<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Comunismo e Comunità &#187; comunismo</title>
	<atom:link href="https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;tag=comunismo" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.comunismoecomunita.org</link>
	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
	<lastBuildDate>Tue, 30 Jun 2026 15:21:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.4.1</generator>
		<item>
		<title>Omnia sunt communia: anticipazione del comunismo e praxis in Thomas Müntzer</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9208</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9208#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 18:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Lutero]]></category>
		<category><![CDATA[Maurice Pianzola]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Moiso]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Muntzer]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=9208</guid>
		<description><![CDATA[Omnia sunt communia: anticipazione del comunismo e praxis in Thomas Müntzer di Sandro Moiso Maurice Pianzola, «Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini, Edizioni Tabor, Valsusa (TO) 2025, pp. 221, 12 euro. &#160; «Se abbiamo forche per i ladri, patiboli per i briganti, roghi per gli eretici, perché non abbiamo armi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><em>Omnia sunt communia</em>: anticipazione del comunismo e praxis in Thomas Müntzer</h1>
<h3>di Sandro Moiso</h3>
<p><strong>Maurice Pianzola, <em>«Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini</em>, Edizioni Tabor, Valsusa (TO) 2025, pp. 221, 12 euro.</strong></p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories13/Muntzer-.jpg.webp" alt="Muntzer .jpg" width="300" height="215" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Se abbiamo forche per i ladri, patiboli per i briganti, roghi per gli eretici, perché non abbiamo armi per questi maestri di perdizione, questi cardinali, questi papi, tutto questo pantano della Sodoma romana che corrompe la Chiesa di Dio? Perché non laviamo le nostre mani nel loro sangue?» (Martin Lutero)</p>
<p>Martin Lutero che, come vedremo al termine di questa recensione, si sarebbe poi lavato le mani nel sangue dei contadini invece che in quello dei potenti e degli ecclesiastici di alto rango, avrebbe dovuto riflettere maggiormente prima di pronunciare tali parole di fuoco all’inizio della sua predicazione destinata a dare vita non soltanto a una delle più importanti fratture dottrinali all’interno della società cristiana, ma anche alla prima estesa rivolta e guerra sociale in nome di una società comunista: la guerra dei contadini del 1525.</p>
<p><em>Omnia sunt communia</em>, tutti i beni devono essere in comune, recitava la scritta sulle bandiere della parte più consapevole e determinata di un movimento che, nato in gran parte spontaneamente nelle campagne tedesche, svizzere e francesi a seguito di una predicazione nata dall’intento di ridurre la voracità dei rappresentanti della Chiesa di Roma nei confronti delle ricchezze precedentemente accumulate in quelle aree, avrebbe poi visto alla sua testa predicatori più radicali del monaco che aveva esposto le sue 95 tesi destinate a mettere in discussione il potere di concedere indulgenze in cambio di offerte di denaro e, a seguito di ciò, anche l’infallibilità del Papa nell’ottobre del 1517.</p>
<p>Tra quegli “arrabbiati” certamente si distinse, per determinazione e capacità organizzativa, Thomas Müntzer un giovane parroco e predicatore che aveva scelto, secondo le sue stesse parole, di farsi prete per essere più vicino alle necessità della povera gente, pur essendo egli figlio di un artigiano benestante del villaggio di Stolberg, in cui era nato nel 1489.</p>
<p>Predicatore ribelle, leader politico e religioso, autentico capopolo della prima grande insurrezione popolare dell’età moderna cui sono state dedicate tantissime opere di ricerca storica, indagini teoriche e opere letterarie e teatrali, spesso egualmente divise tra agiografia e condanna, di cui la bibliografia posta al termine del testo pubblicato da Tabor, ad opera dei curatori attuali e dell’autore, rende sufficientemente conto.</p>
<p>Proprio l’opera di Maurice Pianzola, pubblicata originariamente in Francia in una collana tutt’altro che accademica nel 1958 (<em>Thomas Munzer ou la guerre des paysans</em>, Le club francaise du livre) sembra, però, costituire uno dei contributi più importanti per comprenderne l’importanza e la modernità senza, tuttavia, nasconderne errori, contraddizioni e debolezze. Valutazione cui, chi scrive, non teme di aggiungere che scegliendo di pubblicarlo per la prima volta in italiano la piccola, ma ben indirizzata casa editrice valsusina ha operato una delle sue scelte più significative e importanti.</p>
<p>Significativa e importante non soltanto dal punto di vista storiografico ma, soprattutto, anche per l’attualità della lezione politica che se ne può trarre, poiché il testo mette bene in luce come il programma della rivoluzione comunista e le sue necessità organizzative nascano tutte insieme fin dall’inizio della ancora mai conclusa battaglia tra la società dell’oppressione, della proprietà privata dei mezzi di produzione, dello sfruttamento e dello scambio mercantile e la comunità umana della vera eguaglianza.</p>
<p>Aiutando a comprendere come, anche secondo Marx ed Engels nell’introduzione del 1872 a una nuova edizione del <em>Manifesto del Partito comunista</em>, seppur i programmi immediati espressi all’epoca degli avvenimenti trattati possano oggi risultare superati, dai cambiamenti sociali intervenuti nel frattempo, i principi sui quali si fondavano rimangano invariati ed invarianti.</p>
<p>Prima di procedere nell’esposizione dei contenuti dell’opera occorre qui brevemente ritrarre la figura del suo autore, Maurice Samuel Pianzola (6 ottobre 1917-16 ottobre 2004). Un giornalista e scrittore svizzero di origine belga, figlio di un bracconiere e operaio piemontese, che dopo aver trascorso l’infanzia nella Savoia entrò al Collège de Genève all’età di dodici anni, dove subì talvolta insulti razzisti a causa del suo nome italiano.</p>
<p>Successivamente, nel 1936, si unì alla Jeunesse Communiste e dopo la seconda guerra mondiale, lasciò Basilea , dove si era stabilito con la famiglia, e intraprese la carriera di giornalista scrivendo per il «Journal de Genève», la «Gazette de Lausanne» e varie riviste specializzate. Scrisse anche libri su vari argomenti come la storia dell’arte o sulla storia più in generale. Il suo libro <em>Peintres et Vilains. Les artistes de la Renaissance et la grande guerre des paysans de 1525</em> (<em>Pittori e contadini. Gli artisti del Rinascimento e la grande guerra dei contadini del 1525</em> – Paris, Cercle d’art, 1962; Dijon, Les Presses du réel, 1993; L’Insomniaque, 2015) suscitò l’interesse di alcuni situazionisti<a title=" Si veda «Internationale situationniste», n. 10, Marzo 1966, edizione Nautilus, Torino 1994, p. 76. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn1-93050" rel="footnote">1</a> che, recensendolo, ebbero a scrivere: «Il libro di Maurice Pianzola, <em>Pittori e contadini</em>, ha il merito di mostrare la partecipazione, spesso in un ruolo di primo piano tra gli insorti, dei principali artisti del tempo alla guerra dei contadini del 1525».</p>
<p>Oltre a questo, sarebbe poi stato autore di opere su Lenin<a title=" Lénine en Suisse (1952) e Lénine à Genève (1966) " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn2-93050" rel="footnote">2</a>, poi ancora di un’altra opera sugli artisti e il loro ruolo nelle rivolte che accompagnarono il Rinascimento (<em>1500-1700: les Renaissances et les révoltes</em> – 1966), oltre che curatore capo del Museo d’arte e storia di Ginevra, dove morì nel 2004, rimanendo sempre fedele ai suoi ideali di emancipazione universale. Il testo su Thomas Müntzer, dopo la prima edizione del 1958 fu ancora ripubblicato dalle edizioni Ludd nel 1997, con una prefazione di Raoul Vaneigem e poi ancora a Ginevra, per Héros-Limite, nel 2015.</p>
<p>L’ultima osservazione dovuta, a proposito dell’autore, riguarda il fatto che l’opera su Müntzer si situa a metà strada tra le due altre dedicate a Lenin da Pianzola nel 1952 e nel 1966, entrambe riguardanti il periodo dell’esilio svizzero del rivoluzionario russo e questo va detto perché leggendo il testo sulla guerra contadina del 1525 è impossibile non riandare all’eresia leniniana di poco meno di quattrocento anni dopo.</p>
<p>Infatti in Müntzer, esattamente come nel Lenin del <em>Che fare</em>, quello che salta subito agli occhi è il tentativo di dare al movimento rivoluzionario un’organizzazione politica e militare e una teoria adeguata ai compiti richiesti dal momento. Organizzazione e teoria, in entrambe i casi eretiche, nei confronti della Chiesa di Roma e di Lutero per il primo e della Seconda Internazionale e del socialismo ortodosso per il secondo, ma che necessitavano di un programma concreto.</p>
<p>Una promessa di liberazione che non poteva fondarsi soltanto sull’attesa della giustizia divina e della vita eterna nel caso del predicatore tedesco e nemmeno sulle utopie contadine oppure, ancor peggio, sulle promesse di risultati ben lungi dal divenire concreti attraverso la serena accettazione del parlamentarismo e dei suoi giochi elettorali oppure della realizzazione, a piccoli passi, di una più moderna società di stampo capitalistico e liberale per il rivoluzionario che, già a undici anni, aveva visto impiccato dal governo il fratello maggiore che aveva impugnato le armi contro lo zarismo.</p>
<p>Sono i programmi, quelli dei contadini tedeschi, ispirati dalle prediche oppure compresi nei discorsi e negli scritti di Thomas Müntzer, ampiamente riportati nel testo di Pianzola, che ci rivelano le richieste materiali di quella straordinaria e dolorosa stagione di rivolte: abolizione delle decime, della servitù della gleba e delle corvée, riappropriazione delle ricchezze e delle terre (ovvero dei mezzi di produzione in una società agricola) accumulate dalla chiesa e dai conventi oltre che dai signori, messa in comune di tutto il prodotto del lavoro e anche delle terre non coltivate per mettere a disposizione della maggior parte della società sia il legname che la selvaggina in esse allignantesi. Un tema, quest’ultmo, di cui avrebbe ancora avuto modo di occuparsi il giovane Marx nel suo scritto sui <em>Dibattiti sulla legge contro i furti di legna</em> pubblicato sulla «Gazzetta Renana», n. 298 del 25 ottobre 1842 in cui, come all’epoca dei moti di rivolta contadini, avrebbe sottolineato il fatto che:</p>
<p>una massa di uomini, senza sentimenti iniqui, viene falciata dal verde albero della moralità e cacciata nell’inferno del misfatto, della miseria, dell’infamia: […] Gl’idoli di legno vincono, le vittime umane cadono!</p>
<p>La giustizia criminale comprende sotto il furto di legna solo il rubare legna tagliata, il raccogliere furtivamente. […] Raccoglier legna e il premeditato furto di legna! Ad ambedue le azioni è comune una definizione; quindi nell’un caso e nell’altro si tratta di furto.</p>
<p>Non a caso lo stendardo dell’ultima battaglia, quella di Frankenhausen nel maggio del 1525, in cui Müntzer sarebbe stato catturato, torturato, orrendamente mutilato e condannato a morte e migliaia di contadini avrebbero perso la vita sul campo, riportava la scritta <em>Omnia sunt communia</em>: la prima vera e dichiarata rivendicazione di comunismo apparsa in età moderna. Una dichiarazione raccolta in un unico e potentissimo slogan che racchiudeva in sé il fatto che non sarebbe stato il Paradiso a premiare nell’aldilà le speranze di giustizia degli uomini e delle donne della classi sociali emarginate e sottomesse, ma la loro lotta, ora e adesso. Anche se questa non riuscisse subito o al primo colpo nel suo intento.</p>
<p>Non mancò l’internazionalismo nella lotta dei contadini, erroneamente definiti per comodità degli storici soltanto “tedeschi”, poiché la rivolta, che raggiunse il suo apice tra il mese di marzo e quello di maggio del 1525, esattamente come nel 1871 avrebbe fatto la Comune di Parigi così come ci ricorda Pianzola, si estese ben oltre i confini tedeschi, coinvolgendo i contadini della Francia, della Svizzera e della Franca Contea. Una rivolta che una volta assunta la forma della guerra di popolo vide la sistematica distruzione di castelli e conventi.</p>
<p>Sul piano militare, infatti, le armate contadine, soprattutto là dove furono più ispirate dagli insegnamenti di Müntzer, mescolarono nella loro tattica sia gli elementi della guerra moderna come l’uso di cannoni, archibugi e altre armi da fuoco che le picche e le lunghe alabarde, che all’epoca rappresentavano ancora un punto di forza sia per i reparti di mercenari lanzichenecchi che per i futuri <em>tercios</em> dell’esercito imperiale spagnolo. Truppe da cui proveniva comunque anche una parte degli insorti che avevano disertato precedentemente gli eserciti dei signori, della chiesa e dell’imperatore.</p>
<p>Tra questi va ricordato Joss Fritz, un ex-servo di un vescovo con numerose amicizie tra i lanzichenecchi, che già nei primi anni del ‘500 aveva cercato, e poi ancora in seguito, di ridare vita a quella “Lega dello scarpone” o <em>Bundschuh</em> che già alla metà del secolo precedente aveva agitato i cuori dei contadini e delle campagne. Un movimento, però, che nonostante i tentativi dello stesso Fritz di rivitalizzarlo ancora nel 1517, era ancora marchiato da un immaginario arcaico che, esattamente come per le rivolte contadine in Russia ai tempi di Caterina II, cercava ancora una guida ideale e un protettore nella figura dell’imperatore, o dello czar.</p>
<p>Ma se in gran parte il movimento muntzeriano si liberò da questi ideali fallaci, dall’altro seppe utilizzare sul campo di battaglia anche tecniche ereditate dalle tradizioni e dai precedenti movimenti di rivolta, come quello hussita. Ad esempio quello dell’utilizzo dei carri come barriere durante gli scontri così come avevano fatto sia, in chiave più moderna, i taboriti<a title=" Sulla tattica del Wagenburg, o bastione di carri, tipica delle fratellanze di combattimento taborite del XV secolo, si veda: D. Pepino, Aspetti tattici di una guerra di popolo, in Aa.Vv., Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia. Analisi e documenti di una rivoluzione tardo medievale, Tabor, Valsusa 2025. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn3-93050" rel="footnote">3</a>, che, secoli prima, i popoli germanici durante le loro migrazioni. Tradizioni, queste ultime, cui va fatta anche risalire la tradizione della comunanza delle terre che si presentava come uno dei primi elementi di “comunismo” contadino, dimostrando, semmai ce ne fosse bisogno, che:</p>
<p>Le violente scintille che scoccarono tra i reofori della nostra dialettica ci hanno appreso che è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde se stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale […] al membro della comunità futura, fraterna nella armonia gioiosa dell’uomo sociale<a title=" Amadeo Bordiga, Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole, 1965. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn4-93050" rel="footnote">4</a>.</p>
<p>Discorso, quest’ultimo, che ci permette di ricollegare non solo Müntzer a Lenin, al suo essere minoritario nel partito socialdemocratico e, ancora nelle ridotte conferenze, dal punto di vista dei partecipanti effettivi, contro la guerra di Zimmerwald (1915) e Kiental (1916) prima di essere interprete delle istanze rivoluzionarie dei soldati, degli operai e dei contadini russi nel 1917, ma anche alla nostra attualità e al bisogno di rivoluzione e di comunismo che ancora oggi la Storia ci impone come <em>risoluzione dei suoi enigmi</em><a title=" K. Marx, Manoscritti economico filosofici del 1844. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn5-93050" rel="footnote">5</a>.</p>
<p>Una storia di lotte ed emancipazione portata in punta di lancia che, oggi come ai tempi fin qui narrati, incontra quasi sempre i suoi peggiori avversari in coloro che precedentemente si erano presentati come suoi sostenitori sul piano formale e teorico, Non soltanto i socialdemocratici che nel primo dopoguerra contribuirono all’eliminazione fisica in Germania di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht e a reprimere i moti spartachisti nel sangue oppure gli ancora più vili opportunisti che vorrebbero far in modo di distogliere l’attenzione dal loro essere favorevoli alla guerra e al riarmo<a title=" Si veda: A. Barbera, Paolo Gentiloni: «Merz dà voce al risveglio dell’Europa. Su dazi e aiuti a Kiev la svolta c’è già», «La Stampa», 14 febbraio 2026. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn6-93050" rel="footnote">6</a> invitando i movimenti a sconfiggere l’attuale governo in carica per mezzo del farlocco referendum sulla giustizia invece che con le lotte, ma anche, tornando indietro di quattro secoli, in quella borghesia spesso traditrice, sempre pronta a trovare un accordo separato con i signori e il potere sia ecclesiastico che monarchico che solo successivamente e per un brevissimo periodo di tempo, ormai finito soprattutto in Europa fin dal tempo della Comune, avrebbe potuto dichiararsi progressista, come invece qualcuno vorrebbe fare ancora credere con inutili appelli alla collaborazione tra le classi. Un riformismo di cui, storicamente e ancora oggi, il vero erede e legittimo interprete è stato ed è ancora soltanto il fascismo.</p>
<p>A dimostrare ciò, in anticipo su qualsiasi altro tradimento di carattere riformista, sta proprio il riformatore per eccellenza, Martin Lutero, che dopo aver scritto le parole poste in esergo a questa recensione ebbe successivamente a scrivere:</p>
<p>Nel mio precedente libello non ho osato condannare apertamente i contadini, poiché si dichiaravano disposti a ricevere un migliore insegnamento […] Ma ora sono passati all’azione e aggrediscono con la forza, dimenticando le loro buone intenzioni, saccheggiano e infuriano come cani rabbiosi. […] In breve, stanno compiendo l’opera del demonio, ed è l’arcidiavolo in persona [Thomas Müntzer] che regna a Muhlhausen incitando al saccheggio, all’omicidio, e allo spargimento di sangue. […] La sedizione non è come un semplice assassinio, ma come un grande fuoco che infiamma e distrugge un intero Paese. […] Perciò chiunque può deve, in questo caso, ammazzare, strozzare, trafiggere, in pubblico e in segreto, e, facendolo, pensare che non c’è niente di più velenoso, pericoloso e diabolico di un ribelle, proprio come se uccidesse un cane rabbioso […] Io credo che non ci sia più nemmeno un diavolo all’inferno, perché si sono tutti trasferiti nei contadini. Questa è una furia senza limiti e senza confini […] Perciò trafigga, scanni, strangoli, chiunque ha la possibilità di farlo. E se nel farlo tu incontrerai la morte, buon per te, una morte più beata non la troverai mai più, poiché morirai nell’obbedienza alla parola e al comandamento di Dio e al servizio dell’amore<a title=" M. Lutero, Contro le bande di contadini saccheggiatori e assassini in M. Pianzola,  «Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini, Edizioni Tabor, Valsusa (TO) 2025, pp. 182-183. " href="https://www.carmillaonline.com/2026/02/25/teologia-e-prassi-rivoluzionaria-in-thomas-muntzer/#fn7-93050" rel="footnote">7</a>.</p>
<p>Le parole di Lutero fungono da perfetto antidoto contro qualsiasi illusione riformistica, che vede in ogni rivolta soltanto la “sedizione”, e contro ogni ipotesi di collaborazione tra le classi in un mondo in cui, ieri come oggi e, forse, ancora domani, la divisione tra chi ha e chi non ha è rimasta, ed è diventata sempre più, l’unica bussola su cui orientare il pensiero e l’azione dei rivoluzionari. Così come Müntzer e il magnifico libello a lui dedicato ancora ci insegnano.</p>
<hr />
<h6>Note</h6>
<ol>
<li id="fn1-93050">
<h6>Si veda «Internationale situationniste», n. 10, Marzo 1966, edizione Nautilus, Torino 1994, p. 76.</h6>
</li>
<li id="fn2-93050">
<h6><em>Lénine en Suisse</em> (1952) e <em>Lénine à Genève</em> (1966)</h6>
</li>
<li id="fn3-93050">
<h6>Sulla tattica del <em>Wagenburg</em>, o bastione di carri, tipica delle fratellanze di combattimento taborite del XV secolo, si veda: D. Pepino, <em>Aspetti tattici di una guerra di popolo</em>, in Aa.Vv., <em>Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia. Analisi e documenti di una rivoluzione tardo medievale</em>, Tabor, Valsusa 2025.</h6>
</li>
<li id="fn4-93050">
<h6>Amadeo Bordiga, <em>Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole</em>, 1965.</h6>
</li>
<li id="fn5-93050">
<h6>K. Marx, <em>Manoscritti economico filosofici del 1844</em>.</h6>
</li>
<li id="fn6-93050">
<h6>Si veda: A. Barbera, <em>Paolo Gentiloni: «Merz dà voce al risveglio dell’Europa. Su dazi e aiuti a Kiev la svolta c’è già»</em>, «La Stampa», 14 febbraio 2026.</h6>
</li>
<li id="fn7-93050">
<h6>M. Lutero, <em>Contro le bande di contadini saccheggiatori e assassini</em> in M. Pianzola, <em>«Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini</em>, Edizioni Tabor, Valsusa (TO) 2025, pp. 182-183.</h6>
</li>
</ol>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=9208</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9197</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9197#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 18:38:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[borghesia]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Mao]]></category>
		<category><![CDATA[Marxismo]]></category>
		<category><![CDATA[Pannekoek]]></category>
		<category><![CDATA[proletariato]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore A. Bravo]]></category>
		<category><![CDATA[Trotsky]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=9197</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Preve, Costanzo. Ideologia Italiana. Saggio Sulla Storia Delle Idee Marxiste In Italia [1993] &#160; Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo Salvatore A. Bravo • 19 Marzo 2026 &#160; Ideologia italiana opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per  approcciarsi in modo razionale, critico e costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<header>
<h1><a href="https://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2026/03/Constanzo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9200" title="constanzo" src="https://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2026/03/Constanzo-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Preve, Costanzo.</h1>
<h1>Ideologia Italiana. Saggio Sulla Storia Delle Idee Marxiste In Italia [1993]</h1>
<p>&nbsp;</p>
</header>
<h1>Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo</h1>
<h2><a title="Post di Salvatore A. Bravo" href="https://www.linterferenza.info/author/salvatore-a-bravo/" rel="author">Salvatore A. Bravo</a> • <time datetime="2026-03-19">19 Marzo 2026</time></h2>
<header>&nbsp;</p>
</header>
<div>
<em>Ideologia italiana</em> opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per  approcciarsi in modo razionale, critico e costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve ripercorre la storia del marxismo italiano per contestualizzarlo, individuarne i limiti e palesarne le conquiste teoriche. Non è un mero elenco di autori con relative prospettive comuniste,  poiché lo scopo del saggio è la “rifondazione innovativa del comunismo”. Il comunismo e il socialismo non si sono inabissati nella storia tra il 1989 e il 1991, ma sono possibilità inscritte nella natura umana e quindi nella storia che attendono di essere tradotte in atto. Nulla può ripetersi in modo eguale, in quanto la natura umana si storicizza nelle condizioni date e gli esseri umani devono confrontarsi, vivere e progettare nel loro tempo storico. Il futuro del comunismo dipende, <em>in primis</em>, dal congedo del passato e ci si può congedare solo dopo aver concettualizzato ciò che è stato. Nostalgie e idealizzazioni di ciò che fu non aiutano a concettualizzare  e finiscono per trasformarsi in rabbiosa sterilità politica e metafisica. Da tale trappola, umanamente comprensibile, bisogna rifuggire per riaprire i “chiavistelli della storia”.</p>
<p>Rifondare il comunismo, nel nostro tempo, significa confrontarsi con le resistenze ideologiche di tre categorie: politici, accademici e giornalisti, i quali si sono mostrati capaci di metamorfosi adattive mirabolanti e tese a difendere solo carriere e redditi personali. La loro presenza è stata nefasta e lo è ancora, in quanto hanno trovato nel liberismo la fonte da cui attingere prebende e gratificazioni narcisistiche. Ciascuno a proprio modo ha lavorato e lavora per neutralizzare la possibilità di rifondare il comunismo e l’alternativa. Gli accademici hanno in odio la filosofia e la metafisica e nelle facoltà che dovrebbero pensare l’alternativa si persegue un approccio descrittivo e specialistico ai problemi storici, politici e filosofici e in tal maniera nulla nasce nel deserto della segmentazione delle conoscenze. Il liberismo non può che dormire  quietamente. La politica è spettacolo senza contenuti e rincorre l’omologazione e l’interscambiabilità dei contenuti: la destra è il duplicato della sinistra e viceversa. La politica spettacolo è uno dei mezzi più potenti per favorire ”il primitivismo di massa” e l’ottundimento generale.  Il giornalismo è  al servizio dei poteri forti e ha sostituito l’informazione e l’inchiesta con la chiacchiera. Il contesto è questo e bisogna attraversarlo nei suoi strati genealogici e nella “rete degli inganni” per “rivedere la luce della verità e della progettualità”:</p>
<p><em>“Il problema fondamentale sta a nostro avviso nel fatto che tre grandi categorie di persone agicono pesantemente per rendere impossibile questa rinascita. In primo luogo, il ceto dei politici e dei sindacalisti, che tendono irresistibilmente  alla &lt;&lt;riduzione della complessità&gt;&gt; sociale, e che non a caso stanno pilotando un passaggio dalla politica intesa come rappresentanza (che trova nel metodo elettorale &lt;&lt;proporzionale&gt;&gt; la sua forma naturale) alla politica intesa come spettacolo, manipolazione e decisione oligarchica contratta fra lobbies finanziarie e mediologiche (che trova nel metodo maggioritario uninominale la sua forma naturale. In secondo luogo, il ceto dei professori universitari, questi sacerdoti della trinità formata dal Settorialismo, dalla Specializzazione e dalla Segmentazione (…). In terzo luogo, il ceto dei giornalisti, questi sacerdoti della trinità formata dalla Chiacchiera, della Curiosità e dell’Equvoco (…)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn1"><strong>[1]</strong></a>”.</em></p>
<p>Opposizioni  senza dialettica da pensare</p>
<p>Non bisogna cadere nelle trappole pianificate dal sistema e dai suoi ideologici difensori. Il senso critico si affina e prende forma se si pratica un ulteriore congedo, ovvero  è necessario emanciparsi dalle antitesi che riducono la realtà sociale, economica e culturale ad un tifo da stadio nella quale è sufficiente schierarsi e appartenere. Il semplicismo necrotizza la politica sul nascere e inauguro la sterilità ideologica. Costanzo Preve valuta tale approccio il più errato possibile, per aprire nuovi sentieri si deve rinunciare ai semplicismi rassicuranti, le cui vie sono lastricate di buone intenzioni e che conducono al “niente” con gran pace del sistema liberista che applaude degli epigoni che ancora lottano e si dissanguano per antitesi ormai superate e in non pochi casi mai realmente esistite. Per riprendere il sentiero interrotto del comunismo “il reale deve diventare razionale”. La prima opposizione da oltrepassare è la divisione netta tra struttura e sovrastruttura. Il mondo dello spirito è stato cannibalizzato dalla struttura economica. La sovrastruttura ha perso ogni autonomia e pertanto l’industria culturale e del tempo libero sono ormai parte integrante dello sfruttamento perpetuo sul lavoro come nella vita privata. Gli spazi di libertà sono ormai rarissimi e senza la rigenerazione culturale nulla sarà possibile:</p>
<p><em>“Per quanto riguarda il modello  marxiano, è probabilmente fuorviante la sua riproposta nei vecchi termini dell’opposizione fra struttura e sovrastruttura.  (…) Questa distinzione era comprensibile in un’epoca in cui il plusvalore relativo era meno importante del plusvalore assoluto, e in cui le forme culturali non erano ancora state realmente al capitalismo; ma con l’avvenuta sottomissione reale delle sovrastrutture alla struttura si verifica un’integrazione organica che sconsiglia la riproposizione dell’opposizione nella sua vecchia forma<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn2"><strong>[2]</strong></a>”.</em></p>
<p>Spesso i comunisti si sono  combattuti  dividendosi fra “marxisti ortodossi e marxisti eterodossi”. La lotta fratricida ha favorito i nemici e prodotto frammentazioni rispondenti alla difesa, spesso, di posizioni di potere e di narcisismi deliranti.  Le contrapposizioni sterili non sono certo dialettiche, pertanto al di là delle differenze ci sono i fondamenti comuni, e quindi i comunisti del futuro dovranno ritrovare i punti di accordo politico e programmatico senza i quali la lotta non potrà neanche essere avviata. Dividersi sulle differenze è semplice, ma lavorare per costruire solide alternative in cui riconoscersi al di là delle differenze è fondamentale:</p>
<p><em>“Per quanto riguarda la storia del marxismo, riteniamo fuorviante la sua ricostruzione in termini di opposizione fra ortodossia (Engels, Kautsky, Lenin, Stalin, Togliatti) ed eresia (Rosa Luxemburg, Pannekoek, Trotsky, Mao Tesetung, Panzieri, Negri). Questa opposizione è spesso meramente politica, o storico politica, e si limita a descrivere lo svolgimento delle scissioni e delle contrapposizioni fra maggioranze e minoranze, ma non entra quasi mai mai nel merito dei paradigmi teorici di riferimento, che quasi sempre erano comuni a ortodossi e ad eretici (…)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn3"><strong>[3]</strong></a>”.</em></p>
<p>La distinzione fra socialismo e comunismo ha anch’essa contribuito al fallimento del comunismo storico. Il comunismo è gradualmente diventato una chimera indecifrabile da attualizzarsi in un futuro indeterminato, mentre la fase socialista ha subito un processo di naturalizzazione e di degrado. Fra socialismo e comunismo non dovrà intercorrere molto tempo, poiché “il comunismo proiettato perennemente nel futuro” non può che comportare il disincanto e  non può che logorare la passione politica:</p>
<p><em>“È</em><em> fuorviante l’opposizione fra socialismo e comunismo, se essa viene intesa come separazione temporale fra i due momenti, con la conseguenza inevitabile di pensare il socialismo come regno dello stato e del mercato, ed il comunismo come regno dell’esaudimento armonico di bisogni naturali in condizioni improbabili e utopistiche di comunità non statuali e di comunanze non mercantili<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn4"><strong>[4]</strong></a>”.</em></p>
<p>L’opposizione tra religione e cultura laica che storicamente è stata uno dei capisaldi identitari che ha distinto la destra dalla sinistra si è ormai vaporizzata, ciò malgrado non pochi marxisti continuano ad attaccare la religione in nome della cultura laica dimostrando di essere scollati dalla realtà, poiché il laicismo è diventato somma religione che sostiene il capitalismo nelle sue derive mercificanti. La religione del laicismo respinge il dialogo e onora i suoi dogmi con l’applauso gaudente dei nuovi fedeli che si inginocchiano dinanzi al laicismo e ai suoi “eroi”. Destra e sinistra sono categorie ormai inutilizzabili, poiché sono omologate. La destra privatizza, mentre la sinistra libera i costumi dai vincoli etici per consegnarli al mercato, esse lavorano all’unisono per il mercato e si dividono con una oscena pantomima solo durante le elezioni:</p>
<p><em>“È fuorviante l’opposizione fra destra e sinistra, che mantiene una sua robusta legittimità quando la &lt;&lt;sinistra&gt;&gt; è ancora parzialmente esterna all’omologazione nel sistema politico-culturale capitalistico, ma che la perde quando quest’ultima ne diventa un’appendice organica<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn5"><strong>[5]</strong></a>”.</em></p>
<p>Certo Costanzo Preve verificava che nel tempo del capitalismo assoluto le due categorie sono superate e nel contempo proponeva il comunitarismo quale correttivo del comunismo storico e teorico, poiché fondato a livello metafisico mediante Aristotele e Hegel. La nuova prospettiva comunista/comunitarista non doveva temere la contaminazione con valori reputati in modo semplicistico di destra: stato, famiglia e comunità. Tali valori e istituzioni all’interno della visione comunitarista e libertaria non potevano che perdere i connotati autoritari e reazionari:</p>
<p><em>“È</em><em> fuorviante l’opposizione fra progresso e conservazione, che mantiene una sua robusta legittimità in presenza di residui precapitalistici, ma che la perde quando la generalizzazione capillare del legame sociale capitalistico fa diventare spesso la &lt;&lt;conservazione&gt;&gt; di comunità solidali e di valori etico-politici non omologati migliore del &lt;&lt;progresso&gt;&gt; nell’integrazione subalterna<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn6"><strong>[6]</strong></a>”.</em></p>
<p>Borghesia e proletariato sono ormai definizioni “non più accertabili”. Il capitalismo ha conservato prepotentemente le differenze sociali, ma ha omologato desideri e modelli di vita. Bisogna prendere atto di tale realtà, per cui appellarsi al proletariato quale forza rivoluzionaria è ormai inutile. Il nuovo Soggetto rivoluzionario è da individuare e da costruire:</p>
<p><em>“È</em><em> fuorviante l’opposizione fra Borghesia e Proletariato, che mantiene la sua robusta legittimità in presenza dell’alterità ottocentesca fra cappelli e berretti, tube e coppole, ma che la perde  nella fusione novecentesca delle due soggettività (…)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn7"><strong>[7]</strong></a>”.</em></p>
<p>Il nuovo Soggetto rivoluzionario dovrà essere capace di gestire politica ed economia. La delega di tali funzioni alle “burocrazie” non può che riprodurre gerarchie di potere e logiche di dominio, le quali non possono che portare al fallimento dell’esperienza socialista-comunista. Nessuna burocrazia lascia il potere liberamente, anzi  non può che insediarsi in esso e giustificare in modo perpetuo le sue interminabili funzioni:</p>
<p><em>“È fuorviante l’opposizione fra Classe Operaia e Burocrazia, se essa nasconde demagogicamente il fatto che la &lt;&lt;burocrazia&gt;&gt; non è altro che il nome che viene dato all’incapacità sociale della classe operaia di esercitare la sua rappresentanza direttamente, trattandosi appunto di una classe non di imprenditori individualisti, ma di salariati dipendenti, che non possono fare a meno &lt;&lt;strutturalmente&gt;&gt; di farsi rappresentare (…)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn8"><strong>[8]</strong></a>”.</em></p>
<p>Materialismo e idealismo  devono essere ricongiunti nella loro unità veritativa: l’Essere come espressione astratta e consapevole della comunità emancipata dalle scissioni alienanti e gerarchiche. La rigida opposizione non può che riproporre contrapposizioni e “filosofiche incompresioni”, le quali non possono che riprodurre stanche divisioni. La storia della sinistra comunista è stata percorsa da diatribe interne e da guerre intestine nelle quali i paradigmi filosofici erano solo strumento per afffermare cricche di potere. Il materialismo e l’idealismo devono ritrovarsi nell’unità dell’Essere:</p>
<p><em>“È</em><em> furorviante l’opposizione fra idealismo e materialismo, che dimentica l’oggetto unitario del sapere filosofico, l’Essere come astrazione dell’unità contraddittoria del lavoro sociale complessivo, e si inventa un dualismo rigido e presupposto fra soggetto e oggetto, che finisce col classificare &lt;&lt;dalla parte giusta&gt;&gt; pensatori che non ci dicono nulla su questa astrazione e  &lt;&lt;dalla parte sbagliata&gt;&gt; altri pensatori (da Platone a Hegel) che invece ce ne danno informazioni preziose<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn9"><strong>[9]</strong></a>”.</em></p>
<p>L’opposizione, forse la più mortale, è la contrapposizione fra dialettica e differenza, in quanto la dialettica è possibile solo se le “differenze” si pongono in dialogo e questo è ciò che connota in modo essenziale il comunismo:</p>
<p><em>“È</em><em> fuorviante, infine, l’opposizione fra dialettica e differenza, che dimentica che la dialettica è bensì lo svolgimento contraddittorio di due opposti in correlazione essenziale, e non solo lo scontro contingente di due contrari in casuale conflitto, ma che la formazione irreversibile delle differenze ontologiche fra libere individualità integrali è proprio il contenuto essenziale del comunismo moderno, al di là e contro ogni sogno organicistico della ricomposizione collettivistica nel Tutto<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn10"><strong>[10]</strong></a>”.</em></p>
<p>Le opposizioni sono il segno di una storia lunga e ideologica che gradualmente ha disperso il suo patrimonio di passione e di motivazione all’edificazione del comunismo che gradualmente da “ideale politico” è divenuto strumento e mezzo di affermazione personale e lobbistico.<em></em></p>
<p>Una nuova storia nella coscienza autentica</p>
<p>L’elemento essenziale e insostituibile è la conspevolezza che il comunismo non è un dato prevedibile e profetizzabile in base alle leggi della storia e dell’economia. Il comunismo bisogna volerlo. Senza la soggettività politica ed etica che cerca e definisce le ragioni per lottare  il comunismo non sarà possibile. Le rassicurazioni positivistiche hanno mostrato la loro realtà e verità, per cui solo le libere individualità possono rendere il comunismo reale nella storia materiale. Idealismo e materialismo si ricongiungono nella prassi. L’Umanesimo comunista di Costanzo Preve esige impegno, dedizione, passione e intelligenza etica. Nulla avverrà per caso o secondo le leggi ferree della storia:</p>
<p><em>“Dal momento che il comunismo non può a nostro avviso essere scientificamente ricavato dalle semplici contraddizioni &lt;&lt;oggettive&gt;&gt; del capitalismo, ma deve anche essere voluto da soggettività individuali e collettive appositamente costituitesi, risulta impossibile applicargli il metodo galileano delle necessarie dimostrazioni e delle sensate esperienze (cioè del sapere matematico assiomatizzato e degli esperimenti variamente verificabili o falsificabili)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn11"><strong>[11]</strong></a>”.</em></p>
<p>La storia del comunismo non è terminata nel 1991, sta a noi continuare o trasformare l’esperienza del comunismo storico in progetto faticoso e paziente nel quale la gratificazione è nella lotta etica e non in altro. Con la fine del PCI e della Cortina di ferro si è entrati in una fase cosmopolita che porta con sé la fine della specificità marxista italiana. Il nuovo che verrà sarà un marxismo  internazionalista anche se radicato nella nazione, non più provincialismi, dunque, e chiusure ideologiche ma partecipazione responsabile che per essere tale non deve essere suddita di nessun sistema culturale o politico. La forma organizzativa e il nuovo Soggetto sociale rivoluzionario saranno assolutamente nuovi. La forma organizzativa come l’abbiamo conosciuta impediva il dibattito teorico e la crescita qualitativa della teoria e della prassi, per cui bisognerà pensare una nuova formula organizzativa tale da neutralizzare “assalti al potere” e la cadaverica  trasmissione della teoria politica ai sussunti come accadde durante la Guerra fredda. La nuova forma organizzativa impedirà come nel <em>VI Libro de La  Repubblica</em> l’assalto  al Timone della nave per ottenere ricchezza ed onori.  Insomma il nuovo comunismo è ancora in potenza  e questo rende il futuro periglioso e aperto a nuove configurazioni:</p>
<p><em>“E allora, che fare? Già, che fare. In breve: il che fare consiste nel trovare una forma organizzativa in grado di accettare l’innovazione teorica, di valorizzarla, e di produrre un’unità fra teoria e pratica non basata sulla falsa coscienza<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn12"><strong>[12]</strong></a>”.</em></p>
<p>Solo una buona antropologia filosofica può nutrire l’organizzazione e farla fiorire, purtroppo tale verità colta pienamente da Costanzo Preve è ancora lontana da essere compresa ed è il problema primo che limita la “rifondazione del comunismo” e che favorisce, invece,  “i fedeli custodi del capitalismo morente e assassino”.</p>
<p>Ancora oggi constatiamo che tra i comunisti vige il “principio di autorità”, residuo  mortale del vecchio PC con le sue gerarchie e con le sue burocrazie intoccabili. Non conta la parola, ma il titolo, non conta la storia del singolo ma la posizione che si occupa  all’interno di organizzazioni e accademie e ciò non può che neutralizzare la nascita di un nuovo soggetto teorico e pratico. Costanzo Preve ha lottato e testimoniato da “comunista anomalo” che il comunismo  è libertà nella forma e dove regnano la libertà, l’ascolto e il dialogo  le singole individualità vivono un processo dialettico che consente il passaggio dalla postura ideologica all’universale. Il comunismo è dunque da ripensare:</p>
<p><em>“Le difficoltà della rifondazione comunista oggi stanno nel fatto che non sappiamo ancora esattamente quale sarà il tipo antropologico diffuso del comunismo del Duemila, e su quali basi esso definirà la sua identità, la sua individualità, le nuove modalità della sua  appartenenza e anche della sua militanza (perché non crediamo che queste ultime spariranno: certo, si modificheranno radicalmente)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftn13"><strong>[13]</strong></a>”.</em></p>
<p>Se ciò non sarà fatto saremo travolti da una realtà, il capitalismo, sempre più simile ad un universo lovecraftiano  e,  disperazione e paura  partoriranno “mostri piccoli e grandi” che governeranno sui popoli resi plebi oranti e inconsapevoli del “mostruoso” e del “male” reso ordinario e banale. L’Istina e la Pravda saranno il fondamento della prassi veritativa del comunismo,  in quanto non è sufficiente la descrizione oggettiva del dato storico (Pravda), ma è necessaria la vitalità plastica (Istina) del Soggetto rivoluzionario a dare forma al comunismo.</p>
<hr />
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref1">[1]</a> Costanzo Preve, Ideologia italiana, Vangelista, 1993 pp. 209 210</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref2">[2]</a> Ibidem pp 210 211</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref3">[3]</a> Ibidem pag. 211</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref4">[4]</a> Ibidem pp. 211 212</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref5">[5]</a> Ibidem pag. 212</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref6">[6]</a> Ibidem pag. 212</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref7">[7]</a> Ibidem pag. 212</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref8">[8]</a> Ibidem pag. 212</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref9">[9]</a> Ibidem pag. 213</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref10">[10]</a> Ibidem pag. 213</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref11">[11]</a> Ibidem pag. 145</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref12">[12]</a> Ibidem pag. 221</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg#_ftnref13">[13]</a> Ibidem pp. 221 222</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/costanzo-preve-e-la-rifondazione-del-comunismo/?fbclid=IwY2xjawQpHuVleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFZU3VZRHdlZ20wSnJnbDAwc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHpclKrA8HnP44kFRWwG-30DGtwLERAOtSQ6jegVmf1SQxIzwFJ50GuC3PQU9_aem_GGgAThgH1cDHYm3JNVrwEg">Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo &#8211; l&#8217;interferenza</a></p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=9197</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Marx e la Gemeinwesen</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9193</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9193#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 18:29:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Comunitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Gemeinwesen]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Camatte -]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=9193</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Marx e la Gemeinwesen Prefazione a Urtext di Jacques Camatte &#160; È nel Frammento del testo originario (Ur­text, 1858) e nei Grundrisse, opere in­compiute o abbozzi di Marx, che si tro­vano piú possibili, che il sistema è aperto.1 È un momento di legame essen­ziale con le opere dette «filosofi­che», giovanili. Non che Marx abbia successi­va­mente abbandonato ogni con­tatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://sinistrainrete.info/images/stories/stories4/marx_two.jpg" alt="marx two" width="300" height="206" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 2em;">Marx e la Gemeinwesen</span></p>
<h2>Prefazione a Urtext</h2>
<h3>di Jacques Camatte</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>È nel <em>Frammento del testo originario</em> (<em>Ur­text</em>, 1858) e nei <em>Grundrisse</em>, opere in­compiute o abbozzi di Marx, che si tro­vano piú possibili, che il sistema è aperto.<a name="sdfootnote1anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote1sym"></a>1 È un momento di legame essen­ziale con le opere dette «filosofi­che», giovanili. Non che Marx abbia successi­va­mente abbandonato ogni con­tatto con la filosofia, tut­t’altro. Il Libro primo del <em>Capitale</em> è pienamente com­pren­sibile solo se si conosce almeno ciò che Aristotele ha scritto nella sua <em>Meta­fisica</em> a proposito della forma e della materia, e la logica di Hegel. In non po­che pagine del <em>Capi­tale</em> si ha inoltre un’innega­bile eco spinozia­na. Nell’<em>Urtext</em> è ad un Hegel giovane che Marx si collega, un Hegel che gli era sconosciuto, quello che s’interrogò a fondo sulla <em>Gemeinw­esen</em>, in particola­re quella greca; e al di là di Hegel, Marx si collega sotterranea­mente a una quantità di uomini come Gioac­chino da Fiore, Niccolò da Cusa ecc.<a name="sdfootnote2anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote2sym"></a>2</p>
<p>Autonomizzazione del valore di scam­bio, comunità, rap­porto Stato-equivalente genera­le, definizione del capitale come valore in pro­cesso, tali sono i punti essen­ziali affrontati nell’<em>Ur</em><em>­</em><em>text</em>. Non gli sono esclusivi, perché li si ritrovano nei <em>Grundrisse</em> e nel <em>Capitale</em>. Tutta­via in questo testo lo studio è piú sintetico e i diver­si argomenti sono affrontati simultanea­mente; ed essi sono rilevanti, soprattutto per ciò che riguarda l’autonomizzazione e la co­munità. Nel Libro primo del <em>Ca­pitale</em> invece l’esposizione è piú analitica.</p>
<p>Nel complesso, per quanto riguarda la co­munità, Marx fa, nelle opere pubblicate men­tre era in vita, il seguente ra­gionamento: la di­struzione della vecchia comunità a causa del­l’au­tonomizzazione del valore di scambio, di­struzione che permette pure l’autonomizzazio­ne dei diversi elementi costi­tutivi (individuo, politica, religione, Stato), costituisce il punto di partenza di un ampio movimen­to, del quale profitta la borghesia per svilupparsi.</p>
<p>Ma non sembra che, per Marx, essa possa veramente fondare un’altra comunità. Ancor meno la que­stione è affrontata per ciò che concerne il capi­tale. Solo il proletariato può, distruggendo quest’ultimo — mo­mento ultimo del movi­mento-divenire del valore, del­la so­cietà di classe — fondare una nuova comunità, la co­munità umana.</p>
<p>Nelle opere postume quali l’<em>Urtext</em> e i <em>Grundrisse</em> (e te­nendo conto che non sono an­cora state pubblicate tutte), si con­stata invece che Marx pone la possibilità di formazione di una comunità, sia grazie all’oro che grazie al capitale. Tale è l’interesse fondamentale di questi testi. A partire da essi, si può mettere in evidenza l’impossibilità in cui si trovò l’oro di porsi a fonda­mento di una comunità, e l’acces­so, al contra­rio, del capitale alla comunità ma­teriale.</p>
<p>Nell’insieme dell’opera di Marx, vi è dun­que giustappo­sizione tra l’individua­zione di un movimento del capitale che si costituisce in co­munità materiale e l’affermazione della sua im­possibilità, le­gata alla folle speranza che il pro­letariato si ribelli a tempo e distrugga il modo di produzione capitalisti­co (MPC). Ora, la co­munità capitale esiste; ciò comporta l’abbando­no di ogni teoria classista e la comprensione del fatto che un’immensa fase storica si è conclusa.</p>
<p>I lavori di Marx sulla comunità sono stati lasciati da par­te.<a name="sdfootnote3anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote3sym"></a>3 In Germania, i teorici come Weber e Tönnies non fanno affatto riferimento alle varie opere che abbiamo appena cita­to. Nel constatare questo, non ci proponiamo di ri­comporre un Marx nuovo, ma di far semplice­mente notare fino a che punto la ri­flessione marxiana sulla comunità sia un’asse fondament­ale di tutta la sua opera.</p>
<p>Per capire l’importanza, il significato di questo approc­cio marxia­no al divenire sociale, occorre collegare l’<em>Urtext</em> al capitolo dei <em>Grundrisse</em> «<em>Formen, die der kapitalistischen Pro</em><em>­</em><em>duktion vorhergehen</em>» (Forme che precedono la produzione capitalistica). Marx vi studia i vari periodi storici che prece­dono il capitale, a par­tire dalle forme di comunità; lavoro im­menso, come attestano i vari studi che egli fece sull’etno­logia e sull’età preistorica. Non si tratta, anche qui, di voler organizzare in modo diverso quanto ci è dato, né cercar di dislocare un capitolo in rapporto a un altro. Si deve sem­plicemente affrontare i diversi ap­procci dello studio e, malgrado le lacune, cogliere la dire­zione a cui tendeva lo sforzo di ri­flessione di Marx. È allora che ci si rende conto quanto l’<em>Urtext</em> sia un punto di articolazione privile­giato per tale comprensione. Si pone allora la questione di sapere come si sarebbe potuto pre­sentare il capitolo sullo Stato, uno dei sei che <em>Per la</em> c<em>ritica dell’economia politi­ca</em> doveva con­tenere. Sembra che, come per il capitale, Marx si sia reso conto della difficoltà di trattarlo iso­latamente, in quanto lo Stato può es­sere conce­pito solo a partire dalla comunità e inoltre il dive­nire dello Stato si mescola intimamente a quello del valore, poiché esso tende a costituirsi come comunità in due momen­ti storici: con l’oro, senza riuscirvi, e poi con il ca­pitale, quando riesce.</p>
<p>La questione dello Stato non si pone negli stessi termini che nelle opere politiche. Di con­seguenza vi è coesistenza di due discorsi: 1° il valore di scambio che perviene all’autono­mia e nel suo movimento crea la comunità, e per far­lo si as­soggetta lo Stato; 2° lo Stato prodotto della lotta delle classi, la classe do­minante eri­gendosi a Stato per dominare la classe avversa della società.</p>
<p>Nell’<em>Urtext</em> vi è tendenza ad una sintesi dei due discorsi. Tuttavia Marx non affronta real­mente il tempo e il luogo della nascita delle classi. Ciò l’avrebbe condotto a relativiz­zare il suo schema dell’evoluzione sociale ancora di piú di quanto lo fece nella discussione con i po­pulisti russi. Le clas­si si manifestano effettiva­mente solo in Occiden­te, giacché è solo in esso che si produce l’autono­mizzazione dell’indivi­duo. Ma il fenomeno Stato non gli è peculiare. È qui che l’analisi marxiana è insufficiente. In «<em>For­men…</em>» Marx ha in­tuito certe realtà quan­do ha trattato della società inca, a pro­posito della quale egli parla di uno Stato nell’ambito di una società comunista, ma non mette abba­stanza in evidenza che lo Stato è un’astrazione dalla Comunità, che è piú o meno autonomiz­zato, se­parato dall’antico corpo sociale legato alla natura.</p>
<p>Le ricerche posteriori a Marx hanno talvol­ta rivelato e soprattutto accertato l’esistenza di Stati non ancora separati dalla comunità e dal­la natura. Cosí tra i Sumeri, si ha, come dice Thorkild Jacobsen, «il cosmo in quanto Sta­to».<a name="sdfootnote4anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote4sym"></a>4 L’organizzazione del cosmo dètta quella della co­munità, de­finisce la gerarchia e dunque lo Stato. È un momento in cui la separa­zione tra interiorità ed esteriorità non si è ancora compiuta, non è ancora trascorsa. A posteriori, possiamo dire che è un dato tipo di comunità che implicava un tale rappor­to col cosmo che attribuiva ad esso una funzione determinant­e; ma è chiaro che un simile ragionamento, giu­sto, non vale assolutamente per il momento in cui uomini e don­ne di quella comunità viveva­no. Per essi, vi era un tutto co­munitario.</p>
<p>Gli uomini e le donne non ave­vano ancora abbandonato la vecchia rappresentazione-conc­ezione del mondo dei po­poli che non sono se­dentarizzati. L’esplosio­ne di quel tutto che essi formano insie­me al pezzo di terra su cui vivono non si è ancora avverata. Non si può dunque parlare di Stato, di classi, di religione, di arte ecc. Siamo noi che, in funzione di quanto avve­nuto nel corso degli ultimi secoli, astraiamo tali elementi in tali co­munità.</p>
<p>Con determinazioni diverse, si rileva una si­mile assenza di separa­zione nell’antico Egitto. Tuttavia in esso lo Stato presenta una certa au­tonomizzazione.</p>
<p>Nel caso della Cina la separazione, per quanto ini­ziata, non si è effettuata. Colui che gli europei hanno chia­mato Im­peratore era in­fatti il «figlio del cielo» che da esso riceveva il suo man­dato. Certe manifestazioni naturali pos­sono talvolta significare che il suo mandato deve essergli revocato: il che in­dica appunto il rapporto dell’«imperato­re» col cosmo e la sua funzione in seno ad esso. In particolare, assicu­rando un ordine sociale, egli garantisce nello stes­so tempo un’acquisi­zione basilare, la sepa­razione dell’uomo dall’animalità. Quando re­gna il disordine, si ha ritorno ad essa. Cosí l’impe­ratore regge il rapporto tra il co­smo e l’ambiente sociale.</p>
<p>Si potrebbero citare vari altri esempi, che appaiono come casi particolari che non si può disporre in maniera unilineare in quanto il pro­cesso di autonomizzazione non ha operato in modo identico nelle diverse comunità. Lo stu­dio delle società africane e amerinde rivelereb­be tutti i possibili. In <em>La società contro lo Stato</em>, Clastres ha messo in evidenza i meccanismi che impedivano l’autono­mizzazione del potere, del­la gerar­chia, del­lo Stato.<a name="sdfootnote5anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote5sym"></a>5</p>
<p>È in Grecia che si ha separazione, autono­mizzazione, e che si ha uno Stato, individui, classi, nel momento stesso del­la separazione dal pen­siero «mitico», nascita della scienza, del­la logica e, ci torneremo piú ampiamente in altri lavori, della terapeutica. Lo Stato vi è an­cora espressione sensibile dell’antica <em>Gemein­wesen</em>; il movimento del valore non ha an­cora raggiunto un ec­cessivo sviluppo. Con l’Impero romano si afferma la necessità di uno Stato che deve dominare, sovra­stare, controllare una mi­riade di comunità, da cui il tentati­vo di con­fluenza per dissoluzione di tutte le comunità nella ro­ma­nità, con perdita del­la diversità (tentativo già fatto dai Greci: l’ellenizzazione dei barbari). Qui, il cristianesimo svol­se un grande ruolo. È lui che perverrà a realizzare l’o­mogeneiz­za­zio­ne o distruzione, domestica­zione di gruppi u­ma­ni ove la forza non fosse stata efficace; per esempio, è quanto avvenne coi sardi.</p>
<p>Nel Rinascimento si fa strada in maniera piú netta lo Stato come equivalente gene­rale (cfr. Marx nell’<em>Urtext</em>): ac­centuazione del fenome­no di passaggio dalla verti­calità del movimento del valore alla sua orizzontalità. Il punto di ar­rivo non è piú un dio, e dunque un tempio, ma, a seguito della scomparsa della tesaurizzazione sa­cra, i movimenti si fanno in tutti i sensi oriz­zontali; si ha da allora necessità di un ele­mento di regolazione e di controllo.</p>
<p>Con lo sviluppo della società borghe­se la lotta delle clas­si diventerà determi­nante, se non altro perché i pro­tagonisti del dramma non ragionano piú in funzione di una comunità o, se si vuo­le, perché questa si ridurrà entro i li­miti di una classe. È in questo momento che le classi sa­ranno realmente determinanti, operati­ve. Si avranno le varie rivoluzioni che dal secol­o XVI ai nostri giorni segnano le tappe dell’instau­rarsi del MPC e, adesso, della comu­nità capitale.</p>
<p>Lo Stato è considerato come un «artificio», un’istituzio­ne necessaria per uni­re i diversi ele­menti sociali; da qui la sua importanza, la sua possibile autonomiz­zazione e il fatto che esso possa divenire piú forte della società (Marx). Oggi la sua importanza resta sempre considerev­ole, ma esso tende ad es­sere assorbito nella comunità-capitale.</p>
<p>Ho trattato altrove<a name="sdfootnote6anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote6sym"></a>6 il movi­mento di forma­zione della comunità ma­teriale e i suoi caratteri fondamentali; comunità materiale perché è un elemento morto, cristallizzato, opera di milio­ni di esseri umani esteriorizzati sotto forma di capita­le fisso che fonda la co­munità. È il mo­mento essenziale in cui il capitale rimpiazza i suoi presupposti con le sue condizioni di svi­luppo, quello dell’accesso alla comunità; ma ciò non in­dica tutto ciò che è la comunità capi­tale. Ho mostrato l’importanza che pure aveva il capitale circo­lante nella rea­lizzazione di questa. Tutta­via essa non avrebbe potuto in­staurarsi, né a maggior ragione riprodursi, se la mentalità degli uomini e delle donne non fosse stata modificata al fine ch’essa corrispondesse alle nuove esigenze del modo di vita determi­nato dal capitale.</p>
<p>In un primo momento sono le ideologie di classe che permettono ai diversi attori di rap­presentarsi piú o meno adeguatamente il pro­prio ruolo nel processo di vita del capi­ta­le, an­che quando a lui si oppongono (caso della limi­tazione della giornata lavorativa): successiva­mente è il movimento stesso del capitale — il capitale che si pone in quanto rap­presentazione — che fonda le rappresentazioni degli esseri umani e li guida nella loro prassi. A que­sto li­vello, voler defi­nire quello che viene prima o dopo equivale a discutere del famoso problema dell’uovo e della gallina. Ciò che è innega­bile è la forza apparentemente indi­struttibile della rappre­sentazione. Il dive­nire di ciò che è in atto appare eterno.</p>
<p>Ironia vuole che sia appunto in questo mo­mento che il materialismo stori­co trionfi, po­nendosi come adeguata rap­presentazione del mondo capitalista che è a uno stadio assai lon­tano da quello che l’ha generato! La realizza­zione della comuni­tà capitale e la fine della fase storica ini­ziatasi col sor­gere del valore di scambio si traduce nell’apparizione di nuo­ve discipline: teoria dei sistemi (Bertalanffy), se­mantica ge­nerale (Korzybski), una «teoria di altissima complessità» (Morin), e nell’impor­tanza di certi termini: struttura, totali­tà, orga­nizzazione,, sistema, codice ecc…Da cui la pre­ponderanza della semiotica: occorre conoscere il significato di un sistema, quello delle sue di­verse parti; occorre cogliere i suoi significanti ove l’uomo non ha piú alcun significato.</p>
<p>In un mondo che perde sempre piú i suoi punti di riferi­mento, i suoi vincoli (tutto è pos­sibile; occorre notare a que­sto proposito che vi è una certa contraddizione tra un’evane­scenza dello Stato centrale come punto di riferimento, sede dell’equivalente generale, e la necessità di un organismo di repressione piú o meno cen­tralizzato) s’impone l’esigenza di una scienza del significato dell’informazione Tutto è este­riorizzato, autonomizzato. Uomini e donne hanno davanti a sé la comunità della loro spo­liazione. Occorre davvero un codi­ce per com­prendere cosa accade, e il codice è la riduzione della comunicazione. Non è piú possibile par­lare in termini di anti­patia o di simpatia; gli es­seri sono particelle neutre di registrazione d’informazione e di rinvio di essa. L’antica fede che era cosi importante nelle epoche passa­te, è stata sostituita dal credito che è la fede in un si­stema nel quale l’uomo è an­cora un referente, e poi dall’inflazione che è la fede del capi­tale in se stesso.<a name="sdfootnote7anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote7sym"></a>7 L’accettazione di ciò avvia l’umanità su una strada sempre piú assurda: ogni esse­re umano non sarà altro che un esistente «getta­to» nella comunità capitale e messo in movi­mento dal divenire di questa.</p>
<p>Per affrontare la realtà attuale, non si tratta piú di ragio­nare in termini di modo di produ­zione. Non c’è piú un modo di produzione ca­pitalista, bensí la comu­nità capitale nella quale lo Stato è sempre piú immerso.</p>
<p>Piú in generale si può affermare che c’è un modo di pro­duzione definito quando la produ­zione costituisce real­mente un problema, tanto a causa di difficoltà materiali, tecniche, che so­ciali. Il ca­pitale produce tutto, anche ciò che sembra essere al di fuori della sfera di produ­zione industria­le, in se­rie, e riduce gli esse­ri umani alla stessa situazione di dipen­den­za di fronte a lui. È l’aliena­zione compiuta. Gli esse­ri umani sono totalmente divenuti altri o, il che è lo stesso, gli schiavi hanno a tal punto accet­tato il potere del padrone da esserne divenuti il simulacro. Con ciò, è finita ogni dialettica dei concetti di forze produt­tive e dei rapporti di produzione di cui parla­va Marx nell’«Introdu­zione» del 1857; d’altra parte la produzione non è piú semplicemente produzione per la produzione, bensí pro­duzione per la riprodu­zione del ca­pitale. Essa ritrova un soggetto e cosí perde il suo carattere di oggetto.</p>
<p>Tutti i concetti della dialettica delle forze produttive di­ventano evanescenti e operano tutt’al piú come momenti di comprensione del movimento del capitale. Già Marx scriveva:</p>
<p>Il risultato al quale perveniamo non è che produzio­ne, distribuzione, scam­bio, consumo siano identici, ma che essi co­stituiscono tutti i membri di una totali­tà («Introduzione» del 1857).</p>
<p>In particolare, quei concetti che erano cen­trati, articola­ti intorno all’attività umana: la­voro-riposo, tempo di lavoro-tempo libe­ro, va­lore-plusvalore, come pure quelli che si sono svincolati da essa: profitto— perdita, ecc…, perdono ogni ope­ratività. Ed evidentemente è la coppia penuria-ricchezza sottesa al concet­to di bisogno, quella che piú nettamente sva­nisce. Quando gli esseri umani ven­gono strappati alla loro comunità, sorgono le real­tà che fondano i concetti di biso­gno, di pe­nuria, di tempo lavo­rativo ecc…, ma nella misura in cui una comu­nità è ri­costituita da tutti gli elementi che si erano individualizzati e autonomizzati, essi vengono riassor­biti, e si constata che essi sono solo momenti di articolazione di un dive­nire alla comunità capitale.</p>
<p>Queste sono le determinazioni del compor­tamento uma­no, una volta che uomini e donne si siano staccati dalla loro comunità.</p>
<p>Piú in generale, è la fine dell’economia poli­tica, soprat­tutto se ci si riferisce a questa affer­mazione di Marx:</p>
<p>La vera economia — risparmio — con­siste in rispar­mio di tempo di lavoro&#8230; (<em>Grun­drisse</em>, p. 599).</p>
<p>Ora, il capitale si è acca­parrato durata e tem­po umani.<a name="sdfootnote8anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote8sym"></a>8</p>
<p>L’economia nel senso di risparmio è possibi­le solo quan­do il tempo è autono­mizzato, è contato; d’altra parte Marx, nel <em>Capitale</em>, insi­ste proprio sul rapporto tra misura del tempo e sviluppo dell’econo­mia, sviluppo del capitale fis­so; econo­mizzare, risparmiare, può condurre a una situazio­ne tale che l’individuo faccia an­che l’economia della propria vita dal momen­to in cui avrà contratto un’as­sicurazione sulla vita e si sarà acquistato un loculo al cimitero. È un modo grottesco d’indi­care una realtà: l’econo­mia è un escamotage della nostra vita.</p>
<p>Per Marx l’economia di tempo di la­voro è in definitiva il punto essenzia­le ed egli ne fa quasi la deter­minante dell’evo­luzione umana. Ora, come egli stesso dimostra, è con lo svi­luppo del capitale nel secolo XV che apparirà veramente questo imperativo che genera una lotta secolare tra capitalisti e operai, che arriverà al parossi­smo in Inghilterra nel secolo XIX, con la lotta per la regolamentazione della gior­nata lavorat­iva, che fu una vera e propria guerra civile che durò 50 anni (Marx). In altri paesi essa si produsse piú tar­di, tuttavia essa prosegue anco­ra benché sotto altre forme. Il risultato ne è lo strutturarsi della comunità capita­le, l’assogget­tamento degli esseri umani al tempo quantifi­cato, l’accettazione di condurre la propria vita entro un quadro rigi­do. Si è arrivati all’orga­nizzazione del tempo per il capitale ed è a par­tire da ciò che esso può mettere a punto la pro­grammazione di tutti i momenti della vita uma­na. Questa viene sezionata in porzio­ni di tem­po, nel corso delle quali dobbiamo compiere deter­minate funzioni. effettuare certi proces­si vitali. O meglio, ora in virtú di questo ritaglio, vi è, per uomini e donne crocifissi su questi quanta di tempo, una produzione che è loro appro­priata, per i giovani con le sue numerose suddivisioni, per gli adulti, per le persone della terza età (in previsione la quarta), per i defunti (la tana­tologia: la morte è per il capitale la ca­pitalizzazione assoluta del tempo, il tempo omogeneo che non include alcuna opposizion­e).</p>
<p>Il capitale è accumulazione di tempo; esso lo riassorbe, lo assorbe (si può avere entrambe le modalità) e perciò si pone come eternità. Marx affronta tale que­stione dell’eterni­tà dal lato formale. Parla di <em>Unvergänglichkeit</em> che esprime l’idea di qualcosa d’imperituro e nel contempo l’idea che non si può passare ad al­tro:</p>
<p>L’eternità — durata del valore nella sua forma capi­tale — è posta soltanto tra­mite la riproduzione che è essa stessa duplice: riprodu­zione in quanto merce, ri­produzione in quanto denaro e unità di questi due processi di riproduzio­ne (<em>Grundrisse</em>, p. 539).</p>
<p>Sviluppata dal punto di vista della so­stanza, l’eternità del capitale implica anche l’evane­scenza degli uomini, vale a dire tanto la loro scarsa durabilità quanto la loro insignificanza. Il capitale sottrae all’uomo il tempo — ele­mento del suo svi­luppo, secondo Marx. Esso crea un vuoto nel quale il tempo si abo­lisce; l’uomo perde un riferimento impor­tante, non può piú riconoscersi, percepirsi. E il tempo congelato gli sta di fronte.</p>
<p>Fine dell’economia in quanto scienza della ricchezza che è sia accumulazio­ne di valori d’uso sia accumulazione tesau­rizzazione di va­lori di scambio (denaro, capitale). Ora si è mo­strato che col capitale non sono piú i valori d’uso per l’uomo ad essere essenziali, bensí il mo­vimento di valorizza­zione-capitalizzazione nel cui ambito ogni dif­ferenza tra va­lore d’uso e valore di scam­bio si abolisce. La ricerca della ricchezza è diventata ricerca di una posizione privilegiata all’interno del processo di vita del capita­le, al fine di poter profittare della sua co­munità materiale.</p>
<p>Tale ricerca della ricchezza era abbinata alla lotta con­tro la penuria.<a name="sdfootnote9anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote9sym"></a>9 Ora, questa co­mincia realmente solo con l’autonomizzazione del valore di scam­bio. Le «comunità pri­mitive» non la conoscevano, come del resto non cono­scevano l’assillo del tempo libero. Inoltre la penu­ria attuale riguarde­rebbe ormai la vita stessa, essendone gli esseri umani sempre piú privati… quando se ne rendo­no conto., cioè quando met­tono in que­stione il <em>diktat</em> del capi­tale, altrimenti quest’ulti­mo sembra appagarli imme­diatamente o almeno in un futuro non lontano.</p>
<p>L’economia in quanto scienza degli scambi svanisce anch’essa. Ho mostrato altro­ve come il capitale tendesse a superare lo scambio e come vi sia pervenuto (cfr. K. Marx, <em>Grundris­se</em>, pp. 456 e 491). Non c’è piú scambio, ma at­tri­bu­zio­ne. Fatto significativo: gli economisti moder­ni parlano di flussi economici.</p>
<p>Vi è un fondamento dell’economia che anch’esso perde la sua operatività: la divisio­ne del lavoro. Questa è stata spes­so messa in paral­lelo con i diversi modi di produzione. Ora, con il capitale, essa diventa una semplice differen­ziazione tra momenti di esso, un rapporto tra mezzi di produzione e mez­zi di consumo. Infi­ne scompare anche l’economia nel senso di ge­stione (come già l’usava Senofonte), tanto pri­vata che pubblica, poiché la gestione implica un soggetto che gestisce e un og­getto da gesti­re. Ciò è valido finché gli uomini hanno ancora un potere d’inter­vento, mentre ora è solo la ra­zionalità del capitale a imporsi. Gli uomini che vogliono gestire devono semplicemente rico­noscere il movimento del capita­le. Nella misu­ra in cui vogliono intervenire, essi possono solo ostacolare transitoriamente il movimento. Non gestiscono piú, regi­strano.</p>
<p>Qualcuno ha voluto estendere le cate­gorie dell’economia politica ad ambiti che le erano prima estranei, da cui le teorie sull’economia libidinale (Lyotard), sulle macchine desiderant­i ove il de­siderio sostituirebbe il bisogno (Deleu­ze-Guat­tari). Ora, a partire dal momen­to in cui si verifica l’incapaci­tà della teoria marxista a cogliere i fenomeni sociali (la sua aporia! secondo i nuovi teorici), come si può trasporla nella psicologia, per esempio, e par­tendo da qui costruire una teo­ria globale? Si può muovere una critica analoga agli autori di <em>Apocalisse e rivoluzione</em> al­lorché parlano di «economia del­l’in­terio­rità».<a name="sdfootnote10anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote10sym"></a>10</p>
<p>Nella misura in cui un concetto tende a in­vadere ambiti che all’origine gli sono estranei, ciò significa l’estensione del fenomeno che esso rappresenta e la perdita degli esatti limiti, di determinazioni rigorose che permettevano di caratteriz­zarlo, di definirlo. Economia, ne vie­ne a significare organizz­azione di qualcosa, di un tutto, un processo funzionale; il modo in cui ven­gono organizzate proposizioni, affermazion­i per pervenire a stabilire un certo senso. Cosí è in questa frase di Fesquet:</p>
<p>Questa è l’economia del Vangelo: Gesú ha liberato l’uomo dal suo peccato. L’u­manità è stata riscat­tata dal suo amore. («Sens et défen­se du péché», in <em>Le Monde</em> del 6 marzo 1976).</p>
<p>L’economia come scienza dell’organizza­zione di un cer­to ambito geografico, tende ad essere soppianta­ta dall’ecolo­gia dato i proble­mi dell’inquinamento e il rarefarsi delle ma­terie prime (ma questa non è una pe­nuria per gli es­seri uma­ni, e poi si profila sempre la possibilità di un surrogato!). La sfera dell’economia si di­lata fino a non avere piú consistenza reale, il concetto si diluisce sempre piú. La Terra viene pro­spettata come un ecosistema totale che il capitale deve sfrut­tare, attraverso gli uomini in una misura sempre minore.</p>
<p>Si trova un’ottima espressione nella defini­zione che certi economisti danno della scienza eco­nomica (non si parla piú di eco­nomia politi­ca): una scienza dell’adatta­mento. Tale conce­zione integra le vec­chie categorie: ricchezza, scam­bio, prezzo, utilità ecc&#8230; Il che le permette pure di tener conto di ciò che è la «natura uma­na». L’essere umano ha un «bisogno di infini­to» che urta sul «finito della creazione» (H. Guitton nella voce «Science économique» dell’<em>En</em><em>­</em><em>cyclopedia Univer­salis</em>), da cui i bisogni sono innumerevoli e i mezzi per soddi­sfarli sono limitati. D’altra parte questi possono non trovarsi nel momento giusto al posto giusto.</p>
<p>Nondimeno lo sviluppo economico ha ac­cresciuto le possibilità, per cui si pone a tutti i livelli il problema di saper sce­gliere prodotti, dei mezzi di produzione e cosí via. L’atto eco­nomico sarebbe l’atto di scegliere. Da cui l’im­portanza del calcolo che rimpiaz­za il sem­plice giudizio che era legato al concetto di va­lore: e questo atto di scegliere implica evident­emente l’adattamento degli esseri umani al si­stema eco­nomico. Saper scegliere, è saper adat­tarsi. Non è questo nello stesso tempo il credo di tutti i futuro­logi? Occorre adattarsi allo shock del futuro, che è quello del capitale che sfug­ge a ogni costrizione, a ogni riferimento, e si dispiega per proprio conto e incalzan­do a frustate il piú lento modo di vita della specie che lo ha generato.<a name="sdfootnote11anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote11sym"></a>11</p>
<p>Ritroviamo la convergenza con l’ecologia che si può de­finire sempli­cemente come la scienza delle condizioni di esi­stenza e delle in­terazioni tra gli esseri viventi e le condizioni ambientali, e che è fondamentalmente una sci­en­za dell’adat­tamento dell’individuo e della specie al suo ambiente. La scienza economica è la scienza dell’adattamento dell’uomo a un preciso ambiente, quello del capitale.<a name="sdfootnote12anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote12sym"></a>12</p>
<p>L’economia politica è stata la scienza del di­venire del ca­pitale alla sua totalità; per far ciò essa non solo ha inventa­riato i fe­nomeni pura­mente economici concernen­ti il valore di scambio, l’utilità, il capitale ecc…, ma ha de­scritto in modo piú o meno esplicito anche come gli uomini interiorizz­assero i fenomeni, diventando ad essi sempre piú compatibi­li&#8230; a seguito di collisioni, di lotte che facevano loro abban­donare le loro antiche concezio­ni. Con il realizzarsi della comunità ma­teriale, il capitale esiste in quanto mondo. Ri­mane solo da studia­re come gli esseri umani che hanno interiorizz­ato il capitale si adattino al suo processo di vita: è il compito della scienza economica.</p>
<p>Il capitale s’impadronisce della dimen­sione del cosmo e riscopre lo spazio che tendeva a di­struggere («la distruzione dello spazio grazie al tempo», K. Marx, <em>Grundrisse</em>, p. 423), ma que­sto sempre secondo il suo modo di essere: dopo che per esteriorizzazione essi sono stati carpiti agli esseri umani. L’econo­mia è stata riflessione sui fenomeni che si svolsero a partire dall’auto­nomizzarsi del valore di scambio. e un tenta­tivo d’in­tervenire al loro interno, al fine di conci­liarli con i rapporti sociali vigenti. Essa è sem­pre stata piú o meno im­pregnata di ideali uma­nitari.</p>
<p>Con l’instaurarsi del modo di produ­zione capitalista, il movimento sociale e il movimen­to economico confluiscono. La lotta del prole­tariato all’interno di questo modo di produzion­e ha permesso di strut­turare tale unità-unifi­cazione. Da allora l’economia non può essere piú altro che un discor­so del capitale il quale. nell’accedere alla comunità materia­le, rende caduco l’intero contenuto dell’economia poli­tica.</p>
<p>L’economia traduce un certo comportamen­to di una parte della specie sulla Terra. Al mo­mento in cui essa perde la sua realtà, significa che questo comportamento tende ad abolirsi: moltiplicarsi indefinitamente (si constata un calo della natalità in tutti i paesi piú capitaliz­zati), porsi sempre piú differenti dal resto del mondo vivente, consi­derare la Terra come og­getto di sfrutta­mento, abbandonarsi alla tecnic­a e all’esaltazione delle forze produttive, al progresso.</p>
<p>Una via dell’evoluzione della specie è stata totalmente percorsa. Ne consegue che deve fi­nire l’autopercezione del comportamento adot­tato come pure la riflessione su di esso; dunque fine della fi­losofia, poiché essa è tra l’altro riflessio­ne sui valori, sul valore. Com­porta­men­to teorico che gerarchiz­za il mondo degli esseri e delle cose nella dicotomia esterio­rità-in­te­riorità.</p>
<p>Per Marx l’economia era la scienza che per­metteva di descrivere come le «comunità pri­mitive» erano state distrut­te, di rivelare il de­terminismo dell’evolu­zione delle differenti so­cietà umane, di spiegarne le rivoluzioni e, nella misura in cui faceva una criti­ca dell’economia politica, egli poteva in­dividuare le contraddi­zioni del MPC che dovevano portare alla rivo­luzione proletaria che avrebbe permesso l’e­manci­pa­zio­ne-liberazione di tutta una classe di uomini e quella dell’umanità. Ora, lo si è vi­sto, la dinamica dell’emancipazione-liberazione ­è quella del capitale. È lui il grande rivoluzionario e di tutte le rivoluzioni ha profittato. La serie delle rivoluzioni è dunque finita, si è conclusa con la realiz­zazione della comunità capitale. Il dive­nire umano non può piú esse­re legato alla rivoluzione.</p>
<p>Cosí ha termine il movimento di esterioriz­zazione-autonomizzazione e di libe­razio­ne-e­man­cipa­zione che abbiamo ana­lizzato a parti­re dal dissolversi delle «co­munità primiti­ve» nel­l’area occidentale e si abolisce la dialettica, rappre­sentazione di questo movimento, quella del padrone e dello schiavo per la scomparsa del­le classi e, da ciò, è la scomparsa del movi­mento dell’aliena­zione poiché, nella comunità capi­tale, si ha spesso giustapposizione tra l’es­sere che è stato spo­gliato e ciò di cui egli è stato spogliato; essi possono essere riuniti, ma in quanto realtà separate; la comunità terapeutica le ha cicatrizzate meglio che può. La religione stessa perde in funzionalità, poiché non è piú lei a legare gli esseri (il suo ca­rattere comunita­rio si attenua sem­pre piú), ma il capitale— rappresentazione. Esso, distruggendo sempre piú le radici umane, distrugge il ricor­do di qualcosa che la religione con­servava e che la conservava. Tutte le religioni della salvezza sono fondate sul ricordo. E come, ancora una volta, può es­serci alienazione quando non si ha piú ricordo di uno stato altro? Il limite as­surdo del movimento del capitale è una co­munità umana senza uomini che realizza cosí, in ma­niera esasperata il soggetto-automa di cui, dopo Ure e Owen, par­lava Marx nel <em>Capitale</em>.</p>
<p>Di conseguenza lo studio storico dello svi­luppo della specie nel corso del tempo dopo il suo sorgere per­mette di conservare o ritrovare il ricordo di uno stato altro, non per restau­rare tale stato ma per dimostrare che l’eternizzazio­ne del capitale si realizza solo nella misura in cui viene abolita la nostra memoria. Senza me­moria, niente comunità umana. Si potrebbe credere che il passaggio da una comunità ad un’al­tra, se pone problemi pratici e provo­ca molteplici lace­razioni, possa almeno essere colta, compresa dagli uomini e dalle donne. Ora, e questo è un apporto essenziale del­l’<em>Ur</em><em>­</em><em>text</em>, Marx mo­stra fino a qual punto il movimento del valore di scambio che dissolve le vec­chie comunità e tende a porre se stesso come co­munità, falsifichi per gli esseri uma­ni ogni comprensione. Ciò che essi credono de­terminanti sono i rapporti tra di loro, o le isti­tuzioni che si son date sulla base di rap­porti economici che essi non hanno compreso. Marx svela la falsa coscienza storica. Cosí i borghesi francesi pen­savano di limitare, egualizzare la ricchezza e non si rendeva­no conto di come in­vece, con il loro intervento, rimuovessero tutti gli ostacoli al proprio libero sviluppo in forma di capital­e.</p>
<p>Nella<em> Sacra Famiglia</em>, Marx aveva già af­frontato questa «illusione», senza darle il reale fondamento economi­co:</p>
<p>Questa illusione si manifesta tragica­mente quando Saint-Just, nel giorno del­la sua esecuzione, indican­do la gran­de tavola dei Diritti dell’uomo appesa nella sala della Conciergerie dichiara: «C’est pourtant moi qui ai fait cela». Quella tavola proclamava il <em>diritto</em> di un <em>uomo</em> che non può es­sere l’uomo del­l’an­tica <em>Ge­meinwesen</em> (comunità), cosí come gli attuali rapporti econo­mico-politici e industriali non possono essere quelli della società anti­ca.</p>
<p>Essi non avevano percepito che l’attività esteriorizzata degli uomini pervenisse ad una propria autonomia sulla quale essi non avevano alcuna presa. Questa falsa coscienza bor­ghese fon­da la democrazia rappresentativa, parlam­entare, la credenza che con istitu­zioni si va a costituire la nazione (nuova comunità che rin­serrerà tutti i pro­cessi economici e sociali); essa fonda allo stesso modo il fascismo (i nazisti vo­levano la <em>Volksgemeinschaft</em>, la comuni­tà del popolo!), che è comunque un movimento che con la sua azione ha permesso alla comunità capitale d’impiantarsi.</p>
<p>Per quanto riguarda la democrazia po­litica, è vero che essa ha avuto il merito di limitare gli eccessi della violenza. In effetti — ed è l’importante argomento al quale si aggrap­pano tutti gli attuali de­mocratici, e tutti quelli che, inorriditi dal nazismo e dallo stalinismo, consi­derano la democrazia come un male minore — si deve notare che nei paesi dove le vecchie co­munità sono crollate e dove la democrazia non ha potuto impiantarsi, non viga alcuna rego­la, alcuna istituzio­ne per imbrigliare il fenomeno sociale, non vi sia alcun freno alla violenza. Ciò che era umano, definito dalla co­munità, era crollato, e da allora dove trovare un punto di riferimen­to?</p>
<p>Cosí un gran numero di atrocità sono state commesse in URSS a seguito dell’impossibilità dell’instaurazione di una democrazia parla­mentare, e a seguito del fallimento della rivol­uzione proletaria mondiale. È di tale scatena­mento che avevano paura vari rivoluzionari russi, Dostoev­skij — ciò che gli faceva odiare la rivo­luzione, come a piú riprese ri­corda Ber­diajev nel suo libro dedicato a questo au­tore— e lo stesso Lenin poiché, secondo Victor Serge, egli paventava l’esplosione ge­neralizzata della lotta di classe, il che do­veva verificarsi in segui­to alla rivolta dei cecoslovacchi.</p>
<p>Gli stessi orrori, con varianti folclori­che, si ripetono in Asia, America Lati­na, Africa. Nei paesi africani il trauma della distruzione delle comunità è ancora piú profondo: l’urto col mondo del capitale è per se stesso generatore di follia, nel senso di perdita assoluta di ogni rife­rimento ed im­possibilità acuta di ritrovarsi in una comunità.</p>
<p>Ciò non significa affatto che i demo­cratici occidentali non abbiano commesso alcuna vio­lenza, alcuna tortura, al­cun crimine…Certo, no. Ma essi hanno operato <em>prima</em> fuori d’Euro­pa, nei paesi dove non erano «intralciati» dal­le leggi democratiche. È per questo che la guer­ra del 1914-’18 e so­prattutto il fascismo, portando all’Europa i metodi che erano stati riservati agli altri paesi, segna­no la sentenza di morte della democrazia politica.</p>
<p>La scomparsa sempre piú accentuata di ogni ideale e di ogni regola democratica fa sí che, in un mondo in decompo­si­zione, soprattutto quando la comunità capitale viene a essere ri­fiutata, la violenza non abbia piú alcun freno. Da cui l’invocazione ripe­tuta e vana per un ri­torno alla democrazia politi­ca, e le diverse proposte di rattoppo e rinvigorimento. Come se, dopo gli immensi fallimenti del 1914 e del 1933, essa potes­se essere un qualche baluardo contro la marea di violenza che sale e che co­mincia a dilagare sul mondo&#8230; tanto piú che, già alle sue origini, essa non è stata altro che un ac­como­damento.<a name="sdfootnote13anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote13sym"></a>13</p>
<p>Ritroviamo la stessa falsa coscienza nei so­cialisti france­si:<a name="sdfootnote14anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote14sym"></a>14</p>
<p>Da ciò deriva l&#8217;errore di quei socialisti, soprattutto francesi, che vogliono di­mostrare che il socialismo è la realizza­zione delle idee borghesi [...] e che si sfor­zano di dimostrare che il valore di scambio è [...] un sistema di libertà e uguaglianza di tutti; ma sarebbe stato distorto dal denaro, dal capitale, ecc.. (<em>Urtext</em>)</p>
<p>Il movimento socialista mondiale ha cono­sciuto la stessa fine della democrazia politica. Cosa tanto piú inevitabile, in quanto si era po­sto spesso come la vera realizzazione di essa. Ma, lo stesso Marx non consi­dera in definitiva che lo svilup­po delle forze produt­tive (dati neutri) sarebbe falsato dal mo­vimento del capi­tale? Non vi è una falsa coscienza storica nel voler fondare il comunismo sulla base di uno sviluppo delle forze produttive che ha permes­so l’instaurar­si del capitale? Da cui, evidente­mente, per opporsi a tale deviazione delle forze produttive, la necessità di un intervento che permette­rebbe di rigenerare un corso, di risa­nare, di guarire! Nello stesso tempo il comuni­smo sarebbe la vera coscienza del mo­vimento della produzione in atto da millenni e attende­rebbe un momento favo­revole per manifestarsi.</p>
<p>Lo stesso errore si riscontra nel fatto di aver pensato che il comunismo potrebbe svilupparsi sulla base della ridu­zione della giornata lavo­rativa. Con ciò, si conserverebbe ancora uno dei presupposti del capitale: la quantificazione del tem­po, e si vorrebbe utilizzare quanto il ca­pitale ha apportato; il che vuol dire che con lo sviluppo delle forze produttive un fenomeno sarebbe in corso, ma il capitale ne impedirebbe la piena espansione ed anche lo falserebbe. Da cui la ne­cessità di un intervento, del quale ho già parlato. La falsa coscienza è intrappolata dal fenomeno immediato, connesso alla volont­à di intervenire per far agire tale fenomeno nel senso de­gli interessi umani. La comunità non può edificarsi solo sul tempo, essa è possi­bile soltanto attraverso la ritrovata unione umanità-natura che inglobi spa­zio e tempo.</p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories4/Marx_urtext.jpg" alt="Marx urtext" /></p>
<p>Infine, allorché Marx scrive: nessu­na for­mazione sociale scompare fin quando non ab­bia esaurito le possi­bilità che ha in sè (cfr. la «Prefazione» a <em>Per la criti­ca dell’economia poli­tica</em>, 1859), egli ha creato un terreno fertile per il sorgere di illusioni, tra le quali quella consi­stente nel credere che vi sia deca­denza del ca­pitale a partire dal mo­mento in cui un cer­to numero di possibilità, che gli sono state in par­tenza ricono­sciute, siano state realizzate e che quindi un inter­vento — quello del proletariato — sia sempre prevedibile in un avve­nire piú o meno lontano. In realtà, se vi è decadenza è quella dell’umanità!</p>
<p>Falsa coscienza e recupero sono strettament­e legati. Il secondo è in un certo modo la conseguenza della prima: se si è recuperati, è perché si è prodotta una coscienza erronea. Si è prospettato un fenomeno come potesse essere effettivamen­te antagonistico al capitale. Ora, si avvera in seguito che esso realizzi ciò che avrebbe dovuto di fatto distruggere. Ci troviam­o qui di fronte, in altro modo, alla sua an­tropomorfosi.</p>
<p>È a partire da rappresentazioni inade­guate del movimen­to reale, a partire da fal­se coscien­ze, che il capitale per­viene a perfezionare ogni volta il suo domi­nio. Si può pensare che tale movimento possa arrivare fino al momento in cui il capitale si gonfierà di una sostanza che gli è estranea, e che cosí esploda, o si esaurisca. Se ciò è vero per diverse istituzio­ni, ciò che le ren­de poi inadeguate e non operative al punto da farle sprofondare al minimo urto (e la rivolu­zione è stata realmente quel momento in cui tutto crolla e tutti sfuggono dalle varie istitu­zioni, ruo­li ecc.), ma il capitale, lui, s’impadron­isce di tutto e, antropomorfizzando­si, accre­sce sempre piú la sua po­tenza, dato che al limi­te essa può ap­parire uma­na.</p>
<p>Cosí il movimento di recupero può essere solo la causa di uno squilibrio che potrebbe in­trodurre una falla nella comu­nità capitale. Nondimeno un grave pericolo accompa­gna questa possibilità, è la perdita totale, l’esterio­rizzazione com­pleta e dunque lo svuota­mento realizzato degli esseri uma­ni, che arriva ad una comunità senza uo­mini. A maggior ragione non si può venire sul terreno del capitale forzando­ne il dive­nire, come pensa Baudrillard,:</p>
<p>La sfida che ci lancia il capitale nel suo delirio, liqui­dando senza vergogna la legge del profitto, il plusva­lore, le final­ità produttive, le strutture d pote­re, e ri­trovando al termine del suo pro­cesso l’immoralità profonda (ma anche la se­duzione) dei riti primitivi di distruzione, questa sfida, va raccolta e ripresa in un rilancio in­sensato.</p>
<p>Raccogliere la sfida sarebbe abbandonarsi al­lo sfuggi­mento integrale del capi­tale, per mai piú ritrovarsi: realizza­zione della follia. Bau­drillard coglie qui in ma­niera impres­sionante il movimento dell’inflazione.<a name="sdfootnote15anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote15sym"></a>15</p>
<p>È al momento della distruzione della comu­nità esistente, che la falsa coscienza affiora piú nettamente; è allora che si fanno le piú sfrenate ricerche per la sua rico­stituzione in for­ma piú o meno fantasio­sa. Alcuni tentano di farlo attra­verso un’attività da collezionisti o lancian­dosi in una sfrenata ses­sualità, altri dedi­candosi al misticismo, alla droga, o alla mu­sica (fenome­no della musica pop).</p>
<p>Nel secondo e nel terzo secolo della nostra era, un im­menso smarrimento s’impadroní di molti uomini e donne, a seguito al crollo delle antiche città (po­lis), nelle quali essi avevano un ruolo riconosciuto e concreto, poi a se­guito del fallimento di un cosmopolitismo che l’Impero romano aveva prodotto, ma che non poteva rendere effettivo, per le stesse tensioni straordi­narie che lo attraversavano e per i rapporti ignobili che allora regnavano. Da cui, per gli gnostici e i ma­nichei, la problematica dell’usci­ta non solo dal mondo costi­tuito dall’Impero romano, ma dal cosmo. Presso i greci, so­cietà umana e cosmo erano ancora in continuità,<a name="sdfootnote16anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote16sym"></a>16 presso i romani questa sopravviveva in forma schematica, da cui la te­matica gnostica del co­smo perverso.</p>
<p>La via «gnostica» fu, in particolare, adottata — come afferma R.M. Grant in <em>Gnostici­smo e cristianesimo primitivo</em> — in seguito al falli­mento dei tentativi di liberazione del po­polo ebraico (essendo stato lo stes­so Gesú Cristo un emanci­patore che avrebbe fallito), quindi a quello delle profezie che avevano annunciato il momento di tale li­berazione. Essa sor­se al se­guito del fallimento delle speranze apocalittic­he.</p>
<p>Molto piú vicina a noi, la guerra 1914-’18 fu vissuta come un’apocalisse che non era stata profetizzata. Da cui la fasci­nazione che essa esercitò almeno al suo inizio, su un gran numer­o di spiriti, so­prattutto in Germania, dove, in questo caso, essa tese a persistere fino al­l’avvento del nazismo (che ebbe un carattere profondamente religioso); né si può dire esat­tamente in quale misura essa non abbia impre­gnato di sé l’intero periodo del suo dominio. Essa fu vissuta come la ma­nifestazione di un male minore, in fondo come il risolversi di cer­te tensioni che non potevano piú essere soppor­tate e come una lacerazione a partire dalla qua­le potrebbe intravedersi un’altra via.<a name="sdfootnote17anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote17sym"></a>17</p>
<p>Ai giorni nostri, in maniera palpabile, fasci­nante e tragi­ca, s’impone a tutti il fal­limento della profezia apocalittica di Marx: l’emanci­pazione dell’umanità gra­zie all’assalto dei pro­letari alle cittadelle del capitale, sia che abbia fallito, sia non si sia presentata all’appunta­mento della storia. La stessa cosa per quella di Bordiga che, riordinando l’insieme della previ­sione di Marx integrandovi il divenire di tutti i popoli di colore, messi in moto dalle scosse di due guerre mon­diali, prevedeva l’apocalisse-rivoluzione nei nostri attuali anni.</p>
<p>Il fallimento della rivoluzione comuni­sta segna la fine della comunità-partito e del par­tito-comunità.</p>
<p>A partire da qui si comprende me­glio il va­sto smarrimen­to della nostra epoca connesso alla perdita di referente, alla permissività totale e alla fine delle comunità nate con la rivoluzion­e borghese: le nazioni e i loro Stati. Certo, vi è un’uni­tà superiore, l’ONU; ma proprio come sotto l’Impero roma­no, ogni cosmopolitismo è irrealizzabi­le, tanto piú che l’idea di cosmo è andata perduta. Nel secolo XIX e soprattutto du­rante la metà del XX l’internazionalismo ha giocato il ruolo del cosmopolitismo an­tico, e di quello del secolo XVIII. Nei tre casi si hanno effettivamente momenti di disaggregazione di comu­nità. Se l’internazionalismo proletario ha fallito, ciò è dovuto in gran parte anche al fatto che esso è stato incapace d’ingloba­re la diversi­tà, inquinato come fu assai rapidamente di eu­rocentrismo e minato da un malcelato naziona­lismo sciovinista. Cosí è logico che, sempre in Oc­cidente, prevalga la moda dell’orientalismo e che i temi e le pratiche messi in onore dagli gnostici e dalle varie correnti religiose dell’ini­zio della nostra era, ritrovino un’eco.<a name="sdfootnote18anc" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote18sym"></a>18</p>
<p>Questo momento che stiamo vivendo è la fi­ne-esauri­mento di tutta un’evoluzione degli esseri umani. Il periodo pre-gnostico conosce un movi­mento in cui sacro e profano sono in connessione ed è in virtú di questi due ele­menti che uomini e donne si sollevano. Col trionfo del cristianesimo si ha secolarizzazione e sepa­razione dell’elemento sacro da quello profano: dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Tale secolarizzazione-profanaz­ione si accentua col movimento ri­voluzionario borghese, prima con la Riform­a, poi con le di­verse rivoluzioni fino al 1789, quando si ha la profanazione realizzata. Su questo piano il mo­vimento proletario non opera al­cuna disconti­nuità: l’elemento «sa­cro» viene definitivamente messo da parte; ciò che si postula è solo che gli esseri umani debbano crearsi un’altra comuni­tà.</p>
<p>L’impossibilità di un movimento pro­fano ad assicurare la liberazione degli es­seri umani ha rafforzato l’idea che la «sal­vezza» dell’umanità possa essere assi­curata solo da movimen­ti reli­giosi, sacri. Ma tutte le correnti reazionarie che hanno tentato di conservare l’elemento sacro, cos’altro hanno fatto se non partecipare alla tragedia di quanto si è svol­to, scen­dendo il piú spesso a patti col potere costituito? La soluzio­ne non è quindi dalla parte del sacro né da quella del profano. La comunità umana è al di fuori di questo mondo.</p>
<p>Si può collegare alla tematica comuni­taria il problema di sapere cos’è determi­nante nel­l’evo­luzione degli uomini. In effetti nel mo­mento attuale tende a prevalere una teoria mar­ginalista. Sarebbero cioè i marginali che inventerebbero le nuove condotte e le impor­rebbero progressivamente al resto della comu­nità. Co­me la teoria economica dello stesso nome, essa privilegia certi elementi: qui, l’élite! Essa effettua in ma­niera ancora piú netta la frattura che la teoria del rap­porto partito-mas­sa interpretava. In entrambi i casi, si ha una non-contemporaneità degli uo­mini che vivono in un momento dato. Gli sconvolgimenti che affèttano la comuni­tà sarebbero percepiti solo da alcuni elementi. Questi privile­giati farebbe­ro partecipi dei loro ap­porti gli altri.</p>
<p>Una tale teorizzazione è il riconoscimento della distru­zione di ogni <em>Gemeinwesen</em>, dato che vi sono solo esseri di­stinti gli uni in rappor­to agli altri e disposti fianco a fianco. Ora, nel­la misura in cui la dimensione <em>Gemein­wesen</em> persista per poco che sia tra gli esseri umani, questi possono assai realmente coesistere, per quanto la loro soglia di percezione dei fenome­ni sia differente.</p>
<p>Infine, per concludere su questo aspet­to della comunità in quanto raggruppa­mento umano, segnaliamo che vi sono al mondo due modalità determinanti del rap­porto essere in­dividuale-comunità: quella dell’Occidente ove l’indi­viduo si è autonomizzato. e cosí pure lo Stato; quella dell’Oriente ove la comunità è di­spotica e l’individuo non perviene all’autonom­ia. Si hanno varianti in Africa e nelle due Americhe. Tuttavia, adesso, con l’accesso del capitale alla comunità materiale, si ha conver­genza tra Occidente e Oriente. Il pri­mo ha in definitiva presen­tato un movimento intermedio per arrivare a un risultato identico ma molto piú potente. Cosí esso dà il cam­bio, sostituen­dola, all’antica comunità dispotic­a asiatica.</p>
<p>Non si può contentarsi di opporre la comu­nità all’indivi­duo e allo Stato come soluzione dei mali attuali. Il comuni­smo non è una sem­plice affermazione comunitaria; esso non può piú essere caratterizzato dalla proprietà comu­ne o col­lettiva perché sarebbe mantenere i pre­supposti del capitale stes­so: la proprietà e la se­parazione (nella misura in cui vari teorici so­cialisti ricardiani reclamavano una ri­partizione egualitaria). In una parola non è da prospettar­si in opposi­zione a qualcosa, perché si tratta di uscire da ogni dialettica che, presto o tardi, ri­porterebbe l’anta­gonismo per un po’ ri­mosso. Ciò che è in questione è l’essere degli uomini e delle donne e il loro rapporto con la totalità del mondo vivente impiantato sul nostro piane­ta, che non può essere concepito come appro­priazione, come Marx pensava, bensí come go­dimento. Quindi sarebbe meglio sostituire co­munismo con co­munità umana.</p>
<p>Come l’insieme umano non deve piú essere diviso per di­venire comunità, cosí l’individuo non deve piú essere diviso per divenire indivi­dualità, quindi fine della rottura Stato-individ­ui, partito-massa, spirito (cervello)-corpo. Per uscire da questo mondo, oc­corre acquisire un corpo tendendo ad una comunità, dunque non chiudendosi in un fenomeno indivi­duale, bensí ritrovando la dimensione della <em>Gemeinwesen</em>.</p>
<p>È qui che ritroviamo il tema fondamentale delle opere filosofiche di Marx: rendere espli­cito il rapporto individuo-società e come aboli­re il loro antagonismo. Piú che un essere socia­le, l’uomo è un essere che ha la dimensione del­la <em>Gemein­wesen</em>, vale a dire che ogni essere umano porta in sé, sogget­tivata, la <em>Gemeinwe­sen.</em> Il che viene espresso in maniera mol­to ri­duttiva, quando si afferma il carattere universa­le del pensiero di ogni essere umano.</p>
<p>Il capitale ha realizzato la comunità non solo in quanto insieme sociale, ma anche nella dimensione della <em>Gemeinwe­sen</em>, poiché ciò che fa il fondamento del pensiero e la condot­ta (etica) ecc.., è il capitale, grazie al suo divenire a rappre­sentazione esclusiva di tutte le altre. Nella co­munità capitale gli uomini sono uniti me­diante le tecniche, i famosi mass-media che sono tanto piú necessari quanto piú gli esseri uma­ni sono numerosi. Esse non arrivano a ren­derli coesistenti, contemporanei, poiché li rin­chiudono entro i loro limiti so­ciali, nazionali ecc..</p>
<p>Tutti gli elementi significanti la determinaz­ione fonda­mentale della <em>Gemeinwe­sen</em> sono stati distrutti: le potenzialit­à dette parapsicolo­giche come la telepatia, vari tipi di lin­guaggi come quello del corpo, mentre quello verbale è sem­pre piú impoverito, perdendo la dimensio­ne universale; esso è ridotto ad un codice che traduce la comunità capitale. Af­fin­ché vi sia una comunità umana, occorre una riduzione del­la popolazio­ne. Il numero eccessivo diluisce la di­mensione <em>Gemeinwesen</em>; essa non può piú effettuarsi nell’essere indivi­duale. Inoltre la co­munità sarà l’integrale di una miriade di picco­le comunità viventi unicamente nelle zone adatte ad un’espansione umana. La nostra spe­cie abbandoner­à per questo tutta una serie di regioni che sono state conquistate, ma dove gli esseri umani si sono perduti perché hanno do­vuto spendere troppa energia per poter sussi­stere, o perché sono divenuti troppo dipendenti dalla tecnica.</p>
<p>Comunità unitarie come comunità integrale non possono vivere semplicemente come rag­gruppamento di esseri umani. Occorre che fra tutti vi sia trama co­mune, sostanza comune, in quanto esse realizzino l’essere umano, e questo è accessibi­le solo se ogni essere realizza in sè la <em>Gemeinwesen</em>: essendo un elemento irriducibile e nello stesso tempo il modo che la comunità ha di realizzarsi in lui, e il modo che ha, lui, di per­cepirla in tutta la sua durata.</p>
<p>È qui che sorge la difficoltà che si è imposta per millen­ni: gli uomini e le donne, non sapen­do chi sono, non cono­scendo i propri possibili, si sono rinchiusi in ghetti che essi dicevano es­sere raggruppamenti umani, umanità, definiti da distinguo che permettevano di escludere le altre. Cosí, per gli anti­chi egiziani, gli stranieri non erano uomini. Si poteva sa­crificarli agli dei. Erano stranieri perché non vivevano come loro, determinati com’erano da un’altra geo­gra­fia, un’altra storia, perché avevano svilup­pato altri possibili. L’accesso alla comunità im­plica dun­que una conoscenza-riconosci­mento di tutti gli altri, la loro accettazione nella loro diver­si­tà. Non una gnosi intellettuale o spiri­tuale, ma una gnosi to­tale; la cono­scenza deve farsi attraverso l’intero essere, proprio grazie alla riunifi­cazione di ogni essere.</p>
<p>Non si tratta di escamotare il male! La spe­cie umana ha anche sviluppato i possibili del male, spesso il piú orribile, il piú ignobile, non giustificabile da alcuna escatologia storica. In concreto ciò significa che non si può accettare coloro che uccidono, tortu­rano, vogliono do­minare gli altri ecc.. Questo rifiuto della «via del male» può essere raggiunto solo a parti­re dal momento in cui, come diceva Marx con la sua termi­nologia ancora impregnata di econo­mia: la maggior ricchez­za per l’uomo è l’altro uomo.</p>
<p>La dimensione <em>Gemeinwesen</em> si perce­pisce anche in quel­lo che Marx ha chia­mato il lavoro universale (espressione ri­presa da Bordiga), cervello so­ciale che sotto altra forma si trova teorizzato da Leroi-Gourhan in <em>Il gesto e la pa­rola</em>. Noi pensiamo col nostro proprio cervello, ma anche con quello della specie in quanto somma di tutti gli esseri che ci circon­dano o che ci precedono. È per questo che il sentimen­to del­la spe­cie svelato da Bordiga è un’altra af­ferma­zione della <em>Gemeinwesen</em>.</p>
<p>Infine, l’essere presente al mondo di ciascu­no di noi nel mondo si afferma in una specie di coscienza di essere indivi­dualizzato della specie e nella specie. Con l’accesso alla co­munità, gli esseri umani avranno infine trovato il loro mon­do. In effetti al contrario delle altre specie che hanno una re­lazione immediata es­sere-mondo perché hanno assegnata loro una por­zione del pianeta (la famosa nicchia ecologica), l’uomo non ne ha alcuna. Da quando ha avuto luogo la mu­tazione che ha «gettato» fuori dalla foresta l’essere bipede di­venente uomo, tale es­sere cerca angosciosamente un mondo nel qua­le possa essere sicuro della sua esistenza, della sua realtà. Dopo millenni, questa ricerca deve concludersi realiz­zando infine ciò che egli è nella sua diversità intraspe­cifica e nel suo lega­me col mon­do vivente; cosí egli troverà il suo po­sto nel continuum della vita. Il suo mondo è l’essere umano definito nella continuità con essa.</p>
<p>Ho detto che tale ricerca deve con­cludersi, e non che si concluderà, in quanto non vi è un de­terminismo rigo­roso che presieda alla sua fine, il che porterebbe a giustificare il movi­mento intermedio tra comunità im­mediata e comunità umana a venire. No. La storia, in quanto insieme di esperienze vis­sute dagli uo­mini e dalle donne, può essere solo un dato di fatto; si posso­no spiegare di­versi divenire, ad esempio quello del ca­pitale, e questo in modo determinista, ma da ciò non è possibile dedurre un determinismo piú globale che ci riguarder­ebbe tutti, quello della nostra realizzazione, alla fine, in quanto es­seri umani. A posteriori, a fenomeno umano avve­nuto, sarà possibile tro­vare ne­gli avvenimenti precedenti un determi­nismo che vi con­duceva ineluttabilmente. Ma questo ne­gherà i diversi possibili che si saranno manifestati, e il fatto che la spe­cie, attualmente demente, avrà compiuto il salto solo costretta e for­zata. Non è detto che ciò si verifichi; la sua scomparsa sotto diverse forme l’incalza in un futuro non lontano. Ecco perché c’è un dover essere.</p>
<p>Si è rimproverato a vari filosofi del­la storia, e a Marx in particolare, di avere una concezio­ne escatologica e soteriolo­gica della storia (es­sendo il proletariato il sal­vatore che si salva non in quanto proletariato ma divenendo uma­nità): correlativamente si può aggiungere che per lui il «cosmo so­ciale» aveva un senso (En­gels vi aggiunse la sua «filosofia della natura», che era un tentativo di dare un senso al cosmo nella sua totalità). Al contrario ai giorni nostri il «cosmo so­ciale» viene prospettato come neu­tro, non ha in se stes­so al­cun significato, alcun senso, per esempio quello di un divenir­e al co­munismo. Da cui la per­dita di prospettiva e di ogni certezza. La paura della storia di cui parla Mircea Eliade non può essere compensata dal­la percezione di un dato sote­riologico insito nel cosmo sociale. In realtà si può individua­re un senso alla co­munità dispotica del capitale: un di­venire all’assurdo, alla distruzio­ne degli uo­mini. Ciò non può es­sere di alcun conforto per gli esseri uma­ni né dar loro energia per soppor­tare la loro situazione, se non un’energia suici­daria. Da cui l’ingiunzione: occorre abbando­nare questa comunità e tutti i suoi presupposti. È il rifiuto di un’erranza millenaria&#8230;</p>
<p>Dopo gli anni sessanta, la comunità capitale è divenuta sempre piú intollera­bile a un gran numero di uomini e di don­ne, essenzialmente i giovani. Si è avuta una vasta rivolta della gio­ventú, che è ricer­ca della comunità umana. Essa è ac­compagnata da una miriade di feno­meni che non si può qui esaminare, ma che te­stimoniano fratture, spesso parcellari ma co­munque fratture con la comunità capitale. La rivolta ha manifestato una sensibilità nuova, es­sendo capace di per­cepire diverse alienazioni, ingiustizie che era­no state accura­tamente ca­muffate dai vari rackets politici. Tale movi­mento è ora mascherato da una certa rivitaliz­zazione della politica, ma va maturando in profondità. Gli uomini e le donne devo­no ren­dersi conto fino a che punto possano tendere a realiz­zare la comunità umana solo rompendo totalmente con la di­namica di questo mondo e con la dialettica rivoluzione-controrivoluzione.­ Da allora salterà il lucchetto che impedisce ogni creatività e che inibisce la crea­zione di un nuovo modo di vita. La paura che ci attanaglia verrà abolita e entreremo nel nostro divenire.</p>
<hr />
<h6>Ottobre 1976</h6>
<h6>Traduzione di Gabriella Rouf.</h6>
<h6>Ultima revisione 19 novembre 2022.</h6>
<hr />
<h6>Note</h6>
<h6><a name="sdfootnote1sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote1anc"></a>1Ho affrontato la questione della <em>Gemein­wesen</em> in vari studi: «Origine e funzione della forma par­tito»;« Caratte­ri del movimento operaio fran­cese»; «Il Capitolo VI inedito del Capitale e l’opera eco­nomica di Marx» (che, inte­grato dalle note, sarà ri­stampato con il titolo <em>Capitale e Gemeinwesen</em> <img src='https://www.comunismoecomunita.org/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';)' class='wp-smiley' />  infi­ne in diversi articoli di <em>Invariance</em>, se­rie II, e in par­ticolare nel №4.</h6>
<h6><a name="sdfootnote2sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote2anc"></a>2Certo sarebbe da farsi uno studio per mo­strare tutti questi legami. Al­lora ci si renderebbe conto che il famoso sche­ma dialettico che si svol­ge in tre tem­pi era già stato esposto dagli gnostici e dai manichei. 1° tempo: separazione dei due «regni» della luce e del­le tenebre; 2º tem­po: in seguito a una cata­strofe co­smica, si ha mescolanza della luce e delle tenebre; 3º tempo: è quel­lo della redenzione, in cui si ha una de­fin­itiva separazione della luce e delle tenebre. Gli uomini sono salvati, ma il dio ascoso lo è a sua volta tramite gli uomini, poiché essi sono particelle divi­ne di luce. ¶ Per i mani­chei, solo coloro che avran­no perduto ogni <em>ricor­do</em> del fatto che sono luce, e dei quali nessuno potrà ricordarsi, saranno irrime­diabilmente perduti.</h6>
<h6><a name="sdfootnote3sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote3anc"></a>3Per quanto ne so, in Francia l’unico approccio inte­ressante alla que­stione della comunità è stato fatto da Raoul Brémont, che fece parte del «gruppo di Marsiglia» della Sini­stra Comunista internazionale for­mata dalle frazioni belga, italiana e france­se, tutte in realtà provenien­ti dalla Si­nistra Italiana che si era delimitata a partire dall’opposizione all’orientamento leninista in seno all’Internaziona­le Comunista; Bré­mont pubblicò nel 1938 un ciclo­stilato: <em>La commu­nauté</em>. Tale testo è stato stampato nel 1975 dalle edizioni L’Oubli (2, rue Wurts, 75013 Paris). ¶ Il suo merito è stato di affermare la «comunità marxi­sta» nel momento stesso in cui i na­zisti facevano trionfare la loro ideolo­gia del­la <em>Volksgemeinschaft</em> (comunità del popolo). Egli si basa sui testi giova­nili di Marx; tende ad una visione aclassista pur conservando lo sche­ma classista. Da ciò derivano le difficoltà che incontra quando tenta di delineare ciò che è esattamente il proletariato del suo tempo. Sembra che sia proprio perché non può ormai proporre una teoria puramente classista, che egli giunga ad affermare la comunità. D’altra parte egli non si rivolge agli operai o ai proletari, bensí ai produttori.</h6>
<h6><a name="sdfootnote4sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote4anc"></a>4Cfr. H. et H. A. Frankfort, John A. Wilson, Thorkild Jacobsen, Wil­liam A. Irwin, <em>La filo­sofia prima dei greci. Concezione del mondo in Mesopotam­ia, nell’antico Egitto, presso gli ebrei</em>, Einaudi, Tori­no, 1963, tra­duzione di <em>The Intel­lectual Adventure of Ancient Man. An Essay on Speculative Thought in the Ancient East</em>, Chicago, 1946.</h6>
<h6><a name="sdfootnote5sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote5anc"></a>5Torneremo in seguito sull’importanza di quest’ope­ra che mette in evi­denza — in negativo — il pro­blema della <em>Gemein­wesen</em> e affronta quello dell’«in­dividuazione», cosí come sulla validità dell’assioma di Lévi-Strauss: la società si fonda su un triplice scambio di beni, di don­ne, di parole, con tutte le conseguenze che ciò comporta.</h6>
<h6><a name="sdfootnote6sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote6anc"></a>6Vedi nota 1.</h6>
<h6><a name="sdfootnote7sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote7anc"></a>7Cfr. «C’est ici qu’est la peur, c’est ici qu’il faut sau­ter!», in <em>I</em><em>nvariance</em>, №6, serie II, 1975</h6>
<h6><a name="sdfootnote8sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote8anc"></a>8Tutto il discorso che segue costituisce in gran parte la risposta a una lettera di Bernard Toumoud del 24 febbraio 1976; di cui ecco un pas­saggio essenziale ¶ «Ogni economia poggia sul tempo. Credo Marx l’abbia detto, che non era stupido, e non sempre co­sciente della pro­fondità delle proprie formulazio­ni. Si deve oggi aggiungere questo: il capitale è l’ulti­mo stadio dell’economia che rac­coglie e condensa tutte le forme passate. Non c’è alcun avvenire per un’altra economia, poiché il capitale è radicalmente un’economia dell’avvenire (vedi credito e inflazion­e). ¶ Se, nella sua prima forma, l’economia è costi­tuzione di ri­serve per lottare contro il tempo della distruzione e della perdita (le catastrofi naturali, l’ostilità dell’ambiente ecc.), essa (l’economia) nella sua forma ultima (il capitale) è una tendenza alla di­struzione e alla perdita del tempo. ¶ L’econo­mia comincia quando l’umano prende il tempo di eco­nomizzare. L’economia è al suo termine quando la forma credito s’impadronisce del tem­po globale dell’umano. ¶ Se gli umani hanno dapprima orga­nizzato il loro mondo in previsione del tempo della penuria e della fame, il mondo del capitale è l’orga­nizzazione — che nessuna coscienza dirige — della penuria e della fame del tempo. ¶ La tendenza all’abolizione della temporalità e la tendenza all’aboli­zione dell’umano sono una sola e identica cosa. Il tempo è l’uma­no stesso. Nella forma ultima dell’economia non si tratta piú, come nelle epoche precedenti, di economizzare <em>d</em><em>e</em><em>l</em> tempo, bensí di eco­nomizzare <em>il</em> tempo stesso. Il capitale è una ten­denza alla fissità e alla costanza as­solute, una ten­denza alla permanenza, una tendenza all’immobile che mira a fare l’economia globale del divenire, del transeunte. Una ten­denza all’eternità. ¶ Nel mon­do del capitale, il solo divenire è l’eterno Ritorno dello Stesso, il ritorno del quantitativo che, per quanto tra­sformato nella sua quantità, resta identi­co a se stesso per quanto ri­guarda la sua qualità: la qualità del non-umano. ¶ La dottrina nie­tzschiana dell’Eterno Ritorno dell’Uguale è questa parola delirante che racconta — senza saperlo e sotto ma­schere — la verità del capita­le. ¶ Da ciò deriva l’attua­lità di Nietzsche». ¶ Sono lontano dall’essere d’accordo con l’insieme di quanto sopra, in partico­lare per ciò che ri­guarda l’unilaterale approccio al tempo separato dallo spazio. Penso tuttavia che sia bene far co­noscere la provenienza di certi nostri impul­si. Inoltre, a loro volta, i lettori potranno ri­ceverne altri, e cosí via&#8230;</h6>
<h6><a name="sdfootnote9sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote9anc"></a>9Questa svolge un ruolo-chiave nella giu­stificazione dell’esistenza del capitale. In definitiva, sarebbe solo col suo sviluppo che l’umanità sa­rebbe uscita dalla penuria. Attualmente il capitale non è piú giu­sti­fi­cato da questo momento origi­nario divenuto troppo lontano, ma da qual­cosa di piú vicino: la ca­tastrofe. Secondo vari teorici, sarebbe grazie a lui che l’umanità potrebbe evi­tarla. È essenziale notare che è il capitale che genera penuria e catastro­fe, sia come realtà che elementi mitici. Di volta in volta ciascuno di essi è necessario per mantenere una cer­ta ten­sione di vita negli esseri umani. Non può es­servi riposo. Appena appar­sa, la «vera vita», è mi­nacciata dal­l’abisso che si profila al nostro orizzont­e prossimo. Solo eliminando questo si potrà al­lora trovare un altro ostacolo alla vita, che il dive­nire del capitale provvederà a togliere… Da ele­mento mitico-reale al­l’altro il capitale assicura la perennità. La nostra vita ci sfugge sempre piú. Non resta che l’angoscia che esso ha generato in noi e che deve sempre scongiurare. In ciò il capitale è pro­fondamente religioso.</h6>
<h6><a name="sdfootnote10sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote10anc"></a>10Occorre aggiungere che in un primo tempo si è trattato di completare Marx grazie all’apporto del­la psicolo­gia e della sociologia (cfr., per esem­pio, O. Rühle,<em> Zur Psychologie der proletarischen Kinder, K. Marx, Per­spektiven einer Revolution in hochin­dustrialisierten Ländern</em>), poi ci si è preoccupati di estrarre dalla sua opera un metodo e di traspor­lo in altri ambiti. Si può avere anche una mescolanza dei due, come nel mo­vimento della <em>Kapi­tallogik</em>, nato in Germania e svilup­patosi soprattutto in Danimarca.</h6>
<h6><a name="sdfootnote11sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote11anc"></a>11La lettura di <em>Lo choc del futuro</em> di Alvin Toffler op­pure quella di <em>Der Jahrtausend Mensch</em> (<em>L’uomo del mil­lennio</em>) di Robert Jungk permette di rendersi conto della fine dell’utopia.</h6>
<h6><a name="sdfootnote12sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote12anc"></a>12Prospettare un’altra dinamica del divenire umano implica una valuta­zione approfondita di ciò che la scienza rappresenta nel periodo che va dal suo sor­gere nella Ionia fino ai giorni nostri. È allora che si potrà esplicitare fino a che punto il con­cetto di adattamento sia tautologico e giustifica­tivo. Sarà possibile mettere in evidenza come lo sviluppo scientifico abbia soprattutto per obiettivo di trasfor­mare i rapporti tra gli uomini stessi, il che facilita la loro inte­grazione nella comunità ca­pitale. L’influenza sulla «interiorità» degli esseri umani consiste essenz­ialmente nello svuotarla di ogni con­tenuto. Da qui effettivamente lo scandalo per tutti gli scientisti i quali pensano che la scienza debba dare una soluzione ai problemi attuali, e che con­statano che le nuove concezioni del mondo in fisica, in chimica, in biologia ecc. sfiorano appena la vita sociale e politica.</h6>
<h6><a name="sdfootnote13sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote13anc"></a>13Ho già affrontato in vari testi uno studio della de­mocrazia, in partico­lare in <em>La révolution communi­ste. Thèses de travail</em>, nel №6, serie I, di <em>Invarian­ce</em>: <em>La mystification démocratique</em>. Aggiungerei questo: la de­mocrazia è la realizzazione della separazione totale e della non-comu­nicazione. Il <em>diritto</em> che la fonda risulta dalla distruzione dei dati im­mediati della vita. Cosí ai nostri giorni si parla di un diritto alla pro­creazione, di un diritto all’aria pura, quan­do la procreazione diventa impossibile (vedi l’India, la Cina, casi limite) e l’aria è diventata irre­spi­rabile a seguito dell’invasione del pianeta da parte del ca­pitale. Ogni diritto è una mutilazione; la sanzione di essa. E, ciò che vi è di piú ignobile, è che s’impo­ne il <em>dovere</em> di ricono­scere tale mutilazione, san­cirla e ricrearla indefinitamente. In seguito esaminerò come ciò fondi gli ideali di tolleranza e di relativi­smo!</h6>
<h6><a name="sdfootnote14sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote14anc"></a>14Ho esaminato ciò in «Les caractères du mouvement ouvrier français», <em>Invariance</em>, serie I, №10.</h6>
<h6><a name="sdfootnote15sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote15anc"></a>15Fin dal 1957, Guy Debord vagheggiava una sfida del genere: «La sfi­da situazionista al passaggio delle emozioni e del tempo sarebbe la scom­messa di vin­cere sempre sul cambiamento, andando sempre piú lontano nel gioco della moltiplicazio­ne dei periodi di turbamento». (<em>Rap­port sur la constitution des si­tuations et sur les conditions de l’organisation et de l’action de la tendance situation­niste internationale.</em>) Ma la sfida non era già il progetto del divino mar­chese de Sade, che esplose nel momento in cui scompariva la vecchia comunità?</h6>
<h6><a name="sdfootnote16sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote16anc"></a>16A proposito di tale questione, si veda H. Jonas, <em>Gnosis und spätantiker Geist</em> (traduzione ita­liana: <em>Lo gnosticismo</em>, SEI, Torino).</h6>
<h6><a name="sdfootnote17sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote17anc"></a>17Occorre assolutamente tener conto di questo stato d’animo (<em>Gesin</em><em>­</em><em>nung</em>) per comprendere la storia del­la Germania dal 1913 al 1945. Non è difficile com­prenderla nella misura in cui esso non è del tutto estra­neo alle preoccu­pazioni attuali. Si manifesta. ad esempio, nell’aforisma situazionista:. «Meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine» In cosa può sfocia­re questo, se non in una giustifica­zione di qua­lunque apocalisse?</h6>
<div id="sdfootnote18">
<h6><a name="sdfootnote18sym" href="https://sinistrainrete.info/marxismo/24599-jacques-camatte-marx-e-la-gemeinwesen.html#sdfootnote18anc"></a>18I libri di Jacques Lacarrière lo testimoniano ampia­mente: <em>Les gnos­tiques</em> (Gallimard, 1973); <em>Les hommes ivres de Dieu</em> (Fayard, 1975). Cosí come il libro <em>L’Ange</em><em> </em>di Guy Lardreau e Christian Jambet, (Gras­set, Paris. 1976).</h6>
</div>
<div><em><strong>IL COVILE</strong></em></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=9193</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Post scriptum. A proposito dell&#8217;autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non)</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9142</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9142#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 18:53:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ilan Pappe]]></category>
		<category><![CDATA[Marxismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistre occidentali]]></category>
		<category><![CDATA[sionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=9142</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Post scriptum. A proposito dell&#8217;autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non) di Carlo Formenti &#160; Come promesso nel post precedente, dedicato al libro di Pino Arlacchi sulla Cina, pubblico questo post scriptum, nel quale cito un paio di esempi (se ne potrebbero citare a bizzeffe, ma lascio il compito al libro a due mani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/turcomeccanico.jpg.webp" alt="turcomeccanico.jpg" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Post scriptum. A proposito dell&#8217;autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non)</h1>
<h3>di Carlo Formenti</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come promesso nel post precedente, dedicato al libro di Pino Arlacchi sulla Cina, pubblico questo post scriptum, nel quale cito un paio di esempi (se ne potrebbero citare a bizzeffe, ma lascio il compito al libro a due mani che io e Visalli stiamo per consegnare all’editore Meltemi) che aiutano a capire che il meritevole tentativo di Arlacchi di spiegare la Cina all’Occidente è, al pari di tutti gli sforzi di aggiornare la cassetta degli attrezzi del marxismo occidentale (1) impresa difficile, al limite dell’impossibile. Ciò è scontato nel caso degli intellettuali delle “sinistre” tradizionali, ormai integrati nella intellighenzia (mai termine fu più usurpato) liberal democratica, un ceto che non vuole semplicemente farselo spiegare, perché i suoi membri considerano la Cina (la giudichino o meno socialista) un nemico, e hanno legittimato l’oscena delibera del Parlamento Ue che ha equiparato comunismo e nazismo.</p>
<p>* * * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dopodiché quanto appena detto è meno scontato, ma purtroppo altrettanto vero, per la maggior parte dei militanti  delle sette più diffuse &#8211; troskisti, bordighisti, operaisti, neo operaisti, neo anarchici ecc. &#8211; della cosiddetta sinistra “radicale”. Costoro – se non sono del tutto idioti – possono “tifare” per la Cina finché si parla del suo conflitto – che definiscono “interimperialista”- con gli Stati Uniti, ma non possono ammettere che la Cina è socialista, perché ciò farebbe crollare come un castello di carte l’intero corpus dottrinale che hanno costruito nell’ultimo secolo, a partire dalla negazione del carattere socialista dell’Unione Sovietica (la cui degenerazione capitalista viene da alcuni fatta risalire addirittura alla svolta della NEP avvenuta negli anni Venti del Novecento). </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I due esempi che ho scelto sono disomogenei, sia per contenuto che per spessore teorico. Nel primo discuterò alcuni temi dell’ultimo libro (2) di Ilan Pappé, “La fine di Israele”, che non parla della Cina (citata en passant nelle ultime pagine) ma del progetto di costruire, a partire dal movimento mondiale di solidarietà con la Palestina, un fronte antimperialista, antirazzista e antieurocentrico in cui dovrebbero convergere le sinistre giovanili arabo-palestinesi, ebraiche e statunitensi, nonché i movimenti decoloniali del Sud globale. A mio avviso, come cercherò di dimostrare, il discorso di Pappé alterna intuizioni interessanti a incredibili ingenuità. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il secondo esempio si riferisce a un articolo (3) dell’economista “marxista” Ernesto Screpanti (è lui stesso ad autovirgolettarsi, riconoscendo onestamente che l’attributo si applica ormai a una miriade di correnti teoriche diverse, spesso incompatibili). Si tratta di un testo che non presenta novità degne di nota (nel senso che rispolvera i dogmi delle sinistre radicali di cui sopra), ma ha il pregio di proporre una gustosa (al limite del comico) ridefinizione della categoria di imperialismo, che gli permette di arrampicarsi sugli specchi per continuare a definire imperialista la Cina, mentre a chi scrive consente di esemplificare a quali livelli di denegazione arrivino i “marxisti” occidentali, pur di non fare i conti con un esperimento socioeconomico che li costringerebbe a riscrivere la teoria della transizione al socialismo. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>I. Pappé: una dura analisi critica del sionismo, che però ha il difetto di riporre eccessive speranze nella sinistra ebraica statunitense</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>La speranza di Pappé (nel suo testo le parole spero, speriamo, speranza ricorrono, sintomaticamente, decine di volte) è niente di meno che Israele finisca come Stato entro qualche decennio: il collasso, sostiene, è già in atto, come testimoniano l’acuirsi delle contraddizioni sociali e politiche interne, la perdita di consenso da parte dell’opinione pubblica mondiale, la crescente difficoltà di presentarsi come avamposto della democrazia nel Vicino Oriente, nonché di mantenere la supremazia militare nella regione. Posto che tutti questi fattori non bastano di per sé a legittimare la tesi del crollo (il mondo è pieno di Stati falliti tenuti in piedi dagli interessi dell’imperialismo occidentale), vediamo come Pappé giustifica la sua profezia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parto dai temi più scontati, nel senso che l’autore li aveva già ampiamente trattati in libri precedenti (4) mentre qui occupano relativamente meno spazio. Pappé ribadisce che il sionismo, fin dalle origini tardo ottocentesche e primo novecentesche, è sempre stato un progetto colonialista, sostenuto e appoggiato dall’imperialismo britannico a partire dalla Dichiarazione di Balfour del 1917, e dalle potenze coloniali occidentali che ambivano ad assumere il controllo dell’area, sottratta al dominio ottomano dopo la Prima guerra mondiale. Del resto, come dimostra ampiamente il libro di Caroline Elkins, <em>Un’eredità di violenza </em>(5), nel periodo del mandato britannico sulla Palestina, durato fino al 1948, Londra ha costantemente favorito gli interessi della componente ebraica a danno di quella araba, consentendo un costante flusso migratorio che ha sovvertito la composizione etnico religiosa originaria della regione, agevolando l’acquisizione di terre da parte degli immigrati ebrei attraverso l’esproprio dei contadini poveri arabi e reprimendo duramente i tentativi dei residenti originari di resistere a questa colonizzazione sostituiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tornando al sionismo, Pappé afferma che uno dei suoi principali obiettivi “fu creare uno Stato europeo nel cuore del mondo arabo de-arabizzando un paese arabo”. Un’operazione di colonialismo sostituivo che, aggiunge Pappé, non ebbe mai la piena approvazione della maggioranza del popolo ebraico della diaspora, né tanto meno della sua intellighenzia, che preferiva la prospettiva di un processo di transnazionalizzaione dell’identità ebraica, alternativo alla sua ri-localizzazione in Palestina (tanto che, scrive Pappé, i membri del movimento sionista arrivarono a disprezzare e insultare questi correligionari). Parliamo, dunque, di un movimento politico che condivide l’ideologia colonialista e razzista dell&#8217;imperialismo occidentale. Ciò è dimostrato, fra le altre cose: dalla pulizia etnica avviata nel 1948 (l’anno dell’Indipendenza per gli israeliani e della Nakba – la catastrofe – per i palestinesi, 250. 000 dei quali divennero profughi già a quella data); dalle politiche adottate nei confronti del milione e mezzo di palestinesi dei Territori Occupati dopo la guerra del 1967, ai quali non è concesso alcun diritto civile; dall’atteggiamento razzista dei coloni ebrei di origine europea nei confronti degli ebrei di origine etiopica e nordafricana, giunti dopo di loro in Palestina (paradossalmente, scrive Pappé, costoro sono divenuti i più feroci persecutori degli arabi palestinesi per certificare la propria “ebraicità”); infine dall’atteggiamento arrogante e violento dei coloni che occupano illegalmente la Cisgiordania, protagonisti di pogrom contro i vicini palestinesi, tollerati se non appoggiati dalle forze armate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I coloni in questione, scrive Pappé, sono l’avanguardia violenta del Sionismo Religioso, di quello che chiama lo Stato di Giudea, fondato sulla fusione fra sionismo religioso e giudaismo ortodosso. Agli esponenti di queste correnti, che sono una componente essenziale del governo di estrema destra di Netanyahu, dobbiamo dichiarazioni pubbliche in cui si afferma che “il diritto del popolo ebraico alla Palestina è la volontà di Dio” e che “non esiste un popolo palestinese”. D’altro canto, nemmeno la componente laica, liberale e “progressista”, perlopiù di discendenza europea, che rappresenta lo Stato di Israele che si contrappone allo Stato di Giudea, è contraria alla colonizzazione e alla discriminazione razziale nei confronti dei palestinesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se a tutto ciò si aggiungono l’indefettibile appoggio degli Stati Uniti (da oltre mezzo secolo il Congresso è quasi universalmente pro Israele) e i “processi di pace” periodicamente promossi da Washington, che si sono regolarmente trasformati in strumenti per normalizzare l’occupazione, per tacere della benevola indifferenza che l’Europa (sinistre comprese) ha costantemente manifestato nei confronti dei crimini di guerra di Tel Aviv, non è difficile comprendere come e perché si sia giunti al genocidio perpetrato a Gaza. Rebus sic stantibus, dove trova Pappé i motivi per sperare in una prossima, se non imminente, decolonizzazione della Palestina? Quale potrebbe essere il modello di una entità statale decolonizzata? Ma soprattutto quali forze politiche e sociali potrebbero realizzare il miracolo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* * * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parto dal modello che Pappé ha in testa quando auspica (sogna?) la  nascita di una entità sovranazionale che riassorba e pacifichi la Palestina. Prima del crollo dell’Impero Ottomano c’era il Mashdeq, come veniva chiamata un’ampia regione che comprendeva praticamente tutto il Vicino Oriente  (Siria, Libano, Iraq, Palestina e Giordania). In questi luoghi convivevano pacificamente musulmani, cristiani di varie confessioni, ebrei e altre minoranze etnico-religiose. Questi rapporti di buon vicinato, amicizia e collaborazione erano frutto di una coesistenza laica fra gruppi che si identificavano per religione, cultura o etnia, i cui membri erano ligi all’Impero come cittadini ma non rinunciavano alle proprie identità. Anche gli ebrei e gli arabi palestinesi ebbero questo tipo di rapporto fino alla fine della Prima guerra mondiale. Il governo mandatario inglese, applicando i metodo divide et impera sperimentato in tutto l’Impero (6) ha alimentato le contrapposizioni fra i gruppi, infine ha lasciato alla élite sionista il compito di completare la colonizzazione della Palestina in nome dell’Occidente. È possibile ricreare le condizioni che esistevano sotto il dominio ottomano? Pappé ci crede, ma a mio avviso il suo è un pascaliano credo quia absurdum, ove si tenga conto, non solo dell’odio fra israeliani e palestinesi, ma anche di quello fra sunniti e sciiti, cristiani e musulmani libanesi, curdi e siriani ecc. ecc. Ciò posto, ci sarebbe da discutere sulla visione “imperiale” di Pappé che, nella misura in cui dà per scontata la “fine dello stato-nazione” (un mito della sinistra globale che resiste a ogni smentita fattuale) richiama, pur senza citarla, quella di Antonio Negri che ho criticato in più occasioni (7); non avendone qui lo spazio, preferisco passare ai soggetti politici che, secondo Pappé, dovrebbero metterla in atto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Partiamo dai palestinesi. Costoro, scrive Pappé, sono i primi a non voler più sentire parlare della soluzione dei due Stati, che definisce “un cadavere in decomposizione”. Quanto ad Hamas, è un problema che Pappé ritiene superabile, a condizione che si smetta di considerarlo un “residuo” integralista religioso, e si riconosca che si tratta d’un fenomeno moderno che si è affermato grazie alla incapacità delle organizzazioni laiche e di sinistra di mantenere le loro promesse. Le giovani generazioni palestinesi (mi pare che Pappé si riferisca soprattutto all’intellighenzia della diaspora, ma su questo tornerò più avanti) sarebbero a suo avviso in grado di integrarlo in un progetto di costruzione di un unico Stato con pari diritti individuali per tutti, tessendo rapporti con gli altri movimenti decoloniali del mondo e superando i limiti delle vecchie organizzazioni di sinistra. In merito a quest’ultimo punto, evoca le forme decentrate di mobilitazione popolare sul tipo delle Primavere Arabe (anche se ammette che, in assenza di forme di organizzazione politica più strutturate, si rischia di non andare da nessuna parte).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Discorso analogo per i giovani ebrei <em>americani</em> (la sottolineatura è cruciale, nella misura in cui Pappé insiste sul fatto che gli Stati Uniti ospitano la più grande popolazione ebraica dopo Israele): dopo il genocidio di Gaza costoro partecipano sempre più attivamente al movimento di solidarietà nei confronti della Palestina, ma soprattutto sono alla ricerca di nuovi modi di definire il giudaismo senza farlo dipendere dal sionismo e riscoprono tradizioni che li possono aiutare a compiere tale operazione (vedi quanto detto sopra sul conflitto fra sionismo ed ebraismo della diaspora).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi avvio alla conclusione descrivendo il programma sul quale, secondo Pappé, queste componenti giovanili potrebbero convergere. In estrema sintesi si tratta di: 1) rivendicare il diritto al ritorno in Palestina dei sei milioni di palestinesi espulsi dal Paese (sebbene Israele sostenga che non ci sono spazi per accoglierli, la verità, scrive Pappé, è che esistono ampie zone disabitate) 2) i profughi dovrebbero tornare in una Palestina decolonizzata e non in un Israele riformato, cioè in uno Stato Unico con pari diritti per tutti, anche se ciò vorrebbe dire sconvolgere l&#8217;equilibrio demografico, e quindi desionizzare il Paese, che i sionisti vorrebbero trasformare in uno Stato etnico; 3) essendo inconcepibile che ciò avvenga “buttando a mare” gli ebrei, l’obiettivo è imitare il modello del Sudafrica post apartheid: riconoscimento dei crimini commessi da parte dei colonizzatori, perdono e rinuncia alla vendetta in cambio di giustizia da parte delle vittime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inutile sottolineare il carattere utopistico di tale visione. Vediamo invece i soggetti ai quali Pappé vorrebbe affidare l’attuazione del programma. Dopo una severa critica delle sinistre tradizionali e del loro appiattimento sulle posizioni del centro liberale, Pappé scommette su una ridefinizione della politica che, partendo dalle esperienze di movimenti spontanei come Occupy Wall Street e Primavere Arabe, si impegni a costruire partiti di tipo nuovo in Occidente, e sfrutti le opportunità create dalla ridefinizione dei rapporti di forza internazionali a favore del Sud globale, Cina compresa, “malgrado i suoi problemi in fatto di rispetto dei diritti umani”. Detto che quest&#8217;ultima battuta conferma che anche gli esponenti più intelligenti della sinistra euroatlantica non riescono a sbarazzarsi completamente dei propri pregiudizi occidentalocentrici, il nodo cruciale è, a mio avviso, il fatto che Pappé situa di fatto il suo immaginario quartier generale rivoluzionario nei campus americani, affida cioè alla diaspora degli intellettuali palestinesi e all&#8217;intellighenzia giovanile ebraica il compito di contaminare l’opinione pubblica d’oltreoceano con i valori dell&#8217;ideologia postcoloniale e decoloniale. Una visione “culturalista” che, da un lato, ignora il fatto che l’ideologia in questione, come spiega Kevin Ochieng Okoth in <em>Red Africa </em>(8)<em>, </em>viene spesso usata per disinnescare la carica antagonista dei movimenti rivoluzionari del Sud globale, dall’altro lato, dimentica che, se l’imperialismo americano appoggia senza se e senza ma Israele, non è tanto e solo per motivi di affinità ideologica o per compiacere le lobby ebraiche, ma anche e soprattutto perché Israele è una testa di ponte che gli consente di mantenere il controllo sulle immani risorse naturali e finanziarie concentrate in quella regione del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>II. Le acrobazie di Screpanti: ancorché “buono” l’imperialismo cinese resta tale</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una seria discussione sulle categorie di capitalismo e socialismo oggi mi sembra che dovrebbe tenere conto (almeno) dei seguenti precedenti: il dibattito fra Lenin, la“sinistra” bolscevica e Rosa Luxemburg sul concetto di capitalismo di stato; il contributo di Paul Baran e Paul Sweezy sui concetti di capitale monopolistico e di surplus (oltre che sulla distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo nella società capitalista e in quella socialista); le analisi di Fernand Braudel e Karl Polanyi che, sia pure con approcci differenti, smontano l’equazione mercato=capitalismo; il contributo di autori come Giovanni Arrighi, Samir Amin, Immanuel Wallerstein e Gunder Frank sul concetto di sistema mondo e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo; il contributo degli afromarxisti (da Fanon a Cedric Robinson, passando per Walter Rodney, Eric Williams e molti altri) sul movimento socialista in Africa; il contributo dei marxisti latino americani (cito solo Mariategui e Alvaro Linera) sulle rivoluzioni latinoamericane. Sulla specificità della questione cinese mi pare poi impossibile non tenere conto di <em>Adam Smith a Pechino </em>di Giovanni Arrighi (9) e della discussione interna al PCC  (tuttora in corso) analizzata da Cheng Enfu (10). Restando in ambito italiano, ricordo solo Rita di Leo (11), che ha messo in luce l’assenza di una teoria soddisfacente sulle società di transizione in cui il potere politico socialista convive con settori più o meno estesi di economia capitalista, le analisi di Vladimiro Giacché (12) sull’economia sovietica e di Alberto Gabriele sull’economia cinese e sulla convivenza di diversi modi di produzione nel sistema economico mondiale (13).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per Gabriele i modi di produzione sono molti e possono convivere in rapporti di simbiosi e/o conflitto reciproco. Viceversa Ernesto Screpanti (nel cui articolo, per inciso, non ho trovato quasi traccia dei dibattiti teorici di cui sopra) sembra che, quando si parla di modi di produzione, non riesca a contare oltre il numero due: o un paese è socialista (con i suoi criteri non ne esiste a tutt’oggi nemmeno uno) o è capitalista (sempre con i suoi criteri tutti i paesi del mondo sono capitalisti). Da giovanissimo ho avuto occasione di militare brevemente in uno dei gruppuscoli bordighisti (alcuni dei quali esistono tuttora, sia pure in guisa catacombale) e di assistere perfino a una conferenza di Bordiga in persona. Certo allora non ero in grado di capire granché di quel che diceva, ma ricordo benissimo che sulla questione della chiara distinzione fra socialismo e capitalismo la pensava come Screpanti, quindi non è un caso se Bordiga e la Dunayevskaya sono le sole fonti “autorevoli” (“e con questo ho detto tutto” come recita Peppino De Filippo in “Totò Peppino e la malafemmina”) citate da Screpanti, il quale però, subito dopo averne evocato i nomi, aggiunge che non è il caso di “scomodarli”: per confondere i reprobi che osano parlare di socialismo cinese basta e avanza lui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A parte le facezie: come è possibile assumere una posizione del genere (peraltro condivisa da molti militanti dei centri sociali e di certi residuali partitini “comunisti”) nel 2025? La risposta è semplice: basta restare ancorati alle definizioni contenute nell’<em>Antiduhring</em> e nella <em>Critica al programma di Gotha, </em>secondo<em> </em>cui già nella prima fase del comunismo (cioè nel socialismo, a partire da Lenin) vengono aboliti il lavoro salariato e il valore di scambio e ci si avvia “alla realizzazione del regno della libertà”. Detto che Marx ed Engels un secolo e mezzo fa (!) ritenevano che la rivoluzione fosse imminente e che la fase di transizione – la dittatura del proletariato – sarebbe stata breve, è chiaro che questo significa rimuovere completamente tutta la problematica teorica della transizione al socialismo. Su questo punto lo scontro fra Lenin e la “sinistra” bolscevica (ma anche con i critici delle sinistre europee, da Bordiga alla stessa Luxemburg) fu durissimo anche prima del varo della NEP (14).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La posta in palio era decisiva, in quanto si trattava di prendere atto che la transizione sarebbe stata lunga e difficile, che l’eliminazione delle dinamiche di tipo capitalistico (ma non del mercato, vedi sopra il riferimento a Braudel e Polanyi) avrebbero richiesto non meno tempo, che sarebbero rimaste differenze di classe (e quindi lotta di classe, anche all’interno dello stesso partito). Su questo Screpanti svicola perché mi pare chiaro che, per lui, l’ultimo Lenin è indigesto, nella misura in cui pone una chiara distinzione fra capitalismo di stato in regime socialista e capitalismo di stato in regime capitalista (mentre per Screpanti il capitalismo, di stato o privato che sia, sempre e solo capitalismo resta).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma Screpanti non si accontenta di contestare il carattere socialista del sistema cinese, vorrebbe anche dimostrare che gli straordinari risultati conseguiti sul piano socioeconomico (lotta alla povertà assoluta, miglioramento delle condizioni di vita e dei livelli di benessere di contadini e lavoratori urbani, servizi sociali) sono frutto di mistificazioni statistiche, per cui ingaggia una guerra di cifre contro i dati “ufficiali” forniti dal governo cinese e da una serie di economisti e agenzie internazionali. Detto che le cifre e il modo in cui vengono interpretate e usate da economisti che vogliono dimostrare tesi opposte sono un terreno scivoloso, apro un inciso sull’attendibilità delle fonti. Nel già citato libro di Cheng Enfu si spiega come il dibattito fra economisti cinesi (tanto per smentire la tesi dell’assenza di libertà di espressione) è pubblico e feroce fra una destra neoliberista, una sinistra neomaoista e un centro che difende la linea maggioritaria del PCC guidato da Xi Jinping. Quindi andrebbe verificato a quale di queste correnti appartengono gli autori cinesi citati da Screpanti (alcuni dei quali insegnano negli Usa, per cui mi permetto di considerarli sospetti).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopodiché mi ha colpito vedere come Screpanti, dopo avere citato un autore che attribuisce il 40% del PIL alle imprese pubbliche, ne citi un altro che riduce la percentuale al 25%, sostenendo che l’ultima cifra è più “realistica” (in base a quale criterio: “scientifico” o ideologico?). Aggiungo che una serie di dati con i quali cerca di dimostrare che la Cina è tuttora indietro rispetto ai Paesi occidentali più avanzati gli si ritorcono conto perché, anche se le sue fonti fossero attendibili (il che resta da dimostrare), il fatto che la Cina, che fino agli anni Settanta era mostruosamente più arretrata dei Paesi in questione, li abbia quasi raggiunti dimostra che si è sviluppata ritmi enormemente superiori ai loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sulle questioni della riabilitazione del confucianesimo e dei criteri meritocratici di selezione dei vertici del PCC (nonché del confronto fra meritocrazia cinese e “democrazia” occidentale”), temi che inquietano Screpanti, rinvio a quanto scritto nel post precedente a proposito del libro di Arlacchi, e al libro di Daniel Bell (15). Passo invece a due chicche contenute nell’articolo del nostro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima chicca, Screpanti scrive che trova agghiacciante la frase “uso del capitalismo”. Ne ha ovviamente tutto il diritto ma perché, mi chiedo, non si misura con un peso massimo come Giovanni Arrighi, che è stata la prima e più autorevole voce a usare questa espressione in campo marxista? Perché preferisce assimilare tutte le tesi che non gli aggradano all’utopia fantapolitica del romanziere ottocentesco americano Edward Bellamy, il quale descriveva una società immaginaria in cui tutta l’industria è statizzata e i lavoratori “sono organizzati in una struttura gerarchica denominata esercito industriale”. Questa visione sarebbe equivalente a quella di Arrighi e degli altri autori che definiscono socialista la Cina? No comment. Mi viene in mente uno spot pubblicitario in cui un adulto sfida un bimbo di tre anni in un gioco in cui quest’ultimo non può palesemente competere, mentre un commentatore invisibile chiede “ti piace vincere facile?” A Screpanti piace vincere facile per cui se la prende con Bellamy (che è pure morto da più di un secolo) piuttosto che con Arrighi (che è morto anche lui, ma evidentemente gli fa ancora paura).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Seconda chicca (la più gustosa). Screpanti ammette: che la Cina non ha mire espansioniste di tipo militare; che investe massicciamente nel Sud globale, specialmente in Africa e in America Latina, fornendo ai paesi in via di sviluppo aiuti sostanziosi al decollo industriale e ai processi di modernizzazione, costruendo strade, ferrovie, porti, aeroporti, scuole, ospedali, dighe e intere città nuove, che i suoi prestiti sono a lungo termine e hanno tassi di interesse assai più bassi di quelli occidentali. Poi scrive “mi sembra credibile l&#8217;opinione di chi sostiene che questo tipo di imperialismo (!!??) è gradito ai popoli che lo accolgono” (sic). Ma la Cina è comunque imperialista perché ”estrae plusvalore” e ricchezza da altri paesi. Fermi tutti: Screpanti ci ha appena spiegato che a definire l’imperialismo non sono gli “aiuti” subordinati all’adozione di precise politiche sociali ed economiche, finalizzati a instaurare un’economia del debito che impedisce ai paesi del Sud globale di svilupparsi autonomamente; non sono gli interventi militari per promuovere “rivoluzioni colorate”; non è la logica coloniale neocoloniale che fonda lo sviluppo delle metropoli sul sottosviluppo delle periferie, non è insomma il fenomeno analizzato da Lenin e poi approfondito da Baran, Sweezy e decine di altri autori marxisti. È invece, o perlomeno è anche, il fatto che la Cina, invece di impedire che i Paesi del Sud globale si sviluppino (e quindi diventino potenziali concorrenti!) ne promuove sì lo sviluppo, ma nel contempo cerca a sua volta di trarre vantaggio economico dai rapporti reciproci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>No comment. Anzi no, un commentino finale ci vuole ma sarò sintetico. Screpanti non sarà un gigante del marxismo nostrano (del resto non è che ce ne siano molti), ma è rappresentativo del crampo mentale che affligge gran parte del marxismo occidentale, cioè l’assoluta incapacità di prendere atto che l’asse della lotta anticapitalista e antimperialista si è da tempo spostato dalle decrepite metropoli occidentali al Sud del mondo e che questa dislocazione ha determinato, sta determinando e determinerà sempre più un radicale aggiornamento della nostra cassetta degli attrezzi teorici.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<h6><strong>Note</strong></h6>
<h6>(1) Cfr. C. Formenti, O. Romano, <em>Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare, </em>DeriveApprodi, Roma 2019.</h6>
<h6>(2) I. Pappé, <em>La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, </em>Fazi, Roma 2025.</h6>
<h6>(3) E. Screpanti, “Un capitalismo con caratteri cinesi”, <a href="https://transform-italia.it/un-capitalismo-con-caratteristiche-cinesi/?pdf=42007">https://transform-italia.it/un-capitalismo-con-caratteristiche-cinesi/?pdf=42007</a></h6>
<h6>(4) Cfr. <em>La pulizia etnica della Palestina </em>(2008); <em>La prigione più grande del mondo </em>(2022); <em>Brevissima storia del conflitto fra Israele e Palestina </em>(2024).</h6>
<h6>(5) Cfr. C. Elkins, <em>Un’eredità di violenza. Una storia dell’Impero britannico, </em>Einaudi, Torino 2024.</h6>
<h6>(6) Ivi.</h6>
<h6>(7) Cfr M. Hardt, A. Negri, <em>Impero, </em>Rizzoli, Milano 2001. Ho polemizzato con le tesi di questo testo ormai celeberrimo in<em> Utopie letali</em> (Jaka Book 2013),<em> La variante populista</em> (DeriveApprodi 2016) e<em> Il socialismo è morto. Viva il socialismo </em>(Meltemi 2019).</h6>
<h6>(8) Cfr. Kevin Ochieng Okoth, <em>Red Africa, </em>Meltemi 2024.</h6>
<h6>(9) G. Arrighi, <em>Adam Smith a Pechino, </em>Feltrinelli, Milano2007.</h6>
<h6>(10) Cheng Enfu, <em>Dialettica dell’economia cinese, </em>Marx 21, Bari 2024.</h6>
<h6>(11) R. di Leo, <em>L’esperimento profano, </em>Futura, Roma 2011</h6>
<h6>(12) V. Giacché (a cura di), <em>L’economia di Lenin,</em> Il Saggiatore, Milano 2017.</h6>
<h6>(13) A. Gabriele, <em>L’economia cinese contemporanea, </em>Diarkos, Trieste 2024.</h6>
<h6>(14) Cfr. V. Giacché, op. cit.</h6>
<h6>(15) Cfr. D. Bell, <em>Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, </em>Luiss, Roma 2019.</h6>
<div>
<div>
<div><em><strong>Per un Socialismo del XXI Secolo</strong></em></div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=9142</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Marxisti e credenti</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9127</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9127#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2025 19:23:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Comunitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Marxismo]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore A. Bravo]]></category>
		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=9127</guid>
		<description><![CDATA[Marxisti e credenti Salvatore A. Bravo &#160; Costanzo Preve fu hegelo-marxiano, egli testimoniò lungo la sua esistenza la necessità ontologica del dialogo. Con il dialogo si attraversano le divisioni ideologiche per ritrovarsi sul fondamento, mai definitivo, della verità. Quest’ultima si rivela nella parresia, ma non è mai “morta cosa”, perché ad essa ci si deve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/11/R.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9128" title="r" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/11/R-300x274.jpg" alt="" width="300" height="274" /></a></p>
<header>
<h1></h1>
<h1>Marxisti e credenti</h1>
<h2><a title="Post di Salvatore A. Bravo" href="https://www.linterferenza.info/author/salvatore-a-bravo/" rel="author">Salvatore A. Bravo</a></h2>
</header>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<div></div>
<p>Costanzo Preve fu hegelo-marxiano, egli testimoniò lungo la sua esistenza la necessità ontologica del dialogo. Con il dialogo si attraversano le divisioni ideologiche per ritrovarsi sul fondamento, mai definitivo, della verità. Quest’ultima si rivela nella parresia, ma non è mai “morta cosa”, perché ad essa ci si deve sempre riaccostare per ridefinirla e ascoltarne la presenza.   L’incomunicabilità è  “assenza di pensiero” che la filosofia contribuisce a sanare. Le barriere  sclerotizzano la parola e la confinano nel silenzio irrazionale.</p>
<p>La contrapposizione fra marxisti e credenti  ha favorito il “potere” che  si consolida nel guerreggiare delle opposizioni, le quali contribuiscono alla disgregazione  del popolo. Tale condizione ha accompagnato la Guerra fredda e, con la fine del comunismo reale, si è ulteriormente incancrenita, poiché la sconfitta storica ha inoculato nei marxisti sopravvissuti la vergogna di essere tali. Il confronto necessita di “chiarezza emotiva”, per cui la vergogna è sicuramente un limite alla parola. Colui che porta l’impronta della sconfitta e la vive come una colpa non è nelle condizioni di dialogare.  Solo la pari dignità dei dialoganti consente alla parola il confronto creativo e razionale:</p>
<p><em>“Per un confronto infatti occorre essere in due, e mentre i cristiani esistono ancora e si fanno sentire, i marxisti sembrano vergognarsi di esser rimasti tali, e non sembrano neppure essere riusciti a mantenere quella rete minima di contatti e di lavoro comune da cui nascono le “rivoluzioni scientifiche” ed i mutamenti di paradigmi. In proposito l’entusiasmo e la solidarietà verso la cosiddetta “teologia della liberazione” (fenomeno essenzialmente latino-americano) sono fenomeni assai positivi, ma non possono sostituire una riflessione che si voglia realmente “interna” alle nostre difficoltà di “marxisti che non hanno mollato” nei confronti delle nuove problematiche culturali dei credenti<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftn1"><strong>[1]</strong></a>”.</em></p>
<p>La cultura marxiana ha il merito  di aver liberato l’economia dai suoi processi di ipostatizzazione.  Il metodo genealogico e il materialismo storico hanno liberato l’economia da una visione dogmatica. La critica alla religione mediante la  ricostruzione della genesi sociale e di classe dimostra l’uso che di essa è stato fatto per eternizzare i principi economici  delle classi dirigenti. Le categorie marxiane hanno reso reale e razionale l’economia con i suoi principi e la religione con i suoi usi ideologici-sovrastrutturali.  Con tale lavoro i marxisti hanno contribuito fortemente a gettare luce sulle ombre dell’economia e della religione. I marxisti non devono cadere nella trappola dell’ateismo, essi devono criticare la religione senza cadere nella professione di ateismo. Ateo è colui che crede che la verità non esista. Marxisti e credenti devono ritrovarsi sul comune terreno della verità e della definizione della natura umana con le quali valutare il tempo storico vissuto. La filosofia “è il proprio tempo appreso nel pensiero”:</p>
<p><em>“A proposito della questione dell’ateismo “marxista”, che viene vista da molti come il vero e proprio ostacolo ad ogni forma di collaborazione politica organica fra comunisti e credenti, non bisogna dimenticare mai che si tratta di un problema concettualmente assai chiaro e semplice, nonostante il polverone sollevato negli ultimi decenni da tonnellate di bibliografia confusionaria ed interessata alla manipolazione. In breve, ci limiteremo a sviluppare quattro “passaggi” concettuali. In primo luogo, non bisogna confondere la questione della critica della religione con la questione dell’ateismo, come se l’oggetto inevitabile e teleologicamente prefissato fin dall’inizio della critica della religione fosse la consapevolezza “ateistica” che qualcuno o qualcosa chiamato “dio” in realtà non esiste, a differenza di come opinano in modo superstizioso i grulli che ci credono. In secondo luogo, sosterremo che il marxismo ha tutto da guadagnare a rinunciare alla “difesa dell’ateismo”, in quanto si tratta di un falso problema, ed anzi di una vera e propria “trappola” pratica e teorica. In terzo luogo, ribadiremo che il marxismo non può assolutamente rinunciare invece alla critica della religione, che è non solo “omologa” alla critica dell’economia politica, ma che ne costituisce la struttura filosofica portante (mentre invece l’ateismo, a nostro parere, è omologo semmai al campo concettuale “naturalistico” dell’economia politica classica. In quarto luogo (ed è questo il “pezzo forte” di queste riflessioni) sosterremo che l’impossibilità assoluta di rinunciare alla critica della religione non è affatto un impedimento alla collaborazione politica nella lotta per il comunismo con i cristiani consapevoli, dal momento che basta in proposito ispirarsi all’insigne esempio di un radicale critico della religione vissuto circa duemila anni fa in Palestina, il cui nome è Gesù di Nazareth, della cui vita sappiamo certo poco, ma comunque abbastanza per aver pochi dubbi del fatto che la sua teoria e la sua prassi siano state assolutamente incompatibili con una difesa della “religione”, comunque definita<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftn2"><strong>[2]</strong></a>”.</em></p>
<p>Dialogo veritativo</p>
<p>Il dialogo fra credenti e marxisti deve abbandonare il tema della fede su cui la contrapposizione è insanabile, in quanto la fede non può essere oggetto di logica discussione. Il dialogo dunque dev’essere portato su un terreno comune per individuare i punti di contatto: la verità storica e ontologica. Gesù è il profeta del I secolo dopo Cristo, pertanto il pensiero cristiano va compreso a partire dalla condizione sociale ed economica della Palestina in quel quadro storico. In Gesù si svela lo scontro tra due modi di produzione: lo schiavile-romano nel quale prevale il valore di scambio e l’antico-orientale in cui l’economia risponde “in modo parziale” ai bisogni reali dell’essere umano che per natura è “finito ed etico”. Pertanto marxisti e credenti possono ritrovarsi nella lettura del contesto storico di Gesù con i suoi significati. Nel tempo di Gesù religione ed economia non erano disgiungibili.  A marxisti e credenti si deve richiedere di emanciparsi da facili proiezioni concettuali che impediscono di decodificare “il tempo storico di Gesù”. Il lavoro è comune:</p>
<p><em>“Dal momento che la società palestinese del I secolo dopo Cristo è poco nota, facciamo prima un esempio facile di quanto intendiamo dire, relativo alla più conosciuta antichità greco-romana. Coloro che si occupano anche superficialmente di antichistica sanno, ad esempio, che quando assistevano alle Olimpiadi i greci antichi non assistevano ad uno spettacolo “sportivo” in senso moderno, e quando assistevano ad una tragedia di Eschilo non assistevano ad una rappresentazione “teatrale” nel senso che diamo oggi a questo termine (in generale messo nei giornali sotto la rubrica “spettacoli”). Il termine moderno “economia” rappresenta, come è noto, un complesso unico di valori d’uso e di valori di scambio, fra i quali si può instaurare equilibrio oppure crisi: si tratta di qualcosa di assolutamente estraneo ai Greci antichi, che definivano “economia” il sapere che aveva come oggetto i valori d’uso, mentre connotavano come “crematistica” il sapere che aveva come oggetto i valori di scambio (ed è questa la ragione per cui — fra l’altro, il pensiero antico non poteva giungere neppure concettualmente ad una vera critica dell’economia politica). Per fare ancora un ultimo esempio, il termine moderno “scienza politica” implica, dandola per scontata, la distinzione tra politica e morale che caratterizza Machiavelli e Hobbes, mentre una simile distinzione è quasi “impensabile” da un punto di vista platonico, aristotelico o stoico<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftn3"><strong>[3]</strong></a>.</em></p>
<p>Gesù è la risposta del popolo palestinese al declinante modo di produzione antico-orientale e all’avanzare dell’economia  schiavistica improntata alla crematistica. Gesù è la voce dei palestinesi che si oppongono alla sperequazione sociale imperante e al pervertimento dell’economia in crematistica. La richiesta di giustizia sociale è il messaggio evidente e primo delle “ideologie messianiche”:</p>
<p><em>“Non appena ci si mette in questa ottica, il problema della conoscenza del Gesù storico non è affatto risolto, ma almeno è impostato con il piede giusto. Nella Palestina di quei tempi, formazione economico-sociale specifica in cui al vecchio modo di produzione antico-orientale (caratterizzato dal potere “unico”, economico, politico e ideologico di un Tempio gestito da una casta di sacerdoti e di scribi — i sacerdoti sono analoghi alla somma dei moderni politici più i preti, mentre gli scribi sono gli antenati dei moderni economisti più gli amministratori) si stava sovrapponendo il nuovo modo di produzione greco-romano schiavistico (caratterizzato dalla proprietà privata non solo della terra e delle merci, ma anche delle persone), fiorivano specifiche “ideologie messianiche” che tendevano ad un radicale mutamento politico e sociale, e dunque anche religioso ed economico. È oggi ormai scontato che senza comprendere i contenuti, le modalità e le forme delle “ideologie messianiche” di allora è impossibile comprendere Gesù<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftn4"><strong>[4]</strong></a>”.</em></p>
<p>In Gesù si esprimono  compiutamente  le istanze del “comunismo della distribuzione” che incontrano la ferrea opposizione del modo di produzione schiavile e crematistico, il quale ha come obiettivo il saccheggio di ciò che è comune.  La  purificazione religiosa per i palestinesi è liturgia di liberazione dalle pulsioni individualistiche. Gesù difendeva il senso etico dell’anno della “misericordia” con cui si poneva riparo alle ingiustizie economiche  più insopportabili e si procedeva ad una più equa ridistribuzione dei beni tanto che i “debiti erano cancellati”. Nell’anno della “misericordia” sopravviveva il “ricordo” dell’economia comunitaria che ancora riusciva a limitare le derive del sistema crematistico:</p>
<p><em>“Al tempo di Gesù, all’interno del modo di produzione “antico-orientale” palestinese non ci si può limitare a dire che religione e politica erano indistinguibili (analogamente a quanto avveniva nel medioevo cristiano europeo — e di qui si veda la funzione delle eresie nel modo di produzione feudale); occorre andare ben oltre, dal momento che religione ed economia facevano tutt’uno (utilizziamo qui ovviamente per capirci l’improprio e fuorviante linguaggio moderno), in quanto la “purificazione del tempio” e l’annuncio messianico del cosiddetto “anno di misericordia del signore” facevano tutt’uno con una ridistribuzione in senso “comunista” dei beni e dei servizi che erano prodotti nel contesto del modo di produzione antico-orientale stesso. Un Gesù di Nazareth “comunista”, dunque? Esattamente, occorre avere il coraggio morale e scientifico di dirlo chiaramente: un Gesù “comunista”, proprio così. Ovviamente, si trattava di un “comunismo della distribuzione”, basato sulla purificazione religiosa del tempio e sul “consenso” del Dio degli ebrei, consenso sovrannaturale necessario per far “riuscire” con successo il progetto messianico portato avanti dal “figlio dell’Uomo”, disposto a divenire un “servo sofferente” per amore del prossimo e per impietosire il Padre, nel frattempo sdegnatosi per i peccati dei propri figli. In quanto tale, questo comunismo della distribuzione garantito attraverso la realizzazione messianica dell’“anno di misericordia del Signore” non ha ovviamente in comune null’altro che un lontanissimo rapporto analogico con il comunismo marxiano moderno derivato dalla critica dell’economia politica. In ogni caso, comunque si rigirino le interpretazioni desunte da un’onesta applicazione del “metodo di storia delle forme” inserito nella logica globale del modo di produzione antico-orientale, ne viene fuori che il “rimettere i debiti ai propri debitori” significa letteralmente questo, e non si presta a nessuna soporifera e tranquillizzante interpretazione “figurata”, dal momento che la logica dello “scambio del debito” in questo modo di produzione era assolutamente “omologa” alla logica dello scambio fra lavoro salariato e capitale (da cui — come è noto nasce il plusvalore) tipico del moderno modo di produzione capitalistico. A questo punto, si chiami pure come si vuole il contenuto pratico del messaggio del Gesù storico, si decida pure di non chiamarlo “comunista’’ (anche se esso era per l’appunto “comunista” nel più rigoroso valore tecnico, semantico, del termine — e lo si può pacatamente dimostrare) purché non si finga ipocritamente che esso era un messaggio integralmente “spirituale” e “religioso”<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftn5"><strong>[5]</strong></a>”.</em></p>
<p>Il messaggio di Gesù ha attraversato i secoli, in esso è forte la richiesta della giustizia sociale. Gesù non attendeva la giustizia, egli da rivoluzionario del suo tempo, poneva al centro “la misericordia”, ovvero l’economia che fa fiorire la vita e non la riduce a merce da cui estrarre plusvalore che alimenta la disgregazione sociale e l’umiliazione dei più fragili:</p>
<p><em>“Per dirla con Gramsci, la verità è sempre rivoluzionaria, e la verità sul Gesù storico, contro ogni manipolazione ed ogni riduzionismo, non può che unire sempre più in una comune prospettiva storica di fondo i marxisti ed i credenti<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftn6"><strong>[6]</strong></a>”.</em></p>
<p>Credenti e comunisti potrebbero ritrovarsi sul senso storico del messaggio di Gesù e, dunque, potrebbero progettare una comune piattaforma su cui riprendere la lotta politica in un tempo che non conosce misericordia e giustizia. La crematistica, ormai modello unico e trasformata in “malvagia religione”, è il nemico comune dei credenti e dei marxisti, i quali potrebbero ritrovare un comune campo d’azione contro il nemico comune. La storia non è finita,  per divergere dal fatalismo bisogna ritrovare la strada comune che conduce alla “tangibile verità” della prassi.</p>
<hr />
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftnref1">[1]</a>Ateismo e Gesù storico [In: Democrazia Proletaria, Anno V, Set. 1987, pag. 37]</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftnref2">[2]</a> Ibidem</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftnref3">[3]</a> Ibidem</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftnref4">[4]</a> Ibidem</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftnref5">[5]</a> Ibidem</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw#_ftnref6">[6]</a> Ibidem</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/marxisti-e-credenti/?fbclid=IwY2xjawN7JLlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-2zCkCLOOf9sDeiXDyHKJUq7t28A86_w8moYUwtB5pRYUJF2mcNxk_fznY4_aem_q9vT4ksLlaURhUyfM3wgEw">Marxisti e credenti &#8211; l&#8217;interferenza</a></p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=9127</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pregi, potenzialità e limiti del pensiero di Costanzo Preve</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9122</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9122#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 Sep 2025 12:16:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore A. Bravo]]></category>
		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=9122</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Pregi, potenzialità e limiti del pensiero di Costanzo Preve Salvatore A. Bravo • 10 Settembre 2025 &#160; Il presente si connota come un tempo d’asfissia politica, in quanto i rilevi critici e le analiso geo-politiche descrivono con esattezza dialettica le atroci contraddizioni del sistema capitalistico. La pratica della critica, sempre positiva, cade nella trappola del capitalismo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<header>
<h1></h1>
<h1></h1>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/09/FB_IMG_1667131812390.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9123" title="fb_img_1667131812390" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/09/FB_IMG_1667131812390-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1></h1>
<h1>Pregi, potenzialità e limiti del pensiero di Costanzo Preve</h1>
<h2><a title="Post di Salvatore A. Bravo" href="https://www.linterferenza.info/author/salvatore-a-bravo/" rel="author">Salvatore A. Bravo</a> • <time datetime="2025-09-10">10 Settembre 2025</time></h2>
</header>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<div></div>
<p>Il presente si connota come un tempo d’asfissia politica, in quanto i rilevi critici e le analiso geo-politiche descrivono con esattezza dialettica le atroci contraddizioni del sistema capitalistico. La pratica della critica, sempre positiva, cade nella trappola del capitalismo. Il capitalismo ha il suo alfabeto emotivo, è un modello di vita e di morte, il sentimento che lo connota e che rinsalda il suo dominio è l’impotenza disperata. La logica padronale diffusa capillarmente insegna in modo consapevole e inconsapevole la sudditanza senza speranza, per cui si può solo sopravvivere mediante la resilienza. Ci si adatta e ci si aliena e in tale movimento l’impotenza si radica nei pensieri, nel linguaggio e nei comportamenti.  In tale cornice a capitalismo integrale le antitesi progettuali sono scomparse e al loro posto regna solo la quieta e plumbea palude del capitale nel cui grigiore i sudditi si confondono e fondono fino a pensare che l’alternativa è impossibile, per cui è necessario accettare la sudditanza padronale all’economicismo e alle oligarchie afferenti. Dopo il 1991 con la caduta dell’Unione Sovietica gli orizzonti si sono liquefatti con l’oblio di ogni dialettica e con la scomparsa dei partiti comunisti. La disperazione e l’impotenza sono spesso mascherati da forme di parossismo consumistico e narcisistico che vorrebbero rimuovere il “non senso”  che segna l’ordinario scorrere del tempo:</p>
<p><em>“Il fatto è che oggi, insieme alla prospettiva della rivoluzione nel vecchio (ed unico) senso del termine, è venuta meno anche la vecchia dicotomia Riforme/Rivoluzione, per cui per un secolo e mezzo si è detto che era meglio affidarsi ad una lenta evoluzione positiva senza strappi per ottenere risultati simili senza lo scorrimento del sangue ed i cicli di violenza che ne susseguono. In realtà non si vede oggi neppure quali forze siano seriamente in grado di ipotizzare una riforma di questo modello di capitalismo globalizzato a prevalenza finanziaria. Oggi il fattore soggettivo sembra spento non solo per le rivoluzioni, ma anche per le riforme. I frenetici ed ipocriti summit dei politici, disturbati o meno da incappucciati in passamontagna o da pagliacci dipinti in trampoli e tamburi, pattinano sul ghiaccio sottile delle superfici di realtà interamente dominate dalla speculazione finanziaria e dai suoi riti in inglese (del tipo dello spread — oh, il buon vecchio Spirito Santo!)<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w#_ftn1"><strong>[1]</strong></a>“.</em></p>
<p>Costanzo Preve invita a non cadere in una contingenza storica che può sembrare sclerotizzata nel paradigma capitalistico, in quanto la rivoluzione è sempre possibile, ciò che viviamo nel nostro tempo storico non è tutto, ma è una congiuntura storica e di conseguenza non è eterna. Le condizioni per la rivoluzione necessitano di una lenta aggregazione e configurazione politica. Costanzo Preve incentra l’azione sulla denuncia delle contraddizioni del sistema e sull’individuazione dei punti di fragilità del sistema. I modelli alternativi non sono utili alla rivoluzione, poiché non vi sono protocolli politici che possono essere applicati nell’immanenza. I modelli progettuali elaborati si sono mostrati sempre inapplicabili, per cui il filosofo torinese esclude l’elaborazione attenta dell’alternativa:</p>
<p><em>“E allora? Bisogna forse rassegnarsi? Bisogna accettare la trinità universale della gabbia d’acciaio, del disin canto del mondo e del politeismo dei valori? Bisogna accettare il più odioso dei domini militari travestito da interventismo in difesa della pace e dei diritti umani? Bisogna accettare, che il Politicamente Corretto ci imponga che cosa possiamo dire e che cosa non possiamo neppure pensare? Non può essere questa ovviamente la conclusione. Il pessimismo non è obbligatorio, ed anche l’ottimismo è facoltativo. Non si tratta allora di dare retta alle ideologie diffuse dai pensatori permessi dal potere, in quanto il potere dosa anche la critica concessa a dosi omeopatiche (esemplare il caso di saggisti come Bauman e Zizek). Ciò che passa il mercato editoriale e televisivo è sempre filtrato da vere e proprie “griglie di compatibilità”. Il massimo di coraggio nello svelamento consiste nell’indicare veri e propri casi scandalosi. Ma essi sono migliaia, e come i buchi nelle dighe tappatone uno se ne apre un altro. Le rivoluzioni non si fanno con modelli preapplicabili, e neppure accostandosi o discostandosi da modelli ideali pregressi, come è stato il caso del marxismo, dato che il modello originale di Marx era perfettamente inapplicabile, fondandosi su vere e proprie fanfaluche come l’abolizione dello stato e la capacità di auto-organizza zione rivoluzionaria (e non solo sindacale, quella ovviamente c’è) della classe operaia, salariata e proletaria. Le rivoluzioni richiedono lente precondizioni di aggregazione antropologica, e soprattutto la visibilità non tanto del modello futuro, quanto della debolezza del nemico e della perforabilità delle sue difese. Questa non c’è anco ra, e non si può affrettare artificialmente. Per ora basti affermare che ci può essere, e mandare cordialmente al diavolo chi parla di utopia, terrore ed altre fregnacce di prevenzione e contenimento<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w#_ftn2"><strong>[2]</strong></a>”.</em></p>
<p>Non si può non tacere sul limite dell’analisi di Costanzo Preve. Senza un paradigma del cielo che indica la via e il fine verso cui orientarsi e che dà valore e senso alla lotta quest’ultima non può che insabbiarsi in una fugace scarica di rabbia per le ingiustizie subite. La posizione di Costanzo Preve, rischia, malgrado l’inossidabile coerenza e onestà del filosofo, di supportare il sistema. Il capitalismo non teme le critiche ma le progettualità. Ancora oggi, se la libertà di critica non è compromessa, si resta all’interno della critica fine a se stessa e senza alternativa. La motivazione alla lotta si centuplica, solo se la progettualità è presente. Il dominato può decentrarsi, mentre lotta in una realtà nella quale potrà vivere la pienezza ontologica della condizione umana e ciò consente di resistere agli ostacoli e affina la capacità dialettica e critica. L’assenza di progettualità, inoltre è divisoria, in quanto viene a mancare il sostrato che accomuna i rivoluzionari e favorisce l’egemonia culturale dell’utilitarismo, nuova frontiera della marginalità e dell’atomistica della solitudine. Si è utili come lavoratori o consumatori, per cui l’essere umano non è più soggetto ma oggetto del sistema. La critica all’utilitarismo non può bastare. Oggi l’utilitarismo come sistema e modo di pensare fonda un nuovo razzismo che si fa fatica a definire e identificare, ovverossia vi sono persone e popoli utili e altri inutili. Gli inutili possono anche morire ed essere sostituiti:</p>
<p><em>“Il cuore dell’utilitarismo è l’autofondazione del meccanismo riproduttivo globale del mercato capitalistico su se stesso, togliendo di mezzo le tre fondazioni tradizionali della filosofia politica, l’esistenza di Dio (non importa se cattolica, protestante o ortodossa variamente secolarizzata e già da tempo privata di ogni promessa messianica), il contratto sociale (non importa se nella forma di “destra” di Hobbes, di “centro” di Locke o di “sinistra” di Rousseau, mi scuso con il lettore intelligente per avere usato queste improprie categorie, da lasciare a Bersani, Casini ed Alfano), ed infine il diritto naturale, concetto che rimanda pur sempre alla natura umana comunitaria associata come principio di legittimazione filosofica di ultima istanza. Con l’utilitarismo di Hume e di Smith, curiosa ed a suo modo geniale ed originale mescolanza di empirismo e di scetticismo, il mercato capitalistico si autofonda sulla propensione allo scambio ed alla mercificazione universale. A distanza di più di due secoli, siamo in grado ormai di fare un vero bilancio storico-filosofico serio, che presuppone probabilmente il raggio temporale minimo di duecento anni, possiamo dire che il principio dell’utilità generale si è rovesciato nella sensazione diffusa ed inquietante della inutilità generale. Siamo arrivati ad avere popoli inutili, generazioni inutili, e più in generale alla sensazione che non vale neppure più la pena argomentare, svelare, di mostrare, eccetera, perchè di fronte allo spread ed al “giudizio dei mercati” ogni discorso sensato appare inutile. Già Hegel aveva a suo tempo rilevato che l’ateismo non consisteva nella negazione formale, materiale e “cosale” di Dio, ma nella perdita di interesse verso la verità. Ai suoi tempi, però, questa diagnosi infausta era prematura, perchè l’interesse verso la verità comunitario-sociale (l’unica esistente, il resto essendo certezza, esattezza, veridicità, corrispondenza, eccetera), sia pure deformata dal suo uso ideologico, avrebbe avuto ancora un secolo e mezzo davanti a sé, il secolo e mezzo della civiltà borghese e della sua volonterosa ma inefficace contestazione proletaria. Al tempo di Hegel era impensabile che, appena aperta la televisione per le ultime notizie, la prima frase gridata dal mezzobusto lottizzato fosse “i mercati sono euforici”, oppure “i mercati sono nervosi”. Di fronte a questa quotidiana realtà, alienata ed antropomorfizzata insieme, Kafka appare un sobrio epistemologo popperiano<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w#_ftn3"><strong>[3]</strong></a>”.</em></p>
<p>L’ateismo connota il capitalismo, la verità sulla natura umana e la prassi del <em>logos</em> sono sostitituite dal calcolo immediato dell’interesse/piacere immediato, tale logica comporta la normalizzazione dello sfruttamento, il quale diviene il paradigma con cui gestire e vivere le relazioni. Il bene comunitario si decompone sotto il giogo di tale egemonia culturale che in modo totale investe la comunità, pertanto la vita privata non è esente da tale paradigma. Dinanzi al totalitarismo dell’utile con i suoi crimini tre operazioni sono imprescindibili:</p>
<ol>
<li>Definire la natura umana</li>
<li>Valutare l’intero assetto sociale</li>
<li>Progettare l’alternativa</li>
</ol>
<p>Costanzo Preve nel suo encomiabile impegno filosofico ha  definito la natura umana coniugando Aristotele con Hegel e Marx. Il modello filosofico greco fondato sul logos quale espressione della natura etica e razionale della natura umana gli ha permesso di effettuare un raffronto critico con la realtà capitalistica. Nella Grecia classica l’economia era fondata sulla piccola proprietà e solo in epoca ellenistica la schiavitù diviene prevalente. Anche in questo caso il plesso critico prevale sulla progettualità. La sapiente critica a Luciano Canfora non apre sull’economia nella Grecia classica, non apre alla progettualità:</p>
<p><em>“Luciano Canfora è un brillante antichista italiano, specialista in “smascheramenti”. Così come ha smascherato in modo convincente il mito del falso papiro di Artemidoro, che solo cretini patentati come i burocrati della regione Piemonte potevano comprare a peso d’(artemid)oro, e come ha smascherato l’eccessiva demonizzazione della figura di Stalin (il baffuto georgiano è stato il solo modo con cui la classe più storicamente incapace della storia universale, quella operaia, salariata e proletaria, ha potuto arrivare al potere, anche solo per due generazioni), nello stesso modo in due libri consecutivi ha “smascherato” il mito della democrazia ateniese. In realtà, si trattò sempre e soltanto della dittatura aristocratica della famiglia degli Alcmeonidi, coperta da tecniche di manipolazione assembleare e da finanziamenti imperialistici. Questa volta, però, lo staliniano barese collaboratore del Corriere della Sera ha smascherato male. Dal momento che la stragrande maggioranza dei reperti trasmessici dall’antichità è composta da critici della democrazia, e questo sia in greco antico che in latino, è facilissimo inanellare opportune citazioni che parlano di tirannia della maggioranza, demagogia dei sicofanti, eccetera. Inoltre, anche i bambini sanno che c’erano gli schiavi e le donne erano discriminate, ma soltanto pochi adulti esperti sanno che il modo di produzione schiavistico nell’antica Atene non era affatto dominante (lo divenne soltanto in età ellenistica), ma ad Atene prevaleva uno specifico modo di produzione di piccoli produttori indipendenti. Ebbene, lo smascheratore non tiene conto del fatto che logos, prima di voler dire linguaggio, ragione e pensiero, voleva dire calcolo (loghìzomai), ed in particolare calcolo sociale comunitario della giusta misura della ripartizione del potere e della distribuzione delle ricchezze<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w#_ftn4"><strong>[4]</strong></a>”.</em></p>
<p><em>Perché allora difendere egualmente la democrazia? Per una sola ragione di fondo, che però è decisiva. Se crediamo nella comunità, infatti, non possiamo, senza cadere in contraddizione, pensare che ciò che è appunto “comune” nella comunità (to koinòn), e cioè le decisioni strategiche nella sua riproduzione, possa essere espropriato alla comunità stessa ed avocato a un gruppo ristretto di “reggitori”. Se infatti la comunità è portatrice in quanto tale di socialità e razionalità, non possiamo, senza cadere in contraddizione, pensare che la socialità e la razionalità stesse possano essere concentrate in gruppi ristretti che semplicemente “prescrivono” al resto della comunità il da farsi<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w#_ftn5"><strong>[5]</strong></a>.</em></p>
<p>Le sue analisi critiche sul “capitalismo assoluto” sono fonte di lucido ritorno alla realtà storica per i lettori, ma deficitarie nella progettualità.  La critica senza la progettualità non può che favorire una stato di malinconica depressione.  Senza la progettualità la critica e l’analisi delle fragilità del sistema rischia di ricadere sui dominati i quali non possono che percepirsi come impotenti dinanzi al sistema. Se si è incapaci di proporre l’alternativa la rivoluzione non ha senso. Senza la fatica della progettualità non si mette in atto l’interalità che connota la filosofia, poiché la critica senza la progettualità non risponde alla totalità: critica/definizione natura umana/progettualità. Sta a noi continuare il suo lavoro dello spirito. La progettualità è faticosa, poiché essa esige non solo impegno, ma è confronto dialettico con i modelli plurali di progettualità attraverso i quali giungere ad una sintesi razionale e credibile sostenuta da una adeguata organizzazione. Coloro che intraprendono tale sentiero non potranno che essere oggetto di  marginalità e ostracismo. La via della progettualità necessità della “passione durevole” che nel nostro presente è combattuta con ogni mezzo, perché essa è il motore della storia.</p>
<hr />
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w#_ftnref1">[1]</a> Costanzo Preve Luigi Tedeschi, Dialoghi sull’Europa e sul nuovo odine mondiale, Il Prato I Centotalleri, pag. 516</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w#_ftnref2">[2]</a> Ibidem pp. 516 517</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w#_ftnref3">[3]</a> Ibidem pp. 520 521</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w#_ftnref4">[4]</a> Ibidem pp. 504 505</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w#_ftnref5">[5]</a> Costanzo Preve, Elogio del comunitarismo, Controcorrente Napoli, 2006 pag. 52</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/pregi-potenzialita-e-limiti-del-pensiero-di-costanzo-preve/?fbclid=IwY2xjawM2Mw9leHRuA2FlbQIxMQABHkF_Y84mcp-Kwe0wLdrR3hqM8YzQ-3wjcVc173A-Y--r11gxwHxido1moP5C_aem_QgPSTWrnsywSjOrultLh8w">Pregi, potenzialità e limiti del pensiero di Costanzo Preve &#8211; l&#8217;interferenza</a></p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=9122</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ernst Niekisch</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9068</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9068#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 27 Feb 2025 14:54:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Bolscevismo]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst Niekisch]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Milanesi]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler Adolf]]></category>
		<category><![CDATA[Lenin]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionalbolscevismo]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionalsocialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=9068</guid>
		<description><![CDATA[E a proposito di Politico, importante è lo «stato d’allerta» con cui Niekisch ci pone di fronte a concetti come libertà, universalità, pacificazione. «Essere occidentali – scrive su «Widerstand» nel 1926 – vuol dire: servirsi della parola libertà per ingannare, far professione di umanità per compiere delitti, rovinare il popolo con l’appello alla riconciliazione». Un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div data-hook="post-title">
<h1 data-hook="post-title"><img src="https://i.ebayimg.com/images/g/YVcAAeSw3b1nv2gY/s-l500.webp" alt="Hitler - ein deutsches Verhängnis [German] by Niekisch, Ernst - Foto 1 di 2" /></h1>
<h1 data-hook="post-title"><em><strong><span style="font-size: 13px;">E a proposito di Politico, importante è lo «stato d’allerta» con cui Niekisch ci pone di fronte a concetti come libertà, universalità, pacificazione. «Essere occidentali – scrive su «Widerstand» nel 1926 – vuol dire: servirsi della parola libertà per ingannare, far professione di umanità per compiere delitti, rovinare il popolo con l’appello alla riconciliazione». Un secolo di distanza ci separa da questo monito attuale/inattuale, da rimeditare in un tempo a cui solo in parte apparteniamo.</span></strong></em></h1>
<p>&nbsp;</p>
<h1 data-hook="post-title">Ernst Niekisch</h1>
</div>
<div>
<div><strong>FRANCO MILANESI</strong></div>
</div>
</div>
<div data-hook="post-description">
<article>
<div data-rce-version="10.120.2">
<div dir="ltr" data-id="content-viewer">
<div>
<div data-breakout="normal"></div>
<div data-hook="rcv-block4"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-eef5o" dir="auto">Non sono molti i militanti comunisti ad aver percorso – sempre in bilico tra antagonismo, galera ed esilio – tutti i regimi che hanno segnato il «grande e terribile» Novecento: lo sperimentalismo democratico della Repubblica di Weimar, il fascio-nazismo hitleriano, il comunismo del controllo nella Ddr, il liberal capitalismo della repubblica Federale tedesca. Ernst Niekisch (Trebnitz 1889 – Berlino 1967) ha condotto la carica critica della sua intelligenza nell’azione contro i governi e i partiti al potere. Questa idea di politica come mobilitazione totale del soggetto lo ha portato a trascorrere alcuni mesi nelle carceri weimariane e un lungo e devastante periodo di detenzione durante il nazismo. In aperto dissenso con i vertici della Germania Est (che pure aveva scelto come residenza dopo il ’45) si trasferisce a Berlino Ovest dove vive gli ultimi anni in isolamento punitivo, vedendosi rifiutato, come comunista, ogni sussidio pensionistico.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block5"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-4m9s9" dir="auto">Ma chi era Niekisch? Un oppositore per vocazione? Un avventuriero della politica perennemente dalla parte del torto e con vocazione minoritaria? Ernst Niekisch è stato un militante lucido e realista, che ha unito un armamentario teorico potente con una irriducibile avversione a ogni forma di pacificazione mediatrice.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block6"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-3ugv1" dir="auto">Il nazionalbolscevismo – entro le cui coordinate possiamo ricondurre il suo pensiero – merita pertanto una ricognizione attenta per la funzione «stressante» che ha avuto nei confronti di tutte le appartenenze politiche, di ieri e di oggi, portandone in luce le sclerosi, le impasse pratico-teoriche, gli eccessi compromissori.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block7"></div>
<div data-breakout="normal"></div>
<div data-hook="rcv-block8"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-30k9a" dir="auto">Niekisch nasce da famiglia operaia il 23 maggio 1889 a Trebnitz, in Slesia (oggi Trzebnica, Polonia). La formazione intellettuale è vissuta come occasione di riscatto sociale. Studia la drammaturgia europea, la poesia tedesca, Nietzsche, Hegel, Weber e torna sempre a Machiavelli, riferimento teorico per tutta la vita (firmerà alcuni articoli con lo pseudonimo di Niccolò). La lettura di Marx lo avvicina al movimento socialista. Nel 1914, nei primi giorni di guerra, si arruola come volontario ma i problemi di vista portano alle dimissioni dal servizio attivo. Nell’ottobre del 1917 si iscrive alla Spd, e pubblica sul giornale di partito i suoi primi articoli. Dopo la proclamazione della Repubblica a Monaco di Baviera, il 7 dicembre 1918, Niekisch entra a far parte della Uspd e poco dopo viene proiettato sulla scena politica bavarese. Prima presidente del Consiglio degli operai e dei soldati di Augsburg, in seguito a Monaco di Baviera come presidente del Consiglio Centrale dei Consigli degli operai, contadini e soldati della Baviera. Nel maggio 1919, conclusasi drammaticamente l’esperienza della repubblica bavarese è arrestato e condannato a due anni e mezzo di reclusione. Scarcerato nel 1922 si trasferisce definitivamente a Berlino dove inizia l’elaborazione teorica nazionalbolscevica. Nel 1926 esce «Der Widerstand» (Resistenza), il mensile su cui elabora i cardini concettuali del suo pensiero politico. Il movimento nazional-rivoluzionario si dota di un settimanale al quale Niekisch dà il nome di «Entscheidung» (decisione). Nel 1932 pubblica il volume <em>Hitler, un destino tedesco</em> subito oggetto di una violenta critica da parte nazista. Nel 1932 compie un viaggio in Russia che rafforzerà l’<em>Ostorientierung</em>, l’«orientamento a Est», del suo pensiero. Rientrato in Germania tenta faticosamente di riallacciare le file della resistenza al nazismo e nel 1935 pubblica <em>La terza figura imperiale</em>, la sua opera più ambiziosa, dove delinea tre archetipi, l’«eterno romano», l’«ebreo eterno» e infine il «lavoratore»,<em> Ewiger Barbar</em>, l’eterno barbaro che dominerà attraverso la piena padronanza della razionalità tecnica un mondo segnato dall’oltrepassamento della forma borghese. Nel marzo del 1937 è arrestato dalla Gestapo, condannato all’ergastolo e alla confisca di tutti i beni. Viene liberato, quasi completamente cieco e paralizzato, dall’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Armata_Rossa" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink"><span style="text-decoration: underline;">Armata Rossa</span></a> il 27 aprile 1945. Rimedita il marxismo e partecipa attivamente all’attività politico-culturale della Repubblica Democratica. È professore incaricato di sociologia e nel 1949 viene nominato direttore dell’«Istituto di Ricerca sull’imperialismo»; nello stesso anno entra a far parte della <a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Volkskammer" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink"><em><span style="text-decoration: underline;">Volkskammer</span></em></a>, il Parlamento unicamerale della Repubblica democratica tedesca. Dopo varie espressioni di dissenso e di critica versi i dirigenti della Ddr, la repressione del 17 giugno 1953 dei moti operai a Berlino lo allontana definitivamente dal regime. Si trasferisce a Berlino Ovest e denuncia immediatamente il carattere «plutocratica» e borghese dell’intera politica nella Rft. La pensione gli viene negata in quanto, come cittadino e intellettuale di spicco della Ddr, aveva operato in «un regime fondato sulla violenza». Gli ultimi anni della sua esistenza sono prevalentemente occupati dalla stesura delle opere di memorialistica. Muore il 23 maggio 1967 nel giorno del suo settantottesimo compleanno. Su Niekisch cala il silenzio, fino ad alcune importanti opere biografiche e alla ripresa di interesse verso il nazionalbolscevismo, rilanciato nel caos geopolitico e ideologico del tardo Novecento come fonte – pur ricca di contraddizioni e polarità non facilmente risolvibili – di una possibile ispirazione.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block9"></div>
<div data-breakout="normal"></div>
<div data-hook="rcv-block10"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-4kvbd" dir="auto">Per la parte «nostra», il nazionalboscevismo suona perlopiù come un ircocervo, una contraddizione in termini. Al comunismo, dice l’ortodossia marxista, è consustanziale l’internazionalismo proletario e ogni torsione di tipo nazionale non può che approssimare le istanze comuniste al «fascismo di sinistra», confusa galassia che al netto dei proclami anticapitalistici e rivoluzionari ha regolarmente azzerato la sua carica antisistema quando il fascismo si è fatto regime, mettendo in riga i vacui strilli delle sue frange «ribelli».</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block11"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-84qfn" dir="auto">In questa cornice interpretativa Niekisch e il nazionalboscevismo dovrebbero essere ricondotti a fenomeni eccentrici e marginali nella realtà lavica della «guerra civile europea». Ma è proprio il terreno franoso della contemporaneità politica che impedisce di liquidare quell’esperienza, suggerendoci piuttosto un «doppio passo»: collocare storicamente, con rigore, il nazionalbolscevismo e da qui proiettare alcune sue istanze dentro il tempo presente. Non tanto per verificare nell’oggi la sua «tenuta», quanto perché la tonalità fortemente innovativa che fu all’origine della sua fragilità di fronte alle «case» ideologiche novecentesche (comunismo sovietico, riformismo socialista, fascismo, liberalismo) offre spunti di grande interesse proprio in misura della crisi di queste stesse appartenenze, aprendo «possibili politici» che vanno segnalati, trasfigurati e (in parte) riposizionati nella pratica della lotta di classe.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block12"></div>
<div data-breakout="normal"></div>
<div data-hook="rcv-block13"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-lol0" dir="auto">L’«esperimento profano» che si apre con l’ottobre del ’17 è il punto di partenza da cui muove la proposta nazionalbolscevica. Contro il solido blocco impostosi in Occidente (dominio del sistema di capitale, antropologia borghese, liberalismo politico) Niekisch indica una <em>Ostorientirung</em>: volgere lo sguardo ad Est e trarre esempio da quell’oriente russo che aveva da poco realizzato la prima rivoluzione proletaria. Egli osserva non tanto il processo di crisi dello zarismo e il potente tatticismo di Lenin, quanto il percorso di realizzazione e consolidamento dello Stato bolscevico, intendendo le istituzioni statuali come definitiva condensazione del potere di classe.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block14"> <img src="blob:https://web.whatsapp.com/970f1d9c-85fd-4288-8de7-44ae90b6653a" alt="" /></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-bfiq1" dir="auto">La sua analisi mescola tratti di forte originalità con concezioni essenzialistiche e assunti aprioristici, a partire da un’ipostatizzazione dei popoli, suddivisi e separati secondo presunti «tratti nazionali» che disegnano i contorni dei «tedeschi», dei «russi», dei «latini» come categorie spirituali coincidenti con il mosaico geopolitico europeo. La sfera del «Politico» non precede questa mappatura, non ne delinea i confini attraverso lo svolgersi di conflitti, guerre, conquiste e potere, ma ne discende, come forza di implementazione di tratti umani e sociali impressi <em>oltre</em> la stessa storia. Un assunto teorico dagli esiti alle volte risibili, che dovrebbe metterci in guardia dalle frequenti sospensioni –cui ancora oggi assistiamo – dell’acribia materialistica a favore di più rapide ed efficaci sintesi (gli «americani», i «cinesi»). Ma va anche rilevato che questa metafisica della storia innesca un meccanismo interpretativo efficace in cui economia, istituzioni, natura umana e politica si richiamano e si intrecciano con esiti di grande suggestione.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block15"> <img src="blob:https://web.whatsapp.com/970f1d9c-85fd-4288-8de7-44ae90b6653a" alt="" /></div>
<div data-breakout="normal">
<div id="viewer-akgb1" dir="auto"> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/EstOvest.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-9071" title="estovest" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/EstOvest.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a></div>
</div>
<div data-hook="rcv-block16"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-7g5vs" dir="auto">La Russia sovietica, per Niekisch, ha portato a una piena affermazione della soggettività proletaria, protagonista di un processo di rivoluzione sociale e nazionale saldamente guidato dall’élite bolscevica forgiatasi nella Grande Guerra. Lo «Stato totale» che si è realizzato oggettiva la specifica qualità spiritual-nazionale del popolo russo. Il collettivistico operaio, infatti, ingloba e trasfigura il comunitarismo solidale di contadini e militari, rilanciando la sobrietà di vita e il carattere «soldatesco» che ha percorso l’intera storia dei popoli slavi (ma anche tedeschi) incontaminati dai «beni» occidentali. In tal senso il ’17 russo non è il compimento delle rivoluzioni borghesi ma il capovolgimento dei loro stessi presupposti. La presunta linea di continuità tra i moti rivoluzionari apertisi con il 1789 è contraddetta dall’esito del giacobinismo francese che, intimamente percorso dall’Illuminismo borghese, esaurisce la propria carica sovvertitrice nell’individualismo e nel parlamentarismo. «La Russia – scrive Niekisch in «Wiederstand» – non è individualista, non è liberale. Essa colloca la politica al di sopra dell’economia. Essa non è parlamentare, democratica, “civilizzatrice”. Il bolscevismo è il rifiuto dell’umanismo e dei valori civilizzatori»,</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block17"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-clrau" dir="auto">è una potenza collettivistica e prometeica che ha saputo trasfigurare un paese immiserito dalla guerra e dalla subordinazione alle potenze straniere in una forza capace di competere, impadronendosi della tecnica industriale, con l’Occidente capitalistico. Il rapporto Lenin-Stalin si ingrana precisamente su questo punto. In vari saggi egli sottolinea (con le tonalità della gramsciana «rivoluzione contro il Capitale») come la volontà rivoluzionaria di Lenin abbia sovvertito le rigide leggi del determinismo marxista, trovando il suo compimento nel grandioso progetto staliniano. Niekisch si era recato in Russia nel 1932 per osservare da vicino la realizzazione del piano quinquennale. Ne era rimasto affascinato, sedotto da quella mescola di tecnica, direzione politica, collettività operaia coordinate in una gigantesca opera di trasformazione della natura e dell’ontologia sociale. I costi umani, la decapitazione delle dissidenze e l’annientamento dei contadini sono interamente sottaciuti mentre il «piccolo padre» è tratteggiato con toni agiografici. Così in una lettera del 1950: «la sua storia è la stessa storia dell’ascesa dell’URSS a potenza mondiale [ … ] è così stretto il legame tra Stalin e l’ascesa sovietica che essa appare immediatamente come l’opera di quest’uomo [ … ] Stalin non è un qualsiasi uomo di successo o di potere. In lui si rappresenta un’epoca della storia del mondo. Soffia attorno a lui, ancora vivente, il respiro della storia mondiale». Non possono non suscitare un brivido le parole che stigmatizzano l’impiccio rappresentato dalla resistenza contadina alla collettivizzazione. «L’esistenza del contadino russo è per antonomasia in contraddizione con l’esistenza dello Stato operaio. [ … ] poiché esso deve scegliere tra la propria sopravvivenza e quella del contadino, esso prende decisione contro la sopravvivenza del contadino. Il contadino è fuori posto nello Stato operaio: di conseguenza esso deve sparire (<em>verschwinden</em>). Il contadino deve diventare operaio». Ciò che emerge nella realtà sovietica è una nuova <em>Figur</em> di sintesi (così vogliamo dialetticamente intendere la «sparizione») operaia-soldato-contadina, ricalcata sul modello del militante politico plasmato nella lotta antiborghese: «Volontà di povertà» (<em>Wille zur Armut</em>), adesione a uno stile di vita semplice, al principio di autorità e a una dura esistenza di «disciplina e dovere». Questo è la nuova forma di vita di fronte a cui si erge l’occidente individualistico e mercificato.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block18"> <img src="blob:https://web.whatsapp.com/970f1d9c-85fd-4288-8de7-44ae90b6653a" alt="" /></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-577ln" dir="auto">L’esempio che si trae dalla rivoluzione vittoriosa va portato dentro la prassi militante ribadendo un assunto: le forze e le forme del dominio si possono combattere solo se si comprende l’articolazione sistemica di tre dimensioni: il sistema di produzione capitalistico, la <em>Gestalt</em> (forma) borghese come suo substrato antropologico e l’universalismo politico, normativo e valoriale del liberalismo. Economia, antropologia e politica formano un blocco egemonico compatto ma non inattaccabile purché esso venga decodificato con chiarezza e aggredito da tutti i lati. Come implicita critica all’economicismo imperante, la sua opera aggira le analisi economiche concentrandosi sul versante dell’antropologia e della geopolitica al fin di cogliere, sotto le macrodinamiche del mercato, la capillarizzazione del dominio nei recessi più profondi dell’umano.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block19"></div>
<div data-breakout="normal"></div>
<div data-hook="rcv-block20"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-chhng" dir="auto">L’azione politica di Niekisch durante la stagione weimariana si svolge di conseguenza all’insegna del tentativo di richiamare la sostanza «profonda» del popolo tedesco, contadina e operaia, alla lotta contro le élite politiche ed economiche. Il «basso» contro l’«alto», una soggettività antagonista non data a priori (come l’operaio della fabbrica) ma da costruire attraverso l’azione politica. Non siamo propriamente sul terreno del popolo come «significante vuoto» (Laclau) da riempire con la mobilitazione attorno a istanze contingenti, ma i nazionalbolscevichi hanno piena consapevolezza che il coinvolgimento dell’intero <em>Volk</em> nella lotta anticapitalistica comporta uno sforzo mobilitante e propagandistico da affinare di volta in volta.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block21"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-32i07" dir="auto">Così, se i tratti nazionali appaiono «eternizzati», nel fuoco del conflitto di classe questi presunte invarianti si collocano un campo di battaglia storicamente determinato, dove ciò che vale è la politicizzazione della memoria di parte, capace di ritagliare dal passato parti, momenti, eventi proiettandoli nell’agone contingente.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block22"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-7lv98" dir="auto">Coerente con la critica all’economicismo marxista e al determinismo, egli ribadisce il «primato del politico» in tutta la sua sgranatura, dalle avanguardie rivoluzionarie all’organizzazione, dall’ideologia al livello istituzionale e sbocca nell’elaborazione di una <em>teoria autoritaria</em> dello Stato differente sia dal totalitarismo che dalla democrazia liberale. Il tema è stato recentemente rimesso in circolazione dalla realtà delle «democrazie autoritarie» che pur ricalcano solo in parte, a un secolo di distanza, le teorizzazioni di Niekisch, ne condividono il campo di tensione tra partecipazione popolare e soggettivazione politica, tra dinamica sociale e direzione statuale.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block23"></div>
<div data-breakout="normal"></div>
<div data-hook="rcv-block24"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-1cu14" dir="auto">Inscindibile da questa enfatizzazione dello Stato operaio come approdo del potere proletario è la lettura del nazismo, rovesciamento brutale del rapporto tra classi subalterne e dominio. Niekisch ripercorre, in particolare nei testi del dopoguerra, la progressiva raccolta di diverse componenti sociali attorno al nazismo: il reducismo, i diversi strati della borghesia, il sottoproletariato e infine i contadini. Tutti stretti al grande demagogo che simboleggia «l’incarnazione dell’inganno perpetrato dai ceti superiori a spese di quelli inferiori». Nell’hitlerismo si smaschera e naufraga quindi l’intero «programma» della <em>grande </em>borghesia, il suo umanitarismo, il presunto cosmopolitismo. In esso si azzera e tace la <em>Kultur</em> che per breve tempo aveva rappresentato (si pensi a Thomas Mann) un punto di tenuta se non di contestazione degli aspetti nichilistici e irrazionali del nazismo.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block25"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-ch8eq" dir="auto">Di fronte a questo disvelamento il nazionalbolscevismo fa di nuovo valere, con una delicata operazione di <em>détournement</em>, l’istanza nazionale. È certo questo l’aspetto politicamente più delicato per la sinistra antagonista poiché rimanda a una questione, quella nazionale, tanto cruciale quanto rimossa.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block26"></div>
<div data-breakout="normal"></div>
<div data-hook="rcv-block27"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-nlkh" dir="auto">È un esercizio inutile ricercare la percorribilità per la sinistra di classe di questa proposta politica. La parola «nazionalismo» appare interamente percorsa da una storia che non ci appartiene, quella che ha portato il proletariato mondiale in trincee opposte, a scaricarsi cannonate addosso invece di girare la bocca dei fucili verso ufficiali e gentiluomini. Ma non è questo il punto. Vogliamo intendere questi ritratti non come una carrellata di personaggi resi asettici da un eccesso di storicismo ma come un modo per trovarci di fronte a soggetti attivi nella misura in cui ci servono a osservare in modo inconsueto il «qui» e il «poi». Possiamo allora considerare Niekisch e i nazionalbolscevichi come interlocutori possibili proprio praticando quell’«uso pubblico della storia» che la sottrae alla naftalina accademica e la proietta nella confusione del presente, alle volte addensando le nebbie, altre indicando qualche ipotesi di uscita.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block28"></div>
<div data-breakout="normal"></div>
<div data-hook="rcv-block29"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-5lf4r" dir="auto">Percorrendo questa dorsale «inattuale» ritroviamo una serie di suggestioni che portano a rimeditare su alcune proposte scaturite, in quell’area, dal caos postbellico. Ci riferiamo a due ordini di questioni. Da una parte il nodo delle identità e delle appartenenze, troppo facilmente denotate come presupposti di ogni posizionamento di destra. Nella critica dell’universale astratto (l’«umano» come terreno di applicazione dell’economico) a favore di una serie di particolari concreti (patria, terra, classe), Niekisch offre la possibilità di una ulteriore attivazione in grado di sommare, in una nuova potenzialità rivoluzionaria, sia la rivendicazione di classe sia quella nazionale. Non è, del resto, un’idea originale: l’appello affinché il proletariato faccia valere contro il dispositivo capitalistico-borghese la sua <em>radice</em>nazional-popolare lo si trova nei movimenti soreliani e in tutte quelle concezioni che muovono dalla contrapposizione tra il <em>radicamento</em> materiale dell’uomo del popolo e lo <em>sradicamento</em> universalistico del borghese cosmopolita.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block30"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-570in" dir="auto">È attivo nei conflitti antimperialistici, in cui la lotta contro l’aggressione e il controllo di potentati politici ed economici stranieri (supportati da quelli interni) è sostenuta da una narrazione in cui un popolo rivendica la sovranità nazionale, cioè la piena «presa politica» su un territorio i cui confini sono tanto politici quanto tracciati da alcuni tratti «culturali» (storicamente dati) antitetici all’uniformante spirito capitalistico. L’intera storia del Novecento è costellata di lotte antimperialiste (in Asia, Sud America, Africa) che hanno strategicamente intrecciato la difesa dell’identità di luogo con le istanze di classe. Ora, pur con quella torsione metafisica che abbiamo indicato, il nazionalbolscevismo altro non proponeva che la convergenza di due processi: la «proletarizzazione» dei valori nazionali e lo spostamento dello scontro di classe anche sul terreno di una rivendicata identità popolare, proletaria, con radici contadine e neopagane agita <em>versus</em> quella delle classi egemoni, uniformate nel nesso tra economica di mercato e liberalismo.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block31"></div>
<div data-breakout="normal"></div>
<div data-hook="rcv-block32"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-bbimt" dir="auto">Secondo motivo messo prepotentemente a tema dal nazionalbolscevismo è quello della sovranità come essenza del politico. Esiste un agire politico disgiunto dal potere? L’esercizio del monopolio della forza ha solo una declinazione istituzionale? Quale apertura esprime il vasto raggio del «Politico» oltre i margini statuali? La risposta di Niekisch è netta (per lui lo Stato contiene e risolve il problema della sovranità), ma ciò che affascina nel suo percorso è la precisione quasi ossessiva nel tracciare e nel non abbandonare mai i temi che si raccolgono nel segno del Politico e dunque la capacità di mantenere aperture verso ulteriori soluzioni.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block33"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-26fbm" dir="auto">E a proposito di Politico, importante è lo «stato d’allerta» con cui Niekisch ci pone di fronte a concetti come libertà, universalità, pacificazione. «Essere occidentali – scrive su «Widerstand» nel 1926 – vuol dire: servirsi della parola libertà per ingannare, far professione di umanità per compiere delitti, rovinare il popolo con l’appello alla riconciliazione». Un secolo di distanza ci separa da questo monito attuale/inattuale, da rimeditare in un tempo a cui solo in parte apparteniamo.</p>
</div>
<div data-hook="rcv-block34"></div>
<div data-breakout="normal"></div>
<div data-hook="rcv-block35"></div>
<div data-breakout="normal">
<p id="viewer-8211o" dir="auto">Infine. Un ulteriore motivo di interesse e di fascinazione si raccoglie interamente nel «punto» della biografia di Niekisch. Un soggetto <em>totus politicus</em> che opera, pensa, agisce, rischia, soffre, lotta e combatte lungo l’intero corso di una vita. Che sollecita, interroga, smuove uomini e cose, il tempo presente e il passato. Tutto per un’alterità allo scorrere placido, uniforme e uniformante del «mondo in atto». Una pratica di militanza estrema che osserviamo e che guardiamo con rispetto, oltre ogni ragion giudicante.</p>
<p dir="auto"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/ernst-niekisch">Ernst Niekisch</a></p>
</div>
</div>
</div>
</div>
</article>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=9068</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Rifondare il comunismo</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9065</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9065#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2025 18:25:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel]]></category>
		<category><![CDATA[Lenin]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore A. Bravo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=9065</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Rifondare il comunismo di Salvatore Bravo L’urgenza di ricostituire la sinistra comunista non è più rimandabile. Le oligarchie transnazionali con la fine della globalizzazione mostrano la verità del dominio. Sono in lotta a Oriente come a Occidente. Con la lotta fra le plutocrazie si aprono spazi di intervento e di verità. Le guerre plutocratiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/testate2/bolscevichi_marcia.jpg.webp" alt="bolscevichi marcia.jpg" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 2em;">Rifondare il comunismo</span></p>
<h3>di Salvatore Bravo</h3>
<p>L’urgenza di ricostituire la sinistra comunista non è più rimandabile. Le oligarchie transnazionali con la fine della globalizzazione mostrano la verità del dominio. Sono in lotta a Oriente come a Occidente. Con la lotta fra le plutocrazie si aprono spazi di intervento e di verità. Le guerre plutocratiche si moltiplicheranno e i diritti sociali e individuali gradualmente scompariranno dall’orizzonte politico. Il loro posto è, e ancor più, sarà occupato da slogan e dalle parole ambivalenti della società dello spettacolo. L’articolo 31 del DDL sicurezza prepara l’Italia a una lunga guerra. Sarà possibile per le università, se fosse approvato, collaborare spontaneamente con i Servizi segreti. La guerra tra le oligarchie non può che causare un clima di timore. La paura è “arma” per neutralizzare i dissenzienti e per sollecitare il sospetto e il controllo. L’inquietudine è il mezzo con cui il capitalismo cerca di strappare la sua tranquillità, poiché è esso stesso inquieto a causa delle ingovernabili contraddizioni che lo corrodono. Il declino del capitalismo nelle sue formule plurali è inevitabile. I sintomi della decadenza sono ormai evidenti. La sovrapproduzione e la scarsità di risorse da estrarre e da sfruttare sono ormai la tagliola sanguinante del capitalismo. Il saccheggio è anche e specialmente spirituale, nella fase attuale il capitalismo rapina “la capacità di significare”, in tal modo i sudditi non sono che orci bucati in cui tutto fluisce, fino al punto che l’orcio assume la forma dei contenuti. Il sangue degli ultimi ha macchiato la storia dei capitalismi, pertanto la sua storia non potrà che terminare nel sangue e nel sudore degli infelici che già ora non vivono ma sopravvivono. Rileggere Marx è oggi fondamentale per risemantizzare per il presente. Il comunismo che verrà non sarà la riproposizione del passato, ma esso necessita della tradizione comunista e delle sue categorie per pensare il presente e progettare il futuro.</p>
<p>Marx ha riportato l’essere umano nella storia e ha svelato le religioni si sistema nella loro realtà ideologica. La religione con le sue fughe dorate da un mondo reificante è stata la complice del dominio, ha sparso i “fiori sulle catene”, è stata l’oppiaceo che ha consentito di “sopportare l’insopportabile”.</p>
<p>Il dominio capitalistico nel nostro tempo ha prodotto nuove “forme di religiosità perversa” con cui aggiogare i sudditi. L’offerta mercantile degli oppiacei oggi è innumerevole, essi hanno tutti il medesimo scopo: derealizzare, ovvero astrarre il soggetto dalla realtà storica vissuta per spingerlo in un mondo psicotico e irrazionale in cui è il desiderio indotto a regnare. Edonismo, turismo acefalo, fanatismo del lavoro e dell’accumulo, narcisismo e nuove dipendenze (tecnologie, social, rete ecc.) producono il suddito addomesticato e conforme al sistema che si muove in una realtà spettrale. Le funzioni che la religione tradizionale aveva al tempo di Marx, oggi è sostituita da nuove forme mondane di dipendenza. Leggere Marx significa dunque attualizzarlo:</p>
<p>“<em>Il fondamento della critica irreligiosa è: l&#8217;uomo fa la religione, e non la religione l&#8217;uomo. Infatti, la religione è la coscienza di sé e il sentimento di sé dell&#8217;uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma l&#8217;uomo non è un essere astratto, posto fuori del mondo. L&#8217;uomo è il mondo dell&#8217;uomo, Stato, società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono un mondo capovolto. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d&#8217;honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne compimento, il suo universale fondamento di consolazione e di giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell&#8217;essenza umana, poiché l&#8217;essenza umana non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione è dunque mediatamente la lotta contro quel mondo, del quale la religione è l&#8217;aroma spirituale. La miseria religiosa è insieme l&#8217;espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l&#8217;oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. L&#8217;esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l&#8217;esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l&#8217;aureola1”.</em></p>
<p>La sinistra comunista non può e non potrà che essere radicale nella critica del presente storico. Essa dovrà conservare la sorgente radicale e critica già viva in Marx. Smascherare le religioni del nostro tempo e mostrarle nella loro verità è il compito difficile della sinistra comunista. Per bucare l’acquiescenza e la passività dei subalterni è necessario individuare i linguaggi adeguati da far scorrere negli innumerevoli mezzi mediatici che potrebbero essere usati nella controinformazione dello smascheramento ideologico. Nel nostro tempo le catene continuano ad essere coperte dai <em>fiori immaginari </em>delle fantasie e delle false speranze. Mostrare la verità in modo adialettico può comportare una reazione di rifiuto da parte di molti. Il momento dello svelamento è dunque delicato, poiché squarcia il velo di Maya delle menzogne da cui le moltitudini sono avvolte. La verità necessita di essere rivelata com modalità politiche aggreganti e con gradualità. Molti non potrebbero che fuggire dinanzi al “crudo vero”. Il problema dev’essere posto, poiché chi è abituato al conformismo e all’informazione omologata non può che respingere la verità con il suo aspetto meduseo, tanto più che si vive normalmente rimuovendo il dolore e la sofferenza:</p>
<p>“<em>La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l&#8217;uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi. La critica della religione disinganna l&#8217;uomo affinché egli pensi, operi, configuri la sua realtà come un uomo disincantato e giunto alla ragione, affinché egli si muova intorno a se stesso e perciò, intorno al suo sole reale. La religione è soltanto il sole illusorio che si muove intorno all&#8217;uomo, fino a che questi non si muove intorno a se stesso2”.</em></p>
<p>“Bisogna rendere l’oppressione più oppressiva”. La verità pensata e condivisa ha lo scopo di rendere l’oppressione ancora più insopportabile, giacché essa riporta il suddito nella storia e gli dona uno sguardo nuovo con cui vivere e pensare la realtà strutturale e sovrastrutturale. Il passaggio dalla menzogna ideologica alla verità è dolorosa. La nuova sinistra comunista non può non valutare tale passaggio dialettico che dev’essere sostenuto con la speranza e con la progettualità. La verità metafisica e storica del nuovo comunismo dovrà definire l’essere umano nella sua storicità per poter progettare “il comunismo del futuro”. L’innaturalità del capitalismo dovrà essere palesata con la fondazione metafisica del comunismo, in tal modo la politica non sarà scissa dalla filosofia. Il fondamento metafisico consente di trascendere le barriere sociali e i particolarismi e di comunicare a un numero ampio e diversificato di compagini sociali e culturali la perversione operata dal capitalismo della natura umana. Marx ci rammenta che le divisioni e i particolarismi “mummificano” e ipostatizzano le divisioni fino a naturalizzarle:</p>
<p>“<em>Quale spettacolo! Una società divisa all&#8217;infinito nelle razze più svariate, le quali si contrastano con piccole antipatie, cattiva coscienza e brutale mediocrità, e che appunto per la reciproca posizione ambigua e sospetta chiedono di essere trattate tutte senza distinzione, se pur con differenti formalità, dai loro signori come esistenze consentite. E lo stesso fatto di essere dominate, governate, possedute, esse devono riconoscerlo e professarlo come una concessione dal cielo! Dall&#8217;altra parte stanno quegli stessi signori, la cui grandezza sta in rapporto inverso al loro numero! La critica che si cimenta con questo contenuto è la critica che sta in mezzo alla mischia, e nella mischia non si tratta di sapere se l&#8217;avversario è nobile, di pari condizione, se è un avversario interessante, si tratta di colpirlo. Si tratta di non concedere ai tedeschi un solo attimo di illusione su di sé e di rassegnazione. Bisogna rendere ancor più oppressiva l&#8217;oppressione reale con l&#8217;aggiungervi la consapevolezza dell&#8217;oppressione, ancor più vergognosa la vergogna, dandole pubblicità. Si deve raffigurare ciascuna sfera della società tedesca come la partie honteuse della società tedesca, bisogna far ballare questi rapporti mummificati cantando loro la loro propria musica! Bisogna insegnare al popolo a spaventarsi di se stesso, per fargli coraggio. Si soddisfa con ciò un imprescindibile bisogno del popolo tedesco, e i bisogni dei popoli sono di per se stessi i motivi ultimi del loro appagamento3”.</em></p>
<p>Il dominio si eternizza con l’astrattezza. Si astrae dall’uomo concreto per rimuovere la reale condizione di ogni strato sociale e di ogni individuo. L’astratto camufa il concreto e lo rende opaco e ciò facilita la conservazione. Si entra nel mondo dell’astrazione, in modo da negare ai subalterni le categorie con cui ricostruire la tragica verità in cui si è implicati e invischiati. Nessuna tragedia è eterna. La concretezza riporta fatti, dati e strutture alla loro genesi e li emancipa dalle tempeste dell’astratto. Marx lottò per la concretezza, tale è il materialismo storico, e a tale categoria oggettiva nessun comunismo dovrà rinunciare:</p>
<p>“<em>La critica della filosofia tedesca dello Stato e del diritto, che con Hegel ha ricevuto la sua ultima forma più conseguente e più ricca, è l&#8217;una e l&#8217;altra cosa, sia l&#8217;analisi critica dello Stato moderno e della realtà a essa connessa, sia la decisa negazione di tutto il modo precedente della coscienza politica e giuridica tedesca, la cui espressione più eminente, più universale, elevata a scienza, è appunto la filosofia speculativa del diritto. Se solo in Germania è stata possibile la filosofia speculativa del diritto, questo astratto ed esaltato pensamento dello Stato moderno, la cui realtà rimane un aldilà, questo aldilà può risiedere anche soltanto al di là del Reno: inversamente, la concezione tedesca dello Stato moderno, che astrae dall&#8217;uomo reale, fu possibile a sua volta soltanto e in quanto lo Stato moderno stesso astrae dall&#8217;uomo reale, ovvero soddisfa in modo soltanto immaginario l&#8217;uomo totale. I tedeschi nella politica hanno pensato ciò che gli altri popoli hanno fatto. La Germania fu la loro coscienza teorica. L&#8217;astrattezza e la presunzione del suo pensiero andarono sempre di pari passo con la unilateralità e inferiorità della loro realtà. Se dunque lo status quo del sistema statale tedesco esprime il compimento dell&#8217;ancien régime, questa spina nella carne dello Stato moderno, lo status quo della scienza statale tedesca esprime l&#8217;incompiutezza dello Stato moderno, la piaga della sua stessa carne4”.</em></p>
<p>L’imperativo categorico del comunismo del futuro sarà finalizzato, come già fu, a rovesciare i rapporti di sussunzione nei quali l’essere umano è solo un mezzo. L’errore da non ripetere è nell’individuare una classe specifica che ha la missione di infrangere le catene. Non vi sono classi già pronte per la missione o destinate dalla provvidenza storica. Vi sono potenzialità maggiormente presenti nei subalterni, ma senza il lungo lavoro dello spirito nulla sarà possibile. Nessuna classe ha il suo “recondito segreto”; alla prassi si giunge non in modo necessario ma attraverso un lungo e tenace lavoro sostenuto, in cui variabili oggettive e storiche si incontrano. La rivoluzione è una scommessa, ma senza abili scommettitori ad essa non si giunge:</p>
<p>“<em>Dov&#8217;è dunque la possibilità positiva della emancipazione tedesca? Risposta: nella formazione di una classe con catene radicali, di una classe della società civile la quale non sia una classe della società civile, di uno stato che sia la dissoluzione di tutti gli stati, di una sfera che per i suoi dolori universali possieda un carattere universale e non rivendichi alcun diritto particolare, poiché contro di essa viene esercitato non una ingiustizia particolare bensì l&#8217;ingiustizia senz&#8217;altro, la quale può fare appello non più ad un titolo storico ma al titolo umano, che non si trova in contrasto unilaterale verso le conseguenze, ma in contrasto universale contro tutte le premesse del sistema politico tedesco, di una sfera, infine, che non può emancipare se stessa senza emanciparsi da tutte le rimanenti sfere della società e con ciò stesso emancipare tutte le rimanenti sfere della società, la quale, in una parola, è la perdita completa dell&#8217;uomo, e può dunque guadagnare nuovamente se stessa soltanto attraverso il completo riacquisto dell&#8217;uomo. Questa dissoluzione della società in quanto stato particolare è il proletariato. Il proletariato comincia per la Germania a diventar tale soltanto con l&#8217;irrompente movimento industriale, poiché non la povertà sorta naturalmente bensì la povertà prodotta artificialmente, non la massa di uomini meccanicamente oppressa dal peso della società ma la massa di uomini che proviene dalla sua acuta dissoluzione, anzi dalla dissoluzione del ceto medio, costituisce il proletariato, sebbene gradualmente entrino nelle sue file, com&#8217;è naturale, anche la povertà naturale e la cristiano-germanica schiavitù della gleba. Se il proletariato annunzia la dissoluzione dell&#8217;ordinamento tradizionale del mondo, esso esprime soltanto il segreto della sua propria esistenza, poiché esso è la dissoluzione effettiva di questo ordinamento del mondo. Se il proletariato richiede la negazione della proprietà privata, esso eleva a principio della società solo ciò che la società ha elevato a suo principio, ciò che in esso è già impersonato senza suo apporto, in quanto risultato negativo della società. Il proletariato quindi rispetto al mondo in divenire si trova nello stesso diritto in cui il re tedesco si trova rispetto al mondo già divenuto, quando egli chiama suo popolo il popolo, così come chiama suo cavallo il cavallo. Il re dichiarando il popolo sua proprietà privata, esprime soltanto il fatto che il proprietario privato è re5”.</em></p>
<p>Ciascuno di noi può contribuire alla svolta, ma a essa si giunge con il lavoro perenne che solo la passione può donare. La passione non è una forza cieca, ma essa emerge dalla consapevolezza dolorosa della verità storica e dalla capacità di usare le “categorie concrete” che ci restituiscono la realtà/verità senza filtri e facili illusioni. Per rifondare il comunismo dobbiamo andare “oltre Marx” ma senza congedarci dal “suo cantiere”, anzi sta a noi continuare l’opera.</p>
<hr />
<h6>Note</h6>
<h6>1 Karl Marx Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione</h6>
<h6>2 Ibidem</h6>
<h6>3 Ibidem.</h6>
<h6>4 Ibidem.</h6>
<h6>5 Ibidem</h6>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=9065</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>IL CAPITALISMO DELLA FRAMMENTAZIONE</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9052</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9052#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2025 17:42:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Globalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Pierluigi Fagan]]></category>
		<category><![CDATA[Quinn Slobodian]]></category>
		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=9052</guid>
		<description><![CDATA[IL CAPITALISMO DELLA FRAMMENTAZIONE RECENSIONE AL LIBRO DI QUINN SLOBODIAN PIERLUIGI FAGAN  Slobodian è uno storico canadese, già autore dell’ottimo Globalist. La fine dell’impero e la nascita del neoliberismo (Meltemi 2021), qui in indagine sull’evoluzione del sistema ideologico di certo capitalismo anglosassone ovvero l’anarco-capitalismo. Titolo originale dell’opera: Crack-Up Capitalism: Market Radicals and the Dream of a World Without [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/9788806251765_0_0_536_0_75-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9053" title="9788806251765_0_0_536_0_75-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/9788806251765_0_0_536_0_75-1-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a></h2>
<h2></h2>
<h2></h2>
<h2></h2>
<h2><a href="https://pierluigifagan.com/2025/02/23/il-capitalismo-della-frammentazione-recensione-al-libro-di-quinn-slobodian-einaudi-2023/" rel="bookmark">IL CAPITALISMO DELLA FRAMMENTAZIONE</a></h2>
<h2>RECENSIONE AL LIBRO DI QUINN SLOBODIAN</h2>
<div></div>
<div><strong>PIERLUIGI FAGAN </strong></div>
<div>
<p>Slobodian è uno storico canadese, già autore dell’ottimo <em>Globalist. La fine dell’impero e la nascita del neoliberismo</em> (Meltemi 2021), qui in indagine sull’evoluzione del sistema ideologico di certo capitalismo anglosassone ovvero l’anarco-capitalismo. Titolo originale dell’opera: <em>Crack-Up Capitalism: Market Radicals and the Dream of a World Without Democracy</em> che ha il merito di chiarire subito il punto centrale della questione: un mondo dominato dal mercato e il capitale, libero da ogni residua forma di  democrazia.</p>
<p>La forma economica capitalistica sappiamo essere presente in vari modi e intensità nell’intera storia umana incluso il tardo medioevo italiano che creò e raffinò gran parte degli elementi di questa forma economica. Ma solo quando si impossessò dello stato con la Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89, cominciò a diventare sia la forma completa che conosciamo, sia l’unica forma di economia ammessa. Dopo quasi due secoli e mezzo, Il Regno Unito arrivò ad accettare il pieno suffragio universale della forma di rappresentanza parlamentare che diciamo impropriamente “democrazia”. Dopo guerra e dopoguerra, inizia il fastidio delle élite per questa pur imperfetta forma di “democrazia”, precisamente dagli anni ’70 e le prime teorizzazioni dei think tank americani, dalla Trilaterale di Samuel Huntington in giù. A seguire, la versione con sempre meno politica ovvero democratica e sempre più dittatura prima della mano invisibile, poi del capitale finanziario detta “neo-liberismo”. L’anarco-capitalismo è la radicalizzazione ulteriore che, come da titolo originale del libro di Slobodian, sogna un mondo totalmente libero dai vincoli sociali e politici ovvero una monarchia o aristocrazia del capitale.</p>
<p>Tale ideologia anarco-capitalista non va presa come un canone ferreo ma come una costellazione di concetti, ispirazioni e tendenze. Può darsi che, a parte i teorici deputati a disegnare mondi di perfezione logica poco realistici che hanno il fascino dell’ideale, alcuni elementi possano essere usati per applicazioni parzialmente diverse ma concrete come sta facendo e sempre più farà Donald Trump. Vale dunque la pena di vedere cosa dice l’indagine di Slobodian.</p>
<p>Se il nemico per l’anarco-capitalismo è la democrazia, presupposto della democrazia è l’esistenza di uno stato per cui lo stato va smantellato. Si parte proprio dalla revisione della storia, cancellare il portato dell’ultimo secolo di pur discutibili “democrazie” liberali, ma i teorici più estremi vorrebbero in realtà cancellare gli ultimi mille anni e tornare al frazionismo localistico del medioevo europeo barbarico e poi del Sacro Romano Impero. Il tutto creando una collezione variegata di: città-Stato, paradisi fiscali, porti franchi, giurisdizioni private, parchi high-tech, distretti extradoganali, hub per l’innovazione, <em>gated community</em>, isole ed ex piattaforme off-shore, grandi navi in perenne crociera, “zone” speciali in cui non ci sono leggi limitative il libero spirito d’impresa. Zone (esistono -pare- ottantadue tipi diversi di zone) governate con logica d’impresa con amministratori eletti da assemblee di azionisti secondo logica per la quale una azione-un voto e non già una testa-un voto, nazioni start-up. Comunità di “individui sovrani” in cu si eccelle per merito e dove il merito è dato dall’accumulare la maggior quantità di ricchezza possibile, in ogni modo. Mano d’opera servile potrà sempre entrare momentaneamente ma senza diritti (né di cittadinanza, né sociali) e riconoscimenti formali, giusto il tempo che serve per la prestazione, fisica o di concetto, accontentandosi del prezzo pagato che sarà sempre meglio che morire di fame.</p>
<div>
<figure><a href="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/9788817180085_0_0_536_0_75.jpg"><img src="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/9788817180085_0_0_536_0_75.jpg?w=536" alt="" width="536" height="823" data-attachment-id="7196" data-permalink="https://pierluigifagan.com/2025/02/23/il-capitalismo-della-frammentazione-recensione-al-libro-di-quinn-slobodian-einaudi-2023/9788817180085_0_0_536_0_75/" data-orig-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/9788817180085_0_0_536_0_75.jpg" data-orig-size="536,823" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="9788817180085_0_0_536_0_75" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/9788817180085_0_0_536_0_75.jpg?w=195" data-large-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/9788817180085_0_0_536_0_75.jpg?w=536" /></a></figure>
</div>
<p>Prive di sindacati, di welfare state, con polizia ma anche magistratura (e leggi o contratti) private, da cui si può uscire o chiedere di entrare vantando gradi di omogeneità ideologica ed etnica che l’amministrazione vaglierà. Tali “zone”, al momento della scrittura del libro erano 5400, mille solo nell’ultimo decennio, seguendo il credo del capo della Pay-Pal mafia, Peter Thiel “<em>Se vogliamo incrementare la libertà, dobbiamo incrementare il numero degli stati</em>”. Ecco in che senso gli adepti di questo complesso ideologico si dicono “libertarians” che si traduce non già con “libertari” (che vanno dagli anarchici ai liberali), ma libertariani. Una enclave ideologica tipicamente anglo-sassone che sogna di liberarsi da tutto ciò che si frappone alla logica del mercato e dell’accumulazione del capitale.</p>
<p>Il tutto “piano-piano” con piccole secessioni morbide, recinzioni altrimenti motivate, rovesciamenti subdoli, piccole diserzioni dalla comunità, passo dopo passo, senza fretta, con paziente strategia pluridecennale per creare piccoli mondi di clienti e non già cittadini, in libera competizione tra loro per attrarre capitali, investimenti, talenti. Il tutto ha dato vita ad una vera e propria “transitologia”, la scienza di come cambiare sistemi complessi alla faccia di quelli che ancora si baloccano con la “rivoluzione”. Raggiunta la doverosa massa critica di piccole nazioni-start up, gli stati falliranno uno appresso all’altro per soffocamento ovvero mancanza di ricchezza, capitali e capitalisti secessionisti, quindi raccolta fiscale.</p>
<p>Il pantheon teorico di questi anarco-capitalisti risale alla scuola austriaca, Mises ancor più di Hayek e Milton Friedman, più figlio David e nipote Peter, l’immancabile Ayn Rand, nessuno di loro apertamente così estremi ma fondando i presupposti da cui poi altri teorici hanno sviluppato il discorso. Murray Rothbard, economista e il suo fido scudiero più politico che economico Hans-Hermann Hoppe, celebre per il suo “Democrazia, il Dio che ha fallito” (Liberilibri 2005) sono i riferimenti centrali.</p>
<div>
<figure><a href="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/512vceqrsnl._sy522_.jpg"><img src="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/512vceqrsnl._sy522_.jpg?w=321" alt="" width="321" height="522" data-attachment-id="7200" data-permalink="https://pierluigifagan.com/2025/02/23/il-capitalismo-della-frammentazione-recensione-al-libro-di-quinn-slobodian-einaudi-2023/512vceqrsnl-_sy522_/" data-orig-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/512vceqrsnl._sy522_.jpg" data-orig-size="321,522" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="512VcEQRsnL._SY522_" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/512vceqrsnl._sy522_.jpg?w=184" data-large-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/512vceqrsnl._sy522_.jpg?w=321" /></a></figure>
</div>
<p>Ma il libro poi sciorina le idee di altri meno noti che però fanno capire come funziona la macchina ideologica fatta di think tank (Cato Institute, Heritage Foundation, Mont Pelerin Society, Von Mises Institute, Rockford Institute, Property and Freedom Society, Hoover Institution e molti, molti altri) con accanto i capitali di Charles Koch (e non solo, ogni magnate da una quota delle sue “donazioni” qui e là, non si sa mai) e il recente entusiasmo della coppia Thiel-Musk, talvolta Ron Paul, articoli su riviste, cattedre universitarie, allettanti convegni e seminari “tropicali”, visibilità pubblica sponsorizzata per la quale, chiunque abbia un minimo di cervello, per convinzione sincera o sinceramente voluta prostituzione intellettuale, fa carriera il che porta denaro e status sociale.</p>
<p>Praticamente la stessa macchina-sistema usata per il neoliberismo a partire dalla Conferenza Lippmann di Parigi del 1938.  Basta riferirsi al canone centrale e apporvi qualche altra ragione, idea, proposta non importa quanto bizzarra e irrealistica nel pieno cliché dell’utopismo che infatti è tradizione inglese da Thomas Moore in poi con buona pace di Popper che infatti faceva l’inglese ma non lo era. Le idee poi non guidano pedissequamente le azioni, ma le ispirano. Tanto alla fine il punto concreto di convergenza è molto semplice, lo stesso da cui originò la rivolta baronale della Magna Charta Libertatum nel 1215: pagare minori tasse possibili -o meglio- per niente o al limite, concessione moderna e momentanea, bassa flat tax per tutti.</p>
<p>Case histories delle fantasie anarco-capitaliste è fatta da la Compagnia britannica delle Indie orientali, Hong Kong ancora sotto il mandato britannico, le ZES cinesi, la Canary Warf della City di Londra, la duty-free dell’aeroporto Shannon in Irlanda, Singapore, Cayman e Bermuda, Dubai, varie <em>gated community</em> più piccole incluse piattaforme petrolifere pirata, San Marino, Liechtenstein, Lussemburgo, Principato di Monaco, Andorra, la secessione catalana o scozzese o tamil o fiamminga o il Québec canadese, vari casi statunitensi tra cui noti paradisi fiscali come il Delaware per anni base elettorale di Biden, le varie finte nazioni sud africane inventate per difendersi dalle accuse di razzismo segregazionista in cui si distingue il surreale caso del Ciskei (casi che hanno ispirato da Musk in giù ovvero il piccolo gruppo degli ex sudafricani che da sempre hanno mal digerito la perdita del proprio privilegio bianco coloniale che in America dialoga con le mai sopite frange razziste suprematiste e l’Alt-Right), la Brexit quindi l’Ukip. Somaliland e Puntland, Aruba, varie isolette del Pacifico, Abu Dhabi e gli Emirati in genere, la nuova Neom saudita e molti altri casi minori, teorizzati, tentati, abortiti. O casi ancora più bizzarri come l’idea di far amministrare uno stato (come l’Honduras) o una città ad una o più multinazionali o microstati “liberati”. Fino al creare nazioni cloud nel Metaverso, le <em>clound country</em> da portare poi nell’universo concreto con i Bitcoin come moneta denazionalizzata, in quantità fissa che non permetta inflazione. Infine, la nuova terra promessa ovvero Marte per Musk&amp;Co, in cui riiniziare tutto d’accapo senza tradizioni ingombranti e abborrite ideologie politiche. L’agognata tabula rasa su cui rifondare la libertà assoluta dei liberi innovatori coraggiosi.</p>
<p>Del resto, se un libro di Theodor Herzl del 1826, Lo Stato ebraico, ispirò la nascita di uno stato reale (Israele), perché non ricreare i presupposti tramite comunità di persone omogenee per razza, classe, ideologia assimilate dagli algoritmi e riflesse nelle banche dati sempre più vaste e complesse? E cosa meglio di Internet e i social per partire?</p>
<div>
<figure><a href="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/61lxjt-b92l._sy522_.jpg"><img src="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/61lxjt-b92l._sy522_.jpg?w=304" alt="" width="304" height="522" data-attachment-id="7201" data-permalink="https://pierluigifagan.com/2025/02/23/il-capitalismo-della-frammentazione-recensione-al-libro-di-quinn-slobodian-einaudi-2023/61lxjt-b92l-_sy522_/" data-orig-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/61lxjt-b92l._sy522_.jpg" data-orig-size="304,522" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="61LxJt-b92L._SY522_" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/61lxjt-b92l._sy522_.jpg?w=175" data-large-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/61lxjt-b92l._sy522_.jpg?w=304" /></a></figure>
</div>
<p>Visto che abbiamo citato Israele e Trump come non pensare che la sparata sulla conversione di Gaza in Riviera (una Beirut dei bei tempi andati), non discenda dall’idea di farne una zona economico-finanziaria speciale con grattacieli, casinò, campi da golf e schiavi di servizio, giuridicamente chiusa in se stessa? Diventerebbe l’enclave di tutta l’imprenditoria e finanza invitata a costruire la Via de Cotone che collegherebbe l’India all’Europa e avrebbe terminale proprio sulla costa israeliana. Libera cioè esentasse, opaca ad ogni giurisdizione, totalmente depoliticizzata, amministrata come un fondo sovrano. Del resto, lo statuto giuridico di Gaza è assai incerto, una matassa inestricabile di antico possesso dell’Impero ottomano poi di quello Britannico a cui è seguita gestione egiziana, israeliana, risoluzioni Onu, pretese dell’Autorità palestinese essa stessa di statuto giuridico assai incerto. Certo, tocca sfollare due milioni di palestinesi, raderla definitivamente al suolo (lo è al circa 70% secondo l’ONU), sgombrarla e poi ricostruirla tutta daccapo, e non è questo che si sta facendo dal 7 ottobre del 2023 e che Trump ha annunciato di voler fare?</p>
<p>Qualcuno balbetta che non si può, che gli arabi stessi non sono d’accordo, ma quando la motrice trumpiana minaccerà dazi e ostracismi con una mano e dollari sonanti con l’altra, allaccio o slaccio da Starlink previ strano sabotaggi dei cavi di telecomunicazioni oceanici, sicuri che qualcuno seriamente si opporrà? Chi? Hamas ridotto a ricordo o Hezbollah crivellato a morte o l’Iran nel frattempo bombardato da Israele con missili che partono da aerei talmente lontani da non apparire neanche nei radar? Inoltre, una bella Zona Speciale franca sul Mediterraneo servirebbe anche a disciplinare i vari staterelli europei che ancora si ostinano a tassare e provare a normare la foga libertariana del capitale e dello sciame di capitalisti che potrebbero spostare lì la residenza e domicilio fiscale, propria e delle proprie aziende, altro che Olanda! Insomma, già si immagina una bella Trump Tower svettante nella New Gaza ora diventata un vero e proprio paradiso…fiscale, libertariano.</p>
<p>Donald Trump ha vinto le sue elezioni per soli due milioni di voti su 150 milioni (77 a 75 milioni contro la pur sbiadita Harris) di votanti, due terzi degli aventi diritto. Tutto quello che ha fatto e facciamo fatica a commentare data un solo mese dall’effettiva presa in carica. Già si parla di revisione costituzionale per superare il limite dei due mandati salvo scontro alla dinamite nelle prossime mid-term. Per altro, la risicata maggioranza statisticamente e non elettoralmente fondata e l’impeto assai inusuale degli atti politici di questo primo mese di presidenza, al momento si riflettono in giudizi tutt’altro che positivi nei vari sondaggi di opinione (ad esempio Gallup). La rivoluzione anarco-capitalista è appena iniziata anche se è presto per dire se e come continuerà. Che paradossalmente sia portata avanti da un presidente dello stato -ancora oggi- più potente del mondo non è contraddizione.</p>
<p>Per i pragmatisti le idee servono o non servono, producono effetti o meno, stanno mica lì a controllare coerenze e specifiche come quei marxisti ancora oggi alle prese con qualche rinnovata edizione critica de Il Capitale, manco fosse il Corano. I pragmatisti l’XIa Tesi su Feuerbach l’hanno capita meglio dei marxisti e lasciano volentieri a questi l’interpretazione del mondo, mentre loro lo cambiano.</p>
<p>(Le premesse strategiche del progetto GAZA e pace in Medio Oriente, illustrate in questo studio pubblicato un anno fa: <a href="https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/27783-pierluigi-fagan-trittico-mediorientale.html">https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/27783-pierluigi-fagan-trittico-mediorientale.html</a>)</p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=9052</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Marx e il nostro tempo</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9048</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=9048#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 16:45:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Idealismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ideologia Tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Materialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Bravo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=9048</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Marx e il nostro tempo di Salvatore Bravo &#160; &#160; Rileggere K. Marx è un “compito politico ed etico” per i dissenzienti, ovvero coloro che non accettano passivamente e fatalmente il capitalismo con le sue tragedie e con i suoi processi di reificazione. Le merci continuano a dominarci e a dissanguare l’umanità e dietro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/storie13/Progetto-senza-titolo-40.webp" alt="Progetto senza titolo 40" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Marx e il nostro tempo</h1>
<h3>di Salvatore Bravo</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rileggere K. Marx è un “compito politico ed etico” per i dissenzienti, ovvero coloro che non accettano passivamente e fatalmente il capitalismo con le sue tragedie e con i suoi processi di reificazione. Le merci continuano a dominarci e a dissanguare l’umanità e dietro di esse le oligarchie transnazionali perpetuano la loro strategia di dominio. Il capitalismo continua a infuriare a Ovest e a Est con le merci che signoreggiano l’immaginario al punto che l’essere umano non solo le serve, ma specialmente, si percepisce come “merce tra le merci”. Il valore di scambio è l’ordinaria normalità relazionale nell’inferno in terra sotto la cappa del capitale. Il capitalismo è dunque una visione del mondo, non è esterno agli esseri umani, ma come una tossina e un veleno penetra nel corpo e nella mente. Soggioga con l’oppressione “esterna e interna”, alla fine di tale processo di aziendalizzazione-mercificazione l’umanità è solo un ente insignificante che si misura col paradigma del denaro. Rileggere K. Marx è percorso di emancipazione dalle violenze del nostro tempo. Essa necessita di parole e concetti che svelano la verità della condizione storica. La liberazione comincia col dolore/contraddizione dell’essere umano, ma la condizione di disagio senza il concetto e la comprensione dell’intero è solo una lunga agonia adattiva o ribellione sterile e improduttiva. La prassi senza la chiarezza del concetto non conduce alla libertà ma a una impotente e astiosa impotenza generalizzata. L’essere umano, il creatore senza titanismo, deve riappropriarsi della sua essenza storica e tale “cominciamento” non può che avvenire, <em>in primis</em>, in coloro che soffrono l’umiliazione del dominio e dell’alienazione. Gli ultimi sono il motore della storia. Non si è “ultimi” solo per condizione sociale, ma lo si è per disancorarsi dalle logiche del capitalismo. Gli ultimi sono il “motore della storia”:</p>
<p>“<em>Sinora gli uomini si sono sempre fatti idee false intorno a se stessi, intorno a ciò che essi sono o devono essere. In base alle loro idee di Dio, dell&#8217;uomo normale, ecc. essi hanno regolato i loro rapporti. I parti della loro testa sono diventati più forti di loro. Essi, i creatori, si sono inchinati di fronte alle loro creature. Liberiamoli dalle chimere, dalle idee, dai dogmi, dagli esseri prodotti dall&#8217;immaginazione, sotto il cui giogo essi languiscono.</em></p>
<p><em>Ribelliamoci contro questa dominazione dei pensieri. Insegniamo loro a sostituire queste immaginazioni con pensieri che corrispondano all&#8217;essenza dell&#8217;uomo, dice uno; a comportarsi criticamente verso di esse, dice un altro; a togliersele dalla testa, dice un terzo, e la realtà ora esistente andrà in pezzi1”.</em></p>
<p>Il comunismo, rovesciamento dialettico del capitalismo, per riumanizzare le relazioni umane e ristabilire l’essenza storica dell’essere umano non può che agire “abolendo il capitalismo nella struttura economica e nella sovrastruttura”. Le tossine del capitale sono con noi e dentro di noi, per cui l’abolizione totale del capitale non può che comportare la radicalità del “gesto comunista”:</p>
<p>“<em>Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente2”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Marx e l’ideologia tedesca</strong></p>
<p>Marx dichiara la sua estraneità alla filosofia-ideologia tedesca, in quanto dalla destra alla sinistra hegeliana ci si limita all’esame critico delle rappresentazioni delle religioni. La vita dei popoli e dei subalterni resta, in tal modo, distante dalla filosofia. La filosofia deve farsi “mondo”, deve entrare nella storia, essa non dev’essere “l’anima bella” che si scinde dalla materialità della storia. Marx afferma il superamento della filosofia che si limita ai contenziosi teoretici. All’intellettuale da salotto subentra con Marx il filosofo della prassi. Si tratta di risolvere una delle innumerevoli scissioni del capitalismo speculare e correlato alla scissione tra lavoro intellettuale e manuale. L’uomo marxiano oltrepassa la reificazione ricomponendo le scissioni che hanno consolidato lo iato tra la classe dominante e i subalterni. La filosofia deve riconfigurare e trascendere la parzialità dell’ideologia. Con Marx comincia il tempo della responsabilità etica e politica della filosofia; essa scende dagli scranni accademici ed entra nella storia e nella lotta di classe:</p>
<p>“<em>Tutta la critica filosofica tedesca da Strauss fino a Stirner si limita alla critica delle rappresentazioni religiose. Si cominciò dalla religione reale e dalla teologia vera e propria. Che cosa fosse la coscienza religiosa, la rappresentazione religiosa, fu variamente definito in seguito. Il progresso consisteva nel sussumere sotto la sfera delle rappresentazioni religiose o teologiche anche le rappresentazioni metafisiche, politiche, giuridiche, morali, ecc. che si presumevano dominanti; nel proclamare cosi che la coscienza giuridica, politica, morale è coscienza religiosa o teologica, e che l&#8217;uomo politico, giuridico, morale, cioè « l&#8217;uomo », in ultima istanza, è religioso. Fu presupposto il predominio della religione. A poco a poco ogni rapporto dominante fu dichiarato rapporto di religione e trasformato in culto, culto del diritto, culto dello Stato e cosi via. Dappertutto sì aveva a che fare con dogmi e con la fede in dogmi. Il mondo fu canonizzato in misura sempre maggiore, finché da ultimo il venerabile san Max poté canonizzarlo en bloc e liquidarlo una volta per tutte3”.</em></p>
<p>Non si combatte il mondo con le frasi e con i duelli infarciti di parole. La filosofia, dunque, deve entrare in una nuova fase, essa deve pensare il proprio tempo nella sua materialità per analizzarne le contraddizioni e le potenzialità dialettiche e diventare la miccia che favorisce la trasformazione qualitativa. Marx ci insegna la necessità di congedarsi dai salotti e dalla scrittura artificiosa per entrare nella storia. La scrittura è prassi, se non è finalizzata al plusvalore ma alla liberazione consapevole. La filosofia presuppone lo scandalo etico dinanzi alle ingiustizie, essa analizza le condizioni storiche oggettive, ma deve schierarsi a viso aperto con i dominati. Senza tale coscienza politica ed etica essa è solo un vuoto ciarlare incapace di sollevare anche un fuscello:</p>
<p>“<em>Poiché questi Giovani hegeliani considerano le rappresentazioni, i pensieri, i concetti, e in genere i prodotti della coscienza, da loro fatta autonoma, come le vere catene degli uomini, così come i Vecchi hegeliani ne facevano i veri legami della società umana, s&#8217;intende facilmente che i Giovani hegeliani devono combattere soltanto contro queste illusioni della coscienza. Poiché secondo la loro fantasia le relazioni fra gli uomini, ogni loro fare e agire, i loro vincoli e i loro impedimenti sono prodotto della loro coscienza, i Giovani hegeliani coerentemente chiedono agli uomini, come postulato morale, di sostituire alla loro coscienza attuale la coscienza umana, politica o egoistica e di sbarazzarsi così dei loro impedimenti. Questa richiesta, di modificare la coscienza, conduce all&#8217;altra richiesta, di interpretare diversamente ciò che esiste, ossia di riconoscerlo mediante una diversa interpretazione. Nonostante le loro frasi che, secondo loro, «scuotono il mondo », gli ideologi giovani-hegeliani sono i più grandi conservatori. I più giovani tra loro hanno trovato l&#8217;espressione giusta per la loro attività, affermando di combattere soltanto contro delle «frasi». Dimenticano soltanto che a queste frasi essi stessi non oppongono altro che frasi, e che non combattono il mondo realmente esistente quando combattono soltanto le frasi di questo mondo. I soli risultati ai quali questa critica filosofica poteva portare erano alcuni e per giunta parziali chiarimenti, nel campo della storia della religione, intorno al cristianesimo; tutte le altre loro asserzioni non sono che altri modi di abbellire la pretesa di aver compiuto, con quei chiarimenti insignificanti, scoperte di importanza storica universale. A nessuno di questi filosofi, è venuto in mente di ricercare il nesso esistente tra la filosofia tedesca e la realtà tedesca, il nesso tra la loro critica e il loro proprio ambiente materiale4”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Materialismo e storia</strong></p>
<p>Riportare la filosofia tedesca dal cielo alla terra significa osservare l’essere umano nella sua materialità storica. Le coscienze e le idee sono il prodotto delle condizioni strutturali, in cui si vive e in cui si disperde la ricchezza dello spirito. I “dominati” sono nella trappola alienante del ruolo che ricoprono nella struttura economica. Le loro idee si formano all’interno delle relazioni di potere e di sottomissione. Non secondario è il lavoro che si svolge e si ricopre; l’attività lavorativa specializzata deforma la natura umana e inocula nel dominato idee afferenti e dipendenti dall’attività. Si diventa ciò che si fa. Colui che è usato come “mezzo”, si pensa come tale e naturalizza il proprio stato. L’emancipazione non può che essere collettiva mediante la riflessione comune sulle condizioni che strutturano la subalternità di classe. Il comunismo ha lo scopo di riportare l’umanità aggiogata alla soggettività politica. La coscienza può essere soggiogata e alienata, ma da essa può nascere “il nuovo e una nuova visione del mondo”, se le circostanze storiche predispongono a tale passaggio e se si instaurano tra i dominati relazioni politiche. Il compito e la responsabilità della filosofia sono dunque immensi:</p>
<p>“<em>Esattamente all’opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo. Cioè non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell’uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali. Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che a esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell’autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma sono gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza. Nel primo modo di giudicare si parte dalla coscienza come individuo vivente, nel secondo modo, che corrisponde alla vita reale, si parte dagli stessi individui reali viventi e si considera la coscienza soltanto come la loro coscienza5”.</em></p>
<p>Il materialismo storico, già configurato nei suoi elementi essenziali, nelle opere giovanili di Marx è la condizione che consente di uscire dal chiacchiericcio dei pessimisti e dei pennivendoli. Col materialismo storico si ritorna alla vita concreta e reale. Non dalle idee si deve partire ma dall’analisi oggettiva delle condizioni materiali, in cui l’uomo reale vive, pensa, spera e soffre:</p>
<p>“<em>I presupposti da cui muoviamo non sono arbitrari, non sono dogmi: sono presupposti reali, dai quali si può astrarre solo nell&#8217;immaginazione. Essi sono gli individui reali, la loro azione e le loro condizioni materiali di vita, tanto quelle che essi hanno trovato già esistenti quanto quelle prodotte dalla loro stessa azione. Questi presupposti sono dunque constatabili per, via puramente empirica. Il primo presupposto di tutta la storia umana è naturalmente l&#8217;esistenza di individui umani viventi. Il primo dato di fatto da constatare è dunque l&#8217;organizzazione fisica di questi individui e il rapporto, che ne consegue, verso il resto della natura. Qui naturalmente non possiamo addentrarci nell&#8217;esame né della costituzione fisica dell&#8217;uomo stesso, né delle condizioni naturali trovate dagli uomini, come le condizioni geologiche oro-idrografiche, climatiche, e così via. Ogni storiografia deve prendere le mosse da queste basi naturali e dalle modifiche da esse subite nel corso della storia per l&#8217;azione degli uomini. Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale. Il modo in cui gli uomini producono i loro mezzi di sussistenza dipende prima di tutto dalla natura dei mezzi di sussistenza che essi trovano e che debbono riprodurre. Questo modo di produzione non si deve giudicare solo in quanto è la riproduzione dell&#8217;esistenza fisica degli individui; anzi, esso è già un modo determinato dell&#8217;attività di questi individui, un modo determinato di estrinsecare la loro vita, un modo di vita determinato. Come gli individui esternano la loro vita, così essi sono6”.</em></p>
<p>Ecco il compito e la battaglia più dura che ogni filosofo del nuovo tempo storico deve combattere: egli deve dimostrare che le idee di ogni tempo sono ideologie di dominio e pratica di sorveglianza interiore ed esteriore delle classi dominanti. Senza tale emancipazione nessuna prassi è possibile. La coscienza di classe è il processo con cui ci si libera dalle paludi dell’egemonia culturale della classe al potere:</p>
<p>“<em>La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché a essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio. Gli individui che compongono la classe dominante posseggono fra l’altro anche la coscienza, e quindi pensano; in quanto dominano come classe e determinano l’intero ambito di un’epoca storica, è evidente che essi lo fanno in tutta la loro estensione, e quindi fra l’altro dominano anche come pensanti, come produttori di idee che regolano la produzione e la distribuzione delle idee del loro tempo; è dunque evidente che le loro idee sono le idee dominanti dell’epoca7”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Svelamento</strong></p>
<p>Il materialismo storico svela la classe operaia nella sua tragica realtà: il proletariato è la classe che vive lo svelamento dello sfruttamento nella sua totalità. La storia si rivela nel proletariato nella sua verità ferina e disumana. Il proletario è negato nella sua essenza, è sfruttato nel corpo e nella mente in modo continuo, non conosce che le catene che lo avvolgono e lo stritolano. I singoli servi della gleba potevano fuggire nelle città e lottare per l’ascesa sociale, a essi era data una possibilità storica e una illusione di libertà. Al proletario si prospetta solo lo sfruttamento totale; le catene lo soffocano; deve perdere la sua vita nel lavoro di fabbrica che lo deforma fino a renderlo muto strumento senza speranza. La classe operaia lavora in fabbrica, la coscienza individuale può elevarsi a coscienza di classe universale e rompere gli automatismi della storia. La fabbrica forma la coscienza di classe, poiché il lavoro collettivo nel medesimo ambiente crea “il nuovo”. Alla classe operaia che vive l’estrema condizione di sfruttamento il compito, quindi, di ribaltare il dominio:</p>
<p>“<em>Senza dubbio i servi della gleba che fuggivano consideravano la loro servitù come qualche cosa di casuale per la loro personalità. Ma con ciò facevano semplicemente la stessa cosa che fa ogni classe che si libera da un vincolo, e poi non si liberavano come classe, ma isolatamente. Inoltre essi non uscivano dall’ambito del sistema degli ordini, ma si limitarono a formare un nuovo ordine e conservarono il modo di lavoro che avevano avuto fino allora anche nella nuova situazione, e lo perfezionarono liberandolo dai vincoli che lo avevano impacciato fino allora e che non corrispondevano più allo sviluppo che esso aveva raggiunto. Nel caso dei proletari, invece, la loro propria condizione di vita, il lavoro, e quindi tutto l’insieme delle condizioni di esistenza della società odierna, sono diventati qualche cosa di casuale, su cui i singoli proletari non hanno alcun controllo e su cui nessuna organizzazione sociale può dare loro il controllo; e la contraddizione tra la personalità del singolo proletario e la condizione di vita che gli è imposta, il lavoro, si manifesta al proletario stesso, soprattutto perché egli è stato sacrificato fin dalla giovinezza e perché gli manca la possibilità di arrivare, in seno alla sua classe, alle condizioni che lo farebbero passare nell’altra classe. Mentre i servi della gleba fuggitivi, dunque, volevano soltanto sviluppare e fare affermare liberamente le loro condizioni di esistenza già in atto, e quindi in ultima istanza arrivarono soltanto al lavoro libero, i proletari invece, per affermarsi personalmente, devono abolire la loro propria condizione di esistenza quale è stata fino a oggi, che in pari tempo è la condizione di esistenza di tutta la società fino a oggi, il lavoro. Essi si trovano quindi anche in antagonismo diretto con la foapplicarma nella quale gli individui della società si sono dati finora un’espressione collettiva, lo Stato, e devono rovesciare lo Stato per affermare la loro personalità8”.</em></p>
<p><em>L’Ideologia tedesca</em> è opera di transizione tra il Marx giovane e il Marx maturo, in essa ci sono i nuclei programmatici del lavoro dello spirito marxiano lungo quanto la sua esistenza. La speranza non è un vuoto vagheggiare, né attesa della soluzione delle feroci contraddizioni del nostro tempo storico, ma pensiero che dà forma all’azione e “agire che feconda il pensiero”. La speranza è nel dominato che media il mondo e lo filtra con la coscienza individuale e collettiva. Per leggere la condizione oggettiva della storia e trasformarla con la prassi sono necessarie categorie da applicare ai processi storici. Le categorie marxiane sono filtri emancipativi che consentono ai dominati di spezzare le catene della passività e di emanciparsi dalla malinconica decadenza di un sistema che ha fatto della guerra e del sacrificio dei dominati la sua minacciosa stella polare. L’ottimismo della volontà si forma analizzando i dati e le contingenze storiche, le quali, malgrado la loro “terribile realtà”, sono parte di un processo storico nel quale le potenzialità convivono con le catene che pongono ai ceppi i subalterni. Marx è ancora attuale e Antonio Gramsci ce lo rammenta. Riappropriarci delle categorie interpretative che consentono la liberazione dal fatalismo è il gesto primo e principale con cui riportare la dimensione della prassi e della speranza nella storia. Oggi i dominati non sono solo gli operai e i migranti ma anche la classe media che precipita verso la precarietà. Il messaggio marxiano è rivolti a tutti i dominati. La volontà politica vince le condizioni storiche avverse:</p>
<p>“<em>Ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Bisogna creare gente sobria, paziente, che non disperi dinanzi ai peggiori orrori e non si esalti a ogni sciocchezza. Pessimismo dell&#8217;intelligenza, ottimismo della volontà9”.</em></p>
<p>La teoria può diventare prassi, se diventa “pensiero comune”, essa può svegliare le masse dal torpore del “politicamente corretto” e trasformarle in popoli in marcia. La volontà popolare per porsi in cammino necessita di categorie e concetti che possano indicare il fine oggettivo dopo aver smascherato la menzogna divenuta sistematica normalità del nostro tempo. Marx è ancora vivo, perché abbiamo ancora bisogno delle sue strutture interpretativa anche per superarlo.</p>
<hr />
<h6>Note</h6>
<h6>1 Karl Marx, L’Ideologia tedesca, Premessa, <a href="http://www.centrogramsci.it/edizioni/pdf/ideologia_tedesca.pdf">http://www.centrogramsci.it/edizioni/pdf/ideologia_tedesca.pdf</a></h6>
<h6>2 Ibidem: La Storia</h6>
<h6>3 Ibidem: capitolo I L’ideologia in generale e in particolare l’ideologia tedesca</h6>
<h6>4 Ibidem</h6>
<h6>5 Ibidem</h6>
<h6>6 Ibidem</h6>
<h6>7 Ibidem: Sulla produzione della conoscenza</h6>
<h6>8 Ibidem: Capitolo IV Comunismo, produzione della forma di relazione stessa</h6>
<h6>9 Gramsci 1975, p. 75. In seconda stesura questo passaggio (con poche variazioni) riappare in una nota del quaderno 28, databile al 1935: cfr. Gramsci 1975,  pp. 2330-1</h6>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=9048</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
