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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Cina</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Xi Jinping &#8220;La governance della Cina&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 15:21:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Arnaud Bertrand]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Xi Jinping]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; Luca Busca Intellettuale Collettivo     IL LIBRO DI XI CHE L&#8217;OCCIDENTE NON LEGGE di Arnaud Bertrand, Substack, 25/06/26 Ho controllato: non esiste una sola recensione indipendente e ponderata, nemmeno su Amazon o Goodreads , dell&#8217;ultimo volume del libro di Xi Jinping &#8220;La governance della Cina&#8221;, nonostante sia stato pubblicato esattamente un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2026/06/733606329_885442144002276_4838090521604019014_n.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9216" title="733606329_885442144002276_4838090521604019014_n" src="https://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2026/06/733606329_885442144002276_4838090521604019014_n-253x300.jpeg" alt="" width="253" height="300" /></a></strong></p>
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<div dir="auto"><strong>IL LIBRO DI XI CHE L&#8217;OCCIDENTE NON LEGGE</strong></div>
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<div dir="auto"><strong>di Arnaud Bertrand, Substack, 25/06/26</strong></div>
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<div dir="auto">Ho controllato: non esiste una sola recensione indipendente e ponderata, nemmeno su Amazon o Goodreads , dell&#8217;ultimo volume del libro di Xi Jinping &#8220;La governance della Cina&#8221;, nonostante sia stato pubblicato esattamente un anno fa da Foreign Languages Press in inglese.</div>
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<div dir="auto">A prescindere dalla propria opinione sulla Cina, bisogna ammettere che è una cosa assurda: il presidente in carica della superpotenza mondiale in ascesa pubblica un libro che spiega esattamente cosa sta facendo e perché, e noi non ci preoccupiamo nemmeno di leggerlo. Se mai c&#8217;è stato un fatto che dimostra quanto siamo volutamente ignoranti sulla Cina, è proprio questo.</div>
<div dir="auto">Tanto più che poi ci mettiamo a sputare i soliti cliché su quanto sia segreto e impenetrabile il sistema cinese: il libro è in vendita su Amazon a 21 dollari, per l&#8217;amor del cielo! (più di 90 euro in traduzione italiana, troppo, ndr})</div>
<div dir="auto">Comunque, questa cosa mi sembrava così sbagliata che ho pensato di rimediare. Ho comprato il libro, l&#8217;ho letto attentamente e ho scritto quella che spero considererete una recensione ponderata.</div>
<div dir="auto">Innanzitutto, si tratta di un libro piuttosto corposo, quasi 700 pagine, che si apre con il resoconto completo di Xi al XX Congresso del Partito &#8211; quasi 90 pagine da solo &#8211; seguito da 18 sezioni tematiche:</div>
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<div dir="auto">Rinnovamento nazionale attraverso la modernizzazione cinese</div>
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<div dir="auto">Riforma globale più profonda</div>
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<div dir="auto">Apertura di alto livello</div>
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<div dir="auto">Nuove forze produttive di qualità per uno sviluppo di alta qualità</div>
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<div dir="auto">Istruzione, scienza e tecnologia e sviluppo dei talenti</div>
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<div dir="auto">Democrazia popolare integrale</div>
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<div dir="auto">Stato di diritto</div>
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<div dir="auto">La cultura socialista cinese</div>
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<div dir="auto">Sviluppo incentrato sulle persone</div>
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<div dir="auto">L&#8217;iniziativa &#8220;Bella Cina&#8221;</div>
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<div dir="auto">Sicurezza, stabilità e sviluppo</div>
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<div dir="auto">Difesa nazionale e forze armate</div>
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<div dir="auto">Un Paese, due sistemi e riunificazione nazionale</div>
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<div dir="auto">La diplomazia cinese con i grandi paesi</div>
</div>
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<div dir="auto">Una comunità con un futuro condiviso per l&#8217;umanità</div>
</div>
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<div dir="auto">Modernizzazione e prosperità condivisa</div>
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<div dir="auto">Cooperazione nell&#8217;ambito della Belt and Road Initiative</div>
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<div dir="auto">La leadership del partito e l&#8217;autoriforma</div>
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<div>
<div dir="auto">Già solo questi temi e il modo in cui sono strutturati dicono molto sul libro e sul sistema cinese nel suo complesso: tutto parte dal concetto principale – ovvero il Rinnovamento Nazionale attraverso la Modernizzazione Cinese – e si conclude con il Partito e la sua capacità di auto-riformarsi.</div>
<div dir="auto">La struttura rispecchia un&#8217;antica intuizione cinese, 修身齐家治国平天下 (coltivare se stessi, regolare la famiglia, governare lo stato, portare la pace nel mondo): ovvero che la più grande ambizione, in questo caso il rinnovamento nazionale, si basa in ultima analisi sull&#8217;autodisciplina.</div>
<div dir="auto">Il libro non è un&#8217;autobiografia né un trattato di scienza politica, bensì una raccolta curata di discorsi che Xi ha pronunciato dal 2022 in poi davanti a pubblici specifici – relazioni al Congresso nazionale, sessioni di studio del Politburo, plenarie del Partito – e un numero significativo di questi discorsi non era mai stato pubblicato prima.</div>
<div dir="auto">In effetti, questo significa che non è Xi a spiegare la Cina ai lettori stranieri, ma lui che spiega la Cina alla Cina stessa. Il che rende il libro sia più interessante – si ha accesso al linguaggio operativo effettivo del sistema, non a una sua traduzione per un pubblico straniero – sia più impegnativo, perché ci si addentra in un universo concettuale costruito secondo i propri termini, con un proprio vocabolario che non ci siamo mai preoccupati di imparare&#8230;.</div>
<div dir="auto">Mi concentrerò&#8230; sul filo conduttore appena descritto – la struttura stessa – e in particolare sulla prima e sull&#8217;ultima sezione, la destinazione e la disciplina. Insieme, queste sezioni offrono l&#8217;essenza della governance cinese: qual è il progetto e perché il Partito ritiene di avere il diritto di realizzarlo – il &#8220;perché&#8221; e il &#8220;come&#8221;.</div>
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<div dir="auto">Cominciamo dal perché, ovvero dalla sezione &#8220;Ringiovanimento nazionale attraverso la modernizzazione cinese&#8221;, che contiene ben 8 discorsi. Tra questi, di gran lunga il più sostanzioso in termini di contenuti – occupando quasi metà della sezione – è il discorso intitolato &#8220;Modernizzazione cinese: il nostro cammino verso un grande Paese e il ringiovanimento nazionale&#8221;, pronunciato dal Presidente Xi il 7 febbraio 2023 durante una sessione di studio per i membri e i membri supplenti del neoeletto Comitato Centrale del PCC e per alti funzionari a livello provinciale e ministeriale.</div>
<div dir="auto">Questo discorso è davvero straordinario: il massimo leader cinese che spiega nel dettaglio l&#8217;intera teoria dello sviluppo del paese al popolo incaricato di attuarla.</div>
<div dir="auto">Permettetemi di riportare integralmente l&#8217;introduzione del discorso perché la trovo una sintesi perfetta del trauma storico fondamentale che anima l&#8217;intero progetto di &#8220;Rinnovamento Nazionale&#8221;:</div>
</div>
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<div dir="auto">«La nazione cinese vanta una civiltà che risale a oltre 5.000 anni fa e che per lungo tempo si è trovata all&#8217;avanguardia mondiale. Tuttavia, la politica di isolamento nazionale, iniziata nelle ultime fasi della dinastia Ming (1368-1644), ha fatto sì che la Cina perdesse le opportunità offerte dalla Rivoluzione Industriale e dalla successiva ondata di rivoluzione scientifica e tecnologica. Questo, unito ai conflitti interni e all&#8217;impatto della modernizzazione occidentale, ha portato al declino della Cina. La Guerra dell&#8217;Oppio del 1840 è stata il punto di svolta per il paese, riducendolo a una società semi-coloniale e semi-feudale e infliggendo terribili sofferenze alla popolazione.</div>
<div dir="auto">Per alleviare le proprie sofferenze e sfuggire all&#8217;oppressione e alla manipolazione subite, il popolo cinese si sollevò in segno di resistenza. Patrioti di nobile animo esplorarono diverse strade per la rinascita nazionale. Alcuni guidarono il Movimento di Auto-rafforzamento, che cercò di &#8220;imparare dagli stranieri per superarli&#8221;; altri diedero vita al Movimento di Riforma del 1898, sperando di rafforzare il paese attraverso riforme di vasta portata. Il dottor Sun Yat-sen fu a capo della Rivoluzione del 1911, che mirava a modernizzare la Cina creando una repubblica borghese e promuovendo lo sviluppo industriale. In definitiva, nonostante i loro sforzi, ognuno di questi tentativi fallì. La missione di modernizzare la Cina spettò quindi al Partito Comunista Cinese.</div>
<div dir="auto">Tuttavia, realizzare la modernizzazione all&#8217;interno di una società semi-coloniale e semi-feudale si rivelò un&#8217;impresa impossibile. Durante la Nuova Rivoluzione Democratica (1919-1949), il nostro Partito unì il popolo e lo guidò in feroci battaglie combattute con incrollabile determinazione. Attraverso la Spedizione del Nord (1926-1927), la Guerra Rivoluzionaria Agraria (1927-1937), la Guerra di Resistenza contro l&#8217;Aggressione Giapponese (1931-1945) e la Guerra di Liberazione (1946-1950), riuscimmo ad abbattere le tre montagne dell&#8217;imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocratico, e a fondare la Repubblica Popolare Cinese (RPC) con il popolo come padrone. Questo trionfo assicurò l&#8217;indipendenza della nostra nazione e liberò il nostro popolo, creando le condizioni sociali essenziali per la spinta alla modernizzazione della Cina.</div>
<div dir="auto">Dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, il nostro Partito ha continuato a guidare il popolo nell&#8217;attuazione della rivoluzione socialista, smantellando il sistema feudale che persisteva da millenni e instaurando il socialismo come sistema fondamentale del paese. Questa trasformazione ha rappresentato il cambiamento sociale più completo e profondo della storia cinese e ha gettato le basi politiche e istituzionali per la spinta alla modernizzazione della Cina. In questo periodo, la Cina era così arretrata rispetto a gran parte del resto del mondo che persino beni di prima necessità come cherosene, fiammiferi e chiodi dovevano essere importati da altri paesi.»</div>
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<div dir="auto">Le basi che Xi sta ponendo qui sono assolutamente cruciali e probabilmente sorprendenti per alcuni lettori.</div>
<div dir="auto">Innanzitutto, spiega che l&#8217;“isolamento nazionale” durante la dinastia Ming è il peccato originale, perché “ha fatto sì che la Cina perdesse le opportunità offerte dalla Rivoluzione Industriale e dalla successiva ondata di rivoluzione scientifica e tecnologica”. Questo “ha portato al declino della Cina” e l&#8217;Occidente ne ha approfittato per ridurre la Cina “a una società semi-coloniale e semi-feudale, infliggendo terribili sofferenze al popolo”.</div>
<div dir="auto">Molti credono che la Cina sia guidata da una narrazione vittimistica in cui attribuisce la colpa del secolo di umiliazioni all&#8217;Occidente. Questo dimostra chiaramente il contrario: la Cina incolpa se stessa! Il fatto che l&#8217;Occidente abbia approfittato della situazione non è altro che una conseguenza di un declino che la Cina stessa ha innescato per prima.</div>
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<div dir="auto">Non si può comprendere il comportamento odierno della Cina se non si comprende questo. La spinta non è quella di vendicare l&#8217;umiliazione subita, ma di non essere mai più il Paese che ha permesso che accadesse. Da qui derivano molte delle iniziative più importanti della Cina: lo status quasi sacro di &#8220;riforma e apertura&#8221;, l&#8217;attenzione incessante alla scienza e alla tecnologia, l&#8217;insistenza sull&#8217;integrazione, e non sul ritiro, dall&#8217;economia globale. Tutto ciò riconduce a un&#8217;unica lezione: quando abbiamo chiuso la porta, abbiamo perso tutto.</div>
<div dir="auto">L&#8217;autocritica non si ferma all&#8217;isolamento. Xi identifica anche il &#8220;sistema feudale&#8221; cinese, che &#8220;è persistito per migliaia di anni&#8221;, come un ostacolo fondamentale da smantellare, insieme ai falliti tentativi di modernizzazione precedenti al PCC che, &#8220;nonostante i loro migliori sforzi&#8230; non hanno avuto successo&#8221;.</div>
<div dir="auto">Ancora una volta, il riflesso è tipicamente cinese: guardare prima dentro di sé. Una civiltà che pone l&#8217;auto-coltivazione (修身) come primo passo per governare qualsiasi cosa non avrebbe mai costruito il suo progetto di modernizzazione su un risentimento verso gli stranieri. Sarebbe sempre partita da: cosa abbiamo fatto a noi stessi?</div>
<div dir="auto">Un altro aspetto importante del discorso è il modo in cui Xi sottolinea che, per &#8220;ridurre gli enormi divari in termini di prestazioni economiche e di scienza e tecnologia tra la Cina e le nazioni occidentali sviluppate&#8230; il nostro Partito è stato lucido fin dall&#8217;inizio: invece di imitare ciecamente i modelli occidentali, come hanno fatto alcuni paesi in via di sviluppo, abbiamo sottolineato l&#8217;importanza di tracciare un percorso di modernizzazione specifico, adattato alle realtà cinesi&#8221;.</div>
<div dir="auto">Questo è senza dubbio l&#8217;aspetto veramente distintivo del progetto cinese, e quello che l&#8217;Occidente fatica ad accettare: la modernizzazione non deve necessariamente significare occidentalizzazione. Xi lo afferma esplicitamente più avanti nel discorso: &#8220;La modernizzazione cinese ha sfatato il mito secondo cui modernizzazione è sinonimo di occidentalizzazione&#8221;.</div>
<div dir="auto">Uno dei punti cardine e filosofici dell&#8217;intero libro è che la Cina ha trovato una via diversa verso la modernità, radicata nella propria storia e adattata alle proprie condizioni, e che questa non è una deviazione temporanea, bensì un&#8217;alternativa permanente. Il presidente Xi continua a sottolineare nel suo discorso – che, lo ricordiamo, è rivolto ai membri del neoeletto Comitato Centrale del PCC – quanto sia importante che lo tengano a mente. Come scrive (enfasi mia): &#8220;Per raggiungere la modernizzazione, un Paese non deve solo seguire le leggi generali applicabili; cosa ancora più importante , deve tenere a mente le proprie realtà e le proprie caratteristiche distintive&#8221;.</div>
<div dir="auto">In altre parole, la tentazione di imitare è pericolosa quanto quella di chiudersi in se stessi. Entrambe sono forme di resa – una a modelli stranieri, l&#8217;altra alla paura – ed entrambe, in definitiva, impediscono lo sviluppo.</div>
<div dir="auto">Egli fornisce cinque ragioni a sostegno di questa affermazione, nello specifico contesto cinese.</div>
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<div dir="auto">Innanzitutto, a rischio di affermare l&#8217;ovvio, la Cina ha &#8220;una popolazione enorme&#8221;. Come spiega, oggi &#8220;solo poco più di 20 paesi in tutto il mondo, con una popolazione complessiva di circa un miliardo di persone, hanno raggiunto la modernizzazione&#8221;. Di conseguenza, ciò significa che la Cina, nel tentativo di modernizzare oltre 1,4 miliardi di persone, opera per definizione senza una tabella di marcia: modernizzare più persone di tutti i paesi attualmente sviluppati messi insieme. Non si può semplicemente adattare un modello altrui a questo scopo.</div>
<div dir="auto">In secondo luogo, egli sottolinea che uno degli obiettivi chiave della modernizzazione cinese, a differenza della &#8220;modernizzazione occidentale&#8221;, è la &#8220;prosperità comune&#8221;. Nelle sue parole: &#8220;i maggiori problemi della modernizzazione occidentale sono che è incentrata sul capitale anziché sulle persone e che cerca di massimizzare i profitti del capitale invece di servire gli interessi del popolo&#8221;.</div>
<div dir="auto">Per lui, questo non è solo un fallimento morale, ma anche strutturale. Spiega che la modernizzazione senza prosperità comune &#8220;crea un enorme divario tra ricchi e poveri e porta a una forte polarizzazione&#8221;, che, a suo dire, è il motivo per cui &#8220;alcuni paesi in via di sviluppo che si sono avvicinati alla soglia dei paesi sviluppati&#8221; finiscono per &#8220;cadere nella trappola del reddito medio e rimanere impantanati in una prolungata stagnazione&#8221;.</div>
<div dir="auto">In terzo luogo, egli sottolinea che la modernizzazione cinese non deve riguardare solo l&#8217;&#8221;abbondanza materiale&#8221;, ma anche l&#8217;&#8221;arricchimento culturale ed etico&#8221;. Come afferma, &#8220;una causa importante della difficile situazione in cui versa l&#8217;Occidente oggi è la sua incapacità di frenare l&#8217;avidità, che è la natura del capitale, e la sua incapacità di risolvere i problemi profondamente radicati del materialismo dilagante e dell&#8217;impoverimento spirituale&#8221;. Difficile non essere d&#8217;accordo su questo punto&#8230;</div>
<div dir="auto">Di conseguenza, scrive che la modernizzazione cinese &#8220;deve sviluppare un&#8217;ideologia socialista che abbia il potere di mobilitare e ispirare il popolo, promuovere ideali e convinzioni [...] nutrire e promuovere i valori socialisti fondamentali e sviluppare una cultura socialista avanzata&#8221;. Concretamente, è per questo che la Cina adotta misure spesso criticate in Occidente, come vietare agli influencer di ostentare la ricchezza sui social media o reprimere la cultura irrazionale dei fan e il culto degli idoli . Non si tratta di atti casuali di &#8220;autoritarismo&#8221;, bensì dell&#8217;espressione politica della posizione filosofica esposta proprio in questo discorso: una società consumata dal materialismo e dal culto delle celebrità non è &#8220;moderna&#8221;, ma malata.</div>
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<div dir="auto">In quarto luogo, e questo è sempre stato un tema molto importante per Xi Jinping fin dai tempi in cui era un funzionario locale, egli sottolinea che la modernizzazione cinese non può avvenire a scapito dell&#8217;&#8221;armonia tra l&#8217;umanità e la natura&#8221; e deve dare &#8220;priorità alla conservazione delle risorse e alla protezione dell&#8217;ambiente, lasciando che la natura si rigeneri&#8221;. Come spiega, questo non è solo un impegno ideologico, ma anche una questione pratica, dato che la Cina ha risorse naturali pro capite particolarmente limitate.</div>
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<div dir="auto">Un aneddoto personale a riguardo. Recentemente, come famiglia, abbiamo partecipato al festival Naadam nella Mongolia Interna (una festa tradizionale mongola). La cerimonia di apertura, organizzata dal governo provinciale, è iniziata con una parata. I tre carri allegorici che aprivano la processione erano, in ordine, quello del Partito Comunista, quello della &#8220;civiltà ecologica&#8221; e quello dell&#8217;esercito. Ho persino girato un video perché l&#8217;ho trovato molto eloquente per illustrare quanto l&#8217;ecologia sia una priorità importante in Cina al momento.</div>
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<div dir="auto">Infine, ma non meno importante, il quinto punto che Xi sottolinea come elemento distintivo fondamentale è che la modernizzazione cinese si realizzerà attraverso uno sviluppo pacifico, non attraverso i &#8220;crimini sanguinari come la guerra, la schiavitù, la colonizzazione e il saccheggio&#8221; che, come afferma, hanno caratterizzato la modernizzazione occidentale e di cui la Cina stessa ha &#8220;sofferto&#8221;. La Cina, dice, &#8220;non opprimerà mai altre nazioni né deprederà in alcun modo la ricchezza e le risorse di altri paesi&#8221;, ma al contrario &#8220;sosterrà sempre la pace, lo sviluppo, la cooperazione e il beneficio condiviso&#8221;.</div>
<div dir="auto">Naturalmente, resta ancora da vedere se la Cina riuscirà a mantenere questa promessa, ma purtroppo non c&#8217;è bisogno di un verdetto per quanto riguarda il punto di vista occidentale: la questione è già stata risolta da tempo. Come recita la celebre citazione di Samuel Huntington (tratta da &#8221; Lo scontro delle civiltà &#8220;): &#8220;L&#8217;Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione&#8230; ma piuttosto per la sua superiorità nell&#8217;applicazione della violenza organizzata. Gli occidentali spesso dimenticano questo fatto; i non occidentali mai.&#8221;</div>
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<div dir="auto">Oltre a queste cinque caratteristiche, nello stesso discorso Xi delinea anche sei tensioni fondamentali – definite &#8220;questioni principali da affrontare per ulteriori progressi&#8221; – che descrivono le contraddizioni permanenti che la modernizzazione cinese deve tenere in equilibrio. A differenza delle cinque caratteristiche che descrivono ciò che la Cina mira a raggiungere , queste sei tensioni descrivono ciò che il governo cinese non risolverà mai , ma che dovrà invece gestire incessantemente.</div>
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<div dir="auto">Non mi addentrerò nel dettaglio di ciascuno di essi, ma la struttura in sé mi affascina moltissimo, poiché si adatta perfettamente alla teoria dello Yin e dello Yang, uno dei concetti fondamentali dell&#8217;antica filosofia cinese: l&#8217;idea che la realtà sia composta da opposti complementari e che la saggezza non consista nel risolverli, bensì nel gestire la tensione tra di essi.</div>
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<div dir="auto">Le sei tensioni – che vanno da “strategia contro tattica” a “autosufficienza contro apertura” – funzionano esattamente come lo yin e lo yang: nessuna delle due può esistere senza l&#8217;altra, nessuna può essere lasciata prevalere e, nel momento in cui una delle due lo fa, il sistema si ammala. La strategia senza tattica è paralisi. La tattica senza strategia è deriva. L&#8217;autosufficienza senza apertura è l&#8217;errore della dinastia Ming. L&#8217;apertura senza autosufficienza è colonizzazione sotto mentite spoglie. L&#8217;arte di governare, in questo senso, consiste nel non prendere decisioni intenzionalmente, poiché il danno deriverebbe proprio dal farlo.</div>
<div dir="auto">Si tratta di una concezione di governo che non trova un vero corrispettivo nel pensiero politico occidentale, dove le tensioni irrisolte sono viste come problemi da risolvere, non come forze da armonizzare. Nella nostra visione del mondo, deve sempre esserci un giusto e uno sbagliato, un bene e un male: raramente immaginiamo che la saggezza possa risiedere nella comprensione che, se distruggiamo lo &#8220;sbagliato&#8221;, perdiamo simultaneamente la tensione che ha dato significato al &#8220;giusto&#8221; in primo luogo.</div>
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<div dir="auto">Il che ci riporta alla struttura del libro. Ho detto all&#8217;inizio che parte dalla meta – il ringiovanimento nazionale, il “perché” – e si conclude con il Partito e l&#8217;autoriforma, il “come”: i requisiti per il sistema che deve tenere in equilibrio queste contraddizioni e, forse ancora più importante, che deve essere in grado di riconoscere quando ci sono degli squilibri.</div>
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<div dir="auto">Questo è l&#8217;ultimo tema del libro: &#8220;La leadership del Partito e l&#8217;autoriforma&#8221;: un confronto schietto – in un modo che i lettori stranieri certamente non si aspettano – con la fragilità e le debolezze del Partito stesso. In questa sezione Xi elenca, con metodica precisione, i modi in cui il Partito ha maggiori probabilità di fallire.</div>
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<div dir="auto">È uno dei cliché più assurdi e fuorvianti che abbiamo sulla Cina e sui cinesi: che non siano diretti e che non dicano quello che pensano. Ve lo assicuro: trascorrete una cena con dei suoceri cinesi e quell&#8217;illusione svanirà al primo piatto! I cinesi sono tra i popoli più diretti al mondo, e questa sezione del libro ne è la prova.</div>
<div dir="auto">Leggete questo, ad esempio: &#8220;Il nostro Partito governa la Cina da decenni e il Paese ha goduto di un lungo periodo di pace. In assenza di minacce esistenziali e di sfide impegnative in un contesto difficile, alcuni membri e funzionari del Partito iniziano a perdere il loro spirito imprenditoriale, crogiolandosi nel comfort e abbandonandosi ai piaceri. Di conseguenza, potrebbero demoralizzarsi e soccombere alla confusione e persino al panico di fronte alle numerose nuove sfide poste dalla grande lotta.&#8221;</div>
<div dir="auto">Se questo non è un messaggio diretto, non so cosa lo sia: il leader del Partito Comunista Cinese che dice ai suoi stessi funzionari che stanno iniziando a decadere, a demoralizzarsi e a diventare incapaci di svolgere il proprio lavoro.</div>
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<div dir="auto">Questo passaggio in particolare deriva da un concetto importante nella governance cinese: i &#8220;Quattro Rischi&#8221; – una diagnosi ufficiale e permanente dei quattro modi in cui il Partito ha maggiori probabilità di autodistruggersi. Essi sono: mancanza di slancio, incompetenza, distacco dal popolo, inazione e corruzione. In altre parole, il Partito ha una dottrina ufficiale sulle sue probabili cause di morte e si ricorda costantemente di monitorarne i sintomi.</div>
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<div dir="auto">Un altro passaggio che ho trovato straordinariamente consapevole di sé è tratto dal discorso &#8220;Rimanere vigili e determinati nell&#8217;affrontare le sfide uniche di un grande partito politico&#8221;, pronunciato da Xi nel 2023 alla seconda sessione plenaria della XX Commissione centrale per l&#8217;ispezione disciplinare del PCC. Egli scrive che l&#8217;obiettivo di una &#8220;governance interna piena e rigorosa&#8221;, in particolare per proteggersi dai &#8220;Quattro rischi&#8221;, non è quello di &#8220;esercitare un controllo rigido sui membri del Partito, instillare paura e apprensione o intimidire i membri fino a indurli all&#8217;inazione&#8221;. Sottolinea la necessità di pragmatismo a questo riguardo, codificato in un quadro chiamato le &#8220;Tre distinzioni&#8221; che separa gli errori onesti &#8211; commessi durante la sperimentazione, la riforma o l&#8217;operare senza precedenti &#8211; dalle violazioni deliberate commesse per tornaconto personale.</div>
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<div dir="auto">In altre parole, il sistema ha diagnosticato che la propria terapia anticorruzione stava producendo un effetto collaterale – la paralisi istituzionale – e ha creato uno strumento per curarla, senza però interrompere la terapia. È lo stesso gioco di equilibrismo yin-yang applicato al Partito stesso: gestire la tensione incessante tra la prevenzione della corruzione e la soppressione dell&#8217;iniziativa.</div>
<div dir="auto">Facendo un passo indietro, questo è probabilmente uno dei contributi più importanti del &#8220;Pensiero di Xi Jinping&#8221; alla governance cinese. La domanda che ossessiona i leader cinesi non è &#8220;come ci confrontiamo con l&#8217;Occidente?&#8221;. Anzi, sospetto che l&#8217;Occidente occupi molto meno spazio nel pensiero di Xi di quanto immaginiamo. Ciò su cui invece riflette a lungo – e questo è evidente dai suoi scritti – è come il Partito possa spezzare il ciclo che ha distrutto ogni dinastia cinese prima di esso. Pone letteralmente la domanda in modo esplicito nel paragrafo introduttivo del discorso del 2024 &#8220;Promuovere l&#8217;autoriforma del Partito&#8221;: &#8220;Come può il Partito sfuggire al ciclo storico di ascesa e caduta?&#8221;. Pertanto, la domanda che lo ossessiona non è &#8220;democrazia contro autoritarismo&#8221;, non ragiona affatto in questi termini: è la governance del PCC contro quella delle dinastie Ming, Qing o Tang.</div>
<div dir="auto">Ancora una volta, torniamo al concetto di auto-coltivazione (修身) e questa è forse una delle differenze più profonde tra la concezione cinese e quella occidentale di governo: noi tendiamo a considerare il nostro passato come qualcosa da cui ci siamo lasciati alle spalle, come una grande massa di oscurità e sensi di colpa che preferiremmo non esaminare troppo da vicino, figuriamoci su cui costruire. La Cina, al contrario, vede il passato come il principale metro di paragone con cui misurare il presente e il fondamento su cui edificarlo. Il compito del Partito – secondo Xi – è quello di essere un&#8217;istituzione sufficientemente disciplinata da imparare dal passato e migliorarlo.</div>
<div dir="auto">Nel libro, egli lo inquadra esplicitamente in questi termini. Afferma che il Partito ha fornito due risposte alla maledizione del ciclo dinastico: una da parte di Mao e l&#8217;altra dalla sua stessa leadership: &#8220;Sulla base della prima risposta proposta da Mao Zedong, ovvero &#8216;sottoporre il governo al controllo del popolo&#8217;, abbiamo trovato la seconda risposta, ossia promuovere continuamente l&#8217;autoriforma del Partito&#8221;.</div>
<div dir="auto">La riforma interna del partito è qualcosa che, a suo dire, rappresenta una &#8220;grande impresa&#8221; avviata &#8220;fin dal XVIII Congresso Nazionale del PCC nel 2012&#8243;, quindi è chiaro che fa parte del &#8220;Pensiero di Xi Jinping&#8221; (Xi ha assunto la carica nel 2012).</div>
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<div dir="auto">È interessante notare, e questo sorprenderà senza dubbio anche i lettori stranieri, che Xi Jinping elenca la supervisione da parte di &#8220;altri partiti politici, la magistratura, il pubblico e i media&#8221; come parte del sistema di auto-riforma, il tutto all&#8217;interno di un&#8217;&#8221;interazione costruttiva e di reciproco rafforzamento tra la supervisione interna e quella esterna&#8221;. Diamo sempre per scontato che il Partito Comunista Cinese aborrisca il controllo esterno, eppure Xi Jinping stesso afferma alla leadership del Partito che non solo è utile, qualcosa che devono &#8220;accettare senza esitazione&#8221;, ma storicamente decisivo: una componente essenziale di una delle sole due risposte, in millenni di storia cinese, alla domanda che ha fatto cadere ogni dinastia cinese.</div>
<div dir="auto">Questa, in definitiva, è la risposta di Xi alla questione della legittimità: l&#8217;auto-coltivazione stessa. Non l&#8217;auto-coltivazione come via per la legittimità, ma l&#8217;auto-coltivazione come legittimità. Come un corpo sano non viene ricompensato con la salute: semplicemente è sano.</div>
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<div dir="auto">Ciò solleva forse le domande più inquietanti di tutte per i lettori occidentali. Dov&#8217;è la nostra dottrina dell&#8217;autoriforma? Dov&#8217;è il nostro vocabolario istituzionale per dare un nome alle malattie che Xi identifica: compiacimento, incompetenza, disimpegno dal popolo? Noi teniamo le elezioni. Ma le elezioni sono un meccanismo per scegliere chi governa, non per garantire che il governo sia valido. Che cos&#8217;è, in realtà, la legittimità del governo? Forse ha meno a che fare con come un sistema è strutturato e più con il fatto che esso si impegni costantemente a mettere in discussione la propria adeguatezza. Nessun sistema è perfetto, ma forse i migliori sono quelli che istituzionalizzano proprio la consapevolezza di non esserlo.</div>
<div dir="auto">Questo libro è molte cose, ma soprattutto è l&#8217;opera di un sistema che prende sul serio la propria fragilità. Lo si termina chiedendosi se anche noi possiamo dire lo stesso.</div>
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		<title>CI SERVE LA POLITICA INDUSTRIALE, CI DANNO IL SOLITO NULLA. L’ULTIMO PACCO DELLA COMMISSIONE EUROPE</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 16:53:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; &#160; CI SERVE LA POLITICA INDUSTRIALE, CI DANNO IL SOLITO NULLA. L’ULTIMO PACCO DELLA COMMISSIONE EUROPEA. coniarerivolta &#160; &#160; &#160; Mentre il 2026 ci dà il suo tragico benvenuto con l’ennesimo attacco ad una nazione sovrana, il Venezuela bolivariano, da parte dell’imperialismo USA con il compiacente avallo de facto dei paesi europei, nella declinante [...]]]></description>
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<p><img src="https://img.freepik.com/premium-photo/painting-man-working-factory-with-drill-background_662214-632092.jpg" alt="Premium Photo | A painting of a man working in a factory with a drill ..." /></p>
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<p><span style="font-size: 2em;">CI SERVE LA POLITICA INDUSTRIALE, CI DANNO IL SOLITO NULLA. L’ULTIMO PACCO DELLA COMMISSIONE EUROPEA.</span></p>
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<div><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a></div>
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<p>Mentre il 2026 ci dà il suo tragico benvenuto con l’ennesimo attacco ad una nazione sovrana, il Venezuela bolivariano, da parte dell’imperialismo USA con il compiacente avallo <em>de facto </em>dei paesi europei, nella declinante Europa il nuovo anno non promette nulla di buono.</p>
<p>Le politiche economiche, già segnate da manovre finanziarie all’insegna di una rinnovata e impietosa austerità mostrano la loro totale inadeguatezza e nocività nella totale assenza di una politica industriale di indirizzo del sistema produttivo.</p>
<p>Tra le numerose prove di questo indirizzo alla fine del 2025 è arrivato puntuale <strong>l’ultimo pacco di fine anno della Commissione europea</strong>, il <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_3051">nuovo pacchetto Automotive</a> che implica una revisione delle normative e dei target sulle emissioni per il 2035 e un dietrofront sulla possibilità di immatricolare auto con motore termico anche dopo questa data.</p>
<p>In sintesi, i teorici obiettivi climatici previsti dalla normativa preesistente sono stati affiancati da un approccio presuntamente “più pragmatico” e orientato alla “neutralità tecnologica”.  Concretamente, l’obiettivo di riduzione delle emissioni di settore passa dal 100% al 90% al 2035, mentre il restante 10% potrà essere compensato attraverso l’uso di combustibili alternativi (e-fuels e biocarburanti) e di acciaio verde prodotto in UE. In altre parole, i produttori di auto europei potranno immatricolare una quota rilevante di auto ibride: un terzo dei mezzi avrà ancora un propulsore termico dopo il 2035.</p>
<p>Insieme alla revisione sulle normative ambientali, il pacchetto prevede un insieme di misure di semplificazione e snellimento burocratico a favore delle imprese che dovrebbe portare a risparmi settoriali di circa 700 milioni di euro.</p>
<p>Per capire perché il nuovo pacchetto europeo di misure per uno dei settori portanti dell’industria europea sia completamente inutile basterebbe inquadrare la <strong>freddezza con cui è stato ricevuto dai grandi costruttori europei </strong>– <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/stellantis-ue-primo-passo-ma-quadro-resta-insufficiente-AIj52iR">Stellantis in primis</a> – e <a href="https://www.repubblica.it/economia/2025/12/18/news/auto_bruxelles_delude_filiera_2035_passo_lento-425046398/">dalle imprese dell’indotto</a>, i veri e propri promotori della svolta normativa europea. Se i primi evidenziano la debolezza dell’impianto normativo dal lato dei veicoli commerciali – i furgoni – e la scarsa flessibilità a disposizione del settore da qui al 2030, i secondi criticano in particolare le condizionalità legate all’utilizzo dei carburanti alternativi e la scarsa chiarezza sul contenuto locale dell’acciaio.</p>
<p><strong>Queste lamentele, tuttavia, tradiscono un’interpretazione della crisi del settore completamente sballata o quantomeno guidata da interessi che non coincidono con quelli dei lavoratori e della difesa della capacità produttiva dei paesi europei</strong>. Secondo tale interpretazione, le difficoltà dei costruttori europei sono in gran parte riconducibili all’eccesso di normativa e alla concorrenza sleale dei costruttori asiatici – cinesi in primis, che non sono sottoposti alle medesime restrizioni ambientali e sociali.</p>
<p>Viceversa, un’analisi più approfondita dei trend dell’ultimo decennio mostra in tutta evidenza che il supporto pubblico fornito dallo Stato ai costruttori cinesi insieme a una feroce competizione interna sul mercato – oggi di gran lunga il più grande e il più importante al mondo – ha trasformato l’industria dell’auto cinese, che è oggi in grado non solo di fornire veicoli a prezzi competitivi per le sempre più spremute famiglie europee, ma anche di superare i concorrenti europei e statunitensi dal lato dell’innovazione. Le auto elettriche cinesi non solo costano meno, ma utilizzano anche tecnologie all’avanguardia: i tentativi europei di recuperare il gap innovativo sulle batterie – componente essenziale della filiera elettrica – sono risultati vani, nonostante i fondi pubblici stanziati anche dal PNRR per le gigafactory in Germania e in Italia.</p>
<p>Del resto per decenni le grandi case europee – Volkswagen, Renault, Stellantis – hanno tentato di delocalizzare gradualmente verso paesi terzi e verso la stessa Cina alla ricerca, rispettivamente, di manodopera a basso costo e di un punto di ingresso nel mercato dell’auto più grande e dinamico del mondo. Se il primo pilastro della pianificazione privata dei costruttori ha sostanzialmente funzionato, consentendo di mantenere i margini riducendo i costi e di svuotare gradualmente gli impianti europei – ed italiani – grazie a licenziamenti o prepensionamenti, il secondo pilastro si è scontrato con il rapido successo dei costruttori cinesi in patria che ha progressivamente ridotto all’osso le quote di mercato appannaggio dei costruttori stranieri.</p>
<p>In questo quadro, <strong>il nuovo pacchetto è assolutamente in linea con il recente </strong><a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_635"><strong>Piano d’Azione per l’Auto</strong></a><strong>: è un vuoto a rendere</strong>. Dietro tante parole e perifrasi si nasconde il nulla cosmico: non un euro addizionale stanziato per recuperare il gap, né tantomeno un piano industriale degno di questo nome. La strategia messa in campo dall’Unione non esiste e quella prospettata dall’industria non è in grado di invertire la tendenza di fondo, ossia quell’indebolimento del tessuto produttivo europeo in un comparto che rischia di trascinarne con sé molti altri data la sua rilevanza sistemica.</p>
<figure><a href="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png"><img src="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png?w=818" alt="" width="818" height="534" data-attachment-id="6536" data-permalink="https://coniarerivolta.org/2026/01/07/ci-serve-la-politica-industriale-ci-danno-il-solito-nulla-lultimo-pacco-della-commissione-europea/la-crisi-del-settore-automobilistico-3/" data-orig-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png" data-orig-size="818,534" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="LA CRISI DEL SETTORE AUTOMOBILISTICO" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/la-crisi-del-settore-automobilistico-2.png?w=700" /></a></figure>
<p>Gli <strong>impianti di Stellantis</strong> <strong>in Italia</strong>, soprattutto <strong>nel Mezzogiorno, hanno già visto la perdita silenziosa di oltre 10mila addetti</strong>, accompagnati alla porta con un pensionamento anticipato o un’uscita concordata.  Ma questo è stato solo un assaggio di quello che potrebbe succedere nei prossimi anni. E la cui responsabilità ricade in pieno sui governi nazionali e sulla Commissione europea co-artefici di un modello economico fondato sulla delocalizzazione produttiva e l’assenza di politiche industriali.</p>
<figure><a href="https://jacobinitalia.it/autore/nello-stagno/"><img src="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png?w=817" alt="" width="817" height="530" data-attachment-id="6540" data-permalink="https://coniarerivolta.org/2026/01/07/ci-serve-la-politica-industriale-ci-danno-il-solito-nulla-lultimo-pacco-della-commissione-europea/nostra1/" data-orig-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png" data-orig-size="817,530" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="nostra1" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.org/wp-content/uploads/2026/01/nostra1.png?w=700" /></a></figure>
<p>Chiunque sia ancora interessato a salvare la filiera dell’auto e garantire i posti di lavoro che tradizionalmente questa ha generato all’interno di un perimetro improntato alla tutela dell’ambiente deve avere ben chiara la necessità di <a href="https://jacobinitalia.it/tre-cose-per-cominciare-a-cambiare-tutto/">rilanciare la pianificazione pubblica</a>. Senza ingenti risorse indirizzate al raggiungimento di chiari obiettivi produttivi, tecnologici e occupazionali, i paesi europei sono destinati a rimanere nella preistoria tecnologica dell’auto e vedranno in ogni caso svuotarsi gli stabilimenti accentuando tendenze già in atto da anni. Se la politica industriale continuerà a essere dettata da multinazionali che hanno già rinunciato a una loro presenza diffusa sui territori, i licenziamenti e un ulteriore indebolimento dei lavoratori non potranno che essere l’esito disastroso in questo come in altre filiere strategiche</p>
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		<title>Arlacchi spiega la Cina all&#8217;Occidente Ma l&#8217;Occidente è disposto ad ascoltare?</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 18:49:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; Arlacchi spiega la Cina all&#8217;Occidente Ma l&#8217;Occidente è disposto ad ascoltare? di Carlo Formenti &#160; &#160; Deputato, senatore e parlamentare europeo, il sociologo Pino Arlacchi è noto, oltre che per i suoi libri, per la lunga attività pubblica e istituzionale contro la criminalità organizzata (è stato vicesegretario generale del programma antidroga e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/mao_nel_49.jpg.webp" alt="mao nel 49.jpg" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Arlacchi spiega la Cina all&#8217;Occidente</h1>
<h2>Ma l&#8217;Occidente è disposto ad ascoltare?</h2>
<h3>di Carlo Formenti</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Deputato, senatore e parlamentare europeo, il sociologo Pino Arlacchi è noto, oltre che per i suoi libri, per la lunga attività pubblica e istituzionale contro la criminalità organizzata (è stato vicesegretario generale del programma antidroga e anticrimine dell’ONU). Meno conosciuti sono i suoi rapporti con il mondo politico e accademico cinese. Arlacchi presiede, fra le altre cose, il Forum internazionale di criminologia e diritto penale che ha sede a Pechino, il che gli ha consentito, da un lato, di incontrare e discutere, oltre che con i colleghi cinesi, con esponenti dei vertici del Partito Comunista e dello Stato, dall’altro lato di acquisire un ampio repertorio di conoscenze sulla storia antica e recente del grande Paese asiatico, nonché sul suo sistema politico e istituzionale e sulla società cinese contemporanea. Questo vasto materiale è la fonte da cui scaturisce “La Cina spiegata all’Occidente”, cinquecento pagine fitte di analisi e informazioni appena uscite per i tipi di Fazi.</p>
<p>Prima di riassumere quelli che considero i contributi più interessanti di quest’opera alla conoscenza della realtà cinese, premetto i miei dubbi in merito al fatto che essa possa scalfire il muro di pregiudizi, malafede e arroganza eurocentrica dietro il quale si trincera la larga maggioranza dei membri di un mondo politico, accademico e mediatico occidentale sempre più ripiegato su sé stesso. Spero almeno che riesca a suscitare la curiosità e i dubbi del lettore comune, ma soprattutto a far riflettere quegli ambienti di sinistra in cui circolano idiozie sulla Cina come Paese capitalista, imperialista, totalitario e aggressivo (paradossalmente, le destre neoliberali, mentre condividono con le sinistre gli ultimi tre stereotipi, confessano di temere la Cina in quanto esempio della superiorità del suo sistema <strong>socialista</strong> rispetto all’economia tardo capitalista, timore evidenziato dalle accuse di statalismo, concorrenza sleale, furto di know how, ecc. rivolte alle imprese cinesi).</p>
<p>Nella Introduzione, Arlacchi spiega che le tre parti in cui si articola il libro trattano dei tre “segreti” del miracolo cinese – vale a dire delle ragioni che hanno reso possibile l’ascesa della Cina, in una manciata di decenni, da uno stato di arretratezza paragonabile a quello dell’Africa Subsahariana di allora (1949) a quello di prima potenza economica mondiale. I segreti in questione sono, nell&#8217;ordine: il non espansionismo di una civiltà sinocentrica ma al tempo stesso universalista e pacifica; un peculiare sistema politico fondato sulla meritocrazia; un sistema economico non capitalista ma con caratteri socialisti inediti (il cosiddetto socialismo di mercato o socialismo con caratteri cinesi). Nelle pagine seguenti mi atterrò a mia volta a questa tripartizione. In un post scriptum che pubblicherò fra qualche giorno, commenterò invece un esempio della incomprensione della sinistra occidentale nei confronti del fenomeno Cina.</p>
<p>* * * *</p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>Chiunque abbia masticato qualche rudimento di storia mondiale di lungo periodo (<em>rara avis</em> alle nostre latitudini, non solo perché la storia è materia cenerentola nei curriculum educativi, ma anche e soprattutto perché, quel poco che se ne insegna, riguarda esclusivamente la storia occidentale), sa che fino alla metà del XIX secolo l’Asia in generale e la Cina in particolare erano più popolose, ricche e civili dell’Europa. Dall’anno 1 all’inizio dell’Ottocento, ricorda Arlacchi, Cina e India erano di gran lunga le due più grandi e prospere nazioni della terra, e fu solo alla metà di quel secolo che il centro di gravità dell’economia mondiale si spostò in Occidente. Più avanti discuteremo le ragioni che provocarono il sorpasso, per il momento basti anticipare che Arlacchi nega che esso sia dipeso dalla superiorità tecnica occidentale. Tale superiorità riguardava semmai la tecnologia <em>bellica, </em>dal momento che la Cina aveva anticipato di secoli scoperte europee come quelle della carta, della stampa, della bussola, dell’orologio, del mulino ad acqua, per citare solo le più note. Il vero punto è capire perché tali scoperte indirizzarono in modo diverso i rispettivi percorsi evolutivi (basti ricordare che la polvere da sparo, da aggiungere all’elenco stilato poco sopra, venne usata per gli spettacoli di fuochi artificiali più che in campo militare).</p>
<p>Del resto, prima del fatidico Ottocento, grandi intellettuali europei come Voltaire, Quesnay e Adam Smith (su quest’ultimo torneremo più avanti) erano perfettamente consapevoli del fatto che il grado di civiltà cinese era più elevato di quello occidentale. L’aria cambia nel momento in cui occorre legittimare il progetto europeo di conquista coloniale nei confronti delle regioni asiatiche. A partire da Hegel &#8211; e per chi come il sottoscritto è marxista è doloroso ammettere che non si salva del tutto nemmeno Marx (1) &#8211; il Celeste Impero viene descritto come un tipico esempio di “dispotismo orientale”, una civiltà stagnante, retrograda e superstiziosa. La Cina diviene progressivamente oggetto di un mito razzista che accompagna l&#8217;aggressione occidentale nei suoi confronti: “Secoli di eurocentrismo, di razzismo e di colonialismo globale, scrive Arlacchi, hanno costruito un muro che impedisce agli occidentali di vedere gli aspetti più salienti della civiltà cinese” (2).</p>
<p>Questa montagna di pregiudizi emerge nell’opera di un grande sociologo come Max Weber, il quale, com’è noto, attribuisce il mancato sviluppo di un capitalismo cinese, malgrado ne esistessero i presupposti oggettivi, a una cultura priva dell’adeguata dose di dinamismo, giudizio che mette in relazione all’impatto divergente di protestantesimo e filosofie religiose orientali sulle dinamiche socioeconomiche (3). Perfino un genio della storia di lungo periodo quale Fernand Braudel si è in parte lasciato influenzare dalla visione eurocentrica, laddove imputa il mancato sviluppo capitalistico cinese all’invadenza dello stato imperiale nei confronti dell’economia privata (4). Analoghe argomentazioni sono state utilizzate dalla maggior parte degli storici occidentali chiamati a rispondere all’interrogativo sul perché i viaggi marittimi dell’ammiraglio Zheng He, che alla guida di un&#8217;immensa flotta anticipò di un secolo le esplorazioni portoghesi, non portarono alla costituzione di un impero coloniale cinese che si sarebbe esteso dal SudEst asiatico alle coste dell’Africa Orientale. Ciò avvenne, replica Arlacchi, semplicemente perché i cinesi non nutrivano alcun interesse in una simile impresa, e ciò per le ragioni che ci apprestiamo a spiegare.</p>
<p>Il motivo principale per cui i cinesi non avevano motivo di invadere, conquistare e sottomettere altri popoli, argomenta Arlacchi, era la natura essenzialmente pacifica della loro cultura. Per millenni la loro storia è stata caratterizzata dall’assenza pressoché totale, salvo limitate eccezioni, di guerre internazionali (assenza che sta anche alla radice della straordinaria prosperità economica di cui hanno goduto prima dell’aggressione occidentale – e giapponese – e della quale stanno oggi godendo su scala assai maggiore dopo avere riconquistato la propria sovranità).</p>
<p>Per capire di cosa si parla è utile mettere a confronto alcuni caratteri distintivi delle nostre storie. La cultura greca antica, che consideriamo la nostra prima radice, concepiva gli stranieri – i barbari – come una razza inferiore naturalmente votata alla condizione di schiavi (Aristotele); vedeva nel conflitto (Eraclito) “il padre di tutte le cose” &#8211; un punto di vista condiviso da Marx, sulla scia di Hegel (5). Passando all’ebraismo celebrato – a torto o a ragione (6) – come la nostra seconda radice, è difficile ignorare gli agghiaccianti inviti all’annientamento totale dei nemici del “popolo eletto” contenuti nell’Antico Testamento (che lo Stato israeliano sta mettendo in pratica a Gaza). L’impero britannico è nato sull’onda delle guerre dell’oppio (che Arlacchi definisce “trionfo del narcotraffico inglese” sulla civiltà cinese). Infine l’imperialismo americano trova la propria giustificazione morale nell’idea di una missione civilizzatrice volta a esportare democrazia libertà individuale e mercato capitalistico in tutto il mondo, lascito secolarizzato di un mix di protestantesimo e sionismo cristiano.</p>
<p>Sul fronte opposto troviamo il concetto di <em>Tanxia (</em>letteralmente<em>:</em> tutti sotto lo stesso cielo), vale a dire l’idea di una società universale, pacifica e senza confini dove non ci sono gerarchie permanenti d razze, classi, culture etnie e giurisdizioni. Non ci sono centri e periferie. Né schiavi né barbari, né razze né esseri inferiori. né coloni né colonizzati (7). Manca cioè del tutto un’idea di missione civilizzatrice da compiere in nome di qualche dio (in Cina non si sono mai combattute guerre di religione). Al suo interno il Celeste Impero non era dominato da un unico gruppo etnico, gli Han, era un’entità ibrida, un miscuglio di nazionalità, al punto che il Paese è stato governato per secoli da Mongoli e Manchu i quali, dopo avere invaso il Paese, ne hanno adottato istituzioni, valori e tradizioni (niente a che vedere, annota Arlacchi, con il meltingpot statunitense, basato su una gerarchia che pone al vertice i Wasp). Quanto alle nazioni e ai popoli stranieri, malgrado l’innegabile senso di superiorità delle élite dell’Impero di Mezzo, questi non sono mai stati visti come “oggetti” etnografici da sottomettere, bensì come corrispondenti e tributari.</p>
<p>Zheng He non era in missione per costruire basi e avamposti imperiali, bensì per riscuotere tributi. E questi tributi, più che esazioni assimilabili a quelle imposte da Roma ai popoli sottomessi, erano richieste di riconoscimento simbolico dell’autorità imperiale e scambi reciproci di doni (in cui spesso, scrive Arlacchi, la Cina ci rimetteva). Infine, a proposito del “dispotismo orientale”, una delle caratteristiche peculiari del sistema politico cinese consisteva nel fatto che, se l’operato dell’imperatore non rispondeva più ai canoni morali supremi, il popolo aveva diritto di ribellarsi e deporlo a favore di un successore più degno. Il che ci porta al sistema di valori su cui si basava (e ancora si basa) la civiltà appena descritta.</p>
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<p>Arlacchi non sostiene – né lo potrebbe sostenere chiunque sia sano di mente – che le differenze appena evidenziate nascono dal fatto che i cinesi sono più “buoni”. I filosofi che hanno gettato le fondamenta dell’atteggiamento pacifista che ispira la cultura politica cinese &#8211; come Confucio, Mencio, Mozi e i legalisti (8) &#8211; sono vissuti nello stesso arco di tempo di Socrate, Platone e Aristotele. Parliamo della cosiddetta “epoca degli stati combattenti”, conclusasi con la fondazione dell’Impero unificato (221 a.C.) e celebrata da diversi colossal cinematografici cinesi apprezzati dal pubblico occidentale (9). Per quanto ne sappiamo, gli orrori di quell’epoca non sono stati meno terribili di quelli del nostro medioevo o dei moderni conflitti interstatuali europei, per cui il pensiero confuciano va inteso anche e soprattutto come reazione agli orrori in questione. La violenza organizzata, l&#8217;uso letale della forza, scrive Arlacchi, è considerata un atto intrinsecamente immorale, non necessario e dannoso, sia nelle relazioni umane che nel governo degli affari pubblici, e poche pagine dopo aggiunge che il pensiero cinese non contempla il concetto di “guerra giusta”, nella misura in cui la guerra è considerata come sintomo di un fallimento di leadership, sia politica che etica, non – come teorizzato da Clausewitz – la continuazione della politica con altri mezzi.</p>
<p>Per Confucio, il rapporto gerarchico fra governanti e governati è simile a quello fra padre e figlio e il riconoscimento dell’autorità sulla quale si fonda è frutto dell’educazione. Solo se quest’ultima fallisce è lecito ricorrere al sistema premi/punizioni, ed esclusivamente in ultima istanza alla forza militare. Inoltre l’autorità regge se e finché si fonda sull’autorevolezza, la quale si fonda a sua volta sul fatto che chi governa si prende cura del benessere e della sicurezza popolari. In questo senso, afferma Arlacchi, si potrebbe dire che il Celeste Impero ha anticipato di secoli quel concetto di Welfare state che in Occidente è ultramoderno, ove si pensi che nel Seicento Locke e altri affidavano ancora al governo il solo compito di garantire la vita, la proprietà e la libertà individuali dei sudditi, mentre i concetti di cittadinanza politica e sociale si affermeranno solo fra Ottocento e Novecento (10). In base a questa visione, l’autorità dell’Imperatore non è ereditaria né irrevocabile: il “mandato del Cielo” che la legittima può venir meno se egli se ne dimostra indegno, e il popolo – che resta dunque il depositario ultimo della sovranità – può deporlo e sostituirlo.</p>
<p>L’aspetto più intrigante dell’analisi di Arlacchi, a mio avviso, è però quello che mette a fuoco il ruolo strategico degli <em>shi</em> (i letterati, o mandarini che dir si voglia) nella gestione del sistema politico imperiale. A partire dalla dinastia Song, questa élite di funzionari imperiali, selezionata attraverso rigorosi concorsi a diversi livelli, formalmente aperti a tutti, anche a persone di umile estrazione sociale, furono in grado di esercitare un’egemonia pressoché assoluta tanto nella sfera politica che in quella culturale, prevalendo sulle élite dei militari, del clero e dei mercanti. Si trattava di un formidabile meccanismo di mobilità sociale (anche se non sfuggiva ai condizionamenti del nepotismo e della corruzione). Una “democrazia meritocratica” (11) che, come stiamo per vedere, è tornata in auge &#8211; dopo il blackout provocato dal crollo dell’Impero e dalla colonizzazione da parte delle potenze occidentali e del Giappone &#8211; grazie ai meccanismi di selezione delle élite dirigenti comuniste salite al potere nel 1949. Per inciso, Arlacchi ricorda come Mao considerasse l’insurrezione dei Taiping antesignana della rivoluzione socialista, e i Taiping, un movimento proto comunista che coinvolse milioni di contadini poveri e adottò una religione sincretica che mescolava cristianesimo, buddismo e confucianesimo, era guidato da un giovane contadino inferocito dal fatto di essere stato respinto quattro volte agli esami di ammissione al ruolo di funzionario imperiale.</p>
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<p><strong>II.</strong></p>
<p>Arlacchi dedica tutta la seconda parte del libro all’analisi della storia, della cultura ideologica e organizzativa e del ruolo politico e sociale del Partito Comunista Cinese, che definisce “una istituzione chiave poco conosciuta e poco studiata, circondata da un alone di riservatezza e di segreti che occorre superare per comprendere il funzionamento dello Stato, della società civile e della politica in Cina” (12). Per penetrare questo alone di “mistero”, prende le mosse dalla crescente rivalutazione della tradizione confuciana, in corso soprattutto a partire dall’avvento di Xi Jinping alla direzione del Partito. La sua tesi è che non si tratta, come viene spesso argomentato, di un espediente propagandistico per alimentare l’orgoglio nazionalistico del popolo nei confronti della propria tradizione millenaria, bensì della presa d’atto della sostanziale continuità ideologica e istituzionale fra gli <em>shi</em> (vedi sopra) e l’attuale élite dirigente comunista: quest’ultima agirebbe come una sorta di “imperatore collettivo”, come una “reincarnazione” della classe dirigente del Celeste Impero, con la quale condivide i principi etici e meritocratici confuciani.</p>
<p>I critici della degenerazione postdemocratica (13) delle istituzioni statunitensi citano spesso quale sintomo di tale fenomeno la logica delle “porte girevoli”, in base alla quale alti dirigenti del sistema economico vengono chiamati a ricoprire incarichi politici e viceversa. In Cina l’intreccio fra carriere politiche, istituzionali, amministrative e manageriali non è l’eccezione bensì la regola, ma in tal caso non si tratta di porte girevoli, bensì del fatto che in Cina non esistono divisione dei poteri né Stato di diritto. “Il PCC scrive Arlacchi, coincide quasi con lo Stato e rappresenta anche un segmento non indifferente della società civile. È nello stesso tempo Stato, Partito e società civile. L’élite della società civile cinese governa lo Stato tramite il PCC” (14). Non a caso, gli iscritti al Partito, scelti con metodi rigorosamente selettivi, sono quasi cento milioni, un cittadino su quindici (ma se si escludono i giovanissimi il rapporto è ancora più elevato) , un dato da far impallidire il togliattiano “partito di massa”. Di più, come vedremo più avanti, la sua composizione rispecchia sempre più fedelmente la stratificazione sociale del Paese, nella misura in cui tutte le classi vi trovano rappresentanza.</p>
<p>Come gli antichi imperatori, argomenta Arlacchi, il PCC si pone l’obiettivo di egemonizzare la società cinese attraverso una élite di “intellettuali organici” a stretto contatto sia con il popolo che con lo Stato, i quali sono impegnati a dare vita a una ideologia, una morale, una cultura e un senso comune di tipo “nazional-popolare” (15). Quanto appena citato aiuta a capire che il modello che Arlacchi evoca per spiegarci cosa è il partito Comunista Cinese è meno “esotico” di quanto può essere sin qui sembrato: è niente di meno che il modello gramsciano del “moderno principe”(16), cioè un ceto di intellettuali organici che organizzano la “volontà collettiva” del popolo e la gestione dei beni comuni. E il concetto gramsciano di pratica egemonica implica che l’intellettuale organico deve essere capace di conquistare le coscienze non solo dei membri della classe di cui è espressione ma dell’intera società (ciò è fondamentale per capire come funziona il socialismo con caratteri cinesi, come vedremo nella terza parte).</p>
<p>C’è infine un tema, quello dei meriti e dei demeriti di Mao in quanto leader incontrastato del Partito prima e del Paese poi, dall’avvio del processo rivoluzionario alla morte, rispetto al quale il giudizio di Arlacchi converge con quello dei suoi successori (la famosa formula 70-30: 70% di meriti 30% di errori). Detto che Arlacchi, sulla scia di Giovanni Arrighi (17) e della maggioranza degli economisti marxisti cinesi (18), ribadisce che nella fase maoista erano stati creati i presupposti indispensabili dello straordinario sviluppo successivo – in particolare alfabetizzazione di massa, radicale miglioramento della salute, parità di genere, lotta contro la droga (il consumo di oppio imposto con la violenza dal narcoimperialismo britannico non era stato completamente debellato al momento della vittoria della rivoluzione) – ciò che ho trovato più condivisibile nel suo approccio è la valorizzazione del contributo di Mao al superamento del dogma marxista secondo cui il principale soggetto rivoluzionario è la classe operaia, mentre ai contadini è riservato, nella migliore delle ipotesi, il ruolo di alleati (19).</p>
<p>Se Mao si fosse adattato alle direttive della Terza Internazionale, che gli imponevano di scommettere sull’esigua minoranza operaia concentrata in alcune città, e di allearsi con il partito Kuomintang, in quanto espressione della borghesia nazionale, la rivoluzione cinese non sarebbe mai avvenuta. In quanto assertore della marxiana filosofia della prassi (e del principio leninista che impone di calibrare tattica e strategia sulla “analisi concreta della situazione concreta”), Mao ha invece puntato tutto sulla mobilitazione delle masse contadine, scelta che lo ha ripagato con la grande vittoria del 1949. Devo qui aprire una parentesi che esula dal tema trattato da Arlacchi. Da tempo vado sostenendo (20) che il soggetto rivoluzionario principale, a partire dalla svolta imperialista del primo Novecento e neoimperialista del secondo dopoguerra, sono i popoli (contadini e non solo) del Sud del mondo, stante il fatto che lo sfruttamento delle periferie ha permesso ai centri metropolitani di integrare le proprie classi lavoratrici. Del resto non si tratta di teoria: la storia certifica che le sole rivoluzioni socialiste (alcune riuscite altre fallite) si sono verificate in Asia, Africa e America Latina, mentre né in Europa né negli Stati Uniti né nei Paesi del Commonwealth britannico a maggioranza bianca è avvenuto niente del genere. Va aggiunto che l’eresia giustamente apprezzata da Arlacchi non è un’esclusiva di Mao ma appartiene a decine di pensatori afromarxisti (da Fanon a Samir Amin, passando per Rodney, Williams, James, Padmore, Robinson e molti altri) e latinoamericani (da Mariategui a Linera per citarne solo un paio).</p>
<p>Certo Mao ha commesso gravissimi errori, che hanno provocato disastri come il fallimento del cosiddetto Grande Balzo in avanti (una sorta di replica, ancorché con caratteristiche diverse, della collettivizzazione forzata voluta da Stalin) e come la Rivoluzione Culturale che, oltre a causare la perdita di moltissime vite umane, ha rischiato di distruggere lo Stato-Partito e consegnare la Cina nelle mani dei propri nemici. Va però detto che il Partito ha dimostrato di disporre di anticorpi che gli hanno consentito di reagire, e andrebbe aggiunto che gli effetti negativi del Grande Balzo sono stati amplificati da una serie di catastrofi naturali, e che le motivazioni di Mao, più che ideologiche, erano frutto del timore di una imminente invasione americana, per cui le Comuni avrebbero dovuto svolgere il ruolo di basi di una resistenza diffusa. Certamente più grave fu la decisione di scatenare la Rivoluzione Culturale per evitare di essere messo in minoranza nella direzione del Partito. Tanto più grave in quanto ha contribuito ad alimentare nella sinistra internazionale il mito in base al quale la Cina, fallita la Rivoluzione Culturale e morto Mao, si sarebbe avviata verso la restaurazione del capitalismo (nella migliore delle ipotesi capitalismo di Stato, nella peggiore capitalismo tout court). Il maggior merito di Arlacchi è quello di avere aggiunto la propria voce al coro delle voci degli autori occidentali e cinesi (21) che tentano di smontare il mito in questione e di spiegare cos’è il socialismo con caratteri cinesi.</p>
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<p><strong>III.</strong></p>
<p>Prima di entrare nel merito degli argomenti con i quali Arlacchi difende la tesi del carattere socialista del sistema cinese, ritengo utile sintetizzare alcuni contributi precedenti al dibattito sul tema. Parto dall’analisi di Vladimiro Giacché (22) sul concetto “classico” di socialismo. Nell’<em>Anti Duhring</em>, ricorda Giacché, Engels afferma che il socialismo non è caratterizzato solo dalla socializzazione dei mezzi di produzione, ma anche dalla fine della produzione mercantile e dei rapporti monetari. Il socialismo sovietico non si è mai avvicinato al modello appena descritto, ma ciò non basta, scrive Giacché, per liquidarlo come un “fallimento”. Questa tesi è insostenibile ove si consideri che dopo la Rivoluzione, la Russia si è sviluppata a ritmi più elevati di quelli dei paesi capitalisti occidentali, che la pianificazione le ha consentito di superare senza problemi la Grande Crisi del 1929 che aveva messo in ginocchio America ed Europa, e che la capacità dell’Unione Sovietica di sfidare il modello occidentale si è prolungata fino agli anni Sessanta, malgrado le devastazioni provocate dall’aggressione nazista, mentre è solo a partire dai Settanta che iniziano a manifestarsi difficoltà cresciute fino a causare la crisi terminale del sistema (23).</p>
<p>Il modello “classico” di socialismo rispecchiava la convinzione di Marx ed Engels che una rivoluzione socialista mondiale fosse imminente, e che il successivo processo di transizione sarebbe stato relativamente breve. Anche Lenin, fino al 1919/20, pensava che al monopolio di stato sul commercio sarebbe presto subentrata la distribuzione organizzata secondo un piano ma, già nel 1921-23, la realtà lo indusse a criticare le tesi di coloro che ritenevano possibile passare al socialismo senza un periodo di transizione, dopodiché finì per ammettere che tale periodo sarebbe stato lungo e caratterizzato dal persistere di rapporti mercantili e monetari (una presa d’atto che si concretizzò con la svolta della NEP). Analoghe considerazioni, scrive Giacché, valgono per la Cina dove, dopo i tentativi (falliti) di costruire un sistema pianificato di produzione diretta di valori d’uso senza passare dalla forma merce e dal denaro, il PCC si convinse dell’impossibilità di liquidare completamente il processo di riproduzione del capitale in forma monetaria. Dopodiché le riforme avviate da Deng nel 1978, sono un passo ben più radicale della NEP verso la reintroduzione del mercato come fattore di regolazione di larghi settori dell’economia. Se dunque si assume la scomparsa della produzione mercantile quale unico parametro del carattere socialista di una società, né la Cina né l’Unione Sovietica possono essere considerate socialiste. Ma Giacché non è di tale parere e, fra poco, vedremo perché anche Arlacchi la pensa diversamente.</p>
<p>Veniamo a Braudel e al suo monumentale <em>Civiltà materiale, economia e capitalismo. </em>Fra i secoli XV e XVIII, scrive il grande storico francese, il mondo era costituito da una immane massa di contadini che vivevano della terra, per cui il ritmo, la qualità e la dimensione dei raccolti reggevano tutta la loro vita. Questa realtà era esclusa dal circuito del mercato, e ciò che produceva era assorbito interamente dall’autoconsumo della famiglia o del villaggio. Nemmeno l’avvento dell’economia monetaria ha cambiato radicalmente la situazione: sotto la sua epidermide sottile “sussistono attività primitive, mescolate, poste a confronto fra loro, nei regolari incontri sui mercati, o nel <em>forcing </em>tumultuoso delle fiere. Nel cuore dell’Europa sopravvivono economie rudimentali, circondate dalla vita monetaria che non le sopprime, ma se le riserva <em>quasi fossero colonie interne a portata di mano </em>[sottolineatura mia]” (24). Queste sopravvivenze non sono fenomeni residuali: il loro peso culturale, antropologico è tanto potente quanto persistente nel tempo, è la matrice della vita quotidiana “che ci trascina senza che ne siamo coscienti”. L’economia di mercato emerge progressivamente da questa base, nasce dagli scambi quotidiani dei mercati elementari, dai traffici fra contadini, artigiani e pochi mercanti che fungono da intermediari fra produttori e consumatori. Da questo livello originario e inferiore cresce un capitalismo mercantile fatto inizialmente di fiere, poi di commercio a lunga distanza, infine di borse e intreccio fra capitale e stato. Insomma: per Braudel il capitalismo e l’economia di mercato non sono la stessa cosa. Per molti secoli la borghesia è stata il ceto parassitario delle élite feudali, ha vissuto a loro spese, impadronendosi dei loro beni tramite l’usura, infiltrandosi e confondendosi nei loro ranghi. La sfera della circolazione e degli scambi universali, generata dal commercio a lunga distanza, è <em>contro mercato </em>che si sbarazza delle regole che governano il mercato tradizionale, vive di scambi ineguali, è il regno del monopolio, dell’imbroglio e del diritto del più forte. I grandi mercanti “sono amici del principe, sovvenzionano o sfruttano lo stato”. Lo stato moderno, scrive Braudel, “non ha costruito il capitalismo ma lo ha ereditato, talora agisce a suo favore, talora ne ostacola i propositi; a volte gli permette di espandersi liberamente, ma in altri casi distrugge le sue risorse. Il capitalismo può trionfare solo quando si identifica con lo stato quando <em>è</em> lo stato” (25).</p>
<p>Passiamo<strong> </strong>a Kenneth Pomeranz (26). Quest’altro grande storico dell’economia mondiale, analizzando la “grande divergenza” fra l’economia cinese e quella europea, che sorpassa la prima fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, smentisce la tesi degli storici occidentali che attribuiscono la transizione da un mondo policentrico a un mondo dominato dall’Europa a fattori di crescita endogena, cioè a una superiorità economica intrinseca del Vecchio Continente sul resto del mondo. Tale tesi, argomenta Pomeranz, “internalizza” lo straordinario apporto ecologico che l’Europa ha ricevuto dal Nuovo Mondo. Le colonie americane hanno consentito ai Paesi europei di alleggerire la pressione sull’agricoltura garantendo un afflusso pressoché illimitato di materie prime e derrate; ma soprattutto la colonizzazione oltremare e il “commercio armato” ha regalato alle istituzioni finanziarie europee – forgiate da un sistema di stati impegnati in una competizione economica e militare basata sul debito pubblico – i vantaggi che le hanno garantito l’egemonia. In poche parole, la differenza fra la via europea e la via asiatica si spiega in ultima istanza con la coercizione europea sulle altre aree del mondo.</p>
<p>Concludo questo prologo con l’interpretazione eretica del pensiero dell’economista-filosofo scozzese Adam Smith, che dobbiamo a Giovanni Arrighi e al suo capolavoro, <em>Adam Smith a Pechino. </em>Secondo<em> </em>Arrighi, Adam Smith non fu l’apologeta del mercato autoregolantesi che basta lasciare operare liberamente perché generi spontaneamente la ricchezza delle nazioni, bensì colui che auspicò l’esistenza di uno Stato forte, in assenza del quale non possono darsi le condizioni di esistenza del mercato stesso. I suoi consigli al legislatore, scrive Arrighi, furono sempre di ordine sociopolitico piuttosto che economico, né si proponevano esclusivamente di agevolare l’interesse e il potere dei capitalisti: la sua idea di fondo era che, se si vuole perseguire l’interesse generale, occorre stimolare la competizione per tenere il più basso possibile il saggio di profitto. Detto altrimenti: i mercati non devono essere abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e di governo, una tesi, sostiene Arrighi, che ci consente di capire la logica di una “economia di mercato non capitalistica” come quella cinese. Un’economia, sosteneva Smith nel 1776, che aveva raggiunto la pienezza di ricchezze consentita dalla natura del suolo, dal clima e dalla posizione geografica, un tipo di sviluppo basato sull’agricoltura e sul commercio interno che lo stesso Smith definiva “naturale”, mettendolo in contrapposizione con lo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero (e sulla potenza militare forgiatasi dai conflitti intereuropei, aggiunge Arrighi). I quattro autori appena citati ci consentono di ammettere l’esistenza di un’economia di mercato non capitalistica, ma se la Cina è un esempio di tale economia, possiamo anche definirla socialista? Vediamo con quali argomenti Arlacchi ritiene di poter rispondere positivamente.</p>
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<p>Lo scoglio teorico contro cui sono naufragate quasi tutte le analisi del marxismo occidentale sugli esperimenti di transizione al socialismo messi in atto dopo la formulazione del modello canonico di Marx ed Engels (che ha ormai cento e cinquant’anni e li dimostra tutti) è lucidamente descritto da Rita de Leo (27): non esiste una credibile teoria marxista della transizione o, per essere più precisi, non esiste una teoria in grado di rendere conto delle dinamiche evolutive di una società in cui uno Stato socialista convive con un’economia che presenta consistenti elementi di capitalismo. Di fronte a questo tipo di realtà, la sinistra occidentale – in particolare le sinistre radicali, soprattutto se di matrice trozkista, bordighista od operaista – reagisce affermando che non si tratta di società “veramente” socialiste. Per i contesti in cui l’economia è in gran parte in mano pubblica, è stato coniato il concetto di “capitalismo di stato”, ignorando che Lenin lo aveva demolito già nel 1918 (28). Figuriamoci quindi se costoro possono accettare la definizione della Cina che ci propone Arlacchi: “una potenza in grado di addomesticare la bestia capitalista e farle tirare il carro di una società socialista”.</p>
<p>In primo luogo, Arlacchi elenca con dovizia di dettagli (varrebbe la pena di leggere il libro anche solo per acquisire l’enorme mole di dati che contiene) che differenziano il sistema cinese da <em>tutte</em> le società capitaliste (anche le più restie a procedere alla privatizzazione totale dell’economia e a liquidare ogni residuo di welfare state). La proprietà della terra, delle acque e delle risorse strategiche è rimasta saldamente nelle mani dello Stato, anche dopo l’avvio del processo di riforma postmaoista. Le imprese di Stato, anche se non detengono più il controllo <em>diretto</em> della maggioranza della produzione (ma sono in grado di controllare, orientare e guidare anche quella in mani private) conservano la proprietà e la direzione dei settori strategici: sicurezza nazionale, energia, telecomunicazioni, trasporti, difesa e finanza (sul peso di quest&#8217;ultimo fattore torneremo fra poco); garantiscono la fornitura di beni pubblici, servizi essenziali; gestiscono le esternalità negative e controllano i monopoli naturali.</p>
<p>Grazie a questo “capitalismo di stato”, come si ostinano a chiamarlo gli amici di cui sopra, la Cina ha risolto in tempi brevissimi il problema della povertà (ottocento milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta nell’arco di un paio di decenni); ha riassorbito in tempi record i trenta milioni di disoccupati generato dai contraccolpi delle crisi capitalistiche globali sull’economia cinese; ma soprattutto ha surclassato in ogni campo le economie occidentali (Arlacchi offre una quantità di dati in merito, certificati da agenzie internazionali non sospette di simpatie socialiste).</p>
<p>Sento già le obiezioni: tutto ciò dimostra solo che il capitalismo di stato funziona, non che non si tratta di capitalismo: basti pensare alle economie miste dei Paesi capitalisti del ventennio postbellico, regolate dallo Stato e in grado di garantire ai lavoratori salari decenti e servizi sociali. Già, ammette Arlacchi, però sappiano come è andata a finire: alla crescita hanno fatto seguito la caduta del saggio di profitto e le controriforme neoliberali che hanno falcidiato salari operai, redditi delle classi medie e servizi sociali, per cui si è reso necessario sostenere i consumi attraverso l’indebitamento privato, finché deindustrializzazione e finanziarizzazione hanno fatto esplodere il sistema. Per capire perché la Cina, malgrado le profezie – puntualmente smentite – degli economisti occidentali, non è finita in questa tagliola, dobbiamo ripartire dal controllo pubblico sulla finanza. Il fatto è, scrive Arlacchi, che “la finanza cinese funziona come risorsa abbondante dell’economia materiale e non come domina dell’intero sistema”. Da un lato, lo Stato scoraggia o vieta i movimenti di capitale a breve e l&#8217;ingresso della finanza privata e dei capitali stranieri nei settori strategici; dall’altro lato, la grande maggioranza dei prestiti vanno alle imprese non finanziarie e vengono offerte condizioni di particolare favore alle piccole-medie imprese, che rappresentano una quota importante dell’intero sistema.</p>
<p>Oltre al ruolo della finanza pubblica, Arlacchi sottolinea altri due fattori strategici. Il primo è il pluralismo delle forme di proprietà: il sistema non è polarizzato fra pubblico e privato, nella misura in cui esistono una miriade di forme ibride, come le cooperative, le imprese collettive di villaggio e/o di proprietà dei lavoratori, ma soprattutto imprese – anche gigantesche multinazionali che operano in settori tecnologicamente avanzati – che non possono essere definite né pubbliche né private, ibridi a partecipazione incrociata di cui Huawei è un esempio tipico. Il secondo elemento è la pianificazione flessibile che lo Stato-Partito cinese, ammaestrato dai disastri provocati dal centralismo sovietico, ha iniziato a mettere in atto a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso. Il criterio di base che lo ispira è il pragmatismo: si sperimenta, si impara dagli errori, e ciò che funziona viene utilizzato come modello per ulteriori sperimentazioni. Per inciso, una delle cose che mi sono parse più interessanti del libro di Arlacchi è il modo in cui descrive la differenza fra i nostri progetti e quelli cinesi. I progetti occidentali, in particolare quelli europei (che Arlacchi ha avuto modo di osservare dall’interno durante il suo mandato a Bruxelles), sono spesso progetti fantasma che, nella migliore delle ipotesi, si perdono nei meandri della burocrazia, nella peggiore sono contenitori vuoti che servono a dirottare fondi su obiettivi diversi da quelli dichiarati. Al contrario in Cina scrive Arlacchi, “un progetto ha un inizio, una fine, obiettivi quantificabili una struttura si governance dedicata e un piano di implementazione” (29).</p>
<p>Che sistema è dunque quello cinese? Come si colloca nello scenario mondiale caratterizzato dal declino dell’egemonia occidentale? È il nuovo egemone destinato a subentrare agli Stati Uniti come stella polare di un sistema capitalistico rinnovato, o è un’alternativa globale al modo di produzione che domina il pianeta da cinque secoli? Arlacchi non ha dubbi: la transizione egemonica che stiamo vivendo è atipica, non si concluderà con l’ascesa di un nuovo polo imperiale, bensì con l’emergenza di un inedito sistema multipolare in cui nessuna nazione potrà più imporre le proprie logiche a tutte le altre. In questo senario, la Cina non sarà il nuovo dominus bensì un primum inter pares che deve la propria prosperità al fatto di essere un sistema originale fondato su una combinazione di Stato, mercato e società, un’entità che non è capitalistica né occidentale. Arlacchi la definisce un modello di “socialismo 2.0” che evolverà in una direzione che, in un futuro non troppo remoto, sarà in grado di prescindere dal capitalismo e forse addirittura dal mercato, grazie alla potenza delle nuove tecnologie che renderanno sempre più affidabile la programmazione. Così troverà attuazione l’auspicio di Karl Polanyi (30), il quale sperava in un futuro in cui il mercato tornerà a essere un fattore non più separato dalla società.</p>
<p>La Cina è in marcia verso il migliore dei mondi possibili? Ovviamente no. I cinesi sono i primi a riconoscere che il loro sistema dovrà affrontare sfide formidabili. Risolto il problema della povertà assoluta resta quello della disuguaglianza relativa, che è cresciuta enormemente negli ultimi decenni, escludendo parzialmente dai benefici dello sviluppo certe regioni e certi strati sociali. Sotto il governo di Xi Jinping è iniziato uno sforzo formidabile per ridurre le disuguaglianze e rendere partecipe della nuova prosperità la maggioranza del popolo, così come è in atto uno sforzo altrettanto formidabile per combattere una malattia cronica del sistema, vale a dire quella corruzione che nei primi decenni dell’era delle riforme è stata sostanzialmente tollerata, in quanto considerata funzionale all’accelerazione dei ritmi di accumulazione. Xi Jinping ha ribaltato tale punto di vista, che rischiava di erodere il consenso popolare nei confronti del sistema, e avviato una campagna di repressione durissima (da quando è al potere 5 milioni di membri del partito sono finiti sotto inchiesta). Ad agevolare questo duplice impegno contro disuguaglianze e corruzione, contribuiscono, da un lato, il fatto che in ogni impresa superiore a una certa dimensione – pubblica o privata che sia – sono state inserite cellule di Partito che hanno voce in capitolo nelle decisioni strategiche, dall’altro lato, il fatto che l’impegno di estendere l’egemonia ideologica e culturale nei confronti di tutto il popolo (vedi sopra) ha fatto sì che il 65% dei dirigenti di grandi imprese private siano membri del PCC e ne accettino le direttive, anche se e quando sarebbero considerate intollerabili dai corrispettivi occidentali.</p>
<p>Resta un interrogativo cruciale: l’ascesa della Cina non è fatalmente destinata a far scattare la famigerata “Trappola di Tucidide”, inasprendo il conflitto con gli Stati Uniti fino a provocare una Terza guerra mondiale? Commentare il modo in cui Arlacchi risponde a tale interrogativo, mi consente di concludere esprimendo alcune critiche che non inficiano l&#8217;apprezzamento per il suo lavoro.</p>
<p><strong>* * *</strong></p>
<p>Discuterò qui di seguito i tre argomenti che considero prevalenti nel ragionamento con cui Arlacchi nega l’ineluttabilità della guerra fra Cina e Stati Uniti.</p>
<p>Uno. Il declino americano sta maturando in un contesto globale sfavorevole all’uso della forza militare: tutte le guerre americane dell’ultimo mezzo secolo hanno dimostrato che il loro costo esorbitante (in termini di immagine oltre che economico) non è commisurato ai risultati ottenuti. Si aggiunga che gli scenari commissionati dai governi Usa per simulare una guerra con la Cina, prevedono la sconfitta americana in più del 90% dei casi. Questo è il solo argomento che considero convincente.</p>
<p>Due. Per fare la guerra bisogna essere in due, scrive Arlacchi, e la Cina non ha nessuna intenzione di farla. Giusto, ma questo non ha impedito agli Stati Uniti di aggredire Vietnam, Iraq, Serbia, Libia, Afganistan, ecc. che non le avevano dichiarato guerra, né avevano intenzione di farlo.</p>
<p>Tre. Una Terza guerra mondiale è impossibile non solo perché si rischierebbe l&#8217;olocausto nucleare, ma anche perché, secondo Arlacchi, sarebbe da tempo in corso un processo di incivilimento, che i cinesi hanno iniziato prima di noi, e che consisterebbe nella graduale esclusione della forza fisica dai rapporti sociali e dalla politica, sia interna che internazionale, e rispetto al quale la guerra in Ucraina e il genocidio di Gaza sarebbero due eccezioni. Non condivido questa visione irenica. La Terza guerra mondiale è già in atto, come giustamente affermato da Papa Francesco, anche se non assume la forma delle precedenti ma si attua attraverso una serie di guerre “locali” (che causano milioni di morti e con la loro ferocia smentiscono ogni illusione di “incivilimento”) e attraverso la cosiddetta guerra ibrida: dazi, cyberguerra, sanzioni economiche (spesso non meno letali delle guerre guerreggiate) ecc.</p>
<p>Scartate le motivazioni due e tre, basta la motivazione uno a giustificare l&#8217;ottimismo? Non credo, perché non tiene conto della follia umana, e con questo termine non mi riferisco alla pazzia clinica di uno o più individui e gruppi di potere, bensì alla disperazione di un soggetto collettivo (nazione, popolo, sistema economico, classe sociale, ecc.) che ritenga che la sua stessa sopravvivenza sia a rischio. Per inciso: la tesi secondo cui sarebbe stata la follia di Hitler a scatenare la Seconda guerra mondiale è un’idiozia totale: erano in gioco enormi interessi economici e geopolitici che di fatto hanno “costretto” (in base ai canoni della razionalità imperialista) la Germania a fare la guerra.</p>
<p>Vengo a un secondo punto di dissenso. Arlacchi dedica poche righe all’episodio di Piazza Tienanmen, attribuendone la causa alle tensioni sociali create dagli effetti delle riforme. Corretto, ma a insorgere non furono i contadini (che di quelle riforme avevano ampiamente beneficiato) né gli operai i quali (benché avessero pagato a caro prezzo “l’accumulazione primitiva” innescata dalle riforme) non avevano alcun interesse di schierarsi con gli strati piccolo-medio borghesi che rivendicavano una democrazia di tipo occidentale. Per inciso, come nel caso del “movimento degli ombrelli” di Hong Kong, sono documentate le interferenze occidentali che speravano di provocare una “rivoluzione colorata”. Non meno documentato è il fatto che il governo aveva ordinato all’esercito di non sparare, finché non si verificarono aggressioni e veri e propri linciaggi nei confronti di singoli soldati o piccoli gruppi isolati di militari. Infine, i numeri della strage sono stati ampiamente esagerati, come avvenne ai tempi del cosiddetto massacro di Lhasa, in merito al quale Arlacchi ricorda che si parlò di un numero di morti superiore di tre volte agli abitanti della capitale tibetana (31).</p>
<p>Terzo e ultimo punto. Arlacchi formula, fra i vari scenari sul futuro della Cina, l’idea che il sistema possa prima o poi evolvere verso forme di democrazia rappresentativa simili, se non identiche, alle nostre, per cui critica le tesi della scuola di Daniel Bell (32) e altri autori, i quali ritengono che la democrazia meritocratica cinese – che anche Arlacchi, come abbiamo visto, apprezza &#8211; sia una alternativa preferibile alla moribonda democrazia occidentale. Per cui gli chiedo: non pensa che il suo punto di vista rischi così di apparire eurocentrico (la storia evolve hegelianamente verso un fine immanente che coincide con la piena attuazione dei valori della civiltà occidentale), punto di vista che lui stesso, sulla scia di Braudel e Arrighi, mette in discussione?</p>
<hr />
<h6><strong>Note</strong></h6>
<h6>(1) E’ noto che Marx diede una valutazione “oggettivamente” positiva della colonizzazione britannica dell’India, in quanto pensava che avrebbe scosso quel grande Paese dal suo millenario “torpore” (cfr. in merito <em>India Cina Russia</em>, il Saggiatore, Milano 1960). C’è voluto molto tempo prima che anche in campo marxista si riconoscesse che quella conquista, a parte le immani sofferenze umane che ha provocato, è stata la causa del sottosviluppo indiano e non della sua modernizzazione.</h6>
<h6>(2) P. Arlacchi, <em>La Cina spiegata all’Occidente</em>, Fazi, Roma 2025, p. 39.</h6>
<h6>(3) Cfr. M. Weber, <em>Sociologia della religione, </em>Edizioni di Comunità, Milano 1982.</h6>
<h6>(4) Cfr. F. Braudel, <em>Civiltà materiale, economia e capitalismo, </em>3 voll. Einaudi, Torino 1982, 1993, 2006.</h6>
<h6>(5) Marx confessava di avere sempre avuto un debole per Eraclito, che preferiva a tutti gli altri filosofi greci ad eccezione di Aristotele.</h6>
<h6>(6) Per una critica serrata delle presunte radici ebraiche della cultura europea Cfr. C. Preve, <em>Opere Vol II, </em>Inschibboleth, Roma 2022.</h6>
<h6>(7) <em>La Cina, </em>cit. p. 48.</h6>
<h6>(8) Sulla storia del confucianesimo, delle sue varie correnti e dei suoi rapporti con altre fedi religiose, cfr. M. Scarpari, <em>Ik confucianesimo, </em>Einaudi, Torino 2010.</h6>
<h6>(9) Vedi “la battaglia dei tre regni” film di John Woo del 2008.</h6>
<h6>(10) Cfr. <em>La Cina, </em>cit., p. 156.</h6>
<h6>(11 ) Sul concetto di democrazia meritocratica, cfr. D. Bell, <em>Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, </em>Luiss, Roma 2019.</h6>
<h6>(12) <em>La Cina</em>, cit. p. 41.</h6>
<h6>(13) Cfr. C. Crouch, <em>Postdemocrazia, </em>Laterza, Roma-Bari 2013.</h6>
<h6>(14) <em>La Cina</em>, cit., p. 42.</h6>
<h6>(15) Ivi, p. 150.</h6>
<h6>(16) Ivi, p. 43.</h6>
<h6>(17) Cfr. G. Arrighi, <em>Adam Smith a Pechino, </em>Feltrinelli, Milano 2007.</h6>
<h6>(18) Vedi, in particolare, Cheng Enfu, <em>Dialettica dell&#8217;economia cinese, </em>Marx 21, Bari 2024.</h6>
<h6>(19) Il disprezzo di Marx nei confronti del carattere “ontologicamente” conservatore e reazionario della classe contadina è esplicitato nel <em>Manifesto del partito comunista. </em>Sul progressivo abbandono di questo punto di vista, soprattutto grazie ai marxisti del Sud del mondo, vedi quanto ho scritto nei miei ultimi libri (cfr. in particolare <em>Guerra e rivoluzione, </em>2 voll. Meltemi, Milano 2023).</h6>
<h6>(20) Vedi nota precedente</h6>
<h6>(21) Cfr. fra gli altri: F. Parenti, <em>La via cinese, </em>Meltemi<em>, </em>Milano 2021; G. Gabellini, <em>Krisis, </em>Mimesis, Milano-Udine 2021; R. Herrera, Z. Long, <em>La Chine est-elle capitaliste?, </em>Editions Critiques, Paris 2019, D. A. Bertozzi, <em>Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteri cinesi, </em>Edizioni l’Antidiplomatico 2021; Zhang Boyng, <em>Il socialismo con caratteri cinesi. Perché funziona? </em>Marx 21, Bari 2019; oltre ai già citati Cheng Enfu e al mio <em>Guerra e rivoluzione.</em></h6>
<h6>(22) Cfr. V. Giacché (a cura di), <em>L’economia della rivoluzione,</em> raccolta di testi di Lenin, Il Saggiatore, Milano 2017<em>.</em></h6>
<h6>(23) Vedi, dello stesso autore “La rivoluzione economica sovietica” in AAVV, <em>Elogio del comunismo del Novecento, </em>Atti del Forum della Rete dei Comunisti 4-5-6 Ottobre 2024.</h6>
<h6>(24) F. Braudel, op. cit. vol. I, p. 413.</h6>
<h6>(25) Ivi, p. 65.</h6>
<h6>(26) K. Pomeranz, <em>La grande divergenza, </em>Il Mulino, Bologna 2012.</h6>
<h6>(27) R. di Leo, <em>L’esperimento profano, </em>Futura, Roma 2011.</h6>
<h6>(28) “Noi siamo lontani anche dalla fine del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo (…) Noi sappiamo quanto sia difficile la strada che porta dal capitalismo al socialismo, ma abbiano il dovere di dire che la nostra repubblica dei soviet è socialista perché noi ci siano avviati su questo cammino. Si h dunque ragione di dire che il nostro Stato è una repubblica socialista dei soviet”, da un discorso del 1918 citato in V. Giacché, op. cit. Nello stesso contesto, Lenin affermava che il capitalismo di stato sovietico non aveva nulla a che fare con quello capitalistico perché in Russia il potere politico era nelle mani del partito della classe operaia.</h6>
<h6>(29) <em>La Cina…, </em>cit., p. 303.</h6>
<h6>(30) Cfr. K. Polanyi,<em> La grande trasformazione,</em> Einaudi, Torino 1974.</h6>
<h6>(31) Arlacchi dedica quasi trenta pagine del suo libro a smontare il mito del “genocidio” che i cinesi avrebbero commesso in Tibet: vedi “Intermezzo”, pp. 247-274.</h6>
<h6>(32) Cfr. D. Bell, op. cit.</h6>
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		<title>La Cina spiegata all’Occidente</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 18:29:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi* &#160; Riceviamo e volentieri pubblichiamo. “Metto a disposizione dei miei lettori un testo tratto dal volume che ho appena pubblicato, e che tenta di spiegare le ragioni della rinascita della Cina come potenza mondiale non capitalistica ed alternativa all’impero americano che tramonta. Buona lettura!“ * * [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/cina-spiegata-occidente.jpg.webp" alt="cina spiegata occidente.jpg" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>La Cina spiegata all’Occidente</h1>
<h3>di Pino Arlacchi*</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Riceviamo e volentieri pubblichiamo.</strong></p>
<p><em>“Metto a disposizione dei miei lettori un testo tratto dal volume che ho appena pubblicato, e che tenta di spiegare le ragioni della rinascita della Cina come potenza mondiale non capitalistica ed alternativa all’impero americano che tramonta. Buona lettura!“</em></p>
<p>* * * *</p>
<p>Il ritorno della Cina in cima ai destini della terra è stato definito il più grande evento del nostro tempo, ma non è facile da spiegare, a meno che non si voglia chiudere subito il discorso dichiarando scontata la supremazia millenaria della sua civiltà rispetto alle altre, e in particolare rispetto alla civiltà europea.</p>
<p>L’argomento in questo caso può essere che la Cina è così perché è sempre stata così. Il crollo dell’Ottocento e l’incorporazione subordinata della Cina nelle trafile del capitalismo occidentale fino al 1949 sono da considerare poco più di un blip. Un accidente storico lungo una vicenda plurisecolare di stabilità sistemica. Un semplice inciampo che tra cento anni sarà appena menzionato.</p>
<p>Se decidiamo di vedere le cose in questo modo, attraverso il filtro di un determinismo storico assoluto, non c’è molto di cui dibattere, non ci sono speciali indagini da condurre e non ci sono segreti da scoprire.</p>
<p>Seguendo questa linea di pensiero, tuttavia, occorre prendere per buona, senza coglierne l’acuminata dose di paradosso, la celebre risposta del ministro degli Esteri di Mao Tse-Tung, Chou EnLai, alla domanda di Henry Kissinger se la Rivoluzione francese fosse stata un bene per l’umanità: «<em>È troppo presto per dirlo</em>».</p>
<p>Se invece non ci accontentiamo della spiegazione che attribuisce <em>sic et simpliciter</em> alla superiorità della Cina come Stato e come civiltà la straordinaria continuità storica di questi ultimi, e se non vogliamo aspettare cent’anni, la prima domanda che dobbiamo porci è se il governo della Cina post-1949 ha rappresentato o no una rottura completa con il sistema di governo del Celeste Impero e con le sue radici nella cultura e nella filosofia più antiche della Cina stessa.</p>
<p>Da questo dilemma – non difficile da sciogliere, come vedremo nella prima sezione di questo studio – ne dipendono altri, molto più ardui. Eccone alcuni.</p>
<p>Da cosa deriva la capacità della Cina di superare il capitalismo proprio nel punto di maggiore vanto di quest’ultimo, cioè nello sviluppo delle forze produttive?</p>
<p>Deriva da un aggiornamento dell’idea di Adam Smith che la Cina era capace di seguire meglio dell’Europa il “<em>cammino naturale dello sviluppo</em>”? Oppure dalla sua singolare dotazione di quella forza vitale chiamata <em>‘asabiyya</em> dal più grande sociologo di tutti i tempi, Ibn Khaldun, una forza che le ha consentito di rispondere alle minacce interne ed esterne rigenerandosi e diventando ogni volta più forte di prima?</p>
<p>O dall’azione di entrambe?</p>
<p>La Cina odierna è socialista, o è solo una versione più sofisticata del “capitalismo di Stato” già affermatosi nei paesi del socialismo reale del Novecento?</p>
<p>Il marxismo dei dirigenti del Partito Comunista Cinese si è incrociato con i classici confuciani, o entrambe queste culture sono rimaste come bandiera di un modo di pensare e di governare tanto suggestivo quanto, in fondo, obsoleto? Occorre davvero prendere sul serio, insomma, l’algoritmo politico del “<em>socialismo con caratteristiche cinesi</em>”?</p>
<p>La Cina di oggi è ancora l’entità aperta, cosmopolita, non-espansionista e non guerrafondaia dei tempi imperiali oppure è diventata una minaccia per l’ordine internazionale in quanto superpotenza sfidante, orientata ad assumere lo stesso profilo aggressivo e militarista della potenza dominante americana?</p>
<p>Se la Cina attuale è una replica della potenza americana, quanto è probabile un confronto militare tra le due?</p>
<p>Questo volume è un tentativo di rispondere in modo non evasivo a questi e ad altri quesiti. Uno sforzo che non nasce dalla insensata pretesa di pronunciare l’ultima parola su mega narrative sinologiche iniziate in Europa con Marco Polo e che hanno impegnato le menti di molti illustri studiosi nei secoli successivi.</p>
<p>Non nutro questa ambizione, anche se talvolta mi faccio accarezzare dall’idea di scrivere “<em>il grande romanzo della Cina</em>”, magari durante la prossima reincarnazione.</p>
<p>Nelle pagine che seguono proverò a mettere a fuoco le principali forze che hanno animato e animano la società cinese usando la cassetta degli attrezzi delle scienze sociali. La mia ambizione è quella di aiutare il lettore a orientarsi nella marea di approssimazioni, stereotipi e false narrative che circondano il tema della Cina in Occidente. E di fare ciò sintetizzando il meglio della letteratura scientifica sulla Cina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>I magnifici tre</h4>
<p>Il disegno di questo libro è relativamente semplice. Nei tre blocchi che lo compongono cerco di delineare i “tre segreti” che consentono di capire l’eccezionalità della vicenda cinese. Quella che molti chiamano “<em>il miracolo cinese</em>” riferendosi alla spettacolare resurrezione del paese dal 1978 in poi, con le riforme di Deng Xiaoping. Resurrezione iniziata in realtà, come vedremo, con la rivoluzione del 1949.</p>
<p>Non si tratta, in verità, di veri e propri segreti ma di mega-fattori quasi sconosciuti al largo pubblico, e poco frequentati anche dai sinologi contemporanei. Fattori che sono anche risorse. Le risorse strategiche che hanno fatto della Cina ciò che è stata e ciò che è.</p>
<p>Il primo è il non-espansionismo della Cina, cioè il suo sinocentrismo universalista e pacifico, collegato a una profonda avversione alla violenza e alla guerra. Il secondo è il suo singolare sistema di meritocrazia politica, “il governo dei migliori”, che la dirige da più di duemila anni. E il terzo è il suo sistema economico-politico fondamentalmente non capitalistico. Socialista. Ritengo che questa triade sia la guida più sicura per capire la Cina post-rivoluzionaria. La Cina di oggi, erede della Cina imperiale molto più di quanto si possa pensare.</p>
<p>Questi tre mega-fattori sono le colonne su cui poggia l’attuale civiltà cinese. Una civiltà molto diversa da quella europea nel suo ethos di fondo, nella sua visione del mondo e nel suo assetto istituzionale, ma simile a essa nella sua complessità e capacità di rinnovamento.</p>
<p>I tre mega-fattori citati non agiscono separatamente ma si mescolano e rafforzano a vicenda. Come vedremo nel corso della nostra esplorazione, la combinazione di un’arte del buon governo che rifugge l’uso della forza, praticata da una élite meritocratica convinta che il mercato sia uno strumento dello Stato, è passata indenne dall’attacco occidentale dell’Ottocento e dalla creazione della Repubblica cinese nei primi del Novecento. Per poi essere fatta propria dalla rivoluzione socialista di metà secolo.</p>
<p>Il risultato – la Cina di oggi – è un manufatto sociologico complesso, dalle radici storiche profonde, che il governo di Pechino chiama “<em>socialismo di mercato con caratteristiche cinesi</em>”.</p>
<p>Ero diffidente verso questa definizione, che piaceva al mio maestro Giovanni Arrighi ma era liquidata come una massima propagandistica da molti osservatori e studiosi. Ma credo siano i risultati dell’evoluzione della Cina lungo gli ultimi due decenni e in particolare le linee strategiche inaugurate da Xi Jinping – ad avere dato pieno potere euristico a questa espressione.</p>
<p>Discuteremo a lungo di questo apparente ossimoro del “<em>socialismo di mercato</em>”, ma per coglierne appieno il senso non bisogna dissociarlo dalle “<em>caratteristiche cinesi</em>”, cioè dalle sue radici nell’antica civiltà dell’Impero di Mezzo.</p>
<p>Una civiltà il cui profilo si è delineato cinquemila anni fa, e da tremila anni si è fissato in un sistema dotato di una resilienza straordinaria.</p>
<p>Il carattere centripeto e pacifico di questa civiltà – un cosmo che guarda a se stesso e che si considera nel contempo universale, privo perciò di una spinta espansiva di tipo sia territoriale che economico e militare – è l’aspetto forse più difficile da afferrare per chi fa parte di una civiltà dal carattere opposto, “estroverso”, centrifugo e guerresco come quella occidentale, abituata a vivere dal Cinquecento in poi sulle spalle altrui.</p>
<p>Vedremo come il grado di espansività e di bellicosità delle due civiltà sia connesso con i loro caratteri di fondo, forgiati dalla geografia e dalla storia quasi negli stessi anni: l’antichità greco-romana dell’Occidente coincide con l’epoca degli “Stati combattenti” della Cina e della fondazione dell’Impero unificato nel 221 a.C. È proprio in questa epoca che si sono affermate le principali coordinate filosofiche ed etiche delle due civiltà: Confucio, Mencio, Mozi e i legalisti sono vissuti nello stesso arco di tempo di Socrate, Platone e Aristotele.</p>
<p>Ma quale profonda differenza tra le due scuole, specialmente nella loro cosmologia, nella gestione della diversità etnica e culturale, nelle loro concezioni della guerra e dell’uso della violenza, nonché dell’arte di governo e dei diritti dei cittadini!</p>
<p>La questione dell’espansionismo della Cina è il punto più cruciale sotto il profilo dell’attualità politica internazionale, un campo dominato in Occidente da pregiudizi e distorsioni molto radicati. Secoli di eurocentrismo, di razzismo e di colonialismo globale hanno costruito un muro che impedisce agli occidentali di vedere gli aspetti più salienti della civiltà cinese.</p>
<p>Crollata durante l’Illuminismo, questa barriera è risorta nel corso dell’Ottocento e del Novecento. E oggi – a mano a mano che la Cina diventa più vicina spinta dal vigore della sua economia e dal suo crescente status di grande potenza – questo muro è diventato una muraglia sinofobica.</p>
<p>Gli ammalati di sinofobia sono numerosi. Risparmio al lettore la lunga lista di titoli di volumi e di articoli sul pericolo giallo, sulla minaccia cinese, sulla invasione di merci fabbricate in Cina che agirebbero da avanguardie di conquista politica e da cavalli di Troia di un progetto di dominio mondiale. Sparare a zero su Pechino è un vecchio sport, pronto a riemergere a ogni giro di boa della storia. L’Occidente non può resistere alla tentazione di proiettare sulla Cina la propria psicologia aggressiva, formatasi lungo secoli di crociate, conquiste e pretese di dominare il mondo.</p>
<p>Per mezzo di questo libro spero di contribuire a contrastare l’industria della paura e dell’ignoranza che alimenta gran parte della narrativa sulla Cina diffusa oggi in Occidente.</p>
<p>La chiave per entrare nella mentalità della Cina e dei cinesi è la conoscenza delle istituzioni politiche originali che essi hanno creato nel corso dei millenni e dentro le quali vivono ancora oggi.</p>
<p>Istituzioni umane, piene perciò di difetti. Ma istituzioni efficaci, sorrette da un larghissimo consenso perché hanno permesso al popolo cinese di raggiungere oggi, nell’arco di una sola generazione, traguardi impensabili, ottenuti usando risorse interne e non sfruttando, invadendo e occupando altri paesi.</p>
<p>Gli attuali successi della Cina all’estero sono di natura esclusivamente economica e non hanno niente a che fare con disegni di dominio regionali o globali.</p>
<p>Il paese non intende esportare le sue istituzioni politiche né condiziona investimenti e aiuti esteri alla sottoscrizione di alleanze politiche o militari contro ipotetici nemici. Il progetto Belt and Road è un ponte verso il resto del pianeta fondato su investimenti in opere di pubblica utilità e non sulla ricerca di profitti capitalistici. La sua filosofia non è imperialista, ma di cooperazione e amicizia transnazionali.</p>
<p>La nozione che la forza del governo cinese poggi su solide basi proprie è la più dura da afferrare in Occidente perché non c’è un flusso di notizie affidabili su ciò che succede davvero in quel paese e su come la Cina si comporta nella scena internazionale. Media e governi euroamericani riempiono il vuoto di informazioni attendibili alimentando angosce su una sorta di imperialismo cinese che mima quello praticato storicamente dall’Occidente contro la Cina.</p>
<p>Il fattore <em>meritocrazia politica</em> è quasi ignoto al pubblico occidentale perché si trova completamente al di fuori dei radar mediatici e del flusso di conoscenze sulla Cina. Anche gli studiosi stranieri più indipendenti fanno raramente ricorso al concetto di meritocrazia per interpretare le dinamiche politiche cinesi e le strategie più rilevanti adottate da Pechino nel campo dell’economia e della finanza.</p>
<p>La riluttanza a trattare il tema dipende un po’ dal termine stesso di meritocrazia politica. Esso incorpora una valutazione intrinsecamente positiva dell’oggetto, che in questo caso non è altro che il mostro sacro del Partito Comunista Cinese: una istituzione-chiave, poco conosciuta e poco studiata, circondata da un alone di riservatezza e di segreto che occorre superare per comprendere il funzionamento dello Stato, della società civile e della politica della Cina.</p>
<p>Quando parlo di meritocrazia mi riferisco non solo alla sua versione socialista incarnata dal Pcc, ma a una forma di governo basata su un’istituzione denominata “sistema degli esami”, istituito formalmente dalla dinastia Sui (581-618 d.C.) sulla scorta di forme di selezione che esistevano già sotto gli Han (206 a.C. 220 d.C.) e pienamente operativo ancora oggi. Ogni dipendente dello Stato e quasi tutti i dirigenti pubblici di alto grado vengono selezionati in Cina tramite un concorso competitivo che inizia con prove scritte e orali. L’operato di ciascun dirigente è sottoposto in seguito a regolari valutazioni con scadenze fisse e con criteri e procedure predeterminati.</p>
<p>Fin dalle sue origini il sistema soffre di alcuni vizi di fondo quali la corruzione, l’ossificazione e il rischio di perdita di legittimità. Era così nella Cina imperiale ed è così oggi. La differenza è che nel passato la meritocrazia era lo strumento di governo dell’imperatore, mentre oggi è il principio che struttura una leadership comunista che si dichiara al servizio del popolo.</p>
<p>In Occidente siamo abituati a considerare i partiti politici come delle associazioni di cittadini che si propongono di influenzare la gestione dei beni comuni. L’amministrazione dello Stato è da noi una burocrazia indipendente, gelosa della sua autonomia perfino rispetto all’esecutivo cui obbedisce. La pubblica amministrazione occidentale si vanta di dipendere solo dalle leggi, e alcune sue parti – come le banche centrali e la magistratura – sono indipendenti per legge dal potere legislativo ed esecutivo. Le più alte cariche dello Stato in Occidente vengono nominate dal presidente o dal primo ministro di ciascun paese, oppure da organi interni di autogoverno.</p>
<p>Non esistono in Cina né divisione dei poteri né Stato di diritto. Il Pcc in Cina coincide quasi con lo Stato, e rappresenta anche un segmento non indifferente della società civile. Non vige in Cina alcuna forma di indipendenza della magistratura, che è espressione dell’esecutivo e del Partito. Il presidente della Repubblica Popolare è anche segretario del Partito e capo delle forze armate. Il Politburo, il vertice supremo del Partito, indirizza e controlla strettamente l’operato del governo.</p>
<p>La singolarità del Pcc è di essere nello stesso tempo Stato, Partito e società civile. L’élite della società civile cinese governa lo Stato tramite il Partito Comunista, che non è un’associazione politica come le altre ma un gruppo sociale di quasi <em>cento milioni di persone</em> vagliate una per una attraverso metodi la cui selettività cresce man mano che si va verso l’alto.</p>
<p>Alla base il sistema è aperto a tutti, senza riguardo a privilegi di ricchezza e potere. L’ascesa lungo i ranghi è fermamente meritocratica, con filtri e controlli periodici non di facciata. In teoria, chiunque può diventare presidente della Repubblica o segretario del Pcc. In pratica, vige una prassi di cooptazione e di corsie privilegiate per gli eredi e i sodali dei massimi dirigenti.</p>
<p>La presenza del Partito è capillare, ubiqua. Il Pcc è il sistema nervoso della Cina. Grazie alla sua componente civile, esso è sia software che hardware. È il <em>Moderno principe</em> di Antonio Gramsci, le cui riflessioni sono una buona guida per la comprensione del sistema politico cinese di ieri e di oggi. Secondo Gramsci, il <em>Moderno principe</em> è un Partito di intellettuali organici che organizza il consenso della società, la “volontà collettiva” del popolo, tramite la gestione dei beni comuni. La stessa funzione svolta dai literati, gli shi, il corpo dei dignitari-filosofi che ha governato la Cina imperiale per duemilacinquecento anni.</p>
<p>Pur avendo ospitato la più grande economia di mercato del mondo, la Cina non ha mai conosciuto, né nel suo passato remoto né oggi, il capitalismo. La Cina può essere definita capitalista solo rinunciando a usare la preziosa distinzione tra la <em>sfera del mercato</em>, che è universale, da quel prodotto squisitamente occidentale che è il <em>capitalismo</em>.</p>
<p>Dobbiamo a Braudel la migliore definizione dei due separabili compagni. Il mercato ha a che fare con il mondo rumoroso e inquieto degli scambi e dei luoghi di compravendita. È popolato da piccoli felini, audaci, mobili e orientati al profitto. Confucio li chiamava “piccoli uomini” che dovevano essere lasciati in pace e se possibile favoriti, perché fonte di graditi profitti aggiuntivi a quelli dell’agricoltura. Il capitalismo, secondo Braudel, può sembrare simile al mercato, ma in realtà è l’<em>antimercato</em>, popolato dai grandi predatori che scorrazzano nella giungla da essi stessi creata, spesso invisibili e lontani dai luoghi di accumulo delle loro fortune.</p>
<p>Adam Smith è stato celebrato, senza leggere bene i suoi scritti, come l’alfiere del libero mercato e del capitalismo. Nelle sue opere principali Smith sostiene, invece, che il libero mercato deve essere uno strumento dello Stato, e cita proprio la Cina come esempio di uno sviluppo “naturale” del mercato portatore di stabilità e di ricchezza delle nazioni, in contrasto alla strada “innaturale” imboccata dagli Stati europei nelle mani dei capitalisti e dei banchieri dediti allo sfruttamento del commercio coloniale e delle guerre per la supremazia.</p>
<p>Il modello di sviluppo cinese è crollato assieme alla Cina imperiale a metà dell’Ottocento perché colpito nel suo tallone d’Achille della potenza militare. Il modello è risorto nel 1949 con la rivoluzione maoista ed è ridiventato con Deng Xiaoping un “<em>socialismo di mercato con caratteristiche cinesi</em>”. Un sistema economico e politico che sopravanza per forza intrinseca, produttività e saldezza il capitalismo americano dominato dalla finanza parassitaria e pervenuto alla fase terminale della sua egemonia. Questa narrativa è l’argomento della terza parte di questo volume, il terzo “segreto” della potenza della Cina odierna.</p>
<p>La parte conclusiva di questo studio è dedicata alle conseguenze della rinascita della Cina, ai suoi rapporti con gli Stati Uniti e con il sistema internazionale. Tento qui di rispondere all’interrogativo sul possibile scontro armato tra le due massime potenze del pianeta e alla domanda sul ruolo della Cina nel nuovo ordine mondiale post-americano e post-occidentale che si va consolidando.</p>
<p>La mia risposta alla prima domanda è netta, e risulterà scontata, quasi ovvia, per chi si sia dato la pena di leggere anche poche pagine di questo volume. Non credo alla “trappola di Tucidide”, cioè a una guerra tra Cina e Stati Uniti per la supremazia mondiale diventata inevitabile come quella tra Sparta e Atene del IV secolo prima di Cristo. Gli ostacoli allo scontro nascono dal fatto che per fare la guerra bisogna essere in due, e dal fatto che il declino americano sta avvenendo in un contesto globale sfavorevole all’uso della forza militare.</p>
<p>Quanto al secondo interrogativo, cerco di mostrare nel capitolo finale come l’ascesa cinese sia tutta interna a un riequilibrio storico dei rapporti tra il Nord e il Sud del pianeta, e come la politica estera cinese sia coerente con il profilo più equo e più pacifico del nuovo ordine multipolare.</p>
<hr />
<h6>* <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Pino_Arlacchi">https://it.wikipedia.org/wiki/Pino_Arlacchi</a></h6>
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		<title>Tempo di transizione</title>
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		<pubDate>Wed, 21 May 2025 17:18:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/05/Senza-titolo-7.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9111" title="senza-titolo-7" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/05/Senza-titolo-7-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /></a></h1>
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<h1>Tempo di transizione</h1>
<h2><a title="Post di Danilo Ruggieri" href="https://www.linterferenza.info/author/danilo-ruggeri/" rel="author">Danilo Ruggieri</a></h2>
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<strong><em>Pubblichiamo la relazione introduttiva svolta dal nostro redattore Danilo Ruggieri, al convegno promosso da L’Interferenza svoltosi a Roma sabato 17 Maggio dal titolo “Pianeta Cina. Appunti per il futuro”. In considerazione del’alto livello del dibattito abbiamo deciso di pubblicare gli atti del convegno con gli interventi di tutti i relatori. Sarà ovviamente nostra cura avvertire i nostri lettori quando il lavoro sarà pronto. Inoltre nei prossimi giorni pubblicheremo sul canale youtube del nostro giornale i video con tutti gli interventi.</em></strong></p>
<p>Come spesso avviene ai contemporanei, comprendere il proprio tempo è sempre un esercizio approssimativo e intrinsecamente politico quindi non neutro, entrano in gioco i contesti di appartenenza, le tradizioni di pensiero, le evoluzioni e contraddizioni poste dalla viva e mutevole realtà concreta ed è sempre stato non solo un esercizio intellettuale ma un terreno di scontro di idee e di pratiche politiche. Affrontare il pianeta Cina è la questione delle questioni, è un tema cruciale che sposta e definisce gran parte degli equilibri mondiali e che molto probabilmente segnerà la storia di questo secolo. I sommovimenti tellurici che scuotono il mondo e in particolare il villaggio occidentale sono il contesto a cui bisogna dedicare qualche breve riflessione prima di introdurre l’Oriente cinese.</p>
<p>La crisi del modello anglosassone a guida americana non è certo una novità, dopo l’ubriacatura post ’89-91, e le narrazioni sulla fine della storia, il capitalismo liberista atlantico ha pensato attraverso la finanziarizzazione estrema dell’economia occidentale di poter imporre l’egemonia del proprio impero sul resto del mondo attraverso l’arma del dollaro e le guerre. Brezinski in un libro rimasto relativamente famoso “La grande scacchiera” pubblicato nel ’97, prevedeva il XXI secolo come un secolo americano, in cui la Federazione russa in piena crisi economica e di identità, saccheggiata dai boiardi di stato eltsiniani al soldo delle oligarchie anglosassoni, sarebbe stata frantumata in un insieme di macroaree attraverso l’Ucraina porta d’accesso verso l’Eurasia e che la Cina  sarebbe entrata nel mercato capitalistico internazionale dei capitali e delle merci, (cosa che di fatto avviene nel 2001 con l’entrata nel WTO) e di conseguenza questa apertura avrebbe portato alla fine dell’egemonia comunista sulla società perché il partito comunista cinese non avrebbe potuto gestire con la sua forma mentis statalista e totalitaria le dinamiche “liberatrici” del mercato.</p>
<p>L’esito cinese sarebbe stato quello nella migliore delle ipotesi di una media potenza regionale dipendente dai flussi di capitali e di tecnologia americana, diventando un gigantesco e proficuo hub di produzioni a basso valore aggiunto. Quando si diventa prigionieri del proprio suprematismo e si crede di poter dominare con il soft power e o in alternativa con le proprie forze militari, si rischia di perdere di vista anche la complessità e la varietà degli scenari che la realtà produce. Chiaramente questo è stato un processo lungo e contradditorio, gli anni novanta del secolo scorso sono stati certamente contraddistinti dal dominio assoluto della potenza americana, e l’importazione dei suoi modelli politici e ideologici nel continente europeo e nell’insieme della comunità occidentale identificatasi presuntuosamente con la comunità internazionale delle nazioni e dei popoli del mondo. Poi è arrivata la grande crisi finanziaria americana partita dai mutui subprime del 2007-2008 che si è estesa ai debiti sovrani europei e il mondo liberista occidentale si è scoperto molto più fragile e dipendente dal resto del mondo. Nel frattempo il dragone cinese seguiva e applicava la strategia dei 24 caratteri ispirata da Deng Xiaoping: “<strong><em>Osserva con calma; consolida in silenzio le tue posizioni; nascondi le tue capacità; non avere fretta, ma lascia che il tempo lavori a tuo favore; mantieni sempre un basso profilo; non pretendere mai la leadership; fornisci qualche contributo alla creazione del bene pubblico internazionale della sicurezza economica e militare, per dimostrare le tue pacifiche intenzioni.”</em></strong></p>
<p>La Cina accumulava risorse, conoscenze ed energie, entrava nel mercato mondiale e assumeva sempre più la funzione di fabbrica del mondo, in particolare per gli Usa che a oriente esternalizzavano le loro imprese, di fatto deindustrializzando gran parte del tessuto sociale.</p>
<p>Il percorso europeo è in parte diverso perché la Germania ha mantenuto un grande polmone manifatturiero, esternalizzando una parte della sua produzione soprattutto nell’est Europa.</p>
<p>I processi storici avanzano lentamente ma subiscono degli scossoni, delle accelerazioni, dei punti di rottura, gli anni venti del nostro secolo portano a maturazione le contraddizioni che, se vogliamo andare alla loro origine, risalgono alla grande crisi generale della metà degli anni ’70. Arriviamo alla crisi pandemica e lo scoppio della guerra per procura dell’asse atlantico in Ucraina contro la Federazione Russa, avvenimenti che segnano la storia di questi anni e forse anche dei prossimi decenni.</p>
<p>La Tendenza alla guerra, tante volte analizzata negli anni passati come possibile scenario di confronto tra grandi potenze, si tramuta in una guerra non più in potenza ma in pieno dispiegamento su scala mondiale con varie puntate geopolitiche.</p>
<p>Il 24 febbraio 2022 è un <strong>tornante della storia</strong>, dopo la seconda guerra mondiale non siamo mai stati così vicini a uno scontro diretto mondiale con conseguenze potenzialmente catastrofiche. A suo modo è un tassello decisivo anche la <em>Dichiarazione congiunta della Federazione Russa e della Repubblica popolare cinese sulle relazioni internazionali che entrano in una nuova era e sullo sviluppo sostenibile globale</em> firmata a Pechino durante le Olimpiadi invernali il 4 febbraio 2022, esattamente venti giorni prima dell’inizio dell’intervento diretto russo. Bene, da quel momento siamo entrati in una nuova fase storica dello scontro tra la ristretta cerchia dei paesi imperialisti a direzione anglosassone e un mondo che si può definire sud globale che vede nei paesi Brics, una possibile alternativa economica e geopolitica ma che è fondamentalmente legato da un comune intento: mettere fine a una gestione egemonica delle relazioni internazionali basata sull’ordine secondo le regole imposte da Washington e alleati. Non intendono più sottomettersi alla logica imperiale dei doppi standard, degli “interventi umanitari”, delle missioni militari volte a instaurare regimi filo occidentali, a promuovere colpi di stato in altri paesi attraverso rivoluzioni colorate e all’utilizzo della leva del dollaro e delle sanzioni come strumento di sottomissione delle nazioni.</p>
<p>Siamo in un momento in cui stanno venendo al pettine alcune questioni che riguardano direttamente il campo occidentale. La vittoria del Trumpismo in Usa registra la crisi delle classi dirigenti in USA, la difficoltà di poter continuare a marciare solo attraverso la leva finanziaria e monetaria o con imprese militari. E’ in tal senso in corso una ristrutturazione nel campo americano che significa anche mettere in campo una ritirata ordinata. Ciò non significa che l’America torna a un isolazionismo, impossibile anche a volerlo, ma che deve rimettere in sesto la sua economia in larga parte emigrata e che il suo complesso apparato militare industriale così com’è oggi non può essere sostenuto se non da un recupero dei fondamentali dell’economia, a partire dalla produzione manifatturiera e da una politica commerciale solida. Ma la spaccatura nelle elitè americane non si rimargina così facilmente, è una lotta senza esclusione di colpi.</p>
<p>Una cosa tiene insieme le due bande che si combattono negli Usa: la priorità strategica della zona Indo-Pacifico, contenere la potenza economica e tecnologica espansiva della Cina, fare cordone sanitario, ridimensionarla. Possiamo considerare ormai il dragone cinese la prima potenza economica del mondo, sia dal punto di vista manifatturiero e commerciale, ma anche ormai, grazie anche all’alleanza con la Russia, potenza politica di primo ordine, perno fondamentale negli equilibri internazionali e diplomatici. In un‘epoca in cui i punti fermi sono l’eccezione e non la regola, in cui quello che vale un anno diventa vecchio l’anno dopo, pensiamo al tema crisi dell’Occidente collettivo, dobbiamo evitare facili conclusioni e schematismi di comodo, l’ibridismo prevale sullo schema delle linee di demarcazione nette.</p>
<p>In questo marasma da crisi generale, foriero di guerra mondiale aperta, la natura della relazione tra Cina e Occidente collettivo è la contraddizione oggettiva della nostra epoca, segna lo spirito del tempo. Ecco perché approfondire in questo convegno il tema, ma non basteranno decine di convegni, servirà anche un lavoro politico collettivo degno dei tempi per avvicinarsi alla realtà delle cose. Partiamo da due particolarità storiche che segnano la Cina. Nel giro di trenta anni questo paese ha raggiunto uno sviluppo economico, sociale, tecnico e scientifico che non ha eguali nella storia umana (ne conosco solo uno paragonabile come esperimento parzialmente riuscito e mi riferisco allo sforzo titanico avvenuto nell’URSS negli anni trenta), ciò non si riduce al fatto di essere diventata de facto la prima potenza manifatturiera al mondo, ma anche e soprattutto di avere prodotto un vistoso e ingente progresso della società cinese nel suo complesso. “<em>Tra il 1978 e il 2015, mentre le ricche economie capitaliste al centro del sistema mondiale ristagnavano in termini economici, la Cina ha visto aumentare di trenta volte il suo prodotto interno lordo reale”, </em>come ha notato Yi Wen, economista e vicepresidente del Federal Reserve Board di ST.Louis: “<em>La Cina ha compresso in una sola generazione i circa 150-200 (o più) anni di cambiamenti economici rivoluzionari vissuti dall’Inghilterra in due secoli, dagli Stati Uniti  in un secolo e mezzo e del Giappone in un secolo”.</em> Ma non solo, è stata ed è ancora il primo paese per produzione manifatturiera, ma a differenza di 15 anni fa, ormai la Cina ha scalato la catena del valore della produzione mondiale di merci e servizi, assumendo un ruolo centrale in tutte le produzioni ad alto valore aggiunto. Questa crescita economica ha spostato il suo asse da una prima fase durata diversi anni di applicazione di un modello estensivo basato sulla velocità e la quantità della produzione a un modello di crescita economica che punta alla qualità del processo produttivo, alla sua possibile sostenibilità ambientale, e all’efficienza della produzione e allo sviluppo di un mercato interno dei consumi. Nel complesso, l’economia ha mostrato una tendenza verso le industrie di fascia medio alta e il piano decennale <strong>Made in China 2025</strong>, ne è stato il binario privilegiato di crescita. Questo è avvenuto non senza problemi, ostacoli, contraddizioni e disparità sociali anche profonde, tra regioni interne e costiere della Cina e tra le città in grandissima espansione urbanistica e le campagne. Ma va anche detto che questo enorme processo di trasformazione ha portato fuori dalla povertà diverse centinaia di milioni di cinesi, prodotto un miglioramento generale e trasversale tra le classi popolari e l’esistenza di un ceto medio urbano consistente. Come è stato possibile tutto questo nel giro di venti anni? Non si può dare una risposta univoca e necessiterebbe questa domanda di studi approfonditi e di un largo contributo specialistico, non mancano comunque studi in questa direzione ma quasi sempre sono di fattura occidentale. Recentemente grazie al lavoro delle edizioni Marx XXI è stata tradotta un’importante opera “<em>Dialettica dell’economia cinese</em>” scritta da Cheng Enfu, uno dei più eminenti marxisti cinesi, che definisce in maniera sistematica e supportata da analisi e dati economici il carattere socialista come preminente, regolatore non solo dell’economia ma dell’insieme dell’assetto sociale cinese. La natura dell’economia socialista di mercato è basata su alcuni fattori tra loro in connessione sinergica: 1) un sistema di molteplici diritti di proprietà basato sulla centralità pubblica, un sistema di distribuzione basato principalmente sui redditi da lavoro, un sistema di mercato dove convivono diverse tipologie di proprietà (pubblico, privato, cooperativo, misto pubblico-privato) guidato e governato dallo Stato. Quest’ultimo punto è quello più significativo perché contiene in sé la novità e anche le difficoltà nel comprendere la specificità cinese del socialismo che i cinesi considerano come fase primaria del socialismo. Come opportunamente fa notare Vladimiro Giacchè nell’introduzione a questa opera, la teoria dello stadio primario del socialismo e il concetto di economia socialista di mercato rappresentano esempi di innovazione nella tradizione marxista. Questo è il nodo, che fa dire ai comunisti cinesi, che la propria economia non è assimilabile alle tradizionali economie capitaliste che sono trainate fondamentalmente dal capitale finanziario e speculativo che dominano l’economia in particolare dei paesi occidentali. Chiaramente non mancano le contraddizioni, segni di debolezza, e soprattutto c’è un punto che rende l’esperimento cinese una questione su cui continuare a dibattere, e potenzialmente un crinale scivoloso: partendo dall’assunto che la lotta di classe in un paese in cui cresce il ceto medio e in cui i meccanismi di sviluppo del capitale e della borghesia non sono in sottrazione ma in espansione, i rischi di tenuta della direzione politica, cioè il partito comunista cinese, di trattare e gestire, come regolatore di ultima istanza, le contraddizioni ideologiche e politiche inconciliabili non è uno scenario alla lunga improbabile. E’ vero che il contesto sovietico in cui è maturato il collasso del sistema socialista è profondamente diverso da quello cinese e oltretutto la classe dirigente cinese a partire da Deng XiaoPing ha fatto i conti con le motivazioni profonde di quella crisi di identità e la politica di riforme introdotte negli anni novanta ne è una risposta. Ecco perché oggi la Cina rappresenta un punto cruciale per noi marxisti, una questione aperta su cui la cosa principale da fare è studiare e seguire attentamente l’esperimento socialista, ben sapendo che nel modello cinese di socialismo non esiste alcuna presunzione di renderlo un processo generalizzabile, né imitabile su scala internazionale. Va anche detto però che la proiezione internazionale della Cina attraverso i BRICS e in particolare con il progetto Belt and Road Iniziative (BRI) lanciato nel 2013, la prima grande iniziativa promossa dalla nuova direzione del Presidente Xi JinPing, ha segnato anche la postura geopolitica di questo paese che ha vissuto in un lungo isolazionismo autosufficiente, ma che oggi con un insieme di paesi del sud Globale e con l’alleanza strategica con la Russia si profila il paese oggettivamente guida di un cambiamento radicale degli equilibri internazionali. Su questo punto però serve fare chiarezza: premesso che siamo convinti sostenitori e sponsor attivi come collettivo del Giornale L’Interferenza della linea innovativa, progressista e oggettivamente antimperialista del multipolarismo dei Brics e della congiunta guida russo-cinese, non crediamo probabile concepire questo mondo in transizione come un preludio a una versione del XXI secolo dei paesi socialisti di novecentesca memoria. Per due ragioni: la prima è che tranne la Cina su cui oggi discutiamo e analizziamo il processo inedito e contradditorio di socialismo con caratteristiche cinesi, il resto dei paesi, a partire dalla Federazione Russa, hanno una scarsa omogeneità ideologica, sono essenzialmente  tenuti insieme da una legittima volontà di deoccidentalizzazione delle relazioni internazionali, e quindi, a nostro avviso l’esperimento multipolare dei Brics non è paragonabile neanche alla Conferenza dei non allineati di Bandung del 1954.</p>
<p>La seconda motivazione, ma forse più profonda, è che il socialismo come processo nazionale e internazionale di emancipazione dallo sfruttamento del capitale non può essere un processo operato solo dall’alto statuale, ma un processo sinergico di forze che a partire dalle masse popolari generalmente intese sappiano concepire nella lotta un nuovo ordine. Purtroppo realisticamente siamo lontani da ciò. L’opera di un vincente multipolarismo può fungere da levatrice potenziale di una rinascita del movimento socialista anche in Occidente, è condizione necessaria e auspicabile ma non sufficiente. Dobbiamo faticosamente scrollarci ancora di dosso le macerie dell’89, soprattutto qui mi riferisco al marxismo occidentale, di cui parla nel suo ultimo libro Losurdo, con uno spirito antidogmatico e aperto a raccogliere lezioni dai paesi che oggi stanno portando a termine l’atto finale del processo di decolonizzazione. Concludo la mia breve introduzione sottolineando che la crisi del marxismo occidentale è data essenzialmente dalla scarsa comprensione ad analizzare la realtà  in una chiave interpretativa sistematica e organica, la negazione della totalità, in una chiave socialista  e anticapitalista; ciò di fatto conduce da troppo tempo a sostituire la praxis materialista con una chiave interpretativa del mondo moralistica, relativistica, politicamente corretta, che accentua di fatto il processo di totale subalternità ideologico e culturale alla visione del mondo imperiale e suprematista dell’Occidente e in particolare della sua potenza guida, gli Usa e dell’annesso “giardino” europeo.  Ma come ci ricorda anche Draghi gli anni della buona vita, semmai ci sono stati per le masse popolari, sono finiti e allora la vecchia talpa della prassi materialista deve riprendere a lavorare.</p>
<p>“<strong><em>La rottura del marxismo occidentale con la rivoluzione anticoloniale è anche il rifiuto di farsi carico dei problemi in cui questa s’imbatte con la conquista del potere. Anche a tal proposito chiaro è il contrasto tra marxismo occidentale e orientale. Assuefatto al ruolo di opposizione e di critica e in varia misura influenzato dal messianismo, il primo guarda con sospetto o riprovazione al potere che il secondo è chiamato della vittoria della rivoluzione a gestire”</em></strong></p>
<p>Domenico Losurdo “<em>Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere</em>” 2017</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/attpol/tempo-di-transizione/?fbclid=IwY2xjawKa6QtleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBHV3VyYlJicE9heUhKQ3FrAR5LTyX1BiMyiLxujB_m2gwhnkPqaW5MM65MlzwYZw7QU_kRwtsghcE3o7sJGA_aem_UqR-nduHzu-6Px8m015W0A">Tempo di transizione &#8211; l&#8217;interferenza</a></p>
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		<title>Di bolina, contro un vento gelido e sferzante</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2024 14:24:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Di bolina, contro un vento gelido e sferzante Fabrizio Marchi • 12 Maggio 2024  &#160; &#160; Di seguito la mia relazione introduttiva in occasione del decennale de L’Interferenza tenutosi a Roma sabato 11 Maggio. (Fabrizio Marchi) &#160; Abbiamo deciso di dare vita ad un giornale che avesse un approccio critico alla realtà nella sua complessità, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.linterferenza.info/wp-content/uploads/2024/05/image006.gif" alt="" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<h1>Di bolina, contro un vento gelido e sferzante</h1>
<h2><a title="Post di Fabrizio Marchi" href="https://www.linterferenza.info/author/fabriziomarchi/" rel="author">Fabrizio Marchi</a> • <time datetime="2024-05-12">12 Maggio 2024 </time></h2>
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<p>&nbsp;</p>
<div>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Di seguito la mia relazione introduttiva in occasione del decennale de L’Interferenza tenutosi a Roma sabato 11 Maggio.</em></p>
<p><em>(Fabrizio Marchi)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo deciso di dare vita ad un giornale che avesse un approccio critico alla realtà nella sua complessità, fuori da liturgie e schemi preconfezionati e consapevoli del fatto che è necessario aggiornare le categorie con le quali si analizza e si interpreta la realtà stessa e probabilmente – senza dimenticare mai le nostre radici – anche crearne delle nuove alla luce di una realtà che, appunto, diventando con il tempo sempre più complessa necessita di strumenti adeguati per essere compresa e possibilmente trasformata.</p>
<p>Senza questo metodo di lavoro si rischia, anzi si arriva inevitabilmente a capovolgere le cose. Si finisce cioè per applicare la realtà, necessariamente deformandola, all’ideologia pur di far quadrare i propri conti, cioè pur di confermare la giustezza e la validità del proprio paradigma ideologico.  Questo è ciò che ha determinato e continua a determinare il dogmatismo. Viceversa, il nostro approccio metodologico è sempre stato quello di cercare di entrare in una relazione dialettica con la realtà per comprenderne le dinamiche sociali, economiche, culturali, politiche e ideologiche che la caratterizzano.</p>
<p>E’ applicando tale metodo che siamo arrivati ad individuare quella che per noi è l’ideologia attualmente egemone nelle società occidentali, cioè l’ideologia neoliberale di cui ciò che definiamo con il termine di “politicamente corretto” è il mattone o uno dei mattoni fondamentali.</p>
<p>Quali sono i capisaldi di tale ideologia?</p>
<ol>
<li>Il capitalismo, non più concepito come una forma storica dell’agire umano, è stato elevato a vera e propria condizione ontologica. Il che comporta che il dibattito filosofico e filosofico politico viene contestualmente ridotto ad una sorta di mero carosello di opinioni, privato quindi di ogni funzione e fondamento veritativo (senza naturalmente, lo ripeto ancora, cedere mai al dogmatismo che è speculare al relativismo assoluto, che è anch’esso una forma di dogmatismo). Tale fondamento è oggi individuato solo e soltanto nella tecnica  e nel capitale e ovviamente nel rapporto fra tecnica e capitale, quest’ultimo già elevato, come dicevo, a condizione ontologica, quindi imprescindibile e insuperabile. Possiamo dunque, credo a ragione, parlare di società “tecno capitalista”, anzi, di dominio tecno capitalista.</li>
<li>La conseguenza di ciò, e arrivo al secondo punto, è il relativismo culturale e nello stesso tempo il disconoscimento di ogni aspetto naturale e biologico dell’esistenza. Ciò che chiamiamo “transumanesimo” è il prodotto di una simile concezione che potremmo definire “culturalista” se non ultraculturalista. Una concezione che si fonda sull’idea di una totale separazione fra natura e cultura, o meglio sulla negazione dell’esistenza di qualsiasi fondamento naturale (ad esempio del maschile e del femminile che da tempo vengono considerati come dei meri costrutti culturali). Ma questo è impossibile, a mio parere un assurdo, per la semplice ragione che gli esseri umani sono esseri naturali e culturali nello stesso tempo e questa è la loro specificità, fin da quando i nostri antenati si drizzarono su due gambe e forse anche prima quando erano in grado di selezionare un frutto rispetto ad un altro con delle primissime e sia pur rudimentali operazioni logiche superiori a quelle di qualsiasi altro animale.</li>
</ol>
<p>All’estremo opposto di questa visione delle cose si trovano quelli che io definisco gli “ontologisti”, oggi minoranza, cioè coloro che sostengono – consentitemi l’uso improprio di certe categorie ma ci capiamo – che “l’essere è” e non può essere altro rispetto a ciò che è, quindi una condizione di immutabilità. La conseguenza ma soprattutto il fine di questo modo di vedere le cose è naturalmente – sul piano politico, ideologico e della concezione  di quella che chiamiamo società civile – il mantenimento e la conservazione dello status quo.</p>
<p>Queste due concezioni si alimentano vicendevolmente e sono facce della stessa medaglia. “Ontologisti” e culturalisti”, destra e “sinistra” (che scrivo fra virgolette) , se traduciamo il tutto sul piano politico. Oggi è naturalmente la visione culturalista ad essere egemone, perché più funzionale per tante ragioni che ora non ho tempo di spiegare al sistema capitalista, giunto all’attuale stadio del suo sviluppo e alla sua riproduzione, fermo restando – e qui c’è la palese e grande contraddizione di questa concezione – l’idea della immutabilità o meglio della insuperabilità del capitalismo stesso che in tal modo non è più concepito soltanto come un mero rapporto di produzione ma viene elevato ad una vera e propria religione, sia pur secolarizzata, priva di una teologia vera e propria e purtuttavia con un suo messianismo, un suo culto e i suoi riti (come sosteneva Benjamin). Colpa, debito inestinguibile e sacrificio costituiscono le sue fondamenta, i suoi precetti e il suo castigo, mentre il consumo e l’accumulazione illimitata sono il premio. E’ infatti in una distorsione e in una idea degenerata e pervertita del Cristianesimo che il capitalismo affonda le sue radici, oltre e prima ancora della sua variante protestante e calvinista, come peraltro A. Visalli ha egregiamente spiegato nel suo libro “Classe e partito. Ridare corpo al fantasma collettivo”.</p>
<p>E’ all’interno di questo complesso paradigma ideologico che nascono e si affermano il “transfemminismo”, cioè l’ultimissima evoluzione del femminismo – comunque a mio parere già uno dei mattoni fondamentali dell’ideologia capitalista e neoliberale – le teorie sulla fluidità di genere, la cosiddetta cultura “woke”, e il “progressismo”, cioè l’idea di un progresso illimitato e infinito, comunque foriero e portatore di “Bene”, che marcia parallelamente e non casualmente al concetto di accumulazione in linea teorica infinita e illimitata del capitale e delle sue sorti magnifiche e progressive.</p>
<p>Ora, queste ideologie hanno una diversa funzione, interna ed esterna. Quella interna ha come finalità quella di costruire e alimentare ulteriori conflitti orizzontali – oltre a quelli tradizionali, cioè autoctoni contro immigrati, lavoratori precari contro lavoratori a tempo indeterminato, lavoratori privati contro quelli pubblici, giovani contro anziani – e cioè quello delle donne (con a seguito le minoranze lgbtq) contro gli uomini che è quello più subdolo perché va a toccare sensibilità e aspetti profondi che riguardano la sessualità, l’affettività, il paterno e il materno. E naturalmente quella di depistare dalle contraddizioni sociali (di classe) con il compito di disinnescare il potenziale conflitto che da queste potrebbe scaturirne, l’unico realmente temuto dalle classi dirigenti e che deve essere, appunto, disinnescato alla radice. Questo conflitto, abilmente camuffato sotto le vesti della emancipazione e della liberazione delle donne e dell’umanità intera, si fonda sul postulato in base al quale l’attuale società capitalistica sarebbe tuttora a dominio patriarcale. Questa tesi, a mio parere del tutto priva di fondamento – ma ne discuteremo oggi pomeriggio – è tuttora sostenuta da tutte le correnti femministe, nessuna esclusa, da quella dell’eguaglianza a quella della differenza, a quella queer fino a quella cosiddetta interiezionale o sedicente di classe.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/05/438097320_1080888860214291_3919109981122659336_n.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8929" title="438097320_1080888860214291_3919109981122659336_n" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/05/438097320_1080888860214291_3919109981122659336_n-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a></p>
<p>La funzione esterna è invece quella di fungere da grimaldello, da piede di porco ideologico per destabilizzare stati e paesi non allineati all’impero (e all’imperialismo) occidentale a trazione e dominio americano. Interessante notare che queste ideologie hanno una grande capacità di penetrazione, anche in alcuni stati socialisti, o semisocialisti, come Cuba e il Venezuela, e addirittura in parte anche in un paese come l’Iran (sfruttando le sue contraddizioni interne), ma non in Russia e in Cina, due paesi molto diversi fra loro, che hanno mantenuto una sostanziale impermeabilità nei confronti dell’ideologia neoliberale e politicamente corretta occidentale.  Su questo, naturalmente, è necessario riflettere perché non può essere casuale che i due bastioni che guidano il mondo dei BRICS siano appunto impermeabili a questa ideologia, nelle forme che questa ha assunto in Occidente.</p>
<p>Tornando, sia pur brevemente, alla questione della tecnica, è evidente che la critica al dominio tecno capitalistico non significa nel modo più assoluto – voglio chiarirlo – una ostilità preconcetta nei confronti della tecnica in sé nè tanto meno della scienza che comunque non sono mai neutre, è bene ricordarlo. Il problema è il loro utilizzo in un senso o in un altro, proprio perché quella della loro neutralità a prescindere dal contesto è un mito alimentato ad arte. E proprio in un’epoca in cui si aprono prospettive nello stesso tempo affascinanti ma anche inquietanti – penso innanzitutto all’IA, con tutto ciò che comporterà, su come verrà utilizzata, in quale direzione e con quali finalità, ma penso anche alla procreazione artificiale (pensiamo all’utero in laboratorio di cui la maternità surrogata è soltanto il prodromo, che potrebbe aprire e a mio parere aprirà uno scenario estremamente pericoloso, una forma di eugenetica più che inquietante) – è fondamentale che scienza e tecnica debbano restare soggette al controllo e al dibattito pubblico e democratico. Il che significa che il politico, inteso come categoria, e la politica, intesa come dimensione pubblica e democratica, debbono avere la priorità che invece hanno pressoché quasi completamente smarrito da alcuni decenni a questa parte, nel mondo occidentale.</p>
<p>E’ a questo punto solo un apparente paradosso che l’ideologia politicamente corretta in tutte le sue articolazioni si sia affermata nella stessa fase storica (seguita al crollo del socialismo reale sovietico) in cui le “democrazie” occidentali si stanno sostanzialmente trasformando e in larga parte si sono già trasformate in “tecnocrazie”.  Possiamo definire le attuali società occidentali come liberali, o meglio neoliberali e tecnocratiche ma di certo non democratiche o non più democratiche. Durante gli anni del cosiddetto “trentennio glorioso”, infatti, anche e soprattutto in virtù dell’esistenza di una “cosa” chiamata movimento operaio (e del movimento comunista e di quello socialista), in Occidente abbiamo conosciuto una fase storica in cui i lavoratori, le classi subalterne e le masse popolari, anche attraverso i loro principali strumenti, cioè partiti e sindacati, hanno vissuto un protagonismo sociale e politico che ha “imposto” una qualità e un tasso, diciamo così, di democrazia mai conosciuto prima di quella stessa fase storica. Ma questa fase è ormai finita, con il crollo del socialismo reale e del movimento comunista e socialista. Con la crisi, la sconfitta e anche il fallimento  dell’esperienza comunista concretamente realizzatasi (per tante ragioni esogene ed endogene che ora ovviamente non posso affrontare), quindi dell’”idea forte”, come si suol dire, entra in crisi irreversibile anche l’”idea debole” che da quella forte traeva linfa e ragion d’essere, cioè la ormai vecchia socialdemocrazia europea. E contestualmente al morire del movimento comunista e di quello socialista si sono affermate fino a diventare parte fondamentale dell’ideologia dominante, cioè dell’ideologia neoliberale e politicamente corretta, quella femminista e i loro derivati, trans femminismo, ideologia gender ecc. E questo è un fatto oggettivo. E’ evidente che ciò non può essere e non è infatti casuale dal momento che queste ideologie non nascono a Mosca o a Pechino ma nei campus californiani e nei salotti liberal newyorkesi e contestualmente sbarcano in Europa occidentale contribuendo (anche se non le sole, ovviamente) in modo significativo ad indebolire la Sinistra storica, a minarla alle fondamenta e ad affossarla definitivamente. E’ solo apparentemente paradossale che anche la sinistra cosiddetta o sedicente antagonista e anche la gran parte di ciò che rimane di quella comunista o che si richiama, sia pure tirandola per la giacchetta da più parti, all’esperienza comunista, non solo non si sia resa conto di tale processo ma sia del tutto imbevuta di tale ideologia. Afferma di voler combattere il sistema dominante ma ne sposa totalmente la sua ideologia. Una contraddizione in termini clamorosa che per quanto mi riguarda ci conferma quanto dicevo poc’anzi a proposito del dogmatismo e del capovolgimento delle cose. Si osserva la realtà e poi la si applica alla propria ideologia, ai propri “testi sacri”. Se i conti non tornano si arriva a deformare la realtà pur di mantenere intatte le proprie convinzioni. E’ ovvio che qui siamo di fronte a due aspetti. Uno è di ordine psicologico – perché mettere in discussione le proprie convinzioni comporta uno sforzo enorme, soprattutto per chi ha costruito la propria identità personale sulle suddette convinzioni – l’altro è di natura strumentale, mi riferisco ovviamente all’opportunismo che porta a non mettersi controcorrente o “contromano” rispetto allo spirito dei tempi.</p>
<p>Alla luce di tutto quanto ho finora detto, e mi avvio alla conclusione, è dunque evidente che c’è bisogno di sparigliare le carte, di mollare vecchi ormeggi ormai inutili se non dannosi (il riferimento alle attuali “sinistre” non è casuale..) e di navigare in mare aperto, forti però delle nostre radici, della nostra esperienza e di una bussola che ci consentono una navigazione relativamente sicura anche quando si va di bolina, come si suol dire, e il vento è gelido e sferzante, come è in questa fase storica. Mi auguro che tutto questo lavoro prodotto in questi dieci anni (come quello prodotto da altri) possa essere utile non solo sul piano della riflessione politica e culturale ma anche per gettare dei semi per la costruzione di un futuro, ipotetico, auspicabile nuovo soggetto politico in grado di interpretare la realtà con lenti adeguate, quelle a cui facevo riferimento nell’incipit. Un soggetto di cui avvertiamo l’assenza e nello stesso tempo la urgente necessità, consapevoli però del fatto che è impossibile oltre che sbagliato forzare i tempi. Né tanto meno si può mettere il carro davanti ai buoi e pensare di poter fondare un tale soggetto unilateralmente partendo da presupposti ideologici dati a priori perché è evidente che non potrà che essere il risultato di un processo complessivo che matura e prende corpo all’interno delle contraddizioni, vecchie e nuove, prodotte dal contesto storico-sociale.  In ogni caso su questo tema ci impegneremo ad organizzare un nuovo evento in tempi relativamente brevi.</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/editoriali/di-bolina-contro-un-vento-gelido-e-sferzante/?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTEAAR2QUwwd6J-7RkfIuaXaKCjYv8cBvc7yBolYih6GvKaGDE5zYiFyMw3L0CA_aem_AYKXQDuQXsQEDt5hK4GlWu5KolMVgj0Gy5S_FdsWiChuH6cVqTSdiwWt6APLvjWC2aFwjMWY9NyEFqRR2bC-V0g1">Di bolina, contro un vento gelido e sferzante &#8211; l&#8217;interferenza (linterferenza.info)</a></p>
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		<title>La NATO guida il riarmo globale tra cyberwar e tecnologie quantistiche</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Feb 2024 17:08:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Mazzeo]]></category>
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<p>&nbsp;</p>
<h1>La NATO guida il riarmo globale tra cyberwar e tecnologie quantistiche</h1>
<h3>di Antonio Mazzeo</h3>
<p><em>Alea iacta est</em>. Il dado è tratto. Ciò che disse Cesare prima di varcare il Rubicone e iniziare la guerra contro Pompeo, lo hanno ripetuto duemila anni dopo i Capi di Stato maggiore della difesa dei 31 paesi membri della NATO più la new entry di Svezia. Solo che stavolta sarà guerra totale e in ogni angolo del pianeta, prima contro Mosca e poi contro Pechino. E se sarà necessario, generali e ammiragli si dichiarano pronti a usare le più sofisticate tecnologie di distruzione di massa.</p>
<p>Il 17 e 18 febbraio i vertici delle forze armate dell’Alleanza si sono dati appuntamento a Bruxelles per il <em>Military Committee NATO</em>: all’ordine del giorno come accelerare il processo di trasformazione delle strategie e delle “capacità di combattimento” e come garantire l’implementazione immediata dei nuovi “piani di difesa” approvati al summit di Vilnius della scorsa estate. È in atto una spasmodica corsa verso il riarmo globale e la NATO si candida a divenire il motore della ricerca e dello sviluppo delle tecnologie di morte, possibilmente in partnership con le grandi holding del complesso militare-industriale e con un ampio numero di attori della società “civile” (università, centri di ricerca, start up, agenzie spaziali nazionali e internazionali, ecc.).</p>
<p>“Le regole su cui si basa l’ordine internazionale sono sotto un’immensa pressione”, ha esordito il vicesegretario generale della NATO, Mircea Geoană, all’apertura della sessione di lavoro del Military Committee dedicata alle “priorità della deterrenza”. Geoană è pure ricorso al minaccioso frasario dei tempi più bui della Guerra fredda, condendolo con suggestivi accenni geologici. “Le placche tettoniche del potere stanno cambiando”, ha enfatizzato il vicesegretario NATO.</p>
<p>“Oggi, la nostra pace è minacciata. Guerra, terrorismo, instabilità e gli stati autoritari minacciano i nostri valori. E come risultato ci troviamo di fronte a un mondo più pericoloso come non accadeva da decenni. In questa nuova era di difesa collettiva, non solo difendiamo la sicurezza fisica della nostra popolazione che conta un miliardo di persone: noi stiamo difendendo la libertà e la democrazia (…) Abbiamo bisogno di una NATO ancora più forte di prima…”.</p>
<p>Nel corso del suo intervento, Mircea Geoană ha delineato i punti prioritari del processo di rafforzamento dell’architettura militare che saranno discussi dai capi di governo dei paesi NATO in occasione del summit che si terrà a luglio a Washington, un appuntamento destinato ad assumere una rilevanza storica anche perché potrebbe riconsegnare la leadership assoluta dell’alleanza agli Stati Uniti d’America. “Al prossimo vertice di Washington, noi andremo oltre: faremo ciò serve per assicurare la sicurezza del nostro popolo, delle nostre nazioni e del sistema basato sul diritto internazionale”, ha affermato il vicesegretario. “Rafforzeremo la nostra difesa collettiva, specialmente nel settore aereo e missilistico, e aumenteremo il nostro sostegno all’Ucraina”. (1)</p>
<p>A enfatizzare l’importanza dei nuovi “piani di difesa” collettiva ci ha pensato il presidente del Military Committee, l’ammiraglio olandese Rob Bauer. “Questi sono i piani di difesa più completi che la NATO ha mai avuto dalla fine della Guerra fredda”, ha spiegato Bauer. “Mai come adesso i piani difensivi della NATO e delle nazioni aderenti sono stati così strettamente interconnessi (…) Essi contengono i requisiti della struttura della forza militare (<em>Force Structure Requirements</em>), con cui è stato fissato il numero e la tipologia degli equipaggiamenti e dei sistemi d’armi richiesti, in tutte le regioni geografiche e i domini. Militarmente, i nuovi piani di difesa richiedono più persone, più attività addestrative ed esercitazioni, più arsenali e capacità operative, maggiori programmi di investimento per la difesa”. (2) Dunque ancora più soldi per gli apparati di guerra che verranno sottratti dai bilanci della sanità, dell’istruzione e del welfare nell’ambito di un processo di militarizzazione sempre più soffocante della società e dell’economia nordamericana ed europea.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Alla guerra in sinergia con le industrie e i centri di ricerca</strong></p>
<p>I 31+1 Capi di Stato maggiore della difesa NATO hanno discusso e approvato le “indicazioni aggiuntive” ai due Comandi strategici dell’Alleanza. Scopi e funzioni sono stati sintetizzati dal generale Chris Badia, vicecomandante supremo dell’Allied Commander Transformation (ACT), il comando con sede a Norfolk (Virginia), preposto a condurre i processi di trasformazione strategica della NATO. “Abbiamo la necessità che l’Alleanza e le nazioni membri siano più agili e più flessibili”, ha spiegato Badia. “Per questo dobbiamo guardare a strutture di comando in grado di adattarsi rapidamente alle minacce in continua evoluzione, a un’interoperabilità costante, a sistemi d’azione unitari pronti ad essere impiegati fin dal primo minuto quando sarà necessario”.</p>
<p>“Poichè la guerra di domani sarà ancora più complessa dal punto di vista dei molteplici domini, abbiamo bisogno di essere ancora più rapidi da tutti i punti di vista e migliori dei nostri avversari”, ha aggiunto il vicecomandante di ACT. “Otterremo questo attraverso operazioni integrate multidominio, quindi conducendo un conflitto senza soluzione di continuità in ambito navale, terrestre e aereo. Ma insieme a questi classici domini ce ne sono due nuovi, quelli cibernetico e dello spazio”. E relativamente al settore spaziale e delle cyberwar, il generale Chris Badia ha spiegato che la NATO punta ad accrescere la cooperazione con gli <em>attori non militari</em>: “In particolare nel settore spazio esistono diverse infrastrutture civili. Non è necessario duplicare ogni cosa in questo campo ma al contrario è meglio procedere verso un’estensione e trasformazione congiunta. Come possiamo cooperare con il mondo civile e trovare tutte queste sinergie? Sincronizzando e facendo convergere ad esempio gli attori militari e non militari e, non ultimo per importanza, arrivando alla loro integrazione”. (3)</p>
<p>La modernizzazione dell’apparato bellico della NATO punta parecchio sullo sviluppo delle tecnologie quantistiche e della <em>quantum strategy</em>. Al vertice dei ministri degli esteri della NATO del 28 novembre 2023 è stata approvata la prima strategia quantistica della storia dell’Alleanza. “Le tecnologie quantistiche stanno per rivoluzionare il mondo dell’innovazione e possono cambiare le regole del gioco della sicurezza, incluse quelle delle guerre moderne”, spiegano i vertici della NATO. “Per questo la quantistica è una delle aree tecnologiche che l’Alleanza ha priorizzato per le sue implicazioni per la difesa e la sicurezza. Essa include l’intelligenza artificiale, la raccolta dati e il computing, l’automatizzazione, le biotecnologie, gli <em>human enhancements</em> (4), le tecnologie ipersoniche, l’energia e la propulsione, i nuovi materiali, le future generazioni di reti di comunicazione e spaziali”. Le prime aree d’intervento della <em>quantum strategy</em> in campo militare e sicuritario comprendono il telerilevamento, il “posizionamento preciso”, la navigazione e la tempistica, in particolare per “rafforzare l’identificazione dei sottomarini” e “potenziare e rendere più sicure le comunicazioni dei dati impiegando una crittografia quantum-resistente”. Anche in questi settori la NATO punta ad una sempre più stretta cooperazione con il mondo accademico e industriale onde “sviluppare un ecosistema transatlantico di tecnologie quantistiche”. Sei delle 44 società già selezionate nell’ambito del nuovo programma DIANA (<em>Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic</em>) a cui la NATO ha destinato oltre un miliardo di euro, sono specializzate nella ricerca quantistica. (5) Un polo accelerativo-innovatore del programma sta sorgendo a Torino in partnership con la Città dell’Aerospazio del team Politecnico-Leonardo SpA.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come alimentare il fratricida conflitto russo-ucraino</strong></p>
<p>Al prossimo vertice NATO di Washington, generali e ammiragli sperano di arrivare con intese di cooperazione ancora più stringenti con alcuni paesi partner, estendendo e rafforzando ulteriormente l’alleanza <em>de facto</em> in ambito europeo, asiatico e oceanico. Non a caso al Military Commettee di Bruxelles hanno partecipato i Capi di stato maggiore di Austria, Australia, Corea del Sud, Giappone, Irlanda, Nuova Zelanda e Svizzera, paesi partner del cosiddetto <em>Interoperability Advocacy Group</em>. “Ad essi offriamo accordi di difesa individuali che contemplino lo scambio di informazioni classificate e la partecipazione alle attività addestrative”, spiega la NATO.</p>
<p>Ma è ancora una volta l’Ucraina ad essere al centro delle mire espansionistiche dell’Alleanza nell’esplosivo fronte orientale. Al meeting di Bruxelles i vertici dell’Alleanza hanno incontrato i responsabili delle forze armate di Kiev nell’ambito del <em>NATO-Ukraine Council</em> lanciato il luglio scorso a Vilnius, per fare il punto sul sanguinoso conflitto con la Russia esploso due anni fa. Nonostante l’evidente fallimento della controffensiva ucraina e gli insostenibili costi in termini di vite umane e risorse finanziarie e infrastrutturali, la NATO ha assicurato che sosterrà ancora il governo Zelensky con ulteriori aiuti in armi e munizioni. “Abbiamo consegnato una vasta gamma di sistemi di difesa aerea all’Ucraina e oggi riaffermiamo il nostro impegno a rafforzare ulteriormente le difese ucraine”, ha dichiarato il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg. “Condanniamo duramente gli attacchi russi con missili e droni contro i civili ucraini, anche con l’uso di armi provenienti dalla Corea del Nord e dall‘Iran. Per due anni di fila, Putin sta cercando di logorare l’Ucraina con attacchi massicci, ma egli non ci riuscirà. La crudele campagna della Russia rafforza solo la determinazione dell’Ucraina. Mosca intensifica i suoi strike sulle città e i civili ucraini, ma noi continueremo a fornire assistenza ai coraggiosi ucraini affinché essi possano respingere la guerra di aggressione della Russia”. (6)</p>
<p>Ancora più ciniche e brutali le parole dell’ammiraglio Rob Bauer: pur di giustificare il cieco appoggio a Kiev, egli è giunto a mistificare ciò che realmente avviene nei campi di battaglia. “L’Ucraina ha inflitto gravi perdite alla Russia: sono più di 300.000 le vittime russe, tra morti e feriti”, ha dichiarato il presidente del NATO Military Committee. “Migliaia di carri armati e blindati russi e centinaia di aerei sono stati distrutti. Le forze armate ucraine sono riuscite a liberare parti significative del loro paese, cacciando via i russi da circa il 50% del territorio che avevano occupato all’inizio del conflitto. Un altro successo è rappresentato dal fatto che gli ucraini sono stati capaci di condurre attacchi in profondità, distruggendo funzioni chiave dei russi. Senza possedere una reale marina militare, è stata respinta la flotta russa del Mar Nero e l’apertura di un corridoio del grano è stata un’altra vittoria enorme (…) Il solo modo di ottenere una soluzione negoziata duratura è rafforzare la posizione ucraina nel campo di battaglia”. (7)</p>
<p>Il 18 gennaio, a conclusione dei lavori del Military Commette, il comandante supremo delle forze alleate in Europa, il generale statunitense Christopher Cavoli, ha ritenuto doveroso rivelare due fatti importanti che con tutta probabilità incideranno pesantemente sulle già critiche relazioni NATO-Russia. La prima notizia riguarda l’Italia e il ruolo sempre più rilevante che ha assunto nelle scelte geostrategiche dell’Alleanza. “Voglio dare un aggiornamento sulla Forza di Reazione Rapida della NATO (<em>Allied Reaction Force</em>), una componente fondamentale per la realizzazione dei nostri piani militari”, ha esordito Cavoli. “La Forza di Reazione Rapida è capace di effettuare uno spettro completo di missioni e serve da riserva strategica per il dispiegamento in tempi strettissimi. Nell’autunno dello scorso anno, la NRDC-Italy è stata selezionata come quartier generale. Attualmente le sue unità si stanno addestrando in preparazione del nuovo ruolo assegnato”. NRDC-Italy è l’acronimo di <em>NATO Rapid Deployment Corps</em>, il Comando multinazionale delle forze di pronto intervento che ha sede a Solbiate Olona (Varese) e di cui fanno parte più di 400 militari provenienti da 18 paesi dell’Alleanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La più grande esercitazione bellica della “nuova” NATO</strong></p>
<p>Il generale Christopher Cavoli si è dichiarato ottimista che l’infrastruttura ospitata in territorio italiano possa ottenere la “certificazione” di <em>quartier generale ad interim</em> dell’Allied Reaction Force, a partire dalla prossima primavera. Da qui il secondo annuncio shock. “La certificazione è prevista a conclusione dell’esercitazione di deterrenza <em>Steadfast </em><em>Defender 2024</em> che prenderà il via la prossima settimana e proseguirà fino a tutto maggio”, ha affermato il Comandante delle forze alleate in Europa. “<em>Steadfast </em><em>Defender </em>sarà l’esercitazione più grande da decenni a questa parte e vi parteciperanno approssimativamente 90.000 militari di tutti e 31 i paesi membri dell’Alleanza e della Svezia, nostro buon partner. L’alleanza dimostrerà la sua abilità nel rafforzare l’area euro-atlantica grazie al trasferimento transatlantico di truppe dal Nord America. Questo rafforzamento avverrà in uno scenario di conflitto emergente simulato contro un avversario di quasi pari forza. <em>Steadfast Defender </em>sarà una chiara dimostrazione della nostra unità, forza e determinazione nel proteggere i nostri valori e le regole su cui si basa l’ordine internazionale”. (8)</p>
<p>La cerimonia che ha sancito il via alla mega-esercitazione militare è stata celebrata mercoledì 24 gennaio a bordo della nave da sbarco “USS Gunston Hall”, in partenza da Norfolk per l’Europa. Secondo l’ufficio stampa della NATO a <em>Steadfast Defender 2024 </em>prenderanno parte una cinquantina di unità navali, dalle portaerei ai cacciatorpediniere, così come più di 80 aerei da combattimento, elicotteri e droni e almeno 1.100 veicoli da combattimento tra cui 133 carri armati e 533 veicoli di fanteria. Un dispiegamento di forze che non si era mai visto in Europa dopo la fine della Guerra fredda: all’esercitazione NATO “Trident Juncture” nel 2018, la più rilevante dopo la caduta del Muro di Berlino, avevano partecipato “solo” 50.000 militari.</p>
<p>Buona parte dei war games si svolgeranno in Germania, Polonia, Romania, Norvegia e nelle Repubbliche baltiche. Le unità di pronto intervento terrestri, aeree e navali simuleranno la controffensiva a un possibile attacco “nemico” sul fronte orientale. Nel mirino dei reparti d’assalto il “corridoio Suwalki” che attraversa la frontiera tra Polonia e Lituania tra l’enclave russa di Kaliningrad e la Bielorussia, ritenuto come uno dei punti più “critici” della NATO in caso di conflitto con Mosca. (9)</p>
<p>Mentre il Pentagono non ha ancora fatto sapere quanti uomini e mezzi trasferirà in Europa per le esercitazioni di <em>Steadfast Defender</em>, le autorità di Londra hanno comunicato la presenza di 20.000 militari britannici più un imponente numero di mezzi navali (anche una portaerei della classe <em>Queen Elizabeth</em>), sottomarini, cacciabombardieri di ultima generazione (gli F-35 a capacità nucleare), aerei d’intelligence e un’ampia gamma di forze terrestri. (10)</p>
<p>A conferma della propria intenzione di rafforzare il dispositivo bellico nella prospettiva di un “inevitabile” scontro con la Russia, la NATO sta affidando commesse miliardarie per la produzione di sofisticati sistemi militari. Poche settimane fa la NATO Support and Procurement Agency (NSPA), l’agenzia che si occupa di appalti logistici per l’Alleanza Atlantica, ha firmato un contratto del valore di 5,5 miliardi di dollari con COMLOG (joint venture tra l’azienda statunitense RTX Raytheon e la holding europea produttrice di sistemi missilistici MBDA) per la produzione di un migliaio di sistemi terra-aria “Patriot” che saranno consegnati prevalentemente a una coalizione di paesi tra cui Germania, Paesi Bassi, Romania e Spagna. Buona parte dei missili saranno realizzati nello stabilimento MBDA di Schrobenhausen (Germania). Il sistema “Patriot” sarà impiegato per neutralizzare aerei ed elicotteri ed intercettare missili balistici tattici a grande distanza. Dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022, la NATO ha schierato batterie del sistema missilistico terra-aria in alcuni paesi dell’Europa orientale. Consegne dei “Patriot” sono state fatte anche alle forze armate ucraine. (11)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Si svuotano i granai e si riempiono gli arsenali</strong></p>
<p>A fine dicembre il Dipartimento di Stato USA ha approvato la vendita alla NATO Support and Procurement Agency di 940 missili terra-aria FIM-92K “Stinger” e relativo equipaggiamento per il valore stimato di 780 milioni di dollari. I sistemi missilistici saranno realizzati negli States dai colossi Raytheon e Lockheed Martin. I FIM-92K “Stinger” sono una variante migliorata dell‘omonimo sistema di difesa aerea portatile con maggiori capacità di acquisizione, tracciamento e ingaggio degli obiettivi. Per la sua versatilità possono essere impiegati in ampi contesti ambientali da parte di singole unità, veicoli terrestri o piattaforme aeree contro aerei, elicotteri e droni.</p>
<p>Sempre la Nato Support and Procurement Agency ha siglato nei giorni scorsi un contratto per l’acquisto di circa 220.000 proiettili di artiglieria da 155 millimetri. Il valore della commessa supera l’1,2 miliardi di dollari e rientra nell’ambito delle iniziative varate dall’Alleanza per rafforzare le capacità di “deterrenza” dei paesi membri e sostenere direttamente l’Ucraina nella guerra contro la Russia. Nel periodo compreso tra il luglio e il dicembre 2023 la NATO aveva già stipulato contratti per munizioni per 10 miliardi di dollari. Lo scorso novembre l’agenzia NSPA ha acquistato pure sei Boeing E-7A “Wedgetail” (basati sull’aeromobile civile B-737), velivoli di comando e controllo di prossima generazione che sostituiranno i più vecchi E-3A Awacs (<em>Airborne Warning and Control System</em>), gli aerei radar della NATO che operano dalle basi militari di Geilenkirchen (Germania), Konya (Turchia), Aktion (Grecia) e Trapani-Birgi (Italia). (12)</p>
<p>Al rafforzamento delle dotazioni di munizioni degli alleati europei della NATO darà un importante contributo il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America. A fine dicembre è stata firmata una modifica a un precedente contratto affidato a Raytheon per la fornitura di ulteriori munizioni guidate di precisione “StormBreaker” (SDB II o GBU-53/B) per 344 milioni di dollari circa. Il contratto prevede le vendite militari estere a favore di Italia, Germania, Finlandia e Norvegia. La consegna delle bombe “StormBreaker” sarà completata entro l’agosto 2028. (13)</p>
<hr />
<h6>Note:</h6>
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<h6><a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_221905.htm?selectedLocale=en">https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_221905.htm?selectedLocale=en</a>2</h6>
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<h6><a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_221753.htm?selectedLocale=en">https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_221753.htm?selectedLocale=en</a>3</h6>
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<h6><a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/opinions_221779.htm">https://www.nato.int/cps/en/natohq/opinions_221779.htm</a></h6>
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<h6>Per <em>human enhancements</em>, i settori scientifici e di ricerca della cosiddetta “umanistica digitale” intendono il potenziamento delle prestazioni umane, fisiche, intellettive, cognitive ed emotive per mezzo di un uso intenzionale delle nuove tecnologie e delle conoscenze tecnico-scientifiche.5</h6>
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<h6><a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_221601.htm?selectedLocale=en">https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_221601.htm?selectedLocale=en</a>6</h6>
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<h6><a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_221643.htm?selectedLocale=en">https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_221643.htm?selectedLocale=en</a>7</h6>
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<h6><a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/opinions_221779.htm">https://www.nato.int/cps/en/natohq/opinions_221779.htm</a></h6>
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<h6><a href="https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2024/01/15/nato-nel-2024-lalleanza-impegnata-nella-piu-grande-esercitazione-degli_225c121a-d356-4038-9ea5-45e21062b6c6.html">https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2024/01/15/nato-nel-2024-lalleanza-impegnata-nella-piu-grande-esercitazione-degli_225c121a-d356-4038-9ea5-45e21062b6c6.html</a>9</h6>
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<h6><a href="https://www.stripes.com/theaters/europe/2024-01-16/britain-nato-exercise-steadfast-defender-12691570.html">https://www.stripes.com/theaters/europe/2024-01-16/britain-nato-exercise-steadfast-defender-12691570.html</a>10</h6>
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<h6><a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_221626.htm">https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_221626.htm</a>11</h6>
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<h6><a href="https://www.avionews.com/item/1256116-nato-acquista-220-000-proiettili-di-artiglieria.html12">https://www.avionews.com/item/1256116-nato-acquista-220-000-proiettili-di-artiglieria.html12</a></h6>
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<h6><a href="https://aresdifesa.it/stormbreaker-per-italia-ed-altri-alleati-nato/">https://aresdifesa.it/stormbreaker-per-italia-ed-altri-alleati-nato/</a></h6>
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		<title>Adam Smith a Pechino</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jan 2024 16:21:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Adam Smith a Pechino Salvatore A. Bravo • 31 gennaio 2024 • &#160; Il comunismo nella formula cinese è nell’Occidente motivo di discussione. Non pochi comunisti ritengono che in Cina il montante capitalismo del dragone sia soltanto mera apparenza, in quanto lo Stato cinese usa e incentiva gli appetiti borghesi e capitalistici per sollecitare la produzione e [...]]]></description>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/01/9788807104299_quarta.jpg.1920x1920_q85.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8765" title="9788807104299_quarta-jpg-1920x1920_q85" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/01/9788807104299_quarta.jpg.1920x1920_q85-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Adam Smith a Pechino</h1>
<h2><a title="Post di Salvatore A. Bravo" href="https://www.linterferenza.info/author/salvatore-a-bravo/" rel="author">Salvatore A. Bravo</a> • <time datetime="2024-01-31">31 gennaio 2024</time> •</h2>
</header>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<p>Il comunismo nella formula cinese è nell’Occidente motivo di discussione. Non pochi comunisti ritengono che in Cina il montante capitalismo del dragone sia soltanto mera apparenza, in quanto lo Stato cinese usa e incentiva gli appetiti borghesi e capitalistici per sollecitare la produzione e risolvere la piaga della povertà. I risultati sono strabilianti, la Cina è oggi avviata a superare gli Stati Uniti nella produzione ed è concorrente temibile in campo tecnologico, funge da <em>katechon </em>all’onnipotenza a stelle e strisce.</p>
<p>Nel testo di Giovanni Arrighi <em>Adam Smith a Pechino</em>, l’autore dimostra che la via cinese al comunismo passa attraverso la formula smithiana. Adam Smith con la sua  “<em>La ricchezza delle nazioni”</em> è spesso citato, ma nei fatti pochi sono i lettori del testo di Adam Smith. Due sono gli obiettivi che si desumono dal saggio di Arrighi: rimuovere i pregiudizi su Adam Smith e dimostrare come la via cinese verso il benessere collettivo passi attraverso il mercato efficacemente controllato e non certo dal pensiero marxista e marxiano.</p>
<p>Adam Smith non è stato il fautore dell’autoregolamentazione del mercato, ma dello Stato forte che regola il mercato. La Cina applica la formula smithiana inconsapevolmente. Il mercato in Cina è solo un mezzo, i capitalisti e la borghesia sono al servizio del benessere collettivo. Non vi sono monopoli, ma capitalisti in competizione, per cui la Cina comunista risulta essere più liberale nei principi degli Stati che si dichiarano baluardo del sistema liberale e liberista:</p>
<p><em>“Più difficile risulta invece stabilire se il governo cinese è avviato a trasformarsi nel comitato d’affari della borghesia nazionale che sta emergendo nel cuore stesso della Cina. Tornerò dopo su questo punto, ma per il momento c’è un’altra caratteristica smithiana della transizione cinese all’economia di mercato che suggerisce cautela nell’identificarla con una transizione al capitalismo tout court. Si tratta dell’attivo incoraggiamento della concorrenza da parte del governo non solo fra i capitali provenienti dall’estero, ma fra tutti i capitali, stranieri o cinesi, privati o pubblici che siano. Anzi, dalle riforme è venuto un segnale assai più forte in direzione dell’aumento della concorrenza per mezzo della rottura dei monopoli nazionali e dell’eliminazione delle barriere che in direzione della privatizzazione<a name="_ftnref1" href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI#_ftn1"></a><strong>[1]</strong>”.</em></p>
<p>I capitali stranieri trovano accoglienza nella Cina comunista, anch’essi sono parte dell’uso pubblico-collettivo del capitale. Lo Stato comunista fa entrare nel “Celeste impero” solo i capitali stranieri e le produzioni necessarie allo sviluppo della stessa. Lo Stato e la classe dirigente comunista pianificano il mercato, i piani quinquennali sono stati sostituiti con la regolamentazione del mercato, il quale è sottratto pertanto  al caos e alle accese contraddizioni della deregolamentazione liberista:</p>
<p><em>“Il governo cinese ha anche accolto bene gli investimenti diretti dall’ estero ma, di nuovo, solo se valutava che fossero funzionali all’interesse nazionale del paese. Per esempio, all’inizio degli anni Novanta alla Toshiba e ad altri grandi gruppi giapponesi venne detto, senza troppe cerimonie, che, se non avessero portato con sé anche tutto l’indotto della loro componentistica, potevano fare a meno di venire in Cina<a name="_ftnref2" href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI#_ftn2"></a><strong>[2]</strong>”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Potere economico e politico</p>
<p>Sorge inesorabile la domanda come possa lo Stato cinese comunista resistere all’assimilazione cannibalica del capitalismo. L’accumulo di denaro non può che tradursi in dominio sociale e in controllo dello Stato. Il potere corruttivo del denaro penetra nelle istituzioni e le svuota del loro senso politico e sociale. Lo Stato cinese evita tale deriva impedendo i monopoli e ponendo le condizioni per la competizione tra capitalisti. La lotta è selettiva e ha lo scopo di indebolire il potere economico e politico dei capitalisti. La competizione consente guadagni che, in teoria, non hanno il potere di controllare la politica. Il comunismo è salvo, in quanto la competizione è solo fra i capitalisti e non fra gli operai e i contadini. La via dello sviluppo della Cina sarebbe definita da Adam Smith naturale, poiché la Cina ha consolidato l’agricoltura e il mercato interno e solo successivamente ha puntato sul commercio estero. La classe dirigente comunista seguendo tale protocollo di sviluppo difende la comunità dal mercato consolidandosi e stabilizzando il benessere:</p>
<p><em>“Lo stato deve riuscire a mettere in competizione fra loro i capitalisti, piuttosto che i lavoratori, così che i profitti si riducano al valore minimo tollerabile, deve incoraggiare la divisione del lavoro fra le unità produttive e fra le comunità piuttosto che all’interno di ciascuna di esse e investire nell’istruzione per contrastare gli effetti negativi della divisione del lavoro sul livello intellettuale della popolazione. Il governo deve vedere come prioritaria la formazione di un mercato interno e lo sviluppo dell’agricoltura, gettando così le basi dell’industrializzazione e, con il passare del tempo, anche del commercio estero e degli investimenti stranieri. Se però queste priorità dovessero scontrarsi con quello che è“il primo dovere del sovrano” cioè“proteggere la società dalla violenza e dall’invasione da parte di altre società indipendenti”, Smith ammette che si possa dare priorità all’industria e al commercio estero. Molte delle caratteristiche del ritorno della Cina all’economia di mercato combaciano con questa concezione smithiana di sviluppo di mercato piuttosto che con la concezione dello sviluppo capitalistico di Marx secondo cui i governi non sono che i comitati d’affari della borghesia e, come tali, facilitano la separazione dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione e agevolano la tendenza dei capitalisti a spostare sui lavoratori la pressione della concorrenza che il processo di accumulazione fa nascere fra loro<a name="_ftnref3" href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI#_ftn3"></a><strong>[3]</strong>”.</em></p>
<p>La competizione non si applica solo ai privati ma anche alle aziende pubbliche, le quali sono gestite con criteri privati e liberisti. Ancora una volta la competizione è il volano per neutralizzare le logiche di dominio e di accaparramento che potrebbero convertirsi in dominio politico e in asservimento della classe dirigente:</p>
<p><em>“In effetti la riforma chiave non è stata tanto la privatizzazione, quanto l’aver costretto le imprese statali a farsi concorrenza fra loro e a subire quella delle compagnie straniere e soprattutto quella di un variegato schieramento in cui si contano nuove aziende private, nuove aziende a partecipazione privata e imprese di proprietà delle comunità. L’effetto della concorrenza ha prodotto una brusca riduzione della frazione dell’occupazione e della produzione totali attribuibili all’industria di stato rispetto al periodo 1949-1979. Ma come vedremo ciò non ha significato una rinuncia del governo alla sua azione di promozione dello sviluppo, che si è invece rinvigorita con poderose iniezioni di risorse per il decollo di nuovi settori industriali, con la creazione dei nuovi distretti dedicati all’esportazione (Export Processing Zones, Epz), con l’allargamento e modernizzazione dell’istruzione superiore e con il lancio della costruzione di grandi infrastrutture, il tutto su una scala che non ha precedenti fra i paesi con reddito pro capite paragonabile<a name="_ftnref4" href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI#_ftn4"></a><strong>[4]</strong>”.</em></p>
<p>Le disuguaglianze sociali non possono che essere la logica conseguenza della privatizzazione reale dell’economia. Il governo cinese interviene limitando le disuguaglianze e favorendo politiche sociali:</p>
<p><em>“Gli ultimi sviluppi sembrano confermare l’affermazione di Amin sulla diffusione e sull’efficacia del conflitto sociale in Cina. Nel febbraio del 2006, per far fronte alla crescita delle diseguaglianze e alla continua turbolenza nelle campagne, il governo cinese ha proclamato una grande iniziativa con la parola d’ordine “Per una nuova campagna socialista”, con l’obiettivo di migliorare le condizioni sanitarie, culturali e il benessere dei contadini e congelare, nel contempo, la privatizzazione della proprietà della terra. Come spiega Wen Tiejun dell”Università di Renmin, “il governo centrale ha mutato rotta, puntando l’attenzione sulle diseguaglianze nello sviluppo. Le diseguaglianze economiche portano con sé il conflitto sociale, e il conflitto sociale è ormai diventato un problema di primaria grandezza”. Un mese dopo, per la prima volta negli ultimi dieci anni, il Congresso nazionale del popolo si è impegnato a fondo in un dibattito ideologico su socialismo e capitalismo che molti avrebbero dato per obsoleto dopo un così lungo periodo di rapida crescita economica. A essere messa in discussione non era la scelta del meccanismo di mercato, ma piuttosto le impressionanti diseguaglianze fra ricchi e poveri, la corruzione diffusa, il lavoro selvaggio e la rapina della terra<a name="_ftnref5" href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI#_ftn5"></a><strong>[5]</strong>”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>“</strong>Tiestì?”</p>
<p>Ciò che resta insoluto nell’analisi di Arrigo Giovanni e di non pochi comunisti che asseriscono che la Cina sia un paese comunista, poiché è lo Stato a dirigere l’economia, è la definizione di comunismo. Ridurre il comunismo a controllo statale dell’economia e a ridistribuzione dei redditi e dei beni, è definizione, a mio avviso, riduzionista ed economicistica. Il comunismo marxiano ha il fine di porre fine “all’età della giungla”, ovvero al  dominio castale tra uomo e uomo e tra classe e classe. Finalità implicitamente ontologica e assiologica; l’essere umano può determinarsi pienamente sviluppando la sua eccellenza etica e razionale, ma solo in una realtà sociale senza la  logica del dominio ciò è possibile. Un sistema che punta unicamente sulla competizione estesa al pubblico come al privato non può che formare all’economicismo senza prospettiva comunista nel senso alto del significato. Il fare crematistico e competitivo diviene un modo di essere e di impostare le relazioni. Il comunismo nell’ottica della sola produzione e distribuzione dei beni non è tale, ma è solo “economicismo sociale”. La formula della competizione non alleva e non è l’ostetrica del bene comunitario,  soddisfa i bisogni primari fondamentali, ma si arena in essi.</p>
<p>La tensione tra realismo e utopia realizzabile senza “fantasie perniciose di perfezione” viene a mancare nel sistema comunista cinese, al punto che si può ipotizzare che fra qualche decennio sarà il partito o la borghesia capitalistica nascente a ritenere esaurita e superflua la formula comunista del mercato, la quale rischia di essere il mezzo con cui il capitalismo penetra in Cina colonizzando le menti al peggior liberismo.  Nessuna rivoluzione sopravvive negando i fini ultimi per cui si è affermata. Il realismo rischia di schiacciare e demotivare l’afflato comunista sulla sola economia con l’effetto che i cinesi vivono gli slogan comunisti, si può ipotizzare,  solo come formule a cui corrisponde il “niente”, l’unica realtà visibile è la stratosferica condizione di alcuni e la modesta condizione di molti. Invidia sociale e individualismo sono il <em>cavallo di Troia</em> con cui il capitalismo divora le comunità. La trappola è un avvitamento su stesso del sistema e uno scollamento tra il partito e il popolo, e ciò potrebbe essere la premessa per il “grande balzo” verso il capitalismo.</p>
<p>L’Unione Sovietica è caduta per la demotivazione ideologica dei russi.</p>
<p>In un tempo in cui il paradigma economicistico impera e colonizza i corpi vissuti, controlla parole, i comportamenti e i gesti, la capacità di analisi critica si limita a valutare le sole variabili quantitative rimuovendo una eterna verità: l’essere umano ha la sua eccellenza nella motivazione qualitativa e relazionale/comunitaria, senza la qualità la quantità diviene fattore di instabilità e di regressione. La Rivoluzione può sopravvivere solo se i bisogni materiali fondamentali ritrovano il loro senso nella qualità, non a caso Marx dimostra dalla sua tesi di laurea («Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e di Epicuro») al <em>Capitale </em>di fondare la sua critica sui pensatori dell’Antica Grecia, in particolare Aristotele ed Epicuro. Per definire il comunismo è indispensabile riconnettere il quantitativo al qualitativo, solo in tal modo è possibile riorientarci nella storia e disporci verso il</p>
<p><a name="_ftn1" href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI#_ftnref1"></a>[1] Giovanni Arrighi, Adam Smith an Pechino,Mimesis, 2021, Capitolo 12 origini e dinamica dell’ascesa cinese</p>
<p><a name="_ftn2" href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI#_ftnref2"></a>[2] Ibidem</p>
<p><a name="_ftn3" href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI#_ftnref3"></a>[3] Ibidem</p>
<p><a name="_ftn4" href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI#_ftnref4"></a>[4] Ibidem</p>
<p><a name="_ftn5" href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI#_ftnref5"></a>[5]Ibidem: Capitolo I Marx a Detroit, Smith a Pechino</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/in-evidenza/adam-smith-pechino/?fbclid=IwAR21joNPpsJAmjoput3XuMpGQnOyLwUdQN7CbDGEdx_Oh0A5hP4ZsjzWBEI">Adam Smith a Pechino &#8211; l&#8217;interferenza (linterferenza.info)</a></p>
</div>
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		<title>Il 2023 della politica e dell’economia mondiali visto dalla Cina</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jan 2024 15:23:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Il 2023 della politica e dell’economia mondiali visto dalla Cina GIULIO CHINAPPI   29/12/20230  &#160; Il 2023 si conclude con la Cina che, in mezzo alle turbolenze globali, ha svolto un ruolo attivo nella mediazione dei conflitti e ha contribuito alla ripresa economica mondiale. Di seguito la traduzione dell’editoriale del Global Times. Un 2023 pieno di eventi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<header>
<h1></h1>
<p><img src="https://th.bing.com/th/id/OIP.TKc6jxM2XnEUnVFDPTKh6gHaEo?rs=1&amp;pid=ImgDetMain" alt="Cristãos são perseguidos pelo islamismo radical na China – Comunhão" /></p>
<h1></h1>
<h1>Il 2023 della politica e dell’economia mondiali visto dalla Cina</h1>
<div></div>
<div><strong>GIULIO CHINAPPI   <a title="Permalink a Il 2023 della politica e dell’economia mondiali visto dalla Cina" href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/12/29/il-2023-della-politica-e-delleconomia-mondiali-visto-dalla-cina/" rel="bookmark">29/12/2023</a><a href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/12/29/il-2023-della-politica-e-delleconomia-mondiali-visto-dalla-cina/#respond">0</a> </strong></div>
</header>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<p>Il 2023 si conclude con la Cina che, in mezzo alle turbolenze globali, ha svolto un ruolo attivo nella mediazione dei conflitti e ha contribuito alla ripresa economica mondiale. Di seguito la traduzione dell’editoriale del <em>Global Times</em>.</p>
<div>
<figure><img src="https://giuliochinappi.files.wordpress.com/2023/12/planisfero-sinocentrico.jpg?w=850" alt="" width="850" height="406" data-attachment-id="19859" data-permalink="https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/12/29/il-2023-della-politica-e-delleconomia-mondiali-visto-dalla-cina/planisfero-sinocentrico/" data-orig-file="https://giuliochinappi.files.wordpress.com/2023/12/planisfero-sinocentrico.jpg" data-orig-size="850,406" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="planisfero-sinocentrico" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://giuliochinappi.files.wordpress.com/2023/12/planisfero-sinocentrico.jpg?w=300" data-large-file="https://giuliochinappi.files.wordpress.com/2023/12/planisfero-sinocentrico.jpg?w=850" /></figure>
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<p>Un 2023 pieno di eventi sta volgendo al termine. <a href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/12/28/israele-stato-terrorista-netanyahu-come-hitler-sempre-piu-accuse-contro-i-crimini-del-sionismo/">Il conflitto tra Palestina e Israele ha nuovamente coinvolto gli Stati Uniti in un’altra crisi del Medio Oriente</a>, mentre la caotica politica interna degli Stati Uniti, esacerbata dalla polarizzazione interna del Paese, continua a creare incertezza e gettare un’ombra oscura sul mondo. <a href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/06/07/lucraina-fallisce-la-propria-offensiva-e-ricorre-ancora-al-sabotaggio/">Il prolungato conflitto tra Russia e Ucraina spaventa l’Europa</a>, che sta trovando sempre più difficile affrontare l’approvvigionamento di armi all’Ucraina. Inoltre, il continente è colpito da difficoltà finanziarie e industriali, oltre che dalla crescente forza dei movimenti di estrema destra.</p>
<p>In mezzo a un contesto così turbolento, la Cina ha cercato, come sempre, di svolgere un ruolo imparziale e attivo nella mediazione dei conflitti, contribuendo con la sua saggezza a promuovere la pace in tutto il mondo. Inoltre, è riuscita anche a iniettare nell’economia mondiale la tanto necessaria energia positiva e stabilità.</p>
<p>Gli osservatori cinesi sostengono che la Cina è entrata in una fase chiave di sviluppo per via dei profondi cambiamenti globali. Poiché lo sviluppo rapido del Paese nei decenni passati è stato in parte dovuto a un ambiente circostante stabile e pacifico, e dato che tale ambiente è ora in pericolo, il Paese deve creare da sé le condizioni favorevoli per la sua nuova fase di sviluppo di alta qualità, affermano gli esperti.</p>
<p>Il Forum di Pechino Xiangshan, tenutosi ad ottobre, ha registrato una partecipazione record quest’anno. È una piattaforma di rilievo attualmente in grado di accogliere partecipanti da Russia, Ucraina, Israele e Iran, specialmente dopo lo scoppio della crisi in Ucraina e l’ultimo conflitto tra Palestina e Israele.</p>
<p>Il colonnello Zhao Xiaozhuo, vice direttore del Segretariato del Forum di Pechino Xiangshan, ha dichiarato che tutti i partecipanti al forum, indipendentemente dal Paese di provenienza, condividono aspettative simili nei confronti della Cina, ovvero che Pechino si impegni maggiormente nella mediazione e nella risoluzione delle questioni globali.</p>
<p>Zhao ha detto al Global Times che ciò non è dovuto solo alla crescente forza della Cina, ma anche al fatto che la Cina è sempre stata un pacificatore e un costruttore di pace a livello internazionale. “<em>Basta guardarsi attorno: crisi e conflitti si estendono dall’Europa al Medio Oriente, all’Africa. Ma la pace prospera nella regione Asia-Pacifico perché la Cina ha svolto un ruolo significativo nel mantenere tale pace</em>“, ha affermato Zhao. Ha sottolineato che questo non si deve al fatto che la regione sia priva di problemi; ma al fatto che la Cina, in quanto grande potenza regionale, propugna la pace.</p>
<p>Retrospettivamente, gli sforzi della Cina per promuovere la pace hanno dato frutti nel 2023, un anno intriso di conflitti e confronti. A marzo, dopo anni di ostilità, A<a href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/03/13/accordo-iran-arabia-saudita-grande-successo-della-diplomazia-cinese/">rabia Saudita e Iran hanno accettato di ristabilire legami diplomatici dopo colloqui facilitati dalla Cina</a>, un sviluppo significativo per entrambe le nazioni e un beneficio per la sicurezza e la stabilità del Medio Oriente.</p>
<p>Ad ottobre, <a href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/10/21/cina-il-discorso-di-xi-jinping-al-belt-and-road-forum-per-la-cooperazione-internazionale/">il terzo Forum per la Cooperazione Internazionale della Via della Seta</a> (Belt and Road Forum) si è tenuto con successo a Pechino. Rappresentanti di oltre 110 Paesi hanno partecipato al forum e sono stati raggiunti un totale di 458 risultati, molto più del secondo BRF.</p>
<p>A novembre, a San Francisco, leader cinesi e statunitensi hanno concluso un significativo vertice Cina-Stati Uniti, che gli esperti ritengono abbia stabilito la direzione per uno sviluppo sano, stabile e sostenibile delle relazioni Cina-Stati Uniti, segno di sollievo per il mondo.</p>
<p>Tra le varie sfide e problemi che stiamo affrontando attualmente, la relazione tra Cina e Stati Uniti è la più significativa. L’ultimo incontro tra i capi di stato in San Francisco ha instillato fiducia nella stabilità strategica delle relazioni bilaterali, ha dichiarato l’ammiraglio Yang Yi della Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo Cinese al <em>Global Times</em>. Tuttavia, ha notato che questa fiducia da sola non può risolvere le contraddizioni fondamentali tra i due Paesi.</p>
<p>Dopo l’incontro tra i capi di Stato di Cina e Stati Uniti, Washington non ha cessato i suoi tentativi di ostacolare lo sviluppo della Cina. Il mese scorso, le forze armate delle Filippine e degli Stati Uniti hanno lanciato pattugliamenti congiunti nelle acque vicino all’isola di Taiwan, ha riferito <em>Reuters</em>, notando che potrebbe essere un movimento per “<em>attizzare ulteriormente le tensioni con la Cina</em>“.</p>
<p>La repressione degli Stati Uniti contro la Cina in tutti i settori, incluso quello commerciale e tecnologico, e la creazione di problemi vicino alla porta di casa della Cina, fanno sì che gli osservatori cinesi vedano la rivalità Cina-Stati Uniti come la principale contraddizione che influisce sulla situazione attuale, ha dichiarato Jin Canrong, decano della Scuola di Studi Internazionali presso l’Università Renmin della Cina, al<em> Global Times</em>. Ha aggiunto che di fronte alla pressione degli Stati Uniti, purché mantenga lo sviluppo e la stabilità interni, la Cina potrà gestire bene la situazione.</p>
<p>Zhao ha affermato che negli ultimi 40 anni, lo sviluppo rapido della Cina è stato in gran parte attribuito a un ambiente pacifico e stabile. Tuttavia, attualmente tale ambiente è stato compromesso, e la Cina dovrebbe costruire ed è in grado di costruire un ambiente pacifico per sé stessa, per un’altra fase di sviluppo rapido.</p>
<p>Motore della crescita economica globale</p>
<p>Nel 2023, l’economia cinese si è ripresa ed è in cammino verso uno sviluppo di alta qualità. Nei primi tre trimestri del 2023, il PIL della Cina è cresciuto del 5,2% raggiungendo i 91,3 bilioni di yuan ($12,5 bilioni), mantenendo una posizione di leadership tra le principali economie globali in termini di tasso di crescita.</p>
<p>Gli esperti sostengono che il recupero economico complessivo della Cina quest’anno ha gettato basi solide per raggiungere l’obiettivo annuale di crescita economica di circa il 5%. Con politiche stabili e un forte slancio di crescita, la Cina è diventata una fonte di fiducia nel guidare una ripresa economica globale sostenibile.</p>
<p>Cao Heping, economista presso l’Università di Pechino, ha dichiarato che se l’economia cinese cresce del 5% nel 2023, il suo PIL raggiungerà i 127 bilioni di yuan, rappresentando circa il 18% dell’economia globale.</p>
<p>“<em>La contribuzione della Cina all’economia mondiale è significativa. A differenza della stampa eccessiva di moneta degli Stati Uniti, le politiche stabili della Cina hanno portato a beni accessibili e contribuito in modo tangibile al mondo</em>“, ha detto Cao al <em>Global Times</em>.</p>
<p>Recentemente, diverse organizzazioni internazionali e istituzioni finanziarie hanno rivisto al rialzo le loro previsioni per l’economia cinese. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha alzato la sua previsione di crescita per la Cina quest’anno al 5,2%, mentre il Fondo Monetario Internazionale (FMI) l’ha portata al 5,4%.</p>
<p>Il FMI prevede che il contributo della Cina alla crescita economica globale quest’anno supererà il 30%, consolidando il suo ruolo come un importante motore per una stabile crescita economica globale.</p>
<p>“<em>Le nostre ricerche mostrano che una crescita più rapida in Cina ha anche effetti positivi su tutto il mondo. Ad esempio, un aumento di 1 punto percentuale nella crescita in Cina aumenterebbe, in media, il livello della produzione in altre economie dello 0,3% nel medio termine. Ciò illustra come una crescita robusta in Cina sia buona sia per la Cina che per la domanda globale</em>“, ha dichiarato Steven Alan Barnett, rappresentante residente senior del FMI in Cina, in un’intervista esclusiva rilasciata al <em>Global Times</em> all’inizio di questo mese.</p>
<p>La Cina vedrà più condizioni favorevoli che sfavorevoli per lo sviluppo economico l’anno prossimo e lo sviluppo economico cinese ha ancora enormi opportunità nonostante la crescita globale lenta e la domanda interna insufficiente, secondo un funzionario dell’Ufficio del Comitato Centrale per gli Affari Finanziari ed Economici.</p>
<p>Man mano che le aspettative sociali migliorano gradualmente, il risparmio elevato contribuirà a stimolare il consumo e gli investimenti. Una serie di politiche governative, tra cui l’emissione di 1 trilione di yuan in obbligazioni governative aggiuntive, la riduzioni dei tassi di interesse e dei coefficienti di riserva, e i tagli fiscali e delle tasse, continueranno a produrre effetti l’anno prossimo, ha dichiarato l’ufficiale.</p>
<p><a href="https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/12/29/il-2023-della-politica-e-delleconomia-mondiali-visto-dalla-cina/">Il 2023 della politica e dell’economia mondiali visto dalla Cina | World Politics Blog (wordpress.com)</a></p>
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		<title>L’ENIGMA DEL “MIRACOLO” CINESE E LA NECESSITA’ DI RIDEFINIRE IL CONCETTO DI SOCIALISMO</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Nov 2023 18:35:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Adam Smith]]></category>
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		<category><![CDATA[Giovanni Arrighi]]></category>
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		<description><![CDATA[L’ENIGMA DEL “MIRACOLO” CINESE E LA NECESSITA’ DI RIDEFINIRE IL CONCETTO DI SOCIALISMO   &#160; &#160; 1.  L’intuizione di Arrighi.  &#160; Nel secondo volume di Guerra e rivoluzione (1) intitolato “Elogio dei socialismi imperfetti”, mi occupo ampiamente del caso Cina (Cap. I) e delle rivoluzioni bolivariane in America Latina (Cap. III). Qui torno esclusivamente sulla questione cinese, perché un&#8217;analisi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/11/97888551978612.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8705" title="97888551978612" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/11/97888551978612-199x300.jpeg" alt="" width="199" height="300" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1><strong>L’ENIGMA DEL “MIRACOLO” CINESE E LA NECESSITA’ DI RIDEFINIRE IL CONCETTO DI SOCIALISMO  </strong></h1>
<p>&nbsp;</p>
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<p><strong>1.  L’intuizione di Arrighi. </strong></p>
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<p>Nel secondo volume di <em>Guerra e rivoluzione</em> (1) intitolato “Elogio dei socialismi imperfetti”, mi occupo ampiamente del caso Cina (Cap. I) e delle rivoluzioni bolivariane in America Latina (Cap. III). Qui torno esclusivamente sulla questione cinese, perché un&#8217;analisi comparativa con altre esperienze, passate e attuali, richiederebbe molto più spazio. Dal titolo appena citato è evidente quale sia il mio giudizio nei confronti delle esperienze trattate in quelle pagine: contrariamente alla maggioranza degli intellettuali marxisti occidentali, per tacere degli autori genericamente “di sinistra”, i quali blaterano di capitalismo di stato o, nella migliore delle ipotesi, di tentativi più o meno riusciti di emancipazione dal dominio neocoloniale, ritengo che si tratti di rivoluzioni antimperialiste che hanno imboccato la strada della transizione al socialismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Attenendomi alla sola Cina, questo giudizio si fonda su una serie di dati di fatto di cui mi limito a elencare qui di seguito i più significativi: anche dopo le riforme degli anni Settanta, i settori strategici dell’economia (sia in campo industriale che in campo finanziario) sono rimasti sotto il controllo politico dello stato/partito; l’agricoltura è stata (parzialmente) liberalizzata ma non privatizzata; gli investimenti stranieri vengono utilizzati per accelerare lo sviluppo tecnologico e scientifico oltre che economico, senza permettere che influiscano sugli equilibri generali del sistema; gli investimenti diretti all’estero sono finalizzati a favorire lo sviluppo dei Paesi beneficiari e non a sottoporli al ricatto dell’economia del debito (una logica opposta a quella degli investimenti occidentali); i tentativi della borghesia nazionale di trasformare il proprio potere economico in potere politico vengono stroncati; lo straordinario successo economico, che in una prima fase ha imposto pesanti sacrifici alle classi lavoratrici, è stato successivamente utilizzato per riscattare centinaia di milioni di cittadini dalla povertà assoluta, elevare i salari operai e i redditi contadini, migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle masse e spostare progressivamente il motore dello sviluppo dalle esportazioni ai consumi interni; infine questo rapido e tumultuoso processo di trasformazione socioeconomica non si è accompagnato – come auspicato dalle élite occidentali – ad una evoluzione in senso liberal-democratico del sistema politico, ma ha mantenuto la barra del timone verso l’obiettivo di realizzare nuove forme di democrazia popolare (2).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’elenco di argomenti appena addotti – nella nota qui sopra trovate le fonti principali da cui ho tratto ispirazione &#8211; non basterebbe di per sé a giustificare il mio giudizio sulla natura dell’esperimento cinese: a determinarlo, in effetti, è stato soprattutto il capolavoro di Giovanni Arrighi,<em> Adam Smith a Pechino </em>(3).<em> </em>Nelle prime pagine Arrighi esorta a “prendere più sul serio la sociologia economica dell’economia”. Di conseguenza, il suo approccio all’analisi del mondo contemporaneo segue la via tracciata da autori come Fernand Braudel e Karl Polanyi, i quali hanno spostato il piano dell’analisi del capitalismo dall’economia “pura” alla sociologia, alla storia e all’antropologia culturale. Ma soprattutto Arrighi sovverte l&#8217;interpretazione “canonica” delle teorie di Adam Smith: costui, scrive, non fu solo l’apologeta del mercato autoregolantesi, ma anche colui che auspicò l’esistenza di uno Stato forte, senza il quale non si danno le condizioni di esistenza del mercato. La sua idea di fondo era che i mercati non devono essere abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e di governo. Questo è uno dei motivi per cui Smith ammirava la Cina. Nel 1776 scriveva infatti che la Cina era più ricca di qualsiasi Paese europeo grazie al carattere “stazionario” della sua economia, cioè grazie al fatto che, pur non essendo mossa dalla spinta all’accumulazione illimitata,  aveva raggiunto la pienezza di ricchezze consentita dalla natura del suolo, dal clima e dalla posizione geografica; ma soprattutto Smith definiva “naturale” questo tipo di sviluppo, basato sull’agricoltura e sul commercio interno, contrapponendolo allo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero, a suo avviso meno favorevole all’interesse nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Partendo da questa contrapposizione, Arrighi critica la tesi marxista che vede nello sviluppo capitalistico il modello da cui il mondo intero dovrà passare, prima di riuscire a liberarsene. Se si accetta tale tesi, lo sviluppo che Smith definisce “naturale” non può sopravvivere in un mondo in cui  si sia diffuso lo sviluppo “innaturale” delle nazioni capitalistiche europee.<em> </em>Marx era infatti convinto che il mondo intero fosse destinato ad appiattirsi sul modo di produzione capitalistico: ogni altra formazione sociale era destinata a “sciogliersi” non appena fosse entrata in contatto con il mercato capitalistico. L’irresistibile potenza distruttiva della via “innaturale” (per usare la terminologia di Smith) era frutto  dell’intensa competizione fra nazioni europee che aveva generato un mix unico di capitalismo, industrialismo e militarismo, unitamente a una superiorità tecnologica destinati ad annientare la resistenza delle altre nazioni. Eppure, scrive Arrighi, l’appiattimento “globalista” previsto da Marx non si è realizzato: esistono culture, tradizioni, modelli di relazioni sociali, forme di vita non solo hanno resistito ma, sfruttando la crisi del modello neoliberale, hanno generato modelli di sviluppo alternativi a quello dominante, fondati sul mercato ma non capitalistici, di cui la Cina rappresenta l’esempio più significativo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’analisi di Arrighi parte da lontano, evocando alcune costanti che hanno caratterizzato la storia millenaria della Cina. Ricorda che l’Oriente asiatico è stato l’avanguardia dello sviluppo mondiale per due millenni  e che solo il fulmineo sviluppo della potenza tecnologico-militare europea ha oscurato questo primato.  Solo nel XIX secolo la rivoluzione industriale occidentale sembrò avere ragione della “rivoluzione industriosa” orientale, concetto con cui Arrighi si riferisce alla struttura istituzionale dominante in Asia  che, mentre era deficitaria in tema di innovazioni su larga scala, investimenti in capitale fisso e traffici di lunga distanza, favoriva tecnologie ad alta intensità di lavoro, privilegiando le risorse umane rispetto alle risorse materiali. Arrighi ricorda poi che fra le principali formazioni politiche dell’Oriente asiatico non si registrarono guerre degne di nota, né tentativi di dare vita a imperi d’oltremare dal Seicento agli inizi del Novecento. Negli stessi anni, lo scenario europeo è invece caratterizzato dalla continua competizione militare fra le varie nazioni e dalla tendenza generalizzata all’espansione geografica. Nel secolo XVIII lo stato nazione cinese esisteva da tempo immemorabile e, sotto le dinastie Ming e Qing, aveva sviluppato un immenso mercato interno. I Ming diedero la precedenza al mercato interno, arrivando a inibire quello esterno, e i Qing, oltre ad accentuare tale strategia, impegnarono tutte le risorse nel consolidamento di relazioni pacifiche con i confinanti e, nello sforzo di integrare una economia nazionale basata sull’agricoltura, promossero la ridistribuzione delle terre sottratte ai grandi proprietari. Queste politiche generarono prosperità e crescita demografica, ma impedirono ai cinesi di percepire il pericolo che incombeva da Occidente.  Eppure non sarà la superiorità economica del modello occidentale a mettere in ginocchio la Cina: in barba alle previsioni di Marx ed Engels, secondo cui le merci occidentali a buon mercato sarebbero state “l’artiglieria pesante con cui la borghesia europea avrebbe abbattuto le muraglie cinesi”, i mercanti inglesi scoprirono di non poter battere la concorrenza di quelli cinesi. Per sfondare in Cina gli occidentali dovettero ricorrere alla violenza, scatenando le due guerre dell’oppio. Dopodiché seguì un secolo di umiliazioni per una Cina esposta a ogni genere di vessazioni non solo da parte dei “barbari” occidentali ma anche del Giappone, fino all’invasione da parte di quest’ultimo che anticipò di qualche anno lo scoppio della Seconda guerra mondiale.</p>
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<p>Quali fattori hanno favorito l’ascesa della Cina che dalla rivoluzione del 1949 è riuscita a issarsi al ruolo di competitor nei confronti di un impero Usa in declino? Arrighi retrodata l’inizio del processo agli anni della grande rivolta dei popoli asiatici e africani contro l’Occidente nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, caratterizzati dalla nascita di un  fronte ampio di nazioni ex coloniali – i “non allineati” della conferenza di Bandung (1955) – che si allearono per rivendicare un nuovo ordine economico internazionale. Le loro velleità vennero stroncate dalla controffensiva finanziaria degli Usa, ma, ancorché sconfitta, quella sollevazione non lasciò le cose com’erano prima. In particolare, creò le basi per l’ascesa della potenza collettiva di un arcipelago asiatico (del quale, prima della Cina, facevano parte  il Giappone e le cosiddette Tigri asiatiche) che si propose in tempi relativamente brevi come “officina del mondo” e fonte di enormi riserve di liquidità. Come ha potuto la Cina, pur inserendosi per ultima in tale concerto, diventare il capofila di questa sfida all’Occidente? Per spiegare il miracolo, Arrighi respinge l’idea secondo cui  sarebbe fondato sulla conversione del partito comunista e dello Stato cinesi al credo neoliberale: la verità, sostiene, è piuttosto che a determinarlo è stato il fatto che, scartando le <em>shock terapy</em> confezionate dal Washington Consensus per “risanare” le economie dell’ex Unione sovietica e dei suoi satelliti, Deng  ha imboccato una via riformista inspirata a un rigoroso gradualismo.</p>
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<p>A far decollare l’economia, è stata la decisione di imporre alle aziende statali di farsi concorrenza e di accettare la concorrenza delle aziende straniere e delle nuove aziende a partecipazione privata e di comunità. Né minore importanza nella formazione dell’immenso mercato interno cinese ha avuto la scelta di consentire (dal 1983) ai residenti delle aree rurali la possibilità di svolgere attività di trasporto e commercio anche a grande distanza. Infine Arrighi sfata due luoghi comuni: quello secondo cui la Cina sarebbe divenuta la fabbrica del mondo grazie al basso costo della sua forza lavoro, e quello secondo cui sarebbe stata favorita dall’enorme flusso di investimenti stranieri nelle Zone Speciali istituite dopo le riforme del 78. Ad attirare i capitali esteri, precisa, non è stato tanto il basso costo della forza lavoro quanto l’alta qualità di quest’ultima in termini di salute, livelli di istruzione e ampi margini di autonomia, tutte caratteristiche ereditate dall’era maoista. Quanto agli investimenti stranieri: più delle multinazionali occidentali, che mal tolleravano i vincoli legislativi imposti dallo Stato cinese, a trainarli furono soprattutto i cinesi della diaspora. Infine gli investimenti occidentali si sono dovuti avvalere della mediazione di “sensali” locali, così la lingua, le usanze e le reti sociali locali hanno contributo a proteggere l’economia cinese da eccessivi livelli di condizionamento da parte del capitale straniero.</p>
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<p>Tutto ciò si spiega, argomenta Arrighi, solo accettando che possa esistere uno sviluppo di mercato non di tipo capitalistico. Che è poi quello che i cinesi chiamano socialismo con caratteristiche cinesi, socialismo di mercato (o con mercato, secondo altri autori). È chiaro che questa, dal punto di vista dei marxisti ortodossi, è una eresia. Ma in <em>Adam Smith a Pechino</em> Arrighi suggerisce  un vero e proprio cambio di paradigma. Seguendo Braudel e Polanyi, prende commiato dalla prospettiva globalista di un mondo livellato dal processo di accumulazione capitalistico per mettere in luce la gigantesca novità che ci consegna la storia: un Paese di un miliardo e mezzo di persone che ha saputo compiere il miracolo di ibridare: 1) una millenaria tradizione storica capace di generare una forma di ricchezza fondata sulla stabilità sociale e sull’attenzione al bene della comunità; 2) la spinta innovativa di una rivoluzione di liberazione nazionale guidata dall’ideologia marxista-leninista; 3) un uso del mercato tanto spregiudicato quanto sottoposto al ferreo controllo dello stato-partito.</p>
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<p>Dalla lettura del libro di Arrighi si esce con la sensazione che il giudizio sulla natura dell’economia e della società cinesi rimanga in qualche modo sospeso: posto che definirlo capitalismo di stato ed etichettare la Cina come una nuova potenza imperialista è una palese idiozia, resta il dilemma: è un Paese socialista o si tratta di una formazione sociale di tipo nuovo? Il dilemma non viene sciolto nemmeno da Vladimiro Giacché in scritti (4) in cui evidenzia le differenze fra il socialismo int stile cinese e la visione marxiana che ha ispirato i partiti comunisti novecenteschi. Giacché prende le mosse dalla <em>Critica al Programma di Gotha </em>Marx e dall’ <em>Anti Duhring </em>di Engels. In quest’ultimo lavoro si affermava chiaramente che il socialismo non è caratterizzato solo dalla socializzazione dei mezzi di produzione, ma anche dalla fine della produzione mercantile e dei rapporti monetari. In poche parole: quelle che più tardi verranno descritte come caratteristiche del comunismo realizzato, vengono qui già attribuite al socialismo in quanto prima fase del comunismo. Né ciò verrà messo in discussione dal partito bolscevico negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione del 1917. Fino al 1919/20 Lenin pensava ancora che al monopolio di stato sul commercio sarebbe dovuta subentrare la sua sostituzione totale con la distribuzione organizzata secondo un piano, ma negli anni 1921-23, Lenin criticò le tesi  di coloro che sostenevano che si sarebbe potuti passare direttamente al socialismo senza un periodo di transizione, dopodiché finì per ammettere che tale fase di transizione sarebbe stata lunga e caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari.</p>
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<p>Tornando alla Cina, Giacché ha dunque ragione di affermare che “se la scomparsa della produzione mercantile è assunta quale unico parametro del carattere socialista di una società, non può considerarsi tale né la Cina di Mao, né tantomeno quella di Deng e dei successori”. Dopodiché ricorda che Lenin, in un discorso del 1918 ebbe a dire: “Noi siamo lontani anche dalla fine del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo (&#8230;). Noi sappiamo quanto sia difficile la strada che porta dal capitalismo al socialismo, ma abbiamo il dovere di dire che la nostra repubblica dei soviet è socialista, perché noi ci siamo avviati su questo cammino. Si ha dunque ragione di dire che il nostro Stato è una repubblica socialista dei soviet”. Posto che non si vede perché si debba negare ai comunisti cinesi il diritto di rivendicare a loro volta il carattere socialista della Repubblica Popolare cinese, Giacché ribadisce che ciò non scioglie il dubbio: la Cina è un Paese in transizione verso il socialismo o verso un modello inedito di formazione sociale?</p>
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<p>Non ho la presunzione di pensare che bastino a sciogliere il dubbio le critiche ad alcuni dogmi del marxismo occidentale che avanzo nel primo volume del già citato <em>Guerra e rivoluzione, </em>a partire dal fatto che le rivoluzioni socialiste si sono rivelate storicamente possibili solo in Paesi economicamente arretrati in lotta contro l’imperialismo. A tutte le tesi fin qui esposte, i marxisti ortodossi potrebbero replicare che l’affermazione del carattere socialista dell’esperienza cinese si riduce a un atto di fede, basato su argomentazioni di tipo ideologico-politico e antropologico-culturale, ma privo di sostanza sul piano socio-economico. A meno che non si riesca a dimostrare che alcune categorie fondamentali del marxismo, a partire da concetti fondanti come quelli di modo di produzione e di legge del valore, debbano essere riformulati. Ciò è esattamente quanto tentano di fare Alberto Gabriele ed Elias Jabbour nel libro (5) che intendo discutere nel prossimo paragrafo.</p>
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<p><strong>Modi di produzione/legge del valore/socialismo</strong></p>
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<p>Nel mio “Elogio dei socialismi imperfetti” affermavo: 1) che Cina, Vietnam, Cuba, Venezuela, Bolivia ecc. sono da considerare Paesi socialisti anche se si tratta di economie miste in cui permangono proprietà privata e scambi monetari; 2) che tale giudizio è fondato in primo luogo sulla espressa <em>volontà politica </em>dei rispettivi governi di realizzare il socialismo; 3) che, in particolare nel caso della Cina, tale volontà si estrinseca attraverso il rigoroso controllo dello stato/partito sui settori strategici dell’industria e della finanza; 4) che tutti questi Paesi sono impegnati nel miglioramento del benessere delle classi lavoratrici; 5) che tutti questi Paesi sono uniti nella lotta contro l’imperialismo occidentale capeggiato dagli Stati Uniti. E’ evidente che questi argomenti non soddisfano i requisiti “classici” che la teoria marxista richiede perché un Paese sia dichiarato socialista; ed è altrettanto evidente che questa visione, contrariamente a quanto affermato da Marx ed Engels, non considera il socialismo come una breve fase di transizione verso il comunismo ma come un modo di produzione a sé stante, in cui permangono le classi e il conflitto di classe, per cui il suo approdo al comunismo – da considerare un obiettivo di lunghissimo periodo da depurare dai connotati messianici di “paradiso in terra” (6) – non è un approdo “destinale” ma una <em>possibilità</em> legata all’esito dei conflitti sociali in questione. Questa visione trova riscontro nel succitato libro di Alberto Gabriele ed Elias Jabbour, i quali partono da una ridefinizione del concetto di socialismo che comporta un ripensamento critico di alcune categorie fondamentali del marxismo.</p>
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<p>Secondo Gabriele e Jabbour non esistono allo stato attuale Paesi che rispecchino modelli di ”puro” o pieno socialismo; esistono piuttosto Paesi definibili come “socialistic” o “socialist- oriented” (7). Definiamo socialist oriented, scrivono, le economie nazionali che soddisfano due condizioni: a) sono governate da forze politiche che rivendicano ufficialmente e credibilmente di essere impegnate nello sviluppo di un sistema socioeconomico socialista; b) possono ragionevolmente definirsi tali per essere avanzate in apprezzabile misura in direzione della costruzione del socialismo. Il grado di orientamento in senso socialistico è direttamente correlato con obiettivi quali la riduzione della disuguaglianza, la soddisfazione universale dei bisogni di base, la sostenibilità ambientale, ecc. Come si vede la proprietà di “essere socialista” è qui definita in senso non meno “debole” di quello indicato dal sottoscritto (vedi sopra), al punto che, in un altro passaggio, si riduce al rispetto di modalità di distribuzione dei redditi e della ricchezza nettamente più egualitarie di quelle in auge nei Paesi capitalisti (un’economia mista come quella degli anni Sessanta in Italia non era troppo lontana da soddisfare tale requisito). Infine Gabriele e Jabbour affermano che il socialismo come modo di produzione è radicato solo in certe aree del Sud ed è ancora nella sua infanzia (di fatto considerano “socialist oriented” solo Cina, Vietnam e Laos, mentre tacciono sui socialismi latinoamericani). Tuttavia sorge immediatamente un interrogativo: in che misura è possibile utilizzare in questo contesto il concetto di modo di produzione?</p>
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<p>La categoria marxiana di modo di produzione è complessa e presuppone l’esistenza di una serie di fattori altamente specifici (il modo di produzione capitalista non è definito solo dalla produzione di merci ma anche da precise figure sociali &#8211; borghesia e proletariato, o meglio capitale e lavoro – nonché dalle relazioni di produzione e scambio che le interconnettono, ecc.). Gabriele e Jabbour ricordano che, inteso nel suo senso più astratto, il modo in produzione è un <em>sistema</em> dotato di coerenza interna e leggi di autoconservazione e movimento (per inciso annotano che il concetto è compatibile con quello di sistema elaborato dalla teoria dei sistemi, e io aggiungerei con quello di struttura elaborato dallo strutturalismo, si pensi alla lettura althusseriana di Marx). Tuttavia si tratta appunto di un modello astratto, al quale le concrete formazioni socioeconomiche, storicamente e geograficamente determinate, possono aderire in misura significativamente diversa (con il termine formazione socioeconomica, Gabriele e Jabbour definiscono un sistema dotato di un certo grado di consistenza e stabilità interne che predomina storicamente in un dato luogo identificato da coordinate spaziotemporali).</p>
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<p>Ora – ed è qui che il discorso comincia a discostarsi dal marxismo “classico” – laddove Marx ipotizzava che il modo di produzione capitalistico, già tendenzialmente dominante in Europa ai suoi tempi, fosse destinato a diffondersi a livello mondiale fino a soppiantare tutti gli altri (a meno che non fosse rovesciato da una rivoluzione socialista), Gabriele e Jabbour sostengono che, anche nell’attuale contesto di tardo capitalismo “globalizzato”, il primato di un determinato modo di produzione può essere, in differenti contesti nazionali, assoluto o relativo. Gli Stati Uniti rappresentano un chiaro esempio di supremazia assoluta del modo di produzione capitalistico, ma in altre formazioni socioeconomiche due o più modi di produzione possono coesistere in relazioni che presentano relazioni di rivalità e/o di simbiosi (8), così come possono darsi situazioni di transizione da un modo di produzione a un altro.</p>
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<p>Questo pluralismo dei modi di produzione &#8211; riscontrabile soprattutto nel Sud del mondo, dove oltre a formazioni socioeconomiche socialist oriented esistono forme produttive e relazioni sociali di tipo precapitalistico (9) – non vieta di riconoscere che il modo di produzione dominante a livello mondiale resta il capitalismo, al tempo stesso non vieta di affermare che, laddove esso convive con altri modi di produzione, non è possibile stabilire a priori quale modo di produzione prevarrà nel lungo periodo &#8211; il che vale soprattutto laddove è in atto un processo di transizione, a meno di non assumere una visione teleologica della storia umana (10). In particolare, sostengono Gabriele e Jabbour, occorre prendere atto che il modo di produzione capitalista, ancorché tuttora dominante, lo è in misura minore del passato, in quanto il processo di globalizzazione ha offerto ai Paesi socialist-oriented l’opportunità di integrarsi nell’economia mondiale e di competere con i paesi capitalisti senza rinunciare al proprio progetto di transizione al socialismo. Infine, per definire la convivenza fra diversi modi di produzione a livello mondiale, Gabriele e Jabbour ricorrono al termine Meta Modo di Produzione che connota un sistema globale il cui minimino comun denominatore consiste nelle seguenti caratteristiche: produzione di merci e rapporti di produzione e scambio, vigenza della legge del valore e del processo di estrazione del plusvalore, coesistenza fra un macrosettore produttivo e un macrosettore improduttivo.</p>
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<p>Per poter affermare che queste caratteristiche – che Marx considera specifiche del modo di produzione capitalistico – sono compatibili con il processo di transizione al socialismo, Gabriele e Jabbour le sottopongono a un “indebolimento” semantico. Vediamo come. Posto che tutto il valore economico nelle società umane – capitaliste o socialiste &#8211; è generato in ultima istanza dal lavoro (11),  Gabriele e Jabbour affermano che l’esistenza del plusvalore non è di per sé indice di sfruttamento di classe né determina il grado di giustizia di una certa società. In quanto relazione sociale, scrivono, lo sfruttamento dev’essere considerato come una categoria sociologica che implica un giudizio etico-politico, nella misura in cui si tratta del frutto <em>dell’asimmetria di potere</em> fra capitalisti e lavoratori. L’appropriazione privata del surplus sociale, sostengono, non è un fatto meramente economico, ma va reinterpretato come un <em>fenomeno sociale olistico </em>prodotto dalla estrema disparità fra individui appartenenti a differenti classi sociali. In un certo senso si potrebbe dire che propongono di invertire la relazione dialettica: non è l’appropriazione privata del surplus a produrre la disuguaglianza di classe ma è la disuguaglianza di potere fra le classi a generare le condizioni per l’appropriazione privata.</p>
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<p>Se la legge del valore e le interazioni di mercato mantengono il loro ruolo anche in una formazione sociale in transizione verso il socialismo è evidente che quest’ultima dev’essere concepita come un contesto in cui le categorie in questione subiscono un progressivo depotenziamento. Una volta accantonata l’idea cara a Trotsky e ad altri teorici marxisti che nega la possibilità della costruzione del socialismo in un solo Paese, e della conseguente affermazione secondo cui la rivoluzione socialista può essere solo mondiale, ciò fa sì che il concetto di attuabilità del socialismo debba essere necessariamente formulata in termini meno ambiziosi e descritta come un processo di lunga durata in cui permangono i conflitti sociali. Ma soprattutto implica l’abbandono dell’opposizione dicotomica fra formazioni sociali socialiste o non socialiste (di qui l’adozione del termine socialist oriented, vedi sopra).</p>
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<p>Oltre alle differenze elencate in apertura di questo paragrafo, esiste un altro criterio che consente di distinguere fra formazioni sociali capitalistiche e socialist-oriented, vale a dire il diverso rapporto che viene instaurato fra i macrosettori produttivo e improduttivo. Gabriele e Jabbour non ignorano la complessità dei problemi associati alla distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo, uno dei quali consiste nel decidere come considerare quelle attività lavorative che non appartengono direttamente alla sfera della produzione. Il processo di terziarizzazione che ha caratterizzato i Paesi a capitalismo avanzato negli ultimi decenni potrebbe indurre a far considerare come improduttivi un’elevata percentuale dei lavoratori delle imprese private dei Paesi in questione, ma ciò contrasta con il criterio stabilito da Marx nel Capitolo VI Inedito del Capitale (12) in base al quale tutte le attività – siano esse agricole, industriali, terziarie, materiali immateriali, ecc. &#8211; che generano plusvalore per i capitalisti sono produttive. Il capitalismo risolve il problema del macrosettore improduttivo privatizzandolo progressivamente ed integrandolo nel macrosettore produttivo di plusvalore (da tale punto di vista si potrebbe dire che in un Paese ad elevato tasso di terziarizzazione e di privatizzazione come gli Stati Uniti non esistono lavori improduttivi). Nei Paesi socialist-oriented la questione è più complicata: dal punto di vista dell’utilità sociale è ovvio che i servizi pubblici sono attività produttive, ma dal momento che  essi operano in un sistema in cui sussistono la legge del valore e il mercato, è altrettanto ovvio che, per migliorare il benessere generale, queste attività devono essere gestite dallo stato e al di fuori del mercato, quindi non producono direttamente surplus e devono essere finanziate dalle attività direttamente produttive. Per concludere: nel socialismo (sia pure inteso nel senso debole qui suggerito) la socializzazione della produzione elimina lo sfruttamento attraverso un doppio dispositivo: da un lato, viene ridotta drasticamente, se non eliminata, l’appropriazione privata del surplus; dall’altro lato il surplus non sparisce ma viene collettivizzato e investito sia per favorire lo viluppo economico, scientifico e tecnologico, sia per finanziare il macrosettore “improduttivo” (ma produttivo di utilità e benessere sociali) dei servizi.</p>
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<p>Con altre parole: secondo la visione sin qui esposta, la sfida del socialismo inteso come modo di produzione sui generis consiste nel riuscire a imporre le ragioni della politica sulle ragioni dell’economia. Per ottenere tale risultato si sono imboccate due vie: la via sovietica caratterizzata dalla pianificazione centralizzata dell’economia, che oggi si può dire estinta, anche se Cuba può essere in parte considerata un residuo di tale modello (ma sono in atto riforme per indirizzarla su un’altra strada), e la via delle economie socialiste di mercato come Cina, Vietnam e Laos (personalmente aggiungerei all’elenco alcuni Paesi latinoamericani). Come si è qua e là anticipato, queste ultime sono caratterizzate: a) dal fatto che il meccanismo dei prezzi di mercato e la legge del valore sono la forma prevalente di regolazione (almeno nel breve medio termine); b) dal fatto che il ruolo diretto e indiretto dello Stato e il suo controllo sull’economia sono qualitativamente e quantitativamente assai superiori rispetto ai Paesi capitalisti; c) dal fatto che il governo rivendica come obiettivo a lungo termine la realizzazione del socialismo.</p>
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<p>Non ho qui lo spazio di ragionare sui motivi del fallimento della prima via, mi limito a mettere in luce come Gabriele e Jabbour lo attribuiscono in primo luogo alla sottovalutazione della permanenza della legge del valore, il che ha generato errori sempre più gravi di programmazione e inefficienze: le soluzioni ultracentralizzate della governance economica si sono rivelate insostenibili, anche a causa dell’impossibilità di disporre dell’immane quantità di dati e informazioni necessarie a gestire l’enorme complessità dei processi di produzione e distribuzione di un grande Paese (problema che nemmeno le nuove, potenti tecnologie di elaborazione dei dati sono in grado di risolvere). Nel prossimo paragrafo descriveremo come la Cina abbia preso atto della necessità di abbandonare la prima via e imboccare progressivamente la seconda e cercheremo di capire perché, anche se l’esperienza cinese è associata a fattori storico-culturali unici per cui non può essere assunta a modello, Gabriele e Jabbour la ritengono di portata tale da imporre un ripensamento e aggiornamento del concetto di socialismo.</p>
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<p><strong>Cosa insegna la via cinese </strong></p>
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<p>Prima del processo riformista avviato da Deng negli anni Settanta la Cina aveva seguito, negli anni Cinquanta e nella prima parte degli anni Sessanta (almeno fino alla rottura con l’URSS e al ritiro degli esperti russi), il modello sovietico: collettivizzazione forzata delle campagne attraverso la costituzione delle Comuni agricole (processo che non comportò la necessità di dure repressioni perché in Cina non esistevano i kulaki), concentrazione delle risorse nel settore dell’industria pesante e tentativo di costruire un sistema di pianificazione centralizzato (a tale proposito Gabriele e Jabbour ribadiscono la critica rivolta alla pianificazione di tipo sovietico: la scarsa attenzione alla legge del valore nella determinazione di prezzi e salari crea problemi e inefficienze di ogni tipo). Pur contrastato da una parte del partito (13) Mao impone di insistere su questa via lanciando prima il Grande Balzo in avanti e, dopo il suo fallimento, la Rivoluzione Culturale contro la direzione del PCC che reclamava una svolta.</p>
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<p>Gabriele e Jabbour richiamano l’attenzione sul fatto che le riforme iniziano dal settore agricolo dove viene applicato il principio liberalizzazione senza privatizzazione. Mentre la linea di Mao imponeva ai contadini di sopportare il peso dell’accumulazione forzata del settore industriale, lo smantellamento delle Comuni e il ritorno all’impresa individuale come unità produttiva di base (praticamente è  un ritorno alla produzione mercantile semplice bastata su una miriade di piccoli appezzamenti familiari, un modo di produzione antico di millenni) rilancia l’alleanza fra operai e contadini. Questi ultimi non sono solo la grande base di massa che aveva consentito al partito di vincere la guerra contro in giapponesi e il Kuomintang, ma possono rappresentare,  secondo l’intuizione di Deng, un fattore decisivo per le nuove strategie di sviluppo. Il nuovo sistema agricolo prevede che si stipulino contratti fra lo Stato e i contadini, costoro devono versare una quota del surplus al primo, ma possono vendere il resto sui mercati locali (in una fase successiva verrà loro concesso di venderlo anche su mercati distanti). Nel contempo vengono effettuati investimenti in Ricerca e Sviluppo che favoriscono il rapido progresso tecnologico del settore. L’insieme di queste innovazioni determina un formidabile incremento della produttività agricola il che, tenuto conto del numero degli addetti del settore assai maggiore che in altri Paesi, rappresenta un potente volano per lo sviluppo dell’intera economia.</p>
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<p>Nella prima fase delle riforme (fino agli anni Novanta) lo smantellamento delle Comuni offre un importante contributo al decollo anche da un altro punto di vista. Seguendo le direttive di Mao, le Comuni avevano sviluppato una serie di infrastrutture industriali (per esempio piccole acciaierie)  per rendersi autonome e fungere da isole di resistenza economica, oltre che politico-militare, in caso di invasione (Mao dava per scontato che gli Stati Uniti avrebbero prima o poi attaccato la Cina). Queste infrastrutture vengono ereditate da piccole e medie imprese di villaggio (con diverse forme di proprietà: cooperative, municipali, in qualche caso private) che negli anni Ottanta e Novanta, prima di essere messe in crisi dalla crescita del settore privato o integrate nel settore statale, vivono un vero e proprio boom, dimostrandosi competitive non solo sul mercato interno ma anche su quello internazionale.</p>
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<p>Se ci spostiamo dal piano delle riforme agricole e del proliferare più o meno spontaneo di migliaia di piccole e medie imprese al piano delle grandi imprese industriali e della finanza vediamo come i media e gli “esperti” occidentali intonino un coro unanime: il “miracolo” cinese si spiega con il fatto che il Paese si è convertito al capitalismo pur restando sotto il governo totalitario dello stato/partito, ergo è solo questione di tempo prima che esplodano crisi industriali e finanziarie simili a quelle che scuotono i mercati occidentali e che il regime comunista si sfaldi, aprendo la strada alla trasformazione del Paese in senso liberal-democratico. Ma Gabriele e Jabbour raccontano una storia diversa. L’abbandono del modello sovietico di pianificazione centralizzata non è affatto coinciso con la <em>fine</em> della pianificazione. L’ascesa del mercato a meccanismo regolatore del sistema economico non si è associata a processi di deregulation di stile occidentale, al contrario: il mercato stesso è plasmato in larga misura dallo Stato e la pianificazione non è morta ma si è fatta flessibile, articolandosi per settori e progetti.</p>
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<p>Le linee guida che governano l’azione del partito impongono che venga rispettato il principio della prevalenza della proprietà statale e respinta l’ideologia “mercatista” occidentale: Mao è morto ma non è morto lo slogan che recita “la politica deve dirigere tutto”. Così, se è vero che le imprese pubbliche sono oggi in numero inferiore che in passato e concorrono per una quota relativamente minore al prodotto globale, è altresì vero che sono più grandi, tecnologicamente avanzate e che le loro performance in termici di efficienza e redditività sono superiori a quelle delle imprese private. Questo risultato si è ottenuto anche applicando il principio “tenere le grandi mollare le piccole”; dando maggiore autonomia ai manager; consentendo la vendita dei prodotti a prezzi più alti di quelli fissati dal piano; esponendo progressivamente le imprese pubbliche alla concorrenza, sia sul piano interno che su quello internazionale. L’avverbio progressivamente è cruciale: la riforma ha seguito ritmi prudenti per evitare contraccolpi su occupazione e salari (i trenta milioni di posti di lavoro tagliati in seguito ai processi di ristrutturazione sono stati reintegrati in tempi brevissimi (14), inconcepibili per un’economia occidentale).</p>
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<p>L’uso cinese della globalizzazione (finché gli Stati Uniti si sono resi conto che quella che avevano promosso come l’arma finale per estendere il proprio dominio sul mondo si stava rivelando un boomerang,  e hanno avviato una strategia di “sganciamento” dell’Occidente dal mercato cinese e di contenimento nei confronti dei suoi prodotti) ha consentito di integrare il Paese nelle reti mondiali del commercio e della finanza senza arrendersi alle pressioni (interne e internazionali) dei fondamentalisti del mercato. Ciò è stato possibile solo grazie all’assoluto controllo politico sulla finanza e al conseguente mantenimento di una relativa autonomia dall’egemonia del dollaro. Naturalmente, scrivono Gabriele e Jabbour, l’inserimento sella Cina nel meta modo di produzione mondiale (vedi sopra) a dominanza capitalista non consente di realizzare una totale sovranità monetaria, tuttavia, grazie alle enormi dimensioni della propria economia, al progressivo spostamento del motore dello sviluppo dalle esportazioni ai consumi interni, e all’appena citato controllo politico sul sistema finanziario, è stato possibile contenere l’impatto della crisi delle tigri asiatiche del 1997 e della crisi finanziaria globale del 2007-2008. Questo in barba agli annunci di imminenti catastrofi da parte delle cassandre degli istituti finanziari occidentali, i quali, rilanciano le loro fosche previsioni mettendo in luce i rischi associati alla “bolla” di un mercato azionario e di un mercato immobiliare caratterizzato da tensioni speculative ed elevata mobilità, e scommettono sul rafforzamento della classe capitalistica locale, sulle pressioni interne per ulteriori liberalizzazioni e sui conflitti sociali generati dall’aumento della disuguaglianza economica e sociale. Eppure Gabriele e Jabbour sono convinti che anche questa sfida potrà essere vinta grazie alla solidità e all’efficenza dei nuovi strumenti istituzionali di pianificazione creati nell’era delle riforme: dalle creazione di grandi banche statali per lo sviluppo, alla nascita di agenzie come l’NDRC (National Development and Reform Commission) (15) e il SASAC (State Asset Supervision and Administration Commission) (16).</p>
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<td>Deng Xiaoping</td>
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<p>Se il processo di riforma è andato avanti a lungo in modo relativamente caotico, per tentativi ed errori, esso  sta progressivamente assumendo forme, principi e valori sempre più definiti e consolidati come la distinzione (a partire dal 2006) dell’industria cinese in tre settori: industrie chiave (difesa, elettricità, petrolio e gas, trasporti, aviazione e ferrovie) sotto totale controllo statale; industrie pilastro (auto, chimica, acciaio, costruzioni, elettronica, macchinario, metalli non ferrosi, prospezioni geotecniche) a controllo pubblico relativamente forte; industrie normali (agricoltura, farmaceutica, turismo, servizi professionali, commercio e manifattura) dove il controllo pubblico è marginale. Infine la leadership di Xi Jinping è coincisa con un forte rilancio delle ambizioni di trasformazione in senso socialista del Paese, sancita dal rafforzamento del controllo capillare del Partito sulle imprese (sia pubbliche che private) e sulle istituzioni economiche, dalla lotta alla corruzione e dal varo di politiche redistributive a favore delle classi lavoratrici finanziate anche attraverso l’inasprimento dei prelievi fiscali sui profitti d’impresa.</p>
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<p>Come ribadito più volte in precedenza il processo cinese, che ha visto la transizione da un modello socialista a pianificazione centralizzata all’attuale esperimento di economia socialista di mercato, è associato a fattori storici, geografici e culturali unici per cui non può essere assunta come un modello esportabile in altri contesti. In questo le analisi di Gabriele e Jabbour convergono con il punto di vista di Arrighi (vedi primo paragrafo) anche se i rispettivi punti di vista si distinguono sotto vari aspetti (prevalentemente politico-economico il primo, prevalentemente storico-culturale il secondo). Convergono anche, mi pare di poter affermare, nell’indicare come l’insegnamento più generalizzabile dell’esperienza cinese la necessità di assumere un approccio “braudeliano” (cioè orientato a una visone di lunga durata) al problema della transizione fra modi di produzione. Se per Marx ed Engels il comunismo era un obiettivo realizzabile già nel loro tempo storico, a coronamento di un breve processo di transizione socialista (per cui il socialismo non può nemmeno essere definito come un modo di produzione a sé stante); se Lenin, messo di fronte alle enormi difficoltà della transizione, varò la NEP (che sotto molti aspetti presenta significative analogie con lo spirito delle riforme cinesi degli anni Settanta), polemizzando con la sinistra bolscevica che chiedeva l’abolizione immediata dei rapporti monetari di scambio; dall’esperienza cinese ereditiamo una nuova consapevolezza in merito al fatto che il passaggio dalla regolazione dell’economia attraverso il mercato a forme avanzate di pianificazione dev’essere necessariamente lenta e progressiva e può realizzarsi solo ad un certo grado di maturazione della trasformazione del modo di produzione.</p>
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<p>Quanto alla transizione al comunismo, che non è oggetto di discussione nei testi che ho preso in esame in questo articolo, mi limito qui a ribadire a quanto ho scritto altrove (17): sono convinto che la descrizione marxiana del comunismo risenta di un evidente influsso profetico- religioso (ancorché laicizzato) per cui ci viene presentata come una sorta di “paradiso in terra” -  vedasi la visione quasi mistica che ne propone Ernst Bloch (18) – un’immagine che, in contrasto con la visione dialettica dello stesso Marx, si presenta come una sorta di fine della storia (anche se Marx parla di fine dell preistoria) in cui tutti i conflitti trovano soluzione. Sono dunque convinto che, seguendo la lezione dell’ultimo Lukacs (19), il comunismo non andrebbe considerato un modo di produzione storicamente realizzabile, ma piuttosto un principio regolativo, una prospettiva utopica o un’ideologia intesa in senso positivo, cioè una potenza materiale capace di fungere da motore del cambiamento.</p>
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<p><strong>Note</strong></p>
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<p>(1) C. Formenti, <em>Guerra e rivoluzione, </em>2 voll. Milano, Meltemi 2023.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(2) Per raccogliere queste e altre informazioni ho utilizzato, fra gli altri, i seguenti lavori: G. Gabellini,<em> Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense,</em> Mimesis, Milano-Udine 2021; F. M. Parenti, <em>La via cinese, </em>Meltemi, Milano 2021; V. Giacché, <em>L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, </em>In AAVV, <em>Più vicina. La Cina del XXI secolo, </em>Roma 2020;  V. Giacché (a cura di) <em>Economia della rivoluzione </em>(raccolta di testi di Lenin)<em>, il Saggiatore, Milano 2017; </em>D. A. Bertozzi, <em>Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi, </em>L’Antidiplomatico 2021; D. Bell, <em>Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia,</em> Luiss, Roma 2019; R. Sciortino, <em>I dieci anni che sconvolsero il mondo, </em>Asterios, Trieste 2019; R. Herrera, Z. Long, <em>La Cina è capitalista?, </em>Marx 21, Bari 2012; A. Gabriele, <em>Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China, </em>Springer, Berlino 2020; Z. Boyng, <em>Il socialismo con caratteristiche cinesi. Perché funziona? </em>Marx 21, Bari 2019.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(3) G. Arrighi, <em>Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, </em>Milano 2007 (da poco ristampato dall’editore Mimesis).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(4) Vedi, tra gli altri, i già citati <em>L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, </em>ed  <em>Economia della rivoluzione</em><em>,</em> il Saggiatore, Milano 2017</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(5) A. Gabriele, E. Jabbour, <em>Socialist Economic Development in the 21st Century. A Century after the Bolshevik Revolution, </em>Routlege, London-New York 2022.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(6) Vedi,  in proposito, le critiche avanzate in miei lavori recenti al messianesimo di Ernst Bloch (cfr. <em>Il principio speranza,</em>3 voll. Mimesis, Milano-Udine 2019).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(7) Ho preferito lasciare questi neologismi inglesi piuttosto che tradurli, nel timore di allontanarmi dall&#8217;intenzione originaria degli autori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(8) Sia Lenin che Mao caratterizzarono in questo secondo modo (convivenza di diversi modi di produzione) le situazioni dei rispettivi Paesi nel momento delle rivoluzioni russa e cinese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(9) Di grande interesse, a tale proposito, è il dibattito fra i marxisti latinoamericani sul potenziale ruolo rivoluzionario delle forme di produzione precapitalistiche delle comunità indigene andine. Rifiutato dai marxisti ortodossi, che le considerano “residui” da superare per accelerare l’approdo a forme capitalistiche mature, più favorevoli a un prospettiva di trasformazione socialista, tale ruolo è stato viceversa valorizzato prima dal peruviano José Carlos Mariategui (cfr.<em> Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti politici,</em>Einaudi, Torino 1972) poi dall’ex vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera (<em>Forma valor y forma comunidad</em>, Traficantes de Suenos, Quito 2015), infine da diversi esponenti della teologia della liberazione come Enrique Dussel (<em>L’ultimo Marx,</em> Manifestolibri, Roma 2009). Ho a mia volta affrontato il tema nel secondo capitolo del secondo volume di<em> Guerra e rivoluzione</em> (op. cit.) e in un saggio sulla rivoluzione ecuadoriana (<em>Magia bianca magia nera</em>, Jaka Book, Milano 2013). In questo dibattito ricorre il riferimento alla svolta compiuta da Marx nell’ultimo decennio di vita, allorché, dialogando con i narodniki russi, non escluse la possibilità di un passaggio diretto al socialismo di forme comunitarie precapitalistiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(10) La più radicale critica dell’interpretazione di Marx come teorico dell’esistenza di una finalità immanente alla storia è contenuta nella <em>Ontologia sociale </em>(4. voll. Meltemi, Milano 2023) di G. Lukacs.</p>
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<p>(11) Sempre Lukacs (op. cit.) è autore di una trattazione filosofica che pone il lavoro a fondamento dell’intera ontologia umana, prima e oltre l’uso capitalistico del lavoro (o meglio della forza lavoro) come fonte di ogni valore economico.</p>
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<p>(12) Cfr. K. Marx,<em> Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito,</em> La Nuova Italia, Firenze 1969.</p>
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<p>(13) D. Bertozzi (vedi <em>Cina popolare, </em>op. cit.) descrive lo scontro di Mao, iniziato negli anni Cinquanta e proseguito fino alla sua morte,  con la “destra” del PCC che fin dai primi anni della rivoluzione avrebbe voluto imboccare la via di una NEP in salsa cinese.</p>
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<p>(14) David Harvey (ancorché poco indulgente nei confronti del regime cinese) esprime la propria stupefatta ammirazione per questa incredibile impresa nel suo <em>The Anti-capitalist Chronicles, </em>Pluto Press, London 2020.</p>
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<p>(15) Lo NDRC, spiegano Gabriele e Jabbour, formula e implementa le strategie per l’economia e lo sviluppo nazionali coordinando le principali operazioni economiche, sottomette annualmente il piano al congresso del Popolo; alloca i vari fondi governativi, gli investimenti, coordina i progetti locali e fissa gli standard tecnologici.</p>
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<p>(16) Nato nel 2003, il SASAC, che dipende direttamente dal Consiglio di Stato, ha sostituito nove ministeri che in precedenza mediavano fra governo centrale e imprese pubbliche assorbendone i compiti.</p>
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<p>(17) Cfr. <em>Guerra e rivoluzione</em>, op. cit.; vedi anche <em>Ombre rosse. Saggi sull&#8217;ultimo Lukacs e altre eresie, </em>Meltemi, Milano 2022.</p>
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<p>(18) Cfr. <em>Il principio speranza, </em>op. cit.</p>
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<p>(19) Cfr. <em>Ontologia dell’essere sociale, </em>op. cit.</p>
<p><strong><em>socialismodelsecoloxxi </em></strong></p>
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