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	<title>Comunismo e Comunità &#187; capitale</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Sull&#8217;ideologia economica dello stalinismo: il &#8220;modo di produzione socialista&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2020 15:51:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[capitale]]></category>
		<category><![CDATA[Modo produzione socialista]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; SULL&#8217;IDEOLOGIA ECONOMICA DELLO STALINISMO: IL &#8220;MODO DI PRODUZIONE SOCIALISTA&#8221; &#160; La categoria della proprietà socialista è la pietra angolare delle concezioni economiche (e sociali) dell&#8217;era di Stalin. In effetti, tutto il sistema teorico chiamato &#8220;economia politica del socialismo&#8221;, che la classe dirigente iniziò a elaborare a partire dal 1936 (un progetto che, d&#8217;altra parte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/12/copeck6.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6943" title="copeck6" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/12/copeck6-300x170.jpg" alt="" width="300" height="170" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>SULL&#8217;IDEOLOGIA ECONOMICA DELLO STALINISMO: IL &#8220;MODO DI PRODUZIONE SOCIALISTA&#8221;</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La categoria della proprietà socialista è la pietra angolare delle concezioni economiche (e sociali) dell&#8217;era di Stalin. In effetti, tutto il sistema teorico chiamato &#8220;economia politica del socialismo&#8221;, che la classe dirigente iniziò a elaborare a partire dal 1936 (un progetto che, d&#8217;altra parte, fu completato solo nel 1954, con la prima edizione del Manuale di economia politica dell&#8217;Accademia delle scienze), dipende e deriva da questa proprietà socialista. L&#8217;identificazione tra proprietà statale e &#8220;proprietà socialista&#8221; come &#8220;proprietà sociale&#8221; (cioè proprietà della società nel suo insieme) venne codificata solamente nel 1936, quando venne proclamata l&#8217;abolizione delle classi antagoniste. Stalin ha poi dichiarato che &#8220;la vittoria totale del sistema socialista in tutti gli ambiti dell&#8217;economia nazionale è ormai un fatto compiuto&#8221;, poiché &#8220;la proprietà socialista degli strumenti e dei mezzi di produzione è stata affermata come base incrollabile della nostra società sovietica&#8221;. Nella misura in cui lo Stato è proprietario, &#8220;la nostra classe operaia non solo non è privata degli strumenti e dei mezzi di produzione ma, al contrario, li possiede in comune con l&#8217;intero popolo&#8221;. Tuttavia, i presupposti della teoria della proprietà socialista erano già presenti negli anni &#8217;20, quando l&#8217;identificazione del settore statale con il settore &#8220;socialista&#8221; in contrapposizione al settore dell’&#8221;economia privata&#8221; era una tesi comunemente accettata.</p>
<p align="left">La nozione di proprietà socialista si basa non solo su un vero rovesciamento dei rapporti giuridici ed economici, ma anche, e soprattutto, sull&#8217;identificazione illusoria dello Stato con la società. Così, il Manuale di Economia Politica definisce &#8220;proprietà socialista&#8221; come &#8220;proprietà sociale dei mezzi di produzione&#8221; e quest&#8217;ultima come &#8220;base dei rapporti di produzione in un regime socialista&#8221;.</p>
<p align="left">È vero che non si tratta di una semplice mistificazione, ma piuttosto della teorizzazione delle false apparenze del capitalismo di stato, in cui ogni classe sfruttatrice sembra, infatti, essere scomparsa. Infatti, in questo caso, gli agenti (o funzionari) del capitale sono individualmente non proprietari, mentre lo Stato è l&#8217;unico (astratto) proprietario del capitale; la classe capitalista possiede i mezzi di produzione solo collettivamente attraverso la mediazione dello Stato. Ma questa mediazione è precisamente ciò che maschera totalmente il rapporto di produzione capitalista; è inutile precisare che gli ideologi stalinisti, lungi dal sottoporre a critica questa illusione, si sono anzi presi la briga di istituirla come sistema. La &#8220;vittoria definitiva&#8221; del socialismo si trova, quindi, nella generalizzazione della &#8220;proprietà socialista&#8221; dopo la &#8220;rivoluzione dall&#8217;alto di Stalin&#8221;. Questa proclamazione è accompagnata da un capovolgimento del discorso ufficiale in cui dominerà sempre più il conservatorismo sociale attraverso il tema della &#8220;difesa&#8221; della proprietà e del sistema socialista. Questo tema, che portò Stalin ad affermare nel 1950 che il socialismo può svilupparsi solo attraverso evoluzioni graduali e in nessun modo sulla base di rivoluzioni, costituisce un indice del passaggio dal periodo di controrivoluzione a quello di stabilizzazione (relativa) del potere della borghesia di Stato. È legata a una visione profondamente giuridica del sociale che conferisce all&#8217;ideologia staliniana quel carattere sorprendente di &#8220;socialismo dei giuristi&#8221; (nell&#8217;espressione di Engels); ma è anche legata allo sviluppo del sistema repressivo destinato a &#8220;proteggere&#8221; e &#8220;difendere&#8221; il sistema socialista, cioè i frutti della &#8220;rivoluzione dall&#8217;alto&#8221;.</p>
<p align="left">La maggior parte delle tesi dell&#8217;economia politica del socialismo vengono dedotte dal dogma della proprietà socialista. In particolare, e contro ogni evidenza, l&#8217;affermazione dell&#8217;abolizione del sistema salariale, dell&#8217;abolizione del capitale e dello sfruttamento. Così si afferma:</p>
<p align="left">
<p align="left">“Nella società socialista sono i lavoratori, con la classe operaia in testa, ad essere al potere. Possiedono i mezzi di produzione. Nelle imprese socialiste, la forza lavoro non è una merce poiché i lavoratori, detentori dei mezzi di produzione, non possono vendere la propria forza lavoro. Ogni possibilità di sfruttamento dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo è quindi esclusa nelle imprese socialiste.”</p>
<p align="left">
<p align="left">Si vede qui chiaramente che l&#8217;identificazione dello Stato con la società dei &#8220;lavoratori&#8221; e la dissimulazione del rapporto capitale in quanto mediata dalla figura astratta di questo Stato sono i fondamenti dei dogmi apologetici del &#8220;socialismo&#8221; staliniano, in modo che possa essere descritto come l&#8217;ideologia del capitalismo di stato. Va sottolineato che la &#8220;proprietà socialista&#8221; come base del cosiddetto &#8220;modo di produzione socialista&#8221; è l&#8217;elemento che sostiene la tesi dell&#8217;unità economica e politica della società sovietica, delle concezioni di omogeneizzazione sociale, della definizione di questa società attraverso il suo &#8220;carattere monolitico&#8221;.</p>
<p align="left">
<p align="left">Come si legge nel Manuale: La proprietà privata dei mezzi di produzione non può non disunire gli uomini, generare rapporti di dominio e subordinazione, lo sfruttamento dell&#8217;uno da parte degli altri, provocare un&#8217;opposizione di interessi, la lotta di classe e la competizione mentre la proprietà sociale dei mezzi di produzione unisce gli uomini, garantisce una vera comunità di interessi e una cooperazione fraterna.</p>
<p align="left">
<p align="left">Nella società staliniana, e in generale in quelle in cui domina il capitalismo di stato, vige l&#8217;apparenza dell&#8217;unità, o del dominio dell&#8217;unità sulla differenza (unità della proprietà sociale, dello stato, del partito, del corpo sociale&#8230;) ma, allo stesso tempo, questa realtà non smette di mostrare che non è affatto unificata ma diversificata, contraddittoria, che è attraversata da opposizioni e antagonismi spesso violenti, che la visione (e l&#8217;apologia) dell&#8217;unità si mimetizza e si traveste a beneficio di una certa parte della società. La seconda categoria fondamentale dell&#8217;ideologia sovietica è quella dell&#8217;&#8221;economia pianificata&#8221;; si articola con quella di proprietà socialista nella misura in cui non sarebbe esagerato affermare che la definizione di socialismo è ridotta a questa doppia condizione di esistenza: proprietà statale (&#8220;socialista&#8221;) da un lato, pianificazione dall&#8217;altro. L&#8217;economia pianificata si contrappone nell&#8217;ideologia staliniana alla &#8220;concorrenza&#8221; e all&#8217;&#8221;anarchia della produzione capitalistica&#8221;, queste ultime due intese essenzialmente sotto le forme fenomeniche di circolazione. Schematicamente, si possono distinguere due fasi nella concezione della pianificazione nell&#8217;era di Stalin. Nel corso degli anni &#8217;30 (un periodo che inizia con la vittoria dei sostenitori teologici della pianificazione), dominava un&#8217;assolutizzazione della pianificazione, legata all&#8217;estremo soggettivismo e volontarismo. La pianificazione è spesso caratterizzata in questo periodo come la legge economica del socialismo.</p>
<p align="left">
<p align="left">Questo volontarismo si esprime, tra l&#8217;altro, nella famosa formula: &#8220;Non c&#8217;è una fortezza che i bolscevichi non possano espugnare&#8221;. Porta all&#8217;elaborazione di un primo piano quinquennale apparentemente &#8220;audace&#8221; (di fatto incoerente e impraticabile), e successivamente a revisioni &#8220;crescenti&#8221; di questo piano, revisioni che tengono sempre meno conto delle possibilità oggettive, che costringe a modificare la gestione dell&#8217;economia in corso d’opera ricorrendo ad un sistema di distribuzione amministrativa dei mezzi di produzione. Tuttavia, il &#8220;volontarismo&#8221; che presiede alla &#8220;pianificazione&#8221; non è altro che un&#8217;apparenza dietro la quale operano le leggi dell&#8217;accumulazione e la tendenza a produrre surplus di capitale inerente al modo di produzione capitalistico. Il feticismo dello Stato, il volontarismo e la tendenza alla produzione di capitale in eccedenza acquisirono un&#8217;ampiezza straordinaria nel corso degli anni &#8217;30, poiché si svilupparono in condizioni di esacerbazione della lotta di classe a causa dell&#8217;espropriazione di massa degli agricoltori. Le leggi dell&#8217;accumulazione di capitale agiscono quindi tanto più cieche nella misura in cui la loro esistenza viene negata e la loro azione è combinata con il processo controrivoluzionario in corso. Ciò porta a un aumento costante dei ritmi di lavoro, a un&#8217;intensificazione dello stesso e a una diminuzione dei salari reali. Il discorso ufficiale non ha altra scelta che negare queste realtà economiche e sociali che contraddicono le rappresentazioni ideologiche dominanti. Pertanto, il discorso ufficiale afferma che il tenore di vita delle masse è in aumento. La contraddizione tra discorso e realtà non fa che rafforzare il volontarismo e le illusioni riguardo al &#8220;controllo&#8221; dello sviluppo economico.</p>
<p align="left">
<p align="left">
<p align="left">Il feticismo di stato e il volontarismo sono componenti fondamentali dell&#8217;ideologia staliniana. Tuttavia, quando le condizioni della lotta di classe cambiano, queste componenti cessano di svolgere lo stesso ruolo dell&#8217;inizio degli anni &#8217;30. Una volta consumata la massiccia espropriazione dei contadini, la tendenza all’accumulazione di eccedenze viene imposta con meno brutalità. Da quel momento in poi, i &#8220;piani economici&#8221; diventano più realistici e nuove figure ideologiche occupano il primo piano della scena, in particolare le cosiddette &#8220;leggi economiche del socialismo&#8221;. Il volontarismo non scompare per questo, ma assume nuove forme. A partire dal 1943, iniziò una svolta importante nella teoria sovietica, con la critica della precedente negazione dell&#8217;oggettività delle leggi economiche nel socialismo. All&#8217;inizio degli anni &#8217;50, la pianificazione è preferibilmente definita come un&#8217;attività cosciente dello Stato la cui funzione è quella di applicare una legge oggettiva: la &#8220;legge dello sviluppo armonioso (proporzionato) dell&#8217;economia nazionale&#8221;. Questa distinzione mira a giustificare, sulla base di &#8220;errori&#8221; o &#8220;inadeguatezze&#8221; nella pianificazione, i ritardi riscontrati nella vita concreta tra la &#8220;possibilità di sviluppo armonioso e la realtà. Ma il cambiamento di pianificazione in semplice mediazione più o meno contingente di &#8220;disposizioni&#8221; o &#8220;richieste&#8221; di una legge (mistica) necessaria, non è altro che un trasferimento al modo di produzione socialista delle qualità nascoste attribuite allo Stato, come nel periodo volontarista. La natura fondamentalmente soggettiva della presunta &#8220;legge economica&#8221; (sia esso il caso della pianificazione o la legge dello sviluppo armonico) è identica in entrambi i casi. Va notato che l&#8217;attività progettuale dello Stato in generale (o dei trust , dei monopoli) nel capitalismo, sembra in grado di creare di per sé la possibilità (se non la realtà) di un &#8220;controllo&#8221; dello sviluppo economico e di un &#8220;controllo sociale&#8221; delle condizioni di produzione. Qui c’è la base delle concezioni del &#8220;capitalismo organizzato&#8221;: l&#8217;&#8221;economia politica del socialismo&#8221;, da parte sua, teorizza a suo modo quell&#8217;illusione che viene portata alle sue conseguenze finali, quando la proprietà statale sul capitale è dominante.</p>
<p align="left">Formalmente, il controllo dell&#8217;uso dei mezzi di produzione e del plusvalore da parte degli agenti del capitale statale viene esercitato attraverso la &#8220;pianificazione economica&#8221; che sembra dipendere dalle &#8220;decisioni di partito&#8221;, decisioni che sono esse stesse adottate &#8220;in nome della classe operaia&#8221;. In realtà, il controllo della borghesia di Stato sull&#8217;uso dei mezzi di produzione e del plusvalore passa per altri canali e non porta in alcun modo ad un &#8220;dominio&#8221; dello sviluppo delle forze produttive. In ogni caso, il posto occupato dalla pianificazione nell&#8217;attività del partito e dello Stato dà luogo all&#8217;illusoria immagine del &#8220;predominio&#8221; dello sviluppo economico attraverso il piano statale. Questa immagine è illusoria, poiché le condizioni reali di produzione (che si sviluppa sulla base del rapporto salariale e dei rapporti di mercato, che la sottopone a contraddizioni capitalistiche e alle richieste di valorizzazione del capitale) non consentono in nessun modo un tale &#8220;dominio&#8221;. Pertanto, il vero movimento economico è lontano dall&#8217;obbedire ai &#8220;piani&#8221; e la produzione e la distribuzione non ne sono affatto dominate. Le attività dei diversi centri produttivi, infatti, sono svolte sostanzialmente indipendentemente l&#8217;una dall&#8217;altra. Proprio questa indipendenza delle diverse produzioni, unita alla separazione dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, assicura la riproduzione dei rapporti mercantili e capitalistici. Questo fatto è negato dall&#8217;ideologia staliniana, che accetta l&#8217;illusione che l&#8217;esistenza di piani economici e della proprietà statale siano sufficienti per sradicare le relazioni mercantili e sostituirle con &#8220;relazioni economiche pianificate&#8221;. Questa illusione è necessaria anche per il dominio della borghesia di Stato, poiché la rappresentazione di un&#8217;economia soggetta a pianificazione fa parte dell&#8217;ideologia del &#8220;modo di produzione socialista&#8221;. Consente alla classe dirigente di difendere i propri privilegi in nome della &#8220;difesa del socialismo&#8221;. L&#8217;articolo-programma sull&#8217;insegnamento dell&#8217;economia politica, pubblicato nel 1943 e generalmente attribuito all&#8217;economista Leontiev, è un testo di capitale importanza, che segna il passaggio da un periodo essenzialmente volontaristico a un periodo prevalentemente deterministico. Il decennio successivo sarà dedicato all&#8217;elaborazione del sistema delle &#8220;leggi economiche&#8221; del socialismo, che sarà sistematizzato nel Manuale del 1954, il cui nucleo è la teoria del &#8220;modo di produzione socialista&#8221;. Il momento culminante di questo processo è segnato dall&#8217;intervento di Stalin nel 1952 (con il suo Problemi Economici del socialismo in URSS), che risolve la discussione tra le posizioni contraddittorie emerse nei dibattiti tra gli economisti.</p>
<p align="left">Così, all&#8217;interno della formazione ideologica stalinista, si assiste a una sorta di estensione ed estrapolazione del modello meccanicistico e deterministico del &#8220;materialismo storico&#8221;, elaborato nel corso degli anni ‘30 e sintetizzato nel famoso testo di Stalin del 1938, “Il materialismo storico e il materialismo dialettico” presente sia in Storia del partito comunista bolscevico dell’URSS e in Questioni di leninismo, al modello del &#8220;modo di produzione socialista&#8221;. Il primo periodo dell&#8217;ideologia staliniana è, infatti, segnato, da un lato, da un forte contrasto tra una teoria chiaramente evolutiva della storia, in cui si esprime l&#8217;eredità della teoria delle forze produttive dell&#8217;Internazionale, e, dall&#8217;altro, da una concezione estremamente volontaristica del sistema &#8220;socialista&#8221; in cui domina il momento dell&#8217;attività cosciente (anche della &#8220;violenza dall&#8217;alto&#8221;), il ruolo decisivo della sfera giuridica, politica e ideologica, in relazione a quella dell&#8217;economia e in cui lo Stato pianificatore tende a diventare il soggetto libero e creativo dello sviluppo sociale. Gli ideologi staliniani cercano di riassorbire questo contrasto derivato dalle condizioni storiche e sociali in cui la borghesia di stato ha portato avanti la sua &#8220;rivoluzione dall’alto&#8221;, dal momento in cui si stabilisce definitivamente questo dominio di classe: dopo la guerra. Così come la storia era stata ridotta nel marxismo staliniano all&#8217;azione di leggi eterne (la legge dello sviluppo delle forze produttive, la legge della necessaria corrispondenza dei rapporti di produzione con il carattere delle forze produttive&#8230; ) si vedrà che il &#8220;modo di produzione socialista&#8221; stabilizzato attribuisce un gran numero di leggi &#8220;oggettive&#8221;, immanenti alla sua &#8220;essenza&#8221; e il cui sviluppo sociale si suppone rappresenti la progressiva incarnazione nel reale. Ma bisogna sottolineare che, nonostante ciò, la miscela di volontarismo e determinismo nell&#8217;ideologia sovietica non è soppressa. Infatti, è irriducibile, in quanto il modo di produzione socialista resta comunque definito dalla sovrastruttura (proprietà socialista e stato socialista): la sua integrazione in uno schema fondamentalmente deterministico ed economicistico non è fonte di contraddizioni.</p>
<p align="left">Dagli anni &#8217;20 in poi, è emersa l&#8217;immagine ideologica dell&#8217;&#8221;accumulazione originaria socialista&#8221;. Respinta ufficialmente dal partito, riemerge sotto una nuova forma: quella del &#8220;tributo&#8221;, che Stalin dichiarò nel 1928, doveva essere imposto ai contadini. Questa immagine gioca un ruolo transitorio. Serve come giustificazione per la collettivizzazione forzata e le massicce confische effettuate sulla produzione agricola. Alla fine degli anni ‘20 emerge la tesi della necessità di uno sviluppo prioritario dell&#8217;industria pesante e del primo settore dell&#8217;economia (settore della produzione di mezzi di produzione). Questa tesi è praticamente accettata dal partito nel Plenum del 1928. In seguito sarebbe stata &#8220;teorizzata&#8221; e addirittura attribuita a Lenin (&#8220;dimenticando&#8221; che &#8211; proprio secondo Lenin &#8211; questo tipo di sviluppo costituisce una delle leggi del capitalismo). Questa tesi enuncia in forma dogmatica una delle leggi dell&#8217;accumulazione capitalistica. Fu proclamato con particolare brutalità nel corso degli anni &#8217;30, quando fu lanciato lo slogan: &#8220;I ritmi decidono tutto”. Questo aspetto dell&#8217;ideologia staliniana è, quindi, costituito dalle esigenze della riproduzione allargata del capitale. Queste rivendicazioni, trasformate fantasiosamente in quelle dell&#8217;&#8221;edificazione del socialismo&#8221; e, più tardi, del suo &#8220;sviluppo&#8221;, diventano un&#8217;arma ideologica diretta contro la classe operaia che si oppone al super-sfruttamento. I sindacati sono ridotti al ruolo di strumenti per la &#8220;realizzazione dei piani e la lotta per la produzione&#8221;: ai lavoratori vengono imposti ritmi di lavoro sempre più estenuanti e il ricorso a &#8220;stimoli materiali&#8221; assume dimensioni senza precedenti e la repressione di massa colpisce coloro che si oppongono a tali sviluppi.</p>
<p align="left">Infine, il sistema classico dell&#8217;economia politica del socialismo, del Manuale, contiene un certo numero di &#8220;leggi economiche&#8221; che differiscono, in realtà, per natura e funzione, pur essendo considerate, allo stesso tempo, come &#8220;leggi economiche oggettive&#8221;. Così, si potrebbero distinguere leggi ideali del modo di produzione socialista come la &#8220;legge economica fondamentale del socialismo&#8221; o la &#8220;legge dello sviluppo armonico (proporzionato) dell&#8217;economia nazionale&#8221;. Queste sono leggi puramente mistiche per quanto riguarda la loro determinazione teorica. Sono introdotti come postulati nonostante si basino solo su illusioni proprie del capitalismo di stato (vale a dire, l&#8217;idea che la proprietà universale dello stato e la pianificazione da sole autorizzino la soddisfazione dei bisogni della &#8220;società&#8221; considerata nel suo insieme e uno sviluppo armonioso della produzione). Il piano statale si presenta come una mediazione nell&#8217;effettiva attuazione delle &#8220;leggi&#8221;. D&#8217;altra parte, ci sono leggi reali del &#8220;modo di produzione socialista&#8221;: infatti, sono leggi della produzione capitalistica (come concepita dall&#8217;economia politica sovietica) trasfigurate in leggi economiche del socialismo. La trasposizione può essere diretta (legge di accumulazione socialista, legge di sviluppo prioritario del settore uno rispetto al settore due, legge dell&#8217;aumento necessariamente maggiore della produttività in relazione all&#8217;aumento dei salari..), o indiretta: in alcuni casi, è la forma fenomenica e illusoria della relazione capitalista che è dichiarata la legge del modo di produzione socialista (quindi, la &#8220;legge di distribuzione secondo il lavoro&#8221;, che non è altro che la teorizzazione della falsa rappresentazione generata dal capitalismo del salario come &#8220;prezzo del lavoro&#8221;). In breve, dobbiamo menzionare le leggi mercantili, ed essenzialmente la legge del valore. Quest&#8217;ultima è considerata una legge effettiva ma limitata (anzi trasformata) da condizioni &#8220;socialiste&#8221;. In realtà, subisce un ribaltamento totale poiché, lungi dall&#8217;esprimere che le relazioni sociali sono fuori dal controllo dei produttori &#8211; come ha mostrato Marx &#8211; la legge del valore diventa nell&#8217;economia politica del socialismo uno strumento &#8220;usato&#8221; dallo Stato per pianificare e &#8220;controllare&#8221; la produzione sociale. Quando gli ideologi staliniani affermano l&#8217;esistenza oggettiva di queste diverse leggi economiche e la necessità di rispettarle, oltre che di &#8220;applicarle&#8221; con giudizio, stanno di fatto operando un amalgama il cui scopo non è difficile da intuire. Il sistema delle leggi economiche del socialismo è senza dubbio l&#8217;ambito in cui appaiono più chiaramente le varie funzioni ideologiche dello stalinismo: occultamento e allo stesso tempo riconoscimento della realtà sociale effettiva, teorizzazione di apparenze reali che contraddicono l&#8217;essenza delle relazioni sociali di produzione, sviluppo di un&#8217;apologia per lo stato di cose esistente e, contemporaneamente, discorso con scopi pratici.</p>
<p align="left">
<p align="left">Per quanto riguarda la produzione mercantile e la natura delle categorie economiche, si possono anche distinguere due fasi distinte: nel corso degli anni &#8217;30 è stato spesso affermato che le categorie mercantili e capitaliste sono state abolite oppure che esiste una forma apparente semplice, necessaria per ragioni tecniche. Così, l&#8217;esistenza della riproduzione mercantile e della legge del valore è generalmente negata. All&#8217;inizio del primo piano quinquennale -quando l&#8217;accumulazione originaria era estremamente estesa-, la negazione dell&#8217;esistenza reale dei rapporti monetari porta a rifiutare ogni significato all&#8217;inflazione che si sviluppa. Le cose cambiano una volta che questo periodo è finito. Dal 1932 al 1933 si riconosce che l&#8217;esistenza della moneta, anche come forma semplice, deve comportare importanti conseguenze pratiche. Da allora, Stalin e i responsabili dell&#8217;economia hanno insistito sulle &#8220;richieste&#8221; del calcolo monetario e su quelle della redditività. Questa svolta nel discorso è il prodotto di contraddizioni oggettive il cui approfondimento non consente di negare indefinitamente le richieste di valorizzazione del capitale. Nonostante ciò, l&#8217;affermazione di queste esigenze pratiche non trovò la loro traduzione a livello teorico negli anni ‘30.</p>
<p align="left">
<p align="left">È nel 1943 che avviene un importante cambiamento teorico (il citato articolo-programma afferma la persistenza della legge del valore nel socialismo); ma, nonostante tutto, le tesi ufficiali sulle categorie economiche non saranno veramente modificate, ma piuttosto specificate ed elaborate in modo più completo. Gli autori di questo articolo fanno una distinzione radicale tra produzione di merci e produzione capitalistica; E, pur affermando che il lavoro nelle imprese socialiste ha un carattere direttamente sociale, cercano di fondare la necessità delle merci e della legge del valore sull&#8217;esistenza di &#8220;differenze di lavoro&#8221; e su bisogni pratici di contabilità. Questa tesi fu abbandonata dopo i Problemi economici di Stalin (1952), per riapparire invece in alcuni economisti verso la fine degli anni ‘50. Per Stalin, la persistenza della produzione di merci e della legge del valore nel &#8220;socialismo&#8221; si basa su una premessa giuridica: l&#8217;esistenza di due forme di proprietà socialista. Le categorie mercantili (merce, valore, moneta) sono considerate efficaci in relazione ai rapporti tra Stato e kolchoz, oppure a livello di prodotti di consumo industriale (ma anche qui ci troviamo di fronte a una inversione dell&#8217;analisi di Marx, poiché Stalin presuppone un lavoro immediatamente sociale e non privato); al contrario, all&#8217;interno del settore statale queste categorie sono caratterizzate da una &#8220;vecchia forma&#8221;, necessaria per ragioni tecniche (contabilità), a cui corrisponde un &#8220;nuovo contenuto&#8221;, socialista, determinato dall&#8217;esistenza della proprietà socialista. Così, dichiarò Stalin</p>
<p align="left">
<p>“Nel campo del commercio estero, i mezzi di produzione fabbricati dalle nostre aziende mantengono la proprietà delle merci sia nel contenuto che nella forma, mentre negli scambi economici all&#8217;interno del paese i mezzi di produzione perdono la proprietà della merce, cessa di essere merce, esce dalla sfera di azione della legge del valore e conserva solo l&#8217;aspetto esteriore della merce.”</p>
<p>L&#8217;economia politica del socialismo si rivela qui come una forma dell&#8217;economia volgare. La sua originalità deriva, da un lato, dal fatto che le apparenze su cui si basa sono quelle del capitalismo di stato, e, dall&#8217;altro, che si riferisce alla teoria marxiana del feticismo, trasformando la funzione critica che aveva per Marx in una funzione grossolanamente apologetica. Questa trasformazione è presupposta dal dogma della &#8220;proprietà socialista&#8221;. Quest&#8217;ultima serve anche a giustificare la negazione dell&#8217;esistenza di categorie capitalistiche, cioè di rapporti di produzione capitalistici, come plusvalore, capitale&#8230; C&#8217;è solo un&#8217;eccezione a questa negazione: il salario considerato come la forma secondo la quale ciascuno riceve &#8220;secondo il suo lavoro” e non in base al prezzo della sua forza lavoro. Ma questo &#8220;salario socialista&#8221; ha, se crediamo agli ideologi stalinisti, in una certa misura l&#8217;originalità di essere un salario basato sull&#8217;abolizione del sistema del lavoro salariato.</p>
<p>In termini generali, le categorie economiche nella teoria di Stalin tendono a subire un mutamento radicale: da forme sociali di produzione, espressione di determinati rapporti di produzione, diventano forme tecniche, &#8220;usate&#8221; o &#8220;controllate&#8221; dallo Stato-società, soggetto progettuale, nella sua gestione della produzione.</p>
<p>Le forme esterne delle categorie di valore nascondono nel proprio principio un diverso contenuto sociale; il destino di queste categorie è radicalmente modificato. Moneta, commercio, credito sono ormai strumenti della pianificazione socialista. La personificazione dei rapporti di produzione, insiti nella produzione mercantile e capitalistica in generale, ma portati all&#8217;estremo nel capitalismo di stato, serve quindi, un substrato immediato per l&#8217;ideologia economica dello stalinismo: secondo queste concezioni, il socialismo diventa socialismo di Stato concepito come capitalismo organizzato. Una tale formazione ideologica (le cui caratteristiche essenziali sopravvivono nella successiva ideologia ufficiale) costituisce una sorta di forma finita di quella tecnologia sociale che molti teorici degli anni &#8217;20, e prima di tutto Bukharin e Preobrazhenski, immaginavano come la futura scienza dell&#8217;economia organizzata&#8221;, di una &#8220;società-fabbrica &#8220;immaginaria. Ma nell&#8217;economia politica del socialismo staliniano questa &#8220;tecnologia sociale&#8221; non è altro che l&#8217;economia volgare, con un vocabolario &#8220;marxista&#8221;, del capitalismo di stato. Attraverso un linguaggio segnato dalle condizioni storiche della rivoluzione russa e della controrivoluzione staliniana (che spiega la sua forma &#8220;marxista&#8221; e &#8220;leninista&#8221;), l&#8217;ideologia dello stalinismo riflette &#8211; allo stesso tempo nasconde &#8211; le relazioni sociali così come sono stabilite e riprodotte quando la proprietà generale dello Stato è imposta al capitale. Da un lato, le illusioni proprie del modo di produzione capitalistico &#8211; feticismo della merce, del denaro, del capitale- vengono osservate, rafforzate, allo stesso tempo integrate nel feticismo dello Stato. Da qui la copertura contraddittoria dell&#8217;illusione politica (secondo la quale è lo Stato che unifica la società) e giuridica (che incoraggia la considerazione delle leggi sociali ed economiche sul modello di diritto dettato dal soggetto che sarebbe lo Stato-società sovrano), e il feticismo del capitale (dove appare come agente cosciente e attivo, personificato, dello sviluppo sociale, come portatore di tutte le forze produttive esistenti e potenziali in relazione al lavoro). Ma, d&#8217;altra parte, il capitalismo di stato produce un&#8217;inversione radicale di certe forme di rappresentanza poiché alla fine è il capitalismo stesso che sembra essere abolito. Scompare infatti la reciproca autonomia dei diversi rapporti di produzione, delle diverse forme funzionali di capitale o delle diverse forme di plusvalore (profitto, rendita, interesse). Così, la figura dell&#8217;unità del capitale sociale, del capitale universale, sotto forma di proprietà statale si impone in modo molto diretto ma questa &#8220;unità&#8221; si presenta non come realmente è, come unità del capitale, ma come il suo opposto: come il ricongiungimento dell&#8217;unità della società con se stessa.</p>
<p>Bollettino Culturale</p>
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		<title>IN RICORDO  DI MASSIMO BONTEMPELLI</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jul 2013 22:21:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Due anni fa, Massimo Bontempelli, storico, filosofo, rivoluzionario militante, moriva a Pisa. Un lutto enorme,  per il movimento anticapitalista e per la Cultura Italiana. Vogliamo ricordarlo pubblicando un piccolo saggio sulla moderna potenza capitalistica!  Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità di Massimo Bontempelli I. Sussunzione formale e sussunzione reale Le categorie con le quali Marx [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 class="post-title entry-title" style="text-align: center;"><em> <strong><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><span style="color: #cc0000;"><span style="font-family: 'Trebuchet MS',sans-serif;">Due anni fa, Massimo Bontempelli, storico, filosofo, rivoluzionario militante, moriva a Pisa. Un lutto enorme,  per il movimento anticapitalista e per la Cultura Italiana.</span></span></span></span></strong></em></h3>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Vogliamo ricordarlo pubblicando un piccolo saggio sulla moderna potenza capitalistica!</strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/08/Massimo-Bontempelli.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3790" title="Massimo Bontempelli" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/08/Massimo-Bontempelli.jpg" alt="" width="290" height="193" /></a></p>
<h3 class="post-title entry-title"> <span style="font-size: large;">Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità</span></h3>
<h3 style="text-align: left;" dir="ltr"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><strong><span style="font-family: 'Trebuchet MS',sans-serif;"><span style="color: #660000;">di Massimo Bontempelli</span></span></strong></span></span><br />
<span style="color: #444444;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><br />
<strong>I. Sussunzione formale e sussunzione reale</strong></span></span></span></h3>
<p style="text-align: left;">Le categorie con le quali Marx ha concettualizzato il modo capitalistico di produzione un secolo e mezzo fa, lungi dall’essere state mostrate erronee, o comunque rese inadeguate, dal tempo trascorso, hanno una straordinaria capacità interpretativa proprio riguardo al nostro presente storico. In particolare, la coppia categoriale di sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale consente di comprendere davvero a fondo temi cruciali come la tecnicizzazione della vita, il tramonto della centralità operaia, l’adattamento di massa al capitalismo persino in contraddizione con precisi interessi materiali, la trasformazione antropologica prodotta dallo sviluppo economico. In questa sede viene discusso quest’ultimo tema, con le sue importanti implicazioni sociali e politiche.</p>
<p style="text-align: left;">La coppia categoriale di cui si parla è esposta da Marx, come è noto, non nel libro del Capitale da lui pubblicato nel 1867, ma nel suo cosiddetto Capitolo VI inedito, pubblicato postumo soltanto nel 1933. Si tratta di un quaderno manoscritto di cinquantaquattro pagine, pensato, nel progetto originario del libro primo del Capitale, per essere collocato dopo il suo quinto capitolo sul plusvalore assoluto e relativo, con il titolo Risultati del processo di produzione immediato. Poi l’intero impianto dell’opera è stato modificato al momento della pubblicazione nel 1867, ed ulteriormente modificato con la seconda edizione del 1873, lasciando fuori, non si è ancora capito esattamente per quale ragione, il quaderno sul processo di produzione immediato. Nella sistemazione definitiva, molti temi del quaderno hanno trovato posto nel capitolo quinto sul processo lavorativo e processo di valorizzazione, ma, essendo stati spostati in avanti i capitoli sul plusvalore assoluto e sul plusvalore relativo, è necessariamente rimasto fuori da capitolo quinto il tema della doppia sussunzione al capitale, strettamente connesso alla doppia genesi del plusvalore.</p>
<p style="text-align: left;">Nel <em>Capitolo VI inedito</em> Marx introduce la categoria di sussunzione al capitale sdoppiata in sussunzione formale e sussunzione reale.</p>
<p style="text-align: left;">La nozione di sussunzione come tale è tratta dalla<em> Critica del Giudizio </em>di Kant, dove la parole (die <em>Subsumtion</em>, derivata dal verbo <em>subsumieren</em>, cioè inquadrare in una classificazione) indica la riconduzione di un termine al rapporto insieme di inclusione e di subordinazione che gli è proprio rispetto ad un termine più esteso. Marx utilizza la nozione al di fuori dell’ambito della logica, per cui è stata concepita, riformulandola in modo da inquadrarvi i termini, sociali e non logici, di capitale e lavoro.</p>
<p style="text-align: left;">La sussunzione concepita da Marx è infatti sussunzione del lavoro al capitale, e la distinzione in cui si articola tra sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale, ricalcata sulla distinzione kantiana tra sussunzione del particolare all’universale nel giudizio riflettente e in quello determinante, serve a comprendere il ciclo storico già compiuto attraverso il quale il capitale è giunto ad assoggettare pienamente a sé il lavoro umano, riducendolo a mera forza produttrice di plusvalore.</p>
<p style="text-align: left;">L’operazione concettuale che da tempo propongo per la sua possibile fecondità interpretativa è quella di riformulare, per trasporla come categoria illuminante in un più vasto ambito, la nozione marxiana di sussunzione, alla stessa maniera in cui Marx ha riformulato la nozione kantiana di sussunzione per riferirla al rapporto tra capitale e lavoro. Si tratta cioè di pensare la distinzione tra sussunzione formale e sussunzione reale non più soltanto del lavoro al capitale, ma di contenuti della stessa vita umana al capitale. Con questa riformulazione, la coppia concettuale di cui si parla consente di comprendere, molto più che il ciclo storico passato del capitale, quello oggi in atto e proiettato nel futuro, mostrando quali strade debbano prendere le pratiche oppositive alla logica sistemica per non ridursi a illusioni. La nozione marxiana di sussunzione prima formale e poi reale del lavoro al capitale è comunque alla base del paradigma categoriale necessario a comprendere fino in fondo la realtà sociale nella quale ci siamo trovati immersi, e deve quindi essere fissata in maniera chiara e precisa. Sussunzione formale del lavoro al capitale significa, dice Marx, che il capitale sottomette a sé, vale a dire include nel rapporto sociale di cui esso consiste e rende quindi funzionale alla logica della sua autoriproduzione, modi di essere del lavoro umano che si sono costituiti prima e indipendentemente da esso, e che esso piega ai suo interessi senza modificarne il contenuto. Il termine sussunzione formale vuol indicare appunto che il modo di produzione che tale sussunzione istituisce è capitalistico soltanto nella forma, non anche nel contenuto. La nozione di forma qui utilizzata da Marx per oggettivare la sussunzione inaugurale della produzione capitalistica è visibilmente tratta dalla logica hegeliana. Hegel studia la forma come nozione logica nella prima sezione del secondo libro della Scienza della logica, definendola “relazione fondamentale le cui determinazioni stanno di contro al contenuto” e specificando che, così posto, “il contenuto è determinato già in lui stesso come fondamento della sua unità particolare con sé, e sta di contro alla forma quale relazione intera di fondamento e fondato”. Diradando l’oscurità, per i non addetti ai lavori, di questa terminologia hegeliana, il suo senso si ritrova nel discorso che Marx svolge nel Capitolo VI inedito. Il lavoro artigiano, o il lavoro contadino indipendente, sono “contenuto” della storia, e sono un contenuto ”determinato già in lui stesso”, nel senso che il suo concreto svolgimento nasce dalla sua natura, e non da alcunché di esterno. Il lavoro artigiano, cioè, è determinato dai suoi strumenti, dalla sua materia prima e dalla sua tecnica specifica, ovvero “in lui stesso”, indipendentemente dal fatto se sia sfruttato oppure no da un potere esterno, e da chi e secondo quale finalità sia eventualmente sfruttato. Esso è, come tipo di lavoro particolare, dotato di una sua particolare identità, fondamento determinato, nel senso che fonda competenze, relazioni e stili di vita, e ciò è significato dall’espressione “fondamento nella sua particolare unità con sé”. Di fronte a questo contenuto come fondamento particolare sta “la relazione intera di fondamento e fondato”, cioè una relazione più generale che, includendo il fondamento particolare, lo riduce a un fondato, essendo quella più generale la relazione fondamentale. Ad esempio il lavoro contadino indipendente come lavoro è fondamento, fondamento della vita del contadino, nella sua particolarità avulsa dal più generale contesto storico di relazioni sociali, ma, se viene inserito in un tale contesto relazionale, ad esempio in un rapporto di dipendenza feudale da una signoria rurale, si rivela fondato dalle regole e dagli scopi di tale rapporto, pur rimanendo fondamento a livello della sua particolarità specifica.</p>
<p style="text-align: left;">La forma in senso hegeliano è quindi forma di assunzione, da parte di una relazione generale, di un contenuto più particolare determinato in se stesso, indipendentemente da essa, dalla propria stessa particolarità. Nella sua trasposizione marxiana nella sfera dei rapporti di produzione, questa forma diventa forma di appropriazione, da parte di un rapporto sociale globale ed in funzione della sua autoriproduzione, del prodotto di un lavoro predeterminato ad esso nel suo modo di essere. Ciò accade, ad esempio, quando il capitale, radunando sotto di sé, senza modificarne la natura, ma lasciandolo come lo ha storicamente trovato, il lavoro di molti artigiani, si appropria ai suoi fini del prodotto di tale lavoro attraverso la riduzione degli artigiani che lo erogano a lavoratori suoi salariati. Se si vanno a rileggere, dopo questo chiarimento, le frasi citate di Hegel sulla nozione di forma, e le pagine di Marx sulla sussunzione formale, le une e le altre dovrebbero risultare del tutto trasparenti.</p>
<p style="text-align: left;">La sussunzione formale del lavoro al capitale è dunque, dice Marx, la funzionalizzazione al rapporto sociale capitalistico di un modo di lavoro già sviluppatosi fino ad una sua propria maniera di svolgersi prima che il rapporto sociale capitalistico si sia costituito rispetto ad esso. La produzione che ne nasce è capitalistica, prosegue Marx, perché ha la forma generale della relazione capitalistica, ovvero la generazione di plusvalore da accumulare come capitale, ma non è, egli precisa, specificamente capitalistica, perché il suo contenuto lavorativo è un contenuto particolare storicamente preformato al capitale, e non un risultato della sua produzione. Il plusvalore come forma a cui quel contenuto è sottomesso è il genere di plusvalore che Marx chiama plusvalore assoluto. Per plusvalore assoluto egli intende il plusvalore generato dal maggior tempo di lavoro a cui il lavoratore viene obbligato dal comando capitalistico a cui è stato sottomesso. Poiché infatti il tempo di lavoro necessario al suo mantenimento a cui era abituato produce ora il valore che serve al pagamento del suo salario, e poiché il suo modo di lavorare non è modificato dalla sussunzione formale, tale sussunzione non può evidentemente generare plusvalore se non attraverso il prolungamento del tempo di lavoro. Marx chiama invece plusvalore relativo il plusvalore generato, con un tempo di lavoro immutato, dalla minore quantità di lavoro contenuta nella merce. Solo una modificazione del processo lavorativo può evidentemente consentire la produzione nello stesso tempo di una maggiore quantità di merce, e dunque di una minore quantità di lavoro incorporata in un’unità di merce, per cui il plusvalore relativo è necessariamente associato ad una sussunzione non più formale, ma reale.</p>
<p style="text-align: left;">Marx chiama sussunzione reale del lavoro al capitale la determinazione del modo stesso di essere del lavoro da parte del rapporto sociale capitalistico che lo ingloba. Il capitale si appropria quindi, dice Marx, non soltanto del prodotto del lavoro, ma anche della sostanza del lavoro, che riplasma per adattare alla sua teleologia la maniera stessa del suo svolgersi. La produzione che ne nasce, egli prosegue, è specificamente capitalistica, in quanto è il suo stesso contenuto lavorativo che è formato dal capitale, non già storicamente trovato da esso.</p>
<p style="text-align: left;">Questa categoria marxiana di sussunzione reale è la trasposizione nella sfera dei rapporti di produzione di precedenti categorie logiche di Kant e di Hegel, e precisamente della categoria kantiana di sussunzione del particolare all’universale nel giudizio determinante, in cui l’universale determina il contenuto fenomenico del particolare, e della categoria hegeliana di fondamento integrale, in cui “il reale stesso è tornato al suo fondamento e si è ristabilita in lui l’identità di fondamento e fondato”.</p>
<p style="text-align: left;">Marx mostra, con straordinaria forza interpretativa, come la logica stessa della sussunzione formale conduca alla sussunzione reale, in quanto la sola forma della produzione capitalistica esige una accumulazione allargata di plusvalore, la quale esige un incessante aumento di scala della produzione, che ad un certo momento esige un’appropriata modificazione del processo lavorativo, di cui sono strumenti le macchine industriali e le scienze fisiconaturali.</p>
<p style="text-align: left;">Questa logica ha un campo di applicazione potenziale che è più vasto di quello pensato da Marx, e che è diventato attuale proprio nel nostro presente storico. Allo sviluppo illimitato della produzione, insito nel rapporto sociale capitalistico, non può infatti bastare, oltre un certo limite, neppure la sussunzione reale del lavoro al capitale, perché è impossibile ridurre oltre un certo limite il tempo di lavoro incorporato nella merce senza separare del tutto la merce dal lavoro, e quindi dalla base stessa del plusvalore. Oltre un certo limite, quindi, lo sviluppo ulteriore della produzione richiede la riduzione del tempo di circolazione del capitale, che può realizzarsi sussumendo al capitale altre realtà oltre quella lavorativa.</p>
<p style="text-align: left;">Nel seguito di questo articolo mostreremo come alcuni aspetti decisivi della realtà contemporanea possano essere compresi grazie all’apparato categoriale marxiano che abbiamo fin qui delineato. Questa comprensione ci fornirà gli strumenti per una critica degli aspetti devastanti, sul piano ecologico e antropologico, del capitalismo contemporaneo.</p>
<h3 style="text-align: left;"><strong>II. Il dominio sul vivente</strong></h3>
<p style="text-align: left;">Nel XX secolo si è verificato gradualmente, per lungo tempo del tutto inavvertito, il passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale della materia vivente al capitale. L’allevamento capitalistico degli animali è cominciato, già nell’Inghilterra del Seicento, con la sussunzione formale al capitale di pecore, mucche, galline e conigli. Lana, latte, carne e uova hanno allora cominciato a produrre plusvalore attraverso il lavoro salariato degli allevatori, ed a realizzare plusvalore attraverso la loro vendita come merci in quantità crescenti nei mercati urbani. Le pecore producevano però lana secondo i loro ritmi biologici di sempre, e così le mucche il latte e le galline le uova. Le quantità crescenti di prodotti venivano perciò ottenute aumentando il numero di pecore, mucche e galline allevate. La sussunzione reale ha cominciato ad affacciarsi già negli anni Venti del Novecento, con i primi esperimenti di stabulazione intensiva degli animali sulla costa atlantica degli Stati Uniti. La stabulazione intensiva forzava infatti, ai fini di una maggiore produzione, lo spontaneo ciclo vitale degli animali, fino ad allora, invece, utilizzato come tale. Si trattava, però, soltanto di una prima debole manifestazione di sussunzione reale, che è stata programmaticamente accentuata prima con la somministrazione agli animali di vitamina D in sostituzione della luce solare sempre più sottratta da una stabulazione sempre più concentrazionaria, poi, dopo la scoperta degli antibiotici all’epoca della seconda guerra mondiale, con il loro uso massiccio per prevenire le infezioni altrimenti prodotte negli animali dalla condizione stressante e contagiosa della loro concentrazione in spazi sempre più ristretti. Nella seconda metà del XX secolo la stabulazione intensiva si è progressivamente diffusa anche in Europa, ed è diventata sempre più una macchinizzazione degli animali per accrescere la quantità dei loro prodotti rispetto a quelli forniti dal loro ciclo vitale. Questa prima macchinizzazione ha aperto la strada alla ingegnerizzazione genetica dell’animale, che ne ha completato la riduzione a macchina.</p>
<p style="text-align: left;">La tecnica del DNA ricombinante è stata scoperta nel 1973 nelle università degli Stati Uniti da Stanley Cohen ed Herbert Boyer, e la sua prima produzione è stata, nel 1975, quella, finanziata dalla General Electric, di un batterio ingegnerizzato per degradare idrocarburi galleggianti. Dopo che l’Ufficio Brevetti aveva respinto la domanda di brevetto di questo batterio, prevedendo la normativa soltanto la brevettabilità di materiali fisici, non biologici, nel 1980 una sentenza della Corte Suprema dichiarava brevettabile il batterio, in quanto più simile ad un reagente chimico che ad un vivente, e nel 1987 un’altra sentenza dichiarava brevettabile, sulla base di pretestuosi artifizi giuridici, qualsiasi processo biologico eccetto quello integrale di un corpo biologico umano.</p>
<p style="text-align: left;">Le due sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti del 1980 e del 1987 segnano l’adattamento della società alla sussunzione reale della materia vivente al capitale, che è oggi rappresentata dalla mucca artritica, sterile, appesantita da mammelle ipertrofiche, ma produttrice di una quantità doppia di carne e quadrupla di latte rispetto ad una mucca normale, già creata dall’ingegneria genetica, anche se non ancora utilizzata commercialmente a causa del suo troppo breve ciclo artificiale di vita.</p>
<p style="text-align: left;">Il processo di sussunzione reale della materia vivente al capitale è ormai ad uno stadio avanzato, perché sono ormai tanti i campi nei quali il capitale non si limita più a produrre plusvalore attraverso l’utilizzazione dei cicli biologici dati dalla natura, ma crea, ricombinando a suo modo spezzoni di materia vivente, cicli biologici artificiali per esso più produttivi. Oggi abbiamo infatti piante ingegnerizzate per essere serializzate ad uso commerciale e conservate a tempo indefinito, frutti ed ortaggi di serra al di fuori delle loro stagioni naturali.</p>
<p style="text-align: left;">Non capire questo nuovo scenario significa allontanarsi senza saperlo dalla possibilità stessa di un reale antagonismo al sistema capitalistico. Occorre sapere che chi oggi mangia spesso carne, chi consuma regolarmente prodotti vegetali fuori della loro produzione naturale, chi accetta la frutta standardizzata e non maturata da supermercato, non solo si nutre male e perde il senso dei sapori, ma dà, per così dire, il suo democratico voto quotidiano a favore dello sfruttamento capitalistico (molto più democratico e molto più determinante del voto nella cabina elettorale), proprio come chi usa frequentemente l’automobile e si affretta a comprare gli ultimi ritrovati della tecnologia immessi sul mercato. Occorre poi una battaglia culturale contro lo scientismo ed i suoi riduzionismi, che sono gli strumenti della sussunzione reale della materia vivente al capitale. Prendiamo ad esempio la somministrazione della vitamina D agli animali stabulati. Essa è legittimata dal pensiero riduzionistico per cui il frequente spezzarsi delle gambe di certi animali stabulati è linearmente riconducibile al mancato assorbimento del calcio dalle ossa, e il mancato assorbimento del calcio è linearmente riconducibile al mancato apporto di vitamina D. E’ in realtà provato che, senza urti traumatici e al di fuori di un’età avanzata, ossa anche molto decalcificate non si spezzano senza cause concomitanti, che nel caso degli animali stabulati sono l’immobilità e le atrofie muscolari. Ed è altresì provato che le vitamine chimicamente sintetizzate hanno minori effetti benefici di quelli dei processi naturali, in questo caso dell’esposizione alla luce solare. Contrastando anche sul piano teorico questa scienza del capitale, può diventare un obiettivo di lotta politica che agli animali dei cui prodotti ci cibiamo siano assicurati un adeguato spazio di vita, libero movimento, fruizione dell’aria e del sole. I difensori dei metodi moderni di allevamento ci dicono che, se tali metodi fossero abbandonati, avremmo carne, latte ed altro in quantità molto minori e a prezzi molto maggiori. Su questo punto hanno ragione. Il torto marcio che è insito in tale ragione può emergere soltanto se alla prospettiva capitalistica dello sviluppo sostituiamo quella riumanizzata della decrescita.</p>
<p style="text-align: left;">I polli, certo, quando ancora ruspavano, ormai diversi decenni fa, erano un cibo quasi di lusso, inaccessibile alle tasche dei ceti inferiori della società, se non eccezionalmente, in occasione di qualche festa. Ora, invece, che sono allevati in batteria, rappresentano un consumo popolare, accessibile a tutti. E’ stato un guadagno? Lo sarebbe stato se i meno abbienti potessero regolarmente cibarsi, ora, dei polli di allora. Ma non a quei polli essi hanno ora accesso. Capire la sussunzione reale di un certo contenuto al capitale significa capire che il capitale ne cambia il modo di essere, e che esso non è più quindi lo stesso contenuto, proprio come il lavoro dell’operaio alla macchina non è più lo stesso lavoro dell’operaio con i suoi attrezzi. Il pollo che oggi tanto facilmente compare nelle mense dei ceti popolari ha una carne senza sapore, che si stacca facilmente dalle ossa per le tossine derivanti dallo stress dell’allevamento in batteria, carica di antibiotici che il consumatore ovviamente ingerisce, e che gli renderanno meno efficaci o del tutto inefficaci gli antibiotici che in futuro dovesse eventualmente prendere per ragioni mediche. Mangiare carne simile, come la carne bovina che si restringe alla cottura perché rigonfiata artificialmente durante l’allevamento con la somministrazione di farine fatte letteralmente di merda e di residui di idrocarburi, non rappresenta affatto una maggiore diffusione del benessere. Maggiore benessere sarebbe mangiare una o al massimo due volte la settimana buona carne, anziché tutti i giorni cattiva carne (un consumo quotidiano di carne è comunque nocivo, anche nel caso di buona carne). Ma senza i moderni metodi di allevamento non si tornerebbe a togliere del tutto la carne ed altri prodotti di origine animale ai ceti meno abbienti? Quando si pensa questo, lo si pensa perché si immagina la decrescita come una riduzione delle quantità a rapporti sociali invariati. Ma a rapporti sociali invariati la decrescita è impossibile, perché i rapporti sociali vigenti si autoriproducono soltanto attraverso lo sviluppo, in quanto poggiano sulla crescita illimitata del plusvalore. L’attuazione della decrescita scardinerebbe di per se stessa i rapporti sociali vigenti, e non solo consentirebbe, ma esigerebbe redistribuzioni di ricchezza sociale.</p>
<h3 style="text-align: left;"><strong>III. Il senso comune “sviluppista” e la sua critica</strong></h3>
<p style="text-align: left;">Se si giunge a comprendere a fondo tutta la valenza interpretativa della coppia categoriale di sussunzione formale e sussunzione reale, diventa chiaro che, se si vuole contrastare il vigente sistema dei rapporti sociali con i suoi odierni corollari di barbarie, l’ostacolo principale da rimuovere sul piano delle forme di coscienza, il nemico ideologico da battere, è l’ottusa ideologia dello sviluppo, in quanto essa oggi (non ieri) contiene implicitamente in se stessa tutti gli altri ingredienti mentali dell’accettazione dell’attuale capitalismo. Non a caso l’atto di fede nello sviluppo è conditio sine qua non, proprio come la fedeltà all’alleanza americana e alla sua propaggine sionista, per l’ingresso nell’area di governo. E’ per questo che Rifondazione comunista, una volta entrata nell’Unione, da un lato ha attenuato la sua denuncia della politica di Israele, mettendo in primo piano la falsa priorità del pericolo dell’antisemitismo e la ridicola questione del riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele, ed accettando la partecipazione italiana alla missione militare di sostegno ad Israele in Libano, da un altro ha sposato senza residui la tesi dello sviluppo, chiedendo ripetutamente una legge finanziaria capace di promuovere lo sviluppo stesso.</p>
<p style="text-align: left;">Chi, perciò, sta dalla parte dello sviluppo, sta di fatto dalla parte del sistema vigente, qualunque illusione coltivi riguardo alla sua collocazione, e si condanna all’inintelligenza della trama di connessioni effettive tra i molteplici aspetti del mondo attuale. Questa adesione all’ideologia dello sviluppo da parte di chi si proclama anticapitalista può assumere le forme più diverse, può venire dal raffinato intellettuale o dal semplice militante, ma in sostanza girerà attorno a pochi argomenti di senso comune che possono essere più o meno riassunti come segue: “I teorici della decrescita vogliono il ritorno all’economia del passato, a costumi sociali arcaici, ai buoni tempi andati. Ma noi non vogliamo tornare alle condizioni di una volta, alla vita media brevissima, alle malattie che non si sapevano curare, alle carestie, alle giornate di lavoro lunghe e tormentose. Vogliamo, come è sempre stato nella tradizione del movimento operaio, lo sviluppo economico, scientifico e tecnologico liberato però dai condizionamenti, dai vincoli e dalle priorità dell’organizzazione sociale capitalistica”.</p>
<p style="text-align: left;">A queste argomentazioni di senso comune si possono contrapporre almeno cinque osservazioni estremamente sintetiche, il cui approfondimento va oltre i limiti di questo articolo.</p>
<p style="text-align: left;">Primo. La decrescita mira ad una riduzione progressiva della quantità di merci e dell’ammontare del prodotto interno lordo, quindi del consumo di energia e di materie prime, ma niente affatto del tenore di vita, che vuole anzi innalzare. Banalmente: quanto più il traffico automobilistico urbano è denso, caotico e lento, e addirittura, quanti più incidenti automobilistici ci sono, tanto più c’è sviluppo (per il maggior consumo di carburante e veicoli, e per il giro di assicurazioni e riparazioni), mentre un sistema efficiente di trasporto pubblico, in una città chiusa al traffico privato, sarebbe decrescita, una decrescita che, in tutta evidenza, migliorerebbe il tenore di vita. Gli esempi di questo tipo sono numerosissimi. Lasciamo a Bush, quando dice “il nostro tenore di vita non è negoziabile”, la confusione fra tenore di vita e quantità di merci, sviluppo e benessere.</p>
<p style="text-align: left;">Secondo. La decrescita non è affatto antimodernista, perché anzi, mirando a sostituire tecnologie ecologicamente leggere al posto di quelle pesanti, tecnologie di risparmio energetico (non di fonti alternative di energia, a cui essa è in linea di principio contraria) al posto di quelle dissipatrici di energia, promuove, anche in pratica (si pensi alle invenzioni documentate, anche se rifiutate dall’industria, di alcuni scienziati impegnati su questa linea), tecnologie in cui ci sono più “logie”, cioè apporti scientifici, che mere tecniche, e promuove, quindi, una modernità più evoluta.</p>
<p style="text-align: left;">Terzo. La decrescita non vuole proprio per niente tornare a costumi sociali arcaici e ad una economica arcaica. Al contrario, la decrescita è finalizzata ad una evoluzione dell’economia che la connetta più strettamente ai bisogni sociali, ad uno stile di vita più edonista perché non trascinato dalla rincorsa stressante a consumi superflui o, peggio, resi necessari dalla cattiva organizzazione sociale. Il benessere ed i piaceri della vita non crescono al crescere della quantità di merci, rifiuti e scarichi tossici (il consumismo è il falso edonismo di gente interiormente vuota e disperata), ma crescono con la selezione qualitativa dei beni prodotti.</p>
<p style="text-align: left;">Quarto. Ciò che eventualmente fa ricadere nei mali dei tempi andati non è la decrescita, ma proprio lo sviluppo. Quello che oggi chiamiamo progresso ci sta riportando ai mali di cento anni fa, come la mancanza di ogni diritto del lavoro attraverso lo smantellamento progressivo di tutte le conquiste delle lotte operaie dell’epoca keynesiano-fordista, ormai irreversibilmente tramontata, e persino a certi mali di trecento anni fa, che si ritenevano definitivamente debellati. Si pensi a come stanno ridiventando incerti e pericolosi i viaggi ed il turismo, ai danni fatti ogni anno da pochi giorni di pioggia o di neve, al riaffacciarsi di gravi epidemie. Ciò che è lo sviluppo andrebbe visto da una prospettiva più ampia di quella delle metropoli occidentali. La recente strage provocata in Costa d’Avorio dai rifiuti “importati” è un tipico prodotto dello sviluppo, che fa crescere a dismisura i rifiuti tossici e ne devia lo scarico nei paesi più deboli.</p>
<p style="text-align: left;">Quinto. L’idea di uno sviluppo non capitalistico è una illusione. L’intera storia del Novecento dimostra in abbondanza che non c’è altro sviluppo che quello interno al capitalismo. Chi sogna uno sviluppo non capitalistico deve assumersi l’onere della prova, deve spiegarci dove si potrà mai trovare questa araba fenice. Nella realtà, chi vuole lo sviluppo vuole il capitalismo, qualsiasi siano le illusioni ideologiche con le quali occulta questa semplice verità. Sesto. La crescente aggressività imperialistica è figlia dello sviluppo, che obbliga ad un sempre più vasto accaparramento delle risorse mondiali da parte delle principali potenze, e spinge l’Europa a stare sempre, alla fine, per le paure dei suoi ceti dirigenti, a rimorchio degli Stati Uniti. La frase prima citata di Bush è stata del resto pronunciata proprio per giustificare la “guerra infinita”. Non si possono contrastare le derive belliche dell’imperialismo attuale se non in una prospettiva di decrescita. Chi è a favore dello sviluppo è, anche se crede il contrario, a favore delle guerre imperialistiche che dello sviluppo sono un corollario.</p>
<h3 style="text-align: left;"><strong>IV. La sussunzione della persona umana</strong></h3>
<p style="text-align: left;">Un momento di straordinaria importanza nel passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale al capitale è quello che riguarda le strutture delle condotte personali. Il capitale, man mano che ha sussunto realmente sotto di sé il lavoro, ha piegato alle sue esigenze le personalità dei lavoratori, personalità, però, strutturate precedentemente ad esso. I lavoratori che hanno erogato lavoro al capitale secondo le modalità imposte dalla macchina della produzione capitalistica, cioè, vi si sono adattati con le loro personalità costituite da processi educativi propri delle tradizioni dei loro paesi, e sempre incentrati prioritariamente sulle comunità familiari (secondariamente su parrocchie, corporazioni di mestieri, comunità di villaggi, collegi). Le società capitalistiche dell’Ottocento, largamente determinate dalla cultura e dall’etica delle classi borghesi, hanno accentuato il peso della famiglia nella formazione della personalità individuale. Tale contesto spiega la nascita della psicoanalisi e la concettualizzazione della psiche come meccanismo funzionalmente autonomo dell’interiorità individuale. La psiche così intesa è stata l’indiscusso, comune postulato di base di tutte le teorie psicoanalitiche, e la sorgente, secondo l’opinione generalmente condivisa, delle condotte personali degli individui.</p>
<p style="text-align: left;">Nella seconda metà del XX secolo avviene però il passaggio di straordinaria importanza cui si è accennato, e cioè la graduale sussunzione reale delle strutture stesse delle condotte personali sotto una produzione capitalistica orizzontalmente dilatatasi su scala sempre più vasta, e verticalmente penetrata a livelli sempre più profondi dell’esistenza umana. La personalità individuale degli esseri umani comincia così a diventare una determinazione sociale sempre più diretta della riproduzione allargata del capitale, ovvero dell’economia del plusvalore. Se non si comprende questa trasformazione, ogni impegno anticapitalistico diventa vano e verbalistico. Le personalità stesse di coloro che intendono contrastare il sistema sociale vigente sono infatti strutturate nella loro immediatezza dal sistema stesso, ed orientate quindi a promuoverlo inavvertitamente in tanti aspetti del loro agire e pensare, a meno che non abbiano trasceso la loro immediatezza in una riflessione consapevole in grado di limitarne il condizionamento (mai evitabile ovviamente del tutto). Orientarsi contro il sistema vigente è stato in un certo senso più facile per un individuo fino a cinquant’anni fa (ciò naturalmente non significa che fosse più facile vincere, perché in assenza di condizioni storiche favorevoli proprio la coerenza nell’orientamento contro il sistema esponeva ad essere schiacciati dalla repressione). Fino ad allora, infatti, il sistema ha operato nelle condizioni di vita sociale in cui l’individuo era incluso, mentre oggi (naturalmente, come ogni altra schematizzazione utile, anche questa deve essere presa con il dovuto grano di sale) opera non soltanto in quelle condizioni dell’individuo, ma nella stessa interiorità dei suoi desideri, dei suoi timori, e dei suoi modi di percepire e di valutare le situazioni. Così il sistema socioeconomico vigente ha avuto il suo funzionamento sempre più assicurato dagli automatismi comportamentali di massa, paradossalmente proprio da quando le sue contraddizioni lo hanno reso più vulnerabile, e da quando ha pienamente mostrato di non poter funzionare se non trascinando il genere umano nel baratro del disfacimento sociale e del collasso ambientale. Il compimento della sussunzione reale della personalità individuale sotto il capitale ha infatti indebolito l’opposizione al sistema molto più di quanto il sistema stesso sia diventato oggettivamente più vulnerabile, cosicché esso, nonostante le sue crescenti contraddizioni interne, è diventato comparativamente più forte. I suoi oppositori per lo più non sanno comprendere la plasmazione capitalistica della loro personalità, e non ne sanno quindi correggere le determinazioni immediate. In questo modo la loro opposizione è inefficace perché non in grado di individuare i luoghi sociali dove passano le catene sistemiche.</p>
<p style="text-align: left;">Ad esempio: capire che le cosiddette missioni di pace sono partecipazioni a guerre imperialistiche, e che la guerra al terrorismo è una copertura dell’espansionismo militare statunitense, è alla portata mentale di qualunque persona moralmente non depravata. Succede però spesso che un militante “antimperialista” si muova frequentemente e naturalmente in automobile, senza rendersi conto che bruciare benzina nel motore significa votare per il sistema in maniera ben più sostanziale che con una scheda elettorale, e che un luogo imprescindibile di attacco al sistema stesso sarebbe quello della circolazione autoveicolare privata. Perché non si sono mai visti “rivoluzionari” agire sabotando il traffico cittadino e rivendicando mezzi di trasporto pubblici e non inquinanti? Perché è così difficile comprendere che, data l’importanza primaria di crescenti consumi energetici tanto per la produzione quanto per il realizzo di plusvalore, e data la potenza conferita alle oligarchie imperialistiche dall’uso di massa dei combustibili fossili, una battaglia vera contro il sistema non può svolgersi se non anche come battaglia contro lo stile di vita collettivo basato sulla mobilità attraverso gli autoveicoli a motore? Essenzialmente perché lo stesso oppositore ha in molti casi una personalità adattata a vivere senza troppo soffrirne in mezzo alle conseguenze negative del traffico autoveicolare privato (rumori incessanti, gas di scarico, bruttezza degli ambienti) e ad accettare quella particolare privatizzazione e desocializzazione della strada che la circolazione automobilistica crea. La sua personalità così adattata è una determinazione del capitale, ma egli non lo sa, e, non sapendolo, non è emotivamente coinvolto più di tanto rispetto al sistema della mobilità urbana, che gli appare istintivamente di poco peso rispetto ai grandi temi. Questa situazione è quasi simboleggiata dalla tante bandiere della pace appese a finestre e balconi dall’inizio della guerra irachena, annerite dalla lunga esposizione all’aria inquinata delle città, e prive della benché minima influenza politica: mettere benzina nel proprio motore è dare benzina al turbocapitalismo imperialistico annerendo ogni lotta alla guerra.</p>
<p style="text-align: left;">Un altro esempio: chi si vuole oppositore del sistema vigente vede bene che deve opporsi alla precarizzazione del lavoro, allo smantellamento della previdenza pubblica, alla schiavizzazione dei lavoratori stranieri, alla riduzione dei posti di lavoro, e via dicendo, ma spesso la sua vista si appanna di fronte al nodo dello sviluppo e alla necessità della decrescita del prodotto interno lordo. Benché basti un po’ di serio studio per capire come i mali sopra indicati derivino dallo sviluppo della produzione di merci, come lo sviluppo coniugato con l’equità o lo sviluppo ecologicamente sostenibile siano pure fandonie, essendo da quarant’anni lo sviluppo necessariamente insostenibile dall’ambiente e fonte di crescenti diseguaglianze, e come solo la concreta ricerca di modalità di convivenza sociale che facciano decrescere il prodotto interno lordo consenta di combattere effettivamente la logica socialmente devastante del profitto capitalistico, succede tuttavia che la questione dello sviluppo lascia per lo più praticamente e mentalmente inerti quanti si sentono e si considerano antagonisti. Anzi, si può dire che la freddezza riguardo alla decrescita, l’incapacità di sentirne l’urgenza, e la tendenza a fraintenderne il senso, sono tipici segni rivelatori di una struttura della personalità realmente sussunta sotto il capitale: una tale personalità, infatti, ha interiorizzato lo sviluppo come modello di comportamento individuale, per cui manca della sensibilità per cogliere il valore di aspetti statici del paesaggio naturale e sociale, e per soffrire della loro dissoluzione, cosicché i processi innovativi del capitalismo non lo spaventano se non nelle loro conseguenze sulle condizioni di lavoro e sui livelli di reddito. Facciamo un esempio: fino a qualche decennio fa un aspetto statico del paesaggio sociale era la costellazione di piccoli negozi di quartiere, che servivano una clientela fissa di abitanti del quartiere stesso. Ebbene: per una personalità che ha interiorizzato lo sviluppo, il passaggio alla grande distribuzione non rappresenta un vissuto negativo, perché la più ampia gamma di merci acquistabili, ed i loro prezzi più contenuti, fanno premio sugli aspetti negativi della grande distribuzione, che non danno fastidio alla sua sensibilità. Fra questi aspetti negativi, possiamo ricordare l’aumento della circolazione veicolare indotto dal maggior afflusso di clienti in automobile e dalla maggiore quantità di merci che vengono trasportate da lontano, l’aumento dei rifiuti prodotti dal consumo, dovuto al fatto che le merci nei supermercati sono confezionate con maggiori quantità di imballaggi, l’esclusione dei piccoli produttori locali che in molti casi non sono in grado di fornire le merci nelle quantità e nei tempi richiesti dalla grande distribuzione. Tutti questi aspetti negativi, come dicevamo, non vengono colti dalla persona che ha interiorizzato lo sviluppo. Anzi, se l’individuo si considera anticapitalista, la piccola distribuzione diffusa gli parrà piuttosto un arcaismo piccolo-borghese degno di essere superato. In realtà l’adattamento di massa alla grande distribuzione è un elemento catalizzatore dell’economia del plusvalore, oggi quasi obbligato dalle condizioni esteriori di vita create dal capitale, ma inizialmente facilitato da tendenze interne degli individui, anch’esse prodotte dal capitale.</p>
<h3 style="text-align: left;"><strong> V. Le forme della personalità nella sussunzione reale: il disprezzo di sé</strong></h3>
<p style="text-align: left;">Torniamo ora dal livello delle esemplificazioni a quello della teoria. Si è dunque compiuta, nel nostro tempo, la sussunzione reale della personalità individuale sotto il capitale. Il tramite attraverso cui è avvenuto il suo compimento è stato l’inconscio disprezzo di sé scavato nell’individuo dalla sempre più estesa e profonda penetrazione sociale del capitale. Vediamo. Una premessa necessaria per seguire il discorso è intendere che quando si parla a questo livello di disprezzo di sé ci si riferisce ad un elemento della personalità vissuto inconsciamente, e quindi non direttamente percepito né esteriormente visibile come tale, perché le sue manifestazioni esterne si sviluppano per compensarlo e negarlo. Chi non possiede capacità interpretative in questo campo rischia perciò di non capire cosa sia il disprezzo di sé nell’individuo plasmato dal capitale, perché non coglie, in atteggiamenti che sembrano soltanto presuntuosi, inopportuni, arroganti, o semplicemente eccentrici e sfasati, l’aspetto reattivo e occultante riguardo a ciò che li sottende, cioè appunto il disprezzo di sé.</p>
<p style="text-align: left;">Cosa significa, dunque, a questo livello, disprezzo di sé? Significa la fantasia di essere sfruttabile e depauperabile (fantasia nel significato psicoanalitico di immagine interna inconscia). Significa disgusto per la propria debolezza, inconsciamente rappresentata come bersaglio di aggressioni, manipolazioni e atti di umiliazione. Significa aspettativa di una squalifica da parte degli altri, ed ansia di confronto con loro.</p>
<p style="text-align: left;">L’individuo che internamente teme di essere sfruttato, depauperato ed umiliato perché debole, non esteriorizza questo suo timore come tale, neppure ai suoi stessi occhi, ma lo esorcizza con apparenti esibizioni di forza fatte di prevaricazioni ed umiliazioni dell’altro. Ad esempio, la spudoratezza aggressiva di un Vittorio Sgarbi o di un Giuliano Ferrara è una chiara manifestazione compensatoria del disprezzo di sé (e quindi dell’altrui umanità e dei valori morali) di questi personaggi.</p>
<p style="text-align: left;">Come, però, il capitale, oltre un certo livello del suo sviluppo, produce autocoscienze individuali costituite da un’immagine disprezzata di sé? Oltre un certo livello del suo sviluppo, il capitale non può realizzare il plusvalore che produce se non con un ritmo particolarmente veloce degli acquisti di massa delle merci. Questa velocità cambia l’immagine sociale della merce. Essa diventa un oggetto da consumare in maniera rapida e definitiva, e da ridurre poi subito a rifiuto. Il risultato di questa nuova immagine sociale della merce è che l’individuo non trova più nei suoi beni materiali i segni esteriori della durata dello spirito umano nel tempo. Per un giovane di oggi, ad esempio, è difficile persino immaginare come fino a cinquant’anni fa ai mobili e agli utensili di una casa fossero annodati usi di vita e ricordi delle generazioni passate. Il consumo così come è determinato dall’odierna immagine sociale della merce costituisce quindi come inessenzialità gli oggetti d’uso dell’individuo, e di conseguenza il perimetro materiale della sua vita, e di conseguenza lui stesso. Ma l’inessenzialità è per definizione ciò che non merita rispetto, e non meritare rispetto significa essere disprezzabile. Perciò l’individuo che non rispetta gli oggetti, perché li consuma velocemente, e che non rispetta il suo ambiente, perchè lo sporca con gli oggetti trasformati in rifiuti, si costituisce nel disprezzo di sé.</p>
<p style="text-align: left;">Al livello di sviluppo che esige il veloce consumo di massa per realizzare il plusvalore, il capitale non potrebbe neanche produrlo, quel plusvalore rappresentato da una quantità divenuta gigantesca di merci, senza la potenza produttrice data dall’interattività generale dei mezzi tecnici. La tecnica, a questo punto, non è più un semplice insieme per quanto numeroso di strumenti e processi artificiali, ma è la rete mediatrice di tutte le interazioni pratiche, ovvero sostituisce la natura come ambiente dell’uomo. La tecnica divenuta ambiente, rendendo l’uso delle sue connessioni condizione di efficacia delle azioni, riduce le condotte personali a comportamenti standardizzati, cosicché l’individuo diventa nel suo agire un esemplare del tutto intercambiabile di pratiche sociali precodificate, togliendogli ogni unicità, e quindi ogni valore, ai suoi stessi occhi. Anche per questa via, dunque, il capitale giunto all’odierno grado di sviluppo porta l’individuo al disprezzo di sé.</p>
<p style="text-align: left;">La stessa costellazione sistemica che scava nell’individuo il disprezzo di sé gli fornisce i mezzi con cui sfuggire alla sofferenza del suo morso allontanandolo dalla coscienza. Alla diversità di tali mezzi corrisponde la diversità delle forme di personalità plasmate dal capitale.</p>
<h3 style="text-align: left;"><strong> VI. Le forme della personalità nella sussunzione reale: la personalità concretista</strong></h3>
<p style="text-align: left;">Un mezzo con cui sfuggire alla coscienza, e quindi alla sofferenza, del disprezzo di sé, è quello di farsi rassicurare dalle procedure che, rendendo efficaci le azioni dell’individuo, lo rendono riconoscibile agli altri. Nasce così un tipo di personalità che possiamo chiamare concretista, perché è quella di un individuo che si rappresenta a se stesso e si comunica agli altri esclusivamente attraverso atti e ruoli funzionali alle strutture ed alle finalità concrete di un’organizzazione concretamente operante nella società. La personalità concretista è quindi costituita attorno all’appartenenza. Per capire questo tipo di personalità si deve dunque porre attenzione non a ciò a cui essa si fa appartenere, che può essere un’azienda, un partito, un sindacato, un gruppo sportivo o altro ancora, ma al senso del suo appartenere in quanto tale.</p>
<p style="text-align: left;">L’appartenenza è, per l’individuo concretista, un elemento fondamentale della sua definizione di sé, con cui egli sfugge al sentimento della sua nullità. La sua appartenenza soltanto gli dice chi è e che cosa vuole. Il suo agire in funzione della sua appartenenza è ciò che lo fa sentire riconoscibile ed efficace.</p>
<p style="text-align: left;">L’appartenenza è, per l’individuo concretista, il pavimento sotto il quale non c’è che il suo vuoto. Egli non può quindi rinunciarvi per nessuna ragione, perché rinunciandovi si affaccerebbe al baratro del disprezzo di sé, per cui gli argomenti razionali con lui non valgono. Qualsiasi insulso sofisma gli è buono per giustificare in ogni circostanza la perpetuazione della sua appartenenza ad una certa organizzazione. L’appartenenza è infatti la sua stessa identità. L’individuo concretista, cioè, non ha un essere da cui si diramano le sue appartenenze, le sue appartenenze sono il suo solo essere, o, meglio, sono un involucro di ruoli e compiti che gli sostituiscono l’essere che non ha, rivestendo il suo vuoto.</p>
<p style="text-align: left;">Una simile personalità è congegnata per rendere più scorrevole il funzionamento del capitalismo. Basti pensare al comportamento di milioni di individui che fanno riferimento ai dirigenti politici ex-comunisti. Se fossero individui razionali, o anche soltanto dotati di personalità risultanti da un’educazione, provenendo da una tradizione di sinistra, e quindi orientata alla pace tra i popoli e all’emancipazione del lavoro, avrebbero smesso inorriditi di votare il loro partito quando esso per la prima volta nella storia della Repubblica ha portato l’Italia in guerra, violando la Costituzione, e quando esso ha dato mano allo smantellamento delle garanzie del lavoro e alle privatizzazioni selvagge. Trattandosi invece di individui dotati di personalità concretista, hanno mentalizzato vacuità di ogni genere con cui ribadire, anche attraverso innocue disapprovazioni, la loro appartenenza al partito. Così, grazie a milioni di individui privi di qualsiasi forma di personalità che non sia la mera appartenenza fine a se stessa, il sistema vigente ha reso funzionale la sinistra alla più laida logica capitalistica senza indebolirla sul piano del consenso.</p>
<h3 style="text-align: left;"><strong>VII. Le forme della personalità nella sussunzione reale: la personalità narcisista</strong></h3>
<p style="text-align: left;">Un altro mezzo con cui sfuggire alla coscienza, e quindi alla sofferenza, del disprezzo di sé, è quello di trasfigurarlo in un’autorappresentazione grandiosa della propria personalità. Nasce così la personalità narcisista. Inscenare agli altri ed a se stessi un “sé grandioso” come scudo protettivo occultante di un proprio sé anteriore svalutato e rifiutato è una forma di soggettivazione esistita anche in epoche paleocapitalistiche e precapitalistiche. Un esempio famoso e indiscutibile di personalità narcisistica è quello di Napoleone, che, angosciato dal disprezzo di sé quando frequentava la scuola militare, dove gli altri allievi ufficiali lo emarginavano e lo schernivano perché non nobile e non francese, lo ha poi ipercompensato nell’immagine gloriosa e carismatica di se stesso. L’esempio di Napoleone è istruttivo per due ragioni: serve a ricordare sia che la personalità narcisistica è esistita prima del capitalismo, sia che l’immagine grandiosa di sé corrisponde non infrequentemente ad un talento reale. Il fatto, cioè, che il “sé grandioso” del narcisista sia reattivo, compensatorio e nascondente rispetto ad un sottostante disprezzo di sé mai dissolto, non significa che sia fittizio ed inconsistente. Mentre cioè la personalità concretista è servile e non creativa, la personalità narcisista può essere brillante, anticonformista e persino straordinaria. In ogni caso, però, il disprezzo di sé che la guida la rende sprezzante per l’umanità degli esseri umani, ed essenzialmente distruttiva. Napoleone, ancora, ne è esempio. Personalità narcisiste, dunque, ci sono sempre state. Da mezzo secolo a questa parte, però, il capitale le produce direttamente e in serie. Il ritmo sempre più veloce del consumo, necessario al realizzo del plusvalore, costruisce infatti nell’individuo, attraverso l’introiezione dei caratteri della merce usata, la fantasia di essere sfruttabile e depauperabile, il disgusto per la propria debolezza, la paura di essere distrutto dalle altrui valutazioni negative. Nello stesso tempo l’industria del consumo lo indirizza a proiettare inconsciamente la sua fantasticata sfruttabilità in quella della merce acquistata, in modo che il suo consumo avido e fugace gli funge da riempimento del proprio sé vuoto. L’immagine del proprio essere diventa a questo punto quella del proprio avere esibito agli altri, che capovolge, sia pure illusoriamente, la debolezza in potenza: se posso esibire un’automobile lussuosa e potente, o la rumorosità assordante della mia moto, ho un senso di potenza. L’industria della promozione del consumo fa inoltre apparire la merce come scudo protettivo contro le altrui valutazioni negative: se sono elegantemente vestito, mi sento accettabile, e se uso tutti gli ultimi ritrovati della tecnica, mi sento importante anche se sono una nullità. La costituzione del soggetto come terminale della circolazione delle merci contiene dunque gli elementi basilari del narcisismo: disprezzo di sé a livello più profondo, autorappresentazione ipercompensatoria di tale disprezzo di sé a livello più superficiale, terrore della propria debolezza, distruttività compensatoria. Ma tali elementi non sono ancora la personalità narcisistica, e possono sfociare in altre forme di personalità di cui qui non parliamo. Perché si formi una personalità narcisistica occorre che su questi elementi di base si innestino altre vicende: una storia familiare che abbia iniziato e poi accentuato il disprezzo di sé, ed un’educazione intellettuale che abbia trasferito l’autorappresentazione ipercompensatoria dal rapporto con la merce a quello con le persone, ed abbia consentito di investirvi abilità effettive e talenti mentali.</p>
<p style="text-align: left;">Nella società contemporanea, quindi, la personalità narcisistica è molto diffusa fra quanti sono stati acculturati dalla scuola ed esercitano professioni intellettuali. Ci sono settori che coagulano in modo particolare le personalità narcisistiche: il mondo dello spettacolo, quello dell’informazione, l’università e la dirigenza politica, quest’ultima soprattutto nelle aree antagonistiche al potere governativo. La presenza di tante personalità narcisistiche in posizioni dirigenziali di aree antagonistiche è l’espressione della capacità del capitale di riciclare a proprio vantaggio le forze inizialmente antagonistiche spogliandole di ogni sostanza realmente oppositiva e lasciando loro solo l’apparenza dell’antagonismo. Ciò è accaduto per la prima volta nel ’68 e nella successiva vicenda dei gruppi extraparlamentari, il cui rivoluzionarismo è stato reso in larga misura una finzione dalla personalità narcisistica dei loro capetti, oltre che dalla incapacità di capire dei militanti che li hanno seguiti. La personalità narcisistica finisce infatti inevitabilmente per rovinare tutto ciò che tocca in ragione delle sue stesse caratteristiche: non rispetta gli altri, non accetta da loro giudizi negativi, li vuole soltanto spettatori accettanti e cooperatori subalterni della sua grandezza, li scarta quando non gli servono e cerca di distruggerli quando gli si oppongono, e finché svolgono la parte che attribuisce loro li manipola e sfrutta le loro risorse personali. La sorgente comune di tutti questi caratteri è la cosiddetta “solitudine narcisistica”: il narcisista nasce come tale rifiutando di autopercepirsi in uno stato di dipendenza emotiva che lo metta a contatto con la sua fragilità esistenziale. La mancanza di rispetto narcisistica per gli altri, ridotti a puri spettatori e sostenitori del “sé grandioso”, è volontà di sottrarsi alla dimensione dell’intersoggettività, in quanto rivelatrice di fragilità e dipendenza: se gli altri sono liberi di vedermi come vogliono, dipendo da loro e loro possono distruggere la mia grandezza, rendendomi disprezzabile, per cui devo manipolarli per farmi vedere come voglio io, e se non ci riesco devo annientarli. La difesa narcisistica dall’introiezione di qualsiasi valutazione negativa dei suoi comportamenti e delle sue intenzioni è una copertura del disprezzo del proprio sé fragile: l’immagine grandiosa con cui ho evitato di disprezzarmi viene dissolta se lascio che vi si appiccichino giudizi squalificanti, per cui l’unico modo per non tornare a disprezzarmi è non farmi giudicare dagli altri. L’autoattribuzione narcisistica di un diritto di sfruttamento depauperante delle altrui risorse personali è una protezione dal rischio immaginario di essere dissanguati dalla reciprocità della dipendenza: se assoggetto gli altri, non dipendo da loro e la mia fragilità non ne è divorata. Un movimento incapace di contenere i suoi membri narcisisti, e di emarginarli quando non si fanno contenere, non può essere realmente antagonistico al sistema di potere vigente, perché non sa riconoscere i comportamenti che lo alimentano, e subisce di conseguenza una restrizione anchilosante della sua visuale teorica. Non si tratta qui, ovviamente, di psicologia, perché non si tratta di fare un test della personalità degli individui, ma di saper individuare comportamenti pratici ed opacità teoriche, derivanti da forme nuove della personalità, che sono funzionali al capitale anche quando si presentano in veste antagonistica. Per saperli individuare occorre conoscere quelle forme della personalità. Neanche tale conoscenza, peraltro, è psicologia, ed il crederlo manifesta una opacità preliminare alla sua comprensione. Psicologia è, come dice la parola stessa, discorso sulla psiche, e la psiche è, nel contesto delle attuali discipline di studio, un ambito interno all’individuo, dotato di autonomia funzionale, che genera i suoi comportamenti. L’esame qui accennato delle forme della personalità le mostra generate non dalla mitica psiche, ma da un rapporto sociale esterno agli individui singoli, il capitale, oltre un certo grado del suo sviluppo. Non comprendere le nuove forme della personalità emerse nella seconda metà del XX secolo significa dunque non già lasciare da parte la psicologia per concentrarsi sulla storia, ma ignorare l’odierno livello di sviluppo, del capitale, giunto a sussumere realmente sotto di sé persino la formazione delle personalità individuali.</p>
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		<title>Stato Versus Mercato  L’Italia stretta fra globalizzazione, Europa unionista e deficit di sovranità nazionale</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jun 2012 09:10:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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<p><strong><em>Inseriamo questo contributo di Eugenio Orso sul problema della fine sostanziale della sovranità politica degli Stati nel contesto dell&#8217;UE e della globalizzazione capitalstica<br />
</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>di Eugenio Orso</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Premessa</em></strong></p>
<p>Come si evidenzia nel sottotitolo di questo breve saggio politico, l’Italia è finita nella morsa globalizzante neoliberista, stretta com’è fra i processi di globalizzazione, mai interrotti dalla crisi strutturale neocapitalistica, un’Europa aliena e unionista che la sta stritolando imponendo con brutalità i suoi programmi economici, e il drammatico deficit di sovranità nazionale che non consente al paese di decidere, autonomamente, del proprio futuro.</p>
<p>Il presente scritto si articola in due capitoli. Il primo capitolo è introduttivo, ed attraverso un esercizio di storia comparata si tenta di evidenziare la gravità e le potenzialità distruttive della crisi neocapitalistica in Italia. Il secondo capitolo, che costituisce il cuore del saggio, è relativo al rapporto, ormai fin troppo chiaro, fra l’avvento dell’Europa dell’Unione, la riorganizzazione delle sue istituzioni sopranazionali, la creazione della BCE, l’introduzione dell’euro e la perdita di sovranità politica e monetaria degli stati succubi, fra i quali lo stato nazionale italiano. Lo scontro fra il sopranazionale e il nazionale che si sta verificando nel vecchio continente, cioè fra l’Unione europea globalista ed alcuni Stati da “normalizzare” economicamente e socialmente (per ora, l’Italia ela Greciamesse di recente “sotto tutela”), nasce dalla rottura dello storico patto fra il vecchio Stato nazionale dotato di sovranità politica ed il Mercato, da intendersi qui come il grande Capitale in mani private. Il “conflitto” fra i due è iniziato nella seconda metà degli anni settanta del novecento, dopo lo scadere dei cosiddetti trenta gloriosi anni di compromesso, di relativo equilibrio e di moderata emancipazione delle classi subalterne. Tale confronto riflette il tentativo, che sta per riuscire, di anteporre sempre e comunque l’economia ultraliberista, dominata dalle ragioni della finanza, alla decisione politica nazionale sovrana, e di demolire le ultime barriere, in Europa e in occidente, che ancora ostacolano la libera circolazione dei capitali. Si tratta, in sostanza, della continuazione in nuove forme, per molti versi inedite, dell’antico scontro fra la crematistica da un lato, intesa come creazione illimitata di valore monetario e finanziario, e l’etica dall’altro lato, che per sussistere può ammettere soltanto la “buona” economia, subordinata alla decisione politica della comunità. Uno scontro vivo fin dai tempi di Aristotele, che ha attraversato i secoli ed oggi potrebbe risolversi con la vittoria della nuova crematistica. Gli effetti sociali e politici, pesantemente negativi, dell’attuale crisi neocapitalistica e la ricerca di possibili vie d’uscita, per l’Italia riorganizzata in chiave neoliberista e globalista dall’esecutivo Monti, non potranno che portare all’avvio di un processo rivoluzionario, alimentato da un chiaro disegno politico, economico e sociale alternativo, pena l’implosione definitiva della sua società ed il completamento della colonizzazione neoliberista. Al di fuori di una futura via rivoluzionaria per la salvezza, non sembra che esserci un ritorno incruento, peraltro improbabile (se non impossibile), alle politiche neokeynesiane del dopoguerra, che sollecitavano un forte interventismo statale in campo economico, ammettevano la protezione dell’industria nazionale e richiedevano il controllo della moneta, come accadeva nella precedente fase storica, in cui lo stato‐nazione non era nelle attuali condizioni di subordinazione, ed era ancora dotato di un certo grado di autonomia e sovranità. Nel caso di disordini insidiosi e troppo estesi tendenti al caos permanente, di guerra civile e/o di una frantumazione regionalista del paese con il rischio di un contagio destabilizzante del cosiddetto ordine mondiale, l’occupazione globalista effettiva del paese, manu militari utilizzando lo strumento NATO, potrà diventare una drammatica realtà.</p>
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<p><strong><em>La grande crisi e le antiche crisi</em></strong></p>
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<p>In seguito agli effetti economico‐sociali negativi delle misure imposte da governi fantoccio che operano per conto terzi, scopertamente al di fuori di un supposto quadro di legalità democratica, si sente affermare sempre più spesso che l’attuale crisi italiana (a causa dell’ingente debito “sovrano”, dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico che lievitano con lo spread, della caduta del prodotto, dei segnali economici marcatamente depressivi) è la più grave dal dopoguerra, ma spesso si omette di dire che questa crisi è ampiamente indotta dalla dinamiche neocapitalistiche, e serve per l’omologazione dell’Italia al modello di capitalismo ultraliberista anglo‐americano, “evolutosi” nell’ultimo ventennio senza incontrare ostacoli di rilievo, fino a diventare il nuovo capitalismo finanziarizzato del terzo millennio.</p>
<p>Pur sapendo che gli esercizi di storia comparata sono insidiosi, perché talvolta rischiano di portare fuori strada nell’analisi, non possiamo non riconoscere che la penisola, anticamente, ha già vissuto almeno una situazione simile, foriera di gravi rischi e di innumerevoli lutti, e precisamente durante la cosiddetta crisi del terzo secolo (dopo Cristo) che ha investito l’impero romano, e dalla quale l’impero – fino ad allora sufficientemente saldo ed in espansione, soprattutto nel periodo che andava da Ottaviano Augusto a Traiano, o al più a Marco Aurelio – non si è mai più ripreso. Quando scoppiò la crisi del terzo secolo, la penisola era ancora fiorente e rappresentava il cuore del sistema imperiale, ma quando la crisi finì, in termini economici, demografici e sociali le province italiane ne uscirono malconce ed esauste, pronte per entrare nel lungo tunnel della decadenza dell’occidente, durata circa due secoli, e del conseguente trapasso al “nuovo mondo” feudale. La crisi neocapitalistica che oggi investe soprattutto l’Italia e l’Europa, è nel contempo elemento strutturale del Nuovo Capitalismo, senza il quale questo modo storico di produzione non potrebbe reggersi a lungo, e manifestazione del definitivo tramonto, in quanto potenza economica e produttiva, del vecchio continente a rischio di marginalizzazione, con i paesi dell’Europa mediterranea e la stessa Italia che sembrano essere diventati, in quest’ultimo periodo, l’epicentro della crisi stessa, un’area del mondo in cui la “distruzione creatrice” in atto è più evidente e rischia di diventare sanguinosa.</p>
<p>Anche la crisi romana del terzo secolo fu una “distruzione creatrice”, naturalmente rapportata al sistema schiavistico e al sistema (politico) imperiale dell’epoca, e lo fu su vari piani: quello economico e sociale, quello militare, e quello dell’organizzazione dell’impero. Ma dalla crisi del terzo secolo non uscì nulla di buono, perché non sempre ciò che si crea dopo aver distrutto è positivo per le società umane e per gli equilibri sociali, per la stessa tenuta delle istituzioni che si vorrebbero preservare.</p>
<p>Grazie al cinquantennio ricordato come il periodo dell’anarchia militare (dal 235 al 284 dopo Cristo), si passò dal principato augusteo, che rappresentava una forma politica di dominio relativamente “soft”, in grado di mediare fra i poteri (fra i quali il senato aristocratico d’età repubblicana) e le classi sociali (patrizi e plebei, o meglio, honestiores e humiliores), ad una sorta di dominato, o di dispotismo non asiatico fortemente centralizzato, non di rado retto da figure di militari‐avventurieri emergenti (il primo fu Massimino il Trace). L’avvento del dominato imperiale riduceva i già angusti spazi di libertà concessi alla popolazione, mentre l’accresciuta pressione fiscale per affrontare le ingenti spese di guerra (contro i barbari ed i persiani), nel tentativo di rafforzare l’apparato militare e potenziare quello statale, riduceva sul lastrico ampie fasce di popolazione, risparmiando soltanto i grandi latifondisti.</p>
<p>Un po’ come oggi, in Italia, in cui la crescente pressione fiscale colpisce sempre più duramente i redditi da lavoro dipendente e le pensioni (in un paese in cui ci sono undici milioni di poveri, fra i quali moltissimi lavoratori e pensionati, rapidamente cresciuti di numero grazie alla crisi ed alle misure governativo‐europeiste), risparmiando soprattutto i grandi evasori fiscali, i quali nel concreto sono intoccabili perché appartengono alla classe dominante, o rappresentano potentati dell’economia formalmente criminale, che si sviluppa</p>
<p>parallelamente a quella neocapitalistica. L’intangibilità del sistema bancario, che deve essere finanziato e sostenuto a tutti i costi, se del caso sottraendo risorse agli impieghi di natura sociale e produttiva, completa il quadro.</p>
<p>Se la crisi romana del terzo secolo accrebbe la conflittualità sociale, suscitò le rivolte dei dominanti e modificò l’ordine sociale, in Italia ed altrove entro i confini dell’impero, l’attuale crisi neocapitalistica e l’avvento di un governo collaborazionista dell’occupatore del paese, quale è quello di Monti, suscita fuori degli schemi sistemici e del “politicamente corretto” (semi‐)rivolte sociali fino a ieri imprevedibili (Sicilia, trasportatori, tassinari, pescatori, ed in futuro molti altri), mentre la violenza della crisi e delle controriforme montiane accelerano la trasformazione dell’ordine sociale, che procederà, se non incontrerà ostacoli di rilievo, fino alla sua estrema “semplificazione” sociologica in classe globale dominante e classe povera dominata. Per evitare opposizioni di rilievo nel tessuto politico e sociale italiano, e per far procedere speditamente le controriforme pianificate, la classe globale che sostiene Monti ha “comprato” i cartelli elettorali che contano, i sindacati, i vertici delle lobby importanti, assicurandosi il loro appoggio contro gli interessi del popolo italiano (e non di rado dei loro stessi militanti, iscritti ed associati).</p>
<p>La prima e più profonda ragione della spaventosa crisi romana del terzo secolo, la quale ha rimodellato brutalmente la società italica peggiorando le condizioni di vita della massa, risiede nello svuotamento progressivo dei “giacimenti” di braccia per il lavoro schiavo, e più in generale per appropriare risorse, come effetto del raggiungimento della massima espansione militare, territoriale e demografica dell’impero. A ciò corrisponde nel nostro tempo storico, in cui la penisola è nuovamente funestata da una profonda crisi economica, politica e sociale, il progressivo e rapido svuotamento di sovranità dello stato nazionale, che dopo aver raggiunto l’apice della sua autonomia con il fascismo, nel periodo prebellico, ha visto progressivamente ridursi le sue competenze, ed ha perso la prerogativa della decisione politica su molte materie strategiche (moneta, debito pubblico, industria, eccetera), fino a scivolare nelle attuali condizioni di subalternità nei confronti dell’esterno. Questa perdita di sovranità, forse irreversibile, è indotta e accelerata dalle dinamiche neocapitalistiche che hanno influenzato la stessa “costruzione” europea, i parametri di Maastricht, il dominio della BCE e del FMI, ed imposto l’euro ai maggiori paesi dell’Europa occidentale. La rapacità del dominato imperial‐militare romano, che ha impoverito le popolazioni italiche fin dall’età del ferro dei Severi, trova unʹinquietante corrispondenza, oggi, nella rapacità dei globalisti dominanti, i quali, assumendo il controllo degli stati‐nazione privati della loro autonomia, saccheggiano le risorse collettive e de‐emancipano le masse, riducendole a neoplebi. Dovrebbe esser chiara anche al cosiddetto uomo della strada, giunti a questo punto, la vera funzione della UE, della BCE e dell’euro.</p>
<p>Come l’impero che in quegli anni lontani ha mostrato il suo vero volto, riorganizzandosi in dominato dispotico e impoverendo la popolazione, per scaricare sulle classi inferiori l’ingente costo della crisi, economica, sociale e militare del terzo secolo, cosi, oggi, la liberaldemocrazia ci mostra il suo vero volto, autoritario, dispotico, oligarchico, di totale subordinazione alle ragioni della classe dominate globale, e contribuisce ad imporre quelle controriforme, economiche e sociali, che scaricano sui più deboli l’onere della crisi e rimodellano in senso neocapitalistico la società.</p>
<p>Gli italici e le altre popolazioni non sono riusciti, nonostante l’insorgente conflittualità fra i gruppi sociali e le numerose rivolte, ad impedire quella trasformazione dell’ordine costituito che alla fine hanno dovuto subire, fino all’estinzione formale, avvenuta due secoli dopo, dell’impero romano d’occidente. Riusciranno nel prossimo futuro gli italiani, e gli altri popoli dell’Europa mediterranea, ad interrompere il processo in atto, sottraendosi alla morsa del nuovo potere globalista, senza dover attenderne l’estinzione? Al momento attuale, in cui gli eventi sono in pieno corso, si moltiplicano le proteste fuori degli schemi, si attiva la repressione sistemica e la “distruzione creatrice” neocapitalistica subisce un’accelerazione, il futuro è sommamente incerto e la domanda non può ancora trovare una chiara risposta.</p>
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<p><strong><em>Sovranità nazionale e dominio del sopranazionale</em></strong></p>
<p>L’opposizione, o meglio l’incompatibilità, fra l’affermazione e il mantenimento di una sovranità assoluta degli stati nazionali e la trasmigrazione del potere in entità sopranazionali sempre più potenti e onninvasive, nell’Europa del dopoguerra sembra essersi risolta a favore queste ultime. Non si può ancora sapere se il trionfo del globale sul nazionale, del mondiale sul locale, e soprattutto del Capitale sul Lavoro, sia definitivo, fino all’irreversibilità dei processi in atto, ma è certo che le oligarchie globaliste, supportate dallo strumento militare americano‐NATO e dalla finanza di rapina, hanno vinto un’importante battaglia, sottomettendo in buona misura gli stati, i popoli e le nazioni. La stessa, dissennata tensione, diffusa ad arte, per la “difesa dell’euro” che spiana la strada alle controriforme sociali, e che si giustifica minacciando sciagure inenarrabili in caso di collasso della moneta europea, o semplicemente dell’uscita di uno stato dall’Unione monetaria, costituisce una prova di quanto qui si afferma. Infatti, all’euro si può sacrificare tutto, anche le pensioni, anche la sanità o la scuola pubblica, persino il posto di lavoro fisso e tutelato (unica fonte di sostentamento per la maggioranza), e di questo purtroppo si mostrano convinte, in Italia e altrove, moltissime vittime delle dinamiche neocapitalistiche. Disinformazione mediatica, propaganda ultraliberista e neoliberale, idiotizzazione sociale, “snazionalizzazione” delle coscienze, svalutazione del ruolo dello stato, delle comunità di appartenenza, della socialità e diffusione dell’individualismo anomico, hanno proceduto di pari passo con l’affermazione dei “precetti” economico‐finanziari di questo capitalismo, consentendogli, fino ad ora, di spianare ogni ostacolo sul suo percorso. La grande disputa politica, come dovrebbe essere chiaro a tutti, attualmente è quella fra i sostenitori della sovranità assoluta dello stato nazionale, da un lato, e le oligarchie globaliste che istituiscono nuove forme di governo sopranazionale, dall’altro, in accordo con i loro interessi vitali. La classe dominante globale è oggi sul punto di stravincere il confronto, come provano i casi della Grecia e dell’Italia (ma non soltanto questi), e ciò equivarrebbe anche ad uno storico trionfo (irreversibile?) del Capitale sul Lavoro, perché le politiche sociali, assistenziali, di emancipazione dei lavoratori e di tutela del lavoro sono possibili, come la storia ha ampiamente dimostrato, soltanto in un quadro di ampia autonomia, politica e monetaria, degli stati nazionali. Quello che appare scontato è che non c’è più alcuna possibilità di compromesso fra Stato e Mercato (e la condizione dell’Europa lo testimonia), cioè fra la sovranità nazionale, sul piano politico, monetario ed economico, e il grande Capitale finanziario nelle mani della classe neodominante globale. Gli esecutivi di Monti, in Italia, e di Papademos, in Grecia, sono altrettanti “cani da guardia” del capitale finanziario, ed agiscono scopertamente contro i popoli e gli stati nazionali. Di recente, nella Grecia affidata a quel Papademos di cui Monti è un replicante, il maggior sindacato di polizia ellenico, che agisce nel quadro dello stato‐nazione, ha minacciato di arrestare i funzionari del FMI ed europei presenti sul territorio greco, dichiarando di schierarsi con il popolo contro l’Europa finanziaria dei dominanti e la globalizzazione.</p>
<p>La grande disputa politica fra i sostenitori della sovranità nazionale e i “globalizzatori”, equivale sul piano economico al confronto fra i sostenitori del “compromesso” fra politica ed economia, regolamentando i mercati (o addirittura sopprimendoli, nel caso si assumano posizioni non riformiste) e gli ultraliberisti che teorizzano, e mettono in pratica con successo, la piena autonomia e la superiorità del Mercato.</p>
<p>Ciò che è importante capire, e ribadire una volta di più, è che le due battaglie, quella adifesa dell’autonomia degli stati‐nazione e quella sociale in difesa del welfare, non solo non sono incompatibili – una “di destra” e l’altra “di sinistra”, secondo i vecchi schemi ormai inattuali, ma, al contrario, sono complementari, perché ambedue costituiscono presupposti indispensabili per la libertà, l’autodeterminazione e la giustizia sociale realizzata.</p>
<p>Difendendo l’autonomia dello stato nazionale contro i globalisti e contro quel loro strumento di dominio che è l’Europa dell’Unione, si difendono anche il Lavoro, i diritti de<strong>i </strong>subalterni (quelli concreti, economici, non quelli astratti e posticci liberaldemocratici), le conquiste economico‐sociali della seconda metà del novecento, i meccanismi redistributivi del reddito a vantaggio dei subordinati. Possiamo perciò affermare che lo stato nazione pienamente sovrano, nelle attuali condizioni storiche, rappresenta l’ultimo baluardo della socialità, dell’etica, dell’equità contro il saccheggio operato dai mercati e l’imposizione di una globalizzazione economica che conviene soltanto ai dominanti.</p>
<p>L’attacco alla sovranità politica e monetaria dello stato‐nazione ha richiesto, per poter essere sferrato con successo, l’avvio di rilevanti trasformazioni culturali, economico‐sociali e politiche che si possono sintetizzare come segue.</p>
<p><em>[a] Traformazioni antropologico</em><em>‐</em><em>culturali e dell’ordine sociale.</em></p>
<p>E’ bene evidenziare che l’attacco allo stato‐nazione, chiarissimo nell’Europa mediterranea, in cui alcune entità statuali sono occupate dagli emissari delle élite globaliste e svuotate di contenuti politici effettivi, è stato reso possibile dallo sconvolgimento dell’ordine sociale precedente e dal grandioso esperimento di manipolazione culturale ed antropologica per la creazione sociale dell’uomo precario, per la flessibilizzazione di massa a partire dal lavoro, per la diffusione della stupidità sociale organizzata. In luogo dell’inclusione domina l’esclusione, dal lavoro e dalla decisione politica, i cittadini consapevoli tendono ad essere sostituiti da “idiotai”, confinati nella dimensione privata dell’esistenza ed espropriati della dimensione politico‐sociale, all’emancipazione si è sostituita la riplebeizzazione di massa, che investe tanto gli operai quanto i ceti medi figli del welfare novecentesco. Senza questi indispensabili presupposti, l’esproprio di sovranità e di socialità in atto avrebbe trovato fortissime resistenze, e probabilmente non potrebbe esser portato a compimento con indubbio successo, come accade di questi tempi. Conditio sine qua non dell’attacco finale alla sovranità nazionale, condotto proprio in questi mesi in Italia e in Grecia, è stato quel processo manipolatorio di massa che ha distrutto le classi del vecchio ordine (espressione del capitalismo del secondo millennio) e neutralizzato l’opposizione sociale, un processo che è in corso da circa un trentennio ed ha ottenuto indiscutibili “successi”. Il mondo culturale borghese, la solidarietà e l’identità della classe operaia, salariata e proletaria, le sicurezze e le “aspettative crescenti” dei ceti medi postbellici stanno scomparendo, anzi, possiamo affermare che in assenza di contrasti fra qualche anno saranno un mero ricordo, materia per gli storici e per una retrospettiva sociologica imbevuta di nostalgismi.</p>
<p><em>[b] Trasformazioni economiche dopo la rottura definitiva del patto fra Stato e Mercato.</em></p>
<p>Altro elemento che ha creato i presupposti, quantomeno nell’Europa mediterranea “spendacciona” e vulnerabile, per la perdita di sovranità degli stati è la crisi neocapitalistica permanente come elemento strutturale del Nuovo Capitalismo e come strumento di dominio globalista, opportunamente combinata con i vincoli di Maastricht e dell’euro. La bolla del debito pubblico e la sopravvivenza dell’euro rappresentano altrettanti cavalli di troia per l’assoggettamento degli stati, e per la loro occupazione (permanente? Sine die?) senza l’uso di strumenti bellici. L’esperimento greco e la vicenda italiana sono a tali propositi paradigmatici. Gli esecutivi imposti ai due paesi rispondono nel concreto soltanto ad interessi esterni e al comando neocapitalistico della classe globale. Il tutto “insaporito” con slogan neoliberisti, da accettare acriticamente e privi di effetti economico‐sociali<strong></strong> positivi: l’indispensabilità della crescita, perniciosa anche dal punto di vista ambientale, la competitività in uno scenario globale di libero movimento dei capitali, l’apertura definitiva al mercato, la “monotonia” del posto fisso e l’inevitabilità della flessibilizzazione del lavoro, eccetera, eccetera. I sistemi che FMI e Banca Mondiale usavano per assoggettare al libero mercato i paesi del terzo mondo (piani di aggiustamento strutturale, ricatto del debito, apertura forzata dei paesi ai capitali finanziari internazionali) sono simili, per certi versi, a quelli che FMI, UE e BCE utilizzano oggi contro i paesi dell’Europa mediterranea, chiamati con disprezzo PIIGS. Si pensi al vero significato del Cresci‐Italia di Monti che accompagna, come un’illusoria carota agitata dal Quisling globalista, le misure più feroci e impoverenti. I veri obbiettivi delle manovre montiane in Italia, e di quelle del suo omologo Papademos in Grecia, sono essenzialmente i seguenti: (1) imporre il modello capitalistico ultraliberista, portato alle estreme conseguenze, che identifica un nuovo modo di produzione sociale, (2) ridurre all’osso l’area dell’intervento statale, compromettendo persino i cosiddetti beni pubblici puri, che solo lo stato può offrire a condizioni ragionevoli (non di mercato), rendendoli accessibili a tutta la popolazione, (3) rischiavizzare il lavoro per ridurlo a mero fattore produttivo (nello specifico italiano, la scomparsa del contratto collettivo nazionale, l’attacco all’art. 18, la probabile “riforma” della CIG, eccetera), (4) accelerare latrasformazione sociale in senso neocapitalistico, riplebeizzando una parte rilevante dei cet medi (in questo senso la “liberalizzazione” delle professioni), fino allo stabilirsi della dicotomia Global class/Pauper class.</p>
<p><em>[c] Trasformazioni politiche, svuotamento di contenuti effettivi delle istituzioni statuali e assimilazione completa dei cartelli elettorali liberaldemocratici nell’unico Partito della Riproduzione Neocapitalistica.</em></p>
<p>L’ultimo supporto che si è rivelato indispensabile per “piegare” gli stati nazionali ai voleri della classe globale neodominate è la piena omologazione della cosiddetta classe politica al neoliberalismo ultraliberista, con particolare biasimo per la sinistra, che si sta rivelando in diversi paesi il miglior servo dei globalisti. In Italia, ad esempio, il cosiddetto centro‐destra (con l’esclusione della Lega che agisce per puro calcolo elettoralistico) ha piegato la testa, a partire dallo spaventato ed isolato Berlusconi, ed ha accettato Monti a denti stretti, cedendogli l’esecutivo e garantendogli un appoggio incondizionato. Ma è il Pd, assieme ai centristi che si mostrano entusiasti delle riforme montiane, il sostenitore/servitore più affidabile di questo governo fantoccio, insediato a tempo di record dagli occupatori del paese, dopo le dimissioni di Berlusconi, con la decisiva complicità di Napolitano. Pur appoggiando servilmente l’esecutivo globalista (PdL, Pd, centristi), o contrastandolo fintamente in parlamento senza esiti concreti (Lega, IdV), espropriati dall’alto del controllo del governo del paese e della possibilità di fare una vera opposizione, i cartelli elettorali marginalizzati continuano nella finzione liberaldemocratica e simulano un confronto politico, ormai senza consistenza alcuna. Si va dalle accuse incrociate, quando scoppiano scandali che investono esponenti dell’uno o dell’altro cartello (il caso Penati, l’ex tesoriere della Margherita Lusi, i processi ancora in corso in cui è coinvolto Berlusconi), alle proposte di entente cordiale per la tanto attesa riforma elettorale, la quale, però, potrà trovare concreto riscontro soltanto quando e se i globalisti consentiranno di tornare alle urne.</p>
<p>La finzione, finalmente scoperta e trasformatasi in un’indecorosa recita, è dura a morire. Mai come oggi la situazione italiana offre la prova della fine della dicotomia politica destra/ sinistra, che non ha più alcun senso se la politica è completamente soggetta all’economia finanziaria, e supporta un “governo tecnico” incaricato di imporre il modello capitalistico ultraliberista, approvando pedissequa le sue controriforme.</p>
<p>In conclusione, possiamo affermare che la vittoria del globale sul nazionale, dell’economico sul politico, della finanza sulla socialità, del Capitale sul Lavoro, altro non sono che scontati riflessi della vittoria complessiva del Mercato sullo Stato, una vittoria epocale (ma forse non definitiva, per tutto il secolo) che ha instaurato il dominio sopranazionale della Global class, espropriando le entità statuali della sovranità politica e monetaria e sottomettendole al comando neocapitalistico.</p>
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		<title>Divide et impera: le cosiddette liberalizzazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 09:44:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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<h1><span style="font-weight: normal;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/01/decreto-monti-liberalizzazioni-taxi-anteprima-600x450-539962.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2978" title="decreto monti liberalizzazioni taxi-anteprima-600x450-539962" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/01/decreto-monti-liberalizzazioni-taxi-anteprima-600x450-539962-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></span></h1>
<h4><span style="font-weight: normal;">riceviamo e pubblichiamo</span></h4>
<h4><span style="font-weight: normal;">di Pasquale Felice</span></h4>
<h4><span style="font-weight: normal;">Anche al governo Monti, come ad ogni forma di potere, conviene seminare rivalità e discordie, suscitate ad arte, per meglio comandare e dominare. In questo senso si inseriscono i recenti provvedimenti contenuti nella proposta di decreto, cosiddetto per la <em>crescita</em>, che rappresentano un vero e proprio manifesto per la <em>deregolamentazione</em> di molti servizi e attività economiche, ma che interessano anche ampi settori del lavoro autonomo. Tra questi il servizio taxi.<br />
Ciò avviene dopo le manovre del governo Berlusconi della scorsa estate e la super manovra <em>salva-Italia</em> di dicembre, operata da Monti, che ha aumentato l’età pensionabile, ridotto l’importo delle pensioni sia con il sistema contributivo sia bloccando gli aumenti al costo della vita, aumentato le tasse, ad iniziare dalle tasse sulla prima casa, aumentato l’Iva, l’Irpef locale, i ticket sanitari, le accise sulla benzina, ecc… garantendo allo stesso tempo recessione e inflazione.</span></h4>
<p>Al fine di avere campo libero nell’approvazione dei contenuti del decreto sulla cosiddetta <em>crescita</em>, il governo Monti, ha avuto dalla sua parte l’intervento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), che in una dettagliata segnalazione ha lanciato misure di liberalizzazione, nonché proposte di riforme del diritto del lavoro, utili allo scopo di favorire tali liberalizzazioni tutelando solo le imprese e il cosiddetto <em>mercato</em> a danno del lavoro sia dipendente che autonomo.</p>
<p>L’Agcm, di fatto, sembra operare nell’interesse di qualcuno o di qualcosa, ne più e ne meno, come operano le cosiddette società di <em>rating</em>, che in questi mesi stanno mettendo sotto attacco della grande finanza e delle banche, intere nazioni, nonché l’Europa e l’euro. Alle proposte tecniche dell’Autorità si affiancano poi anche le varie Associazioni dei cosiddetti consumatori o utenti o pendolari (ad esempio nel caso del trasporto pubblico locale sia su gomma che ferroviario).</p>
<p>È in questo quadro, dicevamo, che si inserisce l’attacco al lavoro autonomo (tra questi si inseriscano anche i pastori sardi oppure gli agricoltori della Sicilia), nel caso specifico, che ora a noi interessa trattare ci sono appunto i tassisti.</p>
<p>In un documento elaborato dal Centro Studi di Uritaxi, una delle più importanti associazioni dei tassisti italiani, si legge: “<em>I costi di gestione del taxi italiano sono più elevati rispetto alla media europea: il carburante costa il 22% in più, la vettura al netto dell’iva costa il 10% in più, le tasse sul mezzo sono superiori del 15%. Il lavoro di tassista non è considerato usurante, pur essendo, da uno studio Inps, tra i più usuranti, dopo quello degli autisti di autobus. Si registrano morti d’infarto sopra la media, cancro alla prostata, danni all’udito e alla vista, spostamenti del bacino, usura dei menischi e problemi alle spalle ed alla schiena. Il tassista non ha giorni di ferie né malattia retribuiti; niente tredicesima e liquidazione e va in pensione a 70 anni (ammesso che ci arrivi …) con 600-700 euro al mese.</em>“</p>
<p>Nello stesso documento, dal titolo significativo “<em>LE LIBERALIZZAZIONI SONO UNA TRUFFA A DANNO DI TUTTI NOI, LAVORATORI E CONSUMATORI! LE LIBERALIZZAZIONI SONO LO STRUMENTO GRAZIE A CUI VENGONO REGALATI INTERI SETTORI ECONOMICI AGLI SQUALI DELLA FINANZA!</em>“, i tassisti denunciano che “<em>Quando le cose andavano male molti anni fa, gli squali della finanza che controllano l’Italia erano abituati a farsi regalare i soldi pubblici. Oggi che soldi non c’è ne sono più, richiedono, attraverso l’eliminazione delle regole, di potersi impossessare di interi settori economici! Ti sei chiesto perché la liberalizzazione del commercio abbia portato alla morte di tantissimi piccoli negozi? Oppure perché la prima liberalizzazione delle edicole, le abbia ridotte di circa il 30%? I professori dicono semplicemente che con l’offerta scendono i prezzi. Allora perché i risultati prodotti dalle liberalizzazioni sono il fallimento sopra descritto. Parlano di teorie o della realtà?</em>”</p>
<p>L’esperienza dimostra che laddove si è liberalizzato il servizio, si è puntualmente verificato un accaparramento delle licenze da parte di chi ha maggiori disponibilità di capitali, creando così un oligopolio che, al contrario, ne condiziona il mercato anziché liberalizzarlo; oltretutto si è verificato un aumento vorticoso delle tariffe nonché un super-sfruttamento degli operatori, che spesso lavorano senza le tutele minime, di conseguenza con un forte peggioramento e degrado della qualità del servizio taxi. In <em>soldoni</em>, la grande finanza e la grande industria si vuole impossessare delle licenze taxi e avere lavoratori <em>schiavi</em>, magari sul modello dei tassisti del nord America, che vivono, dormono e lavorano in macchina, per pochi dollari, oppure, qualcuno dice, sul modello delle cooperative di appalto delle pulizie per 600 euro al mese.</p>
<p>Solo una ampia unità del lavoro autonomo e dipendente e di tutti i cittadini in generale (pensionati, studenti, ecc…) può contrastare le decisioni del governo Monti che sottopongono il futuro del paese agli interessi dei cosiddetti <em>mercati</em>; solo l’unità di tutti i lavoratori e popoli europei, possono contrastare le decisioni sbagliate della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea ed impedire che si trasformino in strumento della grande finanza ed industria.</p>
<p>P.F.</p>
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		<title>Gli scenari politici internazionali della crisi sistemica</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 09:20:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Pagliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[capitale]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Pagliani]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervento di Piero Pagliani  all&#8217;assemblea sul debito e sull&#8217;euro di Chianciano Terme sabato 22 ottobre. di Piero Pagliani 1. Capitale e Potere: l’origine della crisi 1 2. Politica e finanza: tra storica collaborazione e storico conflitto 3. Capitale e Potere: i paradossi politici della loro aggiunzione 4. Ipotesi di resistenza all’autocolonizzazione dei Paesi europei Serie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><span style="color: #000080;">Intervento di Piero Pagliani  all&#8217;assemblea sul debito e sull&#8217;euro di Chianciano Terme sabato 22 ottobre.</span></em></strong></p>
<p><strong><em>di Piero Pagliani</em></strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>1. Capitale e Potere: l’origine della crisi 1<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/piero.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2849" title="piero" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/piero.jpg" alt="" width="202" height="130" /></a><br />
</strong></p>
<p><strong> 2. Politica e finanza: tra storica collaborazione e storico conflitto </strong></p>
<p><strong> 3. Capitale e Potere: i paradossi politici della loro aggiunzione </strong></p>
<p><strong> </strong><strong> 4. Ipotesi di resistenza all’autocolonizzazione dei Paesi europei </strong></p>
<p><strong> </strong><strong> Serie economiche </strong></p>
<p><strong>1. Capitale e Potere: l’origine della crisi </strong></p>
<p><strong> </strong> Poche settimane or sono, in pieno attacco all’euro, “La Repubblica” mentre da una parte terrorizzava i suoi lettori parlando della caduta nell’abisso delle borse e persino dell’oro, dall’altra li invitava surrettiziamente ad investire in titoli a lungo termine del debito pubblico della Germania e degli Stati Uniti, ultimi rifugi al riparo dalla bufera planetaria. Ma come? D’accordo la Germania, ma gli Stati Uniti? Il Paese più indebitato del mondo da che mondo è mondo? D’acchito la perplessità è d’obbligo. Eppure, per lo meno sul breve periodo (ma difficilmente sul medio e a maggior ragione sul lungo &#8211; e qui sta una parte del trucco degli imbonitori) i titoli di debito pubblico di questi Paesi potrebbero veramente essere un affare sicuro.</p>
<p>Fino a quando?</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/Contrasto-alla-crisi-e-scenari-politici.pdf">continua a leggere qui &#8221; Contrasto alla crisi e scenari politici&#8221;</a></p>
<p><strong>&#8220;Pubblicato in collaborazione con Megachip&#8221;</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Note per un programma di politica economica e morale</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2011 06:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano DAndrea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[capitale]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita]]></category>
		<category><![CDATA[morale]]></category>
		<category><![CDATA[politica economica]]></category>
		<category><![CDATA[profitti]]></category>
		<category><![CDATA[programma]]></category>
		<category><![CDATA[redditi]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano D'Andrea]]></category>

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		<description><![CDATA[di Stefano D’Andrea Allego un elenco di obiettivi e soprattutto di concrete proposte che, a mio avviso, consentirebbero di promuovere: 1) una maggiore equità nella redistribuzione delle risorse; 2) l’autonomia e l’indipendenza del popolo e della nazione; 3) un riavvicinamento dei cittadini italiani alla loro Terra; 4) una concezione e una prassi della vita lente; e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefano D’Andrea</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/05/politica_economica.gif"><img class="alignright size-full wp-image-2553" style="margin: 5px;" title="politica_economica" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/05/politica_economica.gif" alt="" width="280" height="256" /></a>Allego un elenco di obiettivi e soprattutto di concrete proposte che, a mio avviso, consentirebbero di promuovere: 1<em>) una maggiore equità nella redistribuzione delle risorse</em>;<em> </em>2) <em>l’autonomia e l’indipendenza del popolo e della nazione</em>; 3) <em>un riavvicinamento dei cittadini italiani alla loro Terra</em>; 4) <em>una concezione e una prassi della vita lente</em>; e 5) <em>la tutela sacra dell’infanzia</em>. Poi svolgo poche brevi considerazioni sul complesso delle proposte.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Un contadino siciliano deve poter vivere dignitosamente lavorando un aranceto di cinque ettari.</p>
<p style="text-align: justify;">Il distretto tessile di Prato va ricostruito.</p>
<p style="text-align: justify;">Altissimi  indici di risparmio energetico devono essere imposti da una legge  nazionale per le ristrutturazioni di immobili su tutto il territorio  della nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’acqua  e ogni altra bibita o succo possono essere vendute soltanto in  bottiglie di vetro, con restituzione della cauzione alla riconsegna  della bottiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni  comune deve mettere a disposizione dei singoli nuclei familiari un  terreno per un piccolo orto. Il nucleo che rifiuta di coltivare il  terreno paga una tassa, se non dimostra che già coltiva un proprio orto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Gli  strumenti urbanistici devono prevedere, in ogni quartiere, campi  incolti – che si aggiungono alle aree verdi – nei quali i bambini  possano giocare senza che i genitori debbano pagare la suola calcio e  senza essere istituzionalizzati da adulti (l’allenatore, per esempio)  anche nel tempo del gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">Deve  essere proibito il commercio delle bambole vestite come fate attillate  (le winx) o come prostitute con gli zatteroni (le bratz).</p>
<p style="text-align: justify;">Una  legge nazionale deve dettare i criteri che le città devono seguire per  espellere e/o limitare fortemente la circolazione delle automobili  all’interno delle città.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Devono  essere reintrodotti: le norme che disciplinavano la stabilità del  rapporto di lavoro subordinato nel 1999; le licenze di commercio; il  divieto di pubblicità e i limiti tariffari per l’esercizio delle libere  professioni; la separazione tra banche d’affari e banche commerciali;  l’equo canone.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Deve essere limitato il credito al consumo: tra mutui, scoperti bancari, finanziamenti (finalizzati e non),  leasing,  carte di credito e cessione del quinto dello stipendio, il capitale  finanziario prestato non può superare il 30% del reddito e/o della  rendita del debitore.</p>
<p style="text-align: justify;">Devono  essere fissate per legge la percentuale (50%) dell’importo del mutuo  immobiliare, nonché la durata massima del mutuo (20 anni)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Devono  essere vietati i gratta e vinci e simili, nonché le slot machine ed  altre macchinette elettroniche che attualmente consentono di giocare  denaro. Il lotto e il superenalotto devono tornare ad avere estrazioni  settimanali. Le lotterie nazionali vanno autorizzate due volte all’anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Deve essere dichiarata la nullità del contratto di franchising.</p>
<p style="text-align: justify;">Deve  essere introdotto il divieto di nuovi centri commerciali e deve essere  previsto lo smantellamento entro dieci anni dei centri commerciali  esistenti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Deve  essere limitata la pubblicità pagata alle imprese di comunicazione e  intrattenimento, le quali potranno fatturare, come corrispettivo della  pubblicità, una somma pari al 20% degli incassi (dell’anno precedente)  derivanti dalla vendita delle informazioni e dell’intrattenimento. Le  imprese abituate a “donare” informazioni e intrattenimento ai lettori,  agli ascoltatori o ai telespettatori non potranno vendere pubblicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Un quotidiano non può essere composto da più di venti pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni  emittente televisiva non può trasmettere più di dodici ore al giorno:  dalle 6,00 alle 8,00; dalle 12,00 alle 15,00; e dalle 17,00 alle 24,00. I  cartoni animati potranno essere trasmessi soltanto dalle 17,00 alle  18,00.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Devono essere limitate o escluse le delocalizzazioni dei capitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Le imprese nei settori strategici devono essere protette e se necessario nazionalizzate.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessaria la reintroduzione di una moneta nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Deve essere reintrodotto un ferreo controllo sui movimenti di capitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Devono  essere prese tutte le misure possibili volte a far sì che il debito  pubblico sia in mano agli italiani e non agli intermediari finanziari.  Devono essere mantenute e aumentate le riserve di oro.</p>
<p style="text-align: justify;">Se  gli obiettivi indicati implicano limitazioni alla libera circolazione  delle merci e dei capitali – e le implicano necessariamente –  le  limitazioni vanno introdotte nell’ordinamento. Se le limitazioni  implicano l’uscita dall’Europa unita, bisogna uscire. Se le limitazioni  implicano l’uscita dal WTO e da altri trattati istitutivi di organi  sovrannazionali – e la implicano – allora bisogna uscire dal WTO e dagli  altri trattati.</p>
<p style="text-align: justify;">Più in generale se gli obiettivi indicati sono <em>incompatibili</em> con il diritto europeo, che attualmente prevale sul diritto italiano –  persino su gran parte della Costituzione Italiana –, ed è indubbio che  sono assolutamente incompatibili, bisogna <em>uscire dall’Europa</em>. Allo stesso modo se gli obiettivi indicati sono incompatibili con il WTO o con altri trattati internazionali bisogna <em>uscire dal WTO e recedere dai trattati internazionali</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai <em>trattati economici globali</em>, ai quali partecipano tendenzialmente tutti gli stati, bisogna sostituire <em>trattati regionali</em>: i trattati della <em>regione del mediterraneo</em>; e i trattati della <em>regione dell’eurasia</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti  coloro che condividono anche soltanto il 50% di questo programma  dovrebbero unirsi in un unico nuovo partito, accettando la rimanente  parte del 50% del programma. Infatti, senza ipotizzare un partito che  persegua per intero il programma, i singoli provvedimenti non verranno  mai presi. Essi hanno una logica unitaria e si fondano su basi comuni.  Accettate quella logica e quelle basi, non ha senso opporsi alla singola  proposta, soltanto perché siamo in una condizione nella quale essa non è  per noi conveniente. I vantaggi del mutamento di paradigma saranno  complessivi. Saranno per noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Non so se il programma può essere definito della decrescita. <strong>La decrescita non è un obiettivo è al più un risultato</strong>.  Il risultato dell’attuazione di provvedimenti che perseguono: 1) una  distribuzione delle risorse equa – che sposti ricchezza: dal capitale  finanziario al capitale direttamente produttivo; dal capitale in  generale al lavoro, autonomo e subordinato; dalle rendite ai profitti e  ai redditi -; 2) l’autonomia e l’indipendenza del popolo e della  nazione; 3) una concezione e una prassi della vita lente; 4) il rispetto  civile, se non sacro, della nostra Terra; 5) la tutela sacra per  l’infanzia.</p>
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		<title>Marchionne e la bronzea legge del valore</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2011 14:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Isaia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[capitale]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fiat]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Marchionne]]></category>
		<category><![CDATA[Sebastiano Isaia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Sebastiano Isaia Le ragioni del Capitale (della Fiat e di Marx) Commentando le numerose dichiarazioni preoccupate di Marchionne intorno alla scarsa produttività degli stabilimenti Fiat basati in Italia, Bruno Contini si chiede, abbastanza ingenuamente, quale sia l’origine dell’ossessione per il sette per cento che sembra dominare il pensiero del Cavaliere Nero del Lingotto. «Se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di Sebastiano Isaia</p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="font-size: small;">Le ragioni del </span><span style="font-size: small;"><em>Capitale</em></span><span style="font-size: small;"> (della Fiat e di Marx)</span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/fabbrica-3.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2270" style="margin: 5px;" title="fabbrica-3" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/fabbrica-3-300x237.jpg" alt="" width="300" height="237" /></a>Commentando le numerose dichiarazioni preoccupate di Marchionne intorno alla scarsa produttività degli stabilimenti Fiat basati in Italia, Bruno Contini si chiede, abbastanza ingenuamente, quale sia l’origine dell’ossessione per il </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sette per cento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> che sembra dominare il pensiero del Cavaliere Nero del Lingotto. «Se il costo del lavoro pesa per il 7% sul valore di un’auto Fiat, perché tanta enfasi su questo 7%?»</span></span><sup><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">. In effetti, di primo acchito appare davvero esagerata l’insistenza del capo operativo della Fiat per questo striminzito </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sette per cento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">: che sarà mai dinanzi al ben più cospicuo </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>novantatré per cento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">! Si sa, la matematica non è un’opinione. Forse…</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Continua Contini: «I veri problemi della Fiat hanno relativamente poco a che fare con l’organizzazione del lavoro. Escluderei che il motivo per cui la Fiat abbia recentemente prodotto solo metà delle vetture che produceva qualche anno fa sia da attribuire a problemi dell’organizzazione di fabbrica (scarsa flessibilità, scioperi, difficoltà di gestire gli straordinari, assenteismo, quant’altro abbia a che fare con il lavoro). Il problema è di mercato: la Fiat non vende abbastanza forse perché mancano i modelli, perché la qualità non è quella richiesta, forse per via della concorrenza spietata, per la crisi, la saturazione del mercato, o forse per tutti questi motivi assieme». Il ragionamento non sembra fare una sola grinza, e l’evocazione del maledetto mercato tranquillizza il pensiero contemporaneo che desidera risposte facili a domande complesse. E se invece le cose stessero esattamente come le prospetta il cattivone Marchionne? E se «l’enfasi su questo 7%» fosse pienamente legittimo e fondato (ovviamente dal punto di vista del </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Capitale</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">)?</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Ho il sospetto che il famoso – o famigerato, secondo i gusti – rappresentante del capitale targato Fiat, concentrando tutta la sua attenzione su quel maledetto </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sette per cento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, abbia toccato il cuore della questione. Analogo sospetto dovrebbe nutrire chi condivide l’analisi marxiana del processo produttivo capitalistico, il quale altro non è, secondo il forte bevitore di Treviri, «processo di produzione di plusvalore»: «da una parte i mezzi materiali di produzione, le condizioni </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>oggettive</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> di produzione, dall’altra la capacità lavorativa in atto, la forza-lavoro che si esprime in modo finalizzato, le condizioni </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>soggettive</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> della produzione … La particolare, specifica </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>funzione</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> del capitale in quanto capitale è la produzione di </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>plusvalore</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> che non è niente altro che produzione di </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>pluslavoro</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>appropriazione di lavoro non pagato</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> nel reale processo produttivo, che si presenta materializzato come </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>plusvalore</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">»</span></span><sup><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><a name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">. Già, la vecchia </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>legge del valore</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Il Tedesco ci suggerisce che, prima di guardare ciò che avviene nella sfera del </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>mercato</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, questa sorta di categoria dello Spirito che ipnotizza il «pensiero reificato» di tutti noi (soprattutto di quelli che hanno in tasca una laurea in Economia), prima di addentrarci in quella complessa e vischiosa dimensione «antropologica» forse torna utile alla comprensione del </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sette per cento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> gettare un’occhiata nel «vivo processo produttivo». D’altra parte, produrre modelli d’auto competitivi sul piano della qualità e dei prezzi, come chiede l’originale Contini, presuppone un notevole sforzo economico, che dev’essere adeguatamente ricompensato con profitti che lo rendano sostenibile almeno nel breve periodo (già nel medio periodo siamo tutti morti, magari a cagione di un incidente stradale: slacciate la cintura di sicurezza e toccatevi pure!). Sono tutti bravi a sfornare belle, potenti e «ecosostenibili» automobili… col capitale degli altri! </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Insomma, il </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>mercato</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> ci riporta alla </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>fabbrica</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, ossia al processo che produce il profitto, forma trasformata e “civilizzata” del plusvalore. E nuovamente il «marxista», insieme a Marchionne, sbatte il muso contro il </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sette per cento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Com’è noto, per Marx la «capacità lavorativa è la parte </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>variabile</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> del capitale», mentre la sua quota investita in mezzi di produzione, materie prime, stabilimenti, ecc. ne costituisce la parte </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>costante</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">. In che senso </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>variabile</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> e </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>costante</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">? Nel senso che solo la «capacità lavorativa» genera un valore nuovo che si aggiunge, sotto la forma conclusiva di profitto, al valore-capitale investito dal capitalista in salari (il nostro anoressico </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sette per cento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">) e in «mezzi materiali di produzione» (l’obeso e sempre più famelico </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>novantatré per cento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">), i quali aggiungono al fatturato solo il loro valore. Ecco spiegata l’enfasi che gli industriali mettono sul costo del lavoro, nonostante la quota spesa in salari si restringa in rapporto all’ammontare totale dell’investimento. Ed ecco perché per il capitalista, o per chi altro ne rappresenta gli interessi dentro e fuori la fabbrica, la «capacità lavorativa» non sarà mai abbastanza flessibile, produttiva, a buon mercato, disciplinata, devota. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">E di qui anche l’odierna esaltazione, da parte dei «</span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sicofanti del capitale</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">», della cosiddetta «economia reale», ideologicamente e moralisticamente contrapposta alla sfera del capitale finanziario e speculativo, come se sulla base del capitalismo «globale» del XXI secolo una simile contrapposizione avesse un pur minimo significato pratico e teorico. L’antagonismo tra </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Industria</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> e </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Finanza</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, che periodicamente fa capolino sulla scena sociale, ha a che fare piuttosto con la </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>spartizione del plusvalore</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> – cosa che ancora una volta ci riconduce nel «vivo processo produttivo» – e non certo con la kantiana o tremontiana legge morale che dovrebbe respirare dentro ogni bravo cittadino – il sottoscritto si chiama fuori! </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Ma quel </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sette per cento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> ci dice anche un’altra cosa, di grande significato storico e sociale. Si tratta della </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>composizione organica del capitale</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, un altro fondamentale concetto marxiano che si trova al centro della sua tanto bistrattata (ad esempio da Toni Negri) «legge del valore». In breve si tratta di questo: la «concorrenza spietata» lamentata dall’ingenuo Contini costringe le aziende a rendere sempre più produttivo il lavoro, cosa che si ottiene </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>rivoluzionando</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> continuamente l’organizzazione del lavoro e la sua base tecnologica. I tempi di obsolescenza di uomini, macchine e metodi di lavoro si fanno sempre più brevi. Questa schumpeteriana «rivoluzione creatrice» allarga sempre di nuovo la base del </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>capitale costante</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, mentre restringe (ovviamente in termini relativi, sebbene non rare volte anche in modo assoluto in singole aziende e in singoli Paesi) quella del </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>capitale variabile</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">. Marx chiamò appunto </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>composizione organica del capitale</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> il rapporto tra il </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>capitale costante</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> e il </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>capitale variabile</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, e comprese che sulla base del capitalismo moderno esso deve necessariamente crescere. Ad esempio, il capitale Fiat fece registrare nel 1955 un indice di </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>composizione organica</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> pari a 2.10, mentre mezzo secolo dopo tale indice si aggira intorno all’11</span></span><sup><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><a name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Questa crescita non è priva di conseguenze sulla salute del profitto, dalla quale dipendono il successo di ogni investimento produttivo e, in generale, la salute del ciclo economico allargato, speculazione finanziaria compresa. Infatti, spesse volte accade che per scontare un magro profitto occorre movimentare, per così dire, una montagna di capitale davvero esorbitante</span></span><sup><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><a name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, e nel delicatissimo rapporto tra i «fattori produttivi» («</span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>mezzi oggettivi</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">» e «</span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>mezzi soggettivi</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">», per dirla col filosofo di Treviri) viene a realizzarsi un circolo vizioso che tende a fare diminuire pericolosamente la redditività del capitale, ossia il saggio del profitto</span></span><sup><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><a name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"><sup>5</sup></a></span></span></sup><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">. Questo </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>circulus vitiosus</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, che non fa dormire sonni tranquilli a Marchionne e alla sua capitalistica schiatta planetaria, non è la causa meno rilevante tra quelle che hanno generato la crisi economica epocale che ha investito l’Occidente e il Giappone, ossia i centri del capitalismo più maturo, </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>a più alta composizione organica</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">. Ma qui è meglio arrestarsi.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Insomma, Marchionne ha ragione da vendere a propositivo della sua ossessione, mi si passi il termine, “percentualistica”, perché a parità di «costi fissi» tutta la partita competitiva «globale» si gioca mettendo le mani su quello striminzito – ma quanto virtuoso! – </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sette per cento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">. Ecco perché sghignazzo quando osservo i suoi critici di “sinistra” (rifondatori dello statalismo, Fiom, ecc.) e di “destra” (alcuni finiani, nostalgici della «socializzazione Repubblicana» stile Salò, ecc.) impartirgli severe lezioni di management e di marketing, come se i capitalisti non sapessero fare bene il loro lavoro! Piuttosto mi auguro che i suoi lavoratori imparino presto a difendere altrettanto bene i loro </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>peculiari </em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">interessi, i quali evidentemente non coincidono né con gli interessi della Fiat né, tanto meno, con quelli «generali» del Paese. </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em> </em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="mailto:sebastiano.isaia@libero.it"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"></span></span></a></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> 29 gennaio 2011</span></span></p>
<div id="sdfootnote1" style="text-align: justify;">
<p><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a><span style="font-family: Garamond,serif;"> B. Contini, </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>Fiat, i costi e i 	conti non tornano</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">, 	pubblicato il 25 gennaio 2011 su </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>Sbilanciamoci.info</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2" style="text-align: justify;">
<p><a name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> <span style="font-family: Garamond,serif;">Marx, </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>Il 	Capitale, libro sesto inedito</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">, 	pp. 7-9, Newton, 1976.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote3" style="text-align: justify;">
<p><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: medium;"><a name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a><span style="font-size: x-small;"> Metto le mani doverosamente avanti per dire che ho semplificato la 	cosa per rendere più chiaro possibile il ragionamento, per cui 	occorre prendere le cifre che seguono con un certo beneficio 	d’inventario. </span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Garamond,serif;">Nel 	1955 il fatturato della Fiat ammontava a 310 miliardi di lire, così 	composto: 168 miliardi di lire in qualità di </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>capitale 	costante</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> (68% del capitale 	investito), 80 miliardi in qualità di </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>capitale 	variabile</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> (32% del capitale 	investito, con un numero di personale pari a circa 74.000 addetti 	tra «tute blu» – circa 44.400 – e «tute bianche» – intorno 	a 29.600 –) e, </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>dulcis in 	fundo</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">, 62 miliardi a titolo 	di profitto. Per Marx la formula del valore di una merce è facile 	facile: </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>capitale costante</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> + </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>capitale variabile</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> + </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>plusvalore</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">; 	ossia: 168 + 80 + 62 = 310. Il saggio del profitto 	(</span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>profitto</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">/</span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>capitale 	costante</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> + </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>capitale 	variabile</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">, 62/248) fu pari 	al 25%; la </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>composizione 	organica</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> (</span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>capitale 	costante</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">/</span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>capitale 	variabile</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">, 168/80) pari a 	2.10. </span></p>
<p><span style="font-family: Garamond,serif;">Veniamo 	a tempi a noi più vicini. Prendiamo il bilancio Fiat del 2010, che 	si è chiuso particolarmente bene per la casa automobilistica – 	ancora – italiana e che è stato reso pubblico proprio oggi. Il 	fatturato registrato è pari a 56.3 miliardi di Euro, così 	composto: 49.8 miliardi come </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>capitale 	costante</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> (92% sul totale del 	capitale investito: una gigantesca montagna!), 4.3 come </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>capitale 	variabile</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> (un po’ più del 	famoso </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>sette per cento</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">; 	salari spesi per circa 190.000 impiegati tra «tute blu» – 	173.000 – e «tute bianche» – 17.000) e 2.2 miliardi in qualità 	di «utile gestione ordinaria» (a fronte di un «utile netto» di 	600 milioni. Il 2009 si era chiuso con una perdita netta di 848 	milioni). Ecco la nostra formula del valore: 49.8 + 4.3 + 2.2 = 	56.3. </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>Saggio del profitto</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> (2.2/54.1): 4%; </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>composizione 	organica</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> (49.8/4.3)= 11.5.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote4" style="text-align: justify;">
<p><a name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">4</a><span style="font-family: Garamond,serif;"> «Nella produzione di massa, i macchinari sono così costosi da 	rendere necessario evitare i fermi … Il principio su cui si fonda 	la </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>lean production</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;"> (la cosiddetta produzione leggera introdotta dalla Toyota già negli 	anni Cinquanta) è la combinazione di nuove tecniche manageriali  	con macchine sempre più sofisticate al fine di realizzare più 	produzione con meno risorse e meno lavoro» (J. Rifkin, </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>La 	fine del lavoro</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">, p. 164, 	Mondadori, 2002).</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote5" style="text-align: justify;">
<p><a name="sdfootnote5sym" href="#sdfootnote5anc">5</a><span style="font-family: Garamond,serif;"> «Il mezzo – lo sviluppo incondizionato delle forze produttive 	sociali – viene permanentemente in conflitto con il fine 	ristretto, la valorizzazione del capitale» (H. Grossmann, </span><span style="font-family: Garamond,serif;"><em>Il 	crollo del capitalismo</em></span><span style="font-family: Garamond,serif;">, p. 	260, Jaca Book, 1977). E’ il limite storico e la maledizione del 	capitale: solo lo sfruttamento, pardon: l’uso, della «capacità 	lavorativa nel vivo processo produttivo» crea il plusvalore, la 	fonte originaria di tutti i profitti (più o meno «reali» ed 	«eticamente corretti»).</span></p>
</div>
<p style="text-align: justify;">﻿</p>
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		<title>Sul 5/6/2010 &#8211; Necessità di una seria riflessione</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 13:41:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Castaldo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[capitale]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Castaldo]]></category>
		<category><![CDATA[proletariato]]></category>
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		<description><![CDATA[di Michele Castaldo Sulla non riuscita manifestazione del 5 giugno della Usb è necessario riflettere ben oltre le schermaglie fra organizzazioni che certamente si svilupperanno, addossandosi reciprocamente responsabilità che in ben altro risiedono e che è necessario venirne a capo. Schematizzo per punto per meglio farmi intendere: va ripresa una discussione più profonda su un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Michele Castaldo</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/Usb2.0-UVC-1.3M-WebCam.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1243" style="margin: 5px;" title="Usb2.0 UVC 1.3M WebCam" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/Usb2.0-UVC-1.3M-WebCam-300x228.jpg" alt="" width="300" height="228" /></a>Sulla non riuscita manifestazione del 5 giugno della Usb è necessario riflettere ben oltre le schermaglie fra organizzazioni che certamente si svilupperanno, addossandosi  reciprocamente responsabilità che in ben altro risiedono  e che è necessario venirne a capo.</p>
<p style="text-align: justify;">
Schematizzo per punto per meglio farmi intendere:<br />
va ripresa una discussione più profonda su un punto teorico centrale quale il modo di intendere del sindacato e del suo darsi in quanto struttura di difesa degli interessi dei lavoratori;<br />
va definita meglio la questione che intercorre tra il proletariato e la questione sindacale per come essa storicamente si è determinata.<br />
Infine: come ci si presenta all’oggi, con una crisi economica senza uguali nella storia dal sorgere del Sistema di funzionamento del Capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">
Fatta questa brevissima premessa, espongo per tesi la questione.<br />
1) Non è vero che la crisi genera fughe centrifughe di settori proletari verso soluzioni formalmente più radicali, più estremiste quali ritengono di essere i sindacati di base.<br />
2) Non è vero che una scissione di strutture burocratiche o meno, del sindacalismo esistente e maggiormente rappresentativo allo stato reale, genera una trasmigrazione all’esterno di detti sindacati. Mi riferisco in questo caso a quella avvenuta negli Usa dall’Afl-cio.<br />
3) Non vero che la somma di più sigle di pre-esistente sindacalismo originate in un periodo precedente – Cub, Cobas, Slai, Sdl ecc. ecc. – e legati per forza di cose al contesto, in presenza di una seria crisi economica attrae a sé settori consistenti di lavoratori in modo particolare di quelli dei settori più colpiti ed automaticamente li mobilita.<br />
4) Che a maggior ragione la moltiplicazione di sigle e la rincorsa alla autoreferenzialità sindacale – oltre che, beninteso alla riscossione automatica delle quote – non aiuta per niente una vera ripresa della lotta del proletariato. Essa si da quale riflesso agente all’attacco del Capitale.  (Un esempio – l’ultimo in ordine di tempo di una serie di fesserie comportamentali – ci viene fornito dai Cobasta alla vigilia della manifestazione della Usb del 5/6. *)<br />
5) Che il sindacalismo di base sviluppatosi dagli anni 70 ad oggi aveva una sua ragion d’essere anche nella fase economica che il capitalismo imperialista italiano viveva e che spingeva determinate categorie, particolarmente attive del Pubblico Impiego, a difendersi anche con fughe centrifughe, perché costrette dalla compressione dello spirito concertativo dei grandi sindacati confederali che rincorrevano il Capitale nella sua corsa verso le privatizzazioni,  le esternalizzazioni, la precarietà ecc. ecc.<br />
6) Che la crisi, questa crisi, ci dice che si apre una fase dello scontro Capitale-Lavoro molto diversa dal passato ed in modo particolare dei cicli &#8211; almeno per l’Italia &#8211; autunno caldo ed il suo breve seguito  e il 77 ed il suo ancor più breve seguito.<br />
7) Che in questa fase si sta verificando – e ce n’erano tutte le premesse, non poteva essere altrimenti – che il proletariato nell’impattare questa crisi, arretra lentamente e inesorabilmente e per forza di cose anche “disordinatamente”.<br />
8) Che tale arretramento non ha altre possibilità di diluirsi in mille rivoli perché non esistono molte vie di fuga e pertanto vengono ad essere risospinti ordinatamente dalla forza del Capitale verso il baratro da cui saranno necessitati a reagire a ondate come è successo di recente  in Grecia, così come accadrà in Romania, Ungheria e sempre di più si stringerà il cappio fino ai grandi paesi europei.<br />
9) Che storicamente ogni qualvolta il proletariato, in tutti i continenti, ha ingaggiato una battaglia vera contro la borghesia lo ha dovuto sempre fare scontrandosi con le strutture sindacali del preesistente ciclo. Lo scontro dei lavoratori in Oriente alla Honda con il sindacato statale ne è un esempio plastico e lampante.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/Sul-5.pdf">Leggi tutto l&#8217;articolo in pdf: Sul 5</a></p>
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		<title>Lavoro: Che fare ?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Apr 2010 20:54:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni De Francesco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[anticapitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[capitale]]></category>
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		<category><![CDATA[mercato del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[ristrutturazione]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo economico]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanni De Francesco Brevi note sulla ristrutturazione del mercato del lavoro in Italia e sulla riforma del diritto del lavoro Da diversi anni è in corso un progetto di ristrutturazione generale del mercato del lavoro presentato ufficialmente come politica di sviluppo economico del Paese. Questo deve passare attraverso la creazione di nuovi mercati per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Giovanni De Francesco</p>
<p style="text-align: justify;">
<h1 style="text-align: center;">Brevi note sulla ristrutturazione del mercato del lavoro in Italia e sulla riforma del diritto del lavoro</h1>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/corda.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-943" style="margin: 5px;" title="corda" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/corda-300x199.jpg" alt="corda" width="300" height="199" /></a>Da diversi anni è in corso un progetto di ristrutturazione generale del mercato del lavoro presentato ufficialmente come politica di sviluppo economico del Paese.<br />
Questo deve passare attraverso la creazione di nuovi mercati per le imprese con la competitività dei prodotti. Competitività che significa vendita dei prodotti a prezzi inferiori di quelli di altre imprese.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nel ciclo produttivo l’unica variante su cui incidere per ridurre il prezzo di un prodotto è il costo della manodopera. La competitività passa, pertanto, attraverso la riduzione del costo della manodopera e, cioè, la riduzione dei diritti dei lavoratori. Non a caso una delle accuse che da diverso tempo viene rivolta ai lavoratori italiani è quella che costano troppo per le imprese.</p>
<p>Continua qui: <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/Riforma-diritto-del-lavoro.pdf">Riforma diritto del lavoro</a></p>
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		<title>Brevi note sulla ristrutturazione del mercato del lavoro in Italia   e sulla riforma del diritto del lavoro.</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 17:49:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[capitale]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni De Francesco]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanni De Francesco Da diversi anni è in corso un progetto di ristrutturazione generale del mercato del lavoro presentato ufficialmente come politica di sviluppo economico del Paese. Questo deve passare attraverso la creazione di nuovi mercati per le imprese con la competitività dei prodotti. Competitività che significa vendita dei prodotti a prezzi inferiori di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Giovanni De Francesco</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" style="margin: 5px;" title="http://www.aclilazio.it/File/Operai.jpg" src="http://www.aclilazio.it/File/Operai.jpg" alt="" width="298" height="223" />Da diversi anni è in corso un progetto di ristrutturazione generale del mercato del lavoro presentato ufficialmente come politica di sviluppo economico del Paese. Questo deve passare attraverso la creazione di nuovi mercati per le imprese con la competitività dei prodotti. Competitività che significa vendita dei prodotti a prezzi inferiori di quelli di altre imprese.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel ciclo produttivo l’unica variante su cui incidere per ridurre il prezzo di un prodotto è il costo della manodopera. La competitività passa, pertanto, attraverso la riduzione del costo della manodopera. Non a caso una delle accuse che da diverso tempo viene rivolta ai lavoratori italiani è quella che costano troppo per le imprese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto che sta passando in Italia prevede l’eliminazione di tutte quelle cause e, cioè, i diritti dei lavoratori, che non permettono facilmente alle imprese di ridurre il costo del lavoro. L’obiettivo è l’abolizione totale delle garanzie retributive e della stabilità del posto di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò sta avvenendo mediante la previsione e l’applicazione dell’istituto della flessibilità, che in pratica significa piena discrezionalità del datore di lavoro nell’instaurazione, nell’esecuzione e nello sviluppo del rapporto di lavoro, sottoponendo i lavoratori a qualsiasi ricatto. In sostanza, legalizzazione del lavoro nero.</p>
<p style="text-align: justify;">L’istaurazione del rapporto di lavoro, fino a qualche anno fa, doveva avvenire per legge esclusivamente tramite l’Ufficio di Collocamento in modo che il padrone non scegliesse a suo piacimento i dipendenti. Scelta che avrebbe comportato la ricattabilità sul posto di lavoro e l’esclusione in anticipo dei lavoratori conosciuti come sindacalizzati o semplicemente ricorrenti in giudizi davanti al Giudice del Lavoro in precedenti rapporti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il padrone doveva assumere i lavoratori avviati dal collocamento in base ad una graduatoria trasparente per soddisfare la sua esigenza di manodopera indipendentemente dalla personalità del lavoratore (sesso, razza, religione, appartenenza politica sindacale, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Con il pacchetto Treu del 1997 prima e con la legge Biagi del 2003 poi, il collocamento è stato abolito ed il padrone può assumere a sua discrezione.</p>
<p style="text-align: justify;">La retribuzione minima contrattuale, finora individuata in quella prevista dai singoli contratti collettivi nazionali, sarà abolita (riforma dell’art. 36 della Costituzione). Saranno altresì aboliti tutti gli istituti collaterali alla retribuzione. Quindi abolizione della gratifica e delle mensilità aggiuntive (13ma e 14ma), del T.F.R. (liquidazione), delle ferie e dei permessi retribuiti, l’astensione durante la gravidanza e la maternità, l’assicurazione previdenza e contro le malattie e gli infortuni, e tutte le altre indennità e garanzie.</p>
<p style="text-align: justify;">La retribuzione sarà stabilita unicamente dal datore di lavoro e sarà onnicomprensiva. Con quanto percepito il lavoratore dovrà stipulare, se vorrà, contratti personali assicurativi per la pensione, la malattia, gli infortuni. Se vorrà metterà soldi da parte per pagarsi la sospensione feriale, i giorni non lavorati, i periodi di malattia, ecc. Altrimenti non percepirà nulla in quanto l’unico effetto scaturente dal rapporto di lavoro, cioè, l’unico diritto che ha, è la retribuzione mensile decisa dal datore.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista giuridico, nessun lavoratore potrà più proporre una causa di lavoro per differenze retributive, in pratica nessuno potrà fare vertenza al padrone.</p>
<p style="text-align: justify;">La paga mensile corrisposta al lavoratore costituirà per il datore l’unico costo della manodopera (abolizione della differenza tra costo lordo e costo netto). Ciò faciliterà non solo i programmi dell’azienda sul costo del prodotto, ma anche la commerciabilità dell’azienda stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo di una esplicita abrogazione dell’art. 36 Cost. e della contrattazione collettiva, sono state già avviate delle riforme parziali in tal senso. A partire dagli anni novanta, sono state varate delle norme che hanno permesso la riduzione della retribuzione minima e l’abolizione delle garanzie retributive e di stabilità. Si pensi ai contratti d’area, ai patti territoriali, ai lavoratori socialmente utili (legge “Bertinotti”), ai lavoratori coordinati ed, oggi, a progetto (legge Biagi).</p>
<p style="text-align: justify;">Verranno aboliti gli istituti contrattuali sul lavoro a tempo indeterminato, sul tempo pieno,  sui trasferimenti e sui licenziamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non esisterà più stabilità e costanza del posto di lavoro in quanto da un lato il datore di lavoro potrà stipulare senza nessun ostacolo contratti a tempo determinato (anche di un anno, di un mese o di una settimana alla volta), dall’altro verranno riconosciute maggiori ragioni di soppressione del posto di lavoro anche prima della scadenza stessa del contratto a tempo. In sostanza sarà ripristinato per tutti il licenziamento ad nutum.</p>
<p style="text-align: justify;">In tal senso è stato emanato il D. lgs. n. 368/01 che liberalizza il contratto a termine ed abolisce il divieto sancito dalla legge n. 230/62.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contratto a termine, infatti, era vietato in quanto palesemente ricattatorio nei confronti del lavoratore.</p>
<p style="text-align: justify;">Parimenti è stato abolito il divieto di riduzione dell’orario di lavoro. Oggi il part time è stato liberalizzato con la legge Biagi, sottoponendo a ricatto i lavoratori che hanno necessità di conseguire il salario minimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il livello di sfruttamento della manodopera, indicato come produttività, è stato aumentato grazie il D.lgs. n. 66/03 con il quale è stato abolito il limite massimo dell’orario di lavoro giornaliero.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito alle giornate del Primo Maggio e dell’8 Marzo, la comunità internazionale del secolo scorso aveva dovuto accogliere l’istanza di fissazione del limite massimo del lavoro giornaliero in otto ore. Tale indicazione è stata recepita dall’ordinamento italiano del governo fascista con il Regio Decreto L. n. 692/23. Con successivi interventi veniva limitato l’orario massimo del lavoro settimanale in 40 ore con divieto eccezionalmente derogabile del lavoro straordinario.</p>
<p style="text-align: justify;">La motivazione principale del limite dell’orario ad otto ore al giorno consisteva nel rimedio ai  numerosi incidenti anche mortali sul lavoro spesso causati dalla stanchezza, dalla faticosità protratta e dalla mancanza di lucidità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, dal 2003, il limite stabilito da una legge fascista è stato abolito ed il lavoratore può essere costretto a svolgere un orario di lavoro ordinario di dodici ore al giorno se full time e di sedici ore al giorno se part time. Con l’accordo del 23 luglio 2007 è previsto di poter richiedere le sedici ore al giorno anche per i lavoratori full time.</p>
<p style="text-align: justify;">L’aumento degli incidenti anche mortali sul lavoro e delle malattie professionali sono cronaca di tutti i giorni alle quali ha sicuramente contribuito anche l’abolizione del divieto del subappalto di manodopera.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli incidenti e le malattie sul lavoro, infatti, sono causati spesso dalla precarietà delle condizioni di lavoro a cui sono maggiormente esposti i lavoratori “affittati” o dipendenti da ditte subappaltarici.</p>
<p style="text-align: justify;">Per eliminare tale causa, è stata emanata la legge  1369/60 che vietava queste forme di utilizzo dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, prima con il pacchetto Treu del 1997 con il lavoro interinale, poi con la legge Biagi del 2003 con il lavoro a somministrazione, tale legge è stata abolita ed è stato liberalizzato l’affitto dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo quadro di precarietà delle condizioni di lavoro si inseriscono anche le norme sulla cessione e affitto di azienda o ramo di essa.</p>
<p style="text-align: justify;">In pratica, le misure sulla tutela del lavoratore dagli infortuni e dalle malattie sono considerate nell’economia e nei bilanci aziendali come “capitale morto”, non produttivo, ed i loro costi incidono negativamente sul prezzo del prodotto o servizio venduto, rendendolo meno competitivo o riducendo il profitto aziendale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’abolizione delle norme poste a tutela della salute e della vita dei lavoratori – effettuata, tra l’altro,  con il D. lgs. 66/03 e la legge Biagi &#8211; sono considerate iniziative per lo sviluppo economico e per la competitività.</p>
<p style="text-align: justify;">L’introduzione dell’istituto della “mobilità” obbliga i lavoratori ad essere trasferiti, spostati da una sede all’altra come un macchinario facilitando, così, l’organizzazione aziendale.</p>
<p style="text-align: justify;">Completano il quadro la privatizzazione della previdenza e dell’assistenza contro gli infortuni.</p>
<p style="text-align: justify;">La “facoltà” ed il silenzio assenso di conferire il TFR ai fondi pensione varata nel 2007 è un primo passo verso l’abolizione della liquidazione e delle pensioni così come già avviata con l’accordo del 23 luglio 2007.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiaramente i lavoratori che accetteranno l’imposizione di questa ristrutturazione e salari ancora più bassi, avranno maggiori garanzie lavorative e maggiori possibilità per evitare di essere licenziati o di rimanere disoccupati.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, se i lavoratori italiani accetteranno salari più bassi dei lavoratori francesi, le imprese transalpine investiranno in Italia aprendo nuove fabbriche. Se i lavoratori meridionali accetteranno un salario inferiore a quello del nord, le imprese si sposteranno nel sud. Se i lavoratori di una zona del sud accetteranno una riduzione di salario rispetto a quello di un’altra zona del sud, le imprese si sposteranno in quella zona. Se i lavoratori di un’azienda accetteranno un salario inferiore di quello percepito dai lavoratori di un’altra azienda concorrente, avranno maggiore possibilità di non essere licenziati. Ciò sta già avvenendo non solo con le riforme federaliste ma, soprattutto, con i patti territoriali ed i patti di aree di sviluppo (ben accettati da BASSOLINO e CITO affermando il superamento del federalismo e l’imposizione del municipalismo).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel meridione, dove i disoccupati sono il 15,2% della forza lavoro, la retribuzione è già meno della metà di quella del settentrione dove i disoccupati sono il 3,7%.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ chiaro che i settori più interessati a questo discorso sono quelli nella cui produzione incide fortemente il costo della manodopera. Ciò non sarà per le aziende chimiche in cui il costo del lavoro incide solo per il 15-20% sui costi totali. Infatti, le aziende chimiche difficilmente sono trasferite nelle zone a basso costo di manodopera e nel meridione a differenza di quanto già avviene per il settore tessile, calzaturiero, delle confezioni e manifatturiero in genere le quali hanno da tempo provveduto a delocalizzare le loro imprese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Governo ed il padronato impongono questa politica propagandando l’aumento dell’occupazione (ci sarà posto di lavoro per tutti; per due soldi ma per tutti) e la maggiore competitività dei prodotti italiani e minacciando di delocalizzare le aziende in altre parti del mondo (Europa dell’Est, Africa ed estremo oriente asiatico) dove i lavoratori – tra cui i bambini &#8211; vengono pagati anche con un solo euro al giorno e chi protesta viene anche assassinato.</p>
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