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	<title>Comunismo e Comunità &#187; capitalismo finanziario</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Ricostruire il Partito Comunista?</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 14:39:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costanzo Preve</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
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		<description><![CDATA[di Costanzo Preve Ho iniziato a scrivere questo modesto testo politico senza pretese il giorno di ferragosto 2011, dopo aver letto alcuni commenti sulla doppia stangata chiamata eufemisticamente “manovra”, e dopo aver letto alcuni testi interessanti, come ad esempio AAVV, Ricostruire il partito comunista, Max XXI – AAVV, Il ruggito del dragone, Ed. Aurora – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>di Costanzo Preve</em></strong><em> </em></p>
<p><em>Ho iniziato a scrivere questo modesto testo politico senza  pretese il giorno di ferragosto 2011, dopo aver letto alcuni commenti  sulla doppia stangata chiamata eufemisticamente “manovra”, e dopo aver  letto alcuni testi interessanti, come ad esempio AAVV, <em>Ricostruire il partito comunista</em>, Max XXI – AAVV, <em>Il ruggito del dragone</em>, Ed. Aurora – J. Salem, <em>Lenin e la Rivoluzione</em>, Ed. Nemesis.</p>
<p>Dopo aver letto gli argomenti in favore della ricostruzione di  un partito comunista come presupposto “leninista” di una strategia  anticapitalista ed in favore di un giudizio sulla natura “socialista”  della Cina, e dopo averli presi sul serio senza il solito atteggiamento  sprezzante e spregiativo dell’estremismo di sinistra, vorrei rifiutarli  educatamente e proporre una prospettiva diversa. So bene che l’abituale  ricatto retorico della sinistra è l’eterno “ma tu cosa proponi?”. Bene,  risponderò, ma propongo un’altra cosa, e la chiarirò. Il problema preliminare è questo: dove stanno andando le classi  dominanti? Credo che sia una domanda integralmente “marxiana”. Prima di  dare le risposte giuste bisogna prima fare le domande giuste. Si può  rispondere in due modi. Primo: neppure le classi dominanti sanno dove  stanno andando, stanno navigando a vista verso la catastrofe (sociale,  ecologica, eccetera, a seconda delle opinioni). Secondo: stanno andando  in una direzione ben precisa, e bisogna sapere quale. In base alla risposta che darò, ne risulta che l’ipotesi di  ricostruire un partito comunista mi sembra una risposta strategicamente  errata, in quanto l’analogia storica del futuro possibile e prevedibile  ci porta verso un nuovo 1789 (unificazione del nuovo Terzo Stato)  piuttosto che verso il 1917 (costruzione del partito comunista del  proletariato e dei contadini poveri). Aggiungerò tre Appendici, A, B e C. L’appendice A sarà dedicata  ad una mia esperienza personale vissuta nel 1989. L’appendice B sarà  dedicata alle due “pesti” della sinistra italiana, il manipulitismo e  l’antiberlusconismo. L’appendice C alla riflessione sulle ragioni del  fallimento di quell’aborto <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/52.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2664" style="margin: 5px; border: 1px solid black;" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/52.jpg" alt="Ricostruire il Partito Comunista" width="178" height="240" /></a>strategico chiamato Partito della  Rifondazione Comunista in Italia.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h1 style="text-align: center;"><strong>1.  RIFLESSIONI COMPARATIVE SULL’ATTUALE CRISI INIZIATA NEL 2008</strong></h1>
<p>Ho letto molte riflessioni sulle ragioni dell’attuale crisi, da  David Harvey a Vladimiro Giacché, da Luciano Gallino a Bernard Conte,  eccetera, laddove il chiacchiericcio pettegolo antiberlusconiano non mi  ha mai fatto né caldo né freddo. Il solo modo per orientarmi (essendo un  filosofo e uno storico, e non un economista) è stato quello <em>analogico</em>,  con un esame comparativo con le due grandi crisi precedenti (grande  depressione 1873-1896 e grande crisi del 1929). So bene che l’analogia  storica è ingannatrice, perché tipico della storia è il produrre novità  qualitative, che rendono di fatto impossibile la previsione, sia pure  tendenziale. Sono d’accordo con Hegel, per cui la civetta della conoscenza  filosofica della totalità giunge solo al crepuscolo. A differenza di  Marx (di cui peraltro continuo a considerarmi un allievo critico) <span style="text-decoration: underline;"><strong>non  credo che si possa prevedere il futuro del capitalismo, neppure in modo  tendenziale.</strong></span> In breve, penso si tratti di una illusione positivistica,  per cui la storia è trattata come se fosse simile ad una scienza della  natura, tipo la fisica, che in effetti rende possibile la previsione,  sia pure solo probabilistica (meccanica quantistica, eccetera). Credo  anche che questa illusione positivistica derivi paradossalmente da un  presupposto messianico-escatologico, che pretende di conoscere e di  anticipare l’esito finale della storia. E qui mi fermo, perché so che  troppa filosofia annoia il lettore medio.</p>
<p>Non conosco storie soddisfacenti del capitalismo. Non mi  convince la teoria di Ernest Mandel sulle “onde lunghe”. Stimo molto  Giovanni Arrighi, ma non mi convince la sua teoria della periodizzazione  del capitalismo (fase genovese, fase olandese, fase inglese, fase  americana, ed infine Adam Smith a Pechino). Tutte le teorie delle “fasi”  non mi convincono. La storia non procede mediante fasi. Non ho mai  neppure creduto alla teoria staliniana dei cinque stadi (comunismo  primitivo, schiavismo, feudalesimo, capitalismo, ed infine comunismo  mondiale a base proletaria). Il capitalismo non è nato per ragioni di  fasi, ma è nato per una finestra storica congiunturale (Inghilterra del  Settecento), che avrebbe potuto anche non presentarsi. Eccetera,  eccetera. Credo però ad una unità dialettica trascendentale di una “storia  ideale eterna”, nel senso di Vico, Fichte, Hegel e Marx. Risparmio al  lettore i dettagli, che richiederebbero mille pagine, e che i miei  affezionati lettori già conoscono. Con Vico, credo all’equazione <em>verum ipsum factum</em>,  che tradotta in linguaggio comune significa che la sola verità  filosofica possibile consiste in un bilancio del presente storico inteso  come progressiva autocoscienza della libertà di un soggetto, laddove il  resto è certezza (fisica, chimica e biologia), esattezza (matematica e  veridicità artistica). Di conseguenza, la verità non può mai essere  “certificabile” (e con questo, per farla corta, respingo cortesemente  Cartesio e Kant). La verità è frutto di prassi storica trasformatrice  (Fichte), di allargamento della lotta per il riconoscimento (Hegel) e di  perseguimento dell’obiettivo possibile di una società comunitaria senza  classi (Marx). Ancora una volta, mi scuso per l’intermezzo filosofico,  ma come il Menico dei Promessi Sposi che giocava a rimbalzello perché  era bravo nel fare volare le pietre sull’acqua, ognuno fa sempre quello  che sa fare meglio. Ma passiamo ad un esame analogico delle tre grandi  crisi.</p>
<p>La prima grande crisi, chiamata <strong>Grande Depressione</strong>, fece  ammutolire Marx, mentre Engels scrisse che stava crollando sotto i  nostri occhi la produzione capitalistica (prefazione alla <em>Miseria della Filosofia</em> di Marx, salvo errore, cito a memoria). Ovviamente non era così. Essa  fu “superata” con l’imperialismo colonialistico, la spartizione  dell’Africa, il riarmo navale, la corsa al petrolio, le innovazioni di  processo (taylorismo e fordismo)  e di prodotto (chimica, elettricità,  automobili, eccetera). Essa produsse anche come “danno collaterale” la  formazione dei partiti socialisti e dei sindacati operai. Il “marxismo”,  formazione ideologica a base positivistica elaborata nel ventennio  1875-1895 congiuntamente da Engels e da Kautsky sulla base di una  compresenza fra “ortodossia e fini” (Matthyas) e progressiva  integrazione nel capitalismo, nacque su committenza pressoché diretta  della socialdemocrazia tedesca. La compresenza di ortodossia dei fini  (le prediche della domenica) e progressiva integrazione burocratica  (Michels, eccetera) creò un piano inclinato che portò poi al 1914, il  grande macello. Parentesi. La proposta di Diliberto delle tre unità (unità dei  comunisti, unità della sinistra, ed infine unità democratica, contro  Berlusconi, ovviamente) è un esempio di <em>ortodossia dei fini</em> (teniamo  fermo il comunismo) e di <em>integrazione nel sistema politico</em> (ci uniamo  con Bersani, Veltroni e Napolitano perché è il solo modo elettorale di  rientrare in parlamento). Ma su questo dirò dopo. Per il momento  torniamo alle cose serie.</p>
<p>La grande crisi del 1929 fu superata soltanto dalla seconda  guerra mondiale e dalla grande corsa agli armamenti. Sottoprodotto  sociale di questa soluzione bellica furono i “trenta anni gloriosi”  1945-1975 di cui ha parlato Hobsbawm. Appare oggi chiaro che il periodo  storico del <em>welfare</em> non è per nulla stato un “avvicinamento  riformistico” al socialismo, ma un momento del tutto congiunturale, ed  in quanto congiunturale revocabile (ed infatti oggi revocato). Ho  insegnato per 35 anni storia su manuali menzogneri che sostenevano che  la crisi del 1929 era stata “superata” dal New Deal di Roosevelt e dal  “compromesso” keynesiano-fordista. Non c’è maggior stupido di chi si fa  ingannare, per pigrizia intellettuale o per conformismo identitario di  “sinistra”.</p>
<p>Infine, venne la dissoluzione dell’esperimento sociale (sotto  cupola geodesica protetta, per usare l’espressione di Jameson) del  comunismo storico novecentesco (1917-1991). In vent’anni, il  chiacchiericcio di sinistra non ha mai cercato di darne una spiegazione  “strutturale” (vedi Marx), ma si è accontentato di versioni postmoderne  della teoria del “totalitarismo” di Hannah Arendt. A modo mio, ho fatto  l’ipotesi (cfr. C. Preve, <em>La quarta guerra mondiale</em>) di una  grande e maestosa controrivoluzione sociale dei ceti medi sovietici (e  cinesi) contro un dispotismo sociale operaio e proletario nel frattempo  esauritosi come base sociale ed ideologica. Nessuno ha mai neppure  battuto un colpo, in quanto erano tutti impegnati a prendere sul serio  Negri, Bertinotti, Vendola, Ingrao e la signora Rossanda. E così abbiamo sbattuto il muso <strong>contro la crisi apertasi nel  2008</strong>, senza che nessuno provasse neppure lontanamente a fare ipotesi su  verso dove stiano andando le oligarchie finanziarie che ci governano.  Proviamo a fare qualche ipotesi.</p>
<h1 style="text-align: center;"><strong>2. DOVE VANNO LE OLIGARCHIE FINANZIARIE CHE CI GOVERNANO</strong></h1>
<p style="text-align: left;">A questa domanda si può rispondere in due modi. Primo: non lo  sanno neppure loro, vivono giorno per giorno senza prospettive, come la  famosa nave Titanic. Le facoltà di economia hanno smesso da tempo di  produrre una scienza sociale, e fanno soltanto estrapolazioni  matematiche. Le facoltà di filosofia vivono di odio verso i geci e  Hegel, e raccontano ai futuri disoccupati che il mondo è privo di senso,  bisogna accettarlo così com’è, ogni utopia finirebbe necessariamente in  terrore, e l’unica ontologia che si può fare è quella del telefonino e  dei <em>social network</em>. In definitiva, la diagnosi è quella di Rosa  Luxemburg: in mancanza di socialismo, avremo la barbarie, e la rovina  comune delle classi in lotta. Non ci credo. Si tratterebbe sempre di una  teoria della fine della storia, soltanto pessimistica e non ottimistica  (i domani che cantano).</p>
<p style="text-align: left;">Secondo, ed è la mia risposta, possiamo almeno ipotizzare dove  stiano andando le oligarchie finanziarie. Ovviamente, esse non devono  essere antropomorfizzate inventandoci un inesistente complotto  coordinato alla Spectre (James Bond). E’ evidente che la globalizzazione  finanziaria si fonda sulla fine della sovranità monetaria degli Stati  nazionali. E’ evidente che la Costituzione italiana non esiste più, da  quando l’agente americano Giorgio Napolitano ha spinto il riluttante e  ricattabile puttaniere Berlusconi all’aggressione contro la Libia di  Gheddafi (travestita da garanzia di una <em>no fly zone</em>, in cui  invece a fly sono i bombardieri NATO), alla faccia del fatto che  l’Italia ripudia le guerre. E’ evidente che i<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/banca_mondiale.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2673" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/banca_mondiale.jpg" alt="" width="212" height="162" /></a>l cosiddetto “giudizio dei  mercati” è una foglia di fico per lo smantellamento di ciò che restava  del <em>welfare</em> della prima repubblica (1946-1992). Molte cose sono  evidenti, e mi sembrerebbe un retorico spreco di carta soffermarmici  sopra. Andiamo invece al dunque. Ed il dunque è: dove stiamo andando?</p>
<p style="text-align: left;">Stiamo andando verso una polarizzazione estrema verso un polo  oligarchico, da un lato, ed un immenso e politicamente espropriato  “terzo stato”, dall’altro. E tuttavia, le oligarchie sanno bene che è  necessario un “cuscinetto di grasso” sociale fra i due poli, per evitare  che possa verificarsi uno scontro diretto fra i pochissimi, ed i  moltissimi abbandonati alla insicurezza della vita e al lavoro  sottopagato, flessibile e precario. Fra le oligarchie e questo nuovo  immenso “terzo stato” (che sarebbe improprio definire in termini di  imborghesimento del proletariato o proletarizzazione della piccola  borghesia, categorie sociologiche a mio avviso sorpassate) bisogna  favorire la costituzione di un gruppo sociale che, sulla scorta della  proposta linguistica di Eugenio Orso, definirei <em>new global middle class</em> (uso l’inglese perché è la nuova lingua dei padroni, come avvenne prima  per il greco, poi per il latino ed infine per il francese). A questo nuovo gruppo sociale bisognerà pur sempre dare qualche  privilegio, in modo che non si rivolti contro l’oligarchia. Su questo  non ho le idee chiare. Se ci fossero ancora dei sociologi, io chiederei a  loro, ma so bene che ormai Wright Mills e Christopher Lasch sono morti,  e restano soltanto animali accademici tronfi ed autoreferenziali. Ma  adesso è giunta l’ora di chiarire perché a mio avviso la parola d’ordine  non può essere quella di rifare il partito comunista.</p>
<p style="text-align: left;">
<h1 style="text-align: center;"><strong>3. FUNZIONE STORICA DEL PARTITO COMUNISTA</strong></h1>
<p style="text-align: left;">Laddove oggi c’è la tendenza a valorizzare Marx come “profeta  della globalizzazione” e di sputare su Lenin, io non seguo questa  tendenza, e sono d’accordo con il libro di Salem. Oggi demonizzare  Lenin, con la scusa che dopo è venuto Stalin (che non demonizzo, ma  neppure rivaluto seguendo le orme di Domenico Losurdo, di Ludo Martens e  del partito comunista greco) significa in realtà demonizzare lo stesso  concetto di prassi rivoluzionaria. Altra cosa, invece, è <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/pci.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2676" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/pci-300x299.jpg" alt="" width="218" height="218" /></a>condividere  tutto quello che Lenin ha detto e scritto. Ad esempio, io non condivido  la riduzione della filosofia ad ideologia ed il cosiddetto “materialismo  dialettico”. Dio me ne scampi e liberi! Condivido invece la piena  legittimità della rivoluzione del 1917. Ma il lettore non sarà tanto  interessato a sapere che cosa pensa il signor Preve della storia del  Novecento, quanto arrivare al cuore della questione. Arriviamoci.</p>
<p style="text-align: left;">Il partito comunista, in tutte le sue versioni (qui staliniani,  trotzkisti e maoisti concordano, pur bastonandosi e piccozzandosi  ferocemente fra loro) è stato concepito per la rivoluzione proletaria  sia pure “allargata” ad alleanze varie (contadini, piccola borghesia,  persino “borghesia nazionale”, eccetera). E’ impensabile un partito  comunista senza centralità della classe operaia, salariata e proletaria,  di cui si nega peraltro la “rivoluzionarietà diretta”, priva di un  coordinamento partitico. Qui non c’è differenza “teorica” fra Diliberto,  Ferrando e Lotta Comunista. Mi scuso per la semplificazione, ma a volte  facilita la discussione. Le attuali oligarchie finanziarie al potere non si limitano  infatti a “proletarizzare” i ceti medi. Se li proletarizzassero, si  potrebbe dire che ci vuole un partito comunista. Ma il processo che si  svolge sotto i nostri occhi e ben più complesso e maestoso. In Cina, in  India ed in Brasile (ed ora anche nei paesi arabi, con la cosiddetta  “primavera araba”, che solo un inguaribile ingenuo potrebbe pensare  abbia una natura rivoluzionaria, laddove si tratta della semplice presa  del potere di una borghesia sunnita occidentalista) si sta formando  finalmente una classe media globale, la cui parte superiore, alleata con  le oligarchie finanziarie, eserciterà una funzione controrivoluzionaria  di fronte alla quale i codini nobiliari del 1789 sembreranno tutti dei  Thomas Munzer. La parte inferiore dei ceti medi, numericamente di gran lunga  prevalente, cadrà in questo nuovo “terzo stato”. Essa non ha bisogno di  un partito comunista, e soprattutto non ha bisogno di portarsi dietro il  sanguinoso contenzioso sul bilancio storico del comunismo novecentesco.  Su questo Diliberto e Ferrero non saranno mai d’accordo, perché per il  primo il più grande rivoluzionario è stato Lenin, e per il secondo  Raniero Panzieri. Si pensa forse di poter “assemblare” Mauro Gemma e  Marco Ferrando?</p>
<p style="text-align: left;">Ma non sta neppure qui il punto essenziale. E qui, pur sapendo  che è come bestemmiare in chiesa, sono costretto a porre il problema del  <strong>superamento della dicotomia Destra/Sinistra</strong>, anche se per le orecchie  pie e politicamente corrette del “sinistro” medio, questo può dare luogo  al sospetto di “infiltrazione fascista”.</p>
<p style="text-align: left;">
<h1 style="text-align: center;"><strong>4. NOTE SULLA DICOTOMIA SINISTRA/DESTRA</strong></h1>
<p>Non riprenderò qui per ragioni di spazio le argomentazioni da me  sviluppate in un quindicennio (e quale quindicennio!) sul superamento  della dicotomia Destra/Sinistra. Lascerò perdere la filosofia e la  storia che stanno alla base di questa dicotomia, e svilupperò un solo  argomento, di tipo politico. Seguendo il noto “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rasoio_di_Occam">rasoio di Occam</a>”, credo  che un solo argomento basterà, se è convincente.</p>
<p>Chi si situa all’interno della dicotomia Sinistra/Destra,  concluderà necessariamente non tanto che il comunismo è “l’estrema  sinistra” o la “vera sinistra”, ma che il comunismo è la parte più  coerente, rigorosa ed organizzata della sinistra stessa. A questo punto,  ne discenderà ‘<em>gravitazionalmente</em> (uso questo avverbio  volutamente) che bisognerà’ allearsi con la “sinistra moderata” (ed  addirittura con il centro-sinistra) contro la Destra, come se si fosse  ancora al tempo dei fronti popolari contro il fascismo (1934-36). E’  questa la ragione simbolica del mantenimento ideologico  dell’antifascismo in assenza totale, palese e manifesta di fascismo. Ci  deve essere sempre un “fascista”, o almeno un  suo succedaneo simbolico  (prima Fanfani, poi Craxi, infine Berlusconi). Ricordo ancora i  cialtroni di Lotta Continua che parlavano di “fanfascismo”.<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/silviobersani-300x126.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2682" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/silviobersani-300x126.jpg" alt="" width="300" height="126" /></a></p>
<p>Questa forza ideologica gravitazionale impedirà di comprendere  l’omologazione strutturale del quadro politico nell’epoca della terza  grande crisi capitalistica. Bisognerà trovare sempre argomenti per dire  che Bersani, Veltroni e Fassino sono “meglio” (o “meno peggio”) di  Tremonti, Bossi e Berlusconi. Il menopeggismo sostituisce l’analisi  gramsciana delle classi, per obsoleta che in parte possa essere. Ma il  menopeggismo è un lento veleno mitridatico. Il cittadino diventa un  “consumatore” di offerte politiche, ed è esattamente il modello inglese  ed americano, cui sin tratta di omologarci.</p>
<p>Se la dicotomia Destra/Sinistra facesse soltanto acqua sul piano  storico e filosofico, la lascerei stare per ragioni di quieto vivere.  In fondo, non è divertente farsi dare del “fascista” da una marmaglia  fanatizzata.  Ma si tratta di un vero “ostacolo epistemologico” (mi  scuso per il termine supercolto). Se siamo di sinistra, bisognerà  allearsi con Bersani contro Berlusconi, e con la Marcegaglia e  Montezemolo contro Bossi e Tremonti. Bisognerà sempre trovare dei  “fascisti” da qualche parte, come se fossimo al tempo del film di Ugo  Tognazzi “Vogliamo i colonnelli”. In questo modo il terzo stato non potrà mai essere politicamente  ricomposto, perché lo si scinderà ideologicamente in una falsa  contrapposizione simbolica, che ricorda i guelfi ed i ghibellini, e  soprattutto non si comprenderà mai l’omologazione strutturale dei ceti  politici professionali di “sinistra” in Europa all’interno del nuovo  capitalismo finanziario e del neoliberalismo. Tutte le chiacchiere di  Diliberto e Ferrero, sfrondate dei riferimenti simbolici identitari, si  riducono a tirare per la giacca Bersani, la Bindi e la Camusso.</p>
<p>Sarei molto dispiaciuto se quanto sto dicendo venisse catalogato  sprezzantemente sotto la voce “<em>estremismo</em>” o “<em>minoritarismo</em>”. Sono  stato estremista in gioventù, ma non lo sono più da almeno vent’anni. Ho  gusti “<em>conservatori</em>” nelle arti figurative, in filosofia, in  letteratura ed in musica. Il succo del mio discorso è un altro. Se andassimo verso un  nuovo 1917, sarei per ricostruire un partito comunista, anche perché da  allievo di Marx mantengo un anticapitalismo radicale. Ma in base al  ragionamento fatto sulla base analogico-comparativa delle tre grandi  crisi del capitalismo (1873, 1929 e 2008) mi sembra che andiamo invece  più probabilmente verso un nuovo 1789, e si tratta piuttosto di  unificare il nuovo “terzo stato” contro le oligarchie ed il loro clero  (il clero regolare, accademico-universitario, ed il clero secolare,  mediatico-televisivo). Questa unificazione non può avvenire  riproponendogli tutti i vecchi contenziosi “marxisti”.</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>APPENDICE   A</strong></h2>
<h1 style="text-align: center;"><strong>RICORDO PERSONALE DI UNA TRAGICOMICA ESPERIENZA DEL 1989</strong></h1>
<p>In filosofia io sono un Signor Qualcuno, e non mi interessa se questo viene riconosciuto o no dagli <em>oi polloi</em> (traduzione consigliata dal greco: i polli, nel senso di galline). Ma  in politica io sono un Signor Nessuno, lo so perfettamente, e tanto  basta. Ma voglio qui ricordare una tragicomica esperienza dell’ormai  lontano 1989. Negli anni Ottanta mi avvicinai prima ad una rivista politica intitolata <em>Unità Proletaria</em>,  diretta da Attilio Mangano e da Luigi Cortesi, e poi ad un piccolo  centro culturale dipendente da Democrazia Proletaria denominato “<em>Punto  Rosso</em>”, tuttora esistente. Si trattava di un matrimonio di interesse  reciproco: essi mi offrivano la possibilità di pubblicare e di far  conoscere le mie el<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/democraziaproletaria.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2686" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/democraziaproletaria.jpg" alt="" width="200" height="292" /></a>ucubrazioni filosofiche “marxiste” (Althusser, Bloch,  Lukacs, eccetera), ed io offrivo loro una collaborazione gratuita,  disinteressata e non pagata. Poi un dirigente di Democrazia Proletaria  (inutile il nome, si dice il peccato, non il peccatore) mi propose di  cooptarmi nella Direzione Nazionale di questo partito, perché potessi  fare interventi “colti” considerati “marxisti”. Avrei dovuto rifiutare, ma ero ancora nella fase “militante”  della mia vita. I dirigenti politici, in genere, amano gli  intellettuali-pagliacci in veste non tanto di commissari politici quanto  di cappellani, cioè di “clero teorico”, purché non osino mettere le  zampe sulla “linea politica”, che considerano loro monopolio assoluto,  un po’ come il denaro per i capitalisti. Cooptato nella Direzione  Nazionale, rifiutai subito il ruolo di intellettuale-pagliaccio  ornamentale, e mi indirizzai verso il problema proibito della linea  politica. Democrazia Proletaria era una vera Armata Brancaleone (nel  senso del film di Gassman), con al vertice un pagliaccio mediatico  (Mario Capanna, precursore di Fausto Bertinotti e di Nichi Vendola) ed  alla base un carnevale di femministe, ecologisti e pacifisti. Dal  momento che il PCI di Occhetto stava liquidando il comunismo, mi sembrò  opportuno proporre una linea politica tendente a ricostruire un piccolo  partito comunista esplicito.</p>
<p>Non l’avessi mai fatto! Da intellettuale-pagliaccio supercolto  diventai immediatamente un fastidioso rompiballe, che rompeva i delicati  equilibri interni fra “movimentisti” e “partitisti”. E tuttavia,  proposi delle tesi politiche che furono costretti a pubblicare nel  Bollettino di Democrazia Proletaria. In esse sostenevo che  l’individuazione in Craxi del nemico principale (il grassone, il  corrottone, il mangione, eccetera) era una sciocchezza, e che la  ricomposizione delle oligarchie italiane avveniva diversamente. Certo,  non potevo prevedere Mani Pulite, ma mi si dovrebbe dare atto di una mia  politica preveggenza. Da qualche parte, in qualche emeroteca, queste  tesi potrebbero ancora trovarsi. Nello stesso tempo, mi misi a  collaborare con il gruppo cossuttiano “Marxismo Oggi”, perché intuivo  che da lì sarebbe nato qualcosa. Poi, per fortuna, mi ammalai gravemente, ma sopravvissi. In  questo modo potei evitare di fare l’esperienza mefitica e grottesca di  Rifondazione Comunista, perché, essendo assente per malattia, non fui  “cooptato” nella sua ridicola Direzione. E’ proprio il caso di dire che  non tutto il male viene per nuocere. Diventai così uno studioso  indipendente, senza alcun legame partitico, precondizione assoluta per  poter pensare liberamente, senza dover commisurare quanto si pensa alle  compatibilità ferree della linea politica stabilita dai babbioni del  ceto politico professionale di “sinistra”.</p>
<p>Allora (1989) pensavo sinceramente che fosse necessario  ricostruire un partito comunista. Oggi, ventidue anni dopo (2011) non lo  penso invece più, per le ragioni esposte precedentemente. Ma ringrazio  l’esperienza fatta, perché ci ho sicuramente imparato molto.</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>APPENDICE   B</strong></h2>
<h1 style="text-align: center;"><strong>LE DUE GRANDI PESTI DELLA SINISTRA ITALIANA: MANIPULITISMO E ANTIBERLUSCONISMO</strong></h1>
<p>Il codice teorico identitario del picismo italiano (termine con  cui cerco di connotare la continuità del serpentone metamorfico  PCI-PDS-DS-PD) si basava su una sorta di storicismo progressistico,  convinto di “navigare con il vento della storia”. Trascuro le critiche  alla Walter Benjamin di questa pappa positivistica. Togliatti mantenne  “l’ortodossia dei fini” in termine di ideologia identitaria di partito  “comunista”, facilitando l’inserimento del partito nella società  italiana e nel suo miracolo economico (evidente dopo il 1958). Ammetto apertamente che fino al 1974 circa (dopo non più) il PCI  continuò ad esercitare un ruolo sociale e culturale complessivamente  positivo, e non voglio che mi si confonda con i nostalgici della  rivoluzione mancata nel 1945 o nel 1948 o con ogni tipo di estremismo  operaista e/o bordighista (con tutto il rispetto per Bordiga, che si  mangiava in insalata il gregge conformista e pecoresco degli  “intellettuali organici” PCI). Ma qui non c’è tempo di approfondire la  questione. Credo che colui che ci capì di più fu il cattolico  integralista Augusto Del Noce, che fece la diagnosi più esatta di tutte,  ed anche la più dialettica (anzi, l’unica dialettica), quella della  trasformazione progressiva dello storicismo (a base relativistica e  nichilistica, se gli si toglie la base ontologica presente in Hegel  ed  abbozzata, ma solo abbozzata, nella mirabile <em>Ontologia</em> dell’ultimo Lukacs) in adesione alla società postmoderna radicale dei consumi. In ogni caso, arriviamo subito per brevità al 1989-91. Con il  crollo della Casa Madre il vecchio personale picista dovette  riconvertirsi in fretta e furia. Se prima erano il sacerdozio della via  italiana al socialismo e dell’eurocomunismo, ora dovevano diventare il  personale politico di mediazione “politica” del capitale finanziario e  dell’impero militare americano (D’Alema con il Kosovo 1999, Napolitano  con la Libia 2011). Data la pittoresca ignoranza degli italiani non fu  neppure necessario “gestire” una riconversione ideologica esplicita  (tipo Bad Godesberg tedesca 1959). Il popolo di Beppe Grillo, Nanni  Moretti e Nichi Vendola non è popolo di teorici, basta lo sghignazzo di  “Linus” e del “Manifesto”. La riconversione fu progressivamente compiuta  prima con il Manipulitismo e poi con l’Antiberlusconismo. Trattiamoli  separatamente.</p>
<p>Alcuni anni fa mi trovai a Milano in un dibattito pubblico con <strong>Gherardo Colombo</strong>, uno dei più noti magistrati del <em>pool</em> di Mani Pulite. Un interlocutore cortese, educato e colto. In sua  presenza esposi in forma cortese e non polemica la mia tesi  storico-politica di fondo, per cui a mio avviso Mani Pulite, pur  formalmente legale e costituzionale (a differenza della guerra di  D’Alema in Kosovo 1999 e di Napolitano in Libia 2011), era di fatto  stato <strong>un colpo di Stato giudiziario</strong> extraparlamentare che aveva  distrutto una prima repubblica italiana certamente corrotta, ma anche  assistenziale e proporzionalistica, la cui conseguenza era stata  paradossalmente quella di facilitare l’avvento di Berlusconi, che grazie  al suo denaro aveva potuto “ereditare” gran parte dell’elettorato DC ed  anche PSI. Avrei anche potuto parlare turco. Il cortese Colombo non  contrappose una sua lettura storica alternativa alla mia, ma parlò di  “obbligatorietà dell’azione penale”, che l’aveva costretto a colpire  Chiesa, Craxi e tutti i mangioni. Ora, io non mettevo assolutamente in  discussione che  i reati di corruzione e di concussione richiedono  l’obbligatorietà dell’azione penale, e lo ammettevo apertamente.  Soltanto, desideravo che il tema non venisse soltanto discusso in modo  giudiziario, ma storico. Ma fu come passare dal turco al mongolo parlato  e stretto. A distanza di quasi vent’anni, non esiste ancora un bilancio <em>storico</em> di Mani Pulite (fanno parziale eccezione due saggi di Filippo Fiandrotti e di Giovanni Di Martino, sconosciuti agli <em>oi polloi</em>).  Resta invece il fuoco di diversione mediatica sulle ruberie della  casta, sui prezzi politici dei ristoranti parlamentari e su tutte le  pittoresche miserie degli straccioni del ceto politico professionale,  che essendo al servizio delle oligarchie al potere, vogliono anche loro  poter raccogliere le briciole dei loro banchetti in termini di barche a  vela o di culi di adolescenti ambiziose, come già avveniva per gli  schiavi ed i liberti delle oligarchie schiavistiche romane. In ogni  caso, la riduzione giudiziaria della storia italiana è un fenomeno  grottesco che richiederebbe Swift e Rabelais, ed ammetto di non esserne  all’altezza.</p>
<p>E passiamo ora al berlusconismo, anzi all’antiberlusconismo. Un  tempo si diceva che il nazionalismo era l’ultimo rifugio delle canaglie.  Ma il nazionalismo era Freud, Darwin e Einstein in confronto con il  concerto antiberlusconiano dell’ultimo ventennio. Spieghiamoci meglio. Il nano di Arcore si prestava meravigliosamente a diventare il bersaglio satirico privilegiato di una “sinistra” decerebrata ed ormai del tutto incapace di analisi strutturale. Il puttaniere di Arcore, amico di Emilio Fede, era un personaggio da commedia dell’arte postmoderna che faceva sentire superiori tutti i coglioncelli di sinistra che a suo tempo Stefano Benni aveva definito Gente di una certa Kual Kultura (con il kappa). Lui è ricco, è vero, ma noi siamo più intelligenti, perché abbiamo letto Proust in tedesco con sottotitoli in polacco. Una banda di contemporaneisti sacerdoti della perennità dell’antifascismo in conclamata e palese assenza di fascismo usò termini come “telefascismo”, riesumando il “popolo delle scimmie” di gobettiana memoria. Per dirla con uno spaghetti-western, Dio perdona, ma io no! Per venti anni, il popolo di sinistra e il suo ceto politico giudiziario-giornalistico cercò di far fuori Berlusconi con il conflitto di interessi, le puttane, le minorenni, i soldi di Veronica e di De Benedetti, eccetera. Alla severa analisi di Gramsci si sostituì la pochade delle operette pecorecce degli anni Cinquanta. Il giornale-partito di “Repubblica” fu in questo all’avanguardia, perché doveva riconvertire ideologicamente gli ex babbioni picisti in neobabbioni scalfariani. Ma se Berlusconi cadrà (e probabilmente cadrà) non sarà certamente per gli scandali pecorecci di un vecchio maniaco dotato di Viagra, ma per le bastonate della manovra commissionata dai “mercati finanziari” dell’estate 2011. Certo, i pagliacci di sinistra rivendicheranno il merito di averlo fatto cadere, ma potranno ingannare soltanto i loro militanti-babbioni, <strong>Sarà il massacro dei ceti medi a far tramontare il nano di Arcore, non certo la signora Boccassini.</strong> Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Ma come scrisse Spinoza, non bisogna né ridere né piangere, ma capire.</p>
<p>Detto in linguaggio medioevale, continuare a non capire il manipulitismo e l’antiberlusconismo non è più un peccato dell’intelletto, ma della volontà. Non si vuole capire. E si continui a non capire, se vi fa piacere. E’ impossibile raddrizzare le gambe ai cani.</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>APPENDICE   C</strong></h2>
<h1 style="text-align: center;"><strong>BILANCIO DELLA TRISTE STORIA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA</strong></h1>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p>Dopo la grande dissoluzione del triennio 1989-91 neppure Marx e Lenin sarebbero riusciti a “rifondare” politicamente il comunismo (si parla qui di rifondazione politica, perché quella teorica è più facile, basta contrastare il capitalismo). Figuriamoci se potevano riuscirci pagliacci politici mediocri come il cinico familista Armando Cossutta o il narcisista dilettante Fausto Bertinotti. Il teatro greco ci ha offerto tre tipi di azione scenica, la tragedia, la commedia ed il dramma satiresco. Rifondazione fu sempre e solo un dramma satiresco.</p>
<p>Nel libro sopraindicato Ricostruire il partito comunista gli autori (Diliberto, Giacché, Sorini e Catone) citano in proposito un certo Tortorella, che giustificò nel 1991 la sua non adesione a Rifondazione con la scusa che era “eclettica”. <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/partito-della-rifondazione-comunista.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2690" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/partito-della-rifondazione-comunista.jpg" alt="Fausto Bertinotti" width="179" height="235" /></a>Cominciare dalla sovrastruttura (il presunto eclettismo di Rifondazione) e non dalla struttura (il suo ruolo ventennale nel sistema politico italiano dopo Mani Pulite) è una vergogna. Se si vuole discutere di Rifondazione non si può cominciare dal suo (innegabile) eclettismo, ma dal suo ruolo politico strutturale oggettivo. In nessun momento Rifondazione fu mai una “rifondazione comunista”. Essa fu sempre una “decompressione comunista”, il cui ruolo fu sempre quello di gestire la “decompressione” di ex comunisti orfani del togliattismo e del berlinguerismo. Il suo ruolo fu sempre quello di gestire ferreamente dall’alto un confusionario massimalismo in basso, tenendolo sempre ben stretto alla Casa Madre PCI-PDS-DS-PD. Tenendolo ben stretto attraverso le “risorse ideologiche” del manipolitismo e dell’antiberlusconismo. Altro che eclettismo! La storia ridicola ed irrilevante di questo partitino finì idealmente con l’espulsione dell’onesto senatore Turigliatto per avere votato contro i “crediti di guerra” (ricordiamo Liebknecht nel 1914!). Le contorsioni ideologiche del narcisista Bertinotti non sono rilevanti, ma solo pittoresche.</p>
<p>Il fallimento di Rifondazione ci consegna intatta l’esigenza di costruzione di una forza politica anticapitalistica. Ne sono perfettamente consapevole. Ma chi non ha ancora capito la funzione di Vendola come “copertura poetica” del PD è al di fuori di ogni possibile discussione storica e politica.</p>
<p></em></p>
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		<title>Marx e le forche caudine del capitalismo</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 16:37:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Pagliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Contiliano]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo finanziario]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[David Harvey]]></category>
		<category><![CDATA[franco romanò]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Arrighi]]></category>
		<category><![CDATA[Overleft]]></category>

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		<description><![CDATA[Un appunto sui movimenti “oggettivi” della realtà di Piero Pagliani Un anno fa la rivista on-line “Overleft” ha pubblicato un’intervista a Costanzo Preve (qui). E’ da segnalare che poco prima era stata pubblicata un’intervista di David Harvey a Giovanni Arrighi (qui). Dato che sia Preve sia Arrighi (ma anche Harvey) sono pensatori marxisti fuori dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;"><strong>Un appunto sui movimenti “oggettivi” della realtà</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">di Piero Pagliani</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un anno fa la rivista on-line “Overleft” ha pubblicato un’intervista a Costanzo Preve (<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://rivista.overleft.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=52:intervista-a-costanzo-preve&amp;catid=37:con-marx-e-oltre-il-marxismo&amp;Itemid=63">qui</a></span></span>).</p>
<p style="text-align: justify;">E’ da segnalare che poco prima era stata pubblicata un’intervista di David Harvey a Giovanni Arrighi (<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></span>).</p>
<p style="text-align: justify;">Dato che sia Preve sia Arrighi (ma anche Harvey) sono pensatori marxisti fuori dal coro che mi stanno particolarmente a cuore, quella doppia intervista mi è apparsa il segnale che anche nella sinistra italiana (che è tradizionalista quando è seria) qualcosa si sta muovendo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’articolo di Preve non poteva che suscitare reazioni. E’ ovvio ed è salutare, altrimenti queste operazioni culturali non servirebbero a nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel numero seguente di “Overleft” è quindi apparso un articolo di Antonino Contiliano intitolato “<em>Un antagonismo kairologico nel tempo del capitalismo finanziario</em>”, apparso lo scorso maggio su “<em>Overleft</em>” come risposta critica all’intervento di Preve (<span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></span>).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/01/binari.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2080" style="margin: 5px;" title="binari" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/01/binari-238x300.jpg" alt="" width="238" height="300" /></a>E’ una risposta che invito a leggere perché permette di chiarire le posizioni alternative e i punti critici di cui si sta parlando. Così come invito caldamente a leggere anche l’articolato commento di Franco Romanò alla risposta di Contiliano. Tale commento contiene già elementi molto utili per spronare un po’ tutti ad andare avanti (anche nella critica culturale &#8211; si veda, come significativo esempio, l’ultima domanda posta da Romanò a Contiliano).</p>
<p style="text-align: justify;">Qui di seguito vorrei contribuire analizzando un punto specifico dell’articolo di Contiliano su Preve.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quanto egli scrive sembra che la risposta di Marx a Vera Zasulich fosse che se le condizioni per il passaggio al comunismo erano favorevoli per l’Europa industrializzata tuttavia non lo erano per la Russia, perché eventi analoghi possono produrre risultati differenti in ambienti storici differenti. Secondo Contiliano questa sarebbe una riprova del materialismo potenza-atto di Marx (via Aristotele ed Hegel).</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà credo che l’utilizzo che Contiliano fa della risposta di Marx alla Zasulich sia filologicamente inesatto (ovviamente se ho ben capito il suo punto specifico).</p>
<p style="text-align: justify;">La populista russa aveva esplicitamente chiesto infatti a Marx se per il passaggio al comunismo in Russia sarebbe stato possibile appoggiarsi sulla comune agricola tradizionale russa oppure si sarebbe dovuto passare per forza attraverso la fase capitalistica nelle campagne. La risposta di Marx fu che in Russia non sarebbe stato necessario passare attraverso le forche caudine del capitalismo, perché <span style="font-family: Bookman Old Style,serif;">«</span><em>la &#8220;fatalità storica” di questo movimento è </em>[dunque]<em> espressamente ristretta ai paesi dell&#8217;Europa occidentale</em><span style="font-family: Bookman Old Style,serif;">»</span><em> </em>e <span style="font-family: Bookman Old Style,serif;">«</span><em>l&#8217;analisi fornita in</em> Il Capitale <em>non offre dunque ragioni né a favore né contro la vitalità della comune rurale, ma lo studio speciale che ne ho fatto, e di cui ho cercato i materiali nelle fonti originali, mi ha convinto che questa comune è il punto d&#8217;appoggio della rigenerazione sociale in Russia</em><span style="font-family: Bookman Old Style,serif;">»</span>.</p>
<p style="text-align: justify;">E questo, perché, per l’appunto, non esiste nessuna necessità storica di passare attraverso il capitalismo nelle campagne: <span style="font-family: Bookman Old Style,serif;">«</span><em>La &#8220;fatalità storica” di questo movimento è dunque espressamente ristretta ai paesi dell’Europa occidentale</em><span style="font-family: Bookman Old Style,serif;">»</span>.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ il passaggio al comunismo attraverso il capitalismo ad essere ristretto a quei paesi, e non il passaggio al comunismo ad essere precluso ai paesi che non passino attraverso al capitalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle bozze della risposta a Vera Zasulich, Marx si spinge addirittura a dire che il comunismo sarà una sostituzione della <span style="font-family: Bookman Old Style,serif;">«</span><em>produzione capitalista con la produzione cooperativa e la proprietà capitalista con una forma superiore di tipo </em><em><span style="text-decoration: underline;">arcaico</span></em><em> della proprietà, e cioè la proprietà comunista</em><span style="font-family: Bookman Old Style,serif;">»</span> (la sottolineatura è mia).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo passo non fu riportato nella stesura definitiva, ma non è una sorpresa, visto che quando Marx ed Engels parlano di società dove il rapporto sociale non è cosalizzato dalla merce, cioè non è funzionalizzato alla creazione di valore, si riferiscono una volta a società pre-capitalistiche e un’altra alla futura società dei liberi produttori associati (in sintesi, da questi riferimenti sembrerebbe evidente che l’idea di “forma sociale di tipo arcaico in forma superiore” &#8211; come ancora si legge nelle bozze della famosa lettera &#8211; non sia una svista del “vecchio” Marx &#8211; insomma, a quell’epoca aveva sessantaquattro anni, era una persona nel pieno della maturità intellettuale e della capacità di riflettere sull’enorme mole di esperienze, di informazioni e di conoscenze raccolta, non era un anziano affetto da demenza senile come a volte si vuole insinuare).</p>
<p style="text-align: justify;">Che poi i Bolscevichi russi l’avrebbero pensata in modo differente è un altro  paio di maniche (ma non si gridi infantilmente al “tradimento”).</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente la discussione è aperta attorno all’interpretazione previana di Marx e alla sua critica della oggettiva fatalità del movimento per il comunismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma occorre utilizzare argomenti differenti dalla risposta di Marx alla domanda che Vera Zasulich gli pose il 16 febbraio 1881.</p>
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