarà, invece, l’idea del “<em>Più Europa</em>” che avrà come conseguenza la perdita degli spazi di dialettica democratica e di alternativa al capitalismo, lasciando così il campo libero, tra le altre cose, ai Professor Monti di tutto il mondo.</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<h5 style="text-align: justify;">[1] C. Preve, “La Questione Nazionale alle soglie del XXI secolo”, pag. 9, Editrice C.R.T., 1998</h5>
<h5 style="text-align: justify;">[2] C. Preve, IBIDEM, pag. 10</h5>
<h5 style="text-align: justify;">[3] C. Preve, IBIDEM, pp. 10-11</h5>
<h5 style="text-align: justify;">[4] E. Balibar, I. Wallenstein, “Le identità ambigue”, Edizioni Associate, pag. 43</h5>
</div>
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		<title>Considerazioni a freddo sulla manifestazione del 15 Ottobre e sul movimento di cui è stata espressione</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 15:47:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[15 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[anticapitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[movimento indignati]]></category>

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		<description><![CDATA[La Redazione A quasi due settimane di distanza dalla manifestazione del 15 ottobre, è giunto il momento di fare il punto della situazione a freddo. A prescindere dalle violenze, c’è un fatto evidente: la partecipazione alla manifestazione di sabato è stata vastissima; disorganizzata, disgregata e poco concorde sia sugli obiettivi che sui nemici da contrastare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/manifestazione_roma_15_ottobre.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2861" title="manifestazione_roma_15_ottobre" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/manifestazione_roma_15_ottobre.jpg" alt="" width="250" height="187" /></a></p>
<p>La Redazione</p>
<p>A quasi due settimane di distanza dalla manifestazione del 15 ottobre, è giunto il momento di fare il punto della situazione a freddo.</p>
<p>A prescindere dalle violenze, c’è un fatto evidente: la partecipazione alla manifestazione di sabato è stata vastissima; disorganizzata, disgregata e poco concorde sia sugli obiettivi che sui nemici da contrastare, ma sicuramente enorme dal punto di vista numerico e per la prima volta orientata ad obiettivi potenzialmente molto seri e liberata dal gioco degli specchi dello scontro intra-sistemico tra progressisti al servizio del peggior capitalismo e conservatori al servizio del peggior capitalismo.</p>
<p>Non è più possibile nascondere che ci sia una rabbia reale, anche se molto confusa, tra i giovani, tra i lavoratori, per una politica che non è più democratica, per decisioni che vengono prese in palazzi lontani e imperscrutabili, per un dibattito politico che è degenerato definitivamente nel gossip sulle intercettazioni e su qualche caso di corruzione giudiziaria, e soprattutto per provvedimenti, di cui le ultime manovre non sono altro che la classica goccia che fa traboccare il vaso, che da più di vent’anni minano alla base dei diritti che hanno contribuito al benessere delle generazioni precedenti (welfare, scuola e sanità, diritti sul lavoro, pensioni). Il problema serio è che in assenza di un organo politico che riesca a indirizzare nello stesso senso tutte le “indignazioni”, la rabbia rimane senza sbocchi.</p>
<p><strong>Violenza-non violenza, tratti di superficie e tratti di fondo del corteo.</strong></p>
<p>La conseguenza principale della mancanza di chiarezza, definizione e coordinamento del movimento sceso in piazza è che ogni gruppo ha finito per esprimere la propria frustrazione nel modo che ha ritenuto più adeguato: in queste condizioni era più che prevedibile che alcuni decidessero di sfogarsi con una violenza gratuita e totalmente inutile, mentre con un’organizzazione unitaria e una modalità concordata da tutti su come concludere la manifestazione (e magari un servizio d’ordine organico) sarebbe stato almeno più difficile agire di testa propria. Sia chiaro, se un gruppo è intenzionato a seminare disordine e scompiglio, ci riuscirà comunque, ma un conto è contrastare un corteo ben ordinato e con delle chiare finalità, un altro è inserirsi in un calderone di spezzoni disomogenei e impreparati ad affrontare situazioni di questo tipo.</p>
<p>Per evitare di giudicare in modo semplicistico gli scontri avvenuti durante la manifestazione, è indispensabile, in primo luogo, uscire preventivamente dalla dicotomia violenza/non violenza, che altro non è che un ricatto per stabilire chi può rimanere nel circolo del politicamente corretto, da una parte, e chi nel giro dei gruppetti estremisti, dall’altra.</p>
<p>Quando è proprio l’establishment politico, lo stesso che storce il naso per qualche atto vandalico, ad appoggiare o promuovere sistematicamente la violenza (basta che sia mascherata ideologicamente, vedi guerre “umanitarie”), è quantomeno ingenuo adottare la non-violenza come principio assoluto di azione politica. Per fare un esempio, non vediamo come potremmo valutare positivamente Mazzini, Lenin o Che Guevara se fossimo contro la violenza sempre e comunque<a name="sdfootnote1anc"></a>.</p>
<p>Per cui, lasciamo perdere i giudizi moralistici, che quando non dettati da inesperienza e scarsa adesione alla realtà, palesano una vergognosa ipocrisia (è più criminale chi lancia qualche sampietrino contro una camionetta della polizia o chi bombarda notte e giorno intere città?), e cerchiamo di valutare ciò che è successo sabato scorso esclusivamente in base al suo significato politico e (perché no) etico-politico (ovvero l&#8217;esatto opposto di “moralistico”). Non-violenza e violenza, infatti, si giudicano non come valori-disvalori assoluti, ma sulla base del contesto oggettivo e del rapporto proporzionale, sensato e razionale tra fini e mezzi. Ovvero l&#8217;esatto opposto sia dell&#8217;approccio moralistico assoluto (slegato cioé dalla contestualizzazione), sia del giustificazionismo estremistico (per cui ogni atto si giustifica purché persegua oggettivamente, ma persino soggettivamente un fine nobile) (1).</p>
<p>Ma torniamo ora al 15 Ottobre. Non possiamo evitare di riscontrare che, aldilà di chi decide premeditatamente di usare la violenza, in molti gruppi c’è la sensazione che non bastino più le manifestazioni in cui si sfila e alla fine si ascoltano compiaciuti i comizi in piazza, e il giorno dopo torna tutto come prima. Si sente il bisogno di prolungare la mobilitazione e di differenziarne le modalità al fine di renderle più incisive e impattanti. Il problema è come. E&#8217; abbastanza evidente che la maggioranza, pur non mostrandosi disgustata di fronte a certi fatti, si rende senz&#8217;altro conto sensatamente che la violenza nichilistica che ha caratterizzato gli atti premeditati e organizzati di via Cavour e via Labicana è non solo perfettamente inutile, ma persino controproducente, oltre che priva di qualsiasi fondamento razionale nel rapporto mezzi usati- fini perseguiti.</p>
<p>Non è fondamentale conoscere la provenienza sociale o le motivazioni degli “incappucciati”; e nemmeno è così rilevante, né interessante sapere se c’è qualche mandante che li infiltra o che semplicemente li lascia lavorare (e in generale anche chi agisce oggettivamente o passivamente per conto terzi non è detto che non sia convinto di perseguire il proprio fine). Interrogarsi su tali questioni può essere utile, ma il punto che ci preme è un altro ed è che politicamente le azioni di questi gruppi di avventuristi non hanno alcun senso, e anzi assolvono una funzione oggettiva puramente reazionaria, visto che non hanno che un obiettivo simbolico-estetico, non perseguono nessun fine a lungo termine, e soprattutto non mirano al coinvolgimento di sempre maggiori fette della società, come qualunque movimento politico serio dovrebbe fare, tanto più oggi in un periodo in cui è massima la sproporzione tra la grandezza delle ingiustizie sociali subite e la esiguità della capacità reattiva da parte di larghe fette della popolazione da tali misure gravemente colpite.</p>
<p>Per quanto riguarda la guerriglia caotica che si è sviluppata in piazza San Giovanni vanno fatte le dovute distinzioni, poiché questa è seguita all’intervento delle forze dell’ordine anche nei confronti di manifestanti del tutto estranei agli episodi precedenti e comunque con modalità folli ed estremamente rischiose, con poliziotti mandati allo sbaraglio e blindati intenti ad ardite e pericolosissime (per i manifestanti) manovre; molti dei presenti, in questo caso, hanno semplicemente reagito a quella che con ogni probabilità è stata una vera e propria provocazione (ordinata dall&#8217;alto?), messa in atto una volta che il corteo era già stato ampiamente neutralizzato (sul piano anche dell&#8217;immagine che se ne tentava di dare mediaticamente) dalle azioni ridicole e distruttive in via Cavour e via Labicana.  A tale reazione iniziale in Piazza San Giovanni si è poi sommata la volontà di guerriglia prolungata di alcuni gruppi di manifestanti, ma anche di diversi singoli (basti vedere l&#8217;identikit politico, o meglio a-politico, di alcuni degli arrestati), mentre nel contempo alcuni gruppuscoli (quasi sicuramente gli stessi delle distruzioni di via Cavour e via Labicana) approfittavano per  dare seguito al delirio nichilistico sfasciando ancora negozi, infuocando cassonetti e impalcature di palazzi. Per quanto ci sembri giusto sapere operare i dovuti distinguo su quanto accaduto a Piazza San Giovanni, denunciando anche le pericolose azioni e provocazioni della polizia, allo stesso tempo non ci sembra affatto appropriato, come è stato fatto in alcuni ambienti, esaltare una sassaiola contro le camionette come un gesto rivoluzionario o semplicemente antisistemico, e nemmeno ci sembra appropriato parlare di difesa prolungata della piazza come atto di resistenza. Anche qui, non certo per un pregiudizio assoluto non violento, ma per l&#8217;analisi cruda dei fatti. Se avessimo avuto di fronte, per esempio, un movimento di massa esteso e grosso modo unitario, che avesse concluso la manifestazione assediando vigorosamente e “ordinatamente” qualche obiettivo strategico, anche solo simbolicamente, allora sì che potremmo parlare di sollevazione popolare ed eventualmente, come atto collaterale, di resistenza ad eventuali cariche poliziesche. Ma in questo caso di fatto abbiamo assistito a un tafferuglio prolungato e politicamente autoreferenziale. A San Giovanni, probabilmente non sarebbe accaduto alcun incidente (sottolineiamo: politicamente insignificante) se il corteo non avesse subito la propria degenerazione dall&#8217;interno di sé stesso a via Cavour e a via Labicana. Le forze dell&#8217;ordine hanno approfittato (vergognosamente) del caos per produrre altro caos, creando così ulteriori divisioni e spaccature all&#8217;interno del composito movimento di protesta.</p>
<p>Detto questo, ci teniamo però a sottolineare che è assolutamente riduttivo addossare la colpa dell’esito negativo della manifestazione agli scontri: come abbiamo sostenuto all’inizio, gli episodi violenti sono stati solo la logica conseguenza dell’eterogeneità dei partecipanti e dello scarso coordinamento esistente alla base della manifestazione, circa i suoi obiettivi e le sue modalità, debolezze venute a galla già nelle fasi preparative dell&#8217;evento; queste carenze probabilmente sarebbero emerse comunque in un secondo momento (in modo anche più esplosivo o semplicemente con il disfacimento graduale del movimento), anche se la giornata di sabato si fosse conclusa con feste a San Giovanni e campeggi ai Fori Imperiali. Di certo possiamo dire che il caos prodottosi ha avuto la conseguenza (non indifferente) di monopolizzare il dibattito pubblico sui media rendendo assai facile la vita della stampa di regime orientata ad intorbidire le ragioni politiche  (composite, vaghe, ma pur sempre forti) della manifestazione del 15.</p>
<p>Insomma, così come è evidente e innegabile  il risultato straordinario di centinaia di migliaia di persone in piazza mobilitate su parole d&#8217;ordine che per la prima volta non ricalcano il copione di scontro mediatico governativi-antigovernativi, ma colgono seppur in maniera generica, alcuni obiettivi fondamentali; allo stesso modo è innegabile l&#8217;esito negativo dello svolgimento pratico della manifestazione. Tuttavia non sentiamo l&#8217;esigenza di enfatizzare ulteriormente i fatti in sé. Lasciamo questa operazione alle televisioni e ai giornali integrati. Vogliamo, invece trarre dai fatti qualche conclusione utile e produttiva finalizzata ad una comprensione seria della realtà (senza interpretazione, d&#8217;altro canto non può esistere alcuna trasformazione, e questo vale per tutto, anche per le dinamiche interne ad un movimento di protesta).  Ebbene, sia i fatti stessi sia la successiva incapacità di darne un giudizio univoco e libero sia dalla retorica estremistica da una parte che dal perbenismo ipocrita dall’altra, sono una spia lampante della mancanza di unitarietà sugli obiettivi ultimi e intermedi e sulle modalità  di azione da parte del movimento neonato di opposizione alle politiche liberiste di gestione della crisi capitalistica. Si assuma questo fatto evidente con onestà. D&#8217;altro canto, in Italia, dopo vent&#8217;anni di fuoriuscita quasi totale dalla politica di qualsivoglia pensiero critico trasformativo, già rappresenta un visibile progresso l&#8217;esistenza di una prima mobilitazione dai contenuti parzialmente antisistemici (e non solo appunto antigovernativi).</p>
<p><strong>I risultati oggettivi della manifestazione</strong></p>
<p>Il nostro giudizio sulla manifestazione è quindi assai simile a ciò che prevedevamo già prima di prendervi parte. Tanta gente, tanta rabbia, tanta voglia di cambiare, ma con la coscienza ancora vaga dell’entità del nemico da combattere, e con un&#8217;idea approssimativa della direzione da intraprendere: appelli contro le banche, contro la finanza e contro una crisi le cui dinamiche e cause tuttavia in parte sfuggono, in parte conoscono molteplici e divergenti interpretazioni. Non vogliamo incolpare nessuno di questo, non ci sarebbe da aspettarsi di più nelle condizioni attuali. L&#8217;obiettivo, tuttavia, dovrebbe essere quello di isolare le divergenze politicamente incompatibili dalle divergenze interne ad una  possibile dialettica (per quanto complesso essa sia). Le prime separano da una parte chi ha compreso e chi invece non ha compreso con chiarezza due cose fondamentali: 1-che non è possibile in alcun modo pensare di risolvere il degrado socio-economico e morale cui ci stanno condannando vincolandosi preventivamente al terreno di scontro centro-destra / centro-sinistra; 2- che, senza comprenderne la contestuale derivazione sovranazionale e senza denunciare le sovrastanti dinamiche imperialistiche nella loro strutturazione gerarchica, non è possibile pensare di contrastare politicamente gli agenti nazionali dell&#8217;attacco capitalistico ai cardini residuali della stessa civiltà sociale italiana ed europea per come l&#8217;abbiamo conosciuta negli ultimi 50 anni (compromesso capitale-lavoro, diritti sociali, limitazione relativa dei grandi poteri economici tramite l&#8217;azione politica sovrana correttiva, limitazione dell&#8217;azione nichilista del mercato e della concorrenza).</p>
<p>Il secondo ordine di divergenze si pone invece su un piano successivo (non meno importante, ma logicamente successivo) e concerne le diverse sfumature di una posizione anticapitalistica sia in termini di interpretazione che in termini di trasformazione della realtà sociale: l&#8217;analisi della crisi in atto (nelle sue sfumature secondarie); l&#8217;analisi della composizione di classe; la proposta politica, culturale e morale di alternativa al sistema capitalistico: si tratta di campi di confronto importantissimi, su cui il confronto tra le numerose realtà politiche oggi disgregate deve farsi serrato e continuo, ma che non devono rappresentare per il momento in alcun modo campi di divisione pregiudiziale e preventiva.</p>
<p>L&#8217;appuntamento del 15 Ottobre, ha rivelato che le divergenze primarie, quelle difficilmente compatibili (pur essendo per certi versi molto meno marcate di quanto alcune analisi, a nostro avviso errate, hanno voluto sottolineare) hanno ancora un certo peso . La facilità con cui anche chi non ne condivide le motivazioni, ivi compresi banchieri e uomini politici al servizio delle politiche neo-liberali, si appropria o tenta di appropriarsi dello spirito della massa scesa in piazza (ovviamente prendendo le dovute perbeniste distanze dai “violenti”)  la dice lunga sulla difficoltà del movimento di stabilire con nettezza il dovuto distacco da possibili tentativi di assorbimento entro logiche perverse di compatibilità. Allo stesso tempo ci pare assolutamente sconsiderato e  cattedratico invocare (in modo spesso ultra-complottistico) l’eterodirezione di questo tipo di  manifestazioni da parte dei “potenti”. Altro discorso è capirne le interconnessioni e i tentativi di manipolazione ex-post.</p>
<p>Da una parte c’è una base di malcontento, in parte ormai svincolata e stanca dei partiti politici e delle politiche liberiste e antipopolari; poi ci sono i partiti stessi che cercano di mettere il cappello a qualsiasi movimento per fini elettorali o di integrazione sistemica, oltre a chi cerca di tenersi buoni giovani e centri sociali strizzando al contempo l’occhiolino ai politici (Casarini, Raparelli), e infine addirittura personaggi della grande finanza come Soros e Draghi che si pongono dalla parte degli “indignati” dichiarando di capirli (ovviamente per svilirne la potenziale portata antisistemica). Ma a nostro parere non è così importante capire chi ha organizzato, chi ha spinto, e chi invece ha solo cavalcato l’onda già creatasi; il punto è che allo stato di cose presenti, prima e dopo il 15 Ottobre, all&#8217;interno di chi sta cercando con fatica di costruire un movimento anticapitalista (noi compresi) gli obiettivi sono ancora poco delineati e la disgregazione impera; chi invece disgregato non è affatto e trae vantaggio dalla disgregazione delle forze, sono sempre i partiti politici sistemici e i poteri forti  sovrastanti (con la stampa che può divertirsi con i servizi sui black bloc, ma è tutto contorno), ai quali così è permesso di glissare agevolmente sui contenuti della protesta.</p>
<p>I gestori capitalistici “di destra” (Pdl e Casini) possono prendersela con i soliti fannulloni violenti figli di papà di sinistra, i  gestori capitalistici “di sinistra” (Pd, Idv e Sel) possono condannare con i consueti giudizi moralisti e ipocriti i  “soliti violenti” (per poi magari inneggiare alle rivolte arabe) e richiedere a gran voce nuove leggi speciali (!!), ripetendo in sottofondo il peana “Berlusconi deve dimettersi” e celando il fatto di essere anche loro stessi al centro del dissenso dei manifestanti (chi non ha visto l&#8217;importanza di questo dissenso esteso a tutto l&#8217;arco politico parlamentare attuale, ha ridotto il proprio sguardo agli elementi marginali del corteo: pur essendo presenti, non erano certo Sel e l&#8217;Idv o la cultura di Repubblica ad egemonizzare la piazza, tutt&#8217;altro!).</p>
<p>Particolare è la posizione di Vendola: giocando sul fatto che è l’unico esponente politico in grado, grazie alle sue parole “poetiche”, di mantenere un contatto con il movimento, il leader di SEL sta cercando più degli altri di cavalcare il malumore generale in vista delle future elezioni, per cui da una parte si affianca al resto della sinistra parlamentare nella condanna dei “barbari”, dall’altra cerca di non inimicarsi troppo le frange movimentiste, invitando i politici a prendersi carico di questo “disagio generazionale” da cui (secondo lui) scaturiscono le violenze.</p>
<p>Che gli scontri abbiano giocato a suo favore o meno, lo dirà il tempo, ma non pare un’ipotesi assurda che i fatti del 15 ottobre rafforzino, nella maggior parte degli “indignati”, l’idea delle elezioni (intese come elezioni all&#8217;interno dell&#8217;attuale blocco di forze estese da Sel alla Lega Nord) come uno strumento di cambiamento, piuttosto che confidare nella crescita di un movimento così incerto.</p>
<p><strong>I motivi fondamentali della debolezza del movimento</strong></p>
<p>Per capire meglio qual è la vera ragione alla base della frammentarietà e della genericità degli “indignati” (li chiamiamo così perché non sapremmo come altro riferirci alla massa informe dei manifestanti di sabato, ma ci auguriamo che questo termine sparisca presto), è necessario chiedersi perché ha deciso di manifestare la maggior parte delle persone, contro cosa o contro chi. Quello che ci sorprende infatti è il contrasto tra i numeri di questa manifestazione e il fatto che fino a qualche mese fa le iniziative contro la guerra in Libia (che pure è stato e continua ad essere un crimine scandaloso) erano completamente deserte (al massimo poche centinaia di persone). Il giorno prima della manifestazione si leggeva sul Corriere, in un articolo di Cremonesi, la descrizione di una Sirte completamente distrutta, in preda alle ruberie dei “ribelli”, e di imminenti e definitivi bombardamenti a tappeto (2). Quasi nessuno degli “indignados” parla della terribile distruzione della Libia. Eppure non si può certo dire che la crisi economica non sia collegata a stretto filo alle guerre. Un legame ovviamente non immediato, ma che non si può tralasciare, pena l&#8217;isolamento in posizioni distaccate dalla realtà dei rapporti di forza nella loro stratificazione.  Nessuna critica cattedratica su questo punto (di tutto si ha bisogno in questo momento tranne che di posizioni sprezzanti e puriste): soltanto l&#8217;esigenza di aprire il confronto a 360° sulla coerenza dell&#8217;interpretazione della realtà politica nella sua interezza (e non per compartimenti chiusi e non comunicanti).</p>
<p>Insomma, il punto cruciale è prendere atto che la situazione socio-economica e politica interna dipende criticamente dalle interconnessioni con i livelli sovranazionali (e questo per la prima volta, forse, è emerso dalla piattaforma della manifestazione). Non si tratta di spostare gli obiettivi sempre più in alto rendendoli difficilmente visibili. Si tratta però di sottolineare l&#8217;importanza della conseguenzialità delle linee di protesta (pena il loro inevitabile depotenziamento o riassorbimento). Non basta urlare che il capitalismo è disumano, se non ci si pone concretamente il problema dei canali oggettivi attraverso cui il sistema trae alimentazione e forza istituzionale, politica e culturale individuando per questa obiettivi di breve, medio e lungo periodo.</p>
<p>Non si può pensare neanche di risolvere la crisi proponendo semplicemente di non pagare il debito<em> tout court</em> (anche perché tra i creditori una larga fetta è costituita da risparmiatori italiani, lasciando perdere le enormi conseguenze politiche che andrebbero prese in considerazione), né basta l’uscita dall’Euro, ma c’è bisogno prima di un’analisi in grado di comprendere la complessità dei rapporti politici ed economici mondiali e della composizione di classe delle società contemporanee. Devono essere identificati con precisione gli ostacoli istituzionali, valutati i rapporti di forza. Di certo “Noi il debito non lo paghiamo”, “fuori dall’Euro”, etc. sono slogan forti, e come punto di contatto iniziale vanno più che bene, ma senza essere collocati al più presto in un quadro più delineato e una prospettiva più ampia non solo perdono vigore, ma finiscono per essere facilmente dirottati su schemi più “parlamentari” (SEL), verso slogan molto più innocui come “per una nuova Italia, per una nuova Europa” (che potrebbe significare tutto e niente, e non è altro che un paravento per porsi al fianco della gente senza la volontà di cambiare nulla).</p>
<p><strong>Prospettive future</strong></p>
<p>C’è bisogno di ricostruire una struttura politica (e non un semplice gruppo di avanguardia autoreferenziale, né basta un semplice movimento) che abbia gli strumenti (persone e competenze) per analizzare le politiche dei governi e le scelte degli organismi internazionali, le risposte sociali, i sommovimenti internazionali, i rapporti di forza tra classi e tra stati. Solo così sarà possibile saper formulare proposte credibili. Un semplice gruppo di avanguardia finirebbe per parlarsi addosso, e negli ultimi anni abbiamo avuto modo di sperimentarlo (basta guardare il proliferare di siti internet con la loro particolare “linea”). Un movimento “dal basso”, come piace a molti, non avrebbe la capacità di portare avanti un progetto articolato e non sarebbe in grado di comprendere la difficoltà  e rischierebbe di degenerare nel qualunquismo e nell’apoliticità priva di strategia (e anche questo abbiamo avuto modo di provarlo, con il movimento no global a livello internazionale, e ad esempio il popolo viola o i grillini qui in Italia), o ancor peggio nello spontaneismo velleitario.</p>
<p>Il comitato del 1° ottobre (3) (quello che si è formato all’Assemblea dell’Ambra Jovinelli), potrebbe essere un buon punto di partenza, nonostante gli inevitabili contrasti interni. Ovviamente è anche facile che si rimanga fermi sui punti sui quali ci si è radunati, ma è l’unico riferimento esistente attualmente in grado di conglomerare diverse realtà. È stata interessante nello stesso senso anche l’assemblea del 22 ottobre a Chianciano, soprattutto per il comun denominatore su cui sono riusciti a convergere nella sostanza interventi tra loro anche piuttosto diversi (4).</p>
<p>È da tener presente che è naturale che ci siano grosse difficoltà nel superare le divergenze teoriche, dopo decenni in cui si è potuto ragionare solo in termini di gruppetti, lungi dal poter immaginare di incidere sulla realtà. Ognuno poteva dare il proprio parere, la propria interpretazione, senza essere sconfessato da un’applicazione alla realtà. Adesso, abbiamo visto con chiarezza che ci sono comparti sociali che sono stanchi, ai quali non basta più inveire contro Berlusconi. E’ tempo di unirsi per politicizzare queste forze, anche se non si è d’accordo su tutte le virgole e senza avere la presunzione di possedere la lettura finale della realtà, bastando un accordo di massima sugli obiettivi intermedi e finali.</p>
<p>A questo riguardo, l’uscita dall’euro (e il non pagamento del debito) è una proposta politica che prima di venir propagandata dovrebbe essere discussa in tutte le sue conseguenze da un partito serio, non è sufficiente l’opinione (per quanto ragionata) di un singolo. Ma nonostante ciò delle linee fondamentali possono essere tracciate; una prospettiva anticapitalistica (di fatto l’unica che impedisca che la crisi venga risolta con un macello sociale di macelleria) oggi non può prescindere da questi punti fondamentali: la presa di coscienza che l’Unione Europea ha fallito (non c’è un’altra Europa verso cui progredire, l’Europa è Maastricht e Lisbona, è la Bce: si può anche pensare ad una nuova Europa dei popoli, ma prima bisogna stracciare tutto e ricominciare da capo); la totale opposizione alle guerre di aggressione agli altri popoli e Stati; e infine la consapevolezza che sarà necessario contrastare con fermezza qualsiasi prossimo governo, che sia di centro-sinistra, di centro-destra, o esplicitamente tecnico (quando gli altri lo sarebbero in modo implicito), insomma qualsiasi governo che, aldilà delle parole, continui ad applicare alla lettera le direttive europee, firmando manovre su manovre, privatizzazioni, svendite del patrimonio pubblico, attacchi ai diritti sociali, e perpetuando la catena di guerre distruttive per conto dell&#8217;alleanza atlantica e dell&#8217;imperialismo USA (e dei suoi vassalli e sotto vassalli, Italia compresa). Sulla base di queste linee, si crei la massima disponibilità ad un dibattito politica serrato che non rimandi alle calende greche il problema concretissimo della formazione di un blocco politico in grado di affrontare con i giusti numeri la situazione drammatica che stiamo vivendo.</p>
<div id="sdfootnote1">
<p><a name="sdfootnote1sym"></a> 1. Per chi è interessato ad approfondire la questione violenza/non violenza, consigliamo un 	articolo scritto da Romano Calvo in seguito al 14 dicembre 2010, e 	soprattutto il relativo dibattito sviluppatosi nei commenti: 	<a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=2024">http://www.comunismoecomunita.org/?p=2024</a>.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><a name="sdfootnote2sym"></a> 2. <a href="http://www.corriere.it/esteri/11_ottobre_14/cremonesi-sirte-%20_06536f5a-f62c-11e0-abf0-c6818ffd4921.shtml">http://www.corriere.it/esteri/11_ottobre_14/cremonesi-sirte-%20_06536f5a-f62c-11e0-abf0-c6818ffd4921.shtml</a></p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p><a name="sdfootnote3sym"></a> 3. <a href="https://sites.google.com/site/appellodobbiamofermarli/dispositivo-finale-1-ottobre">https://sites.google.com/site/appellodobbiamofermarli/dispositivo-finale-1-ottobre</a></p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p><a name="sdfootnote4sym"></a> 4. <a href="http://www.appelloalpopolo.it/?p=4727">http://www.appelloalpopolo.it/?p=4727</a></p>
</div>
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		<title>Gli anticapitalisti, le nazioni e l’internazionalismo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 13:07:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano DAndrea</dc:creator>
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		<category><![CDATA[anticapitalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Stefano D’Andrea E’ stimolante rileggere il Manifesto del Partito Comunista a piccole dosi. Brani isolati. Pochi pensieri. Per lo più stringati ragionamenti su innumerevoli concetti importanti della vita, della politica, della società. Alcuni brani appaiono totalmente condivisibili. Il giudizio di valore o il giudizio storico è rimasto id entico. Altri brani necessitano di un semplice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano D’Andrea</strong></p>
<p>E’ stimolante rileggere il Manifesto del Partito Comunista a piccole dosi. Brani isolati. Pochi pensieri. Per lo più stringati ragionamenti su innumerevoli concetti importanti della vita, della politica, della società.</p>
<p>Alcuni brani appaiono totalmente condivisibili. Il giudizio di valore o il giudizio storico è rimasto id</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-2773" style="border-style: initial; border-color: initial;" title="terra bandiere" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/terra-bandiere.jpg" alt="" width="225" height="225" />entico. Altri brani necessitano di un semplice adeguamento linguistico. In particolare i termini “borghese” e “borghesia” non sono adatti a descrivere alcun fenomeno del mondo moderno, perché, per molti versi, la borghesia alla quale Marx ed Engels alludevano non esiste più. Anche il termine proletariato, con riguardo alle realtà politiche dell’occidente sviluppato, è poco calzante. Non perché non esistano realtà fenomeniche definibili mediante tale termine. Bensì perché esso designa una parte del tutto, che è costituito dai lavoratori – anche autonomi, oltre che subordinati- anzi, più precisamente, dagli spiriti anticapitalistici. Molti lavoratori, infatti, non sono minimamente contrari alla suprema regola della valorizzazione del capitale. Basta però sostituire il termine che appare indebolito con un termine di uso più comune (per esempio, secondo il mio avviso,“proletariato” con “partito anticapitalista”) ed ecco che la frase ha un significato chiaro e sovente pienamente condivisibile. Altri brani non ci trovano d’accordo e spesso non ci hanno mai persuaso. Con riguardo a questi brani è piacevole fissare il nostro pensiero prendendo le distanze da due giganti. Lo</p>
<p>stile del Manifesto è limpido: obbliga a chiarire il dissenso e impegna ad adottare uno stile altrettanto cristallino.</p>
<p>C’è un brano del Manifesto del Partito Comunista appositamente dedicato al concetto di<em> nazione</em>:</p>
<p>“<em>Si è inoltre rimproverato ai comunisti di voler liquidare la patria, la nazionalità. </em><em>I lavoratori non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno. Dovendo anzitutto conquistare il potere politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione, il proletariato resta ancora nazionale, ma per nulla affatto nel senso in cui lo è la borghesia. </em><em>Le divisioni e gli antagonismi nazionali fra i popoli tendono sempre più a scomparire già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà del commercio, con il mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e delle condizioni di vita che ne derivano. </em><em>Il potere proletario li farà scomparire ancora di più. L’azione comune almeno dei paesi più civilizzati è una delle prime condizioni della sua liberazione. </em><em>In tanto in quanto viene eliminato lo sfruttamento del singolo individuo da parte di un altro, svanisce a</em><em>nche lo sfruttamento di una nazione da parte di un’altra. </em><em>Con l’antagonismo delle classi all’interno delle nazioni cade la reciproca ostilità fra le nazioni</em>”.</p>
<div>
<p>Il brano stupisce e spinge a chiedere: quanti comunisti lo hanno letto con attenzione? Esso contiene affermazioni sistematicamente negate da moltissimi comunisti delle ultime due generazioni.</p>
<p>Intanto Marx ed Engels stanno difendendo i comunisti dall’accusa “<em>di voler liquidare la patria, la nazionalità</em>”. Essi non scrivono “è vero”, precisando poi in che senso l’accusa è fondata, come invece fanno con riguardo ad altre accuse rivolte ai comunisti.  Al contrario, replicano: <em>non è vero che i comunisti vogliono liquidare la patria, la </em><em>nazionalità</em>.</p>
<p>Paradossalmente, nella forma dello slogan (“il proletariato non ha nazione”), ha avuto successo l’affermazione secondo la quale “<em>I lavoratori non hanno patria</em>”. Ma essa o è smentita dal contesto linguistico – direi da tutte le altre proposizioni – ; oppure, più esattamente, va intesa in senso molto lato; è un’iperbole che vuole contestare l’idea di nazione delle classi dominanti, non l’idea di nazione in sé. Infatti, quando gli autori iniziano l’analisi, assegnano al concetto di nazione un ruolo imprescindibile e fondativo: “<em>Dovendo anzitutto conquistare il potere politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione, il proletariato resta ancora nazionale, ma per nulla affatto nel senso in cui lo è la borghesia</em>”.</p>
<p>I comunisti, dunque, sono comunisti di una nazione: vogliono che la nazione sia comunista. Le nazioni sono perenni e ci saranno anche quando i comunisti avranno preso il potere. Sono<em> “Le divisioni e gli antagonismi nazionali fra i popoli” </em>che, secondo Marx ed Engels, tendono a scomparire; non le nazioni. Già lo sviluppo del mercato mondiale tenderebbe a questo risultato – e qui non direi che il carattere futurologico del pensiero Marxiano abbia colto nel segno -; “<em>Il potere proletario li farà scomparire ancora di più”</em>. Sarebbero scomparsi gli antagonismi nazionali. Non le nazioni: “<em>svanisce anche lo sfruttamento di una nazione da parte di un’altra</em>”. Svanisce lo sfruttamento di una nazione sull’altra. Non le nazioni, che anzi, nell’ottica del Manifesto, permangono.</p>
<p>Dunque i comunisti (oggi direi più semplicemente i membri del partito anticapitalista) sono e non possono che essere nazionali, perché aspirano a conquistare il potere politico e ad elevarsi a classe nazionale – altrimenti il tentativo fallirebbe ben presto. L’organizzazione politica dei comunisti, secondo Marx ed Engels, non sarebbe stata aggressiva nei confronti delle altre nazioni. Perciò, il mondo ideale, immaginando che i comunisti avessero preso il potere in ogni nazione – si fossero elevati ovunque a classe nazionale –, sarebbe stato <em><span style="text-decoration: underline;">un mondo di nazioni</span></em> pacifiche.</p>
<p>E l’internazionalismo che cos’è? E’ “<em>l’azione comune</em>” dei proletari delle varie nazioni, la quale “<em>è una delle prime condizioni”</em><em> </em>della liberazione del proletariato (oggi degli anticapitalisti). Nel Manifesto del Partito Comunista non vi è un progetto paragonabile alla Ummah che gli islamisti internazionalisti vorrebbero ricostruire. Questi ultimi sono talvolta contrari agli stati nazionali, perché quegli stati – quei confini, quei regnanti e quelle nazioni – sono stati imposti dalle nazioni imperialistiche e colonialistiche straniere. Dunque gli islamisti internazionalisti, oltre a voler ricostituire il califfato (l’unità politica superiore) che copra tutti i terreni dell’islam (in senso stretto), vorrebbero o sarebbero disposti anche a modificare i confini delle unità politiche derivate o secondarie. Niente di tutto ciò emerge dal brano del Manifesto del Partito Comunista appositamente dedicato alle nazioni. Marx ed Engels  non pensano ad un super stato (uno stato mondiale o universale) comunista; e non contestano le ragioni e le lotte in forza delle quali erano sorti gli stati nazionali europei – d’altra parte, Engels aveva combattuto sulle barricate per la creazione della Germania. “<em>L’azione comune</em>” è la solidarietà internazionale; solidarietà di pensiero e di azione. Allora perché i proletari di ogni nazione conquistassero il potere nella loro nazione; e oggi perché il partiti anticapitalisti conquistino il potere nelle rispettive nazioni.</p>
<p>Quale deve essere oggi la linea politica del partito anticapitalista rispetto all’idea di nazione? Credo che debba essere, nelle linee essenziali, quella tracciata nel Manifesto del Partito Comunista, la quale, paradossalmente,  non ha nulla a che vedere con quella seguita, generalmente, dai comunisti delle ultime due generazioni.</p>
<p>Dunque l’ideale è che gli anticapitalisti si facciano classe nazionale e che proliferino nazioni anticapitaliste. L’avversione dei comunisti delle ultime due generazioni per il concetto di nazione è ingenua, frutto di posizioni irrealistiche, contraria alla storia dei comunisti (quando erano veramente comunisti) e generatrice di un universalismo falso che non consente la critica della globalizzazione. Un universalismo che non preme per la nascita di una forte volontà di ridurre gli scambi internazionali (i quali, sovente, hanno come unica ragion d’essere la valorizzazione del capitale). Non muove dal riconoscimento, ad ogni partito anticapitalistico, della piena dignità e legittimazione a perseguire e a edificare una società anticapitalistica singolare, particolare, originale e unica. Marx ed Engels avevano intuito, infatti, che sono i detentori (e oggi anche i gestori) dei grandi capitali a voler distruggere le nazioni e prima ancora ad avere interesse a distruggerle. Si legge in altro luogo del manifesto:</p>
<p>“<em>Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutt</em><em>o il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni. </em><em>Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un&#8217;impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell&#8217;industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e </em><em>i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All&#8217;antica autosufficienza e all&#8217;antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L&#8217;unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale”</em>.</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;">E’ la suprema regola secondo la quale occorre massimizzare la valorizzazione del capitale ad essere contraria alle nazioni</span></em>, nel senso che i titolari e i gestori di grandi o medi capitali perseguono l’omogeneità dei consumatori, l’apertura e la scomparsa dei confini, la libertà di circolazione delle merci, del lavoro e dei capitali. Gli appartenenti ad una nazione che hanno accumulato un certo capitale, nonché gli appartenenti a quella medesima nazione che si trovino a gestire grandi capitali, hanno interesse a “investire” o semplicemente ad acquistare azioni e in genere titoli ovunque reputino che gli investimenti o i titoli siano redditizi. Il capitale risparmiato da un imprenditore di una nazione con cento anni di svolgimento di un’attività di impresa e quindi con l’apporto di lavoratori di una nazione (italiani per esempio) durante cento anni, a un certo punto è impiegato per acquistare materie prime da soggetti dello stato A, per produrre nello stato B e vendere nello stato C, anche se né A, né B e né C sono gli stati originari nei quali è stato accumulato quel capitale. Il capitalismo deve funzionare. E per funzionare non deve trovare attriti: giuridici; religiosi; posti da secolari tradizioni; derivanti dalla eterogeneità dei consumatori. Il capitale ha la vocazione per lo spazio planetario e lo vuole senza frontiere.</p>
<p>Siamo dinanzi ad un apparente paradosso. Il capitale può riuscire a massimizzare la propria valorizzazione soltanto abbattendo e distruggendo sempre più gli Stati Nazione; o comunque internazionalizzandosi rallenta la caduta tendenziale del tasso di profitto. Gli anticapitalisti – che è bene siano uniti nonostante tutte le possibili diversità di obiettivi (in realtà gli anticapitalismi si differenziano per la diversità dei valori o beni che in via prioritaria si vogliono sottrarre alla logica necrofila del capitale) – “<em>devono farsi nazione</em>” (come scrivevano Marx ed Engels con r</p>
<p>iguardo ai Comunisti); devono conquistare il potere nelle nazioni e cominciare così o a sottrarre al capitale, in uno o più luoghi della terra, il dominio sulla nuda vita degli uomini; o, comunque, a ridurre l’ambito e le forme di quel dominio. <span style="text-decoration: underline;">Per il capitale le nazioni sono un ostacolo</span>. <span style="text-decoration: underline;">Per gli oppositori del capitalismo</span> – ossia della suprema regola secondo la quale lo scopo dell’attività sociale dell’umanità deve essere quello di massimizzare la valorizzazione del capitale – <span style="text-decoration: underline;">l’edificazione di una nazione anticapitalistica è l’obiettivo</span>.</p>
<p>Se oggi l’anticapitalismo, in tutte le sue forme, nuove e vecchie (compresa quella, “relativa” ma significativa, della socialdemocrazia) è così debole, ciò è dovuto allo stato oggettivo in cui sono state ridotte molte nazioni, ma anche e soprattutto alla irragionevolezza degli anticapitalisti, i quali, osteggiando il concetto di nazione, sono destinati a restare nello stato velleitario delle declamazioni fumose, posto che il loro obiettivo dovrebbe essere quello di impegnarsi per costruire nazioni anticapitaliste. E va da sé che, se è giusto solidarizzare con anticapitalisti di altre nazioni ed eventualmente partecipare a una o altra battaglia reputata importante, è pur sempre ovvio che, per mille ragioni, <em><span style="text-decoration: underline;">gran parte dell’impegno di ogni anticapitalista dovrebbe essere indirizzato ad indebolire, all’interno della propria nazione, la forza della regola sulla quale affondano pressoché tutte le costituzioni nazionali: il capitale si deve valorizzare</span></em>.</p>
<p><span style="font-family: Calibri; font-size: small;"><strong><br />
</strong></span></p>
</div>
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		<title>Contro l&#8217;interventismo &#8220;umanitario&#8221; bombardatore. Fuori l&#8217;Italia dalla guerra, no alle ingerenze imperialiste. Solidarietà alla Libia</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Mar 2011 09:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Comunicato del laboratorio politico Comunismo e Comunità Da ormai quattro giorni persiste l&#8217;attacco aereo contro la Libia ed i bombardamenti hanno già prodotto decine di morti e distrutto importanti infrastrutture del paese. L&#8217;aggressione, di pieno carattere neocoloniale e imperialistico, è stata avallata da un&#8217;opportunistica e ambigua risoluzione del consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU approvata dalla maggioranza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Comunicato del laboratorio politico <em>Comunismo e Comunità</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/Omar_Mokhtar_arrested_by_Italian_Fascists.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2277" style="margin: 5px;" title="Omar_Mokhtar_arrested_by_Italian_Fascists" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/Omar_Mokhtar_arrested_by_Italian_Fascists.jpg" alt="" width="359" height="236" /></a>Da ormai quattro giorni persiste l&#8217;attacco aereo contro la Libia ed i bombardamenti hanno già prodotto decine di morti e distrutto importanti infrastrutture del paese. L&#8217;aggressione, di pieno carattere neocoloniale e imperialistico, è stata avallata da un&#8217;opportunistica e ambigua risoluzione del consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU approvata dalla maggioranza dei membri con l&#8217;astensione di Russia, Cina, India, Brasile e Germania. Tale risoluzione, partendo dalla declamata esigenza di creare una zona di interdizione aerea sui cieli libici, sta avallando di fatto (anche se formalmente non li prevede) i bombardamenti condotti dalla coalizione delle potenze imperialistiche &#8220;volenterose&#8221;: Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti in primis con l&#8217;ausilio di altri paesi, tra cui l&#8217;Italia, che ha concesso le proprie basi militari ed inviato suoi aerei da combattimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta, con la scusa grottesca dell&#8217;intervento umanitario, i paesi occidentali violano militarmente un paese sovrano. La scusa questa volta è stata una ribellione di gruppi dissidenti interni alla Libia da sempre ostili a Gheddafi, circoscritti peraltro alla regione della Cirenaica. Una ribellione almeno in parte foraggiata fin dal principio con armi, denaro e appoggio logistico dagli stessi paesi oggi in prima fila nel lanciare bombe sulla Libia. Questa ribellione armata, che ha ovviamente anche le sue componenti endogene, è stata tuttavia presentata falsamente come rivolta popolare generalizzata, alla stregua delle rivolte popolari avvenute in Tunisia ed Egitto. Per giorni i <em>media</em> al fine di preparare l&#8217;opinione pubblica ad accettare la soluzione &#8220;inevitabile&#8221; dell&#8217;intervento armato hanno insistentemente descritto uno uno scenario inesistente: quello cioé di una massa inerme rivoltosa e di un regime spietato che bombarda la folla e il suo stesso popolo. Fonti numerose, analogamente a quanto accadde in Jugoslavia, hanno poi smentito molte delle immagini e dei racconti ad alto impatto emotivo che venivano riportati.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scenario reale interno, va detto, non é di immediata e semplice comprensione e probabilmente sarà conoscibile pienamente quando gli eventi prenderanno una direzione più chiara.  Tuttavia a grandi linee si può dire che vi sia stata ed è in corso una ribellione armata  relativamente ristretta e territorialmente limitata, di cui non è affatto chiara la composizione sociale e che non ha mai esplicitato con chiarezza quali siano i suoi obiettivi politici (salvo il generico rovesciamento di Gheddafi) e i suoi riferimenti (salvo esporre a più riprese la bandiera della Libia monarchica e filo-coloniale del Re Idris, rievocando così il passato di avamposto dell&#8217;imperialismo). A tale ribellione armata il governo libico ha reagito duramente (se la reazione sia stata più o meno sproporzionata o totalmente fuori misura e criminale è assai difficile saperlo) . E&#8217; cosa certa, tuttavia, che alle armi si è risposto con le armi e che, come sarebbe avvenuto in qualsiasi altro paese del mondo, un esercito armato ha risposto ad una ribellione armata. Negli ultimi giorni degli scontri tra truppe governative e ribelli, l&#8217;esercito aveva recuperato gran parte del territorio libico finito sotto il controllo dei rivoltosi e la situazione sembrava volgere al termine (vi era stata anche una proposta governativa di cessate il fuoco e amnistia generale per i ribelli). Nel frattempo i paesi sudamericani dell&#8217;ALBA avevano proposto una soluzione diplomatica di mediazione congiunta di tutti i paesi per favorire il cessate il fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">Le potenze interventiste, consce del rischio di una situazione che andava normalizzandosi poco a poco), avevano fretta di entrare in scena, determinare per vie dirette la caduta del governo libico (evidentemente fallita tramite la ribellione) e spartirsi le ingenti risorse energetiche del paese strappandole prima di tutto ai libici e in secondo battuta alle potenze concorrenti (tra cui l&#8217;Italia) che usufruivano di contratti <em>in loco</em>. E così in fretta e furia, facendo leva sulla cosiddetta &#8220;legalità internazionale&#8221; si sono adoperati per scatenare quella che si configura contemporaneamente come una guerra di aggressione neo-coloniale e una guerra &#8220;mondiale&#8221; tra blocchi geopolitici e tra potenze, dove da un lato vi sono gli Stati Uniti e i loro accoliti francesi e inglesi (dove i francesi guidati dal cinico Sarkozy, ormai padre consolidato dell&#8217;occidentalismo di regime, appaiono come i più determinati ad assumere un ruolo di spicco); dall&#8217;altro vi sono altri paesi emersi come potenze sempre più insofferenti verso la volontà di egemonia (ormai solo politico-militare, non più economica) del blocco occidentale. In proposito va sottolineata l&#8217;apparente stranezza del mancato veto posto da Russia e Cina che dall&#8217;alto del loro ruolo, avrebbero potuto bloccare la risoluzione ONU. Probabilmente, alla luce delle nette dichiarazioni di indignazione dei due paesi all&#8217;indomani dell&#8217;attacco si è trattato di un atteggiamento guidato dalla paura che la guerra sarebbe stata ugualmente scatenata, ma sotto l&#8217;egida NATO (quindi totalmente fuori dal loro controllo). Da sottolineare lo scontro interno (di cui da tempo vi erano segni premonitori di difficile interpretazione) manifestatosi in Russia tra Putin (cha ha usato parole coraggiose e chiarissime) e Medvedev (che le ha ufficialmente respinte e ridotte a opinione personale del presidente).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Italia si trova a giocare la parte più paradossale, imperialistica e insieme servile verso nazioni terze, in quanto paese legato da propri interessi consolidati con la Libia nonché da un trattato di amicizia e reciproco rispetto sovrano, avvenuto con tanto di risarcimento dei crimini coloniali. Il nostro paese si è lasciato vilmente trascinare nella criminale avventura bellica fondamentalmente per due ragioni: 1- ha subito pesantissime pressioni esterne poiché le sue basi mediterranee erano la condizione per un comodo attacco non basato soltanto sul dispiegamento di portaerei in mare; 2- ha ceduto vigliaccamente alle pressioni non solo per paura di ritorsioni, ma anche per sperare di ottenere le briciole della spartizione coloniale della Libia posto che probabilmente la guerra sarebbe stata scatenata ugualmente. Un atteggiamento dunque della peggior specie: prepotente, imperialista e servile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il governo (con l&#8217;eccezione delle Lega) e l&#8217;opposizione (quest&#8217;ultima con maggior convinzione e protervia umanitaria), (fatta salva l&#8217;IdV) hanno votato a favore del coinvolgimento del paese nell&#8217;attacco. Di rilievo la posizione quasi fanatica espressa più volte dal nostro presidente della Repubblica prodigo nel ribadire l&#8217;importanza dell&#8217;intervento umanitario, legandolo tra l&#8217;altro sciaguratamente alla celebrazione dell&#8217;unità d&#8217;Italia, scatenando quella nazionalizzazione imperialistica delle masse (oggi umanitaristica, ieri razzista, ma ugualmente suprematista) che è il vero scivolamento ed effetto collaterale principale verso cui precipita il senso di appartenenza nazionale (di per sé elemento di forza e solidarismo) quando egemonizzato da forze sistemiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il governo ha mostrato e mostra tutt&#8217;ora un evidente imbarazzo nella gestione della vicenda, proprio perché stretto tra i due fuochi dei suoi stessi interessi energetici e geopolitici e della paura di emergenza immigrati di vaste proporzioni, da un lato, e delle pressioni ricevute dalle potenze protagoniste dell&#8217;attacco nonché dalla volontà di spartirsi le briciole del paese neo-colonizzato, da un altro lato. Di qui le posizioni di attuale prudenza che però, malgrado le spinte leghiste, non si traducono al momento in nessuna significativa scelta di ripensamento almeno neutralista (come ad esempio ha fatto la Germania fin dall&#8217;inizio, naturalmente per proprio interesse).</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo di fronte ad un vasto tentativo  di riposizionamento strategico delle grandi potenze,<em> in primis</em> degli Stati Uniti (il cui ruolo è in apparenza mascherato dal protagonismo anglo-francese) che tramite le continue aggressioni belliche, le rivoluzioni colorate e le pesanti ingerenze negli affari delle nazioni sovrane tentano di mantenere la propria egemonia nel mondo arginando la forza e l&#8217;influenza delle nuove potenze emerse. Come in tutte le fasi di declino, lo scontro interimperialistico diventa diretto ed acceso e chi ne fa le spese sono i popoli e gli Stati che assumono posizioni scomode di autonomia decisionale magari optando per strategie geopolitiche indipendenti.</p>
<p style="text-align: justify;">La Libia di Gheddafi, nel 2003, a seguito dell&#8217;invasione dell&#8217;Iraq fece scelte in chiave di &#8220;riappacificazione&#8221; con l&#8217;occidente e sottomissione ai voleri nord-americani ed Europei, in buona parte proprio per evitare di finire sotto i colpi assassini delle bombe umanitarie. Le privatizzazioni (parziali) e le liberalizzazioni dell&#8217;economia libica evidentemente non sono bastati per accontentare l&#8217;imperialismo USA e le scelte geostrategiche di Gheddafi favorevoli alla formazione di un accenno di asse geopolitico inedito (Italia, Russia, in parte la stessa Germania) gli sono costate care.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre l&#8217;Africa, come il MedioOriente e l&#8217;Asia centrale è un continente che fa gola alle potenze imperialiste (tra i paesi europei spicca la Francia che ha sempre mantenuto il suo legame post-coloniale), sia come &#8220;discarica&#8221; delle scorie radioattive, sia come sorgente di rifornimento energetico ed infine come asse geografico di scontro con l&#8217;espansione commerciale cinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo che denunciare con fermezza l&#8217;ennesima guerra &#8220;umanitaria&#8221; devastatrice ribadendo il principio di sovranità degli Stati e dei popoli manipolato ancora una volta dalle Nazioni Unite tramite un vero e proprio colpo interno delle nazioni occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;">I problemi interni alla Libia sono e restano problemi della Libia, nei confronti dei quali l&#8217;unica ragionevole soluzione è quella di una mediazione diplomatica promossa da tutti i paesi di concerto al solo fine di evitare spargimenti di sangue da una parte e dall&#8217;altra (senza ingerenza alcuna nelle scelte politiche sovrane del popolo libico). Ma questo non è naturalmente l&#8217;obiettivo dei paesi che hanno scatenato la guerra, dal momento che mentre scriviamo la popolazione del Bahrein è sotto occupazione militare saudita e subisce i colpi della repressione del proprio governo; analoga repressione governativa avviene nello Yemen; la Costa d&#8217;Avorio è insanguinata da una nuova guerra civile, i palestinesi subiscono la quotidiana repressione dei corpi di sicurezza israeliani e  rimangono imprigionati in uno Stato occupato senza sovranità. La sicurezza e la tutela dei civili privati di diritti e libertà non è evidentemente la preoccupazione delle potenze imperialiste.</p>
<p style="text-align: justify;">La posizione da assumere in queste ore non può essere ambigua.  Slogan opportunistici &#8220;né Gheddafi, né la guerra&#8221; non possono trovare spazio. I giudizi per certi versi anche negativi sul governo Gheddafi e le dinamiche, senz&#8217;altro complesse, interne al paese libico fanno parte di tutt&#8217;altro piano del discorso che non può essere confuso con le urgenze attuali. Se lo si fa si cade nella confusione interpretativa finendo per legittimare indirettamente l&#8217;ottica suprematista e la protervia interventista dei paesi occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che oggi dobbiamo reclamare con urgenza qui in Italia é:</p>
<p style="text-align: justify;">1-l&#8217;immediato ritiro dell&#8217;Italia dalla guerra d&#8217;aggressione.</p>
<p style="text-align: justify;">2-la chiusura di tutte le basi militari alle forze armate aeree straniere.</p>
<p style="text-align: justify;">3-l&#8217;assunzione esplicita da parte dell&#8217;Italia di una politica autonoma e sovrana di contrarietà all&#8217;aggressione militare e di riabilitazione del trattato di non aggressione e non ingerenza italico-libico.</p>
<p style="text-align: justify;">Esprimiamo inoltre un messaggio di esplicita solidarietà alla Libia aggredita, rivendicandone il diritto naturale alla resistenza contro gli occupanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sentiamo vicini a tutti quei comunicati che sono stati diffusi in questi giorni i cui contenuti e le cui priorità si accostano a quelle qui espresse. Ribadiamo inoltre la necessità di un coordinamento il più ampio e trasversale possibile di tutte le forze contrarie alla guerra e favorevoli all&#8217;assunzione da parte dell&#8217;Italia di una politica autonoma di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">La redazione</p>
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		<title>La celebrazione dell&#8217;Unità d&#8217;Italia e l&#8217;attualità della questione nazionale</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 20:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/briganti1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2241" title="briganti" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/briganti1.jpg" alt="" width="150" height="200" /></a></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/tricolore-attuale2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2245" title="tricolore-attuale" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/tricolore-attuale2.jpg" alt="" width="240" height="204" /></a></p>
<p>di Lorenzo Dorato</p>
<p><strong><em>Riflessioni oltre la retorica pseudo-risorgimentalista, gli scissionismi leghisti e il nichilismo nazionale.</em></strong></p>
<p>Da alcuni giorni ai lati di molte strade di Roma, appese ai muri dei palazzi, sventolano bandiere tricolori italiane. Si avvicina il 17 Marzo (domani), la contestatissima data infine stabilita come festa nazionale una tantum per celebrare il 150esimo anniversario della proclamazione del Regno d&#8217;Italia avvenuta il 17 Marzo del 1861 a seguito dell&#8217;annessione da parte dello Stato Piemontese di gran parte dei territori della penisola.</p>
<p>E&#8217; davvero difficile festeggiare questa data, darle un valore reale e una forza simbolica positiva e unificante per due ragioni: la prima è che si tratta effettivamente di un richiamo immediato all&#8217;unità nazionale per come storicamente si è determinata, ovvero, contro le stesse attese e speranze dei patrioti del tempo, attraverso una sostanziale operazione di tipo colonialistico di uno Stato a danno di un altro Stato, dello Stato sabaudo a danno, in primis, del Regno delle due Sicilie.</p>
<p>La seconda ragione per cui è difficile estrarre valore e forza simbolica dalla festa è il suo essere stretta in modo angusto tra, da una parte, le apologie risorgimentaliste patriottarde (nelle versioni di destra e di sinistra), spesso provenienti per giunta da chi questa patria l&#8217;ha svenduta, vilipesa e umiliata per seguire le direttive capitalistiche imperiali che ne hanno voluto lo smantellamento e la distruzione del sistema socio-economico;  dall&#8217;altra i venti scissionisti e anti-nazionali leghisti e insieme i federalismi tanto alla moda non solo in casa Lega, ma in tutto l&#8217;arco parlamentare (basti vedere chi votò il federalismo fiscale alla sua prima approvazione alla camera).</p>
<p>Per queste ragioni la festa del 17 Marzo è una festa difficile che a prima vista potrebbe spingerci a metterla da parte per non finire vittime dello scontro in apparente opposizione complementare tra risorgimentalisti e-o psuedo nazionalisti  e leghisti antinazionali. Tuttavia se non si vuole cadere in un atteggiamento indifferentista, in una sorta di &#8220;nichilismo nazionale&#8221;  (troppo spesso fatto proprio da una certa sinistra), magari con la scusa che la Patria è un concetto di &#8220;destra&#8221; centrale soprattutto nella simbologia fascista e che è stato da sempre utilizzato (cosa verissima fra l&#8217;altro) per favorire il divide et impera degli oppressi nazionalizzando le masse, bisogna in qualche misura provare ad entrare nel merito della questione, per non lasciarla al solo dominio di chi ne fa uno strumento di diversione politica.</p>
<p>E per farlo bisogna separare i piani del discorso per poi riunirli. Da un lato vi è il problema della ricostruzione storica della vicenda unitaria italiana; dall&#8217;altro vi è il problema della questione nazionale oggi intesa in senso generale anche in un paese imperialista o sub-imperialista qual è la nostra Italia.</p>
<p>Per ciò che riguarda il primo piano, va detto che negli ultimi anni, in parte sotto la spinta iniziale della retorica leghista, anche nel mezzogiorno d&#8217;Italia si sono moltiplicate le voci e i movimenti politici e culturali che mettono in discussione la storia ufficiale dell&#8217;unificazione nazionale, quella che si studia sui libri di scuola e che presenta l&#8217;Unità come un processo di liberazione delle terre italiane oppresse da regni autocratici e arretrati, ascrivendola quindi senza appello tra le pagine del cosiddetto progresso della storia. Il fatto che qualcuno metta in discussione questa versione mendace é di per sé un gran passo in avanti verso una seria ricostruzione della storia nazionale. Purtroppo, però, spesso e volentieri, tali voci dissidenti anziché servire ad una rifondazione simbolica seria del concetto d&#8217;Italia in senso unificante e solidale, hanno la funzione negativa di soffiare sul fuoco già divampante dei separatismi (non tanto effettivi, quanto simbolici) e soprattutto dei federalismi economici (vero asso nella manica della strategia di dominio capitalistico). Sarebbe però del tutto errato liquidare i revisionismi come semplicemente pericolosi, per il fatto (ahimé evidente) che essi vengono facilmente strumentalizzati per avviare la distruzione simbolica e poi materiale del paese.</p>
<p>Non vi è altra alternativa che stare alla verità storica e partire da lì per opporsi alle derive disgregatici in atto e rilanciare un concetto forte di appartenenza per evitare di buttare via il bambino con l&#8217;acqua sporca.</p>
<p>E la verità storica racconta di un territorio, quello italiano, frammentato in diversi Stati per secoli, unito  (in parte) da tratti culturali e linguistici simili e da una storia politica di mediazioni, equilibri e dominazioni straniere reiterate. Una potenziale nazione politica (forte dei suoi elementi interni di somiglianza, ma anche di estrema e ricca varietà) alla cui nascita contribuirono nel corso del diciannovesimo secolo intellettuali e patrioti realmente coinvolti e credenti nel progetto (che prese poi il nome di Risorgimento) che aveva finalità unificanti e solidali a partire dall&#8217;idea della necessità storica (in termini materiali e non) di uno Stato Nazione per la penisola frammentata e divisa da troppi secoli in piccole entità statuali. Progetto che aveva, in parte, anche finalità di liberazione nazionale (come nel caso degli italiani sottomessi all&#8217;Impero Austro-ungarico, cui comunque, va detto, erano concessi diritti nazionali piuttosto ampi). Il processo di unificazione fu condotto politicamente e militarmente dallo Stato sabaudo piemontese, già lanciato in avventure militari lontane (guerra di Crimea) e ansioso di godere di un posto di rilievo nello scacchiere delle potenze europee. La classe dirigente e la borghesia del Regno di Sardegna (tale solo di nome, dal momento che la Sardegna ne era una parte &#8220;semi-colonizzata&#8221; e non esprimeva una propria classe dirigente) aveva ambizioni politiche, commerciali e di allargamento della propria influenza economica sulla penisola italiana. Riuscì a raccogliere sotto la propria influenza e ad egemonizzare i fermenti unitari e patriottici e, dopo le prime conquiste nei territori lombardi austroungarici, nel 1860, con l&#8217;aiuto degli inglesi, mosse guerra  (camuffata da spedizione umanitaria di liberazione, non così diversamente da quanto si fa oggi) al Regno delle due Sicilie, Stato sovrano da secoli ed indipendente da 125 anni dopo la fine sostanziale della dominazione spagnola e di quella, breve, asburgica (1734). Non sono un esperto di risorgimento italiano né tanto meno conosco nel dettaglio le vicende che caratterizzarono la cosiddetta spedizione dei mille e la guerra contro il Regno borbonico. E&#8217; però certo il fatto che non si trattò di una passeggiata, né fu vissuta dalla popolazione locale come una liberazione, se non nelle iniziali illusioni, subito tradite, di alcune (ristrette) fasce della popolazione. Migliaia di morti, durissima repressione contro i contadini e poi l&#8217;esplosione della resistenza antisabauda (definita brigantaggio e derubricata dalla propaganda a fenomeno di tipo delinquenziale e-o reazionario) e le conseguenti leggi speciali, la messa a ferro e fuoco di interi villaggi, i condannati senza processo, le stragi e le uccisioni indiscriminate. E poi il saccheggio dell&#8217;economia meridionale, delle sue banche ed industrie; la privatizzazione forzata delle terre ecclesiastiche e delle attività sociali legate al clero e l&#8217;inizio del tragico fenomeno, prima inesistente, dell&#8217;emigrazione di massa.</p>
<p>L&#8217;unità d&#8217;Italia purtroppo è avvenuta così. Non semplicemente sulla spinta generica (fin troppo ovvia e scontata) delle esigenze capitalistiche di una borghesia in rafforzamento, ma su spinte capitalistiche di carattere coloniale interno. Quello che voleva e poteva essere un progetto di unità politica di un territorio geograficamente coeso e culturalmente affine (pur nella sua varietà), è diventato un progetto di conquista che ha lasciato un gravissimo segno sulle successive disparità territoriali del paese e che, per giunta, è stato sistematicamente negato da una storiografia manipolata ad uso e consumo dei vincitori.</p>
<p>Detto questo bisogna a questo punto valutare se la genesi sostanzialmente colonialistica dello Stato Italiano giustifichi un rifiuto a distanza di 150 anni della sua esistenza e della sua unità. La risposta a mio avviso è un no secco, per due ragioni fondamentali: primo perché l&#8217;idea di nazione italiana preesiste al cappello politico-militare che vi pose lo Stato sabaudo. E&#8217; un&#8217;idea di lungo periodo che ha fondamentalmente carattere culturale e geografico ed affonda le sue radici nel tredicesimo e quattordicesimo secolo, ma che ha anche carattere politico di lunga durata (in termini di tentativi sempre falliti e di dibattito culturale e strategico circa l&#8217;ipotesi di unificazione politica).</p>
<p>Secondo perché a distanza di 150 anni, la nazione italiana con le sue miserie e le sue glorie, con la sua varietà culturale e la contemporanea unificazione linguistica ampiamente conseguita, si è andata costituendo poco a poco. Pertanto ben vengano gli studi revisionistici sul risorgimento e le sue pompose glorie spesso costruite sul sangue dei vinti. Ben venga la riscrittura della storia nazionale. Ma che sia a fini unificanti e di correzione delle pesanti distorsioni economico-sociali, culturali e politiche scaturite dalle vicende unitarie e post-unitarie.</p>
<p>E qui veniamo al secondo problema da affrontare: quello della questione nazionale oggi, sul piano materiale e simbolico, sia intesa in termini generali che applicata nel concreto all&#8217;Italia.</p>
<p>Il tratto forse più caratteristico della storia capitalistica europea degli ultimi vent&#8217;anni è la privazione che è stata imposta agli Stati nazionali della propria sovranità monetaria, fiscale e in generale politica tramite l&#8217;approvazione dei cosiddetti parametri di Maastricht (più volte ritoccati nella forma, ma non nella sostanza), la liberalizzazione integrale dei movimenti di capitali e la costituzione della moneta unica. Si è così creato un mostro tecnocratico (l&#8217;UE) completamente privo di qualsiasi forma di seria rappresentanza politica, sottraendo nel contempo agli Stati la sovranità decisionale sui processi fondamentali alla base della riproduzione della vita sociale ed economica.</p>
<p>Lo svuotamento di sovranità degli Stati, naturalmente è funzionale ad imporre dall&#8217;alto sia politiche di sottosviluppo industriale e sociale in particolare ai paesi più periferici d&#8217;Europa (privatizzazioni, liberalizzazioni, distruzione dei servizi sociali etc etc), sia a tutelare gli interessi del capitale nazionale ed estero tramite un più facile attacco al diritto del lavoro e alle conquiste sindacali. Il processo può in tal modo avvenire in sordina, senza controllo politico e calato dall&#8217;alto come una necessità tecnica che non può essere valutata in quanto è semplicemente necessaria per il funzionamento dei mercati.</p>
<p>Contestualmente alla sottrazione della sovranità politica degli Stati si è proceduto in quasi tutti i paesi europei ad aizzare il mito del federalismo economico, asse portante del neo-liberalismo, funzionale allo scatenamento di una concorrenza al ribasso tra i diritti sociali e sindacali interni ai paesi e promosso ideologicamente con la scusa dell&#8217;avvicinamento dell&#8217;amministrazione al cittadino (che é un&#8217;ottima cosa che però non c&#8217;entra nulla con il federalismo fiscale).</p>
<p>In molti paesi, inoltre, si sono fatte spazio culture particolaristiche micro-identitarie  federaliste o separatiste (Spagna, Belgio, Italia, ma il federalismo ha preso piede culturalmente un po&#8217;ovunque) che (al di là dei legittimi richiami all&#8217;importanza delle culture regionali-nazionali) hanno alimentato in molti casi un crescente spaesamento identitario (riducendo la vastità dell&#8217;identità politica a micro-identità culturale o locale). Uno spaesamento a cui le forze di sinistra, per la loro incapacità di affrontare seriamente e senza pregiudiziali ideologici la questione nazionale in senso squisitamente politico, non sono state capace di reagire. Si ha così che la nazione politica, intesa come spazio sovrano dotato di meccanisimi di autoriconoscimento politico, identitario in senso comprensivo, di cittadinanza, di rappresentanza, di solidarietà interna e sovranità decisionale è sotto attacco dall&#8217;alto (istituzioni tecnocratiche prive di rappresentanza) e dal basso (federalismo e separatismi concreti e culturali-simbolici).</p>
<p>La nazione politica era ed è tutt&#8217;ora, invece, la &#8220;comunità&#8221; minima in cui interagire concretamente per modificare lo stato di cose presenti, poiché i suoi meccanismi (seppur borghesi, capitalistici, classisti etc etc) rimangono pur sempre l&#8217;involucro reale di possibili lotte, confronti e conquiste. Distrutta la nazione politica, restano le etnie micro-identitarie impotenti di fronte alle tenaglie della tecnocrazia post-politica globale (globale per finta ovviamente poiché in realtà appannaggio della potenza dominante, gli USA al momento). Non è un caso che proprio l&#8217;erosione della coscienza nazionale e politica patriottica sia stata una delle basi della deflagrazione di paesi &#8220;scomodi&#8221; come la Jugoslavia.</p>
<p>Il senso di appartenenza, ancorché malinteso e parziale, ad una comunità politica nazionale e culturale (in senso ampio ed aperto, ma comunque definibile), rimane, malgrado tutto, un appiglio contro pratiche di tipo disgregativo messe in atto dai meccanismi del capitalismo e del mercato, specie nella fase di dominio (scalfito, ma integro) dell&#8217;imperialismo statunitense e della sua volontà di uniformizzazione totale del globo sotto un&#8217;unica bandiera, un&#8217;unica cultura e un unico &#8220;mercato&#8221; . Sicuramente quel senso di appartenenza può essere usato (ed è usato) malamente, può diventare settario, particolarista e sciovinista dunque particolarmente adatto a fini imperialisti (come avviene nelle squallide commemorazioni dei soldati italiani morti nelle guerre imperiali in Afghanistan). Ma è questa una buona scusa per buttare il bambino (il senso di appartenenza politica) con l&#8217;acqua sporca delle sue degenerazioni?</p>
<p>La risposta a mio avviso è negativa. Il senso di appartenenza alla comunità politica nazionale può e deve essere recuperato come forza per il cambiamento e il recupero della sovranità decisionale sui processi fondamentali di riproduzione della vita sociale (compromessi dall&#8217;Unione Europe a e dai federalismi), nonché, soprattutto, come forza di unità delle classi subalterne interne al medesimo spazio politico, dove un lavoratore di Palermo, di Cagliari, di Torino, Venezia e Lecce deve percepire e godere materialmente di quell&#8217;unità di diritti e di intenti senza la quale ogni azione politica diventa dispersiva e spaccata dalla strategia del <em>divide et impera</em>. Si potrebbe facilmente obiettare che tale &#8220;unità di classe&#8221; dovrebbe andare ben oltre lo Stato nazione e configurarsi come un concetto globale. Tuttavia, fermo restando che il coordinamento sovranazionale di lotte rivendicative, sindacali e-o anticapitalistiche resta fondamentale, non si può non vedere l&#8217;estrema fragilità di ogni tentativo di impostare la lotta politica in una dimensione internazionale <em>tout court</em>, poiché uno spazio politico di confronto internazionale semplicemente non esiste e il suo surrogato, coperto ideologicamente da improbabili cornici psuedo-giuridiche e morali globali, non è altro che la libertà del capitale di migrare tra le nazioni che non pongono limite ai suoi movimenti. In questo senso la dimensione nazionale rimane una dimensione politica più favorevole alle classi subalterne. Per ciò che riguarda l&#8217;Europa, se un giorno i popoli europei saranno capaci di guidare realmente un processo di unificazione politica del continente, parleremo allora di uno Stato Europeo (o federazione) come cornice politica reale, democratica e sovrana. Al momento l&#8217;Europa politica è un richiamo puramente ideale usato periodicamente per coprire le malefatte della tecnocrazia UE. Queste considerazioni non implicano ovviamente un atteggiamento anti-europeista pregiudiziale, ma l&#8217;esigenza semmai di rilanciare forme di avvicinamento degli Stati e dei popoli europei dopo aver riconquistato gli spazi di sovranità nazionale. La costruzione dell&#8217;UE è stata invece un processo volutamente rovesciato: creazione dell&#8217;impotenza politica degli Stati senza costruzione dell&#8217;Europa politica. Vi è poi il problema di lunga durata dell&#8217;oggettiva sudditanza dell&#8217;Italia all&#8217;impero USA e alla NATO (organismo nato in chiave antisovietica e diventato in seguito null&#8217;altro che una macchina da guerra imperialista ad egemonia statunitense), oggettivato dalla presenza massiccia di basi militari e armi atomiche sotterranee sul nostro territorio. Anche su questo punto si gioca un decisivo problema di sovranità che non va inteso in senso assoluto ed a-storico  (come se la nazione fosse un organo scisso a priori dal resto del mondo), ma nelle sue conseguenze e contingenze pratiche e reali (è fin troppo evidente che il ruolo giocato dagli Stati Uniti e dalla Nato e le loro ingerenze sono stati alla base delle scelte interventiste e militariste più devastanti dal secondo dopo guerra in poi e, in particolare dalla caduta dell&#8217;Unione Sovietica).</p>
<p>Per ciò che riguarda invece la relazione tra la nazione politica e il pericolo dei federalismi come elementi di erosione interna, non bisogna immaginare come antidoto concettuale uno Stato di tipo centralista in senso generale. Il centralismo amministrativo e culturale è stata sicuramente una delle piaghe dell&#8217;unificazione di un&#8217;Italia la cui ricchezza era nella varietà di tradizioni politiche e culturali. Il federalismo economico, tuttavia nulla ha a che vedere con il decentramento amministrativo e la salvaguardia delle particolarità locali. Esso mira al particolarismo, al divario tra regioni ricche e regioni povere ed alla concorrenza perversa tra territori. Cosa c&#8217;entra questo con il recupero delle tradizioni venete e sicialiane? Con il rispetto dei territori? Con la vicinanza delle amministrazioni al cittadino? Con la diffusione capillare sul territorio nazionale dei servizi pubblici, della sanità, della scuola e dell&#8217;università? Evidentemente non c&#8217;entra proprio nulla, anzi ne è l&#8217;esatto contrario.</p>
<p>Se fin qui la &#8220;questione nazionale&#8221; é stata mostrata nei termini di necessità di recupero materiale della sovranità politica degli Stati come precondizione per l&#8217;efficacia e il senso di una lotta politica anticapitalistica (ma anche semplicemente &#8220;socialdemocratica&#8221;), contestualmente essa si esprime come la complementare necessità di recuperare un senso di appartenenza forte ad una comunità politica (aperta e plurale), un patriottismo come forza di radicamento e di presenza alla propria storia e alla propria attualità. L&#8217;individuo spaesato e sradicato, privo di dimensione spaziale, geografica e culturale é l&#8217;individuo che meglio si adatta ai meccanismi di dissoluzione sociale prodotti dalle dinamiche capitalistiche. L&#8217;italiano medio in questo senso è particolarmente soggetto a forme quasi coloniali di penetrazione culturale di modelli alieni, in primis anglosassoni, linguistici (basti vedere il folle uso di inutili parole inglesi del tutto forzate nel nostro vocabolario quotidiano) e di costume.  A ciò si aggiunge un senso, spesso aizzato da intellettuali e organi di stampa, di esterofilia accompagnata da vera e propria sensazione di minorità nazionale. Un misto di moralismo quasi razzista e di tipo servile contro sé stessi, abbracciato acriticamente e senza il senso della complessità storica (gli italiani sono sporchi, fanno rumore, non rispettano le regole, mentre gli inglesi, i tedeschi e i francesi sono popoli virtuosi e ligi) e di odio viscerale per i residui tradizionali, non sempre negativi, della nostra pur disastrata società (dipinta sempre come arcaica in comparazione ai popoli nordici protestanti &#8220;civilizzati&#8221;).  A ciò si unisce l&#8217;idea che all&#8217;estero sia tutto sempre e comunque migliore (il mito del lavoro facile all&#8217;estero e delle università superqualificate è ad esempio un mito mediatico che finalmente si sta incrinando in tempi di dura crisi economica generalizzata). Si tratta di un&#8217;idea utilizzata spesso ad arte per colpire anche ciò che di buono (non molto purtroppo) resta nel nostro paese (anche in termini di istituzioni pubbliche e di servizi sociali). L&#8217;Italietta è così immaginata come paese dalle splendide città e dal meraviglioso clima mediterraneo, ma abitata da scimmie che non la meritano e che invece si sono meritate il fascismo e il berlusconismo.</p>
<p>Non si tratta ovviamente di difendere l&#8217;indifendibile dell&#8217;Italia, né di riabilitare tratti culturali e abitudinari negativi o tradizioni politiche irricevibili, né tanto meno di mostrare goffi orgogli patriottici o campanilistici privi di sostanza. Si tratta invece di rompere la gabbia asfissiante dell&#8217;esterofilia maniacale il cui unico fine è quello di presentare il capitalismo &#8220;civilizzato&#8221;, preferibilmente di stampo anglosassone, come esempio di civiltà luminoso da contrapporre al capitalismo mafioso, familiare e burocratico all&#8217;italiana. E&#8217; stato esattamente il mito simbolico che ha fatto da sponda ideologica a tutti i processi di privatizzazione del sistema economico italiano e di distruzione dei diritti sindacali e sociali piuttosto avanzati per certi versi nel nostro paese.</p>
<p>Alla luce di tutto ciò, è lecito e doveroso riabilitare un senso di appartenenza politico e di amor di patria. Un senso di appartenenza che sappia restituire alla dimensione simbolica una dignità che le è stata tolta dall&#8217;uso (attuale a passato) patriottardo, imperialista e guerrafondaio della nostra bandiera; e che sappia soprattutto essere un collante per una pratica politica di opposizione al sistema capitalistico e costruzione di un&#8217;alternativa.</p>
<p>Un&#8217;ultima importante considerazione merita di essere riportata. Non si può negare il fatto che i paesi che oggi tentano di avviare processi di sganciamento dall&#8217;imperialismo economico demercificando parte della vita sociale e aumentando il tenore di vita della popolazione (Venezuela, Bolivia, Ecuador e, in forme diverse paesi com l&#8217;Iran)  lo fanno proprio a partire dalla riappropriazione del proprio spazio politico nazionale sovrano, anche in forme simboliche (cosa che fa storcere il naso a tutti i moralisti occidentali che se la prendono genericamente con il populismo). E&#8217; evidente che la situazione di un paese europeo ha caratteristiche ben diverse da quelle di un paese (ad esempio) sudamericano, trattandosi nel caso dell&#8217;Europa di paesi imperialisti o sub-imperialisti. Tuttavia, <em>mutatis mutandis,</em> la questione nazionale non si può non porre anche in un paese come l&#8217;Italia. I termini sono diversi, naturalmente, poiché porre la questione nazionale in Italia implica automaticamente la preliminare e prioritaria denuncia del ruolo imperialistico che l&#8217;Italia si trova oggi a svolgere nel mondo. Si potrebbe dunque obiettare che ci si trova di fronte ad una contraddizione: &#8221; andare contro l&#8217;Italia per l&#8217;Italia&#8221;. In un certo senso questo è vero. Ma se si rimane a tale livello del ragionamento si resta bloccati, oppure si rinuncia semplicemente a porre la questione della sovranità nazionale, ripiegando su speranze anticapitalistiche generali che non fanno i conti con le premesse fondamentali per l&#8217;azione politica, stanti nell&#8217;integrità e nella riconoscibilità di un involucro politico sovrano.</p>
<p>Se non si vuole rinunciare a questo occorre cercare la strada per coniugare un coerente antimperialismo (ivi compreso anti- <em>imperialismoItaliano</em>) con il problema della sovranità politica nazionale (materiale e simbolica) da intendere come recupero della sovranità popolare sui processi decisionali fondamentali di tipo politico ed economico. Una strada non semplice, ma assolutamente necessaria per uscire dallo stallo in cui si trovano oggi le forze politiche che si prefiggono cambiamenti radicali del sistema socio-economico.</p>
<p>In questo senso e solo in questo senso è possibile valorizzare simbolicamente la festa del 17 Marzo (pur con tutte le enormi riserve storiche e politiche già ampiamente descritte). Festeggiare revisionando e denunciando per sottrarre la festa (che gli squali di confindustria non volevano concedere ed in parte sono riusciti a non far concedere) alle polemiche circolari e senza sbocco tra pseudo-risorgimentalisti/nazionalisti e scissionisti leghisti tutti accomunati dalla stessa volontà di ridurre a pezzi il paese e di potenziarne il carattere sub-imperiale (di servo fedele all&#8217;alleato-padrone USA e ai paesi Europei dominanti e allo stesse tempo aggressore delle nazioni più deboli)</p>
<p>Le polemiche sulla concessione o meno della festività, finite vergognosamente con la concessione della festa vincolata all&#8217;imposizione di un giorno di ferie, mostrano con grande chiarezza che quando si tratta di profitti i belli ideali di patria e nazione si vanno beatamente a farsi friggere. Mostrano che la festa unitaria, se si sa arginare il pericolo di nazionalizzazione imperialistica delle masse,  ha di per sé un carattere popolare e non certo oligarchico.</p>
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		<title>Comunismo, Comunità, Classe</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 07:43:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[anticapitalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Maurizio Neri «Ma non scoppiano forse tutte le sommosse, senza eccezione, nel disperato isolamento dell’uomo dalla comunità (Gemeinwesen)?» Karl Marx, 1844 Riflessioni e proposte per promuovere il dibattito, per la costruzione del Movimento Anticapitalista. Questo saggio vuole contribuire a delineare i tratti del pensiero del Comunismo Comunitario inserendosi nel discorso iniziato nelle pagine di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Maurizio Neri</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong>«Ma non scoppiano forse tutte le sommosse, senza eccezione, nel disperato</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>isolamento dell’uomo dalla comunità (Gemeinwesen)?» <em>Karl Marx, 1844 </em><br />
</strong><br />
<strong> </strong></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Riflessioni e proposte per promuovere il dibattito, per la costruzione del Movimento Anticapitalista.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/mar.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-1294" style="margin: 5px;" title="mar" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/mar-251x300.jpg" alt="" width="251" height="300" /></a>Questo saggio vuole contribuire a delineare i tratti del pensiero del Comunismo Comunitario inserendosi nel discorso iniziato nelle pagine di Comunitarismo diversi anni fa in due diversi saggi sul comunitarismo.1</p>
<p style="text-align: justify;">I due articoli in questione rappresentano una importante e lucida ricostruzione delle varie influenze del pensiero comunitarista italiano e riescono a cogliere come i termini «comunità» e «comunitarismo» siano stati utilizzati dalle più eterogenee forze politiche a dai più diversi Autori. Ritengo però che il volersi rifare ad analisi ed elaborazioni fatte da altri, o il voler ricondurre il proprio agire politico a quello di movimenti del passato, rappresentino entrambi un limite.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/Comunismo-Comunitario-Neri.pdf" target="_blank">Continua in pdf qui.</a></p>
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		<title>Lavoro: Che fare ?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Apr 2010 20:54:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni De Francesco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<description><![CDATA[di Giovanni De Francesco Brevi note sulla ristrutturazione del mercato del lavoro in Italia e sulla riforma del diritto del lavoro Da diversi anni è in corso un progetto di ristrutturazione generale del mercato del lavoro presentato ufficialmente come politica di sviluppo economico del Paese. Questo deve passare attraverso la creazione di nuovi mercati per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Giovanni De Francesco</p>
<p style="text-align: justify;">
<h1 style="text-align: center;">Brevi note sulla ristrutturazione del mercato del lavoro in Italia e sulla riforma del diritto del lavoro</h1>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/corda.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-943" style="margin: 5px;" title="corda" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/corda-300x199.jpg" alt="corda" width="300" height="199" /></a>Da diversi anni è in corso un progetto di ristrutturazione generale del mercato del lavoro presentato ufficialmente come politica di sviluppo economico del Paese.<br />
Questo deve passare attraverso la creazione di nuovi mercati per le imprese con la competitività dei prodotti. Competitività che significa vendita dei prodotti a prezzi inferiori di quelli di altre imprese.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nel ciclo produttivo l’unica variante su cui incidere per ridurre il prezzo di un prodotto è il costo della manodopera. La competitività passa, pertanto, attraverso la riduzione del costo della manodopera e, cioè, la riduzione dei diritti dei lavoratori. Non a caso una delle accuse che da diverso tempo viene rivolta ai lavoratori italiani è quella che costano troppo per le imprese.</p>
<p>Continua qui: <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/Riforma-diritto-del-lavoro.pdf">Riforma diritto del lavoro</a></p>
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