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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Carlo Marx</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Carlo Formenti “Guerra e Rivoluzione”</title>
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		<pubDate>Tue, 23 May 2023 18:17:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alessandro Visalli]]></category>
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		<description><![CDATA[Carlo Formenti “Guerra e Rivoluzione” &#160; Alessandro Visalli &#160; Schema Il libro di Carlo Formenti è diviso in due testi, la prima parte, “Le macerie dell’impero”[1], introduce una profonda rilettura della tradizione marxista, in particolare guidata da una rilettura di autori come Costanzo Preve, Lukacs ed Ernst Bloch. Quindi ricostruisce sinteticamente quegli scenari di guerra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h1></h1>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/05/Formenti-I.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8517" title="formenti-i" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/05/Formenti-I-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1><a href="https://tempofertile.blogspot.com/2023/05/carlo-formenti-guerra-e-rivoluzione.html" rel="bookmark" data-item-type="post" data-id="7681334156028128241">Carlo Formenti “Guerra e Rivoluzione”</a></h1>
</div>
<div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Alessandro Visalli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Schema</em></p>
<p>Il libro di Carlo Formenti è diviso in due testi, la prima parte, “<em>Le macerie dell’impero</em>”<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn1">[1]</a>, introduce una profonda rilettura della tradizione marxista, in particolare guidata da una rilettura di autori come Costanzo Preve, Lukacs ed Ernst Bloch. Quindi ricostruisce sinteticamente quegli scenari di guerra di classe dall’alto che nel ventennio abbondante dagli anni Ottanta alla crisi finanziaria aperta (ma non chiusa) nel 2007-8 hanno profondamente ristrutturato il campo dei conflitti sociali in Occidente e nel mondo. Termina il secondo capitolo un bozzetto della ‘mobilitazione totale’ che chiude, per ora, il quindicennio della crisi di sistema degli anni Dieci con la rapida successione della mobilitazione pandemica, prima, e militare, poi. Il primo volume definisce, infine, i “nemici”: il liberalismo tutto, l’impero e le ‘sinistre de capitale’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il secondo volume, “<em>Elogio dei socialismi imperfetti</em>”<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn2">[2]</a>, parte con gli esempi (come il primo aveva chiuso con i ‘nemici’): la rivoluzione paziente cinese, il socialismo reale e la sua damnatio memoriae, il postneoliberalismo dell’America Latina. Nella seconda parte entra finalmente nel tema della costruzione di un partito di classe, muovendo dall’enorme problema di definire la composizione di questa e passando per una serrata discussione sui fenomeni morbosi del presente, il populismo e sovranismo, le tante facce della ‘libertà’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/05/978885519786121.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8519" title="97888551978612" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/05/978885519786121-199x300.jpeg" alt="" width="199" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Completano il testo una postfazione di Vladimiro Giacché, e alcune appendici affidate a Onofrio Romano (“<em>Un’alternativa di civiltà</em>”), Alessandro Somma (“<em>Il mercato delle riforme. Come l’Europa è divenuta un dispositivo neoliberale irriformabile</em>”), Alessandro Visalli (“<em>Le teorie e la realtà della dipendenza. Una panoramica storica</em>”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ dunque un testo lungo (circa seicento pagine), ed al contempo compatto con l’ambizione di fornire una visione coerente dello stato presente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo riassumerei in questo modo, prendendomi la responsabilità di estrarre dei temi:</p>
<p>-        Carlo ritiene (insieme a me) di essere in un momento di <em>grande transizione storico-epocale</em>,</p>
<p>-        una <em>transizione di sistema</em> e, ad un tempo, di <em>egemonia nei sistemi-mondo</em> (l’estenuazione di vecchie egemonie e la riarticolazione dei sistemi gerarchici di relazione centro-periferia),</p>
<p>-        <em>propone una visione</em> unitaria e coerente che muove da una rilettura interna della tradizione marxista (proponendo riletture di Lukacs, Arrighi. Gramsci, Lenin, insieme a Losurdo, Michéa, Preve, Polanyi e analisi critiche di Laclau, alcune cose di Marx),</p>
<p>-        il percorso complessivo va dalla definizione di una cassetta degli attrezzi, a letture di scenario ad ampio raggio, all&#8217;identificazione di &#8216;nemici&#8217; di classe, la ricostruzione di casi e, nella seconda parte, un’interpretazione della composizione di classe, della dinamica del populismo e del nesso democrazia-comunismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vedrei <em>due tesi</em> stagliarsi su tutto, ed <em>un nesso interno</em> a fare da motore del dispositivo di lettura:</p>
<p>1-     <em>il marxismo non è una scienza</em> nel senso gaileiano-newtoniano, classico, ma una prassi teoricamente informata. Il suo metodo consiste in un costante richiamo alla totalità (Hegel e Lukacs) ed alla storia come luogo di conflitti priva di qualsiasi telos immanente. Con una formula famosa, non serve a conoscere il mondo ma a cambiarlo<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p>2-     <em>la rivoluzione non è il dispiegarsi di una dinamica immanente</em> alle forze operanti nella storia (o nello sviluppo delle forze produttive), ma un evento che aziona un freno di emergenza,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Essa oggi si manifesta (se lo fa) <em>contro</em>:</p>
<p>-        <em>l&#8217;imperialismo culturale</em> (o, in altri termini, l&#8217;universalismo neo-coloniale) di cui molte sinistre sono (non da sole) oggi alfieri,</p>
<p>-        <em>l&#8217;imperialismo politico ed economico</em> (dei diversi &#8216;occidenti&#8217;),</p>
<p>-        <em>il liberismo metamorfico</em> (che spesso nasconde la sua egemonia anche in chi pensa di esserne nemico, ma ne subisce la struttura categoriale).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I tre casi che il testo (doppio) illustra sono quelli del <em>&#8216;socialismo con caratteristiche cinesi&#8217;</em>, della <em>rivolta dei popoli periferici</em> in America Latina, e il <em>caso storico dei socialismi reali</em>. Ovvero la &#8216;rivoluzione paziente&#8217;, quella dove non l&#8217;aspetti e quella sconfitta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di qui quelle che proverei a chiamare le <em>tre tesi</em>:</p>
<p>1-     l&#8217;importanza dei <em>&#8216;socialismi imperfetti&#8217;</em> (contro l&#8217;utopia),</p>
<p>2-     <em>la libertà concreta come lotta con la necessità</em> (e non come astrazione dai vincoli),</p>
<p>3-     <em>l&#8217;importanza di distinguersi dalle &#8216;sinistre del capitale&#8217;</em>, ovvero contro lo sguardo da nessun luogo e per la costruzione di una prospettiva di parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, <em>il problema politico</em> posto dai testi:</p>
<p>-        <em>la dissoluzione della classe</em>,</p>
<p>-        <em>la reazione populista</em>,</p>
<p>-        <em>il nesso tra democrazia e comunismo come nesso tra necessità e libertà</em>. Fuori di qualsiasi modello a priori.</p>
<div></div>
<p><em>Articolazione</em></p>
<p>Per chi avesse poca dimestichezza con l’area di discussione alla quale il testo si riferisce, la cosiddetta “<em>guerra di classe dall’alto</em>” (una formulazione resa famosa da Luciano Gallino<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn4">[4]</a>) è un ampio movimento che prende velocità durante gli anni Settanta e trova forma ben riconoscibile dopo la metà degli anni Ottanta, in un nesso inestricabile di innovazioni tecnologiche ed organizzative, grandi ristrutturazioni industriali, processi di decentramento e organizzazione a rete della Grande Impresa, sia sul piano nazionale come internazionale, politiche di austerità e di restrizione salariale e sindacale. Tutti questi processi si presentano sulla scena, e sono giustificati, come necessaria reazione alle condizioni stagflattive del decennio e alla cosiddetta ‘crisi fiscale dello Stato’. Il processo esita, e questo si vede molto bene nei successivi anni Novanta, in una sempre più pronunciata finanziarizzazione e mondializzazione economica e nelle sue concause e conseguenze: la crisi della democrazia reale (proprio mentre se ne proclama a gran voce il definitivo successo), la diffusione delle tecnologie informatiche e poi di comunicazione nel sistema sociale in modo sempre più capillare, il radicale mutamento delle mentalità, dell’azione collettiva, e dell’autopercezione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nessuno di questi fenomeni può essere interpretato come un irreversibile esito del movimento del Progresso o della Storia. L’espansione della finanza, strettamente connessa con la sempre più veloce e potente mobilitazione dei flussi di merci, uomini e dispositivi produttivi, è un fenomeno ciclico, che si è dato più e più volte nella storia recente e meno recente. Su questo punto Carlo Formenti segue la lezione di Giovanni Arrighi<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn5">[5]</a> che lo vede come un interludio tra due cicli di accumulazione nei quali prevale, invece, la cosiddetta ‘logica territorialista’.</p>
<p>La cosiddetta ‘globalizzazione’ è dunque solo la forma che prende l’egemonia anglosassone (ed in particolare americana) nel momento in cui vengono lasciate le briglie alle grandi imprese multinazionali per rompere la forza delle organizzazioni del lavoro (che stavano rendendo difficile ricondurre la stagflazione, a sua volta epifenomeno della lotta Nord-Sud del mondo). L’economia del debito (pubblico) è una conseguenza dell’impossibilità di ricondurre nel perimetro fiscale dello Stato gli ingenti profitti internazionali delle imprese e, dall’altra, di trattenere i capitali resi fluidi da sempre nuovi strumenti e tecniche. Tutte queste sono condizioni nelle quali la democrazia reale soffre, e gli stessi partiti vedono un mutamento verso la forma contemporanea, completamente liquida. La digitalizzazione dell’economia completa il tutto.</p>
<p>Nel secondo decennio del Duemila tutto ciò giunge ad uno stadio finale di estenuazione e la guerra neoliberale contro le classi popolari si muta in uno sforzo palese di estendere la mobilitazione ideologica contro sempre nuovi falsi bersagli. Di fronte a diversi segnali di rimobilitazione, se pur ideologicamente e organizzativamente confusi e comunque ambigui, il sia pur complesso sistema di governo è messo di fronte al problema della perdita di consenso negli anni che vanno dal 2008 al 2016. Inoltre, si presenta la sfida esterna della Cina, il protagonismo putiniano (ad esempio in Siria) e le ripetute ondate sudamericane a porre in questione l’egemonia statunitense. Subito dopo il trauma del 2016-2018 (dalla Brexit e Trump alle elezioni antisistemiche in Italia), mentre già i segnali di sfilacciamento della mondializzazione commerciale si facevano sentire, nel 2019 una subitanea crisi sanitaria (peraltro attesa da tempo) ha indotto provvedimenti letteralmente senza precedenti (a questa scala, normali a scale minori) che hanno lacerato il tessuto delle relazioni internazionali economiche mondiali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La reazione è stata brutale:</p>
<p>-        mobilitazione politico-ideologica verso l’interno e l’esterno,</p>
<p>-        accelerazione verso il confronto militare con i paesi sfidanti (prima la Russia e poi, in prospettiva, la Cina),</p>
<p>-        drastico sforzo di ridisegnare le economie su basi di maggior controllo (nella logica ‘territorialista’, appunto).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I ruoli si invertono: la Cina cerca di tenere in piedi una qualche mondializzazione delle merci e produzioni, mentre gli Usa, sempre più, cercano di ricondurre sotto controllo con ogni mezzo gli spiriti animali del mercato. Inoltre, la nuova amministrazione Biden tenta il tutto per tutto, spingendo la piccola e disperata Ucraina a fare da punta di lancia verso il corpaccione dell’orso russo, nella speranza di sfiancarne le forze e provocarne la frammentazione e disciplinamento. Spinta a cui, infine, dopo molti tentativi di mediazione il nazionalismo russo risponde brutalmente. Come scrive Formenti “il progetto è di provocare la caduta di Putin e instaurare a Mosca un regime ‘amico’ qual era quello di Eltsin, completando l’integrazione/colonizzazione dell’Est Europa da parte del blocco occidentale”<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn6">[6]</a>. Ci si muove sull’orlo della guerra nucleare e, per ora, si ottiene solo il risultato di saldare l’asse Cina-Russia che in tutte le analisi di parte americana degli ultimi decenni era paventata come l’unica, reale, possibilità di perdere la partita dell’egemonia mondiale (a partire dal ruolo del dollaro).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quel che si può per ora concludere da questa brevissima ricostruzione è che quel che tutti i critici progressisti ritenevano impossibile è puntualmente accaduto:</p>
<p>-        lo scontro tra blocchi si è ripresentato, e con esso il nazionalismo e il militarismo,</p>
<p>-        l’attesa svolta neo-keynesiana è in corso, ma nella forma di economia di guerra e di riconversione produttiva forzata (sulla base delle due scelte politiche della green economy e del digitale),</p>
<p>-        la mondializzazione è ormai una bandiera buttata a terra (e, semmai, presa dai nemici).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo scenario drammatico sarebbe particolarmente necessario disporre di strumenti di analisi e critica affilati, ma decenni di dominio della cultura neoliberale hanno reso del tutto impossibile accedervi. La radicalità è da tempo interpretata come una versione bohemienne del modello dell’imprenditore e manager individualista e creativo, che è l’eroe imposto a partire dagli anni Ottanta in infiniti programmi di indottrinamento e mezzi di comunicazione. Si tratta, del resto, di una direzione coerente con la controcultura della generazione boomer e la sua ‘critica artistica’<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn7">[7]</a>. Ed una direzione che la ‘sinistra’ ha fatto propria con entusiasmo, facendosi interamente liberale e facendo proprie tutte sue le storiche battaglie (da quella, seminale ed identitaria, contro lo Stato che opprime l’individuo, a quella di ogni spirito creativo contro i vincoli comunitari). Il testo di Formenti spende gli ultimi tre capitoli del primo volume nell’impresa di descrivere i tre “nemici” (il liberalismo, l’impero e le ‘sinistre del capitale’).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Più analiticamente, nel primo capitolo avvia invece il tentativo di mettere a fuoco la ‘cassetta degli attrezzi’ per reagire a questa deriva muovendo da una frase incisiva:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Il marxismo non è una disciplina accademica, anche se si è cercato di trasformarlo, di volta in volta, in un capitolo della storia della filosofia, dell’economia politica, della sociologia o della politologia. Il marxismo è &#8211; o almeno dovrebbe essere – uno strumento della lotta di classe, la cassetta degli attrezzi per fare analisi concreta della situazione concreta e individuare le vie più efficaci per colpire il nemico”<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn8">[8]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dunque, esso non è una scienza</em>. Almeno non lo è nel senso comunemente inteso di una scienza che procede isolando i fenomeni, classificandoli e rendendoli riproducibili e manipolabili, secondo l’impostazione galileiana-newtoniana. Il marxismo è piuttosto una prassi ed una tradizione, teoricamente informata, che riconduce ogni evento al suo inserimento nella totalità dei rapporti e delle forze ed alla storia concreta dei conflitti incarnati, privi di ogni <em>telos </em>necessario. Presa al suo meglio, ovvero depurato da storicismo, economicismo e utopismo, la lezione di Marx consiste nella tensione a fornire gli strumenti di una prassi di emancipazione che deve essere ricostruita concretamente dagli attori materialmente esistenti.</p>
<p>Non si tratta di attendere, tanto meno di favorire, il ‘normale’ dispiegarsi della dinamica delle forze agenti nella situazione, attendendosi che per un qualche fortunato ‘destino’ della storia la talpa trovi la giusta direzione ed emerga nel mondo nuovo. Questo residuo millenarista e messianico, di grande capacità in termini di proselitismo tra i marginali (perché promette il paradiso al termine della sofferenza), ma, al contempo tale da inibire l’azione concreta (in quanto, alla fine, basta attendere), è <em>l’obiettivo principale del testo formentiano</em>. Rileggendo Lukacs viene sostenuto che l’unica scienza possibile è quella storica, e questa non fa previsioni ma ha il volto diretto alle spalle.</p>
<p>Né si tratta, è un’altra e precedente forma di pensiero religioso e teologia rovesciata, di immaginare che la liberazione possa scaturire dalla dinamica spontanea ed ‘orizzontale’ degli individui, i quali affrancandosi dai vincoli comunitari e storico-culturali, come dalle forme di organizzazione date (e dallo stato), possano, perseguendo ciascuno il proprio progetto, ottenere il medesimo paradiso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Talvolta anche Marx sembra indulgere in tale idea (la quale, d’altra parte, è parte grande della tradizione illuminista). L’idea si presenta travestita sotto il velo della fiducia nello scatenamento delle forze produttive e della loro immanente dynamis. E ne derivano come corollari che questo, il capitalismo, se pure oggi opprimente:</p>
<p>-        ha una funzione comunque ‘civilizzatrice’ (nel momento in cui libera dai vincoli comunitari),</p>
<p>-        non ha alcun ‘fuori’ (e si estende per sua natura a tutto il mondo),</p>
<p>-        conduce ad un modo interamente pacificato, abitato da ‘individui totali’ nella più completa dissoluzione di ogni struttura politica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sostiene questa critica una lettura di autori come Costanzo Preve, che mette in evidenza la commistione non risolta nella impostazione marxiana di un piano “grande narrativo” e “deterministico-naturalistico” con uno ‘ontologico-sociale’. Il primo piano è espressione della necessità immanente del processo, figlia dello scientismo newtoniano nella versione ottocentesca, e fa leggere il comunismo come uno sbocco necessario, prevedibile scientificamente, e inscritto nella logica e nella meccanica della produzione capitalista. Il piano ‘ontologico-sociale, invece, si fonda sulla capacità dell’uomo di trasformare il mondo attraverso il progetto ed il lavoro che attivano catene causali semi-determinate nella situazione. In tale direzione la complessità delle interazioni e degli scontri tra i progetti di lavoro determinano lo storico sociale che può essere ricostruito (con sguardo alla totalità) solo ‘dopo la festa’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con questi strumenti, venendo al campo del <em>Secondo volume</em>, si può comprendere come Formenti non cada nell’identificazione del fenomeno cinese come semplice ‘capitalismo’ (un ibrido tra il ‘capitalismo di stato’ russo di vecchia memoria e il capitalismo neoliberale), né come un’altra forma di ‘imperialismo’. Rileggendo anche su questo punto Arrighi<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn9">[9]</a>, oltre che i più recenti Diego Angelo Bertozzi<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn10">[10]</a> e Giacomo Gabellini<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn11">[11]</a>, egli ricostruisce la pluridecennale traiettoria del regno di mezzo, respingendo al termine le accuse di totalitarismo (sottolineando le differenze culturali che fondano la legittimità del sistema di potere cinese, in grado di meritarsi con i fatti il ‘favore del cielo’), e sottolineando la particolare forma di democrazia orientale, che vede processi di consultazione ed elezioni che muovono dal basso all’alto per anni, in un andamento piramidale a circolazione complessa.</p>
<p>Né, d’altra parte, la Cina può essere considerata semplicemente ‘capitalista’. Almeno nella misura in cui non sia la mera presenza di capitali (o di capitalisti) a costituire la forma sociale ‘capitalista’, invece che il potere espresso nel dirigere la società. E qui la stessa lamentazione Occidentale di autoritarismo dice come le grandi imprese capitaliste non riescano ad esercitare un adeguato controllo, soprattutto con Xi Jimping.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La lettura del caso cinese, e di quello del Sud America, portano Formenti a formulare la tesi che, senza indulgere all’utopia, sono <em>i concreti ed imperfetti ‘socialismi’</em> quelli ai quali dobbiamo dare attenzione. Malgrado tutte le difficoltà poste dalla dissoluzione della classe lavoratrice in mille frazioni inconsapevoli di sé, la direzione più promettente nasce da una profonda riflessione sulla libertà. Rileggendo Lukacs essa, per Formenti, origina in senso ontologico (e non logico-gnoseologico) <em>nel lavoro</em>. Ovvero in quell’atto, o complesso di fatti, di coscienza per effetto dei quali sorge, in un complesso sociale totale, un nuovo essere. Nuovo essere che non è meramente il risultato del progetto, tanto meno di questo in condizioni astratte (da ‘tabula rasa’), ma <em>l’evento emergente da possibilità concrete nello scontro tra altre</em>. Il ‘problema reale’ della libertà deriva da questo venire alle mani con la realtà, gettandovi un progetto e innescandone il potenziale. Questa libertà non si lascia definire una volta per tutte ed astrattamente, fuori della lotta.</p>
<p>Lukacs, nel terzo volume della “<em>Ontologia</em>”<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn12">[12]</a> afferma che, se intendiamo parlare “in modo sensato”, il fondamento della libertà è <em>un momento della realtà</em> che “consiste in una decisione concreta fra diverse possibilità concrete”<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn13">[13]</a>. Ora, ciò implica, come peraltro ricorda anche Elster in un diverso contesto teorico<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn14">[14]</a>, che la libertà, quando è letta come carattere dell’uomo che vive nella società, non è mai del tutto priva di una dimensione di determinazione dai vincoli e dai fatti. Almeno se questo uomo <em>agisce socialmente</em>. Ovvero se si cala in una struttura di riconoscimenti, in parte istituzionalizzata, che gli consente di definirsi come sé e di dare corpo alla libertà<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn15">[15]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dunque ogni alternativa, come dice Lukacs, “per sua essenza ontologica” è sempre concreta, locale socialmente incorporata in un campo di cui non dispone (completamente), mentre le alternative assolute sono solo pensabili sul piano logico-gnoseologico. Lungi dall’essere astratto-generali, le decisioni, entro il cui campo si può dare la libertà effettivamente esistente, hanno luogo entro questa “totalità concreta” descritta come innesto reciproco di scelte e situazioni. Tutte articolate nella forma “se … allora”.</p>
<p>Insomma, si tratta dell’idea di una libertà autoprodotta, aperta, a partire dalle appartenenze e dal reciproco riconoscimento <em>attivato e mobilitato intorno alle lotte ed alle istanze concrete di solidarietà o di conflitto</em>. Dunque anche dalle esperienze di schiacciamento e oppressione che si esperiscono nella vita quotidiana. Contro la libertà astratta e colonizzabile della tradizione liberale (in particolare nella versione contemporanea) si può dire che questa prospettiva opponga la possibilità di una libertà che <em>scaturisce dalla solidarietà concreta</em> ed è socialmente mobilitata. Che scaturisce non da cataloghi individualmente mobilitabili tramite preformate strutture ma da conflitti concreti in situazioni storiche.</p>
<p>L’idea di libertà che, viceversa, domina l’impostazione liberale è tratteggiata da Thomas Hobbes, come “assenza di opposizione”, ovvero di “assenza di impedimenti esterni al movimento”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>libertà</em> significa, propriamente, l’assenza di opposizione (per opposizione intendo impedimenti esterni al moto), e può riferirsi non meno alle creature irrazionali e inanimate, che a quelle razionali. … un uomo libero è colui che, in quelle cose che la sua forza ed il suo ingegno lo mettono in grado di fare, non è impedito di fare ciò che vuole” <a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn16">[16]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Senza entrare nei dettagli, o nella complessa relazione tra libertà e necessità, che induce Hobbes a negare il libero arbitrio, si tratta di una linea genealogica che si consolida e struttura in Locke, Mill e che finisce per definirsi come riserva per comportamenti egocentrici, sottratti ad ogni pressione sociale derivante da concrete società. Questa forma di libertà (cosiddetta “negativa”) non accetta alcuna autolimitazione in quanto ancorata alla premessa che l’uomo è individuo il quale, nello ‘stato di natura’ antecedente alla società può compiere ‘calcoli razionali’ senza premesse. Ovvero senza alcuno scambio antecedente e senza che sussistano impegni pre-contrattuali.</p>
<p>Oltre questa posizione si trova Rousseau, che ad esempio nell’<em>Emilio</em> distingue tra azioni autonome ed eteronome, per cui l’uomo che sottostà all’impulso del suo solo ‘appetito’ non è veramente libero, ma lo diventa se agisce “in obbedienza alla legge che lui stesso si è prescritta”<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn17">[17]</a>, legge che produce un “corpo morale collettivo” ed una corrispondente “volontà generale”. E di qui si apre il bivio che, da una parte porta a Kant, dall’altra al romanticismo di Herder, tra autodeterminazione e autorealizzazione. La seconda linea, molto in linea con il sentimento contemporaneo, ha due determinazioni logiche: o l’autorealizzazione è nel potere dell’individuo (contro il collettivo), o, viceversa, quella concezione che la vede come un’impresa per sua natura comunitaria e cooperativa. Per come la mette Honneth, nel secondo caso:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“in base a questa concezione, il singolo di per sé non possiede affatto la capacità di realizzarsi, poiché il suo autentico sé è così fortemente un momento o un’espressione della comunità sociale da poterlo dispiegare soltanto nella cooperazione collettiva; pertanto la libertà, che qui viene assunta come presupposto, è sempre il risultato di una prestazione riflessiva che può essere compiuta soltanto da un soggetto collettivo”<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn18">[18]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il punto qui è che la valorizzazione, compiuta nel testo, degli sforzi collettivi strettamente dipendenti dalle concrete situazioni date dei ‘socialismi imperfetti’, e l’indisponibilità a condannarne gli esiti in base ad una concezione meramente astratta e logico-gnoseologica, scaturisce da questa tradizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Venendo ad un piano più concreto, per Formenti,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“nell’attuale contesto storico, un percorso di riforme radicali che in anni precedenti al trionfo del neoliberismo si sarebbe definito socialdemocratico, potrebbe essere attuato solo con una rivoluzione”<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn19">[19]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dove l’assetto ‘socialdemocratico’ è definito concretamente come economia mista e sistema avanzato di welfare. E dove la ‘rivoluzione’ significa trasformazione progressiva, ma sistematica, dell’assetto liberaldemocratico in favore di forme di democrazia diffusa e diretta che, però, non possono implicare il sogno della dissoluzione dell’autorità. Su questo sottile crinale si muove un radicale rigetto di ogni forma di liberalismo (tutte, dal liberalismo classico, o neo, alle versioni ‘liberal’, o ai movimenti post-comunisti, liberalsocialisti, anarchici), in quanto debitrice di premesse individualiste e ‘Occidentali’ (nel senso di illuministe, borghesi ed eurocentriche), ma anche il rifiuto delle versioni mainstream dei diritti cosiddetti ‘universali’, normalmente limitati a quelli civili. E si trova il punto di discrimine di quella che Galvano della Volpe chiamava la “<em>libertas maior</em>” (ovvero la libertà sociale)<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn20">[20]</a>.</p>
<p>La rivoluzione socialista non è, dunque, l’attuazione piena della rivoluzione borghese e democratico-liberale. Essa è:</p>
<p>-        strutturalmente diversa, in quanto compiuta dal basso e dai senza potere,</p>
<p>-        incompatibile con i principianti-statalisti ed anti-socialisti dei movimenti sociali post-materialisti (femminismo, ecologismo, pacifismo generico, Lgbt, …)<a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftn21">[21]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le conclusioni di questa parte sono dunque:</p>
<p>1-     <em>che socialismo e mercato possono convivere</em> anche utilmente, ma solo se la borghesia viene espropriata del potere di influenza politica e questa resta saldamente nelle mani dello stato, attuando una sorta di conflittualità perenne,</p>
<p>2-     <em>che non esiste e non può esistere un “soggetto” rivoluzionario</em> per sua natura, ma solo una galassia di soggetti che possono essere egemonizzati in un progetto solo da una guida politica,</p>
<p>3-     <em>che non esiste alcun “modello” rivoluzionario</em>, e tanto meno uno esportabile, perché in ogni paese la lotta di classe assume le proprie caratteristiche, in relazione alla storia e culture locali,</p>
<p>4-     <em>che lo stato non è un moloch</em> da abbattere, ma un terreno di lotta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, si tratta di <em>costruire (e non ri-costruire) il partito di classe</em>, dove nessuno dei due precede l’altro. Né si possono produrre alleanze prima di questo processo di creazione di senso e di capacità. Il fallimento del tentativo dei “populismi di sinistra” ne è un buon esempio.</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref1">[1]</a> - Carlo Formenti, <em>Guerra e Rivoluzione. Le macerie dell’impero</em>, Meltemi, Milano 2023</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref2">[2]</a> - Carlo Formenti, <em>Guerra e rivoluzione. Elogio dei socialismi imperfetti</em>, Meltemi, Milano, 2023.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref3">[3]</a> - Il riferimento preciso è all’11° tesi su Feuerbach di Marx: “i filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo”.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref4">[4]</a> - Luciano Gallino, <em>La lotta di classe dopo la lotta di classe</em>, Laterza, Roma-Bari, 2012.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref5">[5]</a> - Uno su tutti, Giovanni Arrighi, <em>Il lungo XX secolo, Denaro, potere e le origini del nostro tempo</em>, Il Saggiatore, Milano, 1996.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref6">[6]</a> - Carlo Formenti, <em>Guerra e Rivoluzione. Le macerie dell’impero</em>, op.cit., p. 83</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref7">[7]</a> - E’ d’obbligo citare Luc Boltanski, Eve Chiappello, <em>Il nuovo spirito del capitalismo</em>, Mimesis-Milano, 2014.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref8">[8]</a> - Carlo Formenti, op.cit., p. 21</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref9">[9]</a> - Ma la sua ultima opera, Giovanni Arrighi, <em>Adam Smith a Pechino</em>, Feltrinelli, Milano 2007.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref10">[10]</a> - Diego Angelo Bertozzi, <em>Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi</em>, Edizioni l’Antidiplomatico, 2021</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref11">[11]</a> - Giacomo Gabellini, <em>Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense</em>, Mimesis, Milano-Udine, 2021.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref12">[12]</a> - Gyorgy Lukacs, <em>Ontologia dell’essere sociale</em>, vol III, Pgreco, Milano, 2012, p. 113.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref13">[13]</a> - Idem.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref14">[14]</a> - Ad esempio, Jon Elster, <em>Il cemento della società. Uno studio sull’ordine sociale</em>, Il Mulino, Bologna, 1995.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref15">[15]</a> - Cfr Georg Wilhelm Friedrich Hegel, <em>Fenomenologia dello spirito</em>, Rusconi, Milano, 1985, p.275</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref16">[16]</a> - Thomas Hobbes, <em>Leviatano</em>, Multimedia Edizioni, Roma, 2012, p. 122</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref17">[17]</a> - Jean-Jacques Rousseau, <em>Il contratto sociale</em>, Rizzoli, Milano, 1962</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref18">[18]</a> - Axel Honneth<em>, Il diritto della libertà. Lineamenti per un’etica della democraticità</em>, Codice Edizioni, Torino, 2015, p. 40.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref19">[19]</a> - Carlo Formenti, <em>Guerra e rivoluzione. Elogio dei socialismi imperfetti</em>, II vol., op.cit., p. 245</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref20">[20]</a> - Galvano della Volpe, <em>La libertà comunista</em>, Edizioni Avanti, 1963.</p>
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<p><a title="" href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Guerra%20e%20rivoluzione.docx#_ftnref21">[21]</a> - Carlo Formenti, Idem, p. 259</p>
<p><em><strong>Tempofertile </strong></em></p>
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		<title>Rosa Luxemburg e la sinistra</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Dec 2021 17:57:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><strong><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories8/r311.jpg" alt="r311" width="300" height="228" data-src="/images/stories/stories8/r311.jpg" /></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Rosa Luxemburg e la sinistra</h1>
<h3>di Salvatore Bravo</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Destra e Sinistra</strong></p>
<p>La differenza tra destra e sinistra di governo si assottiglia fino a renderle perfettamente speculare, per cui la sinistra annaspa e si lascia strumentalizzare dalla destra in una pericolosa e complice relazione biunivoca. Porre il problema della differenza significa rendere palese la paralisi programmatica e politica, ed il congelamento nella storia attuale. La sinistra è flatus vocis, siamo in pieno nominalismo, la sinistra di governo risponde alla funzione del capitale, anzi lo blandisce, non è solo dimentica di sé, si lascia colonizzare, diviene parte attivo del dispositivo anonimo del capitalismo assoluto.</p>
<p>La presenza puramente formale della sinistra, nella storia occidentale attuale, ha la sua causa <em>“principale-immediata”</em> nella caduta del muro di Berlino (1989), dopo la caduta dei paesi a socialismo reale non vi è stato che un lungo frammentarsi per adattarsi al capitale, per rendersi visibile e spendibile sul mercato del voto. La sconfitta storica ha palesato un’altra verità: il progressivo emergere del nichilismo economicistico delle sinistre. La sconfitta è l’effetto della verità profonda della sinistra, ovvero il progressivo svuotarsi di un progetto, dell’umanesimo per un accomodarsi curvato sull’economia della sola quantità, per cui l’avanzamento della cultura liberista ha trovato un mondo simbolico già disposto all’economicismo, al verticismo del potere, all’antiumanesimo. Il capitalismo di stato dei paesi a socialismo reale non è stato antitetico, ma competitivo al capitalismo liberista, le destre del capitale sono avanzate su un terreno già arato, pronto a prediligere la quantità sulla qualità, la propaganda all’attività soggettiva consapevole.</p>
<p>Non tutta l’esperienza è stata nefasta, ma il “tradimento culturale” rispetto ai grandi propositi teoretici ed ideologici ha indotto gli elettori a scegliere l’autentico (capitalismo liberista) rispetto all’imitazione (capitalismo di stato).</p>
<p>Per poter riaffermare la differenza tra destra e sinistra mediata dalla condizione storica attuale, non è sufficiente affermare che destra e sinistra sono categorie vetuste, dovrebbero essere riformulate con nuovi contenuti, è necessario l’esodo dagli steccati ideologici. Ricostruire le posizioni ideologiche è operazione lenta e faticosa nella quale lo strato teoretico incontra la prassi.</p>
<p>La sinistra ha il dovere di studiare la propria storia per organizzare la prassi della resistenza e dell’attacco progettuale, ciò non può che avvenire fuori dai contesti accademici, poiché essi sono schierati con i “principi” del capitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Riapprossimarsi a Marx</strong></p>
<p>Rosa Luxemburg (Zamość, 5 marzo 1871 – Berlino, 15 gennaio 1919), insegna che nei momenti difficili, di ribaltamento delle posizioni bisogna tornare alla fonte per poter leggere fortemente il presente con categorie e concetti capaci di filtrare la verità storica. Gli errori del passato non devono essere rimossi, ma vissuti ad occhi aperti. Dinanzi a chi votò i crediti di guerra la Luxemburg non ha dubbi, ritornare a Marx, non per idolatrare, ma per avere la chiarezza delle fondamenta per distinguere la destra dalla sinistraIl marxismo ufficiale doveva servire da copertura per ogni calcolo meschino, per ogni deviazione dalla vera lotta di classe rivoluzionaria, per ogni mediocrità che condannava la socialdemocrazia tedesca e in generale il movimento operaio, anche sindacale, a deperire nella cornice e sul terreno della società capitalistica, senza alcun serio sforzo per scuoterla e scardinarla. Ora, compagni, viviamo oggi il momento in cui possiamo dire: siamo di nuovo con Marx, sotto la sua bandiera. Se oggi noi dichiariamo nel nostro programma: il compito immediato del proletariato non è altro &#8211; riassunto in poche parole che fare del socialismo verità e realtà e sradicare completamente il capitalismo, noi ci mettiamo sul terreno su cui stavano Marx ed Engels nel 1848 e dal quale essi non si scostarono mai in linea di principio. Adesso si vede che cos&#8217;è il marxismo vero e che cosa era questo surrogato del marxismo (benissimo!) che per tanto tempo si pavoneggiò come marxismo ufficiale nella socialdemocrazia tedesca”.<em><a name="sdfootnote1anc" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote1sym"></a>1</em></p>
<p>Contro il pavoneggiarsi dei facitori di parole, delle gerarchie di partito che ritagliano con la burocrazia la gestione delle idee e delle persone, la Luxemburg rilegge Marx, per formulare un progetto forte.</p>
<p>Sinistra sostanziale non è dittatura del presente, ma varco nel presente al fine di capire lo stato in cui si è, attraverso il varco storico si riattivano categorie interpretative per scorgere l’orizzonte verso cui tendere. Marx non è un semplice classico, le categorie interpretative marxiane strutturano un’appartenenza teleologica non dogmatica, ma critica. L’approssimarsi a Marx non è elemento secondario, ma primario, altrimenti non vi è sinistra, ma semplice flatus vocis, emissione verbale di voce senza contenuto. La dittatura del presente è il miglior successo del capitalismo assoluto, si fonda sul tramonto della storia. La Sinistra sostanziale, non di governo, è sinistra, in quanto è radicata in una storia plurale, che ha radici profonde senza le quali è esposta all’uso ideologico del presente, a rivendicare i soli diritti individuali e l’individualizzazione che passa attraverso il consumo smodato per molti, ma non per tutti. La società liquida e nichilistica diviene la passione fredda e calcolante delle sinistre che si avvicendano, perché nulla cambi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La cultura “a sinistra”</strong></p>
<p>La Sinistra sostanziale è cultura, consapevolezza sociale, poiché utilizza categoria di pensiero capaci di interpretare i fenomeni sociali nella loro verità storica e temporale. Il capitalismo è rivoluzionario-reazionario, in quanto abbatte i limiti geografici come etici, dato che necessita di mercati sempre più ampi, fino a guerreggiare in ogni parte del mondo globale<a name="sdfootnote2anc" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote2sym"></a>2:</p>
<p>” <em>Gli Stati Uniti del Nord america e la Germania, l&#8217;Italia e gli Stati balcanici, la Russia e la Polonia, devono tutti alle guerre, fossero esse vittoriose o no, le premesse o l&#8217;impulso alla evoluzione capitalistica. Finché esistettero paesi, di cui bisognava superare il frazionamento interno o l&#8217;isolamento di un&#8217;economia naturale, anche il militarismo ebbe una funzione rivoluzionaria in senso capitalistico. Ma oggi anche in questo campo le cose stanno diversamente. Se la politica mondiale è divenuta teatro di minacciosi conflitti, non si tratta tanto dell&#8217;apertura di nuovi paesi per il capitalismo, quanto di antagonismi europei già esistenti che si sono trapiantati nelle altre parti dei mondo e là portano alla rottura. Quelli che marciano oggi l&#8217;un contro l&#8217;altro con le armi in pugno &#8211; è indifferente se in Europa o in altre parti del mondo &#8211; non sono paesi capitalistici da una parte e paesi a economia naturale dall&#8217;altra, bensì Stati che vengono spinti al conflitto proprio dall&#8217;omogeneità dei loro alto sviluppo capitalistico. Naturalmente se scoppia un conflitto in queste circostanze, esso non può non avere conseguenze fatali proprio per questo sviluppo, in quanto porterà al più profondo sovvertimento e rivolgimento della vita economica in tutti i paesi capitalistici”.</em></p>
<p>In <em>L&#8217;accumulazione del capitale </em>Rosa Luxemburg conclude che il capitalismo si avvia verso un’epoca di catastrofi, poiché il mercato incontra il limite nella sua espansione. La Luxemburg utilizza la categoria della catastrofe e di limite per analizzare l’imperialismo del capitale a livello globale: categorie valide oggi più di prima, la globalizzazione è già catastrofe, viviamo il periodo della catastrofe umana, ambientale, sociale ed economica. La catastrofe è guidata dall’economicismo, dall’integralismo economico che abbatte ogni limite, in assenza di risposte politiche e collettive aumentano in modo esponenziale gli effetti delle catastrofi: <em>l’hotel abisso</em> è tra di noi. Il capitalismo assoluto non occupa solo le terre, gli stati nazioni abbattendoli, ma specialmente utilizza le tecnologie e le scienze per penetrare nelle coscienze, per colonizzarle ed ottenere una nuova rivoluzione antropologica: il consumatore reificato. Tale nuovo biomercato è la novità assoluta del capitale contemporaneo rispetto al quale la sinistra tace.</p>
<p>Senza categorie per decodificare il presente non vi è futuro come passato. La categoria unica del presente è <em>l’azienda</em> cellula infeconda dell’atomismo sociale e madre di tutte le catastrofi. Si è passati dall’individualismo all’azienda, il balzo effettuato è la disumanizzazione, la sostituzione dell’individua astratto con l’impersonale calcolo economico. E’ il feticismo dell’azienda, nuovo modello culturale e pedagogico: i devoti dell’azienda non pensano, ma calcolano secondo i dettami della finanza. In questi giorni si è proposto di introdurre l’educazione finanziaria ed economica obbligatoria già alle scuole elementari (Il Ddl è stato presentato nel parlamento italiano il 26 Giugno 2019)</p>
<p>La sinistra è stata sinistra della cultura, oggi è sinistra della propaganda, della finanza confina l’azione all’interno dei perimetri prestabiliti dalla nomenclatura del capitale.</p>
<p>Le istituzioni scolastiche, le accademie, le università divengono “aziende” dove si insegnano i principi del capitalismo acquisitivo.</p>
<p>Se la sinistra è stata motore di progresso sociale e civile, ciò è dovuto alle categorie interpretative e metodologiche che hanno permesso con “la scuola del sospetto” ed il “materialismo dialettico” l’esodo verso un altro mondo possibile. La sinistra della propaganda è funzionale ai processi di reificazione ed aziendalizzazione, è un’appendice del sistema capitale. Senza cultura critica non vi è sinistra autentica, la quale deve saper cogliere i limiti del suo agire ed il suo potenziale, senza cultura critica non si discerne il progresso quantitativo dal progresso qualitativo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Rivoluzione economica &#8211; politica</strong></p>
<p>La rivoluzione economica è in realtà politica, in quanto la struttura economica se partecipata attraverso scioperi, consigli di fabbrica, associazioni implica la politica. Sinistra sostanziale è così movimento di popoli che propone alternative, capace di dare una forma alla spontaneità dell’opposizione. La Luxemburg fa dello sciopero lo strumento aggregante ed iniziale di un processo di consapevolezza, esso inizia in modo spontaneo per definirsi razionalmente<a name="sdfootnote3anc" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote3sym"></a>3:</p>
<p>”<em>Fu ingenua, incosciente come un bambino che va a tentoni senza saper dove. Come ho detto, essa aveva ancora un carattere esclusivamente politico. Solo nelle ultime settimane gli scioperi hanno cominciato a estendersi notevolmente in modo del tutto spontaneo. Noi vogliamo ora proclamarlo: è proprio nella natura di questa rivoluzione che gli scioperi si sviluppino sempre di più, ch&#8217;essi debbano diventare sempre più il punto centrale, il momento fondamentale della rivoluzione (giustissimo!). Questa è allora una rivoluzione economica e con ciò diventa una rivoluzione socialista. Ma la lotta per il socialismo può essere combattuta soltanto dalle masse, immediatamente, petto contro petto con il capitalismo, in ogni impresa, da ogni proletario contro il suo imprenditore. Solo allora sarà una rivoluzione socialista”.</em></p>
<p>La sinistra demofobica, che taccia di populismo chiunque non si pieghi ai dogmi della finanza, non può essere sinistra, essa vive, invece, nel popolo e si sviluppa tra i popoli. Lo sciopero per la Luxemburg è il momento della responsabilità collettiva non scissa dalla maturazione emotiva della condivisione. E’ il concretizzarsi della comunità in cammino con le sue contraddizioni e potenzialità. Solo l’azione può educare alla lotta ed a pensare gli errori. La teoria non è scissa dalla prassi, ma esse interagiscono per formare la coscienza collettiva della lotta. La resistenza esige disciplina; il sacrificio è tanto più sopportabile quanto più si ha la lucidità degli obiettivi<a name="sdfootnote4anc" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote4sym"></a>4:</p>
<p>”<em>No, l&#8217;educazione socialista dei proletari non ha bisogno di tutto questo. Essi si educano gettandosi all&#8217;azione (giustissimo!). Qui è proprio il caso di dire: in principio era l&#8217;azione, e l&#8217;azione dev&#8217;essere che i consigli degli operai e dei soldati si sentano chiamati e imparino a diventare il solo potere pubblico in tutto il Reich. Solo in questo modo noi possiamo minare il terreno, in modo da renderlo maturo al crollo che deve coronare la nostra opera. E perciò, compagni, non era senza un preciso calcolo e senza una chiara coscienza se noi vi esponevamo ieri, se io in modo particolare vi dico: non pensate che la lotta sia così comoda anche per l&#8217;avvenire”.</em></p>
<p>I popoli si fiaccano con la colonizzazione delle menti, col buonismo strumentale. Sinistra sostanziale è disciplina del valore, dello studio, consapevolezza vissuta che la quantità dev’essere interrogata dalla qualità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Rivoluzione permanente</strong></p>
<p>La sinistra che non c’è non ha altri obiettivi che fare da sgabello al capitalismo assoluto, pertanto semplicizza i messaggi, non ha lo spirito della prassi, della trasformazione dei comportamenti che si formano con processi rivoluzionari permanenti. Senza i processi di partecipazione le conquiste rivoluzionarie refluiscono, esse si trasmettono solo con l’attività corale. Rosa Luxemburg ci ammonisce: la rivoluzione è pedagogia permanente<a name="sdfootnote5anc" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote5sym"></a>5:</p>
<p>”<em>Compagni, è un immenso campo che dobbiamo arare. Dobbiamo prepararci dal basso a dare ai consigli degli operai e dei soldati una tale potenza che, se il governo Ebert-Scheidemann o un altro simile viene rovesciato, questo sia soltanto l&#8217;atto conclusivo. La conquista del potere non si realizza tutta d&#8217;un colpo ma progressivamente, incuneandosi nello Stato borghese fino a occuparne tutte le posizioni e a difenderle con le unghie e con i denti. E la stessa lotta economica, secondo la concezione mia e dei compagni di partito a me più vicini, dev&#8217;essere condotta mediante i consigli operai. Anche la direzione delle lotte economiche da avviare su strade sempre più ampie dev&#8217;essere nelle mani dei consigli operai. I consigli operai devono avere tutto il potere nello Stato. Nel prossimo futuro dobbiamo lavorare in questa direzione con il risultato che, ponendoci tale compito, dobbiamo far conto anche su un colossale inasprimento della lotta a brevissima scadenza. Perché, compagni, dobbiamo lottare passo a passo, corpo a corpo, in ogni Stato, in ogni città, in ogni villaggio, in ogni comune, per trasferire ai consigli degli operai e dei soldati tutti gli strumenti del potere statale che devono essere pezzo a pezzo strappati alla borghesia</em>”.</p>
<p>Sinistra sostanziale è mettere in atto processi di autoriconoscimento e riconoscimento che non sono limitati agli esseri umani, ma implicano il mondo della vita tutto. Lo sfruttamento contro cui lottare non è solo quello dell’essere umano sull’essere umano, ma anche sugli esseri non umani alienati ed umiliati per conseguire plusvalore e onnipotenza.</p>
<p>Nel dicembre 1917 Rosa Luxemburg scriveva a Sonja, moglie di Karl Liebknecht dal carcere femminile di Breslavia, una lettera in cui si coglie lo scandalo della vita non umana sfruttata e che necessita di essere riconosciuta:</p>
<p>”<em>Tuttavia, Sonicka, qui ho provato un dolore molto intenso. Nel cortile dove vado a passeggiare arrivano di frequente carri dell&#8217;esercito, zeppi di sacchi o vecchie giubbe e casacche militari&#8230; qualche tempo fa è arrivato un carro tirato da bufali anziché da cavalli. Per la prima volta ho visto questi animali da vicino (&#8230;) vengono dalla Romania, sono trofei di guerra (&#8230;) vengono sfruttati senza pietà, per trainare tutti i carichi possibili, e assai presto si sfiancano.</em></p>
<p><em>Qualche giorno fa arrivò dunque un carro pieno di sacchi, accatastati a una tale altezza che i bufali non riuscivano a varcare la soglia della porta carraia. Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, prese allora a batterli con il grosso manico della frusta in modo così violento che la guardiana indignata lo investì chiedendogli se non avesse un po&#8217; di compassione per gli animali. &#8220;Neanche per noi uomini c&#8217;è compassione&#8221; rispose quello con un sorriso maligno e battè ancora più forte&#8230; Gli animali infine si mossero ma uno di loro sanguinava &#8230; guardava davanti a sè e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un&#8217;espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Trofei per il mercato</strong></p>
<p>La sinistra demofobica attuale teme il contatto con la vita offesa ed umiliata, è sinistra della finanza e della distanza. La sinistra è stata tale nel contatto diretto con gli ultimi, sinistra della speranza e della prassi per la quale il dolore non è un destino. Il Che nella sua poesia <em>Vecchia Maria </em>ricorda che la sinistra è per i popoli costituiti dai singoli che devono essere riconosciuti nella loro specificità esistenziale, la sinistra sostanziale è accanto ad ogni vita divorata dall’ingiustizia:</p>
<p>” <em>Prendi questa mano di uomo che sembra di bimbo, nelle tue levigate dal sapone giallo. Strofina i tuoi duri calli e le pure nocche, contro la soave vergogna delle mie mani di medico. Riposa in pace, vecchia combattente, tutti i tuoi nipoti vivranno l’aurora, LO GIURO”.</em></p>
<p>Le mani di Maria, sono le mani del lavoro, oggi come allora si può lavorare ed essere poveri. La sinistra è per la qualità del lavoro, mediante il quale l’essere umano prende forma nella relazione con sé e con gli altri.</p>
<p>La mano della sinistra di governo non conosce i calli, ma il conteggio della finanza, è estranea alle ansie di coloro che non ce la fanno, per cui le parole della propaganda non possono cambiare la verità della sinistra, la quale è “del e per” il mercato.</p>
<p>“Siamo tutti trofei per il mercato” da questa verità lapalissiana valida oggi più che allora, si può iniziare a discorrere dell’alternativa possibile, si deve scegliere se essere trofeo o persona.</p>
<p>Le categorie con cui ricostruire la sinistra devono ritrovare nella storia le potenzialità argomentative per distinguere la sinistra dalla destra. Non si tratta di imbalsamare la storia, ma di renderla forza plastica per elaborare nuove categorie che devono svilupparsi all’interno di un percorso identitario da ripensare.</p>
<p><em>La democrazia recitativa, </em>definizione di Giovanni Gentile, non è nella storia ideologica della sinistra, nella storia che si dispiega dal basso: i consigli di fabbrica, l’associazionismo, i sindacati evidenziano il carattere autentico della democrazia di sinistra contro la democrazia recitativa del capitale sovrano ed assoluto. La sinistra, malgrado la sua storia, ha avuto quale ideale “la libertà dialettica” libertà della contraddizione, del conflitto creativo nel quale è possibile vivere per pensare diversamente. In Rosa Luxemburg la libertà è prioritaria rispetto ad ogni obiettivo, senza la libertà di pensare diversamente non vi è che una pallida imitazione della stessa<a name="sdfootnote6anc" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote6sym"></a>6:</p>
<p>” <em>La libertà, riservata ai partigiani del governo, ai soli membri di un unico partito – siano pure numerosi quanto si vuole – non è libertà. La libertà è sempre soltanto la libertà di chi pensa diversamente. Non per fanatismo per la «giustizia», ma perché tutto quanto vi è di istruttivo, di salutare, di purificatore nella libertà politica dipende da questo modo di essere, e perde la sua efficacia quando la «libertà» diventa privilegio”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Genocidio culturale</strong></p>
<p>La Luxemburg intravide all’orizzonte il delinearsi del <em>genocidio culturale</em>, definizione di Pasolini, la rivoluzione del mercato e la centralizzazione del partito impone il modello omologato ed omogeneo di libertà. Quest’ultima non è adesione al modello conformistico della tecnoproduzione, ma possibilità di aderire ad un modello culturale, anche tradizionale, ma in modo consapevole. Il <em>genocidio culturale</em> è l’altro volto del genocidio etnico: si sradicano identità culturali, lingue e disposizioni culturali per sostituirle col pensiero unico della finanza e del capitalismo assoluto. La Sinistra autentica, sempre in esilio rispetto i poteri centralizzati, è libertà, pone le condizioni affinché il diverso modo di essere e di vivere la libertà possa essere possibile.</p>
<p>Urge la necessità di ridefinire con le parole i significati senza il tabù della purezza ideologica che troppo è servita a difendere posizioni lobbistiche che hanno svuotato la sinistra del suo senso storico. La Sinistra ha bisogno di riannodare la sua storia con il presente, deve porre domande, in quanto la critica economica non è semplicemente una costatazione, ma una domanda, un problema-domanda svelato rivolto a tutti. Oggi, come all’epoca in cui Marx scrisse il <em>Manifesto del partito</em> <em>comunista, </em>l’essere umano è solo un accessorio della macchina, ma ancor più del mercato globale. Ricominciare da Rosa Luxemburg o da Marx significa accogliere la loro critica sociale e con essa le domande senza le quali non vi è che la parodia della sinistra<a name="sdfootnote7anc" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote7sym"></a>7:</p>
<p>” <em>ll lavoro dei proletari ha per so ogni tratto di autonomia e quindi ogni stimolo per il lavoratore a causa dell&#8217;espansione delle macchine e della divisione del lavoro. Il lavoratore diventa un mero accessorio della macchina. Da lui si pretende solamente il più facile, il più monotono, il più elementare movimento. Il suo costo è limitato quasi esclusivamente ai mezzi di sostentamento di cui egli necessita per sopravvivere e per garantire il futuro della sua razza. Il prezzo di una merce, dunque anche del lavoro, è però pari ai suoi costi di produzione. Più il lavoro è ripugnante, più diminuisce per conseguenza il salario. Meglio: più si sviluppano le macchine e la divisione del lavoro, più cresce il volume del lavoro, sia per l&#8217;aumento dell&#8217;orario di lavoro, sia per l&#8217;aumento del lavoro richiesto in un dato periodo di tempo, per la cresciuta velocità delle macchine, ecc.”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Umano contro disumano</strong></p>
<p>La tecnocrazia è il potere dell’umano contro l’umano, si radica in una visione “insulare” delle esistenze e dei saperi, ogni relazione è recisa, perché la relazione è qualità della vita, pone il problema della condizione umana come prioritaria rispetto al risultato, si insegue, invece, l’atomismo, la separazione nelle analisi per riaffermare il potere del capitale in modo da renderlo indiscutibile. La tecnocrazia capitalistica si sottrae all’analisi critica tacciando ogni opposizione di dogmatismo o di assenza del principio di realtà. La sinistra sostanziale deve ricostituire metodi di analisi olistici adeguati alla condizione presente. Nel dispositivo anonimo del potere, la persona è ridotta ad ente neutro consumante, è un “esso” oggetto di pratiche economiche che lo attraversano per integrarlo fino all’omogeneizzazione. La sinistra della cultura nella sua storia è sempre stata sinistra dialettica con i suo metodi di indagine con i quali elaborava possibili scenari del futuro. La sfida ardua è superare la fase anonima dell’esso, dell’ente umano consumante mediante nuove categorie interpretative sul solco della storia del pensiero della sinistra pensante. L’indicazione da cui ripartire la ritroviamo in Rosa Luxemburg, <em>György </em><em>Lukàcs, </em>Costanzo Preve i quali hanno colto nel pensiero di Marx la prassi come forma di emancipazione e libertà rispetto ala trappola dell’economico. E’ necessario iniziare con un “riorientamento gestaltico” nella lettura di Marx per uscire dalla prigione dei settarismi e delle conventicole. Il materialismo da cui ricominciare nella lettura di Costanzo Preve è metafora della prassi, della libertà dai processi di reificazione violenta che il dispositivo mette in atto<a name="sdfootnote8anc" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote8sym"></a>8:</p>
<p>” <em>In secondo luogo, per materialismo Marx connota la sue profonda convinzione, peraltro da me interamente condivisa, che nella società borghese-capitalistica l’individuo accede ad una libertà puramente formale, mentre le vera e propria libertà materiale è possibile soltanto con il superamento dell’alienazione capitalistica e dello sfruttamento classista che ne consegue necessariamente. Questa però è una filosofia rigorosa della libertà, di tipo assolutamente hegeliano, e non certo una forma di materialismo. Affermando che la libertà formale deve essere accompagnata e completata dalla libertà materiale (attenzione: accompagnata e completata, non certo abolita e sostituita, come nelle interpretazioni comuniste novecentesche del dispotismo sociale partitico!), Marx si limita a rendere coerente e rigorosa la concezione della filosofia delle storia di Hegel, che come noto mette al centro il percorso storico della libertà. In terzo luogo, per materialismo Marx intende la centralità delle prassi rivoluzionaria e trasformatrice rispetto alla semplice contemplazione filosofica”.</em></p>
<p>La sinistra deve accogliere il vuoto dell’essere, la libertà che annega tra le spire delle merci, deve riportare la centralità dell’essere umano concreto all’interno del suo progetto, senza tale operazione teoretica non vi è speranza, non resta che la forza di gravità del capitale che spinge, schiaccia e comprime tutti e tutto nell’orizzonte del presente.</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5><a name="sdfootnote1sym" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote1anc"></a>1 Rosa Luxemburg Discorso sul programma Ousia pag. 5</h5>
<h5><a name="sdfootnote2sym" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote2anc"></a>2 Rosa Luxemburg Riforma sociale o Rivoluzione? Ousia pag. 15</h5>
<h5><a name="sdfootnote3sym" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote3anc"></a>3 Rosa Luxemburg Discorso sul programma Ousia 11</h5>
<h5><a name="sdfootnote4sym" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote4anc"></a>4 Ibidem pag. 16</h5>
<h5><a name="sdfootnote5sym" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote5anc"></a>5 Ibidem pag. 15</h5>
<h5><a name="sdfootnote6sym" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote6anc"></a>6 <em>La rivoluzione russa. Un esame critico</em> (settembre 1918, pubblicato postumo nel 1922), in Rosa Luxemburg, <em>Scritti Politici</em> a cura di Lelio Basso (seconda edizione), Roma Editori Riuniti, 1970, p. 589.</h5>
<h5><a name="sdfootnote7sym" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote7anc"></a>7 Marx Manifesto del partito comunista Ousia pag. 17</h5>
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<h5><a name="sdfootnote8sym" href="https://www.sinistrainrete.info/teoria/15376-salvatore-bravo-rosa-luxemburg-e-la-sinistra.html#sdfootnote8anc"></a>8 Costanzo Preve Marx lettore di Hegel &#8230; Hegel lettore di Marx, Petite Plaisance Pistoia pag. 17</h5>
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		<title>In memoria di Preve</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Nov 2013 17:17:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Comunitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
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		<description><![CDATA[Diego Fusaro ricorda Costanzo Preve]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="block_content_article_editor" style="text-align: right;"><em><strong>  </strong></em>di <strong></strong><em><strong><span style="font-size: 13px;">Diego Fusaro</span></strong></em></div>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/preve-fusaro.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4002" title="preve fusaro" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/preve-fusaro.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a>È scomparso il 23 novembre il filosofo Costanzo Preve. La sua notorietà era inversamente proporzionale alla sua statura intellettuale. Pochi (o comunque non abbastanza), anche tra gli addetti ai lavori, conoscevano il suo nome, il suo pensiero, le sue numerosissime opere. Dopo aver studiato in Francia sotto la guida di Hyppolite, Preve ha vissuto a Torino: città alle cui logiche si è sempre sentito estraneo, vivendo, di fatto, come uno straniero in patria.</p>
<p>La città, probabilmente, non tributerà il degno ricordo al filosofo. Ed è anche per questo che ho deciso di ricordarlo io in questa sede. È per me un dovere, anche se mi costa molta sofferenza. È un dovere perché Costanzo è stato il mio maestro a Torino e perché vi era una profonda amicizia che mi legava a lui fin dal 2007. Non è facile parlarne, come sempre accade quando scompare una persona a noi vicina, a cui volevamo autenticamente bene. Con Costanzo, se ne va anche un pezzo – e non secondario – della mia vita e del mio legame con la città di Torino.</p>
<p>Ricordo quando lo conobbi: in una gelida serata del gennaio del 2007, al bar Trianon, in piazza Vittorio. Si trattava di una serata filosofica dedicata alla presentazione del libro di Giuseppe Bailone, <em>Viaggio nella filosofia europea</em>. Conoscevo già Preve, sia pure indirettamente: avevo letto alcuni suoi lavori su Marx, l’autore a cui Preve ha dedicato la sua vita e di cui si può con diritto riconoscere tra i massimi esperti a livello internazionale. Ma poi avevo già sentito un suo splendido intervento su Marx qualche anno prima, a Torino, all’“Unione Culturale”. Mi colpì profondamente. Quella sera, al bar Trianon, mi avvicinai e lui, con estrema cordialità, mi invitò a passare nei prossimi giorni a casa sua a trovarlo per discutere insieme di filosofia e Marx.</p>
<p>Già l’indomani, con l’impazienza che solo un ventiquattrenne può avere, lo chiamai e presi appuntamento. Da quel momento, iniziò la nostra amicizia. Andavo di continuo a trovarlo, a casa o, più spesso, al bar sotto casa. Ore di discussione filosofica sui temi della filosofia classica e dell’attualità che volavano quasi senza che ce ne accorgessimo: ci trovavamo alle 14 sotto casa sua e ci congedavamo intorno alle 18. Rispetto a tutti i docenti che avevo finora incontrato, Costanzo aveva qualcosa di diverso: non era un professore, era un filosofo. I suoi insegnamenti non si esaurivano nell’aula, ma erano un continuo dialogo con il presente e con l’attualità, con i problemi dell’oggi. Era una figura indubbiamente più simile a Platone e a Spinoza che non ai tanti grigi professori universitari che parlano di tutto e non credono in nulla.</p>
<p>Nella verità filosofica Costanzo credeva profondamente: per lui, la filosofia era una pratica veritativa legata alla dimensione storica e sociale. Il suo pensiero, per chi vorrà approfondirlo, è un grandioso tentativo di coniugare Hegel con Marx, ossia una critica radicale della società frammentata con l’esigenza veritativa della filosofia come ricerca di una sintesi sociale comunitaria degna dell’uomo come <em>zoon logon echon</em>, ossia come animale dotato di ragione, di linguaggio e di giusto calcolo delle proporzioni sociali. Costanzo ha scritto più di quaranta libri, dedicati ai grandi temi della tradizione filosofica occidentale. Riteneva – me lo diceva ancora poco tempo fa al telefono – la sintesi più riuscita del suo pensiero il monumentale volume <em>Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia</em> (Petite Plaisance, Pistoia 2013).</p>
<p>È da questo splendido libro – oltre che dai numerosissimi video su “Youtube” – che invito tutti a iniziare a conoscere il pensiero di Costanzo. È un invito che rivolgo anzitutto ai Torinesi, ossia a quelli che più avevano vicino Costanzo, senza saperlo. Le sue condizioni di salute non erano buone da tempo, ma non è per questo che non lo si vedeva presente ai convegni filosofici e alle discussioni pubbliche. Costanzo è stato ingiustamente ostracizzato dal “politicamente corretto” e da quella manipolazione organizzata che controlla millimetricamente cosa si può e cosa non si può dire. Costanzo ha sempre cantato fuori dal coro, preferendo – come amava dire citando Rousseau – il paradosso al luogo comune. Certi pensatori – ha detto Nietzsche – nascono postumi. Costanzo è senz’altro uno di questi.</p>
<p>La sua epoca non l’ha capito, forse perché lui aveva profondamente capito la sua epoca. Le aveva dichiarato guerra. Aveva rinunciato all’adattamento e alla rassegnazione. Non ha mai smesso di combattere, né è passato armi e bagagli al disincantamento, alla rassegnazione e alla santificazione dell’esistente, come hanno fatto miseramente in troppi della sua generazione. È sempre rimasto legato al progetto marxiano di ringiovanimento del mondo e di perseguimento di un futuro meno indecente della miseria presente. Non ha mai rinnegato nulla ed è sempre rimasto all’altezza di se stesso. Non ha accettato compromessi, né scorciatoie. Ha sempre combattuto il presente per quello che è veramente, l’epoca della compiuta peccaminosità di fichtiana memoria. In lui il comunismo non è stato un momento magico quanto effimero della giovinezza, destinato a tradursi nella rassegnata accettazione del presente frammentato: si è, invece, sedimentato in “passione durevole”, in ricerca razionale di un altro fondamento possibile per il legame sociale dell’umanità. Così ha sempre anche inteso il “comunitarismo” (a cui ha dedicato le sue energie teoriche negli ultimi anni), come correzione democratica del comunismo.</p>
<p>Vi è un’immagine in cui, più che in ogni altra, può essere compendiato l’atteggiamento filosofico e intellettuale di Costanzo: immaginate un immenso banco di pesci che nuotano compatti seguendo la corrente; immaginate, poi, un unico pesce che si avventura nella direzione opposta, controcorrente e in solitudine. Costanzo ha sempre nuotato così, controcorrente, seguendo non le mode del momento e le visioni di comodo, collaudate e funzionali al presente: si è sempre opposto al banco di pesci degli intellettuali organici allo <em>status quo</em>. E ha pagato sempre sulla propria pelle le conseguenze della propria dissonanza ragionata e del proprio spirito di scissione: offeso, calunniato, marginalizzato, ridicolizzato, non è mai stato affrontato sul suo terreno, cioè nell’arena della discussione filosofica e del <em>logon didonai</em>. Non cercava il successo, ma la verità; non il riconoscimento, ma un mondo più giusto.</p>
<p>Forse un giorno verrà capito e l’antipatia organizzata contro di lui si convertirà nel giusto riconoscimento per il suo magistero, per la sua lucidità critica e per la sua passione durevole per la filosofia. Ora è troppo presto. Quel che è certo – al di là di ogni retorica a buon mercato – è che con Costanzo se ne va un filosofo, un filosofo vero, uno dei pochissimi che ancora abitavano il mondo. Al dolore causato da ciò, in me si aggiunge quello dovuto al fatto che, con Costanzo, se ne va anche un vero maestro e un vero amico, una persona che mi ha dato più di quanto io non sia stato in grado di dare a lei. Le parole non bastano a esprimere la sofferenza e la nostalgia, i momenti trascorsi insieme e le interminabili discussione filosofiche al bar sotto casa.</p>
<p>Voglio concludere questo mio breve e sentito ricordo personale di Costanzo con i versi di Franz Grillparzer, che Costanzo stesso appose come esergo al suo splendido libro <em>Un’approssimazione al pensiero di Karl Marx</em>, del 2007: “se il mio tempo mi vuole avversare, lo lascio fare tranquillamente. Io vengo da altri tempi, e in altri spero di andare”.</p>
<p style="text-align: right;"><em><strong>Lo Spiffero</strong></em></p>
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