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	<title>Comunismo e Comunità &#187; BCE</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>L’Europa può reinventare se stessa?</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2022 18:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[BCE]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Tedeschi]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; L’Europa può reinventare se stessa? Intervista con il Prof. Costanzo Preve a cura di Luigi Tedeschi &#8211; 14/03/2008 &#160;  1) Che cos’è l’Europa per l’europeo di oggi? Qual è l’influenza dell’Europa nella sua vita reale, nella cultura mediatica, nelle sue convinzioni politiche? L’Europa si identifica con la UE, con la sovranità del governo finanziario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/01/europa.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7697" title="europa" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/01/europa-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>L’Europa può reinventare se stessa?</strong></p>
<p><strong>Intervista con il Prof. Costanzo Preve</strong></p>
<p><strong>a cura di Luigi Tedeschi &#8211; 14/03/2008</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"> <strong><em>1) Che cos’è l’Europa per l’europeo di oggi? Qual è l’influenza dell’Europa nella sua vita reale, nella cultura mediatica, nelle sue convinzioni politiche? L’Europa si identifica con la UE, con la sovranità del governo finanziario della BCE, con i ripetuti tagli della spesa pubblica dovuti al trattato di Maastricht, con la perdita del potere d’acquisto dei salari derivata dall’avvento dell’euro e con le infinite direttive europee che limitano e condizionano la vita economica e civile dei popoli. L’Europa si identifica quindi per gli europei con potere coercitivo della UE di derivazione finanziaria e non democratica, sopportato dai popoli europei con una sorta di rassegnazione all’ineluttabile, senza un dissenso che abbia alcuna rilevanza politica. L’Europa, invece, dal punto di vista culturale, viene identificata sulla base delle proprie radici storiche, politiche, spirituali. E quindi il dibattito riguardo l’identità dell’Europa si articola su posizioni estremamente varie e diversificate. Si invocano infatti, a fondamento dell’Europa le radici cristiane, la cultura classica e la concezione imperiale pagana, i diritti dell’uomo di derivazione illuminista. Tali identità, considerate singolarmente, sono in reciproca ed evidente contraddizione. Esse possono in realtà, rappresentare elementi complementari di una sintesi unitaria della cultura europea, non essendo nessuna di esse di per sé sufficiente a costituire univocamente una identità credibile cui un’Europa unita possa far riferimento. Tuttavia, nella contingenza storica attuale, tali identità storico – culturali costituiscono tante visioni ideologiche separate dell’Europa, non essendo tali radici riscontrabili (se non in esigue minoranze del mondo culturale), nei valori morali, nella sfera sociale, nella educazione, nei costumi di vita dei popoli europei. Ci si chiede allora se l’Europa possa avere una identità unitaria, dato che le stesse specificità dei singoli popoli europei sono in estinzione. In realtà la UE costituisce una identità omologante e non unificante. La UE, quale entità sovrana omologante è di per sé negatrice di ogni realtà sia di natura identitaria che ideologica. La UE esprime una sovranità economica che informa le istituzioni, la cultura e la non – identità dei popoli, nel plasmare la materia informe della psicologia collettiva delle masse. Allora, in riferimento alla problematica delle radici europee, ci si chiede come l’Europa possa rendersi indipendente rivendicando l’identità dei popoli, quando essa stessa non possiede una propria identità.</em></strong></p>
<p>Concordo interamente con i tuoi “dubbi iperbolici” su come oggi si intende costruire l’Europa. A dire la verità, io sono ancora più “radicale” di te. Nell’attuale congiuntura storica infatti (e non in uno spazio-tempo astrattamente razionale, ma per ora inesistente) io sono <em>contro </em>l’Europa, non la voglio, preferirei il mantenimento di stati – nazionali sovrani, collegati evidentemente da facilitazioni commerciali e culturali e da alleanze militari difensive, che non impediscano però la piena ed assoluta sovranità. Se penso questo, è perché oggi, con l’<em>attuale</em> classe politica, con l’<em>attuale</em> classe mediatico – universitaria, con l’<em>attuale</em> senso di colpa collettivo continuamente innaffiato dal peggiore gruppo intellettuale della storia europea dal tempo degli etruschi (di cui parlerò più avanti) la <em>sola</em> Europa possibile è quella dell’impero occidentale a guida USA. Stando così le cose, io non voglio questa Europa. Voterei contro in qualunque referendum, e mi spenderei apertamente per la sua pubblica negazione.</p>
<p>Detto questo, per non lasciare equivoci di sorta, credo che l’attuale Europa si basi su almeno due “errori metafisici”. Prendo l’espressione del notevole filosofo tedesco (oggi dimenticato) Georg Simmel, che considerava un “errore metafisico” il privilegiare i mezzi rispetto ai fini nell’uso degli strumenti tecnici e nel consumo dei beni, per cui l’avere prendeva il posto dell’essere (secondo la corretta formulazione di Erich Fromm), e così la stessa finalità (il vivere bene, <em>eu zen, </em>secondo Aristotele) era cancellata. Il primo errore metafisico è di tipo economico, ed il secondo di tipo culturale. Li segnalerò brevemente entrambi, ma è evidente che il tema è di tale importanza da meritare uno sviluppo maggiore.</p>
<p>Il primo errore metafisico è di tipo economico. Le oligarchie hanno infatti pensato che bisognasse “cominciare” con una unificazione monetaria (l’euro) e commerciale, e che &#8211; per così dire – il resto sarebbe venuto dopo automaticamente (come diceva Napoleone, <em>l’intendence suivra</em>). Ma i profili nazionali e gli interessi dei popoli non sono affatto una “fureria” come per le truppe in marcia. Questo economicismo esasperato, ideologia spontanea degli imprenditori e dei loro teologi, gli economisti che mentre fumano la loro pipa-totem emettono <em>mantra</em> in lingua inglese, lingua sacra del capitalismo, non corrisponde per nulla alla vita reale degli individui, delle classi, dei popoli e delle nazioni, ma li stravolge tutti per i suoi scopi. I sistemi scolastici, cresciuti in circa duecento anni di storia in ogni paese per corrispondere al suo profilo nazionale, sono stati distrutti per essere “adattati” ai vincoli comunitari. I professori liceali sono stati degradati a <em>prof</em> e a poco più di animatori sociali assistiti da bande di pedagogisti, psicologi e sindacalisti invasivi (il titolo intero di “professore” è stato riservato ai soli professori universitari, il nuovo sacerdozio cosmopolitico globalizzato), e la stessa università è stata distrutta con corsi triennali ridotti ad esamifici per il futuro lavoro flessibile e precario. La spaventosa inflazione derivata dall’introduzione dell’euro ha comportato di fatto (le statistiche lo testimoniano) l’erosione di trenta anni di conquiste del lavoro salariato europeo organizzato. Il dominio militare Usa non è stato minimamente diminuito, ma anzi si aumentano e si ampliano le basi. In definitiva, l’errore metafisico consiste in ciò, che si vorrebbe che gli europei amassero l’Europa quando la stessa Europa si è manifestata di fatto con un peggioramento delle loro condizioni di vita, l’apertura di un epoca di aspettative decrescenti per la classe media, la precarizzazione e la flessibilizzazione del lavoro dipendente, la degradazione del sistema scolastico e universitario, l’aumento del controllo del dominio militare USA, ecc. È il caso di dire: no, grazie!</p>
<p>Il secondo errore metafisico è di tipo culturale. Si è infatti sviluppato una sorta di “gioco al massacro”, o gioco delle cancellazioni reciproche, per cui la  casta analfabeta e settaria degli intellettuali europei è stata chiamata a “cancellare” le tradizioni culturali che erano odiose a ciascuna scuola. È come se nel mondo antico i platonici, gli aristotelici, gli epicurei e gli stoici fossero stati chiamati a “cancellare” ciò che non piaceva a ciascuno, per cui alla fine l’identità culturale del mondo antico sarebbe risultata o da cancellazioni, o da veti reciproci, o da una sorta di eclettismo concordato per cui erano messi tutti per quieto vivere e per “politicamente corretto”, senza che però nessuno ci credesse veramente. E così abbiamo assistito al demenziale scontro tra fautori “religiosi” dell’identità detta ebraico – cristiana e fautori “laici” della eredità detta razionalistica, illuministica e dei cosi detti “diritti umani di libertà”. In proposito svolgerò due sommari ordini di ragionamento.</p>
<p>In primo luogo, non capisco che cosa voglia dire eredità ebraico-cristiana, a meno che si intenda il fatto che nella Bibbia c’è sia l’Antico che i Nuovo testamento. L’identità ebraico-cristiana naturalmente non esiste, non è mai esistita come fatto unitario, e non esisterà mai, ed il fatto che questo improbabile concetto sia stato coniato deve essere fatto risalire esclusivamente al complesso di colpa per il così detto “olocausto”. L’Europa ha una tradizione <em>primariamente</em> cristiana (senza dimenticare mai un fatto che nel paese di Padre Pio è costantemente dimenticato, e cioè che i cristianesimi sono <em>tre</em>, e cioè cattolicesimo, protestantesimo ed ortodossia, e sono tutti e tre sul medesimo piano), e solo <em>secondariamente</em> ebraica e musulmana. Se ci si riferisce al monoteismo normativo e prescrittivo, allora non c’è nessun profilo binario ebraico – cristiano, ma c’è un profilo ternario cristiano-ebraico-musulmano. Dire ebraico-cristiano <em>oggi</em> significa soltanto escludere l’Islam. Dica pure qualcuno che gli ebrei sono i nostri “fratelli maggiori”. Per quanto mi riguarda, i miei fratelli maggiori sono i greci, i miei cugini primi sono i cristiani, e tra i miei cugini secondi ho anche sia musulmani che ebrei. Nessuno mi costringerà mai a belare accettando ciò che il politicamente corretto mi appiccica al bavero della giacca.</p>
<p>In secondo luogo, non c’è alcun dubbio che il razionalismo moderno abbia prodotto le due teorie convergenti e complementari del diritto naturale (giusnaturalismo) e del contratto sociale (contrattualismo). E tuttavia il fatto che da queste due componenti (e segnatamente dalla prima) sia derivata l’attuale teologia interventistica dei cosiddetti “diritti umani” (ad apertura alare asimmetrica e con bombardamento interventistico differenziato) non elimina un fatto grosso come la catena delle alpi. E questo fatto sta in ciò, che all’interno di <em>questo stesso pensiero europeo</em> la fondazione giusnaturalistica dei diritti umani è stata criticata “in tempo reale” prima da Hegel (e dai successivi differenziati hegelismi di destra e di sinistra) e poi da Marx (tenendo conto che il pensiero marxiano originario deve essere tenuto ben distinto dalle formazioni ideologiche marxiste posteriori, tipo quella egemone di Stalin). Ora, so perfettamente che in questa provvisoria congiuntura storica Hegel e Marx sono stati cancellati come cani morti e consegnati ad irrilevanti gruppi di hegelologi e di marxologi accademici, ma ripeto che questo è dovuto soltanto ad una provvisoria congiuntura storica. È molto probabile che tra cinquant’anni le cose andranno diversamente, e sarà finita l’epoca della fine della storia (Fukuyama), del disincanto verso le grandi-narrazioni (Lyotard) e del cosiddetto (e ridicolo) “patriottismo della Costituzione” (Habermas, Napolitano, ecc.).</p>
<p>Per il momento, parafrasando i giudici “golpisti” di Mani Pulite, possiamo ispirarci ad un solo motto: resistere, resistere, resistere. Nessuna adesione a profili inesistenti come quelli chiamati “ebraico-cristiano” o “dei diritti umani”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>2) Costatiamo come l’identità dell’Europa oggi sia una problematica rimossa dalla coscienza dei popoli, in quanto evocatoria di un fondamentale senso di colpa collettivo di cui l’Europa è vittima. L’Europa è quindi la patria delle colpe originarie. La sua cultura è vista come la sintesi generatrice dei peggiori crimini contro l’umanità, quali l’olocausto e il colonialismo. Il suo peccato originale sarebbe dunque geneticamente connaturato alle sue radici culturali. L’eurocentrismo viene identificato sia col dominio coloniale che con la concezione razziale del nazismo. Al di là del giudizio storico sul colonialismo (epoca tramontata da almeno 50 anni), l’Europa ha lasciato in Africa, Sudamerica ed in minor misura in Asia, una impronta culturale che oggi è parte integrante della identità di molti popoli oggi indipendenti. Tale patrimonio culturale comune può costituire oggi una fonte di dialogo e di confronto in funzione antimperialista nei confronti del dominio globale americano. Ma come può l’Europa svolgere un ruolo di motore politico – culturale per la liberazione dei popoli se è essa stesa ad identificare la propria cultura con il suo senso di colpa irredimibile se non attraverso la rimozione dalle coscienze degli europei del proprio patrimonio identitario? Occorre inoltre aggiungere che l’Europa intera (e non solo l’Italia e la Germania), è stata condannata dal tribunale della storia dei diritti umani istituito dalla superpotenza americana, che, alla luce del proprio primato morale – armato, da Norimberga a Baghdad ha emanato solo sentenze di morte di ispirazione biblica. Il senso di colpa europeo è esplicativo di una subalternità morale e politica dell’Europa, che accetta supinamente la condizione di protettorato continentale americano.</em></strong></p>
<p>Tu cogli il punto essenziale della questione, quando affermi che senza rimuovere il senso di colpa collettivo di cui l’Europa è vittima ogni ulteriore discussione diventa superflua, inutile ed impossibile. Sono d’accordo -se posso dirlo- al cento per uno per cento. Ma, appunto, qui comincia la discussione.</p>
<p>In primo luogo, l’Europa è vittima, ma è vittima consenziente. Essa è come il masochista che si piega alle frustate gemendo di piacere. Vedremo poi i diversi ruoli delle quattro fonti principali di masochismo, il colonialismo, il fascismo, il comunismo, ed infine l’olocausto ebraico. A mio parere, di fatto solo il quarto conta, e gli altri tre restano del tutto accessori e complementari. Finché il masochismo dell’Europa non verrà curato in modo radicale, le basi USA espiatorio-punitrici continueranno ad occupare militarmente l’Europa.</p>
<p>In secondo luogo (andrebbe da sé, ma è meglio chiarirlo per evitare pittoreschi equivoci diffamatori) quanto dico non significa per nulla che il genocidio ebraico non sia mai avvenuto, e che -se avvenuto- non debba essere radicalmente respinto, deplorato, condannato e ovviamente “ricordato”. Io sono per la totale libertà di parola e di espressione pubblica per i cosiddetti “revisionisti” ed i cosiddetti “negazionisti”, non posso entrare nel merito del gioco dei numeri delle vittime accettate o supposte (non sono infatti mai entrato in vita mia in un archivio storico – sono<em> totus philosophus</em>), ma parto dal dato storico per cui Hitler intendeva realmente sterminare il popolo ebraico in quanto popolo, per un insieme di ragioni razziali (preservare la purezza del sangue tedesco) e di ragioni storico-complottivo-paranoiche (il complotto ebraico compiuto in alleanza informale fra capitalisti finanziari e commissari politici bolscevichi). Per quanto mi riguarda, il genocidio ebraico è <em>veramente esistito </em>(così come quello armeno, che non è per nulla meno odioso e più “giustificato” del precedente). Detto questo, è evidente che esso merita che ne venga coltivata la memoria. Altra cosa, invece, è  il culto religioso della memoria. La memoria è coltivata soprattutto nell’ambito privato famigliare e nello spazio pubblico scolastico, ed ha come fine principale l’impedire il più possibile che fatti consimili possano essere in futuro legittimati e ripetuti. Il culto della memoria non ha questo scopo preventivo ed educativo, ma esercita una funzione di legittimazione di eternizzazione di un senso di colpa collettivo e generazionale permanente.</p>
<p>In terzo luogo, bisogna dire che la cosiddetta responsabilità collettiva e intergenerazionale, spostata nel campo della politica, è una superstizione assiro-babilonese irrazionale, da respingere come si respinge uno scorpione velenoso. Responsabili sono coloro che hanno compiuto i crimini. I giovani tedeschi non sono affatto responsabili per Hitler e per Auschwitz. I giovani russi non sono affatto responsabili per le fucilazioni di migliaia di ufficiali polacchi nelle fosse di Katyn. I giovani italiani non sono affatto responsabili per il colonialismo italiano in Libia ed in Etiopia. I giovani americani non sono affatto responsabili per le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. I giovani mongoli non sono affatto responsabili per il massacro di ottocentomila persone (800.000) a Bagdad. Ed i giovani israeliani, ovviamente, non sono affatto responsabili per le atrocità del sionismo. Se cominceranno ad esserlo, lo saranno quando cominceranno a massacrare i palestinesi.</p>
<p>Hai dunque totalmente ragione quando te la prendi con al sindrome di colpa, e quando capisci perfettamente che non si tratta per nulla di un giusto risarcimento morale, ma di un rito espiatorio di tipo religioso, tendente a creare un senso di colpa (d’altronde, le stesse analisi di René Girard sulla religione finiscono con il dire cose simili). A questo punto, però, è bene differenziare i fattori da te segnalati.</p>
<p>Per quanto riguarda il colonialismo, sono d’accordo in linea di massima con il tuo rifiuto della colpevolizzazione eterna. Devo però far notare che il colonialismo merita però una autocritica particolare, non tanto e non solo per ciò che è avvenuto in passato ed è ormai consegnato alla storia, quanto perchè oggi l’adesione all’imperialismo USA si nutre ideologicamente anche di una rilegittimazione del vecchio colonialismo. Ed infatti il punto sta qui, e solo qui. Io non voglio stucchevoli cerimonie del “chiedere perdono”, perchè esse sono anzi funzionali al mantenimento del senso di colpa. Vorrei però che l’autocritica ai presupposti anche razziali del colonialismo servisse da premessa all’estensione di questa critica anche all’<em>odierna</em> legittimazione dell’interventismo imperialistico <em>attuale</em>.</p>
<p>Per quanto riguarda il nesso fascismo-comunismo, è inutile negare che io sia a tutti gli effetti un allievo critico di Marx, e che quindi possa essere connotato come un “marxista critico non-pentito”. Ed infatti io sono proprio questo: un marxista critico non-pentito, e quindi un “comunista” nel senso di Karl Marx. E tuttavia, non ho nulla in contrario a che venga istituito un paragone critico fra fascismo e comunismo, come fa il mio amico de Benoist. Non ha infatti senso ripetere che le intenzioni del comunismo erano universalistiche, mentre quelle del fascismo erano razzistiche e particolaristiche. Alle vittime dei <em>lager </em>e dei <em>gulag</em> non importa infatti nulla che nel primo caso le pallottole che gli vengono sparate in testa siano “particolaristiche” e nel secondo caso “universalistiche”. Piuttosto, considero masochista il limitarsi a condannare il fascismo ed il comunismo ritenuti entrambi “totalitari”, con ridicolo effetto di legittimare indirettamente il “terzo assente”, e cioè il liberalismo capitalistico. È questa la radice del successo di quella dotata professoressa di scuola media chiamata Hannah Arendt, eretta a sacerdotessa della critica al totalitarismo, laddove il suo primo marito Günther Anders, dotato intellettualmente cento volte più di lei, resta del tutto sconosciuto.</p>
<p>E tuttavia, l’<em>unico </em>vero fattore di colpevolizzazione europea è la religione dell’olocausto. Che si tratti di una religione è perfettamente chiaro a molti ebrei critici (Joseph Finkelstein, Israel Shamir, Ghilad Atzmon, eccetera). Per usare il linguaggio teologico di una sacerdotessa italiana dell’olocausto (cfr. Elena Löwenthal, “La Stampa”, 19/01/08) “la <em>shoah </em>sfugge drasticamente ad ogni fenomenologia della storia, divina e umana”. Se le parole hanno ancora un senso, significa che il genocidio ebraico (che -ripeto a scanso di equivoci protervi- c’è veramente stato) non può essere paragonato a nulla di quanto è successo nella storia. Ma queste sono sciocchezze inaccettabili, del tutto inutili peraltro per la stessa causa giusta del ricordo delle vittime innocenti di Auschwitz. Tutti gli eventi storici, essendo per l’appunto “storici”, sono paragonabili ad altri eventi storici. Solo gli eventi religiosi, appunto perchè religiosi, sono imparagonabili: la crocifissione di Gesù e la sua resurrezione, i comandamenti dati da Dio a Mosè, le visioni di Budda, le rivelazioni a Maometto, eccetera.</p>
<p>La religione dell’olocausto è il principale fattore di “eternizzazione” del senso di colpa dell’Europa. Per capirlo basterebbero due ore di pacata conversazione razionale. Ma queste due ore sono impossibili per una <em>coercizione</em> sociale esterna. Chi infatti le proponesse verrebbe diffamato come “antisemita” &#8211; pur ovviamente non essendolo per nulla- e ben pochi hanno il coraggio di sopportare le conseguenze sociali di questa diffamazione. Nessuna carriera politica o universitaria diverrebbe possibile. Situazione a tutti gli effetti superstizioso-medioevale, per fortuna senza roghi. Ed è già, effettivamente, un “progresso”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>3) Il problema della identità europea è indissolubilmente legato a quello della sua indipendenza. La sovranità europea non è in alcun modo concepibile alla stregua dell’indipendenza nazionale di un popolo, perché l’Europa non è una nazione, ma un insieme assai diversificato di stati. L’Europa è una entità geopolitica troppo grande per essere considerata un’unica nazione e, nello stesso tempo, troppo piccola per essere autosufficiente rispetto alla potenza globale degli USA e delle stesse potenze emergenti, quali la Cina, La Russia e l’India. L’eurocentrismo, oltre che un retaggio del passato, è oggi un lusso che l’Europa non può permettersi. L’Europa è portatrice di un patrimonio culturale che va dalla cultura classica all’idealismo otto/novecentesco di carattere universalistico, aperto al contributo di tutti i popoli extraeuropei che possono potenzialmente essere partecipi dei valori universali originari dell’Europa. L’Europa dunque essere in quanto universalista, altrimenti non è. L’Europa è allora estranea alla problematica schematica sia dello stato – nazione che del cosmopolitismo globale senza radici, in quanto il suo universalismo deriva dalla coscienza di sé stessa, così come, in parallelo, dal riconoscimento delle altre identità diverse da essa. L’Europa è quindi oggi un aperta contraddizione dialettica sia con sé stessa (che non riesce ad essere una sintesi delle diverse specificità dei propri popoli), che con gli altri (che non riconosce sulla base di una propria identità, ma in funzione dell’ideologia cosmopolita dei diritti dell’uomo, che nega ogni radice originaria dei popoli).</em></strong></p>
<p>Se ti ho capito bene, e non ti ho frainteso, tu sei contemporaneamente contro lo stato-nazione, che consideri ormai sorpassato o troppo debole per contrapporsi allo strapotere economico e militare USA, e contro il “cosmopolitismo globale senza radici”, di cui tu individui correttamente la forma dominante presente nell’ “ideologia cosmopolita dei diritti dell’uomo, che nega ogni radice originaria dei popoli” anche (aggiungo io) scioglie ogni popolo, ogni nazione ed ogni stato in un insieme di individui sradicati, deterritorializzati ed assolutizzati in quella che il filosofo Lukács avrebbe definito “insieme di onnipotenza astratta e di concreta impotenza”.</p>
<p>Sono d’accordo sul fatto che “l’eurocentrismo, oltre che un retaggio del passato, è oggi un lusso che l’Europa non può permettersi”. Non sono però d’accordo – e penso sia bene dirlo francamente – a mettere sullo stesso piano lo stato-nazione e il cosmopolitismo sradicato dei diritti umani. Posso concederti che siano entrambi due mali. Ma il fatto che siano entrambi due mali resta del tutto astratto. Una slogatura ed una cardiopatia sono entrambe due mali, ma quale dei due è il maggiore? Nello stesso modo credo si debba dire apertamente che, fra i due mali, i difetti dello stato-nazione sono <em>meno</em> gravi dei difetti del cosmopolitismo (interventista) dei diritti umani. I diritti umani sono il male maggiore, lo stato-nazione è il male minore. Ritengo che la questione debba essere impostata così, perchè in caso contrario ci condanneremo per sempre ad un pendolarismo impotente del tipo di “nè&#8230;nè”, moralmente gratificante, ma che non ci porterà da nessuna parte. Permettimi allora di impostare diversamente la questione, proprio sulla base non del “nè&#8230;nè”, ma del “male maggiore&#8230;male minore”.</p>
<p>L’ideologia dei diritti umani è in questo momento storico il <em>male maggiore</em> del panorama ideologico internazionale (dico “ideologico”, non  certo filosofico o religioso). In questo momento, essa è una semplice teologia del diritto all’interventismo imperialistico, e come teologia normativa viene insegnata ai giovani studenti dei dipartimenti universitari di studi internazionali, perennemente eccitati all’idea di essere l’equivalente laicizzato professionale dei vecchi missionari (Kosovo, Irak, Birmania, Sudan, eccetera). Mi spiace dover dire una cosa simile, perchè mentre molti filosofi appartengono a correnti apertamente relativistiche (Richard Rorty, Gianni Vattimo, lo stesso Alain de Benoist), io sono invece un vecchio e tenace universalista, della stessa scuola universalistica di Spinoza, Hegel e Marx. Inoltre, ho sempre condiviso la tesi di fondo del filosofo tedesco Ernst Bloch, per cui il diritto naturale è un alleato della dignità dell’uomo. Ma tutto questo non mi impedisce di capire la natura interventistica dell’ideologia dei diritti umani.</p>
<p>Dal momento che l’impero americano ha un fondamento messianico-religioso, e non certamente giusnaturalistico-razionalistico, esso non ha alcun vero interesse per i diritti umani, che sono pur sempre un terreno di dibattito filosofico razionalistico. Ma esso usa strumentalmente questa ideologia, perchè sa bene che essa è il terreno ideale di incontro con la parte più stupida degli intellettuali europei (e cioè la parte che va dal novanta al novantacinque per cento del totale). Questa intellettualità esce da una delusione nei confronti del proprio precedente universalismo, rivoluzionario-comunista o anche moderato-socialista, ed è quindi pronta a sublimare le sue precedenti illusioni con un mutamento di funzione del proprio passato universalismo, che passa così dalla trasformazione sociale al desiderio di punire i dittatori, non importa se glabri, baffuti o barbuti. È anche in questo modo che l’universo simbolico degli USA tiene al guinzaglio tutta questa gente disorientata, confusa e fallita. Bombardare lo Zimbawe! Bombardare il Myanmar! Bombardare il Sudan! Bombardare l’Iran! E se non si può bombardare, almeno embargo, embargo, embargo!</p>
<p>È evidente allora che lo stato-nazione è il male minore, di fronte a questa adunata di invasati “umanitari”! Non  ha forse fatto una cosa meravigliosa il generale De Gaulle, cacciando le basi americane e restaurando il sacrosanto stato-nazionale francese? Non deve forse essere ammirato il grande Fidel Castro, nel difendere lo stato-nazionale cubano? Non sarebbe meraviglioso su un<em>vero</em> stato nazionale italiano restaurasse la sovranità politica e militare, congedando tutte le basi USA e Nato presenti nel paese, in modo che in Italia (che nessuno altro stato nazionale vicino <em>minaccia!)</em> ci siano soltanto militari armati del nostro paese?</p>
<p>Con questo, voglio assicurarti di essere personalmente consapevole che i piccoli stati nazionali non sono sufficienti per resistere e muoversi sullo scacchiere geografico globalizzato. Mi è completamente noto. E nello stesso tempo, l’Europa di oggi è quella dei Solana e dei D’Alema. Pensiamo veramente di fermarli? È molto difficile. Per questa ragione, insisto che una bella indipendenza nazionale (tipo Venezuela e Iran, per intenderci) è comunque un male minore, e quindi un bene maggiore, rispetto al peggio. Ed il peggio è oggi l’ideologia interventistica dei diritti umani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>4) L’Europa è giustamente considerata la fonte originaria dei diritti dell’uomo, della democrazia politica, dello stato sociale. Valori imprescindibili della società civile. Tuttavia in Europa, parallelamente ai diritti dell’uomo, nacque l’economia capitalista, il cui sviluppo si estese, attraverso il colonialismo, a tutto il mondo. Nacque in Europa, e fu esportato quindi nel mondo, un modello di sviluppo che si è affermato a tutt’oggi come universale, quale fonte di progresso ed evoluzione a livello mondiale. Al primato eurocentrico dell’Europa coloniale si è sostituito quello americano, quale potenza imperialista, che impone con la forza delle armi, oltre all’economia capitalista, anche la democrazia e i diritti umani. Come dunque si può constatare, l’imperialismo europeo è stato propedeutico alla globalizzazione. Ci si chiede allora, come l’Europa, che ha diffuso a livello mondiale il modello di sviluppo capitalista, possa oggi rivendicare l’indipendenza dei popoli, costituire un modello di sviluppo alternativo a quello americano, quando è essa stessa ad essere colonizzata da un capitalismo assoluto made in USA e dalla cultura liberal dei diritti umani, da fenomeni cioè da essa stessa generati. Ogni problematica riguardo l’indipendenza europea è destinata a restare prigioniera di questa contraddizione. E’ vero che l’Europa fu anche la patria del fascismo e del comunismo, ma questi sono fenomeni storicamente sconfitti e sono considerati parte integrante del senso di colpa collettivo europeo cui prima abbiamo fatto riferimento. Forse l’Europa, per essere antagonista, deve reinventare se stessa, creare in se stessa un nuovo libero pensiero universale, senza il quale non potrà liberarsi delle macerie del passato e della egemonia politica e culturale anglosassone. Sono queste le linee fondamentali di una auspicabile lotta di liberazione europea?</em></strong></p>
<p>Credo che tu colga il cuore della questione, affermando che “l’Europa deve reinventare se stessa, creare un nuovo libero pensiero universale, senza il quale non potrà liberarsi delle macerie del passato e della egemonia politica e culturale anglosassone”. Dal momento che condivido al cento per cento questo tuo modo di impostare la questione, ritengo utile problematizzare ulteriormente quanto dici.</p>
<p>In primo luogo, la strategia di legare il carro dei destini europei all’asse anglosassone USA-Inghilterra passa attraverso il concetto di Occidente, e bisogna avere quindi il coraggio mediato e razionale di<em> </em>respingerlo. Se non<br />
si respinge totalmente il concetto di Occidente è inutile poi lamentarsi che l’Europa è messa al carro dell’impero USA, perchè è proprio attraverso il concetto di Occidente che l’Europa vi viene incatenata, in senso culturale, politico e soprattutto geopolitico. Questa è la ragione principale della mia adesione all’eurasiatismo (rivista “Eurasia”, eccetera), che pure ha molte versioni,alcune delle quali personalmente non condivido(come ad esempio l’idea russo-mongolica oppure l’idea politica imperiale). Il concetto di Occidente deve essere respinto senza furberie, distinguo, specificazioni o mezzi termini. Non ha senso dire che  l’Europa è l’unico “vero” occidente, e gli USA sono un “falso” occidente. Oggi c’è un <em>solo </em>occidente, ed è l’unione geopoliticomilitare strategica fra USA ed Euiropa sotto il comando militare americano, che decide sovranamente la politica internazionale facendosi beffe del diritto ed inscenando disgustosi processi biblici contro i <em>leaders </em>sconfitti, in primo luogo i benemeriti Milosevic e Saddam Hussein, fra le oscene urla di consenso del circo mediatico e dei difensori dei “diritti umani”. Devo dire che su questo punto trovo molta confusione, in quarto un mucchio di gente in buona fede, sia a destra che a sinistra, continua a pensare che l’Europa sia l’unico e vero “occidente”. In questo modo faremo come i <em>lemming</em>, che vengono portati ad annegare nel mare dietro il pifferaio di Hamelin.</p>
<p>In secondo luogo (e qui vengo al punto da te evocato) l’Europa ha  nello stesso tempo avviato un processo di mondializzazione, globalizzazione e quindi universalizzazione geografica del modo di produzione capitalistico con tutti i suoi derivati (distruzione delle comunità, indebolimento del potere normativo del monoteismo, distruzione progressiva della famiglia e della figura del padre in particolare, economicizzazione del conflitto, società dei consumi di massa, individualismo generalizzato ed anomico, eccetera), ed un processo di proposta culturale universalistica, che non vedo espresso soltanto nei tre punti da te indicati (diritti dell’uomo, democrazia politica, stato sociale), ma vedo soprattutto in un profilo di libertà individuale all’infuori di ogni vincolo comunitario. Si tratta di una vera e<em> </em>propria unità degli opposti in senso dialettico, perchè la mondializzazione capitalistica distrugge la libertà, o quanto meno la riduce a libertà dell’individuo rispetto ad un consumo di merci di cui abbia però la disponibilità monetaria solvibile.<br />
In ogni caso questo processo storico, iniziato a metà settecento in Europa, è<strong> </strong>oggi passato <em>integralmente </em>negli USA. Si dirà che l’avverbio “integralmente è scorretto ed esagerato, perchè pienamente capitalistici sono ormai non solo l’Europa stessa ed il Giappone, ma anche l’India, la Cina, il Brasile, eccetera. Eppure vorrei tenere fermo l’avverbio “integralmente”, in quanto qui non si parla tanto dell’esistenza geografica ed economica di rapporti capitalistici di produzione in un singolo paese o in un insieme di Paesi (se così fosse, mi sbaglierei certamente), ma si parla del fatto che gli USA garantiscono in modo imperiale l’<em>unità</em> dei rapporti capitalistici nel mondo, e non si spiegherebbe altrimenti la fittissima rete di basi militari ovunque, che garantiscono certamente in primo luogo l’abnorme livello di consumi interni della superpotenza USA, ma assicurano più in generale l’unità politica e culturale del sistema. Non si spiegherebbe infatti altrimenti l’incomprensibile fatto per cui le oligarchie capitalistiche continuano a fornire basi militari alla superpotenza USA. Il fatto, ad un tempo scandaloso e ridicolo, che gli USA si permettano di allargare la loro base militare a Vicenza a sessantatre (63) anni dalla fine della seconda guerra mondiale, con la scusa di difenderci dalla minaccia dell’Iran o della Corea dei Nord, e che su questo punto non vi siano differenze fra Berlusconi e D’Alema, Fini e Prodi, eccetera, è il <em>segreto di Pulcinella</em> di questa configurazione geopolitica mondiale.<br />
Detto questo, quali dovranno essere i fondamenti di questo “nuovo libero pensiero universale” da te auspicato? Qui <em>finisce</em>l’intervista, e <em>dovrebbe cominciare</em> la <em>vera discussione</em>, fatta tutta al di fuori del circo politico, del circo mediatico, del circo universitario, e del circo degli intellettuali politicamente corretti con l’accesso garantito alla comunicazione sociale.</p>
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		<title>IL TEMPO DELLA VASELINA</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2022 10:12:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<div><strong>IL TEMPO DELLA VASELINA </strong></div>
<div></div>
<div><strong>Fine della Seconda Repubblica? Certamente</strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div><strong>Inizio della Terza Repubblica? Forse</strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div><strong>di Costanzo Preve</strong></div>
<p><strong>1. Scrivo queste brevi note il 17 novembre 2011 dopo aver seguito con attenzione le dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Monti al Senato. Ho già messo in rete due pezzi recenti. Il primo, intitolato Berlusconeide, scritto per gli amici greci e francesi che mi onorano della loro stima, cerca di fare un bilancio antropologico-culturale di quella vera e propria oscenità storica che è stato l’antiberlusconismo, la cui funzione storica di fondo è stata quella di far dimenticare la dipendenza interna (FMI e BCE) ed estera (USA e NATO) a quel conglomerato sociologico di ingenui che in Italia ha preso il nome di “sinistra”. Il secondo, immensamente più importante del primo, perché strutturale e non soltanto congiunturale, ha cercato di mettere a fuoco l’intrecciarsi di due dialettiche, la dialettica vincente della illimitatezza capitalistica e la dialettica perdente della corruzione del movimento storico comunista (nulla a che vedere con il comunismo “ideale eterno”, come avrebbe detto Vico, di cui continuo ad essere un testardo sostenitore filosofico).</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Queste note, certo meno importanti delle precedenti, concernono purtroppo solo la chiacchiera politica. Ma dal momento che c’è chi mi ha detto che era contento che mi fossi rimesso a scrivere note politiche (per la verità, esclusivamente grazie a due amici che mi mettono in rete, visto che nessuna rivista “politicamente corretta” e lottizzata fra Destri e Sinistri saprebbe che farsene delle mie riflessioni, che resterebbero nel cassetto) può darsi che possano interessare a qualcuno.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>2. Formalmente, la Seconda Repubblica non c’è mai stata, e quindi non ci può neppure essere la Terza. Ma sappiamo che la realtà storica non sa che farsene delle formalità dei costituzionalisti, che si inventano loro quando e dove la Costituzione viene violata e quando no (per questi signori in toga il puttaneggiare di Berlusconi è anticostituzionale, mentre la guerra contro la Libia non lo è). Utilizziamo allora un linguaggio nostro, perché se aspettiamo gli storici contemporaneisti corrotti della continua emergenza resistenziale antifascista in palese assenza di ogni fascismo, possiamo aspettare le Calende Greche.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>La Prima Repubblica finisce con Mani Pulite, che fu un colpo di stato giudiziario extraparlamentare operato congiuntamente da fantocci giudiziari di destra (Di Pietro), di centro (Borrelli) e di sinistra (D’Ambrosio, quello del “malore attivo” di Pinelli), e avallato dal circo mediatico unanime, di centro, sinistra (Santoro) e destra (Montanelli).</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Si trattava di operare un salto storico, e non solo politico. Chiudere con la Prima Repubblica, consociativa, corrotta, ma anche statalistica e keynesiana, dotata di un minimo di politica estera indipendente (Craxi, Andreotti). Oligarchie internazionali, Panfilo Britannia e banchieri apolidi (Ciampi) fecero il resto. I “comunisti”, che io personalmente chiamo soltanto “picisti” per non sporcare il nobile nome di comunismo, ci saltarono sopra come su di una “gioiosa macchina da guerra” (Occhetto), ansiosi di riciclarsi da venditori e piazzisti della via italiana al socialismo a partityo degli “onesti” rappresentanti delle oligarchie capitalistiche e della NATO (D’Alema nel Kosovo 1999, Napolitano nella Libia 2011). Ho insegnato storia per 35 anni, ma esempi di opportunismo, trasformismo e abiezione come questo non riesco a ricordare.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Berlusconi aveva i soldi per poter coprire il vuoto creato nel potenziale elettorato di centrodestra (ma anche della sinistra craxiana, da cui vengono Frattini e Tremonti) dalla liquidazione per via giudiziaria del personale politico DC, PSI, PSDI, PRI, PLI, la cui base elettorale, ci piaccia o no, era però la maggioranza del paese. Per poter nascondere questo fatto la cultura mediatica e universitaria di “sinistra”, sicura di egemonizzare la loro base di creduloni, si inventò un mito antropologico di origine gobettiano-azionista, quella di Berlusconi come rappresentante della furbizia degli italiani, popolo che la storia aveva privato della riforma protestante e dell’empirismo anglosassone.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>E’ la storia della Seconda Repubblica, quella in cui gli italiani sono stati costretti a dividersi in due soli partiti: il partito dei B e il partito degli anti-B. Vorrei ripetere bene questo punto, perché temo che sembri troppo paradossale. In superficie c’erano molti partiti, compresi Pannella, Scilipoti, Cossutta, Bertinotti, Veltroni, eccetera. In profondità c’erano sempre e solo due partiti, i B e gli anti-B. Chi scrive si è precocemente chiamato fuori da questa mascherata fini da metà degli anni Novanta, pagando un modico prezzo in termini di diffamazione (rosso-bruno e altre sciocchezze). Ho imparato molto, soprattutto che molti che ritenevo nemici non lo erano, e molti che ritenevo amici non lo erano. Ma non personalizziamo troppo.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>3. Berlusconi è stato indebolito certamente dalle campagne di stampa e dalla sua vergognosa e ingiustificabile vita privata di vecchio satiro incontinente, ma è stato rovesciato e commissionato non certo dalle “dieci domande” della banda De Benedetti-Scalfari, ma dai cosiddetti “mercati”, spread, eccetera. Egli era tollerato fino a che si pensava che potesse attuare quella normalizzazione anglosassone del capitalismo italiano che tutti gli ingenui di origine azionista invocano da un secolo come l’unico modo di guarire un “popolo delle scimmie” originatosi da un “risorgimento senza eroi”. E Berlusconi lo avrebbe anche fatto volentieri (ecco perché elogia Monti, e secondo me è sincero), ma non poteva farlo, per il fatto che doveva pur sempre essere eletto, e nessun tacchino vota per il cenone di Natale, che comincia mettendolo in pentola.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Tutto qui l’enigma Berlusconi? Ma le cose non sono più complesse (la complessità è l’idolo dei confusionari e dei professori universitari)? Ma neppure per sogno, cari amici! Le cose sono semplicissime, e stanno veramente così.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>4. Il governo Monti potrà fare ciò che non avrebbero potuto fare né Berlusconi, né Bersani, e tantomeno i fantocci urlanti tipo Di Pietro e Vendola. Ma non credo che saranno “lacrime e sangue” o “macelleria sociale”. Su questo mi spiace, ma non sono d’accordo con i catastrofisti, gli estremisti ed altri apocalittici. Trattandosi di tecnici (pensiamo a Passera, a Profumo, alla torinesissima Fornero, eccetera), sono certo che sapranno contemperare il loro progetto con una tempistica adeguata. E allora chiediamoci: qual è il loro progetto, per cui sono stati insediati dalle oligarchie post-borghesi che dominano il pianeta, con il loro seguito mercenario di ex-comunisti cinici e nichilisti? Macelleria sociale? No. Lacrime e sangue? No. E che cosa allora? Fino a che non si capirà cosa vogliono è del tutto inutile blaterare. Il mazzo è truccato, le carte sono segnate, e quindi accettare di mettersi a giocare è da incoscienti.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>5. Il programma, in nome dell’Europa, è semplicemente la fine della eccezione capitalistica europea e la sua completa omogeneizzazione al modello anglosassone di capitalismo. Il capitalismo europeo, a causa di una doppia spinta dall’alto (Bismarck, Giolitti, De Gaulle, eccetera) e dal basso (movimento operaio e socialista, eccetera) non aveva mai potuto omologarsi in più di un secolo al modello americano del dominio assoluto dell’industria e della finanza, ma era stato costretto ad accettare quelli che le canaglie liberali e liberiste avevano chiamato “lacci e lacciuoli”, e di cui avevano auspicato per un secolo la fine.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Tutta la babbioneria dei tifosi identitari novecenteschi, a partire dal sottoscritto, era stata ipnotizzata dallo scontro tra fascismo e comunismo (quello storico novecentesco, non “ideale eterno” come il mio, che sono un idealista e un umanista esplicito, e mi spiace di far venire un colpo apoplettico a tutti i residui althusseriani e dellavolpiani ancora in servizio permanente effettivo). Ma fascismo e comunismo si sono rivelati due incidenti di percorso nel cammino dialettico del capitalismo mondiale. Altrove ho cercato di spiegare le cause di queste due pittoresche sconfitte, e qui non mi ripeto. Mi limito a ricordare un fatto.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Superati questi due incidenti di percorso, il ceto intellettuale ha certamente intrattenuto per mezzo secolo lo scontro simbolico e virtuale fra anticomunismo in assenza di comunismo e antifascismo in assenza di fascismo trovando chi era disposto a crederci, compreso lo scrivente fra il 1960 e il 1990. Ma oggi cominciamo finalmente a capire, con la torpida lentezza di chi si è fatto abbindolare per ideologismo identitario troppo a lungo, che la posta in gioco era un’altra: la fine della eccezione capitalistica europea e l’omogeneizzazione totale del capitalismo europeo all’unico modello americano.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>6. Unico modello? Ma neppure per sogno! C’è anche un altro modello strategico di capitalismo, quello cinese. Ma quello cinese non è esportabile in Europa (nel terzo mondo invece forse sì), perché proviene da una storia particolare, l’innesto del maoismo come prima accumulazione del rapporto di capitale su di un substrato precedente di modo di produzione asiatico. Per questo non è un caso che la Cina diventi sempre di più l’avversario strategico degli USA.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>E’ sufficiente studiare la grande strategia geopolitica USA. Su questo i lettori de “La Stampa” sono avvantaggiati, perché dispongono di una “gola profonda” al Dipartimento di Stato USA, Maurizio Molinari, che ci informa quotidianamente della strategia imperiale americana. Gli USA non cessano di provocare la Cina con il Dalai Lama. Karzai, il fantoccio afghano, ha già promesso agli USA basi militari permanenti, che potranno minacciare geopoliticamente sia la Cina che la Russia, essendo insediate nel cuore eurasiatico (lo Heartland dei geopolitici, che i criminali ex-comunisti russi hanno abbandonato consegnandolo agli USA). Gli USA hanno messo una base militare permanente a Darwin in Australia, che nessuno minaccia. Gli USA cercheranno di provocare conflitti sulle isole che fanno da contenzioso geografico fra Cina, Filippine e Vietnam. In Europa, tutte le classi dirigenti europee sono atlantiche, dai baltici ai portoghesi, dagli italiani ai polacchi.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>7. Si presti attenzione al “lato esteri” del governo Monti. Alla Difesa va un generale che viene dall’Afghanistan, l’ammiraglio Di Paola, che dal suo teatro afghano di guerra ha accettato con un SMS. Si tratta di un alto stratega NATO, parte di quel gruppo di assassini che ha fatto di Sirte la nuova Guernica del Mediterraneo. Agli Esteri il signor Terzi, ambasciatore a Washington ed ex-ambasciatore a Tel Aviv, uomo fedelissimo agli americani e ai sionisti.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Se ci fosse ancora una “sinistra”, questo verrebbe notato. Ma siccome non c’è più, saranno pochissimi quelli che lo noteranno. La base di fedeli subalterni anti-B se ne frega della politica estera, non la vede neanche, e la sola cosa che gli interessa è quello che gli scribi dell’oligarchia finanziaria chiamano “ricambio antropologico” (cfr. Ceccarelli su “Repubblica” del 17 novembre 2011). Non c’è più il puttaniere, non ci sono più la Gelmini, la Minetti e Scilipoti! Evviva, evviva! Mettete ad alto volume i Carmina Burana! Cantate insieme Bella ciao e l’Inno di Mameli! Viva Napolitano, difensore della Costituzione!</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>8. Il tempo che verrà non sarà il tempo della macelleria sociale, ma il tempo della vaselina. I “tecnici” sono troppo abili per metterla violentemente in quel posto a Cipputi, come il tizio dell’ombrello disegnato dallo sciocco PD Altan, che ha a suo tempo inventato la Pimpa, ma ha poi messo la sua matita al servizio del Circo Bersani.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Ai lavoratori, ai precari e ai pensionati l’hanno già da tempo messa in quel posto. Mancano ancora i ceti medi, da liberalizzare totalmente, secondo il modello americano. Negli USA gli avvocati ricchi sono ricchi a miliardi, e gli avvocati poveri girano per i bar intorno alle carceri in cerca di clienti. Monti penserà certamente anche a questo, in nome della meritocrazia, dei giovani e delle donne. I rinnegati ex-comunisti lo aiuteranno certamente, fingendo di avere delle “riserve” con i loro elettori fidelizzati. Ora che non c’è più Berlusconi, bisognerà trovare dei nuovi “fascisti” e dei nuovi “populisti”, ma non sarà facile perché Alfano non si presta.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>9. E l’opposizione? Certamente vi sarà, ma temo che non abbia senso nutrire troppe illusioni. Il movimento degli indignati? Certo, sono mille volte meglio di quelle vere e proprie prese in giro che sono stati i movimenti pacifista e altermondialista. Almeno costoro se la prendono con le oligarchie finanziarie. Ma in esso sono ancora troppo presenti illusioni alla Beppe Grillo per poterci veramente sperare.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>La CGIL? Ma non scherziamo! La Camusso è organicamente legata al gruppo dirigente Bindi-Bersani. Farà un po’ di melina, farà dichiarazioni “severe”, ma ciò che conta è il livello strategico, e questo è assicurato.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>La FIOM? Ma non scherziamo! Potrà piacere al “Manifesto”, insieme ai baci gay della Benetton, ma il signor Landini è semplicemente il contraltare del signor Marchionne. Per gente così il mondo comincia e finisce con Marchionne. Ora, il conflitto Landini-Marchionne passa a lato di tutto ciò che conta in Italia.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>I signori Diliberto e Ferrero? Ma non scherziamo. Essi hanno un solo problema, salvare la baracca del loro microscopico ceto politico professionale, e possono farlo solamente attaccandosi alle bretelle di Bersani.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Il signor Ferrando e i microgruppi del fondamentalismo comunista? Ma non scherziamo. Costoro vendono sempre la vecchia merce del comunismo storico novecentesco, variante trotzkista (Ferrando) o variante stalinista (Rizzo). Io sono un amante e un cultore dell’archeologia e delle lingue morte, ma solo nei musei e nelle biblioteche.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>I sindacati di base? Qui andiamo per fortuna un po’ meglio, perché almeno è gente del tutto al di fuori della grottesca mascherata B e anti-B. Non a caso, sono stati gli unici, insieme agli indignati, che hanno manifestato a Roma il 17 novembre, giorno dell’insediamento dellas giunta dei commissari FMI, BCE, USA e NATO. E’ bene dargliene atto.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>10. E tuttavia, il difetto dei sindacati di base sta nel manico. Essi pensano di potersi opporre alla carica di un rinoceronte riproponendo le vecchie ricette economicistiche delle piattaforme sindacali, semplicemente prese sul serio e non usate come forme di manipolazione identitaria. Ma il tempo che ci aspetta è il tempo della vaselina. La giunta della BCE deve privatizzare tutto e liberalizzare tutto, e soprattutto deve applicare il modello della americanizzazione integrale dell’Europa, che copre anche l’appoggio strategico all’impero geopolitico americano. Si ricordi il WOW (uau) della strega Clinton all’annunzio della morte di Gheddafi. Mi ricorda i passi di danza fatti da Hitler dopo la presa di Parigi ricordati da Brecht nel suo diario fotografico.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Il baraccone ideologico che noi stessi abbiamo messo al potere (Gad Lerner, ex Lotta Continua, Adriano Sofri, ex Lotta Continua, Floris e Ballarò, eccetera) è formato da esperti in vaselina e in penetrazione indolore! Altro che il cavalier Banana di Altan e il suo ombrello che la mette in quel posto a Cipputi, il brontolone mormoratore subalterno che ha plasticamente incarnato la sconfitta storica della classe sociale più incapace della storia universale dal tempo degli antichi egizi.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Il tempo della vaselina è cominciato. Quanto tempo durerà non posso saperlo. Non posso escludere fatti nuovi. Per fortuna la storia è imprevedibile, e non assomiglia per nulla a quella caricatura impostaci per mezzo secolo dagli intellettuali storicistici del progresso. Berlusconi sarà probabilmente ricattabile con le sorti in Borsa di Mediaset. Il puttaniere tiene pur sempre famiglia, e deve lasciare ai suoi figli una proprietà ancora in piedi. La marmaglia anti-B che ne ha festeggiato la partenza urlando sconci insulti adesso sarà contenta con l’arrivo del tempo della vaselina. Ma forse la Terza Repubblica ci riserverà alcune sorprese.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Termino con un auspicio gramsciano: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. Bergson + Sorel. Non ci credo molto, tenuto conto della stupidità gregaria e identitaria dei nostri amici. Ma forse, speriamo, i giovani saranno meno cretini.</strong><br />
<strong><br />
</strong><br />
<strong>Torino, 17 novembre 2011</strong></p>
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		<title>Clamoroso: la Germania ha fatto default, ma non è successo niente</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jul 2019 15:35:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<div> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/diapositiva1-11.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-6109" title="diapositiva1-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/diapositiva1-11-300x168.png" alt="" width="300" height="168" /></a></div>
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<div>
<p>Da oltre vent’anni a questa parte, il dibattito politico è costretto a muoversi negli angusti spazi del pareggio di bilancio: qualsiasi opzione politica deve confrontarsi con il <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/03/oltre-il-mito-del-debito-pubblico-non-ci-sono-i-soldi-o-non-ce-li-fanno-toccare/" rel="noopener" target="_blank">paradigma della scarsità delle risorse</a> che, secondo i paladini dell’austerità, caratterizzerebbe il funzionamento di un’economia sana. Ci viene spiegato ogni giorno che quel paradigma non ce lo impone l’Europa, con i suoi vincoli al <em>deficit </em>e al debito pubblico, ma deriva dalla razionalità dei mercati: se ti indebiti troppo <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/09/sorvegliati-e-puniti-leuropa-e-la-frusta-dei-mercati/" rel="noopener" target="_blank">perdi la credibilità dei mercati</a> e nessuno è più disposto a finanziare il tuo debito pubblico. È lo spettro del <em>default</em>, agitato in ogni discussione politica per tenere a bada le istanze di progresso sociale: non possiamo aumentare le pensioni, non possiamo costruire nuovi ospedali, non possiamo garantire la piena occupazione perché non ci sono i soldi, e se non tieni i conti in ordine ti ritrovi – questa la minaccia ricorrente – in bancarotta. L’incubo degli statisti di ogni colore politico sarebbe dunque quello di scatenare l’ira dei mercati, e cioè di ritrovarsi senza più nessuno disposto a prestare i soldi allo Stato. L’austerità, in questa narrazione, è la medicina amara ma necessaria: tagliare diritti, salari e stato sociale non piace a nessuno, ma dobbiamo farlo per evitare un baratro di nome <em>default.</em></p>
<p>Nel disinteresse generale, pochi giorni (esattamente, il <a href="https://www.deutsche-finanzagentur.de/en/institutional-investors/primary-market/auction-results/" rel="noopener" target="_blank">10 luglio 2019</a>) fa si è verificato un piccolo ma significativo fatto, una curiosa circostanza che dimostra plasticamente l’infondatezza di tutto questo <a href="https://coniarerivolta.org/2019/04/01/contro-i-terroristi-del-debito-pubblico/" rel="noopener" target="_blank">terrorismo sul debito pubblico</a>. Ironia della sorte, lo spettro del <em>default</em> – o, per dirla più semplicemente, del fallimento, della bancarotta – è apparso dove meno te lo aspetti: un’asta di titoli del debito pubblico della virtuosa Germania ha registrato una domanda di <em>bund </em>(così sono chiamati i titoli di Stato tedeschi) inferiore alla quantità offerta dal Governo. A fronte di 4 miliardi di euro di titoli di Stato tedeschi offerti al mercato, sono pervenute domande per 3,9 miliardi. Il risultato? Come avrete notato, non è successo assolutamente nulla. Capire perché un’asta scoperta non produce alcun <em>default </em>può aiutarci a sfatare alcuni miti sul debito pubblico e, soprattutto, a ricollocare tutti questi fenomeni economici nella dimensione politica che gli è propria, l’unica entro cui possono essere compresi. Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Il debito pubblico si accumula ogni volta che lo Stato spende più di quanto raccoglie con le tasse. Il debito pubblico è, dunque, il risultato di una serie di disavanzi di bilancio e rappresenta, <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/29/il-debito-pubblico-e-crescita-aboliamo-il-pareggio-di-bilancio/" rel="noopener" target="_blank">come abbiamo già avuto modo di sottolineare</a>, uno strumento essenziale per stimolare l’economia. Persino la virtuosa Germania, che da anni rispetta alla lettera il pareggio di bilancio, ha negli anni precedenti accumulato oltre 2.000 miliardi di euro di debito pubblico: anche se non contrae più alcun disavanzo di bilancio, Berlino deve rifinanziare ogni settimana una parte del debito in scadenza emettendo nuovi titoli, per un totale di centinaia di miliardi di euro ogni anno necessari semplicemente a rinnovare il debito pregresso. Lo Stato si indebita emettendo titoli che vengono sottoscritti prevalentemente da banche, fondi pensione, società finanziarie e assicurative e altri cosiddetti ‘investitori istituzionali’. Di norma la domanda di titoli di Stato eccede, anche sensibilmente, la quantità offerta in asta, principalmente perché quelle obbligazioni rappresentano i titoli più sicuri presenti sui mercati finanziari, una forma per conservare la ricchezza nel tempo senza intaccarne sensibilmente il valore e, nella maggioranza dei casi, guadagnandoci anche un rendimento. Tanto per fare un esempio, l’asta di BTP decennali <a href="https://www.soldionline.it/notizie/obbligazioni-italia/btp-decennale-collocamento-rendimento-asta-27-giugno-2019" rel="noopener" target="_blank">del giugno scorso</a> ha registrato una domanda di 3,6 miliardi contro i 2,75 offerti dal Governo italiano.</p>
<p>L’asta di <em>bund </em>decennali del 10 luglio scorso ha invece registrato una domanda inferiore all’offerta, una circostanza davvero curiosa per un titolo che è considerato il più sicuro d’Europa, con un rating AAA, il livello massimo possibile. La locomotiva d’Europa ha dunque dichiarato <em>default</em>? Pare proprio di no. Come spiegheremo nei paragrafi che seguono, la ragione risiede in un vero e proprio privilegio di cui la Germania si ‘avvale’ e che le permette di non scontrarsi con le temutissime ire dei mercati.</p>
<p>La Germania, infatti, si riserva sempre la possibilità di trattenere una parte dei titoli in emissione – congelati presso la Bundesbank – e di riproporli successivamente sui mercati vendendoli direttamente in borsa, fuori dal meccanismo d’asta. Questa pratica operativa permette al debitore pubblico di sottrarsi alla tagliola dell’asta, alla quale possono partecipare solamente poche banche selezionate, e di rivolgersi direttamente ai mercati finanziari. Tale passaggio, dall’asta (detta ‘mercato primario’) alla borsa (detto ‘mercato secondario’) è carico di conseguenze, perché la Banca Centrale Europea ha il divieto di intervenire in asta mentre acquista ogni giorno titoli pubblici sui mercati secondari, sostenendone il corso. Aggirando la rigidità dell’asta, e riservando regolarmente una parte dell’emissione alla vendita diretta sui mercati, la Germania si sottrae ad eventuali capricci delle banche partecipanti alle aste, rendendo impossibile il ricatto del <em>default</em>. Nel caso dell’asta del 10 luglio, a fronte di 3,9 miliardi di euro di titoli richiesti dagli investitori, meno dei 4 miliardi inizialmente previsti per l’emissione, la Germania ha effettivamente emesso solamente 3,2 miliardi di euro di titoli, collocando dunque addirittura meno della pur bassa domanda. Quegli 800 milioni di euro di titoli di Stato di differenza tra la quantità inizialmente prevista per l’emissione e la quantità concretamente collocata sono stati congelati presso la banca centrale tedesca, la Bundesbank, e verranno offerti nelle settimane successive in borsa, approfittando anche degli acquisti che la BCE quotidianamente realizza sui mercati finanziari. In questa maniera, la Germania impedisce alle banche che partecipano alle aste di ‘tirare’ sul prezzo: se gli investitori privati pretendono in asta un tasso di interesse diverso da quello desiderato dal Governo, i titoli vengono ritirati dall’asta e collocati successivamente attraverso le borse, dove operano molti più investitori e dove si rende possibile un sostegno finanziario da parte dell’autorità monetaria, sostegno che i Trattati europei vietano in asta.</p>
<p>Prima di trarre una morale da questi eventi, dobbiamo brevemente soffermarci sulla curiosa circostanza che ha visto i principali investitori privati boicottare un’asta di <em>bund</em>. Come spesso accade quando ci si muove nella giungla dei mercati finanziari, questo comportamento si spiega facilmente in base alla logica del profitto: quei titoli sono stati offerti – caso unico in Europa per un titolo decennale – ad un rendimento negativo dello 0,3% circa. Rendimento negativo significa che il creditore, colui che compra i titoli, paga un prezzo per prestare i suoi soldi al governo tedesco. Tassi negativi di queste dimensioni sono incompatibili con il grado di profittabilità degli affari richiesti dalle principali banche di investimento del mondo, cioè proprio quelle ammesse alle aste di titoli di Stato. Ci si potrebbe domandare, allora, come mai dei titoli del debito pubblico per i quali il creditore paga per prestare dei soldi allo Stato possano comunque essere richiesti, ossia domandati. La risposta risiede, fondamentalmente, nel fatto che le banche e gli intermediari finanziari domandano i titoli del debito pubblico in quanto tali titoli rappresentano, in primo luogo, una riserva di liquidità sicura e, in secondo luogo, una fonte alternativa di impiego della liquidità rispetto al deposito di quella stessa liquidità presso la Banca Centrale Europea che, su quel deposito, offre, in generale, tassi di interesse ancora minori a quelli percepibili sui titoli di stato.</p>
<p>Tuttavia, davanti alla richiesta del governo tedesco di sottoscrivere titoli a perdere, i partecipanti all’asta hanno voltato le spalle. Il debito pubblico, infatti, come abbiamo già annunciato, è sottoscritto regolarmente sui mercati perché considerato un titolo sicuro che, al contempo, offre un rendimento positivo – pur se inferiore al rendimento dei più rischiosi titoli azionari. Se viene meno completamente l’elemento della remunerazione, cosa avvenuta il 10 luglio in Germania, il debito pubblico cessa di essere un affare interessante per le banche private. Destino simile toccò un anno fa al debito pubblico giapponese, con i tassi di interesse stabilmente in territorio negativo per via del sostegno massiccio della banca centrale giapponese, che ha acquistato oltre il 40% del debito pubblico nazionale: se il debito pubblico viene rifinanziato con il supporto dell’autorità monetaria – cosa che avviene <a href="https://coniarerivolta.org/2019/04/17/il-debito-pubblico-giapponese-e-noi/" rel="noopener" target="_blank">esplicitamente in Giappone</a> e surrettiziamente in Germania – quel debito, unito all’operato dell’autorità monetaria, appare come un mero strumento di politica fiscale e di politica monetaria, utile a governare i tassi di interesse sui mercati finanziari ma inutile a macinare profitti. Detto in altri termini, nel momento in cui l’autorità monetaria opera in supporto allo Stato nel collocamento dei titoli del debito pubblico, quel debito (o meglio, l’emissione di quel debito supportata dall’autorità monetaria) assume la veste esclusiva di ‘leva’ necessaria sia a far funzionare la macchina-Stato (ossia a finanziare la spesa in disavanzo) sia, al contempo, a controllare i tassi di interesse che lo Stato dovrà pagare su quei titoli, evitando così di lasciarli in balìa delle richieste degli intermediari e delle banche d’affari.</p>
<p>Da qui, dunque, il paradosso: mentre tutti discutono del <a href="https://www.nextquotidiano.it/asta-btp-italia/" rel="noopener" target="_blank">rischio default dei paesi della periferia europea</a>, quel rischio si manifesta proprio nel cuore dell’Europa – laddove viene esercitato il governo dei mercati finanziari e, dunque, laddove il debito pubblico – leva fondamentale della politica monetaria – perde qualsiasi profittabilità.</p>
<p>Cosa ci insegna questa storia del mancato <em>default </em>tedesco? Dovrebbe insegnarci che il meccanismo di rifinanziamento del debito pubblico è un processo innanzitutto politico: laddove il potere politico lo consente, esistono infiniti metodi per sottrarsi al ricatto dei mercati, metodi che dipendono in ultima istanza dal governo della politica monetaria, e dunque dal comportamento della banca centrale. Non esiste alcuna disciplina dei mercati che non sia il risultato di un particolare contesto politico: se l’Italia subisce il ricatto del <em>default</em>, lo subisce perché non ha il sostegno della banca centrale e non ha il beneplacito delle istituzioni europee, che dal nostro Paese pretendono una ferrea disciplina mentre consentono alla Germania la pratica operativa del congelamento dei titoli in emissione, una scappatoia dalle strette dei mercati finanziari.</p>
<p>Quello del <em>default </em>non è altro che uno spauracchio, un mito utile a disciplinare i governi europei per imporre le politiche di austerità. Gli Stati dispongono di una Tesoreria, un cuscinetto di liquidità che consente di far fronte alle spese previste e impreviste, e nessun governo dipende dalla buona riuscita di una singola asta del debito pubblico. Come dimostra il caso tedesco, il mancato collocamento dei titoli di Stato emessi in asta non porta ad alcun <em>default</em>, perché esistono molteplici metodi di rifinanziamento del debito pubblico in scadenza nel medio periodo – fuori dall’urgenza dell’asta. Modi che dipendono, in ultima istanza, dallo spazio politico che un governo si conquista in base ai rapporti di forza: la Germania ha il sostegno della banca centrale e delle istituzioni europee, e per questa ragione non ha nulla da temere. Il conflitto politico e sociale deve puntare alla conquista di quello spazio politico, deve contendere alle attuali classi dirigenti la gestione di quel potere che consente di governare ordinatamente un’economia e metterla <a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/13/la-piena-occupazione-spaventa-il-profitto-perche-lottare-contro-i-vincoli-europei/" rel="noopener" target="_blank">al servizio della piena occupazione</a> e del progresso sociale.</p>
<p><em><strong> Coniare Rivolta</strong></em></p>
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		<title>I cattivi maestri: l’austerità non è mai abbastanza</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2019 12:51:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/2780-brunetta-frase-tipica-toto-pago-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5867" title="2780-brunetta-frase-tipica-toto-pago-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/2780-brunetta-frase-tipica-toto-pago-1-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a></h1>
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<p>Una delle scene più celebri del cinema italiano è quella in cui Totò e Peppino si cimentano nella preparazione di una lettera da indirizzare alla <em>malafemmina</em>. Nella fattispecie, si trattava di Marisa, l’avvenente fiamma del giovane nipote dei due scriventi, tale Gianni, che, a detta dei due goffi mittenti, oltre a non godere di buona reputazione, era tacciata di distogliere il suo amato dai propri doveri.</p>
<p>Questa comica sceneggiatura si ripropone oggi con un inevitabile cambio di protagonisti e di oggetto del contendere. A scrivere, stavolta, <a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2019/05/14/news/sessanta-professori-contro-le-politiche-fiscali-del-governo-lirresponsabilita-non-ha-colore-politico-254742/" rel="noopener" target="_blank">sono 60 economisti</a> appartenenti a ben noti circuiti accademici: si va da Pietro Reichlin della Luiss, passando per Giampaolo Galli dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica (per intenderci, quello gestito da <a href="https://coniarerivolta.org/2019/01/29/cottarelli-il-signoraggio-e-la-favola-della-scarsita-delle-banane/" rel="noopener" target="_blank">Carlo Cottarelli</a>), fino ad arrivare all’ex ministro Renato Brunetta di Forza Italia e al piddino Tommaso Nannicini, docente all’Università Bocconi di Milano (ancora una volta PD e Forza Italia sulla stessa barca). Il destinatario, oltre al vasto pubblico de “Il Foglio” già avvezzo a questo tipo di letture, è l’attuale esecutivo gialloverde. L’oggetto della missiva è, tanto per cambiare, un monito sull’irresponsabilità in materia fiscale dell’attuale Governo, tacciato, proprio come la <em>malafemmina</em> di Totò e Peppino, di cattiva condotta in quanto non starebbe operando nell’interesse del Paese, facendo lievitare la spesa pubblica e quindi il debito.</p>
<p>Nella lettera si ritiene infatti che il governo dovrebbe “impegnarsi in una seria revisione della spesa pubblica” al fine di evitare l’aumento della pressione fiscale e che “l’aumento delle aliquote IVA e delle accise non ha alternative credibili”. Il paradigma in cui si muovono gli economisti che scrivono al Governoè il contesto del pareggio di bilancio: non vigendo per lo Stato la possibilità di fare spesa in deficit, ossia di spendere più di quanto esso riscuota tramite le imposte, sarebbe imperativo rivedere l’eccessivo programma di spesa finora intrapreso (ad esempio, attraverso tagli alla spesa per pensioni, sanità, istruzione). L’alternativa, per far quadrare i conti, sarebbe quella di accrescere il prelievo fiscale tramite l’aumento dell’IVA: una misura che, ovviamente, frenerebbe la crescita ed avrebbe pertanto effetti negativi sull’occupazione.</p>
<p>Cosa succederebbe, però, qualora l’IVA non dovesse aumentare? Secondo gli autori della lettera le <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/04/spread-mutui-e-crisi-come-funziona-la-gabbia-delleuropa/" rel="noopener" target="_blank">cavallette</a> dello <em>spread </em>sarebbero prontamente in agguato: lo Stato dovrebbe rivolgersi ai mercati per ottenere a debito le risorse di cui abbisogna, ed in questa sede, nelle suddette condizioni, si scatenerebbe la tempesta dei tassi di interesse in quanto gli investitori pretenderebbero un rendimento più elevato alla luce del maggior rischio – ‘certificato’ dalle agenzie di <em>rating</em> – sui titoli del debito italiano. Insomma, una storia vecchia come il cucco: se per finanziare la spesa pubblica che eccede il prelievo fiscale un Governo ricorre al deficit, si ritrova <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/09/sorvegliati-e-puniti-leuropa-e-la-frusta-dei-mercati/">alla mercé</a> dei mercati. Perché ciò accade? Il meccanismo, come abbiamo già avuto <a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/08/luso-politico-dello-spread-come-la-bce-ha-messo-in-riga-litalia-parte-prima/">modo di vedere</a>, è figlio di un preciso assetto istituzionale.</p>
<p>I trattati europei prevedono, infatti, che i singoli Paesi membri dell’area euro rispettino il famigerato “Obiettivo di Medio Termine” (OMT), vale a dire il raggiungimento di un sostanziale equilibrio (leggasi pareggio) tra entrate e spese pubbliche nell’arco del triennio programmato dalle singole manovre di finanza pubblica (ossia, le leggi di bilancio). Qualora le istituzioni europee concedano, a determinate condizioni, uno sforamento temporaneo dall’OMT, in ogni caso la spesa pubblica in deficit da parte degli Stati membri non può superare il tetto massimo del 3% del PIL previsto dal trattato di Maastricht. In aggiunta, i trattati europei dispongono che la Banca Centrale Europea non può acquistare i titoli del debito pubblico dei vari Paesi dell’euro in sede di emissione (ossia, sul mercato primario).</p>
<p>Che succede, però, se, a detta della Commissione Europea, un Paese non sta rispettando il proprio OMT? Quello che si mette in moto è un vero e proprio meccanismo ricattatorio, all’interno del quale le agenzie di rating svolgono un ruolo fondamentale che proviene direttamente dalle Direttive della Commissione Europea e dalle regole interne della Banca Centrale Europea. Se il deficit pubblico di un Paese membro è ‘troppo’ elevato rispetto al livello programmato, le agenzie di rating ‘declassano’ (ossia, valutano come più rischiosi) i titoli di Stato di quel Paese. A questo punto i ‘mercati finanziari’, ossia gli intermediari finanziari che acquistano i titoli di stato in sede di emissione, sono disposti ad acquistare quei titoli solo a tassi di interesse più elevati per compensare il maggior rischio certificato dalle agenzie di rating. Da parte sua, la BCE potrebbe intervenire sul mercato secondario, acquistando i titoli di quel Paese allo scopo di abbassare i tassi di interesse: tuttavia, la BCE o non interviene prontamente, come abbiamo <a href="https://coniarerivolta.org/2018/05/30/la-trappola-europea-dello-spread-il-problema-e-latterraggio/" rel="noopener" target="_blank">già avuto modo di notare</a>, oppure interviene imponendo al Paese in questione una riduzione della spesa pubblica. Il combinato disposto di questi elementi fa sì che siano allora gli stessi Governi a dover rivedere a ribasso, come suggerito dagli economisti firmatari della lettera, i propri programmi di spesa, al fine di tentare di ristabilire quella fiducia da parte dei mercati, che verrebbe meno in caso di misure considerate ‘troppo espansive’, e, quindi, di riportare i tassi di interesse su livelli più contenuti.</p>
<p>Tuttavia, i sessanta mittenti sembrano non aver ben chiaro il reale contenuto della <a href="https://coniarerivolta.org/2018/10/01/il-governo-e-i-numeri-del-def-altro-che-affronto-alleuropa-e-la-solita-austerita/" rel="noopener" target="_blank">politica economica</a> del governo gialloverde: occorre infatti notare che l’attuale esecutivo sta realizzando l’<a href="https://coniarerivolta.org/2018/09/13/guida-al-dibattito-sulla-finanziaria-un-ridicolo-balletto-tra-europa-e-pagliacci-al-governo/" rel="noopener" target="_blank">ennesimo avanzo primario</a>, di fatto proseguendo a tutti gli effetti spedito sul sentiero intrapreso dal nostro Paese ormai dagli anni ’90. Realizzare un avanzo primario significa, concretamente, attuare politiche economiche di carattere recessivo poiché lo Stato, attraverso un prelievo fiscale che (al netto della spesa per interessi che paga sul debito) eccede le risorse destinate alla spesa pubblica, sta di fatto sottraendo risorse all’economia reale, contribuendo al rallentamento della domanda aggregata e quindi della dinamica occupazionale. L’attuale deficit preventivamente fissato in legge di bilancio dal governo Conte ne è l’ennesima testimonianza. Infatti, nonostante le pompose dichiarazioni degli esponenti del ‘governo del cambiamento’, la manovra finanziaria del governo giallo-verde realizzerebbe di fatto un avanzo primario pari a circa l’1/1,5% del PIL. Come se non bastasse, e l’accorato allarme dei sessanta economisti ne è l’ennesima fulgida dimostrazione, l’opposizione continua a criticare l’operato del Governo unendosi, anche tramite questa lettera aperta, ai dettami delle istituzioni europee che vorrebbero ancora più austerità (magari, ad esempio, un deficit all’1.8% del PIL, come programmato dal precedente esecutivo, che implicherebbe, data la spesa per interessi, un avanzo primario ancora più ampio).</p>
<p>In tutto ciò, che fare? Occorre innanzitutto riconoscere le cose per come realmente stanno. Da un lato c’è un Governo che, stando ai numeri dell’ultima legge di bilancio, non sta attuando alcun tipo di manovra di carattere espansivo. Dall’altro, c’è il sempre più assordante coro liberista, le cui prime voci sono spesso esponenti del mondo accademico, che non perde occasione per tirare le orecchie ad un esecutivo irresponsabile (sic!) che starebbe facendo troppa poca austerità.</p>
<p>Da parte nostra, riteniamo che le soluzioni necessarie per rilanciare la crescita e l’occupazione in un Paese falcidiato da una crisi lunga ormai più di dieci anni non si sostanzino nella revisione dei programmi di spesa pubblica proposta dagli economisti in questione, quanto piuttosto in una radicale alternativa al modello economico-sociale dominante. Occorrerebbe, in altre parole, acquisire la consapevolezza che i vincoli europei, e più in generale il contesto istituzionale vigente, non rappresentano solo un ostacolo alla realizzazione dello stato sociale e della piena occupazione, ma sono concepiti come un argine al miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. È, questo, il primo passo da compiere per diffidare sia delle misure avanzate dall’attuale esecutivo, sia delle proposte sbandierate da un’opposizione che, continuando a vendersi come il ‘fronte dei responsabili’, non auspica altro che tornare al più presto al Governo per riaccaparrarsi la gestione dell’austerità.</p>
<p><em><strong>coniarerivolta</strong></em></p>
</div>
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		<title>Lo strano caso della BCE: liquidità per la finanza, austerità per i popoli</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 12:05:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; All’interno del contesto europeo di generalizzata stagnazione, l’operato della BCE viene spesso caratterizzato come fortemente espansivo in termini di crescita. Stando alla vulgata giornalistica, Mario Draghi starebbe inondando di liquidità il sistema economico al fine di favorire la ripresa. Cerchiamo perciò di capire meglio cosa accade: come vedremo di seguito, la politica monetaria perseguita [...]]]></description>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/mario-draghi-ecb-823561.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5575" title="mario-draghi-ecb-823561" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/mario-draghi-ecb-823561-300x177.jpg" alt="" width="300" height="177" /></a></h1>
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<p>All’interno del contesto europeo di generalizzata stagnazione, l’operato della BCE viene spesso caratterizzato come fortemente espansivo in termini di crescita. <a href="https://www.huffingtonpost.it/2017/05/10/deputato-olandese-provoca-mario-draghi-eroe-di-paesi-ad-alto-d_a_22079386/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">Stando alla vulgata giornalistica</a>, Mario Draghi starebbe inondando di liquidità il sistema economico al fine di favorire la ripresa. Cerchiamo perciò di capire meglio cosa accade: come vedremo di seguito, la politica monetaria perseguita da Draghi non solo non è sufficiente a riattivare produzione e occupazione, ma è anche saldamente collocata al servizio della perpetuazione delle politiche di austerità.</p>
<p>Il 13 dicembre 2018, la Banca Centrale Europea (BCE) ha annunciato la fine del Quantitative Easing (QE) a partire da Gennaio 2019. Il QE è stato avviato a Marzo 2015 come politica monetaria non convenzionale allo scopo – almeno negli intenti – di rilanciare la crescita economica nell’euro area e permettere all’inflazione di raggiungere un valore vicino al 2%, <em>target</em> di riferimento della BCE. A tale scopo, la BCE espanse i propri bilanci aumentando la base monetaria attraverso un massiccio acquisto di titoli, per lo più pubblici nelle mani delle banche dell’Eurozona. Come si può osservare nella figura, a partire da marzo 2015 (linea rossa), l’offerta di moneta ha subito un brusco aumento passando da 1200 miliardi di euro nel marzo 2015 fino ad arrivare ad un valore di 3200 miliardi di euro nel gennaio 2019, ossia un aumento percentuale di circa il 166% in tutto il periodo osservato.</p>
<p><img src="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/bmon.png?w=700" alt="bmon" data-attachment-id="976" data-permalink="https://coniarerivolta.org/2019/03/22/lo-strano-caso-della-bce-liquidita-per-la-finanza-austerita-per-i-popoli/bmon/" data-orig-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/bmon.png?w=700" data-orig-size="1076,497" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="bmon" data-image-description="" data-medium-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/bmon.png?w=700?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/bmon.png?w=700?w=700" /></p>
<p><em>Base monetaria in milioni di euro. Fonte: BCE.</em></p>
<p>Negli <a href="https://www.ecb.europa.eu/explainers/show-me/html/app_infographic.en.html" rel="noopener noreferrer" target="_blank">intenti dichiarati</a> della BCE, un vigoroso aumento dell’offerta di moneta dovrebbe aumentare la disponibilità di risorse e i prezzi dei titoli nelle pancia delle banche e diminuire i tassi dell’interesse applicati dalle stesse sui prestiti a famiglie ed imprese. Secondo la BCE, i bassi tassi dell’interesse e l’alta disponibilità di liquidità dovevano spingere banche da un lato e famiglie e imprese dall’altro ad aumentare la quantità di moneta nell’economica tramite un aumento dei prestiti i quali a loro volta avrebbero stimolato i consumi e gli investimenti. Questa vigorosa spinta monetaria doveva condurre a maggiori livelli di occupazione e avvicinare l’inflazione realizzata all’obiettivo della BCE, ossia il 2%. Nella sostanza il procedimento di finanziamento dell’economia reale che la BCE si immagina segue questa catena di passaggi:</p>
<p>(i) bisogna permettere alla liquidità a disposizione delle banche di aumentare;</p>
<p>(ii) ciò favorisce una discesa dei tassi d’interesse;</p>
<p>(iii) questo stimola la richiesta dii prestiti da parte di famiglie e imprese;</p>
<p>(iv) di conseguenza, attività economica, occupazione e inflazione vengono rilanciate.</p>
<p>Analogamente, a partire da giugno 2014 e marzo 2016, la BCE ha lanciato un piano di finanziamento dell’economia reale tramite la prima e seconda serie di TLTRO (<em>T</em><em>argeted longer-term refinancing operations</em>). Si tratta di strumenti di finanziamento che hanno l’obiettivo di fornire alle banche prestiti a lungo termine (per un massimo di 4 anni) a tassi dell’interesse molto agevolati. In questo caso, a differenza del QE, la BCE non pretende la restituzione della liquidità concessa. Sia nella prima che nella seconda tornata di TLTRO, i volumi di finanziamento ottenibili dalla BCE dipendevano strettamente dal volume di prestiti forniti dalle banche a famiglie e imprese (da tale novero sono stati esclusi i prestiti per l’acquisto di abitazioni). Si è cercato, in pratica, di incentivare l’immissione di liquidità nell’economia reale. Consideriamo anche che le banche, in generale, fanno profitti perché prestano ai privati a un tasso maggiore rispetto a quello al quale si possono rifinanziare presso la BCE. Dato che i prestiti ai privati sono agevolati mediante sconti sui tassi ai quali le banche si rifinanziano presso la BCE, le banche europee sperimentano un aumento dei margini di profitto legati alla loro attività di prestito. Recentemente, il 7 marzo 2019, la BCE ha annunciato una terza serie di TLTRO che inizierà a settembre 2019 e finirà a marzo 2021. Queste operazioni saranno condotte a frequenza trimestrale e (molto probabilmente) si applicheranno le medesime condizioni sia sui tassi d’interesse che sulle modalità di prestito impiegate nella prima e seconda tornata di TLTRO. Come ammesso dalla BCE, la terza serie di TLTRO avrà dunque la caratteristica di mantenere in essere una serie di incentivi con lo scopo di stimolare l’economia reale favorendo la concessione di credito da parte delle banche a famiglie ed imprese.</p>
<p>Ora una domanda appare logica e necessaria. Perché, nonostante l’immensa iniezione di liquidità generata dal QE, le favorevoli condizioni di prestito fissate dalle BCE con le TLTRO e i bassi tassi dell’interesse, l’economia europea non saggia il tanto sperato boom economico? Per rispondere a queste domande ci focalizzeremo su alcuni punti fondamentali, e cercheremo di spiegare i motivi per cui il QE e le TLTRO non erano, non sono e mai saranno strumenti idonei a favorire la crescita economica e occupazionale di un Paese. Anzi, come anticipato, si tratta di uno strumento che rimette prepotentemente al centro della scena politico-economica la BCE, e la sue scelta di acquistare o meno titoli di Stato che condizionano ogni giorno le dinamiche dello spread, strumento di disciplina delle politiche fiscali attraverso la minaccia dei mercati.</p>
<p>1. Come anticipato, il QE è stato uno strumento di politica monetaria che ha inondato il sistema bancario di liquidità tramite un aumento dell’offerta di moneta senza precedenti. Tale strumento non ha tuttavia portato alcun giovamento alla crescita economica ed occupazionale, che, specialmente per i paesi periferici dell’Unione, risulta essere ancora stagnante e debole. Il ragionamento erroneo alla base del QE è quello di ritenere che facendo affluire liquidità alle banche questa si tramuti in prestiti che stimolano la produzione e l’occupazione. Nelle economie capitalistiche moderne avviene l’esatto contrario. In generale, le famiglie e le imprese richiedono al sistema bancario una certa quantità di moneta sotto forma di prestiti, e le banche concedendoli la creano. Così facendo vediamo che è la domanda di prestiti a determinare l’offerta di moneta del sistema bancario, e non il contrario come supposto dalla BCE. Tra gli economisti si è soliti descrivere la politica monetaria e l’inadeguatezza del meccanismo di aumento dell’offerta di moneta con la metafora acqua-cavallo: se la moneta fosse l’acqua e l’economia reale fosse il cavallo, <a href="https://coniarerivolta.org/2014/12/12/la-moneta-e-il-paradosso-europeo-e-vero-che-non-abbiamo-sete/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">il cavallo non beve non perché manca l’acqua ma perché non ha sete</a>.</p>
<p>Da qui scaturisce il secondo punto di riflessione della nostra analisi: comprendere cosa determina la sete del cavallo, cioè capire cosa influisce sulla domanda di prestiti di famiglie e imprese.</p>
<p>2. Come implicitamente osservato dalla BCE, la caduta dei tassi dell’interesse dovrebbe stimolare l’economia reale attraverso una maggiore domanda di credito. Se da una parte questo meccanismo può funzionare per il finanziamento dell’acquisto di abitazioni – il quale è stato escluso dal programma delle TLTRO – è facilmente dimostrabile che questo non funziona quando si vogliono stimolare gli investimenti, da finanziare tramite prestiti. Le imprese incrementano gli investimenti solo quando percepiscono maggiori opportunità di vendita dei beni e servizi prodotti, e non perché il costo del denaro e dei prestiti è basso. Immaginiamo per un momento di essere un padrone, per esempio un produttore di vanghe, e chiediamoci: “Perché dovrei aumentare il mio investimento in nuovi macchinari utili a produrre vanghe?”. È economicamente ragionevole aumentare l’investimento quando le aspettative di vendita di vanghe aumentano: installerò nuovi macchinari in modo da essere in grado di produrre più vanghe e quindi soddisfare la domanda proveniente dal mercato. Contrariamente, non aumenterò gli investimenti (ossia, gli acquisti di macchinari atti a produrre vanghe) quando diminuisco i tassi dell’interesse perché potrei non ricevere dal mercato una domanda di vanghe tale da farmi usare i nuovi macchinari ad un livello desiderabile. In altre parole, se investissi solo basandomi sui tassi dell’interesse (ossia il costo dell’investimento), potrei dover lasciare dei macchinari inutilizzati, i quali graverebbero come costi sui bilanci della mia impresa senza tuttavia apportarmi dei benefici in termini di vendita di vanghe, e quindi di ricavi e profitti.</p>
<p>Di conseguenza, solo una politica volta ad aumentare la domanda di beni e servizi può generare effetti positivi sull’economia, e di conseguenza sulla domanda di investimenti e prestiti. Specialmente nei periodi di profonda recessione e nei momenti storici caratterizzati da disoccupazione, solo uno stimolo basato sull’aumento della spesa pubblica risulta essere efficace. Di contro, come la storia ci testimonia, la politica monetaria ha pochissimi effetti sull’economia reale perché né i bassi tassi dell’interesse né tutta la moneta creata dalla banca centrale hanno stimolato la crescita economica e occupazionale. Tutt’al più tali misure influenzano i profitti del settore bancario tramite una riduzione dei costi di indebitamento, come nel caso delle TLTRO, oppure fornendo elevati volumi di liquidità che poi restano fermi nelle pance delle banche, come nel caso del QE.</p>
<p>Come se tutto ciò non bastasse, non bisogna mai dimenticare il fatto che l’uso degli strumenti illustrati è stato più volte messo al servizio dell’austerità mediante il sistema della ‘condizionalità’. In altre parole, la BCE può sempre intervenire, così come per aprirli, per chiudere i suoi rubinetti o per diminuirne il getto, quando gli Stati ne hanno più bisogno, sottoponendo la concessione di liquidità a precise indicazioni politiche di stampo liberista, a volte recapitate anche a mezzo di <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-29/testo-lettera-governo-italiano-091227.shtml?uuid=Aad8ZT8D" rel="noopener noreferrer" target="_blank">simpatiche letterine</a>. In questa cornice, il QE è stato anche un mezzo per condizionare la politica economica ed imporre l’austerità, sostanziandosi come uno strumento che ha aumentato le facoltà della BCE di lasciare i debiti pubblici dei singoli paesi in balìa dei mercati. Se paradigmatico in questo senso è <a href="https://coniarerivolta.org/2018/05/30/la-trappola-europea-dello-spread-il-problema-e-latterraggio/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">il caso greco</a>, un’ulteriore riprova ne è recentemente stata <a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/08/luso-politico-dello-spread-come-la-bce-ha-messo-in-riga-litalia-parte-prima/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">la fase di formazione del governo italiano in carica</a>. Per concludere quindi, la millantata “eroica” politica monetaria dell’ineffabile Draghi non è solo economicamente inefficace, ma anche <a href="https://coniarerivolta.org/2019/02/02/la-curiosa-democrazia-di-draghi-voi-votate-i-mercati-decidono/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">politicamente pericolosa</a>.</p>
<p><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a></p>
</div>
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		<title>Debito di stato e classi sociali: il caso greco</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2015 10:03:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[A. Tsipras]]></category>
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		<description><![CDATA[Dante Lepore Forse il miglior modo di trovare come il debito affetta la nazione sarebbe quello di considerare il popolo in generale, come diviso in due classi, una di gente industriosa, e l’altra di oziosi; di riflettere, che ogni aumento di debiti produce da se stesso un aumento nel numero degli oziosi; ed ognuno converrà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/07/index.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5142" title="index" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/07/index-300x160.jpg" alt="" width="300" height="160" /></a><em></em></p>
<p><em><strong>Dante Lepore</strong></em></p>
<p><em>Forse il miglior modo di trovare come il debito affetta la nazione sarebbe quello di considerare il popolo in generale, come diviso in due classi, una di gente industriosa, e l’altra di oziosi; di riflettere, che ogni aumento di debiti produce da se stesso un aumento nel numero degli oziosi;</em><br />
<em>ed og<em>nuno converrà che questi vivono su i travagli ed a spese della classe industriosa: finalmente, di osservare, che fino a che la proporzione tra queste due classi è tale, che il carico imposto sugl’industriosi non sia troppo pesante</em>, potrà forse agire in modo da eccitare maggiormente l’industria.</em><br />
<em>Ma quando i carichi pesano al di là della proporzione che la natura delle cose</em><br />
<em>è in istato di soffrire, allora l’industria sarà calpestata, il commercio col forestiere fuggirà da noi, cadremo ben presto nella povertà e nel niente, e non saremo più che una nazione senza industria,</em><br />
<em>senza forze, e senza considerazione in Europa….</em><br />
<em>Allorché gl’industriosi e la classe del basso popolo che da per tutto sono i più numerosi e, quando lo vogliono, i più forti, vedranno che vanno a succumbere sotto un peso che non hanno più la forza di sopportare,</em><br />
<em>egli è probabile che rifiuteranno di pagare gl’interessi di un debito enorme</em><br />
<em>che essi non hanno formato, e che gli opprime, per risparmiare l’ozioso e l’infingardo.</em><strong>(1)</strong></p>
<p><a href="http://www.linterferenza.info/attpol/debito-di-stato-e-classi-sociali-il-caso-greco/attachment/immagine/" rel="attachment wp-att-2085"><img src="http://www.linterferenza.info/wp-content/uploads/2015/07/immagine-e1436198856701.jpg" alt="immagine" width="594" height="300" /></a></p>
<p><strong>(2)</strong></p>
<p>Con eventi come questa miserabile trattativa con la Troika su come, quanto e a quali condizioni debba esserci restituzione del debito da parte del “popolo greco” ai creditori europei (entro il 30 giugno, 1,6 miliardi di euro al FMI (<em>il cui direttore, la signora C. Lagarde, è soprannominata la “commare secca”, ossia “la morte”, perché ossessionata dal rischio longevità, ovvero dal fatto che, se la vita continua ad allungarsi, sarà un problema pagare le pensioni</em>); 6,7 miliardi alla BCE entro il 20 luglio, in realtà sulla ristrutturazione di complessivi 280 miliardi di debito), ci si può convincere, con un po’ di attenzione, di quanto sia forte l’occultamento dell’essenziale e l’ostentazione di ciò che è ingannevole e secondario, pur di favorire col terrore una sequela di manovre di spremitura continua dei redditi da lavoro. Né si riflette abbastanza sul fatto che quando le banche concedono prestiti non è per aiutare i bisognosi, in realtà si garantiscono delle entrate e dei tassi aggiuntivi sul capitale nel tempo, come quando il pivello va a chiedere il mutuo per la casa e deve sottoscrivere decine di fogli di garanzia, i diritti di carta che la vezzosa funzionaria gli sottopone dandogli l’immagine visiva del capitale fittizio. Con tali patti scannatori (garanzie!) agli stessi pescecani della finanza internazionale, cinici e inamovibili creditori del debito ellenico: banche, stati europei (a loro volta indebitati come l’Italia ma viventi sul debito), e al FMI, alla BCE, è già tornato il 90% dei prestiti, mentre lo Stato e le banche greche, non meno parassiti degli altri, hanno appena sniffato il restante 10%. Ebbene, i miliardi di cui sopra sono concessi in cambio di tali garanzie: ristrutturazioni, privatizzazioni, tagli alla spesa sociale (welfare) e, guarda caso, mai tagli o soppressioni delle rendite, dei profitti, degli interessi, delle imposte. Ci si dimentica che A. Tsipras vinse le elezioni grazie ad una promessa (o nella speranza) verso il “popolo” greco se non proprio di cancellazione del debito con la Troika, almeno di una ristrutturazione di esso. Ma il popolo ha l’inconveniente che è composto in tutti i paesi capitalisti, di borghesi e proletari, e verso i primi, specie la finanza di Bruxelles e le arpie come la Lagarde e i mostri come Frau Merkel e Scheubele, Tsipras ha garantito alcune <em>riforme</em>, come quella delle pensioni, dell’Iva, e la facilità di licenziamento nel pubblico impiego, mentre la borghesia interna, quella greca, degli armatori e petrolieri, è rimasta, come vedremo, esentasse. Ci si dimentica pure troppo facilmente che nei precedenti salvataggi dei default della Germania, sia il governo greco che quello italiano acconsentirono obtorto collo aMerkel, l dimezzamento e alla cancellazione dei debiti di guerra, perché nessuno poteva frenare, ma solo ritardare lo sviluppo economico e la ripresa tedesca, vera manna per i capitali americani, gli unici disponibili per un’intera Europa da ricostruire. Nel senso che, il debito si può comunque cancellare, potendolo fare.</p>
<p>Per chiarire ciò, è utile rammentare che nel primo dopoguerra, la Repubblica di Weimar aveva un debito di Stato di 132 miliardi di marchi (280% del Pil tedesco del 1913). Il 60% venne rapidamente cancellato e i pagamenti annuali ridotti a 2 miliardi di marchi (appena oltre il 4% del Pil). Il paese finì in ginocchio per la proverbiale iperinflazione (il marco valeva meno della carta su cui era stampato), così nel 1923 fu inevitabile addivenire ad una moratoria. I vincitori della guerra vararono il Piano Dawes, che tra l’altro consentiva alla Germania di pagare solo una piccola parte del debito, ed emettendo un nuovo debito con scadenza a 25 anni e un tasso di interesse del 7%. Con il crollo di Wall Street e la crisi finanziaria mondiale del 1929, il PIL della Germania, già fragile, nel 1932 precipitò del 24% rispetto al 1928, la produzione industriale dimezzò e la disoccupazione salì a +470%. Alla Conferenza di Losanna, terminata il 9 luglio del 1932, le potenze europee vincitrici della Grande Guerra (Francia, Gran Bretagna e Italia) nei fatti decisero l’annullamento quasi totale del debito di guerra tedesco. Dopo la cancellazione delle “riparazioni”, il partito nazista trionfava alle elezioni del 31 luglio 1932. Hitler pervenne al potere nel gennaio successivo, e di “debito di guerra” non se ne parlò più. Il ciclo economico riprese con un classico: la guerra, i marchi andarono a investirsi nell’industria bellica costruendo i costosi panzer nell’ambizione ad unificare manu militari l’Europa; un po’ come gli altrettanto costosi, ma a quanto pare anche malriusciti e malfunzionanti F35 attuali! In quella occasione, nei quattro anni di occupazione tedesca, dall’aprile 1941 fino all’ottobre 1944, la Grecia fu costretta ad un “prestito”, per pagare ai nazisti il costo dell’invasione del proprio territorio, di ben 476 milioni di marchi (circa 11 miliardi di € attuali) che la Banca centrale greca fu costretta a versare nelle casse del Reich<strong>(3)</strong>. La disastrosa conclusione della guerra condusse la Germania alla divisione e al secondo ancora più grande default di fatto, nel 1953, quando alla Conferenza di Londra l’ammontare del debito di guerra tedesco dopo il 1945 aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari di allora pari al 100% del Pil tedesco<strong>(4)</strong>. Nel trattato, cui aderirono 21 paesi, i 23 miliardi furono dimezzati a 11,5 e dilazionati in 30 anni. Senza quell’accordo, ancora oggi, la Germania dovrebbe pagare un debito per ancora 50 anni. Per l’occasione furono gli Stati Uniti ad imporre alla Grecia e agli altri paesi di accettare L’altra metà sarebbe dovuta essere rimborsata ad eventuale riunificazione. Ma nel 1990, l’allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione, che avrebbe procurato un ulteriore default. Nel 2010 la Germania finiva di pagare l’ultima rata del debito di 69,9 milioni di €. Una volta diradate le nubi della confusione, della demagogia e della menzogna, apparirebbe in chiaro ciò che da almeno cinque anni i governi e le classi dominanti in Europa cercano di occultare: il fatto che l’indebitamento pubblico greco enorme rispetto al PIL (175%), non accomuna affatto in una sorta di <em>unione sacra </em>tutto il popolo greco e le sue classi, che invece erano e restano inevitabilmente antagoniste e inconciliabili. Più semplicemente, è sfacciatamente falso che “ogni cittadino” europeo sia creditore della Grecia. Un ottuso nazionalismo dei poveri ma imbecilli impedisce di vedere che al contrario i padroni del mondo hanno superato da un pezzo l’ottica nazionalista, perché il campo d’azione è mondiale e diversamente non sussisterebbe. Per tale motivo tutti i creditori internazionali di cui sopra della Grecia riescono a indurre i colleghi di Atene a porre in vendita a prezzi convenienti l’aeroporto di Atene, la lotteria, grandi centri commerciali, terreni, spiagge, casinò a Rodi e Corfù, compagnia nazionale del gas, 35% della compagnia nazionale del petrolio, 49 per cento delle ferrovie, 39% delle poste, e così via. Dal lato degli acquirenti troviamo ad es, per le compagnie delle acque di Atene, la francese Suez Environnement e la israeliana Mekorot, cosa che mostra la sua natura di classe perché ha già fatto triplicare, ma non basta, il prezzo dell’acqua e ridurre drasticamente il personale,<strong>(5)</strong> Cercherò pertanto di mostrare come il debito pubblico dello stato greco è una grandezza economica che non unisce gli strati della società greca ma anzi li contrappone. Il giornale londinese «The Guardian» rivela che la fetta più consistente dei 240 miliardi di € (altre fonti danno 275) prestati alla Grecia tra il 2010 e il 2012 (attualmente il debito ammonta a 320 miliardi!) è andata a finire nelle casse delle banche che avevano prestato denaro prima del crollo<strong>(6)</strong>. È il classico patto satanico tra apparati statali e banche: gli uni salvano le altre e viceversa. È necessario distrarre le menti per un attimo dalle contraddittorie paure che i media mainstream cercano di alimentare. Lo scopo della stampa serva non è informare ma creare correnti d’opinione e fazioni per la propria ingorda guerra, facendoci credere che nel suo complesso l’indifferenziata Grecia, <em>tutt</em><em>i </em>i greci insieme e appassionatamente, alla stregua di vere e proprie cicale spendaccione rispetto ai creditori, non onorando il loro debito, ci sottrarrebbero ben 600 € a testa per vivere, come noi del resto siamo accusati (quando non c’è la Grecia di mezzo) di vivere al di sopra delle possibilità.<strong>(7)</strong> Molto più spudoratamente si è attribuita la colpa alla poca voglia di lavorare che avrebbero i lavoratori greci, i quali con 2.017 ore lavorate annue pro capite risultano al primo posto in Europa e al terzo tra i 34 paesi dell’OCSE, dopo quelli sud-coreani (2.193 ore di lavoro l’anno) e quelli cileni (2.068 ore)<strong>(8)</strong>. Questo mito è stato pesantemente adoperato qui in Italia da Monti-Fornero e governi suc- cessivi per i tagli della <em>sp</em><em>e</em><em>n</em><em>di</em><em>n</em><em>g rewiew</em>, presentata subdolamente come l’etica della formica risparmiosa, per rastrellare denaro fresco a chi produce senza intaccare rendite e parassitismi vari e per farci ingoiare l’idea che il tenore di vita di ognuno è dato da quanto ognuno <em>può </em>spendere, anche se, come capita anche in Italia, quando le differenze tra le <em>p</em><em>o</em><em>s</em><em>si</em><em>b</em><em>i</em><em>l</em><em>i</em><em>t</em><em>à </em>di ognuno sono divenute ormai così abissali come vedremo, un motivo ci sarà. Neppure in Italia la faccenda è conclusa (il debito statale non si è ridotto con la ricetta Monti-Fornero ma è arrivato al 137% del PIL, sempre più avanti rispetto alle previsioni), e questo sarà un<a href="http://www.linterferenza.info/attpol/debito-di-stato-e-classi-sociali-il-caso-greco/attachment/immagine-1/" rel="attachment wp-att-2091"><img src="http://www.linterferenza.info/wp-content/uploads/2015/07/immagine-1-e1436203216890.jpg" alt="immagine 1" width="400" height="240" /></a> altro capitolo, che anticipiamo col grafico qui a fianco, pubblicato dal compagno Attilio Folliero dal suo blog in Venezuela<strong>(9)</strong>. Partendo dall’indispensabile confronto mondiale, secondo uno studio del <em>W</em><em>o</em><em>r</em><em>l</em><em>d Institute for Deve</em><em>l</em><em>o</em><em>p</em><em>m</em><em>e</em><em>n</em><em>t Economics  Re</em><em>s</em><em>ea</em><em>r</em><em>c</em><em>h </em>(Istituto Mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo), la metà della popolazione mondiale con reddito più basso detiene circa l’1% della ricchezza globale<strong>(10)</strong>, detto in altri termini, circa l’1% possiede la metà del reddito mondiale e inoltre, oltre 3 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, vive con meno di 2 $ al giorno<strong>(11)</strong>. Il fenomeno macroscopico del gigantismo della forbice tra chi <em>pu</em><em>ò </em>tanto e chi niente è simboleggiato da un dato: Bill Gates ha un patrimonio netto dell’ordine dei 50 miliardi di dollari. All’incirca 140 paesi al mondo hanno un PIL annuo inferiore alla ricchezza di Bill Gates. Il modo mistificatorio di presentare le cose come se tutti fossimo sulla stessa barca, complice un giornalismo servo, menzognero e distratto, induce il popolo, ben imbottito di luoghi comuni e impaurito a dovere, a ignorare il fatto che mentre esso paventa gli effetti del default greco o le “invasioni” dei migranti o i furti dei rom o gli stupri e le decapitazioni dell’ISIS, il governo italiano gli sta preparando, accanto alle altre ugualmente silenziose, una batosta persino per quando sarà defunto, quando anche dal suo funerale la voracità dello stato spendaccione riuscirà a tirar fuori altro denaro, da circa 300 € a defunto a salire.(<strong>12)</strong> Che il debito pubblico sia inevitabilmente tendente a salire e che ciò non dipenda dalla buona o cattiva amministrazione dei governanti lo si tocca con mano quando si constata che il problema investe tutti gli apparati statali e le pubbliche amministrazioni del mondo nei diversi regimi politici. È una tendenza del capitale alla completa sussunzione reale della vita in tutte le sue manifestazioni, da quella biologica a quella relazionale tra gli esseri umani. L’asservimento alla macchina capitalista deve essere totale e totalizzante perché ogni ingranaggio funzioni. In questo senso il capitale non teme nulla nel suo andare avanti come un rullo compressore a velocità crescente anche verso la propria rovina, come i ratti dietro al pifferaio di Hamelin. Naturalmente rendendo capitalista ogni funzione, anche quella morale ed estetica, ha bisogno di sempre più funzionari, rappresentanti, facenti veci, segretari, intermediari che si sviluppano come per partenogenesi, che coprano le funzioni più disparate, tutte cose che costano e dunque hanno un prezzo che alla lunga tendono a soffocare l’intero corpo sociale.</p>
<p>Un esempio lo vedremo nel sistema delle tangenti e mazzette negli appalti, e in genere nel sistema della corruzione, che è assimilabile ad una forma di lavoro sommerso del capitale nella fase della sua decadenza e di putrescenza e regressione sociale. Per i lavoratori e per i pensionati italiani, i quali ultimi non possono sperare neppure nella restituzione dei pochi € che spetterebbero, solo a chi lo chiedesse, e solo per pensioni tre volte la minima (1500 € lordi) l’idea (fasulla!) di vedersi sottratti (anche senza sapere come!) 600 euro, è un elemento di terrore, di incertezza, di angoscia. Questa idea folle deriva da decenni di diseducazione prona, servile (anche da parte della cosiddetta “sinistra”, quando si chiamava ancora PCI) ed acquiescente alla distorta concezione per cui lo Stato siamo tutti noi, anziché essere il nemico numero uno, in quanto comitato d’affari della borghesia, delle banche, degli speculatori, dei parassiti, e dai cui provvedimenti sempre guardarsi perché volti ad estorcere reddito dai produttori.</p>
<p>Insomma le colpe dell’abnorme debito pubblico greco, come del resto di altri debiti pubblici, con questa idea fasulla che siamo tutti nella stessa barca nazionale, vengono addossate esattamente a tutti, compresi, oltre ai lavoratori, anche i grandi capitalisti e alla chiesa ortodossa greca, che, per chi non lo sapesse, sono esentasse. Ma come sarà evidente, su quella barca nazionale costituita dal popolo, alcuni prendono il sole, altri remano. E i preti greci ortodossi non pagano tasse e, come in Italia dall’unificazione in poi, anche in Grecia la Chiesa rappresenta la quota più alta della rendita immobiliare, possedendo terreni, immobili, alberghi, centri turistici, imprese. Certamente la Grecia è scarsa parte dell’Europa (all’incirca quanto una Lombardia), il suo PIL rispetto a quello della UE è solo il 2% e il suo debito pubblico incide solo del 3% circa su quello europeo, ma la sua flotta mercantile è la prima del mondo, dopo aver sorpassato quella giapponese nel 2013 in piena crisi<strong>(13)</strong> e i suoi armatori (famigerata oligarchia di alcune centinaia di miliardari detti “paperoni” d’alto rango) ne rispecchiano la potenza avendo una quasi totale esenzione fiscale sugli enormi profitti esteri, secondo una norma costituzionale risalente al 1967, anno del colpo di stato dei militari, e recepita ancora dalla costituzione del 1975. Ciò ha consentito loro tra il 2000 e il 2010 di trasferire all’estero 140 miliardi di utili esentasse (43% del debito pubblico greco). Neppure le minacce (rientrate!) di patrimoniale da parte di Tsipras riescono a smuoverli. Questi “paperoni” posseggono una ricchezza davvero spaventosa, se ne contano decine tra i più ricchi del mondo. Possiedono flotte intere e interessi ramificati in tutti i settori dal petrolifero all’edile, aeronautico, finanziario e controllano banche nel Regno Unito, in Svizzera e a Monaco. Per i Greci si valutano 600 miliardi migrati all’estero. Basterebbero la metà per pagare il debito, togliendone solo parte a quegli ultra miliardari, lo stillicidio di questa estenuante trattativa finirebbe in meno di 24 ore. E se poi toccare questi interessi è un tabù stabilito da qualche ignota divinità “costituzionale”, ci sarebbero altre maniere per colmare il debito. Delle 6.575 imprese <em>offshore </em>(quelle operanti in condizioni di agevolazione fiscale e di anonimato dei proprietari, insomma nei cosiddetti paradisi fiscali) solo alcune decine pagano tasse, mentre la stragrande maggioranza froda il fisco greco grazie alla complicità guarda caso del presidente della Commissione europea Juncker.</p>
<p>La piccola Grecia poi, per quanto piccola, sperpera il 3,1% del suo PIL<strong>(14)</strong> disastrato in armamenti (più di GB e F in testa agli altri paesi per spesa militare al di là dei balletti delle cifre), e il suo indebitamento è andato crescendo secondo i dati SIPRI, proprio dal 2005 al 2009, prima dello scoppio della crisi. Se al di sopra o al di sotto delle sue “possibilità” vediamolo. La spesa militare greca già nel 2014 assorbiva il 2,2% del Pil (pari circa a 4 miliardi di €) e la previsione per il 2015 era di 4,2 miliardi, pari al 2,3%, dato più basso rispetto a quello dell’Istituto di Stoccolma. Comunque, esattamente come nel 2013. Qualcuno fa notare che dai 6 miliardi del 2009 ai 4 di oggi, qualche taglio c’è stato, però il problema nasce dal fatto che pochi paesi vantano una incidenza della spesa militare in percentuale sul PIL così alta come la Grecia: l’Italia si aggira intorno all’1%, la Germania intorno all’1,2% nel 2014, la Francia, notoriamente l’imperialismo più aggressivo in Africa, va sull’1,8% ma il confronto non regge con i tagli in altri settori meno golosi ad es. per la Germania, la quale per cinque anni stranamente vuole un taglio alla spesa pubblica greca ma non a quella militare. I maligni sottolineano lo scandalo scoppiato tempo fa secondo cui al ministero della difesa greco venivano pagate mazzette (per 18 milioni!) per “incoraggiare” l’acquisto di sottomarini Poseidon<strong>(15)</strong>, carri armati Leopard 2A6 Hel<strong>(16)</strong>, missili Stinger e i caccia F-15. Chi li produce? La Krauss-Maffei Wegmann, tedesca, manco a dirlo.<strong>(17)</strong> In definitiva, la spesa maggiore è per il 38% in aerei da combattimento, tra cui 26 F16 comprati alla Lockeed Martin, 25 Mirage 2000 dalla Dassault, francese (1,6 miliardi di €). Da ultimo, a bocciare la proposta della Commissione Europea centrata sulla risistemazione dei conti attraverso una riduzione della spesa militare<strong>(18)</strong> si sono uniti il FMI e la NATO e persino l’ultima proposta di Tsipras di tagliarla di 200 milioni nel 2015 e 400 nel 2016 è stata stoppata dal no di Juncker.<strong>(19)</strong> Il banchetto ricco di corruttela proprio degli armamenti è connesso anche a quello delle grandi opere e infrastrutture, in cui includere i 20 miliardi € delle olimpiadi triplicati rispetto alle previsioni, una manna per le tangenti internazionali, anche italiane.</p>
<p>Ma il problema di ogni debito pubblico sono gli interessi crescenti che fanno lievitare l’ammontare negli anni, con cifre sotto gli occhi di tutti, e su cui nessuno stato, compreso l’Italia, è disposto a fare sconti, ma tutti, compreso Renzi, chiedono al governo greco l’introduzione di tasse, es. l’IVA, e altre misure d’austerità per garantirsi il rendimento dei propri crediti. La voracità del capitale finanziario rispetto al divino tasso d’interesse ha portato a 40,6 i miliardi di € che gli stati e grandi banche europei e del FMI si sono goduti, non certo a spese dei paperoni di cui sopra, che come si è visto non solo sono esenti ma qualche volta sono implicati anche nelle partite di giro finanziarie. A fare le spese sono proprio i lavoratori che, oltre a lavorare più degli altri, come abbiamo visto, sono in prima linea nelle misure punitive. Si è arrivati ad una disoccupazione del 27,6% che tra i giovani sotto i 35 anni supera il 60%. 3800 lavoratori alla settimana i licenziati. Il 30% delle imprese ha chiuso tra il 2010 e 2013. Solo i folli gli strozzini e i mafiosi chiedono ancora soldi in queste condizioni o offrono ulteriori crediti a prezzi profumati. Ma lo strozzinaggio esercitato sui lavoratori licenziati e senza lavoro  porta a far si che si tolgano sussidi ai disoccupati, col risultato che quelli che ne ricevevano siano diminuiti del 63,7%. E avanti a valanga: giovani sulla soglia della povertà: 44%. Discesa salariale: dal 2010, del 38%, delle pensioni, del 45%. Se non erano pensioni da nababbi, si-gnifica condanna a morte, infatti alcuni vecchi stanchi di rovistare nei cassonetti si suicidano, come quello, famoso, in piazza Syntagma (vedi qui sotto la lettera). La spremitura sui redditi delle famiglie ne ha provocato la discesa del 39%, con una crescita, di riflesso, della mortalità infantile di ben il 42,8%. E ciò è comprensibile perché non si è potuto vaccinare il 20% dei bambini e ormai il 1 greco su 10 non ha più assistenza sanitaria, il 44% delle famiglie non ha da pagarsi il riscaldamento, circa un milione di persone risultano registrate presso servizi di ca-rità e ONG per aiuti alimentari.<strong>(20)</strong></p>
<p><a href="http://www.linterferenza.info/attpol/debito-di-stato-e-classi-sociali-il-caso-greco/attachment/immagine-2/" rel="attachment wp-att-2093"><img src="http://www.linterferenza.info/wp-content/uploads/2015/07/immagine-2-e1436203352674.jpg" alt="immagine 2" width="600" height="848" /></a></p>
<p>a cura di <strong>DANTE LEPORE</strong>, per l’Associazione Culturale <strong>PonSinMor</strong></p>
<p>…………..</p>
<p><em><strong>(1)</strong> GAETANO FILANGIERI, La Scienza della Legislazione, 1780-1783. Opera monumentale subito tradotta in più lin-gue in tutto il mondo e in Italia, e… messa all’Indice.</em><br />
<em> (<strong>2</strong>) Chi detiene il debito pubblico della Grecia in Corriere della Sera, 5 gennaio 2015.</em></p>
<p><em><strong>(3)</strong> G. DROGO, Tutta la storia dei debiti di guerra della Germania che Tsipras vuole indietro, in Next Quotidiano, 10 febbraio 2015, http://www.nextquotidiano.it/perche-la-germania-non-paghera-i-danni-alla-grecia/</em><br />
<em> (<strong>4)</strong> Sul London debt agreement del 1953 cfr. LEONARDO MAISANO, Quando fu la Grecia a chiedere il conto alla Germania, in Il Sole 24 Ore, 3 aprile 2012.</em><br />
<em> (<strong>5)</strong> Il dato in Quante balle sulla Grecia e il suo debito!, a cura di Redazione de “il cuneo rosso”, 18 gennaio 2015.</em><br />
<em> (<strong>6)</strong> &lt;http://www.theguardian.com/world/2015/jun/29/where-did-the-greek-bailout-money-go?CMP=f</em>b_gu&gt;.<br />
<em><strong> (7)</strong> Esempi di indecente e servile campagna in questo senso sono articoli di autorevoli giornali economici come il Sole 24Ore quando cercano di dimostrare che sono gli italiani che ci perdono quando le loro banche prestano soldi allo stato greco. Un es, l’art. di ISABELLA BUFACCHI, Quanto costa la Grecia al contribuente italiano, in Il Sole 24 Ore, 28.01.2015</em></p>
<p><em><strong>(8)</strong> Fonte: OCSE 2012.</em><br />
<em> (<strong>9)</strong> ATTILIO FOLLIERO, Italia: PIL e Debito pubblico dal 1861 al 2015, Caracas, 22.o6.2015, in http://umbvrei.blogspot.it/.</em><br />
<em> (<strong>10)</strong> &lt; https://en.wikipedia.org/wiki/Distribution_of_wealth&gt;.</em><br />
<em> (<strong>11)</strong> &lt;http://hope.convio.net/site/PageServer?pagename=hms_poverty_statistics&gt;</em><br />
<em> (<strong>12)</strong> Cfr: http://www.laleggepertutti.it/92449_nuove-imposte-2015-arriva-la-tassa-sulla-morte. La disposizione, pre-sentata dall’On. Stefano Vaccari, prevede l’Iva al 10% sui servizi funebri, sino ad oggi esenti dall’imposta; si</em> <em>parla di spese aggiuntive a partire da 300 € a funerale; per ciascuna operazione </em><em>cimiteriale, sia tumulazione che crema-zione, è prevista una nuova tassa fissa di 30 Euro, destinata ad aumentare, anno per anno, in base agli indici Istat relativi al costo della vita e così vi sarà, tra l’altro, un aumento della Tasi.</em></p>
<p><em><strong>(13)</strong> Cfr. E. MARRO, Ecco chi sono i tre Paperoni greci più ricchi (e perché non pagano tasse), in Il Sole 24 ore, 3 luglio 2015. In http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-07-02/paperoni-greci-philip-niarchos-61-anni-patrimonio-11500-milioni-dollari-173003.shtml?uuid=ACC3upK&amp;nmll=2707#navigation..</em></p>
<p><em><strong>(14)</strong> Cfr. l’ottimo articolo Quante balle sulla Grecia e il suo debito!, a cura di Redazione de “il cuneo rosso”, 18 gen-naio 2015.</em><br />
<em> (<strong>15)</strong> Pe questi, la Hdv e la Ferrostaal avrebbero pagato 23,5 milioni di euro.</em><br />
<em> (<strong>16)</strong> Per garantirsi una commessa di 170 carri armati Leopard, missili Stinger e caccia F-15, la Krauss-Maffei Weg-mann, la Rhienmetall e la Atlas hanno pagato in totale ad Antonis Kantas, il numero uno del settore armamenti del ministero della difesa greco, mazzette per 3,2 milioni di euro. L’elenco potrebbe continuare con la Siemens, che ha ammesso il versamento di 1,3 miliardi di euro in tangenti per assicurarsi commesse e appalti alle olimpiadi del 2004, ai danni della società greca Ote. E poi la Daimler, la Deutsche Bahn… (cfr. i già citato Quante balle sul-la Grecia e il suo debito!, a cura di Redazione de “il cuneo rosso”, 18 gennaio 2015.).</em><br />
<em> (<strong>17)</strong> http://www.lanotiziagiornale.it/grecia-spese-militari-folli-su-ordine-di-germania-e-fmi-dossier-shock–della-nato-sullacquisto-di-armi-e-le-rivelazioni-di-wikileaks-atene-fu-costretta/#.VZVg7qvV2us.facebook</em><br />
<em> (<strong>18)</strong> Ivi</em><br />
<em> (<strong>19)</strong> Ivi.</em></p>
<p><em><strong>(20)</strong> I dati nell’art. citato del Cuneo rosso.</em></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.ponsinmor.info/" rel="nofollow" target="_blank" data-reactid=".u.$mid=11436223154255=2a21f8e8b4f4871b695.2:0.0.0.0.0.0.$range0:0">www.ponsinmor.info</a>  5 luglio 2015</p>
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		<title>Debito pubblico truffa: come le banche conquistano interi continenti</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Apr 2015 18:01:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;  Angelo Fontanella Gli interessi sul debito pubblico stanno ammazzando il paese e smantellando lo Stato Sociale. Gli interessi passivi annui sul debito pubblico sono destinati ad aumentare e a raggiungere quota 100 miliardi nel 2015. Dai 78 miliardi pagati dallo Stato per finanziare il proprio debito nel 2011 si passa agli 89 nel 2012 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/04/th.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5069" title="th" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/04/th.jpg" alt="" width="300" height="252" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong> Angelo Fontanella</strong></em></p>
<p>Gli interessi sul debito pubblico stanno ammazzando il paese e smantellando lo Stato Sociale. Gli interessi passivi annui sul debito pubblico sono destinati ad aumentare e a raggiungere quota 100 miliardi nel 2015.<br />
Dai 78 miliardi pagati dallo Stato per finanziare il proprio debito nel 2011 si passa agli 89 nel 2012 per salire ai 95 nel 2013 e per arrivare a quota 99,808 nel 2015. Negli ultimi 30 anni circa, per essere precisi dal 1981, anno in cui si è persa la sovranità monetaria, grazie alla criminale separazione tra banca d&#8217;Italia e ministero del tesoro sancita dal decreto Ciampi-Andreatta, l&#8217;Italia ha pagato 3.100 miliardi di interessi sul debito, una mostruosità se oltretutto lo raffrontiamo ai 2100 miliardi del nostro gravosissimo finto debito pubblico, in nome del quale le banche si arricchiscono sempre più (visto che l&#8217;Italia nonchè tutti i paesi dell&#8217;area euro sono loro debitori) e le loro istituzioni che fungono da copertura e da strumento di dominio sulle masse popolari delle stesse, impongono austerità economiche sempre più impossibili da sopportare, con conseguenti tagli draconiani alla spesa sociale ed agli essenziali investimenti pubblici in ambito scolastico, sanitario, stradale ecc, che come stiamo ben vedendo hanno portato al collasso le economie dell&#8217;eurozona, e giornali e televisioni hanno ancora il coraggio di difendere queste politiche economicide e di parlare di crisi.<br />
I miliardi che lo Stato destina al pagamento degli interessi sul debito sono sottratti ai servizi primari dei cittadini: pensioni, sanità, ammortizzatori sociali, istruzione, risorse per le PMI.</p>
<p>34 anni fa quindi, quei due signori Ciampi ed Andreatta, il primo allora governatore della banca d&#8217;Italia che come se ciò non bastasse, bruciò quasi per intero le riserve in valuta estera della stessa banca d&#8217;Italia a seguito di speculazioni di Soros sulla lira, ed il secondo, ministro del tesoro, sancirono la condanna a morte del nostro paese, la quale avvenne ufficialmente nel 1992 con la firma del trattato di Maastricht ad opera sempre dello stesso Carli e di De Michelis ed Andreotti. In cosa consiste la nostra condanna a morte? Come già detto, nella perdita della sovranità monetaria, vale a dire ed è bene ribadirlo fino alla nausea, la vera prerogativa attraverso la quale uno stato possa definirsi tale, la capacità di stampare moneta, senza bisogno di farsela prestare a strozzo dalle banche come avviene oggi. Uno stato con sovranità monetaria, emette tutta la moneta di cui ha bisogno, direttamente, come ai tempi di Moro e dei famosi biglietti di stato a corso legale, o attraverso una banca centrale nazionale pubblica come avvenuto in quasi tutto il periodo della tanto vituperata prima repubblica, che fu fatta fuori in così tanta fretta e furia proprio per questo motivo. Uno stato con sovranità monetaria non ha bisogno di tassare, in quanto crea appunto da se, tutta la liquidità di cui necessità, tassa solo per far sì non vi sia un&#8217;inflazione troppo alta, vista la grande quantità di denaro circolante, a differenza di quanto avviene oggi dove lo stato per poter spendere ha prima bisogno di tassare i cittadini, requisendo loro i beni e i frutti del loro lavoro, attraverso il quale ripagare le banche che comprano i suoi titoli di stato, con inevitabile rarefazione economica che porta alla deflazione, visto che nè cittadini nè imprese hanno ormai un euro in tasca, a causa delle suddette requisizioni. E&#8217; un falso mito che le tasse in regime di sovranità monetaria servano a dare servizi ai cittadini e permettere la necessaria spesa sociale, è ancora più falso che le tasse abbiano lo stesso valore in un regime privo di sovranità monetaria come il nostro dove servizi e spesa sociale vengono tagliati a più non posso e sono solo un retaggio del passato, quando invece servono ad assicurare alla banche, che i soldi che esse creano dal nulla attraverso la Bce, tornino alla base comprensivi si interessi. Altra nota importante di questa storia è che la Bce mette al passivo il valore nominale del denaro che accredita alle banche sue azioniste, quando dovrebbe mettervi i costi effettivi sostenuti e cioè quelli d&#8217;emissione delle banconote. Ma guai a parlare del più grande falso in bilancio della storia.  Se ne deduce che con l&#8217;euro il debito pubblico non potrà che continuare a crescere, come gli interessi, fino a quando lo Stato Sociale non sarà completamente smantellato e diventerà un guscio vuoto, un corpo morto spolpato dalla BCE e da tutte queste banche che le stanno dietro, come Unicredit, Intesa San Paolo, Deutsche Bank che da sole hanno quasi la metà delle quote.<br />
il debito è quindi pubblico, ma la ricchezza è privata cioè di questi monopoli bancari, (comprese le case e tutti i beni che pensiamo essere nostri perchè pagati col nostro sudore quotidiano) in quanto servono a ripagare lo stesso fraudolento debito e questo genera una ricchezza incredibile per le banche. Il tutto è avvenuto come detto, con l&#8217;ingresso nell&#8217;euro e con la conseguente privatizzazione della moneta, divenuta moneta-debito.</p>
<p>La soluzione a questa immensa truffa nei nostri confronti, è riappropriarci della sovranità monetaria e che la moneta torni quindi ad essere del popolo e non più delle banche. Come conseguenza immediata, lo stato avrà a disposizione tutta la liquidità necessaria per garantire i bisogni dei cittadini, garantire la piena occupazione e un presente più che dignitoso agli stessi, il debito pubblico svanirà come una bolla di sapone e non sarà più un problema, non si sentirà più parlare di spread e mercati, nè tantomeno si sarà più loro schiavi e si potrà avviare una commissione d&#8217;inchiesta che chiarisca nell&#8217;interesse di chi è stato contratto e come si è contratto questo debito, perchè ricordiamolo, un debito pubblico va ripagato solo se fatto nell&#8217;interesse dei cittadini e che gli stessi ne siano al corrente, altrimenti è detestabile. Da questa commissione d&#8217;inchiesta verrebbe fuori che non dovremo più pagare un solo euro o lira di questa debito illegale. Non finisce qui, perchè nonostante i media che incaricati dalle banche, continuano a fare terrorismo mediatico, paventando ai poveri cittadini italiani chissà quali scenari se si uscisse dalla moneta unica, ( come se fosse possibile stare peggio di oggi) va detto con chiarezza che i soldi dei conti correnti verrebbero automaticamente convertiti nella nuova moneta, un pò come avvenuto nel passaggio da lira ad euro e la nuova moneta sarebbe si svalutata circa del 20% rispetto all&#8217;euro e ciò per essere adatto alla nostra economia ( lo stesso euro dovrebbe subire la stessa svalutazione) ma non si capisce come i cittadini perderebbero il 20% dei loro soldi visto che tutti i costi subirebbero quella svalutazione. Va detto inoltre che lo stato cominciando a tassare nella nuova moneta, creerebbe domanda della stessa, prezzandola e facendo risalire subito il suo valore. Naturalmente questi media di regime tacciono su quanto abbia fatto perdere l&#8217;euro alla nostra nazione, in termini di ricchezza, produttività e di vite (eravamo la quinta potenza economica nel 1987, oggi siamo un paese con un tenore di vita da terzo mondo, uscito dal G8 e che continua a perdere posizioni). Una moneta meno forte nel cambio con le altre infine, sarebbe un toccasana per l&#8217;atrettanto stremato export italiano, sempre che esista ancora, ma sicuramente con la sovranità monetaria si potrà ricreare il tessuto produttivo che la moneta unica ha distrutto.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/04/debito-pubblico.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-5070" title="debito-pubblico" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/04/debito-pubblico-222x300.gif" alt="" width="222" height="300" /></a></p>
<p>Naturalmente non sarà facile uscire da questo inferno che lo stesso Draghi, 2 anni fa definì una gabbia chiusa a tripla mandata, ma è necessario anzitutto rompere il muro dell&#8217;ignoranza creata dai media in materia, perchè un popolo ignorante è facile da gestire a proprio piacimento, mentre un popolo  ben informato, riesce a rompere subito la gabbia di Draghi. E&#8217; bene rammentare come tutte le guerre di questo e del secolo passato, abbiano avuto come obiettivo l&#8217;appropriazione delle banche centrali pubbliche dei paesi non assoggettati al dominio mondiale delle banche e questo a dimostrazione di come i loro padroni come i Rothschild, i Rockefeller, i Morgan ecc. non abbiano il minimo scrupolo a sterminare centinaia e centinaia di milioni di persone per raggiungere i loro perfidi obiettivi. Le ultime banche centrali pubbliche a cadere sono state quella iraqena, afghana, somala (questo paese è stato addirittura smembrato e diviso in due) e libica, con Gheddafi che stava per realizzare il grande progetto della banca centrale africana pubblica che emettesse il dinero d&#8217;oro e non è un caso che questi siano stati i paesi aggrediti nelle ultime guerre. Attualmente le uniche banche centrali pubbliche si trovano in Siria, Iran, Cuba e Corea del Nord, mentre sono avviate verso processi di nazionalizzazione o comunque di un più stretto controllo governativo, quelle di Russia, Brasile,Argentina e Venezuela. Guarda caso sono tutti i paesi sotto attacco imperialistico, e proprio per questo i loro popoli guidati dai loro presidenti che si mettono alla loro testa, lottano con sempre più grande veemenza e per l&#8217;imperialismo vi sono solo sconfitte una dietro l&#8217;altra. Non ci resta che seguire l&#8217;esempio di questi eroici popoli.</p>
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		<title>La chiamano crisi, è la più grande truffa della storia.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2015 15:50:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/03/Wie-im-Dritten-Reich....jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5055" title="Wie im Dritten Reich..." src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/03/Wie-im-Dritten-Reich...-298x300.jpg" alt="" width="298" height="300" /></a></p>
<p><strong><em>                 </em></strong></p>
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<p><strong><em>Angelo Fontanella</em></strong></p>
<p><strong> La chiamano crisi, è la più grande truffa della storia.</strong></p>
<p>Da circa sette anni a questa parte, non si fa che parlare di crisi, di ripresa, di quali misure attuare affinchè quest’ultima scattasse, e guarda caso queste misure reclamate a destra e a manca, soprattutto dai soloni finanziari del FMI, della BCE, della Commissione Europea, hanno sempre lo stesso sapore, quello del liberismo estremo e del massacro sociale, che non può che andare nella direzione di tagli drastici alla spesa sociale, agli investimenti pubblici, nonchè a quel poco di benessere rimasto ed all&#8217;aumento spropositato della tassazione. In questo modo si è fatto sì che gli squilibri non restassero confinati al campo finanziario, ma andassero ad intaccare l’economia reale, azzerandola e sottomettendola al volere delle banche e dei mercati. Le quali banche commerciali e d’investimento sia in Europa che negli Stati Uniti e su larghissima scala mondiale, azioniste delle banche centrali, hanno in pugno sia l’emissione del denaro, che stampano dal nulla e al semplice costo tipografico, appropriandosi indebitamente del valore nominale del denaro, sovraccaricato da interessi usurai che non potranno mai essere pagati, in quanto massa monetaria non esistente; che la circolazione dello stesso.<br />
In pratica soffermandoci sull’Eurozona, la Bce autoproclamatosi padrona dell&#8217;euro, ed unica autorizzata ad emetterlo, grazie al trattato di Maastricht, stampa un quantitativo di denaro, lo presta alle banche sue azioniste a un tasso irrisorio (0,5% o anche meno) e queste dovrebbero immetterlo nei circuiti economici, invece lo usano per ricapitalizzarsi, così da non soffrire troppo le speculazioni e gli investimenti andati a male e continuare a farli e comprare i sempre redditizi titoli di stato dei paesi dell’eurozona, realizzando massicce plusvalenze, visto il loro alto rendimento. Se a ciò aggiungiamo che questo rendimento è deciso nei mercati, dove le grandi banche costituiscono oltre il 70% del totale degli investitori e fanno cartello tra di loro, si capisce che è tutto un circolo creato ad arte.</p>
<p>Facciamo un esempio, in modo che renda l&#8217;argomento di facile comprensione a chi non è esperto in materia: la Bce emette una banconota da 500 euro. Essa costa alla super banca circa 30 cent, vale a dire il costo di stampa e messa in circolazione, ma in quel pezzo di carta che altro non è, è indicato il valore di 500 euro, per cui vale tanto e capite benissimo che la Bce vi ha guadagnato 499,70 euro, senza contare i tassi d&#8217;interesse che le verranno corrisposti nel momento in cui acquisterà i titoli di stato di un paese dell&#8217;area euro. Questo in gergo tecnico si chiama signoraggio bancario ed è la più grande truffa di sempre, nonchè causa di quella che impropriamente media, ed euroburocrati e politici, chiamano crisi. La Bce è una fabbrica di soldi che come capite sono carta straccia, ma grazie ai quali impone ai paesi le politiche economiche di distruzione sociale e si compra pezzo dopo pezzo i beni pubblici e non degli stessi.  Di tutto ciò ne soffrono gli stati europei, in particolare Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro, Italia ed Irlanda, costretti a corrispondere interessi sempre più alti (nel caso italiano nel 2014 si sono spesi circa 95 miliardi in spesa per interessi) e ricattati da uno <em>spread ( speculazione)</em> che sarebbe continuato a salire se non si fossero fatti i compiti a casa ( ora che sono stati fatti sembra solo un lontano ricordo), vale a dire quelle  che i media, politicanti ed euroburocrati chiamano riforme strutturali come il pareggio di bilancio (castroneria economica, lo stato non è un’impresa e solo spendendo a deficit sopravvive) il rapporto deficit/pil al 3%, col conseguente costante aumento della tassazione ( arrivata al 70% sulle imprese), l&#8217; ulteriore precarizzazione del lavoro e innalzamento dell’età pensionabile. Tutto fatto con estrema solerzia e i risultati parlano chiaro, con le economie dell&#8217;area in depressione da un quinquennio proprio a causa di queste politiche economiche ultra recessive d&#8217;austerity, conseguenza inevitabile della perdita della sovranità monetaria sancita con l&#8217;ingresso nella moneta unica.<br />
Non contenti i burocrati euristi dicono che ciò non basta e che se queste riforme fossero state fatte tempo addietro, non ci troveremmo nella situazione attuale. Senz’altro, saremmo già un deserto, basti vedere che oggi in Italia chiude un’impresa al minuto, che il pil è in caduta libera dal terzo trimestre del 2011, con una perdita di oltre l&#8217;8% dello stesso, del 25% della produzione industriale, del 30% degli investimenti ecc. e non potrebbe essere altrimenti, considerato oltretutto che le banche infarcite di titoli di stato e derivati, non aprono i rubinetti ne alle imprese ne alle famiglie e se lo fanno si va sempre incontro a truffe e al pagamento di gravosissimi ed insostenibili interessi. Dulcis in fundo il<em> fiscal compact</em>, grazie al quale a cominciare dalla fine di quest&#8217;anno, dovremo portare il rapporto debito/pil al 60%, il che significa tagli e sempre più tasse per 50 miliardi annui per i prossimi 20 anni, sempre che vi arriveremo.</p>
<p>Che dire del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, un fondo perduto in mano alle banche europee, al quale ogni paese dell&#8217;Eurozona deve versare una quota, che lo stesso fondo presterà al paese che si troverà soggetto a speculazione sui suoi titoli di debito, manco a dirlo gravati da interessi. Chi muove le fila della speculazione? Manco a dirlo, le banche. Sarebbe a dir poco una follia, se non si sapesse che chi ha firmato per la creazione di questo organismo, è un servo delle banche, messo nei centri di potere governativi per fare gli interessi delle stesse. Solo l&#8217;Italia per quel che si sa, ha già versato 90 miliardi.</p>
<p>Infine il Parlamento europeo ha approvato, con il voto in due risoluzioni, il regolamento per il rafforzamento della governance dell’UE, di cui l&#8217;elemento più significativo è il Fondo di Redenzione europeo, che va solo ratificato nei singoli paesi, una pura formalità.</p>
<p>Il Fondo di Redenzione europeo (Erf) servirà a far confluire l’importo dei vari debiti pubblici degli Stati dell’Eurozona per la parte eccedente il 60% del PIL in un apposito fondo, l’Erf appunto, che verrebbe <strong>garantito dagli Stati nazionali membri attraverso i loro asset pubblici </strong>e da<strong> almeno una percentuale di tasse riscosse a livello nazionale</strong>. Tale fondo, poi, emetterebbe bonds europei caratterizzati da una rigorosa scadenza di 20, massimo 25 anni. In questo lasso di tempo, tutti gli Stati aderenti avrebbero inoltre l’obbligo di assestare il proprio rapporto debito/PIL al 60%. La trappola è ormai chiusa del tutto, l’unica via d&#8217;uscita è liberarci dai banksteers, riconquistando quella sovranità monetaria sancita dalla costituzione, e prerogativa principale di ogni stato. Riconquistiamola prima di tornare indietro di 150 anni, stracciamo i trattati di Maastricht e Lisbona, cacciamo questi partiti che ci hanno introdotto in questo sistema infernale, riprendiamoci la democrazia e ritorneremo a vivere. E ciò si può fare solo attraverso una dura e continua lotta sociale che comprenda il boicottaggio dell&#8217;euro, creando una moneta alternativa di popolo, ed usando solo quella in tutti gli acquisti e gli scambi commerciali, o tornando al baratto, nell&#8217;attesa di un&#8217;uscita da questo inferno. Naturalmente nessuno deve pagare più tasse che non siano trattenute alla fonte, si devono ritirare i soldi dalle banche, chiudere i conti correnti e non votare più. Sarebbe un qualcosa dalla portata rivoluzionaria, altrimenti, continueremo a morire di tasse e austerity,ad essere sempre più precari, come previsto dal Job Act renziano ed a svalutare sempre più i nostri salari da terzo mondo, anche perchè, se non si svaluta la moneta e l&#8217;euro non è svalutabile, si svalutano i salari, altrimenti non si esporterebbe più nulla a fronte di un corposissimo calo delle esportazioni.</p>
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		<title>La grande crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Mar 2014 10:04:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Euro Truffa intervista il Prof. Joseph Halevi 1) Prof. Halevi, in un suo lavoro scritto con Riccardo Bellofiore dal titolo “La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, sostenete che, con la grande crisi capitalistica del 2007-2008, siamo dinanzi alla terza crisi della teoria economica. Può spiegarci, brevemente, cosa intendete? Quali sono state, [...]]]></description>
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<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #800000;">Euro Truffa intervista il Prof. Joseph Halevi</span></h3>
<p><strong><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/EUROTRUFFA.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4415" title="EUROTRUFFA" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/EUROTRUFFA-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>1) Prof. Halevi, in un suo lavoro scritto con Riccardo Bellofiore dal titolo “<a href="http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/788-la-grande-recessione-e-la-terza-crisi-della-teoria-economica.html">La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica</a>”, sostenete che, con la grande crisi capitalistica del 2007-2008, siamo dinanzi alla terza crisi della teoria economica. Può spiegarci, brevemente, cosa intendete? Quali sono state, invece, le prime due crisi?</strong></p>
<p>La crisi del 2007 è, ovviamente, anche una crisi di tutti quegli approcci teorici che celebravano l’efficienza dei mercati finanziari come trasmettitori di informazioni affidabili per non dire perfette. Ma questo non sarebbe un granché. La fase apertasi col 2007 mette in crisi anche le visioni secondo cui dal 1980 in poi, cioè con Ronald Reagan e Margaret Thatcher, il sistema economico sarebbe stato gestito da politiche neoliberiste volte a ridurre il ruolo dell Stato a favore del mercato.</p>
<p>Invece no, per molti versi lo Stato o organismi statuali insindacabili (come quelli dell’UE) hanno aumentato la loro azione ed ingerenza negli affari economici intervenendo attivamente nello spostamento dei rapporti economici e sociali a favore non solo del capitale in generale ma dei gruppi capitalistici prescelti (Bellofiore ha scritto delle cose fondamentali sulla falsa rappresentazione del neoliberismo da parte della sinistra).</p>
<p>Infine si è dimostrata errata l’idea che la crisi sia il prodotto della moderazione e stagnazione dei salari (negli Usa prima e progressivamente anche in Europa) che ha spinto le famiglie ad indebitarsi. Credo che la dinamica sia stata differente. La stagnazione salariale e le trasformazioni finanziarie, sempre appoggiate dallo Stato fin nei minimi particolari, hanno permesso di acchiappare due piccioni con una fava. Da un lato la stagnazione salariale riduceva la pressione sul costo del lavoro e –cosa ben più importante del costo del lavoro– riduceva soprattutto la possibilità di resistenza organizzata alle decisioni manageriali. Negli Stati Uniti, le delocalizzazioni industriali, prima verso il Messico poi, massicciamente, verso la Cina sono andate pari passo con l’indebolimento salariale e sindacale che sono stati gli strumenti sociali usati per effettuare tali delocalizzazioni.</p>
<p>In parole povere: non avrebbero potuto traslocare con questa facilità se i dipendenti non fossero stati già in crisi profonda tale da non poter offrire grande resistenza. Dall’altro lato le trasformazioni finanziarie, l’invenzione di nuove forme di moltiplicazione dei titoli, sempre rese possibili dalle politiche degli organismi statali, hanno creato ciò che Riccardo Bellofiore ha chiamato keynesismo finanziario privatizzato. In altri termini l’indebitamento non è stato soltanto l’elemento che ha controbilanciato la stagnazione salariale. È andato molto più in avanti. Il sistema giuridico statale ha dato facoltà alle società finanziarie di cercare e creare i soggetti da indebitare anche nelle classi di reddito più basse che altrimenti non avrebbero potuto accedere ad una tale massa di prestiti. In questo modo dagli USA è stata sostenuta la domanda effettiva MONDIALE: tramite le delocalizzazioni e con le conseguenti le importazioni dal resto del mondo. A ben guardare i paesi che negli anni 1985-2007 hanno avuto un tasso di crescita degno di questo nome sono Cina, India, USA e pochi altri. Negli USA il tasso di crescita pro capite è stato moderato ma quello aggregato, che include l’aumento di popolazione è stato maggiore che in Europa o Giappone. Pertanto il processo che è sfociato nella crisi del 2007 evidenzia come sia erronea la contrapposizione di capitalismo finanziario ad economia reale. La fase iniziata con le politiche reaganiane si basa sull’integrazione dei due aspetti al punto che è impossibile fare delle distinzioni. Le altre due crisi sono quella della fine di Bretton Wooods nel 1971 connessa alla guerra del Vietnam che fece deragliare propio la forza del capitalismo post-1945 su cui poggiava l’intervento USA in Vietnam, cioè il keynesismo militare. Per questo nel 1972 la grandissima Joan Robinson nel suo famoso discorso al convegno dell’American Economic Association a New Orleans individuò nella finedel sistema post bellico detto di Bretton aWoods una seconda crisi della politica e teoria economica: cioè del keynesismo pratico –quello militare– e di quello insegnato nella manualistica universitaria che presenta la disoccupazione keynesiana come un problema di breve periodo. Infini, la prima crisi fu quella degli anni 30 che portò alla cosiddetta rivoluzione keynesiana sebbene fin dal 1929 esistessero i lavori del marxista polacco Michal Kalecki. che sui problemi sollevati poi da Keynes aveva svolto considerazioni più pregnanti.<br />
<strong>2) Il capitalismo, dagli ultimi tre decenni, si è mosso sui binari della precarizzazione del lavoro, della finanziarizzazione e di quella che lei, Francesco Garibaldo e Riccardo Bellofiore chiamate “centralizzazione senza concentrazione”. Secondo lei, l’Euro (e i vincoli che esso comporta) può essere letto come totalmente organico a questo processo capitalistico globale, visto che si stanno imponendo, con le mani legate, proprio quei processi di flessibilità del mercato del lavoro e di distruzione dei diritti sociali? Insomma, l’Euro come strumento è un qualcosa di ben più ampio rispetto alla crisi dell’Eurozona?</strong></p>
<p>Non penso assolutamente che l’euro sia un progetto con orizzonti mondiali. Nasce in Europa e nemmeno tanto in Europa. Nasce in Francia, la Germania non lo voleva. E morirà tra la Francia e la Germania… L’euro ha creato un consenso politico ed economico, non solo da parte dei gruppi capitalistici con più voce in capitolo, per una gara tra chi riesce ad imporre con maggior successo la deflazione salariale. È questo l’elemento che cementa le diverse componenti del capitale europeo. Se non fosse per quest’aspetto l’euro sarebbe già saltato per reazione del resto dei paesi dell’eurozona alle azioni unilaterali della Francia e della Germania, come ad esempio, l’annuncio di Parigi e Berlino sul finire del 2002 di non voler rispettare i parametri di Maastricht. Ed infatti Olanda e Austria protestarono ma Francia e Germania non li presero nemmeno in considerazione. Italia zitta ovviamente.<br />
<strong>3) Continuando sul tema dell’Euro, oggi se ne dibatte sicuramente molto di più rispetto a qualche anno fa. Molti continuano in un suo tenace &#8220;oltranzismo&#8221;, come ha detto Emiliano Brancaccio; altri invece ritengono che bisogna uscirne, senza però chiarire se continueranno o meno con il filone di pensiero economico dominante o ritorneranno ad un keynesismo di matrice classica, cioè proponendo generiche politiche fiscali espansive volte al sostegno della domanda aggregata. Nello specifico, come pensa dovrebbe agire una nazione come l’Italia, immeritatamente inclusa tra i PIIGS (pur essendo un paese con un elevato risparmio privato), per trovare una soluzione ai problemi derivanti dall’Euro? È sufficiente tornare a Keynes oppure bisogna andare oltre? Qualora l’opzione fosse proprio l’uscita dall’UME, come dovrebbe essere gestita tale situazione?</strong></p>
<p>Purtroppo gli economisti non danno alcuna importanza alla struttura giuridico statuale dei sistemi economici che dovrebbero studiare. Non si può uscire dall’UME se non si esce anche dall’UE. Per poter permettere l’uscita soltanto dall’UME sarebbe stato necessario includere nei Trattati una separazione tra Eurozona e UE cosa che non c’è, come non c’è alcuna clausola di uscita nei testi che legalizzano l’Unione Monetaria. Bisognerebbe studiarsi l’economia politica dell’UE e dell’UME. Invece si procede per modellini aprioristici infarciti di ipotesi normative (così andrà bene o male, ecc…) senza conoscenza della storia e dei rapporti politici, statuali ed economici dell’intera costruzione dell’UME, quest’ultima voluta non tanto dal capitale europeo quanto dallo Stato francese. Detto questo la vostra domanda contiene delle affermazioni che a mio avviso richiedono delle precisazioni critiche. Non capisco che importanza abbia il risparmio privato che nell’insieme è sempre determinato dal volume degli investimenti. In Italia il risparmio delle famiglie –al 3,6% del reddito disponibile secondo l’ultimo Economic Outlook dell’OCSE– è crollato per via della crisi aggravata dalle politiche di austerità e, quindi, per via del connesso calo degli investimenti. Inoltre vorrei sottolineare che non si può tornare a Keynes perché a Keynes non ci si è mai arrivati se non attraverso il &#8220;KEYNESISMO MILITARE&#8221; del periodo 1947-71 o forse 47-74. Infine con o senza riferimento a Keynes, anche dopo la fine di Bretton Woods gli Usa non hanno mai abbandonato una politica fiscale attiva finalizzata agli obiettivi dei gruppi capitalistici che, di volta in volta, controllano il governo. Durante Bush il Piccolo, la presidenza USA non ha mai posto un veto alle proposte di espansione della spesa federale inoltrate dai repubblicani. Tutte queste spese hanno avuto sì degli effetti “keynesiani”, soprattutto l’ulteriore militarizzazione lanciata da Reagan, ma non vennero effettuate con obiettivi keynesiani di piena occupazione. Servono però a dimostrare che le idee secondo cui il neoliberimso ha implicato meno Stato, meno spesa pubblica, e più mercato sono sbagliate. C’è stato più Stato e più capitale privato. L’attuale opposizione alla spesa da parte degli stessi repubblicani è volta solo a bloccare il funzionamento della presidenza Obama. È semplice sabotaggio. A Keynes non si può ritornare perché non ci si è mai arrivati, né ci si arriverà. Lo predisse Keynes stesso in un articolo apparso sulla rivista americana <em>The New Republic </em>nel 1940. Keynes sostenne che le democrazie liberali non avrebbero mai accettato di aumentare la spesa pubblica ad un livello tale da poter convalidare la sua concezione dell’economia. Nei fatti questo livello venne però raggiunto e superato ma grazie al pilastro rappresentato dal Keynesismo miltare. Oggi non è questione di andare oltre Keynes né di ritornarci dato che le probabilità di un ampio consenso sociale interclassista intorno alle politiche dette keynesiane si allontana sempre di più a meno che non sorgano delle esigenze militari globali che coinvolgano sia gli USA che l’Europa e l’Asia capitalistica. Allo stato attuale la crisi ha allontanato ulteriormente la possibilità di un compromesso interclassista keyensiano. Non ci credono gli imprenditori, non ci credono i think tanks, non ci credono politici e banchieri centrali ecc; mentre il lavoro dipendente, il precariato ed i disoccupati non hanno espressioni politiche coerenti rilevanti nell’ambito degli schieramenti parlamentari. Di fronte a ciò abbiamo la concreta prospettiva di un massiccio voto operaio a formazioni di destra come nel caso del Front National in Francia.<br />
<strong>4) De facto per i Paesi che oggi condividono la moneta unica essa rappresenta una sorta di &#8220;nuovo gold standard&#8221;, in quanto tra loro ci sono dei tassi di cambio fissi. Alla luce di ciò Lei crede che un’eventuale rottura dell’Euro, e quindi un ritorno ad un cambio flessibile, possa garantire uno spazio fiscale di manovra maggiore rispetto all’odierno assetto europeo? Quali sono i vantaggi di un cambio flessibile rispetto ad uno fisso?</strong></p>
<p>Non capisco questa fascinazione per le supposte virtù curative dei cambi flessibili. L’horror story dell’euro non risiede nell’impossibilità di svalutare o rivalutare. Nel 1953 Milton Friedman scrisse un lungo saggio apparso nel volume<em> Essays on Positive Economics,</em> in cui egli elogiava i cambi flessibili in quanto avrebbero permesso di raggiungere l’equilibrio esterno anche laddove i prezzi interni a ciascun paese rimanevano rigidi. Su questa base teorica i cambi flessibili vanno benissimo, essendo l’unico strumento per poter sostenere degli shock provenienti dall’estero. Infatti le virtù miracolose dei cambi flessibili consistono nel raggiungimento di situazioni ottimali di equilibrio sul piano esterno malgrado le rigidità dei prezzi interni. Aria assolutamente fritta! Così come è aria fritta la concezione di zone monetarie ottimali all’interno delle quali dovrebbero operare tutte le ottimalità paretiane. Se si applicasse rigorosamente la definizione di zona monetaria ottimale si constaterebbe che la stragrande maggioranza delle monete esistenti non appartiene ad alcuna zona ottimale. Il fatto che gran parte degli economisti di sinistra accetti la visione Friedman-Mundell (iper-neoclassica quindi) del ruolo dei cambi e delle zone monetarie risiede nel fatto che anche questi economisti procedono da modellucci normativi aprioristici senza economia politica. Consiglierei di ritornare indietro di una settantina di anni e studiare le argomentazioni CONTRO i cambi flessibili che vennero usate per costruire il sistema di Bretton Woods. A mio avviso su questo terreno ha valore l’affermazione di Lenin riguardo il secolare scontro tra libero scambio e protezionismo. Né l’uno né l’altro sostenne Lenin, bensì monopolio statale sul commercio estero. <em>Mutatis mutandis</em> il discorso vale anche per il sistema monetario ed i relativi cambi esteri. Esattamente come il ruolo della Banca Centrale non può essere indipendente, anche la dinamica dei cambi deve essere subordinata alle priorità delle politiche economiche. In nessun modo ciò è attuabile nell’UE-UME. Qui però le cose diventano molto più complicate perché non si sa dove si andrà a finire; esattamente come non si sa quale sarà l’effetto di un cambiamento dei prezzi relativi sulla distribuzione del reddito, sulla scelta delle tecniche ecc. Cose che la teorie economiche hanno, in negativo, sceverato con successo. In altri termini, le complicazioni emergono dal fatto che non ci sono teorie che ci dicano se il tasso cambio (o anche il tasso di interesse, o i prezzi relativi) aumenta succederà questo e quest’altro, se invece si abbassa succederà x,y,z. Non lo sappiamo; pretendere altrimenti è millantare. Ogni situazione deve essere studiata caso per caso senza partire da ipotesi comportamentali o da relazioni tecniche aprioristiche.<br />
<strong>5) In tema di occupazione una proposta degli economisti della Modern Money Theory è rappresentata dalle politiche di &#8220;job guarantee&#8221; (lavoro garantito), in cui lo Stato, come finanziatore diretto, diviene datore di lavoro di ultima istanza (ELR). La trova auspicabile tale proposta? Pensa possa essere suscettibile di ulteriori miglioramenti?</strong></p>
<p>Non dò molta importanza a quella proposta. Quando venne lanciata circa 15 anni fa partecipai con Peter Krielser ad un dibattito sui suoi eventuali meriti e demeriti. Studiando la forma concreta della proposta avanzata da Randall Wray ci trovammo in sostanziale disaccordo con lui. In primis subordina il lavoro ad una specie di militarizzazione civile. Facemmo l’esempio dell’<em>Arbeiter Front </em>(Fronte del Lavoro) del regime nazista. Inoltre la proposta non si focalizza sull’investimento. Sostenemmo che con la disoccupazione di massa sono gli investimenti a dover essere programmati, non la regimentazione del lavoro (WP &#8211; 2001/02 <em>“</em><a href="http://www.asb.unsw.edu.au/research/centreforappliedeconomicresearch/Documents/P.%20Kriesler%20and%20J.%20Halevi%20-%20Political%20Aspects%20of%20Buffer%20Stock%20Employment.pdf" target="_top"><em>Political Aspects of Buffer Stock Employment</em></a><em>”</em> – Peter Kriesler and Joseph Halevi). Data la precaria posizione dei sindacati di oggi &#8211; sono pessimi organismi spesso corrotti ed imboscati nei meandri della politica, però sono necessari: senza di loro, come argomentò un grande economista matematico metà neoclassico e metà marxiano, Michio Morishima, la società capitalistica tenderebbe verso la schiavitù – l’ELR può diventare un’arma a doppio taglio. Comunque se oggi si vuole ascrivere allo Stato un ruolo di datore di lavoro, dovrebbe essere quello di datore di lavoro di prima istanza. Le società europee stanno tendendo verso la piena disoccupazione e precarizzazione. Il toro lo si può affrontare solo prendendolo per le corna: organizzare lotte con idee chiare in testa: cioè la socializzazione pianificata degli investimenti (su questo c’è un bel saggio di Bellofiore, purtroppo appena pubblicato sulla rivista di Bertinotti, ossia di un politico non assolvibile che ha fatto danni irreparabili alla sinistra) e, necessariamente, per delle politiche monetarie e fiscali subordinate a quest’obiettivo. Tuttavia per queste lotte non ci sono le condizioni. In Italia la formazione di tali condizioni deve passare per una radicale trasformazione della CGIL e per la dissoluzione del PD. I nuovi quadri dovranno inoltre essere altamente preparati sui temi economici di cui abbiamo discusso. Impossibile.</p>
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<div id="comments">Fonte: http://eurotruffa.it/</div>
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		<title>Spagna: la sinistra che dice NO all&#8217;Euro e rivendica la sovranità monetaria</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 11:44:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[USCIRE DALL’EURO*La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 class="post-title entry-title"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/05/No-euro.png"><img class="wp-image-3669 alignleft" title="No euro" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/05/No-euro.png" alt="" width="233" height="263" /></a><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;">USCIRE DALL’EURO*</span></span>La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di tagli, austerità e privatizzazione del   pubblico.</h3>
<div style="text-align: left;" dir="ltr">
<p>    La rete in cui siamo presi è fatta da un livello di disoccupazione catastrofico, da un indebitamento del   paese con l’estero impossibile da affrontare e da un’evoluzione dei conti pubblici che porta al fallimento economico dello Stato. Oltre 6 milioni di disoccupati, oltre 2.300 miliardi di euro di passivo lordi con l’estero, e un debito pubblico crescente di quasi mille miliardi di euro e che si avvicina al 100% del PIL,. Sono dati che definiscono un disastro inimmaginabile, mettono in pericolo la convivenza e distruggono diritti sociali fondamentali.</p>
<p>Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione.</p>
<p>Come ora si riconosce, non c’erano le condizioni per stabilire una moneta unica tra paesi tanto disuguali economicamente senza accompagnarle con una fiscalità comune. La sua creazione implicava, d’altra parte, un quadro propizio all’instaurazione di politiche regressive e antisociali di tutti i tipi secondo i dettami della dottrina neoliberista, che ha avuto nella costruzione dell’Europa di Maastricht la sua massima espressione. Come si è valutato a suo tempo, lo Stato del welfare non è compatibile con l’Europa di Maastricht.</p>
<p>Con l’entrata nell’euro, il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero, quale era il controllo e la gestione del tipo di cambio rispetto al resto delle monete. D’altra parte, c’è stata una cessione di sovranità a favore della BCE in quanto a liquidità e applicazione della politica monetaria, un’istituzione dominata fin dalle origini dagli interessi del capitalismo tedesco.</p>
<p>Come non poteva essere diversamente, l’arretratezza e la debolezza dell’economia spagnola rispetto ad altri paesi e la rigidità assoluta imposta dall’euro hanno condotto durante gli anni 2000 a un deficit della bilancia dei pagamenti a causa di una spesa corrente opprimente. Si sono registrati squilibri insostenibili, come pure è accaduto ad altri paesi come la Grecia e il Portogallo, catturati nella stessa trappola. Nei 14 anni trascorsi dalla creazione dell’euro nel 1999 fino alla fine del 2012, il deficit estero accumulato è stato di quasi 700 miliardi di euro, che si è dovuto finanziare indebitandosi con l’estero. Gli enti creditizi e le imprese spagnole hanno chiesto più di altri mille miliardi di euro di risorse per i propri piani d’investimento all’estero, specie in America Latina.</p>
<p>Fino all’anno 2008, in cui si è manifestata la crisi finanziaria internazionale, a causa delle agevolazioni straordinarie dei finanziamenti, il paese ha vissuto un sogno, come drogato, alimentando la bolla immobiliare e estraneo ai problemi che si erano generati. In quell’anno, tutto è cambiato radicalmente, i mercati finanziari di sono chiusi, dai canali non fluiva liquidità e la situazione di ciascun debitore è stata esaminata con rigore. Con il brusco cambiamento nella posizione debitoria della nostra economia nei confronti dell’estero, i passivi lordi sono passati da 540 miliardi a fine del 1998 a 2.200 miliardi nel 2008, il paese è entrato in fallimento ed è sopravvenuta una profonda recessione che a tutti gli effetti è ancora vigente.<br />
<span style="color: #444444;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><br />
Il settore pubblico ne ha risentito profondamente da allora, incorrendo in un deficit esorbitante a causa della drastica caduta delle entrate, rafforzata dall’esplosione della bolla immobiliare. Lo Stato, sul quale finiscono per scaricarsi tutte le tensioni delle amministrazioni pubbliche, ha avuto necessità di centinaia di milioni di euro, ottenuti con l’emissione di debito pubblico nei mercati interni ed esterni, di fronte all’impossibilità di finanziare direttamente per mezzo delle propria autorità monetaria. Alla fine del 2007, il debito circolante dello Stato era di 307 miliardi di euro, il 37% del PIL. Alla fine del 2012 era salito a 688 miliardi, il 65% del PIL, e continua ad aumentare in corrispondenza dell’evoluzione deficitaria dei conti pubblici.</span></span></span></p>
<p>Da quando è stata ammessa la crisi, la politica economica ha mantenuto alcuni tratti di base inamovibili. La perdita di competitività dell’economia spagnola è servita come scusa per applicare rigorosamente le ricette neoliberiste e si è cercato di compensare con il cosiddetto “aggiustamento interno”, un processo diretto a diminuire i salari e favorire i licenziamenti per diminuire il prezzo delle merci e dei servizi spagnoli, dal momento che la via naturale e storica della svalutazione della moneta è impedita dall’euro. Restrizioni, controriforme del lavoro e tagli continui marcano la politica degli ultimi anni. D’altro canto, la cosiddetta austerità si è imposta brutalmente nella politica fiscale, come esigenza dei poteri economici, facendo della lotta contro il deficit pubblico il talismano ingannevole della soluzione alla crisi.</p>
<p>Questa politica ha prodotto una retrocessione sociale molto dolorosa, ha dato un impulso incontenibile alla crescita della disoccupazione e, cosa fondamentale, è inutile. Il paese scivola senza freni e precipita in un baratro profondo. Gli agenti determinanti della crisi continuano intatti, quando non peggiorano. I passivi esteri non possono diminuire senza che si registri un eccedente nella bilancia di pagamento, cosa praticamente irraggiungibile per un’economia abbastanza demolita e scarsamente competitiva, e il pesante carico di debito pubblico non smetterà di crescere fino a quando non si diluisca il deficit pubblico, cosa che lo stesso governo non riesce a scorgere. La sfiducia è generale.</p>
<p><strong>La società è ad un crocevia</strong></p>
<table class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;" href="http://4.bp.blogspot.com/-8Q_LpieBg-Q/UZbBfUggCqI/AAAAAAAAKI8/sr0ieHX8wWc/s1600/Manuel-Monereo.jpg"><img src="http://4.bp.blogspot.com/-8Q_LpieBg-Q/UZbBfUggCqI/AAAAAAAAKI8/sr0ieHX8wWc/s320/Manuel-Monereo.jpg" alt="" width="320" height="229" border="0" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;"><span style="color: #660000;">Manuel Monereo</span><strong><br />
</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come superare il disastro? L’alternativa alla crisi difesa dalla Troika e apertamente dal PP passa per l’inasprimento dei tagli, per l’austerità e la distruzione del pubblico. L’economia spagnola, come è già successo in Grecia e Portogallo, cade nel precipizio e sprofonderà nell’abisso, con conseguenze sociali drammatiche e rischi politici di ogni segno.</p>
<p>Il PSOE, compartecipe attivo nell’attuale disegno economico e sociale, finge ora un disaccordo con il PP e critica la sua politica suicida, ma continua ad essere legato al criterio che l’euro è irreversibile.</p>
<p>Le direttive dei sindacati maggioritari, una volta appurato l’errore di calcolo commesso con il consenso critico a Maastricht, denunciano ora l’attuale stato di cose, ma non sono in condizione di proporre misure anticrisi realmente efficaci dal momento che non mettono in discussione con coerenza l’Europa costruita.</p>
<p>Altre forze, organizzazioni e autori di sinistra criticano l’Europa attuale e propongono cambiamenti abbastanza utopistici e progetti senza fondamento, dato il carattere non riformabile dell’Europa sorta, soprattutto dopo l’ampliamento della zona euro all’Est. Alle carenze originali della moneta unica si aggiunge il peso che esige la Germania come paese egemone e la realtà di una scomposizione dell’Europa, imprigionando alcuni paesi con debiti impagabili. L’imprescindibile e urgente necessità di rompere i vincoli dei Trattati europei non può paralizzarsi né nascondersi dietro progetti di altra natura. Per desiderabile che sia un’altra Europa, per ora non è percorribile, richiede basi molto diverse su cui fondarsi e la sovranità perduta di ciascuno Stato.</p>
<p>Il fallimento del progetto di costruzione dell’Europa è inoccultabile, e non è possibile determinare quando e come rovinerà l’insostenibile situazione esistente.</p>
<p>A noi firmatari di questo manifesto sembra chiaro che l’Europa di Maastricht non potrà sopravvivere con la sua attuale configurazione, dopo i disastri e le sofferenze che ha causato, oltre ad aver svuotato di contenuto la democrazia ed aver sottratto la sovranità popolare.</p>
<p>Affermiamo pure che il nostro paese non può uscire dalla crisi nel quadro dell’euro. Senza moneta propria e senza autonomia monetaria è impossibile far fronte al dramma sociale ed economico, tanto più che pure la politica fiscale è stata annullata dal Patto di Stabilità, proditoriamente costituzionalizzato.</p>
<p>È necessaria una moneta propria per competere e una politica monetaria sovrana per somministrare liquidità al sistema e stimolare una domanda ragionevole. E questo come prima condizione ineludibile, però non sufficiente, per poter sviluppare una politica avanzata di controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, di nazionalizzazione delle banche, di ricostruzione del tessuto industriale e agricolo, di difesa e potenziamento dei servizi pubblici fondamentali con un potente e progressivo sistema fiscale, di ammortizzamento delle disuguaglianze e distribuzione della ricchezza, di ripartizione del lavoro per combattere la disoccupazione, di deroga delle controriforme del lavoro e delle pensioni, di rispetto vero verso l’ambiente, ecc…, e di affrontare un processo costituente che permetta di recuperare e approfondire la democrazia. Per tutto ciò bisogna lasciare da parte transitoriamente il deficit pubblico, dimenticarsi di fare proposte impossibili alla BCE e smetterla di avere nostalgia della Riserva Federale o della Banca d’Inghilterra quando si può disporre della Banca di Spagna come istituzione equivalente.</p>
<p>L’ammontare del debito estero è insolvibile. La maggior parte è debito del settore privato, e tocca a chi l’ha contratto risolvere i problemi che si presentino, incluso il settore finanziario, molto compromesso. Perciò rifiutiamo qualsiasi operazione di “riscatto” del nostro paese e per la stessa ragione consideriamo come debito completamente illegittimo quello contratto dallo Stato per distribuire fondi di salvezza per gli enti creditizi che non siano stati nazionalizzati.</p>
<p>Rispetto al debito pubblico, lo Stato deve fare una profonda ristrutturazione dello stesso (abbandono, moratoria, conversione in moneta nazionale) che allevi la pressione schiacciante che subiscono i conti pubblici. Agendo diversamente, può considerarsi come irrimediabile il fallimento del Settore pubblico.</p>
<p>Non ci sfuggono i problemi e la complessità dei passi che proponiamo, tra gli altri limitare la libera circolazione di capitali. E la nostra analisi non ci impedisce nemmeno di collaborare con azioni, proposte e mobilitazioni con quella parte della cittadinanza e le sue organizzazioni che, sotto effetto del bombardamento mediatico cui siamo sottoposti o per altri motivi, ancora non condivide la nostra opzione di fronte al crocevia in cui ci troviamo e la necessità di rompere il nodo gordiano dell’euro. Senza dubbio, di fronte al disastro che ci coinvolge e di fronte alle cause profonde che lo promuovono ed acutizzano, non possiamo restare zitti né evasivi. A nostro modo d’intendere, oggi la società spagnola, che è entrata in una agonia prolungata e senza speranza, non dispone di altra scelta che uscire dall’euro per impedire lo sprofondamento definitivo del paese.</p>
<p>Recuperare la sovranità perduta, rendere effettiva la sovranità popolare, richiede di venire fuori dai capestri che ci paralizzano, affrontare la dura realtà e dotarsi dei mezzi per tracciare un progetto di sopravvivenza che, con tutte le difficoltà, può rappresentare anche una grande opportunità per creare una società sovrana, prospera, solidale, democratica, ecologicamente responsabile e libera.</p>
<p>Primi firmatari:</p>
<p>Julio Anguita/ Sebastián Martin Recio/ Diosdado Toledano/ Héctor Illueca/ Salvador López Arnal/ Joaquín Miras/ Juan Rivera/ Miguel Riera/ Andrés Piqueras/ Miguel Candel/ Alberto Herbera/ Isabel de la Cruz/ Rodrigo Vázquez de Prada/ Manuel Muela/ Rosario Segura/ Juan Montero/ Leonel Basso/ Joan Tafalla/ Manuel Monereo/ Antonio Gil/ Manuel Cañada/ Santiago Fernández Vecilla/ Carlos Martínez/ Pedro Montes</p>
<p>* Fonte: controlacrisi.org<br />
(traduzione di Rosamaria Coppolino)</p>
</div>
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