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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Cgil</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 17:09:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Cgil]]></category>
		<category><![CDATA[Coniarerivolta]]></category>
		<category><![CDATA[INPS]]></category>
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		<description><![CDATA[Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana di coniarerivolta Nell’articolo precedente abbiamo visto come il Governo è ripartito all’attacco delle pensioni, attraverso la proposta di un semestre di silenzio-assenso per la devoluzione del TFR ai fondi pensioni, collegandolo di fatto alla promessa di una maggiore flessibilità (per pochi) per andare in pensione prima. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/portafoglio2.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-9039" title="portafoglio2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/portafoglio2-300x168.png" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<h1>Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana</h1>
<h3>di coniarerivolta</h3>
<p>Nell’<a href="https://coniarerivolta.org/2025/01/31/non-ce-tregua-per-le-pensioni/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">articolo precedente</a> abbiamo visto come il Governo è ripartito all’attacco delle pensioni, attraverso la proposta di un semestre di silenzio-assenso per la devoluzione del TFR ai fondi pensioni, collegandolo di fatto alla promessa di una maggiore flessibilità (per pochi) per andare in pensione prima.</p>
<p>E proprio su quest’ultimo aspetto, cioè quando poter accedere alla pensione, è ripartita silente (ma non troppo) la campagna terroristica sull’imminente nuovo aumento dell’età pensionabile reso cogente dall’aumento della speranza di vita attesa certificato recentemente dall’INPS.</p>
<p>Come noto, per via delle leggi Sacconi (2010) e Fornero (2011) le pensioni di vecchiaia e anticipata sono agganciate in automatico all’andamento della speranza di vita. Al crescere di quest’ultima devono crescere le soglie anagrafiche e contributive di accesso alla pensione: basta un decreto ministeriale (un atto a metà fra la sfera politica e quella puramente amministrativa) che prende atto dei dati sull’aspettativa di vita comunicati da ISTAT, mentre serve un vero e proprio intervento legislativo per bloccare tale meccanismo.</p>
<p>La cadenza degli scatti inizialmente triennale dal 2019 è divenuta biennale. A un primo scatto nel 2013 è seguito un ulteriore nel 2016 e ancora nel 2019 per la sola pensione di vecchiaia (la soglia di quella anticipata è stata invece bloccata al 2016 con decreto politico) portando da quell’anno l’età pensionabile di vecchiaia a 67 anni e fermo restando quella anticipata a 42 anni e 10 mesi di contributi (1 anno in meno per le donne).</p>
<p>Dal 2019 gli aumenti si sono interrotti poiché, anche a causa degli effetti della pandemia, la speranza di vita è rimasta stabile o addirittura è diminuita. Si noti il paradosso per cui in caso di diminuzione della speranza di vita attesa non vi è previsione di riduzione della soglia. Il governo ha sempre assicurato che la soglia dei 67 anni sarebbe rimasta inalterata negli anni a venire lasciando intendere che quand’anche vi fosse stato il prevedibile e auspicabile nuovo aumento della speranza di vita, quella soglia sarebbe stata mantenuta comunque.</p>
<p>Il pasticcio comunicativo è iniziato nei primi giorni del nuovo anno.</p>
<p>La CGIL il 9 gennaio con una comunicazione ha espresso profonda preoccupazione per una “recente modifica unilaterale dei requisiti pensionistici operata dall’Inps sui propri applicativi, senza alcuna comunicazione ufficiale da parte dei ministeri competenti e in totale assenza di trasparenza istituzionale”. L’INPS avrebbe aggiornato nei propri documenti contabili interni la soglia della pensione di vecchiaia al 2027 a 67 anni e 3 mesi e quella di anzianità a 43 anni e 1 mese (per le donne un anno in più) ipotizzando quindi uno scatto di aumento di 3 mesi mai annunciato dal governo. L’istituto previdenziale ha risposto con una pronta smentita che non ha però scongiurato l’imbarazzo politico del governo che ha rimarcato il fatto che l’eventuale decisione andrà assunta tramite iniziativa legislativa nei prossimi mesi.</p>
<p>Il 15 gennaio nel frattempo è stato pubblicato un <a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit--i/Spesa-soci/Attivita_di_previsione_RGS/2024/Rapporto-n-25-Nota-Aggiornamento-Rapporto.pdf" rel="noreferrer noopener" target="_blank">aggiornamento al documento</a><em> “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio- sanitario” </em>a cura della Ragioneria Generale dello Stato in cui, stanti gli aumenti calcolati dall’ISTAT sulla speranza di vita attesa, si preannuncia un quadro tendenziale di aumenti costanti delle soglie di età pensionabile con il raggiungimento dei 68 anni nel 2039 e dei 70 anni nel 2067 (e dei 46 anni per la pensione anticipata). Si tratta di una previsione particolarmente importante, se pensiamo che l’<a href="https://www.fiscoetasse.com/files/17157/dm-requisiti-pensione-2025.pdf" rel="noreferrer noopener" target="_blank">ultimo decreto ministeriale</a> che ha fissato l’età per il pensionamento è stato firmato, nel 2023, direttamente dal Ragioniere Generale dello Stato.</p>
<p>Si riattivano, insomma, dopo qualche anno di sospensione della questione dovuta alla stagnazione della speranza di vita, le sirene che annunciano l’ineluttabilità di aumenti inesorabili dell’età pensionabile per vecchiaia e anticipata.</p>
<p>A fronte di queste previsioni il governo non ha assunto alcuna posizione chiara <a href="https://www.fiscoetasse.com/new-rassegna-stampa/1612-in-pensione-a-67-anni-e-tre-mesi-giorgetti-chiarisce.html">limitandosi a ribadire</a> che la questione andrà demandata all’iniziativa legislativa una volta che verranno aggiornati i dati ISTAT a marzo e tirando le orecchie all’INPS per aver lasciato trapelare ciò che probabilmente è già evidente al governo stesso, ovvero che non esiste una volontà politica chiara e trasparente di sterilizzare gli aumenti automatici previsti dal meccanismo innescato dalle riforme Sacconi e Fornero 13 anni fa. E l’appuntamento è quindi solamente rimandato a questa <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/inps-primavera-decisione-governo-sull-aumento-requisiti-la-pensione-AG5k1RJC" rel="noreferrer noopener" target="_blank">primavera</a> quando, in assenza di un intervento legislativo specifico per bloccare l’innalzamento dell’età pensionabile, basterà un ennesimo decreto ministeriale (magari spacciato come “atto dovuto”) per portare ancora più in là il miraggio della pensione per i lavoratori italiani a partire dal 2027 (le nuove età per la pensione devono infatti essere definite ufficialmente con almeno 1 anno di anticipo).</p>
<p>Si compie così in modo magistrale la giravolta acrobatica del governo Meloni sul tema pensionistico. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal tempo dei proclami di Lega e Fratelli d’Italia sull’abolizione della Riforma Fornero.</p>
<p>Nel giro di soli due anni e mezzo di legislatura il governo in carica non solo è riuscito ad affossare, eliminandole o depotenziandole fino al ridicolo, tutte le flebili e già penalizzanti, forme di flessibilità in uscita esistenti: opzione donna, APE sociale, quota 100-102-103, pensione anticipata contributiva; non soltanto si è attivato per peggiorare in modo notevole i meccanismi di indicizzazione delle pensioni al caro vita; non solo si sta attivando per la difesa orgogliosa della previdenza complementare contro la previdenza pubblica; ma non contento si appresta con ogni probabilità ad assecondare quegli automatismi “tecnocratici” messi in piedi dalle ipocritamente vituperate leggi Sacconi e Fornero che rimettono a un mero calcolo statistico ciò che dovrebbe invece essere il frutto di una riflessione politica ed economica di ampio respiro.</p>
<p>Insomma, non resta proprio nulla di nulla dei finti malumori di una destra che millantava ridicoli mal di pancia “sociali” e che oggi rivela compiutamente, al pari delle forze di “opposizione”, la sua adesione indiscussa ai diktat del neoliberismo e dell’austerità.</p>
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<header>
<h1>Non c’è tregua per le pensioni</h1>
<div><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a> / <a href="https://coniarerivolta.org/2025/01/31/non-ce-tregua-per-le-pensioni/">31/01/2025</a></div>
</header>
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<p>Per le pensioni italiane, si sa, non vi è mai tregua. Non pago degli interventi restrittivi <a href="https://coniarerivolta.org/2024/09/18/la-solita-vittima-dellausterita-le-pensioni/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">già delineati</a> in autunno, e nei due anni precedenti della legislatura, il governo Meloni, nel pieno delle feste natalizie, ha inserito in extremis nella legge di bilancio l’ennesimo tassello del feroce accanimento contro il sistema previdenziale pubblico.</p>
<p>E così, insieme al rinnovo dei tagli alle percentuali di indicizzazione all’inflazione e all’allungamento delle finestre di attesa per l’accesso alla pensione anticipata, entra in scena, come un colpo contro la Croce Rossa, l’inasprimento dei requisiti di accesso alla pensione anticipata puramente contributiva.</p>
<p>Vediamo, in primo luogo, a quale forma di pensione stiamo facendo riferimento. Nel ginepraio della normativa previdenziale italiana, tra <a href="https://coniarerivolta.org/2024/09/18/la-solita-vittima-dellausterita-le-pensioni/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">le varie strade alternative, sempre più depotenziate e marginalizzate</a>, rispetto a quella “standard” costituita dalla pensione di vecchiaia a 67 anni, vi è, in vigore dalla Riforma Fornero del 2012, la possibilità, per chi abbia iniziato a versare contributi dal 1996 (ovvero con il solo sistema contributivo) di andare in pensione a 64 anni con almeno 20 anni di contributi e con un primo assegno pensionistico pari almeno a un certo multiplo dell’importo mensile dell’assegno sociale. Si tratta di un’opzione che nei primi anni dopo la sua definizione ebbe scarsissima adesione poiché con solo 20 anni di contributi il sistema contributivo conduce ad una rendita pensionistica bassissima e solo in pochi potevano contare su un primo assegno pari, all’epoca, a 2,8 volte l’assegno sociale. Ricordiamo, infatti, che la pensione, nel sistema contributivo, è funzione dei contributi versati lungo tutta la vita lavorativa dell’individuo. Rispetto al sistema previgente, ovvero quello retributivo (che prevedeva che la pensione fosse commisurata retribuzione degli ultimi anni di carriera), il sistema contributivo dà vita a pensioni più basse.</p>
<p>Con il trascorrere degli anni la platea dei potenziali beneficiari dell’anticipata totalmente contributiva si è lentamente allargata e si allargherà sempre più nei prossimi anni. Ad oggi, chi abbia iniziato a versare i contributi nel 1996 avrebbe totalizzato 29 anni di contribuzione. Di fronte ad un’opzione che, seppur molto penalizzante dal punto di vista economico – a causa dei meccanismi impliciti del sistema contributivo – potrebbe diventare nell’immediato futuro appetibile e sostenibile per qualcuno, il governo che fa? Ne riduce accuratamente il perimetro con un doppio provvedimento a tenaglia.</p>
<p>1. Aumenta la soglia minima per l’accesso all’opzione che da 2,8 volte l’assegno sociale passerà da quest’anno a 3 volte, ovvero circa 1720 euro al mese. Un requisito inspiegabile se non come forma punitiva dei più poveri ai quali viene preclusa a priori l’adesione a questa possibilità.</p>
<p>2. Aumenta da 20 a 25 per il 2025 e a 30 a decorrere dal 2030 il numero minimo di anni di contribuzione necessari per accedere a questa forma di pensionamento.</p>
<p>Pian piano, insomma, si va a neutralizzare uno strumento evidentemente concepito come transitorio con l’idea di portarlo ad esaurimento nel corso dei prossimi anni lasciando in campo soltanto i due pilastri della pensione di vecchiaia (ad oggi 67 anni e 20 anni di contributi, più un importo minimo di pensione pari all’assegno sociale per chi ha iniziato a versare dal 1996) e di quella anticipata priva di requisiti anagrafici (ad oggi 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne).</p>
<p><em>La previdenza complementare per andare in pensione prima: non flessibilità, ma lusso per pochi</em></p>
<p>Vi è inoltre un altro dettaglio interessante sulla vicenda. Alle suddette restrizioni il governo ha accompagnato un’ulteriore misura presentata come favorevole per i lavoratori: la possibilità di unire ai fini del raggiungimento dell’importo minimo necessario per accedere alla pensione anticipata contributiva, le eventuali somme di denaro destinate alla previdenza complementare.</p>
<p>Questa possibilità, presentata come un generoso ampliamento dei margini di libertà del lavoratore, è, in primo luogo, una scelta accessibile a pochissimi. Non a caso, la relazione tecnica della manovra quantifica in 100 (destinati a diventare, nei prossimi anni, ben 600) il numero di persone potenzialmente interessate. Questo perché la previdenza complementare è un lusso che soltanto pochi lavoratori possono permettersi: solo coloro che riescono a risparmiare abbastanza da alimentare in maniera significativa il loro conto contributivo volontario.</p>
<p>E questo ci permette di affrontare un altro punto: la natura profondamente discriminatoria della misura. La pensione complementare, da sempre, è appannaggio dei pochi fortunati che possono permettersela. E la discriminazione non è solo reddituale, perché se si guarda alla composizione sociodemografica della platea degli iscritti, sono prevalenti gli uomini (62% del totale), gli iscritti del Nord (57,1%) e i lavoratori con più di 35 anni (oltre l’80%). In altri termini, a essere meno presenti sono le donne, i lavoratori del Mezzogiorno e i giovani. Esattamente le categorie più deboli nel mercato del lavoro. Questi dati sono tratti dalla <a href="https://www.covip.it/sites/default/files/relazioneannuale/relazione_per_lanno_2023.pdf">Relazione COVIP</a> (la Commissione di Vigilanza sui fondi pensione) per il 2023, ma sono la conferma di ciò che si registra anno dopo anno nelle relazioni di tale organismo.</p>
<p>E i dati COVIP ci dicono anche che spesso e volentieri (specialmente quando il periodo interessato è toccato da turbolenze finanziarie, e dunque la necessità di protezione è maggiore) i rendimenti dei fondi pensione sono stati inferiori a quelli del TFR; e, di conseguenza, è ancora più immorale il fatto che la convenienza per i lavoratori venga forzata attraverso incentivi fiscali: attraverso tali incentivi, si utilizzano risorse a carico della fiscalità generale (e a vantaggio solo di alcuni) per favorire l’afflusso di fondi a un settore privato che, come si è detto, è meno “conveniente”.</p>
<p><em>L’assalto (l’ennesimo) al TFR</em></p>
<p>La trovata del governo nasconde in verità i termini di una grossa partita che va avanti da quasi vent’anni attorno al sistema previdenziale italiano e, in forme simili, degli altri paesi europei.</p>
<p>Proprio vent’anni fa, nel contesto della graduale restrizione dei diritti pensionistici, il decreto legislativo 252/2005 riformò la disciplina delle forme di previdenza complementare, già introdotte dalla legge 421/1992, prevedendo, tra le altre cose, la possibilità per i lavoratori di devolvere il TFR presso fondi pensione negoziali o privati anziché lasciarlo, come tradizionalmente era sempre avvenuto, in azienda. Secondo quella norma la scelta del versamento del TFR in azienda era modificabile in qualunque momento mentre il versamento del TFR maturando in un fondo pensione rappresentava una scelta irreversibile.</p>
<p>Nel 2007 il governo Prodi introdusse la disciplina del silenzio-assenso, per la quale in assenza di un’esplicita preferenza espressa sulla destinazione del TFR, quest’ultimo sarebbe stato convogliato irreversibilmente nei fondi pensioni. Da allora i neoassunti nei primi sei mesi del rapporto di lavoro devono stabilire la destinazione del proprio TFR e in caso di silenzio la scelta ricade automaticamente sui fondi pensione.</p>
<p>Malgrado questo e malgrado gli ingenti vantaggi fiscali di cui gode la previdenza complementare oggi soltanto un terzo dei lavoratori ha optato (esplicitamente o passivamente) per destinare il proprio TFR ai fondi pensioni, mentre il resto dei due terzi ha optato per lasciarlo in azienda. Quest’ultima opzione nel concreto implica due possibili esiti. Per le imprese medio-piccole con meno di 50 dipendenti il TFR resta nelle casse aziendali fornendo a queste ultime utile liquidità, mentre per le grandi aziende (oltre i 50 dipendenti) si ha un accantonamento presso un Fondo di Tesoreria INPS e tale liquidità diventa dunque fruibile dall’ente per la spesa previdenziale corrente.</p>
<p>Qualora invece venga scelta (attivamente o passivamente) la destinazione presso i fondi pensione si apre un ventaglio di diverse ipotesi che includono, nell’essenziale, l’esistenza di fondi chiusi negoziali gestiti dalle parti sindacali e senza scopo di lucro e fondi aperti di natura privata con scopo di lucro. In entrambi i casi i soldi dei lavoratori vengono investiti nella sfera finanziaria con prospettive di rendimento molto variabili, senza alcuna garanzia di mantenimento del valore reale del capitale investito. Il TFR in azienda (o presso la Tesoreria INPS) viene invece automaticamente rivalutato al 75% dell’inflazione più un 1,5% costante.</p>
<p>Malgrado gli evidenti rischi della previdenza complementare, da vent’anni si avvicendano campagne di promozione di quello che viene definito un irrinunciabile pilastro del sistema pensionistico alimentate dalle sirene sull’ineluttabile inadeguatezza della previdenza pubblica. Contestualmente è stata plasmata una legislazione costruita ad arte per incentivare o forzare milioni di lavoratori ad aderirvi. Milioni e milioni di euro dei lavoratori dirottati verso la speculazione finanziaria.</p>
<p>Malgrado tutto questo la previdenza complementare, sebbene in crescita, fatica a decollare davvero. Ed ecco che i governi di turno si affannano a rinnovare ogni tipo di strumento per favorirla ad ogni costo.</p>
<p>È in questo contesto che va inquadrata la norma che consentirebbe ai lavoratori di cumulare le quote di pensione integrativa ai fini del raggiungimento del valore minimo (3 volte l’assegno sociale) per accedere alla pensione contributiva anticipata.</p>
<p>Ed è in questo stesso contesto che si inquadra anche un altro recentissimo tema di discussione ruotante attorno ad una doppia possibile proposta discussa negli scorsi mesi e rieditata negli ultimi giorni volta ancora una volta a convincere o obbligare i riottosi lavoratori a dirottare il proprio TFR verso i fondi pensione.</p>
<p>Una prima proposta caldeggiata dalla Lega in autunno (ed ora, sembra, provvisoriamente accantonata) consisterebbe nell’obbligare i lavoratori a versare il 25% del TFR ai fondi pensione complementari. Una proposta diretta e senza fronzoli che ha suscitato qualche perplessità nello stesso governo. Ne è seguita una seconda proposta, sembra di maggior successo, caldeggiata in particolare da Fratelli d’Italia: una riedizione nel 2025 del semestre di silenzio-assenso già sperimentato nel 2007, in cui non soltanto i neoassunti (come già avviene oggi per i primi sei mesi di un nuovo contratto), ma tutti i lavoratori sarebbero messi di fronte alla ridiscussione della scelta sulla destinazione del proprio TFR. In caso non dovessero esprimere alcuna scelta, le proprie quote di TFR d’ora in avanti andrebbero automaticamente e irreversibilmente nei fondi pensione. E questo varrebbe anche per chi finora ha esplicitamente optato per il TFR in azienda.</p>
<p>Dal momento che la legislazione di oggi già consente di transitare volontariamente dalla strada del TFR in azienda alla strada dei fondi pensione (ed impedisce invece il percorso inverso), è più che evidente l’intento manipolatorio della misura: catturare nelle maglie della previdenza complementare centinaia di migliaia di lavoratori “distratti” che nei sei mesi suddetti non dovessero esplicitamente dichiarare la loro opzione vuoi per inerzia vuoi per scarsa informazione. Un trucchetto che ebbe buon gioco nel 2007 per tutti i lavoratori e che per i neoassunti ha continuato a funzionare continuativamente portando nel periodo 2007-2023 ben 609.000 lavoratori (dati tratti dalla già citata <a href="https://www.covip.it/sites/default/files/relazioneannuale/relazione_per_lanno_2023.pdf">relazione COVIP</a> relativa al 2023) nelle braccia della previdenza complementare attraverso un’adesione tacita. Non proprio un esercizio dignitoso di democrazia partecipativa.</p>
<p>La stessa relazione COVIP ci informa, tuttavia, che al 2023 solo il 36,9% dei lavoratori italiani (dipendenti e autonomi) risulta iscritto a qualche forma di previdenza complementare e solo il 26,7% ha versato contributi volontari (oltre alle quote TFR) nel corso del 2023. È evidente che le politiche di forsennata incentivazione portate avanti tramite meccanismi truffa e incentivi fiscali di dubbia costituzionalità che discriminano i trattamenti previdenziali pubblici rispetto a quelli privati hanno funzionato soltanto in parte. Vi è ancora un’enorme quota di lavoratori e lavoratrici che di previdenza complementare non vuole saperne. Ed ecco allora rientrare in gioco trucchi, trucchetti e meccanismi volti a ingrossare la quota di redditi da lavoro da destinare alla speculazione finanziaria privata.</p>
<p>La partita delle pensioni, ancora una volta, vede operare alacremente gli smantellatori di professione dello Stato sociale e del ruolo dello Stato nell’economia a favore degli interessi di banche, assicurazioni e fondi di investimento. A fronte di questo scempio programmato da decenni occorre rilanciare con forza il sistema pensionistico pubblico garantendo pensioni adeguate a lavoratori e lavoratrici del futuro.</p>
</div>
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		<title>La questione sindacale (ieri) oggi (e …domani)</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 14:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Castaldo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Cgil]]></category>
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		<category><![CDATA[sindacalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Michele Castaldo “ Senza lasciare nulla tra le righe ” K.Marx Le questioni sono di gran lunga più complicate di come ad un primo impatto potrebbero sembrare. Affrontiamole di petto, senza falsi pudori. Ci sono negli elaborati di straordinari compagni, congetture che assumiamo come tesi, e diamo per scontate quali verità assolute, senza confrontarle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Castaldo</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><em>“</em><em> </em><em>Senza lasciare nulla tra le righe</em><em> </em><em>”</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>K.Marx </em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Le questioni sono di gran lunga più complicate di come ad un primo impatto potrebbero sembrare. Affrontiamole di petto, senza falsi pudori.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono negli elaborati di straordinari compagni, congetture che assumiamo come tesi, e diamo per scontate quali verità assolute, senza confrontarle con un metodo materialista realmente tale, di conseguenza si è portati a sbandare tra Scilla e Cariddi, e ci si arena continuamente.</p>
<p style="text-align: justify;">I compagni, nella stragrandissima maggioranza per non dire nella loro totalità, delle più svariate corre<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/sindacato12.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1331" style="margin: 5px;" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/sindacato12-300x194.jpg" alt="" width="300" height="194" /></a>nti, gruppi e organizzazioni tanto politiche quanti sindacali, assumono la storia della lotta degli oppressi non per come le determinazioni storiche l’ hanno prodotta, ma per come le teorie la avrebbero influenzata. In questo modo si capovolge l’uomo e lo si mette a camminare con la testa per terra e i piedi per aria. Un modo di concepire la storia che ha permeato un po’ tutti compresi e non esclusi fior di compagni del calibro di un certo Amadeo Bordiga che  &#8211; ne la ‘ Struttura economica e sociale della Russia di oggi’ &#8211; assorbito dalla necessità di dimostrare il carattere capitalistico della Russia, arriva a separare Lenin dal contesto reale ed a farne di esso una teoria, il leninismo, una continuità ed una ulteriore elaborazione della dottrina marxista e di questa una scienza che avrebbe illuminato dal di fuori e dal di sopra i processi sociali reali.</p>
<p style="text-align: justify;">Viceversa, andrebbe operato il tentativo di intraprendere una ricerca a ritroso stando avvinghiato, come una padella allo scoglio, alla realtà dei fatti, man mano che si procede nell’approfondimento, e ci si renderebbe  conto di quanto idealismo è intrisa la letteratura che ci è stata tramandata. Quanta poca sintonia v’è tra la realtà determinata ed il pensiero che la ha espressa.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo fatto, lo stare cioè più alle idee di ‘come fare’ piuttosto che cercare nei fatti (participio passato di quanto già accaduto) il tentativo di proiezione del futuro, ha portato tutti i compagni, militanti e organizzazioni, fuori strada ed in alcuni casi anche a spasso fra le nuvole, fino all’autoesaltazione individuale del libero arbitrio, per le “scelte” operate.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimettiamo perciò i piedi lì dove essi per la forza di gravità sono e cerchiamo a testa bassa – cioè con umiltà – di capire bene cosa è successo e cosa potrà succedere.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Una questione</strong>, <strong>la questione</strong>: quella sindacale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come è stata affrontata quella che è da ritenere non una fra le tante, ma <strong><em><span style="text-decoration: underline;">la questione</span></em></strong> intorno a cui tutto ruota nella moderna società divisa in classi. Cito a riguardo un gruppo della Sinistra Comunista, discendenti da Programma Comunista, che  professandosi materialisti e marxisti, titolano il loro lavoro a riguardo: “I comunisti e la questione sindacale “. Non il proletariato e la questione sindacale, ma i comunisti e la questione sindacale. Dunque sarebbero questi, i comunisti, che dovrebbero influenzare i proletari quando questi intraprendono le lotte sindacali. I sottoprodotti di questa impostazione ne hanno segnato il cammino che conosciamo: nullismo teorico e politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Se gli epigoni hanno esagerato, Lenin stesso, però, parte dallo stesso assunto e cioè di “ lavorare anche nei sindacati reazionari”. Apparentemente corretto. Attenzione però che il principio dottrinale che sottende questa tattica, è che i comunisti debbano, perché possono, influenzare il comportamento operaio nelle lotte sindacali, nelle lotte economiche ecc. ecc. Si tratta né più né meno che dell’applicazione alla questione sindacale della concezione teorica sulla ‘coscienza esterna da introdurre nel proletariato che da solo altrimenti potrebbe arrivare soltanto ad una coscienza tradunionistica’, che Lenin assume a sé nel ‘Che fare?’ da Kautsky, la cui sintesi è: ‘ cinghia di trasmissione ‘ dal partito al sindacato e questo -il sindacato- influenzato da quello -il partito-.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi rendo conto di apparire dissacrante di fronte a personaggi, compagni e tesi che la storia del movimento operaio ci ha consegnato quale necessità di memoria storica, ma non possiamo in alcun modo assumere il tutto come di un involucro ermeticamente chiuso e fuso come un tutt’uno quale minerale prezioso piuttosto che analizzare le rivoluzioni ed i vari cicli di lotte del proletariato per quello che  realmente sono state e cioè uno sconvolgere di equilibri sociali preesistenti ed un debordare del fiume in piena, un’eruzione vulcanica e dunque cercare di analizzare i vari materiali che tali evoluzioni hanno prodotto. Altrimenti detto: stare alla materia ed alla sua analisi nella dinamica degli eventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Come va altrimenti posta la questione sindacale? Cercando di capire innanzitutto, in che modo si sono formati i sindacati, cioè stando alla materia prima da cui trae origine il sindacato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, dall’Inghilterra, agli Stati Uniti, al resto d’Europa e poi successivamente in Russia, e poi nei paesi asiatici e nel Magreb, i sindacati sono sorti sempre e soltanto a seguito delle lotte della nuova classe schiava: il proletariato.</p>
<p style="text-align: justify;">O di mutuo soccorso, per aiutarsi reciprocamente, o per difendersi dalla concorrenza, per la riduzione dell’orario di lavoro e migliori condizioni salariali e normative, sono successivi alle lotte, mai le precedono. Dunque è mal posta la questione ‘i comunisti e la questione sindacale’. Diversamente va posta e cioè: ‘ Il proletariato e la questione sindacale ‘ e cercare di capire i contesti che hanno determinato le lotte – che chiamiamo riflesso agente – del proletariato che ha trovato in quel tipo di organizzazione una forma transitiva e “conclusiva” di difesa per un ciclo, per un periodo storico fino al determinarsi di un nuovo ciclo di nuove lotte che determinano altre forme di difesa transitiva , “conclusiva” e cosi via. Il tutto non in maniera piatta, ma a macchia di leopardo, a seconda dell’andamento dell’accumulazione e della formazione delle varie categorie e settori che il Sistema del Capitale sfornava. Gli esempi più classici li troviamo negli Usa: Knigts, poi Afl, poi Cio, poi I.W.W., poi riflusso, poi ancora riunificazione della Cio con l’Afl, poi – quattro anno fa – la scissione di Chenge to win  e il rifluire di questi verso un nuovo riaccorpamento con l’Afl-cio.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia le cose sono andate allo stesso modo, in un crescendo di lotte di categorie del proletariato che si unificarono, si costituì la Cgil, poi le scissioni da destra &#8211; nel riflusso operaio che dobbiamo prendere in considerazine  in quanto nuovo ciclo dell’accumulazione dei dopoguerra (sia della prima che della Seconda) – poi una fiammata a Torino del luglio 1962 e successivamente al biennio con l’autunno caldo e con esso consigli di fabbrica e comitati di base, e ricomposizione di patto unitario Cgil-Cisl-Uil, e nel riflusso di quelle  lotte  – qui uno dei veri punti in questione – si è preteso di stabilizzare quei comitati di base in fattore definitivo, di trasformare cioè un fattore determinato-momentaneo espressione del fluire dell’ondata di lotta in strutture formalizzate quali piccoli sindacati da offrire al proletariato in alternativa ai sindacati maggiormente rappresentativi in quanto “traditori” e “venduti”. Altrimenti detto si è voluto prolungare un filo di tensione dei lavoratori quando questi lo avevano interrotto. Si ritenne di poter ripercorrere un cammino simile a quello della Cgil: un nucleo che via via sarebbe cresciuto sempre di più.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ la lotta che esprime i comitati e per forza di cose di base. Se rifluisce e quando rifluisce la lotta, quelle strutture che con essa sono nate non possono in alcun modo avere od assumere un ruolo di spinta propulsiva, quale altrimenti si è teorizzato da più parti. Basterebbe leggere a distanza di 15 anni quello che scriveva Gigi Malabarba nell’opuscolo nel cui titolo è espressa la tesi programmatica:  “ Dai Cobas al sindacato”.  Non si tratta di buttare la croce addosso a questo o quel compagno, questo o quel gruppo o organizzazione, quanto piuttosto di negare un ruolo che si vorrebbe affidare al ‘sindacalismo di base ‘ che non può avere, perché essi sono nati con le lotte e dalle lotte, il rifluire delle quali sottrae ogni capacità innovativa e propulsiva all’involucro svuotato. Quando la lava si è raffreddata i materiali  in essa contenuti non riscaldano nemmeno nel torrido mese di luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima subordinata</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo il toro per le corna e affrontiamo il problema senza temere di essere assaliti dallo sconforto.</p>
<p style="text-align: justify;">La critica che rivolgo ai compagni che hanno costituito i sindacati di base – senza eccezione alcuna – non è riferita al fatto in sé. Non è la costituzione di un altro sindacato l’aspetto teorico e politico di una certa gravità, ci mancherebbe. E’ la premessa che ne è alla  base della sua costituzione che è completamente sbagliata. E non lo è solo quella del ‘basismo’ degli ultimi 40 anni, ma lo sono allo stesso modo quelle correnti politiche che si rifacevano alla concezione tipo ‘Corrente Rossa ’, ‘ Cinghia di trasmissione ’, ‘Sinistra Sindacale ’,  ‘I.W.W.’ e similari che avevano la stessa pretesa del sindacalismo ‘basista’ che consiste nel tentativo di influenzare dall’esterno – e dunque “politicamente” – e perciò stesso di stimolare le lotte del proletariato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto in questione è: o il proletariato si costituisce in classe e si da <strong><span style="text-decoration: underline;">in</span></strong> partito politico oppure il proletariato viene costituito in classe e aderisce al partito politico precostituito e preesistente. Tertium non datur. Se la tesi è corretta per il partito lo è a maggior ragione per la costituzione del sindacato (che poi si sia arrivati al punto da teorizzare che nasce prima il partito e poi il sindacato, fa parte sempre di assurde teorie biscardiane, da bar dello sport.)</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, tanto il ‘basismo’ quanto tutte le altre correnti che hanno dato origine a esperienze sindacali del tipo sopra detto, partono da un assunto materialisticamente sbagliato e cioè che il proletariato deve essere attratto da una preesistente forma organizzata di sindacato e ad esso rivolgersi. Il che è completamente sbagliato. Ma non è neanche questo il punto essenziale, perché il vero errore è espresso dal ritenere di difendere meglio di un altro il proletariato, dunque il proletariato ha necessità di affidarsi ad altri piuttosto che essere esso stesso l’artefice dei suoi destini: ‘<em>L’emancipazione del proletariato è opera del proletariato stesso</em>’. Dunque il soggetto diviene il sindacato e l’oggetto il proletariato piuttosto che ritenere il sindacato uno strumento formale che il proletariato si è dato e si dà.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto la questione non è se costruire o meno un nuovo sindacato, quanto la sua premessa in costituzione, che ne dovrà definire la sua azione che non potrà essere quella di competere sullo stesso terreno rivendicativo, ma di saper stare conseguentemente con e nella lotta del proletariato quando questa di dà. Il soggetto sono le masse dei lavoratori e se questi non si attivizzano niente e nessuno può ad essi sostituirsi. Non una difesa più coerente degli interessi dei lavoratori, ma <em>appoggio più conseguente alle loro lotte</em>, il che è molto diverso.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi miei appunti non intendo entrare nel merito del comportamento specifico delle svariate sigle del sindacalismo basista, o tentare di definire la loro maggiore o minore coerenza o il loro grado di burocratizzazione. Mi interessa più partire da una affermazione di Leonardo (segretario della nuova formazione sindacale, la Usb) che è  la sintesi, il pilastro su cui fondano le loro speranze i compagni del ‘basismo’ che è la seguente: «Ci hanno lasciato davanti una prateria», ossia il proletariato è stato totalmente abbandonato a sé stesso dagli altri sindacati, dunque è necessario fornire ad esso un nuovo strumento di difesa dei suoi interessi.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa espressione viene ad essere concentrata la premessa sbagliata per cui si tende ad agire in favore del proletariato. Ovvero la separazione tra la classe e le sue “precedenti” strutture sindacali (ma perché no anche politiche?). Altrimenti detto: le masse operaie hanno bisogno di essere difese, la Cgil non le difende più, noi ci offriamo quali difensori dei lavoratori. Dunque noi vi chiamiamo alla lotta e noi vi difendiamo. Si capovolgono i termini tra soggetto e oggetto, il sindacato diviene il soggetto agente o soggettività cosciente altrimenti detta, i lavoratori la massa che viene illuminata e che deve aderire alla soggettività cosciente.</p>
<p style="text-align: justify;">Si parte con il piede sbagliato, perché nessuno abdica se non è costretto ad abdicare, è antidialettica questa concezione, la Cgil può soltanto essere costretta ad “abdicare” dalla lotta delle masse, il che è tutt’altra questione. Questo come tutti gli altri sindacati confederali maggiormente rappresentativi sono &#8211; volenti o nolenti &#8211; espressione di un ciclo dell’accumulazione  che si è chiuso, prima che i lavoratori ne prendano coscienza e si attivizzino realmente ce ne vuole.  Perciò, il vuoto o la prateria non è tra le masse dei lavoratori e i sindacati confederali in fuga da essi, quanto piuttosto l’assenza dei lavoratori dal campo di battaglia.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia tesi è che gli assenti hanno sempre torto, dunque se la Cgil viene ad essere attratta e sempre di più dalle sirene degli interessi capitalistici della nazione e del Sistema del Capitale nel suo complesso, questo è  possibile, per il silenzio dei lavoratori. Studiarne il quale, capirne ancor prima degli effetti, le cause, ci aiuterebbe non a stabilire che ci troviamo di fronte ad un’assenza dell’espressione formale del proletariato quanto piuttosto all’assenza di una attività reale di esso e dunque non che ad esso bisogna fornire un altro strumento formale di difesa, ma lavorare a che il suo ripresentarsi sulla scena ci trovi pronti a dargli una mano, ad aiutarlo. La qual cosa cambia e non di poco i termini della questione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’indire scioperi e manifestazioni prescindendo dallo stato d’animo reale dei lavoratori equivale a non tener conto di essi, a offrire loro una struttura a cui riferirsi, a sostituirsi all’oggetto &#8211; Cgil per esempio &#8211; piuttosto che a seguirne il suo surriscaldarsi come soggetto di classe.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Seconda subordinata</strong>: precedenti e successivi strumenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla storia del movimento operaio alla quale diciamo di rifarci, emerge con chiarezza che le strutture formali del proletariato tanto politiche quanto sindacali, sono legate al ciclo di accumulazione del capitale e di riflesso agente all’azione di lotta del proletariato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne consegue necessariamente che ad un nuovo ciclo debbano corrispondere nuove lotte e dunque nuove strutture tanto politiche quanto sindacali.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla Usb va riconosciuto un merito, e cioè quello di aver individuato in una sorta di piattaforma non soltanto rivendicativa uno strumento essenziale di lotta. Altrimenti formulato possiamo dire in questo modo: tramontato un ciclo ed in presenza di una grave crisi economica, il Sistema del Capitale non è più in grado di offrire una prospettiva accumulativa al proletariato come classe operaia seppure in sé vecchia maniera, e dunque essa diviene precaria su tutti gli aspetti della vita sociale. Un nuovo sindacato deve tener conto di questo e più che essere un sindacato tradizionale come lo sono o lo sono stati i sindacati maggiormente rappresentativi, deve porsi il problema della ‘complessità’ sindacale del proletariato vista la sua totale precarietà sociale. Cogliendo in ciò un aspetto estremamente interessante, ma fornendo ad esso la soluzione della volontà piuttosto della ricerca necessaria a come il proletariato può e già comincia a rispondere. Prendiamo ad esempio “estremo” Rosarno.  Potevano rivolgersi alla Usb i braccianti neri che diedero vita a quella ribellione? Certamente che no, tanto è vero che non si rivolsero. Come mai? perché?  Semplice la risposta: perché la Usb non poteva in alcun modo offrire la risposta alla loro domanda. Dunque la Usb coglie un aspetto importante della questione; ma i compagni devono sforzarsi di capire che la forza della ragione non può sostituirsi alla ragione della forza che può essere sprigionata solo dai lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come tutte quelle vertenze che si vanno moltiplicando sul territorio sono la punta dell’iceberg di un malessere più generale che non può al momento trovare sbocco in un nuovo sindacalismo basista perché il procedere della crisi risospinge verso il baratro tutto il proletariato, anche in Occidente oltre che in Oriente e dunque le titubanze, le perplessità, le paure del proletariato sono relative alla prospettiva generale che non si intravede all’orizzonte e pertanto si continua ad arretrare in maniera “disordinata” e al più a  dare risposte del tutto non disordinate, seppur parziali perché locali, come in Grecia, uno degli anelli deboli.</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione bene: tanto nell’esempio di Rosarno quanto nell’esempio greco, è assente la prospettiva indicata dalla Usb. Se altrimenti dovessimo portare a dimostrazione della validità del basismo la sua presenza in settori del pubblico impiego &#8211; trasporti, sanità, scuola -   e molto marginalmente in settori del privato (Iri, Alfa romeo,  per intenderci) dovremmo dire che proprio  queste esperienze mostrano la corda con il nuovo ciclo, la nuova fase che il Sistema del Capitale sta impattando. Insomma lo stesso basismo fa parte di un ciclo che si è chiuso e riproporlo con le stesse caratteristiche in una fase che si presenta con caratteristiche diverse, equivale a riproporre strumenti vecchi per nuovi compiti. Strano a dirsi, ma è così. Gli anni 70 rifluirono e rappresentavano un punto culminante di un ciclo di forte crescita dell’accumulazione. Non che non si dovranno o potranno dare comitati di base espressi dalle lotte. <strong><em>Quello che va negato è che un nuovo sindacato possa fungere da catalizzatore per sprigionare le lotte. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Terza subordinata</strong>: frammentazione o unitarietà.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ fuori di ogni dubbio che alla frammentazione è preferibile la unitarietà, e il tentativo della Usb va nella corretta direzione. La mia critica ha un’altra natura e cerco di meglio farmi capire.</p>
<p style="text-align: justify;">I compagni della Usb affermano nei loro documenti: ‘<span style="text-decoration: underline;">a noi ci ha unificato la crisi’</span>. Giustissimo. L’errore non consiste perciò nell’unificazione, quanto piuttosto il ritenere che questo processo in quanto tale possa scatenare una inversione di tendenza. Il punto in questione è questo. La dimostrazione sta nel fatto di aver voluto indicare una serie di scadenze di mobilitazione dando per scontato che il solo fatto dell’unificazione delle sigle potesse fungere da detonatore per reali mobilitazioni e scioperi dei lavoratori. In questo c’è una coerenza con la locuzione ‘ci hanno lasciato davanti una prateria’, cioè i lavoratori sono lasciati al loro destino, dunque diamoci da fare a fornire  una direzione sindacale adeguata nella crisi. Apparentemente non fa una piega. Poi però bisognerebbe spiegare a sé stessi, prima ancora che ad altri perché uno sciopero non riesce e la manifestazione neppure come per il 5 giugno</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle cose che scrivo, come si può notare, non c’è mai il tono della polemica, questa non mi interessa, perché ritengo che i problemi sono complessi e gravosi e vanno affrontati in quanto tali piuttosto che per partito preso e tono conseguente.</p>
<p style="text-align: justify;">&lt;&lt; ….Per tali giudizi e verifiche empiriche, credo che bisognerà attendere i primi passi (a medio termine) della nuova esperienza sindacale, proprio per capire come si muoverà e in che direzione &gt;&gt; , era l’obiezione al mio scritto sulla non riuscita manifestazione del 5 giugno indetta dalla Usb.</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione bene. Mi sono riferito solo, sempre e soltanto all’esperienza già consumata dai vari segmenti e dei momenti del movimento operaio. Non ho alcun pregiudizio nei confronti della Usb, come facilmente si evince dai miei scritti.  La mia critica è la stessa che mossi tre anni fa ad alcuni compagni a me molto vicini che ritennero all’indomani della sconfitta sul Tfr senza colpo ferire da parte dei lavoratori, di precipitarsi in uno sciopero a carattere “prevalentemente politico” , il quale, prevalentemente fallì.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, con tutte le critiche di idealismo che si possono rivolgere a Lenin, questi si sforzava di stare sempre all’umore reale dei lavoratori e dei contadini, proprio per questa ragione ‘da solo ’ sostenne la maturità dell’insurrezione contro tutti gli altri dirigenti bolscevichi che la ritenevano impossibile a darsi. Tutto qua.  Attenzione bene, parlo dell’umore operaio, non del mugugno che ne rappresenta l’aspetto del suo opportunismo.</p>
<p style="text-align: justify;">La Usb ha certamente fatto un passo politicamente giusto e necessario, che però può essere vanificato se ad esso si fanno seguire azioni che ne minano la giustezza e la necessità.   “Meglio essere uniti che sparpagliati” recitava il personaggio Pappagone magistralmente interpretato da Peppino De Filippo. Il problema vero è che non possiamo distruggere con un’azione successiva quello che abbiamo cercato di creare con una azione precedente. Gli scioperi li devono fare i lavoratori e noi dobbiamo saper cogliere il momento della sua maturità e intercettarla affinché si sviluppi nel migliore dei modi possibili ottenendo il maggiore risultato possibile. Gli scioperi fatti da militanti o dai soli comunisti, lasciano il tempo che trova, non sono scioperi, sono manifestazioni di coscienze individuali espressioni più del cervello che dello stomaco. Gli scioperi dei lavoratori non partono dalla coscienza &#8211; vedi Rosarno o Grecia -  ma dalla compressione della materia di cui lo stomaco per primo ne avverte i crampi. La Usb potrebbe avere un futuro solo e soltanto se dovesse raccordarsi materialisticamente alla fase, al ciclo, ai crampi dello stomaco piuttosto che al livello di coscienza dei militanti o dei comunisti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Quarta subordinata</strong>: la quantità.</p>
<p style="text-align: justify;">Non giriamo troppo intorno alle questioni, la quantità è qualità, in nessun caso possono essere capovolti i termini della questione. Se nel corso di 40 anni il sindacalismo basista non ha fatto il salto che riteneva potesse fare è perché non è stato espressione reale del reale umore dei lavoratori. Questo non vuol dire non essere più in avanti, vuol dire essere troppo in avanti e dunque non stare al passo col suo umore, aristocratico e conservatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Cgil-Cisl-Uil-Fingmec-Ugl stanno più all’umore reale dei lavoratori del sindacalismo di base? Purtroppo in un paese imperialista il proletariato è stato corrotto dall’Accumulazione del Sistema del Capitale, ed ha usufruito di briciole che quelle fetenzie di sindacati hanno saputo sintetizzare. Poi però quello stesso sistema comincia a mostrare le prime crepe – con le privatizzazione e le esternalizzazioni – e i lavoratori fin troppo abituati alle briciole, non riescono ad opporre una resistenza unita e compatta e cominciano ad arretrare. Il basismo è stato un tentativo oggettivo e necessitato, ma si è mostrato essere insufficiente perché <em>è stata insufficiente la risposta complessiva che il proletariato ha dato</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque la quantità è qualità, scadentissima qualità, ma questa è. Di converso, se la quantità non si trasforma in una diversa qualità &#8211; e questa lo può solo e soltanto con un attacco più in profondità che la crisi obbligherà a produrre – potremo avere al più un “distillato”, ma non avrebbe alcun senso ai fini del nostro ragionare. E se dovessimo avere la pretesa di diluire il distillato nella scadente qualità, otterremo la dispersione della qualità del distillato senza minimamente modificare la qualità della quantità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Quinta subordinata</strong>: rapporto con gli altri sindacati e autoreferenzialità.</p>
<p style="text-align: justify;">Premesso che non si tratta di dare indicazione di scioglimento della Usb e la confluenza in altri sindacati dei propri iscritti &#8211; in specie la Cgil -, ci corre l’obbligo di cercare di capire bene e in che modo muoversi e  quale rapporto dovrebbe intercorrere tra la Usb e gli altri sindacati sia confederali come la Cgil, sia basisti come i vari Cobas e altre sigle.</p>
<p style="text-align: justify;">Va da sé che un atteggiamento come quello del Cobas di Taranto in presenza della manifestazione del 5 giugno della Usb, è di per sé stesso sbagliato, dunque da non prendere in considerazione. Lo definiamo autoreferenziale e sbagliato nella sostanza. Anche in questo caso vale la regola che non si propone il suo scioglimento e l’adesione dei propri iscritti ad altri sindacati.</p>
<p style="text-align: justify;">Se però per questo discorso è valida la tesi di autoreferenzialità per il Cobasta  nei confronti della Usb del 5 giugno è altrettanto valido ritenere che è autoreferenziale l’atteggiamento della Usb nei confronti delle scadenze della Fiom o della stessa Cgil. Il criterio deve essere lo stesso, non possiamo usare un metro differente, o pesi differenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dirà, ma la Usb non è la Cgil, giusto, ma questo è chiaro non per la stragrande maggioranza dei lavoratori, ma per poche migliaia (?) di militanti e non sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Premesso che è preferibile che si sviluppino scioperi e manifestazioni spontanee dei lavoratori e perciò stesso contro le organizzazioni sindacali “più rappresentativi”, nel senso che col maggior numero di iscritti. In assenza di queste, avremo necessariamente mobilitazioni di natura conservatrici – dello statu quo dei lavoratori – indette dalla Cgil in modo particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non abbiamo la fretta di fare la battaglia per il tesseramento e vogliamo veramente renderci strumento in mano ai lavoratori, dovremmo mettere da parte nella sostanza la autoreferenzialità e privilegiare il senso del movimento reale. Questo deve voler dire che non andremo a criticare gli altri sindacati – nello specifico – la Cgil per i suoi “continui tradimenti”, per ottenere un passaggio di tesseramento dalla Cgil alla Usb,  ma <em>andremo a spiegare ai lavoratori, volta per volta, senza mai perdere la pazienza</em>, le conseguenze di determinati accordi siglati dagli altri sindacati e <strong><em>solo</em></strong> in presenza di <strong><em>una decisa volontà</em></strong> di continuazione della lotta <strong><em>dei lavoratori</em></strong> ne staremo alla loro testa. Ma per fare questo dobbiamo rinunciare fin dall’inizio all’autoreferenzialità, alla separazione a tutti i costi dalle scadenze della – ad esempio – Cgil. Peggio ancora se in presenza di uno sciopero indetto da altri sindacati – nello specifico dalla Cgil – andremo a invitare i lavoratori a non aderire allo sciopero ed a privilegiare una scadenza diversa, una nostra scadenza. Assumeremmo lo stesso atteggiamento nei confronti dei lavoratori che aderiscono allo sciopero indetto dalla Cgil, di come il  Cobasta nei confronti dei lavoratori o semplicemente compagni che hanno aderito alla scadenza della Usb.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fare questo – attenzione bene, anzi benissimo – non andremo a privilegiare ad ogni costo la separazione delle scadenze quale strumento per distinguerci e dunque autoreferenziandoci, ma parteciperemo unitariamente alle mobilitazioni delle confederazioni maggiormente rappresentative e ce ne separeremo da esse solo e soltanto in presenza, di una volontà diversa di lotta dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quale futuro dunque per la Usb?</p>
<p style="text-align: justify;">Solo se questo sindacato sorto dall’unione di più sigle di un precedente ciclo dello scontro di classe saprà correggere il vizio di origine in esso contenuto potrà avere un futuro, essere cioè un reale punto di riferimento per il proletariato.  I primi passi purtroppo non vanno nella corretta direzione. Il mio articolo precedente <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-admin/post-new.php#_edn1">*</a> voleva essere un invito alla riflessione, un segnale d’allarme, perché l’occasione che la crisi ci fornisce non venga buttata al vento a disperdere centinaia o forse migliaia di compagni.</p>
<p style="text-align: justify;">La rincorsa alla tessera, alla autoreferenzialità che in una fase di crisi sta accelerando la concorrenza fra le varie sigle – vedi le varie iniziative degli Slai cobas, FlmuCub, ecc. &#8211; piuttosto che polarizzarle verso un lido unitario, ne rappresenta un pessimo presagio. Il paradosso potrebbe così essere descritto: il proletariato arretra in maniera disordinata, il sindacalismo basista “avanza” per spinte centrifughe, ovvero verso la diaspora.</p>
<p style="text-align: justify;">
<hr size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=1241" target="_blank"><strong>* vedi mio articolo sul 5/6/2010 </strong><strong> </strong>- <strong>Necessità di una seria riflessione.</strong></a></p>
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		<title>Libertà secondo capitalismo</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 13:59:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/orgosolo-capitalismo-032.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1292" style="margin: 5px;" title="orgosolo-capitalismo-032" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/orgosolo-capitalismo-032-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Marchionne</strong>: «Senza accordo Pomigliano chiude».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sacconi</strong>: «Pomigliano è la risposta al rattrappimento produttivo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Brunetta</strong>: «La Fiom si oppone all’accordo perché difende fannulloni ed opportunisti».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sacconi</strong>: «L&#8217;accordo di Pomigliano è un punto di svolta nelle relazioni industriali. Lo ricorderemo come un passaggio importante e dimostra che da oggi questo Paese e&#8217; ancora più moderno perché si e&#8217; adeguato alla competizione». «Vale più questo accordo di molti incentivi perché non c’è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo normativo», prosegue prima di salire sul palco del convegno dei giovani imprenditori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tremonti</strong>: «Troppe regole bloccano l&#8217;economia. L’accordo Pomigliano è un esempio per tutti».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Marchionne</strong>, assieme al presidente della Fiat, John Elkann: «Che cos&#8217;altro dovremmo fare a parte chiudere? Giocare a pallone forse? Io costruisco auto e se non le produco lì le produrrò da un’altra parte. Ci sono un sacco di posti che amerebbero avere la produzione di auto. La Serbia, per esempio o la Polonia. Quanti costruttori europei avete visto che trasferiscono la produzione dall&#8217;Europa dell&#8217;Est?».</p>
<p style="text-align: justify;">Mancava il buon <strong>Veltroni</strong>: «Questo accordo mi sembra inevitabile: è molto duro, però non avviene sotto un ricatto, bensì a causa di una condizione obiettiva che è figlia della nostra globalizzazione diseguale». «La via giusta è quella dell&#8217;economia sociale di mercato, la via giusta è quella di Pomigliano».</p>
<p style="text-align: justify;">Non aggiungo altro, questo accordo sancisce la fine del CCNL, si istituisce al suo posto un rapporto privato tra lavoratore e proprietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Riporto di seguito il lapidario ed incazzato commento scritto dal mio amico, e compagno, Giovanni De Francesco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>LA DELOCALIZZAZIONE </em></strong><strong><em>È</em></strong><strong><em> UN CRIMINE !</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dagli anni ’90 le industrie italiane, dopo aver ricevuto enormi finanziamenti pubblici per creare occupazione,  chiudono le fabbriche, licenziano i lavoratori e trasferiscono la produzione nei paesi del terzo mondo dove pagano gli operai un dollaro al giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il salario mensile di un operaio italiano pagano 100 operai in africa.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre ai salari da fame, gli operai vivono condizioni di lavoro schiavistiche e chi protesta viene anche ammazzato. Alle lavorazioni – anche per 12 ore al giorno – sono costretti anche bambini.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto ciò le popolazioni scappano verso l’occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">L’immigrazione e la disoccupazione hanno la stessa origine: gli industriali che licenziano in italia creano fame e schiavitù negli altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa politica di delocalizzazione crea disoccupazione in Italia ed affamamento nei paesi allocati per i soli faraonici profitti degli industriali, esentati dalla legge italiana e comunitaria dal pagamento delle tasse.</p>
<p style="text-align: justify;">Creare disoccupazione, creare affamamento, ridurre in  schiavitù intere popolazioni e’ un crimine.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece, per anni tutte le forze politiche ritengono legale la delocalizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, propongono ai lavoratori italiani di ridurre i propri diritti, accettare condizioni di lavoro simili a quelle imposte ai lavoratori del terzo mondo, in modo da evitare la delocalizzazione, in modo da evitare la disoccupazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo è il ricatto che sta compiendo la fiat ai lavoratori di Pomigliano.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«</em><em>o accettate condizioni lavorative peggiori, oppure vi licenzio e delocalizzo all’estero</em><em>»</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Se passerà questo ricatto, la politica di schiavizzazione si estenderà a tutte le situazioni ed a tutti i lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo occorre resistere ed appoggiare la lotta di opposizione degli operai fiat di Pomigliano contro il piano aziendale.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre promuovere sull’intero territorio nazionale una battaglia e delle iniziative di denuncia e di opposizione alla fiat ed ai suoi complici in modo da sostenere la lotta degli operai di Pomigliano.</p>
<p style="text-align: justify;">La vittoria della loro lotta sarà la vittoria di tutti i lavoratori italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà un primo passo di lotta per ottenere  giustizia e l’uguaglianza di tutti i lavoratori del mondo.</p>
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