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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Coniarerivolta</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 17:09:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Cgil]]></category>
		<category><![CDATA[Coniarerivolta]]></category>
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		<description><![CDATA[Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana di coniarerivolta Nell’articolo precedente abbiamo visto come il Governo è ripartito all’attacco delle pensioni, attraverso la proposta di un semestre di silenzio-assenso per la devoluzione del TFR ai fondi pensioni, collegandolo di fatto alla promessa di una maggiore flessibilità (per pochi) per andare in pensione prima. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/portafoglio2.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-9039" title="portafoglio2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/portafoglio2-300x168.png" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<h1>Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana</h1>
<h3>di coniarerivolta</h3>
<p>Nell’<a href="https://coniarerivolta.org/2025/01/31/non-ce-tregua-per-le-pensioni/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">articolo precedente</a> abbiamo visto come il Governo è ripartito all’attacco delle pensioni, attraverso la proposta di un semestre di silenzio-assenso per la devoluzione del TFR ai fondi pensioni, collegandolo di fatto alla promessa di una maggiore flessibilità (per pochi) per andare in pensione prima.</p>
<p>E proprio su quest’ultimo aspetto, cioè quando poter accedere alla pensione, è ripartita silente (ma non troppo) la campagna terroristica sull’imminente nuovo aumento dell’età pensionabile reso cogente dall’aumento della speranza di vita attesa certificato recentemente dall’INPS.</p>
<p>Come noto, per via delle leggi Sacconi (2010) e Fornero (2011) le pensioni di vecchiaia e anticipata sono agganciate in automatico all’andamento della speranza di vita. Al crescere di quest’ultima devono crescere le soglie anagrafiche e contributive di accesso alla pensione: basta un decreto ministeriale (un atto a metà fra la sfera politica e quella puramente amministrativa) che prende atto dei dati sull’aspettativa di vita comunicati da ISTAT, mentre serve un vero e proprio intervento legislativo per bloccare tale meccanismo.</p>
<p>La cadenza degli scatti inizialmente triennale dal 2019 è divenuta biennale. A un primo scatto nel 2013 è seguito un ulteriore nel 2016 e ancora nel 2019 per la sola pensione di vecchiaia (la soglia di quella anticipata è stata invece bloccata al 2016 con decreto politico) portando da quell’anno l’età pensionabile di vecchiaia a 67 anni e fermo restando quella anticipata a 42 anni e 10 mesi di contributi (1 anno in meno per le donne).</p>
<p>Dal 2019 gli aumenti si sono interrotti poiché, anche a causa degli effetti della pandemia, la speranza di vita è rimasta stabile o addirittura è diminuita. Si noti il paradosso per cui in caso di diminuzione della speranza di vita attesa non vi è previsione di riduzione della soglia. Il governo ha sempre assicurato che la soglia dei 67 anni sarebbe rimasta inalterata negli anni a venire lasciando intendere che quand’anche vi fosse stato il prevedibile e auspicabile nuovo aumento della speranza di vita, quella soglia sarebbe stata mantenuta comunque.</p>
<p>Il pasticcio comunicativo è iniziato nei primi giorni del nuovo anno.</p>
<p>La CGIL il 9 gennaio con una comunicazione ha espresso profonda preoccupazione per una “recente modifica unilaterale dei requisiti pensionistici operata dall’Inps sui propri applicativi, senza alcuna comunicazione ufficiale da parte dei ministeri competenti e in totale assenza di trasparenza istituzionale”. L’INPS avrebbe aggiornato nei propri documenti contabili interni la soglia della pensione di vecchiaia al 2027 a 67 anni e 3 mesi e quella di anzianità a 43 anni e 1 mese (per le donne un anno in più) ipotizzando quindi uno scatto di aumento di 3 mesi mai annunciato dal governo. L’istituto previdenziale ha risposto con una pronta smentita che non ha però scongiurato l’imbarazzo politico del governo che ha rimarcato il fatto che l’eventuale decisione andrà assunta tramite iniziativa legislativa nei prossimi mesi.</p>
<p>Il 15 gennaio nel frattempo è stato pubblicato un <a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit--i/Spesa-soci/Attivita_di_previsione_RGS/2024/Rapporto-n-25-Nota-Aggiornamento-Rapporto.pdf" rel="noreferrer noopener" target="_blank">aggiornamento al documento</a><em> “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio- sanitario” </em>a cura della Ragioneria Generale dello Stato in cui, stanti gli aumenti calcolati dall’ISTAT sulla speranza di vita attesa, si preannuncia un quadro tendenziale di aumenti costanti delle soglie di età pensionabile con il raggiungimento dei 68 anni nel 2039 e dei 70 anni nel 2067 (e dei 46 anni per la pensione anticipata). Si tratta di una previsione particolarmente importante, se pensiamo che l’<a href="https://www.fiscoetasse.com/files/17157/dm-requisiti-pensione-2025.pdf" rel="noreferrer noopener" target="_blank">ultimo decreto ministeriale</a> che ha fissato l’età per il pensionamento è stato firmato, nel 2023, direttamente dal Ragioniere Generale dello Stato.</p>
<p>Si riattivano, insomma, dopo qualche anno di sospensione della questione dovuta alla stagnazione della speranza di vita, le sirene che annunciano l’ineluttabilità di aumenti inesorabili dell’età pensionabile per vecchiaia e anticipata.</p>
<p>A fronte di queste previsioni il governo non ha assunto alcuna posizione chiara <a href="https://www.fiscoetasse.com/new-rassegna-stampa/1612-in-pensione-a-67-anni-e-tre-mesi-giorgetti-chiarisce.html">limitandosi a ribadire</a> che la questione andrà demandata all’iniziativa legislativa una volta che verranno aggiornati i dati ISTAT a marzo e tirando le orecchie all’INPS per aver lasciato trapelare ciò che probabilmente è già evidente al governo stesso, ovvero che non esiste una volontà politica chiara e trasparente di sterilizzare gli aumenti automatici previsti dal meccanismo innescato dalle riforme Sacconi e Fornero 13 anni fa. E l’appuntamento è quindi solamente rimandato a questa <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/inps-primavera-decisione-governo-sull-aumento-requisiti-la-pensione-AG5k1RJC" rel="noreferrer noopener" target="_blank">primavera</a> quando, in assenza di un intervento legislativo specifico per bloccare l’innalzamento dell’età pensionabile, basterà un ennesimo decreto ministeriale (magari spacciato come “atto dovuto”) per portare ancora più in là il miraggio della pensione per i lavoratori italiani a partire dal 2027 (le nuove età per la pensione devono infatti essere definite ufficialmente con almeno 1 anno di anticipo).</p>
<p>Si compie così in modo magistrale la giravolta acrobatica del governo Meloni sul tema pensionistico. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal tempo dei proclami di Lega e Fratelli d’Italia sull’abolizione della Riforma Fornero.</p>
<p>Nel giro di soli due anni e mezzo di legislatura il governo in carica non solo è riuscito ad affossare, eliminandole o depotenziandole fino al ridicolo, tutte le flebili e già penalizzanti, forme di flessibilità in uscita esistenti: opzione donna, APE sociale, quota 100-102-103, pensione anticipata contributiva; non soltanto si è attivato per peggiorare in modo notevole i meccanismi di indicizzazione delle pensioni al caro vita; non solo si sta attivando per la difesa orgogliosa della previdenza complementare contro la previdenza pubblica; ma non contento si appresta con ogni probabilità ad assecondare quegli automatismi “tecnocratici” messi in piedi dalle ipocritamente vituperate leggi Sacconi e Fornero che rimettono a un mero calcolo statistico ciò che dovrebbe invece essere il frutto di una riflessione politica ed economica di ampio respiro.</p>
<p>Insomma, non resta proprio nulla di nulla dei finti malumori di una destra che millantava ridicoli mal di pancia “sociali” e che oggi rivela compiutamente, al pari delle forze di “opposizione”, la sua adesione indiscussa ai diktat del neoliberismo e dell’austerità.</p>
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<header>
<h1>Non c’è tregua per le pensioni</h1>
<div><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a> / <a href="https://coniarerivolta.org/2025/01/31/non-ce-tregua-per-le-pensioni/">31/01/2025</a></div>
</header>
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<p>Per le pensioni italiane, si sa, non vi è mai tregua. Non pago degli interventi restrittivi <a href="https://coniarerivolta.org/2024/09/18/la-solita-vittima-dellausterita-le-pensioni/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">già delineati</a> in autunno, e nei due anni precedenti della legislatura, il governo Meloni, nel pieno delle feste natalizie, ha inserito in extremis nella legge di bilancio l’ennesimo tassello del feroce accanimento contro il sistema previdenziale pubblico.</p>
<p>E così, insieme al rinnovo dei tagli alle percentuali di indicizzazione all’inflazione e all’allungamento delle finestre di attesa per l’accesso alla pensione anticipata, entra in scena, come un colpo contro la Croce Rossa, l’inasprimento dei requisiti di accesso alla pensione anticipata puramente contributiva.</p>
<p>Vediamo, in primo luogo, a quale forma di pensione stiamo facendo riferimento. Nel ginepraio della normativa previdenziale italiana, tra <a href="https://coniarerivolta.org/2024/09/18/la-solita-vittima-dellausterita-le-pensioni/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">le varie strade alternative, sempre più depotenziate e marginalizzate</a>, rispetto a quella “standard” costituita dalla pensione di vecchiaia a 67 anni, vi è, in vigore dalla Riforma Fornero del 2012, la possibilità, per chi abbia iniziato a versare contributi dal 1996 (ovvero con il solo sistema contributivo) di andare in pensione a 64 anni con almeno 20 anni di contributi e con un primo assegno pensionistico pari almeno a un certo multiplo dell’importo mensile dell’assegno sociale. Si tratta di un’opzione che nei primi anni dopo la sua definizione ebbe scarsissima adesione poiché con solo 20 anni di contributi il sistema contributivo conduce ad una rendita pensionistica bassissima e solo in pochi potevano contare su un primo assegno pari, all’epoca, a 2,8 volte l’assegno sociale. Ricordiamo, infatti, che la pensione, nel sistema contributivo, è funzione dei contributi versati lungo tutta la vita lavorativa dell’individuo. Rispetto al sistema previgente, ovvero quello retributivo (che prevedeva che la pensione fosse commisurata retribuzione degli ultimi anni di carriera), il sistema contributivo dà vita a pensioni più basse.</p>
<p>Con il trascorrere degli anni la platea dei potenziali beneficiari dell’anticipata totalmente contributiva si è lentamente allargata e si allargherà sempre più nei prossimi anni. Ad oggi, chi abbia iniziato a versare i contributi nel 1996 avrebbe totalizzato 29 anni di contribuzione. Di fronte ad un’opzione che, seppur molto penalizzante dal punto di vista economico – a causa dei meccanismi impliciti del sistema contributivo – potrebbe diventare nell’immediato futuro appetibile e sostenibile per qualcuno, il governo che fa? Ne riduce accuratamente il perimetro con un doppio provvedimento a tenaglia.</p>
<p>1. Aumenta la soglia minima per l’accesso all’opzione che da 2,8 volte l’assegno sociale passerà da quest’anno a 3 volte, ovvero circa 1720 euro al mese. Un requisito inspiegabile se non come forma punitiva dei più poveri ai quali viene preclusa a priori l’adesione a questa possibilità.</p>
<p>2. Aumenta da 20 a 25 per il 2025 e a 30 a decorrere dal 2030 il numero minimo di anni di contribuzione necessari per accedere a questa forma di pensionamento.</p>
<p>Pian piano, insomma, si va a neutralizzare uno strumento evidentemente concepito come transitorio con l’idea di portarlo ad esaurimento nel corso dei prossimi anni lasciando in campo soltanto i due pilastri della pensione di vecchiaia (ad oggi 67 anni e 20 anni di contributi, più un importo minimo di pensione pari all’assegno sociale per chi ha iniziato a versare dal 1996) e di quella anticipata priva di requisiti anagrafici (ad oggi 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne).</p>
<p><em>La previdenza complementare per andare in pensione prima: non flessibilità, ma lusso per pochi</em></p>
<p>Vi è inoltre un altro dettaglio interessante sulla vicenda. Alle suddette restrizioni il governo ha accompagnato un’ulteriore misura presentata come favorevole per i lavoratori: la possibilità di unire ai fini del raggiungimento dell’importo minimo necessario per accedere alla pensione anticipata contributiva, le eventuali somme di denaro destinate alla previdenza complementare.</p>
<p>Questa possibilità, presentata come un generoso ampliamento dei margini di libertà del lavoratore, è, in primo luogo, una scelta accessibile a pochissimi. Non a caso, la relazione tecnica della manovra quantifica in 100 (destinati a diventare, nei prossimi anni, ben 600) il numero di persone potenzialmente interessate. Questo perché la previdenza complementare è un lusso che soltanto pochi lavoratori possono permettersi: solo coloro che riescono a risparmiare abbastanza da alimentare in maniera significativa il loro conto contributivo volontario.</p>
<p>E questo ci permette di affrontare un altro punto: la natura profondamente discriminatoria della misura. La pensione complementare, da sempre, è appannaggio dei pochi fortunati che possono permettersela. E la discriminazione non è solo reddituale, perché se si guarda alla composizione sociodemografica della platea degli iscritti, sono prevalenti gli uomini (62% del totale), gli iscritti del Nord (57,1%) e i lavoratori con più di 35 anni (oltre l’80%). In altri termini, a essere meno presenti sono le donne, i lavoratori del Mezzogiorno e i giovani. Esattamente le categorie più deboli nel mercato del lavoro. Questi dati sono tratti dalla <a href="https://www.covip.it/sites/default/files/relazioneannuale/relazione_per_lanno_2023.pdf">Relazione COVIP</a> (la Commissione di Vigilanza sui fondi pensione) per il 2023, ma sono la conferma di ciò che si registra anno dopo anno nelle relazioni di tale organismo.</p>
<p>E i dati COVIP ci dicono anche che spesso e volentieri (specialmente quando il periodo interessato è toccato da turbolenze finanziarie, e dunque la necessità di protezione è maggiore) i rendimenti dei fondi pensione sono stati inferiori a quelli del TFR; e, di conseguenza, è ancora più immorale il fatto che la convenienza per i lavoratori venga forzata attraverso incentivi fiscali: attraverso tali incentivi, si utilizzano risorse a carico della fiscalità generale (e a vantaggio solo di alcuni) per favorire l’afflusso di fondi a un settore privato che, come si è detto, è meno “conveniente”.</p>
<p><em>L’assalto (l’ennesimo) al TFR</em></p>
<p>La trovata del governo nasconde in verità i termini di una grossa partita che va avanti da quasi vent’anni attorno al sistema previdenziale italiano e, in forme simili, degli altri paesi europei.</p>
<p>Proprio vent’anni fa, nel contesto della graduale restrizione dei diritti pensionistici, il decreto legislativo 252/2005 riformò la disciplina delle forme di previdenza complementare, già introdotte dalla legge 421/1992, prevedendo, tra le altre cose, la possibilità per i lavoratori di devolvere il TFR presso fondi pensione negoziali o privati anziché lasciarlo, come tradizionalmente era sempre avvenuto, in azienda. Secondo quella norma la scelta del versamento del TFR in azienda era modificabile in qualunque momento mentre il versamento del TFR maturando in un fondo pensione rappresentava una scelta irreversibile.</p>
<p>Nel 2007 il governo Prodi introdusse la disciplina del silenzio-assenso, per la quale in assenza di un’esplicita preferenza espressa sulla destinazione del TFR, quest’ultimo sarebbe stato convogliato irreversibilmente nei fondi pensioni. Da allora i neoassunti nei primi sei mesi del rapporto di lavoro devono stabilire la destinazione del proprio TFR e in caso di silenzio la scelta ricade automaticamente sui fondi pensione.</p>
<p>Malgrado questo e malgrado gli ingenti vantaggi fiscali di cui gode la previdenza complementare oggi soltanto un terzo dei lavoratori ha optato (esplicitamente o passivamente) per destinare il proprio TFR ai fondi pensioni, mentre il resto dei due terzi ha optato per lasciarlo in azienda. Quest’ultima opzione nel concreto implica due possibili esiti. Per le imprese medio-piccole con meno di 50 dipendenti il TFR resta nelle casse aziendali fornendo a queste ultime utile liquidità, mentre per le grandi aziende (oltre i 50 dipendenti) si ha un accantonamento presso un Fondo di Tesoreria INPS e tale liquidità diventa dunque fruibile dall’ente per la spesa previdenziale corrente.</p>
<p>Qualora invece venga scelta (attivamente o passivamente) la destinazione presso i fondi pensione si apre un ventaglio di diverse ipotesi che includono, nell’essenziale, l’esistenza di fondi chiusi negoziali gestiti dalle parti sindacali e senza scopo di lucro e fondi aperti di natura privata con scopo di lucro. In entrambi i casi i soldi dei lavoratori vengono investiti nella sfera finanziaria con prospettive di rendimento molto variabili, senza alcuna garanzia di mantenimento del valore reale del capitale investito. Il TFR in azienda (o presso la Tesoreria INPS) viene invece automaticamente rivalutato al 75% dell’inflazione più un 1,5% costante.</p>
<p>Malgrado gli evidenti rischi della previdenza complementare, da vent’anni si avvicendano campagne di promozione di quello che viene definito un irrinunciabile pilastro del sistema pensionistico alimentate dalle sirene sull’ineluttabile inadeguatezza della previdenza pubblica. Contestualmente è stata plasmata una legislazione costruita ad arte per incentivare o forzare milioni di lavoratori ad aderirvi. Milioni e milioni di euro dei lavoratori dirottati verso la speculazione finanziaria.</p>
<p>Malgrado tutto questo la previdenza complementare, sebbene in crescita, fatica a decollare davvero. Ed ecco che i governi di turno si affannano a rinnovare ogni tipo di strumento per favorirla ad ogni costo.</p>
<p>È in questo contesto che va inquadrata la norma che consentirebbe ai lavoratori di cumulare le quote di pensione integrativa ai fini del raggiungimento del valore minimo (3 volte l’assegno sociale) per accedere alla pensione contributiva anticipata.</p>
<p>Ed è in questo stesso contesto che si inquadra anche un altro recentissimo tema di discussione ruotante attorno ad una doppia possibile proposta discussa negli scorsi mesi e rieditata negli ultimi giorni volta ancora una volta a convincere o obbligare i riottosi lavoratori a dirottare il proprio TFR verso i fondi pensione.</p>
<p>Una prima proposta caldeggiata dalla Lega in autunno (ed ora, sembra, provvisoriamente accantonata) consisterebbe nell’obbligare i lavoratori a versare il 25% del TFR ai fondi pensione complementari. Una proposta diretta e senza fronzoli che ha suscitato qualche perplessità nello stesso governo. Ne è seguita una seconda proposta, sembra di maggior successo, caldeggiata in particolare da Fratelli d’Italia: una riedizione nel 2025 del semestre di silenzio-assenso già sperimentato nel 2007, in cui non soltanto i neoassunti (come già avviene oggi per i primi sei mesi di un nuovo contratto), ma tutti i lavoratori sarebbero messi di fronte alla ridiscussione della scelta sulla destinazione del proprio TFR. In caso non dovessero esprimere alcuna scelta, le proprie quote di TFR d’ora in avanti andrebbero automaticamente e irreversibilmente nei fondi pensione. E questo varrebbe anche per chi finora ha esplicitamente optato per il TFR in azienda.</p>
<p>Dal momento che la legislazione di oggi già consente di transitare volontariamente dalla strada del TFR in azienda alla strada dei fondi pensione (ed impedisce invece il percorso inverso), è più che evidente l’intento manipolatorio della misura: catturare nelle maglie della previdenza complementare centinaia di migliaia di lavoratori “distratti” che nei sei mesi suddetti non dovessero esplicitamente dichiarare la loro opzione vuoi per inerzia vuoi per scarsa informazione. Un trucchetto che ebbe buon gioco nel 2007 per tutti i lavoratori e che per i neoassunti ha continuato a funzionare continuativamente portando nel periodo 2007-2023 ben 609.000 lavoratori (dati tratti dalla già citata <a href="https://www.covip.it/sites/default/files/relazioneannuale/relazione_per_lanno_2023.pdf">relazione COVIP</a> relativa al 2023) nelle braccia della previdenza complementare attraverso un’adesione tacita. Non proprio un esercizio dignitoso di democrazia partecipativa.</p>
<p>La stessa relazione COVIP ci informa, tuttavia, che al 2023 solo il 36,9% dei lavoratori italiani (dipendenti e autonomi) risulta iscritto a qualche forma di previdenza complementare e solo il 26,7% ha versato contributi volontari (oltre alle quote TFR) nel corso del 2023. È evidente che le politiche di forsennata incentivazione portate avanti tramite meccanismi truffa e incentivi fiscali di dubbia costituzionalità che discriminano i trattamenti previdenziali pubblici rispetto a quelli privati hanno funzionato soltanto in parte. Vi è ancora un’enorme quota di lavoratori e lavoratrici che di previdenza complementare non vuole saperne. Ed ecco allora rientrare in gioco trucchi, trucchetti e meccanismi volti a ingrossare la quota di redditi da lavoro da destinare alla speculazione finanziaria privata.</p>
<p>La partita delle pensioni, ancora una volta, vede operare alacremente gli smantellatori di professione dello Stato sociale e del ruolo dello Stato nell’economia a favore degli interessi di banche, assicurazioni e fondi di investimento. A fronte di questo scempio programmato da decenni occorre rilanciare con forza il sistema pensionistico pubblico garantendo pensioni adeguate a lavoratori e lavoratrici del futuro.</p>
</div>
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		<title>La riforma fiscale del governo Meloni: un regalo a ricchi ed evasori</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Aug 2023 14:02:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Agenzia delle entrate]]></category>
		<category><![CDATA[Coniarerivolta]]></category>
		<category><![CDATA[Fisco]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia Meloni]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; La riforma fiscale del governo Meloni: un regalo a ricchi ed evasori di coniarerivolta È stata definitivamente approvata la delega fiscale del Governo Meloni, cioè il progetto di riforma del sistema del fisco targato centro-destra che troverà poi concreta attuazione con i decreti che il Governo potrà emanare nei prossimi mesi. Il testo finale non presenta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/08/21193626_small-1-1050x551.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8588" title="21193626_small-1-1050x551" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/08/21193626_small-1-1050x551-300x157.jpg" alt="" width="300" height="157" /></a></h1>
<h1></h1>
<p>&nbsp;</p>
<h1>La riforma fiscale del governo Meloni: un regalo a ricchi ed evasori</h1>
<h3>di coniarerivolta</h3>
<p>È stata <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/delega-fiscale-leo-tre-aliquote-poi-flat-tax-senza-abbandonare-progressivita-AFS6ihS" rel="noreferrer noopener" target="_blank">definitivamente approvata</a> la delega fiscale del Governo Meloni, cioè il progetto di riforma del sistema del fisco targato centro-destra che troverà poi concreta attuazione con i decreti che il Governo potrà emanare nei prossimi mesi.</p>
<p>Il testo finale non presenta significative novità rispetto a quello iniziale, che abbiamo già <a href="https://coniarerivolta.org/2023/07/15/il-governo-meloni-e-il-fisco-austerita-e-regali-ai-ricchi/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">commentato</a> nei suoi elementi essenziali (in sintesi: meno progressività e fiscalità di favore per imprese e redditi da capitale); fra gli elementi che ne sono comunque usciti rafforzati, e su cui vogliamo concentrarci oggi, c’è quello particolarmente odioso dei regali agli evasori.</p>
<p>La delega in effetti è particolarmente benevola verso chi le tasse decide – deliberatamente – di non pagarle proprio, o di pagarle solo in parte. L’evasione fiscale, si cui spesso si parla un po’ a sproposito, è un fenomeno che dal nostro punto di vista ci interessa soprattutto da due punti di vista:</p>
<p>1. È un fenomeno che – interessando nelle sue dimensioni essenziali prevalentemente le fasce più ricche della popolazione – riduce (ulteriormente) la progressività di un sistema fiscale; dunque, indebolisce la possibilità che il sistema fiscale sia uno strumento di redistribuzione della ricchezza;</p>
<p>2. È un “privilegio” riservato solamente ad alcune categorie di reddito (imprese, lavoro autonomo, proprietari di immobili, rendite finanziarie, etc.); un lavoratore dipendente o un pensionato subisce alla fonte le ritenute fiscali e dunque l’evasione fiscale va osservata anche dal punto di vista del conflitto di classe.</p>
<p>Tenendo a mente quanto sopra, si capisce che la strizzatina d’occhio agli evasori non poteva mancare all’interno di una delega fiscale tutta improntata a garantire privilegi alle categorie più vicine al Governo. Ma in cosa consistono più precisamente questi favori? Vediamo alcuni esempi.</p>
<p>Nella scelta (come detto, per chi può farla) fra evadere e non evadere, l’unica differenza la giocano le sanzioni: se scelgo di evadere, può essere che mi va bene e porto a casa il bottino pieno, o può essere che mi scoprano, e dovrò pagare le imposte dovute oltre le sanzioni previste. E il governo, invece, nella legge delega (all’art. 18) cosa dice (art. 18)? Si prevede che “<em>la volontaria adozione di un efficace sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale (…) possa assumere rilevanza per escludere ovvero ridurre l’entità delle sanzioni</em>”. Si introduce un precedente pericolosissimo: un’impresa potrebbe farsi certificare dal proprio commercialista che ha istituito un sistema interno di “<em>controllo del rischio fiscale</em>” e grazie a questo, nel caso dovesse subire un controllo fiscale, sarebbe esentata dal pagamento di qualsiasi sanzione pecuniaria. A questo punto c’è da chiedersi perché mai l’impresa in questione debba fare una dichiarazione fiscale regolare, visto che, quand’anche dovesse subire un controllo, non subirebbe comunque nessuna punizione particolare.</p>
<p>Ma si può sempre fare di più, e infatti il Governo si premura di impedire a monte che possa aversi una qualche contestazione fiscale. Nell’ambito dei “procedimenti” (art. 17) si introduce l’istituto del “concordato preventivo biennale”, in base al quale il contribuente fa una sorta di accordo con l’Agenzia delle Entrate definendo preventivamente quanto pagherà di imposte per i prossimi due anni, e in cambio l’Agenzia delle Entrate si asterrà da tutta una serie di controlli ordinari. Si tratta di un istituto in realtà già esistente, ma prima riservato a limitate categorie di contribuenti, ed ora notevolmente ampliato (anche a contribuenti persone fisiche, sempre che titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo) e che di fatto limita a monte la possibilità di controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate, con tutta una serie di criticità ulteriori. Prima di tutto, l’Agenzia (che, come tutte le pubbliche amministrazioni, ha subito un notevole impoverimento di personale in questi anni) difficilmente potrà controllare preventivamente nel merito un gran numero di richieste di concordato, e c’è quindi il rischio che sarà costretta a mettere un bollino su previsioni effettuate da privati, legandosi poi le mani in tema di controlli successivi. Inoltre, lo strumento del concordato preventivo pare fatto apposta perché un contribuente possa pianificare quanto pagare di imposte e quando, spalmando nel corso del tempo alcuni ricavi che in questo modo sfuggirebbero completamente a imposizione. Infine, è una procedura che per l’ennesima volta avvantaggia i più ricchi, in quanto è ovvio che quanto più è bravo il tuo consulente (e quanto meglio puoi permetterti di pagarlo) maggiore sarà il tuo risparmio fiscale.</p>
<p>Il Governo, insomma, pare superare la stagione dei condoni (che comunque non spariranno…) semplicemente istituzionalizzando una sorta di condono preventivo, in cui è il contribuente stesso a decidere quanto e quando pagare, con la garanzia che in caso di irregolarità comunque non subisce sanzioni!</p>
<p>Il trattamento con i guanti di velluto per gli evasori è particolarmente odioso se pensiamo che negli stessi giorni si assiste alla definitiva cancellazione del reddito di cittadinanza, con un rilancio della retorica della caccia a qualche “furbetto” che avrebbe mandato in rovina il bilancio dello Stato ricevendo indebitamente tale misura di sostegno, che in realtà ha permesso a centinaia di migliaia di famiglie in difficoltà in questi anni semplicemente di campare. Una retorica che non regge neanche alla prova dei numeri, se pensiamo che il reddito di cittadinanza è costato <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/reddito-cittadinanza-2022-e-costato-quasi-8-miliardi-AEjIpeZC" rel="noreferrer noopener" target="_blank">8 miliardi</a> nel 2022 mentre le <a href="https://www.finanze.gov.it/export/sites/finanze/.galleries/Documenti/Varie/Rapporto-sui-risultati-conseguiti-in-materia-di-misure-di-contrasto-allevasione-fiscale-e-contributiva-anno-2022.pdf" rel="noreferrer noopener" target="_blank">stime dell’evasione fiscale</a> e contributiva oscillano fra 90 e i 100 miliardi l’anno. E attenzione: stiamo parlando dell’intero stanziamento annuale per il RdC. Ma quali sono i dati sulle indebite percezioni di questo strumento di sostegno al reddito? Prendendo in considerazione <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/numeri-truffe-reddito-cittadinanza" rel="noreferrer noopener" target="_blank">i dati</a> della Guardia di Finanza relativi al periodo dal 1° gennaio 2021 al 31 maggio 2022, gli illeciti relativi al RdC sono stati pari a <strong>288 milioni</strong> di euro, l’1,4 per cento del totale dello stanziamento nel medesimo periodo. Per fare un confronto, nello stesso rapporto la GdF sottolinea di aver accertato frodi per oltre <strong>5,6 miliardi</strong> di euro nel campo dei crediti d’imposta agevolativi in materia edilizia ed energetica. Per non parlare dell’evasione fiscale e contributiva, che nel 2019 (<a href="https://pagellapolitica.it/articoli/quanto-vale-evasione-fiscale-italia-grafici" rel="noreferrer noopener" target="_blank">dati NADEF 2022</a>) ha raggiunto la ragguardevole cifra di <strong>99 miliardi</strong> di euro. Eppure, il governo Meloni va a premiare implicitamente proprio chi ha contribuito in maniera determinante a questo dato.</p>
<p>Questo il segno della politica economica del Governo Meloni: togliere ha chi ha poco o niente, per permettere a chi ha molto di avere sempre di più, anche quando questo vuol dire sottrarsi ai (residui) obblighi fiscali. Anzi, <strong>è necessario togliere agli ultimi proprio per regalare ulteriori sconti ai più ricchi</strong>. Questo perché, quando si aprirà la fase di attuazione concreta della delega, entrerà in campo un convitato di pietra, rappresentato dall’ossessione del Governo per il rispetto di una rigida disciplina di bilancio, per cui ogni misura di favore verso i soggetti più abbienti (sia nella forma di sconto che di condono fiscale) dovrà essere finanziata da nuovi tagli alla spesa pubblica, a cominciare da quella sociale. È per questo che da settembre la questione fiscale sarà uno degli ambiti su cui continuare a costruire l’opposizione al Governo.</p>
<p><em><strong>Coniarerivolta</strong></em></p>
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		<title>Flat tax: tagliare le tasse ai ricchi per tagliare i servizi a tutti</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 10:51:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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<h1> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/06/pancia.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-5957" title="pancia" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/06/pancia-300x224.png" alt="" width="300" height="224" /></a></h1>
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<p>Mentre cerca di dissimulare la propria fedeltà all’austerità e al rigore fiscale imposti dall’Europa con le chiacchere <a href="https://coniarerivolta.org/2019/06/05/la-lega-e-la-farsa-dei-minibot-prima-parte/" rel="noopener" target="_blank">sui Minibot</a> e qualche <a href="https://coniarerivolta.org/2019/05/31/le-favole-di-salvini-favole/" rel="noopener" target="_blank">fasullo scontro politico</a> con le alte sfere di Bruxelles, il governo gialloverde, a conduzione sempre più leghista, mostra senza remore <a href="https://coniarerivolta.org/2019/06/10/bruxelles-chiede-il-governo-esegue-ora-abbiamo-le-prove/" rel="noopener" target="_blank">la propria natura</a> liberista e reazionaria. Per di più, proprio su quelle sfere della decisione politica che restano, almeno in parte, fuori dal perimetro della direzione sovranazionale di matrice europea: le politiche tributarie (flat tax), le politiche di regolamentazione dei lavori pubblici (Decreto ‘sblocca cantieri’) e le politiche di sicurezza (Decreto ‘sicurezza bis’). Ecco il triplice pacchetto pronto per favorire ricchi e padroni del cemento e per affinare la macchina repressiva a presidio dell’ordine socio-economico costituito.</p>
<p>Di questa triade micidiale, approfondiamo il ricorrente tema della tassa piatta, ormai utilizzato a corrente alterna come strumento di consenso da parte della Lega, nella sua non nuova posa antistatalista di partito della protesta fiscale. Eravamo rimasti pochi mesi fa alla <a href="https://coniarerivolta.org/2018/11/27/le-miserie-della-flat-tax-e-gli-strali-dei-liberisti/" rel="noopener" target="_blank">flat tax per le partite Iva</a>. Salvini ora rilancia una riforma generale dell’Irpef, che assumerebbe le sembianze di una flat tax per le famiglie.</p>
<p>Quella in discussione costituisce tuttavia una versione ibrida della flat tax: <a href="https://www.ilmessaggero.it/economia/news/flat_tax_come_funziona-4418675.html" rel="noopener" target="_blank">la proposta più recente</a> si configura come una ristrutturazione del sistema impositivo sulla base di tre aliquote che non consentono di parlare di vera e propria flat tax, la quale implica necessariamente un’aliquota unica/piatta. Con poco spazio fiscale a disposizione, il governo gialloverde ha deciso di muoversi nel perimetro dell’austerità europea e al riparo da accuse di incostituzionalità. L’unico ostacolo all’implementazione della versione originale, quella socialmente più odiosa, pare dunque <a href="https://coniarerivolta.org/2018/11/30/giu-la-maschera-e-lennesimo-governo-servo-delleuropa/" rel="noopener" target="_blank">la genuflessione dei partiti di governo al rigore fiscale</a>.</p>
<p>Niente aliquota unica, quindi, ma un’ipotesi, sempre più probabile a giudicare dalle notizie recenti, di un sistema di tre aliquote così calibrato: 15% fino a 50.000€, 20% fino a 100.000€ e 40% oltre i 100.000€. Un sistema che <a href="https://coniarerivolta.org/2019/03/20/flat-tax-ancora-tu/" rel="noopener" target="_blank">sostituirebbe l’attuale Irpef a cinque aliquote</a>, calibrate dal 23% al 43%, rimpiazzando l’insieme di detrazioni esistenti con una deduzione forfettaria di 3.000€ per ogni componente, applicabile fino alla soglia dei 35.000€ di reddito familiare, che limiterebbe solo lievemente la perdita complessiva di progressività, inevitabile con l’introduzione di una aliquota unica sotto i 50.000€.</p>
<p>Nell’<a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/26/contro-lideologia-della-flat-tax/" rel="noopener" target="_blank">ideologia</a> che sostiene questa proposta di riforma fiscale, uno dei cavalli di battaglia insiste sul fatto che questa andrebbe a favore del ceto medio, come se fosse una misura pensata per dare respiro ad una vasta categoria di soggetti, intesi come grande maggioranza della popolazione, asfissiata da un eccessivo carico fiscale. In questa proposizione vi è un elemento di verità e una grande menzogna. La verità è che senza ombra di dubbio esiste in Italia un ceto medio oberato iniquamente di imposte. La menzogna è che la flat tax abbia come bersaglio questo eccessivo fardello fiscale.</p>
<p>Prima di tutto, occorre chiarire che cosa sia il ceto medio. Si può approssimativamente definire come quell’insieme di individui o famiglie il cui reddito e patrimonio si colloca intorno al livello mediano nella scala sociale. Secondo la definizione dell’economista Lester Thurow, questo è composto da coloro con un reddito tra il 75% e il 125% del livello mediano; per altri, che considerano anche individui più ricchi, l’incerta categoria includerebbe coloro il cui livello di reddito si colloca tra il 75% e il 200%. Evidentemente un criterio unico non esiste e il termine è soggetto a interpretazioni molto diversificate.</p>
<p>Non è dunque casuale il <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/09/flat-tax-salvini-al-15-non-subito-per-tutti-ragioniamo-su-quota-50mila-euro-toninelli-non-sia-vantaggio-per-ricchi/5096825/" rel="noopener" target="_blank">ricorso continuo del governo</a> giallo-verde al termine ‘ceto medio’, volendovi includere in modo generico quella maggioranza che non si percepisce né ricca né povera. Un termine che, proprio per la sua elasticità, si adatta facilmente ad essere piegato per mascherare regali fiscali ai veri ricchi, spacciati furbescamente come riduzioni generalizzate delle imposte.</p>
<p>È proprio il caso della flat tax proposta dal governo, coadiuvato in questo aspetto da una ‘opposizione’ liberista <a href="http://www.ilgiornale.it/news/politica/mia-sinistra-sbaglia-flat-tax-funziona-e-aiuter-i-pi-deboli-1498889.html" rel="noopener" target="_blank">compiacente</a> e <a href="http://www.askanews.it/politica/2019/04/09/fisco-tajani-flat-tax-si-fa-o-no-versione-mini-non-esiste-pn_20190409_00120/" rel="noopener" target="_blank">più realista del re</a>. La proposta rappresenta un arretramento in termini di progressività rispetto al sistema vigente e pare dunque improbabile che si tratti di una riforma vantaggiosa per la tanto corteggiata maggioranza della popolazione, come i suoi sostenitori sbandierano ai quattro venti. In ogni caso, vale la pena fugare ogni dubbio, numeri alla mano.</p>
<p>Stando al sistema attuale, un reddito di 15.000€ lordi annui corrisponde a circa 1.100€ netti al mese, mentre 50.000€ corrispondono a circa 2.900€ netti: non proprio lo stesso reddito! Secondo <a href="https://www.irpef.info/irpef-cos-e-come-funziona">il regime di imposte vigente</a>, il primo soggetto paga circa il 14% come aliquota media, mentre il secondo circa il 30%; con la flat tax, il primo soggetto pagherebbe il 12% (una riduzione di 2 punti percentuali), il secondo il 14% (un’aliquota media <em>più che dimezzata</em>).</p>
<p>Per capire fino a che livello della scala di reddito la possibile riforma garantirebbe vantaggi fiscali, proviamo a osservare il reddito mediano individuale, che in Italia è stimato intorno a 16.500€ lordi nel 2018. Anche volendo dare un’interpretazione di ceto medio assai allargata verso l’alto (dal 75% al 200%), potremmo immaginare che la cosiddetta classe media italiana sia costituita da quella vasta platea i cui redditi lordi si collocano tra i 12.500€ e i 33.000€ annui. I dati delle dichiarazioni Irpef peraltro ci informano che l’80% degli italiani (dunque la stragrande maggioranza) al 2018 dichiara un reddito inferiore ai 30.000€ lordi annui.</p>
<p>Prendiamo allora un soggetto che percepisce proprio 30.000€ lordi annui (circa 1.930€ netti al mese) e che si colloca quindi nel bel mezzo della parte relativamente più benestante del ceto medio tanto corteggiato dai politici. Allo stato attuale tale soggetto, senza figli o coniugi a carico, paga circa il 23% di Irpef come aliquota media. Con la riforma proposta la sua aliquota scenderebbe a circa il 14%: una riduzione di quasi 10 punti dell’aliquota media.</p>
<p>Per fare un altro esempio, un soggetto che attualmente percepisce 25.000€ lordi (circa 1.650€ netti al mese), passerebbe da un attuale aliquota intorno al 20% ad una del 13%. Anche qui circa 7 punti di sconto al lordo delle detrazioni specifiche, qui non considerate. Vantaggi molto meno importanti rispetto a quelli conseguiti da chi guadagna il triplo o il quintuplo degli importi qui considerati.</p>
<p>Tornando ai redditi più elevati, un soggetto che percepisce 100.000€ annui, che equivalgono a circa 5.500 netti al mese, ad oggi paga un’aliquota media del 36%. Con la riforma annunciata pagherebbe il 17,5%: un’aliquota media dimezzata!</p>
<p>Risulta evidente allora come il risparmio fiscale aumenti esponenzialmente al crescere del reddito. Una simile riforma non va quindi a vantaggio del ceto medio, ma piuttosto dei percettori di redditi alti o molto alti. Se la riforma da un lato abbassa, almeno in parte, il carico fiscale su una vasta platea di contribuenti, questa avvantaggia in modo ben più marcato i ricchi, senza peraltro sostenere significativamente i redditi più bassi. Esattamente l’opposto di una misura popolare.</p>
<p>Come se non bastasse, i vincoli di bilancio – ritenuti inviolabili dal governo attuale, al netto delle chiacchiere – impongono che una simile manovra sia necessariamente finanziata tramite tagli di spesa e l’ennesimo e già annunciato condono. Le voci che si susseguono ad oggi fanno ipotizzare che per il finanziamento si farà ricorso alle risorse stanziate e non spese per quota 100 e reddito di cittadinanza, la cancellazione degli 80 euro di Renzi e tagli alla sanità e alle spese sociali.</p>
<p>Insomma, per ridurre le tasse ai ricchi il governo giallo-verde attacca ancora lo Stato sociale e la spesa pubblica diretta a favore delle classi svantaggiate. Un Robin Hood al rovescio, un fenomeno che tutti i governi degli ultimi decenni hanno tristemente riproposto: meno servizi per i lavoratori per ridurre le imposte dei più ricchi.</p>
<p>Questa disamina impietosa della flat tax naturalmente non implica che la pressione fiscale in Italia sia equa ed accettabile. Dopo anni di stravolgimenti, l’Irpef è ormai un’imposta scarsamente progressiva, che colpisce in modo esagerato il ceto medio, mentre favorisce fortemente i redditi alti e altissimi, non individuando ulteriori scaglioni oltre la soglia dei 75.000€. Un’imposta che equipara, nella sostanza, un reddito medio-alto ad un reddito milionario e che grava come un fardello su chi percepisce un reddito ordinario di 1.500/1.800€ netti al mese, prevedendo salti di aliquota marginale clamorosi, come quello dal 27% al 38% oltre la soglia del reddito non certo elevato di 28.000€ lordi annui.</p>
<p>Ma non è tutto: l’Irpef, come ribadito <a href="https://coniarerivolta.org/2018/07/24/il-lungo-viaggio-verso-la-flat-tax-lingiustizia-fiscale-ha-radici-lontane/" rel="noopener" target="_blank">qui più volte</a>, ricomprende solo una parte dei redditi distribuiti, escludendo la gran parte dei redditi da capitale e la totalità dei redditi finanziari e da rendita immobiliare. Senza considerare l’evasione fiscale o i giganteschi fenomeni di elusione conseguita tramite la delocalizzazione delle sedi fiscali in altri paesi. Questi fenomeni sono oggi aspetti cruciali della battaglia distributiva, fenomeni che si perpetuano nel silenzio colpevole di tutti i partiti di maggioranza e opposizione.</p>
<p>Il sistema fiscale italiano, in definitiva, richiederebbe una riforma radicale, proprio nella direzione opposta a quella perseguita dal disegno della flat tax. Una riforma popolare che difenda i lavoratori e i soggetti più poveri dovrebbe prevedere: un innalzamento della no tax area; un drastico abbassamento delle aliquote su redditi bassi e medi; una maggiore gradualità e progressività, con un maggior numero di aliquote; una più ampia forbice di reddito interessata, ben oltre l’inadeguata soglia dei 75.000€ prevista oggi, per permettere di tassare in modo pesante i redditi milionari; la ricomprensione nel disegno della progressività di tutti i redditi, ad oggi volutamente sottratti all’Irpef tramite una giungla di regimi paralleli che favorisce i veri milionari e i redditi da capitale.</p>
<p>Un percorso diametralmente opposto rispetto a quello sancito da anni di controriforme condivise da tutte le forze politiche, e coronate dall’odierno progetto di legge leghista appoggiato dai 5stelle.</p>
<p><em><strong> Coniarerivolta</strong></em></p>
</div>
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		<title>La Lega e la farsa dei Minibot (Prima parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jun 2019 11:08:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Capita a volte che un fatto insignificante si trovi nel posto giusto al momento giusto, e per questa semplice ragione assurga agli onori delle cronache, diventando questione importantissima. Diventando, quindi, altro. Quando questo capita, può essere interessante concentrare l’attenzione non tanto sul fatto in sé – che resta insignificante – quanto piuttosto sul particolare contesto che in quel fatto ha trovato un riflesso. Guardando attraverso il prisma dei Minibot – come vedremo, un fatto di per sé irrilevante – possiamo inquadrare la situazione politica italiana con molta più chiarezza di quella che ci restituiscono schiere di politologi armati di <em>rumors</em> e flussi elettorali.</p>
<p>Nulla è come appare in questa storia dei Minibot. Inizieremo quindi col chiarire i termini del discorso e gli aspetti tecnici del problema, innanzi tutto per rendere evidente l’insignificanza di questa ultima alzata d’ingegno della Lega di Salvini. Questo ci permetterà anche di concentrare l’attenzione su tutto ciò che ha iniziato a volteggiare intorno a questi curiosi ‘oggetti finanziari’, una fitta trama di interessi politici che ha generato un’impenetrabile maglia di equivoci, utili a tenere in vita un mito: l’idea che la Lega sia un partito di lotta lanciato in uno scontro all’ultimo sangue contro l’Unione Europea. Su questo mito si basa <a href="https://coniarerivolta.org/2018/05/16/europa-utili-idioti-e-idioti-inutili/" rel="noopener" target="_blank">la gestione del potere in Italia oggi</a>. Grazie ad esso, la Lega continua a macinare consensi tra gli sconfitti della globalizzazione, tra le masse di italiani precari, impoveriti, disoccupati, e in cerca di un riscatto da oltre venti anni di politiche neoliberiste, proprio mentre quelle politiche le pratica al Governo.</p>
<p>Cosa sono i Minibot? Questa storia nasce dalla constatazione di un dato di fatto: spesso e volentieri, le pubbliche amministrazioni pagano in ritardo i loro fornitori. Immaginiamo, ad esempio, un Ministero che acquista computer per i suoi uffici e li paga dopo sei mesi dall’acquisto. I motivi del ritardo possono essere i più disparati, dalla goffaggine burocratica ai vincoli di cassa legati alla gestione della liquidità. Fatto sta che, in quei sei mesi, il fornitore di computer si ritrova <em>obtorto collo </em>tra le fila dei creditori dello Stato: al pari di quanto avviene per ogni altro cliente che chiede una dilazione di pagamento, il venditore di computer si ritrova, suo malgrado, a prestare quella somma allo Stato per il periodo di tempo in cui è costretto a subire il ritardo nel pagamento. Si stima che, con questi ritardi, lo Stato abbia accumulato ad oggi circa 65 miliardi di euro di debiti verso i propri fornitori.</p>
<p>Le principali misure adottate per alleviare il problema, e dunque per permettere al fornitore dello Stato di non soffrire troppo di questo ritardo nella riscossione, sono due. La prima è la ‘compensazione’, che consente ai fornitori di estinguere almeno parte dei loro crediti commerciali verso lo Stato per pagare le imposte, decurtando da quel credito la cifra che avrebbero dovuto versare all’erario. La seconda è la ‘cartolarizzazione’, che permette al fornitore di passare ad una banca il credito verso lo Stato: il fornitore può così liquidare il suo credito senza dover attendere i tempi della pubblica amministrazione, ma per farlo deve concedere alla banca un compenso, il che riduce per lui il valore di quel credito.</p>
<p>Lo scorso 28 maggio, la Commissione Finanze della Camera <a href="https://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=1/00013&amp;ramo=C&amp;leg=18" rel="noopener" target="_blank">ha approvato una mozione</a> che prevede una serie di misure ulteriori, tra le quali l’idea di pagare i debiti commerciali dello Stato tramite l’emissione di “titoli di Stato di piccolo taglio”: ecco entrare in scena i Minibot.</p>
<p>Il loro nomignolo richiama l’analogia con i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), i titoli pubblici italiani a breve termine (oggi sono emessi con scadenze di 6 e 12 mesi) che costituiscono una piccola parte (6%) dei titoli del debito pubblico in circolazione. Quando lo Stato si indebita, lo fa collocando sui mercati finanziari dei titoli obbligazionari caratterizzati da diverse scadenze, tra cui i BOT: chi sottoscrive quei titoli presta il proprio denaro allo Stato, e si aspetterà di vederselo restituito maggiorato da un tasso di interesse. Chi ha sottoscritto l’ultima emissione di BOT annuali, ad esempio, ha prestato il proprio denaro allo Stato per 12 mesi in cambio di un tasso di interesse dello 0,122%.</p>
<p>I Minibot sarebbero dunque pensati per pagare i debiti commerciali dello Stato, trasformandoli in veri e propri titoli del debito pubblico: anziché attendere mesi e mesi per ricevere il denaro pubblico dovuto, i fornitori si vedrebbero corrispondere immediatamente un equivalente ammontare di Minibot. Le caratteristiche principali dei Minibot sarebbero due: il piccolo taglio, da cui deriva l’appellativo ‘mini’, e la possibilità di impiegarli come ‘moneta fiscale’, cioè per il pagamento delle tasse. Il piccolo taglio è un elemento particolare, perché di norma i titoli del debito pubblico sono scambiati sui mercati finanziari a partire da un lotto minimo di 1000 euro per transazione. Prevedendo tagli minimi da 10 euro (o addirittura minori) – lasciano intendere gli ‘esperti’ della Lega – sarebbe eventualmente pensabile anche la diffusione di questi titoli per i pagamenti correnti. Il nostro venditore di computer potrebbe ad esempio farci la spesa al supermercato, pagarci il medico e saldarci i suoi debiti. Si suppone che il supermercato, il medico e i subfornitori accetterebbero i Minibot come pagamento alternativo alla moneta a corso legale (l’euro) in virtù della seconda proprietà di questi strumenti finanziari, ovvero la loro capacità di pagare i tributi allo Stato. Immaginando che chiunque abbia tasse da versare all’erario, si ipotizza che i Minibot sarebbero accettati come mezzo di pagamento di qualsiasi transazione e dunque circolerebbero come se fossero una vera e propria moneta. Non possono tuttavia mai essere considerati una moneta a tutti gli effetti: l’art. 1277 del Codice Civile impone l’obbligo di accettazione – il cosiddetto ‘corso forzoso’ – solo alle monete a corso legale, proprietà riservata dalle norme europee (art. 128 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e artt. 2, 10 e 11 del Regolamento EC/974/98) solo all’euro: l’unica moneta a corso forzoso ammessa in Italia è dunque l’euro. Qualsiasi altra attività può essere impiegata negli scambi solo su base volontaria; da qui l’esigenza di attribuire ai Minibot la particolare proprietà di pagare imposte allo Stato, una proprietà che dovrebbe favorirne, senza rendere la loro accettazione obbligatoria, una certa diffusione.</p>
<p>La magia dei Minibot. I sostenitori dei Minibot ritengono che questo strumento consentirebbe di rilanciare l’economia grazie ad una maggiore circolazione della liquidità, senza al tempo stesso violare la disciplina di bilancio che ci chiede l’Europa. Per rilanciare l’economia, infatti, servirebbe un aumento di spesa da parte dello Stato che appare precluso dai vincoli al bilancio pubblico imposti dalle istituzioni europee; in questo quadro, i Minibot permetterebbero – stando a quanto asserito dai propri sostenitori – di aggirare furbescamente quei vincoli, creando liquidità senza intaccare i parametri relativi a <em>deficit</em> e debito pubblico. Un piccolo miracolo, se fosse vero. L’argomento in difesa dei Minibot è il seguente: esiste già un debito commerciale dello Stato verso i fornitori, e dunque la trasformazione di quel debito in titoli di Stato di piccolo taglio ne muterebbe la forma ma non la sostanza. In altre parole, i debiti commerciali dello Stato sarebbero già parte integrante del debito pubblico, e dunque l’introduzione dei Minibot non inciderebbe sull’ammontare del debito, ma si limiterebbe a trasformare attività illiquide (quali sono i crediti commerciali) in attività liquide, e dunque spendibili per consumi e investimenti; da qui lo stimolo all’economia senza violare le regole di Bruxelles. Parlando dei Minibot, Stefano Fassina <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/03/minibot-fassina-passo-per-uscita-euro-strumentalizzazione-inaccettabile-sinistra-subalterna-a-neoliberismo/5228126/" rel="noopener" target="_blank">ha recentemente dichiarato</a>: “<em>Certo che sono debito, ma è un debito che è stato già fatto, non è un ulteriore debito”</em>. da ciò deriverebbe in ultima istanza la magia dei Minibot, misteriosi strumenti finanziari apparentemente capaci di rilanciare l’economia senza offendere la Commissione Europea, una vera panacea per chi è alla disperata ricerca della compatibilità politica con l’Europa ma vorrebbe ripagare almeno in parte la fiducia dei suoi elettori, che gli hanno affidato il compito di chiudere la stagione dell’austerità.</p>
<p>Purtroppo, però, le cose non stanno così. Per capirlo dobbiamo addentrarci nei meandri della contabilità pubblica, ossia di quell’insieme di regole e convenzioni che prelude alla misurazione di grandezze economiche. In particolare, tra i documenti di contabilità pubblica dobbiamo andare alla ricerca dei debiti commerciali partendo dalla misura che più ci interessa: il debito pubblico misurato <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/documents/3859598/5937189/KS-GQ-14-010-EN.PDF/">secondo i criteri di Maastricht</a> (oltre 400 pagine di metodologia, per avere l’idea della complessità contabile del problema). Questa è, infatti, la definizione di debito pubblico rilevante per l’applicazione della disciplina fiscale nell’Unione Europea. I vincoli europei, in altre parole, limitano il ricorso al debito nella sua definizione contabile elaborata dall’Eurostat, il braccio statistico della Commissione Europea, ed è dunque a quel particolare aggregato che dobbiamo guardare per capire se i crediti commerciali siano inclusi o meno nel computo del debito pubblico. La Banca d’Italia misura il cosiddetto ‘debito di Maastricht’ nel documento <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/finanza-pubblica/2019-finanza-pubblica/statistiche_FPI_20190515.pdf">“Finanza pubblica: fabbisogno e debito”</a>, alla tavola 4: l’ultimo dato disponibile (marzo 2019) individua un debito pubblico pari a 2.356 miliardi di euro composto principalmente (85%) da titoli di Stato a breve e lungo termine (BOT, BTP e altri), poi da altre voci contabili (monete e depositi, prestiti finanziari) ed infine, per un modesto 2%, da “Altre passività”. Dentro a questa voce residuale vi sono circa 10 miliardi di euro che contengono – come spiega la nota metodologica del documento – anche “operazioni di cartolarizzazione (per la parte considerata come prestito secondo le regole statistiche europee) [e] cessioni pro soluto a favore di intermediari finanziari non bancari (in attuazione della decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012).” Che c’entra questo con il debito commerciale? Cartolarizzazioni e cessioni pro-soluto sono due metodi che un fornitore dello Stato, per fare un esempio, può adottare per trasferire il suo credito commerciale ad una banca o altro intermediario finanziario ed ottenere immediatamente liquidità. Il debito commerciale di una amministrazione pubblica è definito in termini contabili come uno sfasamento tra la competenza economica e la cassa: il Ministero impegna denaro per acquistare dei computer (competenza), ma verserà di fatto (tramite la cassa) quel denaro solo sei mesi dopo. Questo mero ritardo si trasforma in debito di Maastricht se e solo se viene formalizzato, cristallizzato in un contratto debitorio, cosa che avviene quando il fornitore – stufo di attendere la pubblica amministrazione – decide di cedere il suo credito ad un’istituzione finanziaria per ottenere della liquidità. In quel preciso momento, un semplice sfasamento cassa-competenza assume le vesti formali di una somma prestata dalla banca, subentrata al fornitore come creditore dello Stato. Quello che la documentazione contabile europea ci dice, dunque, è che i debiti commerciali in sé non entrano a far parte del debito pubblico conteggiato ai fini di Maastricht, a meno che quei debiti non vengano trasferiti formalmente ad una banca. La <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/documents/1015035/2041337/Statist-record-of-some-operations-rel-to-trade-credits-i.pdf/f2238d11-9257-4a0e-bd9a-39dcf1fb2cfd">decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012</a> precisa che “quando un fornitore di beni e servizi che detenga un credito verso lo Stato registrato come un credito commerciale trasferisce <em>totalmente </em>e <em>irrevocabilmente</em> quel credito ad un’istituzione finanziaria (…), la passività dello Stato originariamente registrata come credito commerciale <em>deve essere riclassificata</em> <em>come prestito</em>, <em>parte integrante del debito di Maastricht</em>”.</p>
<p>Dunque, per concludere questa noiosa ma necessaria digressione contabile, i debiti commerciali dello Stato non sono attualmente parte del debito pubblico rilevante per l’applicazione dei vincoli europei, se non per la parte cartolarizzata e quindi tradotta in prestiti bancari. Ne discende che un’eventuale trasformazione dei debiti commerciali non cartolarizzati in Minibot creerebbe – ai fini del calcolo necessario per verificare l’aderenza ai vincoli imposti dalle istituzioni europee – un equivalente ammontare di nuovo debito pubblico. Di quali cifre stiamo parlando? Nei <a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/conti-finanziari/2019-conti-finanziari/statistiche_CFI_20190118.pdf">conti finanziari della Banca d’Italia</a> è possibile rintracciare i debiti commerciali del settore pubblico, che ammontano a circa 43 miliardi di euro. Ciò significa che, ad oggi, gravano sul debito pubblico solo 10 miliardi di euro di debiti commerciali (ossia quelli cartolarizzati o ceduti alle banche), mentre 43 miliardi di euro di ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione restano fuori dal perimetro di computo del debito pubblico. È la Banca d’Italia a confermare questo calcolo individuando, nell’ultima <a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relazione-annuale/2018/rel_2018.pdf">relazione annuale</a>, “circa 53 miliardi” di debiti commerciali complessivi di cui, “secondo le statistiche europee, una parte (circa 10 miliardi) è già inclusa nel debito pubblico.” (p. 145).</p>
<p>Tirando le fila del discorso, dunque, è inutile discutere ulteriormente nel merito della proposta dei Minibot. È inutile, insomma, chiederci se davvero quei titoli di Stato di piccolo taglio circolerebbero effettivamente nell’economia, stimolando la domanda di beni e servizi, cosa peraltro affatto scontata. Una loro introduzione creerebbe più di 40 miliardi di euro di nuovo debito pubblico, fuori dalla disciplina di bilancio imposta dalle istituzioni europee. Nessun trucco contabile può spezzare le catene che paralizzano le economie europee; nessun espediente tecnico può risolvere un problema politico. Se si tratta di uscire dalle regole di bilancio definite dalla Commissione Europea, tanto vale sforare i vincoli per la via maestra, creando nuovo debito e dunque raccogliendo moneta sui mercati finanziari, liquidità libera di stimolare l’economia senza incontrare tutte le frizioni che il nuovo e astruso oggetto dei Minibot necessariamente produrrebbe. Il problema è che questa conclusione, che ci sembra perfettamente logica, si scontra con il contesto politico che tanto risalto ha dato al tema dei Minibot, un contesto caratterizzato dalla continua ricerca della compatibilità con i vincoli europei. Nessun partito che siede in Parlamento, oggi, osa mettere seriamente in discussione quei vincoli; nessuno vuole quindi ammettere che le politiche espansive necessarie a superare questa crisi richiedono la rottura della gabbia europea. La Lega, <a href="https://coniarerivolta.org/2019/05/31/le-favole-di-salvini-favole/" rel="noopener" target="_blank">lungi dall’essere impegnata in un braccio di ferro con l’Europa e i suoi vincoli</a>, sta disperatamente cercando di restare al governo senza offendere la sensibilità di Bruxelles. A questo servono i Minibot: a sognare un rilancio dell’economia sotto lo sguardo mansueto dei guardiani dei conti pubblici della Commissione Europea, contribuendo al contempo a rendere ancora più stretta la corda con cui la disciplina fiscale europea ci soffoca. Un sogno, se così si può definirlo, destinato a rimanere tale.</p>
<p>Ma la storia dei Minibot, come vedremo, non finisce qui. Si è creato infatti, intorno ad essi, un vero e proprio mito: l’idea che questi bizzarri artifici contabili pongano le basi per un’uscita dell’Italia dall’euro. Un mito molto utile all’attuale Governo perché, proprio nella fase in cui Salvini è costretto a inasprire le misure di austerità imposte dell’Unione Europea in aperta contraddizione con il mandato di 9 milioni di elettori, alimenta l’immagine di una Lega intenta a sradicare alla radice il male dell’austerità. Ne discuteremo nella seconda parte di questo pezzo.</p>
<p><em><strong> Coniarerivolta</strong></em></p>
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		<title>Il debito pubblico giapponese e noi</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 17:21:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<h1><a style="font-size: 13px;" href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/04/debito-pubblico-italia-crisi.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-5721" title="debito-pubblico-italia-crisi" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/04/debito-pubblico-italia-crisi-300x183.png" alt="" width="300" height="183" /></a></h1>
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<p>Vi sono situazioni in cui, immersi in un grosso problema, vediamo plasticamente la sua limpida soluzione, che appare tuttavia subordinata ad una qualche condizione esterna insormontabile. Al realizzarsi di questa, quel problema smetterebbe di esistere. Spesso ci si accorge che siamo noi, in realtà, ad aver prodotto una condizione da cui non riusciamo a liberarci, ed essa diventa così un’artificiale camicia di forza. Particolarmente interessante, anche nella storia dei fenomeni sociali, è il caso in cui l’evidenza di un problema sia tanto chiara quanto quella del vincolo che a priori impedisce di risolverlo. Tuttavia, considerando irrazionalmente quel vincolo come una variabile data e indiscutibile, si resta incagliati in una catena illogica e viziosa. Numerosi ragionamenti della scienza economica spesso finiscono in un simile vicolo cieco argomentativo, che rivela la povertà e l’inconsistenza di molte analisi che si avvitano su sé stesse.</p>
<p>L’appartenenza all’Unione Europea è una di quelle certezze che semplicemente vengono date per scontate. La legittimità di discettare delle possibili opzioni politiche si estende spesso nei consessi pubblici soltanto entro il perimetro prestabilito delle prescrizioni dei Trattati europei. Ogni idea che violi in modo serio quel perimetro viene definita irrealizzabile in taluni casi, derubricata a intemperanza o follia populista/nazionalista in altri, o semplicemente ignorata. Questo <em>modus pensandi</em> costruito sull’esistenza di un vero e proprio tabù lo si coglie continuamente nei dibattiti pubblici o negli articoli di giornale. In particolare, emerge quando alcune evidenze empiriche relative a paesi di altre aree del mondo instillano in molti il dubbio che alcune soluzioni di politica economica, niente affatto rivoluzionarie, ma semplicemente ragionevoli, potrebbero essere adottate anche in un paese europeo.</p>
<p>In un <a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2019/04/02/news/perche-e-sbagliato-continuare-a-dire-facciamo-come-il-giappone-246705/" rel="noopener" target="_blank">recente articolo apparso sul Foglio</a>, Veronica De Romanis ha offerto uno dei migliori spaccati di questa strategia argomentativa. Da diverso tempo il Giappone fa parlare di sé in quanto economia con il più elevato debito pubblico al mondo (250% in rapporto al PIL), dove tuttavia non si è mai avuto il sentore di una minaccia di crisi finanziaria, né percezioni di rischi di insolvenza o aumento dei tassi d’interesse. Insomma niente spread o instabilità finanziaria e politica, ma al contrario una economia con tassi sul debito pubblico prossimi allo zero. Un paese con un tasso di disoccupazione pari al 2,5% (prossimo dunque alla piena occupazione) e una crescita economica che recentemente ha ripreso a manifestarsi a tassi abbastanza sostenuti. La De Romanis parla del Giappone per parlare in realtà dell’Italia, del suo elevato debito pubblico e delle, secondo lei, improvvide scelte del governo italiano di varare misure costose come quota 100 e il reddito di cittadinanza. L’obiettivo è quello di ammonirci da azzardati tentativi di usare il Giappone come pietra di paragone per dimostrare che in fondo un determinato livello di debito pubblico quale il nostro potrebbe non essere un problema.</p>
<p>Qualcuno infatti potrebbe legittimamente chiedersi: se il Giappone ha il 250% di debito in rapporto al PIL, perché mai l’Italia dovrebbe angosciarsi (leggasi: tagliare la spesa pubblica, aumentare le tasse e fare sacrifici di ogni tipo) per il suo 132%? L’articolo del Foglio prova a spiegarci perché il confronto non regge e lo fa elencando tre motivi.</p>
<ol>
<li>Il Giappone ha una spesa pubblica minore rispetto a quella italiana, pari al 39% del Pil contro il 48% dell’Italia ed entrate tributarie pari al 36% del PIL contro il 46% dell’Italia. Ciò, secondo la De Romanis, esporrebbe quel paese a rischi minori in caso di crisi di insolvenza del paese poiché vi sarebbe più margine politico per aumentare imposte ad oggi più basse. Il ragionamento è viziato alla radice: il debito pubblico non va ripagato mai per intero ma <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/03/oltre-il-mito-del-debito-pubblico-non-ci-sono-i-soldi-o-non-ce-li-fanno-toccare/" rel="noopener" target="_blank">semplicemente rinnovato anno per anno</a>, ragion per cui è fuorviante sostenere che le tasse oggi vadano alzate per ripagare il debito di domani. Anche accettando la fallace impostazione del discorso, non viene in ogni caso detto che imposte minori sono sostenibili proprio perché non vi sono limiti all’indebitamento del paese. La minore spesa pubblica è invece un portato di uno stato sociale fortemente decentrato a livello aziendale, in un mondo del lavoro la cui ferrea disciplina è mediata da un patto tra sindacati e imprese, cui fanno da contraltare la sostanziale accettazione da parte dei sindacati di un calo continuo dei salari reali avvenuto nel periodo 1998-2013 e basse imposte pagate dalle imprese. Insomma, circostanze che non hanno a che vedere con una presunta maggior facilità di gestione di un’eventuale crisi di insolvenza. Inoltre, vediamo come la presenza di una gestione più keynesiana delle finanze pubbliche non assicuri affatto, di per sé, una maggiore forza per i lavoratori, dato che quest’ultima va costruita con la lotta sociale. L’argomento insomma non sembra pregnante. Molto più interessanti ai nostri fini, sono i due punti successivi citati nell’articolo.</li>
<li>Il Giappone ha un debito pubblico quasi interamente posseduto da investitori pubblici o privati giapponesi. Pertanto non è soggetto ai capricci degli investitori esteri e in generale ai rischi della libera circolazione dei capitali. La situazione è diversa in Italia, dove invece una fetta consistente del debito pubblico è nelle mani di banche, assicurazioni e operatori internazionali. Non c’è nulla che l’Italia potrebbe fare in tal senso, si chiede e si risponde la commendevole De Romanis<em>? </em>Certo, si potrebbe sempre provare a spostare quote di debito pubblico estero verso soggetti italiani – ammette lei – tuttavia ciò obbligherebbe un paese come l’Italia a introdurre limiti alla libertà di movimento dei capitali. C’è qualche particolare ragionamento economico che la De Romanis avanza, per criticare misure di questo tipo? Ovviamente no. Il problema è, semplicemente, che l’Unione Europea ha tra i suoi pilastri la libera circolazione dei capitali, al fine di garantire la possibilità per i capitalisti di muovere fondi a loro piacimento, alla ricerca del massimo profitto. Tutelare questa prerogativa dei padroni è, per la De Romanis e per le istituzioni europee, evidentemente più importante che fornire agli stati membri gli strumenti per difendersi dalla speculazione finanziaria.</li>
<li>Non solamente la maggior parte del debito pubblico giapponese è in mano ad operatori giapponesi. A fare la parte del leone c’è la banca centrale, che dirige la politica monetaria interna e ha lo status di principale creditore, detenendo una quota di debito pubblico pari a circa il 40% del totale. Questo in Italia invece non è possibile, poiché la politica monetaria è stata delegata alla BCE che, per suo statuto, in tempi normali non compra titoli di Stato, ma <a href="https://coniarerivolta.org/2019/03/22/lo-strano-caso-della-bce-liquidita-per-la-finanza-austerita-per-i-popoli/" rel="noopener" target="_blank">lo fa solo in situazioni particolari e sotto una logica di stretta condizionalità</a>. “Cambiare i trattati sarebbe possibile, ma in questo momento non ci sono paesi interessati a farlo, almeno non per quanto riguarda il funzionamento dell’Istituto di Francoforte” scrive poi l’autrice. “Quindi, per avere una banca centrale disposta a comprare i nostri titoli bisognerebbe uscire dalla moneta unica”.</li>
</ol>
<p>L’articolo si chiude quindi con l’ammissione esplicita che sono l’appartenenza all’Unione Europea e l’assurdo funzionamento della BCE a rendere il debito pubblico italiano un problema e che fuori dal contesto dei vincoli UE il problema non esisterebbe, come non esiste per il Giappone che ha un debito non esposto all’estero e soprattutto una Banca centrale che svolge una funziona di garanzia e <a href="https://coniarerivolta.org/2019/04/08/banca-ditalia-e-debito-pubblico-un-matrimonio-che-non-sha-da-fare/" rel="noopener" target="_blank">che monetizza il debito</a>. Si ammette anche candidamente che, internamente alla camicia di forza europea, qualsiasi tentativo di applicare politiche di spesa, persino contenutissime e di scarsissima significatività come quelle della manovra fiscale gialloverde, si traduce immediatamente nella <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/04/spread-mutui-e-crisi-come-funziona-la-gabbia-delleuropa/" rel="noopener" target="_blank">guerra dello spread</a>.</p>
<p>Non si poteva essere più chiari e diretti. Una chiarezza che non conduce neanche per un istante al dubbio che, chissà, questa camicia di forza così stretta e ingombrante possa essere rimossa con la fuoriuscita dai trattati. L’idea può non piacere, naturalmente, ma perché non prenderla neanche in considerazione, non discuterla e spiegarla? Neanche una riga dedicata ai motivi per cui davvero dovremmo allegramente sottostare a quei vincoli asfissianti, a quelle regole che condannano lavoratori e classi subalterne dei paesi europei da anni a terribili sacrifici quotidiani. Non una riga sui motivi teorici che a quelle regole e a quei sacrifici dovrebbero almeno provare a dare un senso, uno straccio di giustificazione. Nulla! Semplicemente perché la questione è solo ed esclusivamente politica, ed attiene ai rapporti di forza tra classi sociali e tra paesi che i vincoli europei hanno il compito di mantenere saldi in un ben definito assetto. Ed il miglior modo per eludere una questione che è integralmente politica è semplicemente quello di conferire al dato dell’appartenenza all’Unione Europea il valore assoluto di una circostanza quasi naturale, una certezza che non vale neanche la pena discutere, come l’evidenza del sole che sorge ogni mattina.</p>
<p>Questa visione dogmatica non è certo una peculiarità dell’articolo del Foglio, ma è trasversale ad un robusto blocco di forze politiche, sindacali, padronali, testate giornalistiche e intellighenzia culturale del paese con decine di varianti di destra, centro-destra, centro-sinistra e sinistra organica alla gestione dell’esistente. Blocco che peraltro include in pieno, con perfetta capacità mimetica tutte le false alternative, tra le quali <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/10/europeisti-e-nazionalisti-le-due-facce-del-liberismo/" rel="noopener" target="_blank">quella rappresentata dall’attuale governo</a>. La sola maniera per opporsi al dogma è restituire alla questione la sua dimensione politica.</p>
<h1><em><strong> <span style="color: #ff0000;"><span style="text-decoration: line-through;">coniarerivolta</span></span></strong></em></h1>
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		<title>Contro i terroristi del debito pubblico</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Apr 2019 09:52:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p><img src="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/banksy.jpg?w=700" alt="banksy" data-attachment-id="986" data-permalink="https://coniarerivolta.org/banksy/" data-orig-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/banksy.jpg?w=700" data-orig-size="590,394" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1521557209&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="banksy" data-image-description="" data-medium-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/banksy.jpg?w=700?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/banksy.jpg?w=700?w=590" /></p>
<p>Le stagioni si alternano, è arrivata la primavera, ma c’è una specie che non va mai in letargo: sono i terroristi del debito pubblico, quelli che ci ripetono ogni giorno – come un mantra – che stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità, che dobbiamo stringere la cinghia, fare sacrifici, perché c’è il debito pubblico che incombe sul futuro di ognuno di noi. Il 26 marzo scorso è stata la volta di Roberto Rho che, dalle colonne di Repubblica, grida l’allarme: “Tagli a cantieri, scuola e sanità, ecco il conto per gli italiani”.</p>
<p>Secondo l’articolo, uno dei danni principali dell’elevato debito pubblico è la spesa per interessi che l’accumulazione di quel debito impone. Proviamo ad analizzare l’argomento usato da Repubblica. Indebitarsi costa, e più cresce il debito, più cresce la spesa per interessi: fin qui, siamo tutti d’accordo. Dove sta il problema? Ci dice Rho che la spesa per interessi sottrae risorse ad altri, più nobili, impieghi: servizi ai cittadini, investimenti pubblici, sanità, istruzione e così via. In sostanza, ogni euro speso per pagare gli interessi sul debito sarebbe sottratto a “cantieri, scuola e sanità”. Verissimo, ma l’autorevole quotidiano liberista dimentica di spiegare perché questo avviene: tale vincolo è effettivamente operativo nell’Unione Europea in virtù dei Trattati che impongono precisi limiti alla spesa pubblica in deficit. Dati i vincoli europei, che determinano rigorosamente i limiti alla spesa pubblica, ogni euro di spesa pubblica per interessi non può che sottrarre risorse agli altri impieghi. Ma si tratta di un vincolo tutto politico, derivante dalla struttura istituzionale entro cui il debito pubblico è accumulato, e non è dunque un problema connesso all’accumulazione di debito pubblico in sé: fuori dalla gabbia europea, un elevato debito provocherebbe una più alta spesa per interessi senza precludere una più alta spesa sociale, perché non vi sarebbe il tetto al deficit pubblico che sta soffocando le economie europee. Per finanziare una spesa in deficit sempre crescente, fuori da questo contesto, ci si potrebbe liberamente rivolgere ad una banca centrale capace di finanziare il debito pubblico con creazione di moneta. Al contrario, la Banca Centrale Europea <a href="https://coniarerivolta.org/2019/03/22/lo-strano-caso-della-bce-liquidita-per-la-finanza-austerita-per-i-popoli/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">ha sempre subordinato il finanziamento del debito pubblico dei paesi europei alla rigida esecuzione delle politiche di austerità</a>: è il ricatto del debito che ha messo in ginocchio la Grecia e tutta la periferia europea. Il trucco dei terroristi del debito  sta dunque in quello che non ci dicono: se la spesa per interessi grava sui bilanci degli Stati dell’Eurozona, Italia compresa, è perché <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/04/spread-mutui-e-crisi-come-funziona-la-gabbia-delleuropa/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">la gabbia nella quale ci troviamo è costruita apposta</a> per limitare il più possibile l’intervento dello Stato nell’economia. Non ci dicono che il debito pubblico serve proprio a finanziarli, “cantieri, scuola e sanità”, e che i soldi sottratti alla spesa sociale ce li nega l’Europa con i suoi Trattati.</p>
<p>Vediamo poi che l’articolista si dimostra preoccupato per la lunga sequela di anni anche recenti nei quali l’Italia ha visto crescere il rapporto tra debito pubblico e Pil, al 2019 oltre il 130%, lasciando intendere che continuiamo a vivere al di sopra delle nostre possibilità alimentando il mostro del debito.</p>
<p>Anche qui troviamo un ribaltamento della realtà. L’Italia è da 25 anni ingabbiata in una serie ininterrotta di avanzi primari – cioè entrate che superano le uscite al netto degli interessi – avanzi che sono tra i maggiori responsabili della <a href="https://coniarerivolta.org/2018/09/22/la-crisi-economica-e-un-problema-politico-e-si-risolve-con-la-lotta/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">estremamente flebile dinamica della domanda aggregata</a>. Con politiche fiscali restrittive sottraiamo risorse all’economia, ed è proprio per questo che il fatidico rapporto debito/Pil continua a salire. Il ragionamento convenzionale è il seguente: se mediante l’austerità limito la crescita del numeratore di quel rapporto, il debito, e il Pil nel frattempo cresce (aumenta cioè il denominatore) perché i mercati riprendono fiducia ed investono, questo farà scendere il rapporto tra debito pubblico e Pil. Se però ci rendiamo conto che la spesa pubblica è fonte di crescita, capiamo allora come il taglio di quest’ultima non possa lasciare invariato il Pil. Esso infatti risente fortemente dello stimolo pubblico, e se quest’ultimo viene a mancare la caduta del deficit imposta dall’austerità fa cadere con sé il prodotto stesso. Ed ecco che, inevitabilmente, il rapporto debito/Pil sale invece di scendere, e la realtà che stiamo vivendo acquisisce tutt’altro significato. La presenza di un rapporto debito/Pil al 130% non è più, come ci raccontano, quel dramma ineluttabile che opprime l’economia <em>malgrado</em> le politiche di austerità – non è più, insomma, un male che per essere curato richiede dosi maggiori di austerità. Al contrario, l’elevato rapporto tra debito pubblico e Pil è il più logico risultato della scelta politica dell’austerità.</p>
<p>Nell’articolo di Rho emerge poi un altro punto rilevante, quello che in gergo economico viene definito ‘effetto spiazzamento’. Ci viene suggerito che lo Stato entra in competizione con i privati per le risorse disponibili, limitando così l’attività economica privata, la quale soffre la pressione derivante dal Moloch rappresentato dall’apparato pubblico. E’ il mito della scarsità delle risorse: ci raccontano che la torta è data, e lo Stato vorace ne vuole mangiare sempre di più a scapito dei privati. Eppure, a questo proposito, persino l’insospettabile Fondo Monetario Internazionale ha dovuto constatare che <a href="https://www.ft.com/content/47ddbb14-34f6-354f-a907-8bacae72a5e6" rel="noopener noreferrer" target="_blank">l’intervento pubblico non ‘mangia’ risorse, ma al contrario le crea</a>. La spesa pubblica, stimolando la domanda aggregata in un’economia ben lontana dal pieno impiego del lavoro, accresce la torta disponibile per tutti.</p>
<p>Dopo aver decostruito lo spauracchio del debito pubblico, occorre prestare attenzione all’aspetto politico del problema. Potrebbe infatti sembrare che, dimostrata l’inconsistenza teorica del paradigma dominante alla base dei vincoli europei, sia sufficiente il semplice buon senso per superare questo schema con una modifica delle regole europee a favore di crescita economica e benessere per tutti. In realtà sappiamo che la morsa dell’austerità e la sistematica denigrazione del ruolo del pubblico sono armi affilatissime per <a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/13/la-piena-occupazione-spaventa-il-profitto-perche-lottare-contro-i-vincoli-europei/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">aumentare la disoccupazione</a> e, per questa via, <a href="https://coniarerivolta.org/2018/08/08/ricattabili-isolati-e-precari/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">tenere sotto scacco i lavoratori</a> che in un contesto di disoccupazione e crisi perdono drasticamente potere contrattuale. L’austerità non è un errore tecnico o il delirio di qualche fanatico, ma un disegno politico  di cui <a href="https://coniarerivolta.org/2018/09/16/disoccupazione-male-necessario-o-arma-dei-padroni/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">i capitalisti si avvantaggiano nel conflitto per la distribuzione sociale del reddito</a> a discapito dei lavoratori.</p>
<p>Il ricatto del debito è dunque l’arma usata, ogni giorno, contro i lavoratori per promuovere il disegno politico dell’austerità. Potrebbe però sembrare che per opporsi a questo disegno basti modificare i trattati europei. Ma la cosiddetta Europa, non in quanto area geografica e insieme di paesi ma in quanto Unione Europea, non è altro che un insieme di trattati costituiti per disciplinare il lavoro e favorire i profitti: l’Unione Europea, lungi dal dover essere aggiustata, sta funzionando alla perfezione per svolgere il compito per il quale è stata costruita. Non si tratta di un’entità modificabile come può esserlo uno Stato tramite una dialettica politica e conflittuale interna, ma di una rigida gabbia al servizio del profitto: qualsiasi ribaltamento dei rapporti di forza a favore delle classi sociali svantaggiate, quindi, non può che passare per la rottura di questo dispositivo disciplinante che sta strangolando le nostre economie e favorendo un gigantesco processo di redistribuzione del reddito a favore di una ristretta oligarchia.</p>
<p><em><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a> </em></p>
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