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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Calcio</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Il “gioco” del capitale non ammette passaggi comunitari</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Mar 2023 09:33:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Claude Michéa]]></category>
		<category><![CDATA[Liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore A. Bravo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il “gioco” del capitale non ammette passaggi comunitari di Salvatore Bravo Jean-Claude Michéa: Il goal più bello è stato un passaggio. Scritti sul calcio, Neri Pozza editore Il modo di produzione capitalistico non è solo un modello economico, è una pratica di vita. Esso incorpora ogni gesto e ogni comportamento nell’economicismo. Deve imperare la sola libertà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/03/330360914_919537629090061_4724950217950037847_n.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8403" title="330360914_919537629090061_4724950217950037847_n" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/03/330360914_919537629090061_4724950217950037847_n-174x300.jpg" alt="" width="174" height="300" /></a></p>
<h1></h1>
<h1>Il “gioco” del capitale non ammette passaggi comunitari</h1>
<h3>di Salvatore Bravo</h3>
<p><strong>Jean-Claude Michéa: <em>Il goal più bello è stato un passaggio. Scritti sul calcio</em>, Neri Pozza editore</strong></p>
<p>Il modo di produzione capitalistico non è solo un modello economico, è una pratica di vita. Esso incorpora ogni gesto e ogni comportamento nell’economicismo. Deve imperare la sola libertà del valore di scambio, nessun vincolo etico o giuridico, ma piena e illimitata libertà di perseguire solo i propri interessi personali. L’esistenza e le relazioni umane che ne sono consustanziali perdono di valore, sono solo occasione per l’accumulo crematistico. Si opera per sottrazione della gioia e del donarsi. Il nuovo uomo hobbesiano prodotto nei laboratori della propaganda delle multinazionali uccide lo spirito dionisiaco per la razionalità calcolante. Nessuna stella deve danzare, nessun gesto creativo e nessun legame donativo deve limitare la logica dell’incorporamento assoluto. La mutilazione nella prassi traduce gli esseri umani in “aziende” che vendono al miglior offerente le “proprie competenze”. La gioia di vivere, conoscere e giocare è inquinata nel suo fondamento, la vita è avvelenata dalla malinconia depressiva dell’accumulo che gradualmente isola, atomizza e rende incapaci di provare la gioia profonda della condivisione.</p>
<p>In tale contesto di pubblica tristezza l’intelligenza divergente arretra, in quanto le passioni che stimolano l’intelligenza creativa e la conoscenza di sé intristiscono sotto il giogo della “cultura degli affari”. Si calcola, ma non si pensa, ci si omologa nella quantità, l’inferno in terra è la perenne lotta per il saccheggio e l’accumulo che desertificano il pianeta, la vita interiore e relazionale.</p>
<p>Il turbocapitalismo si è impossessato anche del gioco, la libertà di scambio ha cannibalizzato ogni attività ludica, l’ha trasformata in affare personale, ha congelato i processi di formazione che hanno nel libero gioco un fondamento imprescindibile:</p>
<p>“<em>La pratica e lo spettacolo del calcio, nella misura in cui si basano fin dall’origine sui concetti di gioco e di piacere, stimolano effettivamente un registro particolare di emozioni. In primo luogo, come lei stesso ha appena ricordato, quelle che attengono da un lato alla «bellezza del gioco», e dall’altro alla «drammaturgia dell’incontro» – in altre parole, al copione imprevedibile che le due squadre scrivono in diretta ogni volta. Naturalmente, quando queste due squadre sono organizzate sul piano tattico per produrre del gioco, è raro che l’elemento drammatico risulti assente (ricordo ancora con emozione le partite tra Reims e Racing della mia infanzia!)<a name="sdfootnote1anc" href="https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25094-salvatore-bravo-il-gioco-del-capitale-non-ammette-passaggi-comunitari.html#sdfootnote1sym"></a>1.”</em></p>
<p>L’azienda-squadra</p>
<p>Il calcio è un esempio del declino della gioia in nome del capitale. I tornei sono affari, i giocatori sono aziende che scalciano nel campo, per cui perdere la partita, implica una vertiginosa perdita di introiti, di conseguenza, non si deve perdere. Il gioco diventa monotono, prevale la difesa sull’attacco, in modo da contenere le potenziali sconfitte e le conseguenti perdite economiche. I giocatori in campo devono difendere gli interessi dell’azienda e, in primis, i propri interessi, pertanto la creatività del gioco lascia spazio ad un gioco monotono e asfittico:</p>
<p>“<em>In effetti, mano a mano che il calcio si trasformava in una poderosa industria che metteva in gioco interessi finanziari considerevoli, perdere una partita o un torneo diventava sempre di più un dramma economico inaccettabile (per non dire, a un livello differente, delle ricadute negative sul morale dei cittadini nel caso di una pessima prestazione della Nazionale). È in tale contesto molto particolare che l’attenzione per il buon calcio («pura utopia», secondo il noto giudizio di Aimé Jacquet) ha via via ceduto il posto all’idea, ritenuta più realista, secondo la quale una squadra doveva innanzitutto essere organizzata per non prendere nemmeno un goal – anche se questo implicava di ridurre il numero di giocatori con vocazione d’attacco (a cominciare dalle due ali) allo scopo d’intensificare difesa e centrocampo<a name="sdfootnote2anc" href="https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25094-salvatore-bravo-il-gioco-del-capitale-non-ammette-passaggi-comunitari.html#sdfootnote2sym"></a>2”.</em></p>
<p>Il giocatore decade a difensore dei personali interessi, il suo gioco ne è determinato al punto da cambiarne qualità e natura. Il gioco libero dagli interessi economici è plurale nelle sue tattiche e, specialmente, è di squadra, si condividono i passaggi, e le geometrie di gioco che sviluppano uno stile e formano il giocatore a sentirsi e a pensarsi come parte preziosa della comunità-squadra. La sconfitta, in tale cornice, era parte del gioco, e ciò insegnava anche agli spettatori il senso della sconfitta, anzi, quest’ultima era giudicata di secondaria importanza, in quanto la passione per il gioco era la vera gratificazione. Con la penetrazione della finanza nel gioco del calcio come in ogni attività la passione triste per l’accumulo ha contribuito a inoculare la passione triste della quantità che ha dequalificato il gioco in nome del risultato:</p>
<p>“<em>Anche qui la risposta mi sembra evidente. Mano a mano che l’alta finanza si assicurava il controllo del calcio professionistico, il concetto di piacere del gioco e il corrispondente desiderio di offrire al pubblico popolare lo spettacolo più bello possibile non potevano che cedere progressivamente il posto a determinati piani e interessi più «realistici». Fino al giorno in cui, naturalmente, l’idea stessa di sconfitta (la cui accettazione aveva sempre definito il principio fondamentale dello spirito sportivo) sarebbe stata percepita come un male assoluto a causa delle sue ricadute negative – tanto sul piano dell’economia quanto su quello dell’immagine e della comunicazione (il cambio frequente degli allenatori è solo uno degli aspetti più evidenti di questa situazione). Questo nuovo assetto ormai autorizza – per contrasto col vecchio calcio popolare – a parlare di un calcio liberista<a name="sdfootnote3anc" href="https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25094-salvatore-bravo-il-gioco-del-capitale-non-ammette-passaggi-comunitari.html#sdfootnote3sym"></a>3”.</em></p>
<p>Sentenza Bosman</p>
<p>La sentenza Bosman del 1995 nella lettura di Jean Michéa è il punto di svolta della finanziarizzazione integrale del gioco del calcio. I giocatori a fine contratto possono scegliere liberamente in quale squadra transitare senza incorrere in sanzioni. Il giocatore vende sul mercato del calcio le sue competenze, si offre al migliore offerente e persegue i suoi interessi personali. Diventa imprenditore di se stesso, non è più un calciatore, ma una macchina che produce quattrini. Ogni legame empatico ed etico con la squadra è sciolto, si educano i futuri giocatori e gli spettatori all’integralismo assoluto della finanza. I giocatori sono liberi solo di difendere i loro personali interessi, non sono parte di nessun progetto o storia. Gli spettatori in una partita di calcio assistono alla normalità della finanziarizzazione della vita. I futuri giocatori sognano denaro in quantità illimitata, si mette in moto un processo di addestramento in campo all’utile personale. La partita diventa spettacolo ed affari, al gioco di squadra si sostituisce l’affermazione proprietaria e narcisistica:</p>
<p>“<em>Tuttavia, mano a mano che la rapida integrazione del calcio professionistico nell’economia capitalista produceva i primi effetti visibili (la sentenza Bosman – celebrata all’epoca come una vittoria dell’«antirazzismo» dalla stragrande maggioranza della sinistra – ha svolto un ruolo decisivo in questa integrazione suicida), lo sguardo delle élite ha cominciato a cambiare. In effetti, a partire dal momento in cui le stelle del calcio professionistico hanno iniziato a diventare delle celebrità a tutto tondo, a fare i testimonial pubblicitari, e hanno iniziato a frequentare soubrette e modelle, e a guadagnare cifre astronomiche e indecenti quanto quelle dei grandi predatori del mercato globale, il mondo artistico e intellettuale ha dovuto necessariamente iniziare a considerarle con occhio diverso. Evidentemente, uno sport che ormai permetteva alle sue stelle di «concedersi un Rolex prima dei cinquant’anni» non poteva più essere assimilato così facilmente all’universo dei beauf di Cabu (perché in genere è così che coloro che «nascono bene» immaginano le classi popolari). È dunque principalmente in questo specifico contesto che conviene situare la recente infatuazione di una parte dell’élite culturale (e dei media più «di moda») per il calcio<a name="sdfootnote4anc" href="https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25094-salvatore-bravo-il-gioco-del-capitale-non-ammette-passaggi-comunitari.html#sdfootnote4sym"></a>4”.</em></p>
<p>Il mondo del calcio è diventato gradualmente “un fiume di denaro”, improvvisamente anche gli intellettuali di “regime” se ne occupano, anche loro subodorano la possibilità di fare affari e di apparire ad un pubblico vastissimo. Negli ultimi anni l’uguaglianza di genere, ovvero di vendersi egualmente, ha coinvolto il calcio femminile, il quale si è trasformato in occasione ghiotta per estendere “il campo degli affari”. Le giocatrici rivendicano il diritto alla parità di genere e di rilevanza, dietro lo strato delle parole si cela la banale logica dell’incorporamento negli affari del calcio. Parità di genere significa eguali opportunità di apparire e vendersi sul mercato. Nessuna voce dissenziente tra le femministe o la politica si è elevata. La parità di genere è lo strumento con cui il capitale si estende e non lascia spazi di libertà creativa. Tutto dev’essere un affare, il mercato religiosamente comanda, i giocatori uomini o donne egualmente si inchinano, gli intellettuali benedicono il nuovo corso con le solite passerelle.</p>
<p>Gioco e formazione</p>
<p>Il gioco è sempre stato un’attività di formazione, mediante di esso si insegnava il gioco di squadra che affinava e consolidava il senso della comunità e formava all’armonia del corpo. Platone ne descrive l’alto valore educativo nelle “Leggi”. Una comunità senza il valore del gioco non è più tale, è solo un comitato d’affari, tradisce il senso naturale dell’attività ludica, la rende perversa, poiché ne tradisce “il senso ultimo”:</p>
<p>“<em>ATENIESE: E allora parlo, e dico che chi vuole diventare eccellente in qualsiasi cosa, fin da giovane deve esercitarsi in essa, e sia quando gioca sia quando si applica deve cercare quei singoli aspetti che si riferiscono a quella cosa. Ad esempio, chi vuole diventare un bravo contadino o un bravo architetto, bisogna che giochi, uno a costruire quelle case che i fanciulli amano costruire, l&#8217;altro a coltivare la terra, e chi li educa dovrà procurare ad entrambi piccoli strumenti che imitano quelli veri. E ancora, è necessario che essi apprendano tutte le nozioni che bisogna apprendere da fanciulli, ad esempio, per l&#8217;architetto il misurare e l&#8217;usare il filo a piombo, per il militare il cavalcare giocando, o compiere qualche altro esercizio del genere, in modo da cercare di volgere, mediante il gioco, i piaceri e i desideri dei fanciulli verso il punto in cui un giorno dovranno giungere e realizzarsi. E noi diciamo che il punto essenziale dell&#8217;educazione consiste in un corretto allevamento che, tramite il gioco, diriga il più possibile l&#8217;anima del fanciullo ad amare quello che, divenuto uomo, dovrà renderlo perfetto nella virtù propria della sua professione. Vedete dunque se quello che ho detto fino ad ora vi piace<a name="sdfootnote5anc" href="https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25094-salvatore-bravo-il-gioco-del-capitale-non-ammette-passaggi-comunitari.html#sdfootnote5sym"></a>5”.</em></p>
<p>Il modo di produzione capitalistico con la sua neutralità etica vorrebbe sottrarsi al giudizio qualitativo, in modo da rendere assoluta la logica dell’azienda: ogni individuo- un’azienda questo è il suo imperativo, a tale logica bisogna opporre l’esame etico delle conseguenze di tale processi e del senso dell’agire. La competizione in funzione degli affari alberga ovunque, nelle istituzioni educative si addestrano mediante “la valorizzazione degli sport” i futuri giocatori che imparano ad usare se stessi e il proprio corpo come una merce da immettere sul mercato degli affari. Smascherare tali logiche e l’ingannevole linguaggio che le precede è fondamentale per conquistare spazi di libertà e di emancipazione dalla reificazione del nuovo totalitarismo dell’azienda.</p>
<div id="sdfootnote1">
<p><a name="sdfootnote1sym" href="https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25094-salvatore-bravo-il-gioco-del-capitale-non-ammette-passaggi-comunitari.html#sdfootnote1anc"></a>1 Jean-Claude Michéa, Il goal più bello è stato un passaggio Scritti sul calcio 2017 Neri Pozza Editore, Vicenza</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><a name="sdfootnote2sym" href="https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25094-salvatore-bravo-il-gioco-del-capitale-non-ammette-passaggi-comunitari.html#sdfootnote2anc"></a>2 Ibidem pag. 20</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p><a name="sdfootnote3sym" href="https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25094-salvatore-bravo-il-gioco-del-capitale-non-ammette-passaggi-comunitari.html#sdfootnote3anc"></a>3 Ibidem pag. 42</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p><a name="sdfootnote4sym" href="https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25094-salvatore-bravo-il-gioco-del-capitale-non-ammette-passaggi-comunitari.html#sdfootnote4anc"></a>4 Ibidem pag. 15</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p><a name="sdfootnote5sym" href="https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/25094-salvatore-bravo-il-gioco-del-capitale-non-ammette-passaggi-comunitari.html#sdfootnote5anc"></a>5 <em>Platone, Le leggi, Edizione Acrobat a cura di Patrizio Sanasi, pag. 12</em></p>
<p><em><strong>SINISTRAINRETE</strong></em></p>
</div>
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		<title>Calcio Moderno e Mondiali in Qatar 2022</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 16:37:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Lillo Provenzano Turri]]></category>
		<category><![CDATA[Mondiali Qatar]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Calcio Moderno e Mondiali in Qatar 2022        &#160; Domenica 20 novembre 2022 con Qatar-Ecuador si è dato il calcio di inizio al Campionato del Mondo di Calcio 2022. Visto il clima torrido dei mesi estivi del piccolo Emirato nella penisola araba, grande quanto l’Abruzzo, e la conseguente impossibilità di poter far giocare le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/bologna-sassuolo-boycott-qatar-2022.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8170" title="bologna-sassuolo-boycott-qatar-2022" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/bologna-sassuolo-boycott-qatar-2022-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Calcio Moderno e Mondiali in Qatar 2022       </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Domenica 20 novembre 2022 con Qatar-Ecuador si è dato il calcio di inizio al Campionato del Mondo di Calcio 2022. Visto il clima torrido dei mesi estivi del piccolo Emirato nella penisola araba, grande quanto l’Abruzzo, e la conseguente impossibilità di poter far giocare le partite tra il mese di giugno e il mese di luglio, per la prima volta nella storia il Mondiale si gioca tra autunno-inverno dell’emisfero boreale sconvolgendo il calendario dei campionati europei che vivono per la prima volta una lunga sosta tra novembre fino a gennaio. Un fatto questo che ha scatenato ampie polemiche nell’opinione pubblica calcistica europea, ma questa è solo una delle polemiche che accompagnano uno dei Mondiali più discussi di sempre, forse dietro ad Argentina 78’ in piena dittatura militare. L’assegnazione del Mondiale al Qatar vi è stata nel 2010 dove il piccolo paese ha battuto per 14 a 8 la concorrenza degli Stati Uniti. Ma l’assegnazione è stata accompagnata dall’ombra di corruzione. Il Presidente della Federazione Calcistica Qatariota di allora, Mohammad Bin Hammam, successivamente radiato dalla FIFA, ha consegnato tangenti di 50 milioni di euro tra i Presidenti di varie federazioni calcistiche internazionali affinché votassero la candidatura di Qatar 2022. Ciò non ha rappresentato il primo caso di corruzione all’interno della FIFA, è nota la storia che la Germania ha corrotto alcuni membri della FIFA per aggiudicarsi l’organizzazione del Mondiale del 2006 a scapito del Sudafrica (che poi ottenne l’assegnazione di quello del 2010), dove non ha caso ha vinto la gara contro il Sudafrica per 12 a 11 (con decisiva astensione del rappresentante della Nuova Zelanda). Ma il caso di corruzione da parte della Germania è passato sotto traccia per via che la Germania è una nazione dalla ricca tradizione calcistica e con la propria nazionale Campione del Mondo per ben 4 volte e sempre, salvo nelle edizioni del 1994, 1998 e 2018 tra le prime quattro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sul Qatar invece ha fatto maggior scalpore perché si parla di un paese che non ha nessuna tradizione calcistica, anche per via che solo il 12 % dei due milioni e mezzo di abitanti del piccolo emirato è di nazionalità qatariota e il resto degli abitanti sono tutti lavoratori immigrati, provenienti in particolar modo da India, Bangladesh, Nepal e Filippine che lavorano nelle costruzioni di resort, alberghi di lusso, grattacieli e isole artificiali destinate ai qatariani, una minoranza della popolazione, che però controlla tutte le ricchezze della nazione, oltre ai vari ricchi europei per le loro vacanze e per alcuni dei fuoriclasse delle principali squadre europee. Non è un caso che la politica della nazionale qatariana per anni è stata quella di naturalizzare diversi calciatori, in particolar modo africani, politica in vigore in parte ancora tutt’oggi con la differenza che i giovani africani “qatariani” crescono in Qatar per dare una parvenza di un vivaio locale.</p>
<p>Un mondiale assegnato esclusivamente per ragioni commerciali e di soldi, un po&#8217; come USA 1994 dove il calcio negli Stati Uniti allora non era popolare come lo è oggi, sempre per soddisfare gli interessi economici delle televisioni private si giocarono partite a mezzogiorno con un caldo torrido, e frutto dei rapporti economici che vi sono tra la famiglia reale qatariota con le borghesie dei paesi europei. Basti pensare che i paesi europei hanno venduto all’Emirato numerosi velivoli e navi militari, l’Italia ha fatto la parte da leone vendendo mezza flotta militare, così come l’Emiro è padrone di tutti i grattacieli di Porta Nuova a Milano, i soldati del Qatar vengono ad addestrarsi nella base OTAN pugliese, e il Qatar Investiment Authority, il fondo sovrano sotto controllo dello Stato qatariota, abbia la proprietà dal 2012 del Paris Saint Germain, i cui acquisti dai prezzi folli e faraonici (basti pensare all’acquisto di Neymar e Mbappè rispettivamente per 223 e 180 milioni di euro), così come il miliardo speso dagli altri emiri degli Emirati Arabi per rinforzare il Manchester City hanno esageratamente inflazionato il calciomercato, il prezzo dei cartellini e gli ingaggi. Così come il piccolo stato che si affaccia sul Golfo Persico in politica estera è uno degli stati amici degli Stati Uniti e dei paesi europei, quindi tutta la polemica sui diritti civili e umani che si concentrano su stati non allineati come ad esempio l’Iran, non viene indirizzata dalla classe dirigente politica europea nei confronti del Qatar. Nonostante l’Emirato abbia una legislazione sull’omosessualità tra le più retrograde al mondo, dove è prevista persino la pena di morte e il rappresentante del Qatar abbia definito l’omosessualità come un “<em>problema mentale</em>”, le fustigazioni per chi consuma bevande alcoliche, così come le donne debbano obbligatoriamente indossare il burqa e la loro vita è totalmente in mano agli uomini della famiglia.                      Ma ad alimentare le polemiche per l’assegnazione dei Mondiali al Qatar, oltre alle posizioni retrograde sui diritti civili, vi è anche una Legislazione aberrante sul lavoro che coinvolge i lavoratori tale che vi è stata una gara tra le varie multinazionali per aggiudicarsi gli appalti della costruzione degli stadi. I lavoratori immigrati infatti vengono sottoposti alla Kafala, ossia una legge feudale, dove il datore di lavoro entra in possesso di tutti i documenti tra cui il passaporto dei lavoratori e questi non possono lasciare il Qatar senza autorizzazione per tutto il periodo del contratto così come non possono decidere di cambiare il lavoro. In poche parole un vero e proprio schiavismo, dove i lavoratori subiscono numerose violenze e lavorano in condizioni dove non esiste nessuna norma sulla sicurezza e ciò ha portato a un’ecatombe di circa 6000 morti. Da sempre le varie organizzazioni sindacali e le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato tutto ciò e da anni invitano al boicottaggio del Mondiale di Qatar 2022. Un boicottaggio che da motivazioni nobili ha assunto ultimamente delle connotazioni modaiole, infatti dopo un decennio di totale disinteresse da parte del mondo calcistico europeo e dell’opinione pubblica, che anzi hanno fatto giocare svariate finali di Supercoppa nazionale, tra cui le edizioni del 2014 e 2016 della Supercoppa italiana, ultimamente si è riscoperto che in Qatar i più elementari diritti civili vengono violati. E allora i riflettori si sono accesi sui diritti violati degli omosessuali, comunità LGBT e delle donne, con diversi capitani tra cui quello dell’Inghilterra, della Germania, della Danimarca, degli Stati Uniti, dell’Olanda che per protesta indosseranno la fascia dei colori arcobaleno così come sempre gli Stati Uniti avranno il proprio stemma con i colori arcobaleno. In poche parole le richieste di boicottaggio o di forte critica del Mondiale in Qatar riguardano esclusivamente i diritti civili violati e mettono in secondo piano i lavoratori schiavizzati e morti nella costruzione degli avveniristici stadi. Un appello di boicottaggio che oltre ad aver assunto connotazioni politicamente corrette sono anche ipocrite.                           Il Mondiale in Qatar, giocato per la prima volta tra novembre e dicembre, in un paese senza nessuna tradizione calcistica, ricchissimo economicamente e amico dell’Occidente ma al tempo stesso fortemente retrogrado in merito a diritti civili e diritti dei lavoratori, non è altro che l’ennesima espressione di come il calcio sia diventato totalmente schiavo, così come le Olimpiadi, degli interessi economici e commerciali da parte delle multinazionali e degli interessi geopolitici dell’Occidente.                                                                                                                                                                    Il calcio non è diventato improvvisamente schiavo delle multinazionali, televisioni private e in generale dei soldi solo ora, ma bensì lo è da trent’anni. Nei paesi occidentali in realtà i rapporti economici tra aziende e calcio vi sono sempre stati, ma in maniera molto meno invasiva, espressione del modello socialdemocratico vigente in tutta l’Europa Occidentale, vigente anche grazie alla presenza di un forte blocco socialista a est guidato dall’Unione Sovietica. I calciatori per quanto ben pagati non godevano di ingaggi faraonici come quelli odierni, così come il loro cartellino era in mano alle società e queste non spendevano cifre faraoniche sul calciomercato.                                                              Il primo a farlo è stato Berlusconi con il Milan riciclando il denaro di altre attività nell’acquisto dei vari Van Basten, Rijkaard, Papin, Lentini, pagato un’enormità, a cavallo tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Il crollo del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, il disfacimento della Jugoslavia nelle guerre dei Balcani e l’affermarsi del neoliberismo in tutta Europa, con la parziale eccezione della Francia, ha avuto delle conseguenze anche nel mondo del Calcio. Per soddisfare gli interessi economici delle televisioni private, l’UEFA ha cambiato il formato della vecchia Coppa dei Campioni dove partecipavano solo le squadre vincenti dei campionati nazionali più la detentrice in Champions League aprendo le porte alle prime due inizialmente, e poi alle prime quattro dei principali campionati europei quali quello italiano, inglese, spagnolo e tedesco. I vari campionati nazionali, le cui partite fino a quel momento, si sono sempre giocate solo di domenica alle 15 e in inverno alle 14.30, hanno invece cominciato a cambiare il calendario con l’introduzione iniziale degli anticipi delle 18 e 20.45 del sabato sera e del posticipo delle 20.45 della domenica sera e nell’ultimo decennio invece si è affermato il campionato spezzatino con un anticipo del venerdì sera, anticipi del sabato alle 15, 18 e 20.45, anticipo delle 12.30 della domenica, posticipi delle 18 e 20.45 della domenica sera e posticipi persino il lunedì sera alle 18.45 e 20.30 e solo tre partite, solitamente quelle “<em>meno appetibili</em>” la domenica pomeriggio alle 15, oltre i turni infrasettimanali. Il tutto per soddisfare gli interessi delle televisioni private che possono vendere il prodotto al tifoso-cliente “costretto”, per l’elevato costo dei biglietti a guardare in televisione le partite e non più allo stadio. Oltre all’avere cacciato, attraverso la repressione e norme liberticide come la “Tessera del tifoso” o ridotto al minimo con numerosi divieti, tra cui quello del tamburo e dei fumogeni gli ultras, i tifosi più legati alla squadra. solo le partite della squadra del cuore ma anche tutte le altre, il tutto pagando un abbonamento mensile prima a Sky e ora a Dazn.</p>
<p>A giocare un ruolo importante nella degenerazione verso il calcio moderno sono stati anche i vari Presidenti italiani come Berlusconi, Tanzi, Cragnotti che negli anni Novanta erano i paperoni non solo del calcio italiano ma anche del calcio europeo e con la loro fine sono stati sostituiti dai sopraccitati sceicchi del Qatar, che con i loro acquisti faraonici hanno pesantemente influenzato i prezzi dei cartellini e ingaggi dei calciatori, dalle multinazionali, proprietari o fondi di investimento statunitensi e dalla Red Bull che ha cancellato storia dell’Austria Salisburgo per trasformarlo, cambiando persino i colori sociali dal viola al bianco-rosso della multinazionale di bevande energetiche, in Red Bull Salisburgo, operazione ripetuta, seppur con una piccola squadra della quinta divisione dell’ex Germania Est per evitare le forti proteste dei tifosi visto ciò che era successo a Salisburgo per trasformarla in RasenBallsport Leipzig , nome stratagemma richiamante il marchio RB per aggirare le norme tedesche che vietano che una squadra porti il nome di una multinazionale scatenando l’ostilità della maggioranza delle tifoserie organizzate tedesche verso la squadra. Ostilità che le tifoserie tedesche concentrano anche contro l’Hoffenheim, una squadra il cui proprietario Dietmar Hopp, è un miliardario che ha ottenuto la deroga alla regola della Bundesliga che stabilisce di come il 51 % di un club non possa appartenere a una persona o un’azienda visto che in Germania si è legati al concetto di azionariato popolare, diventando anche lui il simbolo di un calcio artificiale, finto, dove sono i soldi a farla da padrone. Lo stesso ha fatto il RB Lipsia dove quel 51 % è un finto azionariato popolare formato da dirigenti della multinazionale Red Bull. In Italia altra squadra che ha suscitato le antipatie dei tifosi è il Sassuolo, in quanto squadra senza tradizione calcistica acquistata dalla Mapei del miliardario Squinzi che ha “rubato” lo stadio di Reggio Emilia alla Reggiana diventandone proprietario dell’impianto. Quindi seppur critico pesantemente l’assegnazione del Mondiale 2022 a un paese assolutista che viola i diritti dei lavoratori e diritti civili e che ha commesso e commette numerose nefandezze, affermare di boicottare il Mondiale è assolutamente ipocrita perché il Mondiale di Qatar 2022 non è altro che uno dei figli del malato calcio moderno che si è affermato in Europa negli ultimi 30 anni.</p>
<p>Quindi i Mondiali di Qatar 2022 me li vedrò così come ho sempre seguito il campionato italiano e le coppe europee per due ragioni:</p>
<p>la prima, è la passione per l&#8217;ultima religione umana, il Calcio: una religione che seppellirà tutti i suoi nemici: dall&#8217;ultimo polveroso campetto di periferia in cui due bande di ragazzini inseguono un pallone di pezza&#8230;</p>
<p>la seconda è la presenza di nazionali a me care, come il Brasile per le origini familiari, nonostante Neymar e molti calciatori brasiliani filo Bolsonaro, ma il Brasile è anche la patria di Lula, Socrates e di tanti compagni, l’Argentina per via che è la patria di Ernesto Che Guevara, Juan Domingo Peron, dei Kirchner ma soprattutto di D10S, il Senegal per la simpatia che mi ha sempre suscitato la nazionale senegalese e per Kalidou, la Serbia per un popolo fiero, irriducibile, bistrattato (come i napolitani e siciliani) e amico della Russia VERGOGNOSAMENTE ESCLUSA e di una nazionale da sempre ricca di talento tale da essere nota come il &#8220;Brasile dei Balcani, più la presenza di nazionali africane e sudamericane dove il calcio è ancora rimasto del popolo.</p>
<p>Il Calcio nonostante le nefandezze, è l&#8217;ultima &#8220;Religione Umana&#8221;: ed è un campo di battaglia.</p>
<p>Non lo diserto. Punto.</p>
<p><strong> <em>Lillo Provenzano Turri</em></strong></p>
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		<title>Caccia all’ultrà! Tifo, violenza e carogne*</title>
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		<pubDate>Tue, 20 May 2014 13:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Agamben]]></category>
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		<category><![CDATA[Fabio Milazzo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Fabio Milazzo «Sono stati invece gli stessi buoni, vale a dire i nobili, i potenti, gli uomini di condizione superiore e di elevato sentire ad avere avvertito e determinato se stessi e le loro azioni come buoni, cioè di prim’ordine, e in contrasto a tutto quanto è ignobile e d’ignobile sentire, volgare e plebeo». [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><span style="color: #800000;">di <strong>Fabio Milazzo</strong></span></p>
<p style="margin-left: 120px; text-align: center;"><span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: 8pt;">«Sono stati invece gli stessi buoni, vale a dire i nobili, i potenti, gli uomini di condizione superiore e di elevato sentire ad avere avvertito e determinato se stessi e le loro azioni come buoni, cioè di prim’ordine, e in contrasto a tutto quanto è ignobile e d’ignobile sentire, volgare e plebeo».</span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: 8pt;">Friedrich Nietzsche, La Genealogia della morale.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: 8pt;"><span style="font-family: 'times new roman', times;">«Se il pensiero si liberasse dal senso comune e non volesse più pensare se non alla punta estrema della propria singolarità?</span> <span style="font-family: 'times new roman', times;">Se, anziché ammettere benevolmente la propria cittadinanza nella doxa, praticasse malvagiamente la scappatoia del paradosso?</span> <span style="font-family: 'times new roman', times;">Se anziché ricercare il comune sotto la differenza, pensasse differenzialmente la differenza?</span> <span style="font-family: 'times new roman', times;">Il pensiero allora non sarebbe più un carattere relativamente più generale che manipola la generalità del concetto, ma sarebbe – pensiero differente e pensiero della differenza – un puro avvenimento; quanto alla ripetizione, essa non sarebbe più il triste avvicendarsi dell’identico, ma differenza spostata».</span></span><br />
<span style="font-family: 'times new roman', times; font-size: 8pt;">Michel Foucault,Theatrum Philosophicum</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;"><strong>Il godimento nel </strong><strong><em>senso</em></strong>. </span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/05/carogna.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4520" title="carogna" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/05/carogna-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a>«Ultrà, hooligans, tifosi, fans, supporter: una selva intricata di termini, un coacervo fobico di vecchi e di nuovi significati in cui allignano sovrane le gramigne del <em>Moral Panic</em> e dell’approssimazione linguistica» (Marchi 2004, p. 189). Questo l’incipit di uno dei saggi che Valerio Marchi, il sociologo ultrà della Roma  prematuramente scomparso nel 2006, ha dedicato all’universo del conflitto giovanile nelle sue diverse declinazioni. Questi contributi -che spaziavano dagli «skinheads» (Marchi 1997) alla galassia della <em>destra radicale</em> in Europa-, andrebbero riletti, nella loro <em>inattualità,</em> per dribblare le secche costituite dai qualunquismi dei tanti benpensanti che urlano la loro sdegnata opinione su di un mondo che non conoscono.</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">Un universo misterioso, quello delle <em>controculture</em>, come è emerso in occasione dei tragici avvenimenti che hanno preceduto e fatto da contorno alla finale di Coppa Italia del 3 Maggio 2014 tra la Fiorentina e il Napoli.</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">Gli scontri, la tensione in curva, la notizia della probabile morte di un supporter partenopeo, la minaccia di invasione di campo, la possibilità di non far disputare il <em>match</em> e il conseguente, problematico deflusso dei tifosi inferociti fuori dallo stadio. Ingredienti  che richiamano alla memoria un’altra <em>tragedia di calcio, </em>prima mimata e poi <em>concretizzatasi</em> una volta aperti i cancelli dello stadio per permettere il deflusso degli spettatori: il cosiddetto «derby del bambino morto». Allora, in occasione della partita Lazio-Roma, il 21 Marzo 2004, si diffuse la notizia -rivelatasi poi falsa- della morte di un bambino per opera delle forze dell’ordine. Anche allora, come in occasione della finale di Coppa Italia, le immagini fecero il <em>giro del mondo</em>, scatenando le reazioni violente e indignate dei tanti benpensanti.  La visione di uno stadio Olimpico in preda alla rabbia, in cui i supporters di entrambe le squadre –Lazio e Roma– ritiravano gli striscioni e alzavano cori contro le forze dell’ordine ritenute colpevoli dell’omicidio <em>mai avvenuto</em>, indussero i responsabili dell’ordine pubblico a sospendere  la partita per evitare che la situazione degenerasse. La decisione,  di segno completamente opposto a quella presa in occasione della finale di Coppa Italia, scatenò le critiche e le riprovazioni del mondo della politica e, più in generale, dell’<em>italiano medio</em>. Valerio Marchi, qualche tempo dopo, scrisse un saggio acuto e intelligente, «Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio» (Marchi 2005), in cui mostrava le dinamiche attraverso le quali era stata gestita sul piano dell’ordine pubblico la vicenda, individuando una linea di continuità con gli avvenimenti del G8 di Genova del 2001. Marchi, attraverso questo particolare punto di fuga, portava alla luce due elementi <em>impensati</em> della vicenda: da una parte, il carattere di «bene comune» del calcio, come <em>spazio di condivisione</em> per pensieri, emozioni, sentimenti, affettività per migliaia di persone che abitano un <em>tòpos</em> paradossale, lo <em>stadio</em>; dall’altra,mostrava quanto  l’<em>universo Ultras </em>fosse il ricettacolo ideale per le proiezioni immaginarie più buie e insensate, una latrina per lo sdegno collettivo.</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">Già la confusione terminologica – <em>Ultras o Hooligans</em>?- è indice di una difficoltà: quella di significare il fenomeno nelle sue diverse e molteplici componenti. La difficoltà di nominare, di pensare l’<em>avvenimento,</em> come ci ha insegnato Lacan, interessa sempre le forme di <em>godimento</em> implicate nell’esperienza di <em>senso,</em> il «joui-sens», il godi-senso (Lacan 1982, p.74). Il <em>logos</em> è sempre abitato da spinte, da forze che non <em>ri-conosce</em>  ma che ne orientano la prospettiva. Queste <em>pulsioni</em>  fanno riferimento al godimento, alle modalità attraverso le quali il soggetto o la collettività esperisce la <em>jouissance.</em> Il senso è sempre, anche, un riflesso del <em>pensiero che gode,</em> quindi, la difficoltà di pensare <em>qual-cosa</em> rimanda a cortocircuiti relativi a come il singolo – o la collettività– <em>vive</em> la propria particolare posizione nei confronti della castrazione e, quindi, della <em>jouissance</em>. È evidente che le massicce dosi di indignazione ad orologeria, scatenatesi intorno al «mondo ultrà» in occasione dei tragici avvenimenti della finale di Coppa Italia, sono il riflesso osceno di un fascio di proiezioni rimosse dalla collettività perché inerenti la «sostanza godente». In questo caso il «mondo ultrà» funge da <em>oggetto pulsionale</em> per la <em>comunità</em> indignata, intercettandone le traiettorie del godimento. Incominciare a <em>pensare</em> questa <em>non-cosa (achose) </em>significa prendere le distanze dall’oggetto del mitico godimento primordiale, quell’eccedenza rimasta fuori dal processo di castrazione simbolica (Lacan parla di oggetto <em>a</em>) che si aggiunge sempre a ciò che è andato perduto <em>tenendo in piedi</em> l’Altro. Questa eccedenza che orienta il godimento viene ricercata instancabilmente nell’Altro, ed è segnalata dall’<em>angoscia, </em>la condizione che testimonia al soggetto la sua divisione costitutiva, il suo essere <em>in-completo</em>, <em>non-tutto</em>.  L’angoscia, singolare e collettiva, rimanda alla divisione dall’Altro e, al contempo, a quel <em>resto</em> che rincorriamo spinti dalla ricerca impossibile del godimento. La questione diventa politica allorché si tratta di <em>pensare</em> questa differenza prendendo le distanze dalle angosce collettive e dalle proiezioni <em>oscene</em> legate al «joui-sens». Proprio quelle che hanno orientato la maggior parte dei giudizi indignati di tanti benpensanti che si sono scatenati in una feroce -quanto ipocrita-  <em>caccia all’ultras</em> che fa leva sulla disinformazione, come dimostra il continuo e puntuale riferimento al tanto celebrato «modello inglese» di Margaret Thatcher, fatto di show business, televisioni satellitari, dispositivi biometrici per i quali vale il regime di «stato d’eccezione», politiche restrittive e una ipocrita gestione dell’ordine pubblico che si è concretizzata in scontri e incidenti tra le <em>bande di hools</em> nei pub o nei parcheggi distanti solo alcune miglia dagli stadi.</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">Provare ad esplorare i meccanismi che orientano l’immaginario collettivo significa <em>problematizzare</em> il fenomeno, indagando come si costituiscano una serie di narrazioni e di convinzioni condivise sollecitate, quando non indirizzate, dal <em>soft power</em>,  ossia la modalità di governo delle odierne democrazie mediatizzate che si «insinua, suggerisce, stimola, più di quanto non vieti, ordini o costringa- un potere che orienta i comportamenti “conduce le condotte”, situandosi al livello del flusso di desideri e di convinzioni canalizzato dalla rete di comunicazione mediatica» (Citton 2013, p.18). Secondo questa prospettiva le credenze della collettività sono il riflesso di <em>pratiche governamentali</em> che cercano di <em>orientare</em> gli affetti, il desiderio, l’amore, la paura, la tristezza e, soprattutto, le angosce che, come detto, riguardano la particolare <em>posizione sessuata</em> dei singoli nella duplice accezione di individui e di atomi della <em>comunità</em>. La forma più rozza di queste pratiche di governo consiste nel divergere l’attenzione delle soggettività «dai problemi che meriterebbero di costituire l’oggetto di uno sforzo intellettuale, ma che gli interessi di un gruppo sociale dominante […] invece, inducono a eludere» (Citton 2013, p.38). In tale prospettiva gli <em>stadi</em> rappresentano un dispositivo di lungo periodo attraverso il quale le diverse forme di potere hanno cercato di orientare gli affetti e l’attenzione delle collettività verso ambiti <em>pre-politici</em> o comunque verso quelli che possiamo definire <em>distrattori di massa</em>. L’archetipo di questi mezzi per distogliere l’attenzione dai problemi che interessano la comunità è il «panem et circenses» dei Romani (Veyne 2013): per questi ultimi il circo, come lo stadio,  sono i palcoscenici in cui si consumano fenomeni di <em>scenarizzazione</em> (Citton 2013, p.40) di interessi e, soprattutto, rapporti di potere che si servono dell’affettività, sollecitata ad arte, delle folle. Lo stadio, le logiche che in esso si consumano, sono funzionali a pratiche di governo che interessano quella politica che si fa carico della vita: la <em>biopolitica</em>. La «popolazione» non viene più governata attraverso «esercizi di potere sovrano», ma attraverso la disposizione, la regolazione e la normalizzazione delle «forme di vita» ammesse in quanto riconosciute dalla comunità come razionali, normali, regolari<em>. </em>La <em>biopolitica</em> si configura come insieme di politiche educative atte a disciplinare<em>, </em>attraverso gli «effetti di verità» (<em>véridiction</em>) prodotti dalla diade normale/anormale<em>, </em>i modi di vita leciti<em>.</em> Lungi dall’essere un dato neutro<em>, </em>l’insieme di caratteri distintivi che individuano il soggetto politico – e quindi il modo di governarlo – è il risultato di politiche di verità artificiali che rappresentano la vera posta in gioco dell’arte di governo: controllare il <em>sapere</em> è la condizione necessaria per esercitare il «governo degli uomini» (Foucault 1997). Lo stadio è un dispositivo d’elezione per perimetrare, identificare e produrre una soggettività artificiale effetto delle narrazioni <em>affettivo-discorsive</em>, quelle che si producono attraverso la messa in opera delle reazioni emotive, di <em>pancia</em>. Proprio la mobilitazione dell’affetto, istanza <em>pre-discorsiva</em> che sostiene e anticipa il logos, è da Deleuze identificata come chiave di volta del concetto di «senso» che «è un <em>effetto</em>, un effetto prodotto , le cui leggi di produzione devono essere scoperte» (Deleuze 2002, p.300).</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;"> </span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;"><strong>Il <em>paradigma</em> «Genny A’ Carogna».</strong></span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">Il «senso», in quanto <em>effetto</em> da indagare, è quello emerso per significare gli avvenimenti della finale di Coppa Italia. Le reazioni sdegnate, i giudizi e la comprensione dei fatti fanno riferimento a quello che possiamo definire il <em>paradigma</em> «Genny A’ Carogna». Con questo sintagma, utilizzando le riflessioni di Giorgio Agamben, vogliamo affermare che di «Genny A’ Carogna» si è fatto «un paradigma in senso proprio: un oggetto singolare che, valendo per tutti gli altri della stessa classe, definisce l’intelligibilità dell’insieme di cui fa parte e che, nello stesso tempo costituisce» (Agamben 2008, p.19). In altre parole l’ultras partenopeo, nelle reazioni sdegnate, nei commenti e nelle storie che sono state prodotte per significare i fatti dell’Olimpico, è diventato qualcosa di più e qualcosa di diverso rispetto all’uomo in carne e ossa “Gennaro De Tommaso”. «A’ Carogna» è una molteplicità attraversata da flussi di desiderio, proiezioni emotive, credenze irriflesse, sollecitazioni affettive, frammenti <em>pre-concettuali</em> e soglie discorsive, attraverso la quale si denota (Bedeutung) il <em>Mondo Ultras</em> nella sua interezza. <em>Genny la Carogna </em>è l’ultrà in quanto tale, il paradigma in grado di identificare la «classe di cui fa parte». E’ un attore <em>impolitico</em> -anche se si professasse di destra o di sinistra, le sue credenze politiche non intaccherebbero la connotazione pre-simbolica-; ha la fisionomia di una <em>bestia</em>, e le foto in cui emerge l’espressione truce, «feroce e minacciosa, ma insieme torva e sinistra» (Treccani 2014), riprodotta ossessivamente sul web, magazine, blog e forum, hanno lo scopo di avvalorare l’irriflessa impressione estetica da parte della comunità. È truce e nei comportamenti mostra una fierezza da capo-popolo che, più o meno immediatamente, rimanda a figure archetipe -di cui il più celebre è Masaniello- tese tra il riconoscimento messianico e l’investitura popolare; nel vestiario si dimostra un contestatore dell’ordine costituito: la ormai celebre t-shirt di protesta con su scritto che <em>deve stare fuori dalle carceri un presunto innocente,</em> in un paese in cui la Costituzione in base all’articolo 21 garantirebbe la libertà di manifestazione del pensiero, quando non diventa apologia di reato, svolge una funzione centrale nel processo di <em>eccitazione affettiva</em> della collettività; il suo corpo è sovversivamente <em>tappezzato</em> di tatuaggi che, non possono non rimandare ad un’epoca in cui il tatuaggio era un marchio per forzati, prostitute e diseredati;  è ignorante, «aggressivo, maschilista, sciovinista, sfaticato, ubriacone, qualunquista, tendenzialmente xenofobo, cosmicamente alieno da ogni forma di acculturazione» (Marchi 2004, p.16); è lo stereotipo di quello «Stile Maschio Violento», elaborato dal sociologo Eric Dunning, che identifica quei <em>subumani</em>  che  si riconoscono in «forme di comportamento che includono l’intimidazione fisica, la lotta, il bere, e rapporti sessuali di sfruttamento» (Marchi 2004, p.16). Come tutti gli ultras è <em>ignorante</em> per definizione -anche se, come nel caso di Marchi, ci sono ultras che ricoprono incarichi <em>intellettuali</em> come quello di consulente per l’Eurispes- ; è cattivo – anche quando raccoglie fondi per il Gaslini, l’ospedale pediatrico di Genova o lavora a favore dei terremotati in Umbria-;  è rozzo e violento in quanto trascorre le <em>domeniche</em> e i giorni in cui si svolgono gli incontri della sua squadra, a dare randellate ai componenti della tribù avversaria per una causa impolitica e priva di valore come il calcio. E’ una figura a tutto tondo che sintetizza i mali della società e tutti quegli elementi sanzionati come <em>moralmente inaccettabili:</em> «deve sommare in sé tutte le brutture del mondo: deve essere violento, rozzo, amorale, subdolo. Deve essere un delinquente, un drogato, un razzista. Deve essere un traviatore di giovani, un tessitore di trame e complotti» (Marchi 2005, p.61).Questo ritratto è il candidato ideale per essere il catalizzatore delle angosce collettive, un «parafulmine per una società segnata da forti contraddizioni e distorsioni sociali, preda di sensi di colpa da tacitare con offerte sacrificali, […] con <em>capri espiatori</em> » (Marchi 1998, p.9).</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">Il <em>Folks Devil</em>  è la figura indispensabile per catalizzare le nevrosi e le insoddisfazioni collettive di una società che ha bisogno di elevare muri divisori, cortine e spazi d’esclusione entro i quali rinchiudere gli «indesiderabili, i deprecabili, i sanzionabili» (Marchi 1998, p.10). Non dimentichiamo che «la biopolitica si configura come insieme di politiche educative atte a disciplinare<em>, </em>attraverso gli «effetti di verità» (<em>véridiction</em>) prodotti dalla diade normale/anormale<em>, </em>i modi di vita leciti» (Milazzo 2014)e «la società dei consumi vuol essere come una Gerusalemme accerchiata, ricca e minacciata» (Baudrillard 1976, p.32).</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">Indubbiamente il carattere più evidente del paradigma «Genny A’ Carogna» è la violenza: vera, presunta o soltanto mimata, è la condizione scatenante del <em>Moral Panic </em>e la causa principale dello sdegno collettivo nei confronti degli atteggiamenti e dei comportamenti rivendicati con fierezza ed esuberanza fisica dagli ultras. La «violenza calcistica» è un dato acquisito e, quindi irriflesso, di ogni giudizio sul Mondo Ultras; eppure il sintagma è molto meno scontato ed evidente di quanto la retorica nazional-popolare ci abbia  abituato a credere. In essa sono presenti comportamenti e azioni molto diverse che vanno dall’aggressione alla terna arbitrale – come accadeva sovente tra gli anni cinquanta e gli anni settanta del secolo scorso- (Roversi 1990, p.90), alle proteste fuori dagli spogliatoi nei confronti della squadra – propria o avversaria-, alle invasioni di campo solitarie, a quelle di gruppo per <em>festeggiare </em>una vittoria o per <em>sfogare</em> una delusione. Ci sono poi le <em>scazzottate</em> sulle tribune che, oggi come ieri, hanno coinvolto persone di diversa età e condizione sociale, il lancio d’oggetti, l’accensione di artifici pirotecnici, il tentativo di occupazione del settore dello stadio in cui è dislocata la tifoseria avversaria e, avvenimento più eclatante, lo scontro tra gruppi ultras rivali, più o meno programmato per tempo, all’interno dello stadio o nei suoi immediati dintorni. Le tipologie di fatti elencati non esauriscono la casistica possibile ma dovrebbero rendere l’idea della molteplicità di situazioni sussunte nel sintagma «violenza calcistica». La violenza ultrà, in questa panoramica, ha un posto tutto particolare perché sollecita, per il suo carattere rituale, organizzato, simbolico, un « perpetuo senso di allarme, una carica fobica che sembra manifestarsi in una vera e propria epidemia paranoide» (Marchi 2004, p.193). Apparsa come segno distintivo di un movimento che fa della turbolenza e del confronto fisico un segno distintivo, è inseparabile dal clima culturale e dai rivolgimenti sociali e culturali che contraddistinsero gli anni sessanta del secolo scorso. A differenza della violenza politica di quegli anni, la «violenza ultras» si caratterizza per essere il frutto di una «comunità che si ritrova intorno a un ideale-totem (la squadra) e a un territorio liberato (la curva)» (Marchi 2004, p.196).</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">Gli studi sulla «violenza ultras» in Italia sono pochi, diversa la situazione per l’Inghilterra <em>attenzionata</em> in particolare dalle scuole di sociologia. Il fenomeno «hooligans» non è completamente sovrapponibile a quello «ultras» anche se nell’immaginario comune entrambi fanno riferimento alla «<em>Terrace Culture</em>, ovvero un gioco collettivo violento che non prevede la rissa estemporanea e individuale, bensì la <em>volontaria </em>[corsivo nostro] contrapposizione di due gruppi che mantengono lo scontro al proprio interno e lo interpretano secondo regole proprie» (Marchi 2005, p.14).  La violenza interna al fenomeno hooligans è l’espressione di una controcultura specifica, la «working class», che identifica una categoria subalterna «underclass, delimitata e ristretta a […] fasce di sottoproletariato giovanile» (Marchi 2004, p.16), costituita da «bande di adolescenti e di ragazzi provenienti dalle periferie operaie [che] cominciano a rivendicare le curve degli stadi inglesi come <em>loro</em> territorio e ad escludere da queste zone sia gli spettatori più anziani che i giovani sostenitori delle squadre rivali» (Roversi 1990, p.8). Il fenomeno <em>Ultras</em>, diversamente, non è espressione di una classe sociale particolare, coerentemente con le origini del calcio in Italia che sono inizialmente intrecciate con la gestione del <em>tempo libero,</em> criterio questo di distinzione tra il proletariato e le classi socialmente più avvantaggiate (Papa-Panico 1993, p.20). La costellazione <em>Ultras</em> riguarda la classe media, l’alta borghesia, tanto quanto il proletariato: è un fenomeno interclassista riconducibile, piuttosto, alla particolare congiuntura che interessò l’Italia durante gli anni sessanta, quelli che videro nascere i primi gruppi Ultrà. La violenza è un elemento caratterizzante di questa che, a tutti gli effetti, è una controcultura che si riconosce nella partecipazione ad una sorta di «campionato parallelo a quello delle squadre che mira a un primato da raggiungere attraverso uno scontro codificato e limitato a quanti intendono partecipare al “gioco”» (Marchi 2005, pp.51-52). Per valutare questa violenza la società italiana, nella quasi totalità, ha utilizzato la categoria del <em>giudizio morale, </em>quella che,anche dopo la <em>demistificazione della morale</em> ad opera di Nietzsche, continua ad essere la griglia ermeneutica preferita per analizzare situazioni che scatenano l’ansia sociale e le paure collettive. Quest’ultrà resta un <em>escluso</em>, una <em>macchietta</em>, una caricatura funzionale a certe pratiche di governo che richiederebbero maggiore attenzione analitica rispetto a quella concessa dalla <em>semplice indignazione</em>. Alcuni di questi interrogativi che oscenamente abitano la questione sono: qual è la funzione storica svolta dagli stadi nelle pratiche di governo? che <em>costellazione di senso</em> in essi emerge? quali dinamiche socio-affettive in essi vengono perimetrate? quali sollecitazioni <em>pre-politiche</em> prendono parola attraverso gli ordini discorsivi che ne denotano il senso? quali forme di esclusioni hanno delimitato l’ente “ultrà” in una certa congiuntura storica?</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">Ognuna di queste domande rimanda ad una questione centrale per la comprensione delle logiche di governo nell’epoca del <em>soft power</em>; per affrontarle è necessario mettere da parte lo <em>sdegno</em> e la paura a favore del <em>coraggio della verità, </em>quella «parresìa» che, in quanto <em>parlar franco</em>, Foucault identificò come l’ethos in grado di mettere in scacco ogni <em>potere e </em>ogni esercizio di osceno governo. Chi esercita la «parresìa», attraverso la franchezza e il coraggio del parlare <em>autentico</em>, mostra una possibile alternativa al rapporto con la verità, quello di <em>critica</em> delle sue condizioni d’<em>emergenza</em>, delle sue «leggi di produzione». Questo esercizio <em>critico</em> si configura come una <em>clinica</em> delle <em>pato-logie</em> della realtà, quell’insieme di discorsi che si reggono sulla circolazione, la mobilitazione e la sollecitazione della dimensione affettiva della collettività. Il principale avversario di questa <em>etica diagnostica</em> è la <em>paura</em> e il qualunquismo delle analisi di pancia, quelle effettuate sulla base del risentimento e delle valutazioni morali:</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">«La paura, per non parlare del panico, impedisce di pensare. E noi vogliamo pensare; la paura la lasciamo a chi si rinchiude nella propria casa, nel proprio lavoro, nelle proprie regole, ritenendo il mondo obbligato a pensarla in un unico modo. Per fortuna non è così. Sono secoli che <em>Lor Signori</em> ci provano, ma per fortuna ancora non ci sono riusciti. Nonostante tutto, ancora non è così» (Marchi 2004, p.13).</span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;"> </span></p>
<p style="font-size: 11px;"><span style="font-size: 9pt;">*[R<span style="color: #37404e;">elazione scritta per il 4° ciclo di incontri &#8220;<em>La psicoanalisi senza lettino</em>&#8220;, sul tema &#8220;Il tempo del conflitto.Quando la parola viene meno&#8221; organizzato da </span><a id="js_2" style="color: #3b5998;" href="https://www.facebook.com/pages/LiberaParola-Centro-multidisciplinare-di-psicoanalisi-applicata/511589562190790">LiberaParola, Centro multidisciplinare di psicoanalisi applicata</a><span style="color: #37404e;">, Modena 13 maggio 2014].</span></span></p>
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<p><span style="font-size: 10px;"><strong>Bibliografia</strong></span></p>
<h5><span style="font-size: 10px;">Agamben, Giorgio, <em>Signatura rerum. Sul metodo</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2008.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Baudrillard, Jean, <em>La società dei consumi</em>, Cappelli, Bologna 1976.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Citton, Yves, <em>Mitocrazia. Storytelling e immaginario di sinistra</em>, Edizioni Alegre, Roma 2013.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Deleuze, Gilles, <em>Nietzsche e la filosofia</em>, Einaudi, Torino 2002.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Foucault, Michel, <em>Bisogna difendere la società. Corso al Collège de France (1975-1976)</em>, Milano, Feltrinelli 1997.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Lacan, Jacques, <em>Radiofonia. Televisione</em>, Einaudi, Torino 1982.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Marchi, Valerio, <em>Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio</em>, Derive e Approdi, Roma 2005.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Marchi, Valerio, <em>Nazi-rock: pop music e destra radicale,</em> Castelvecchi , Roma 1997.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Marchi, Valerio, <em>Ultrà, uno stile di vita</em> in <em>La sindrome di Andy Capp</em>, NDA Press, Rimini 2004.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Marchi, Valerio, <em>SMV-Stile Maschio Violento. Giovani Demoni di Fine millennio</em> in <em>La sindrome di Andy Capp</em>, NDA Press, Rimini 2004.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Marchi, Valerio, <em>Teppa. Storia del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri</em>, Castelvecchi, Roma 1998.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Milazzo, Fabio, <em>Bisogna difendere la scuola! Biopolitica e istruzione in Italia</em>, di prossima pubblicazione.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Papa-Panico, <em>Storia sociale del calcio in Italia. Dal club dei pionieri alla nazione sportiva (1887-1945)</em>, Il Mulino, Bologna 1993.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Roversi, Antonio, <em>Calcio e violenza in Europa. Inghilterra, Germania, Italia, Olanda, Belgio e Danimarca</em>, Il Mulino, Bologna 1990.</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Treccani.it. L’enciclopedia italiana, <em>Vocabolario online</em> [http://www.treccani.it/vocabolario/]</span></h5>
<h5><span style="font-size: 10px;">Veyne, Paul, <em>Il pane e il circo</em>, Il Mulino, Bologna 2013.</span></h5>
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