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	<title>Comunismo e Comunità &#187; diritto del lavoro</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Marchionne, l&#8217;Italia e il servilismo di una classe politico-sindacale</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 14:49:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato La recente intervista a Marchionne nella trasmissione di Fabio Fazio, in cui il manager-capitalista della Fiat dichiarava impunemente che senza l&#8217;Italia la Fiat farebbe molto meglio, ha scatenato una serie di reazioni politiche di diversa natura. La Fiat, tramite la sua dirigenza, sta perseguendo da alcuni mesi a questa parte una vera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Lorenzo Dorato</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/piano-strategico-chrysler-300x225.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1798" title="piano-strategico-chrysler-300x225" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/piano-strategico-chrysler-300x225.jpg" alt="" width="240" height="180" /></a></p>
<p>La recente intervista a Marchionne nella trasmissione di Fabio Fazio, in cui il manager-capitalista della Fiat dichiarava impunemente che senza l&#8217;Italia la Fiat farebbe molto meglio, ha scatenato una serie di reazioni politiche di diversa natura.</p>
<p>La Fiat, tramite la sua dirigenza, sta perseguendo da alcuni mesi a questa parte una vera e propria strategia provocatoria per minare materialmente e culturalmente le ultime resistenze agli &#8220;inevitabili frutti delle necessità espresse dalla concorrenza internazionale&#8221;. Gli obiettivi finali naturalmente sono i seguenti:</p>
<p>1-tenere sotto scacco e sotto pressione lo Stato italiano, sia in termini di rapporti di forza geopolitici (qui entrano in gioco complessi intrecci internazionali che mostrano la Fiat come indiretta emanazione di interessi USA in Italia), sia in termini di assistenza al capitale (di cui la Fiat ha da sempre beneficiato e che da trent&#8217;anni a questa parte non riceve più alcuna contropartita in termini di sviluppo e occupazione).</p>
<p>2- infliggere un durissimo colpo alle resistenze sindacali e politiche all&#8217;operazione di smantellamento definitivo del contratto di lavoro nazionale e alla conseguente contro-rivoluzione delle relazioni industriali (retrocedendo di almeno 60 anni nei rapporti di forza tra capitale e lavoro).</p>
<p>Ogni singola azione e dichiarazione fatta propria dalla dirigenza del Lingotto negli ultimi tempi ha il preciso obiettivo di surriscaldare il clima sociale e politico mostrando in forme dirette la consueta arroganza del gruppo dirigenziale FIAT nel dettare legge. I toni vengono esasperati volutamente pur sapendo che susciteranno oltre a forme di protesta sociale (inevitabili) anche qualche tiepido e formale malcontento politico&#8230;.tanto poi il malcontento passa, il messaggio è filtrato, la minaccia viene fatta assimilare a livello sociale e politico e si può sempre dire: &#8220;Marchionne sbaglia nei toni, ma la sostanza del suo monito in fondo è giusta&#8221;.</p>
<p>L&#8217;Amministratore delegato di FIAT può ostentare senza paura la propria parte di manager che mira solo al profitto, poiché non rischia nulla fintanto che esiste da un lato un asservimento totale della classe politica, dall&#8217;altro una struttura politico-istituzionale che cede spazio ad una totale ed incondizionata libertà del capitale non più soggetto ad alcun vincolo in termini contrattuali e soprattutto spaziali.</p>
<p>Marchionne afferma castronerie vergognose sia in tema di sussidi statali (mentendo fra l&#8217;altro quando asserisce che FIAT non ha chiesto alcun aiuto negli ultimi due anni, l&#8217;aiuto è stato semplicemente rifiutato da parte del governo) sia a proposito della presunta  scarsa competitività ed efficienza della produzione italiana. Su quest&#8217;ultimo punto l&#8217;a.d. FIAT insiste con particolare accanimento, perché si tratta del centro della questione. Se l&#8217;Italia non è competitiva me ne vado ad investire altrove. Cita paesi a noi vicini come Francia e Germania, salvo poi fare espresso riferimento alla Polonia (e quindi implicitamente ai suoi ritmi di lavoro più massacranti) quando si tratta di commisurare i diversi livelli di produzione per stabilimento. Parla di non responsabilità diretta dei lavoratori nella mancanza di competitività italiana e se la prende con un generico contesto istituzionale bloccato, secondo il solito copione di luoghi comuni sull&#8217;Italia burocratizzata, gerontocratica e poco dinamica. Quello stesso contesto istituzionale che ha permesso ai profitti del gruppo FIAT di fiorire per decenni, salvando l&#8217; azienda dalle proprie crisi periodiche causate dalle difficoltà di vendita nel mercato internazionale e dalla mancanza di investimenti nella filiera produttiva.</p>
<p>Alla fine i nodi vengono al pettine. Il problema non è certo la produttività del lavoro in sé o la scarsa efficienza del &#8220;sistema Italia&#8221; (orrenda espressione imprenditoriale abusata negli ultimi anni).  Il problema non è l&#8217;assenteismo negli stabilimenti (qui Marchionne riporta cifre e numeri totalmente inventati, dando prova di rara sfacciataggine), né l&#8217;entità delle pause e dei ritmi di lavoro dei lavoratori italiani.</p>
<p>Le questioni sono solo e semplicemente due:</p>
<p>1- la prima è la massimizzazione del profitto dell&#8217;impresa FIAT che, secondo una normale logica capitalistica, vuole spostare (come tutte le imprese) la propria produzione dove costa meno e dove, fra le altre cose (vedi i paesi ex-socialisti) esiste altresì una contemporanea tradizione di qualità del lavoro operaio (che esiste naturalmente anche in Italia ma a costi più elevati). Nulla a che vedere con l&#8217;avidità di manager o capitalisti che eccedono. Semplice logica intrinseca del capitale.</p>
<p>2- la seconda questione è l&#8217;esistenza di un quadro politico-istituzionale che permette, anzi favorisce e spesso incentiva la delocalizzazione della produzione nei paesi a basso costo di manodopera. Oggi, all&#8217;interno dell&#8217;UE, e in parte anche all&#8217;esterno, delocalizzare non costa nulla così come non costa nulla riesportare poi le merci in madrepatria. Due piccioni con una fava. Si produce all&#8217;estero a basso costo e si mantiene integro il mercato interno italiano ed europeo con la sua domanda di merci (in questo caso di auto). Un quadro istituzionale di questo tipo naturalmente produce un meccanismo perverso di concorrenza al ribasso sui costi di produzione, poiché tutte le aziende perseguono lo stesso obiettivo e possono giocare con i differenziali salariali e normativi (tasse sulle società) delle diverse nazioni per competere sul prezzo mantenendo alti margini di profitto. A quel punto la strada è spianata in termini di coerenza logica interna per far leva sull&#8217; l&#8217;argomento della competitività. Ma il problema non è la coerenza logica interna, bensì la cornice istituzionale e sistemica che la rende possibile e la fa apparire persino ovvia e naturale.</p>
<p>E così con la scusa della competitività e della naturale ricerca del massimo profitto in un contesto di imprese in concorrenza tra loro, si può procedere allo smantellamento dei fondamenti del diritto del lavoro delle nazioni europee in cui il compromesso tra capitale e lavoro aveva raggiunto (grazie anche a decenni di lotte sociali) i livelli più alti. Con la stessa scusa si smantella lo Stato Sociale e si riducono i salari diretti e indiretti (secondo una tendenza ormai più che ventennale).</p>
<p>Alla luce di queste considerazioni le reazioni degli esponenti politici italiani appaiono particolarmente grottesche. Da un lato si hanno gli svergognati apologeti di Marchionne e delle sue verità sulla non competitività dell&#8217;Italia: tra di essi Casini e l&#8217;incredibile sindacalista giallo Bonanni che ormai non rinuncia a nessuna occasione per ribadire la sua totale adesione al massacro sociale in atto. Dall&#8217;altro lato si hanno timidi rimproveri alle esuberanze dell&#8217;A.D. Fiat che naturalmente non vanno a scalfire né le intenzione né la capacità ricattatoria dell&#8217;azienda torinese. E non le vanno a scalfire perché nessuno osa parlare del problema politico che rende possibile alla FIAT di tenere sotto scacco i governi (ieri con i sussidi senza contropartita sociale-occupazionale, oggi ancora con i sussidi e in più con la minaccia permanente di una delocalizzazione a costo zero).</p>
<p>E così l&#8217;ineffabile Marchionne, agente del capitalismo italiano delle industrie decotte, continua a portare avanti la sua strategia &#8220;terroristica&#8221;, ottenendo insieme due obiettivi:</p>
<p>1- nuovi soldi da spremere ai cittadini contribuenti.</p>
<p>2- fungere da punta di lancia, boicottando persino la stessa unità confindustriale, dell&#8217;attacco frontale al diritto del lavoro. Il problema, e Marchionne lo sa benissimo, non sono i dieci minuti di pausa nello stabilimento di Pomigliano (cavillo su cui la propaganda insiste per mostrare la presunta testardaggine della FIOM), ma è l&#8217;insieme di un accordo, come quello di Pomigliano, che oltre a risultare complessivamente gravoso per i lavoratori,  deroga pesantemente al contratto collettivo nazionale creando così un pericolosissimo precedente che potrà essere usato per sconvolgere i cardini delle relazioni industriali in Italia.</p>
<p>Le proteste di politici che reclamano una maggior prudenza di linguaggio, ma che concordano con Marchionne sui fondamentali della sua strategia, oltre a non servire a nulla, non fanno altro che mostrare il grado di ipocrisia e insieme di  debolezza e viltà della classe politica italiana.</p>
<p>La parola d&#8217;ordine comune è quella di &#8220;modernizzare il paese&#8221; che Sacconi, Tremonti, condividono con il loro colleghi dell&#8217;opposizione parlamentare (dal Pd, all&#8217;Udc, passando per l&#8217;Idv) e con la dirigenza Confindustriale.  Si tratta del trampolino di lancio ideologico per imporre una nuova configurazione dei rapporti sociali che, facendo leva anche sull&#8217;atomismo individualistico (come orizzonte culturale), elimini di fatto ogni forma di compromesso politico tra la parte più debole (e produttiva) della società  e le oligarchie capitalistiche.</p>
<p>Sia benvenuta, dunque, ogni resistenza alla modernizzazione capitalistica. La condizione affinché tale resistenza (oggi espressa ad esempio almeno parzialmente dal sindacato FIOM al di là di tutti i propri limiti) diventi produttiva e coerente è che si riempia di contenuti politici e non puramente rivendicativi.</p>
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		<title>Considerazioni sullo sciopero generale del 29 Settembre in Spagna e sul neoliberalismo zapateriano</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 13:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato Lo scorso mercoledì 29 settembre, i sindacati spagnoli più rappresentativi, uniti ai sindacati di base, hanno convocato uno sciopero generale che ha interessato tutti i settori, dall&#8217;industra mineraria e automobilistica alla scuola, la sanità, il piccolo commercio etc etc. Le ragioni fondamentali dello sciopero sono i provvedimenti gravemente antipopolari contro il lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Lorenzo Dorato</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/CartelHuelga29S11.gif"><img class="alignright size-full wp-image-1643" style="margin: 5px; border: 1px solid black;" title="CartelHuelga29S[1]" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/CartelHuelga29S11.gif" alt="" width="360" height="504" /></a>Lo scorso mercoledì 29 settembre, i sindacati spagnoli più rappresentativi, uniti ai sindacati di base, hanno convocato uno sciopero generale che ha interessato tutti i settori, dall&#8217;industra mineraria e automobilistica alla scuola, la sanità, il piccolo commercio etc etc. Le ragioni fondamentali dello sciopero sono i provvedimenti gravemente antipopolari contro il lavoro varati dal governo Zapatero con la &#8220;riforma&#8221; del lavoro approvata a giugno. In particolare, oltre ai tagli del 5% degli stipendi del settore pubblico, si tratta della flessibilità esterna ed interna accordata alle imprese cui viene concessa la facoltà di licenziare a costi minori e la possibilità di modificare trattamento economico e normativo ai lavoratori entro lo stesso contratto: provvedimenti gravi che si inscrivono nella logica, comune a tutti i paesi dell&#8217;Unione Europea, di imposizione dei precetti neoliberisti anche al mondo del lavoro che si vuole totalmente flessibilizzato, privato di garanzie, diritti e dignità, in nome delle superiori esigenze del mercato globale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come nella maggior parte dei paesi europei occidentali i primi provvedimenti contro i diritti dei lavoratori (maturati in Spagna tra la fine degli anni 70 e gli anni 80) risalgono al principio degli anni 90, nella fase conclusiva dell&#8217;era socialista (quando il PSOE sovvertì in brevissimo tempo buona parte della legislazione di ispirazione sociale che esso stesso aveva contribuito a costruire poco tempo prima). I socialisti prima, Aznar (partito popolare) poi e infine Zapatero (di nuovo i socialisti)  hanno perseguito, in linea con i <em>diktat</em> europei, la stessa linea di politica economica incentrata sulla svendita del patrimonio pubblico con ondate di privatizzazioni, l&#8217;attacco al lavoro salariato e piccolo autonomo, le liberalizzazioni, la graduale mercificazione dei servizi universali (malgrado tutto in Spagna sanità, sistema pensionistico e altri pilastri del classico Stato sociale restano ancora demercificati, di qualità e gratuiti e c&#8217;è da aspettarsi che diverranno presto le prossime vittime del neo-liberismo iberico).</p>
<p style="text-align: justify;">Similmente all&#8217;Italia, i sindacati confederali spagnoli hanno giocato un ruolo chiave nella trasformazione del mondo del lavoro accettando poco a poco le cosiddette compatibilità capitalistiche imposte da ben precise strutture istituzionali (trattati europei, direttive etc etc) dipinte come necessità imprescindibili. CCOO (Comisiones Obreras) il sindacato storicamente vicino al PCE (Partido comunista de Espana), e UGT (vicina al Partito Socialista), hanno pesanti responsabilità in merito. Si tratta di sindacati totalmente integrati nella logica concertativa (UGT più di CCOO che al suo interno cova ancora residui pur minoritari di sindacalismo di minima sostanza).</p>
<p style="text-align: justify;">La convocazione dello sciopero generale del 29 settembre è stata, da parte dei due sindacati, una mossa allo stesso tempo, strategica (in senso autoreferenziale), rilevante (in senso generale) e ambigua (nei tempi).</p>
<p style="text-align: justify;">Strategica poiché rispondente alle necessità di sopravvivenza stessa del sindacato rispetto alle esigenze della propria base che si è vista infliggere da un governo &#8220;amico&#8221; un attacco di vaste proporzioni cui era davvero impossibile non rispondere in alcun modo.</p>
<p style="text-align: justify;">Rilevante poichè, al di là di tutto, lo sciopero ha avuto il merito di destare una reazione sociale di vaste proporzioni alle politiche impopolari del governo Zapatero e alle conseguenze devastanti di una crisi economica che in tutta la Spagna sta colpendo duramente le classi lavoratrici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ambigua perché è avvenuta a posteriori, cioé dopo che la riforma era già stata concordata dal governo con la parte confindustriale e approvata in parlamento (il 16 Giugno 2010).  Questo ritardo è la prova lampante della debolezza del sindacato e della sua sostanziale soggezione alla volontà padronale e governativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sciopero, sostenuto anche da sigle sindacali minori, di base e autonome, è stato in ogni caso un successo inatteso. In molti settori industriali il 75%, in alcuni casi persino la totalità dei lavoratori, ha aderito, mentre nei settori della piccola imprenditoria la partecipazione (per ovvie ragioni legate alla ricattabilità dei lavoratori) è stata più bassa. Anche nei servizi pubblici la partecipazione calcolata al netto del servizio minimo garantito imposto è stata relativamente alta. I sindacati parlano di un 70% di partecipazione complessiva dei lavoratori, mentre le fonti governative riportano cifre più contenute. Sta di fatto che, specialmente nei settori dell&#8217;industria pesante, automobilistica, mineraria e siderurgica vi è stata un vero e proprio blocco delle attività.  Si sono registrati, inoltre, scontri con la polizia in diverse località spagnole (da Madrid a Barcellona all&#8217;Andalusia) in cui le forze dell&#8217;ordine hanno creato spesso deliberatamente una situazione di alta tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il governo Zapatero ha reagito nel suo stile caratteristico: una concessione al dialogo (fittizia) e una ferma rassicurazione &#8220;ai mercati e ai capitali&#8221; circa l&#8217;irreversibilità della &#8220;riforma&#8221; attuata. Il premier fra l&#8217;altro non si è risparmiato una battuta di pessimo gusto: &#8220;Io oggi ho lavorato&#8221;. D&#8217;altro canto Zapatero stesso nei mesi in cui la riforma veniva discussa nei suoi termini affermò esplicitamente la necessità di procedere per non perdere credibilità nei confronti degli investitori e mantenere elevata la competitività della Spagna. A seguito di quelle dichiarazioni il primo ministro socialista incassò anche il plauso dell&#8217;oligarchia di Wall Street che definì la politica zapateriana come un successo mirabile di politica progressista.</p>
<p style="text-align: justify;">La politica di Zapatero, fin dall&#8217;inizio legata agli interessi capitalistici più rapaci e succube delle influenze d&#8217;oltreatlantico, oltre che delle imposizioni europee, è, in piena sintonia con le politiche economiche dei paesi UE, la traduzione dei dogmi del neoliberalismo per cui la concorrenza internazionale in un contesto di piena libertà dei movimenti dei capitali e di merci impone ai paesi un adeguamento al ribasso sulle condizioni normative ed economiche del lavoro, nonché una politica restrittiva per correggere, a beneficio dei creditori (vedasi fondi di investimento e banche estere) i conti pubblici.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; evidente che la soluzione a tali politiche devastanti, (similmente e ancor più gravemente applicate dal governo socialista greco sottomesso ai diktat delle banche tedesche, dell&#8217;UE e del FMI), non può che essere eminentemente politica e non puramente sindacale (senza nulla togliere al ruolo del sindacato in sé).</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia il successo indubitabile dello sciopero del 29 Settembre in Spagna va considerato di grande importanza nella misura in cui, pur se monopolizzato ambiguamente dai sindacati istituzionali, riporta alla luce la drammatica questione sociale che il paese, ma in realtà l&#8217;intera Europa (e naturalmente il resto del mondo in forme diverse), sta vivendo. La Spagna, in particolare, ha una disoccupazione pari al 20%, un&#8217;altissima percentuale di lavoro precario a tempo determinato e una dilagante disoccupazione giovanile di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">Una protesta sociale generalizzata, per quanto priva di una concezione politica di ampio respiro, ha comunque l&#8217;enorme pregio di smuovere una situazione di passività politica da parte di coloro che soffrono maggiormente le conseguenze dell&#8217;attuale capitalismo, rompendo la finzione di una pace sociale imposta.</p>
<p style="text-align: justify;">I potenziali sviluppi sociali e politici in Spagna dello sciopero del 29 settembre ovviamente dovranno essere valutati nei prossimi mesi.</p>
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		<title>La manovra governativa. I casi Fiat e ferrovia.</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 17:40:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/09/orsa.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1589" style="margin: 5px;" title="orsa" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/09/orsa-273x300.jpg" alt="" width="273" height="300" /></a>Proponiamo un interessante articolo, tratto dal sito  www.pennabiro.it, che espone con chiarezza le vicende politiche e sindacali relative alle ferrovie dello Stato italiane. Vicende che vengono inquadrate all&#8217;interno del contesto di progressiva erosione dei diritti del lavoro,  attacco ai residui di impresa pubblica nazionale e all&#8217;universalità e gratuità dei servizi pubblici e deindustrializzazione forzata del paese. Come l&#8217;articolo mette correttamente in evidenza, eventi eclatanti ad alto impatto sociale e simbolico come l&#8217;accordo capestro della Fiat nello stabilimento di Pomigliano, lungi dal rappresentare casi isolati sono parte integrante di una coerente strategia politica di depotenziamento sostanziale del diritto del lavoro, distruzione <em>de facto </em>del contratto nazionale di categoria e atomizzazione della contrattazione. Una volta ancora si palesa la necessità di disporre di una visione politica che sappia cogliere quegli aspetti strutturali del sistema economico che forzatamente depotenziano a priori l&#8217;efficacia di un&#8217;azione sindacale forte.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">
<h2 style="text-align: center;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/09/orsa.pdf">Leggi l&#8217;articolo qui</a></h2>
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