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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Dante Alighieri</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Per Dante, svoltare a destra</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2023 11:44:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Dante Alighieri]]></category>
		<category><![CDATA[Destra]]></category>
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		<category><![CDATA[sinistra]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/01/Dante.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-8277" title="CREATOR: gd-jpeg v1.0 (using IJG JPEG v80), quality = 75" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/01/Dante.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a>                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Per Dante, svoltare a desta</h1>
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<div><strong>Stefano Jossa</strong></div>
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<p>Dante di destra? Lo ha dichiarato, col compiacimento di chi ritiene di lanciare una provocazione dirompente («so di fare un’affermazione molto forte»), il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano in un’intervista al direttore di «Libero» Pietro Senaldi durante un evento elettorale di Fratelli d&#8217;Italia a Milano. Il ministro ha individuato in Dante Alighieri «il fondatore del pensiero di destra nel nostro Paese», perché ritiene che «quella visione dell’umano, della persona, delle relazioni interpersonali che troviamo in Dante Alighieri, ma anche la sua costruzione politica che è in saggi diversi dalla <em>Divina Commedia</em> sia profondamente di destra».</p>
<p>Sangiuliano sperava di suscitare reazioni indignate, com’è effettivamente avvenuto, per cui come provocatore alla Marco Pannella, alla Renato Zero o alla Aldo Busi ha decisamente funzionato bene. Molto meno bene ha funzionato come pensatore originale, perché la sua battuta ha una lunga storia, che si radica almeno in quel «Dante fascista» che nel corso del Ventennio si affermò progressivamente nell’immaginario di regime.</p>
<p>Rivelandosi estremamente difficile assimilare Dante alla prospettiva politica e culturale del PNF, perché l’etica francescana e la concezione universalista del poeta non potevano coincidere con il nuovo orizzonte aggressivo e nazionalista delle camicie nere, gli ideologi del tempo non trovarono di meglio che aggregare Dante al Pantheon eroico della Nazione, facendolo entrare in una lunghissima lista di campioni dell’italianità, da Giulio Cesare al Duce in persona, passando per, fra gli altri, Giangaleazzo Visconti, Emanuele Filiberto, Ugo Foscolo, i fratelli Bandiera, Goffredo Mameli, Camillo Benso Conte di Cavour, Alfredo Oriani, Giosue Carducci, Gabriele D’Annunzio e Nino Oxilia (così Vittorio Cian nel 1928): lista che di Dante faceva un santino come gli altri, ormai svincolato dalla sua reale esperienza letteraria e dalla sua concreta identità storica.</p>
<p>Dante veniva presto ridotto a una controfigura del Duce, di cui del resto avrebbe profetizzato l’avvento in quel verso del trentatreesimo canto del <em>Purgatorio</em> in cui si annuncia un DVX liberatore dell’Italia dalle divisioni e dalle guerre: «nel quale un cinquecento diece e cinque, / messo di Dio, anciderà la fuia / con quel gigante che con lei delinque» (dove il numero romano per 515, DXV, viene anagrammato per indicare l’avvento di un vendicatore dell’alleanza a delinquere tra la puttana, la curia papale corrotta, e il gigante, la monarchia di Francia). Lo sintetizzava perfettamente lo storico Domenico Venturini nel volumetto di poco più di cento pagine intitolato <em>Dante Alighieri e Benito Mussolini</em>, stampato a Roma dalla Nuova Italia nel 1927, con prefazione di Amilcare Rossi, Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti. Il volume era «pubblicato a beneficio dell’Opera Nazionale per il cimitero monumentale del Grappa, sotto l’alto patronato di S. M. il Re».</p>
<p>L’associazione con l’eroismo militare, da un lato (essendo il sacrario militare del monte Grappa, in Veneto, uno dei più imponenti e significativi monumenti alla memoria dei caduti della Grande Guerra), e con la monarchia, dall’altro (essendo pur sempre il Re il garante dell’unità della nazione), inseriva fin dall’inizio il libretto in un orizzonte d’<em>italianità</em>, come si affrettava a chiarire il prefatore nella pagina introduttiva.</p>
<p>Il risultato era una raccolta di corbellerie che istituivano il parallelo tra il Poeta e il Condottiero, accomunati dalla triste esperienza dell’esilio, che vissero entrambi con «acutissimo dolore per la lontananza della patria», e dalle nobili aspirazioni politiche, perché «Mussolini è il Dux che sta operando, conforme voleva Dante, quella riforma politica e morale da cui il Poeta sperava salute per l’Italia travagliata da fierissime discordie derivanti dai colluttanti partiti, riforma, ripeto, che schiude la via al conseguimento de’ più alti destini d’Italia, destini che renderanno imperituro alla memoria de’ posteri il meraviglioso secolo di Mussolini».</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/01/dante-alighieri-benito-mussolini-1932-5841897c-85ac-4550-8476-d758750affec.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8279" title="dante-alighieri-benito-mussolini-1932-5841897c-85ac-4550-8476-d758750affec" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/01/dante-alighieri-benito-mussolini-1932-5841897c-85ac-4550-8476-d758750affec-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" /></a></p>
<p>Gli avrebbero fatto seguito il «Dante Italiano e Imperiale» di Emilio Bodrero (<em>Dante, l’Impero e noi</em>, sulla «Nuova Antologia» del 1931) e il Dante precursore di Mussolini di Tommaso Vitti (<em>Dante e Mussolini</em>, Caserta, Tip. Sociale Jacelli &amp; Saccone, 1934). Di qui discendeva il culto di Dante, che culminava nel progetto di quel Danteum che avrebbe sintetizzato la visione della nazione contenuta nella <em>Divina Commedia</em>. Alle ossa di Dante il segretario del Fascio di Salò Alessandro Pavolini affidava addirittura, simbolicamente, l’ultimo sussulto d’italianità dei repubblichini, proponendo di trasferirle nel «ridotto della Valtellina», il luogo dove i fascisti avrebbero dovuto organizzare la difesa finale della Repubblica Sociale Italiana. Dante ridotto, è proprio il caso di dirlo, a icona vuota, insomma, dentro cui si potevano accomodare i contenuti dettati dalle convenienze e dalle contingenze: se il simbolo uccide la cosa, hegelianamente e lacanianamente, il piano trascendente del linguaggio e delle rappresentazioni strutturate in termini linguistici negherà la cosa, l’oggetto, i contenuti, la storia, a favore di un sistema di significati altri, costruiti altrove e determinati altrimenti.</p>
<p>Un Dante di destra, quindi, nell’ottica dei fascisti e dei loro seguaci, è già abbondantemente esistito e come provocazione è risibile. Dalle parole del ministro, tuttavia, emerge quella vaghezza del linguaggio del politico, che riduce tutto a slogan senza contenuti, che è persino più preoccupante del proclama di un Dante di destra (che, inutile dirlo, Dante non fu, per il semplice fatto che le categorie politiche del suo tempo erano guelfi e ghibellini, con i primi divisi, a Firenze, in bianchi e neri, anziché destra e sinistra). Che vuol dire, ad esempio, «pensiero di destra»? Quali sono la «visione dell’umano, della persona, delle relazioni interpersonali che troviamo in Dante Alighieri»? Qual è la «costruzione politica» nei saggi diversi dalla <em>Divina Commedia</em> (che non è un saggio)? Secoli di esegesi e critica danteschi sono ridotti a due massime capitali che non significano nulla, perché ciascuno può riempirle del contenuto che preferisce, chiamandolo «di destra» per partito preso, per ragioni di schieramento politico oppure per semplice preferenza di una mano sull’altra.</p>
<p>Al quale si può senz’altro contrapporre il suo uguale e contrario, quel Dante di sinistra che emergerebbe prima di tutto dalla richiesta di veicolare istanze di libertà, come avvenne quando i neri d’America nelle piantagioni adottarono versi danteschi per i loro canti spiritual, in un processo descritto magnificamente da Dennis Looney in <em>Dante for Freedom</em> (assumendo, con Norberto Bobbio, che la sinistra tenda verso la comunità e la destra verso l’individualismo, con le dovute scuse per la sempflicazione da citazione <em>en passant</em>).</p>
<p>La «vision dell’Alighieri» era del resto il richiamo decisivo dell’inno nazionale fascista, la canzone <em>Giovinezza</em>, cui lo scrittore Salvator Gotta imprimeva nel 1925 una risoluta svolta dantesca nel segno della continuità tra momento profetico e realizzazione storica con l’aggiunta di due versi: «la vision dell’Alighieri | oggi brilla in tutti i cuor». Dante nazionalista, insomma, secondo una retorica di lunga durata, che discende dalla lezione risorgimentale, incarnandosi nella famosa sentenza di Cesare Balbo secondo cui «Dante fu l’Italiano più italiano che sia stato mai» (<em>Vita di Dante</em>, 1939), e si esalta nella sintesi capitale di Giovanni Gentile, per il quale «con Dante comincia ad affermarsi idealmente l’Italia» (<em>Dante nella storia del pensiero italiano</em>, 1904). In mezzo c’era l’incoraggiamento del grande teorico dell’eroismo romantico, lo storico e filosofo scozzese Thomas Carlyle: «La nazione che possiede un Dante è unita come nessuna muta Russia può esserlo» (<em>On Heroes</em>, 1941).</p>
<p>Questa retorica è appartenuta tanto alla destra quanto alla sinistra, poiché è soprattutto una retorica delle Istituzioni (in quanto tale, perciò, tendenzialmente di destra), al punto che personalità di certo immuni dal contagio delle destre, come l’allora Ministro della Cultura Dario Franceschini e l’ancora presidente della Repubblica Sergio Mattarella hanno potuto dichiarare, rispettivamente, che «Dante è l’unità del Paese, Dante è la lingua italiana, Dante è l’idea stessa di Italia» (<a href="https://www.beniculturali.it/comunicato/20241"><em>Comunicato del Ministero della Cultura del 17 marzo 2021</em></a>) e che «Dante è in realtà il grande profeta dell’Italia, un patriota visionario, destinato, quasi biblicamente, a scorgere ma non a calcare la Terra vagheggiata e promessa» (<a href="https://www.quirinale.it/elementi/50535"><em>Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione delle celebrazioni per il settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri</em></a>).</p>
<p>La risposta più sciocca possibile e immaginabile al ministro Sangiuliano è dunque che Dante non è né di destra né di sinistra, perché è soltanto italiano: cosa che Dante, storicamente, non fu mai, semplicemente perché per lui non era neppure concepibile esserlo, muovendosi il suo orizzonte politico tra il municipale (Firenze) e l’universale (l’Impero). È di destra, tuttavia, ridurre ogni discorso a una «pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile». Così scriveva uno dei grandi interpreti della cultura di destra, l’antropologo Furio Jesi, che proseguiva definendo i caratteri di questa cultura: una «cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari» e «in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola, innanzitutto tradizione e cultura ma anche giustizia, libertà, rivoluzione». La conclusione era drammatica, perché identificava la destra col partito del tradizionalismo fine a se stesso, della difesa ottusa delle identità statiche e della chiusura ideologica su malintese proprietà: «La maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole essere affatto di destra, è residuo culturale di destra».</p>
<p>I due grandi miti del padre della patria (che Dante non fu) e del padre della lingua (che Dante neppure fu), congiunti mirabilmente in endiadi («padre della lingua italiana, e quindi della Nazione») da Benito Mussolini in un <a href="http://www.adamoli.org/benito-mussolini/pag0503-.htm">discorso del 27 giugno 1932</a>, in occasione dell’apposizione della targa commemorativa al monumento di Dante a Napoli, andranno definitivamente decostruiti, smontati e ricalibrati. Su questo forse dovremmo continuare a interrogarci: non se Dante sia di destra o di sinistra, che è una <em>boutade</em> che lascia il tempo che trova e ha la sua risposta nell’effimero di una risata, ma cosa vogliano dire destra e sinistra. La destra al governo continua a tenerlo nascosto, ma è arrivato il momento di stanarla, smontandone il linguaggio e individuandone le incoerenze.</p>
<p><em>Consigli di lettura per Gennaro Sangiuliano:</em></p>
<p>Stefano Albertini, <em>Dante in camicia nera: uso e abuso del divino poeta nell’Italia fascista</em>, in «The Italianist», XVI (1996), 1, pp. 117-42.<br />
Luigi Scorrano, <em>Il Dante “fascista”</em> (2000), in Id., <em>Il Dante “fascista”. Saggi, letture, note dantesche</em>, Ravenna, Longo, 2001, pp. 89-125.<br />
Dennis Looney, <em>Dante for Freedom. </em><em>The African American Reception of Dante Alighieri and the Divine Comedy</em>, Notre Dame: University of Notre Dame Press, 2011.<br />
Martino Marazzi, <em>Danteum. Studi sul Dante imperiale nel Novecento</em>, Firenze, Franco Cesati, 2015.<br />
Guy P. Raffa, <em>Dante’s Bones. How A Poet Invented Italy</em>, Cambridge (Mass.) – London, Harvard University Press, 2020.</p>
<p><em><strong>Doppiozero</strong></em></p>
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		<title>Anglicismi e impazzimento linguistico: l’immagine di una cultura decaduta. Una lettura politica fuori dai purismi</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2015 11:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Dante Alighieri]]></category>
		<category><![CDATA[lingua inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Lingua Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Dorato]]></category>

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		<description><![CDATA[  di Lorenzo Dorato L’ultimo vezzo linguistico che mi è capitato di leggere e ascoltare è il termine “location” al posto di “luogo” o “posto”. Si tratta di  una tra le tante parole facenti parte dell’infinita serie di anglicismi entrati prepotentemente e del tutto inutilmente nel linguaggio quotidiano italiano parlato e scritto, spesso anche in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/06/dante_2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5114" title="dante_2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/06/dante_2-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a><em><strong>  di Lorenzo Dorato</strong></em></p>
<p>L’ultimo vezzo linguistico che mi è capitato di leggere e ascoltare è il termine “<em>location” </em>al posto di “luogo” o “posto”.</p>
<p>Si tratta di  una tra le tante parole facenti parte dell’infinita serie di anglicismi entrati prepotentemente e del tutto inutilmente nel linguaggio quotidiano italiano parlato e scritto, spesso anche in maniera inappropriata rispetto allo stesso significato inglese originario. Si tratta di un fenomeno massiccio in rapida espansione che investe l’intero spettro del lessico quotidiano e, non solo, come è comprensibile che sia, il linguaggio specialistico relativo a discipline (ad esempio informatiche) elaborate in origine nel mondo anglosassone.</p>
<p>La questione non va impostata in termini di purismo linguistico, poiché è chiaro che le lingue nascono e si evolvono sulla base di continue contaminazioni graduali sia interne a sé stesse sia esterne. Ciò è un bene! Ed è altrettanto chiaro che le contaminazioni saranno più spesso provenienti da lingue parlate da nazioni egemoni sul piano geopolitico. Questo non è un bene, ma è qualcosa che comunque entro certi limiti può essere solo parzialmente frenato e contrastato, se non se ne contrasta l’origine.</p>
<p>Quando però una serie interminabile di parole straniere (tanto più di un’unica lingua straniera) entra in tempi estremamente rapidi nel linguaggio comune delle persone sostituendo di sana pianta parole di uso quotidiano perfettamente calzanti, assumendo toni persino grotteschi e ridicoli, allora il fenomeno assume toni diversi e deve essere indagato in termini socio-politici.</p>
<p>Prima di tirare alcune conclusioni, vediamo subito qualche esempio.</p>
<p>Per ciò che riguarda il linguaggio settoriale, un esempio emblematico è  il linguaggio calcistico. Vero è che agli esordi del calcio moderno in Italia tale linguaggio era dominato da una quasi integrale terminologia inglese, frutto della semplice circostanza che il <em>football </em>moderno era uno sport nato in Inghilterra e in Italia veniva inizialmente seguito da gruppi elitari ristretti. Tuttavia, per un misto di italianizzazione espressamente ricercata, durante e prima del ventennio fascista, e di naturale inclinazione dei ceti popolari ad usare termini autoctoni, nel momento in cui il calcio divenne uno sport sempre più seguito, l’uso della terminologia italiana divenne egemone e di corrente uso popolare di massa.  Sta di fatto che fino a venti anni fa nessuno si sarebbe mai sognato di alterare e sostituire arbitrariamente termini come rigore, calcio d’angolo, fuori, partita, allenatore, coppa campioni, mentre da qualche tempo a questa parte, a partire dai giornalisti sportivi, si è iniziato a dire senza nessuna ragione linguistica motivata: “penalty”, “corner”, “out”, “coatch”,” champions league” e via dicendo.</p>
<p>Il problema tuttavia, come detto al principio, non concerne soltanto linguaggi strettamente settoriali, ma anche e soprattutto il linguaggio politico, economico, nonché il semplice linguaggio quotidiano: “weekend”, “ok”, “authority”, “public company”, “meeting”, “break”, “workshop”, “step”, “fiction”, “show”, “feeling”, “stress”, “shock”, “new entry”, “know how”, “question time”, “road map”….e ancora… “brain storming”, “backstage”, “background”, “trading”, “fitness”, “magazine”, “live”, “feedback”, “random”, “outsider” etc etc…. al posto di “finesettimana”, “d’accordo/va bene”, “società ad azionariato diffuso”, “incontro”, “pausa”, “seminario/conferenza”, “passo”, “finzione/serie”, “spettacolo”, “intesa”, “tensione”, nuovo entrato”, “sapere/conoscenza”, “interrogazione parlamentare”, “tabella di marcia/piano”, “libera condivisione di idee/spunti”, “dietro le quinte”, “contesto/bagaglio o retroterra culturale”, “compravendita finanziaria”, “attività fisica/benessere”, “rivista”, “tempo reale”, “riscontro”, “a caso”, “esterno” etc etc..</p>
<p>L’elenco è lunghissimo e si potrebbe continuare per due o tre pagine intere, ma sarebbe inutilmente noioso.  Ciò che è rilevante è che moltissime delle parole inglesi in uso nel linguaggio comune vanno a rimpiazzare spesso e volentieri termini di uso quotidiano di estrema semplicità e pregnanza già propri dell’italiano. Discorso diverso, ovviamente, per quei termini che nascono in ambito anglosassone ed indicano concetti di cui non esiste un corrispettivo italiano. In quest’ultimo caso il prestito straniero ha una sua logica, anche se anche qui un abuso porta ad un ristagno cronologico della propria lingua che potrebbe invece evolversi dall’interno tramite apposite traduzioni di termini nuovi o semplici rese in italiano di concetti relativamente agevoli da indicare. Spagnoli e francesi ad esempio denominano il “computer” “ordenador” e “ordinateur” e non sarebbe stato affatto scandaloso se in italiano tale oggetto fosse stato chiamato fin dal principio “calcolatore”. E lo stesso vale per altre decine e decine di parole potenzialmente traducibili (ovviamente entro i giusti limiti, ovvero senza scadere in inutili purismi esasperati).</p>
<p>Il caso però davvero inquietante e rilevante, che forse non ha paragoni in altre lingue europee, è proprio quello del linguaggio quotidiano, ovvero del linguaggio non strettamente settoriale-specialistico o comunque che riguarda tutti quei termini che vanno a rimpiazzare parole italiane perfettamente calzanti e di uso comune. Ad esempio non esiste alcuna ragione per utilizzare i termini “weekend”, “feeling”, “random”, “ok”, “feedback”, “authority”, “governance”, “location”, “bipartisan” e tantissimi altri ancora, in molti casi alterando anche l’originario significato inglese, storpiando così insieme l’italiano e l’inglese.</p>
<p>Ma qual è la base primaria di questo fenomeno che ha raggiunto negli ultimi due decenni proporzioni massicce?</p>
<p>Alla resa dei conti non si tratta di niente di più complicato del riflesso del dominio geopolitico mondiale degli Stati Uniti d’America cresciuto a dismisura con la caduta dell’Unione Sovietica negli anni ’90 del secolo scorso e solo da qualche anno messo parzialmente in discussione dall’ascesa di nuove potenze. Come per ogni dominio che si rispetti, l’aspetto culturale è un pezzo forte della propria strategia di invadenza e permanenza. Laddove una classe dirigente nazionale politica e culturale assuma una posizione di totale integrazione passiva o persino di attivo e propositivo servilismo rispetto alla strategia di dominio, è chiaro che la pervasività di quest’ultimo resterà incontrastata e totale e sarà persino facilitata e resa agevole dall’operazione di mediazione attuata dalla classe dirigente locale. Giornalisti, politici, economisti, filosofi, uomini di spettacolo mediano quindi  dall’alto l’imbarbarimento linguistico (che ovviamente non passa soltanto per gli anglicismi, ma è un fenomeno che investe lo stesso utilizzo dell’italiano), veicolando le nuove mode veicolate dai poteri più influenti.</p>
<p>Scendendo più nel dettaglio del problema, si potrebbero rilevare quattro diverse modalità e cause specifiche che caratterizzano il fenomeno del prestito linguistico inglese, alla cui base primaria, come si diceva, vi sono i rapporti di forza internazionali intesi a tutti i livelli (materiale, ideologico, culturale).</p>
<p>In primo luogo si assiste in molti casi ad una vera e propria trasformazione silenziosa di un concetto, non quindi al semplice ingresso di un nuovo concetto, ma alla sostituzione insidiosa e non esplicita di un vecchio concetto con un nuovo concetto gravido di conseguenze. E’ il caso ad esempio dei termini “governance” e “authority”.</p>
<p>La governance viene spesso utilizzata come concetto per esprimere l’attività di governo di un’entità politica (oltre che di un’impresa o azienda). Letteralmente “governance” è l’attività del governare. La resa italiana è quindi “governo”, inteso come attività di governo (e non come organo- in italiano i due termini coincidono-). Tuttavia governance, all’inglese, evoca immediatamente un’idea di governo nel senso di pura gestione tecnica e amministrativa priva di connotazioni discrezionali di ordine politico ed ideale: ovvero esattamente ciò che nella sostanza predica l’ideologia dominante a proposito della gestione della società capitalistica contemporanea. Non è un caso quindi che il termine inglese sia divenuto di uso comune, poiché è parte integrante, sul piano semantico, di una voluta e ancora oggi in piena accelerazione, trasformazione post-ideologica della sfera politica, nell’orizzonte della fine delle grandi ideologie e dei tentativi di trasformazione politica delle strutture sociali.</p>
<p>Analogo discorso per il termine “authority” che indica quasi sempre un’autorità di regolazione e controllo settoriale o generale <em>antitrust</em> finalizzata a porre le condizioni per il buon funzionamento del libero mercato capitalistico. Mentre autorità evoca un concetto politico, “authority”, così come “governance” evoca un concetto tecnico-efficientistico che presuppone, senza dirlo, la bontà a priori della libera concorrenza, facendo diventare tecnica quella che è invece una scelta squisitamente politica. Non a caso le cosiddette autorità indipendenti sono state costituite come vero e proprio potere tecnocratico (la cui fonte principale è il diritto comunitario) privo di legittimità democratica e di legittimazione politica sostanziale.</p>
<p>In secondo luogo dietro l’uso massiccio di anglicismi, vi è una implicita volontà di rendere il linguaggio incomprensibile, ultra-specialistico, tecnico e fuori dalla portata dei non addetti. E’ il caso ad esempio di tutto il linguaggio della letteratura economica moderna che fa uso smodato e quasi provocatorio della lingua inglese spesso rendendo concetti estremamente semplici assolutamente incomprensibili. Quando ad esempio in luogo di “disoccupato” si usa il termine “outsider” si sta evidentemente giocando con le parole e con la loro trasparenza. Anche in questo caso, vi è alla base l’idea di tecnicizzare ciò che tecnico non è e che dovrebbe essere accessibile anche a chi semplicemente fa costruttivamente uso del proprio pensiero. Vi è altresì la precisa idea di emulare modelli sociali, politici ed economici di derivazione anglosassone, ovvero quelli più confacenti alle strategie di dominio delle classi dominanti.</p>
<p>In terzo luogo gli anglicismi ossessivi sono il segno dell’ostentazione (voluta o meno che sia) di uno stile che si pretende superiore, moderno e avanzato in opposizione al linguaggio semplice e vecchio. Ciò da una parte crea, evidentemente, una frattura di fatto tra individui, generazioni e ceti sociali; dall’altra pone enfasi sulla distruzione simbolica di un mondo che non deve esistere più (ad esempio il mondo del lavoro come diritti e dei diritti sociali mediati attraverso la lotta politica).</p>
<p>In quarto luogo l’anglicismo ossessivo rende evidente l’esterofilia maniacale che caratterizza il popolo italiano e in particolare la sua classe dirigente e colta, <em>in primis </em>(ma non solo) nei confronti del mondo anglosassone. La sostituzione di termini italiani di uso comune con paroloni inglesi, è la spia di quel sentimento di minorità culturale che si attribuisce al proprio popolo e da cui ci si vuole tirar fuori tenendosene a distanza e cercando una fuga esterofila compensativa.</p>
<p>In conclusione, fuori da ogni purismo linguistico di sorta, si può dire che il fenomeno degli anglicismi continui e gratuiti, va interpretato in termini politici e culturali come una forma deleteria di autodistruzione del proprio patrimonio culturale, linguistico e, indirettamente politico. Non si tratta certo di proporre la sostituzione integrale dei forestierismi in nome della purezza della lingua (che pura fra l’altro non è e non potrà mai essere, basti pensare alla stessa genesi dell’italiano).I forestierismi sono sempre esistiti e sono la testimonianza vivente non soltanto dei rapporti di forza tra nazioni, ma anche della benemerita compenetrazione delle culture e delle tradizioni di ogni popolo ed area geografica del mondo.</p>
<p>Si tratta invece di porre un freno cosciente alla pratica (tutti ne siamo inevitabilmente vittime quanto meno passive, a partire dallo scrivente) dell’uso di termini tanto inutili quanto grotteschi e irritanti che, sospinti da quella che altro non è che una vera e propria indigestione di servilismo politico e culturale, hanno indebitamente invaso la nostra lingua. Tanto più che, come detto, dietro a tale invasione, oltre al servilismo culturale, vi è spesso un subdolo tentativo di trasformazione semantica degli stessi concetti dalle gravide conseguenze.</p>
<p>La lingua, in fondo, come ogni aspetto della cultura, non è affatto qualcosa di neutrale rispetto alla totalità socio-politica.</p>
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