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	<title>Comunismo e Comunità &#187; economia capitalistica</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Privatizzazioni – Parte I: l’eterno ritorno di una ricetta disastrosa</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Nov 2013 14:16:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[economia capitalistica]]></category>
		<category><![CDATA[Liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato Tratto dal blog &#8220;coniare rivolta&#8220; Negli ultimi giorni, dopo un paio di mesi di apparente silenzio sul tema, si è tornati a parlare di privatizzazioni. Il Ministro dell’Economia, alla fine della scorsa settimana, ha dichiarato che entro dicembre verrà annunciato un piano di dismissione del patrimonio pubblico immobiliare e di parte delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Lorenzo Dorato</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong></strong>Tratto dal blog &#8220;<a href="http://coniarerivolta.wordpress.com/2013/10/28/privatizzazioni-parte-i-leterno-ritorno-di-una-ricetta-disastrosa/" target="_blank"><strong>coniare rivolta</strong></a>&#8220;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/privatizzazioni-cover.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3969" title="privatizzazioni-cover" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/privatizzazioni-cover-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Negli ultimi giorni, dopo un paio di mesi di apparente silenzio sul tema, si è tornati a parlare di privatizzazioni. Il Ministro dell’Economia, alla fine della scorsa settimana, ha dichiarato che entro dicembre verrà annunciato un piano di dismissione del patrimonio pubblico immobiliare e di parte delle partecipazioni azionarie (integrali e non) detenute in alcune imprese (Eni, Enel, Finmeccanica, Rai, Ferrovie, Poste ed altre aziende minori).</p>
<p>Il tono utilizzato nel dibattito corrente è lo stesso di venti anni fa, epoca in cui ebbe inizio la stagione delle gigantesche dismissioni di patrimonio pubblico messa in atto dapprima dai governi tecnici del tempo e poi dalle coalizioni di centro-sinistra e centro-destra che si sono alternate al governo dell’Italia.</p>
<p>Ciò che stupisce oggi, è proprio la persistenza del medesimo, identico tono usato in quel periodo nel dibattito corrente su un tema così rilevante come quello delle privatizzazioni. Come se venti anni di dismissioni non fossero meritevoli di qualche riflessione sul perché siano state realizzate, chi ne abbia beneficiato e quali siano stati i risultati economici di tali politiche.</p>
<p>Con lo stesso “spirito liberista” entusiastico dei “ruggenti” anni ’90, quando privatizzare era diventata una parola d’ordine di gran moda, si ripropongono oggi le stesse identiche argomentazioni di allora: 1- occorre privatizzare per fare cassa e abbattere il debito pubblico; 2- occorre privatizzare perché la proprietà pubblica è per definizione inefficiente ed elefantiaca; 3- occorre privatizzare perché così poi è possibile liberalizzare e senza concorrenza non può esserci efficienza.</p>
<p><strong>La teoria economica dominante ci impone tre narrazioni</strong> mai dimostrate che renderebbero la privatizzazione di un’impresa pubblica una ricetta scontata.</p>
<p>La prima narrazione ci racconta che la presenza di un elevato (elevato rispetto a quale parametro non è dato saperlo) debito pubblico è di per sé un problema, che va risolto con la sua riduzione. Pertanto, le privatizzazioni concorrerebbero a fare cassa per ridurre il livello di indebitamento dello Stato. Il Ministro dell’Economia lo ha dichiarato espressamente affermando che: “i proventi delle privatizzazioni non saranno utilizzati per fare spesa, ma per ridurre il debito”. Ebbene non vi è alcuna ragione teorica né tanto meno evidenza empirica che suggerisca l’idea che un particolare livello di debito pubblico possa essere definito astrattamente insostenibile (tema che avremo modo di approfondire prossimamente); pertanto ogni argomentazione sulla necessità di fare cassa utilizzando i metodi più efficaci e veloci (tra cui, oltre alle manovre recessive di taglio della spesa ed aumento della tassazione, figurano in primo piano anche le privatizzazioni) cade automaticamente assieme al suo presupposto.</p>
<p>La seconda narrazione ci racconta che l’impresa pubblica è per definizione inefficiente, poiché senza massimizzazione del profitto come obiettivo preminente mancherebbero gli incentivi per assumere comportamenti efficiente. Questa argomentazione è estremamente debole sul piano teorico poiché non tiene conto dei numerosissimi incentivi che potenzialmente possono agire ed agiscono sul comportamento umano oltre alla massimizzazione del profitto; ed è debolissima sul piano empirico poiché non esiste alcuna verifica effettiva che abbia storicamente dimostrato l’inferiorità (sul piano dell’efficienza, intesa come minimizzazione dei costi a parità di prodotto) di un’impresa pubblica rispetto a una privata. Inoltre la suddetta argomentazione spesso non tiene conto dei fini propri dell’impresa pubblica, considerando come voci di costo elementi che fanno riferimento invece a finalità sociali specifiche che l’impresa persegue (come ad esempio la garanzia di qualità su determinati prodotti) o a norme sociali rispondenti ad equilibri distributivi di certo non catalogabili come costi impropri (come la presenza di vincoli normativi più rigidi sul mercato del lavoro).</p>
<p>La terza narrazione ci dice che senza concorrenza non può esservi efficienza. Qui, si trascurano completamente, in primo luogo, i numerosi vantaggi (verificati peraltro dalla stessa teoria egemone) che il monopolio ha in numerosi contesti frequentissimi nel mercato reale (economie di scala) e in termini di efficienza dinamica (cioè a dire capacità innovativa e di sviluppo di lungo periodo). Inoltre, si attribuisce meccanicamente al solo stimolo competitivo l’esclusività degli incentivi, dimenticando, anche in questo caso, la vastissima gamma di incentivi possibili di carattere non competitivo che hanno sorretto la florida attività produttiva di monopoli pubblici nel corso della storia dello stesso capitalismo (valgano da esempi, su tutti, in Italia, le eccellenti prestazioni economiche delle imprese pubbliche attive nel settore energetico, Eni ed Enel nei decenni del dopoguerra fino agli anni ’80).</p>
<p>Eppure, malgrado le tre narrazioni che “impacchettano” la ricetta delle privatizzazioni presentino evidenti contraddizioni e palesi forzature, <strong>si continua a voler presentare tali politiche come panacea di tutti i mali</strong> senza tener conto non soltanto delle numerose obiezioni teoriche, ma soprattutto delle esperienze storiche concretamente verificabili. La stagione delle privatizzazioni, in Italia, così come in tutti i paesi dove sono state attuate nell’ultimo trentennio, ha prodotto un fallimento economico-sociale di immense proporzioni e dalle disastrose conseguenze sul piano distributivo, sul piano dell’accessibilità universale ai servizi pubblici e sul piano della sovranità industriale del paese ai fini delle scelte strategiche di politica economica.</p>
<p>Decine e decine di imprese pubbliche sono state vendute (o meglio svendute visti i prezzi particolarmente favorevoli accordati agli acquirenti) a capitalisti privati in fuga dalla manifattura (sempre meno redditizia a causa della crescente concorrenza internazionale) e in cerca di facilissimi profitti garantiti (a rischio zero) in settori spesso di prima necessità o comunque di larghissimo consumo (dove è bassissima l’elasticità della domanda al prezzo e il prodotto è quasi sempre non sostituibile): è il caso dell’energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti, dei servizi creditizi (banche) e finanziari (assicurazioni), ma anche di pezzi importanti di industria pesante (acciaio, alluminio, meccanica) e alimentare (catene distributive).</p>
<p>Il risultato è stato il seguente: laddove le imprese pubbliche realizzavano profitti riutilizzabili a fini sociali, si è avuta una drastica perdita di gettito rappresentato da quelli che erano utili reinvestibili in Stato sociale o in piani di sviluppo industriale del Paese. Imprese sane e profittevoli come l’Eni e l’Enel o diverse banche pubbliche sono state in tutto o in parte privatizzate causando la <strong>perdita di risorse che venivano dirottate a fini sociali</strong>. In cambio, il denaro ottenuto dalla loro vendita è stato utilizzato per tentare inutilmente di ridurre il debito pubblico (che nel frattempo, ironia della sorte, è continuato comunque ad aumentare per tutti gli anni ’90); laddove, invece, le imprese pubbliche producevano servizi universali sotto costo o con la sola copertura del costo (senza profitto) si è avuta una progressiva mercificazione del servizio prodotto a scapito delle fasce di popolazione economicamente più deboli ed a vantaggio dei profitti dei nuovi proprietari dei servizi pubblici privatizzati.</p>
<p>Infine, in tutti i casi, è stata pesantemente <strong>erosa la capacità di controllo da parte dello Stato sui settori strategici del sistema produttivo</strong>, rinunciando così ad una leva fondamentale per la stabilizzazione del livello della domanda e per l’orientamento delle scelte produttive in chiave di sviluppo industriale e sociale.</p>
<p>Il tutto senza avere mediamente come contropartita alcun aumento verificabile dell’efficienza interna alle imprese, evidenza ammessa dagli stessi fautori del processo di privatizzazione dell’economia pubblica su larga scala (come testimonia il rapporto di Andrea Goldstein sulle privatizzazioni italiane del 2003).</p>
<p>Nonostante questo <strong>quadro desolante</strong>, la ricetta magica viene oggi riproposta con le stesse argomentazioni insostenibili di un tempo. Del resto, nel lasso di tempo intercorso da allora, l’egemonia della teoria economica dominante e di posizioni politiche sempre più orientate alla pura e semplice difesa dell’interesse di un’esigua minoranza di popolazione ricca – e conseguentemente sempre più ostili alla presenza di elementi di economia pubblica all’interno del capitalismo – è andata via via crescendo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo attuale, in continuità con le scelte dei precedenti governi, segua il fulgido cammino della privatizzazione come soluzione privilegiata dei mali dell’economia.</p>
<p>Peraltro, nel contesto dell’attuale profonda crisi economica del capitalismo occidentale trainata e alimentata dalle politiche di austerità di matrice europea, nuove privatizzazioni, oltre a causare i danni già prodotti dal lungo ciclo attuato dal 1992 al 2003, non farebbero altro che aggravare la crisi impattando negativamente sulla domanda pubblica e, indirettamente, sui consumi delle famiglie a seguito dei prevedibili aumenti del livello di prezzi e tariffe.</p>
<p>A fronte di questo, occorre una strategia seria di difesa delle imprese pubbliche e della produzione pubblica. Una strategia che rivendichi il ruolo e rilanci le vere finalità proprie delle imprese che ad oggi permangono in alcuni casi solo formalmente pubbliche, e contestualmente rilanci l’idea di una progressiva rinazionalizzazione di ciò che è stato privatizzato per gli interessi di pochi a danno della stragrande maggioranza della popolazione.</p>
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		<title>Il ritorno del rimosso</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 16:24:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Roman</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo e Comunità]]></category>
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		<description><![CDATA[Ospitiamo con piacere questo articolo inviatoci da Franco Romanò. Per chi non lo conoscesse, Romanò è condirettore della rivista di narrativa, critica letteraria e cultura &#8220;Il cavallo di Cavalcanti&#8221;. Ha pubblicato &#8220;Le radici immaginarie&#8221; per l’editore Campanotto (1995) e un libro di racconti dal titolo &#8220;Figure&#8221;, per Il gatto dell&#8217;ulivo (1996). È presente nella terza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ospitiamo con piacere questo articolo inviatoci da Franco Romanò. Per chi non lo conoscesse, Romanò è condirettore della rivista di narrativa, critica letteraria  e cultura &#8220;Il cavallo di Cavalcanti&#8221;. Ha pubblicato &#8220;Le radici immaginarie&#8221; per  l’editore Campanotto (1995) e un libro di racconti dal titolo &#8220;Figure&#8221;, per Il  gatto dell&#8217;ulivo (1996). È presente nella terza e quarta edizione dell&#8217;Annuario  di Poesia Crocetti 2000 e 2002, a cura di Guido Oldani. Nel 2003 ha pubblicato  il romanzo &#8220;Lenti a distacco&#8221; per le edizioni Excogita, segnalato nell&#8217;edizione  2004 del Premio Sulle tracce di Ada Negri. Nel 2005 ha pubblicato il romanzo  &#8220;Sguardo di transito&#8221; con la casa editrice Azimut di Roma. Suoi saggi sono  presenti nella rivista &#8220;Costruzioni psicanalitiche&#8221;, nel libro collettivo &#8220;Forme  attuali del totalitarismo&#8221;, Bollati Boringhieri e &#8220;Pinocchio in volo, fra  immagini e letterature&#8221;, Bruno Mondadori editore. Suoi testi poetici sono stati  su riviste italiane e straniere: di prossima pubblicazione il poemetto &#8220;Il  ritorno&#8221;, sulla rivista Smerilliana. E&#8217; anche membro della &#8220;Società di psicoanalisi critica&#8221; e ha tenuto  recentemente seminari su &#8220;Il denaro e l&#8217;ideologia del denaro&#8221; per la Libera  Università Popolare, organizzati dal Punto Rosso di Milano.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La Redazione</em></p>
<p>di Franco Romanò</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/01/borsa_crollo.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2072" style="margin: 5px;" title="00002675" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/01/borsa_crollo-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a>La crisi che sconvolge da mesi i mercati finanziari e l’intera economia capitalistica impone che si parta proprio da ciò che è presente e attuale: non tanto perché quanto accade sia sorprendente per chi non ha mai abbandonato la filosofia della prassi come mezzo imprescindibile di analisi della società contemporanea, ma perché è proprio la filosofia della prassi stessa a imporre un approccio realistico e concreto anche alla teoria: è sempre dalla concretezza di ciò che avviene nell’attualità che occorre partire per poi naturalmente andare a scandagliare lo sfondo e la profondità cui tale superficie rimanda.<br />
Quella cui stiamo assistendo non è una semplice crisi ciclica, ma una nuova crisi strutturale, che chiude una fase storica ventennale, successiva alla fine dell’Unione Sovietica, definita con il termine di neoliberismo, associato spesso a un’altra parola chiave di questi anni e cioè globalizzazione.<br />
Questi due termini sono stati usati largamente anche nella pubblicistica di sinistra. Entrambi sono da sottoporre a una critica serrata, anche se il termine globalizzazione una sua valenza la conserva, come si vedrà nel prosieguo di questa proposta di analisi.<br />
In prima istanza, tuttavia, penso sia utile soffermarsi su alcune questioni elementari, che la propaganda degli apologeti del capitalismo cerca di occultare in ogni modo, rispolverando vecchi ronzini di battaglia. Il più famoso di questi ronzini è la distinzione fra economia cosiddetta produttiva sana e finanza malata, cattiva e dedita alla speculazione. Che la crisi strutturale abbia le sue manifestazione  più spettacolari (e quindi a particolarmente adatte alla non cultura dell’apparenza che ci appesta), sempre o quasi nel dominio finanziario è vero, ma che abbia in quello la propria origine profonda è un altro discorso; ancor meno è vero affermare che l’economia cosiddetta produttiva sarebbe sana e l’altra malata come se non vi fosse alcuna rapporto fra le due. Anche questa crisi si è manifestata nell’economia reale e da lì sarà bene partire per considerare successivamente la relativa autonomia della sfera finanziaria dall’insieme dell’economia capitalistica, il ruolo che le tecniche d’ingegneria finanziaria hanno nel posticipare nel tempo le crisi, ma non di evitarle; anzi, rendendole persino più acute una volta che scoppiano.</p>
<p style="text-align: justify;">
Continua qui: <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/01/La-crisi-attuale.pdf">Il ritorno del rimosso</a></p>
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