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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Bretton Woods</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Suzanne De Brunhoff, Karl Marx e il dibattito sulla moneta</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Apr 2023 17:54:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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		<category><![CDATA[Bretton Woods]]></category>
		<category><![CDATA[David Ricardo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Suzanne De Brunhoff, Karl Marx e il dibattito sulla moneta di Andrea Fumagalli &#160; Nell&#8217;articolo che pubblichiamo oggi, Andrea Fumagalli fa un ritratto di Suzanne de Brunhoff. Nel ricostruire l&#8217;importanza e l&#8217;originalità del suo pensiero, Andrea Fumagalli ripercorre il dibattito sulla moneta che l&#8217;economista francese ebbe con il gruppo di lavoro sulla moneta di Primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/04/0e99dc_dabe9dc97cb946babc28d1086099612cmv2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8478" title="0e99dc_dabe9dc97cb946babc28d1086099612cmv2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/04/0e99dc_dabe9dc97cb946babc28d1086099612cmv2-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Suzanne De Brunhoff, Karl Marx e il dibattito sulla moneta</h1>
<h3>di Andrea Fumagalli</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-85eud"><em>Nell&#8217;articolo che pubblichiamo oggi, Andrea Fumagalli fa un ritratto di Suzanne de Brunhoff. Nel ricostruire l&#8217;importanza e l&#8217;originalità del suo pensiero, Andrea Fumagalli ripercorre il dibattito sulla moneta che l&#8217;economista francese ebbe con il gruppo di lavoro sulla moneta di Primo Maggio.</em></p>
<p id="viewer-a6cpa">* * * *</p>
<p id="viewer-ag8gf"><strong>1. Suzanne De Brunhoff e Marx</strong></p>
<p id="viewer-4sqe4">Suzanne De Brunhoff è stata un intellettuale <em>engagée</em> a tutto tondo, testimone delle varie ingiustizie che hanno caratterizzato il Novecento, contro le quali ha sempre combattuto a viso aperto. Fatto, oggi, più che raro, così presi della performatività dell’apparire.</p>
<p id="viewer-58vf6">Come scrive Riccardo Bellofiore a un anno della sua morte:</p>
<p id="viewer-5k4id">Le esperienze giovanili del nazismo e del razzismo, e poco dopo del colonialismo francese in Indocina e Algeria, ne fecero una combattente tenace per l’eguaglianza nei diritti politici e sociali <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn1" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[1]</a></p>
<p>In quanto donna, la sua carriera all’interno dell’università fu assai ostacolata. Dopo una laurea in Filosofia alla Sorbona, non ebbe l’<em>aggregation</em>, nonostante le sue qualità di ricercatrice fossero ampiamente riconosciute. Sarà solo dopo aver ottenuto un dottorato in Sociologia e in Economia, riuscì a entrare al CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique, l’equivalente più o meno del nostro CNR), dove divenne, con non poche difficoltà, direttora di ricerca.</p>
<p>La sua ricerca teorica si è sempre mossa all’interno del pensiero marxista. Il suo primo libro fu <em>Capitalisme financier public</em>, pubblicato<em> </em>nel 1965, con il sottotitolo <em>Influence économique de l&#8217;État en France (1948-1958)</em> che analizza criticamente il ruolo economico dello Stato in Francia dal 1948 al 1958.</p>
<p id="viewer-bic9m">A partire da questo testo, anche se l’argomento non rappresenta l’argomento principale, de Brunhoff approfondisce la tematica della moneta in Marx e nel 1967 pubblica il testo più famoso <em>La monnaie chez Marx </em>(1967), tradotto in italiano da Editori Riuniti.</p>
<p id="viewer-4ff4o">È forse nel campo della teoria della moneta che le difficoltà dovute al mancato completamento dell&#8217;opera fondamentale di Marx, <em>Il Capitale, </em>sono le più grandi. L’approccio di De Brunhoff ha il merito di colmare questa lacuna.</p>
<p id="viewer-bvs3c">La teoria monetaria di Marx ha due punti fondamentali. In primo luogo, la moneta è una variabile endogena che dipende dal livello di attività e di accumulazione del sistema capitalistico di produzione. In secondo luogo, Marx riconosce come centrale e caratteristica del capitalismo la funzione creditrice della moneta, a cui dedica l’intera Sezione V del Libro III de Il Capitale.</p>
<p id="viewer-a0et">È interessante notare che Marx si avvicina all’analisi della moneta partendo dal concetto di denaro, confermando il fatto che sono i filosofi a occuparsi del denaro e gli economisti di moneta. Infatti, nella prima sezione del Libro I de <em>Il Capitale</em>, invece di partire dalla moneta così come funziona nell&#8217;economia capitalistica, Marx si occupa della moneta nella sua forma più astratta, ma anche la più semplice; del denaro allo stato (si potrebbe dire) «puro», e quindi privo delle sue determinazioni capitalistiche. È invece nel Libro II e soprattutto III de <em>Il Capitale</em> che Marx, non senza qualche contraddizione, studia le funzioni della moneta in un contesto capitalistico, sviluppando un’analisi prettamente economica.</p>
<p id="viewer-19js0">L’approccio filosofico al denaro è già presente negli scritti giovanili di Marx, in particolare nei <em>Manoscritti economico-filosofici del 1844</em>, dove viene analizzato il ruolo astratto ma allo steso tempo sociale del denaro come strumento di alienazione:</p>
<p id="viewer-2mb53">Il denaro, possedendo la caratteristica di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l&#8217;oggetto in senso eminente. L&#8217;universalità di questa sua caratteristica costituisce l&#8217;onnipotenza del suo essere; è tenuto per ciò come l&#8217;essere onnipotente&#8230; il denaro fa da mezzano tra il bisogno e l&#8217;oggetto, tra la vita e i mezzi di sussistenza dell&#8217;uomo. (…) Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo, Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l&#8217;effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura venti quattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn2" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[2]</a></p>
<p id="viewer-6opfi">L’esistenza del denaro implica l’esistenza di relazioni umane ed è indipendente dalla forma che può storicamente assumere (la forma della moneta) e tali relazioni umane possono essere di diversa natura, da cooperative a gerarchiche. Ne consegue che il denaro è un indicatore dei rapporti sociali esistenti, ovvero definisce un rapporto di potere. E la moneta, in quanto rappresentazione storicamente determinata del denaro, definisce anch’essa un rapporto di potere.</p>
<p id="viewer-69cik">Se il denaro è connaturato con l’essenza umana, la moneta è un’invenzione umana. La moneta non cresce sugli alberi. La moneta ci dimostra che l’essere umano è un animale sociale. La moneta è socialità, è, soprattutto, relazione sociale. La moneta è la dimostrazione dell’esistenza di una comunità, perché la moneta è frutto di un rapporto di fiducia. Ma la moneta è, soprattutto, potere. Potere di decisione, potere di arbitrio.</p>
<p id="viewer-6134k">Nell’introduzione alla raccolta di scritti sulla moneta e il credito di Marx<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn3" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[3]</a>, Suzanne De Brunhoff scrive che per Marx:</p>
<p id="viewer-8de4a">la moneta è un «rapporto sociale», non semplicemente tecnico né semplicemente economico<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn4" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[4]</a></p>
<p id="viewer-8k6ji">Nei suoi scritti sulla moneta in Marx, Suzanne De Brunhoff ricostruisce il dibattito sulla moneta ai tempi di Marx, soprattutto in merito alla riforma della Banca d’Inghilterra del 1844 (<em>Bank Charter Act</em>). Tale riforma concede alla Banca Centrale inglese il quasi-monopolio della emissione dei biglietti di banca, il cui ammontare, tuttavia, deve essere pari alla quantità d’oro detenuta dalla banca stessa. Le riserve auree vengono divise tra due dipartimenti: il dipartimento di emissione, preposto al governo della circolazione complessiva con una parità aurea fissa (regola del <em>gold standard</em>), e il dipartimento bancario, a cui spettano solo le operazioni di credito.</p>
<p id="viewer-1jhcv">Come ricorda De Brunhoff:</p>
<p id="viewer-62pem">La separazione nei due dipartimenti deve permettere, nell’idea dei riformatori, il controllo del circolante senza intervenire sulle operazioni di credito della banca. Ma il problema sta nel capire quale portata abbia una tale separazione, problema, questo, connesso con quello della natura dei biglietti emessi, puri segni d’oro o moneta di credito<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn5" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[5]</a></p>
<p id="viewer-2pave">All’epoca, su questi problemi, si contrapponevano due scuole di pensiero, dal nome già indicativo: la <em>Currency School</em> che sostiene questa separazione e la <em>Banking School</em> che invece la critica.</p>
<p id="viewer-fph6k">Senza entrare nel dettaglio della discussione, possiamo dire che la prima scuola era propensa a ritenere che la quantità di moneta fosse una variabile esogenamente determinata dalla quantità di oro detenute nelle riserve della Banca Centrale. Da tale quantità dipendeva poi la dinamica delle altre variabili economiche, a partire dai prezzi e dal reddito. È da questo approccio che si svilupperà successivamente la teoria della moneta di Irvin Fisher, all’origine della moderna teoria quantitativa della moneta, secondo la quale vi è perfetta dicotomia tra sfera monetaria e sfera reale dell’economia. Di conseguenza, qualunque variazione dell’offerta di moneta, esogenamente decisa dalla Banca Centrale (sulla base delle riserve auree) può avere effetto solo sul livello dei prezzi, lasciando invariato il reddito nazionale e l’occupazione. La moneta è così una variabile neutrale, la cui funzione è semplicemente quella di intermediario degli scambi, secondo la nota formula M-D-M (Merce-Denaro-Merce). Troviamo qui l’origine del pensiero monetarista che sta anche alla base della costruzione del sistema monetario europeo, dell’euro e della BCE.</p>
<p id="viewer-4mam2">Se, dunque, come scrive De Brunhoff:</p>
<p id="viewer-afobs">si può dire che la Currency School e indicativa di un orientamento «monetarista», mentre la Banking School di una corrente più preoccupata dal problema del finanziamento, nel senso che se la prima auspica una disciplina sull’emissione di moneta come rimedio agli squilibri che si ripercuotono sui prezzi, l’altra prende avvio dalle esigenze finanziarie proprie dell’attività economica e commerciale per valutare l’organizzazione della Banca Centrale <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn6" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[6]</a>.</p>
<p id="viewer-ei5q">Marx è un sostenitore dell’endogeneità della moneta. È tale caratteristica a essere uno dei punti di rottura dell’avvento del sistema di produzione capitalistica. Nel I capitolo del libro II de Il Capitale (intitolato: «Il ciclo del capitale monetario»), Marx descrive il funzionamento del capitalismo come economia monetaria di produzione, D-M-D’ (Denaro-Merce-Moneta). L’endogeneità della moneta dipende proprio dalla funzione creditizia che essa svolge come anticipazione necessaria per l’avvio del processo di accumulazione. Non c’è accumulazione senza indebitamento, una regola che ancora oggi l’economia mainstream fa fatica a riconoscere.</p>
<p id="viewer-ld8p">Pur non condividendo tutti i principi della Banking School, Marx, tuttavia, adotta la critica mossa alla Currency School,</p>
<p id="viewer-7cjmm">inserendola in un dibattito più ampio, che egli conduce principalmente in tre direzioni: la critica al riformismo monetario dei socialisti proudhoniani; l’esame critico del «sistema mercantilistico»; il rifiuto della concezione quantitativa della moneta adottata da Ricardo dopo Hume<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn7" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[7]</a>.</p>
<p id="viewer-aje0d">Non è il caso qui di ripercorrere questa linea di ricerca. Ci basta ricordare che per Marx il credito è un fattore di instabilità in quanto può condizionare la produzione di plusvalore ma non intacca le ragioni che stanno alla base dello sfruttamento (critica a Proudhon).</p>
<p id="viewer-f48m7">Ma la moneta preesiste al capitalismo, nella sua funzione di intermediario degli scambi e unità di valore. Il rapporto tra la moneta e il valore è il suo essere «equivalente generale». Qui Marx riconosce la moneta come moneta merce, che ha un rapporto con una merce particolare (oro) che ne determina l’unità misura. Non è un caso che la moneta nasce metallica come unità di peso, in grado di determinare il valore intrinseco nella moneta stessa (ad esempio, tot grammi di oro). È uno scambio tra equivalenti.</p>
<p id="viewer-68rvl">È questa, tra gli altri, la posizione di David Ricardo: la moneta viene solo considerata come una merce che funge da mezzo di circolazione per le altre merci di cui è segno di valore. Questa posizione viene criticata da Marx (anche se non completamente rigettata) perché tale funzione, pur rimanendo anche nel sistema capitalistico, non è più adeguata alle stesse necessità del capitalismo, che non può essere descritto come una società «mercantilista».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-75kfd"><strong>2. La moneta segno</strong></p>
<p id="viewer-f1091">L’analisi del pensiero sulla moneta di Marx dopo il primo contributo di Suzanne De Brunhoff del 1967 riprende vigore dopo la decisione storica di Nixon di sancire l’incontrovertibilità del dollaro in oro il 15 agosto 1971, che ha segnato la fine del sistema monetario di Bretton Woods. Il merito è della rivista Primo Maggio che nel n. 1 del 1973 pubblica un articolo di Sergio Bologna dal titolo già assai esplicito <em>Moneta e crisi: Marx corrispondente per a «New York Daily Tribune»</em>.<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn8" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[8]</a></p>
<p id="viewer-9r3sd">Scrive Stefano Lucarelli:</p>
<p id="viewer-6aqqc">Il <em>grupp</em>o (sulla moneta della rivista «Primo Maggio», ndr.) doveva ancora essere costituito, ma è significativo che sin da subito la rivista si ponga il problema delle crisi monetarie. Il Marx letto da Sergio Bologna rappresenta un passaggio necessario per leggere la crisi economica dei primi anni Settanta<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn9" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[9]</a>.</p>
<p id="viewer-bskcn">Il <em>gruppo</em><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn10" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[10]</a> a cui Lucarelli si riferisce è la costituzione di un gruppo di ricerca sul tema della moneta che a partire da quell’articolo comincia a lavorare in modo fecondo con la pubblicazione di alcuni articoli già a partire dal 1974. Ricorda Lapo Berti:</p>
<p id="viewer-3vlt9">Nacque così, all’interno di «Primo Maggio», il «gruppo sulla moneta», in cui si raccolsero e si incrociarono percorsi di ricerca e insofferenze politiche, dando luogo a un lavoro collettivo molto aperto e creativo, in cui ciascuno cercava di portare quegli che gli sembravano i punti di vista più innovativi e promettenti, spesso niente di più che spunti e intuizioni allo stato grezzo, ma che avevano il pregio di nascere dall’osservazione disincantata della realtà sociale e della dinamica dei conflitti.<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn11" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[11]</a></p>
<p id="viewer-af4f">La tematica principale riguarda l’analisi della nuova fase monetaria apertasi con il crollo del sistema di Bretton Woods e della parità tra dollaro e oro. Il valore della moneta, per la prima volta nella storia, si smaterializza del tutto e non ha più un legame certo con una merce fisica. La moneta diventa «puro segno». Ciò significa che viene meno l’unità di misura del valore, o, meglio, tale unità di misura non è più stabile ma diventa aleatoria. È l’inizio dell’egemonia dell’attività speculativa prima nel mercato delle valute, poi in quello creditizio e successivamente in quelli finanziari (a partire dai titoli di debito pubblico).</p>
<p id="viewer-9vu49">Il primo articolo in materia, dopo quello iniziale di Sergio Bologna, è <em>Denaro come Capitale</em>, frutto di una discussione collettiva, pubblicato a firma di Lapo Berti e tratta della crisi del dollaro come valuta di riferimento internazionale, proprio a seguito del venir meno della parità aurea.</p>
<p id="viewer-cpahp">Lo schema teorico di riferimento, da un lato, fa riferimento alla tradizione autonoma marxista dell’operaismo italiano degli anni ’60 in contrapposizione a una lettura schematica e rigida di Marx<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn12" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[12]</a>, dall’altro, partendo dal concetto che l’economia capitalistica è un’economia monetari di produzione, intende analizzare il rapporto che intercorre tra il divenire capitale del denaro per finanziare la produzione (e trasformarsi in capitale produttivo) con l’acquisto della forza-lavoro. La premessa è quindi come scrive lo stesso Berti, che:</p>
<p id="viewer-b0khp">la moneta mette la socialità insita nella propria funzione (ovvero, l’essere un rapporto sociale, ndr) a disposizione del controllo che il capitale sociale esercita sugli antagonismi che fondano il processo di produzione<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn13" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[13]</a>.</p>
<p id="viewer-25lnn">Il sistema di Bretton Woods, centrato sull’ordine economico mondiale garantito dalla parità aurea controllata dalla Federal Reserve, creava quella cornice di stabilità nell’ambito della circolazione del denaro su scala capitalistica internazionale in grado di mantenere elevato il processo di accumulazione e il controllo della composizione internazionale del lavoro. Possiamo aggiungere che di fatto garantiva la funzione di equivalente generale alla moneta, definendo la sua unità di misura valoriale: 1$ valeva 35 once d’oro.</p>
<p id="viewer-6m4i6">Ma cosa succede ora, che tale unità di misura è saltata? Se prima era la Banca Centrale Usa a stabilizzarla, ora chi è, su scala globale, in grado di definire e plasmare una nuova convenzione di misura del denaro, in presenza di pura moneta segno?</p>
<p id="viewer-8468h">È questo il problema principale che viene analizzato dal gruppo sulla moneta, ovvero definire la nuova geografia del potere economico capitalistico. Il crollo di Bretton Woods ha dimostrato che il dollaro come valuta di riferimento internazionale era entrato in una crisi strutturale. Una crisi che il potere economico Usa non si poteva permettere, perché metteva a rischio la sua egemonia militare-industriale.</p>
<p id="viewer-fn1l6">Ne è conseguita pertanto una profonda metamorfosi della funzione e del modus operandi della moneta. La prima rottura è stata la fine di un sistema monetario internazionale imperniato su cambi fissi. In questo quadro, non più vincolata a garantire la parità aurea, la politica monetaria poteva svolgere nuovi compiti, grazie ad una maggiore «manipolabilità» della moneta con finalità più o meno dichiaratamente politiche. L’offerta di moneta, emessa in condizione di monopolio dalla Banca Centrale, diventava una variabile interamente manovrabile come uno dei principali strumenti di governo dell’economia capitalistica, se non il principale. La moneta era diventata un’istituzione ad alta valenza politica, usata per intervenire direttamente nel regime dei rapporti di forza fra le classi.</p>
<p id="viewer-9ujoj">Nel momento stesso in cui la moneta diventa puro segno, aumentano i gradi di discrezionalità nel suo comando sull’economia e nel controllo dei conflitti sociali che potevano (come stavano facendo) influenzare negativamente il processo della produzione industriale e, soprattutto, l’andamento dei profitti. In altre parole, la politica monetaria diventava uno strumento di controllo della distribuzione del reddito a salvaguardia dei livelli di profitto e, quindi, a favore delle imprese.</p>
<p id="viewer-2tqda">Questa posizione non è stata immediatamente compresa. Suzanne De Brunhoff in un articolo pubblicato su «Politique aujourd’hui», maggio-giugno 1975<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn14" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[14]</a>,</p>
<p id="viewer-fmviu">coglieva impietosamente i punti deboli e le lacune contenuti in <em>Denaro come capitale</em> per contestare un’impostazione che, pur nelle sue insufficienze, considerava, evidentemente, interessante e stimolante, tanto da meritare una confutazione<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn15" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[15]</a>.</p>
<p id="viewer-diju7">Da un lato la economista francese criticava il fatto che la nozione di moneta elaborata dal gruppo di Primo Maggio non era sufficientemente chiara e definita, dall’altro di non riconoscere che il denaro è equivalente generale e tutte le altre funzioni sono secondarie rispetto a questa proprietà. Secondo De Brunhoff, facendo ciò, si rischiava di cadere nelle sirene del monetarismo, assecondando l’idea di una politica monetaria autonoma e neutra.</p>
<p id="viewer-3c03c">Ma l’intuizione di un uso politico della politica monetaria verrà confermata dai decenni successivi, aprendo la questione di chi controlla l’emissione di moneta, ora che le Banche Centrali non possono più basarsi su una parità aurea come unità di misura convenzionale. Detto in termini keynesiani, quale potere politico è in grado di definire quelle convenzioni monetarie e sempre più finanziarie che oggi definiscono il valore della moneta?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-c3219"><strong>3. Oggi</strong></p>
<p>Il dibattito sulla moneta del gruppo di Primo Maggio non è poi tanto dissimile da quello della metà dell’Ottocento, ricordato da Marx, tra <em>Currency</em> e <em>Banking</em> School. In fin dei conti, il pomo della discordia riguarda ancora la funzione politica della moneta e gli assetti di potere che ne conseguono.</p>
<p id="viewer-4aseh">Il capitalismo taylorista-fordista del secolo scorso è stata la compiuta espressione di un’<em>economia monetaria di produzione</em>, dove il ruolo della moneta era essenzialmente quella creditizia. Nei Trent’anni Gloriosi (1945-75), il sistema delle banche (Banca Centrale più banche di credito ordinario) governava le modalità di finanziamento degli investimenti, decidendo quanta moneta creare, e, allo stesso tempo, garantiva la stabilità del mercato delle valute. I mercati finanziari svolgevano un ruolo residuale, di semplice riallocazione di moneta già esistente tra gli agenti economici strutturalmente in disavanzo (Stato e imprese) e agenti in avanzo finanziario (famiglie e banche). La <em>Banking School</em> aveva preso il sopravvento!</p>
<p id="viewer-8e6lj">Con la fine di Bretton Woods siamo passati ad un’<em>economia finanziaria di produzione</em>. Il rapporto tra credito e finanza, o meglio, tra credito e speculazione finanziaria, si è rovesciato. Ora sono i mercati finanziari, sempre più concentrati e controllati da poche grandi istituzioni multinazionali, a dettare le convenzioni speculative che decidono i flussi di investimento (grazie agli <em>hedge fund</em> e ai fondi di investimento), intervengono nella distribuzione del reddito (grazie alle plusvalenze) e sempre più svolgono servizi di sussidiarietà sociale privata e selettiva (dai fondi pensioni a quelli sanitari, ecc.) in presenza dello smantellamento dello stato sociale.</p>
<p id="viewer-a3fh5">Il ruolo centrale della speculazione finanziaria come motore dell’accumulazione del capitalismo contemporaneo si è oramai affermato. Se dopo la fine di Bretton Woods, le istituzioni monetarie, con l’adozione di politiche monetariste prima e di austerity poi, avevano cercato di creare aree monetarie ottimali, che garantissero tassi di cambio stabili sotto il comando del dollaro, oggi il ruolo delle Banche Centrali e, più in generale, del sistema bancario è del tutto subordinato e dipendente dalle dinamiche speculative dettate dalle convenzioni dominanti.</p>
<p id="viewer-etq3h">Può sembrare che la <em>Currency School</em> abbia avuto la sua rivincita. Ma più che di <em>Currrency School</em> dovremmo parlare di <em>Financial School</em>.</p>
<hr />
<h6 id="viewer-a39vc"><strong>Note</strong></h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref1" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[1]</a> R. Bellofiore, <em>Un ricordo di Suzanne de Brunhoff</em>, in <em>Sbilanciamoci</em>, 29 marzo 2016: <a href="https://sbilanciamoci.info/un-ricordo-di-suzanne-de-brunhoff/">https://sbilanciamoci.info/un-ricordo-di-suzanne-de-brunhoff/</a></h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref2" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[2]</a> K. Marx, <em>Manoscritti economico-filosofici del 1844.Terzo Manoscritto: Il</em> denaro in K.Marx, <em>Opere filosofiche giovanili</em>, trad. di G. Della Volpe, Ed. Rinascita, Roma 1950, pp. 286 e 287-88 (disponibile in rete: <a href="https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/denaro.html">https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/denaro.html</a></h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref3" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[3]</a> K. Marx, <em>La moneta e il credito</em>, introduzione a cura di S. De Brunhoff e P. Ewenczik, Feltrinelli, Milano, 1981</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref4" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[4]</a> <em>Ibidem</em>, p. 9</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref5" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[5]</a> <em>Ibidem</em>, p. 11.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref6" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[6]</a> <em>Ibidem</em>, p. 13.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref7" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[7]</a> <em>Ibidem</em>, p. 13.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref8" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[8]</a> S. Bologna, <em>Moneta e crisi: Marx corrispondente per a «New York Daily Tribune»</em>, in Primo Maggio, n. 1, giugno settembre 1973, pp. 1-16 <a href="https://www.autistici.org/operaismo/PrimoMaggio/La%20rivista">https://www.autistici.org/operaismo/PrimoMaggio/La%20rivista</a> /Primo %20 Maggio%20%231.pdf. Per un’analisi critica molto accurata si veda anche S. Lucarelli, <em>Sentieri interrotti: il lavoro di Primo Maggio sulla moneta</em>, in C. Bermani (a cura di), La rivista Primo Maggio (1973-1989), DeriveApprodi, Roma, 2010, pp.111-137.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref9" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[9]</a> <em>Ibidem</em>, p. 113-114.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref10" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[10]</a> Fanno parte del nucleo originario Andrea Battinelli, Lapo Berti, Sergio Bologna, Franco Gori, Christian Marazzi, Mario Zanzani nel periodo 1974-78. Per un certo periodo vi parteciparono anche Fabio Arcangeli, Marcello Messori, Serena Di Gaspare e Roberta Bertolini. Si veda nota 5, <em>ibidem</em>, p. 112.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref11" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[11]</a> P.Davoli, L. Rustichelli (a cura di), <em>Marx, moneta e capitale nel dibattito della sinistra marxista italiana e francese ai tempi dell’Anti-Edipo. Intervista a Lapo Berti</em>, in <em>Effimera</em>, 6 dicembre 2016: <a href="http://effimera.org/marx-moneta-capitale-nel-dibattito-della-sinistra-marxista-italiana-francese-ai-tempi-dellanti-edipo-paolo-davoli-letizia-rustichelli/">http://effimera.org/marx-moneta-capitale-nel-dibattito-della-sinistra-marxista-italiana-francese-ai-tempi-dellanti-edipo-paolo-davoli-letizia-rustichelli/</a></h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref12" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[12]</a> Ricorda, al riguardo, Lapo Berti: «Credo che in molti di quelli che più attivamente parteciparono all’elaborazione teorica della prima fase di “Primo Maggio”, sicuramente in me, si agitasse un’inquietudine generata dalla crescente consapevolezza dei limiti che erano posti alla comprensione del presente dal rimanere confinati entro il perimetro dell’ortodossia marxista, con il sostanziale rifiuto di confrontarsi con i punti di vista e le analisi elaborati dagli avversari. La formazione culturale dei militanti avveniva, per lo più, tramite la frequentazione ossessiva dei sacri testi del marxismo, non sempre di eccelsa qualità teorica, a parte quelli di Marx e alcuni di Lenin. Era inevitabile l’inclinazione all’ortodossia, perché quello era l’unico metro di paragone. Questo generava, almeno, in alcuni, un senso di asfissia, alleviato, per quanto mi riguarda, solo dall’esperienza innovatrice del primo operaismo». <em>Ibidem</em>.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref13" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[13]</a> L. Berti, <em>Denaro come capitale</em>, <em>Primo Maggio</em>, n. 5, primavera 1975, citato in S. Lucarelli, <em>Sentieri interrotti: il lavoro di Primo Maggio sulla moneta</em>, in C. Bermani (a cura di), La rivista Primo Maggio (1973-1989), DeriveApprodi, Roma, 2010, p. 119.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref14" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[14]</a> Articolo che verrà ripreso e pubblicato in italiano su Primo Maggio: S. De Brunhoff, <em>Punti di vista marxisti sulla crisi monetaria, Quaderno n. 2 di Primo Maggio</em>, Supplemento al n. 12, 1978, pp. 35-39.</h6>
<h6><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref15" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">[15]</a> Sono le parole di Lapo Berti nell’intervista di P.Davoli, L. Rustichelli (a cura di), <em>Marx, moneta e capitale nel dibattito della sinistra marxista italiana e francese ai tempi dell’Anti-Edipo. Intervista a Lapo Berti</em>, in Effimera, 6 dicembre 2016: <a href="http://effimera.org/marx-moneta-capitale-nel-dibattito-della-sinistra-marxista-italiana-francese-ai-tempi-dellanti-edipo-paolo-davoli-letizia-rustichelli/">http://effimera.org/marx-moneta-capitale-nel-dibattito-della-sinistra-marxista-italiana-francese-ai-tempi-dellanti-edipo-paolo-davoli-letizia-rustichelli/</a></h6>
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<h6 id="viewer-aid76"><strong>Andrea Fumagalli</strong> è docente di economia all’Università di Pavia. È stato fondatore della rivista «Altreragioni». Con Sergio Bologna ha curato <em>Il lavoro autonomo di seconda generazione</em> (Feltrinelli, 1997). Altri suoi lavori sono: <em>Bioeconomia e capitalismo cognitivo</em> (Carocci, 2007) e <em>La moneta nell’impero</em> (insieme a Christian Marazzi e Adelino Zanini, ombre corte, 2002). Per DeriveApprodi ha pubblicato <em>Economia politica del comune </em>(2017) e <em>Valore, moneta, tecnologia</em> (2021)<em>.</em></h6>
<p><em><strong> Machina </strong></em></p>
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		<title>UN CONFRONTO TRA MARXISMO E MMT</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2020 09:12:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Bollettino Culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Bretton Woods]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Marxismo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; La teoria della moneta moderna (MMT) basa il suo sviluppo sullo storico disaccoppiamento del denaro dal gold standard. Dal 1971, con il crollo del sistema di Bretton Woods e l&#8217;abbandono del gold standard da parte degli Stati Uniti, il denaro divenne denaro fiat (valuta convertibile solo con sé stessa, senza l’obbligo di essere convertibile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
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<div><a href="https://1.bp.blogspot.com/-9_XW6APdWjo/Xx3ZTfmygnI/AAAAAAAAF3Q/5rxsfONlzqAXD1EmA_VZ6Kxa_Ea5st-fQCLcBGAsYHQ/s300/images%2B%25287%2529.jpg"><img src="https://1.bp.blogspot.com/-9_XW6APdWjo/Xx3ZTfmygnI/AAAAAAAAF3Q/5rxsfONlzqAXD1EmA_VZ6Kxa_Ea5st-fQCLcBGAsYHQ/w640-h358/images%2B%25287%2529.jpg" alt="" width="640" height="358" border="0" data-original-height="168" data-original-width="300" /></a></div>
<p><span style="font-family: arial;"><br />
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<div><span style="font-family: arial;">La teoria della moneta moderna (MMT) basa il suo sviluppo sullo storico disaccoppiamento del denaro dal gold standard. Dal 1971, con il crollo del sistema di Bretton Woods e l&#8217;abbandono del gold standard da parte degli Stati Uniti, il denaro divenne denaro fiat (valuta convertibile solo con sé stessa, senza l’obbligo di essere convertibile in oro) e controllata totalmente dalla banca centrale e dallo Stato.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Raccogliendo le tasse, lo Stato impone la propria valuta sull&#8217;economia nel suo insieme. In altre parole, il denaro statale viene riconosciuto e utilizzato da altri agenti economici perché devono pagare le tasse in quella valuta.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Non dovendo sostenere il denaro esistente nell&#8217;economia con una certa quantità di oro, lo Stato perde, afferma la MMT, tutte le restrizioni oggettive sulla sua spesa. Emette la moneta e può spendere tutto ciò che vuole nella propria moneta, il che ovviamente non significa che sia sempre consigliabile farlo. In ogni caso, la valuta sarà sempre accettata nel territorio sotto la sovranità dello Stato, poiché altri agenti economici ne hanno bisogno per pagare le tasse. Pertanto, il confine tra politica fiscale e politica monetaria è, secondo la MMT, artificiale.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Né per finanziare né per spendere lo Stato ha bisogno di riscuotere le tasse. Finanzia la sua spesa, è colui che emette la valuta e quindi non può mai esaurirla.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Attraverso la spesa, lo Stato infonde liquidità nell&#8217;economia, poiché la spesa pubblica implica un aumento delle riserve nelle banche private. Aumentando o vendendo il debito pubblico, al contrario, preleva denaro da se stesso.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Quando lo Stato spende più di quanto entra, cioè quando incorre in un deficit di bilancio, concede obiettivamente liquidità al settore privato. Al contrario, se lo Stato raggiunge un&#8217;eccedenza, cioè se entra più di quanto spende, allora sta ritirando denaro dal settore privato. Pertanto, dal punto di vista della MTT, il disavanzo e l&#8217;eccedenza non sono né fini in sé né limiti della politica economica del governo, ma piuttosto mezzi per conseguire l&#8217;uno o l&#8217;altro effetto macroeconomico. Attraverso il deficit il governo immette denaro nel mercato, gli agenti economici che si occupano di questa domanda aggregata generano a loro volta una nuova domanda e quindi ha luogo una reazione a catena che riattiva l&#8217;economia.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">In uno scenario contrastante, se l&#8217;economia lavora a piena capacità, con quasi zero disoccupazione e esaurendo il resto delle risorse disponibili, allora un deficit statale potrebbe non essere raccomandato, poiché l&#8217;economia molto probabilmente non sarà in grado di espandere l&#8217;offerta e rispondere a tale domanda aggregata da parte dello Stato, generando così un aumento dei prezzi: l&#8217;inflazione. In questo caso, può darsi che sia conveniente un disavanzo zero o addirittura un avanzo, ovvero che lo Stato prosciughi denaro dall&#8217;economia, vale a dire che viene generata una domanda superiore alla possibile offerta e quindi l’inflazione. Il deficit e l&#8217;eccedenza fiscale sono quindi per la MMT le principali leve attraverso le quali lo Stato potrebbe virtualmente correggere gli squilibri macroeconomici. In questo modo, dal punto di vista fiscale, non vi sono ostacoli al raggiungimento di due chiari obiettivi delle classi popolari: piena occupazione e servizi pubblici di qualità. L&#8217;unica limitazione che lo Stato ha nella sua spesa è materiale, vale a dire se ci sono persone e risorse disponibili e in vendita nella propria valuta sotto forma di forza lavoro, strutture, infrastrutture e materie prime per realizzare gli obiettivi stabiliti. La recente affermazione che &#8220;non ci sono soldi&#8221; rivela in questo contesto tutta la sua impertinenza. Anche il caso dell&#8217;Eurozona acquisisce un aspetto peculiare: gli stati membri della zona euro, cedendo la loro sovranità monetaria alla Banca centrale europea, ne sono inutilmente vincolati nella loro politica fiscale e monetaria.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Tre tesi fondamentali della MMT sono le seguenti:</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
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<div><span style="font-family: arial;">1) Tutto il denaro è credito, cioè il denaro è essenzialmente una cambiale, una promessa di pagamento. Quando vendiamo un oggetto non riceviamo immediatamente al suo posto un altro oggetto o oggetti o servizi di valore equivalente, ma una sorta di buono scambiabile con essi. Pertanto, riceviamo una cambiale il cui sottoscrittore è la società intera. La MMT in tal modo eleva ciò che dal punto di vista marxista è una funzione tra le altre della moneta, vale a dire quella di essere un mezzo di pagamento, al suo definitore essenziale. Nella produzione mercantile, spiega Marx, intervenendo sul denaro nello scambio di merci, diventa possibile vendere merci che non sono ancora disponibili, cioè acquistare e pagare non con merci equivalenti, ma con denaro. Il venditore diventa creditore e l&#8217;acquirente un debitore. Il denaro che l&#8217;acquirente dà al venditore è una promessa di pagamento sotto forma di merce, quindi l&#8217;acquirente converte il suo denaro in merce prima di aver convertito la sua merce in denaro.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Questa è, in ogni caso, una funzione del denaro tra le altre, secondo Marx, ma i teorici della MMT sostengono che questa è la definizione principale di denaro.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
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<div><span style="font-family: arial;">2) Il denaro è sempre denaro statale, o come già affermato da Abba Lerner, il denaro è una &#8220;creatura dello Stato&#8221;. È lo Stato che definisce, convalida ed emette il denaro.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Questa tesi acquisisce ancora più forza oggi, poiché, come abbiamo detto all&#8217;inizio, l&#8217;obbligo dello Stato di sostenere la sua valuta con riserve auree è scomparso da decenni. Questo fatto potrebbe sembrare in contraddizione con la prima tesi, vale a dire che tutto il denaro è credito. Perché il denaro emesso dallo Stato non è una promessa di pagamento dello Stato sotto forma di oro, non è sostenuto da nulla e lo Stato non ha alcun obbligo. Tuttavia, sebbene non sia supportato dall&#8217;oro statale, il denaro è ancora una valida cambiale il cui sottoscrittore è il resto della società, poiché lo usiamo quotidianamente.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">3) L&#8217;accettazione generale della moneta statale è spiegata dalla riscossione delle tasse da ciascuno Stato nella sua valuta. Ciò significa che la domanda di moneta deriva dall&#8217;obbligo di pagare le tasse nella valuta dello Stato. Valute forti, come l&#8217;euro o il dollaro, possono anche imporsi contro altre nel mercato internazionale per altri motivi, ma almeno a livello nazionale, lo Stato è in grado di imporre il proprio denaro su altri agenti economici grazie alla sua capacità di chiedere tasse in quella valuta.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Si noti che anche ipotizzando che la seconda e la terza tesi siano vere, ciò non significa che il denaro statale, emesso dalla corrispondente banca centrale, sia l&#8217;unico denaro disponibile all&#8217;interno di un mercato nazionale. In effetti, in molti paesi sono accettate come mezzo di pagamento valute diverse dalla valuta nazionale, molto spesso il dollaro. Ci sono anche valute virtuali, come il bitcoin, che coesistono con le valute statali, anche se per i teorici della MMT, questo tipo di entità non è denaro in sé ma merce peculiare. E non meno importante di tutto questo: il fatto che la banca centrale emetta e dia validità ad una valuta specifica non significa che sia l&#8217;unica entità ad emettere denaro. Come è noto, anche il settore bancario crea denaro &#8220;dal nulla&#8221; concedendo credito, poiché solo una parte del denaro preso in prestito è effettivamente disponibile per la banca sotto forma di riserve. Torneremo su quest&#8217;ultimo punto più tardi.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">La discussione economica sulla MMT di solito comporta un ragionamento tecnico complesso sul rapporto tra la banca centrale corrispondente con il debito sovrano di un paese o con il mercato interbancario. In questo contesto, una critica comune alla MMT è l&#8217;accusa di mancanza di distinzione tra il tesoro pubblico e la banca centrale. In altre parole, l&#8217;approccio MMT implica che la distinzione tra i bilanci del tesoro e quelli della banca centrale è essenzialmente irrilevante e che entrambe le istituzioni potrebbero e dovrebbero essere trattate come un&#8217;unità. Per la corrente neoliberista ortodossa, questa distinzione è, tuttavia, una parte fondamentale dell&#8217;economia e l&#8217;indipendenza della banca centrale rispetto allo Stato deve essere tutelata a tutti i costi. Pertanto, in molti paesi alla banca centrale è severamente vietato prestare denaro direttamente allo Stato. Tuttavia, questi limiti dimostrano l&#8217;enorme influenza che il neoliberismo ha acquisito nella politica economica internazionale. Ciò che i teorici della MMT affermano di aver dimostrato è che se il tesoro pubblico e la banca centrale sono trattati come un&#8217;unità o separati analiticamente, il risultato è lo stesso: lo Stato crea una valuta, impone obblighi fiscali su quella valuta, spende prima nella sua valuta e poi riscuote le tasse. Se è così, una delle grandi domande che si pone è proprio la possibilità di finanziamenti monetari diretti, cioè cosa succede quando la banca centrale finanzia direttamente lo Stato e se può farlo se lo desidera.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Il nocciolo della questione risiede nel dibattito sull&#8217;inflazione: se l&#8217;indebitamento pubblico o il finanziamento monetario diretto dello Stato da parte della banca centrale porti a un aumento costante e generale dei prezzi. Per i teorici della MMT, l&#8217;inflazione non è mai un fenomeno monetario, ma il risultato di una domanda insostenibile. L&#8217;inflazione sorgerebbe in situazioni in cui la domanda cresce a un ritmo che l&#8217;offerta disponibile nell&#8217;economia non è in grado di soddisfare. La crescita accelerata della domanda e, soprattutto, il declino o addirittura il collasso della capacità produttiva di un&#8217;economia sono i fattori esplicativi dell&#8217;inflazione, anche nei drammatici casi di iperinflazione nella Repubblica di Weimar o nello Zimbabwe. Se, al contrario, ciò che hai è una disoccupazione massiccia e una capacità produttiva sottoutilizzata, un aumento della spesa pubblica tramite deficit fiscale o finanziamenti monetari diretti sarebbe la misura appropriata secondo la MMT per riattivare l&#8217;economia e passare alla piena occupazione senza compromettere la stabilità dei prezzi.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Questa è la nostra presentazione generale della MMT. La domanda che guida questo articolo è la seguente: In che modo gli sviluppi e le conclusioni della MMT si combinano con la teoria e le critiche economiche marxiste? La prima difficoltà che il marxismo deve affrontare quando si confronta con l&#8217;MMT è l&#8217;assenza di una profonda analisi del ruolo economico dello Stato nell&#8217;opera di Marx. Tale analisi, come sappiamo, rientrava nel piano generale, ma Marx morì prima che potesse concluderlo. La MMT, al contrario, ruota interamente attorno alla politica economica, monetaria e fiscale dello Stato e solleva problemi e analizza tutto il resto da questo punto di vista. Tuttavia, è possibile analizzare le possibili conseguenze, o la loro inesistenza, in aspetti centrali dell&#8217;analisi marxista, vale a dire, nella teoria del valore, nella teoria del capitale / sfruttamento o nelle varie spiegazioni della crisi.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Prima di tutto, vale la pena considerare fino a che punto l&#8217;abbandono del gold standard del 1971 influenzi l&#8217;analisi economica di Marx. È vero che Marx presuppone l&#8217;oro come moneta in tutto il Capitale, anche se è vero che opera principalmente con la sterlina come unità di conto. In tutta la sua analisi, tuttavia, la premessa che la sterlina fissa il suo valore in oro non entra in gioco in nessun momento né è essenziale per la sua argomentazione. Sia che il denaro sia un bene, sia esso oro o denaro fiat, l&#8217;analisi di Marx rimane invariata. E questo, precisamente, perché la conseguenza fondamentale dell&#8217;abbandono del gold standard, come giustamente sottolineato dalla MMT, è una maggiore libertà per l&#8217;entità emittente di denaro, vale a dire lo Stato. Ma nei tre libri del Capitale si mantiene un argomento indipendente sull&#8217;esistenza dello Stato, che ovviamente deve essere incluso in un&#8217;analisi successiva e più ampia. Proprio nel ruolo economico dello Stato, la MMT è focalizzata e può servire da materiale per portare avanti tale progetto.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Il denaro ha comunque diverse funzioni per Marx: misurare il valore di un prodotto, accumulare valore e infine servire come mezzo di circolazione e pagamento. Nel libro III questo è sfumato: ciò di cui stiamo parlando nell&#8217;economia capitalista è in realtà il prezzo di produzione (costi + tasso di profitto), che non corrisponde strettamente al valore (la quantità di lavoro sociale investito).</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Il denaro, quindi, serve come mezzo di pagamento e circolazione, come espressione del prezzo e per fare tesoro della somma di costi e profitti. In tutto ciò è irrilevante se è convertibile con un gold standard fisso oppure no.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Entrando nella teoria del valore, possiamo anche affermare che la sua validità è mantenuta indipendentemente dall&#8217;esistenza o meno del gold standard. La teoria del valore è una teoria dell&#8217;organizzazione del lavoro nell&#8217;economia mercantile. Afferma che il lavoro nell&#8217;economia di mercato è principalmente privato, opera di produttori individuali e formalmente autonomi. L&#8217;economia mercantile presuppone, tuttavia, la divisione sociale del lavoro, in modo tale che questi produttori formalmente autonomi dipendano materialmente l&#8217;uno dall&#8217;altro e siano inseriti in un sistema di produzione e lavoro sociale. Il modo in cui sono inseriti nell&#8217;economia nel suo insieme è attraverso lo scambio dei prodotti del loro lavoro, cioè attraverso il mercato. Nel mercato, i prodotti del lavoro vengono scambiati e distribuiti, vengono stabilite le esigenze dell&#8217;economia e il lavoro sociale viene costantemente riorganizzato, nella misura in cui i produttori privati cambiano il loro settore in base alle vicissitudini della domanda e dell&#8217;offerta. Allo stesso modo, viene imposto un tempo socialmente necessario per produrre determinati prodotti, il che implica la generalizzazione di una specifica disciplina e forma di lavoro, mezzi tecnici e produttività.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Tutte queste domande, vale a dire cosa viene prodotto, quanto viene prodotto, come viene fatto e da chi, vengono risolte scambiando prodotti di lavoro. I produttori non si relazionano direttamente l&#8217;uno con l&#8217;altro, ma attraverso i prodotti del loro lavoro e le questioni che sono puramente sociali appaiono come proprietà delle cose (da cui il feticismo di cui parla Marx). In particolare, le relazioni sociali di produzione attualmente evidenziate (cosa, quanto, come e da chi viene prodotto) si cristallizzano in una proprietà apparentemente naturale ma essenzialmente sociale dei prodotti: il valore.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Il valore ha tre dimensioni fondamentali per Marx: forma, misura e sostanza. La forma valore è la proprietà stessa di una cosa di avere valore (sempre qui in senso strettamente economico, ovviamente), cioè essere intercambiabile e prodotto per lo scambio nel mercato. La sua espressione fenomenica è il prezzo. Il fatto che un prodotto del lavoro umano abbia valore (e prezzo) non sta nella cosa in questione, ma nel fatto che è stato prodotto in un&#8217;economia mercantile per essere scambiato con altro. Il valore non è quindi una proprietà intrinseca della cosa, né è spiegato dalla sua scarsità o domanda, ma risiede piuttosto nella società in cui è prodotto: l&#8217;economia mercantile. Oltre alla forma generale, il valore ha anche una misura che fissa precisamente la proporzione in cui i prodotti vengono scambiati. Poiché il lavoro sociale può essere organizzato e (re)distribuito solo attraverso lo scambio di prodotti, devono in qualche modo riflettere questa redistribuzione. La misura del valore è la cristallizzazione come proprietà dell&#8217;oggetto di lavoro sociale speso in un determinato ramo e, quindi, in un prodotto specifico. Ogni prodotto viene scambiato sul mercato con una certa quantità di denaro. Tale quantità non è né stabilita dal produttore stesso, che piuttosto deve sottomettersi all&#8217;autorità del mercato, né è arbitraria, poiché lo scambio di prodotti sul mercato è un flusso costante.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">La misura del valore di una specifica unità è la parte aliquota dell&#8217;importo totale del valore della produzione del suo ramo, cioè del lavoro totale investito nel suo rispettivo ramo. Questa quantità totale di lavoro investito in ogni ramo non viene decisa consapevolmente, ma viene nuovamente imposta attraverso il meccanismo dei prezzi di mercato. La domanda aumenta il prezzo dei prodotti e attira più produttori privati, aumentando così la quantità di lavoro sociale investito. Se la domanda viene superata, i prezzi diminuiscono e quindi la quantità di lavoro investito nel ramo viene riadattata. Attraverso queste tendenze insite nella logica della domanda e dell&#8217;offerta, il prezzo dei prodotti viene adeguato al loro valore. La domanda e l&#8217;offerta spiegano quindi la quantità totale di lavoro sociale investito in un ramo di produzione. Ma quale quantità totale di lavoro sociale è necessaria per produrre un prodotto, una volta che la domanda e l&#8217;offerta sono adeguate, e quindi quale quantità concreta di lavoro corrisponde al valore di ciascun prodotto, non è spiegato, tuttavia, né da domanda o offerta. L&#8217;equilibrio tra i due mostra un valore specifico, ma non spiega quel valore specifico, cioè non spiega perché il prodotto valga una regola generale e non 100a. Il valore concreto, o in senso stretto, la misura del valore di un prodotto, è determinato dal tempo di lavoro che in una data società è necessario per produrlo. Tale orario di lavoro dipende, a sua volta e come è noto, dal livello di sviluppo delle forze produttive di un paese. Un paese con agricoltura meccanizzata può produrre il cibo di cui ha bisogno investendo molto meno lavoro sociale rispetto a un paese con un settore agricolo più sottosviluppato. Quando i prodotti vengono scambiati sul mercato al loro valore, viene stabilito un equilibrio nella distribuzione del lavoro sociale tra i settori dell&#8217;economia.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Qual è la quantità concreta di lavoro sociale investito in ciascun prodotto dipende, tuttavia, dallo sviluppo delle forze produttive.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Infine, il valore ha un aspetto sostanziale. La sostanza del valore è il lavoro astratto, in contrapposizione al lavoro concreto e individuale di ciascun produttore. Il lavoro concreto e individuale è specifico per ogni settore: edilizia, telecomunicazioni, lavori industriali, servizi, ecc. e all&#8217;interno di ciascun settore, le sue suddivisioni in, ad esempio, lavoro manuale di base, progettazione, organizzazione e innumerevoli altri. Sono tutti lavori specifici, diversi l&#8217;uno dall&#8217;altro a tal punto che il lavoro di un chimico nel settore farmaceutico è di solito incomprensibile per un ingegnere civile. Eppure l&#8217;economia di mercato li rende tutti commensurabili. Scambiando i prodotti del loro lavoro, i produttori li rendono equivalenti tra loro, e quindi anche il loro lavoro equivalente, così che x ore di lavoro di un agricoltore equivalgono a y ore di lavoro di un grafico. Questo lavoro in generale, puramente sociale, che non esiste specificamente da nessuna parte, ma al quale tutti i produttori riducono la propria attività, è la sostanza del valore.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Né come sostanza, né come misura né come forma valore e con essa la teoria del valore marxista viene alterata dal fatto che il gold standard è stato abbandonato e il denaro è denaro fiat. Sebbene lo Stato abbia denaro a sua discrezione, questo fatto al massimo può significare che lo stesso valore è espresso in una quantità maggiore o minore di denaro, ma né la proporzione reale in cui i prodotti vengono scambiati né l&#8217;orario di lavoro sociale necessario investito in ciascuno di essi cambierebbe in ogni caso. Un&#8217;auto continuerà a costare cinquantamila penne indipendentemente dal prezzo espresso dalla transazione in una valuta specifica, ad esempio in euro. E ciò che è più importante: la teoria del valore non è una spiegazione generale dello scambio di prodotti arbitrari nel mercato, ma lo studio dell&#8217;organizzazione e della distribuzione del lavoro e dei suoi prodotti in un&#8217;economia di mercato. Un approccio puramente monetario, tuttavia, è completamente cieco su questo punto. Bene, per un tale approccio la vendita di manufatti è la stessa di quella di molte opere d&#8217;arte. Tuttavia, sebbene nell&#8217;economia di mercato quasi tutto abbia un prezzo, non tutto ha valore né deve essere studiato dalla teoria del valore.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Questo approccio errato e parziale alla teoria del valore di Marx è presente nel trattamento che a volte i teorici della MMT le riservano. In questo senso, è interessante fare riferimento qui a un&#8217;opera di fine anni &#8217;90 di Randall Wray che si oppone alla teoria del valore di Marx con le analisi di Keynes, “Theories of Value and the Monetary Theory of Production”. L&#8217;obiettivo di Wray in questo articolo è dimostrare la compatibilità e la necessità di unificare i due approcci di Marx e Keynes: quello della teoria del valore-lavoro da un lato e quello della preferenza per la liquidità. Ciò che Wray sta cercando di fare è tradurre i principali risultati della critica economica di Marx nella teoria di Keynes e allo stesso tempo mostrare che la teoria di Keynes è più adeguata poiché tiene conto delle aspettative future dei capitalisti nella formazione dei prezzi. O in altri termini, la teoria di Keynes comprende in modo soddisfacente e spiega a modo suo tutti i fenomeni che spiega Marx, in particolare il profitto capitalista, a differenza della teoria dell&#8217;utilità marginale, che è completamente cieca a tutte le forme di plusprodotto, presentando un&#8217;analisi più completa.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Sebbene Wray sia consapevole che l&#8217;uso del tempo di lavoro come misura del valore dei prodotti non esaurisce la ricchezza della teoria del valore di Marx, in generale identifica pienamente valore e prezzo e vede nella teoria del valore una spiegazione dei prezzi, facendo in questo senso molteplici riferimenti al classico problema della trasformazione dei valori in prezzi. Per lui, la teoria del valore consiste nell&#8217;affermazione che i prezzi della merce corrispondono al lavoro investito in esse. Non sarà mai sottolineato abbastanza che questo risultato è già in Ricardo e che il contributo di Marx risiede nel feticismo della merce, nel carattere storico del concetto di valore e nei concetti di sostanza, misura e forma valore. Pertanto, un&#8217;analisi della forma e della distribuzione del lavoro nella società deve essere vista nell&#8217;ottica della teoria del valore.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Dalla “Teoria generale” di Keynes, Wray deriva una teoria del valore basata sulla preferenza per la liquidità. Il vantaggio fondamentale di questa teoria keynesiana del valore risiederebbe nel concetto di user cost, o costo per l&#8217;utente. L&#8217;uso attuale delle risorse comporta per il padrone il sacrificio di un&#8217;aspettativa di guadagno futuro. Il costo per l&#8217;utente di utilizzare il capitale oggi è precisamente il vantaggio che potrebbe essere ottenuto da esso in futuro. Il costo dell&#8217;assunzione dei lavoratori oggi è il vantaggio che potresti guadagnare se investissi quei soldi nel mercato azionario. Il costo di vendita di un prodotto oggi è il vantaggio che si perde non salvandolo e vendendolo in futuro (sarà positivo se mi aspetto che i prezzi aumentino). In una parola, i prezzi di oggi devono contenere in qualche modo i prezzi di domani. Il costo per gli utenti è in Keynes, spiega Wray, il legame tra presente e futuro.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Questo concetto di costo per l&#8217;utente, questo riferimento alle aspettative future, che per Wray svolgerebbe un ruolo essenziale nella dinamica di qualsiasi economia monetaria, sarebbe il principale vantaggio della teoria keynesiana. Osserviamo fin dall&#8217;inizio che questo contributo di Keynes non rientra in ciò che Marx analizza nella teoria del valore, ma nella formazione dei prezzi all&#8217;interno del sistema capitalista, che nel Capitale corrisponde alla teoria del prezzo di produzione del terzo volume. Il costo per l&#8217;utente come definito da Wray, prendendo le mosse da Keynes, potrebbe perfettamente inserire i calcoli di altri costi che Marx analizza nel volume III del Capitale. Ma alla fine, la domanda è che, indipendentemente dal fatto che i capitalisti aggiungano un costo aggiuntivo al prezzo finale dei prodotti che li compensa per il beneficio futuro che stanno sacrificando con le loro attuali decisioni economiche, e indipendentemente dal fatto che questo concetto sia fondamentale nella contabilità di una particolare impresa capitalista: in primo luogo, i prezzi della merce dovranno sempre essere soggetti alle condizioni di mercato, cioè alla concorrenza tra capitali, che alla fine si ridurrà alle capacità produttive dell&#8217;economia. In secondo luogo, tutto il rendimento che un capitalista riceve, è nella sua contabilità generale registrato come costo del capitale, costo o profitto dell&#8217;utente, assolutamente tutto è materializzato in lavoro umano sotto forma di merce o la capacità di acquistarlo, cioè denaro. Il capitalista può addebitarlo come costi di capitale costanti, come compensazione per i benefici che avrebbe potuto guadagnare in futuro o come ricompensa per il suo spirito imprenditoriale, ma ciò che viene addebitato sarà sempre il lavoro umano solidificato sotto forma di ricchezza materiale. Il presunto vantaggio della teoria keynesiana del valore svanisce come il feticcio della merce.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Abbiamo detto che la teoria del valore analizza in Marx la forma che assume il lavoro, l&#8217;attività economica fondamentale, nell&#8217;economia mercantile. Come sappiamo, tuttavia, né la realtà economica è limitata al concetto di economia di mercato, né i prodotti del lavoro vengono scambiati in base al loro valore. La società moderna è più di una semplice economia mercantile, è anche, e sicuramente, una società capitalista e i prodotti del lavoro non vengono scambiati in base al lavoro investito in essi, ma in base al loro prezzo di produzione. La teoria marxista del prezzo di produzione risponde al fatto che i veri produttori non sono artigiani autonomi, ma società capitaliste. Il prezzo non è quindi definito dal lavoro investito nella merce, ma dalla somma dei costi di produzione più un tasso di profitto. A sua volta, la società capitalista non è definita dalla produzione di un prodotto senza qualcosa in più, ma dalla produzione per ottenere profitto. Profitto, interessi e reddito, o in una parola, il vantaggio economico in tutte le sue forme è il pluslavoro, il lavoro svolto dalla classe operaia e stanziato dal resto delle classi capitaliste industriali, finanziarie e rentier. La teoria marxista del capitale e dello sfruttamento spiega come il lavoro nella società capitalista sia lavoro salariato, e quindi come il lavoro in eccesso sia appropriato dalla classe capitalista, che a sua volta lo distribuisce all&#8217;interno della classe dominante sotto forma di profitto, interesse e rendita.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">È a questo punto che la MMT presenta un&#8217;apparente incompatibilità con l&#8217;analisi marxista che deve essere esaminata a fondo. Ricordiamo: per la MMT, il denaro è un pagherò, come dice Randall Wray “IOU –I owe you”, una promessa di pagamento. Per questo motivo, i teorici della MMT trattano il denaro come solo un&#8217;altra risorsa finanziaria, paragonabile a un assegno o un buono del tesoro.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Ogni attività finanziaria nelle mani di un creditore corrisponde a una passività finanziaria nelle mani del debitore, in modo che, sommate, siano pari a zero. Oltre alla ricchezza finanziaria c&#8217;è la vera ricchezza, ad esempio il valore di una casa (nel senso non marxista del termine). Se assumiamo un debito per acquisire una casa, abbiamo una passività o un obbligo finanziario nei confronti della banca, che pertanto ha un&#8217;attività finanziaria equivalente. La somma dei valori di attività e passività è pari a zero, lasciando solo il valore reale della casa. Se, in un altro esempio, disponiamo di risparmi nel conto corrente, ovvero attività &#8211; la banca ci è in debito &#8211; e decidiamo di acquistare un&#8217;auto con tali risparmi, convertiamo la nostra attività finanziaria (risparmio) in un&#8217;attività reale (auto), ma l&#8217;attività finanziaria non scompare, ma cambia di mano, vale a dire quelle del venditore di automobili. Se ora pensiamo all&#8217;intero settore privato, costituito da famiglie e imprese, la somma totale delle attività e passività finanziarie sarà zero. Il settore privato deve avere un&#8217;eccedenza, cioè deve accumularsi, possedere più attività finanziarie alla fine dell&#8217;anno (ricordate: il denaro è un&#8217;altra attività finanziaria) di quanto non avesse all&#8217;inizio, quindi tali attività devono già corrispondere a passività o dal settore pubblico (governo in tutte le sue amministrazioni locali, regionali e nazionali) o dal settore estero (governi stranieri, famiglie e imprese straniere). Il settore privato, da solo, non può creare attività finanziarie nette, cioè non può accumulare. Ha bisogno di indebitamento dello Stato o del settore estero.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">E viceversa: se pensiamo ai tre settori principali dell&#8217;economia (pubblico, privato ed estero), è impossibile per tutti e tre ottenere contemporaneamente un surplus nello stesso periodo di tempo. Se qualcuno di loro accumula attività (denaro, assegni, titoli di debito, ecc.), alcuni di essi devono accumulare passività, o ciò che è lo stesso, indebitarsi. Pertanto, i saldi corrispondenti sono i seguenti:</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Saldo del settore pubblico = Imposte (I) &#8211; Spese (S)</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Saldo del settore privato = Risparmio (R) &#8211; Investimento (I)</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Saldo del settore estero = Esportazioni (E) &#8211; Importazioni (I)</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Con queste variabili, l&#8217;uguaglianza fondamentale della macroeconomia è per i teorici della MMT come segue:</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Saldo del settore pubblico + Saldo del settore privato + Saldo del settore estero = 0</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">O scritto diversamente: (I &#8211; S) + (R &#8211; I) + (E &#8211; I) = 0</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Da questa analisi risulta immediatamente che, se assumiamo un equilibrio equilibrato del settore estero, il settore privato si può salvare, cioè accumulare, solo se il settore pubblico spende. In un&#8217;economia chiusa, vale a dire, sottraendo dal settore estero, l&#8217;unica fonte di attività finanziarie nette è lo Stato, poiché è l&#8217;unico che emette valuta. Cioè, se lo Stato, che emette valuta, non spende, il settore privato non può risparmiare, cioè aumentare la quantità di valuta che ha nelle sue attività. Se il settore pubblico ha un&#8217;eccedenza, allora il settore privato diventa indebitato. Questo è ciò che Wray chiama l&#8217;immagine speculare: il disavanzo pubblico è un riflesso del surplus privato e il surplus pubblico, a sua volta, un riflesso dell&#8217;indebitamento del settore privato. Sembrerebbe quindi che il motore dell&#8217;accumulazione capitalistica non sia lo sfruttamento, ma la spesa pubblica, e che tale accumulazione possa essere controllata attraverso lo Stato. Se lo Stato spende, i capitalisti producono e possono accumulare. In caso contrario, il settore privato non può realizzare profitti. Attraverso la sua politica economica, fiscale e monetaria, lo Stato sembra quindi essere in grado di controllare l&#8217;accumulazione capitalistica a sua discrezione. Questa impressione è corretta? Non lo è dal punto di vista della MMT.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Stiamo affrontando uno dei momenti chiave del ciclo produttivo capitalista: la conversione del capitale dalla sua forma mercantile alla sua forma monetaria, cioè la vendita dei beni prodotti e con essa il recupero dell&#8217;investimento iniziale più il profitto corrispondente. Ovviamente, se non ci sono abbastanza soldi, il capitalista non può vendere la sua merce e quindi non può accumulare. La MMT quindi afferma: poiché lo Stato è l&#8217;entità emittente della valuta, è necessario che lo Stato spenda in modo che il capitalista venda e quindi ottenga i propri profitti. Al padrone, tuttavia, non importa chi acquista la sua merce. Può venderla al settore pubblico, ad altri agenti privati o esportarlo. L&#8217;acquisto può, ad esempio, essere finanziato con credito, ovvero con denaro che, essendo ufficialmente emesso dalla Banca centrale, viene creato da banche private. È stato il credito bancario che ha alimentato, ad esempio, la spirale di accumulazione nell&#8217;edilizia e la bolla immobiliare in Spagna tra il 1997 e il 2007/2008. Durante quel periodo le costruzioni, le proprietà immobiliari e le banche accumularono enormi profitti senza la necessità di spese pubbliche, poiché i conti dello Stato erano in eccedenza. Inoltre, secondo la MMT, è proprio un periodo di avanzi pubblici con i relativi deficit nel settore privato che ha portato alla bolla finanziaria e alla grande crisi finanziaria del 2008. Ciò non contraddice la dottrina dei bilanci settoriali: in effetti, i profitti delle banche e degli immobili sono l&#8217;indebitamento delle famiglie, che si muovono sempre all&#8217;interno del settore privato.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Se non è attraverso il credito, la formula preferita per finanziare i consumi nella società capitalista, si può anche ricorrere ad aumenti salariali, specialmente come nei cosiddetti &#8220;anni d&#8217;oro&#8221; del fordismo. Con salari più alti, la domanda interna aumenta. Ma la conseguenza naturale nell&#8217;economia capitalista è che gli aumenti salariali non incidono su un profitto inferiore, ma vengono trasferiti ai prezzi e quindi aumentano, annullando nel medio termine l&#8217;aumento del potere d&#8217;acquisto. Se i prezzi rimangono stabili e i salari aumentano, il tasso di profitto diminuisce e quindi gli investimenti di capitale, che cercano altre nicchie di redditività. Questo è il motivo per cui il credito è la naturale opzione per aumentare il potere d&#8217;acquisto della classe lavoratrice, poiché in sostanza il credito a una persona che lavora non è altro che un anticipo sui futuri salari. Aumentando la domanda interna, attraverso aumenti del credito o dei salari, i capitalisti riescono a realizzare i loro profitti e ad accumulare senza la necessità di spese pubbliche.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Va notato a questo proposito che l&#8217;obiettivo ideale della MMT, vale a dire, raggiungere una situazione di piena occupazione e allo stesso tempo stabilità dei prezzi, si scontra frontalmente con la stessa logica capitalistica.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Come abbiamo indicato, la cosa naturale nell&#8217;economia capitalista è che gli aumenti dei salari influenzano il prezzo dei prodotti. Qui è necessario ricordare un concetto centrale nell’analisi marxista: il concetto di esercito industriale di riserva. Il capitalismo come sistema di produzione richiede costantemente un margine minimo di disoccupazione. In sostanza, le situazioni di piena occupazione possono essere solo temporanee. Ciò è dovuto al fatto che una situazione prolungata di piena occupazione e che non è alterata da fattori esterni, vale a dire principalmente dall&#8217;incorporazione più o meno costante di manodopera a basso costo dall&#8217;estero, implicherebbe una concorrenza tra le imprese per il lavoro, cose che indurrebbe i salari ad iniziare una tendenza al rialzo. Un aumento dei salari mantenuto nel tempo implica una riduzione degli utili (compressione degli utili, come vedremo in seguito) o l&#8217;inflazione. Il primo trattiene gli investimenti, il secondo è il più comune, ma è quindi dimostrato che la piena occupazione in senso stretto e la stabilità dei prezzi sono obiettivi incompatibili all&#8217;interno del sistema capitalista.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Ma torniamo alla questione dei bilanci settoriali e dell&#8217;accumulazione capitalistica. La terza alternativa per i capitalisti di vendere i loro beni e realizzare i loro profitti è l&#8217;esportazione. In effetti, le grandi potenze capitaliste sono caratterizzate dall&#8217;inondazione del mercato esterno con la loro merce, che ci condurrebbe, all&#8217;interno del marxismo, alla teoria del colonialismo e dell&#8217;imperialismo. Sia, in ogni caso, attraverso le esportazioni o attraverso l&#8217;aumento della domanda interna, le società capitaliste non hanno bisogno del permesso dello Stato per accumulare, e questa non è nemmeno un&#8217;affermazione della MMT. Ma il problema degli equilibri settoriali utilizzati dalla MMT è, dal punto di vista marxista, che all&#8217;interno del cosiddetto settore privato vi sono interessi e classi contrastanti. Un bilancio positivo del settore privato nel suo insieme può nascondere vantaggi commerciali da un lato e debito familiare dall&#8217;altro. Ma quando si parla del settore privato in generale, le distinzioni si confondono. Sia i profitti che i salari sono elencati come &#8220;risparmi&#8221; privati.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Visto in prospettiva, i teorici della MMT sembrano mettere le cose al contrario. Fanno dipendere il lavoro, il profitto delle imprese e l&#8217;attività economica nel suo complesso dalle azioni dello Stato, poiché senza denaro non c&#8217;è attività economica e il denaro, unico ed esclusivo potere del settore pubblico, entra in circolazione solo nella misura in cui lo Stato spende.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Noi marxisti poniamo diversamente la questione, la domanda viene presentata piuttosto al contrario. È la classe operaia che sostiene materialmente sia se stessa che la classe imprenditoriale, i rentier, gli elementi declassificati, le vestigia dell&#8217;aristocrazia e anche, nella sua interezza, lo Stato e il suo corpo di dipendenti pubblici di tutti i tipi, forze di sicurezza e di difesa e in definitiva tutti gli enti pubblici. Bene, è dal suo lavoro che derivano sia il profitto in tutte le sue forme sia il pagamento delle tasse, che, sebbene non monetariamente, finanziano materialmente lo Stato. Pertanto, l&#8217;apparato statale potrebbe non aver bisogno di prendere in prestito denaro da nessuno perché la sua stessa banca centrale lo emette. Ma la classe lavoratrice del paese lo sostiene materialmente con beni e servizi. Ciò non significa, ovviamente, che i dipendenti pubblici non lavorino, ma significa che il loro lavoro non genera plusvalore perché non rientra nel ciclo di riproduzione del capitale, la famosa distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">In breve, la borghesia accumula profitti non perché il settore pubblico è in deficit, ma perché sfrutta economicamente la classe operaia, appropriandosi del plusvalore da essa prodotto, cioè nella forma feticizzata che il surplus sociale acquisisce nella società capitalista. In condizioni normali, l&#8217;utile estratto viene trasferito nella valuta nazionale. Se la valuta nazionale è scarsa a causa di qualche restrizione statale o cattiva politica monetaria della banca centrale, allora la borghesia tenderà a mantenere i suoi profitti in valuta estera o in vari prodotti finanziari.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Finora abbiamo visto come la teoria del valore e la teoria del capitale e dello sfruttamento siano indipendenti dai risultati della MMT. Ma un&#8217;altra delle caratteristiche fondamentali dell&#8217;analisi di Marx è che ci offre spiegazioni che vanno alle cause sistemiche delle crisi periodiche di cui il capitalismo soffre. Procediamo quindi a tematizzare una delle questioni economiche fondamentali: la natura e le cause delle crisi del capitalismo. La MMT è una teoria relativamente giovane, eppure ha già dovuto confrontarsi con la più grande crisi del capitalismo dal crollo del 1929. La crisi è iniziata nel 2008 e le sue conseguenze sono ancora evidenti fino ai giorni nostri. Ovviamente sono state oggetto di studio dai teorici della MMT. Ma dove i suoi interventi sono stati più importanti è stato mettere in discussione l&#8217;utilità delle politiche di aggiustamento neoliberali che hanno seguito la crisi e che sono state applicate dai governi occidentali, negando categoricamente il loro presunto bisogno naturale, come se non ci fosse alternativa. I teorici della MMT sono stati e sono senza dubbio oggi importanti sostenitori di politiche alternative, facendo proposte solide e realizzabili che finora hanno avuto purtroppo poca eco politica.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">Coerentemente con il loro approccio, i teorici della MMT tendono a interpretare la crisi come una rottura più o meno artificiale di quella che potrebbe essere una situazione di equilibrio all&#8217;interno dell&#8217;economia capitalista. Questo squilibrio è principalmente il risultato di due cause: in primo luogo, le frodi verificatesi sul mercato dei mutui subprime e sui mercati finanziari e in secondo luogo, le politiche neoliberiste già prima della crisi che si sono tradotte in deficit pubblici bassi o nulli. Come abbiamo visto, per la MMT il reddito del settore privato è pari alla spesa del settore pubblico più la bilancia dei pagamenti del commercio estero. Con l&#8217;instabilità finanziaria e la mancanza di credito, insieme alla riduzione della spesa pubblica, la domanda privata è calata enormemente, entrando nell&#8217;economia in un circolo vizioso. Il mantenimento dell&#8217;equilibrio ideale avrebbe richiesto esattamente il contrario di quello che hanno fatto i governi di tutto il mondo: aumentare la spesa pubblica e quindi rilanciare l&#8217;attività economica.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Con ciò, la MMT ha una spiegazione della crisi basata fondamentalmente sul concetto di sproporzionalità tra domanda e offerta a causa di un consumo insufficiente, sebbene sia giusto indicare che uno dei teorici della MMT più importanti come Bill Mitchell ha anche analizzato la crisi del tasso di rendimento del capitale in vari lavori. Nel lavoro di Marx e nella successiva discussione marxista, queste spiegazioni delle crisi capitaliste come crisi di sovrapproduzione, sottoconsumo o, in generale, sproporzionalità sono state molto importanti. Ma, come sappiamo, non sono le uniche spiegazioni che esistono dal punto di vista marxista. Tuttavia, prima di continuare ad esaminarle, è conveniente tornare a una questione fondamentale, vale a dire, alla questione della possibilità della crisi all&#8217;interno del sistema capitalista. Questa possibilità non è nemmeno sfruttata dall&#8217;approccio neoliberista ortodosso all&#8217;economia. Sia il liberalismo classico che il neoliberismo basano la presunta immunità dell&#8217;economia di mercato contro le crisi sulla legge di Say. Secondo la legge di Say, ogni acquisto corrisponde a una vendita e viceversa, in modo che nel mercato vi sia sempre un equilibrio generale tra acquisti e vendite. Gli squilibri economici che causano le crisi derivano, per il liberalismo e il neoliberismo, da fuori il sistema stesso: o a causa di catastrofi naturali o le politiche disastrose e autoritarie dello Stato. Tuttavia, la legge di Say, se non deve essere una mera tautologia, afferma che ogni vendita di merce corrisponde a un acquisto equivalente di merce, in modo che il transito della merce sul mercato sia sempre fluido.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Ma ciò presuppone una equiparazione tra economia di mercato e baratto. Ciò che gli economisti ortodossi stanno quindi proponendo, in realtà, è che il denaro è semplicemente un elemento accessorio per facilitare lo scambio di prodotti, ma che può essere eliminato nell&#8217;analisi. Presuppongono davvero un&#8217;economia di mercato senza soldi. Marx dimostra nel libro I del Capitale, tuttavia, in primo luogo, che il denaro è un elemento che nasce necessariamente dalla produzione di merci e, in secondo luogo, che questo elemento ha le sue conseguenze. Tra queste conseguenze c&#8217;è quella di aprire la possibilità di base delle crisi all&#8217;interno del sistema e semplicemente a livello dell&#8217;economia mercantile, senza continuare a studiare le relazioni tra capitale e lavoro e tra le diverse frazioni dell&#8217;economia.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">capitale. Tra queste conseguenze c&#8217;è quella di aprire la possibilità di base delle crisi all&#8217;interno del sistema e semplicemente a livello dell&#8217;economia mercantile, senza continuare a studiare le relazioni tra capitale e lavoro e tra le diverse frazioni di capitale. Tra le funzioni del denaro vi è quella di essere un mezzo di circolazione della merce, ovvero mediatore del processo globale di scambio e distribuzione di beni e servizi. Il denaro è diviso tra merce e merce. Nella misura in cui la merce viene venduta non per altra merce, ma per denaro, tuttavia, si apre la possibilità di vendere senza acquistare merce equivalente con il denaro ottenuto. Accumulando denaro e non acquistando, esiste merce equivalente che non vende e il flusso materiale di merce nell&#8217;economia viene interrotto. L&#8217;economia mercantile, quindi, può andare in crisi. Si noti, a proposito, l&#8217;importanza delle altre funzioni del denaro nell&#8217;analisi economica, funzioni che nella MMT sono oscurate da quella di essere un mezzo di pagamento.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">La possibilità, tuttavia, non è la stessa della realtà delle crisi, e affinché si verifichino, è necessario sottolineare le loro cause materiali e sistemiche. Sia all&#8217;interno del lavoro di Marx sia nella successiva discussione marxista ci sono modi diversi di spiegare la tendenza sistemica del capitalismo ad entrare in crisi. Anche se le varie teorie sulla crisi economica devono ancora essere perfezionate e completate oggi, non vi è dubbio che per quanto riguarda la spiegazione razionale delle crisi capitaliste, l&#8217;analisi critica marxista non è stata ancora sostituita né da quella neoclassica né dal cartalismo, come viene anche chiamata la MMT. Di seguito riassumiamo le principali teorie.</span></div>
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<div><span style="font-family: arial;">1. Legge della caduta tendenziale del saggio di profitto: la tendenza al ribasso del saggio di profitto è uno degli elementi centrali del Capitale di Marx. Ben noto nel marxismo, la sua spiegazione è riassunta come segue. Le dinamiche naturali dell&#8217;economia capitalista cercano di aumentare i profitti riducendo, tra l&#8217;altro, i costi. Questa riduzione, a lungo termine, viene effettuata solo attraverso il miglioramento e l&#8217;introduzione della tecnologia che riduce il costo per unità prodotta e aumenta la produttività del lavoro.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">La parte costante del capitale cresce, quindi, rispetto alla sua parte variabile, e quindi cresce la composizione organica del capitale. Ma dato che a livello globale il profitto è spiegato in base allo sfruttamento del lavoro umano, minore è il capitale variabile globale, minore è il profitto totale e minore è il profitto corrispondente ai singoli capitali. L&#8217;aumento della composizione organica del capitale implica quindi una diminuzione del saggio di profitto. Allo stesso tempo, c&#8217;è anche un aumento costante del tasso di disoccupazione.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Questa legge della tendenza ad abbassare il saggio di profitto è stata tradizionalmente molto discussa, poiché vi sono seri dubbi sul fatto che Marx la basi sufficientemente sul capitale. Riconosce e sviluppa cause che contrastano la legge. Ad esempio, un aumento del tasso di sfruttamento che compensa il calo proporzionale del capitale variabile, sia attraverso le variazioni della giornata lavorativa, dell&#8217;intensità, sotto forma di salari (per ore, per obiettivi, ecc.) o per più economici mezzi di sussistenza, tra le altre cause. Tutto sommato, la tesi generale sarebbe che questa tendenza prevale nonostante queste cause contrastanti. Alcuni marxisti non accettano la sua validità, altri addirittura si chiedono se lo stesso Marx l’abbia mantenuta nel corso dei suoi lavori e attribuiscono la sua formulazione alla rielaborazione dei manoscritti di Engels. Nonostante le critiche, è comunque una legge conforme all&#8217;analisi marxista dell&#8217;economia e altamente plausibile.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">2. Sottoconsumo, sovrapproduzione e sproporzionalità: le crisi capitalistiche possono anche essere spiegate dalla costante sproporzione tra produzione e consumo nel sistema. Determinante a realizzare il profitto della merce prodotta è la sua vendita, ma la vendita viene effettuata solo prima della domanda solvibile La classe operaia, che costituisce la maggioranza della popolazione, non può acquisire tutto ciò che viene prodotto con i propri salari, e in determinati periodi né il consumo di lusso delle classi dominanti né gli investimenti produttivi possono essere sufficienti per smaltire tutte le merci prodotte. Quindi c&#8217;è una crisi di sovrapproduzione o, vista in altro modo, di sottoconsumo. Anche queste spiegazioni devono essere relativizzate. Lo stesso Marx presenta nel volume II del Capitale gli schemi di riproduzione semplice ed allargata, in cui sono formulate determinate condizioni in base alle quali l&#8217;economia capitalista può assumere la propria produzione senza andare in crisi. Pertanto, sembra che Marx stia proponendo che il sistema capitalista possa ottenere una certa immunità contro la sovrapproduzione. Quando si tratta di spiegare la riproduzione allargata, cioè l&#8217;accumulazione, il problema ritorna: sulla base di quale domanda solvibile la classe capitalista aumenterà la produzione? Rosa Luxemburg ha sostenuto che la riproduzione allargata o l&#8217;accumulazione capitalistica è spiegata solo sulla base della domanda esterna solvibile, che il capitalismo, quindi, richiede la conquista di mercati esteri per continuare la sua accumulazione. </span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Questo è ciò che, tradotto nella lingua dell&#8217;economia convenzionale, è noto come proprietà di essere competitivi sui mercati internazionali, un requisito, si dice, fondamentale per la crescita. Gli schemi di riproduzione del Libro II del Capitale non giustificano un&#8217;armonia produttiva all&#8217;interno dell&#8217;economia capitalista, ma piuttosto che l&#8217;accumulazione capitalista implica necessariamente l&#8217;imperialismo, la conquista commerciale e, in molti casi, militare di nuovi territori. Senza l&#8217;imperialismo, l&#8217;economia capitalista genera necessariamente sovrapproduzione / sottoconsumo. La storia ha senza dubbio dimostrato che Rosa Luxemburg aveva ragione.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">3. Profit-squeeze: un&#8217;altra possibile spiegazione per le crisi capitalistiche è la riduzione degli utili dovuta all&#8217;aumento dei salari. Questa spiegazione è anche comunemente difesa dalla corrente neoliberista, che spesso attribuisce la colpa a una regolamentazione &#8220;eccessiva&#8221; sui diritti dei lavoratori e al &#8220;troppo&#8221; potere sindacale. Dal punto di vista marxista, tuttavia, può essere visto come una conseguenza necessaria della logica stessa del capitalismo.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">L&#8217;aumento dell&#8217;accumulazione capitalistica aumenta gli investimenti di capitale e la domanda di forza lavoro. Se sorge una situazione che confina con la piena occupazione, è possibile che le aziende debbano competere per assumere lavoratori, con il conseguente aumento dei salari. Se i salari aumentano, ma le aziende cercano di mantenere gli stessi prezzi competitivi, allora c&#8217;è solo una via d&#8217;uscita: la riduzione dei profitti. È ciò che Marx nel volume III del Capitale chiama anche sovraccumulazione: un maggiore investimento di nuovo capitale non si traduce nel profitto ottenuto finora, ma in uno più piccolo. In breve, all&#8217;aumentare dell&#8217;accumulazione, il profitto diminuisce a causa di salari più alti. Questo fenomeno può verificarsi in generale o in particolare in determinati rami o settori dell&#8217;economia, ad esempio dove è richiesta una forza lavoro altamente qualificata. E come in altri casi, ci sono anche uscite che possono contrastarne l&#8217;effetto. Nella moderna economia capitalista, il lavoro straniero viene sistematicamente utilizzato per contrastare questa tendenza.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
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<div><span style="font-family: arial;">Le tre spiegazioni qui delineate enfatizzano le dinamiche specifiche dell&#8217;accumulazione capitalista e, sebbene prese in modo isolato e in modo assoluto, non possono essere affermate categoricamente, poiché per ognuna di esse esiste come abbiamo visto contrasti, insieme evidenziano che le crisi all&#8217;interno del sistema di produzione capitalista sono la regola piuttosto che l&#8217;eccezione. I problemi nell&#8217;accumulazione capitalistica, fondamentalmente attorno alle difficoltà di mantenere la redditività desiderata negli investimenti, hanno portato il capitale negli ultimi decenni a cercare nuove possibilità di investimento e redditività che danno una nuova spinta all&#8217;accumulazione allo stesso tempo riproducono i loro problemi in una nuova dimensione. Nuove aree di redditività oltre alla produzione industriale classica sono state create o acquisite per l&#8217;accumulazione capitalista: il settore terziario, servizi pubblici come sanità o istruzione, immobili, fondi pensione privati e settore finanziario, tra molti altri. La prospettiva marxista quando si tratta di analizzare e spiegare le bolle e le crisi speculative che si sono verificate in questi settori rimane insostituibile, anche per la MMT.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
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<div><span style="font-family: arial;">Abbiamo visto in questo confronto tra MMT e marxismo che non esistono praticamente incompatibilità teoriche fondamentali tra le due teorie economiche. È vero che l&#8217;obiettivo fondamentale di molti teorici della MMT, vale a dire la piena occupazione e la stabilità dei prezzi, è irrealizzabile all&#8217;interno del capitalismo. Ma la MMT è molto più ampia: sviluppa spiegazioni sulla spesa pubblica da parte di uno Stato che emette la propria valuta, sui rapporti tra la banca centrale e il sistema bancario, la politica monetaria e fiscale, la teoria dei tassi di interesse o le finanze pubbliche.  In generale, è un&#8217;immersione in aspetti essenziali del ruolo economico dello Stato da cui il marxismo può trarre grandi vantaggi. Abbiamo visto che questa è una teoria che ha una validità parziale e non può sostituire le analisi fondamentali del marxismo ma la MMT merita di essere ripensata e integrata nei suoi aspetti più fruttuosi nell&#8217;intera analisi marxista.</span></div>
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<div><strong><em><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-family: arial;">Bibliografia</span></span></em></strong></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">LERNER, A. P., 1947: “Money as a Creatur of the State”, The American Economic Review, Vol. 37, No. 2, pp. 312-317.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">MITCHELL, W. e MUYSKEN, J., 2008: Full Employment Abandoned: Shifting</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Sands and Policy Failures, Cheltenham, Edward Elgar Publishing.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">MITCHELL, W. e FAZI, T., 2017: Reclaiming the State. A progressive Vision of</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Sovereignity for a Post-Neoliberal World , London, Pluto Press.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Mitchell, William, Joan Muysken, Tom Van Veen, 2016: Growth and cohesion in the European Union: The Impact of Macroeconomic Policy, Edward Elgar Publishing,</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">WRAY, L. R., 2015: Modern Money Theory. A Primer on Macroeconomics for</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Sovereign Monetary Systems, Basingstoke, Palgrave Macmillan.</span></div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">WRAY, L. R., 1999: “Theories of Value and the Monetary Theory of Production”,</span></div>
<div><span style="font-family: arial;">Working Paper no. 261 of The Jerome Levy Economics Institute</span></div>
</div>
<div><span style="font-family: arial;"><br />
</span></div>
<div><a href="https://bollettinoculturale.blogspot.com/">https://bollettinoculturale.blogspot.com/</a></div>
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		<title>Thomas Fazi, William Mitchell, “Sovranità o barbarie”</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Oct 2019 13:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/10/sovranità-o-barbarie.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6151" title="sovranita-o-barbarie" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/10/sovranità-o-barbarie-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></h1>
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<div></div>
<div>Thomas Fazi &#8211; William Mitchell  &#8220;Sovranità 0 Barbarie&#8221;!</div>
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<div></div>
<div>Un <a href="https://amzn.to/2zRcWRx">libro</a> importante e coraggioso, che affronta alcuni dei nodi fondamentali oggi davanti ai nostri occhi e che bloccano la nostra azione, costruito con un profondo sguardo storico e capace di ripercorrere in poche e dense pagine gli snodi che hanno costituito il presente. <em>Il presente come storia</em>, dunque.</div>
<div>A me pare che una delle chiavi interpretative del testo sia da rintracciare nella dialettica delle durate, proposta da Braudel nel 1949<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn1">[1]</a>, tra increspature superficiali, movimenti lenti dati dalle trasformazioni dei rapporti di produzione e mutamenti del sentire collettivo ed evoluzioni tecnologiche<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn2">[2]</a>, e, al fondo, trasformazioni del sistema naturale, lentissime ma potenti. Quel che compiono gli autori, per gran parte del testo, è quel che Cervantes<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn3">[3]</a> chiama scrivere di storia, “<em>madre della verità</em>”. Storia, cioè, come <em>verità narrata</em>; non ciò che avvenne, ma ciò che giudichiamo essere avvenuto<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn4">[4]</a>. Una narrazione nella quale compare il problema del nesso tra la volontà dei singoli, nella loro interazione reciproca, e i fattori determinanti inerenti le ‘durate’ più lente, le strutture nella loro dialettica. Quanto valgono i piani dei capi nello svolgimento di una battaglia? Quanto conta che Kutuzov si addormenti mentre altri fanno complessi piani in “<em>Guerra e pace</em>”<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn5">[5]</a>?</div>
<div></div>
<div>Ancora più, la storia narrata da Fazi e Mitchell è <em>storia militante;</em> serve, la loro narrazione, a scopi evidenti nel testo. Ma il pathos narrativo che appare evidente in ogni pagina (con la loro partecipazione emotiva e la tensione morale) è esso stesso strettamente parte della storia narrata. Perché, come sostengono gli autori, questa storia, la sua verità, ci riguarda e ci contiene.</div>
<div></div>
<div><em>Si sta parlando dunque del nostro presente</em>, incorporato nell’imperialismo dell’economico e nella onnipresenza di una dinamica di contrazione (e di espansione per pochi privilegiati) che origina nella ‘crisi’ degli anni settanta. O meglio, come scrivono, “almeno” degli anni settanta.</div>
<div></div>
<div>Cosa finisce, insieme al regime di Bretton Woods e al “trentennio keynesiano”<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn6">[6]</a>? E soprattutto perché?</div>
<div></div>
<div>Un passo indietro, le stesse ‘conquiste’ keynesiane, sono frutto della rivoluzione intellettuale<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn7">[7]</a> di alcuni generosi e illuminati intellettuali, come lo stesso John Maynard Keynes, o Michal Kaleki, negli anni venti e trenta, e quindi dal rovesciamento intellettuale del paradigma neoclassico dei mercati autoregolati, o dall’insieme di fenomeni interconnessi che chiamiamo “Grande Depressione”<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn8">[8]</a> degli anni trenta?</div>
<div>L’insieme di politiche che Franklin D. Roosevelt promosse durante gli anni trenta in America, sostengono gli autori sulla scorta di una lettura di Riccardo Bellofiore<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn9">[9]</a> promuovono la domanda e ridefiniscono la produzione, e poi sono completate dall’enorme crescita della spesa pubblica in armi e uomini della guerra. Ma la svolta si ottiene, secondo la ‘<em>teoria della regolazione</em>’<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn10">[10]</a> sposata dai nostri, per effetto dell’alternanza di cicli di crescita contraddistinti da un paradigma industriale ed un ‘regime di accumulazione’ (ovvero un modello di produzione e consumo che consente l’accumulazione di capitale e dunque la stabilità<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn11">[11]</a>) a questi modelli corrisponde infine un “modo di regolazione”, leggi, istituzioni, regole…</div>
<div>Il regime fordista – keynesiano era dunque un simile ‘regime di accumulazione’, che ad un certo punto è venuto meno, ed era caratterizzato da un forte intervento dello Stato a sostegno dei processi di accumulazione. Il punto è questo: il sistema era costruito <em>a vantaggio</em> dell’accumulazione e non malgrado questa e scaturiva da una esperienza storica nella quale non era stata più possibile ed aveva provocato la Grande Depressione. Il keynesismo è, insomma: “il risultato della convergenza fortuita, nel secondo dopoguerra, delle ‘giuste’ condizioni sociali, politiche, economiche, tecniche e istituzionali” (p.27).</div>
<div></div>
<div>Esso, non fu, insomma, accettato a malincuore o imposto dalle lotte operaie (come immagina una influente corrente italiana), ma <em>era indispensabile</em> al modo di regolazione che garantiva la profittabilità degli investimenti e quindi il consenso <em>anche</em> dei ceti possidenti. Questo modello, con il vasto consenso sostanziale che lo contraddistinse (cosa che non impedisce ci fossero tensioni e lotte entro di esso tra chi voleva andare oltre e chi, invece, limitarlo), non era, in altre parole, affatto un’applicazione delle teorie keynesiane, ma in certo senso un tradimento. Come ricorda la Robinson, ma anche Minsky<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn12">[12]</a>, fu opportunamente dimenticata la necessità di un certo grado di controllo degli investimenti e quindi della produzione. Le lotte operaie che andarono in quella direzione furono sempre aspramente osteggiate, anche dall’interno del movimento<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn13">[13]</a>. Invece tutte le nozioni più radicali della teoria keynesiana andarono perse nella formalizzazione matematica e nella successiva recezione da parte dell’accademia della cosiddetta “sintesi neoclassica”<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn14">[14]</a>.</div>
<div></div>
<div>Ma negli anni settanta un diverso paradigma, pazientemente messo in piedi in alcune università fortemente sostenute da flussi di capitale privato e connesse con potentissimi think thank, emerge quasi improvvisamente. Si tratta del “<em>monetarismo</em>”, promosso da una pattuglia di docenti dell’Università di Chicago il cui più famoso esponente è Milton Friedman<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn15">[15]</a>, concentrati sul valore della ‘libertà’ e la ripresa della vecchia tesi che i mercati tendono comunque ad autostabilizzarsi ed impiegare al meglio tutte le risorse di cui dispongono. Tra i punti fondamentali la teoria che ancora oggi determina la logica dell’austerità imposta all’Italia, troviamo il “<em>tasso naturale di disoccupazione</em>”, unico tasso (alto) di disoccupazione al quale corrisponde la stabilità dei prezzi, superato il quale, cioè, dovrebbe partire l’inflazione. Come dalla lunga tradizione liberista l’inflazione è, per i monetaristi, il nemico principale da combattere, anche al costo di avere milioni di disoccupati (viceversa il nemico principale per Keynes era la disoccupazione).</div>
<div></div>
<div></div>
<div></div>
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<div>Ci fu in effetti una grande offensiva ideologica, ma non per questo il keynesismo “bastardo” del trentennio fu rovesciato, come disse anche Milton Friedman nella prefazione a “<em>Capitalismo e libertà</em>”<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn16">[16]</a>, le idee dovevano aspettare le giuste condizioni<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn17">[17]</a>. Quando le condizioni generali che avevano indotto il precedente modo di regolazione vennero meno la tensione si scaricò in una rottura sistemica. I fattori sono molteplici, ma gli autori ricordano la crescente concorrenza intercapitalista (ovvero la perdita dell’egemonia economica americana), l’aumento del prezzo delle materie prime come conseguenza dell’accresciuta domanda, e della decolonizzazione in corso da decenni, un improvviso rallentamento della crescita della produttività, il clima politico con richieste crescenti dei lavoratori e delle loro organizzazioni. Friedman ricorderà, invece, come visto, fattori economici e culturali come: l’appannamento nei confronti delle élite intellettuali e delle classi medie del fascino di Russia e Cina, la crisi dell’economia inglese, l’effetto demotivante della guerra del Vietnam, il senso di fallimento e di oppressione burocratica che si collegava con molti programmi del New Deal, divenuti dopo la ‘grande società’ di Johnson enormi e costosissimi, e quindi la tassazione oltre che l’inflazione derivante dalla bassa disoccupazione.</div>
<div></div>
<div>I limiti posti sotto attacco dai monetaristi sono visti, insomma, in parte come ‘oggettivi’, in quanto la crescita stabile dei salari non si coniugava più bene con la crescita dei profitti.</div>
<div></div>
<div>Nel vecchio mondo uno dei punti nei quali la tensione economica si scaricava era il sistema di Bretton Woods, e precisamente l’accordo di convertibilità delle monete, il cui tasso di cambio era fissato politicamente, in oro. Dato che i paesi in disavanzo commerciale subivano una pressione al ribasso delle monete erano costrette a sostenerle vendendo le riserve, oppure aumentare i tassi di interesse per attrarre capitali (ma in questo modo riducendo i prestiti, divenuti più costosi, deprimere l’economia ed aumentare la disoccupazione). In altre parole, quando andavano in disavanzo (le importazioni superavano le esportazioni) i paesi dovevano fare austerità.</div>
<div></div>
<div>C’era un’eccezione: gli Stati Uniti che quando andavano in deficit potevano semplicemente pagare le importazioni stampando altra moneta, in teoria avendo una scorta frazionaria di oro. Di fatto era però sul deficit di bilancia commerciale americano che il sistema poteva trovare equilibrio, ma l’ulteriore condizione era che questa massa di dollari che defluiva <em>fosse affidabile</em>. E la fiducia si basava sulla convertibilità in oro. Nel 1970 la cosa non era più sostenibile e crollò quando la richiesta di conversione della Francia (che aveva l’appoggio dell’Inghilterra) mostrò quale era il vero potere alla base del dollaro: la potenza americana, non ultimo militare. Nixon, infatti, in modo unilaterale e senza alcuna discussione, né opposizione, denunciò la convertibilità in oro, “sospendendola” (fino ad oggi).</div>
<div></div>
<div>La moneta diventa da ora ‘fiat’.</div>
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<div>A questo punto gli Stati Uniti continuano ad essere in deficit commerciale, fornendo liquidità al mondo, ma i paesi che vendono merci al bulimico consumatore americano (ovvero quelli in surplus) per evitare che il dollaro con il quale sono pagati si deprezzi hanno, loro, l’onere di sostenerlo comprando i titoli di Stato Usa. Il legame si è, in altre parole, stretto ancora di più.</div>
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<div>In questo contesto gli Stati occidentali si mossero per ridurre la fluttuazione monetaria (in Europa prima lo Sme e poi l’Euro) e nel contesto di stagnazione ed inflazione alta (importata e quasi eguale in tutti i paesi del mondo<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn18">[18]</a>) si affermò un diverso equilibrio economico intensamente voluto: quello che chiamiamo ‘neoliberismo’.</div>
<div>L’eccesso di produzione fu risolto non più con l’incremento della domanda interna, ma con l’esternalizzazione, la mondializzazione, la deregolamentazione; inoltre con l’ampliamento dei mercati, grazie alle privatizzazioni ed alla finanziarizzazione. Effetti sono la flessibilizzazione del lavoro, la compressione dei salari in occidente, esposti alla concorrenza delle importazioni di merci a basso costo prodotte all’estero dalle stesse imprese multinazionali occidentali (e quindi dalla minaccia della delocalizzazione), l’aumento costante della disoccupazione.</div>
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<div>Chiaramente per transitare in questo nuovo mondo, nel quale le classi lavoratrici coltivate nel modello keynesiano erano sconfitte e sacrificate all’altare della redditività del capitale, era indispensabile che il potere guadagnato nel novecento attraverso il diritto di voto e le Costituzioni repubblicane, venisse neutralizzato. La cosa si ottiene promuovendo la cosiddetta “governabilità”, ovvero la depoliticizzazione del processo decisionale. Si passa alle <em>post-democrazie</em><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn19">[19]</a> ed alla loro piena istituzionalizzazione da parte dell’Unione Europea.</div>
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<div>La sinistra, dunque, sconfitta sul piano ideologico ed organizzativo, si acconcia a gestire le crisi del capitale per conto di quest’ultimo<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn20">[20]</a>. Aiuta a considerare tale strada inevitabile il rifiuto della proposta alternativa di Minsky ed alcune influenti letture, come la “<em>crisi fiscale dello Stato</em>”, proposta da O’Connor in un fortunatissimo libro<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn21">[21]</a>, che non avendo ben compreso l’evento del ’71 (ma il libro è del 1973), presume che siano sempre le tasse a finanziare la spesa e quindi diagnostica un inseguimento costante e perdente tra queste e quella. Ne segue una ricezione ultrasemplificata nel mondo della sinistra (che per lo più orecchia e non legge davvero il libro) che recepisce il titolo come una “formula ad effetto”<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn22">[22]</a> e ne conclude che sia all’opera inevitabilmente un inseguimento tra spese richieste da vari gruppi sociali in imitazione reciproca e la reazione dei contribuenti chiamati a sostenere la stessa. Un altro libro chiave è “<em><a href="https://amzn.to/2SzlDH1">Sovranità nazionale in crisi</a></em>” di Raymond Vernon che collega la perdita di autorità fiscale dello Stato alla crescita delle multinazionali, orientate dal progresso tecnologico dei trasporti e delle telecomunicazioni.</div>
<div>Si afferma l’idea che le multinazionali sfuggano al controllo statale (mentre restano connesse con molti e diversi rapporti, ed in alcuni casi ne sono diretta emanazione) e che la mondializzazione sia determinata in ultima analisi da quel vettore del progresso che per l’occidente è sempre stato lo sviluppo tecnologico.</div>
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<div>Le cose stanno diversamente, una più attenta ricostruzione storica mostra come siano piuttosto gli Stati, guidati da élite e ceti sociali che portano in primo piano i loro interessi, a intervenire attivamente nell’orientare il sistema mondiale verso l’interconnessione e alcuni generi di dinamiche competitive disciplinanti i lavoratori (e rassicuranti i consumatori). Un esempio è il governo Challagan<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn23">[23]</a>, il primo a dichiarare morto il keynesismo e la fine del “mondo confortevole”. Quindi Mitterrand<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn24">[24]</a> con la sua repentina svolta negli anni ottanta. Ma ha un ruolo anche la vicenda cilena (1973) e la repentina caduta del governo Brandt<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn25">[25]</a>.</div>
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<div>Ma il libro, giustamente, si concentra particolarmente sull’Italia, spendendo alcune delle sue pagine più interessanti, in poco più di centotrenta pagine ripercorre analiticamente, con abbondante riferimento a testi scelti noti e meno noti, la storia economica e politica del paese dalla fine del ‘miracolo economico’ ad oggi. Il periodo 1948-73 si caratterizza per una crescita molto forte in assenza di inflazione trainata dalle esportazioni, dalla spesa pubblica, fino agli anni sessanta con tassi del 6% e poi rallentando. Fu determinante il ruolo dell’intervento pubblico, ed in particolare dell’IRI che realizza una imponente rete infrastrutturale e della grande industria (siderurgia, cantieristica, navigazione marittima, telecomunicazioni, energia elettrica, metalmeccanica). Quindi c’è la costituzione nel 1953 dell’Eni, sotto la guida di Enrico Mattei, ed il settore bancario con la separazione tra la gestione del risparmio e l’investimento che garantisce, per anni, l’orientamento del credito a fini sociali. Naturalmente, come in tutto lo schema di Bretton Woods, erano presenti controlli sui movimenti di capitali ed il finanziamento monetario della spesa pubblica. Tra i problemi che permanevano gli imponenti spostamenti migratori interni ed esterni (in uscita), e lo squilibrio civile ed infrastrutturale tra le diverse aree del paese (non solo al sud, ad esempio permanevano vari ‘sud’ interni anche al nord).</div>
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<div>Come ebbe a dire Lelio Basso il sistema sociale ed economico era organizzato intorno al nesso tra la realizzazione del diritto al lavoro (sempre tendenziale e mai raggiunto) e la democrazia costituzionale (sempre imperfetta ed anche qui sede di confronto più che realizzazione). La “libera” iniziativa economica si doveva collegare, in base all’art 41 Cost, ai fini sociali che spettano all’indirizzo della legge. Una Costituzione che Guido Carli giudicò come “punto di intersezione fra la concezione cattolica e la concezione marxista dei rapporti tra società ed economie, tra società e Stato”, e che fu sempre orientato a superare.</div>
<div>Presupposto, come fu riconosciuto sia dallo stesso Basso, come da esponenti comunisti come Togliatti, di tale adempimento era la difesa della sovranità democratica. Il libro ricostruisce le posizioni dei partiti della sinistra italiana nei confronti del processo di unificazione europea, iscritto nella logica atlantica, e soggetto alle “evasioni sul giardino di infanzia delle illusioni federaliste”, come ebbe a dire Pietro Nenni nel 1948<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn26">[26]</a> o Lelio Basso nel 1949<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn27">[27]</a>, denunciando la natura imperialista del nascente progetto europeo (natura mai venuta meno, se mai accentuata nel tempo) e quindi la necessità di difendere la sovranità e anche gli interessi nazionali. Ma anche, con sguardo lungo, la “decadenza del Parlamento”, perché, come naturale “i grandi Trusts e i grandi monopoli preferiscono risolvere i grossi problemi dell’economia, della finanza e della politica nel chiuso dei consigli di amministrazione e dei gabinetti dei ministri”. Fa parte di questo discorso, che abbiamo già letto<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn28">[28]</a>, un significativo chiarimento sulla distinzione tra ‘cosmopolitismo’ e ‘internazionalismo’<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn29">[29]</a>. Analogamente, viene ricordata la posizione di Di Vittorio, nel 1952 sul “Piano Schuman” e l’industria italiana.</div>
<div>Questa fase inizia ad essere chiusa nel 1963-4, dall’azione della Banca d’Italia, che, in accordo con la parte conservatrice del governo, attiva non appena si presenta il ciclo di lotte operaie del 1962-3 nel nord ovest in piena occupazione, che nelle condizioni date porta all’aumento dei prezzi dei beni industriali, per non perdere margini di profitto e quindi le prime tensioni di bilancia dei pagamenti, una brutale manovra per arrestare gli investimenti, creare disoccupazione, e quindi riequilibrare per questa via i conti esteri. È il prototipo della stessa logica ancora all’opera.</div>
<div>Come scrive Guido Carli: “una crescita trainata dalla domanda estera costringe a una politica salariale restrittiva e attua una redistribuzione a favore di quei limitati settori industriali sottoposti alla concorrenza internazionale”.</div>
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<div>Questo è il quadro nel quale l’Italia aderisce allo Sme non prima di aver attraversato la stagione di lotte operaie più aspra nel cui clima, siamo al 1975, le sinistre ottengono la “scala mobile” (indicizzazione dei salari all’inflazione, neutralizzandola e quindi scaricandola sulla rendita), lo Statuto dei lavoratori (con l’art 18), la riforma pensionistica, norme per la tutela del lavoro femminile, parità di trattamento tra uomini e donne, e soprattutto il servizio sanitario nazionale. Nel biennio 1976 -78 si svolge la scena della controffensiva: il governo vara misure di austerità finalizzate a ridurre il deficit commerciale, come al solito al prezzo dell’aumento della disoccupazione. In questo clima si arriva all’adesione allo Sme.</div>
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<div>Gli autori si concentrano, nel raccontare quegli anni cruciali, sul ruolo del Pci, che nel 1975 aveva raggiunto il suo massimo risultato storico, e promosse la strategia del cosiddetto “<em>compromesso storico</em>”, per superare l’esclusione dal governo su una linea di minore conflitto con le forze atlantiste e cattoliche che da quaranta anni ininterrotti governavano il paese. Ci fu un forte dibattito interno di cui è paradigmatico il <em>Convegno del Cespe</em> del 1976. Lo scontro intellettuale si tenne tra il professore neokeynesiano Franco Modigliani e alcuni economisti non liberisti tra i quali Augusto Graziani, Domenico Nuti, Federico Caffè, Claudio Napoleoni, Massimo Pivetti. Per Modigliani la scala mobile era da abolire perché conduceva ad un aumento del salario reale (perché gli imprenditori, a causa della competizione, non riuscivano a scaricare sui prezzi interamente l’aumento) e ciò portava a perdere competitività e peggiorare la bilancia commerciale (dai due lati). Inoltre, secondo una tipica ipotesi neoclassica, la contrazione dei profitti avrebbe portato meno investimenti, e quindi in ultima analisi un danno alla stessa occupazione. Bisognava quindi accettare dei ‘sacrifici’ per l’interesse generale e lo stesso interesse dei lavoratori. La perdita di salario e di diritti, secondo una equazione da allora sempre riproposta, sarebbe stata compensata dalla difesa dell’occupazione e dalla fine dell’inflazione.</div>
<div>La tesi di Friedman, insomma, che proprio Modigliani contribuì a legittimare negli anni settanta.</div>
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<div>La controtesi avanzata da molti, tra cui Caffè, e oggi ripresa ad esempio in forma contemporanea da Sergio Cesaratto<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn30">[30]</a>, era che il livello salariale compatibile con la piena occupazione dipende da diversi fattori e non è univoco, come vorrebbe Friedman, ma nel breve periodo avrebbe comunque richiesto controlli sui movimenti di capitale e delle importazioni e una radicale riforma del sistema capitalistico.</div>
<div>La proposta di Modigliani, invece, da allora egemonica e che gli valse il nobel, era di accettare che ogni barriera dovesse cadere e tutti paesi dovessero alla fine equalizzare livelli del costo del lavoro (e dunque tenore di vita diffuso) per effetto della concorrenza.</div>
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<div>Ovvero la distruzione della classe media occidentale, per uniformarla ad una ‘classe media mondiale’ naturalmente ad un livello di reddito e stile di vita notevolmente minore (oggi viaggia tra gli 8 e i 10.000 dollari all’anno). Questo è l’obiettivo reale della globalizzazione<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn31">[31]</a>.</div>
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<div>Il Pci, senza capire la reale portata della proposta ricevuta, scelse di proporre ai lavoratori “<em>sacrifici senza contropartite</em>”, e così fece il sindacato<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn32">[32]</a>. Fu in tal modo accettata l’idea di un inevitabile vincolo esterno, che ancora è dominante nell’establishment derivato da quella tradizione, e quindi della progressiva contrazione salariale, richiesta “dallo stato delle cose”. Completano questa visione l’accettazione dell’austerità come prospettiva generale<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn33">[33]</a> e la denuncia del ‘pericolo dell’inflazione’.</div>
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<div>Questa svolta detta “dell’Eur”, è l’avvio del distacco, anche elettorale, del partito comunista dai ceti popolari e l’accettazione da parte sua della linea liberista. Che viene completata successivamente dalla denuncia della cosiddetta “spesa pubblica improduttiva”<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn34">[34]</a> e la “questione morale”<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn35">[35]</a>.</div>
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<div>Naturalmente la sinistra, che ancora nel 1978 per l’ultima volta si oppone ai meccanismi europei<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn36">[36]</a>, completa la sua trasformazione aderendo alla prospettiva europea che gradualmente va a sostituire la prospettiva socialista. Seguirà il “divorzio” tra la Banca d’Italia ed il Tesoro<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn37">[37]</a>, e le sue inevitabili conseguenze, tra le quali l’esplosione del debito pubblico.</div>
<div>Segue un aumento significativo del tasso di disoccupazione, che si porta dalle parti del 10% ed inizia una decisa compressione della quota salari e la crescita dell’ineguaglianza.</div>
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<div>I passi successivi sono <em>l’Atto Unico Europeo</em>, firmato nel 1986 da Craxi e i passi successivi verso l’euro, negoziato per l’Italia da una delegazione formata da Guido Carli e Mario Draghi.</div>
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<div>Il 1992 ci sarà quindi lo smantellamento della scala mobile da parte del governo Amato e la sospensione dello Sme, dopo l’attacco sui mercati. Seguirà la richiesta sempre più pressante di riforme ‘drastiche’, e la stipula del Trattato di Maastricht in condizioni che sono state molte volte raccontate<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn38">[38]</a>. Solo poche voci si alzano fuori del coro, tra queste Lucio Magri (p.147) e Giuseppe Guarino. Seguirà la più impressionante serie di riforme economiche di stampo neoliberale d’Europa e l’autentica distruzione dell’industria italiana (come disse De Cecco, p.164).</div>
<div>Queste riforme sono sistematicamente promosse attraverso la retorica messa a punto negli anni settanta: <em>sacrifici, austerità, e vincolo esterno</em>. L’Unione Europea diventa la soluzione ai problemi che non si riesce ad affrontare politicamente nel Parlamento o nel paese.</div>
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<div>In effetti, come si sono trovati a dire in molti, aderendo all’euro gli stati membri si sono trovati ad essere ridotti al rango di colonia, attraverso la denazionalizzazione della moneta. Quel che si genera è, insomma, un sistema perfettamente adatto alla sua funzione, compiuto secondo il suo programma e del tutto completo. Un processo di integrazione al giusto livello per garantire gli esiti post-democratici resi necessari dalla grande paura degli anni settanta. Quella che gli autori chiamano “una dittatura di fatto” (p.184).</div>
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<div>Non un vero sistema ordoliberale, ma ‘alla carte’, solo fino a che serve gli scopo dei più forti e in quei limiti.</div>
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<div>Il resto della storia proposta da Fazi e Mitchell vede la Francia fallire il suo tentativo di controllare il processo europeo e la Germania prendere il sopravvento con la forza della sua economia da esportazione.  Hanno rilevanza le riforme Hartz<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn39">[39]</a>, nel comprimere la domanda interna e guadagnare spazi di competitività di prezzo non più neutralizzata dalla normale dinamica della moneta. Ma questa strategia economica, cosiddetta mercantilista, viene da lontano. È ricordata l’impostazione negli anni cinquanta di Ludwig Erhardt (p.210) e il processo brutale di unificazione tedesca.</div>
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<div>Queste sono le dinamiche che determinano la cosiddetta “mezzogiornificazione” dell’Italia e l’emergere di una sorta di capitalismo comprador, che continua a perdere competitività per una costante riduzione degli investimenti. Le conseguenze generali del processo di adesione all’unione monetaria, anche considerando che manca il controfattuale, sono disastrose. Il prevalente disegno nordico di porre sotto controllo la concorrenza industriale del sud appare, con il senno di poi, di pieno successo; la crescita media italiana, che fino agli anni ottanta è la più alta d’Europa<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn40">[40]</a>, negli anni novanta si arresta e diventa la più bassa d’Europa. Chi, sulla scorta di una perversione fossile dei vecchi modi di pensiero sedimentati nella sinistra, pensa che il rallentamento deriva da strutture antropologiche e orientamento al familismo amorale proprio della mancanza di una riforma protestante, o di altre consimili determinanti<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn41">[41]</a>, ha l’onere di spiegare perché prima della svolta qui riassunta andava diversamente.</div>
<div>Anche la bassa produttività parte in realtà dalla metà degli anni novanta durante i quali accadono molte cose nel mondo, ma per tutti i paesi europei. Alcuni riescono a reagire meglio (alla crescita della mondializzazione, che, però, è un processo lento e progressivo, ed accelera casomai nei primi anni duemila, dopo l’adesione della Cina, non prima), altri peggio. Per reagire a stimoli esterni negativi (per la struttura del paese), del resto bisogna prima di tutto poter operare, e quel che succede in questi anni è una drastica riduzione delle leve di azione politica: fissaggio del tasso di cambio<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn42">[42]</a>, stretta fiscale eterodiretta<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn43">[43]</a>, liberalizzazione a partire dalla finanza<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn44">[44]</a>, smantellamento e privatizzazione della base industriale strategica<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn45">[45]</a>, deregolamentazione del mercato del lavoro<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn46">[46]</a>. Il crollo della produttività ha una relazione diretta con la rivalutazione della lira del 1995, fino alla fissazione a valori troppo alti. La bilancia commerciale tornata attiva nel 1993 torna negativa nel 2002, sono questi fattori, insieme alla scarsa crescita del mercato interno, sottomesso ad ondate successive di austerità, a pesare sulla situazione italiana molto più dell’apertura internazionale e della competizione dei paesi del sud-est (prima le tigri asiatiche negli anni novanta e poi la Cina)<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn47">[47]</a>. Ma conta anche la crescente flessibilità del lavoro, che lungi dal proteggere l’occupazione, induce a disinvestire in efficienza e tecnologia, impoverendo il lavoro e favorendo il posizionamento del paese su segmenti a basso valore aggiunto e scarsa competitività. Dal Pacchetto Treu, del 1997, al Job Act del 2014, per venti anni si è lavorato contro il posizionamento competitivo del paese, mentre la macchina gerarchizzante europea prendeva velocità.</div>
<div>L’Italia è come noto (fonte Ocse) il paese europeo che ha liberalizzato di più, mentre probabilmente, era quello che doveva farlo di meno soprattutto in assenza della possibilità di promuovere altre politiche industriali<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn48">[48]</a>, ed in presenza dello smantellamento della grande impresa pubblica, che era l’unica, insieme all’università, a sua volta sacrificata, a fare ricerca industriale.</div>
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<div>Insomma, gli autori, non senza aver analizzato la politica di Monti, rivolta ancora una volta alla ‘distruzione della domanda interna’<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn49">[49]</a>, concludono su questo punto in questo modo: “dal punto di vista dell’establishment politico-economico italiano, il fatto che l’unione monetaria europea abbia comportato la deindustrializzazione e ‘mezzogiornificazione’ dell’Italia – a beneficio della Germania – e la retrocessione del nostro paese a un ruolo fortemente subordinato all’interno della gerarchia di potere europea, come era perfettamente prevedibile<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn50">[50]</a>, è stato il prezzo da pagare (non da loro ovviamente) per ‘spezzare le reni’ ai lavoratori italiani ed espropriare la collettività tutta di una serie di beni materiali e immateriali. In questo senso, il regime economico post-Maastricht può essere accostato ad una forma di capitalismo comprador: un regime semicoloniale in cui le classi dominanti di un paese si alleano con interessi stranieri in cambio di rapporti di classe più favorevoli in patria” (p.238).</div>
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<div>Uno strabiliante successo sotto questo profilo. E una ripetizione, peraltro, di una mossa che le élite italiane, in particolare del centro, ma anche del sud, compirono alla metà dell’ottocento<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn51">[51]</a>.</div>
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<div>La sinistra europea, erede della lunga tradizione del movimento dei lavoratori, gioca quindi un ruolo centrale nella transizione al neoliberismo, fornendogli una fondamentale legittimazione ideologica e quadri, ma anche ‘coprendola a sinistra’ e quindi rendendola molto più accettabile. Uno degli snodi messi in evidenza dagli autori di questo complesso e per certi versi misterioso puzzle, è l’idea che la mondializzazione non sia una scelta politica, derivante da una transizione egemonica multifattoriale, ma un aspetto ineluttabile della modernità, ovvero dello sviluppo materiale e tecnologico, destinato altrettanto inevitabilmente ad erodere la sovranità economica e politica degli Stati-Nazione. Quindi che le politiche ‘keynesiane’ erano giunte al termine del loro ciclo vitale e, se perseguite, assumevano un tono <em>antistorico</em>, e per ciò stesso <em>reazionario</em>. Si può verificare questa posizione su un arco amplissimo, da Renzi a Negri<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn52">[52]</a>, per così dire, ovvero dal “nazionalismo in grande taglia” di molti, incluso Prodi<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn53">[53]</a> alla dissoluzione post-anarchica del potere nella ‘moltitudine’.</div>
<div>In qualche interprete più lucido<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn54">[54]</a> la cosa si collega con la liquidazione non solo delle conquiste dei lavoratori degli anni sessanta e ottanta, ma con l’intera parabola del novecento, riportando l’orologio della storia all’assetto del liberalismo ottocentesco all’ombra delle cannoniere britanniche (sostituite dalle portaerei americane).</div>
<div>È chiaro che in questo contesto, che ha notevole coerenza e profondità, il regime europeo realmente esistente è vantaggioso per alcune élite il cui stile di vita e tenore dipende strettamente dalla sua esistenza. Dunque un serio tentativo di riforma, molto semplicemente, potrebbe portare direttamente alla sua fine.</div>
<div>Gli autori vanno oltre: a loro parere “una riforma in senso democratico-progressivo dell’Unione europea e in particolare dell’Unione monetaria è non solo impossibile in termini pratici – come riconosciuto ormai anche da un numero crescente di economisti mainstream quali Joseph Stiglitz, Paul de Grauwe e altri, nonché da analisi di istituti europei come il Bruegel – ma anche inauspicabile dalla prospettiva del controllo democratico dell’economia” (p.252).</div>
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<div>La soluzione a questi dilemmi è ricondotta in una mossa molto semplice: bisogna partire dal riconoscimento che non sono affatto ‘i mercati’ a ricattare gli Stati nazionali, ma casomai le oligarchie nazionali (incluso molte ex di sinistra) a ricattare surrettiziamente i lavoratori e le classi popolari, determinando uno schema di gioco nel quale queste possono solo perdere. Quindi bisogna compiere il percorso inverso e rifunzionalizzare lo Stato nazionale.</div>
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<div><em>Ridemocratizzare e ripoliticizzare</em>, dunque i processi politici ed economici come condizione necessaria per ritornare alla piena e buona occupazione. Quindi alla difesa ed espansione del welfare, la redistribuzione della ricchezza, attraverso la rinazionalizzazione di molte aree strategiche, etc<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn55">[55]</a>.</div>
<div>Nella parte finale del libro questa prospettiva è connessa con un quadro teorico macroeconomico che parte dalla specifica caratteristica dei sistemi monetari ‘fiat’ (e dunque supera l’obiezione posta da O’Connor al quale schema mentale sono ancora connesse, dopo oltre quaranta anni, la maggior parte delle sinistre liberali): la possibilità di emettere moneta senza vincoli ex ante. Uno Stato realmente sovrano, in altre parole, non può mai <em>finire i soldi</em>. Questa è, a ben vedere, la minaccia all’egemonia di chi i ‘soldi’ (che sono, per loro stessa natura, rapporti sociali e quindi di potere) li ha, che si volle contrastare con la gabbia monetaria messa in piedi.</div>
<div>Se la capacità di spesa dello Stato non dipende <em>direttamente</em> dalle entrate fiscali i margini di libertà, pur non essendo infiniti, sono molto più ampi di quelli che sono scolpiti nelle regole giuridiche dell’eurozona. Più importante, <em>non è inevitabile che se uno Stato è ‘troppo’ indebitato siano i ceti lavoratori a doverne fare sempre le spese</em>.</div>
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<div>L’eventuale ‘monetizzazione’ della spesa pubblica, ad esempio a fini di riequilibrio sociale o di incremento della produttività attraverso investimenti in infrastrutture, ricerca, istruzione, porterebbe la politica monetaria a liberarsi dell’incantesimo friedmaniano (inclusa la sua ossessione interessata per l’inflazione) per tornare ad essere “una componente della politica economica generale del governo, subordinata al sostegno di livelli occupazionali, al rafforzamento della protezione sociale e a una distribuzione del reddito più equa”<a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftn56">[56]</a>. Appare evidente a chi tale prospettiva può apparire deleteria ed a chi vantaggiosa.</div>
<div>Di seguito anche l’ossessione per una bilancia commerciale in attivo (nella quale, cioè, si esportano beni, vendendoli ad altri, e si acquisiscono capitali in misura maggiore rispetto a quella in cui si importano beni, aumentando il tenore di vita, in cambio di spesa diretta all’estero) sia automaticamente e sempre un danno è messa in discussione. Chiaramente un disavanzo estero di bilancia commerciale è accompagnato da un incremento di debito estero, ma quel che conta, caso per caso, è piuttosto se cresce o meno la capacità del paese di servire questo debito. Conta, cioè, <em>per cosa </em>si ha questo disavanzo: se va a finanziare investimenti, come dice il FMI, con “un prodotto marginale più alto del tasso di interesse che il paese deve pagare sulle proprie passività estere” (p.304), o no. Qualora si dia, comunque, una crisi di fiducia (sul modello delle ricorrenti crisi internazionali verso i paesi più vari) sarebbe comunque meno doloroso (per le classi lavoratrici) lasciar svalutare la valuta che non il lavoro.</div>
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<div>Quest’ultima osservazione è esemplare, perché appare del tutto evidente che si tratta di punti di vista: è meno doloroso per le classi lavoratrici lasciar svalutare la moneta (e quindi la capacità di acquisto di beni esteri) che non il lavoro, ovvero i salari. E’ del tutto opposto per i ceti internazionalizzati e cosmopoliti che dispongono di ingenti risorse accumulate.</div>
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<div>La tragedia della sinistra è tutta, <em>interamente, qui</em>.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref1">[1]</a> - In Ferdinand Braudel “<em><a href="https://amzn.to/2QDdAMh">Civiltà e imperi nel Mediterraneo nell’età di Filippo II</a></em>”,</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref2">[2]</a> - Tratteniamoci dal porli in gerarchia secondo un mani davvero compreso schema ‘struttura/sovrastruttura’, anche i ‘modi di produzione’ sono incorporati nella società che li rende possibili, come il ‘sentire collettivo’ ne è insieme espressione e causa, per non parlare della tecnologia.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref3">[3]</a> - Nel capitolo IX della prima parte del “<em><a href="https://amzn.to/2SB71qK">Don Chisciotte</a></em>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref4">[4]</a> - Borges in “<em><a href="https://amzn.to/2QEcz6x">Finzioni</a></em>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref5">[5]</a> - Tolstoj, “<em><a href="https://amzn.to/2Syuclt">Guerra e pace</a></em>”, la battaglia è l’esito della miriade di comportamenti individuali o della struttura progettata dai capi nei loro conciliaboli?</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref6">[6]</a> - Il trentennio del dopoguerra è lontanissimo, in realtà, dall’essere keynesiano. Si tratta di un punto di congiunzione altamente complesso di molte dinamiche diverse, dal completamento del passaggio di potenza dall’Europa agli Stati Uniti, al crollo della fiducia nella capacità autoequilibrante del mercato, ma anche la condizione dei debiti e crediti internazionali lasciata dalla guerra che, come scrive Kiran Patel in “<em><a href="https://amzn.to/2RKJpA0">Il New Deal</a></em>”, “creò una complessa rete di passività che investì l’intero pianeta e intrecciò i destini di tantissimi paesi come mai era accaduto prima. Inoltre queste dinamiche attribuirono all’America il ruolo senza precedenti di banchiere mondiale” (p.36).</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref7">[7]</a> - Nel testo è proposta questa sintesi: il livello generale dell’attività economica è determinato dalla ‘spesa aggregata’ (quantità di beni e servizi complessivamente richiesta dai soggetti economici e dal governo) e quindi un livello inadeguato determina un corrispondente insufficiente livello di produzione e inutilizzo dei fattori produttivi, in particolare del lavoro. Si genera un “equilibrio di sottoccupazione”. Infatti gli investimenti non sono funzione del risparmio (che cresce in queste condizioni, anche se solo nel vertice della piramide sociale) ma è il contrario, per risparmiare bisogna spendere. Insomma, “il governo ha sempre la capacità di determinare il livello generale di spesa e di occupazione di un’economia” e la piena occupazione diventa un credibile e perseguibile obiettivo <em>politico</em>. Cfr John Maynard Keynes “<em><a href="https://amzn.to/2zNAoiL">Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta</a></em>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref8">[8]</a> - Che viene attribuita in modo semplificato al crollo del mercato azionario del 1929 e quindi dallo scoppio dell’enorme bolla creditizia che si era accumulata nella ‘golden age’ degli anni venti.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref9">[9]</a> - Riccardo Bellofiore, “La socializzazione degli investimenti: contro e oltre Keynes”, in Alternative per il socialismo, aprile 2014.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref10">[10]</a> - Michel Aglietta “Règulation ed crises du capitalisme”, Parigi, 1976.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref11">[11]</a> - Il capitale deve crescere sempre per restare stabile.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref12">[12]</a> -  Cfr. Hyman Minsky, “<em><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2015/09/hyman-p-minsky-keynes-e-linstabilita.html">Keynes e l’instabilità del capitalismo</a></em>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref13">[13]</a> - Cfr. “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2017/05/le-lotte-operaie-alla-fiat-negli-anni.html">Le lotte operaie alla Fiat negli anni settanta: il lavoro e la questione del potere</a>” e Bruno Trentin “<em><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2016/11/bruno-trentin-la-citta-del-lavoro.html">La città del lavoro</a></em>”</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref14">[14]</a> - I cui passaggi furono il modello di equilibrio generale IS-LM di John Hicks e la versione addomesticata di Samuelson.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref15">[15]</a> - Di cui abbiamo letto “<em><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2014/02/commentando-milton-rose-friedman-liberi.html">Liberi di scegliere</a></em>”  e ”<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2016/05/milton-friedman-la-metodologia.html">La metodologia dell’economia positiva</a>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref16">[16]</a> - Milton Friedman, “<em><a href="https://amzn.to/2zOUEQN">Capitalismo e libertà</a></em>”, 1962.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref17">[17]</a> - Milton Friedman nella prefazione all&#8217;edizione del 1982 di &#8220;<em>Capitalismo e libertà</em>&#8221; (raccolta di saggi degli anni cinquanta), scrive, in riferimento al cambio di clima politico che ha fatto emergere il liberismo da lui difeso, che la disparità di trattamento alle sue idee (&#8220;<em>Capitalismo e libertà</em>&#8221; esce nel 1962 nel disinteresse generale, mentre “<em>Liberi di scegliere”</em>, che è inferiore per sua ammissione, esce nel 1980 e diventa subito un enorme successo) non è spiegata dalla differenza di qualità delle idee, né tanto o solo dai media (il secondo andò subito in televisione), quanto dal &#8220;cambiamento del clima intellettuale&#8221;. A sua volta questo non è determinato da libri (come &#8220;<em><a href="https://amzn.to/2BZt7Oc">La via della schiavitù</a></em>&#8221; o &#8220;<em><a href="https://amzn.to/2BXtuZw">La società libera</a></em>&#8221; che cita come esempi significativi), ma, come dice, “dall&#8217;esperienza concreta .. la Russia e la Cina, un tempo la grande speranza delle classi intellettuali, avevano chiaramente deluso. La Gran Bretagna, il cui socialismo di stampo fabiano aveva esercitato un&#8217;influenza dominante sugli intellettuali americani, si trovava in una grande situazione di crisi. Entro i nostri confini gli intellettuali, immancabilmente fautori di uno Stato interventista e in gran parte sostenitori del Partito Democratico, si erano sentiti traditi dalla guerra del Vietnam e, in particolare, dal ruolo svolto dai presidenti Kennedy e Johnson. Molti dei grandi programmi di riforma, in passato assurti al ruolo di veri e propri vessilli, come i programmi assistenziali, l&#8217;edilizia popolare, il sostegno ai sindacati, l&#8217;integrazione razziale nelle scuole, l&#8217;assistenza federale all&#8217;istruzione, la &#8216;discriminazione positiva&#8217; , stavano dimostrando il loro fallimento. il resto della popolazione era duramente colpito nel portafoglio dall&#8217;inflazione e da una tassazione eccessiva. Sono questi fenomeni, e non la capacità di convincimento delle idee illustrate in imponenti tomi teorici, che spiegano la trasformazione che ha portato dalla schiacciante sconfitta del candidato conservatore-libertario Barry Goldwater del 1964 alla travolgente vittoria di Ronnie Reagan nel 1980, sebbene i due uomini avessero sostanzialmente lo stesso programma e portassero il medesimo messaggio&#8221;. Dunque il libro, che pure ha scritto cercando di argomentare al suo meglio (che non è gran che), ha la funzione &#8220;di mantenere aperte le possibili opzioni fino al momento in cui le circostanze fanno sì che il cambiamento diventi necessario. Nelle organizzazioni e nei meccanismi istituzionali privati, ma specialmente in quelli pubblici, esiste un enorme grado di inerzia, una tirannia dell&#8217;esistente. Solo una crisi (reale o percepita) può produrre il cambiamento. Quando la crisi si verifica, le azioni che vengono intraprese dipendono dalle idee disponibili. Questa, io credo, è la nostra funzione essenziale: sviluppare alternative alle politiche attuali, in modo che siano a portata di mano fino al momento in cui ciò che oggi è politicamente impossibile diventerà politicamente inevitabile&#8221;.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref18">[18]</a> - Una delle cose meno note, e pure a disposizione di una ricerca di pochi secondi, è che l’inflazione è quasi perfettamente sincronizzata in tutto l’occidente, dipendendo in grandissima parte da fattori strutturali mondiali, e non dipende, se non in minima parte, da fattori interni, come l’indisciplina dei lavoratori, le richieste dei sindacati, il sistema distributivo o la struttura industriale e via dicendo.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref19">[19]</a> - Termine proposto da Colin Crouch.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref20">[20]</a> - Si veda anche per questa narrazione: L.Paggi, M.D’Angelillo, “<em><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2016/09/leonardo-paggi-massimo-dangelillo-i.html">I comunisti italiani ed il riformismo</a></em>”, Aldo Barba, Massimo Pivetti, “<em><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2016/11/aldo-barba-massimo-pivetti-la-scomparsa.html">La scomparsa della sinistra in Europa</a></em>”, Jean-Claude Michéa, “<em><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2016/11/jean-claude-michea-i-misteri-della.html">I misteri della sinistra</a></em>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref21">[21]</a> - James O’Connor, “<em><a href="https://amzn.to/2BZ4j8Q">La crisi fiscale dello Stato</a></em>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref22">[22]</a> - Come dirà Federico Caffè nella prefazione del 1979: “Vi sono casi in cui la suggestione del titolo di un volume finisce per assumere un significato largamente svincolato dal contenuto effettivo dell’opera. L’esempio più illustre mi sembra costituito dall’ “Economia del benessere” di A Pigou, espressione adoperata, nel corso del tempo con un’evasività e un’ambiguità di connotazioni del tutto estranee alla minuziosa e precisa sottigliezza del testo. Analogo pare essere il destino di questo libro di O’Connor. Il titolo è divenuto, infatti, una specie di formula ad effetto che non riguarda esclusivamente gli specialisti di problemi fiscali, ma chiunque si occupi, in genere, dell’azione dei pubblici poteri nel campo economico.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref23">[23]</a> - Challagan nel 1976, ben prima della Thatcher, si trova a confrontarsi con quella inflazione galoppante e mondiale che è il sintomo di molti mali e viene trainato dal raddoppio del prezzo del greggio nel biennio 1973-74 (Guerra del Kippur e formazione del cartello dei produttori) e con le conseguenze della tempesta avviata quasi dieci anni prima dalle conseguenze dello squilibrio commerciale e finanziario americano, esposto per 70 miliardi (una delle ricostruzioni migliori delle conseguenze in Amato e Fantacci “<a href="https://tempofertile.blogspot.it/2017/07/massimo-amato-luca-fantacci-fine-della.html?q=contropartite">Fine della finanza</a>”). La sospensione della convertibilità del dollaro in oro, pilastro del sistema di Bretton Woods, apre quindi la guerra delle valute e delle reciproche svalutazioni competitive. L’oro arriva in poco tempo a moltiplicare per dodici il suo valore e il dollaro perde il 30% sul Marco e il 20% sullo Yen, il petrolio sale di dieci volte in otto anni (da 3$ nel 1971 a 30$ nel 1979), ma non solo, la bauxite del 165%, il piombo del 170%, lo stagno del 220%, l’argento di dieci volte. Questo aumento delle materie prime, in termini del potere di acquisto delle monete e in termini reali (per effetto di mutati rapporti di forza e anche della decolonizzazione che aveva preso tutto il ventennio precedente) porta un aumento dei costi di produzione, dell’inflazione e quindi anche della disoccupazione. Agisce, cioè, come potente motore di ridisciplinamento; contribuisce anche la politica monetaria imposta, come surrogato di altri mezzi di offesa, da Volcker a partire dal 1978 (viene nominato da Carter) il quale avvia coscientemente “una disintegrazione controllata nell’economia mondiale”, come dirà, innalzando i tassi della FED e lavorando per contenere i costi della manodopera. Challagan sceglie di ascoltare chi indica la necessità di lasciare i vecchi obiettivi di politica economica e sociale, imperniati sulla piena occupazione e la giustizia sociale, per concentrarsi invece sulla lotta alla inflazione che presuppone l’abbandono della logica keynesiana. Nello scontro culturale che seguì con l’ala sinistra del Partito Laburista (rappresentata dall’indimenticato Tony Benn) una “<em>Alternative Strategy</em>” fatta di controllo delle importazioni per dare il tempo ad appropriate politiche industriali di condurre alla trasformazione della struttura produttiva, riducendo l’enorme deficit commerciale del paese, perde e viene accantonata in favore di un approccio deflazionario che abbandona le classi lavoratrici al loro destino. L’esito sarà, nel “<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Winter_of_Discontent">Winter of discontent</a>” della base elettorale del partito, quindi il disastro del 1979 e la vittoria della Thatcher.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref24">[24]</a> - Si veda “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2018/01/francois-mitterrand-e-le-svolte-degli.html">Francois Mitterrand e le svolte degli anni ottanta</a>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref25">[25]</a> - Nel 1973, si era avuto sia la feroce repressione degli esperimenti cileni (il cui impatto, quale monito, fu rilevante almeno in Italia) sia la repentina caduta nel 1974 del governo socialdemocratico di impronta keynesiana di Willy Brandt in Germania e la sua sostituzione con il più “Atlantico” governo di Schmidt. In Italia, intanto, i tentativi del PCI di avvicinarsi alle componenti “più progressiste” della Democrazia Cristiana, e di accreditarsi come forza responsabile, incontrano la dura opposizione di La Malfa e Guido Carli, che negoziano un prestito al FMI per indurre un vincolo esterno, rappresentato dalla “Lettera di impegni” che obbligava a politiche fortemente deflattive. Le pressioni economiche indotte dall’esterno sono utili ad impedire ogni politica di redistribuzione, di espansione e piena occupazione, che dal punto di vista dell’establishment economico-politico al governo sarebbe solo utile a spingere ulteriormente i prezzi, quindi ridurre i profitti e dunque accumulazione del capitale e quindi investimenti. A seguito di questa strategia il PCI fu messo davanti al fatto compiuto; ad esempio, nella visita in USA il 6 e 7 dicembre 1976, Andreotti mette sul tavolo del FMI e del Tesoro un denso documento preconcordato di 54 pagine (oggi nell’Archivio Andreotti) che articola una politica di “risanamento” fortemente basata su incremento della tassazione e contenimento delle pressioni sociali e sindacali. La manovra mette i comunisti nelle condizioni di dover accettare “sacrifici senza contropartite”, seguirà “l’affare Moro” e quindi l’adesione allo SME.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref26">[26]</a> - Seduta del 2 dicembre 1948.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref27">[27]</a> - In occasione dell’accordo per la costituzione del Consiglio d’Europa.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref28">[28]</a> - Vedi “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2018/01/13-luglio-1949-lelio-basso.html">13 luglio 1949, Lelio Basso, ‘internazionalismo e nazione’</a>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref29">[29]</a> - Come dice: <em>“</em>So che a questa nostra impostazione si è fatta e si fa questa obiezione: <em>ma allora, voi socialisti avete abbandonato l’internazionalismo, siete diventati i difensori e custodi gelosi della sovranità dello Stato, che è una concezione ormai superata? </em>Ebbene, no: noi siamo fermi più che mai nella nostra posizione internazionalistica: noi siamo sempre perfettamente coerenti con la nostra concezione. <em>Noi sappiamo che Marx scrisse: «gli operai non hanno patria», </em>ma Marx ci insegnò altresì che il proletariato deve acquistare la sua coscienza nazionale e che esso l’acquista a misura che esso si emancipa, a misura che esso strappa dalle mani della borghesia l’esercizio esclusivo del potere politico e si presenta sulla scena della storia come classe che esercita la pienezza dei suoi diritti<em>. Perciò l’internazionalismo del proletariato si fonda sull’unità e sulla solidarietà di popoli in cui tutti i cittadini, attraverso l’abolizione dello sfruttamento di una società classista, conquistano la propria coscienza nazionale.</em></div>
<div><em>In questo senso, oggi, la lotta che combattiamo sul terreno della lotta di classe, la lotta per l’emancipazione del proletariato è un tutt’uno con la lotta per difendere il nostro paese dalla invadenza del capitalismo americano. </em>I lavoratori che lottano, lottano congiuntamente contro lo sfruttamento di classe e contro lo sfruttamento che di essi pretende fare il capitalismo americano, il quale vuole essere associato al capitalismo nostrano nella spartizione dei profitti ottenuti attraverso lo sfruttamento delle classi lavoratrici.</div>
<div><em>Noi sappiamo che in questa lotta il proletariato combatte insieme per due finalità e che in questa lotta esso acquista contemporaneamente la coscienza di classe e la coscienza nazionale ponendo le basi per un vero internazionalismo, per una federazione di popoli liberi che non potrà essere che socialista</em>! In altre parole, il movimento operaio si inizia in un’epoca in cui l’operaio è quasi posto al bando della società, in cui l’operaio è  sfruttato fino al punto di essere praticamente escluso da ogni diritto da una classe che in questo modo gli nega veramente l’appartenenza alla patria, in quanto fa dello Stato e della nazione uno strumento della sua politica e uno strumento del suo dominio e del suo sfruttamento, ma l’evoluzione del movimento operaio porta il proletariato ad inserirsi sempre più vivamente nel tessuto della vita nazionale per strapparne il monopolio alla borghesia, e fa coincidere sempre più la lotta per l’emancipazione, la lotta di classe con l’acquisto della coscienza nazionale, nel senso che toglie alla nazione il carattere di espressione esclusiva della classe dominante”<em>. E dunque, di seguito: “</em>“<em>Ma così come il sentimento nazionale del proletariato non ha nulla in comune con il nazionalismo della borghesia, così il nostro internazionalismo non ha nulla in comune con questo cosmopolitismo di cui si sente tanto parlare e con il quale si giustificano e si invocano queste unioni europee e queste continue rinunzie alla sovranità nazionale</em>.</div>
<div>L’internazionalismo proletario non rinnega il sentimento nazionale, non rinnega la storia, ma vuol creare le condizioni che permettano alle nazioni di vivere pacificamente insieme. Il cosmopolitismo di oggi che le borghesie, nostrana e dell’Europa, affettano è tutt’altra cosa: è rinnegamento dei valori nazionali per fare meglio accettare la dominazione straniera”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref30">[30]</a> - Si veda Sergio Cesaratto, “<em><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2017/01/sergio-cesaratto-sei-lezioni-di-economia.html">Sei lezioni di economia</a></em>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref31">[31]</a> - Si può vedere la franca dichiarazione di Spence, al termine del suo libro, “<em><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2013/08/michel-spence-la-convergenza-inevitabile.html">La convergenza inevitabile</a></em>” o più di recente di Milanovic in “<em><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2018/04/branko-milanovic-ingiustizia-globale.html">Ingiustizia globale</a></em>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref32">[32]</a> - Si veda, ad esempio, <a href="https://tempofertile.blogspot.com/2014/12/24-gennaio-1978-lintervista-di-eugenio.html">l’intervista</a> di Luciano Lama nel 1978 ed il post “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2015/07/sacrifici-senza-contropartite-il.html">Sacrifici senza contropartite, il biennio 1976-78</a>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref33">[33]</a> - Si veda l’ambiguo discorso condotto in proposito da Berlinguer sulla “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2014/12/enrico-belinguer-austerita-15-gennaio.html">Austerità</a>”, nel 1977.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref34">[34]</a> - A rigore in termini keynesiani non esiste, e non può esistere una spesa pubblica improduttiva. Ogni spesa è il reddito di qualcun altro, e comporta un qualche effetto di moltiplicazione e di attivazione.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref35">[35]</a> - Come noto al centro dell’azione dell’ultimo Pci, in particolare dopo il fallimento del tentativo di andare al governo con il “compromesso storico” e gli anni del cosiddetto “pentapartito”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref36">[36]</a> - Il Pci vota in modo contrari all’adesione allo Sme, anche se in un complesso contesto di trattativa e in seguito di rottura con il governo. Sono i mesi nei quali fallisce il “compromesso storico” e viene prima rapito e poi ucciso Aldo Moro.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref37">[37]</a> - Si veda “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2015/01/beniamino-andreatta-il-divorzio-tra.html">Beniamino Andreatta, il divorzio</a>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref38">[38]</a> - Si veda <a href="https://tempofertile.blogspot.com/2014/04/dicembre-1991-novembre-1993-il-trattato.html">questa</a> lettura analitica della discussione parlamentare.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref39">[39]</a> - Si può leggere, per un quadro generale della politica tedesca del dopoguerra, Massimo d’Angelillo, “<em><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2017/02/massimo-dangelillo-la-germania-e-la.html">La Germania e la crisi europea</a></em>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref40">[40]</a> - Chi ha memoria può riandare ai toni trionfali con i quali, sotto il governo Craxi, l’Italia, sentendosi in crescita costante, si appresta a superare l’Inghilterra.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref41">[41]</a> - La cui versione pop è il “casta e corruzione” dei fortunati libri dei primi anni duemila.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref42">[42]</a> - Appunto con la moneta unica.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref43">[43]</a> - E quindi impolitica.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref44">[44]</a> - Una sorta di istituzionalizzazione della fuga di capitali e quindi di stretta dipendenza delle scelte dalla necessità di frenarla e di attrarne, piegandosi ad ogni ditkat.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref45">[45]</a> - Attraverso la liquidazione dell’Iri, e più in generale la stagione delle privatizzazioni degli anni novanta, giustificata apparentemente con la necessità di ridurre il debito pubblico, in realtà per ampliare lo spazio del mercato, presunto più efficiente.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref46">[46]</a> - Attraverso reiterate riforme sempre in direzione di promuovere la flessibilità, e quindi il precariato.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref47">[47]</a> - Cfr Antonella Stirati, “<a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/micromega-42017-almanacco-di-economia-solo-leguaglianza-ci-puo-salvare-presentazione-e-sommario/">Distruzione dei ceti medi e redistribuzione del reddito</a>”, in Micromega 4/2017.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref48">[48]</a> - Politiche che paesi virtuosi (e ‘protestanti’) come la Germania non hanno mai smesso di promuovere, con apprezzabile senso pratico.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref49">[49]</a> - Al fine di riportare la bilancia commerciale in attivo per la via più breve, la contrazione delle importazioni e dunque del tenore di vita degli italiani, anziché per quella più sana, l’avvio di un pacchetto serio di politiche strutturali rivolte a favorire ricerca, innovazione, investimenti pubblici e privati.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref50">[50]</a> - E previsto, sin dagli anni settanta, anche dai successivi cantori del nuovo ordine: cfr. “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2014/04/eugenio-scalfari-1978-parole-al-vento.html">Eugenio Scalfari, 1978, ‘parole al vento’ il dibattito sullo Sme</a>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref51">[51]</a> - Si veda, ad esempio, “<a href="file:///F:/varie/Blog/Post/Amazon%20e%20il%20suo%20monopolio.docxhttps:/tempofertile.blogspot.com/2016/03/la-questione-dellunita-e-della-nazione.html">La questione dell’unità e della nazione</a>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref52">[52]</a> - Sul quale gli autori spendono alcune pagine critiche.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref53">[53]</a> - Si veda “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2017/02/angolature-di-nazionalismo-prodi-il.html">Angolature di nazionalismo: Prodi, il sogno europeo e il nemico americano</a>”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref54">[54]</a> - Come, ad esempio, Padoa-Schioppa la cosa si prolungava fino a riconoscere che il welfare doveva essere abbandonato e ripristinato l’assetto di classe e la divisione del lavoro dell’ottocento, si veda “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2014/05/tommaso-padoa-schioppa-interventi-prima.html">Tommaso Padoa-Schioppa, interventi prima e dopo la crisi</a>”, partendo da una diagnosi del keynesismo come ‘eccesso’ e della globalizzazione come ‘frutto della tecnologia e di impulsi umani che si possono disciplinare, non sopprimere’, nei suoi interventi legge lo Stato europeo come una necessità per affrontare i problemi ‘mondiali’. In un giustamente famoso intervento del 2003 sul Corriere della Sera ebbe a dire che bisognava “lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l’intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione”, e, in riferimento specifico alle riforme di Schroder (che aveva tenuto il discorso di lancio dell’Agenda 2010, davanti al Bundestag) definisce il suo campo di azione in questo modo: pensioni, sanità, mercato del lavoro, scuola. In tutti questi settori “attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del ventesimo secolo<em> hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere</em>, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità”.</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref55">[55]</a> - L’elenco è a pag. 284-5</div>
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<div><a title="" href="file:///F:/varie/Blog/Post/thomas%20fazi%20sovranit%C3%A0%20o%20barbarie.docx#_ftnref56">[56]</a> - Massimo Pivetti, Micromega 4/17, cit. pag. 293</div>
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		<title>Sul manifesto per la Libertà e la Sovranità</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 12:36:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul manifesto per la Libertà e la Sovranità 1. Abbiamo ricevuto un “Manifesto per le Libertà e Sovranità monetaria, economica, culturale, comunitaria e politica” che come sottotitolo recita: «Come contrastare, abbattere, eliminare e rimuovere il Sistema capitalista. Come combattere il Signoraggio bancario e l’Usura internazionale. Come abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione. Come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/organic-apples.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2170" title="organic apples" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/organic-apples-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>Sul manifesto per la Libertà e la Sovranità </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1</strong>. Abbiamo ricevuto un “Manifesto per le Libertà e Sovranità monetaria, economica, culturale, comunitaria e politica” che come sottotitolo recita: «Come contrastare, abbattere, eliminare e rimuovere il Sistema capitalista. Come combattere il Signoraggio bancario e l’Usura internazionale. Come abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione. Come affrontare e vincere l’imperialismo statunitense. Come liberarci dai banchieri centrali e commerciali. Come fuoriuscire dal Nichilismo occidentale. Come prospettare una Decrescita graduale. Come contrastare le catastrofi ecologiche. Come giungere ad un Mondo multipolare. Come abolire le Imprese multinazionali. Come raggiungere la Giustizia sociale. Come risollevare la nostra Europa» .<br />
Potremmo allora aggiungere: «Come non essere lì per lì d’accordo? Non sono cose che anche noi andiamo dicendo?».<br />
Lì per lì la risposta è positiva, ma in realtà, come vedremo, solo lì per lì, perché la risposta profonda è “No, non possiamo essere d’accordo”.<br />
Già quegli obiettivi ad una seconda lettura iniziano a convincerci poco. Il “Signoraggio  bancario e l’Usura internazionale” cosa sono? Qual’è il ruolo dei “banchieri centrali e commerciali”? Perché dovrebbero essere l’obiettivo principale? Che cosa c’entrano con la “proprietà privata dei mezzi di produzione” e con la sua “rimozione”, che come la Storia del Novecento insegna ha portato allo statalismo lassalliano e non al comunismo pensato da Marx? E infine cos’è la “nostra Europa”? Perché dovrebbe essere “nostra”? Perché ci viviamo? perché riconosciamo nella sua civiltà qualcosa di superiore, di irrinunciabile? perché può giocare un ruolo geopolitico?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2</strong>. Non è possibile esaminare tutte le tesi di queste fittissime ottanta pagine. Anche perché non sono né ordinate sequenzialmente né ordinate conseguenzialmente. I temi vanno e vengono, spariscono, vengono ripresi sotto altra forma, in una sorta di caos dove sembra che manchi un centro, un nucleo da cui partire.<br />
Ora, la mancanza di un metodo non è di per sé un peccato mortale. Lo diventa quando non permette di districarsi in un ammasso di concetti e pensieri presi un po’ da chiunque, da Marx a Claudio Mutti, passando attraverso ogni pensatore di estrema sinistra o di estrema destra che sia considerato “creativo”, da Giulietto Chiesa e Costanzo Preve a Tiberio Graziani e Alessandra Colla, senza dimenticarsi del Campo Antimperialista.<br />
Ora, anche noi siamo molto interessati ai pensatori di estrema sinistra “creativi” (di quelli di estrema destra ci interessa meno), perché riteniamo che la sinistra tardo-marxista sconti un grave ritardo rimanendo legata a certi concetti ereditati da una gloriosa tradizione e mantenuti ormai per superstizione. Ma la nostra critica al marxismo novecentesco è una critica per superare la crisi del marxismo che si è accompagnata alla sconfitta del comunismo storico, non è l’apertura a tutto e a tutti, non è il trionfo dell’eclettismo. Infatti è una critica che vuole essere marxista, ovvero che segue il metodo di Marx. E qui c’è la prima grande differenza, perché in realtà un metodo gli estensori del “manifesto” ce l’hanno ed è antimarxiano.<br />
Così come hanno un metodo hanno anche un nucleo dal quale iniziare la sua applicazione. Tale nucleo è il concetto di “Moneta” con tutti i suoi annessi e connessi (signoraggio, usura, banchieri centrali e non, oligarchie finanziarie mondiali, eccetera). Il metodo è invece lo sprofondamento dall’apparenza del concreto agli abissi dell’astrattezza, laddove il metodo di Marx &#8211; che noi rivendichiamo &#8211; è la nota “risalita dall’astratto al concreto”, ovvero la deduzione logica delle categorie interpretative dai rapporti sociali storici.<br />
La differenza si nota subito e in verità subito la fanno notare anche gli autori del “manifesto”:<br />
« &#8230; siamo autorizzati a credere che la Moneta-debito per Marx sia l’Essere-economico che dà luce all’ente Merce. Rileggendo con lenti heideggeriane quel passaggio si potrebbe azzardare che &#8211; rimanendo sullo sfondo, rivelandosi e nascondendosi al tempo stesso, e lasciando l’intera scena alla Merce &#8211; la Moneta venga ridotta all’oblio pur essendo essa il vero centro dell’analisi. Il Feticismo della Merce sarebbe, dunque, il Feticismo del denaro. E Marx, se lo avesse detto e scritto, si sarebbe messo al riparo da questa nostra critica».<br />
Per fortuna che Marx non l’ha detto, commentiamo noi. E non poteva dirlo, proprio perché non partiva da “enti” astratti; e non lo faceva per il semplice fatto che i feticci lui non li adorava ma li svelava come tali. Rimandiamo alle sue Glosse a Wagner dove dice sprezzantemente agli economisti accademici tedeschi: «Prima di tutto, io non parto da “concetti” [...]. Ciò da cui io parto è la forma sociale più semplice in cui si presenta il prodotto del lavoro nell’attuale società, il prodotto in quanto “merce”».<br />
Marx parte dalla merce perché la merce è il momento di sintesi dei rapporti sociali capitalistici. Per Marx il capitalismo non è una cosa, non è un modello di sviluppo, è un rapporto sociale costituitosi storicamente. Essendo un rapporto rovesciato, perché avendo  al centro la merce i rapporti sociali sono reificati e i rapporti tra cose sono personificati, esso si basa su un meccanismo invertito che si presenta però come naturale: un feticcio, per l’appunto.<br />
La moneta non può essere dedotta che da questa prima contraddizione, anche se storicamente, come dice Marx in “quel passaggio” di cui parla con rammarico il “Manifesto per le Libertà e Sovranità monetaria &#8230;”, il debito pubblico, l’accumulazione di strumenti finanziari, è stato uno strumento potente per sostenere l’iniziale espansione del capitalismo moderno. Ma ci sono stati anche altri strumenti per accumulare mezzi di pagamento. I principali: la rapina del Bengala e poi dell’India intera, che ha trasformato il suo surplus in un debito verso l’Inghilterra, e il commercio triangolare atlantico basato sulla tratta degli schiavi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3</strong>. Se il processo di accumulazione è D-M-D’, è chiaro che il D iniziale deve pur esserci, filogeneticamente e ontogeneticamente. C’è in quanto disponibilità finanziaria “originaria” e rimane nel processo in quanto debito pubblico e credito nazionale e internazionale. Ma l’espansione materiale capitalistica ha il suo nucleo nella contraddizione reale tra valore d’uso e valore (di scambio) immanente alla merce.<br />
Mettere al centro la Moneta è una manovra accattivante in un periodo di finanziarizzazione dell’economia come la nostra. Ma i casi sono due: o si deduce la finanziarizzazione dalle dinamiche capitalistiche reali o si ribalta la direzione della deduzione mettendo alla radice il capitale finanziario, come fanno gli estensori di questo “manifesto”.<br />
A nostro avviso il primo approccio &#8211; che per noi è quello giusto &#8211; permette essenzialmente solo due varianti, una che chiameremo “ricorsiva” e una che chiameremo “stadiale”.<br />
Secondo quest’ultima la finanziarizzazione è dovuta alla sospensione della legge del valore, per cui il capitale &#8211; per cause sociali, come i conflitti di classe &#8211; non si può più autovalorizzare col ciclo D-M-D’ e deve ricorrere al ciclo breve D-D’ (la finanziarizzazione, per l’appunto). Il rapporto sociale capitalistico, che si esplica nella produzione di merci e quindi nel ciclo D-M-D’ sarebbe allora tenuto in vita a mo’ di zombie dal “comando capitalistico”. La finanziarizzazione farebbe quindi un tutt’uno con la biopolitica. Questa è la soluzione à la Toni Negri, la più brillante se si rimane strettamente nei canoni marxisti.<br />
La spiegazione “ricorsiva” è data invece da Giovanni Arrighi. Anche Arrighi critica il fatto che «l’attenzione che Marx prestò agli aspetti interni dell’accumulazione del capitale gli impedì di apprezzare la persistente importanza del debito pubblico in un sistema di Stati in costante concorrenza reciproca per la conquista del sostegno dei capitalisti ai loro obiettivi di potere». Ma ciò non ha nulla a che vedere con un mondialismo finanziario. Questa concorrenza si esaspera infatti quando entra in crisi un ciclo sistemico mondiale di espansione materiale egemonizzato dallo scambio politico tra il Potere del Denaro ed un particolare Potere del Territorio (ovvero una fase monocentrica egemonizzata da uno specifico stato-nazione). Queste crisi sistemiche sono caratterizzate dalla sovraccumulazione di capitali accumulati nel ciclo D-M-D’ che quindi devono rivolgersi al ciclo breve D-D’ che è facilitato dalla concorrenza per il capitale mobile tra i vari Stati, principalmente tra i competitor della nazione egemone in declino.<br />
L’unica cosa che resta da capire è se gli effetti accumulati dai precedenti cicli sistemici permetteranno una nuova espansione materiale oppure no. E’ un compito difficilissimo ma il problema sta tutto lì, perché il ciclo D-D’ è un po’ come un  elefante che vola, e gli elefanti non possono volare indefinitamente.<br />
Ad ogni modo in nessuno dei due casi, né nell’ipotesi stadiale né in quella ricorsiva, il motore immobile è la Moneta-debito, bensì il motore rombante sono i rapporti sociali conflittuali del capitalismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4</strong>. Negli estensori del documento in oggetto c’è invece un’ossessione che ricorda troppo da vicino le teorie dei “complotti mondialisti plutocratici” che riteniamo inaccettabili:<br />
«Chi governa il Mondo non è necessariamente chi produce, chi distribuisce o chi consuma Merci, Servizi o Beni. Chi governa i destini del Mondo è colui il quale emette moneta e la presta, anche stabilendo complicità e agendo osmoticamente con le alte sfere del capitale produttivo».<br />
Si noti che chi a sinistra parla di oligarchie finanziarie sovranazionali parla lo stesso linguaggio, che lo voglia o no, che lo sappia o no.<br />
E’ il linguaggio delle apparenze, del Sole che gira attorno alla Terra, che può servire eventualmente per orientarsi solo finché non si ha necessità di vedere il sistema nel suo complesso.<br />
In questo c’è da dire che gli estensori del “manifesto”  sono in compagnia di tutta quella sinistra che ha preso sul serio ciò che gli agenti della cosiddetta “globalizzazione” volevano che apparisse:<br />
«Il superamento di questo modello di Sviluppo e di prevaricazione dell’Economia sulla Politica provocherà la fine delle ragioni stesse che muovono un altro dei sintomi del Sistema Occidente: l’imperialismo americano. E’ da sottolineare come quest’ultimo &#8211; con la sua capacità di persuasione economica, culturale, politica e, non di rado, militare &#8211; sia funzionale al sostentamento dell’Occidente sviluppista, monetarista e consumista. Gli USA difendono il modello di Sviluppo e Progresso sopra esposti. Infatti questo Occidente è americanocentrico».<br />
In altre parole: l’economia capitalistica si è mondializzata e lo stato-nazione chiamato USA è, per sue capacità derivate da non si sa cosa, il fulcro e il garante ideologico, politico e militare di questo capitalismo sovranazionale caratterizzato dalla sudditanza della politica nei confronti dell’economia.<br />
Non si capisce assolutamente da quale cilindro esca questo coniglio americano. Abbiamo capito poco oppure salta veramente fuori dal nulla. In realtà qui siamo nel caos interpretativo, un caos interpretativo di destra che condivide moltissimi elementi col caos interpretativo di almeno il 90% della sinistra. A partire dal concetto sballato di “modello di sviluppo”.<br />
E il caos incomincia dall’inizio:<br />
«Se si vuole indicare in un evento l’esempio in cui banchieri e capitalisti vincolano al Mondo intero i propri comuni interessi, noi indichiamo Bretton Woods, anno 1944. Quella non fu soltanto una Conferenza in cui si stabilirono delle regole sulla Politica monetaria internazionale, ma fu anche una Conferenza che stabilì degli Accordi per liberalizzare il Commercio internazionale».<br />
Niente di tutto ciò.<br />
Durante la Conferenza di Bretton Woods i banchieri nemmeno c’erano. Quegli accordi gettarono le basi per il rilancio dell’espansione economica mondiale postbellica sotto l’egemonia “armata di coercizione” degli USA ribaltando le basi costitutive storiche del sistema di produzione del denaro mondiale, in un senso contrario a quel che sostengono gli estensori del “manifesto”: di fatto il controllo della sua produzione e della sua gestione fu tolto dalle mani dei banchieri e dei finanzieri privati e messo in quelle di una gerarchia di organizzazione governative capitanate dagli Stati Uniti.<br />
Bretton Woods fu all’insegna del fenomeno che caratterizzò tutto il periodo prebellico, ovvero il ritorno dopo la crisi del ’29 del controllo della politica sulla finanza, implementato negli USA dal New Deal, in Italia dal fascismo, in Germania dal nazismo e in Unione Sovietica dai piani quinquennali.<br />
Per lo stesso motivo non ci fu nessun accordo di liberalizzazione del commercio internazionale. Il Congresso USA era persino restio ad accordi bilaterali e a fatica nel 1947 si arrivò al GATT. Il libero scambio di merci e capitali fu qualcosa di sconosciuto per tutto il ventennio di espansione che seguì la fine della II Guerra Mondiale.<br />
Finché si arrivò alla dichiarazione di Nixon della inconvertibilità del dollaro in oro il 15 agosto del 1971. Quel giorno gli USA, sfidando il fatto che stavano perdendo la guerra del Vietnam e con essa la possibilità di penetrare in profondità in Asia, dichiararono che la finzione della parità del dollaro con l’oro era finita e che il sistema internazionale si reggeva solo sulla potenza statunitense.<br />
Gli estensori hanno un bel criticare Marx perché non si sarebbe accorto dell’enorme grado di indipendenza della Moneta-debito, ma la vera storia della Moneta-debito inizia quel giorno di Ferragosto, non poteva esserci ai tempi di Marx quando la base aurea riportava violentemente in riga il sistema monetario internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5</strong>. Dopo il cosiddetto Nixon Shock iniziava un periodo di scosse di assestamento che avrebbe portato ad un fatto totalmente inedito nella Storia: lo standard monetario internazionale era diventato un debito pubblico; il debito pubblico americano nei cui titoli, preferibilmente illiquidi, doveva essere convertito il surplus mondiale.<br />
Il Nixon Shock era il segnale che il ciclo sistemico di accumulazione coordinato dagli Stati Uniti era entrato in crisi. I capitali sovraccumulati, abbandonando gli investimenti in commercio e industria e intrecciandosi con quei petrodollari che non venivano investiti in sistemi d’arma statunitensi, diedero vita al commercio di eurovaluta, cioè di dollari che sfuggivano al controllo delle banche centrali.<br />
Per almeno sette anni il Governo Federale cercò di fare la guerra ai banchieri della City e di Wall Street immettendo nel sistema mondiale un crescente flusso di dollari (ormai stampabili a volontà) dando così luogo a quel fenomeno che nessun libro di economia prevedeva: la stagflazione. Poi nell’ultimo anno della presidenza Carter e più decisamente con Reagan, capì che quella guerra avrebbe portato alla rovina congiunta sia la potenza statunitense sia i propri capitalisti, industriali e finanziari.<br />
Nacque la reaganomics, si proclamò la deregulation, si iniziò una deflazione spaventosa, gli investimenti per le Guerre Stellari attrassero capitali da tutto il mondo e si avviò la “globalizzazione”, cioè la più grande rapina di ricchezza mai avvenuta nella Storia, basata sull’imposizione alle altre nazioni degli “aggiustamenti strutturali”, tramite FMI e Banca Mondiale, basati sulla svendita dei settori pubblici e degli asset strategici dei Paesi bersaglio. Ciò succedeva con violenza nei Paesi debitori del Terzo Mondo, succedeva nella Russia cleptocratica di Yeltsin con milioni di morti per indigenza e succedeva anche in Europa Occidentale. In Italia fu ciò che caratterizzò i governi della Seconda Repubblica, a partire da quelli Amato e Ciampi, con una dedizione particolarmente canina da parte dei governi di centrosinistra i cui leader si estasiarono davanti alle politiche economiche che i Chicago Boys avevano sperimentato la prima volta in Cile sotto la  protezione del golpista fascista Pinochet. Prima di accusare gli altri di non essere più sensibili alla distinzione destra-sinistra qualcuno dovrebbe accorgersi del trave nel proprio occhio!<br />
Gli USA, il più grande Paese debitore del mondo, si proclamarono autoimmuni da ogni necessità di aggiustamento strutturale. Anzi, il loro compito era quello di incrementare il disavanzo commerciale e il proprio debito pubblico e di cercare i temibili avversari di turno per ricavare quella legittimità di “Paese indispensabile” sul quale si sosteneva tutto il sistema.<br />
Ci fu l’11 settembre e il Grande Nemico Internazionale fu trovato. Un nemico perfetto, perché indefinibile e perpetuo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6</strong>. Questa è stata la cosiddetta “globalizzazione”, un tentativo di gestire la crisi sistemica statunitense soggiogando il resto del mondo a un dominio di carattere imperiale. Si ha dunque un generale asservimento della politica al potere del denaro proprio perché esso è imposto da una superpotenza dove quell’asservimento non c’è ma dove al contrario si è ristabilito uno scambio politico tra i due tipi di poteri.<br />
Se di “signoraggio” si vuole parlare allora si deve parlare di questo signoraggio imperiale. Il resto sono al più tecnicalità.<br />
Così come sono effetti di queste dinamiche il cosiddetto “iperconsumo” e il percepito strapotere delle multinazionali (che in realtà hanno come necessità fondamentale quella di farsi la guerra l’un l’altra, ognuna appoggiandosi ai propri rispettivi poteri territoriali &#8211; quando la Boeing e Airbus litigano non lo fanno con i propri amministratori delegati, ma con i propri esponenti politici di altissimo rango).<br />
Qui stiamo oltretutto parlando solo di meno della metà dell’umanità, e di una congiuntura particolare.<br />
Cosa avviene invece, ad esempio, nell’Oriente asiatico, dove c’è la più grande concentrazione operaia di tutti i tempi? Quanto di queste analisi, quanto di queste categorie &#8211; iperconsumo, finanziarizzazione, nichilismo, eccetera &#8211; si adatta a quei popolosissimi Paesi?<br />
E ancora, come fare per contrastare il feroce egemonismo statunitense e arrivare ad un mondo multipolare?<br />
Gli estensori del “manifesto” contrappongono alla cosiddetta mondializzazione, che è descritta come una sorta di congiura di banchieri e capitalisti sovranazionali, il richiamo alla tradizione, il legame con la terra, la specificità culturale. E lo fanno in un modo che ricorda il culto del Blut und Boden.<br />
Per noi su questo punto le cose stanno in un modo ben differente.<br />
E’ evidente che in questo tipo di crisi se non si vuole gridare nel deserto non si può fare politica senza sporcarsi le mani con i concetti di “nazione” e di “territorio”. David Harvey e Giovanni Arrighi hanno sostenuto che addirittura non si può parlare di capitalismo senza usare quelle due nozioni e quindi senza fare i conti con esse non si può parlare nemmeno di anticapitalismo e di antimperialismo.<br />
Se ciò è vero, allora è evidente il pericolo. Il marxismo ha quasi sempre lasciato ai suoi avversari questi punti centrali. Un po’ per un legittimo rifiuto del nazionalismo razzista imperialistico e coloniale, ma più che altro perché scambiando il modello del “modo di produzione capitalistico” con la complessità del reale, la tradizione marxista non ha visto altro che l’internazionalismo proletario e la rivoluzione mondiale. Ci volle il realismo di Lenin &#8211; che pure credeva in entrambe le cose &#8211; per criticare l’ostilità di due grandi rivoluzionari come Rosa Luxemburg e Karl Radek all’idea di “autodeterminazione delle nazioni”.<br />
Siamo ben consapevoli che il concetto di “sovranità nazionale”, nelle sue varie declinazioni che dipendono dalla posizione del Paese nella gerarchia imperiale,  immette inevitabilmente in circolo elementi come “nazione” e “territorio”, “cultura” e “tradizione”. Il problema è allora come non rimanerne intossicati. E per non rimanerne intossicati c’è un solo modo: affrontarli in un’ottica marxista e leninista rinnovata, ovverosia che guardi da qui in avanti e non indietro. Non bastano gli scongiuri, non bastano i “guaritori” che ripetono le litanie della lotta di classe o della ribellione degli oppressi, agitando amuleti a forma di falce e martello. Se vogliamo rimanere puri e incontaminati possiamo farlo. Si sappia però che non riusciremmo mai a capire perché l’internazionalista Che Guevara usasse come slogan “Patria o muerte” esattamente come fanno oggi i Paesi dell’America Bolivariana, o perché i combattenti del Fronte di Liberazione Nazionale algerino e i Vietcong lottassero per l’indipendenza nazionale, o perché il progenitore dell’internazionalismo proletario, Marx, criticasse duramente l’internazionalismo dei prudhoniani francesi ritenendolo in realtà un sostegno dello sciovinismo francese: «Per negazione delle nazionalità, essi, a quanto pare, intendono inconsapevolmente l’assorbimento di nazionalità da parte della nazione francese modello» (mettete “americano” al posto di “francese” e vedrete come questa accusa si adatti perfettamente oggi).<br />
Si sappia anche, cosa più importante, che la nostra “purezza” permetterebbe solo due alternative: o il rischio di consegnare le prossime mosse a una forza decisamente reazionaria (di cui la Lega è una prefigurazione, grazie al cielo autoconfinata in una piccola parte del territorio nazionale); oppure il rischio di lasciare che questi due orribili schieramenti continuino a spadroneggiare, ora l’uno ora l’altro o in condominio, protetti dai loro padrini statunitensi.<br />
Se invece vogliamo affrontare seriamente il problema dobbiamo essere consci dei rischi, delle poste in gioco pratiche e teoriche, delle differenze nette ma anche delle sottili linee rosse di demarcazione. Inutile nasconderselo: si camminerà su territori che quando va bene non sono di nessuno, ma spesso sono borderline, veri e propri campi minati.<br />
Ma è un lavoro necessario per tentare di evitare catastrofi come quelle già viste nella prima parte del secolo scorso, quando la sottovalutazione di questi fattori aprì le porte alla soluzione nazista. Un lavoro poco piacevole, duro e che espone ad accuse grossolane e demagogiche. Che possiamo rispedire al mittente, perché presidiare i confini di regni di cui si vuole evitare l’invasione, non significa, come è evidente, servire il miserevole apparato pseudo-teorico dell’avversario, ma al contrario guardare nella direzione da cui viene il pericolo reale e non andare invece a combattere i mulini a vento dalla parte opposta.<br />
Si tratta di capire che lo stato-nazione è un terreno favorevole alle classi subalterne, mentre i rimandi ad istanze sovranazionali incontrollabili (per ultima il dio remoto della “mano invisibile del mercato”) e il cosmopolitismo sono un terreno più favorevole al capitalismo e alla sua grande mobilità transnazionale.<br />
Tutto ciò non significa nessun culto della tradizione, della terra e della nazione, che sono elementi transitori con una parabola che si compie nella Storia. Senza contare che la suddivisione degli uomini tra quegli elementi può essere tanto un’arma di difesa contro l’anomia capitalistica, quanto viceversa un’arma di attacco del capitalismo per imporre e riprodurre il proprio rapporto sociale. Le infinite storie di “balcanizzazioni” perpetrate o tentate dall’imperialismo ne sono testimonianza.<br />
Ne consegue che la lettura heideggeriana che fanno di ciò gli estensori del manifesto che stiamo esaminando va proprio nella direzione da non prendere.<br />
Infatti qui la riduzione della realtà all’Esserci, cioè al soggetto, fa piazza pulita della sostanza e quindi di ogni ontologia degna di questo nome. Questa distruzione di ogni distinzione entra a gamba tesa sull’oggetto e trasforma le categorie marxiane in categorie esistenziali soggettive, non a caso adorate da chi &#8211; tanto a destra quanto a sinistra &#8211; usa sostituire il proprio approccio soggettivo all’oggetto da esaminare. Così, chi governa le forze produttive, lo Stato, il Partito, le multinazionali, i tecnocrati, o addirittura le forze produttive stesse in quanto tecno-scienza, e via così a seconda dell’avversario di turno, non potrà essere concepito che come la sintesi di un “Esserci” manipolatorio e totalizzante che domina su una società caratterizzata dalla “dispersione nel Si-stesso” totalizzato e manipolato, un aggregato di singoli individui esistenzialmente dominati, alienati, al quale contrapporre una contro-alienazione soggettiva che quindi può assumere ogni forma, anche quelle sgradevoli già sperimentate nella Storia.</p>
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