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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Carlo Formenti</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 18:12:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[anticapitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Antimperialismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Zorhan Mamdami]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista di Carlo Formenti &#160; I. In coda a un intervento in cui celebra l&#8217;elezione del progressista Zorhan Mamdani a sindaco di New York, Bernie Sanders attacca Trump, ma &#8220;sporca&#8221; le proprie critiche al bullo liberal fascista e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://d.newsweek.com/en/full/2299432/striking-gaza.jpg?w=591&amp;h=394&amp;f=ebcd4ae24676d1f0e02cb08bc7740dad" alt="Latest Opinion News &amp; Archive | Newsweek.com" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista</h1>
<h3>di Carlo Formenti</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.</p>
<p>In coda a un intervento in cui celebra l&#8217;elezione del progressista Zorhan Mamdani a sindaco di New York, Bernie Sanders attacca Trump, ma &#8220;sporca&#8221; le proprie critiche al bullo liberal fascista e ai pretoriani del MAGA con dichiarazioni che, di fatto, legittimano gli Stati Uniti come Paese democratico a fronte delle &#8220;dittature&#8221; che si oppongono all&#8217;imperialismo Usa.</p>
<p>Qualche anno fa, durante la campagna per la nomination che lo opponeva a Hillary Clinton, a Sanders scappò detta la verità: il sistema politico statunitense, denunciò, è &#8220;truccato&#8221;, nel senso che, pur mantenendo le <em>procedure formali </em>di<em> </em>un sistema democratico &#8211; attributo discutibile, ove si considerino fattori quali il sistema delle iscrizioni alle liste elettorali, che esclude larghi strati di lavoratori di colore (non solo immigrati), il sistema dei &#8220;grandi elettori&#8221;, che disinnesca la possibilità di una rappresentanza proporzionale, i costi proibitivi delle campagne elettorali, che garantiscono l&#8217;accesso alle istituzioni rappresentative solo a ricchi e super ricchi, ecc.), si è da tempo convertito in un regime oligarchico che esprime gli interessi esclusivi delle élite dominanti.</p>
<p>Gli è bastata l&#8217;elezione di Mamdani, per dimenticare questa verità e tornare a coltivare l&#8217;illusione che sia possibile rovesciare la dittatura dell&#8217;alta finanza e delle cosche criminali del deep state, che continuano ad assassinare impunemente neri e militanti di sinistra (Minneapolis è l&#8217;ultimo esempio), con qualche risultato elettorale a livello locale (ancorché di peso, come quello di New York).</p>
<p>Con ciò non intendo negare l&#8217;importanza politica di risultati del genere, bensì far presente che, in assenza di uno sconvolgimento radicale (a suo tempo, lo stesso Sanders ebbe il coraggio di parlare di rivoluzione), simili eventi non scalfiscono il dominio della macchina del potere a stelle e strisce che, per dirla con Gramsci, ha rimpiazzato l&#8217;egemonia con il dominio.</p>
<p>Questa sostituzione del dominio all&#8217;egemonia è ancora più evidente sul piano della politica estera del Moloch yankee. Ed è perciò che l&#8217;inciampo di Sanders nella seconda parte del suo intervento, dedicata appunto a tale tema, è ancora più imbarazzante. Anni fa (risalendo ancora più indietro delle sue sfortunate partecipazioni alle primarie democratiche) il nostro si lasciò scappare &#8211; peccato più grave della denuncia dei &#8220;trucchi&#8221; che falsificano il sistema elettorale Usa &#8211; alcune considerazioni positive sul regime socialista cubano. Apriti cielo: dovette fare fulmineamente marcia indietro ed evidentemente si ricorda molto bene della lezione. Infatti, dopo avere denunciato il disprezzo del diritto internazionale che Trump ha manifestato con la sua aggressione illegale al Venezuela, aggiunge che questa violazione non si giustifica nemmeno &#8220;contro un dittatore corrotto e brutale come Maduro&#8221; (sic). Proseguendo la requisitoria, scrive poi che &#8220;questa è l&#8217;orribile logica della forza che Putin ha usato per giustificare il suo brutale attacco all&#8217;Ucraina&#8221;.</p>
<p>A questo punto mi pare il caso di ribadire un paio cose:</p>
<p>1) Come ho scritto in un post pubblicato a botta calda dopo il blitz contro il Venezuela, Trump ha almeno un grande &#8220;merito&#8221;: ha fatto piazza pulita di tutte le ipocrisie propagandistiche che cianciano di &#8220;diritto internazionale&#8221;. Chi si professa si sinistra (anzi no, meglio antimperialista e anticapitalista, visto che essere di sinistra in Occidente non ha più alcuna relazione con questi due attributi) non ha il dovere di dire che il diritto internazionale &#8220;non esiste più&#8221;, bensì che non è mai esistito, perché l&#8217;unico diritto riconosciuto dal mondo capitalista occidentale è il diritto del più forte. Sanders &#8220;non può&#8221; dirlo nemmeno se lo pensa perché, essendosi auto recluso nella gabbia Dem, non può ammettere che i vari Kennedy, Johnson, Carter, Clinton, Obama si sono macchiati degli stessi crimini di Trump, anche se li hanno ipocritamente ammantati con la missione di difendere i valori della libertà e della democrazia.</p>
<p>2) Questa litania della brutale aggressione russa all&#8217;Ucraina non si può più sentire, a meno che la critica a Putin (che dal punto di vista delle procedure formali, sia detto per inciso, non è meno democratico dei regimi di Usa e Ue) non si accompagni all&#8217;ammissione: 1) della violazione della promessa Nato di non estendere i propri confini fino ad arrivare a ridosso di quelli russi; 2) del fatto che il golpe di estrema destra &#8211; appoggiato dai servizi occidentali &#8211; avvenuto a Kiev nel 2014 ha rovesciato un governo legittimo e instaurato un regime fascista che ha scatenato la guerra civile contro la popolazione russofona delle regioni orientali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II.</p>
<p>In un articolo del 1915, Lenin scriveva: “Dal punto di vista delle condizioni economiche dell&#8217;imperialismo, ossia della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali “progredite” e “civili”, gli Stati Uniti d’Europa <em>in regime capitalistico </em>(sottolineatura mia)<em> </em>sarebbero impossibili o reazionari”.</p>
<p>A quasi un secolo di distanza queste parole conservano tutta la loro attualità. Invece negli ultimi decenni sono state ignorate o rimosse, sia perché si pensava (vedi Negri e altri) che nel mondo unificato sotto l’impero americano non vi sarebbero più stati conflitti imperialistici (il termine stesso di imperialismo è stato progressivamente cancellato a partire dalla fine degli anni 70 del secolo scorso, allorché venne erroneamente data per conclusa l’era del dominio coloniale); sia perché fu presa sul serio – in barba a ogni evidenza contraria &#8211; la narrazione borghese sull’Unione Europea come superamento dello stato nazione e quindi dei conflitti interstatuali. Viceversa proprio la nascita della Ue ha dimostrato, sia che gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sono impossibili (la Ue è tutto meno che un super stato federale), sia la natura strutturalmente reazionaria di quell’aborto di stato europeo che è appunto la Ue, una istituzione antidemocratica votata alla difesa degli interessi delle élite politiche ed economiche del Vecchio Continente a spese degli interessi delle classi popolari.</p>
<p>Eppure a sinistra, e non solo da parte del PD e delle altre formazioni neo socialdemocratiche convertite al neoliberalismo, si continua a coltivare il mito di una possibile “democratizzazione” delle istituzioni di Bruxelles. Di più, ora che la fine della globalizzazione egemonizzata dagli Usa riapre il confitto globale, non solo fra l’Occidente collettivo e il resto del mondo (Russia, Cina, Brics e il Sud globale), ma anche all’interno dell’Occidente stesso, con un’Europa che, pur ridotta a periferia subalterna di Washington, si ritrova costretta a difendere alcune linee rosse per non venire cancellata del tutto dal novero delle potenze mondiali, alcuni baldi cavalieri della presunta democrazia europea vaneggiano di un’Europa capace di opporsi al “Patto anti-Ue fra Trump e Putin”: vedasi l’intervista rilasciata da Erri De Luca al “Fatto Quotidiano” del 12 gennaio.</p>
<p>Preso atto dello spadroneggiare indisturbato di squadracce fascistoidi come l’Ice, il nostro non ne trae l’ovvia conseguenza del decesso (oggi ufficialmente certificato ma avvenuto da tempo) della democrazia Usa. Al contrario: parla di “esame di maturità” di quest’ultima e si dice convinto che supererà la prova della sua riduzione a tirannide. E aggiunge (ahimè) che di fronte alla sfida, l’Europa sta riuscendo a serrare le fila “con una nuova unità di intento con la Gran Bretagna nel sostegno all&#8217;Ucraina” (fantastico: ci ricompattiamo contro il fascismo Usa schierandoci con il fascismo ucraino!). Come faremo a sconfiggere Trump? L’Europa si è data una costituzione (!!??) che tiene a freno i nazionalismi, e persino la destra da noi al potere è europeista (evviva!), e l’Italia della Meloni, dopo qualche sbandata filo-Trump, “resta nei ranghi della compagine europea guidata da Francia e Germania” (due noti campioni della lotta antimperialista&#8230;).</p>
<p>****</p>
<p>Naturalmente possiamo limitarci a stendere un velo pietoso sugli sbandamenti ideologici di due vecchi militanti della sinistra radicale euroatlantica (c’è di peggio: non so se vi sia capitato di leggere certe dichiarazioni di un ex eroe del 68 come Cohn Bendit), ma il fatto è che purtroppo non si tratta di singoli casi, bensì di sintomi di una degenerazione ideologica irreversibile che richiama alla memoria l&#8217;adesione dei partiti della II Internazionale alla chiamata alle armi da parte delle rispettive potenze imperiali. Certo la storia non si ripete, ma può generare qualcosa di simile a certi eventi del passato: ieri erano le potenze europee in lotta fra loro, oggi è il blocco occidentale che, pur diviso al proprio interno, è ancora abbastanza gerarchicamente strutturato (checché ne dica o auspichi De Luca) per opporsi contro tutte le “dittature” in nome della “democrazia” (e naturalmente della “libertà”). Cari amici e compagni, la lotta alla guerra è tutt’altro affare: non la si può fare senza avere come obiettivo strategico – a medio-lunga distanza se non immediato – la sua trasformazione in lotta rivoluzionaria.</p>
<p><em><strong>SOCIALISMO XXI</strong></em></p>
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		<title>Post scriptum. A proposito dell&#8217;autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non)</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 18:53:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ilan Pappe]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Post scriptum. A proposito dell&#8217;autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non) di Carlo Formenti &#160; Come promesso nel post precedente, dedicato al libro di Pino Arlacchi sulla Cina, pubblico questo post scriptum, nel quale cito un paio di esempi (se ne potrebbero citare a bizzeffe, ma lascio il compito al libro a due mani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/turcomeccanico.jpg.webp" alt="turcomeccanico.jpg" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Post scriptum. A proposito dell&#8217;autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non)</h1>
<h3>di Carlo Formenti</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come promesso nel post precedente, dedicato al libro di Pino Arlacchi sulla Cina, pubblico questo post scriptum, nel quale cito un paio di esempi (se ne potrebbero citare a bizzeffe, ma lascio il compito al libro a due mani che io e Visalli stiamo per consegnare all’editore Meltemi) che aiutano a capire che il meritevole tentativo di Arlacchi di spiegare la Cina all’Occidente è, al pari di tutti gli sforzi di aggiornare la cassetta degli attrezzi del marxismo occidentale (1) impresa difficile, al limite dell’impossibile. Ciò è scontato nel caso degli intellettuali delle “sinistre” tradizionali, ormai integrati nella intellighenzia (mai termine fu più usurpato) liberal democratica, un ceto che non vuole semplicemente farselo spiegare, perché i suoi membri considerano la Cina (la giudichino o meno socialista) un nemico, e hanno legittimato l’oscena delibera del Parlamento Ue che ha equiparato comunismo e nazismo.</p>
<p>* * * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dopodiché quanto appena detto è meno scontato, ma purtroppo altrettanto vero, per la maggior parte dei militanti  delle sette più diffuse &#8211; troskisti, bordighisti, operaisti, neo operaisti, neo anarchici ecc. &#8211; della cosiddetta sinistra “radicale”. Costoro – se non sono del tutto idioti – possono “tifare” per la Cina finché si parla del suo conflitto – che definiscono “interimperialista”- con gli Stati Uniti, ma non possono ammettere che la Cina è socialista, perché ciò farebbe crollare come un castello di carte l’intero corpus dottrinale che hanno costruito nell’ultimo secolo, a partire dalla negazione del carattere socialista dell’Unione Sovietica (la cui degenerazione capitalista viene da alcuni fatta risalire addirittura alla svolta della NEP avvenuta negli anni Venti del Novecento). </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I due esempi che ho scelto sono disomogenei, sia per contenuto che per spessore teorico. Nel primo discuterò alcuni temi dell’ultimo libro (2) di Ilan Pappé, “La fine di Israele”, che non parla della Cina (citata en passant nelle ultime pagine) ma del progetto di costruire, a partire dal movimento mondiale di solidarietà con la Palestina, un fronte antimperialista, antirazzista e antieurocentrico in cui dovrebbero convergere le sinistre giovanili arabo-palestinesi, ebraiche e statunitensi, nonché i movimenti decoloniali del Sud globale. A mio avviso, come cercherò di dimostrare, il discorso di Pappé alterna intuizioni interessanti a incredibili ingenuità. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il secondo esempio si riferisce a un articolo (3) dell’economista “marxista” Ernesto Screpanti (è lui stesso ad autovirgolettarsi, riconoscendo onestamente che l’attributo si applica ormai a una miriade di correnti teoriche diverse, spesso incompatibili). Si tratta di un testo che non presenta novità degne di nota (nel senso che rispolvera i dogmi delle sinistre radicali di cui sopra), ma ha il pregio di proporre una gustosa (al limite del comico) ridefinizione della categoria di imperialismo, che gli permette di arrampicarsi sugli specchi per continuare a definire imperialista la Cina, mentre a chi scrive consente di esemplificare a quali livelli di denegazione arrivino i “marxisti” occidentali, pur di non fare i conti con un esperimento socioeconomico che li costringerebbe a riscrivere la teoria della transizione al socialismo. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>I. Pappé: una dura analisi critica del sionismo, che però ha il difetto di riporre eccessive speranze nella sinistra ebraica statunitense</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>La speranza di Pappé (nel suo testo le parole spero, speriamo, speranza ricorrono, sintomaticamente, decine di volte) è niente di meno che Israele finisca come Stato entro qualche decennio: il collasso, sostiene, è già in atto, come testimoniano l’acuirsi delle contraddizioni sociali e politiche interne, la perdita di consenso da parte dell’opinione pubblica mondiale, la crescente difficoltà di presentarsi come avamposto della democrazia nel Vicino Oriente, nonché di mantenere la supremazia militare nella regione. Posto che tutti questi fattori non bastano di per sé a legittimare la tesi del crollo (il mondo è pieno di Stati falliti tenuti in piedi dagli interessi dell’imperialismo occidentale), vediamo come Pappé giustifica la sua profezia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parto dai temi più scontati, nel senso che l’autore li aveva già ampiamente trattati in libri precedenti (4) mentre qui occupano relativamente meno spazio. Pappé ribadisce che il sionismo, fin dalle origini tardo ottocentesche e primo novecentesche, è sempre stato un progetto colonialista, sostenuto e appoggiato dall’imperialismo britannico a partire dalla Dichiarazione di Balfour del 1917, e dalle potenze coloniali occidentali che ambivano ad assumere il controllo dell’area, sottratta al dominio ottomano dopo la Prima guerra mondiale. Del resto, come dimostra ampiamente il libro di Caroline Elkins, <em>Un’eredità di violenza </em>(5), nel periodo del mandato britannico sulla Palestina, durato fino al 1948, Londra ha costantemente favorito gli interessi della componente ebraica a danno di quella araba, consentendo un costante flusso migratorio che ha sovvertito la composizione etnico religiosa originaria della regione, agevolando l’acquisizione di terre da parte degli immigrati ebrei attraverso l’esproprio dei contadini poveri arabi e reprimendo duramente i tentativi dei residenti originari di resistere a questa colonizzazione sostituiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tornando al sionismo, Pappé afferma che uno dei suoi principali obiettivi “fu creare uno Stato europeo nel cuore del mondo arabo de-arabizzando un paese arabo”. Un’operazione di colonialismo sostituivo che, aggiunge Pappé, non ebbe mai la piena approvazione della maggioranza del popolo ebraico della diaspora, né tanto meno della sua intellighenzia, che preferiva la prospettiva di un processo di transnazionalizzaione dell’identità ebraica, alternativo alla sua ri-localizzazione in Palestina (tanto che, scrive Pappé, i membri del movimento sionista arrivarono a disprezzare e insultare questi correligionari). Parliamo, dunque, di un movimento politico che condivide l’ideologia colonialista e razzista dell&#8217;imperialismo occidentale. Ciò è dimostrato, fra le altre cose: dalla pulizia etnica avviata nel 1948 (l’anno dell’Indipendenza per gli israeliani e della Nakba – la catastrofe – per i palestinesi, 250. 000 dei quali divennero profughi già a quella data); dalle politiche adottate nei confronti del milione e mezzo di palestinesi dei Territori Occupati dopo la guerra del 1967, ai quali non è concesso alcun diritto civile; dall’atteggiamento razzista dei coloni ebrei di origine europea nei confronti degli ebrei di origine etiopica e nordafricana, giunti dopo di loro in Palestina (paradossalmente, scrive Pappé, costoro sono divenuti i più feroci persecutori degli arabi palestinesi per certificare la propria “ebraicità”); infine dall’atteggiamento arrogante e violento dei coloni che occupano illegalmente la Cisgiordania, protagonisti di pogrom contro i vicini palestinesi, tollerati se non appoggiati dalle forze armate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I coloni in questione, scrive Pappé, sono l’avanguardia violenta del Sionismo Religioso, di quello che chiama lo Stato di Giudea, fondato sulla fusione fra sionismo religioso e giudaismo ortodosso. Agli esponenti di queste correnti, che sono una componente essenziale del governo di estrema destra di Netanyahu, dobbiamo dichiarazioni pubbliche in cui si afferma che “il diritto del popolo ebraico alla Palestina è la volontà di Dio” e che “non esiste un popolo palestinese”. D’altro canto, nemmeno la componente laica, liberale e “progressista”, perlopiù di discendenza europea, che rappresenta lo Stato di Israele che si contrappone allo Stato di Giudea, è contraria alla colonizzazione e alla discriminazione razziale nei confronti dei palestinesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se a tutto ciò si aggiungono l’indefettibile appoggio degli Stati Uniti (da oltre mezzo secolo il Congresso è quasi universalmente pro Israele) e i “processi di pace” periodicamente promossi da Washington, che si sono regolarmente trasformati in strumenti per normalizzare l’occupazione, per tacere della benevola indifferenza che l’Europa (sinistre comprese) ha costantemente manifestato nei confronti dei crimini di guerra di Tel Aviv, non è difficile comprendere come e perché si sia giunti al genocidio perpetrato a Gaza. Rebus sic stantibus, dove trova Pappé i motivi per sperare in una prossima, se non imminente, decolonizzazione della Palestina? Quale potrebbe essere il modello di una entità statale decolonizzata? Ma soprattutto quali forze politiche e sociali potrebbero realizzare il miracolo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* * * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parto dal modello che Pappé ha in testa quando auspica (sogna?) la  nascita di una entità sovranazionale che riassorba e pacifichi la Palestina. Prima del crollo dell’Impero Ottomano c’era il Mashdeq, come veniva chiamata un’ampia regione che comprendeva praticamente tutto il Vicino Oriente  (Siria, Libano, Iraq, Palestina e Giordania). In questi luoghi convivevano pacificamente musulmani, cristiani di varie confessioni, ebrei e altre minoranze etnico-religiose. Questi rapporti di buon vicinato, amicizia e collaborazione erano frutto di una coesistenza laica fra gruppi che si identificavano per religione, cultura o etnia, i cui membri erano ligi all’Impero come cittadini ma non rinunciavano alle proprie identità. Anche gli ebrei e gli arabi palestinesi ebbero questo tipo di rapporto fino alla fine della Prima guerra mondiale. Il governo mandatario inglese, applicando i metodo divide et impera sperimentato in tutto l’Impero (6) ha alimentato le contrapposizioni fra i gruppi, infine ha lasciato alla élite sionista il compito di completare la colonizzazione della Palestina in nome dell’Occidente. È possibile ricreare le condizioni che esistevano sotto il dominio ottomano? Pappé ci crede, ma a mio avviso il suo è un pascaliano credo quia absurdum, ove si tenga conto, non solo dell’odio fra israeliani e palestinesi, ma anche di quello fra sunniti e sciiti, cristiani e musulmani libanesi, curdi e siriani ecc. ecc. Ciò posto, ci sarebbe da discutere sulla visione “imperiale” di Pappé che, nella misura in cui dà per scontata la “fine dello stato-nazione” (un mito della sinistra globale che resiste a ogni smentita fattuale) richiama, pur senza citarla, quella di Antonio Negri che ho criticato in più occasioni (7); non avendone qui lo spazio, preferisco passare ai soggetti politici che, secondo Pappé, dovrebbero metterla in atto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Partiamo dai palestinesi. Costoro, scrive Pappé, sono i primi a non voler più sentire parlare della soluzione dei due Stati, che definisce “un cadavere in decomposizione”. Quanto ad Hamas, è un problema che Pappé ritiene superabile, a condizione che si smetta di considerarlo un “residuo” integralista religioso, e si riconosca che si tratta d’un fenomeno moderno che si è affermato grazie alla incapacità delle organizzazioni laiche e di sinistra di mantenere le loro promesse. Le giovani generazioni palestinesi (mi pare che Pappé si riferisca soprattutto all’intellighenzia della diaspora, ma su questo tornerò più avanti) sarebbero a suo avviso in grado di integrarlo in un progetto di costruzione di un unico Stato con pari diritti individuali per tutti, tessendo rapporti con gli altri movimenti decoloniali del mondo e superando i limiti delle vecchie organizzazioni di sinistra. In merito a quest’ultimo punto, evoca le forme decentrate di mobilitazione popolare sul tipo delle Primavere Arabe (anche se ammette che, in assenza di forme di organizzazione politica più strutturate, si rischia di non andare da nessuna parte).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Discorso analogo per i giovani ebrei <em>americani</em> (la sottolineatura è cruciale, nella misura in cui Pappé insiste sul fatto che gli Stati Uniti ospitano la più grande popolazione ebraica dopo Israele): dopo il genocidio di Gaza costoro partecipano sempre più attivamente al movimento di solidarietà nei confronti della Palestina, ma soprattutto sono alla ricerca di nuovi modi di definire il giudaismo senza farlo dipendere dal sionismo e riscoprono tradizioni che li possono aiutare a compiere tale operazione (vedi quanto detto sopra sul conflitto fra sionismo ed ebraismo della diaspora).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi avvio alla conclusione descrivendo il programma sul quale, secondo Pappé, queste componenti giovanili potrebbero convergere. In estrema sintesi si tratta di: 1) rivendicare il diritto al ritorno in Palestina dei sei milioni di palestinesi espulsi dal Paese (sebbene Israele sostenga che non ci sono spazi per accoglierli, la verità, scrive Pappé, è che esistono ampie zone disabitate) 2) i profughi dovrebbero tornare in una Palestina decolonizzata e non in un Israele riformato, cioè in uno Stato Unico con pari diritti per tutti, anche se ciò vorrebbe dire sconvolgere l&#8217;equilibrio demografico, e quindi desionizzare il Paese, che i sionisti vorrebbero trasformare in uno Stato etnico; 3) essendo inconcepibile che ciò avvenga “buttando a mare” gli ebrei, l’obiettivo è imitare il modello del Sudafrica post apartheid: riconoscimento dei crimini commessi da parte dei colonizzatori, perdono e rinuncia alla vendetta in cambio di giustizia da parte delle vittime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inutile sottolineare il carattere utopistico di tale visione. Vediamo invece i soggetti ai quali Pappé vorrebbe affidare l’attuazione del programma. Dopo una severa critica delle sinistre tradizionali e del loro appiattimento sulle posizioni del centro liberale, Pappé scommette su una ridefinizione della politica che, partendo dalle esperienze di movimenti spontanei come Occupy Wall Street e Primavere Arabe, si impegni a costruire partiti di tipo nuovo in Occidente, e sfrutti le opportunità create dalla ridefinizione dei rapporti di forza internazionali a favore del Sud globale, Cina compresa, “malgrado i suoi problemi in fatto di rispetto dei diritti umani”. Detto che quest&#8217;ultima battuta conferma che anche gli esponenti più intelligenti della sinistra euroatlantica non riescono a sbarazzarsi completamente dei propri pregiudizi occidentalocentrici, il nodo cruciale è, a mio avviso, il fatto che Pappé situa di fatto il suo immaginario quartier generale rivoluzionario nei campus americani, affida cioè alla diaspora degli intellettuali palestinesi e all&#8217;intellighenzia giovanile ebraica il compito di contaminare l’opinione pubblica d’oltreoceano con i valori dell&#8217;ideologia postcoloniale e decoloniale. Una visione “culturalista” che, da un lato, ignora il fatto che l’ideologia in questione, come spiega Kevin Ochieng Okoth in <em>Red Africa </em>(8)<em>, </em>viene spesso usata per disinnescare la carica antagonista dei movimenti rivoluzionari del Sud globale, dall’altro lato, dimentica che, se l’imperialismo americano appoggia senza se e senza ma Israele, non è tanto e solo per motivi di affinità ideologica o per compiacere le lobby ebraiche, ma anche e soprattutto perché Israele è una testa di ponte che gli consente di mantenere il controllo sulle immani risorse naturali e finanziarie concentrate in quella regione del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>II. Le acrobazie di Screpanti: ancorché “buono” l’imperialismo cinese resta tale</strong></h4>
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<p>Una seria discussione sulle categorie di capitalismo e socialismo oggi mi sembra che dovrebbe tenere conto (almeno) dei seguenti precedenti: il dibattito fra Lenin, la“sinistra” bolscevica e Rosa Luxemburg sul concetto di capitalismo di stato; il contributo di Paul Baran e Paul Sweezy sui concetti di capitale monopolistico e di surplus (oltre che sulla distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo nella società capitalista e in quella socialista); le analisi di Fernand Braudel e Karl Polanyi che, sia pure con approcci differenti, smontano l’equazione mercato=capitalismo; il contributo di autori come Giovanni Arrighi, Samir Amin, Immanuel Wallerstein e Gunder Frank sul concetto di sistema mondo e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo; il contributo degli afromarxisti (da Fanon a Cedric Robinson, passando per Walter Rodney, Eric Williams e molti altri) sul movimento socialista in Africa; il contributo dei marxisti latino americani (cito solo Mariategui e Alvaro Linera) sulle rivoluzioni latinoamericane. Sulla specificità della questione cinese mi pare poi impossibile non tenere conto di <em>Adam Smith a Pechino </em>di Giovanni Arrighi (9) e della discussione interna al PCC  (tuttora in corso) analizzata da Cheng Enfu (10). Restando in ambito italiano, ricordo solo Rita di Leo (11), che ha messo in luce l’assenza di una teoria soddisfacente sulle società di transizione in cui il potere politico socialista convive con settori più o meno estesi di economia capitalista, le analisi di Vladimiro Giacché (12) sull’economia sovietica e di Alberto Gabriele sull’economia cinese e sulla convivenza di diversi modi di produzione nel sistema economico mondiale (13).</p>
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<p>Per Gabriele i modi di produzione sono molti e possono convivere in rapporti di simbiosi e/o conflitto reciproco. Viceversa Ernesto Screpanti (nel cui articolo, per inciso, non ho trovato quasi traccia dei dibattiti teorici di cui sopra) sembra che, quando si parla di modi di produzione, non riesca a contare oltre il numero due: o un paese è socialista (con i suoi criteri non ne esiste a tutt’oggi nemmeno uno) o è capitalista (sempre con i suoi criteri tutti i paesi del mondo sono capitalisti). Da giovanissimo ho avuto occasione di militare brevemente in uno dei gruppuscoli bordighisti (alcuni dei quali esistono tuttora, sia pure in guisa catacombale) e di assistere perfino a una conferenza di Bordiga in persona. Certo allora non ero in grado di capire granché di quel che diceva, ma ricordo benissimo che sulla questione della chiara distinzione fra socialismo e capitalismo la pensava come Screpanti, quindi non è un caso se Bordiga e la Dunayevskaya sono le sole fonti “autorevoli” (“e con questo ho detto tutto” come recita Peppino De Filippo in “Totò Peppino e la malafemmina”) citate da Screpanti, il quale però, subito dopo averne evocato i nomi, aggiunge che non è il caso di “scomodarli”: per confondere i reprobi che osano parlare di socialismo cinese basta e avanza lui.</p>
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<p>A parte le facezie: come è possibile assumere una posizione del genere (peraltro condivisa da molti militanti dei centri sociali e di certi residuali partitini “comunisti”) nel 2025? La risposta è semplice: basta restare ancorati alle definizioni contenute nell’<em>Antiduhring</em> e nella <em>Critica al programma di Gotha, </em>secondo<em> </em>cui già nella prima fase del comunismo (cioè nel socialismo, a partire da Lenin) vengono aboliti il lavoro salariato e il valore di scambio e ci si avvia “alla realizzazione del regno della libertà”. Detto che Marx ed Engels un secolo e mezzo fa (!) ritenevano che la rivoluzione fosse imminente e che la fase di transizione – la dittatura del proletariato – sarebbe stata breve, è chiaro che questo significa rimuovere completamente tutta la problematica teorica della transizione al socialismo. Su questo punto lo scontro fra Lenin e la “sinistra” bolscevica (ma anche con i critici delle sinistre europee, da Bordiga alla stessa Luxemburg) fu durissimo anche prima del varo della NEP (14).</p>
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<p>La posta in palio era decisiva, in quanto si trattava di prendere atto che la transizione sarebbe stata lunga e difficile, che l’eliminazione delle dinamiche di tipo capitalistico (ma non del mercato, vedi sopra il riferimento a Braudel e Polanyi) avrebbero richiesto non meno tempo, che sarebbero rimaste differenze di classe (e quindi lotta di classe, anche all’interno dello stesso partito). Su questo Screpanti svicola perché mi pare chiaro che, per lui, l’ultimo Lenin è indigesto, nella misura in cui pone una chiara distinzione fra capitalismo di stato in regime socialista e capitalismo di stato in regime capitalista (mentre per Screpanti il capitalismo, di stato o privato che sia, sempre e solo capitalismo resta).</p>
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<p>Ma Screpanti non si accontenta di contestare il carattere socialista del sistema cinese, vorrebbe anche dimostrare che gli straordinari risultati conseguiti sul piano socioeconomico (lotta alla povertà assoluta, miglioramento delle condizioni di vita e dei livelli di benessere di contadini e lavoratori urbani, servizi sociali) sono frutto di mistificazioni statistiche, per cui ingaggia una guerra di cifre contro i dati “ufficiali” forniti dal governo cinese e da una serie di economisti e agenzie internazionali. Detto che le cifre e il modo in cui vengono interpretate e usate da economisti che vogliono dimostrare tesi opposte sono un terreno scivoloso, apro un inciso sull’attendibilità delle fonti. Nel già citato libro di Cheng Enfu si spiega come il dibattito fra economisti cinesi (tanto per smentire la tesi dell’assenza di libertà di espressione) è pubblico e feroce fra una destra neoliberista, una sinistra neomaoista e un centro che difende la linea maggioritaria del PCC guidato da Xi Jinping. Quindi andrebbe verificato a quale di queste correnti appartengono gli autori cinesi citati da Screpanti (alcuni dei quali insegnano negli Usa, per cui mi permetto di considerarli sospetti).</p>
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<p>Dopodiché mi ha colpito vedere come Screpanti, dopo avere citato un autore che attribuisce il 40% del PIL alle imprese pubbliche, ne citi un altro che riduce la percentuale al 25%, sostenendo che l’ultima cifra è più “realistica” (in base a quale criterio: “scientifico” o ideologico?). Aggiungo che una serie di dati con i quali cerca di dimostrare che la Cina è tuttora indietro rispetto ai Paesi occidentali più avanzati gli si ritorcono conto perché, anche se le sue fonti fossero attendibili (il che resta da dimostrare), il fatto che la Cina, che fino agli anni Settanta era mostruosamente più arretrata dei Paesi in questione, li abbia quasi raggiunti dimostra che si è sviluppata ritmi enormemente superiori ai loro.</p>
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<p>Sulle questioni della riabilitazione del confucianesimo e dei criteri meritocratici di selezione dei vertici del PCC (nonché del confronto fra meritocrazia cinese e “democrazia” occidentale”), temi che inquietano Screpanti, rinvio a quanto scritto nel post precedente a proposito del libro di Arlacchi, e al libro di Daniel Bell (15). Passo invece a due chicche contenute nell’articolo del nostro.</p>
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<p>Prima chicca, Screpanti scrive che trova agghiacciante la frase “uso del capitalismo”. Ne ha ovviamente tutto il diritto ma perché, mi chiedo, non si misura con un peso massimo come Giovanni Arrighi, che è stata la prima e più autorevole voce a usare questa espressione in campo marxista? Perché preferisce assimilare tutte le tesi che non gli aggradano all’utopia fantapolitica del romanziere ottocentesco americano Edward Bellamy, il quale descriveva una società immaginaria in cui tutta l’industria è statizzata e i lavoratori “sono organizzati in una struttura gerarchica denominata esercito industriale”. Questa visione sarebbe equivalente a quella di Arrighi e degli altri autori che definiscono socialista la Cina? No comment. Mi viene in mente uno spot pubblicitario in cui un adulto sfida un bimbo di tre anni in un gioco in cui quest’ultimo non può palesemente competere, mentre un commentatore invisibile chiede “ti piace vincere facile?” A Screpanti piace vincere facile per cui se la prende con Bellamy (che è pure morto da più di un secolo) piuttosto che con Arrighi (che è morto anche lui, ma evidentemente gli fa ancora paura).</p>
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<p>Seconda chicca (la più gustosa). Screpanti ammette: che la Cina non ha mire espansioniste di tipo militare; che investe massicciamente nel Sud globale, specialmente in Africa e in America Latina, fornendo ai paesi in via di sviluppo aiuti sostanziosi al decollo industriale e ai processi di modernizzazione, costruendo strade, ferrovie, porti, aeroporti, scuole, ospedali, dighe e intere città nuove, che i suoi prestiti sono a lungo termine e hanno tassi di interesse assai più bassi di quelli occidentali. Poi scrive “mi sembra credibile l&#8217;opinione di chi sostiene che questo tipo di imperialismo (!!??) è gradito ai popoli che lo accolgono” (sic). Ma la Cina è comunque imperialista perché ”estrae plusvalore” e ricchezza da altri paesi. Fermi tutti: Screpanti ci ha appena spiegato che a definire l’imperialismo non sono gli “aiuti” subordinati all’adozione di precise politiche sociali ed economiche, finalizzati a instaurare un’economia del debito che impedisce ai paesi del Sud globale di svilupparsi autonomamente; non sono gli interventi militari per promuovere “rivoluzioni colorate”; non è la logica coloniale neocoloniale che fonda lo sviluppo delle metropoli sul sottosviluppo delle periferie, non è insomma il fenomeno analizzato da Lenin e poi approfondito da Baran, Sweezy e decine di altri autori marxisti. È invece, o perlomeno è anche, il fatto che la Cina, invece di impedire che i Paesi del Sud globale si sviluppino (e quindi diventino potenziali concorrenti!) ne promuove sì lo sviluppo, ma nel contempo cerca a sua volta di trarre vantaggio economico dai rapporti reciproci.</p>
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<p>No comment. Anzi no, un commentino finale ci vuole ma sarò sintetico. Screpanti non sarà un gigante del marxismo nostrano (del resto non è che ce ne siano molti), ma è rappresentativo del crampo mentale che affligge gran parte del marxismo occidentale, cioè l’assoluta incapacità di prendere atto che l’asse della lotta anticapitalista e antimperialista si è da tempo spostato dalle decrepite metropoli occidentali al Sud del mondo e che questa dislocazione ha determinato, sta determinando e determinerà sempre più un radicale aggiornamento della nostra cassetta degli attrezzi teorici.</p>
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<h6><strong>Note</strong></h6>
<h6>(1) Cfr. C. Formenti, O. Romano, <em>Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare, </em>DeriveApprodi, Roma 2019.</h6>
<h6>(2) I. Pappé, <em>La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, </em>Fazi, Roma 2025.</h6>
<h6>(3) E. Screpanti, “Un capitalismo con caratteri cinesi”, <a href="https://transform-italia.it/un-capitalismo-con-caratteristiche-cinesi/?pdf=42007">https://transform-italia.it/un-capitalismo-con-caratteristiche-cinesi/?pdf=42007</a></h6>
<h6>(4) Cfr. <em>La pulizia etnica della Palestina </em>(2008); <em>La prigione più grande del mondo </em>(2022); <em>Brevissima storia del conflitto fra Israele e Palestina </em>(2024).</h6>
<h6>(5) Cfr. C. Elkins, <em>Un’eredità di violenza. Una storia dell’Impero britannico, </em>Einaudi, Torino 2024.</h6>
<h6>(6) Ivi.</h6>
<h6>(7) Cfr M. Hardt, A. Negri, <em>Impero, </em>Rizzoli, Milano 2001. Ho polemizzato con le tesi di questo testo ormai celeberrimo in<em> Utopie letali</em> (Jaka Book 2013),<em> La variante populista</em> (DeriveApprodi 2016) e<em> Il socialismo è morto. Viva il socialismo </em>(Meltemi 2019).</h6>
<h6>(8) Cfr. Kevin Ochieng Okoth, <em>Red Africa, </em>Meltemi 2024.</h6>
<h6>(9) G. Arrighi, <em>Adam Smith a Pechino, </em>Feltrinelli, Milano2007.</h6>
<h6>(10) Cheng Enfu, <em>Dialettica dell’economia cinese, </em>Marx 21, Bari 2024.</h6>
<h6>(11) R. di Leo, <em>L’esperimento profano, </em>Futura, Roma 2011</h6>
<h6>(12) V. Giacché (a cura di), <em>L’economia di Lenin,</em> Il Saggiatore, Milano 2017.</h6>
<h6>(13) A. Gabriele, <em>L’economia cinese contemporanea, </em>Diarkos, Trieste 2024.</h6>
<h6>(14) Cfr. V. Giacché, op. cit.</h6>
<h6>(15) Cfr. D. Bell, <em>Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, </em>Luiss, Roma 2019.</h6>
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<div><em><strong>Per un Socialismo del XXI Secolo</strong></em></div>
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		<title>Arlacchi spiega la Cina all&#8217;Occidente Ma l&#8217;Occidente è disposto ad ascoltare?</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 18:49:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/mao_nel_49.jpg.webp" alt="mao nel 49.jpg" /></p>
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<h1>Arlacchi spiega la Cina all&#8217;Occidente</h1>
<h2>Ma l&#8217;Occidente è disposto ad ascoltare?</h2>
<h3>di Carlo Formenti</h3>
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<p>Deputato, senatore e parlamentare europeo, il sociologo Pino Arlacchi è noto, oltre che per i suoi libri, per la lunga attività pubblica e istituzionale contro la criminalità organizzata (è stato vicesegretario generale del programma antidroga e anticrimine dell’ONU). Meno conosciuti sono i suoi rapporti con il mondo politico e accademico cinese. Arlacchi presiede, fra le altre cose, il Forum internazionale di criminologia e diritto penale che ha sede a Pechino, il che gli ha consentito, da un lato, di incontrare e discutere, oltre che con i colleghi cinesi, con esponenti dei vertici del Partito Comunista e dello Stato, dall’altro lato di acquisire un ampio repertorio di conoscenze sulla storia antica e recente del grande Paese asiatico, nonché sul suo sistema politico e istituzionale e sulla società cinese contemporanea. Questo vasto materiale è la fonte da cui scaturisce “La Cina spiegata all’Occidente”, cinquecento pagine fitte di analisi e informazioni appena uscite per i tipi di Fazi.</p>
<p>Prima di riassumere quelli che considero i contributi più interessanti di quest’opera alla conoscenza della realtà cinese, premetto i miei dubbi in merito al fatto che essa possa scalfire il muro di pregiudizi, malafede e arroganza eurocentrica dietro il quale si trincera la larga maggioranza dei membri di un mondo politico, accademico e mediatico occidentale sempre più ripiegato su sé stesso. Spero almeno che riesca a suscitare la curiosità e i dubbi del lettore comune, ma soprattutto a far riflettere quegli ambienti di sinistra in cui circolano idiozie sulla Cina come Paese capitalista, imperialista, totalitario e aggressivo (paradossalmente, le destre neoliberali, mentre condividono con le sinistre gli ultimi tre stereotipi, confessano di temere la Cina in quanto esempio della superiorità del suo sistema <strong>socialista</strong> rispetto all’economia tardo capitalista, timore evidenziato dalle accuse di statalismo, concorrenza sleale, furto di know how, ecc. rivolte alle imprese cinesi).</p>
<p>Nella Introduzione, Arlacchi spiega che le tre parti in cui si articola il libro trattano dei tre “segreti” del miracolo cinese – vale a dire delle ragioni che hanno reso possibile l’ascesa della Cina, in una manciata di decenni, da uno stato di arretratezza paragonabile a quello dell’Africa Subsahariana di allora (1949) a quello di prima potenza economica mondiale. I segreti in questione sono, nell&#8217;ordine: il non espansionismo di una civiltà sinocentrica ma al tempo stesso universalista e pacifica; un peculiare sistema politico fondato sulla meritocrazia; un sistema economico non capitalista ma con caratteri socialisti inediti (il cosiddetto socialismo di mercato o socialismo con caratteri cinesi). Nelle pagine seguenti mi atterrò a mia volta a questa tripartizione. In un post scriptum che pubblicherò fra qualche giorno, commenterò invece un esempio della incomprensione della sinistra occidentale nei confronti del fenomeno Cina.</p>
<p>* * * *</p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>Chiunque abbia masticato qualche rudimento di storia mondiale di lungo periodo (<em>rara avis</em> alle nostre latitudini, non solo perché la storia è materia cenerentola nei curriculum educativi, ma anche e soprattutto perché, quel poco che se ne insegna, riguarda esclusivamente la storia occidentale), sa che fino alla metà del XIX secolo l’Asia in generale e la Cina in particolare erano più popolose, ricche e civili dell’Europa. Dall’anno 1 all’inizio dell’Ottocento, ricorda Arlacchi, Cina e India erano di gran lunga le due più grandi e prospere nazioni della terra, e fu solo alla metà di quel secolo che il centro di gravità dell’economia mondiale si spostò in Occidente. Più avanti discuteremo le ragioni che provocarono il sorpasso, per il momento basti anticipare che Arlacchi nega che esso sia dipeso dalla superiorità tecnica occidentale. Tale superiorità riguardava semmai la tecnologia <em>bellica, </em>dal momento che la Cina aveva anticipato di secoli scoperte europee come quelle della carta, della stampa, della bussola, dell’orologio, del mulino ad acqua, per citare solo le più note. Il vero punto è capire perché tali scoperte indirizzarono in modo diverso i rispettivi percorsi evolutivi (basti ricordare che la polvere da sparo, da aggiungere all’elenco stilato poco sopra, venne usata per gli spettacoli di fuochi artificiali più che in campo militare).</p>
<p>Del resto, prima del fatidico Ottocento, grandi intellettuali europei come Voltaire, Quesnay e Adam Smith (su quest’ultimo torneremo più avanti) erano perfettamente consapevoli del fatto che il grado di civiltà cinese era più elevato di quello occidentale. L’aria cambia nel momento in cui occorre legittimare il progetto europeo di conquista coloniale nei confronti delle regioni asiatiche. A partire da Hegel &#8211; e per chi come il sottoscritto è marxista è doloroso ammettere che non si salva del tutto nemmeno Marx (1) &#8211; il Celeste Impero viene descritto come un tipico esempio di “dispotismo orientale”, una civiltà stagnante, retrograda e superstiziosa. La Cina diviene progressivamente oggetto di un mito razzista che accompagna l&#8217;aggressione occidentale nei suoi confronti: “Secoli di eurocentrismo, di razzismo e di colonialismo globale, scrive Arlacchi, hanno costruito un muro che impedisce agli occidentali di vedere gli aspetti più salienti della civiltà cinese” (2).</p>
<p>Questa montagna di pregiudizi emerge nell’opera di un grande sociologo come Max Weber, il quale, com’è noto, attribuisce il mancato sviluppo di un capitalismo cinese, malgrado ne esistessero i presupposti oggettivi, a una cultura priva dell’adeguata dose di dinamismo, giudizio che mette in relazione all’impatto divergente di protestantesimo e filosofie religiose orientali sulle dinamiche socioeconomiche (3). Perfino un genio della storia di lungo periodo quale Fernand Braudel si è in parte lasciato influenzare dalla visione eurocentrica, laddove imputa il mancato sviluppo capitalistico cinese all’invadenza dello stato imperiale nei confronti dell’economia privata (4). Analoghe argomentazioni sono state utilizzate dalla maggior parte degli storici occidentali chiamati a rispondere all’interrogativo sul perché i viaggi marittimi dell’ammiraglio Zheng He, che alla guida di un&#8217;immensa flotta anticipò di un secolo le esplorazioni portoghesi, non portarono alla costituzione di un impero coloniale cinese che si sarebbe esteso dal SudEst asiatico alle coste dell’Africa Orientale. Ciò avvenne, replica Arlacchi, semplicemente perché i cinesi non nutrivano alcun interesse in una simile impresa, e ciò per le ragioni che ci apprestiamo a spiegare.</p>
<p>Il motivo principale per cui i cinesi non avevano motivo di invadere, conquistare e sottomettere altri popoli, argomenta Arlacchi, era la natura essenzialmente pacifica della loro cultura. Per millenni la loro storia è stata caratterizzata dall’assenza pressoché totale, salvo limitate eccezioni, di guerre internazionali (assenza che sta anche alla radice della straordinaria prosperità economica di cui hanno goduto prima dell’aggressione occidentale – e giapponese – e della quale stanno oggi godendo su scala assai maggiore dopo avere riconquistato la propria sovranità).</p>
<p>Per capire di cosa si parla è utile mettere a confronto alcuni caratteri distintivi delle nostre storie. La cultura greca antica, che consideriamo la nostra prima radice, concepiva gli stranieri – i barbari – come una razza inferiore naturalmente votata alla condizione di schiavi (Aristotele); vedeva nel conflitto (Eraclito) “il padre di tutte le cose” &#8211; un punto di vista condiviso da Marx, sulla scia di Hegel (5). Passando all’ebraismo celebrato – a torto o a ragione (6) – come la nostra seconda radice, è difficile ignorare gli agghiaccianti inviti all’annientamento totale dei nemici del “popolo eletto” contenuti nell’Antico Testamento (che lo Stato israeliano sta mettendo in pratica a Gaza). L’impero britannico è nato sull’onda delle guerre dell’oppio (che Arlacchi definisce “trionfo del narcotraffico inglese” sulla civiltà cinese). Infine l’imperialismo americano trova la propria giustificazione morale nell’idea di una missione civilizzatrice volta a esportare democrazia libertà individuale e mercato capitalistico in tutto il mondo, lascito secolarizzato di un mix di protestantesimo e sionismo cristiano.</p>
<p>Sul fronte opposto troviamo il concetto di <em>Tanxia (</em>letteralmente<em>:</em> tutti sotto lo stesso cielo), vale a dire l’idea di una società universale, pacifica e senza confini dove non ci sono gerarchie permanenti d razze, classi, culture etnie e giurisdizioni. Non ci sono centri e periferie. Né schiavi né barbari, né razze né esseri inferiori. né coloni né colonizzati (7). Manca cioè del tutto un’idea di missione civilizzatrice da compiere in nome di qualche dio (in Cina non si sono mai combattute guerre di religione). Al suo interno il Celeste Impero non era dominato da un unico gruppo etnico, gli Han, era un’entità ibrida, un miscuglio di nazionalità, al punto che il Paese è stato governato per secoli da Mongoli e Manchu i quali, dopo avere invaso il Paese, ne hanno adottato istituzioni, valori e tradizioni (niente a che vedere, annota Arlacchi, con il meltingpot statunitense, basato su una gerarchia che pone al vertice i Wasp). Quanto alle nazioni e ai popoli stranieri, malgrado l’innegabile senso di superiorità delle élite dell’Impero di Mezzo, questi non sono mai stati visti come “oggetti” etnografici da sottomettere, bensì come corrispondenti e tributari.</p>
<p>Zheng He non era in missione per costruire basi e avamposti imperiali, bensì per riscuotere tributi. E questi tributi, più che esazioni assimilabili a quelle imposte da Roma ai popoli sottomessi, erano richieste di riconoscimento simbolico dell’autorità imperiale e scambi reciproci di doni (in cui spesso, scrive Arlacchi, la Cina ci rimetteva). Infine, a proposito del “dispotismo orientale”, una delle caratteristiche peculiari del sistema politico cinese consisteva nel fatto che, se l’operato dell’imperatore non rispondeva più ai canoni morali supremi, il popolo aveva diritto di ribellarsi e deporlo a favore di un successore più degno. Il che ci porta al sistema di valori su cui si basava (e ancora si basa) la civiltà appena descritta.</p>
<p>* * *</p>
<p>Arlacchi non sostiene – né lo potrebbe sostenere chiunque sia sano di mente – che le differenze appena evidenziate nascono dal fatto che i cinesi sono più “buoni”. I filosofi che hanno gettato le fondamenta dell’atteggiamento pacifista che ispira la cultura politica cinese &#8211; come Confucio, Mencio, Mozi e i legalisti (8) &#8211; sono vissuti nello stesso arco di tempo di Socrate, Platone e Aristotele. Parliamo della cosiddetta “epoca degli stati combattenti”, conclusasi con la fondazione dell’Impero unificato (221 a.C.) e celebrata da diversi colossal cinematografici cinesi apprezzati dal pubblico occidentale (9). Per quanto ne sappiamo, gli orrori di quell’epoca non sono stati meno terribili di quelli del nostro medioevo o dei moderni conflitti interstatuali europei, per cui il pensiero confuciano va inteso anche e soprattutto come reazione agli orrori in questione. La violenza organizzata, l&#8217;uso letale della forza, scrive Arlacchi, è considerata un atto intrinsecamente immorale, non necessario e dannoso, sia nelle relazioni umane che nel governo degli affari pubblici, e poche pagine dopo aggiunge che il pensiero cinese non contempla il concetto di “guerra giusta”, nella misura in cui la guerra è considerata come sintomo di un fallimento di leadership, sia politica che etica, non – come teorizzato da Clausewitz – la continuazione della politica con altri mezzi.</p>
<p>Per Confucio, il rapporto gerarchico fra governanti e governati è simile a quello fra padre e figlio e il riconoscimento dell’autorità sulla quale si fonda è frutto dell’educazione. Solo se quest’ultima fallisce è lecito ricorrere al sistema premi/punizioni, ed esclusivamente in ultima istanza alla forza militare. Inoltre l’autorità regge se e finché si fonda sull’autorevolezza, la quale si fonda a sua volta sul fatto che chi governa si prende cura del benessere e della sicurezza popolari. In questo senso, afferma Arlacchi, si potrebbe dire che il Celeste Impero ha anticipato di secoli quel concetto di Welfare state che in Occidente è ultramoderno, ove si pensi che nel Seicento Locke e altri affidavano ancora al governo il solo compito di garantire la vita, la proprietà e la libertà individuali dei sudditi, mentre i concetti di cittadinanza politica e sociale si affermeranno solo fra Ottocento e Novecento (10). In base a questa visione, l’autorità dell’Imperatore non è ereditaria né irrevocabile: il “mandato del Cielo” che la legittima può venir meno se egli se ne dimostra indegno, e il popolo – che resta dunque il depositario ultimo della sovranità – può deporlo e sostituirlo.</p>
<p>L’aspetto più intrigante dell’analisi di Arlacchi, a mio avviso, è però quello che mette a fuoco il ruolo strategico degli <em>shi</em> (i letterati, o mandarini che dir si voglia) nella gestione del sistema politico imperiale. A partire dalla dinastia Song, questa élite di funzionari imperiali, selezionata attraverso rigorosi concorsi a diversi livelli, formalmente aperti a tutti, anche a persone di umile estrazione sociale, furono in grado di esercitare un’egemonia pressoché assoluta tanto nella sfera politica che in quella culturale, prevalendo sulle élite dei militari, del clero e dei mercanti. Si trattava di un formidabile meccanismo di mobilità sociale (anche se non sfuggiva ai condizionamenti del nepotismo e della corruzione). Una “democrazia meritocratica” (11) che, come stiamo per vedere, è tornata in auge &#8211; dopo il blackout provocato dal crollo dell’Impero e dalla colonizzazione da parte delle potenze occidentali e del Giappone &#8211; grazie ai meccanismi di selezione delle élite dirigenti comuniste salite al potere nel 1949. Per inciso, Arlacchi ricorda come Mao considerasse l’insurrezione dei Taiping antesignana della rivoluzione socialista, e i Taiping, un movimento proto comunista che coinvolse milioni di contadini poveri e adottò una religione sincretica che mescolava cristianesimo, buddismo e confucianesimo, era guidato da un giovane contadino inferocito dal fatto di essere stato respinto quattro volte agli esami di ammissione al ruolo di funzionario imperiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II.</strong></p>
<p>Arlacchi dedica tutta la seconda parte del libro all’analisi della storia, della cultura ideologica e organizzativa e del ruolo politico e sociale del Partito Comunista Cinese, che definisce “una istituzione chiave poco conosciuta e poco studiata, circondata da un alone di riservatezza e di segreti che occorre superare per comprendere il funzionamento dello Stato, della società civile e della politica in Cina” (12). Per penetrare questo alone di “mistero”, prende le mosse dalla crescente rivalutazione della tradizione confuciana, in corso soprattutto a partire dall’avvento di Xi Jinping alla direzione del Partito. La sua tesi è che non si tratta, come viene spesso argomentato, di un espediente propagandistico per alimentare l’orgoglio nazionalistico del popolo nei confronti della propria tradizione millenaria, bensì della presa d’atto della sostanziale continuità ideologica e istituzionale fra gli <em>shi</em> (vedi sopra) e l’attuale élite dirigente comunista: quest’ultima agirebbe come una sorta di “imperatore collettivo”, come una “reincarnazione” della classe dirigente del Celeste Impero, con la quale condivide i principi etici e meritocratici confuciani.</p>
<p>I critici della degenerazione postdemocratica (13) delle istituzioni statunitensi citano spesso quale sintomo di tale fenomeno la logica delle “porte girevoli”, in base alla quale alti dirigenti del sistema economico vengono chiamati a ricoprire incarichi politici e viceversa. In Cina l’intreccio fra carriere politiche, istituzionali, amministrative e manageriali non è l’eccezione bensì la regola, ma in tal caso non si tratta di porte girevoli, bensì del fatto che in Cina non esistono divisione dei poteri né Stato di diritto. “Il PCC scrive Arlacchi, coincide quasi con lo Stato e rappresenta anche un segmento non indifferente della società civile. È nello stesso tempo Stato, Partito e società civile. L’élite della società civile cinese governa lo Stato tramite il PCC” (14). Non a caso, gli iscritti al Partito, scelti con metodi rigorosamente selettivi, sono quasi cento milioni, un cittadino su quindici (ma se si escludono i giovanissimi il rapporto è ancora più elevato) , un dato da far impallidire il togliattiano “partito di massa”. Di più, come vedremo più avanti, la sua composizione rispecchia sempre più fedelmente la stratificazione sociale del Paese, nella misura in cui tutte le classi vi trovano rappresentanza.</p>
<p>Come gli antichi imperatori, argomenta Arlacchi, il PCC si pone l’obiettivo di egemonizzare la società cinese attraverso una élite di “intellettuali organici” a stretto contatto sia con il popolo che con lo Stato, i quali sono impegnati a dare vita a una ideologia, una morale, una cultura e un senso comune di tipo “nazional-popolare” (15). Quanto appena citato aiuta a capire che il modello che Arlacchi evoca per spiegarci cosa è il partito Comunista Cinese è meno “esotico” di quanto può essere sin qui sembrato: è niente di meno che il modello gramsciano del “moderno principe”(16), cioè un ceto di intellettuali organici che organizzano la “volontà collettiva” del popolo e la gestione dei beni comuni. E il concetto gramsciano di pratica egemonica implica che l’intellettuale organico deve essere capace di conquistare le coscienze non solo dei membri della classe di cui è espressione ma dell’intera società (ciò è fondamentale per capire come funziona il socialismo con caratteri cinesi, come vedremo nella terza parte).</p>
<p>C’è infine un tema, quello dei meriti e dei demeriti di Mao in quanto leader incontrastato del Partito prima e del Paese poi, dall’avvio del processo rivoluzionario alla morte, rispetto al quale il giudizio di Arlacchi converge con quello dei suoi successori (la famosa formula 70-30: 70% di meriti 30% di errori). Detto che Arlacchi, sulla scia di Giovanni Arrighi (17) e della maggioranza degli economisti marxisti cinesi (18), ribadisce che nella fase maoista erano stati creati i presupposti indispensabili dello straordinario sviluppo successivo – in particolare alfabetizzazione di massa, radicale miglioramento della salute, parità di genere, lotta contro la droga (il consumo di oppio imposto con la violenza dal narcoimperialismo britannico non era stato completamente debellato al momento della vittoria della rivoluzione) – ciò che ho trovato più condivisibile nel suo approccio è la valorizzazione del contributo di Mao al superamento del dogma marxista secondo cui il principale soggetto rivoluzionario è la classe operaia, mentre ai contadini è riservato, nella migliore delle ipotesi, il ruolo di alleati (19).</p>
<p>Se Mao si fosse adattato alle direttive della Terza Internazionale, che gli imponevano di scommettere sull’esigua minoranza operaia concentrata in alcune città, e di allearsi con il partito Kuomintang, in quanto espressione della borghesia nazionale, la rivoluzione cinese non sarebbe mai avvenuta. In quanto assertore della marxiana filosofia della prassi (e del principio leninista che impone di calibrare tattica e strategia sulla “analisi concreta della situazione concreta”), Mao ha invece puntato tutto sulla mobilitazione delle masse contadine, scelta che lo ha ripagato con la grande vittoria del 1949. Devo qui aprire una parentesi che esula dal tema trattato da Arlacchi. Da tempo vado sostenendo (20) che il soggetto rivoluzionario principale, a partire dalla svolta imperialista del primo Novecento e neoimperialista del secondo dopoguerra, sono i popoli (contadini e non solo) del Sud del mondo, stante il fatto che lo sfruttamento delle periferie ha permesso ai centri metropolitani di integrare le proprie classi lavoratrici. Del resto non si tratta di teoria: la storia certifica che le sole rivoluzioni socialiste (alcune riuscite altre fallite) si sono verificate in Asia, Africa e America Latina, mentre né in Europa né negli Stati Uniti né nei Paesi del Commonwealth britannico a maggioranza bianca è avvenuto niente del genere. Va aggiunto che l’eresia giustamente apprezzata da Arlacchi non è un’esclusiva di Mao ma appartiene a decine di pensatori afromarxisti (da Fanon a Samir Amin, passando per Rodney, Williams, James, Padmore, Robinson e molti altri) e latinoamericani (da Mariategui a Linera per citarne solo un paio).</p>
<p>Certo Mao ha commesso gravissimi errori, che hanno provocato disastri come il fallimento del cosiddetto Grande Balzo in avanti (una sorta di replica, ancorché con caratteristiche diverse, della collettivizzazione forzata voluta da Stalin) e come la Rivoluzione Culturale che, oltre a causare la perdita di moltissime vite umane, ha rischiato di distruggere lo Stato-Partito e consegnare la Cina nelle mani dei propri nemici. Va però detto che il Partito ha dimostrato di disporre di anticorpi che gli hanno consentito di reagire, e andrebbe aggiunto che gli effetti negativi del Grande Balzo sono stati amplificati da una serie di catastrofi naturali, e che le motivazioni di Mao, più che ideologiche, erano frutto del timore di una imminente invasione americana, per cui le Comuni avrebbero dovuto svolgere il ruolo di basi di una resistenza diffusa. Certamente più grave fu la decisione di scatenare la Rivoluzione Culturale per evitare di essere messo in minoranza nella direzione del Partito. Tanto più grave in quanto ha contribuito ad alimentare nella sinistra internazionale il mito in base al quale la Cina, fallita la Rivoluzione Culturale e morto Mao, si sarebbe avviata verso la restaurazione del capitalismo (nella migliore delle ipotesi capitalismo di Stato, nella peggiore capitalismo tout court). Il maggior merito di Arlacchi è quello di avere aggiunto la propria voce al coro delle voci degli autori occidentali e cinesi (21) che tentano di smontare il mito in questione e di spiegare cos’è il socialismo con caratteri cinesi.</p>
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<p><strong>III.</strong></p>
<p>Prima di entrare nel merito degli argomenti con i quali Arlacchi difende la tesi del carattere socialista del sistema cinese, ritengo utile sintetizzare alcuni contributi precedenti al dibattito sul tema. Parto dall’analisi di Vladimiro Giacché (22) sul concetto “classico” di socialismo. Nell’<em>Anti Duhring</em>, ricorda Giacché, Engels afferma che il socialismo non è caratterizzato solo dalla socializzazione dei mezzi di produzione, ma anche dalla fine della produzione mercantile e dei rapporti monetari. Il socialismo sovietico non si è mai avvicinato al modello appena descritto, ma ciò non basta, scrive Giacché, per liquidarlo come un “fallimento”. Questa tesi è insostenibile ove si consideri che dopo la Rivoluzione, la Russia si è sviluppata a ritmi più elevati di quelli dei paesi capitalisti occidentali, che la pianificazione le ha consentito di superare senza problemi la Grande Crisi del 1929 che aveva messo in ginocchio America ed Europa, e che la capacità dell’Unione Sovietica di sfidare il modello occidentale si è prolungata fino agli anni Sessanta, malgrado le devastazioni provocate dall’aggressione nazista, mentre è solo a partire dai Settanta che iniziano a manifestarsi difficoltà cresciute fino a causare la crisi terminale del sistema (23).</p>
<p>Il modello “classico” di socialismo rispecchiava la convinzione di Marx ed Engels che una rivoluzione socialista mondiale fosse imminente, e che il successivo processo di transizione sarebbe stato relativamente breve. Anche Lenin, fino al 1919/20, pensava che al monopolio di stato sul commercio sarebbe presto subentrata la distribuzione organizzata secondo un piano ma, già nel 1921-23, la realtà lo indusse a criticare le tesi di coloro che ritenevano possibile passare al socialismo senza un periodo di transizione, dopodiché finì per ammettere che tale periodo sarebbe stato lungo e caratterizzato dal persistere di rapporti mercantili e monetari (una presa d’atto che si concretizzò con la svolta della NEP). Analoghe considerazioni, scrive Giacché, valgono per la Cina dove, dopo i tentativi (falliti) di costruire un sistema pianificato di produzione diretta di valori d’uso senza passare dalla forma merce e dal denaro, il PCC si convinse dell’impossibilità di liquidare completamente il processo di riproduzione del capitale in forma monetaria. Dopodiché le riforme avviate da Deng nel 1978, sono un passo ben più radicale della NEP verso la reintroduzione del mercato come fattore di regolazione di larghi settori dell’economia. Se dunque si assume la scomparsa della produzione mercantile quale unico parametro del carattere socialista di una società, né la Cina né l’Unione Sovietica possono essere considerate socialiste. Ma Giacché non è di tale parere e, fra poco, vedremo perché anche Arlacchi la pensa diversamente.</p>
<p>Veniamo a Braudel e al suo monumentale <em>Civiltà materiale, economia e capitalismo. </em>Fra i secoli XV e XVIII, scrive il grande storico francese, il mondo era costituito da una immane massa di contadini che vivevano della terra, per cui il ritmo, la qualità e la dimensione dei raccolti reggevano tutta la loro vita. Questa realtà era esclusa dal circuito del mercato, e ciò che produceva era assorbito interamente dall’autoconsumo della famiglia o del villaggio. Nemmeno l’avvento dell’economia monetaria ha cambiato radicalmente la situazione: sotto la sua epidermide sottile “sussistono attività primitive, mescolate, poste a confronto fra loro, nei regolari incontri sui mercati, o nel <em>forcing </em>tumultuoso delle fiere. Nel cuore dell’Europa sopravvivono economie rudimentali, circondate dalla vita monetaria che non le sopprime, ma se le riserva <em>quasi fossero colonie interne a portata di mano </em>[sottolineatura mia]” (24). Queste sopravvivenze non sono fenomeni residuali: il loro peso culturale, antropologico è tanto potente quanto persistente nel tempo, è la matrice della vita quotidiana “che ci trascina senza che ne siamo coscienti”. L’economia di mercato emerge progressivamente da questa base, nasce dagli scambi quotidiani dei mercati elementari, dai traffici fra contadini, artigiani e pochi mercanti che fungono da intermediari fra produttori e consumatori. Da questo livello originario e inferiore cresce un capitalismo mercantile fatto inizialmente di fiere, poi di commercio a lunga distanza, infine di borse e intreccio fra capitale e stato. Insomma: per Braudel il capitalismo e l’economia di mercato non sono la stessa cosa. Per molti secoli la borghesia è stata il ceto parassitario delle élite feudali, ha vissuto a loro spese, impadronendosi dei loro beni tramite l’usura, infiltrandosi e confondendosi nei loro ranghi. La sfera della circolazione e degli scambi universali, generata dal commercio a lunga distanza, è <em>contro mercato </em>che si sbarazza delle regole che governano il mercato tradizionale, vive di scambi ineguali, è il regno del monopolio, dell’imbroglio e del diritto del più forte. I grandi mercanti “sono amici del principe, sovvenzionano o sfruttano lo stato”. Lo stato moderno, scrive Braudel, “non ha costruito il capitalismo ma lo ha ereditato, talora agisce a suo favore, talora ne ostacola i propositi; a volte gli permette di espandersi liberamente, ma in altri casi distrugge le sue risorse. Il capitalismo può trionfare solo quando si identifica con lo stato quando <em>è</em> lo stato” (25).</p>
<p>Passiamo<strong> </strong>a Kenneth Pomeranz (26). Quest’altro grande storico dell’economia mondiale, analizzando la “grande divergenza” fra l’economia cinese e quella europea, che sorpassa la prima fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, smentisce la tesi degli storici occidentali che attribuiscono la transizione da un mondo policentrico a un mondo dominato dall’Europa a fattori di crescita endogena, cioè a una superiorità economica intrinseca del Vecchio Continente sul resto del mondo. Tale tesi, argomenta Pomeranz, “internalizza” lo straordinario apporto ecologico che l’Europa ha ricevuto dal Nuovo Mondo. Le colonie americane hanno consentito ai Paesi europei di alleggerire la pressione sull’agricoltura garantendo un afflusso pressoché illimitato di materie prime e derrate; ma soprattutto la colonizzazione oltremare e il “commercio armato” ha regalato alle istituzioni finanziarie europee – forgiate da un sistema di stati impegnati in una competizione economica e militare basata sul debito pubblico – i vantaggi che le hanno garantito l’egemonia. In poche parole, la differenza fra la via europea e la via asiatica si spiega in ultima istanza con la coercizione europea sulle altre aree del mondo.</p>
<p>Concludo questo prologo con l’interpretazione eretica del pensiero dell’economista-filosofo scozzese Adam Smith, che dobbiamo a Giovanni Arrighi e al suo capolavoro, <em>Adam Smith a Pechino. </em>Secondo<em> </em>Arrighi, Adam Smith non fu l’apologeta del mercato autoregolantesi che basta lasciare operare liberamente perché generi spontaneamente la ricchezza delle nazioni, bensì colui che auspicò l’esistenza di uno Stato forte, in assenza del quale non possono darsi le condizioni di esistenza del mercato stesso. I suoi consigli al legislatore, scrive Arrighi, furono sempre di ordine sociopolitico piuttosto che economico, né si proponevano esclusivamente di agevolare l’interesse e il potere dei capitalisti: la sua idea di fondo era che, se si vuole perseguire l’interesse generale, occorre stimolare la competizione per tenere il più basso possibile il saggio di profitto. Detto altrimenti: i mercati non devono essere abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e di governo, una tesi, sostiene Arrighi, che ci consente di capire la logica di una “economia di mercato non capitalistica” come quella cinese. Un’economia, sosteneva Smith nel 1776, che aveva raggiunto la pienezza di ricchezze consentita dalla natura del suolo, dal clima e dalla posizione geografica, un tipo di sviluppo basato sull’agricoltura e sul commercio interno che lo stesso Smith definiva “naturale”, mettendolo in contrapposizione con lo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero (e sulla potenza militare forgiatasi dai conflitti intereuropei, aggiunge Arrighi). I quattro autori appena citati ci consentono di ammettere l’esistenza di un’economia di mercato non capitalistica, ma se la Cina è un esempio di tale economia, possiamo anche definirla socialista? Vediamo con quali argomenti Arlacchi ritiene di poter rispondere positivamente.</p>
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<p>Lo scoglio teorico contro cui sono naufragate quasi tutte le analisi del marxismo occidentale sugli esperimenti di transizione al socialismo messi in atto dopo la formulazione del modello canonico di Marx ed Engels (che ha ormai cento e cinquant’anni e li dimostra tutti) è lucidamente descritto da Rita de Leo (27): non esiste una credibile teoria marxista della transizione o, per essere più precisi, non esiste una teoria in grado di rendere conto delle dinamiche evolutive di una società in cui uno Stato socialista convive con un’economia che presenta consistenti elementi di capitalismo. Di fronte a questo tipo di realtà, la sinistra occidentale – in particolare le sinistre radicali, soprattutto se di matrice trozkista, bordighista od operaista – reagisce affermando che non si tratta di società “veramente” socialiste. Per i contesti in cui l’economia è in gran parte in mano pubblica, è stato coniato il concetto di “capitalismo di stato”, ignorando che Lenin lo aveva demolito già nel 1918 (28). Figuriamoci quindi se costoro possono accettare la definizione della Cina che ci propone Arlacchi: “una potenza in grado di addomesticare la bestia capitalista e farle tirare il carro di una società socialista”.</p>
<p>In primo luogo, Arlacchi elenca con dovizia di dettagli (varrebbe la pena di leggere il libro anche solo per acquisire l’enorme mole di dati che contiene) che differenziano il sistema cinese da <em>tutte</em> le società capitaliste (anche le più restie a procedere alla privatizzazione totale dell’economia e a liquidare ogni residuo di welfare state). La proprietà della terra, delle acque e delle risorse strategiche è rimasta saldamente nelle mani dello Stato, anche dopo l’avvio del processo di riforma postmaoista. Le imprese di Stato, anche se non detengono più il controllo <em>diretto</em> della maggioranza della produzione (ma sono in grado di controllare, orientare e guidare anche quella in mani private) conservano la proprietà e la direzione dei settori strategici: sicurezza nazionale, energia, telecomunicazioni, trasporti, difesa e finanza (sul peso di quest&#8217;ultimo fattore torneremo fra poco); garantiscono la fornitura di beni pubblici, servizi essenziali; gestiscono le esternalità negative e controllano i monopoli naturali.</p>
<p>Grazie a questo “capitalismo di stato”, come si ostinano a chiamarlo gli amici di cui sopra, la Cina ha risolto in tempi brevissimi il problema della povertà (ottocento milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta nell’arco di un paio di decenni); ha riassorbito in tempi record i trenta milioni di disoccupati generato dai contraccolpi delle crisi capitalistiche globali sull’economia cinese; ma soprattutto ha surclassato in ogni campo le economie occidentali (Arlacchi offre una quantità di dati in merito, certificati da agenzie internazionali non sospette di simpatie socialiste).</p>
<p>Sento già le obiezioni: tutto ciò dimostra solo che il capitalismo di stato funziona, non che non si tratta di capitalismo: basti pensare alle economie miste dei Paesi capitalisti del ventennio postbellico, regolate dallo Stato e in grado di garantire ai lavoratori salari decenti e servizi sociali. Già, ammette Arlacchi, però sappiano come è andata a finire: alla crescita hanno fatto seguito la caduta del saggio di profitto e le controriforme neoliberali che hanno falcidiato salari operai, redditi delle classi medie e servizi sociali, per cui si è reso necessario sostenere i consumi attraverso l’indebitamento privato, finché deindustrializzazione e finanziarizzazione hanno fatto esplodere il sistema. Per capire perché la Cina, malgrado le profezie – puntualmente smentite – degli economisti occidentali, non è finita in questa tagliola, dobbiamo ripartire dal controllo pubblico sulla finanza. Il fatto è, scrive Arlacchi, che “la finanza cinese funziona come risorsa abbondante dell’economia materiale e non come domina dell’intero sistema”. Da un lato, lo Stato scoraggia o vieta i movimenti di capitale a breve e l&#8217;ingresso della finanza privata e dei capitali stranieri nei settori strategici; dall’altro lato, la grande maggioranza dei prestiti vanno alle imprese non finanziarie e vengono offerte condizioni di particolare favore alle piccole-medie imprese, che rappresentano una quota importante dell’intero sistema.</p>
<p>Oltre al ruolo della finanza pubblica, Arlacchi sottolinea altri due fattori strategici. Il primo è il pluralismo delle forme di proprietà: il sistema non è polarizzato fra pubblico e privato, nella misura in cui esistono una miriade di forme ibride, come le cooperative, le imprese collettive di villaggio e/o di proprietà dei lavoratori, ma soprattutto imprese – anche gigantesche multinazionali che operano in settori tecnologicamente avanzati – che non possono essere definite né pubbliche né private, ibridi a partecipazione incrociata di cui Huawei è un esempio tipico. Il secondo elemento è la pianificazione flessibile che lo Stato-Partito cinese, ammaestrato dai disastri provocati dal centralismo sovietico, ha iniziato a mettere in atto a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso. Il criterio di base che lo ispira è il pragmatismo: si sperimenta, si impara dagli errori, e ciò che funziona viene utilizzato come modello per ulteriori sperimentazioni. Per inciso, una delle cose che mi sono parse più interessanti del libro di Arlacchi è il modo in cui descrive la differenza fra i nostri progetti e quelli cinesi. I progetti occidentali, in particolare quelli europei (che Arlacchi ha avuto modo di osservare dall’interno durante il suo mandato a Bruxelles), sono spesso progetti fantasma che, nella migliore delle ipotesi, si perdono nei meandri della burocrazia, nella peggiore sono contenitori vuoti che servono a dirottare fondi su obiettivi diversi da quelli dichiarati. Al contrario in Cina scrive Arlacchi, “un progetto ha un inizio, una fine, obiettivi quantificabili una struttura si governance dedicata e un piano di implementazione” (29).</p>
<p>Che sistema è dunque quello cinese? Come si colloca nello scenario mondiale caratterizzato dal declino dell’egemonia occidentale? È il nuovo egemone destinato a subentrare agli Stati Uniti come stella polare di un sistema capitalistico rinnovato, o è un’alternativa globale al modo di produzione che domina il pianeta da cinque secoli? Arlacchi non ha dubbi: la transizione egemonica che stiamo vivendo è atipica, non si concluderà con l’ascesa di un nuovo polo imperiale, bensì con l’emergenza di un inedito sistema multipolare in cui nessuna nazione potrà più imporre le proprie logiche a tutte le altre. In questo senario, la Cina non sarà il nuovo dominus bensì un primum inter pares che deve la propria prosperità al fatto di essere un sistema originale fondato su una combinazione di Stato, mercato e società, un’entità che non è capitalistica né occidentale. Arlacchi la definisce un modello di “socialismo 2.0” che evolverà in una direzione che, in un futuro non troppo remoto, sarà in grado di prescindere dal capitalismo e forse addirittura dal mercato, grazie alla potenza delle nuove tecnologie che renderanno sempre più affidabile la programmazione. Così troverà attuazione l’auspicio di Karl Polanyi (30), il quale sperava in un futuro in cui il mercato tornerà a essere un fattore non più separato dalla società.</p>
<p>La Cina è in marcia verso il migliore dei mondi possibili? Ovviamente no. I cinesi sono i primi a riconoscere che il loro sistema dovrà affrontare sfide formidabili. Risolto il problema della povertà assoluta resta quello della disuguaglianza relativa, che è cresciuta enormemente negli ultimi decenni, escludendo parzialmente dai benefici dello sviluppo certe regioni e certi strati sociali. Sotto il governo di Xi Jinping è iniziato uno sforzo formidabile per ridurre le disuguaglianze e rendere partecipe della nuova prosperità la maggioranza del popolo, così come è in atto uno sforzo altrettanto formidabile per combattere una malattia cronica del sistema, vale a dire quella corruzione che nei primi decenni dell’era delle riforme è stata sostanzialmente tollerata, in quanto considerata funzionale all’accelerazione dei ritmi di accumulazione. Xi Jinping ha ribaltato tale punto di vista, che rischiava di erodere il consenso popolare nei confronti del sistema, e avviato una campagna di repressione durissima (da quando è al potere 5 milioni di membri del partito sono finiti sotto inchiesta). Ad agevolare questo duplice impegno contro disuguaglianze e corruzione, contribuiscono, da un lato, il fatto che in ogni impresa superiore a una certa dimensione – pubblica o privata che sia – sono state inserite cellule di Partito che hanno voce in capitolo nelle decisioni strategiche, dall’altro lato, il fatto che l’impegno di estendere l’egemonia ideologica e culturale nei confronti di tutto il popolo (vedi sopra) ha fatto sì che il 65% dei dirigenti di grandi imprese private siano membri del PCC e ne accettino le direttive, anche se e quando sarebbero considerate intollerabili dai corrispettivi occidentali.</p>
<p>Resta un interrogativo cruciale: l’ascesa della Cina non è fatalmente destinata a far scattare la famigerata “Trappola di Tucidide”, inasprendo il conflitto con gli Stati Uniti fino a provocare una Terza guerra mondiale? Commentare il modo in cui Arlacchi risponde a tale interrogativo, mi consente di concludere esprimendo alcune critiche che non inficiano l&#8217;apprezzamento per il suo lavoro.</p>
<p><strong>* * *</strong></p>
<p>Discuterò qui di seguito i tre argomenti che considero prevalenti nel ragionamento con cui Arlacchi nega l’ineluttabilità della guerra fra Cina e Stati Uniti.</p>
<p>Uno. Il declino americano sta maturando in un contesto globale sfavorevole all’uso della forza militare: tutte le guerre americane dell’ultimo mezzo secolo hanno dimostrato che il loro costo esorbitante (in termini di immagine oltre che economico) non è commisurato ai risultati ottenuti. Si aggiunga che gli scenari commissionati dai governi Usa per simulare una guerra con la Cina, prevedono la sconfitta americana in più del 90% dei casi. Questo è il solo argomento che considero convincente.</p>
<p>Due. Per fare la guerra bisogna essere in due, scrive Arlacchi, e la Cina non ha nessuna intenzione di farla. Giusto, ma questo non ha impedito agli Stati Uniti di aggredire Vietnam, Iraq, Serbia, Libia, Afganistan, ecc. che non le avevano dichiarato guerra, né avevano intenzione di farlo.</p>
<p>Tre. Una Terza guerra mondiale è impossibile non solo perché si rischierebbe l&#8217;olocausto nucleare, ma anche perché, secondo Arlacchi, sarebbe da tempo in corso un processo di incivilimento, che i cinesi hanno iniziato prima di noi, e che consisterebbe nella graduale esclusione della forza fisica dai rapporti sociali e dalla politica, sia interna che internazionale, e rispetto al quale la guerra in Ucraina e il genocidio di Gaza sarebbero due eccezioni. Non condivido questa visione irenica. La Terza guerra mondiale è già in atto, come giustamente affermato da Papa Francesco, anche se non assume la forma delle precedenti ma si attua attraverso una serie di guerre “locali” (che causano milioni di morti e con la loro ferocia smentiscono ogni illusione di “incivilimento”) e attraverso la cosiddetta guerra ibrida: dazi, cyberguerra, sanzioni economiche (spesso non meno letali delle guerre guerreggiate) ecc.</p>
<p>Scartate le motivazioni due e tre, basta la motivazione uno a giustificare l&#8217;ottimismo? Non credo, perché non tiene conto della follia umana, e con questo termine non mi riferisco alla pazzia clinica di uno o più individui e gruppi di potere, bensì alla disperazione di un soggetto collettivo (nazione, popolo, sistema economico, classe sociale, ecc.) che ritenga che la sua stessa sopravvivenza sia a rischio. Per inciso: la tesi secondo cui sarebbe stata la follia di Hitler a scatenare la Seconda guerra mondiale è un’idiozia totale: erano in gioco enormi interessi economici e geopolitici che di fatto hanno “costretto” (in base ai canoni della razionalità imperialista) la Germania a fare la guerra.</p>
<p>Vengo a un secondo punto di dissenso. Arlacchi dedica poche righe all’episodio di Piazza Tienanmen, attribuendone la causa alle tensioni sociali create dagli effetti delle riforme. Corretto, ma a insorgere non furono i contadini (che di quelle riforme avevano ampiamente beneficiato) né gli operai i quali (benché avessero pagato a caro prezzo “l’accumulazione primitiva” innescata dalle riforme) non avevano alcun interesse di schierarsi con gli strati piccolo-medio borghesi che rivendicavano una democrazia di tipo occidentale. Per inciso, come nel caso del “movimento degli ombrelli” di Hong Kong, sono documentate le interferenze occidentali che speravano di provocare una “rivoluzione colorata”. Non meno documentato è il fatto che il governo aveva ordinato all’esercito di non sparare, finché non si verificarono aggressioni e veri e propri linciaggi nei confronti di singoli soldati o piccoli gruppi isolati di militari. Infine, i numeri della strage sono stati ampiamente esagerati, come avvenne ai tempi del cosiddetto massacro di Lhasa, in merito al quale Arlacchi ricorda che si parlò di un numero di morti superiore di tre volte agli abitanti della capitale tibetana (31).</p>
<p>Terzo e ultimo punto. Arlacchi formula, fra i vari scenari sul futuro della Cina, l’idea che il sistema possa prima o poi evolvere verso forme di democrazia rappresentativa simili, se non identiche, alle nostre, per cui critica le tesi della scuola di Daniel Bell (32) e altri autori, i quali ritengono che la democrazia meritocratica cinese – che anche Arlacchi, come abbiamo visto, apprezza &#8211; sia una alternativa preferibile alla moribonda democrazia occidentale. Per cui gli chiedo: non pensa che il suo punto di vista rischi così di apparire eurocentrico (la storia evolve hegelianamente verso un fine immanente che coincide con la piena attuazione dei valori della civiltà occidentale), punto di vista che lui stesso, sulla scia di Braudel e Arrighi, mette in discussione?</p>
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<h6><strong>Note</strong></h6>
<h6>(1) E’ noto che Marx diede una valutazione “oggettivamente” positiva della colonizzazione britannica dell’India, in quanto pensava che avrebbe scosso quel grande Paese dal suo millenario “torpore” (cfr. in merito <em>India Cina Russia</em>, il Saggiatore, Milano 1960). C’è voluto molto tempo prima che anche in campo marxista si riconoscesse che quella conquista, a parte le immani sofferenze umane che ha provocato, è stata la causa del sottosviluppo indiano e non della sua modernizzazione.</h6>
<h6>(2) P. Arlacchi, <em>La Cina spiegata all’Occidente</em>, Fazi, Roma 2025, p. 39.</h6>
<h6>(3) Cfr. M. Weber, <em>Sociologia della religione, </em>Edizioni di Comunità, Milano 1982.</h6>
<h6>(4) Cfr. F. Braudel, <em>Civiltà materiale, economia e capitalismo, </em>3 voll. Einaudi, Torino 1982, 1993, 2006.</h6>
<h6>(5) Marx confessava di avere sempre avuto un debole per Eraclito, che preferiva a tutti gli altri filosofi greci ad eccezione di Aristotele.</h6>
<h6>(6) Per una critica serrata delle presunte radici ebraiche della cultura europea Cfr. C. Preve, <em>Opere Vol II, </em>Inschibboleth, Roma 2022.</h6>
<h6>(7) <em>La Cina, </em>cit. p. 48.</h6>
<h6>(8) Sulla storia del confucianesimo, delle sue varie correnti e dei suoi rapporti con altre fedi religiose, cfr. M. Scarpari, <em>Ik confucianesimo, </em>Einaudi, Torino 2010.</h6>
<h6>(9) Vedi “la battaglia dei tre regni” film di John Woo del 2008.</h6>
<h6>(10) Cfr. <em>La Cina, </em>cit., p. 156.</h6>
<h6>(11 ) Sul concetto di democrazia meritocratica, cfr. D. Bell, <em>Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, </em>Luiss, Roma 2019.</h6>
<h6>(12) <em>La Cina</em>, cit. p. 41.</h6>
<h6>(13) Cfr. C. Crouch, <em>Postdemocrazia, </em>Laterza, Roma-Bari 2013.</h6>
<h6>(14) <em>La Cina</em>, cit., p. 42.</h6>
<h6>(15) Ivi, p. 150.</h6>
<h6>(16) Ivi, p. 43.</h6>
<h6>(17) Cfr. G. Arrighi, <em>Adam Smith a Pechino, </em>Feltrinelli, Milano 2007.</h6>
<h6>(18) Vedi, in particolare, Cheng Enfu, <em>Dialettica dell&#8217;economia cinese, </em>Marx 21, Bari 2024.</h6>
<h6>(19) Il disprezzo di Marx nei confronti del carattere “ontologicamente” conservatore e reazionario della classe contadina è esplicitato nel <em>Manifesto del partito comunista. </em>Sul progressivo abbandono di questo punto di vista, soprattutto grazie ai marxisti del Sud del mondo, vedi quanto ho scritto nei miei ultimi libri (cfr. in particolare <em>Guerra e rivoluzione, </em>2 voll. Meltemi, Milano 2023).</h6>
<h6>(20) Vedi nota precedente</h6>
<h6>(21) Cfr. fra gli altri: F. Parenti, <em>La via cinese, </em>Meltemi<em>, </em>Milano 2021; G. Gabellini, <em>Krisis, </em>Mimesis, Milano-Udine 2021; R. Herrera, Z. Long, <em>La Chine est-elle capitaliste?, </em>Editions Critiques, Paris 2019, D. A. Bertozzi, <em>Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteri cinesi, </em>Edizioni l’Antidiplomatico 2021; Zhang Boyng, <em>Il socialismo con caratteri cinesi. Perché funziona? </em>Marx 21, Bari 2019; oltre ai già citati Cheng Enfu e al mio <em>Guerra e rivoluzione.</em></h6>
<h6>(22) Cfr. V. Giacché (a cura di), <em>L’economia della rivoluzione,</em> raccolta di testi di Lenin, Il Saggiatore, Milano 2017<em>.</em></h6>
<h6>(23) Vedi, dello stesso autore “La rivoluzione economica sovietica” in AAVV, <em>Elogio del comunismo del Novecento, </em>Atti del Forum della Rete dei Comunisti 4-5-6 Ottobre 2024.</h6>
<h6>(24) F. Braudel, op. cit. vol. I, p. 413.</h6>
<h6>(25) Ivi, p. 65.</h6>
<h6>(26) K. Pomeranz, <em>La grande divergenza, </em>Il Mulino, Bologna 2012.</h6>
<h6>(27) R. di Leo, <em>L’esperimento profano, </em>Futura, Roma 2011.</h6>
<h6>(28) “Noi siamo lontani anche dalla fine del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo (…) Noi sappiamo quanto sia difficile la strada che porta dal capitalismo al socialismo, ma abbiano il dovere di dire che la nostra repubblica dei soviet è socialista perché noi ci siano avviati su questo cammino. Si h dunque ragione di dire che il nostro Stato è una repubblica socialista dei soviet”, da un discorso del 1918 citato in V. Giacché, op. cit. Nello stesso contesto, Lenin affermava che il capitalismo di stato sovietico non aveva nulla a che fare con quello capitalistico perché in Russia il potere politico era nelle mani del partito della classe operaia.</h6>
<h6>(29) <em>La Cina…, </em>cit., p. 303.</h6>
<h6>(30) Cfr. K. Polanyi,<em> La grande trasformazione,</em> Einaudi, Torino 1974.</h6>
<h6>(31) Arlacchi dedica quasi trenta pagine del suo libro a smontare il mito del “genocidio” che i cinesi avrebbero commesso in Tibet: vedi “Intermezzo”, pp. 247-274.</h6>
<h6>(32) Cfr. D. Bell, op. cit.</h6>
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		<title>Howard Zinn, Storia del popolo americano</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Mar 2025 18:45:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Howard Zinn, Storia del popolo americano di Alessandro Visalli &#160; Con il consenso dell&#8217;amico Visalli rilancio su questa pagina il testo dell&#8217;ultimo post che ha pubblicato sul suo blog. Si tratta di una lunga e articolata riflessione storica sulle modalità con cui il capitalismo americano ha gestito i conflitti di classe, etnici e identitari della società statunitense dall&#8217;indipendenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><strong style="font-size: 2em;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/03/9788842823582_0_536_0_75.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9094" title="9788842823582_0_536_0_75" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/03/9788842823582_0_536_0_75-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a></strong></h1>
<h1></h1>
<h1><strong>Howard Zinn, <em>Storia del popolo americano</em></strong></h1>
<p><strong>di Alessandro Visalli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Con il consenso dell&#8217;amico Visalli rilancio su questa pagina il testo dell&#8217;ultimo post che ha pubblicato sul suo <a href="https://tempofertile.blogspot.com/">blog</a>. Si tratta di una lunga e articolata riflessione storica sulle modalità con cui il capitalismo americano ha gestito i conflitti di classe, etnici e identitari della società statunitense dall&#8217;indipendenza ai giorni nostri, sfruttando con grande maestria il principio divide et impera. L&#8217;analisi parte dal libro di Howard Zinn &#8220;</em><em>Storia del popolo americano da 1492 ad oggi&#8221;, ma è assai più che una recensione, nella misura in cui allarga l&#8217;orizzonte ad altri contributi teorici ed affronta, fra gli altri, il tema cruciale delle radici teologiche del suprematismo imperiale a stelle e strisce., argomento che anche il sottoscritto ha trattato in molti dei post recentemente apparsi su questo blog. </em></p>
<p><strong>Carlo Formenti</strong></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><strong><em>Premessa </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Howard Zinn, nato nel 1922 e morto nel 2010, è stato uno scrittore radicale americano newyorkese di inclinazioni socialiste libertarie e provenienza da una famiglia di immigrati ebrei europei (dall’Austria e dalla Siberia). Dagli anni Sessanta prese parte attivamente al movimento per i diritti civili, sia nel ruolo di docente di storia sia in quello successivo di docente di scienze politiche. Prese posizioni coraggiose e personalmente costose contro la discriminazione razziale e la guerra del Vietnam (1).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il suo testo più famoso, <em>Storia del popolo americano da 1492 ad oggi (2)</em>, è uno straordinario affresco dell’intera storia degli Stati Uniti, fino ai primi anni di Bush junior, descritta sotto il profilo della storia popolare. Ovvero della storia delle lotte e mobilitazioni popolari e delle diverse forme di oppressione che sono state praticate nella storia del paese. È quindi, e soprattutto, una storia dei dispositivi di controllo sociale e di formazione e dominio delle élites e di formazione e sfruttamento di sempre nuove ineguaglianze e colonie interne. Anzi di controllo proprio rendendo funzionali le ineguaglianze interne tramite il sistematico spostamento su altro della natura economica di queste.</p>
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<div><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhdHfYlIcJo0aHzOtUpGxXMEyH5wxSaJ09SoZ3Wy1eqBDVaIwA3aMJioEIFwe5jTdCaFX-16NraWnEyqVrZsEBKDu4yNwYskoy6LgTPAKmJ1S1v5lE6nw8EiQree6qmms-6OauDtudhlCu1mTv6b2ncNVtMZuZWFnw2GmgA6iA0C9Txl8tmB80YJgskslQ/s298/visalli%201.png"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhdHfYlIcJo0aHzOtUpGxXMEyH5wxSaJ09SoZ3Wy1eqBDVaIwA3aMJioEIFwe5jTdCaFX-16NraWnEyqVrZsEBKDu4yNwYskoy6LgTPAKmJ1S1v5lE6nw8EiQree6qmms-6OauDtudhlCu1mTv6b2ncNVtMZuZWFnw2GmgA6iA0C9Txl8tmB80YJgskslQ/s1600/visalli%201.png" alt="" width="210" height="298" border="0" data-original-height="298" data-original-width="210" /></a></div>
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<p><em>La “scoperta”</em></p>
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<p>La storia prende ovviamente le mosse dai viaggi di Colombo, soprattutto del secondo viaggio la cui complessa organizzazione e l’alto costo (ben 17 navi) rendeva necessario garantire l’immediato profitto. Ovvero, chiaramente, aprire un canale di approvvigionamento di schiavi ed oro. Colombo tenta di adempiere al mandato, in un paese ricchissimo di risorse naturali ma non sviluppato in senso occidentale, soprattutto garantendo i primi. E quindi occupando militarmente Haiti, che viene selvaggiamente sfruttata e nella quale si attua in poco meno di un secolo un vero e proprio assoluto sterminio. Una popolazione locale stimabile in 250.000 abitanti viene ridotta praticamente a zero, grazie ad uno spietato ipersfruttamento in piantagioni intensive. Su questa esperienza si forma la militanza antirazzista del più importante autore militante spagnolo del tempo, Bartolomé de Las Casas (3).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma il Nordamerica, di cui si parla in questo testo, fu invaso specialmente dagli inglesi e nel secolo successivo. Inoltre le popolazioni native, i <em>first peoples</em>, erano frammentate in centinaia di clan e alleanze federative, e potevano opporre una resistenza, se pure ostinata tuttavia frammentata e discontinua. A fronte di questa debolezza, che faceva sembrare agli europei abituati a densità sociali ed organizzative diverse il paese come vuoto ed immenso, gli inglesi (ma anche i francesi) esercitano quella che Zinn chiama una specifica “perfidia e brutalità”, causata in ultima analisi da un impulso interno. Precisamente da “quell’impulso speciale e potente che sorge all’interno delle civiltà basate sulla proprietà privata” (4). Una spinta che è fatta di bisogno di spazio e terra, che lo concepisce come libero e da possedere in modo esclusivo. Di qui la necessità, in una logica per i contemporanei evidente, di sottrarlo agli usi comunitari non riconoscibili come legittimi. E dunque scacciare ed uccidere chi pretendesse di affermarli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al momento della conquista e colonizzazione vivevano nelle Americhe 75 milioni di membri dei <em>first peoples</em>, di cui 25 nel Nord America, ma divisi qui in almeno 2000 lingue e dialetti e un centinaio di culture tribali principali (navajo, lakota, chippewa, cheyenne, apache, irochesi, le cinque nazioni mohawk, oneida, onodaga, cayouga e seneca del 1722, e via dicendo). Un’enorme varietà, dunque, alcuni costruivano villaggi e coltivavano il mais, con forme straordinariamente evolute e adattate di aridocultura e tecniche ingegneristiche di irrigazione perfettamente adatte allo scopo, altri avevano artigianati raffinati ed estesissime reti di scambio, oppure culture basate sull’abbondate pesca o caccia e in genere con sistemi sociali perfettamente egualitari, stabili e spesso con elevato livello di parità sessuale. Ma anche straordinarie capacità culturali, di argomentazione logica e retorica, raffinate capacità diplomatiche, come quelle messe in evidenza da David Graeber e David Wengrow nel loro <em>L’alba di tutto</em> (5). Ad esempio, è descritta la straordinaria vicenda di Kondiaronk, stratega dei Wendat, una confederazione di quattro popoli irochesi che cercò all’inizio del Settecento di evitare che inglesi, francesi e la coalizione hanfenosaunee si unissero contro la sua. In prospettiva l’obiettivo del leader nativo di organizzare una grande coalizione contro gli invasori (6). Presumibilmente inviato come ambasciatore del suo popolo in Francia, si fa critico sia del cristianesimo sia della logica della trasposizione del potere sulle cose (la proprietà) in potere sugli uomini. I suoi arguti argomenti, secondo Graeber, influenzano profondamente lo stesso dibattito europeo contemporaneo sulla ineguaglianza. Uno dei più specifici argomenti portati da Kondiaronk, e riportati in <em>Dialogues curieux: entre l’auteur et un sauvage de bon sense qui a voyagé</em>, del 1703, dell’aristocratico francese Louis-Armand de Lom d’Arce, è che le leggi punitive di stampo europeo, e la stessa dottrina cristiana della punizione eterna, non sono rese necessarie dalla naturale cattiveria umana, ma da una forma di organizzazione sociale che incoraggia il comportamento egoista e l’avidità. Sono quindi le distinzioni tra “mio e tuo”, per usare le sue parole riportate nel libro, a rendere “disumana” la vita in Francia. Come dice, “affermo che quello che chiamate denaro è il diavolo dei diavoli; il tiranno dei francesi, la causa di tutti i mali; il flagello delle anime e il mattatoio dei vivi” (7). Insomma, “un uomo motivato dall’interesse non può essere un uomo ragionevole”.</p>
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<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjQl5lmC1ycZRg1HwFEOM2evMSlZ1oFdFnlxGGo_gdrSCsFRH47_ItBsz8yTm0q3oZNilMtWSSVxN00awHZeYERdTAY5yzSBXWtnX8-5lDqHnyPepKE5JFPtA7MInYjNiZtGFLPRQUHLBOXp1S9q8V9rWTcakLiSSKHe_n4NDS0WwWdv_Y6o0r_0WXiWd8/s320/visalli%202.jpg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjQl5lmC1ycZRg1HwFEOM2evMSlZ1oFdFnlxGGo_gdrSCsFRH47_ItBsz8yTm0q3oZNilMtWSSVxN00awHZeYERdTAY5yzSBXWtnX8-5lDqHnyPepKE5JFPtA7MInYjNiZtGFLPRQUHLBOXp1S9q8V9rWTcakLiSSKHe_n4NDS0WwWdv_Y6o0r_0WXiWd8/s1600/visalli%202.jpg" alt="" width="241" height="320" border="0" data-original-height="320" data-original-width="241" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Kondiaronk</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Questa critica indigena, ovvero dei pochi rappresentanti dei <em>first peoples</em> che riuscirono a farsi ascoltare e talvolta viaggiare, a partire dall’inizio del XVIII secolo, influenza il dibattito sulla eguaglianza e come reazione le teorie evoluzionistiche, che invariabilmente, partono dallo ‘stato di natura’ egualitario. La domanda di come si possa trasformare il possesso, e quindi la ricchezza, in potere è anche al centro della riflessione di un avido lettore di diari di viaggio: Jean-Jacques Rousseau. Anche per lui la proprietà è la causa del problema dei mali della società, ma mentre per i <em>first peoples </em>la libertà presume una condivisione comunitaria dei beni, e quindi della sicurezza sociale, per gli europei resta legata alla proprietà e non può essere concepita alternativa. <em>E quindi è indipendenza</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mentre per i primi, al contrario, la libertà è figlia della interdipendenza in un contesto di reciproco riconoscimento e sostegno, socialmente indotto, per il nostro ed il pensiero illuminista europeo essa è figlia piuttosto del possesso incontestato e non limitato. E il possesso esclusivo resta connesso, sia pure in modo complesso e contraddittorio, con l’idea del progresso e dell’evoluzione (nel passaggio dallo ‘stato di natura’ dei <em>first peoples, </em>alla società).</p>
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</tr>
<tr>
<td>Jean-Jacques Rousseau</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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<p><em><br />
</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Le prime colonie</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mentre tutti questi dibattiti e influenze erano ancora da venire, nel 1619 in Virginia, dove le prime colonie inglesi sopravvissero a stento alla crisi per fame del 1609-10, prese l’avvio un’economia protocoloniale fondata sulla necessità di coltivare i cereali da una parte ed il tabacco di esportazione, dall’altra. I coloni erano davanti ad un problema: pochi e per lo più di classe media (artigiani, piccoli ex proprietari) e non avevano attitudini e desiderio di coltivare personalmente la terra (attività dura e ingrata con i mezzi dell’epoca); d’altra parte non potevano mettere al lavoro i <em>first peoples, </em>culturalmente inadatti, abili a sottrarsi nei grandi spazi del continente, ed anche militarmente forti. I virginiani trovarono la soluzione importando schiavi. Il bacino era relativamente vicino perché ai caraibi nel secolo precedente erano stati importati almeno 1 milione di neri dall’Africa per sostituire le popolazioni autoctone sterminate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli africani erano più adatti perché le culture africane erano in fondo simili a quelle europee. Nel continente, oggi tendiamo a non vederlo, influenzati da una storiografia razzista e colonialista sviluppata soprattutto nell’Ottocento, ma in Africa tra il 1500 ed il 1600 erano presenti grandi stati, imperi persino, grandi centri urbani e un consolidato e importante artigianato. Inoltre, vi veniva praticata un’agricoltura avanzata, che faceva uso di utensili di ferro, e impegnava oltre cento milioni di persone. Lo stesso traffico degli schiavi era in parte autoctono, e venne quindi facilmente canalizzato verso i porti di scambio in centro Africa da attori locali. La forma sociale locale si potrebbe descrivere, a grandissime linee, come una sorta di feudalesimo con consolidate gerarchie e strutture complesse, insediato in forme di vita tribali e talvolta comunitarie. Una società dove l’idea di proprietà privata era presente, ma non strutturava completamente il sociale e gli istituti repressivi erano temperati. In questa società, o meglio nell’enorme varietà delle società africane per lo più mancava quindi la febbre del profitto illimitato che un secolo dopo impressionerà Kondiaronk.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una volta catturati, mischiati tra etnie diverse e separati gli uni dagli altri, gli africani erano quindi particolarmente adatti e, al contempo, particolarmente inermi. Strappati ad una cultura consolidata tribale e comunitaria, con legami familiari allargati e costitutivi, venivano a trovarsi tra estranei, la cui lingua talvolta neppure capivano e portati in paesi lontanissimi. Nelle navi negriere erano scientemente separati e divisi, tenuti in condizioni inumane e alla fine venduti uno ad uno (8). La tratta fu dominata prima dagli olandesi e poi dagli inglesi, nel pieno del fenomeno a Liverpool sostavano normalmente cento navi negriere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In circa due secoli, in questo modo vennero catturati e trasportati nelle Americhe del Nord da 10 a 15 milioni di neri, su 45 milioni che furono sottratti al continente. È impossibile non vedere il nesso tra questa immane sottrazione di persone e distruzione di comunità e l’interruzione dello sviluppo autoctono che il continente subì nell’età del colonialismo europeo. E sottovalutare l’enorme contributo di questo trasferimento di ricchezza e forza lavoro nella costruzione della superiorità economica e quindi militare (o militare e quindi economica) dell’Occidente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisogna aprire una parentesi. La colonizzazione inglese del Nord America è diversa sia da quella spagnola del Sud e Centro America (e di parte del Nord), sia da quella francese dell’attuale Canada. Mentre le altre due nascono da strutture statuali altamente organizzate e centralizzate, e sono sempre dipendenti fortemente dalla madre patria nelle loro strutture amministrative, la colonizzazione inglese nacque per ondate semispontanee di gruppi marginali e religiosi. La colonizzazione spagnola, che cominciò prima, di Nunez Cabeza de Vaca in California nel 1528-36, o Hernando de Soto in Florida nel 1539-41, e nelle aree degli attuali Arizona, Colorado, Nevada, New Mexico, Kansas, Oklahoma, era fondata su una precisa gerarchia sociale al centro della quale troviamo il 1-2% di popolazione spagnola, poi la popolazione “creola” (di sangue spagnolo, ma nata nel nuovo mondo) e in basso gli “indios”, trattati poco più che come schiavi. Nel XVII secolo alimentò questa espansione una emigrazione di ca 250.000 unità (su 10 milioni di popolazione complessiva).</p>
<p>Invece quella inglese aveva numeri quasi doppi ma stentò a decollare fino a che, verso il 1630, le debolissime colonie virginiane, intorno a nuove compagnie commerciali videro l’attivazione di una robusta immigrazione dall’Inghilterra di gruppi che si sentivano perseguitati. Questo è il contesto della rivoluzione inglese e con essa si intreccia. Nel 1629 si formò la <em>Compagnia della baia del Massachussetts</em>, che aveva l’obiettivo di favorire l’emigrazione di coloro che si sentivano perseguitati e volevano fondare una comunità all’altezza della propria fede religiosa (9). Nel 1630 17 navi trasportarono oltre mille coloni, nei tredici anni successivi ne arrivarono 20.000. Per il tempo ed il luogo sono numeri significativi. Vennero fondate colonie come Boston o Charleston, Concord e Hartford.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>La base sociale della colonizzazione inglese</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma chi sono quelli che vengono? Ci aiuta un bel libro di Cristopher Hill, <em>Il Mondo alla rovescia (10)</em>, il trentennio tra il 1620 ed il 1650 in Inghilterra è caratterizzato da una tremenda crisi economica che esacerba l’odio di classe e viene imputato al governo, alla istituzione di monopoli pubblici e alla pressione fiscale. Nelle elezioni dei due Parlamenti tenute nel 1640 molti ‘scamiciati’, organizzati in quello che all’epoca si identificava genericamente come il ‘Partito Popolare’ riuscirono ad eleggere molti candidati, contro le élite. Sull’orlo della guerra civile che scoppiò subito dopo tra il Re ed il Parlamento e prima della formazione della <em>New Model Army</em> di Cromwell, proliferano continue eresie religiose, si formano gruppi radicali, in alcuni casi (come i membri della “Famiglia dell’Amore”) in continuità con i fermenti cinquecenteschi. In tutti i primi anni del Seicento la rivolta contro la religione istituzionalizzata, i suoi simboli ed esponenti, è crescente ad opera di sette come i “Puritani” ed altre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quel che avviene è un processo di disgregazione dell’unità feudale tra l’uomo e i suoi ruoli e quindi i ‘padroni’. Nel 1569 un’inchiesta del governo calcolò in 13.000 gli “uomini senza padrone” e nel 1602 nella sola Londra in 30.000. Si trattava di vagabondi (la “canaglia”), ma anche membri delle sette protestanti, popolate di piccoli artigiani che non potevano inserirsi nelle Corporazioni ufficiali, apprendisti, che si sentivano eletti e, al contempo, liberi nel loro esclusivo rapporto con Dio. Poi abitanti delle campagne ma non ufficiali (una legge del 1589 impediva di costruire case a chi non avesse abbastanza terreno), che praticavano mestieri come fabbri, carbonai, tessitori, etc. ma saltuariamente e nelle fasi di richiesta della nascente struttura produttiva. Quindi commercianti itineranti, che contribuivano enormemente a portare le nuove idee in giro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come dice Hill:</p>
<p><em>“sotto alla superficiale stabilità dell’Inghilterra rurale, quella dei vasti campi aperti che colpiscono la vista, stava la brulicante mobilità degli abitanti della foresta, gli artigiani e gli operai edili itineranti, i disoccupati in cerca di lavoro, i suonatori e i giocolieri girovaghi, gli ambulanti e i ciarlatani, i vagabondi, i barboni; gente che si raggruppava soprattutto a Londra e nelle grandi città, ma che aveva basi ovunque una zona appena colonizzata riusciva a sfuggire al meccanismo delle parrocchie, o nello zone colonizzate da tempo in cui c’era bisogno di manodopera. Era in questo modo che venivano reclutati gli eserciti e gli equipaggi delle navi, era qui che si trovò una parte almeno dei coloni per l’Irlanda e il Nuovo Mondo, uomini disposti a correre qualunque rischio nella speranza di conquistarsi un pezzo di terra (e con essa lo status che ne derivava), speranza che non poteva avverarsi nella sovraffollata Inghilterra</em><em>”</em> (11).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con questo materiale umano, il processo di colonizzazione fu in sostanza organizzato dalla Compagnia in un primo momento e poi da istituzioni create dai primi coloni. Un General Court, formato dai capifamiglia, determinava l’autorizzazione ad insediarsi. Nel 1647 l’approvazione delle <em>Law and Liberties</em>, creò una prima fusione tra diritto inglese e istanze radicali religiose dei coloni. La crescita demografica fu imponente, da 250.000 abitanti all’inizio del Settecento si passò a 2,5 milioni in soli cinquanta anni. La gerarchia originaria era a tre strati: i diretti successori dei primi fondatori al centro, religiosi, commercianti o proprietari terrieri; in mezzo artigiani e piccoli proprietari; in basso i lavoratori salariati, spesso appena arrivati. Poi ci sono gli schiavi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Dividere e gestire</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Insomma, in una società in crescita, ma isolata e immersa in enormi spazi e circondata da nemici attuali o potenziali, dipendente da lavoratori sradicati e tenuti in condizioni disumane di sfruttamento e minaccia, era essenziale dividere. Ovvero impedire che i subalterni (siano essi ‘bianchi’, ‘neri’ o ‘rossi) si potessero percepire come simili e diversi dai dominanti, che erano strutturalmente minoranza. Oltre all’influenza della secolare cultura europea (gerarchica e fondata su un concetto di premio e punizione inscritto nella storia della fusione del cristianesimo paolino con la cultura romana (12)), costituì strumento di questa tecnologia del dominio, la coltivazione della barriera razziale. Specifiche leggi cercarono sempre di frenare la tendenza degli schiavi appena arrivati di sottrarsi e formare villaggi di maroons, tanto più quando minacciavano di unirsi a servi bianchi e indiani. Venne messo a punto un sistema di controllo capillare, sottile e crudele, sia a livello fisico (con tremende repressioni e punizioni, individuali e collettive) e psicologico. L’incubo che dominava le élite, e lo farà per tutta la storia americana, era semplicemente che i bianchi poveri si potessero unire ai neri (ed ai <em>first peoples) </em>contro i ricchi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 1676 in Virginia ci fu un caso di questo genere. La “insurrezione di Bacon”, che venne repressa con grande dispiego di uomini e mezzi, e punita in modo spietato. Bianchi poveri e neri non potevano mai agire insieme. Bacon, che organizzava bande armate per uccidere gli indiani, ai quali sottrarre la terra, venne arrestato dagli inglesi ma liberato dalla folla (nel contesto coloniale erano spesso gli immigrati poveri, affamati di terra di proprietà e disperati, a promuovere autonomamente la spinta per il genocidio dei <em>first peoples.</em> Talvolta<em> </em>il governo coloniale agiva da freno, sulla base di equilibri superiori). Allora scrisse la “<em>Dichiarazione del popolo</em>” che esprimeva al contempo odio per i <em>first peoples </em>e risentimento per i ricchi. Di qui la feroce repressione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEivL_t4jINmvIEEjKUX2zbRSa-SnIYbPIucjkfXEQSgZgEkt06rFynz2_cgw3DzbGMeZ5ivSW_zoV6k_BTSDlqAsN8SaHGpw7Z0mZUBRj8g-Aqhart0h27SYlbIHSbJlPR9kvXABk_aMPHsqxWTPY5zU0s1ONKO0IlK7NvM4O5a4wXzrySPM7CQrJ96Bhg/s320/visalli%20n4.jpg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEivL_t4jINmvIEEjKUX2zbRSa-SnIYbPIucjkfXEQSgZgEkt06rFynz2_cgw3DzbGMeZ5ivSW_zoV6k_BTSDlqAsN8SaHGpw7Z0mZUBRj8g-Aqhart0h27SYlbIHSbJlPR9kvXABk_aMPHsqxWTPY5zU0s1ONKO0IlK7NvM4O5a4wXzrySPM7CQrJ96Bhg/s1600/visalli%20n4.jpg" alt="" width="212" height="320" border="0" data-original-height="320" data-original-width="212" /></a></td>
</tr>
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<td>La rivolta di Bacon</td>
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<p>Riassumendo, la catena dell’oppressione in Virginia, nella quale all’epoca vivevano 40.000 coloni, era alla metà del Seicento e nel Settecento la seguente: “gli indiani erano depredati dai bianchi della frontiera, che erano tassati dalle élites di Jamestown, e l’intera colonia era sfruttata dall’Inghilterra, la quale comprava il tabacco dei coloni fissandone il prezzo e ricavando centomila sterline l’anno per il Re” (13).</p>
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<p>Nacque in questo contesto, sulla base delle protoideologie egualitarie importate dall’Inghilterra (“livellatori”, “diggers”, “seekers”, “ranters”, quaccheri) nel contesto della gloriosa rivoluzione della metà del Seicento (14) quella imponente immigrazione che vide i poveri andare oltremare sulla base di un contratto di servitù che durava da cinque a sette anni (e non era sempre rispettato). Poveri, già sradicati e pericolosi in patria, talvolta ex militari, che ovviamente rappresentano una minaccia. Dopo la metà del Seicento ne fanno parte anche sbandati della “gloriosa rivoluzione”, talvolta con esperienza nella New Model Army, che vengono trasportati sulle stesse navi negriere, a volte in condizioni quasi analoghe, vengono comprati e venduti e sottoposti ad abusi, ma reagiscono in modo individuale. Fuggendo o ribellandosi. Quando possono vanno all’Ovest.</p>
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<p>Questa è la scena originaria nella quale si formano le divisioni di classe, genere, razza e cultura le quali strutturano fino ad oggi la società americana. In Virginia nel 1700 le famiglie abbienti principali erano ormai 50, e vivevano in grandi piantagioni per l’esportazione del lavoro di schiavi neri, servi bianchi e sorveglianti intermedi. Vennero allora scritte costituzioni schiaviste (quella del North e South Carolina da John Locke), che istituirono e consolidarono una nuova aristocrazia di tipo pseudo-feudale nella quale alla fine 8 famiglie avevano il 40% del terreno e solo un esponente di queste aveva il diritto ad essere nominato Governatore. Non diversamente avvenne a New York ed a Boston, dove nel 1687 50 individui possedevano il 25% della ricchezza, ma nel 1770 ormai ne avevano il 40% e il 30% della popolazione maschile adulta e bianca non aveva nulla.</p>
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<p>Nel 1700 gli schiavi erano l’8% della popolazione, nel 1770 diventarono al Sud il 21%, ma gli abitanti generali, nel frattempo, erano esplosi (sia per crescita demografica autoctona, sia per immigrazione).</p>
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<p>In questo contesto gli scontri sociali si susseguirono, e resteranno alti in pratica per due secoli.</p>
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<p><em>La “rivoluzione americana”</em></p>
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<p>La crisi “rivoluzionaria” (15) utilizzò questa energia, ma fu canalizzata e sfruttata dalle élite. Le quali avevano concluso, sulla base dell’esperienza, che i <em>first peoples</em> non servivano a nulla, i negri erano docili e redditivi e i poveri bianchi invece pericolosi. Dunque, i burocrati coloniali li spingevano verso la frontiera (contro i <em>first peoples)</em> previa assegnazione a imprenditori concessionari. La meccanica era semplice e consolidata, le élite politiche definivano nuove concessioni reali nei terreni “vuoti” della “frontiera”; queste erano acquisite con anticipazioni dal sistema finanziario del Nord ed assegnate a imprenditori che le spezzettavano e rivendevano ai poveri appena arrivati; questi organizzavano carovane verso l’Ovest per prenderne possesso, ovviamente uccidendo i <em>first peoples</em> presenti. Quando andava male arriva l’esercito.</p>
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<p>Come è riassunto in un testo dell’epoca, bisogna “che gli indiani e i neri siano di freno gli uni agli altri, per evitare che dato il loro numero ampiamente superiore, veniamo schiacciati, dai primi o dai secondi” (16). Anche se talvolta andava male, nell’insieme funziona, da Bacon all’epoca rivoluzionaria si registrarono 18 sollevazioni, 6 rivolte di neri e 40 altre sommosse minori. Il razzismo fu in questo contesto un potente strumento pratico al fine di rendere possibile questa separazione e controllo. Un altro meccanismo fu la deviazione dell’energia contro un altro nemico esterno: l’Inghilterra.</p>
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<p>Nel 1776 alcuni personaggi eminenti creano quindi una nuova nazione su un’idea geniale nella sua semplicità: <em>un sistema di controllo nazionale capace di unire paternalismo a comando</em>. Venne in tal modo diretta la furia, che nasceva da lotte di classe non completamente consapevoli (a loro volta connesse, come abbiamo visto, con le tradizioni importate dall’Inghilterra seicentesca) contro le élite giuste (e non contro di loro). Peraltro, ci furono sempre molte rivoluzioni dentro la rivoluzione (17), tra questa quella dei “<em>Regolatori</em>” di Ethan Allen che in alcune contee godettero dell’appoggio di 6 persone su 7. La repressione dei “regolatori”, dove avvenne, determinò un sostanziale disinteresse alla lotta contro gli inglesi, che venne condotta soprattutto dalle classi medie (la “umanità di medio rango” di Colden) che furono cooptate al Nord agli interessi del grande commercio e della intermediazione finanziaria e fondiaria. I membri dell’associazione “<em>Sons of Liberty</em>”, ad esempio, oltre ad essere di Boston, erano tutti delle classi medie e superiori; le classi povere faticavano a farsi coinvolgere in quelle che alla fine gli sembrava (e giustamente) una guerra tra ricchi.</p>
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<p>Sarà un politico di grande talento, e capacità populista, come Patrick Henry, a trovare le parole giuste grazie ad uno stile intenzionalmente semplice e trascurato, lunghe pause, un tono emotivo al contempo preciso e vago. Grazie all’azione di questa coalizione, alla quale partecipò anche Thomas Paine, con il suo <em>Common sense</em>, del 1776, e la retorica di Thomas Jefferson, alla fine “livellatori” e “zappatori” furono marginalizzati ed estromessi dalla rivoluzione.</p>
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<p>Durante la guerra i poveri vennero in sostanza incorporati nell’esercito, e nella sua promessa di avanzamento sociale, e le terre espropriate ai “lealisti” furono intelligentemente utilizzate per creare una classe media cuscinetto, politicamente fedele al Congresso Continentale. Emersero figure come George Washington (l’uomo più ricco d’America, grandissimo proprietario terriero e di schiavi), un ricco mercante bostoniano come Hancock, un agiato stampatore come Franklin (quel che più si avvicinava nelle condizioni del tempo ad un intellettuale).</p>
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<p>Finita la guerra vennero regolati i conti con i <em>first peoples. </em></p>
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<p>Il modello che si affermò, qui non è il caso di ripetere tutta la storia, fu imposto nei dibattiti che seguirono tra le élite (Hamilton, Madison) sulla base di un accordo di fondo per il controllo di classe della situazione. E sulla base di un’alleanza sociale che vedeva favorevoli circa un terzo di piccoli proprietari ed artigiani i quali fondamentalmente volevano essere protetti dalla concorrenza inglese. Questa è la scena che portò in seguito al redde rationem della guerra civile.</p>
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<p><em><br />
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<p><em>Guerre di conquista e regolamento di conti</em></p>
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<p>Ma prima ci fu l’affermazione del “destino manifesto” ad espandersi che portò alla guerra con il Messico del 1846, provocata con una scusa. Ci fu in tal caso un serrato dibattito, nel quale Lincoln, non ancora deputato, si dichiarò favorevole e Thoureau contrario, come molti lavoratori.</p>
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<p>Si trovò a dire il senatore Johnson, mettendo a punto una retorica da allora sempre praticata:</p>
<p>“verremmo meno alla nostra nobile missione se rifiutassimo di perseguire gli alti fini che ci indirizza la saggia Provvidenza. La guerra è foriera di mali, e in ogni epoca ha dispensato morte e distruzione in grande quantità; eppure, per quanto ciò appaia imperscrutabile, l’Onnisciente Dispensatore degli eventi l’ha resa al tempo stesso lo strumento per realizzare il grande obiettivo dell’elevazione e della felicità dell’uomo. È alla luce di ciò che io aderisco alla dottrina del ‘destino manifesto’” (18).</p>
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<p>L’esercito americano, per la metà formato da immigrati recentissimi irlandesi e tedeschi che erano interessati solo al soldo, combatté e vinse alla fine una guerra molto impopolare per entrambe le parti e condotta su grandi spazi. Nel 1848 il Messico, occupata la capitale, capitolò e perse metà del paese.</p>
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<p>Nel Sud il sistema era invece imperniato sulla piantagione, ed una struttura che potrebbe essere descritta come aristocratica (che esprime nei primi decenni praticamente l’intera classe politica) che continuava a crescere sulla base del lavoro schiavistico, il quale letteralmente macinava vite. In una indagine che ci è rimasta si legge che in una piantagione nel tempo su 32 schiavi, solo 4 raggiungeranno i 60 anni, 4 i cinquanta, 7 moriranno entro i 40 e gli altri prima, ben 9 a 5 anni (evidentemente i bambini di età inferiore neppure venivano registrati). In queste condizioni erano frequenti piani clandestini per ribellarsi ed uccidere i bianchi, o fuggire. Temendo l’unione con i bianchi poveri la risposta fu di assumerli come sorveglianti, in secondo luogo imponendo una religione particolarmente adatta a spostare sull’altro mondo i desideri.</p>
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<td>Piantagione di cotone</td>
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<p>Su questa base si affermò il modello di Lincoln, che, inaugurando anche qui una tradizione, si presentava come rivoluzionario ma si appoggiava sul mondo degli affari, vestendo di abiti umanitari un mix di ricchissimi e ceti medi del Nord come propria base sociale ed elettorale.</p>
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<p>Lo scontro di interesse tra un Sud agricolo e dedito all’esportazione, ed un Nord finanziario e proto-industriale, che attraeva immigrati europei e temeva la concorrenza inglese, determinò infine la guerra civile che mobilitò molte speranze nelle popolazioni marginali, chiamate a sostenere lo sforzo bellico.  Speranze puntualmente tradite nel dopoguerra, quando le terre furono restituite ai bianchi ricchi (anche del Nord). Superando quindi la breve stagione di Grant che vide un piccolo insediamento di deputati neri, e apertura delle scuole, che ma terminò negli anni Settanta, durando meno di un decennio. Una nuova coalizione tra industriali del Nord e uomini di affari del Sud inaugurò allora l’era del carbone e dell’energia.</p>
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<p>Questo clima di speranze deluse, è quello nel quale prese la parola una nuova intellettualità che si era formata nelle scuole aperte ai neri e trovò in persone come W.E.B. Du Bois (19) i propri leader.</p>
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</tr>
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<td>Du Bois</td>
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<p>Queste sono le condizioni nella quali, dopo la repressione del movimento della valle dell’Hudson, politici “progressisti” come Andrew Jackson padroneggiarono la retorica liberale e gli atteggiamenti populisti sulla base di una ben calibrata politica dell’ambiguità che, in sostanza, però continuò ad appoggiarsi sugli strati intermedi di commercianti ed impiegati (in crescita), verso una classe lavoratrice che fu tenuta costantemente in condizioni di frammentazione ed impotenza. Cominciarono a nascere, insieme ad una società più urbanizzata, nuovi fermenti come le prime forme di organizzazione femminile e il Movimento delle otto ore. Cosa che non impedì, nella crisi del 1873, l’emergere di un nuovo e più aggressivo capitalismo dei Carnegie e Rockfeller: i “<em>Robber barons</em>”.</p>
<p>Quando partì la ripresa che farà ancora più grande e potente gli Stati Uniti, la gestione delle tensioni crescenti avvenne sulla base di quello che Zinn chiama un “<em>terrazzamento sociale</em>”, nel quale la remunerazione e il grado di sfruttamento seguiva il colore (e l’epoca di immigrazione). Seguì la meccanizzazione crescente dell’agricoltura e quindi lo spostamento della forza lavoro sull’industria e la crescita della popolazione. Ma anche l’infrastrutturazione del territorio, soprattutto ad opera delle ferrovie di Carnegie e la rete crescente di interdipendenza finanziaria.</p>
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<p><em><br />
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<p><em>Contromovimenti</em></p>
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<p>Theodore Roosevelt venne eletto in un paese nel quale si susseguivano gli scioperi ed il movimento per i lavoratori di Eugene Debs acquistava sempre più forza. Nel quale si avviò anche <em>l’Alleanza degli agricoltori</em> in Texas dalla quale nacque il movimento populista. Il <em>Partito del popolo</em> univa in una breve e piena di energia stagione repubblicani del Nord, democratici nel Sud, operai urbani e agricoltori neri e bianchi. Si trattava di uno strano partito, radicale e interraziale che venne aggredito dalle retoriche delle élite anche sotto questo profilo per inserire un cuneo tra bianchi e neri, operai ed agricoltori. Fino a che durò cerca, tuttavia, di creare una cultura indipendente; venne creato in Servizio Conferenze che arrivò ad avere 35.000 conferenzieri professionali, un enorme numero di riviste e opuscoli a stampa che si occupavano di economia, teoria politica, legge e governo, etc. una sola rivista, la “<em>National Economist</em>”, aveva 100.000 lettori.</p>
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<p>Il movimento fallì alla fine perché non riuscì mai di farsi carico di interessi che erano potenzialmente divergenti e dirigerli, non riuscì ad unire stabilmente nei e bianchi, e venne attratto e assorbito dalla politica elettorale. In sostanza progressivamente, candidato dopo candidato e leader dopo leader, venne assorbito e neutralizzato nel Partito Democratico.</p>
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<p>Continuando il suo racconto Howard Zinn ci mostra come ci sia sempre stato un nesso anche tra la chiusura della frontiera (così decisiva per la stabilizzazione sociopolitica della società americana attraversata da tensioni di crescita pericolose) e la proiezione estera. Secondo le sue parole, “il sistema del profitto, con la sua naturale tendenza all’espansione, comincia a volgere lo sguardo all’esterno” (20). La depressione del 1893 fece nascere l’idea nel sistema industriale e finanziario che la vendita all’estero poteva risolvere il sottoconsumo interno (senza obbligare ad alzare i salari e quindi ridurre i profitti), prevenendo anche il conflitto di classe. In sostanza si spostò all’esterno la tendenza a trovare un nemico e un inferiore al quale rivolgere il proprio risentimento. Come disse sinteticamente Theodore Roosevelt, “questo paese ha bisogno di una guerra”, ovviamente verso le razze “inferiori”.</p>
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<p>Ovvero verso paesi che non sanno governarsi da soli e ‘hanno bisogno di aiuto’; in sostanza una riaffermazione, fuori del continente, della dottrina del “destino manifesto”. A farne le spese inizialmente furono le Filippine che in tre anni di guerra aspra e violentissima furono occupate e piegate, passando dal dominio spagnolo a quello americano.</p>
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<p>Ma siamo anche negli anni apicali della sfida socialista, quando autori famosi come Mark Twain, Upton Sinclair, Jack London, Theodore Dreiser, Frank Norris, promuovono l’idea e, d’altra parte, si affermò il taylorismo che puntava a disinnescare la forza degli operai nelle fabbriche. I sindacati assumevano sempre maggiore forza, ma anche qui si lavorò per separare lavoratori bianchi e neri. Scriverà Du Bois, “il risultato finale di tutto questo è stato convincere il nero americano che il suo nemico peggiore non è il padrone che lo rapina, ma il lavoratore bianco suo collega” (21). Si affermarono anche organizzazioni operaie molto radicali ed efficaci, come i IWW (o “Wobblies”), i quali propugnavano un’azione diretta, senza divisioni di sesso o razza, e puntavano allo sciopero generale che espropri gli imprenditori. Un’idea basata su una forma di anarco-sindacalismo, anche se minoritario (forse diecimila militanti al massimo), ma determinato e coraggioso. Ad un certo punto i socialisti di Debs furono spinti dal loro successo a prendere le distanze dai Wobblies, i cui metodi spesso violenti, li rendevano un facile bersaglio. Non servì, perché nelle condizioni della Prima Guerra Mondiale furono repressi insieme.</p>
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<td>Eugene Debs</td>
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<p>Nacque in risposta a queste tensioni una sorta di capitalismo politico che attenuava e sopiva, che concedeva, ma per tutelare meglio gli interessi a lungo termine della classe capitalista, operando per i suoi interessi generali e prospettici, più che per quelli della singola fabbrica o industriale. Lo scopo, dice Zinn, era molto semplice e chiaro: <em>tenere a bada il socialismo</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Guerre</em></p>
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<p>Ma la lotta al socialismo non fu condotta solo dai politici dell’era progressista, un altro modo è il solito classico: la guerra. In un momento di necessità arrivò infatti a salvare la situazione la Prima Guerra Mondiale, proprio durante la pericolosa recessione del 1914. Du Bois lo vedrà in modo semplice: il capitalismo aveva bisogno di rivalità internazionale per creare una comunità artificiale tra ricchi e poveri. In realtà è un effetto secondario gradito, la crisi economica inasprì lo scontro tra capitali che si rifugiarono sotto la protezione nazionale, e lo trasformò in scontro tra sistemi di capitali nazionali e quindi nazioni. Scontro per gli “Imperi”, e quindi la proiezione protetta di capitali e aree commerciali, e scontro per regolare i debiti (22).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fatto sta che la guerra consentì anche di regolare i conti interni. Il Presidente Wilson fece arrestare Debs per tutta la guerra e annientare i IWW, arrestati e processati in massa. Seguiranno le misure contro l’immigrazione dal Sud e dall’esterno, con la parziale incorporazione della forza lavoro nera nelle fabbriche del Nord e dopo il crollo del ’29 la rivolta dei reduci, il New Deal, la TVA e l’inquadramento dei sindacati (23). Il dopoguerra wilsoniano fu anche l’epoca della retorica anticoloniale (che, in realtà, era rivolta contro le colonie tedesche e solo quelle), promossa da un paese che, ricorda Zinn, tra il solo 1900 e 1933 era intervenuto a Cuba 4 volte, in Nicaragua 2 volte, a Panama 6 volte, Guatemala 1 volta, Honduras ben 7 volte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Seconda Guerra venne combattuta contro il nazifascismo, anche se durante l’intero periodo intermedio la preoccupazione di tutte le potenze Occidentali era piuttosto di fermare il comunismo. Lo dimostra l’atteggiamento nella Guerra di Spagna e comunque quello verso le potenze dell’Asse, solo con molta riluttanza designate come nemici. Questo, sia detto tra parentesi, fornisce uno sfondo anche alle esitazioni di Chamberlain, che vedeva il nemico a Mosca, non a Berlino. La guerra si combatté comunque con la solida determinazione, distruzione sistematica delle città inclusa, e risolse anche problemi sociali interni. Alla fine, servì, e quindi venne stabilizzata nella cosiddetta “Guerra fredda” (questa volta contro l’avversario giusto).</p>
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<p><em><br />
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<p><em>Rivolte e muri di gomma</em></p>
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<p>Seguiranno la rivoluzione cinese, la guerra di Corea, le lotte per la decolonizzazione fino agli anni Sessanta inoltrati. Sul fronte interno la mobilitazione connessa con il riarmo, la crociata di Mc Carty e la dottrina del “pericolo evidente ed immediato”, la crescita del budget militare da 12 Mld nel 1950 a 45 nel 1960, fino a 80 nel 1970. Ormai negli anni Cinquanta e Sessanta il paese visse una sorta di economia di guerra permanente e si sentiva ormai sotto saldo controllo da parte delle sue élite.</p>
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<p>Ma, durante gli anni tra la metà dei Sessanta ed i Sessanta avvenne l’esplosione sociale e politica della quale lo stesso Zinn fu testimone e protagonista. Iniziarono i neri, con le rivolte a Montgomery e l’emergere di grandi leader come King e Malcom X, tutti uccisi ovviamente non appena si radicalizzarono (Martin Luther King muore non appena comincia a parlare contro la guerra del Vietnam e la povertà). Dopo la <em>Grande marcia</em> del 1963 Kennedy cercò di riassorbire il movimento nella “<em>Coalizione democratica</em>”, come a suo tempo fatto con successo con il <em>Partito Populista</em>. In sostanza riuscì, ma per un poco ci furono movimenti divergenti, come quello di Huey Newton e le <em>Black Panther</em>, i cui leader furono assassinati in modo specifico e mirato. Oppure la <em>League of Revolutionary Black Workers</em>.</p>
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<p>Emerse quindi il grande movimento pacifista contro la Guerra del Vietnam (una guerra coloniale nella quale gli Stati Uniti avevano preso il posto dei francesi) nella quale furono impiegate sette milioni di tonnellate di bombe (il doppio della Seconda guerra mondiale), e l’azione di grandi personaggi come Muhamad Alì. L’apice della protesta si ebbe nel 1970, prima del ritiro americano nel 1975.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci saranno anche molte altre mobilitazioni di diversi settori della società americana: le donne, i <em>first peoples (24), </em>le lotte nelle carceri nelle quali troverà la morte George Jackson. Una generale rivolta contro “modi di vivere oppressivi ed artificiosi”, che si esprime in tutto: dall’abbigliamento alla musica (con autori come Bob Dylan e Joan Baez, tra gli altri). Cominciò a declinare la fiducia diffusa nel governo. Ne furono segno giurie popolari sempre più ribelli, che assolsero Angela Davis e altri membri delle Black Panther. Il momento più basso si ebbe con la crisi per le dimissioni di Nixon.</p>
<p>Che, tuttavia, furono, al contempo una deviazione di attenzione.</p>
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<div><em><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhsoYeSdiKxXco6MTPiAJqZEdDx97YY4w-GfVfqHR0DKv48E9Y8gpYKi7gDPHqD__1IrGUWlIpKkTs6Max-jgjlv-GsbrNAPmkWjySbyGRRVEl1l0zs68EBpaV7GpMyumovoqXVFijd7AjvoR3GSJ4OquCX_Q1fhiPCz0fgtzzPea7uTQn2ibmtakZPq2s/s320/visalli%209.jpg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhsoYeSdiKxXco6MTPiAJqZEdDx97YY4w-GfVfqHR0DKv48E9Y8gpYKi7gDPHqD__1IrGUWlIpKkTs6Max-jgjlv-GsbrNAPmkWjySbyGRRVEl1l0zs68EBpaV7GpMyumovoqXVFijd7AjvoR3GSJ4OquCX_Q1fhiPCz0fgtzzPea7uTQn2ibmtakZPq2s/s1600/visalli%209.jpg" alt="" width="263" height="320" border="0" data-original-height="320" data-original-width="263" /></a></em></div>
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<p><em><br />
</em></p>
<p><em>La controffensiva</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di qui partirà la controffensiva neoliberale. Avremo la <em>Commissione Trilaterale</em> con Huntington, la destabilizzazione del Cile, la controffensiva in America Latina e ovunque possibile, il tentativo di riconquista e riassorbimento attraverso una sorta di “populismo dall’alto”. Per la terza volta, dopo “<em>l’era progressista</em>” e la “<em>nuova frontiera</em>”, si giocò la carta di un membro ricchissimo dell’establishment che si vestì da uomo del popolo come fece l’aristocratico Patrick Henry nel 1700. Toccò ad un ricchissimo imprenditore di arachidi del Sud, Jimmy Carter, vestirsi da contadino e costruire un richiamo populista. Scelto per il ruolo da Rockefeller e Brzezinski, Carter introdurrà un pacchetto sofisticato di apparenti riforme e potenziamento delle spese militari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Seguirà il cambio di cavallo rappresentato da Reagan, che fece crescere ulteriormente il divario nella società americana e assistette all’inizio della disgregazione dell’Urss, cosa che gli consentì maggiore spazio di manovra per avventure come l’interferenza con i Sandinisti in Nicaragua, l’invasione di Grenada, l’uccisione di Oscar Romero in San Salvador, e poi, con il successore ed ex presidente Bush la prima guerra in Iraq (un vecchio e fedele alleato mediorientale, fattosi ingombrante).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poi verrà Clinton con la sua retorica progressista e sostanza conservatrice, le sue contraddizioni, la sua svolta decisa verso l’internazionalizzazione dei capitali, la “terza via” e la riforma del welfare, l’eliminazione dei sussidi, la lotta neoliberale allo “Stato interventista” e poi, la Somalia, il Nafta, gli attacchi alla Jugoslavia al momento della dissoluzione sovietica. L’avvio della spinta ad Est della Nato, Seattle.</p>
<p>Verrà allora Bush Junior, con l’elezione rubata, l’11 settembre e la “Guerra al terrorismo”, le nuove avventure militari e i “Neocon”, l’Afghanistan. Tutti i fallimenti che fanno parte del declino americano di questi tempi (25).</p>
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<p><em>Le tecniche, dividere e nascondere</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al di là di ogni valutazione il punto del libro è che il sistema americano riesce sempre ad esercitare il più ferreo controllo dividendo e incorporando, distribuendo qualcosa a quanto basta per avere uno scudo e impedire che si sommino troppe forze ostili. Mette sempre gli uni contro gli altri, i piccoli proprietari contro chi non ha nulla, i neri contro i bianchi, i nati in America contro gli immigrati, i vecchi immigrati contro i nuovi, i professionisti contro i non istruiti, le città contro le campagne, il Nord contro il Sud, l’Est contro l’Ovest, i giovani contro gli altri e tutte le minoranze contro tutte (una delle ultime tecniche (26)).</p>
<p>L’importante è che non si veda la frattura principale, <em>tra chi ha troppo e chi non ha niente</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un esempio di questa attitudine dell’establishment anglosassone (e americano in primis) di cogliere ogni opportunità per silenziare e neutralizzare le sfide sistemiche, sostituendole se del caso con meno pericoloso ribellismo individuale, in particolare estetico, è rintracciabile nella trasformazione del <em>Movimento dei diritti civili</em>, che tanta preoccupazione fece prendere negli anni Sessanta all’FBI, in un movimento molto meno solido di risegregazione identitaria. Giovani avvocati come Derrick Bell si convinsero che le lotte contro la segregazione erano state in fondo utili al potere. E che, con le sue parole, “il razzismo è una parte integrante, permanente e indistruttibile di questa società [americana]” (27). Nel contesto della disillusione post-moderna verso le “grandi narrazioni” e il correlato “universalismo illuminista” (anche, se non soprattutto, della tradizione marxista che era il vero bersaglio) (28), la nuova strategia non era essere tutti eguali, <em>ma tutti diversi</em>. Creare diritti differenziati che favorissero alcuni gruppi svantaggiati, risarcendoli sul piano simbolico e spesso linguistico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa idea si contamina con quella di “intersezionalità”, promossa da Kimberlé Crenshaw, con la sua “<em>Teoria critica della razza</em>”. L’idea, apparentemente plausibile, è che ogni individuo si forma all’incrocio di diversi attributi, secondo un’individuale ed irripetibile costellazione di identità, come proposto da Donna Haraway. Dunque una donna nera, o un omosessuale latinoamericano (è ovviamente irrilevante se ricco o povero), non possono essere capiti se non da altre donne nere e omosessuali latinoamericani. Non sfugge che secondo questa strana logica ogni mobilitazione generale è impossibile, e soprattutto lo sono quelle per ragioni economiche. Non per caso queste teorie nascono nelle più ricche università americane, da persone certamente non di classe popolare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo la sintesi di un anziano Edward Said (29), questa idea portante, che la vittimizzazione di gruppi identitari fornisca un qualche accesso privilegiato alla virtù, non garantisce l’umanità, “attestare una storia di oppressione è necessario ma non sufficiente, fino a che quella storia non è ricodificata nel processo intellettuale e universalizzata per includervi tutti i sofferenti” (30). In altri termini fino a che non è inserita nel contesto della produzione sociale dell’oppressione che altri vivono, se pure diversamente, e in un progetto di riscatto che li coinvolga. O, per dirlo in altro modo, “nonostante quanto pensano Lyotard e i suoli accoliti, ci troviamo ancora in una periodo di grandi narrazioni, di drammatici scontri culturali e di spaventose guerre”, le cose vanno quindi collocate “nel più ampio contesto” e non solo dipendere “da una professionalità tecnica o dalla stantia ‘giocosità’ della critica postmoderna, con il suo altezzoso spregio per qualsiasi cosa che non sia gioco locale o pastiche” (31). L’autore palestinese, che tanta parte ebbe nella formazione del paradigma, in questi ultimi scritti protesta contro quella particolare “pedagogia dell’apartheid” ed esaltazione del particolarismo, che impedisce in radice che “un maggior numero di persone possa beneficiare dei vantaggi per secoli negati alle vittime delle discriminazioni di razza, classe e genere”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Grazie a trucchi simili, trovati con istinto sicuro, alla fine l’America riesce sempre ad indicare una bella casa amena su una collina, mentre all’ombra di questa distrugge e tortura, schiavizza e incarcera, bombarda tutti e sempre (ma in modo “intelligente”), dichiarandosi aggredito, obbliga tutti a regole che lui stesso non rispetta e cambia ogni volta vuole, fa e disfa alleanze, designa nemici esistenziali e “nuovi Hitler” con i quali fa patti prima, combatte in mezzo e li rifà dopo. Tradisce gli amici, ogni volta possibile. Tradisce soprattutto gli amici, perché li considera inferiori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si comporta da impero, ma sempre, attentamente, “riluttante”. Obbligato, malgrado la propria modesta inclinazione, da un “destino manifesto” che non ha scelto. <em>Che gli viene da Dio</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Conclusione, lo spirito premoderno di un paese di frontiera</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché una nazione imperiale, che è nata sulla spinta delle componenti più disperate e radicali della rivolta religiosa seicentesca, innestando sul giano bifronte del liberalismo che abbiamo visto parlando del libro della Elkins sull’eredità di violenza dell’Impero britannico (32), ha un tono veterotestamentario. Qualcosa che, come vedremo leggendo Taubes (33), è radicalmente antipaolino. Riporta l’universalismo, conformemente ad una postura anglosassone implicita, al nomos ed all’ethos, alla Gerusalemme ed al popolo eletto. Paolo intendeva, invece, fondare un popolo e contestando al contempo l’universalismo romano e la comunità etnica ebraica. Nella “teologia politica negativa” paolina l’autorità viene sempre dall’amore per il prossimo. L’altro da sé. Ed è un movimento orizzontale che passa per il crocifisso, ovvero passa per l’indigenza (l’imperfezione, la finitezza). Per ciò che è proprio dell’uomo e ha sempre a che fare con l’amore che, esso solo, consente l’attivazione di quel movimento tramite il quale accedere alla perfezione. L’uomo nella antropologia paolina, e in quella cristiana al suo meglio, non è mai un ‘io’, ma sempre un ‘noi’. All’universale non si arriva per un movimento interno di dispiegamento, come l’espansione di una dote, di un possesso, ma si arriva perché ci si apre. Per l’evento, nel quale ci si contamina (34), si sa perdere sé stessi (così, e solo così, trovandosi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il carattere veterotestamentario dell’universalismo imperiale americano promana dalla stessa esibizione della violenza nuda, alla quale ci ha abituato dentro e fuori, ogni qual volta si renda necessario. Le analisi di Jan Assmann, in <em>Non avrai altro Dio (35), </em>e nelle altre opere (36) mostrano come la “semantica culturale” (37) americana pratica la relazione tra la violenza ‘necessaria’ e levatrice non in relazione al tema della sovranità, quanto della trascendenza. In relazione alla missione divina. Diventa allora una questione della verità. Pratica, e profondamente tanto più quanto meno se ne avvede (come ogni habitus acquisito alla nascita), la “distinzione mosaica” (38). Impone alla costruzione americana, figlia di tante diaspore individuali e di gruppo, di distinguere il vero dal falso. Cosa che rende quella americana un’enorme “Cultura di enclave” nel senso dell’antropologa Mary Douglas. Qualcosa che è autoevidente, determina una cornice di vita comune, e anche individuale, la quale si contrappone naturalmente ad altri stili di vita tanto profondamente da poter uccidere per essa in modo assolutamente ovvio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma tutta questa energia, questa determinazione e questa violenza è posta a servizio. Diventa una forma che rende possibile la stabilità dello sfruttamento, sentendosene innocenti. In sostanza da un certo punto di vista la costruzione americana è un capolavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p>(1) Scrisse il primo libro contro la guerra, <em>Vietnam. The logic of  Whitdrawal</em>, Beacon Press, 1967.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(2) Howard Zinn, <em>Storia del popolo americano, dal 1492 ad oggi</em>, Il Saggiatore 2017 (ed. or. 1980).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(3) Nato nel 1474 e morto nel 1566 è stata una straordinaria figura di teologo e vescovo spagnolo strenuamente impegnato nella difesa dei nativi americani, e successivamente anche dei neri importanti in sostituzione. Fondamentale fu la sua partecipazione al dibattito del 1550 di Valladolid, nel quale il suo avversario fu Juan Ginés de Sepulveda. Il testo principale è Bartolomé de Las Casas, <em>Brevissima relazione della distruzione delle indie</em>, Marsilio 2012 (ed. or. 1552).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(4) Zinn, cit., p. 25</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(5) David Graeber, David Wengrow, <em>L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità</em>, Rizzoli 2022.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(6) Graeber, cit., p. 61 e seg.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(7) Graeber, p. 67</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(8) Si veda, Paul E. Lovejoy, <em>Storia della schiavitù in Africa</em>, Bompiani 2019 (ed. or. 2012); Howard French, <em>Africa. E la nascita del mondo moderno</em>, Rizzoli, 2023; Zeinab Badawi, <em>Storia Africana dell’Africa</em>, Rizzoli, 2024.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(9) Si veda, Francesca Canale Cama, Amedeo Feniello, Luigi Mascilli Migliorini, <em>Storia del mondo. Dall’anno 1000 ai giorni nostri</em>, Laterza, 2019, pp. 579 e seg.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(10) Christopher Hill, <em>Il mondo alla rovescia. Idee e movimenti rivoluzionari nell’Inghilterra del Seicento</em>, PGreco, 2023.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(11) Hill, op.cit., p. 38.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(12) Un tema, questo, di enorme complessità per un approccio al quale rimando ad Alessandro Visalli, <em>Classe e Partito. ridare corpo al fantasma del collettivo</em>, Meltemi, 2023, cap. 3, Mutamenti, p. 103 e seg.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(13) Zinn. p. 52</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(14) Si veda, Christopher Hilll, <em>Il mondo alla rovescia. Idee e movimenti rivoluzionari nell’Inghilterra del Seicento</em>, op.cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(15) Mi permetto di rinviare anche ad Alessandro Visalli, <em>Classe e Partito. ridare corpo al fantasma del collettivo</em>, Meltemi, 2023, cap. 2, Rivoluzioni, p. 60 e seg</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(16) Zinn, p. 65(17)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(17) Alan Taylor, <em>Rivoluzioni americane. Una storia continentale, 1750-1804</em>, Einaudi, 2017 (ed. or. 2016).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(18) Zinn, p. 166.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(19) Grande intellettuale e militante nero, in realtà con sangue africano, olandese, francese e haitiano, nato nel 1868 e morto nel 1963.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(20) Zinn, p. 313. Per una lettura di questa tendenza si veda, Alessandro Visalli, <em>Dipendenza</em>, Meltemi 2020.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(21) Zinn, p. 347.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(22) Si veda, ad esempio, Niall Ferguson, <em>Il grido dei morti</em>, Oscar, 2014,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(23) Fasi descritte anche nel mio <em>Dipendenza</em>, op.cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(24) Si veda, Aram Mattioli, <em>Tempi di rivolta. Una storia delle lotte indiane negli Stati Uniti</em>, Einaudi, 2024.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(25) Gli altri, Obama, Trump, Biden, ancora Trump sono fuori del libro, perché l’autore è morto nel 2010 e sostanzialmente termina con le immediate conseguenze del 11 settembre 2001, Afghanistan prima dell’Iraq. Non parla della seconda guerra in Iraq e non della crisi del 2008. Non dei due fallimenti di entrambe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(26) Si veda Yascha Monk, <em>La trappola identitaria. Una storia di potere e di idee del nostro tempo</em>, Campi del Sapere, 2023.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(27) In Yascha Monk, <em>La trappola identitaria.</em>, cit., p. 59-</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(28) Non è difficile riconoscere una linea genealogica precisa tra l’emergere, tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, di idee riprese dagli autori della ‘critica della ragione’ formatisi negli anni Trenta tra le due guerre, e il loro consolidarsi e diventare dominanti negli anni Ottanta, quando il marxismo subisce un autentico tracollo. Quando gli autori della svolta postmoderna criticano le “grandi narrazioni” e “l’illuminismo”, in realtà stanno attaccando l’idea di rivoluzione ed il marxismo-socialismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(29) Edward Said, <em>Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi</em>, Feltrinelli, 2008 (ed. or. 2000).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(30) Said, cit., p. 437.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(31) Idem.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(32) Caroline Elkins, <em>Un’eredità di violenza.</em> <em>Una storia dell’imparo britannico</em>, Einaudi Torino 2024 (ed. or. 2022).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(33) Jacob Taubes, <em>La teologia politica di San Paolo</em>, Adelphi 1997 (ed. or. 1993).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(34) Questa grande parola la uso nel senso di Derrida.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(35) Jan Assmann, <em>Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il linguaggio della violenza</em>, Il Mulino, 2007.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(36) an Assmann, <em>Verso l’unico Dio. Da Ekhnaton a Mosè</em>, Il Mulino 2018 (ed. or. 2014); Jan Assmann, <em>Dio e gli dei. Egitto, Israele e la nascita del monoteismo</em>, Il Mulino, 2009.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(37) Per come la descrive Assmann “le grandi narrazioni e le differenziazioni principali con cui una società si orienta nello spazio e nel tempo e che rendono impresse nei miti fondatori, nei simboli, nelle immagini e nei testi letterari della propria tradizione”, in <em>Non avrai altro Dio</em>, cit., p. 29.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(38) Termine centrale della interpretazione di Assmann, per la quale la trasposizione che Mosè pratica dalla esperienza imperiale del suo tempo (Assiria ed Egitto) tra la vera e la falsa religione, tra vecchio e nuovo, che separa e distingue un “popolo che dimora a parte” (Nm 23, 9). Si veda Assmann, <em>Dio e gli dei</em>, cit., p.189.</p>
<p>(39)</p>
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		<title>Per costruire il socialismo del secolo XXI non serve rileggere il passato con le vecchie categorie</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Oct 2024 15:54:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per costruire il socialismo del secolo XXI non serve rileggere il passato con le vecchie categorie Serve analizzare il presente da prospettive inedite In merito a uno scambio epistolare fra il sottoscritto e gli amici del Forum Italiano dei Comunisti di Carlo Formenti &#160; Da qualche tempo gli amici del Forum italiano dei comunisti mi hanno [...]]]></description>
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<h1></h1>
<h1>Per costruire il socialismo del secolo XXI non serve rileggere il passato con le vecchie categorie</h1>
<h2>Serve analizzare il presente da prospettive inedite</h2>
<h3>In merito a uno scambio epistolare fra il sottoscritto e gli amici del Forum Italiano dei Comunisti</h3>
<h4>di <strong>Carlo Formenti</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da qualche tempo gli amici del Forum italiano dei comunisti mi hanno inserito in una loro mailinglist. Qualche settimana fa mi hanno inviato un file che contiene un libro di Roberto Gabriele che ha lo stesso titolo del mio blog (lo potete scaricare al seguente <a href="https://www.ambienteweb.org/204/08/10/socialismo-nel-xxi-secolo/">indirizzo</a>). Mi hanno chiesto di darne un giudizio critico e di stendere eventualmente una prefazione (o una postfazione) in vista della pubblicazione che, se ho ben inteso, è prevista dopo l&#8217;estate in corso. Ho letto con attenzione il testo in questione, tuttavia, a mano a mano che procedevo nella lettura sono passato da una benevola aspettativa (dovuta al fatto che gli amici del Forum, rispetto alla galassia dei partitini, gruppi e gruppuscoli neocomunisti residuati dallo sfascio di PCI, PdRC e cespugli vari, hanno almeno il merito di rifiutare la scorciatoia di una illusoria riaggregazione per sommatoria dell&#8217;esistente), a una profonda irritazione, dovuta al fatto che, ancora una volta, l&#8217;attenzione si concentra prevalentemente sul passato alla ricerca di errori e tradimenti e di un mitico &#8220;filo rosso&#8221; che marcherebbe la continuità di un genuino orientamento comunista dal <em>Manifesto</em> del 1848 ai giorni nostri. Sull&#8217;onda di tale irritazione ho risposto all&#8217;invito di cui sopra con la mail che riproduco quasi integralmente qui di seguito (solo con qualche minima correzione e integrazione).</p>
<p>(&#8230;) ho la sensazione che tutti voi di area neo-post comunista leggiate poco o almeno con poca attenzione le cose che vado scrivendo sul blog e/o sui miei libri. Altrimenti vi sareste resi conto che sono lontanissimo dal taglio memorialista-nostalgico di approcci come quello di Gabriele (e di molti, ahimè quasi tutti, gli altri amici del giro). Per essere brutalmente franco e per semplificare al massimo:</p>
<p>1) non credo più da tempo che esista qualcosa come il socialismo “scientifico” di cui si parla nel libro.</p>
<p>Lukacs, Gramsci e molti altri (come il benemerito, almeno sul tema in questione, Preve) hanno chiarito una volta per tutte che quella di Marx (meno quella di Engels) è una <strong>filosofia della prassi </strong>che non pretende di desumere presunte “leggi” del processo storico (Marx lo ha esplicitamente negato in varie occasioni e Lukàcs vi ha calato sopra la pietra tombale nel suo capolavoro <em>L&#8217;ontologia dell&#8217;essere sociale). </em>Ogni altra opinione in merito è ciarpame scientista e positivista, a partire dalle oscene teorizzazioni di Stalin sul cosiddetto materialismo storico e dialettico. Il metodo marxiano consente di cogliere “tendenze” non “leggi” nel processo storico e di definire “possibilità” e non previsioni, né tanto meno certezze, in merito a processi storici che sono largamente contingenti e imprevedibili;</p>
<p>2) Quando sento parlare dello sviluppo delle forze produttive come condizione “oggettiva&#8221; imprescindibile per la transizione al socialismo metto mano alla pistola, dato che la cruda realtà (TUTTE le rivoluzioni socialiste vittoriose sono avvenite in paesi “arretrati” e TUTTE quelle sconfitte in paesi industrialmente avanzati) impone di buttare a mare questa idiozia;</p>
<p>3) non esiste una sorta di filo rosso che vada dal <em>Manifesto</em> del 1848 alla rivoluzione russa del 17 a quella cinese del 49 al dopo Mao: quella storia è fatta di infinite contraddizioni, errori, conflitti (di classe e non solo ideologici) avanzate, ritirate, disfatte, vittorie ecc. da cui non si possono estrarre giudizi e valutazioni univoche;</p>
<p>4) quanto a Lenin: manca la consapevolezza del suo approccio ERETICO e non restauratore dell’ortodossia marxista, che è poi ciò che gli ha consentito di vincere nel &#8217;17, così come manca una seria riflessione sul significato della NEP, sulla difesa del capitalismo di stato come fase necessaria della transizione e altre cose che rendono il pensiero di Lenin inassimilabile al rigido e rozzo schematismo staliniano;</p>
<p>5) infine non ne posso più di ricostruzioni della catastrofe comunista come effetto del tradimento revisionista (il 56 di Krusciov, la svolta di Berlinguer, ecc. mentre su Togliatti si tende perlopiù a sorvolare). Sarebbe piuttosto ora di capire CHE COSA HA RESO POSSIBILI QUEI COSIDDETTI TRADIMENTI, per riflettere su difetti che stavano nel manico…</p>
<p>Insomma l’intera teoria rivoluzionaria è da ripensare guardando assai più a ciò che è avvenuto nel secondo dopoguerra nel resto del mondo, piuttosto che nella nostra miserabile Europa</p>
<p>* * * *</p>
<p>Mi rendo conto che il lettore del blog, non avendo letto il testo di Gabriele (cosa che può fare seguendo il link sopra riportato) può sentirsi spiazzato dall&#8217;asprezza della mia critica. Tuttavia potrà meglio afferrare l&#8217;oggetto del contendere prendendo visione della doppia replica a firma, rispettivamente, di Paolo Pioppi e dell&#8217;autore del testo da me criticato, Roberto Gabriele, nonché della mia successiva controreplica.</p>
<p>* * * *</p>
<h4> <strong>La mail di Pioppi</strong></h4>
<p>Caro Formenti,</p>
<p>ti ringrazio della tua risposta che ho girato a Gabriele che probabilmente vorrà rispondere a modo suo. Per quanto mi riguarda non mi turba la franchezza né i toni da sfogo di cui ti scusi che sono anzi benvenuti se servono a dissipare gli equivoci. Ed equivoci mi sembra che ce ne siano parecchi, visto che ci metti nel mucchio dei neo-post comunisti o dei cultori di una sterile ortodossia, cioè di quelli che sono sempre stati bersaglio delle nostre critiche.</p>
<p>Ho letto con attenzione (quella certo limitata di cui sono capace) i tuoi due volumi su guerra e rivoluzione e non è certo un caso se ho chiesto a te di leggere ed eventualmente commentare il libretto che vogliamo stampare. Penso invece che tu ti sia limitato ad ‘annusare’ il nostro scritto con un approccio pregiudiziale che ti fa percepire la puzza di cose che non ti piacciono.</p>
<p>Il nostro scritto infatti cerca di mettere il dito non sulla continuità di una inossidabile dottrina ma al contrario proprio sulla necessità di spiegare i momenti di rottura sia nell’URSS (sottolineando che non basta denunciare revisionismo e tradimenti, ma bisogna anche spiegare perché hanno avuto il sopravvento) sia in Cina, dove polemizziamo con la tendenza a passar sopra ai conflitti e alle clamorose contraddizioni attraversate per arrivare alla situazione attuale, limitandosi a fare i propagandisti del socialismo con caratteristiche cinesi come se questo di per sé risolvesse i problemi che abbiamo di fronte in Italia (tipico il ruolo assunto da Marx XXI in questo senso).</p>
<p>Vedi Formenti, noi non siamo analfabeti e qualche lettura l’abbiamo fatta, però non siamo accademici e può darsi, anzi è sicuro, che qualche espressione utilizzata non sia stata sufficientemente chiarita. E’ il caso dell’espressione “socialismo scientifico” che tanto ti scandalizza (&#8220;non credo più da tempo &#8211; scrivi &#8211; che esista qualcosa come il socialismo ‘scientifico’ di cui si parla nel libro&#8221;). Sicuramente quell’espressione, che aveva un senso ben preciso di contrapposizione all’utopismo, che peraltro viene anche valorizzato da Marx come precursore, va storicizzata, anche alla luce dell’ambiguità della scienza oggi in piena luce. Però Marx è stato un grande scienziato, come tale mai soddisfatto delle conclusioni raggiunte e come altri grandi scienziati ha lasciato un’eredità da cui è impossibile prescindere per chi cerca di comprendere il processo storico in atto. Forse è meglio parlare di materialismo storico, come propone già nel titolo il nostro libretto, analizzando sotto questa luce la storia del movimento comunista internazionale o perlomeno facendo l&#8217;elenco ragionato delle questioni da affrontare. Il tutto non con spirito nostalgico, ma con l’occhio al presente e alle contraddizioni attuali, come testimoniano le ultime 20 pagine sulle prospettive del socialismo nel XXI secolo e il post scriptum.</p>
<p>Con Gramsci e Labriola puoi chiamare se vuoi il materialismo storico &#8220;filosofia della prassi&#8221; cioè della produzione umana collettiva non solo dei beni materiali ma anche di tutti gli aspetti sovrastrutturali della società. Più semplicemente noi abbiamo sottolineato nel primo capitolo la coesistenza in Marx dello scienziato e del rivoluzionario e seguito nei capitoli successivi gli sviluppi, certo non lineari, di questa attenzione al reale e alle sue contraddizioni e dell&#8217;essere insieme rivoluzionari, che manca in alcuni prestigiosi &#8216;marxisti&#8217;, e accompagna invece soggettivamente i protagonisti attivi e creativi della grande trasformazione del modo di produzione capitalistico del quale Marx scienziato aveva saputo individuare le caratteristiche di fondo e la caducità. In questo c&#8217;è, eccome, un &#8216;filo rosso&#8217; da riscoprire e non per nostalgia di un irripetibile passato.</p>
<p>In questo passato c&#8217;è, e occupa un posto di grande rilievo, Stalin. Nelle tue parole, sia pure con il beneficio d’inventario della calura agostana e di altri problemi, si avverte grande disprezzo per la sua figura, e in questo non fai nessuno sforzo di presa di distanza dal mainstream. Ebbene noi non siamo mai andati in giro con le icone di Stalin, così come col libretto rosso di Mao. Quella di &#8220;stalinisti&#8221; del resto è un&#8217;etichetta che di solito viene appiccicata ad libitum dagli avversari e ormai è spesso sostituita senz’altro da quella di &#8220;comunisti&#8221;. Noi abbiamo applicato un metodo diverso, ponendo a ogni passaggio la questione delle diverse possibilità che si presentavano concretamente e della giustezza o meno delle scelte compiute per le quali, come sempre avviene nella storia, non esistevano risposte prefabbricate. Questo metodo va applicato tra l&#8217;altro anche per la questione della NEP in cui qualcuno crede oggi di vedere la soluzione di tutti i problemi della rivoluzione, senza considerare le controindicazioni e scordandosi tra l&#8217;altro che la Cina è partita avvantaggiata dall&#8217;esperienza sovietica. Quanto ai trotskisti, sempre pronti a montare in cattedra, e scontando il fatto che gli epigoni di Trotski sono anche peggio dell’originale (leggere per credere gli spropositi attuali sul sionismo), ci immaginiamo cosa sarebbe successo della rivoluzione russa se Lenin nonostante tutto non fosse riuscito a prevalere su Trotski (e sugli altri tra cui Bucharin) sulla pace di Brest? &#8230;</p>
<p><strong>Paolo Pioppi</strong></p>
<p>(mi scuso con Pioppi se non ho riportato anche l&#8217;ultimo paragrafo della sua mail, ma i suoi contenuti erano irrilevanti rispetto ai temi della discussione)</p>
<p align="center">* * * *</p>
<h4><strong>Una messa a punto sul comunismo reale</strong></h4>
<p><strong>Risposta a una lettera di Carlo Formenti</strong></p>
<p>Di fronte al carattere &#8216;eretico&#8217; della mail inviata da Carlo Formenti in risposta alla nostra richiesta di scrivere una prefazione all’opuscolo <em>&#8216;Per una interpretazione materialistica della storia del movimento comunista&#8217;</em> siamo costretti a fare una difesa d&#8217;ufficio del movimento comunista così come noi lo intendiamo, anche se questo rafforzerà in lui l&#8217;idea del carattere &#8216;memorialistico-nostalgico&#8217; della nostra posizione.</p>
<p>Non vogliamo lanciare anatemi &#8211; non è questa la fase &#8211; ma ribadire con forza una posizione, che peraltro ricorre in tutto il testo del nostro opuscolo, che ci sembra l&#8217;unica che possa darci la chiave interpretativa dell’attuale fase storica e insieme anche fornire ai comunisti la lucidità di affrontare i drammatici avvenimenti che sono di fronte a tutti.</p>
<p>Andiamo alla sostanza delle questioni poste da Formenti. Esiste un ‘socialismo scientifico’ a cui i comunisti possono fare riferimento per capire le contraddizioni del capitalismo e impostare la loro strategia? Formenti sostiene di no e introduce il concetto di &#8216;tendenze&#8217; e non di &#8216;leggi&#8217; rispetto a come Marx ha definito la questione. Possiamo pure passare il tempo a disquisire su questo, ma per noi è la sostanza che prevale sulla forma. In altre parole, non esiste un movimento comunista che non basi la sua azione su una interpretazione scientifica dei fenomeni storici su cui fondare la propria strategia.</p>
<p>Che cos&#8217;è il <em>Manifesto</em> del 1848? Che cos&#8217;è <em>Il Capitale</em> in cui Marx analizza la dinamica del sistema capitalistico? Cos&#8217;è infine la concezione materialistica della storia a cui Marx ed Engels hanno dedicato parte delle loro opere? Per noi questa è la base scientifica su cui poggia la continuità del movimento comunista e, pur criticando gli schematismi interpretativi che hanno caratterizzato la fase emmellista di almeno una parte del movimento comunista, ribadiamo con Lenin che <em>‘senza teoria nessuna rivoluzione è possibile’</em> e le fonti della teoria per noi sono quelle che abbiamo citato.</p>
<p>Col secondo punto della sua risposta ci sembra che il compagno Formenti abbia fatto un vero e proprio scivolone interpretativo, equivocando sul senso di ciò che abbiamo scritto e finendo per fare affermazioni che non reggono all&#8217;analisi dei fatti.</p>
<p>Ci riferiamo a quella parte della lettera in cui dice che gli viene la voglia di portare la mano alla pistola quando sente parlare di sviluppo delle forze produttive come condizione del passaggio al socialismo, dal momento che le rivoluzioni socialiste vittoriose hanno avuto luogo, senza eccezione, in paesi “arretrati” e certamente non nelle punte avanzate dello sviluppo. Quindi, sembrerebbe dire Formenti, che c&#8217;entra la rivoluzione con lo sviluppo delle forze produttive?</p>
<p>Dov&#8217;è dunque l&#8217;abbaglio? Formenti dimentica due cose: l’esperienza cinese e la natura della crisi che ha portato al crollo del socialismo in URSS e nei paesi socialisti europei. Ambedue pongono, eccome, la questione delle forze produttive. Nel caso della Cina è più che evidente che la sconfitta della rivoluzione culturale e la vittoria di Deng Xiaoping sono avvenute proprio sulla questione dello sviluppo delle forze produttive, cioè sul modo di accelerare un processo di crescita economica che diventava decisivo per la sopravvivenza del socialismo. D&#8217;altro canto, per quanto riguarda l&#8217;URSS e i paesi socialisti europei, il crollo è avvenuto per l&#8217;incapacità del gruppo dirigente del PCUS di avviare quelle trasformazioni che potevano essere in grado di bloccare una crisi interna che ha portato poi alla controrivoluzione.</p>
<p>I fatti storici hanno dimostrato che, in presenza di un polo imperialista molto attivo, la questione dell&#8217;equilibrio economico con il sistema capitalistico egemonizzato dagli USA è una delle sfide decisive per i comunisti che sono al potere se vogliono costruire il socialismo. Non solo, ma la forza economica della Cina e la rete dei Brics sta scavando la fossa all&#8217;imperialismo occidentale a guida americana. C&#8217;entra tutto questo con lo sviluppo delle forze produttive?</p>
<p>Formenti se la prende con coloro che attribuiscono la crisi del movimento comunista ai ‘tradimenti’ di Krushev, Togliatti, Berlinguer e quant’altri e sostiene che bisognerebbe invece guardare alla situazione oggettiva per capire quei tradimenti. Peraltro, aggiunge, bisognerebbe anche distogliere lo sguardo dalla nostra &#8216;miserabile Europa&#8217; e capire ciò che è avvenuto e sta avvenendo nel resto del mondo.</p>
<p>Ebbene, intanto &#8211; e questo nell’opuscolo è ben sottolineato &#8211; non siamo tra quelli che si accaniscono sul termine ‘revisionismo’, fattore puramente ideologico, nell&#8217;interpretazione dei fatti storici di cui stiamo parlando. Infatti, aldilà degli anatemi, bisogna contestualmente spiegare perché l&#8217;URSS è crollata e il PCI si è autoliquidato. In tutto questo ovviamente c&#8217;entra anche la responsabilità dei Krushev o degli Occhetto, come anche il riconoscimento che, aldilà delle cause oggettive, bisogna parlare di <strong>controrivoluzione</strong>, come in Francia a suo tempo si parlò del Termidoro.</p>
<p>Non si può passare oltre a queste cose guardando da un&#8217;altre parte e riprendere il discorso sulla rivoluzione comunista da zero. Bisogna guardare all&#8217;insieme del processo storico che i comunisti hanno attraversato e ritrovare il ‘filo rosso’ della loro azione nella lotta per la trasformazione sociale.</p>
<p>Quello che è avvenuto in questa &#8216;miserabile Europa&#8217; negli anni&#8217;90, a Est come a Ovest, interessa tutto il movimento comunista, non solo per le conseguenze che ne sono derivate, ma per il fatto che si tratta di un punto critico dello sviluppo del movimento comunista, con cui fare i conti proprio rispetto all&#8217;analisi teorica.</p>
<p>Per concludere, non meniamo scandalo per la lettera di Carlo Formenti e pensiamo che sui temi a cui fa riferimento dobbiamo ritornarci sopra e confrontarci, data anche l&#8217;assenza di discussione nell&#8217;area comunista. Senza però perdere la bussola, che per noi è rappresentata dall&#8217;esperienza storica del movimento comunista e dalle elaborazioni teoriche che l&#8217;hanno accompagnata. Dai critici del movimento comunista reale aspettiamo ancora una dimostrazione pratica dell&#8217;efficacia della loro azione. Perciò ci atteniamo a Hegel quando afferma che il reale è razionale.</p>
<p><strong>Roberto Gabriele</strong></p>
<p>* * * *</p>
<h4> <strong>La mia controreplica</strong></h4>
<p>Non dobbiamo “perdere la bussola”? Magari l’aveste persa anche voi, come io mi sforzo di fare da qualche anno con i miei modesti mezzi intellettuali, assieme a pochi altri sopravvissuti al naufragio del comunismo occidentale! Se infatti la bussola con cui vi orientate è quella che traspare dai vostri scritti, cari amici e compagni, posso solo invitarvi a buttarla a mare. Ma vediamo alcune questioni di fondo (schematicamente, perché non posso riscrivere le centinaia di pagine che ho dedicato al tema).</p>
<p>Prima però alcuni riferimenti che ritengo imprescindibili per chiunque voglia ragionare sulla realtà storica che ci troviamo di fronte: 1) Lukacs (non quello di “Storia e coscienza di classe”, che lui stesso ha liquidato con la battuta “allora ero più hegeliano di Hegel”, bensì quello del capolavoro “Ontologia dell’essere sociale”); 2) Arrighi (tutti gli ultimi scritti, ma in particolare “Adam Smith a Pechino”) 3) qualcosa di Preve (quello dell’84 non quello sul comunitarismo); qualcosa di Losurdo (non quello che ha scritto che i comunisti dovrebbero imparare dalle cose migliori del liberalismo); 4) Zhok (vedi la “Critica della ragione liberale); 5) Visalli (vedi l’analisi delle teorie della dipendenza da Baran-Sweezy al quartetto Amin, Arrighi, Wallerstein, Frank); 6) alcuni scritti di Vladimiro Giacché sulla transizione al socialismo; infine volendo immodestamente auto citarmi, i miei scritti su Lukacs (in particolare “Ombre rosse” e l’introduzione alla nuova edizione dell’Ontologia). Ciò posto (ovviamente non è mia intenzione indurvi a leggere quanto appena elencato, che serve solo a rendere più chiaro, ove interessi, il mio punto di vista) procedo per punti.</p>
<p>Senza teoria niente rivoluzione? Certo, basta intendersi sul significato del termine teoria…Perché se per teoria si intende il cosiddetto “socialismo scientifico” non metto forse le mani alla pistola ma sicuramente le metto nei capelli. Allora: non credo che esistano una scienza borghese e una scienza proletaria (gli scienziati sovietici che lo pensavano hanno partorito mostri come le teorie di Lysenko sull’evoluzione). La scienza moderna è una ed è un miscuglio inestricabile di conoscenze oggettive sul mondo e di interessi di classe che, in molti casi e recentemente in misura crescente, inficiano in tutto o in parte quelle conoscenze. Dopodiché Lukacs e altri hanno chiarito una volta per tutte che il pensiero di Marx non fa parte della scienza in questione (ne fanno semmai parte le sue interpretazioni di stampo illuminista-positivista, particolarmente in campo economico).</p>
<p>L’unica scienza riconosciuta da Marx, scrive Lukacs, è <strong>la storia.</strong> Ma attenzione non si intende qui quell’obbrobrio staliniano che è il diamat (materialismo storico e dialettico) che ha partorito l’altra scemenza dei “cinque stadi” (per inciso questo è stato il prodotto – purtroppo complice Engels – dell’ambizione di costruire una “scienza unificata” di storia, natura e società), per cui è esclusa a priori l’idea dell’esistenza di qualcosa come la “necessità” storica (le cosiddette leggi storiche): l’analisi storica non fa previsioni a priori sul futuro ma scopre a posteriori le dinamiche (le tendenze) che hanno prodotto determinati esiti del processo storico (per inciso Marx, in una lettera polemica al recensore russo del <em>Capitale</em>, ha esplicitamente negato di aver voluto individuare le leggi universalmente valide del processo storico: il testo è riportato nell’antologia “India, Cina Russia” pubblicato nel 1960 dal Saggiatore).</p>
<p>Se poi volessimo estrarre dal <em>Manifesto</em> del 48 la descrizione di simili leggi peggio mi sento: si tratta di un testo ultra datato e pieno di previsioni clamorosamente sbagliate (la riduzione delle classi al binomio capitale e lavoro, la negazione del potenziale rivoluzionario delle masse contadine, la teoria dell’impoverimento progressivo e, last but not least la globalizzazione: la tesi che entusiasma gli apologeti dell’impero a stelle e strisce alla Negri ma che l’indiscutibile inversione di tendenza in atto sta falsificando). Tale giudizio potrebbe essere esteso a molti altri testi canonici, a eccezione di gran parte del <em>Capitale</em>.</p>
<p>Il punto è che Marx non era “marxista”, non era cioè scienziato e in fondo (checché ne dica Preve che gli dà addirittura la patente di idealista) non era nemmeno un filosofo (vedasi le glosse a Feuerbach), la sua era piuttosto (gli ultimi a capirlo in Italia, prima che lo ribadisse Lukacs, furono Labriola e Gramsci, da aggiungere all’elenco di letture di cui sopra) <strong>filosofia della prassi </strong>che sfuggiva all’opposizione metafisica fra idealismo e materialismo ma leggeva la realtà concreta in funzione della lotta di classe. Per cui era disponibile ad riformulare di volta in volta la teoria in base a tale analisi concreta (vedasi l’ipotesi, in totale contrasto con precedenti affermazioni, della possibilità di una transizione diretta al socialismo delle comunità contadine russe senza passare dalle forche caudine del capitalismo, ripresa dai marxisti latinoamericani e africani per valorizzare il potenziale anticapitalista di certe comunità originarie: cfr. Linera, Dussel, Cabral, ecc.).</p>
<p>Passiamo alla questione delle forze produttive. Qui è curiosa la vostra lettura dei “fatti” (i quali, notoriamente, se osservati con gli occhiali sbagliati danno esiti alquanto bizzarri). I fatti ci dicono che delle teorie di Marx ed Engels sulla transizione al socialismo (vedasi ciò che ne scrive Giacché) non resta oggi pietra su pietra. In primis resta il “fatto” che nessun paese industriale avanzato ha fatto (a parte i tentativi abortiti del primo dopoguerra) la rivoluzione (perché i rispettivi proletariati sono stati felicemente integrati dal sistema), mentre questa è avvenuta negli “anelli deboli” (Lenin docet) ed ha avuto come protagoniste le larghe masse contadine alleate a proletariati in formazione e piccole borghesie urbane.</p>
<p>Dopodiché cosa ci dice il successo cinese? Ci dice che per reggere all’impatto dell’accerchiamento capitalistico è stato necessario reintrodurre il mercato, e non solo nelle campagne, ma anche nella grande industria. La società cinese è oggi una società di mercato, in cui lo stato-partito mantiene il controllo sulla finanza e su alcuni settori chiave e impedisce alla borghesia di accedere al potere politico. Si tratta di un sistema misto storicamente del tutto inedito, che nessuno aveva previsto e che il solo Arrighi ha iniziato ad analizzare seriamente (valorizzando le specifiche caratteristiche storico-culturali della nazione cinese). Lenin aveva avuto intuizioni analoghe ai tempi della NEP (sviluppate solo in parte dato che la situazione socioeconomica russa era assai diversa da quella cinese di mezzo secolo dopo). Non ho qui spazio per ragionare sulle analogie con gli esperimenti delle rivoluzioni bolivariane e di quelle nelle colonie portoghesi.</p>
<p>E l&#8217;Unione Sovietica? Credete seriamente che il crollo sia stato dovuto al fatto che ha perso la corsa allo sviluppo delle forze produttive con l’occidente capitalistico? La rapidità con cui è emersa una società ombra che ha rapidamente assunto il controllo della nazione, dell’economia, della cultura, ecc. non vi suggerisce alcunché? Certo si è trattato di controrivoluzione, ma non di un golpe di burocrati e revisionisti venduti, <strong>non esiste controrivoluzione senza radici di classe! </strong>Le classi in Russia, malgrado le rimozioni del regime, non sono mai sparite e le classi borghesi hanno sfruttato gli interstizi del sistema per preparare la propria rivincita, che hanno celebrato non appena ne hanno avuto l’occasione (regalatagli da una classe dirigente incapace di leggere la composizione sociale e le dinamiche del proprio paese).</p>
<p>Sorvolo su Stalin (il merito di avere sconfitto il nazismo lo darei piuttosto all’eroico patriottismo del suo popolo e all’abilità dei generali sopravvissuti alle sue purghe) perché non credo che la sua “opera” offra seri spunti di discussione teorica. Ça suffit per ora (mi sono dilungato fin troppo), concludo dicendo che temo non vi siano “fili rossi” da recuperare e che non concluderemo alcunché se non riconoscendo che siamo all’anno zero e che il compito più urgente non è scrutare nel passato, perché non vi troveremo risposte per le concretissime e terribili sfide che abbiamo di fronte, ma analizzare il presente con strumenti nuovi.</p>
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		<title>DODICI PROVOCAZIONI PER UN RINNOVAMENTO DEL MARXISMO</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 17:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<h1></h1>
<h1>Interessante intervento di Carlo Formenti</h1>
<h1></h1>
<h1>Dodici provocazioni per un rinnovamento del Marxismo</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CARLO FORMENTI</strong></p>
<p><strong><em></em><br />
</strong></p>
<p><strong><em>Premessa. Un bilancio critico e autocritico dopo 20 anni di ricerca di una casa politica</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>A cavallo del cambio di secolo, di fronte all’approfondirsi della crisi globale (il crollo dei titoli tecnologici al Nasdaq preannunciava la catastrofe finanziaria del 2007/2008), al precipitare del reddito e delle condizioni di vita dei lavoratori e all’acuirsi dei conflitti geopolitici, ho avvertito l’urgenza di riprendere la militanza politica attiva, dopo essermi a lungo impegnato esclusivamente nella ricerca teorica. </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Alla fine dei Sessanta, dopo avere militato in alcuni gruppi maoisti e contribuito alla nascita del Gruppo Gramsci, ho intrapreso la carriera sindacale nella federazione unitaria dei meccanici,  interrotta nel 1974. Nella seconda metà dei Settanta, dopo una breve esperienza in Autonomia, mi allontanai  dalla politica attiva, demotivato dal riflusso delle lotte operaie e dall’evoluzione del PCI e dei partitini della sinistra extraparlamentare, i quali, pur seguendo traiettorie diverse, convergevano verso il postmodernismo liberale. Nei decenni seguenti mi sono limitato a svolgere la professione di giornalista, saggista e ricercatore universitario (caporedattore del mensile “Alfabeta”,  autore di diversi libri dagli  Ottanta ai primi del Duemila, infine ricercatore all’Università di Lecce). </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Il primo passo verso la ripresa di un impegno politico diretto è stato un prudente tentativo di avvicinamento a Rifondazione Comunista tramite la mediazione dell’amico Piero Manni, editore leccese nonché consigliere regionale del Partito. Il rapporto si è interrotto nel 2013, dopo il coinvolgimento di Rifondazione nel cartello elettorale Rivoluzione Civile, che proponeva il giudice Ingroia come “front runner”. Nell’occasione spiegai ai compagni (che avevano adombrato una mia possibile candidatura) che consideravo indigesta l’ammucchiata con forze genericamente “progressiste”, incompatibili con il progetto di ricostruire un partito di classe in Italia. </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Qualche anno dopo, ho immaginato che la Rete dei Comunisti (organizzazione di cui apprezzavo il lavoro nel sindacato di base USB e la gestione delle lotte per la casa alla periferia di Roma, e con la quale condividevo l’obiettivo dell’uscita dall’Unione Europea) potesse incarnare un progetto politico alieno alle sirene elettoraliste e impegnato a costruire un’organizzazione rivoluzionaria di classe. Aderii quindi ad Eurostop (associazione fondata dalla Rete). Me ne sono allontanato dopo la scelta di convergere nel cartello di Potere al Popolo in vista delle elezioni politiche del 2018. Mi dissociai per due motivi: il cedimento alle smanie elettoralistiche distraeva energie dall’obiettivo del radicamento nei territori e nei luoghi di lavoro; inoltre la convergenza con soggetti appartenenti all’area delle sinistre post autonome riproponeva la logica delle liste “arcobaleno”, annacquando la lotta per la difesa della sovranità popolare e aprendo la porta a mediazioni opportunistiche con le culture “politicamente corrette”.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>In seguito mi ero convinto che la lotta di classe, dopo la disgregazione delle classi subalterne provocata da decenni di offensiva liberista e dal tradimento delle sinistre, avesse assunto la forma spuria dei populismi, con varianti di destra e di sinistra. Da un lato, alcune esperienze latinoamericane prospettavano la possibilità di usare il populismo come fase intermedia verso una nuova forma socialista, dall’altro cresceva il rischio che a fungere da contenitori della rabbia sociale fossero i populismi di destra, capaci di camuffarsi dietro parole d’ordine di sinistra. Di qui la necessità di riappropriarsi di slogan e parole d’ordine “dirottati” dalle destre, e di puntare alla costruzione di un blocco sociale fra lavoratori e classi medie impoverite, tenendo conto del fatto che gli strati popolari nutrivano un crescente risentimento  nei confronti delle sinistre impegnate a difendere esclusivamente interessi, bisogni e diritti di individui e gruppi minoritari per intercettare il consenso dei ceti medio-alti e dei residenti dei centri urbani gentrificati. Così ho contribuito alla fondazione  dell’associazione Nuova Direzione, dalla quale mi sono allontanato un anno più tardi, avendo capito che non esistevano i presupposti per trasformarla in un rinnovato progetto socialista.</em></p>
<p><em>Preso atto che l’unico obiettivo praticabile era impegnarsi in un paziente lavoro di ricostruzione della coscienza di classe, mi sono chiesto quali requisiti avrebbe dovuto soddisfare una forza politica capace di affrontare tale impresa. Li ho sintetizzati in cinque punti: 1) considerate le connotazioni negative assunte dalla parola, tale forza politica non dovrebbe dichiararsi di sinistra bensì chiaramente comunista; 2) dovrebbe legittimare tale etichetta, da un lato svolgendo un lavoro teorico di aggiornamento del marxismo, liberandolo dalle incrostazioni dogmatiche, dall’altro mettendo radici nei luoghi di lavoro e di studio e nei territori; 3) dovrebbe prendere le distanze dall’ideologia antistatalista e antipolitica dei movimenti post sessantottini, chiarendo che lo stato non è solo lo strumento delle classi dominanti, ma anche il terreno dello scontro fra gli interessi e le idee di tutte le classi sociali, per cui la conquista del potere resta un obiettivo irrinunciabile per qualsiasi forza che si definisca comunista; 4) dovrebbe opporre al cosmopolitismo borghese, che è la cifra del progressismo di sinistra, l’internazionalismo proletario inteso come rapporto di solidarietà fra proletari e popoli oppressi e sfruttati nella comune lotta contro l’imperialismo, ribadendo che la sovranità popolare non può prescindere dalla sovranità nazionale, visto che nessun popolo privato della propria sovranità può decidere liberamente del suo futuro; 5) di fronte a una situazione che vede gli Stati Uniti e l’Europa impegnati a costruire una “santa alleanza” contro la Cina, la Russia e tutti i Paesi che non accettano i diktat occidentali, dovrebbe assumere una coerente posizione antimperialista, contro la NATO e la UE. </em></p>
<p><em>Tre anni fa, su sollecitazione di alcuni compagni di Milano iscritti al Partito Comunista diretto da Marco Rizzo, presi visione delle tesi del loro precedente congresso e mi parve che contenessero posizioni compatibili, se non sovrapponibili, con i punti appena elencati, per cui ho accettato, vincendo la mia idiosincrasia nei confronti delle competizioni elettorali, di candidarmi alle elezioni municipali di Milano. Ho avuto modo di pentirmene quasi subito, vista la svolta decisa da Rizzo, il quale, pagando il prezzo di una serie di scissioni che hanno falcidiato il numero degli iscritti, ha deciso di dare vita a Democrazia Sovrana e Popolare, formazione in cui convergono, assieme ai resti del suo partito, gruppi ed esponenti dichiaratamente di destra, ancorché provenienti dalla cosiddetta  “destra sociale”. </em></p>
<p><em>L’ultima tappa di questa ardua ricerca di una casa politica è stata un&#8217;esperienza che ho seguito con interesse e simpatia, e alla quale ho partecipato attivamente, nata dal tentativo degli amici della rivista Cumpanis di avviare un processo di unificazione fra i vari gruppi di “reduci” e fuorusciti dai diversi partitini della galassia neo comunista; processo che ha portato alla nascita, prima del Centro Studi Domenico Losurdo, del quale sono stato nominato co-presidente, poi del Movimento per la Rinascita  Comunista, che verrà presentato pubblicamente il prossimo 11 maggio a Roma.  </em></p>
<p><em>Mi trovo ora a dover spiegare perché non sarò presente in quella occasione. Potrei accampare ragioni di salute (affatto prive di fondamento) ma non è mio costume mascherare il dissenso con simili scuse, quindi preferisco essere chiaro. Il pletorico (più di 200 pagine!) documento preparatorio ha l’ambizione di affrontare praticamente tutti i temi teorico-politici oggi sul tappeto: dal rischio imminente di una nuova guerra mondiale, all’attualità della categoria di imperialismo; dalla crisi della globalizzazione economica, alla costituzione di un fronte mondiale anti imperialista; dal ruolo guida che la Cina e gli altri socialismi del secolo XXI svolgono in questo fronte, all’analisi degli attuali scenari di guerra (Ucraina e Palestina in primis); dal rilancio delle parole d’ordine fuori dall’Europa e fuori dalla NATO, all’analisi del conflitto di classe oggi in Italia; dalla crisi istituzionale del nostro Paese, all’attacco alla Costituzione del 48, ecc. ecc.). Ambizione che mi pare francamente al di là delle attuali capacità di elaborazione teorico politica del movimento che lo ha prodotto. Nel testo ho trovato tracce dei cinque requisiti sopra elencati, ma anche parti connotate da nostalgie e dogmatismi. Ciò non sarebbe motivo sufficiente per sottrarmi, con atto di presunzione e arroganza, al confronto delle idee, se non fosse che trovo inaccettabile la precipitazione con cui si è voluto dare al movimento lo status organizzativo di un vero e proprio partito (tesseramento, una piramide gerarchica che sale dalle cellule di base alle federazioni territoriali, al comitato di coordinamento e alla segreteria nazionali, il tutto condito dall’immancabile evocazione del centralismo democratico, oltre che non giustificato dalla consistenza numerica dell&#8217;organizzazione). Una scelta a dire poco prematura che sancisce di fatto la nascita dell’ennesimo mini partito che va ad affiancarsi alle altre formazioni neo comuniste, saltando il lento e faticoso processo intermedio di maturazione, radicamento ed elaborazione teorica che deve precedere una simile decisione. </em></p>
<p><em>Resto disponibile a partecipare al dibattito in tutte le sedi in cui gli amici riterranno opportuno coinvolgermi, a partire dalle iniziative del Centro Studi Domenico Losurdo (se e quando uscirà dal letargo in cui versa da alcuni mesi), anche se non potrò più esserne presidente perché la salute non me lo consente. Come primo contributo, pubblico qui di seguito queste  “Dodici provocazioni per  un rinnovamento del marxismo” che penso aiutino a spiegare meglio le mie divergenze rispetto al progetto del Movimento Rinascita Comunista e più in generale verso l’intera galassia neo comunista italiana (e più in generale occidentale).</em></p>
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<p><strong>I</strong>. <strong>Contro il determinismo storico</strong>. Non esiste alcuna necessità immanente al processo storico (nessuna presunta “legge) che consenta di affermare che la fine del capitalismo e l’avvento del socialismo sono eventi ineluttabili. Benché lo stesso Marx lo abbia più volte ribadito (vedi la polemica con il traduttore russo del <em>Capitale</em>, il quale gli attribuiva l’intenzione di descrivere le fasi storiche che ogni nazione e ogni civiltà deve attraversare per approdare al modo di produzione capitalista e poi a quello socialista), e benché l’ultimo Lukacs abbia dedicato larga parte della <em>Ontologia dell’essere sociale </em>a spiegare come il processo storico sia imprevedibile e come le cause che hanno fatto sì che abbia imboccato una determinata direzione piuttosto che un’altra siano afferrabili solo <em>post festum</em>, la visione determinista/meccanicista della storia (di cui la formula delle tre fasi – feudalesimo, capitalismo, socialismo – canonizzate dal diamat staliniano è esempio paradigmatico) ha continuato a essere un elemento caratterizzante della cultura socialcomunista. I suoi corollari sono, fra gli altri, i dogmi economicista ed evoluzionista che indicano nella contraddizione “oggettiva” fra forze produttive e rapporti di produzione la causa fondamentale della fine necessaria e inevitabile del modo di produzione capitalista.</p>
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<p><strong>II. Contro il mito delle forze produttive</strong>. Una delle smentite più clamorose della tesi che associa la possibilità della rivoluzione socialista a un elevato livello di sviluppo delle forze produttive ci viene dagli eventi storici dell&#8217;ultimo secolo. Tutte le rivoluzioni socialiste riuscite sono avvenute in Paesi &#8220;sottosviluppati&#8221; o in via di sviluppo, fra Asia e America Latina, laddove i tentativi rivoluzionari in Paesi industrialmente avanzati si sono conclusi con la sconfitta delle classi subalterne. I dirigenti della II Internazionale avevano proclamato l&#8217;impossibilità che il tentativo bolscevico nella Russia &#8220;arretrata&#8221; andasse a buon fine, così come i trotskisti predissero che, in assenza di una rivoluzione vittoriosa in Occidente, la rivoluzione russa non avrebbe potuto durare. L&#8217;ironica battuta di Gramsci che scrisse che i bolscevichi avevano fatto una rivoluzione &#8220;contro il Capitale di Marx&#8221; è la migliore introduzione alla formidabile innovazione teorica introdotta da Lenin. Con la tesi dell&#8217;attacco &#8220;all&#8217;anello debole della catena&#8221;, Lenin ha infatti colto una verità fondamentale: a spianare la strada alla rivoluzione proletaria sono &#8211; più delle crisi e dei conflitti economici &#8211; le crisi politiche (guerre, lotte fra le classi dominanti, impasse istituzionali, ecc.) che indeboliscono la capacità di dominio politico, ideologico e culturale (la capacità egemonica) delle élite, opportunità che possono essere colte solo se esiste un&#8217;adeguata leadership rivoluzionaria. Il leninismo coincide quindi con la rivalutazione del peso del fattore soggettivo (l’autonomia del politico) nel processo storico. Di solito si ribatte che solo la presenza di &#8220;condizioni oggettive&#8221; favorevoli consente il successo, altrimenti ogni tentativo rischia di scadere nel volontarismo, nel soggettivismo, nel putschismo, ecc. Giusto, a condizione che il riferimento alle condizioni oggettive non serva a far rientrare dalla finestra i dogmi economicisti ed evoluzionisti.</p>
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<p><strong>III.</strong> <strong>Contro l&#8217;esaltazione acritica di scienza e tecnologia</strong>. La visione che attribuisce un ruolo strategico allo sviluppo delle forze produttive come fattore  di per sé progressivo ha fatto sì che la cultura marxista abbia ereditato la tendenza positivista all&#8217;esaltazione acritica della scienza e della tecnologia. Il movimento socialcomunista non è riuscito a integrare nel proprio patrimonio culturale i contributi filosofici, scientifici ed ideologici che, nel corso dell&#8217;ultimo secolo, hanno smontato il mito della &#8220;neutralità&#8221; della scienza e della tecnologia, dimostrando come i modelli epistemici di queste discipline teoriche e i loro prodotti incorporino i rapporti di forza fra dominanti e dominati incarnando gli interessi, gli obiettivi e i bisogni dei primi a spese dei secondi. Il giudizio positivo che sia Lenin che Gramsci diedero dei metodi tayloristi di organizzazione del lavoro sono un esempio evidente in tal senso. E un esempio ancora più clamoroso sono i deliri di autori come Antonio Negri e André Gorz che hanno esaltato la rivoluzione digitale come un fattore in grado di democratizzare l&#8217;economia, le relazioni sociali, il sistema politico e persino l&#8217;organizzazione del lavoro, anche dopo che la concentrazione monopolistica nei settori dell&#8217;high tech e della New Economy ha inequivocabilmente dimostrato come queste tecnologie e i loro modelli di razionalità contribuiscano potentemente a elevare i tassi di sfruttamento della forza lavoro, a ridurre l&#8217;occupazione e a colonizzare (americanizzandolo) l&#8217;immaginario delle nuove generazioni. Ovviamente ciò non significa negare a priori l&#8217;utilità dei prodotti della scienza e della tecnica. Il nodo cruciale consiste nel superare la visione ingenua secondo cui basterebbe riappropriarsi delle conoscenze scientifiche e tecnologiche incorporate nell&#8217;apparato produttivo per far sì che, una volta socializzate, esse si convertano automaticamente in altrettanti strumenti per la costruzione del socialismo.</p>
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<p><strong>IV.</strong> <strong>Le rivoluzioni come freno a mano del treno della storia</strong>. Se si analizzano senza pregiudizi le motivazioni che hanno consentito di volta in volta alle avanguardie rivoluzionarie di mobilitare le larghe masse popolari contro il potere capitalistico-borghese si scopre che, come scrisse Walter Benjamin descrivendo la rivoluzione come l&#8217;atto di &#8220;tirare il freno a mano della storia&#8221;, si è trattato in larga misura di motivazioni conservative, piuttosto che progressiste. I popoli sono insorti contro la colonizzazione capitalistica di tutti gli aspetti della vita sociale allo scopo di renderli funzionali al processo di valorizzazione, contro la distruzione dei legami tradizionali di tipo sociale, storico, affettivo, culturale. L&#8217;idea che il capitalismo svolga una funzione progressiva &#8220;liberando&#8221; l&#8217;individuo dai lacci e laccioli comunitari che ne limitavano l&#8217;autonomia e l&#8217;iniziativa, benché se ne possano trovare tracce in Marx (soprattutto nel <em>Manifesto</em>), è un&#8217;idea sbagliata che incarna l&#8217;ideologia e le aspirazioni delle classi medie &#8220;riflessive&#8221;, piuttosto che i bisogni e gli interessi delle classi lavoratrici. Non si capisce altrimenti perché, come ricordato al punto 2), ad avere successo siano state le rivoluzioni dei Paesi in lotta contro il dominio imperialistico &#8211; coloniale e neocoloniale -, dei Paesi metropolitani, rivoluzioni che hanno avuto come protagoniste le larghe masse contadine, classi operaie di recente proletarizzazione (a loro volta di origine contadina), borghesie nazionali che difendevano le radici storico-culturali delle comunità locali contro il tentativo di integrarle nel mercato mondiale. Leader come Lenin, Mao, Ho Chi Min, Castro, ecc. hanno capito e interpretato questi sentimenti popolari, hanno cioè capito che la rivoluzione è conservativa e locale prima che innovativa e cosmopolita. Ciò vuol dire che la rivoluzione è per definizione impossibile nei paesi &#8220;avanzati&#8221;, &#8220;civilizzati&#8221; da secoli di dominio capitalistico? No, ma in tali Paesi essa appare più difficile, a meno che non si diano condizioni di gravissima crisi egemonica (politica, culturale, istituzionale) oltre che economica delle élite dominanti, condizioni in cui gli effetti distruttivi dell&#8217;economia capitalistica suscitano l’aspirazione di dar vita a un mondo alternativo.</p>
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<p><strong>V.</strong> <strong>Contro l’ideologia progressista</strong>. Le tesi precedenti convergono nell&#8217;affermare che la rivoluzione socialista non è un evento &#8220;progressista&#8221;. Intanto perché non esiste un&#8217;idea di progresso condivisa da tutte le classi sociali, come ha finito per credere il marxismo occidentale. L&#8217;idea di progresso si basa sul presupposto (confutato nei punti precedenti) che la storia consista in una serie di fasi evolutive orientate appunto in senso &#8220;progressivo&#8221;. In particolare, si basa sul presupposto che la rivoluzione socialista rappresenti la continuazione di quella democratico-borghese della quale realizzerebbe compiutamente quei valori e principi che quest&#8217;ultima ha confinato nell&#8217;ambito dei diritti individuali e civili, senza estenderli all&#8217;ambito delle relazioni sociali ed economiche. Posto che Marx fu fiero oppositore dei cosiddetti diritti universali dell&#8217;uomo (che definiva come diritti dell&#8217;homo oeconomicus, ritagliati sull&#8217;individuo proprietario), la ragione fondamentale per cui la rivoluzione socialista non può essere la continuazione di quella borghese consiste nel fatto che la classe capitalistica conquista il potere politico nel momento in cui si è già impadronita del potere economico, mentre la classe proletaria non detiene potere alcuno, per cui la sua rivoluzione deve necessariamente marcare una discontinuità, un momento di rottura radicale del continuum temporale (un &#8220;balzo di tigre&#8221;, come scrisse Benjamin). Rompere con l&#8217;idea illuministico borghese di progresso implica rompere con i concetti borghesi di democrazia e libertà strettamente associati a tale idea. Sulla democrazia tornerò più avanti, quanto all’idea di libertà, il punto di vista marxista sul tema, fondato sulla distinzione fra <em>libertà da </em>(la libertà negativa dell’individuo dai vincoli imposti dalla politica) e <em>libertà di </em>(la libertà positiva di imporre alle “leggi” del mercato i limiti fissati dalla comunità), è stato a lungo la via maestra che ha sbarrato la strada all’opportunismo. Venuta meno questa distinzione, non vi è stato più alcun argine capace di impedire lo slittamento progressivo verso l’ideologia liberale. Slittamento che ha coinciso con la progressiva mutazione della base sociale della sinistra, sia moderata che “radicale”, fino alla situazione attuale che vede la totale coincidenza fra sinistra dei diritti (beninteso “universali” e rigorosamente individuali!) e classi medio-alte dei centri urbani gentrificati. Le sinistre liberal progressiste ignorano sistematicamente i diritti sociali delle classi lavoratrici (che considerano conservatrici e reazionarie per i loro istinti “politicamente scorretti”) e si schierano altrettanto sistematicamente con le nazioni occidentali impegnate a combattere contro i regimi “totalitari” in nome della democrazia e dei diritti universali dell’uomo (l’una e gli altri identificati con i principi, i valori e le procedure del mondo occidentale e quindi tutto meno che universali).</p>
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<p><strong>VI</strong>. <strong>Il socialismo del secolo XXI oltre l’utopia ottocentesca.</strong> Lo straordinario successo delle rivoluzioni cinese e vietnamita, oltre che i più avanzati tentativi rivoluzionari dell’America Latina, mettono in discussione il modello di società socialista formulato da Marx ed Engels negli ultimi decenni del XIX secolo e rimasto sostanzialmente immutato fino al crollo dell’Unione Sovietica. Quel modello prevedeva, fra le altre cose, il superamento in tempi relativamente brevi degli scambi di mercato su base monetaria, la nazionalizzazione integrale di banche e grandi imprese, nonché il progressivo trasferimento della loro gestione alla libera cooperazione fra lavoratori. Di più, la transizione al comunismo veniva immaginata in forme non molto dissimili da quelle ipotizzate da socialisti utopisti e anarchici: estinzione dello stato ed emancipazione totale dei soggetti da qualsiasi forma di alienazione ed estraneazione. E’ evidente che il socialismo in stile cinese è quanto di più lontano da tale modello. Il mercato svolge un ruolo strategico nella relazione fra i vari settori dell’economia, a partire dallo scambio fra città e campagna, e nella distribuzione di beni e redditi fra i cittadini. Tutto ciò avviene tuttavia sotto lo stretto controllo politico da parte dello stato-partito, che non solo non si estingue ma ha svolto, svolge e presumibilmente svolgerà per tempi lunghissimi un ruolo strategico nel rapido e continuo miglioramento dei livelli di vita  dei cittadini (800 milioni di persone strappati alla povertà in tempi brevissimi), che vieta alla borghesia nazionale di tradurre in potere politico la ricchezza accumulata, che proietta sul piano globale la propria capacità egemonica (politica, economica, culturale) assemblando sotto la propria leadership un poderoso fronte antimperialista che ha impedito all’impero a stelle e strisce di estendere il proprio dominio sull’intero pianeta. E’ fondamentale che la teoria marxista cominci a interrogarsi sui limiti della visione classica del socialismo: possiamo immaginare un mondo in cui tutte le contraddizioni spariranno, non saremmo così vicini al concetto di fine della storia, incompatibile con la concezione materialista? Infine no  si tratta di sostituire il modello classico della transizione al socialismo con il modello cinese: la rivoluzione cinese non incorpora un paradigma universale, è un evento unico e irripetibile in cui una storia e una tradizione millenarie assai diverse da quelle occidentali (no feudalesimo, burocrazie imperiali centralizzate, diffusa consapevolezza del bene comune legata alle filosofie confuciana e taoista, ecc.) hanno svolto un ruolo non meno determinante del marxismo -leninismo. Lo stesso dicasi delle forme peculiari che la democrazia ha assunto in Cina, a dimostrazione che la tesi secondo cui ogni Paese che raggiunge un elevato livello di sviluppo economico deve necessariamente imboccare la via della democrazia in stile occidentale è del tutto falsa. La Cina non è un Paese “totalitario”, è un Paese i cui cittadini misurano il grado di democrazia del proprio sistema politico in base alla capacità di promuovere il benessere delle masse e non in base al rispetto di astratte procedure formali. Anche su questo terreno, i comunisti occidentali  sono chiamati a sviluppare una propria specifica concezione di democrazia socialista, senza accettare passivamente la tradizione borghese e senza pensare di ”copiare” quella cinese.</p>
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<p><strong>VII</strong>. <strong>Sovranità nazionale e socialismo</strong>. La sinistra condanna la sovranità nazionale in quanto arbitraria, repressiva, autoritaria, “di destra” e ne invoca il superamento da parte di istituzioni sovranazionali, senza rendersi conto che queste ultime incarnano una “sovranità al quadrato” ben più arbitraria, autoritaria e antidemocratica. Contro questa visione occorre ribadire che sovranità nazionale non vuol dire necessariamente nazionalismo, e che distinguere fra interno ed esterno non vuol dire necessariamente xenofobia, bensì volontà di definire lo spazio in cui i cittadini possono liberamente decidere in merito alle scelte che influiscono sulla loro vita. Il dibattito marxista sulla questione nazionale è stato lungo e articolato fino agli anni Settanta del Novecento, dopodiché la (presunta) fine dell’epoca coloniale ha fatto sì che le sinistre occidentali trasformassero il tema in un tabù politico, accusando chi lo riesumava di essere terzomondista, reazionario e nazionalista. Questa polarizzazione si è inasprita a mano a mano che procedeva il processo di costruzione della Unione Europea, dividendo il campo marxista in tre grandi aree: gli entusiasti del progetto unitario, i favorevoli con riserve, i contrari. Gli appartenenti alle prime due correnti ignorano volutamente quanto disse il guru neoliberista von Hayek allorché affermò che l’unificazione europea sarebbe stata la soluzione ideale per stroncare le velleità dei lavoratori di contrattare salari, redditi e diritti. Ai marxisti che sostengono che gli interessi di classe devono prevalere su quelli della nazionalità, citando il detto del <em>Manifesto</em> che recita gli operai non hanno patria, occorrerebbe ricordare come Lenin replicava a questa posizione: “Avete preso una sola citazione dal <em>Manifesto</em> e pare che vogliate applicarla senza riserve, giungendo fino a negare le guerre nazionali. Tutto lo spirito del marxismo esige che ogni situazione venga esaminata soltanto a) storicamente; b) solo in connessione con le altre; c) soltanto in connessione con l’esperienza concreta della storia. [...] La tesi sulla patria e sulla sua difesa non può essere egualmente applicabile in tutte le condizioni. Nel <em>Manifesto comunista </em>si afferma che gli operai non hanno patria. Giusto. Ma non vi si afferma solo questo. Vi si afferma che nella formazione degli Stati nazionali la funzione del proletariato è alquanto particolare. Se si prende la prima tesi (gli operai non hanno patria) e si dimentica il suo nesso con la seconda (gli operai si costituiscono in classe nazionalmente, ma non come la borghesia), s’incorre in un grave errore&#8221;. Nell’attuale situazione storica, in cui il processo di integrazione nello spazio europeo ha espropriato i cittadini di un contesto in cui possano decidere in merito alle scelte che influiscono sulla loro vita, affermare la necessità che i lavoratori si ri-costituiscano in classe sul piano nazionale non è anacronistico né reazionario: è un elemento strategico del progetto di trasformazione socialista.</p>
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<p><strong>VIII</strong>. <strong>Cosa ci ha insegnato il populismo</strong>. Il populismo <em>non è un’ideologia </em>(non esiste un corpus ideale populista paragonabile a quelli liberale e socialista) ma è la forma che la lotta di classe assume nell’era del capitalismo globalizzato e finanziarizzato in assenza di partiti socialcomunisti all’altezza del compito. Ciò significa che il populismo non è di per sé regressivo, destinato ad assumere connotati “di destra”, ma significa anche che si tratta di movimenti che lanciano una sfida a chi si propone di ricostruire un partito rivoluzionario. A Ernesto Laclau dobbiamo una lucida analisi che, mentre respinge la tesi per cui il populismo sarebbe solo una tecnica di manipolazione delle masse per sovvertire il sistema liberal democratico e rimpiazzarlo con regimi totalitari, riconosce che esso incarna una richiesta di democrazia radicale che il sistema non può soddisfare. Il “momento populista” è frutto di una situazione in cui un determinato sistema non è più in grado di rispondere alle domande che gli arrivano dal corpo sociale. Si instaura così una “catena equivalenziale” fra le domande inevase;  l’accumulo di domande inascoltate e la crescente incapacità del sistema istituzionale di assorbirle fa sì che tra di loro si stabilisca una relazione di equivalenza, radicalizzando il conflitto fra sistema istituzionale e popolo. In tal modo  la società si divide in due campi: “noi e loro&#8221; e, a questo punto, si danno le condizioni per unificare i soggetti che avanzano le rivendicazioni tramite il riconoscimento di obiettivi e nemici comuni. Mentre il marxismo associa i conflitti sociali alle contraddizioni immanenti ai rapporti di produzione, questa visione rinvia alla loro unificazione sul piano simbolico in opposizione a un regime oligarchico (élite, casta, ecc.) vissuto come “cattivo”. Questa logica rappresenta una sfida per qualsiasi progetto socialcomunista nella misura in cui le dinamiche di molti movimenti sociali nati negli ultimi decenni sono più simili a queste rispetto a quelle descritte dalla teoria marxista. Si tratta di una sfida che proviene sia da destra che da sinistra, in quanto è difficile distinguere fra movimenti dotati di potenziale emancipativo e rivoluzioni passive, anche perché qui (apparentemente!) non è in gioco l’egemonia di una determinata classe o blocco sociale, bensì la capacità di certe rivendicazioni particolari di incarnare simbolicamente l’intera catena equivalenziale. Queste strategie hanno funzionato nei Paesi latinoamericani dove i populismi di sinistra – grazie a particolari condizioni storico sociali &#8211; hanno conquistato il potere fondando nuove formazioni politiche che hanno assorbito al proprio interno le sinistre tradizionali (comunisti compresi). Sono invece fallite in Europa laddove, vedi Podemos in Spagna, si è cercato di “importare” il modello latinoamericano senza condividerne la radicalità antisistemica. Resta il fatto che il populismo, pur con tutti i limiti e i rischi che lo caratterizzano, offre alcuni insegnamenti preziosi a un movimento socialcomunista occidentale sempre meno capace di incidere significativamente nella realtà sociale. In particolare: 1) nei sistemi politici compiutamente post democratici il momento populista ha il merito di rappresentare una rivendicazione di democrazia radicale; 2) la capacità di mobilitazione di massa che i movimenti populisti sono riusciti a esercitare anche in contesti dove ogni velleità antagonista sembrava sopita da tempo, è una chiara dimostrazione del fatto che il popolo non è un’entità preordinata bensì una <em>costruzione politica</em>; 3) il populismo dimostra la necessità di riconoscere l’<em>autonomia della sfera politica</em> (ciò che il marxismo occidentale sembra aver dimenticato dai tempi di Lenin e Gramsci), anche se tale autonomia non è assoluta, né è confinabile nella dimensione puramente simbolico-discorsiva.</p>
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<p><strong>IX</strong>. <strong>Costruire il partito di classe</strong>. La prima generazione di movimenti post comunisti, partoriti dalla crisi delle sinistre &#8220;alternative&#8221; dei Settanta e/o quelli nati dopo il crollo dei socialismi reali e confluiti nel calderone di un&#8217;area culturale ampia e variegata (femministe, no global, eco pacifisti, ecc.) condividono il rifiuto nei confronti di ogni organizzazione di tipo verticale. Forma partito e forma stato vengono ripudiate in quanto &#8220;politicamente scorrette&#8221;. Qualcuno ha definito &#8220;paranoia orizzontalista&#8221;  l’ossessione che l&#8217;organizzazione in quanto tale implichi il suo uso a favore di interessi particolari, che il potere di fare cose si trasformi inevitabilmente in potere sugli altri. Senza sfidare questa diffidenza radicale non è possibile affrontare l’impresa di costruire il partito di classe, formula che preferisco a quella di  ricostruire il partito comunista perché penso che, nell’attuale, concreto contesto storico, costruzione della classe e costruzione del partito debbano andare di pari passo. Parlare di costruire la classe suona bizzarro alle orecchie di chi ragiona a partire dai dogmi che vedono la classe come un’entità che esiste &#8220;in sé e per sé&#8221;, una “realtà oggettiva” generata dai rapporti di produzione. Ma se è vero che la classe operaia occidentale appare oggi come un’entità fantasmatica, un anacronismo otto-novecentesco, dopo che decenni di guerra di classe dall’alto, ristrutturazioni tecnologiche, delocalizzazioni, “riforme” giuridiche e istituzionali, tradimenti di partiti e sindacati convertiti al neoliberalismo l’hanno trasformata in una nebulosa di atomi individuali espropriati del proprio status professionale e giuridico, ma soprattutto inconsapevoli di appartenere a un’entità sociale che condivide interessi, bisogni e aspettative; se è vero tutto ciò, vuole appunto dire che la classe va costruita; un compito che non spetta alla sociologia accademica, ma a un&#8217;organizzazione politica, radicata nei vari spezzoni in cui la classe è stata divisa, capace di svolgere un lavoro di analisi sul campo – un tempo la si chiamava conricerca &#8211; e di generalizzazione teorica dei risultati. L&#8217;organizzazione in questione allo stato dei fatti non esiste, per cui costruzione della classe e costruzione del partito sono processi intrecciati. Il partito può nascere e crescere solo selezionando i soggetti più coraggiosi e intelligenti generati dai nuclei di resistenza anticapitalista che continuano a esistere, malgrado la situazione di arretramento e sconfitta del proletariato. Un processo che non può venire “dal basso”, come frutto di una aggregazione spontanea delle avanguardie di lotta; ma che non può nemmeno essere calato dall&#8217;alto adottando il modello leninista nella sua forma “classica”. Questa fase sarà di lunga durata, né si può pensare di poterla abbreviare volontaristicamente, anche se l’attuale crisi economica, politica e militare a livello mondiale richiederebbe tempi brevi. Nel frattempo ogni velleità di costruzione di un blocco sociale rivoluzionario è prematura e controproducente. E&#8217; vero che le rivoluzioni asiatiche e latinoamericane hanno costruito ampi fronti di classe anti imperialisti e anticapitalisti, ma si tratta di processi caratterizzati da composizioni di classe, storie e tradizioni radicalmente diverse dalle nostre. Qui non esistono larghe masse contadine, né una piccola e media borghesia realmente “progressiva”, dato che un buon 30/40% della popolazione è parte integrante del blocco sociale egemonizzato dalle élite neoliberali. Perciò per noi costruire il blocco sociale vorrà dire lavorare per un lungo periodo per rinsaldare gli spezzoni in cui le classi lavoratrici sono state separate, mentre solo in una fase successiva si potrà ragionare su eventuali alleanze.</p>
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<p><strong>X</strong>. <strong>Lo stato delle forze soggettive</strong>. Ciò che più colpisce, analizzando la storia dei partitini neo comunisti nati dalla dissoluzione del PCI, è la loro scarsa, per non dir nulla, capacità di capire come il più grande partito comunista occidentale abbia potuto trasformarsi, in tempi relativamente brevi, in un partito neoliberale. L’analisi è rimpiazzata dai sentimenti di rabbia, delusione, risentimento, e dalle accuse di “tradimento” ai gruppi dirigenti. Ma da dove vengono quei gruppi dirigenti? L’incapacità di rispondere a tale interrogativo è certificata dal fatto che non è raro ascoltare panegirici di Enrico Berlinguer, il leader che ha officiato il compromesso storico con la DC e che, dopo avere proclamato l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre, ha dichiarato di sentirsi al sicuro sotto l’ombrello protettivo della NATO; l&#8217;uomo che, prima di presentarsi ai cancelli della Fiat nel 1980, quando la battaglia era ormai persa, aveva benedetto la svolta opportunista della CGIL di Lama. Se non si riesce a fare i conti con il fondatore dell’eurocomunismo, figurarsi se ci si possono aspettare riflessioni critiche sulla eredità teorico politica del “migliore”. Eppure l&#8217;interpretazione togliattiana del concetto gramsciano di “nazional popolare” ha inciso non poco sugli sviluppi successivi: la base si era illusa che la tesi della “lunga marcia attraverso le istituzioni” fosse un diversivo tattico, senza capire che si trattava di una visione che sovvertiva l’analisi marxista del rapporto fra riforme e rivoluzione, secondo cui la vera alternativa non è fra riforme e rivoluzione, ma fra riforme come <em>mezzo</em> per preparare la rivoluzione e riforme come <em>fine</em> a sé stesse. Il nodo non è l’alternativa fra rivoluzione violenta e conquista del potere per via pacifica bensì: si va al potere per governare il sistema, oppure perché si tratta del primo passo verso un cambiamento sistemico? La via di Togliatti prevedeva di realizzare una convivenza (quella che Berlinguer avrebbe tradotto con la formula del Compromesso storico) con partiti borghesi che mai avrebbero consentito di avviare un cambio di sistema: <em>quel</em> riformismo, che non metteva in discussione la natura, le funzioni e gli obiettivi di <em>questo</em> Stato, e si limitava a rivendicare l&#8217;applicazione dei principi della Costituzione del 48, era votato al compromesso con il nemico di classe. Il connubio di elettoralismo ed opportunismo è l&#8217;eredità che il PCI ha trasferito a Rifondazione e a tutti gli altri &#8220;cespugli&#8221; neo comunisti: a mano a mano che questi perdevano voti ed iscritti, cresceva lo spasmodico impegno per conquistare uno straccio di deputato, senatore, consigliere regionale o municipale, le scarse risorse organizzative ed economiche venivano investite per realizzare a qualsiasi costo tale obiettivo, piuttosto che per ricostruire il partito di classe. Questa ossessione, alimentata dalle piccole ambizioni di un personale politico di qualità decrescente, ha provocato la frammentazione e la competizione fra &#8220;marchi&#8221; concorrenti, fino all’esito grottesco delle pletore di simboli con la falce e il martello che decorano i cartelloni e le schede elettorali. Inutile aggiungere che queste formazioni, salvo rarissime eccezioni, non hanno mai abbozzato una seria riflessione sul rinnovamento teorico del marxismo, sulle ragioni del crollo sovietico e del successo cinese, sulla crisi del sistema capitalistico globale, né tantomeno sulle trasformazioni socioculturali subite dalle classi lavoratrici. Quanto alle sinistre antagoniste degli anni Settanta:  dopo avere combattuta la svolta eurocomunista in nome di una ideologia &#8220;marxista leninista&#8221; che Lenin avrebbe catalogato come estremismo infantile, e dopo essere state asfaltate dalla controffensiva capitalista, si sono &#8220;sciolte&#8221; nei movimenti postmoderni dei decenni successivi, convertendosi a loro volta al liberalismo, sia pure in versione progressista. La loro confluenza con i reduci del PCI dopo il &#8220;suicidio&#8221; della Bolognina ha creato i presupposti dell&#8217;esperimento bertinottiano, un calderone in cui si sono mescolati i peggiori difetti del vecchio PCI (elettoralismo e tatticismo opportunistico) con i peggiori difetti del movimentismo (estremismo parolaio, individualismo, democraticismo piccolo borghese). Sono stati i populismi di sinistra a occupare lo spazio politico ed elettorale liberato dalla trasformazione delle sinistre tradizionali in partiti neoliberali, sia fungendo da collettori delle velleità “sovversive” di strati piccolo borghesi vecchi e nuovi, penalizzati dalla crisi ed entrati in stato di ebollizione fin dai tempi di Tangentopoli, sia agendo da megafono della rabbia delle classi lavoratrici. Da quando questa falsa alternativa ha perso energia propulsiva, la galassia dei partitini neo comunisti accarezza l’illusione di poterne ereditare l’effimero consenso elettorale: si punta a intercettarne la base elettorale e a usarla come “scorciatoia” per bypassare il faticoso lavoro quotidiano necessario per organizzare le avanguardie presenti nei vari fronti di lotta, formarle come quadri politici, riunificare i frammenti del movimento comunista, elaborare un programma credibile e forgiare gli strumenti organizzativi necessari ad attuarlo. Riemergono i vecchi vizzi – opportunismo, codismo, elettoralismo, demagogia – aggravati dall’urgenza di rispondere alle sfide imposte dalla crisi economica e politica mondiali. Gli uni si accodano al movimento No Vax, senza distinguere la sacrosanta rabbia popolare che lo ispira dai deliri complottisti e pseudoscientifici di taluni suoi esponenti; altri strizzano l’occhio ai movimenti sovranisti di destra, progettando improbabili intese elettorali con ambigui interlocutori; altri ancora, e sono i casi migliori, si spendono per riunificare i resti della diaspora comunista ed evitano di inseguire chimere elettorali, ma scontano gravi limiti teorici e ideologici, coltivando una visione eccessivamente ottimista delle prospettive dischiuse dai successi del movimento antimperialista mondiale (che nulla può fare per rimediare agli sconquassi di casa nostra). In tutte le varianti l&#8217;età media dei quadri è elevata, per cui alimenta nostalgie del passato e spirito di testimonianza, il che emerge sia dal linguaggio &#8211; anacronistico, retorico e poco comprensibile dalle masse dei lavoratori e dei giovani &#8211; sia dalla riproposizione di modelli organizzativi obsoleti, conditi dal richiamo rituale ai principi del centralismo democratico.</p>
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<p><strong>XI</strong>. <strong>Lo stato della classe</strong>. L&#8217;ortodossia marxista postula l’esistenza di un’unica classe sociale, la classe operaia, realmente rivoluzionaria, un Soggetto della Storia “naturalmente” destinato a rovesciare il modo di produzione capitalistico. Nel corso del tempo questo dogma è stato più volte messo in discussione, affidando per esempio il ruolo di guidare la lotta anticapitalista ai lavoratori della conoscenza, al proletariato giovanile, alle “moltitudini”, alle donne, ecc. Il tutto senza che sia venuta meno la logica &#8220;essenzialista&#8221; che postula l’esistenza di un Soggetto “naturalmente” rivoluzionario. E’ ora di superare questa logica, rimpiazzandola con l’&#8217;idea di costruire una rete di gruppi sociali e comunità integrabili in un progetto unitario di cambiamento rivoluzionario. Si tratta di individuare le nuove contraddizioni in grado di integrare la classica opposizione bipolare padroni/operai, con l’obiettivo di tracciare un perimetro che definisca il materiale sociale, culturale e antropologico mobilitabile contro il capitalismo. Il primo parametro riguarda il reddito.  La controrivoluzione liberista ha scavato un solco profondo fra una infima minoranza di super ricchi e una larga maggioranza di poveri e poverissimi: working poor, disoccupati e semi occupati, lavoratori precari (sia dipendenti che “autonomi”), piccoli e medi imprenditori, professionisti in via di proletarizzazione, indebitati, ecc. La povertà non però un criterio sufficiente: occorre distinguere fra chi vive esclusivamente del proprio salario e chi gode di altre fonti di reddito (il lavoro “autonomo” non è un criterio significativo, vista l’elevata quota di lavoro fintamente autonomo). Il secondo parametro è la disponibilità (e l’entità) di eventuali rendite. Negli Stati Uniti e in Europa esiste una quota fra il 30% e il 40% di cittadini che godono di redditi sufficienti (affitti, titoli ecc.) a garantire un livello di vita superiore a quello che potrebbero permettersi con la sola attività lavorativa. Questa classe media detiene un terzo del patrimonio nazionale nei vari Paesi occidentali, ed è di fatto alleata con le élite dei super ricchi, sia perché ne condivide in parte gli interessi, sia perché incarna una promessa di mobilità sociale agli occhi degli strati inferiori. Il terzo parametro è il livello di coinvolgimento nelle funzioni di comando e controllo di altri lavoratori. I post operaisti sostengono che la rivoluzione digitale ha creato uno strato di “lavoratori della conoscenza” dotati di una elevata autonomia nei confronti del comando capitalistico, potenzialmente in grado di assumere il controllo diretto sulla produzione. In realtà la stragrande maggioranza di questi lavoratori sono semplici “operai”, espropriati della capacità di comprendere il processo produttivo totale in cui operano come ingranaggi individuali; viceversa i quadri inseriti nelle grandi imprese della New Economy sono funzionari del capitale che hanno il compito di sviluppare modelli e procedure di governo, controllo e comando sugli altri dipendenti, sulle reti di forza lavoro fintamente autonoma, sui consumatori e più in generale sull’insieme dei rapporti sociali, per cui appartengono a tutti gli effetti alla élite neo borghese. Il quarto parametro è la collocazione territoriale. Il conflitto centri/periferie è scalabile a diversi livelli:  nazioni metropolitane versus nazioni periferiche; regioni ricche, densamente abitate e iper connesse versus regioni povere, scarsamente abitate e isolate, città versus campagna, ecc. Posizione geografica e alti livelli di mobilità fisica e virtuale offrono vantaggi competitivi mentre chi è catturato in aree periferiche a bassa mobilità e minore densità di valore ha scarse possibilità di contrattare il prezzo della propria forza lavoro. La differenza fra chi può “stabilire il proprio prezzo”, perché posizionato al centro, e chi lo subisce perché ingabbiato in un’area periferica, è un elemento strategico del conflitto di classe. Anche il conflitto fra nazioni del centro e nazioni periferiche è a tutti gli effetti una forma di conflitto di classe: l’interesse delle classi subalterne dei centri non coincide necessariamente con quello delle classi subalterne delle periferie, il che vale anche per i processi di colonizzazione interna come quello del Meridione d’Italia da parte delle regioni del Nord. Il capitale globale e finanziarizzato – fatto di flussi accelerati di merci, servizi, capitali e persone che ignorano i confini  – opprime e sfrutta i territori in cui vive la grande maggioranza di quelli che non godono delle chance di mobilità fisica e sociale riservate alle élite. Le metropoli generano i due terzi del Pil e la loro spina dorsale non è più costituita da strati sociali tradizionali, bensì da una neo borghesia emergente. Tutte le chance si concentrano in questi spazi in ragione del loro superiore tasso di integrazione nell’economia mondiale. La cultura di questa neoborghesia metropolitana, fondata sui miti del movimento e del progresso, esalta i diritti dell’uomo (ma non i diritti sociali), pratica un multiculturalismo e un antirazzismo venati di ipocrisia e trova espressione politica nelle sinistre liberal progressiste. Il quinto parametro è antropologico. Il processo di frammentazione sociale  colpisce l&#8217;intero corpo sociale, facendolo esplodere in una nuvola di atomi individuali, isolati e incapaci di sviluppare relazioni solidali e comunitarie. Il proliferare di identità sostitutive è una conseguenza di tale fenomeno: anomia e solitudine si combattono inventando nuove &#8220;tribù&#8221;, nel tentativo di auto situarsi in una cornice simbolica condivisa. La mentalità liberal progressista esalta queste pratiche come un processo di &#8220;emancipazione&#8221; dell’individuo dai legami sociali tradizionali. Si tratta di pura illusione, soprattutto nel caso dei soggetti schiacciati verso il basso della piramide sociale. Per costoro le alternative che consentono di ottenere un surrogato di riconoscimento e autostima sono precarie, irrisorie, posticce, instabili. Il basso profilo culturale e valoriale, e la mancanza di aspettative sul futuro che caratterizza la maggior parte delle persone si proietta anche sui loro investimenti politici: non è un caso se i nuovi movimenti hanno dismesso ogni velleità di cambio sistemico e ambiscono solo a condizionare il potere per &#8220;limitare i danni&#8221;, dando per scontato che le logiche socioeconomiche di base siamo immodificabili. Infine il linguaggio politicamente corretto che permea di sé il discorso politico, le istituzioni formative, l&#8217;industria culturale e la comunicazione mediatica (giornali, tv, cinema, pubblicità, ecc.) lavora a pieno ritmo per neutralizzare o deviare su falsi bersagli il tasso di aggressività generato dalle condizioni di frustrazione in cui le masse sono costrette a vivere.</p>
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<p><strong>XII</strong>. <strong>Ripensare la forma partito?</strong> Se i residui del movimento comunista e le classi subalterne in Occidente versano nello stato disastroso appena descritto, ha senso riproporre il modello “classico” del partito leninista? L’esperimento bertinottiano di “scioglimento” del partito nel movimento ha prodotto gli esiti catastrofici che tutti conosciamo, generando una reazione simmetrica alla paranoia “orizzontalista” descritta in precedenza, ha generato, cioè, una paranoia “verticalista”. Contro i deliri moltitudinari si è rivendicata la necessità di rimettere le classi e lo stato al centro dell&#8217;analisi. Giusto ma ciò non implica ripetere per inerzia linee politiche e forme organizzative che non rispondono più alla concretezza del momento storico. Possiamo e dobbiamo chiederci se il modello  leninista di partito può essere ripensato. Ragionando sui processi rivoluzionari dell’America Latina, chi scrive ha tentato di immaginare come potrebbe funzionare un&#8217;organizzazione di avanguardia capace di egemonizzare, indirizzandola verso obiettivi compatibili con una mutazione sistemica radicale, la base dei movimenti populisti. L&#8217;evoluzione della situazione internazionale, caratterizzata dalla pandemia del Covid, dal precipitare della crisi economica e dall&#8217;inizio di una “Terza guerra mondiale a pezzi”; per tacere del caos in cui è sprofondato il nostro sistema politico, ha reso problematico tale scenario. Il “partito connettivo” che le rivoluzioni bolivariane hanno montato assemblando una pluralità di soggetti e movimenti sociali, politici e culturali è frutto di condizioni irripetibili: si tratta di rivoluzioni anti liberiste, antimperialiste, di emancipazione nazionale e razziale, realizzate in contesti che hanno promosso la convergenza di interessi fra masse contadine di etnia india, classe operaia, sottoproletariato urbano, piccola e media borghesia progressiva su obiettivi radicali di riforma costituzionale, redistribuzione della ricchezza e cambiamento di matrice produttiva; a guidarle sono stati leader rivoluzionari di grande capacità politica come Chávez; Morales e Linera, temprati da dure esperienze di lotta, i quali hanno saputo innovare la teoria socialista e mobilitare avanguardie politiche esperte e affidabili; inoltre il processo rivoluzionario ha potuto usufruire di strutture di democrazia diretta e partecipativa sorte nel corso di lotte precedenti, mentre i partiti comunisti locali sono stati integrati nel PSUV venezuelano e nel MAS boliviano. Podemos ha tentato di “copiare” quel tipo di forma partito, ma le condizioni socioeconomiche, politiche e culturali di un Paese industrialmente avanzato e integrato nella Comunità Europea come la Spagna – assai diverse da quelle del subcontinente latinoamericano – hanno impietosamente bocciato l’esperimento. Un fallimento dovuto anche dal tentativo di ritagliare una veste postmoderna per il modello latinoamericano: Podemos ha puntato a “costruire un popolo” senza lavorare all’unificazione delle classi lavoratrici e alla costruzione di una organizzazione radicata nel sociale; ha tentato di egemonizzare i movimenti di massa attraverso l’uso dei nuovi media digitali e non ha educato politicamente le avanguardie; ha cercato di ottenere in tempi brevi una maggioranza elettorale per conquistare il governo senza capire che la guida del governo, in assenza di un progetto di mutamento sistemico, sarebbe stata effimera e non avrebbe consentito di modificare i rapporti di forza fra le classi. Concludo rilanciando la domanda: i fallimenti del PRC bertinottiano e di Podemos giustificano l’adozione di un modello classicamente leninista? E’ un interrogativo cui si potrà rispondere solo se e quando il processo parallelo di ricostruzione del partito e della classe avrà compito qualche concreto passo in avanti. Nel frattempo andrebbero evitate sia le auto celebrazioni nostalgiche sia l’illusione che i successi della Cina e degli altri Paesi del Sud del mondo possano risolvere i nostri problemi.</p>
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<p>Post scriptum. Per approfondimenti e riferimenti bibliografici rinvio ai seguenti articoli sul mio blog:</p>
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<p><a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html">https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html</a></p>
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<p><a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille_26.html">https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille_26.html</a></p>
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		<title>A PROPOSITO DEL PROLETARIATO ESTERNO (MERITI E LIMITI DEL PENSIERO DI ZITARA)</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 17:44:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; A PROPOSITO DEL PROLETARIATO ESTERNO (MERITI E LIMITI DEL PENSIERO DI ZITARA)  CARLO FORMENTI &#160; Nei miei lavori ho più volte citato le idee “eretiche” del  marxista calabrese Nicola Zitara  (1), pur senza approfondire nei dettagli il suo contributo teorico e limitandomi ad evidenziarne le convergenze con gli autori della scuola della dipendenza, come Samir [...]]]></description>
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<h1>A PROPOSITO DEL PROLETARIATO ESTERNO</h1>
<p><strong>(MERITI E LIMITI DEL PENSIERO DI ZITARA)</strong></p>
<p><strong> CARLO FORMENTI</strong></p>
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<p>Nei miei lavori ho più volte citato le idee “eretiche” del  marxista calabrese Nicola Zitara  (1), pur senza approfondire nei dettagli il suo contributo teorico e limitandomi ad evidenziarne le convergenze con gli autori della scuola della dipendenza, come Samir Amin e gli altri membri di quella che Alessandro Visalli definisce “la banda dei quattro&#8221; (2). La lettura di un recente libro di Angelo Calemme (<em>La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato, </em>Guida editori), mi stimola a riprendere la riflessione sul pensiero di Zitara (3) per discutere le sfide teoriche che questo autore ci ha lasciato in eredità e che ora Calemme rilancia, da un lato mettendone in luce i meriti, dall’altro esasperandone, a mio avviso, i limiti. Nelle pagine che seguono seguirò un percorso in quattro tappe: nella prima esaminerò gli argomenti con cui Zitara e Calemme difendono la tesi secondo cui il Regno delle Due Sicilie era, al momento dell’unificazione nazionale, più avanzato di tutti gli altri stati preunitari sulla strada della modernizzazione economica; nella seconda analizzerò il loro punto di vista sull’unificazione come processo di asservimento coloniale del Meridione da parte della monarchia sabauda; nella terza riprenderò  le loro analisi sulla composizione di classe della società meridionale; nell’ultima discuterò la proposta di una  rivoluzione nazional popolare finalizzata alla autonomizzazione del Meridione e alla sua conversione in una formazione socialista di mercato.</p>
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<p>I.</p>
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<p>Ripartendo dalla tesi di Zitara, il quale, confrontando i dati economici relativi ai vari staterelli italiani preunitari, ne estrae l’evidenza di un indiscutibile primato del Regno borbonico, Calemme mette tale primato in relazione con l’influenza politico culturale esercitata dai maggiori esponenti della scuola illuminista napoletana (Galiani, Intieri e Genovesi su tutti). Costoro, argomenta, non si limitarono a nutrire un profondo interesse per i temi della produzione, accumulazione e circolazione della ricchezza, ma associarono la sensibilità nei confronti di un’agricoltura in grado di garantire la sussistenza della popolazione all’attenzione nei confronti della manifattura, delle infrastrutture e dei servizi, prospettando il decollo di un moderno sviluppo industriale come effetto del miglioramento produttivo delle attività agricole piuttosto che dell&#8217;indebitamento pubblico, e attribuendo allo Stato il ruolo di sovrintendente pubblico degli interessi privati. Questi fermenti vennero fatti propri, scrive Calemme, dai governi del Regno, dando vita a un “riformismo dall’alto” che cercò di promuovere la nascita di una borghesia industriale e di un’ala riformatrice dell’aristocrazia rurale.</p>
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<td>Antonio Genovesi</td>
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<p>Sugli effetti concreti di questo attivismo illuminato delle élite regnanti mi pare che Calemme sia più ottimista dello stesso Zitara. Costui ribadisce, citando fra gli altri Nitti, che “nel Mezzogiorno era più grande ricchezza che in quasi tutte le parti del Nord”, parla di un protoindustrialismo basato soprattutto sulla produzione domiciliare, e mette in luce come le alte tariffe doganali fossero riuscite a difendere il Regno dalla penetrazione delle merci inglesi e francesi, concludendo che nel Sud esistevano le condizioni minime per un’evoluzione autonoma verso l’economia mercantile e l’industrializzazione (il che avrebbe salvato l’area dal sottosviluppo e dalla subordinazione coloniale). Quanto a Calemme ritiene che gli insediamenti industriali nel settore della siderurgia e della metalmeccanica fossero qualcosa di più di “efflorescenze prive di consistenza”, rappresentando piuttosto i primi esempi di transizione dalla manifattura all’industria moderna, transizione cui lo stato borbonico contribuì promuovendo lo sviluppo della marina mercantile, delle ferrovie e della telegrafia, svecchiando gli ordinamenti giuridici, sostenendo la formazione tecnica e professionale e incoraggiando gli investitori stranieri (cui talvolta veniva offerta la naturalizzazione). Fermenti cui contribuirono la Banca del Regno delle Due Sicilie e la Borsa di Napoli (tanto che Rothschild e altri grandi finanzieri stranieri aprirono le loro filiali nella capitale del Regno). In conclusione: secondo Calemme i Borboni erano riusciti ad avviare la trasformazione in senso capitalistico del Sud con vent’anni di anticipo sugli altri stati italiani dell’epoca.</p>
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<p>Dalla lettura di Zitara non emergono però analoghe tendenze modernizzanti nel settore agricolo: “la pressione demografica, scrive, ostacolava ogni progresso, alimentando la frantumazione fondiaria e vincolando grandi estensioni di terra alla cerealicoltura, poco confacente a clima e suoli”. Ciò detto, il fatto che l’economia fosse scarsamente monetizzata e orientata all’autoconsumo faceva comunque sì che la condizione contadina fosse migliore di quella post unitaria.</p>
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</tr>
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<td>Nicola Zitara</td>
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<p>II.</p>
<p>La retorica risorgimentale che celebra l’Unità nazionale raggiunta nel 1861, argomentano Zitara e Calemme, serve a mascherare il cinico interesse di un Regno di Sardegna che la crisi del 1857/58 e le spericolate scelte economiche cavouriane avevano trascinato sull’orlo del fallimento. Al punto che Nitti commentava che il default si sarebbe potuto evitare solo confondendo le disastrare finanze piemontesi con quelle di uno stato più ricco, qual era a quei tempi il Regno delle Due Sicilie. Serve inoltre a nascondere il ruolo decisivo giocato dagli interessi geopolitici inglesi. Le politiche  protezioniste dei Borboni penalizzavano infatti le merci inglesi (e anche quelle francesi), ma soprattutto l’imminente apertura del Canale di Suez faceva del Meridione (in particolare della Sicilia) un nodo strategico delle rivitalizzate rotte mediterranee. Di qui il fattivo appoggio offerto alla conquista sabauda (frutto della spregiudicata politica di alleanze del manovriero Cavour, vedi il successivo appoggio della Francia alle guerre contro l’Austria).</p>
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<p>La spoliazione del Meridione inizia subito dopo l’unificazione: viene prelevato dal Sud il 65% di tutta la moneta circolante del nuovo Regno, e contemporaneamente inizia lo strangolamento delle industrie sviluppatesi all’ombra del riformismo borbonico. Naturalmente  le ruberie non basterebbero di per sé a giustificare il ricorso alla categoria del colonialismo.  Il colonialismo, argomenta Zitara, non è un problema di redditi ma di strutture economico sociali: a partire da quel sottosviluppo (4) che, nel caso del Sud Italia, è il prodotto dell’inclusione del Sud nel mercato nazionale e nel contemporaneo blocco della spinta alla nascita di una produzione industriale autonoma. In particolare, sono l’estensione a tutti gli ex stati pre unitari del sistema fiscale e doganale piemontese e l’abolizione dei dazi interni a colpire duramente. Di fronte all’aumento della pressione fiscale, i proprietari terrieri reagiscono imponendo la conversione monetaria dei canoni di affitto dei fondi, che prima venivano regolati in natura, per cui il contadino è costretto a convertire in prodotti per il mercato i prodotti per il consumo domestico.</p>
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</tr>
<tr>
<td>Camillo Benso conte di Cavour</td>
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<p>Il sistema si articola su due livelli: da un lato, la pressione finanziaria del Nord colpisce tutti i settori economici meridionali, dall’altro la classe padronale si rifà sulla classe contadina che subisce un rapido processo di immiserimento, dovuto anche al fatto che lo sviluppo di un’agricoltura estensiva specializzata (agrumi, olio e vino) per l’esportazione (favorita dalla politica inizialmente liberista del nuovo governo nazionale) scaccia i coloni e i pastori dalla terra. Nei “normali” processi di proletarizzazione associati all’accumulazione primitiva il lavoro contadino “liberato” dalla terra viene reimpiegato nelle industrie, ma la mancanza e/o la scarsità di queste ultime fa sì che il solo sbocco possibile per i contadini meridionali divenga l’emigrazione di massa: di qui il famoso detto “briganti o migranti” (5).</p>
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<p>Il punto di non ritorno che segnò l’inesorabile declino del Sud, scrive Calemme, fu la svolta protezionista adottata dal governo Depretis nel 1887. La precedente politica liberista aveva apportato benefici alle esportazioni delle monocolture agricole di cui sopra, dopodiché il passaggio al protezionismo (che serve a favorire la nascente industria settentrionale) chiude gli sbocchi di mercato e consolida la morsa del sottosviluppo. Nitti, annota ancora Calemme, pensava che il “sacrificio” del Sud in favore del resto d’Italia fosse inevitabile per consentire l’ingresso del Paese nel concerto delle nazioni industriali, ma pensava anche che il sacrificio sarebbe stato temporaneo e che la reindustrializzazione del Sud avrebbe seguito l&#8217;industrializzazione del Nord. Il che non è evidentemente avvenuto. E’ invece avvenuto che le tradizionali aspirazioni contadine di possedere la terra sono progressivamente venute meno, sostituite dal miraggio di una industrializzazione mai arrivata, mentre nel secondo dopoguerra è arrivato il consumismo neocapitalista in un Meridione relativamente spopolato dalle reiterate ondate migratorie e trasformato da area a vocazione agricola ad area di consumo scarsamente produttiva e quindi in costante disavanzo.</p>
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<p>III.</p>
<p>Sia in Zitara che in Calemme l’analisi della composizione di classe del Sud Italia si intreccia con le critiche alle sinistre italiane, imputate di persistenti errori di comprensione della realtà sociale e delle aspirazioni popolari, se non di veri e propri tradimenti nei confronti degli interessi delle masse meridionali. Le accuse risalgono indietro nel tempo fino a coinvolgere lo stesso Gramsci, di cui entrambi gli autori si professano pure allievi, riconoscendolo come l’unico teorico marxista che abbia compiuto un serio sforzo di comprensione della Questione Meridionale. Zitara gli rimprovera tuttavia di non avere capito che, dopo decenni di disintegrazione sociale causata dalla condizione coloniale, il proletariato meridionale era solo in minima parte composto di forza lavoro agricola, mentre la maggioranza era ridotta alla condizione di forza lavoro di riserva per le industrie settentrionali e/o straniere. In ragione di tale equivoco, comunisti e socialisti non hanno mai smesso di “ricacciare l’opposizione meridionale nel circolo vizioso delle arcaiche lotte per la terra” (6). In buona sostanza, rincara Calemme, Gramsci ragionava nei termini classici di un’alleanza fra operai e contadini, presupponendo una sostanziale uniformità di interessi fra i due strati proletari.</p>
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<p>L’equivoco si reitera e rafforza nel secondo dopoguerra, allorché si dà per scontata la sostanziale convergenza delle due Italie sul terreno della resistenza democratica e antifascista, laddove il proletariato meridionale è insensibile nei confronti di una democrazia che lo ha sempre ignorato e tradito, per cui percepisce la legittimazione resistenziale come una nuova forma di legittimismo colonialista (7). La rottura fra proletariato meridionale e PCI si aggrava quando Togliatti, fra il 47 e il 50, egemonizza ma al tempo stesso frena le lotte per la socializzazione della terra, limitandone la ridistribuzione ai soli campi incolti (per inciso: vengono redistribuite quote insufficienti per sostenere l’autosufficienza economica degli assegnatari, per cui le terre torneranno rapidamente nelle mani dei nuovi baroni). Insomma: da un lato si insiste sullo schema della terra ai contadini, continuando a pensare alla Questione Meridionale come una questione eminentemente agraria, dall’altro lato non si agisce coerentemente e radicalmente nemmeno su tale terreno.</p>
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<p>Non è che in campo marxista, argomenta Zitara (8) mancasse la consapevolezza dell’unificazione come processo di colonizzazione e dei livelli di supersfruttamento che ciò implica, eppure sul piano politico si è sempre negata pervicacemente l’esistenza di due italie, nel timore che eventuali spinte autonomistiche venissero egemonizzate dalle destre. Timore ingigantito dalla rivolta di Reggio Calabria cappeggiata dai fascisti, che piuttosto avrebbe dovuto ispirare riflessioni autocritiche sulla mancata rappresentazione del proletariato meridionale, condannando le masse dei disoccupati all’afasia  politica e alla disponibilità nei confronti delle sirene di destra (9).</p>
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<p>Vediamo ora l’analisi di classe in base alla quale Zitara, e Calemme con lui, sostiene la tesi secondo cui, nel nostro Paese, esistono due proletariati che, non solo non condividono gli stessi interessi e obiettivi, ma sono oggettivamente in conflitto reciproco. Il primo argomento teorico di Zitara trascende lo scenario italiano e si aggancia direttamente alla tradizione della scuola della dipendenza, come enunciato in apertura di questo articolo. Si tratta di una questione cruciale che rovescia il dogma marxista in base al quale la transizione al socialismo è possibile solo nei punti alti dello sviluppo capitalistico, a partire da una constatazione di fatto che anche chi scrive (10) ha in più occasioni evidenziato: la classe operaia occidentale non ha portato vittoriosamente a termine una sola rivoluzione e, se più di un terzo dell’umanità vive oggi in sistemi socialisti (malgrado il crollo dell’Unione Sovietica e dei paesi satelliti!) ciò si deve esclusivamente a rivoluzioni condotte dalle larghe masse delle periferie del mondo (in ampia maggioranza contadine).</p>
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<p>I marxisti ortodossi, nota Zitara, cercano di aggirare la questione sostenendo che si è trattato di eventi diretti da partiti che erano espressione di minoranze operaie, ma l’obiezione cade ove si consideri che sia in Russia che in Cina l’egemonia della classe operaia ha realmente potuto affermarsi a rivoluzione avvenuta, sull’onda dei successivi processi di industrializzazione. Quanto appena osservato si spiega solo riannodando il filo rosso che si dipana dalle riflessioni di Marx sulla necessità dell’emancipazione del popolo irlandese quale condizione imprescindibile del risveglio della classe operaia inglese, anestetizzata dalle briciole del saccheggio imperialista; all’analisi di Lenin sull’imperialismo e sull’intreccio fra rivoluzione sociale e rivoluzione nazionale;  alle tesi di Baran e Sweezy che hanno inaugurato le riflessioni postbelliche su colonialismo sottosviluppo e dipendenza (11); alle riflessioni di marxisti sudamericani come Mariategui e Linera sul ruolo rivoluzionario delle comunità originarie andine (12); per finire con il concetto di “proletariato esterno” &#8211; coniato da Braudel e ripreso da Samir Amin (13) – che è il nodo centrale del pensiero di Zitara.</p>
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<p>A sostanziare il nodo in questione è la constatazione che, nel tardo capitalismo, i maggiori livelli di sfruttamento e le contraddizioni più radicali si collocano alla periferia del sistema mondiale, in quelle regioni in cui la penetrazione del denaro e delle merci ha distrutto le forme di vita e i sistemi produttivi e riproduttivi tradizionali senza integrare le persone in rapporti sociali assimilabili a quelli dei centri metropolitani, per cui i livelli occidentali di benessere si associano alla miseria e al supersfruttamento delle masse periferiche. Dunque le classi subalterne non sono divise da diversi gradi di maturazione politica, come sostengono la maggior parte dei marxisti occidentali, bensì da interessi diversi, di fatto contrastanti. Occorre quindi distinguere fra proletari interni ai processi produttivi che il capitale gestisce direttamente, e proletari esterni,  anch’essi coinvolti nell’economia capitalistica ma in modo indiretto, tramite la mediazione di forme sociali ibride che il capitalismo tiene in vita anche attraverso la forma limite della disoccupazione (esercito di riserva globale) (14).</p>
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<p>In tale contesto, argomenta Zitara, perdono senso le categorie classiche di sottoproletariato e aristocrazie operaie, rimpiazzate appunto da quelle di proletariato esterno ed interno, il primo è la base ideale delle politiche rivoluzionarie il secondo è la base ideale del riformismo: un conflitto che si delinea fin dallo scontro fra Seconda e Terza Internazionale e caratterizza l’intera storia moderna del lavoro subalterno e delle sue espressioni politiche (la socialdemocrazia, annota Zitara, non è frutto di una deviazione ideologica, bensì il prodotto storico di interessi reali). Questo schema interpretativo viene applicato alla storia d’Italia: “Fu subito chiaro, scrive Zitara, che le masse settentrionali ferme su una logica rivendicazionista non avrebbero favorito il movimento contadino, che poteva sfociare solo nel rovesciamento del sistema.” (15). Dopodiché aggiunge che che questi due soggetti sociali possono sì, come voleva Gramsci, avere lo stesso obiettivo strategico  ma, al contrario di quanto ipotizzato dallo stesso Gramsci, per realizzarlo dovranno percorrere strade diverse e autonome, perché autonomi e contrastanti sono i rispettivi interessi. Ovviamente il proletariato esterno meridionale non è fatto solo di contadini e disoccupati: è un insieme complesso e disomogeneo di strati sociali accomunati da condizioni di precarietà, un soggetto che può essere descritto, in analogia con le masse periferiche del Terzo Mondo, come una nuova classe di lavoratori coinvolti nella produzione capitalistica ma esclusi dai suoi vantaggi.</p>
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<p>L’analisi di classe di Zitara, riproposta da Calemme, prende in considerazione altri due soggetti fondamentali. Il primo è una borghesia, a sua volta stratificata e disomogenea, che non trova precisa e stabile collocazione nello scacchiere politico nazionale, in quanto priva di effettiva forza contrattuale, per cui svolge di fatto un ruolo analogo alle borghesie ”compradore” (16), svolge cioè il ruolo di cinghia di trasmissione, di mediatore dell’egemonia economica, politica e culturale delle élite settentrionali. Zitara parla di “tre mediazioni concatenate”: dai gruppi egemonici settentrionali allo Stato, dallo Stato agli intellettuali meridionali, da questi alle classi subalterne. Gli intellettuali, anello intermedio della catena in questione, sono il secondo dei due soggetti fondamentali di cui sopra. La storia di questo strato, secondo Zitara, viene da lontano, nel senso che fin dall’inizio le professioni liberali e le magistrature hanno svolto ruoli analoghi, se non identici, a quelli dell’abito talare e del cavalierato destinati ai cadetti dei signori feudali. Gli intellettuali sono  una classe di puri consumatori i cui ranghi sono venuti ingrossandosi a mano a mano che il sistema si impoveriva offrendo sempre meno alternative (17) e, dal momento che i ceti impiegatizi inseriti nella Pubblica Amministrazione e le professioni liberali godono di redditi equiparabili a quelli dei loro omologhi settentrionali, costoro sono il principale alleato del dominio coloniale. Ecco perché, ironizza Zitara, “ancora oggi gli unici veri italiani del Sud sono gli intellettuali” (18).</p>
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<p>IV.</p>
<p>Le idee fin qui analizzate rappresentano un mix di formidabili intuizioni – in particolare sul piano della contro analisi storica del processo di unificazione nazionale e della denuncia delle responsabilità delle sinistre – e di elementi di debolezza &#8211; analogie suggestive ma talvolta non del tutto fondate fra Meridione e Paesi del Terzo Mondo, insufficienti aggiornamenti sulle trasformazioni  socioeconomiche e antropologiche che il nostro Sud ha subito degli ultimi decenni. Prima di tracciare un bilancio critico occorre però completare la nostra analisi descrivendo il progetto politico di Zitara e il rovesciamento di paradigma – rispetto a Marx – su cui tale progetto si fonda.</p>
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<p>Il compito prioritario, argomenta Zitara, è dare un volto politico alle forze popolari del Sud, condizione imprescindibile per consentire la partecipazione del proletariato esterno alla lotta di classe, il che è possibile a due condizioni: far sì che esso elabori in forma autonoma i propri obiettivi e la strategia per realizzarli, a partire dalla presa di coscienza di essere oggetto di sfruttamento e oppressione coloniale. Una volta ottenuta tale consapevolezza, la lotta per la liberazione dovrà procedere su due binari: quello della emancipazione nazionale e quello sociale della lotta contro le borghesie locali che mediano l’egemonia del Nord. Parliamo insomma di una  rivoluzione nazional popolare, di una “via subnazionale al socialismo”che permetta in primo luogo di realizzare una piena e buona occupazione e di ottenere un minimo di vita dignitosa per le masse. Questo obiettivo, alternativo a quelli della lotta politico sociale della sinistra nazionale, dovrà necessariamente incarnarsi nella creazione di una nuova entità nazionale nella misura in cui (e qui le idee di Zitara evocano il concetto di <em>delinking</em> (19) di Samir Amin) solo erigendo nuove frontiere sarà possibile combattere la disoccupazione attraverso la valorizzazione delle risorse locali e l’adozione di forme di protezionismo mirate.</p>
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<p>Ma di che socialismo parliamo? Per liberare il Sud, scrive Zitara, non basta uscire dallo Stato italiano e dall’Europa: “bisogna uscire da una cultura che viene dall’utilitarismo inglese e americano” (20) incompatibile con l’antica civiltà mediterranea. Tuttavia quest’ultima affermazione appare in stridente contraddizione con l’invito a ribaltare la concezione marxiana che associa il socialismo all’abolizione della proprietà privata: “Marx vuole abolire la proprietà invece l’assunto va capovolto: ciascuno sia proprietario del proprio prodotto mentre nessuno deve poter possedere il prodotto altrui”. L’idea di libertà, scrive infatti Zitara esprimendo un’opinione che Marx avrebbe liquidato come una robinsonata, è sempre quella classica, associata al pieno diritto di vendere e comprare, definizione che, ahimè, è una delle colonne ideologiche su cui si basa quel liberalismo anglosassone che Zitara dice di voler liquidare.</p>
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<p>In poche parole, siamo all’interno di una cornice concettuale che rievoca i classici del socialismo utopistico ottocentesco – Owen ma soprattutto Proudhon – , come esplicitamente confermato da Calemme, il quale mi pare (anche se posso sbagliarmi, non avendo letto tutti gli scritti del suo maestro e ispiratore) che radicalizzi il pensiero di Zitara, spingendolo ulteriormente nella direzione appena descritta. Dopo aver reiterato la necessità di rovesciare l’assunto marxiano dell’abolizione della proprietà privata, Calemme scrive infatti che quella di Zitara è “una versione neo giusnaturalista e neo contrattualista” del socialismo scientifico (sic) marxista nella misura in cui egli ritiene che libertà e proprietà individuali siano diritti naturali inalienabili preesistenti al contratto sociale, già sanciti dalla mercatura medievale, ribaditi dai diritti dell’uomo e del cittadino dell’89 e da Proudhon e altri esponenti del socialismo utopistico. Posto che non si capisce come si possano mettere insieme categorie come giusnaturalismo, contrattualismo, diritti naturali (individuali) inalienabili, nonché l’affermazione che “l’individuo umano libero e autonomo è frutto del soggetto economico e del suo diritto di compravendita” con l’invito a “battersi contro ogni orientamento liberale” (?), non sorprende che questi salmi finiscano in gloria, cioè con la condanna della pianificazione socialista e della distribuzione del prodotto sociale controllata dallo stato, laddove il socialismo liberale del costituendo soggetto nazionale dell’Italia del Sud dovrà limitare il compito dello Stato alla sovrintendenza pubblica degli interessi privati a garanzia dello sviluppo equilibrato di una società fatta di liberi produttori, “ognuno con il proprio capitale preso in prestito da una banca di denaro pubblico”. A questo punto disponiamo di tutti gli elementi per tracciare un bilancio critico.</p>
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<p>Premetto che non dispongo delle competenze storiche per giudicare se, nel 1861, il Regno delle Due Sicilie fosse effettivamente il più avanzato sul piano dello sviluppo economico in senso capitalista rispetto agli altri stati preunitari, anche se mi pare che sia Zitara che Calemme offrano argomenti convincenti a sostegno di tale tesi. Ritengo invece del tutto condivisibile la tesi del saccheggio coloniale da parte degli occupatori sabaudi e della relazione strutturale fra decollo industriale del Nord e “sviluppo del sottosviluppo” (21) del Meridione, un processo che potremmo anche definire, con David Harvey,  accumulazione per espropriazione (22). In particolare, mi pare meritoria la demistificazione delle retorica risorgimentale (tanto cara anche a certa sinistra) che mette in luce come il successo dell’impresa dei Mille non sarebbe stato possibile senza l’appoggio sabaudo, motivato dalla necessità di mettere le mani sul “tesoro” dei Borboni per salvare dal fallimento il Regno di Sardegna, e senza l’appoggio inglese motivato dall’esigenza geopolitica di rimuovere gli ostacoli al controllo imperiale su Mediterraneo. Senza dimenticare l’ambiguità garibaldina dei confronti delle aspirazioni delle masse contadine, ferocemente represse da Nino Bixio.</p>
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</tr>
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<td>L&#8217;eccidio di Bronte</td>
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<p>Resta il fatto che, proprio in ragione di quelle aspirazioni, ampi settori delle masse meridionali aderirono entusiasticamente alla mobilitazione contro i Borbone. Il che conferma che il riformismo dall’alto di questi ultimi, nei confronti del quale il giudizio positivo di Calemme mi pare assuma a volte toni eccessivi, era “monco”, non aveva cioè affiancato gli sforzi per sostenere il processo di sviluppo industriale ad altrettanti sforzi per promuovere la modernizzazione dei rapporti sociali nelle campagne. E’ quindi probabile che, ove lasciato proseguire autonomamente la propria evoluzione, il Regno borbonico sarebbe evoluto verso un modello “prussiano”, cioè verso l’integrazione fra nascente borghesia industriale e aristocrazia “junker”, un regime moderno ma con spiccate caratteristiche autoritarie.</p>
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<p>Passo alle critiche alla sinistra. Premetto che le critiche a Gramsci, cui viene rimproverato di non avere realizzato che la questione meridionale, dopo decenni di disintegrazione sociale delle campagne, non era più riducibile alla questione agraria, e che il progetto rivoluzionario non poteva essere proposto nei termini classici di alleanza operai-contadini, mi paiono francamente ingenerose, nel senso che si fondano su una retrodatazione di condizioni che sarebbero giunte a completa maturazione solo nel secondo dopoguerra. Ciò detto condivido la denuncia degli errori che, dopo la riforma agraria “dimezzata” voluta da Togliatti nell’immediato dopoguerra, si sono fatti sempre più evidenti con il sistematico disconoscimento degli interessi del proletariato esterno meridionale, fino alla mancata autocritica dopo la rivolta di Reggio Calabria, per avere consegnato l’egemonia della rabbia popolare ai fascisti. L’ossessione che ha inchiodato le sinistre italiane a ragionare sul Sud esclusivamente nei termini di ridistribuzione delle terre (obiettivo che ormai i contadini proletarizzati avevano rimpiazzato con le aspettative di occupazione industriale) somiglia a quella dei partiti comunisti sudamericani, i quali hanno continuato a perseguire lo stesso obiettivo senza riconoscere il potenziale anticapitalista delle comunità originarie e delle masse proletarie esterne ai centri di sviluppo industriale (23).</p>
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<p>Credo che Zitara abbia perfettamente ragione nel puntare il dito contro la secolare diffidenza (che risale alle sferzanti battute del Marx del <em>Manifesto </em>contro l’ottusità dei contadini), non di rado venata di disprezzo, nei confronti del mondo contadino. E naturalmente condivido, come ho ampiamente argomentato altrove (24), la necessità di prendere atto che le sole rivoluzioni socialiste riuscite sono avvenute in Paesi economicamente “arretrati” ed hanno avuto come protagoniste le larghe masse contadine piuttosto che la classe operaia. Così come sono a mia volta convinto che gli interessi del proletariato esterno e di quello interno siano conflittuali. Ma se questo vale tuttora sul piano dello scontro geopolitico &#8211; oggi alle soglie della Terza guerra mondiale – fra imperialismo occidentale e fronte delle nazioni nate dalle rivoluzioni di liberazione nazionale seguite al Secondo conflitto mondiale, mi sembra opinabile se riferito al conflitto fra centri e periferie <em>interni</em> al blocco occidentale. Per quanto riguarda, in particolare, il conflitto fra le due italie, mi pare che lo schema bipolare su base geografica sia stato progressivamente eroso dai processi di immiserimento e precarizzazione che decenni di neoliberismo hanno innescato a danno del proletariato interno settentrionale. Oggi l’opposizione centro periferia tende ad assumere una configurazione a pelle di leopardo, per cui i sud (al plurale) europei (a partire dal nostro, ma vedi anche la colonizzazione della Germania Est da parte della Germania Ovest) non sta più solo al Sud, ma anche nei sobborghi delle metropoli gentrificate, nelle province tagliate fuori dai flussi del capitale globale, ecc. (25). Se ciò è vero, torna di attualità la questione dell’unità proletaria a livello delle singole nazioni più che a livello subnazionale. Unità che non si pone in termini di alleanze, bensì come progetto di ricostruzione politica di una classe lavoratrice disarticolata e dispersa tanto sul piano sociale che sul piano territoriale dai decenni lotta di classe dall’alto che il capitale ha condotto, con la complicità delle sinistre.</p>
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<p>C’è poi un fattore culturale e antropologico che rende a mio avviso improbabile il progetto di mobilitare le masse meridionali in vista di una secessione rivoluzionaria. Chi scrive ha vissuto per quindici anni in Salento, insegnando all’Università di Lecce dove ha avuto occasione di frequentare quotidianamente centinaia di studenti appartenenti a ogni strato sociale (non solo medio alto: ai primi del duemila ancora molte famiglie della provincia povera mandavano i figli a frequentare i corsi della triennale, nell’illusione che ciò garantisse più opportunità di lavoro). Ciò mi ha permesso di misurare l’impatto della penetrazione della cultura consumistica (non solo attraverso i media, ma anche grazie all’interazione con i massicci flussi turistici che invadono il territorio per buona parte dell’anno). Ebbene: in questi ragazzi non ho trovato tracce di odio e risentimento per i “colonizzatori” (26) , ho trovato invece un pressoché totale allineamento con i gusti, i valori, i desideri e le aspirazioni “americanizzate” dei loro coetanei settentrionali e/o di altri Paesi occidentali. Quelli che non emigrano al Nord o all’estero, sono impegnati a praticare vari generi di auto-imprenditoria terziaria nei settori del turismo, del commercio, dei nuovi media, della comunicazione pubblicitaria, ecc. Rieducare politicamente questi strati di proletariato esterno “postmodernizzato” non sarà impresa meno ardua di quella di restituire coscienza dei propri interessi di classe al proletariato interno immiserito e precarizzato dalle “cure” delle élite di Bruxelles.</p>
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</tr>
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<td>Proudhon</td>
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<p>Ma veniamo a quello che considero il limite maggiore dei discorsi sin qui presi in esame, vale a dire il tentativo di resuscitare un socialismo utopistico alla Proudhon.  Ammesso e non concesso che oggi sia, non dico realizzabile, ma anche solo concepibile “una società di liberi produttori” (Owen e Proudhon potevano ancora nutrire un simile sogno perché vivevano nella fase aurorale del capitalismo industriale, ma nemmeno loro avrebbero potuto farlo se fossero vissuti nell’era del tardo capitale monopolistico) non vedo come si possa non capire che tale società, in seguito alle differenze di capacità, talento, aggressività, ambizione, ecc. di questi produttori sarebbe destinata a subire un rapido processo di concentrazione dei capitali nella mani di una minoranza a scapito della maggioranza. Peggio mi sento di fronte alla schizofrenia teorica che, da un lato esclude ogni forma di liberismo economico e critica la filosofia utilitarista, dall’altro indica nella proprietà privata e nella piena libertà di vendere e comprare il fondamento dei “diritti naturali” dell’individuo, per tacere della rivendicazione dei principi giusnaturalisti e contrattualisti che, come insegna Andrea Zhok nella sua fondamentale<em> Critica della ragione liberale</em> (27) sono, proprio assieme all’utilitarismo, il fondamento stesso del moderno liberalismo borghese (e quindi anche della sua attuale, spietata versione neoliberista e dell’ordoliberalismo che governa la costituzione materiale della UE).</p>
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<p>Qualcuno potrebbe a questo punto obiettare che chi scrive, sulle tracce di autori come Vladimiro Giacché e Giovanni Arrighi (28) ha ripetutamente messo in discussione il modello classico di socialismo formulato da Marx ed Engels, i quali prevedevano l’abolizione integrale del mercato. Vero, solo che io mi riferivo ai socialismi del secolo XXI che crescono in Asia, Africa e America Latina, e in particolare a quel socialismo in stile cinese, che, avendo imparato la lezione del fallimento sovietico, ha restituito ai contadini la libertà di vendere il proprio plus prodotto (ma non la proprietà della terra, che resta saldamente nelle mani dello stato), ha consentito (entro certi limiti e sempre sotto controllo statale) l’accumulazione privata, impedendo però alla borghesia nazionale di tradurre in potere politico il potere economico, e mantenendo il controllo pubblico sui settori produttivi strategici, sulle banche, sulla ricerca scientifica e sui servizi essenziali. Per inciso, le riforme postmaoiste hanno realizzato proprio gli obiettivi prioritari indicati sia da Zitara che da Calemme: piena occupazione, una vita dignitosa per centinaia di milioni di cittadini strappati alla miseria, piena sovranità nazionale dopo più di un secolo di umiliazioni coloniali, per tacere della capacità di competere alla pari sul piano economico, scientifico e tecnologico con l’imperialismo americano che, non a caso, si prepara ad aggredire militarmente questo scomodo competitor, che lo inquieta sul piano ideologico-politico ancora più che su quello economico. In conclusione: niente rivoluzione senza partito rivoluzionario e niente sviluppo socialista senza stato socialista. Per parafrasare il duo Zitara Calemme: per emancipare il proletariato esterno non basta uscire dalla UE, bisogna rompere con il blocco capitalista occidentale e la sua ideologia (e quindi anche con la sua idea di libertà economica!). Quanto all’Italia, il nodo non è più geografico, nel senso che non si tratta più di liberare il Sud, bensì di liberare <em>i sud</em> (minuscolo plurale) estendendo la rivoluzione nazional popolare all’intero territorio.</p>
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<p><strong>Note</strong></p>
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<p>(1) Le citazioni si trovano in <em>Utopie letali </em>(Jaka Book, Milano 2013), <em>Il socialismo è morto. Viva il socialismo </em>(Meltemi, Milano 2019) e <em>Guerra e rivoluzione</em> (2 voll. Meltemi, Milano 2023).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(2) Gli altri membri della “banda” sono Gunder Frank, Giovanni Arrighi ed Immanuel Wallerstein. Cfr. A. Visalli,<em> Dipendenza, </em>Meltemi Milano 2020.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(3) I testi di Zitara cui farò riferimento in questo articolo sono:<em> Il proletariato esterno</em> (Jaka Book, Milano 1972),<em> L’unità d’Italia. Nascita di una colonia</em> (Jaka Book, Milano 1971, ristampa 2010),<em> L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria </em>(Jaka Book, Milano 2010) e<em> Negare la negazione. Introduzione al separatismo rivoluzionario, </em>Città del Sole, Reggio Calabria 2001.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(4) Cfr. fra gli altri, G. Myrdal,<em> Teoria economica e paesi sottosviluppati,</em> Feltrinelli, Milano 1957; P. Baran,<em> Il surplus economico,</em> Feltrinelli, Milano 1962; P. Baran, P. Sweezy,<em> Il capitale monopolistico</em>, Einaudi, Torino 1968, oltre al già citato<em> Dipendenza</em> di A. Visalli.</p>
<p>(5) Nelle analisi di Zitara e Calemme il fenomeno del brigantaggio ha il valore di una prima manifestazione della resistenza del proletariato esterno meridionale all’’occupazione coloniale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(6) In <em>Negare la Negazione</em>, cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(7) Anche questo giudizio sull’uso strumentale della retorica resistenziale come legittimismo colonialista si trova in <em>Negare la negazione</em>, cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(8) Zitara denuncia questa schizofrenia dell’atteggiamento dei partiti italiani di ispirazione marxista ne <em>L’unità d’Italia, </em>cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(9) Ne <em>Il proletariato esterno</em> cit. Zitara scrive che la esibita “purezza morale” fascista che punta il dito contro corruttela, clientelismo e le baronie politiche che la democrazia italiana ha imposto al Sud affascina le masse meridionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(10) Cfr. <em>Guerra e rivoluzione, </em>vol. I (<em>Le macerie dell’Impero), </em>cap. I (“La cassetta degli attrezzi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(11) Vedi nota 4.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(12) Ne <em>Il proletariato esterno, </em>cit<em>. </em>Zitara nota come la produzione per l&#8217;autoconsumo e l’economia di villaggio abbiano svolto  per la classe contadina un ruolo di autodifesa contro lo sfruttamento. Il ruolo di resistenza anticapitalista dei residui di forme sociali precapitalistiche è un tema centrale di molti marxisti latinoamericani. Vedi, in particolare, J. C. Mariategui,<em> Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti,</em> Einaudi, Torino 1972 e A. G. Linera,<em> Forma valor y forma comunidad,</em> Traficantes de Suenos, Quito 2015. In particolare Linera estende il concetto di classe rivoluzionaria alle comunità originarie andine, in polemica con i marxisti ortodossi che le considerano forme comunistiche primitive che devono essere “sciolte” nei moderni rapporti di produzione capitalistici prima di poter essere integrate nel fronte della lotta di classe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(13) Accenno a questo rapporto fra Samir Amin e Zitara in <em>Guerra e rivoluzione</em>, cit., vol. II, pp. 148 e segg.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(14) Di questa capacità del capitale metropolitano di mettere al lavoro forme economiche ibride in cui il mercato capitalistico convive con rapporti sociali di tipo tradizionale, discute A. G. Linera nel libro citato alla nota 12.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(15) Ne<em> Il proletariato esterno,</em> cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(16) Calemme usa il termine di lumpenborghesia per denotare questa nuova borghesia dominante che rafforza i rapporti di subalternità economica dei Paesi ex coloniali</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(17) Sempre ne <em>Il proletariato esterno,</em> Zitara sostiene che a mano a mano che i figli vengono avviati agli studi ciò genera un nuovo fattore sociale che alimenta la disoccupazione intellettuale, foriera di tensioni particolarmente esplosive.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(18) Ne<em> L’unità d’Italia</em>, cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(19) Sul concetto di <em>delinking</em> cfr. S. Amin, <em>La déconnextion. Pour sortir du système mondial</em>, La Découvert, Paris 1986 e <em>Classe et nation, </em>Nouvelles Editions Numériques Africaines, Dakar 2015. Vedi anche H. Jaffe, <em>Via dall&#8217;azienda mondo,</em>Jaka Book, Milano 1995.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(20) In<em> Negare la negazione, </em>cit<em>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(21) Cfr. P. Baran e G. Myrdal opp. citt.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(22) Cfr. D. Harvey,<em> The Anti-capitalist Chronicles,</em> Pluto Press, London 2020.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(23) vedi nota 12.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(24) Vedi <em>Guerra e rivoluzione, </em>cit<em>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(25) Su questa nuova dimensione del conflitto centri periferie, cfr. C. Guilluy,<em> La France périphérique,</em> Flammarion, Paris 2014.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(26) Il tema dell’odio meridionale contro i colonizzatori ricorre di frequente nel libro di Calemme (la pulsione violenta della masse meridionali, scrive, “non è esecrabile ma è l’ultimo vestigio della loro umanità, della loro dignità”). Calemme traccia un filo che si dipana dai Fasci siciliani, agli eventi di Avola e Battipaglia, alla rivolta di Reggio, fino ad appellarsi al fenomeno mafioso come “il tentativo storico della classe subalterna meridionale eterna allo sviluppo storico di avviare con la violenza un nuovo processo di accumulazione originaria”, discorso che, mentre può avere un qualche senso alle origini del fenomeno, mi pare non più sostenibile nella sua attuale versione globalizzata e finanziarizzata, totalmente integrata nei vertici del sistema capitalista mondiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(27) A. Zhok, <em>Critica della ragione liberale, </em>Meltemi, Milano 2020.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(28) Vedi fra i molti scritti che Giacché dedica al tema, il suo (a cura di) <em>Economia della rivoluzione, </em>il Saggiatore, Milano 2017, quanto ad Arrighi vedi, in particolare, <em>Adam Smith a Pechino, F</em>eltrinelli, Milano 2007.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Salario minimo? Timeo Danaos et dona ferentes</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Mar 2024 18:27:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Salario minimo? Timeo Danaos et dona ferentes di Carlo Formenti &#160; L’Italia è l’unico Paese europeo che abbia registrato una contrazione dei salari reali nel trentennio 1990-2020; è anche il Paese che vanta il poco invidiabile record di una percentuale a due cifre di working poor (nel 2019 i lavoratori in condizioni di povertà erano [...]]]></description>
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<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/storie13/Marchiodoc-Giuseppe-Di-Vittorio.jpg.webp" alt="Marchiodoc Giuseppe Di Vittorio.jpg" data-src="/images/storie13/Marchiodoc-Giuseppe-Di-Vittorio.jpg.webp" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Salario minimo? <em>Timeo Danaos et dona ferentes</em></h1>
<h3></h3>
<h3>di Carlo Formenti</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’Italia è l’unico Paese europeo che abbia registrato una contrazione dei salari reali nel trentennio 1990-2020; è anche il Paese che vanta il poco invidiabile record di una percentuale a due cifre di working poor (nel 2019 i lavoratori in condizioni di povertà erano l&#8217;11,8% del totale); è infine il Paese in cui i lavoratori che percepiscono una retribuzione oraria inferiore agli otto euro e mezzo l&#8217;ora sono più di un milione (1,3). Non sono forse tre buone ragioni per fissare un salario minimo legale, provvedimento che ci viene fra l’altro sollecitato dall&#8217;Europa? Savino Balzano, sindacalista pugliese (di Cerignola, città natale di Di Vittorio, precisa orgogliosamente) già autore di libri (1) sulle problematiche del lavoro e collaboratore de <a href="https://www.lafionda.org/">La Fionda</a>, non è convinto che questa sarebbe la soluzione giusta per migliorare le condizioni di una delle classi lavoratrici più tartassate del mondo occidentale, e spiega le ragioni di tale opinione in un pamphlet dal titolo <em>Il salario minimo non vi salverà</em>, appena uscito da Fazi Editore.</p>
<p>Il salario minimo, sostiene, potrebbe essere l&#8217;ultima di una lunga serie di trappole che, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, hanno collaborato a ridurre progressivamente il potere contrattuale dei lavoratori italiani, fino a ridurlo praticamente a zero. Descrivendo le tappe di questa via crucis, l&#8217;autore prende le mosse da Luciano Lama, la vestale del moderatismo sindacale che, con parole degne di Menenio Agrippa, spiegò agli operai che l&#8217;impasse del lungo ciclo di lotte del decennio 60/70 era l&#8217;inevitabile esito di una stagione di rivendicazioni &#8220;estremiste&#8221;, alimentate dall&#8217;illusione di fare del salario una variabile indipendente. Purtroppo, ammoniva Lama, appellandosi alle &#8220;leggi&#8221; dell&#8217;economia canonizzate dagli esperti al servizio della Confindustria, il capitalismo conosce una sola variabile indipendente, vale a dire quel profitto che, ove costretto a scendere al di sotto di un &#8220;ragionevole&#8221; minimo, provoca crisi, disinvestimenti, chiusure di imprese, licenziamenti.</p>
<p>Una volta incisa nell’opinione pubblica l’idea che la crisi iniziata negli anni Settanta era attribuibile alle intemperanze del sindacalismo di base e dei consigli dei delegati di reparto, (e non alla fine della <img src="https://www.sinistrainrete.info/images/storie13/copertina_balzano.jpeg.webp" alt="copertina balzano.jpeg" data-src="/images/storie13/copertina_balzano.jpeg.webp" />bonanza delle materie prime a buon mercato, ai conflitti interimperialistici, all&#8217;avvio di un nuovo ciclo di finanziarizzazione dell&#8217;economia, ecc.), e una volta imboccata la via della &#8220;compatibilità&#8221; fra livelli salariali e margini di profitto, si è scesi lungo un piano inclinato sempre più ripido. Incassata la sconfitta della Fiat nel 1980, celebrato (con la scarsa opposizione, se non con la benedizione, di una sinistra sempre più sensibile alle sirene neoliberali) il divorzio fra Banca Italia e Tesoro (1981), a partire dal quale è divenuto impossibile ricorrere al debito pubblico per finanziare politiche economiche anti regressive, si è benedetto il compromesso storico PCI-DC celebrato all&#8217;insegna dell&#8217;austerità come valore &#8220;di sinistra&#8221; (2). Finché nel 1985 i sindacati, sposando la tesi che attribuiva la causa dell&#8217;inflazione al meccanismo di indicizzazione dei salari, firmano il protocollo Scotti che taglia del 15% la scala mobile, che verrà finalmente soppressa nel 1992, lo stesso anno di quel Trattato di Maastricht che segna la definitiva abdicazione dello Stato italiano alla possibilità stessa di praticare politiche economiche anticicliche.</p>
<p>La cronistoria che Balzano stende dei tradimenti perpetrati nei confronti degli interessi dei lavoratori si articola su due linee, parallele ma strettamente connesse. Da un lato, si impegna a smascherare il mito di un&#8217;Europa chiamata a legittimare le politiche di contenimento di retribuzione e spesa pubblica come via obbligata per evitare la catastrofe del fallimento. Un’Europa che letteralmente non esiste, scrive Balzano, ove si consideri che non condividiamo una lingua né un’identità comuni, né tanto meno, uno spirito solidaristico unitario; ma se non esistono una comunità o un popolo europei, esiste la UE in quanto sistema giuridico, ingegneria istituzionale, un organismo che, ancorché privo di legittimazione democratica, può dettare ai paesi membri le politiche pubbliche. Esiste l&#8217;Europa come spazio che impone la concorrenza fra stati per attirare capitali garantendo bassa pressione fiscale, tagli allo stato sociale, basso costo del lavoro. L&#8217;Europa che nel 2012 ci ha imposto di integrare il Fiscal Compact nella Costituzione, cancellandone con un tratto di penna tutti gli articoli formulati a tutela della dignità del lavoratore e del cittadino.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato l&#8217;autore elenca gli obiettivi che, sfruttando l’inquadramento del Paese nella gabbia europea e la trasmigrazione di vertici sindacali e partitici sotto i vessilli del liberismo, questa spietata guerra di classe dall&#8217;alto (3) è riuscita a realizzare sul fronte interno. Di anno in anno, accusa, la classe operaia è stata inondata di menzogne, un coro cui hanno partecipato non solo sindacalisti e politici ma anche intellettuali, studiosi, giornalisti unanimemente impegnati ad assicurare, in occasione di ogni taglio di salario diretto e indiretto (sanità, pensioni, welfare), e di ogni cambiamento peggiorativo delle regole sui contratti di lavoro, che questi “sacrifici” avrebbero garantito un aumento dell’occupazione.</p>
<p>Ciò che in realtà si è ottenuto è stato l’aumento della precarietà. Così, in un crescendo culminato con il famigerato Jobs Act varato da Renzi, i lavoratori hanno “conquistato”: la liberalizzazione dei contratti a termine; i contratti di apprendistato che hanno istituzionalizzato lo sfruttamento semi gratuito di persone congelate a tempo indeterminato nello status di lavoratori “in formazione” e “in prova” (per tacere dell’alternanza scuola-lavoro, che ha consentito di imporre a migliaia di studenti di sgobbare gratuitamente, e di pagare un sanguinoso tributo alla strage dei caduti per incidenti sul lavoro); la creazione di un esercito di finte partite Iva, inquadrate come dipendenti a tempo pieno senza godere dei “privilegi” dei colleghi regolarmente assunti (operazione accompagnata da una tambureggiante retorica sulle magnifiche sorti e progressive di una nuova generazione di aspiranti “imprenditori di se stessi”); infine, a correzione dell’ “eccesso di tutela” garantito dallo Statuto dei lavoratori, i vincitori delle cause contro licenziamenti immotivati non hanno più potuto ottenere la reintegrazione del posto di lavoro ma solo modesti rimborsi.</p>
<p>Per colmo di ironia, una volta creato questo variegato esercito di precari, lo si è aizzato contro gli ingiusti “privilegi” di lavoratori garantiti e pensionati, tentando di dirottare la rabbia delle nuove generazioni contro gli anziani, una delle tante guerre fra poveri al pari dei conflitti fra uomini e donne, immigrati e autoctoni, ecc. Nel frattempo, le sinistre liberal progressiste sventolavano la bandiera arcobaleno (simbolo di quei diritti civili – riservati a individui e gruppi minoritari (4) &#8211; che Balzano definisce senza peli sulla lingua il nuovo oppio dei popoli) dimentiche di essere le prime responsabili della falcidia di salari, occupazione e stato sociale. Nel corso dei decenni in cui l’esercito del lavoro abbandonato dai propri generali passava di sconfitta in sconfitta, l’unico provvedimento in controtendenza è stato, pur con i suoi limiti, quel Decreto dignità varato nel 2018 dal governo M5S – Lega, provvedimento che, nella misura in cui poneva un minimo argine agli effetti dell’abolizione dell’Articolo 18, è stato criticato da PD e CGIL perché foriero di rischi di “irrigidimento” del mercato del lavoro. A rassicurare i padroni in merito ai rischi in questione hanno del resto provveduto i successivi governi Draghi e Meloni.</p>
<p>A questo punto perché non guardare con favore alla proposta di istituire un salario minimo fissato per legge? In primo luogo, risponde Balzano, perché a sostenerla sono gli stessi soggetti, come la UE, le sinistre liberal progressiste e persino la Confindustria (“non poniamo ostacoli, anche perché noi già paghiamo di più”) che hanno gestito lo scempio dei diritti delle classi lavoratrici appena descritto:<em> timeo danaos et dona ferentes</em>, per citare l’avvertimento di Laocoonte agli imprudenti troiani che si apprestavano a introdurre il cavallo nelle mura cittadine. Per corroborare il proprio sospetto, Balzano cita fra gli altri il guru del neoliberismo von Hayek: l’uomo che aveva individuato nell’Europa il dispositivo ideale per abbattere il costo del lavoro si è infatti speso a favore di un reddito minimo “per impedire che i poveri possano rappresentare una minaccia”.</p>
<p>Eppure, gli si potrebbe obiettare, è indubbio che i lavoratori non coperti da contratti collettivi potrebbero trarne giovamento. Vero, replica Balzano ma, a parte il fatto che lavoratori in nero e finti autonomi ne resterebbero fuori, si tratterebbe comunque di una minoranza, visto che la maggioranza gode di retribuzioni superiori alle soglie minime previste. Ma soprattutto, aggiunge, il rischio è che, in un contesto di debolezza contrattuale, il salario minimo legale potrebbe trascinare verso il basso le retribuzioni. Un simile provvedimento potrebbe funzionare solo in un contesto contrattuale favorevole alla forza lavoro, svolgendo il ruolo di base retributiva incomprimibile per gli strati più deboli e di primo gradino di una mobilità verso l’alto per quelli più forti, viceversa, in un contesto di debolezza generalizzata, qual è quello attuale, agirebbe da “tappo”, legittimando il rifiuto padronale nei confronti di ogni velleità di aumento (vi diamo già più del minimo) o addirittura le decurtazioni di salari “eccessivi” in situazioni di crisi aziendali e/o di crisi settoriali o generalizzate (non possiamo darvi più del minimo fissato per legge, ed è già fin troppo). Del resto, scrive Balzano, la stessa CGIL ha già siglato contratti che prevedono paghe sotto i 9 euro l’ora (cioè la base che si ipotizza per il salario minimo legale).</p>
<p>Per capire il vero nodo sollevato da Balzano, occorre però andare al di là delle argomentazioni fin qui esposte. Il fatto è che la sua diffidenza è rivolta in generale contro la regolazione politica dei rapporti di forza fra classi sociali. Un esempio? I diritti acquisiti con lo Statuto dei lavoratori, argomenta, sono stati operativi solo finché gli operai hanno avuto la forza di imporne l’applicazione. Venuta meno tale condizione si è capito come quella “conquista” fosse servita a congelare, istituzionalizzandolo, il processo di democratizzazione delle imprese innescato dalla rivoluzione dei delegati di reparto, per poi decapitarlo in una fase successiva. Insomma: le vere conquiste non derivano dalla legge ma dagli equilibri di potere, solo i lavoratori possono salvare i lavoratori, mentre delegare alla legge (cioè alla politica) la gestione dei loro interessi “significa firmare una cambiale in bianco ai partiti”, gli stessi che li hanno massacrati.</p>
<p>Eppure nemmeno Balzano può esimersi dall’evocare la legge nella sua forma più alta, vale a dire quegli articoli della nostra Costituzione che trattano del lavoro, per spiegare a quale modello dovrebbero a suo avviso ispirarsi i rapporti fra capitale e lavoro. Un modello al quale, sembra di capire da alcuni passaggi del libro, si sarebbe in qualche modo avvicinato, pur senza realizzarlo, il capitalismo del trentennio postbellico, (un modello capitalistico “che è stato svenduto” scrive). Dopodiché riconosce che quel modello costituzionale appare oggi insostenibile (5), per cui conclude ammettendo francamente di non essere in grado di proporre una pars construens, tanto è vero che l’unica affermazione “positiva” che ho trovato nel libro è che ci vorrebbe un sindacato “animato da una visione del lavoro e della società”. Perché piuttosto non un partito radicalmente altro da quelli che giustamente critica, un partito diverso sul piano di principi, valori e modalità di intervento politico e sociale? Evidentemente perché Balzano è a sua volta parte di quella cultura radicalmente antipolitica che caratterizza anche l’ala più onesta e incazzata (tanto da rivendicare il proprio diritto all’odio di classe) di una sinistra occidentale ormai arresasi alle ragioni del verbo liberale. Una cultura che, nel suo caso, assume toni che non esisterei a definire pansincalisti, visione di cui la sua generosa denuncia sconta inevitabilmente i limiti. Vedi laddove scrive che quello del lavoro è un mercato, non un mercato qualunque ma pur sempre un mercato; ebbene: questo è esattamente il confine al di là del quale nessuna prassi sindacale, anche la più radicale, potrà mai spingersi. Oltre c’è solo il riconoscimento di Marx &#8211; ma anche di Polanyi (6) – che la forza lavoro (non il lavoro!) è, al pari della terra e del denaro, una finta merce, e che questa finzione, su cui si fonda l’oppressione e lo sfruttamento delle classi lavoratrici, può essere superata solo da una società socialista, magari “imperfetta”, come quelle di cui mi occupo nel mio ultimo libro (7), ma in cui è comunque la politica a governare sull’economia e non viceversa.</p>
<hr />
<h6><strong>NOTE</strong></h6>
<h6>(1) Savino Balzano ha pubblicato <em>Contro lo smart working </em>(Laterza 2021) e <em>Pretendi il lavoro </em>(GOG Edizioni 2019)</h6>
<h6>(2) Parlando delle responsabilità di Berlinguer, Balzano usa il termine &#8220;ingenuità&#8221;, parola decisamente blanda per un leader di sinistra che ha dichiarato di sentirsi protetto dall&#8217;ombrello della NATO</h6>
<h6>(3) Cfr. L. Gallino, <em>La lotta di classe dopo la lotta di classe, </em>Laterza, Roma-Bari 2012.</h6>
<h6>(4) Per dirla tutta la cultura dei diritti civili (con il suo corredo di linguaggi &#8220;politicamente corretti&#8221;) inalberata dalle sinistre postmoderne è qualcosa di più e di peggio di un nuovo oppio dei popoli: è l&#8217;ideologia ufficiale della sinistra del capitale, come l&#8217;ho definita nel mio <em>Guerra e rivoluzione </em>(Meltemi 2023). E i popoli ne sono talmente consapevoli che, quando non si astengono, votano a destra in odio ai partiti che ne professano i valori.</h6>
<h6>(5) Posto che il modello di capitalismo cui si riferisce Balzano è, se non sbaglio, quello dell&#8217;economia mista che ha caratterizzato il trentennio postbellico nel nostro come in altri Paesi occidentali, inspirato al compromesso keynesiano fra capitale e lavoro, è giusto dire che appare oggi insostenibile, anche se va precisato che è tale per ragioni politiche e non economiche, in quanto politiche che un tempo avremmo definite socialdemocratiche e riformiste oggi potrebbero essere imposte solo con metodi rivoluzionari (tanto è vero che le uniche economie miste nel mare del neoliberismo globale si trovano oggi nei Paesi socialisti di Asia, Africa e America Latina).</h6>
<h6>(6) Cfr. K. Polanyi, <em>La grande trasformazione, </em>Einaudi, Torino 1974.</h6>
<h6>(7) &#8220;Elogio dei socialismi imperfetti&#8221; è il titolo del secondo volume di <em>Guerra e rivoluzione </em>(Meltemi 2023) in cui analizzo l&#8217;esperienza cinese e quelle di alcuni Paesi latinoamericani.</h6>
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		<title>IL MARX &#8220;VERDE&#8221; DI KOHEI SAITO</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2024 18:44:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p>&nbsp;</p>
<h1>IL MARX &#8220;VERDE&#8221; DI KOHEI SAITO</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CARLO FORMENTI </strong></p>
<p>Mi sono già occupato delle tesi del marxista giapponese Kohei Saito nella prima puntata dell&#8217;articolo &#8220;La cassetta degli attrezzi. Postille a Guerra e rivoluzione&#8221;, uscito il 18 gennaio scorso su questo blog (https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html). In quell&#8217;occasione avevo discusso un suo libro dal titolo <em>Marx in the Anthropocene </em>(Cambridge University Press, 2022). Poco dopo, l&#8217;editore Fazi ha dato alle stampe l&#8217;edizione italiana di un testo precedente, <em>L&#8217;ecosocialismo di Karl Marx </em>(<em>Karl Marx&#8217;s Ecosocialism</em>), un saggio che ha avuto uno strepitoso successo in Giappone (mezzo milione di copie!) e che, grazie alle sue tesi provocatorie, presumo ne avrà altrettanto a livello mondiale. Ho quindi ritenuto opportuno dedicargli questo secondo intervento nel quale, da un lato, ribadisco le perplessità formulate nel primo, dall&#8217;altro tento di approfondire alcuni dei temi affrontati da Saito che mi sono parsi tutt&#8217;altro che privi di interesse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Saito mette le mani avanti, riconoscendo che, se ci si limita a considerare la produzione marxiana &#8220;canonica&#8221;, sembrano più che fondate le critiche rivoltagli sia dagli ecologisti che da coloro che lo accusano di eurocentrismo (1): il filosofo di Treviri, il che vale a maggior ragione per Engels, aveva ancora, infatti, una visione unilateralmente ottimistica della funzione storica del capitalismo, al quale riconosceva il merito di avere accelerato, non solo il progresso economico, ma anche quello civile dell&#8217;umanità, contribuendo a emanciparla dai vincoli sociali e ideologici che impastoiavano il mondo precapitalista. Dalla lettura di opere come il <em>Manifesto </em>emerge un Marx “produttivista”, entusiasta dello sviluppo delle forze produttive innescato dalla crescita dell&#8217;economia capitalistica, persino disposto a perdonare i crimini del colonialismo nella misura in  “risvegliavano” dal sonno millenario le statiche civiltà orientali. Un punto di vista sostanzialmente condiviso dal successivo movimento marxista.</p>
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<p>Saito ha l’indubbio merito di avere messo in discussione questa lettura, dimostrando come nelle opere della maturità (soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni 60 dell’Ottocento) la visione di Marx si sia progressivamente allontanata da questa concezione unilateralmente ottimistica del potenziale emancipatorio del capitalismo. Posto che il filosofo giapponese non è l’unico ad avere messo in luce come nel lavoro teorico di Marx si intreccino diversi “regimi narrativi” (2), l’originalità (ma al tempo stesso l’azzardo) della sua tesi consiste nel rintracciare in un uno di questi  regimi narrativi una vera e propria svolta, in ragione della quale Marx sarebbe arrivato a considerare le “crisi ecologiche” come la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico. Il rischio di anacronismo è chiaro, non solo e non tanto perché il paradigma ecologico era a quei tempi di là da venire, ma anche perché i riferimenti in tal senso che possono essere rintracciati nel <em>Capitale</em> (3) non sembrano svolgere un ruolo fondamentale nell’economia complessiva dell’opera maggiore. Eppure Saito nega che Marx abbia trattato il tema ecologico solo in modo sporadico e marginale. Vediamo su quali basi documentali.</p>
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<p>La fonte primaria del suo ragionamento sono i quaderni di estratti, citazioni, commenti di lettura accumulati da Marx nel corso della sua esistenza. Non solo i già noti Quaderni di Parigi e Quaderni di Londra, ma l’enorme mole di inediti venuta via via alla luce con la pubblicazione (tuttora incompiuta) dei MEGA, un terzo dei quali sono stati redatti negli ultimi 15 anni di vita dell’autore. Questi estratti, sostiene Saito, non sono meno importanti dei testi “canonici”, in quanto documentano una serie di aspetti che nelle opere principali vengono accennati ma non approfonditi. Questa tesi poggia in particolare sul fatto che il secondo e il terzo volume del <em>Capitale </em>sono rimasti incompiuti e sono stati pubblicati postumi, dopo che Engels ne aveva rivisto e assemblato le stesure provvisorie. Secondo Saito, il “ritardo” accumulato da Marx nella stesura definitiva dell’opera fondamentale, va messo in relazione con i ripensamenti maturati negli ultimi anni di vita, ripensamenti che si rispecchiano negli appunti dei quaderni, i quali ci aiutano a comprendere cosa avrebbe scritto Marx se fosse riuscito a portare a termine la versione definitiva del <em>Capitale.</em> E’ evidente che questo approccio sottende l’esistenza di una divaricazione fra l’intenzione originaria di Marx e l’interpretazione che ne diede Engels redigendo la versione “ufficiale” dell’opera. Tuttavia non è questo il tema che qui mi interessa per cui, prima di entrare nel merito degli aspetti del lavoro di Saito che ritengo più interessanti, preferisco richiamare l’attenzione su due punti: il primo è la sua rilettura dei <em>Quaderni economico filosofici, </em>in quanto è un buon esempio dell’approccio che il nostro adotta laddove tenta di “mixare” un testo “ufficiale” con gli appunti coevi dei quaderni; il secondo riguarda le fonti scientifiche che avrebbero  suo avviso influenzato la svolta “ecologista” dell’ultimo Marx.</p>
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<p>I <em>Manoscritti economico filosofici, </em>secondo Saito,<em> </em>non andrebbero letti come un’opera indipendente bensì come una parte degli appunti di studio di Marx raccolti nei Quaderni di Parigi. Questo approccio consente a suo avviso di superare la sterile contrapposizione fra marxisti “umanisti” e marxisti ”scientisti”. Com’è noto, i primi rivalutano il pensiero del “giovane Marx”, impegnato nella critica della sinistra hegeliana, per affermare  la centralità del concetto di lavoro alienato (4) in polemica con le interpretazioni materialistico-meccaniche del suo pensiero; i secondi (vedi, fra gli altri, Althusser) sostengono al contrario che, dopo <em>L’ideologia tedesca, </em>Marx avrebbe completamente abbandonato lo schema antropologico- hegeliano del 1844 per orientarsi verso una problematica “scientifica” (cioè verso la critica dell’economia politica, senza più indulgere a civetterie con la dialettica hegeliana). Ma in questo modo, argomenta Saito, i primi sottovalutano i successivi sviluppi del pensiero economico di Marx, mentre i secondi ignorano che è proprio la critica marxiana alla filosofia giovane-hegeliana che consente di cogliere il vero punto di partenza della sua critica dell’economia politica. Per superare il dualismo fra analisi sociologica e analisi filosofica, scrive Saito, occorre capire che, fin dall’inizio, Marx ha studiato l’economia politica analizzando le forme sociali delle categorie economiche e, nel contempo, ha studiato la filosofia e le scienze naturali per acquisire la base scientifica necessaria ad analizzare le qualità materiali della realtà. In tal senso non esiste dunque una sostanziale cesura fra il “giovane” Marx e il Marx “maturo”, e i quaderni (sia quelli giovanili che quelli dell’ultimo quindicennio di vita) vanno riletti in stretta connessione con la formazione della sua critica dell’economia politica e non come un grandioso progetto materialista di spiegazione dell’universo (il riferimento critico alla engelsiana dialettica della natura è qui implicito).</p>
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<td>un ritratto del giovane Marx</td>
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<p>I quaderni dell’ultimo Marx, si riferiscono alle opere di studiosi come il chimico Justus von Liebig,  l&#8217;economista Henry Carey e il fisico Carl Fraas, tutti impegnati, ancorché a partire da punti di vista diversi e a volte divergenti, a denunciare il rischio dell’esaurimento dei suoli provocato dall’agricoltura di rapina praticata da proprietari terrieri e imprenditori agricoli esclusivamente preoccupati di ottenere il massimo profitto nel più breve tempo possibile. Non ho qui lo spazio, né lo ritengo indispensabile, per descrivere nei dettagli le loro teorie. Basti ricordare che, per Liebig, la questione di fondo era la mancata reintegrazione delle sostanze nutritive dovuta al supersfruttamento dei suoli, laddove Fraas attribuiva maggior peso all’influenza del clima, in particolare alle mutazioni climatiche indotte dalla deforestazione selvaggia, ma giungeva alle stesse conclusioni. Ad attirare l’attenzione di Marx, sostiene Saito, fu soprattutto la settima edizione (1862) della “Chimica organica applicata all’agricoltura e alla fisiologia” di Justus von Liebig. Le tesi del chimico tedesco lo indussero infatti a riconsiderare la tesi (condivisa da Engels) secondo cui la fertilità del suolo può essere accresciuta all’infinito con il concorso del capitale, del lavoro e della scienza. Ma Saito insiste soprattutto sul fatto che l’interesse di Marx per questo lavoro, come per quelli di Carey e Fraas, non era meramente scientifico-naturalistico bensì di tipo squisitamente economico. Marx, ragionando sulle teorie di Ricardo sulla rendita fondiaria, ne condivideva l’analisi del meccanismo di tale categoria economica, ma ne rigettava la tesi sulla legge dei rendimenti decrescenti, nella misura in cui essa, da un lato avrebbe legittimato la teoria di Malthus, dall’altro avrebbe indotto ad ammettere che anche una futura società socialista sarebbe stata inevitabilmente minacciata dal problema dell’insufficienza dei mezzi di produzione.</p>
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<p>Viceversa le opere dei tre autori appena citati consentivano, secondo Marx, di indagare le cause dei rendimenti decrescenti non come manifestazione “assoluta” (trans storica) dei limiti naturali all’aumento della produttività, bensì come causa specificamente moderna (capitalistica) del fenomeno. Le loro opere, che Marx definiva “inconsapevolmente socialiste”, mettevano infatti in luce che il miglioramento del suolo operato dal capitalismo non mira a una produzione sostenibile nel lungo periodo ma all’utile monetario immediato, per cui investe capitale e lavoro solo nelle terre più redditizie, che finiscono così per esaurirsi, mentre le altre vengono lasciate incolte. Inoltre Liebig puntava il dito contro lo squilibrio fra città e campagna generato dall’industrialismo moderno (squilibrio che interrompe il ciclo delle sostanze nutritive, nella misura in cui gli scarti organici della città non tornano alla terra sotto forma di concime ma vanno dispersi nell’ambiente). Senza contare che questo antagonismo fra centri e periferie si manifesta su scala mondiale sotto forma di rapina delle risorse naturali e della forza lavoro dei paesi periferici.</p>
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<p>In poche parole, Marx usa le analisi scientifiche di autori come Liebig, Carey e Fraas, per dimostrare che un&#8217;economia di mercato è incapace di realizzare una gestione razionale della terra come condizione di esistenza e riproduzione delle generazioni umane che si susseguono, e per affermare la necessità di un’agricoltura non mediata dal valore. Basta tutto ciò per avvalorare la tesi di Saito sulla presunta  svolta “ecologista” (pur mettendo fra parentesi l’anacronismo associato all’uso di tale termine) dell’ultimo Marx, svolta che non sarebbe stata incorporata negli ultimi due volumi del <em>Capitale </em>solo<em> </em>perché la morte gli avrebbe impedito di portarli a compimento? Gli ecologisti obietterebbero che Saito non riesce a dimostrare che Marx abbia preso seriamente in considerazione la questione della scarsità delle risorse naturali, dal momento che pensa che il problema esista solo nel capitalismo mentre verrà superato nel socialismo attraverso il ibero sviluppo della produttività. Per capire se, come e in che misura, Saito riesca a fronteggiare tale obiezione, nella seconda parte dell’articolo discuterò il modo in cui egli affronta due temi: la questione del processo lavorativo come ricambio organico uomo-natura, e la visione marxiana del rapporto uomo-natura nella società socialista.</p>
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<p>Saito parte dal presupposto che, per cogliere il contributo di Marx alla problematica ecologica, occorra partire dal rapporto fra quest’ultima e la categoria marxiana di reificazione, il che implica spostare l’attenzione della critica dell’economia politica dalle forme sociali ed economiche alle dimensioni materiali del mondo. Il concetto di materiale (<em>stoff</em>), argomenta, è una categoria centrale del progetto critico di Marx, tanto è vero che nel <em>Capitale</em> e altrove si ribadisce a più riprese 1) che la produzione umana non può ignorare la proprietà e le forze naturali; 2) che il lavoro non può creare sostanze naturali ma può solo modificarne la forma, il che implica 3) che le forme economiche non possono esistere senza la base materiale. Le teorie postmoderniste che si concentrano su categorie quali “lavoratori della conoscenza”, “lavoro immateriale” ecc. (5), e che descrivono la società tardo capitalista come un mondo economico, sociale e culturale disincarnato, integralmente riconducibile alle leggi dell’informazione, del linguaggio, della semiotica, non colgono il fatto che gli esseri umani non possono trascendere la natura, con la quale realizzano da sempre, e continueranno a realizzare finché esisteranno come specie, una unità mediata dal lavoro.</p>
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<p>Tutto ciò emerge chiaramente nelle parti del Primo libro del <em>Capitale </em>in cui Marx analizza il lavoro in generale, cioè l’aspetto trans storico e universale della produzione umana. La specificità del lavoro umano è il suo carattere teleologico di attività che persegue un fine consapevole (vedi la nota metafora dell’ape e dell’architetto, con la quale Marx illustra la differenza fra l’attività umana e quelle di tutte le altre specie animali). Tale specificità, su cui l’ultimo Lukács ha costruito una parte significativa delle sue riflessioni (6), non basta però a liquidare il sottostante carattere del lavoro come ricambio organico fra uomo natura. Marx, scrive Saito, analizza il processo lavorativo come ricambio con la natura, ossia come interazione metabolica materiale di tre momenti della produzione che hanno luogo all’interno della natura: materie prime, mezzi di produzione e attività lavorativa, il che dimostra, aggiunge, come egli conoscesse e utilizzasse il concetto di metabolismo ancor prima di avere letto i lavori di Liebig (prima cioè del 1851).</p>
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<p>Tuttavia i marxisti ortodossi tendono a sorvolare su queste categorie, considerando le parti del <em>Capitale</em> che se ne occupano come una sorta di inciso storico-antropologico, sostanzialmente marginale rispetto all’analisi marxiana della produzione capitalistica. Viceversa Saito sostiene che si tratta di concetti che non permettono solo di comprendere le condizioni naturali universali (trans storiche) della produzione umana, ma anche di indagare le loro radicali trasformazioni storiche in seguito allo sviluppo del modo di produzione moderno e della crescita delle forze produttive.</p>
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<p>E’ qui che nel ragionamento di Saito entrano in gioco i concetti marxiani di alienazione e reificazione. Nelle relazioni sociali pre capitalistiche esiste una unità naturale del lavoro con i suoi presupposti materiali, mentre il processo di interscambio materiale uomo-natura assume una forma del tutto diversa non appena esso può avvenire solo sulla base della radicale scissione insita nel rapporto lavoro salariato-capitale. In precedenza, i lavori concreti divenivano immediatamente sociali malgrado la varietà dei rispettivi contenuti, nella misura in cui la loro allocazione era organizzata <em>prima</em> di svolgere il lavoro concreto, al contrario nelle società di mercato la distribuzione avviene a posteriori, <em>dopo</em> l’esecuzione del lavoro, così gli oggetti d’uso diventano merci in quanto si tratta di prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro, senza alcun accordo sociale, e il loro interscambio dev’essere mediato dal mercato, cioè dal valore di scambio. E’ a questo punto che si produce quel capovolgimento per cui i rapporti sociali fra lavori privati appaiono come rapporti fra cose, ma questa, scrive Saito, non è una “illusione” (7) che nasconde l’essenza delle relazioni umane fondamentali, bensì un fenomeno oggettivo dal momento che i produttori non possono relazionarsi fra loro se non attraverso la mediazione del mercato. Detto altrimenti: il lavoro come ricambio organico uomo-natura è un’attività trans storica, ma si trasforma quando riceve una specifica funzione capitalistica come processo di valorizzazione.</p>
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<td>Kohei Saito</td>
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<p>Ciò significa che il metabolismo uomo-natura regredisce a fenomeno secondario eclissato dalle “leggi” dell’economia capitalistica? No risponde Saito, perché la sostanza presupposta (<em>stoff</em>), ancorché modificata dalle forme economiche, conserva una propria indipendenza nella realtà, l’indifferenza della determinazione economica formale non è del tutto svincolata dalle caratteristiche materiali dei suoi depositari, e le proprietà naturali materiali non possono essere integralmente sussunte sotto il capitale. E’ da questa irriducibilità della materia alla potenza manipolatoria del capitale che scaturisce la contraddizione antagonistica fra modo di produzione capitalistico e ambiente naturale, perché gli effetti distruttivi delle modifiche all’ambiente che la società capitalistica apporta a quest’ultimo, in modo consapevole e inconsapevole, non possono essere controllate. Ma soprattutto – e qui Saito si differenzia dalle posizioni dell’ecologismo ingenuo – è inutile sperare che una ipotetica “vendetta della natura” induca il capitalismo ad autoregolare i propri comportamenti. Infatti il capitale, spinto dal suo insopprimibile impulso all’accumulazione illimitata, può continuare a trarre profitto dallo sfruttamento delle ricchezze naturali a tempo indeterminato, rendendo gran parte della Terra un luogo inospitale per l’umanità, e ciò almeno finché non si verifichino condizioni tali da configurare  la possibilità di una estinzione della vita umana. In altre parole, la contraddizione si risolve solo con il superamento del modo di produzione capitalistico. Vediamo ora come Saito cerca di attribuire a Marx l’idea che quella abbiamo appena descritta fosse la contraddizione fondamentale del capitalismo, e come descrive il presunto contenuto “ecologista” della visione marxiana della futura società socialista.</p>
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<p>Come abbiamo visto, per sostenere la propria tesi, Saito fa riferimento agli appunti inediti di Marx  venuti alla luce con la pubblicazione dell’edizione MEGA, ai quali attribuisce il carattere di abbozzi  per una revisione del testo definitivo del <em>Capitale, </em>testo che avrebbe sancito un ribaltamento radicale del suo giudizio positivo in merito al potenziale emancipativo del modo di produzione capitalistico. Tuttavia il filosofo giapponese segue anche un’altra linea interpretativa, che potremmo definire come una sorta di linea rossa che, a suo avviso, congiungerebbe i testi giovanili con alcune riflessioni dell’ultimo Marx sollecitate dal dibattito fra socialdemocratici e populisti russi (8) in merito alla possibilità di una transizione diretta al socialismo delle comunità contadine russe (obscina).</p>
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<p>In buona sostanza, Saito sostiene che Marx non avrebbe mai abbandonato la sua intuizione del 44 relativa all’esistenza di una unità originaria tra uomo e natura nelle società precapitalistiche. Analizzando le relazioni sociali feudali, scrive Saito per esempio, Marx mette in luce come esse si fondassero sul dominio personale e politico, che dipendeva a sua volta dalla tradizione e dai costumi, e dal quale non era esente una certa quota di contenuto affettivo. Viceversa i moderni braccianti sono liberi dal dominio politico diretto, sono soggetti giuridici liberi ed eguali, il che non implica tuttavia che essi godano di una vita migliore dei servi della gleba. Dal matrimonio d’amore con la terra, commenta Saito, si passa al matrimonio d’interesse e tanto la terra quanto l’uomo decadono allo status di valori commerciali (9). Il dominio non sparisce ma al posto del dominio personale subentra un dominio impersonale e reificato. Tutta la produzione non è più diretta alla soddisfazione di bisogni personali concreti bensì alla valorizzazione del capitale, per cui si potrebbe dire che l&#8217;alienazione moderna scaturisce dal totale annientamento del lato affettivo della produzione.</p>
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<p>Al pari di molti marxisti “eretici” sudamericani (10), Saito è convinto che certi interventi dell’ultimo Marx, come la <em>Critica al programma di Gotha,</em> la polemica con il traduttore russo del <em>Capitale </em>e la lettera alla Zasulic,<em> </em>oltre ai quaderni di appunti del suo ultimo decennio di vita, siano assai più vicini all’umanesimo delle opere giovanili che al Marx “produttivista” e ammiratore del progresso tecnologico, sociale e culturale associato allo sviluppo capitalistico delle forze produttive. Seguendo le tracce degli autori di scienze naturali citati in precedenza, e le loro argomentazioni in merito ai limiti naturali dell’aumento della produttività agricola, e sulla scorta di un intenso programma di ricerca antropologica basato sull’analisi delle società premoderne di autori come Morgan e altri, Marx avrebbe ripreso concetti risalenti alle sue ricerche giovanili, a partire dall’idea della necessità di ricostruire il rapporto morale dell&#8217;uomo con la terra, ancorché a un livello superiore rispetto a quello proprio delle società precapitalistiche, dopo la loro distruzione da parte  del capitalismo. Del resto la presenza, nei suoi rari accenni alle caratteristiche della società post capitalista, di formule come “appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo” e come il permanere del regno della necessità, inteso come riconoscimento del fatto che la produzione di beni materiali è fondamentale in qualsiasi società, anche nel comunismo, dimostrerebbe, secondo Saito, il fatto che per Marx la società a venire non sarà altro che un&#8217;organizzazione e una regolazione collettiva e consapevole del rapporto fra uomo e natura.</p>
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<p><em>Brevi note conclusive</em></p>
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<p>A conclusione di quanto sin qui scritto, non posso che ribadire il giudizio che avevo espresso dopo la lettura di <em>Marx in the </em>Anthropocene: la pur imponente mole di indizi &#8211; non di prove: uso questa distinzione mutuata dalla terminologia giudiziaria per sottolineare che una tesi radicale come la sua avrebbe avuto bisogno di argomenti più inoppugnabili – esibiti da Saito non basta a sostanziare l’idea secondo cui Marx sarebbe arrivato, negli ultimi anni di vita, a considerare l’antagonismo fra capitalismo e ambiente come la <em>contraddizione fondamentale</em> del modo di produzione capitalistico. Intendiamoci: non è mia intenzione negare che nell’ultimo Marx si trovino elementi che contraddicono certe sue precedenti esternazioni nei confronti del ruolo progressivo del capitalismo (sviluppo delle forze produttive, emancipazione dai ristretti orizzonti civili e culturali delle società premoderne, ecc.), del resto ho sostenuto io stesso questa tesi in più occasioni (vedi i libri citati in nota 5) sulla scia di molti marxisti sudamericani (vedi nota10). Ma ciò non giustifica l’ipotesi che la “questione ecologica” (sempre mettendo fra parentesi l’evidente anacronismo associato all’uso di questo termine) sarebbe divenuta per lui più importante di quella del conflitto capitale/lavoro. Il che non impedisce naturalmente di utilizzare le sue analisi relative ai danni devastanti arrecati agli esseri umani e alla natura dalla ricerca illimitata di profitto, interpretandole tuttavia più correttamente come intuizioni anticipatorie e non come atti fondativi della problematica ecologista.</p>
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<p>Più complessa la questione relativa alla valorizzazione di certe caratteristiche delle società premoderne (assenza di proprietà privata, democrazia comunitaria, relazioni umane non alienate, ecc.) come “modello” (sia pure da replicare a un livello superiore) della futura società socialista. Anche qui non mancano a Saito alcune pezze di appoggio per sostenere la propria tesi, ma anche qui si espone al rischio di anacronismo, ma soprattutto al rischio di ignorare l’enorme mole di problemi accumulatisi in più di un secolo di tentativi concreti (non ideali!) di costruire una società socialista.</p>
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<p>Personalmente condivido in toto la sua sensibilità nei confronti del tema del lavoro come dimensione trans storica del ricambio organico uomo-natura, sensibilità che lo accomuna all’ultimo Lukács e gli consente di cogliere quello che è a mio avviso l’unico vero principio del materialismo radicale. Ciò detto, considero irrealistico imaginare che su tale principio si possa fondare l’ipotesi del socialismo come un “ritorno” a relazioni armoniche uomo-natura di tipo pre moderno. L’armonia in questione, se e quando potrà essere raggiunta, sarà l’esito di un lungo percorso storico costellato di mediazioni e contraddizioni. Contraddizioni di cui l’esperienza cinese rappresenta un esempio significativo: per strappare centinaia di milioni di esseri umani alla miseria lo stato-partito cinese ha dovuto imboccare la via di una industrializzazione a tappe forzate che tutto era meno che ecologicamente sostenibile, tuttavia, dopo avere ottenuto risultati strabilianti sul fronte della crescita – inattingibili sia per una società ispirata al paradigma neo liberale sia per una società ispirata al paradigma della decrescita – il socialismo con caratteristiche cinesi sta ora rettificando il tiro e investe risorse ed energie sempre più ingenti per migliorare sia il benessere degli esseri umani che gli equilibri ambientali.</p>
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<p><strong>NOTE</strong></p>
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<p>(1) Un autore che rimprovera a Marx, ma ancor più ad Engels, di avere una visione eurocentrica della storia è Hosea Jaffe (vedi, in particolare, <em>Davanti al colonialismo, </em>Jaka Book, Milano 1995 e <em>Abbandonare l’imperialismo,</em> Jaka Book, Milano 2008). Restando in campo marxista, si possono trovare accenti analoghi, anche se meno radicali, in alcune opere di Samir Amin. Personalmente mi sono occupato del tema in un post dedicato alla raccolta di scritti di Marx ed Engels <em>India Cina Russia </em>(il Saggiatore, Milano 1960); vedi “L’eurocentrismo ‘funzionale’ di Marx ed Engels” <a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2021/02/leurocentrismo-funzionale-di-marx-ed.html">https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2021/02/leurocentrismo-funzionale-di-marx-ed.html</a></p>
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<p>(2) Dobbiamo l’analisi più convincente e raffinata dell’esistenza di differenti regimi narrativi nell’opera di Marx a Costanzo Preve: cfr. <em>La filosofia imperfetta. Una proposta di ricostruzione del marxismo contemporaneo</em>, Franco Angeli, Milano 1984.</p>
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<p>(3) Saito esibisce numerose citazioni del <em>Capitale</em> a sostegno delle proprie tesi in <em>Marx in the Anthropocene </em>(Cambridge University Press, 2022), ne ho a mia volta rilanciate alcune nel post &#8220;La cassetta degli attrezzi. Postille a Guerra e rivoluzione&#8221;, uscito il 18 gennaio scorso su questo blog, (<a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html">https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html</a>).</p>
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<p>(4) Nei testi giovanili, scrive Saito, Marx distingue quattro diversi tipi di alienazione: 1) il prodotto del lavoro si manifesta ai lavoratori come un oggetto estraneo con un potere indipendente dai produttori 2) ciò avviene perché le attività dei produttori appartengono ad altri con conseguente perdita di sé (il lavoro si riduce a mero mezzo per la propria sussistenza; 3) da 1 e 2 deriva che i lavoro alienato aliena all’uomo il genere (nel senso cioè che nega la libera creatività umana che può produrre qualcosa di indipendente dai bisogni fisici); da 1 2 e 3 deriva infine 4) dallo straniarsi dell’uomo dall’uomo emerge una antagonistica e atomistica competizione per la sopravvivenza. Evidentemente tutto ciò può essere superato solo superando la proprietà privata.</p>
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<p>(5) Cfr. A. Gorz, <em>L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale, </em>Bollati Boringhieri, Torino 2003. La polemica contro la retorica dell’immateriale degli autori postmodernisti è stato uno dei leitmotiv di tutti i miei lavori recenti: cfr. in particolare, <em>Felici e sfruttati, </em>Egea, Milano 2011; <em>Utopie letali, </em>Jaka Book, Milano 2013; <em>Il socialismo è morto. Viva il socialismo,</em>Meltemi, Milano 2019; <em>Guerra e rivoluzione </em>(2 voll.), Meltemi, Milano 2023.</p>
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<p>(6) Cito qui di seguito ampli stralci dal primo volume di <em>Guerra e rivoluzione</em> laddove discuto le riflessioni dell’ultimo Lukács (cfr. <em>Ontologia dell’essere sociale - </em>4 voll. &#8211; Meltemi, Milano 2023) sulla categoria marxiana del lavoro: “Il contributo di Marx alla comprensione del fenomeno sociale, sostiene Lukács, può essere colto solo se si capisce che, per lui, il <em>lavoro</em> è la categoria centrale in cui tutte le altre determinazioni sono presenti in forma embrionale.<em> </em>Per Marx, il lavoro non è una delle tante forme fenomeniche dell’agire finalistico, ma è “ l’unico punto in cui è ontologicamente dimostrabile la presenza di un vero porre teleologico come momento reale della realtà materiale”. È perciò che il lavoro è il modello di ogni prassi sociale, e solo tenendone conto si giustifica  la definizione del marxismo come “filosofia della prassi”. Ragionando sui <em>Manoscritti economico-filosofici</em>, Lukács scrive che “in essi per la prima volta nella storia della filosofia le categorie dell’economia compaiono come quelle della produzione e riproduzione della vita umana e rendono così possibile una descrizione ontologica dell’essere sociale su base materialistica”, e subito dopo aggiunge: “ma la economia come centro dell’ontologia marxiana non significa affatto che la sua immagine del mondo sia fondata sull’‘economismo’ ”. Il lavoro, tuttavia, non può essere considerato isolatamente, perché, se è vero<em> </em>che la socialità, la prima divisione del lavoro, il linguaggio, ecc. sorgono dal lavoro<em>, </em>è altrettanto vero che tutte le categorie in questione non nascono “in una successione temporale che sia ben determinabile, ma invece, quanto alla loro essenza, simultaneamente”. Questo passaggio rispecchia l’impegno di Lukács nel separare il materialismo dialettico da quello meccanicistico. Infatti, se si assume che nel lavoro “la coscienza diviene qualcosa di diverso del semplice adattarsi animale all’ambiente, diviene cioè un’entità in grado di compiere trasformazioni nella natura che altrimenti, sarebbero impossibili, anzi inimmaginabili”, occorre parimenti ammettere che la coscienza non può essere considerata un epifenomeno. (&#8230;)</p>
<p>Per Lukács , mentre ogni avanzamento del processo di autonomizzazione della coscienza influisce profondamente sulle immagini che gli esseri umani si fanno di sé stessi, al tempo stesso non ne elimina mai la sovradeterminazione da parte del lavoro in quanto ricambio organico fra uomo e natura (…). Porre la centralità del lavoro come ricambio organico uomo–natura a fondamento di ogni visione materialistica dell’essere sociale, è una scelta che comporta conseguenze impegnative sul piano filosofico, politico e ideologico. In primo luogo, implica riconoscere la eccezionalità della società capitalistica rispetto a tutte le forme sociali che l’hanno preceduta, in quanto essa è l’unica che occulta il fondamento concreto-ontico del lavoro per poterlo ridurre, da un lato, a merce forza-lavoro, dall’altro lato, a fonte del valore di scambio. Ciò viene rimosso da quelle interpretazioni del pensiero marxiano che mirano a  svalorizzarne gli elementi “metafisici”, contrapponendovi la “scientificità” delle categorie della critica dell’economia politica, sviluppate dal Marx “maturo”.</p>
<p>Come si vede, e come apparirà ancora più chiaro nel proseguo dell’articolo, l&#8217;approccio di Saito è chiaramente debitore del contributo filosofico di  Lukács.</p>
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<p>(7) Qui Saito si allinea a Gramsci e Lukács nella misura in cui rifiuta la concezione dell’ideologia come “falsa coscienza”. L’incapacità di riconoscere la realtà materiale dei rapporti sociali dietro le “fantasmagorie” della merce non è frutto di “illusione”, ma è un fattore costituivo, materiale dell’egemonia delle classi dominanti.</p>
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<p>(8) In merito a tale dibattito vedi quanto ho scritto nel post citato alla nota (1). vedi anche P. Poggio,<em> L’Obscina. Comune contadina e rivoluzione in Russia</em>, Jaka Book, Milano 1976.</p>
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<p>(9) Qui è riconoscibile il debito di Saito nei confronti di Karl Polanyi (<em>La grande Trasformazione, </em>Einaudi, Torino 1974) autore che Saito evoca più volte anche nel libro citato in nota (3).</p>
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<p>(10) Basti pensare ad autori come J. C. Mariategui (<em>Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti politici, </em>Einaudi, Torino 1972; E. Dussel, <em>L’ultimo Marx, </em>Manifestolibri, Roma 2009; A. G. Linera, <em>Forma valor y forma comunidad, Traficantes de Suenos, </em>Quito 2015.</p>
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		<title>La sfida di Sanders non spaventa il Capitalismo</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 16:48:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<h1>LA SFIDA DI SANDERS NON SPAVENTA IL CAPITALISMO</h1>
<p>Leggendo il titolo del nuovo libro di Bernie Sanders,<em> Sfidare il capitalismo </em>(Fazi Editore), mi sono detto: vuoi vedere che l’anziano senatore populista-socialista (così si autodefinisce), emulo della tradizione di un movimento operaio otto/novecentesco che, pur non avendo mai assunto posizioni “bolsceviche”, ha espresso leader radicali come Eugene Debs, ha finalmente rotto gli indugi. Magari, dopo due campagne presidenziali in cui, dopo avere inutilmente tentato di ottenere la nomination dando l’assalto all’establishment democratico, ha finito per fungere da galoppino delle candidature “eccellenti” di Hillary Clinton e Joe Biden, si è deciso a lavorare per un’alternativa antisistemica alla diarchia repubblicano-democratica, fedele esecutrice degli interessi dell’impero a stelle e strisce.</p>
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<p>Purtroppo ho invece dovuto constatare che, rispetto a qualche anno fa, la sua attuale posizione può essere definita, citando un noto titolo di Lenin, come un passo avanti e due (se non tre!) passi indietro. Ma procediamo con ordine. Se invece di leggere il libro seguendone l’indice, qualcuno fosse tentato di “saltare” alcuni capitoli, lasciandosi attrarre dai passaggi che affondano impietosamente il dito nelle piaghe più purulente che affliggono il corpaccione dello zio Sam, l’illusione di svolta radicale evocata dal titolo sembra giustificata. Vediamo alcuni esempi.</p>
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<p>Dopo avere descritto l’intollerabile tasso di disuguaglianza (pari a quello record degli anni Venti) raggiunto negli ultimi decenni, Sanders denuncia la situazione agghiacciante di un sistema sanitario da incubo: il 44% degli adulti fatica a pagarsi le cure mediche (c’è gente che evita di sorridere per non mostrare i buchi di una dentatura falcidiata dall’assenza di cure dentistiche, mentre più di 60 000 persone all’anno muoiono perché non possono acquistare farmaci salvavita né farsi ricoverare); 85 milioni di americani sono privi di assicurazione, anche perché solo i dipendenti regolarmente assunti godono dell’assicurazione fornita dal datore di lavoro, (che “pesa” negativamente sulla retribuzione complessiva!); sebbene la spesa sanitaria pro capite sia il doppio che in ogni altro paese, il sistema si colloca in fondo alla classifica dei paesi più industrializzati, al punto che i tassi Usa di mortalità infantile e materna sono pari a quelli dei Paesi del Terzo Mondo; l’aspettativa di vita è scesa negli ultimi anni del 2% anche se, com’è facile prevedere, i ricchi vivono molto più a lungo degli altri cittadini.</p>
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<p>Passiamo allo stato della democrazia (se così è ancora lecito definirla): i finanziamenti che le lobby industriali e finanziarie (e altri gruppi di pressione) possono elargire liberamente e senza limiti (dopo una controversa sentenza della Corte Suprema, intitolata Citizen United, che equipara i lasciti dei gruppi di pressione a quelli degli individui) sono ormai di entità tale da predeterminare gli esisti elettorali (nell’ultima campagna presidenziale Biden ha ricevuto 230 miliardi e Trump 135, per inciso: su questo scarto dovremo ragionare più avanti). In altre parole: o si è abbastanza ricchi per “comprarsi” una carica pubblica, oppure è possibile farsela comprare da uno o più sponsor che passeranno all’incasso quando si tratterà di votare provvedimenti che ne coinvolgono gli interessi. Uno degli effetti di questa corruzione sistematica che viene esercitata alla luce del sole (senza dovere ricorrere al sistema italico delle mazzette sottobanco) è il crescente distacco degli elettori, i quali partecipano sempre meno alla competizione politica ritenendo giustamente che il loro voto non possa in alcun modo influire sulle decisioni che li riguardano. A favorire la tendenza all’astensionismo, contribuisce anche la diffusa consapevolezza che il mito degli Stati Uniti come patria della “stampa libera” (1) che consente a tutti di farsi un’opinione “obiettiva” sui programmi e sugli obiettivi di partiti e uomini politici è oggi privo di fondamento: il 90% di tutti i media sono posseduti da otto grandi conglomerati privati che, a loro volta, sono in gran parte controllati dai tre maggiori gruppi finanziari di Wall Street. Insomma: da qualunque parte ci si giri, arrivano conferme del fatto che gli Stati Uniti sono ormai proprietà privata di un pugno di oligarchi, una situazione, rivela Sanders, che fa sì che gli americani che giudicano positivamente il sistema capitalista siano scesi sotto il 60% (percentuale che scende sotto il 50% per la fasce di età fra i 18 e in 34 anni).</p>
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<p>Proseguiamo il giochino di estrarre certe parti del libro isolandole dal contesto generale: dopo le denunce dei mali del sistema, vediamo quali obiettivi si propone Sanders per porvi rimedio, senza accennare, per ora, alla strategia politica con cui pensa di realizzarli. Si tratta di obiettivi decisamente radicali, soprattutto nel contesto dell’ubercapitalismo (termine che Sanders usa come sinonimo di turbocapitalismo) a stelle e strisce, rispetto al quale appaiono a dir poco rivoluzionari. Il nostro propone, fra le altre cose, di varare un Medicare for All (in pratica si tratterebbe di estendere a tutti il sistema Medicare attualmente in vigore per gli over 65, realizzando in pratica una forma di assistenza sanitaria gratuita e universale); di rilanciare un movimento sindacale che decenni di repressioni inaugurati dalla guerra di Reagan contro i controllori di volo hanno ridotto al lumicino; di attuare politiche economiche finalizzate a realizzare la piena e buona occupazione, accorciando drasticamente la settimana lavorativa a parità di salario; di rifinanziare il welfare tassando i ricchi e tagliando la spesa militare; di promuovere la democrazia d’impresa anche adottando forme di proprietà diffusa (cooperative e altro). Insomma un’utopia che richiama i sogni ottocenteschi (cucinati in salsa neokeynesiana) di un Richard Owen e dei suoi esperimenti di comunità produttive autogestite. A chi l’onere di guidare la lotta per realizzare questa formidabile impresa trasformativa:  a un rifondato partito socialista? Nemmeno per sogno: alle soglie della sua terza campagna elettorale, Sanders resta ostinatamente ancorato alla folle idea di cambiare dall’interno il codice genetico del Partito Democratico. Vediamo con quali argomenti.</p>
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<p>In primo luogo va precisato che Sanders è ben consapevole del fatto che, oggi come oggi, i Democratici sono ben lontani dal condividere la sua visione politica. Ammette che quel partito commise un errore (??!!) enorme quando Clinton si schierò al fianco di Wall Street per approvare accordi di libero scambio come il Nafta; riconosce che sotto l’amministrazione Obama, pur nel momento in cui le responsabilità degli oligarchi della finanza americana nell’innescare la crisi del 2008 (la più devastante dalla grande crisi del 29), neppure un solo alto dirigente di Wall Street ha rischiato l’arresto né tantomeno ha subito un procedimento giudiziario, al contrario: sulle imprese “troppo grandi per essere lasciate fallire” sono piovuti enormi quantità di denaro pubblico sottratto alle risorse che avrebbero potuto migliorare la condizione dei cittadini; riferisce, dal punto di vista di osservatore privilegiato che gli garantisce il suo status di senatore, che il problema della disuguaglianza non viene mai discusso nelle aule del Congresso e che i democratici, non meno dei Repubblicani, continuano a frenare sull&#8217;uso della politica fiscale per migliorare la situazione del Paese; sa che nessuno dei  suoi “colleghi” condivide l’idea che i diritti economici dovrebbero essere considerati a tutti gli effetti diritti umani, in assenza dei quali non può esistere libertà individuale (anche se Sanders non arriva a sostenere che, proprio per questo, <em>vengono prima </em>dei diritti civili e dei diritti individuali osannati dalla sinistra “politicamente corretta”); sa che molti lavoratori americani si sentono traditi dal Partito Democratico, al punto  che, parlando con i leader dei sindacati locali, ha scoperto che un’ampia maggioranza dei loro iscritti vota repubblicano (così come sa che questa scelta non è dettata, come sostengono certi esponenti delle sinistre radical chic, da sentimenti razzisti, sessisti, omofobi ecc.). E allora? Come giustificare la scelta di restare in quel partito, sia pure da “indipendente”?</p>
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<td>Trump e Biden a confronto</td>
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<p>Cominciamo con il dire che le idee di Sanders in merito a cosa dovrebbe essere un partito che fa gli interessi dei lavoratori sono talmente confuse da fargli dire che presidenti come Roosevelt, Truman, Kennedy e Johnson “si identificavano con chiarezza nel partito della classe lavoratrice”. Passi per Roosevelt, anche se le sue politiche economiche “progressiste” erano finalizzate a tamponare la Grande Crisi (che peraltro venne risolta solo grazie alla Seconda guerra mondiale) assai più che a difendere gli interessi della classe operaia (né le politiche del Terzo Reich e del regime mussoliniano furono, sotto molti aspetti, meno “avanzate” sul piano meramente economico, e un magnate fascista come Henry Ford fu particolarmente “illuminato” in tema di regime salariale), ma Truman è davvero troppo: come dimenticare che fu colui che fece sganciare le atomiche sul Giappone, che scatenò la Guerra di Corea e che, in nome della dottrina di contenimento della “minaccia comunista”, diede il via alla caccia alle streghe maccartista: tutto a favore dei lavoratori americani? (decisamente più “progressista” di lui fu il suo successore repubblicano Eisenhower, se non altro perché attuò una politica fiscale fortemente progressiva). Infine Kennedy mandò i proletari americani (soprattutto quelli più poveri e di colore) a farsi ammazzare in Vietnam per difendere gli interessi imperialistici degli Stati Uniti: un altro paladino dei lavoratori?</p>
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<td>Franklin Delano Roosevelt</td>
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<p>Quanto appena detto potrebbe far sorgere il dubbio che Sanders sia francamente anticomunista. Detto che una volta che osò esprimere un apprezzamento nei confronti di Fidel Castro fu oggetto di attacchi talmente duri che da allora ha evidentemente deciso di sgombrare preventivamente il campo dalle accuse di “antiamericanismo”, io credo che vada piuttosto classificato come esponente di un utopismo sociale tanto ingenuo quanto ambiguo. Dopo avere citato il detto del reverendo King, secondo il quale “Il regno della fratellanza non si trova nel comunismo né nel capitalismo bensì in una sintesi superiore”, Sanders ci dice infatti che “il vero cambiamento si produce solo dal basso mai dall’alto in basso”, che “è compito dei progressisti chiedere che il Partito Democratico sia l’alternativa” e che “é necessario trasformare completamente il PD partendo da basso”; infine che ciò andrebbe fatto sviluppando “un nuovo senso della morale” (non vi pare di aver già sentito qualcosa di simile?) e assumendo a modello Paesi come la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, e la Danimarca (sulle cui storie recenti non sembra essere molto aggiornato, visto che sono piuttosto i loro governi a ispirarsi sempre più al modello americano, come conferma la loro entusiastica adesione alle strategie aggressive della NATO).</p>
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<p>Eppure il nostro è fermamente convinto che, grazie alle campagne elettorali del 2016  e del 2020 – che definisce le due campagne presidenziali più progressiste della moderna storia americana per il fatto di essere riuscito a finanziarle con le piccole donazioni di milioni  di elettori invece che con le regalie delle lobby, nonché per il fatto di essere riuscito a far circolare le proprie idee attraverso i social media e centinaia di comizi locali invece che con l’appoggio dei media mainstream) –, il suo sogno di far cambiare pelle dall’interno al Partito Democratico si sia rivelato attuabile, arrivando ad affermare che “le nostre idee e il nostro movimento erano diventate il futuro del PD”. Ignoro come possa sostenere una simile tesi, visto che è costretto ad ammettere che l’establishment Democratico, quando lui ha cercato di contrattare il proprio appoggio a Biden, gli ha risposto un secco no su proposte come l’istituzione del Medicare for All, come la cancellazione del debito studentesco e l&#8217;istituzione di università pubbliche gratuite, e come l’introduzione di forti tasse progressive sui patrimoni dei super ricchi. Ha invece detto sì a una serie di altri provvedimenti, a partire dall’introduzione di un salario minimo dignitoso, ma nessuno di essi è mai stato effettivamente  realizzato.</p>
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<p>Eppure Sanders non si pente di avere interrotto la propria campagna per appoggiare Biden, anche se molti dei suoi sostenitori non erano d’accordo. E qui devo confessare che, malgrado la simpatia che provo nei confronti del personaggio, le motivazioni che adduce suonano, rispettivamente, speciosa (la prima) e opportunistica (la seconda). La prima consiste nel rilanciare il messaggio democratico che recita “noi non siamo un granché ma i repubblicani sono peggio”, messaggio, scrive Sanders, “ in cui c’è più di un granello di verità”. Specioso perché, come abbiamo visto, è lo stesso Sanders a dimostrare che le politiche dei democratici non sono meno aliene agli interessi dei lavoratori di quelle dei repubblicani: i 230 miliardi che Wall Street ha dato a Biden a fronte dei 135 elargiti a Trump &#8211; vedi sopra – parlano chiaro, così come parla chiaro il fatto che gli elettori poveri abbiano voltato loro le spalle. Quanto alla presunta minaccia che Trump rappresenterebbe per la democrazia, suona falsa di fronte al fatto che lo stesso Sanders ci dice che la democrazia americana è morta da un pezzo, uccisa dalla corruzione esercitata dal denaro. Resta, ed è davvero l’unico, l’argomento relativo ai sentimenti razzisti, sessisti ed omofobi del magnate repubblicano. E tuttavia Sanders dovrebbe rendersi conto che, insistendo su quest’unico tasto, offre un assist perfetto alla propaganda repubblicane contro il “capitalismo woke” (2), propaganda che suona credibile alle orecchie di quei lavoratori che vedono come le aziende impegnate a tutelare i diritti di donne, gay, lgtbq, ecc. siano le stesse che ignorano il loro diritto a un salario e a un lavoro decenti.</p>
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<p>iPassiamo alla motivazione opportunistica. Credo che molti di coloro che mi leggono abbiano avuto modo di ascoltare qualche ex deputato o senatore comunista descrivere i propri rapporti di simpatia e amicizia nei confronti di qualche collega democristiano o addirittura di destra. Niente di male, si dirà, quando si frequentano per anni gli stessi palazzi del potere, è normale che nascano simili rapporti anche fra persone di opposte sponde ideologiche. Ma il punto è appunto questo: <em>quando si frequentano per anni, </em>cioè quando il comune status di politico di professione rischia di cancellare le differenze ideologiche, l’opportunismo è l’esito inevitabile. Vale anche per Sanders? Eccome, sentite come descrive il suo rapporto con Biden: anche se abbiamo visioni politiche molto diverse conosco Biden da anni e lo considero un amico e una persona assolutamente rispettabile (…) Un uomo rispettabilissimo con cui collaborerò per portare avanti le nostre idee progressiste (&#8230;) Mi piaceva come persona, era un tipo per bene (…) abbiamo sviluppato una sorta di cameratismo. Queste parole al miele spese per uno dei peggiori presidenti della storia americana, l’uomo che ci sta trascinando verso la Terza guerra mondiale, che appoggia senza se e senza ma i regimi criminali di Zelensky e Netanyahu, che appartiene alla corrente Neocons e incarna gli interessi della lobby militare-industriale, sono rivelatrici: o Sanders pensa così di giustificare una scelta che i suoi sostenitori hanno accettato obtorto collo, o non ha la minima consapevolezza dell’attuale scenario geopolitico, oppure, a voler essere cattivi, è solidale con Biden perché anche lui avverte i primi sintomi di demenza senile.</p>
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<p>L’ultima è ovviamente una battuta. Credo che ci troviamo di fronte a un mix delle motivazioni sopra descritte, al tempo stesso ritengo che il silenzio di Sanders sui temi internazionali sia particolarmente inquietante. Nulla dice sull’imperialismo americano e sul fatto che il benessere dei lavoratori americani, finché è esistito, è stato reso possibile dalla ricchezza accumulata a spese dei lavoratori di altri Paesi (soprattutto del Terzo Mondo). Pensa sia giusto recuperare quel benessere senza sottilizzare sui mezzi (nel qual caso non sarebbe diverso da Trump)? E’ consapevole del fatto che, se vuole sfidare il capitalismo, dovrà fare i conti in primo luogo con il proprio Paese, e con la sua ferma determinazione a conservare a qualsiasi costo il dominio acquisito con il crollo dell’Urss? Qual è, a suo avviso, il nemico principale del suo progetto: gli oligarchi a stelle e strisce oppure le potenze emergenti come Cina e Russia che sfidano la loro egemonia? Laddove scrive “ho pensato alla bellezza del nostro paese e alla capacità del nostro movimento di realizzare tutte le sue promesse” lascia aperte le porte al dubbio che speri di restaurare il mito della “unicità” americana con il corollario dell’ <em>american way of life. </em>Si rende conto che ciò non è possibile se non, appunto, sfidando le speranze e le aspettative degli altri popoli?</p>
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<p><strong>Note</strong></p>
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<p>(1) Forse mi è sfuggito (nel qual caso chiedo venia), ma nelle pagine in cui critica il mito della libertà di stampa, mi è parso che Sanders non citi mai la feroce persecuzione che il suo governo ha messo in atto contro Julian Assange, reo di avere documentato i crimini di guerra americani in Iraq. Se è così credo sia davvero grave.</p>
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<p>(2) Sul capitalismo woke, come viene definito l’attivismo a sostegno delle cause politicamente corrette da parte di alcune grandi imprese americane (soprattutto del settore high tech) vedi quanto ho scritto su queste pagine: <a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2023/09/a-proposito-del-cosiddetto-capitalismo.html">https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2023/09/a-proposito-del-cosiddetto-capitalismo.html</a></p>
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