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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Eni</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Privatizzazioni – l’eterno ritorno di una ricetta disastrosa</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Nov 2013 18:04:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<category><![CDATA[Eni]]></category>
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		<description><![CDATA[    Negli ultimi giorni, dopo un paio di mesi di apparente silenzio sul tema, si è tornati a parlare di privatizzazioni. Il Ministro dell’Economia, alla fine della scorsa settimana, ha dichiarato che entro dicembre verrà annunciato un piano di dismissione del patrimonio pubblico immobiliare e di parte delle partecipazioni azionarie (integrali e non) detenute in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<header class="entry-header">
<p class="entry-title" style="text-align: center;">  <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/privatizzazioni1.jpg"><img class="size-full wp-image-3989" title="privatizzazioni" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/privatizzazioni1.jpg" alt="" width="450" height="299" /></a></p>
<p class="entry-title" style="text-align: left;"> Negli ultimi giorni, dopo un paio di mesi di apparente silenzio sul tema, si è tornati a parlare di privatizzazioni. Il Ministro dell’Economia, alla fine della scorsa settimana, ha dichiarato che entro dicembre verrà annunciato un piano di dismissione del patrimonio pubblico immobiliare e di parte delle partecipazioni azionarie (integrali e non) detenute in alcune imprese (Eni, Enel, Finmeccanica, Rai, Ferrovie, Poste ed altre aziende minori).</p>
</header>
<p style="text-align: justify;">Il tono utilizzato nel dibattito corrente è lo stesso di venti anni fa, epoca in cui ebbe inizio la stagione delle gigantesche dismissioni di patrimonio pubblico messa in atto dapprima dai governi tecnici del tempo e poi dalle coalizioni di centro-sinistra e centro-destra che si sono alternate al governo dell’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che stupisce oggi, è proprio la persistenza del medesimo, identico tono usato in quel periodo nel dibattito corrente su un tema così rilevante come quello delle privatizzazioni. Come se venti anni di dismissioni non fossero meritevoli di qualche riflessione sul perché siano state realizzate, chi ne abbia beneficiato e quali siano stati i risultati economici di tali politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Con lo stesso “spirito liberista” entusiastico dei “ruggenti” anni ’90, quando privatizzare era diventata una parola d’ordine di gran moda, si ripropongono oggi le stesse identiche argomentazioni di allora: 1- occorre privatizzare per fare cassa e abbattere il debito pubblico; 2- occorre privatizzare perché la proprietà pubblica è per definizione inefficiente ed elefantiaca; 3- occorre privatizzare perché così poi è possibile liberalizzare e senza concorrenza non può esserci efficienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La teoria economica dominante ci impone tre narrazioni</strong> mai dimostrate che renderebbero la privatizzazione di un’impresa pubblica una ricetta scontata.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima narrazione ci racconta che la presenza di un elevato (elevato rispetto a quale parametro non è dato saperlo) debito pubblico è di per sé un problema, che va risolto con la sua riduzione. Pertanto, le privatizzazioni concorrerebbero a fare cassa per ridurre il livello di indebitamento dello Stato. Il Ministro dell’Economia lo ha dichiarato espressamente affermando che: “i proventi delle privatizzazioni non saranno utilizzati per fare spesa, ma per ridurre il debito”. Ebbene non vi è alcuna ragione teorica né tanto meno evidenza empirica che suggerisca l’idea che un particolare livello di debito pubblico possa essere definito astrattamente insostenibile (tema che avremo modo di approfondire prossimamente); pertanto ogni argomentazione sulla necessità di fare cassa utilizzando i metodi più efficaci e veloci (tra cui, oltre alle manovre recessive di taglio della spesa ed aumento della tassazione, figurano in primo piano anche le privatizzazioni) cade automaticamente assieme al suo presupposto.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda narrazione ci racconta che l’impresa pubblica è per definizione inefficiente, poiché senza massimizzazione del profitto come obiettivo preminente mancherebbero gli incentivi per assumere comportamenti efficiente. Questa argomentazione è estremamente debole sul piano teorico poiché non tiene conto dei numerosissimi incentivi che potenzialmente possono agire ed agiscono sul comportamento umano oltre alla massimizzazione del profitto; ed è debolissima sul piano empirico poiché non esiste alcuna verifica effettiva che abbia storicamente dimostrato l’inferiorità (sul piano dell’efficienza, intesa come minimizzazione dei costi a parità di prodotto) di un’impresa pubblica rispetto a una privata. Inoltre la suddetta argomentazione spesso non tiene conto dei fini propri dell’impresa pubblica, considerando come voci di costo elementi che fanno riferimento invece a finalità sociali specifiche che l’impresa persegue (come ad esempio la garanzia di qualità su determinati prodotti) o a norme sociali rispondenti ad equilibri distributivi di certo non catalogabili come costi impropri (come la presenza di vincoli normativi più rigidi sul mercato del lavoro).</p>
<p style="text-align: justify;">La terza narrazione ci dice che senza concorrenza non può esservi efficienza. Qui, si trascurano completamente, in primo luogo, i numerosi vantaggi (verificati peraltro dalla stessa teoria egemone) che il monopolio ha in numerosi contesti frequentissimi nel mercato reale (economie di scala) e in termini di efficienza dinamica (cioè a dire capacità innovativa e di sviluppo di lungo periodo). Inoltre, si attribuisce meccanicamente al solo stimolo competitivo l’esclusività degli incentivi, dimenticando, anche in questo caso, la vastissima gamma di incentivi possibili di carattere non competitivo che hanno sorretto la florida attività produttiva di monopoli pubblici nel corso della storia dello stesso capitalismo (valgano da esempi, su tutti, in Italia, le eccellenti prestazioni economiche delle imprese pubbliche attive nel settore energetico, Eni ed Enel nei decenni del dopoguerra fino agli anni ’80).</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, malgrado le tre narrazioni che “impacchettano” la ricetta delle privatizzazioni presentino evidenti contraddizioni e palesi forzature, <strong>si continua a voler presentare tali politiche come panacea di tutti i mali</strong> senza tener conto non soltanto delle numerose obiezioni teoriche, ma soprattutto delle esperienze storiche concretamente verificabili. La stagione delle privatizzazioni, in Italia, così come in tutti i paesi dove sono state attuate nell’ultimo trentennio, ha prodotto un fallimento economico-sociale di immense proporzioni e dalle disastrose conseguenze sul piano distributivo, sul piano dell’accessibilità universale ai servizi pubblici e sul piano della sovranità industriale del paese ai fini delle scelte strategiche di politica economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Decine e decine di imprese pubbliche sono state vendute (o meglio svendute visti i prezzi particolarmente favorevoli accordati agli acquirenti) a capitalisti privati in fuga dalla manifattura (sempre meno redditizia a causa della crescente concorrenza internazionale) e in cerca di facilissimi profitti garantiti (a rischio zero) in settori spesso di prima necessità o comunque di larghissimo consumo (dove è bassissima l’elasticità della domanda al prezzo e il prodotto è quasi sempre non sostituibile): è il caso dell’energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti, dei servizi creditizi (banche) e finanziari (assicurazioni), ma anche di pezzi importanti di industria pesante (acciaio, alluminio, meccanica) e alimentare (catene distributive).</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato è stato il seguente: laddove le imprese pubbliche realizzavano profitti riutilizzabili a fini sociali, si è avuta una drastica perdita di gettito rappresentato da quelli che erano utili reinvestibili in Stato sociale o in piani di sviluppo industriale del Paese. Imprese sane e profittevoli come l’Eni e l’Enel o diverse banche pubbliche sono state in tutto o in parte privatizzate causando la <strong>perdita di risorse che venivano dirottate a fini sociali</strong>. In cambio, il denaro ottenuto dalla loro vendita è stato utilizzato per tentare inutilmente di ridurre il debito pubblico (che nel frattempo, ironia della sorte, è continuato comunque ad aumentare per tutti gli anni ’90); laddove, invece, le imprese pubbliche producevano servizi universali sotto costo o con la sola copertura del costo (senza profitto) si è avuta una progressiva mercificazione del servizio prodotto a scapito delle fasce di popolazione economicamente più deboli ed a vantaggio dei profitti dei nuovi proprietari dei servizi pubblici privatizzati.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, in tutti i casi, è stata pesantemente <strong>erosa la capacità di controllo da parte dello Stato sui settori strategici del sistema produttivo</strong>, rinunciando così ad una leva fondamentale per la stabilizzazione del livello della domanda e per l’orientamento delle scelte produttive in chiave di sviluppo industriale e sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto senza avere mediamente come contropartita alcun aumento verificabile dell’efficienza interna alle imprese, evidenza ammessa dagli stessi fautori del processo di privatizzazione dell’economia pubblica su larga scala (come testimonia il rapporto di Andrea Goldstein sulle privatizzazioni italiane del 2003).</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante questo <strong>quadro desolante</strong>, la ricetta magica viene oggi riproposta con le stesse argomentazioni insostenibili di un tempo. Del resto, nel lasso di tempo intercorso da allora, l’egemonia della teoria economica dominante e di posizioni politiche sempre più orientate alla pura e semplice difesa dell’interesse di un’esigua minoranza di popolazione ricca – e conseguentemente sempre più ostili alla presenza di elementi di economia pubblica all’interno del capitalismo – è andata via via crescendo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo attuale, in continuità con le scelte dei precedenti governi, segua il fulgido cammino della privatizzazione come soluzione privilegiata dei mali dell’economia.</p>
<p style="text-align: justify;">Peraltro, nel contesto dell’attuale profonda crisi economica del capitalismo occidentale trainata e alimentata dalle politiche di austerità di matrice europea, nuove privatizzazioni, oltre a causare i danni già prodotti dal lungo ciclo attuato dal 1992 al 2003, non farebbero altro che aggravare la crisi impattando negativamente sulla domanda pubblica e, indirettamente, sui consumi delle famiglie a seguito dei prevedibili aumenti del livello di prezzi e tariffe.</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte di questo, occorre una strategia seria di difesa delle imprese pubbliche e della produzione pubblica. Una strategia che rivendichi il ruolo e rilanci le vere finalità proprie delle imprese che ad oggi permangono in alcuni casi solo formalmente pubbliche, e contestualmente rilanci l’idea di una progressiva rinazionalizzazione di ciò che è stato privatizzato per gli interessi di pochi a danno della stragrande maggioranza della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">tratto dal Blog:  <a href="http://coniarerivolta.wordpress.com/" target="_blank">http://coniarerivolta.wordpress.com/</a></p>
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		<title>Controshock globale</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jun 2013 08:15:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
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		<description><![CDATA[di Eugenio Orso Premessa Partiamo da una semplice considerazione: i problemi principali dell’Italia in rapido declino non sono endogeni, ma squisitamente esogeni, nel senso che non sono nati all’interno di un organismo che tende progressivamente a degenerare, ma trovano la loro origine fuori dall’organismo stesso. I locali pubblicisti mediatici, politici e accademici del neoliberismo, dell’eurofollia e della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="date" style="text-align: right;">di <strong>Eugenio Orso</strong></p>
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<h3 style="text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">Premessa</span></em></strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: EN-US; mso-bidi-language: AR-SA;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/06/shock-economy.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3683" title="shock economy" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/06/shock-economy-300x225.jpg" alt="shock economy" width="300" height="225" /></a>Partiamo da una semplice considerazione: i problemi principali dell’Italia in rapido declino non sono endogeni, ma squisitamente esogeni, nel senso che non sono nati all’interno di un organismo che tende progressivamente a degenerare, ma trovano la loro origine fuori dall’organismo stesso.</span> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">I locali pubblicisti mediatici, politici e accademici del neoliberismo, dell’eurofollia e della globalizzazione economico-finanziaria fanno credere esattamente il contrario, nelle loro funzioni di camerieri e “valvassini” delle élite eurofinanziarie che ci dominano. Insistono quotidianamente sulla questione del debito pubblico, delle dimensioni e dell’inefficienza della spesa pubblica, accusano lo stato di essere pletorico e di avere troppi dipendenti, sparano indiscriminatamente sullo stato sociale, sull’industria nazionale scarsamente competitiva, sui lavoratori del settore privato (molto spesso sottopagati, disoccupati o inoccupati) a causa del loro costo, sulla scarsa propensione alla ricerca e all’innovazione, che altro non sono se non truffaldini slogan neocapitalistici. Vi è poi l’enfatizzazione estrema del “costo della politica”, che diventa la sorgente di tutti i mali nazionali – anche per le forze che dovrebbero essere alternative come m5s – scambiando la causa con l’effetto, al solo scopo di nascondere i veri motivi del degrado economico e sociale italiano, che devono essere cercati altrove per poterli contrastare adeguatamente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">Quelli che seguono i penosi e pilotatissimi talk show televisivi, frequentati dalle comparse politiche, giornalistiche e accademiche del sistema, dovrebbero aver compreso che di euro, di proprietà della moneta e delle banche, di trattati sopranazionali capestro imposti ai popoli e alle nazioni si parla il meno possibile. Al contrario, si privilegiano questioni come le “auto blu” assegnate ai vip, le diarie dei parlamentari, i ristoranti in cui pranzano, gli “sprechi” individuabili in una spesa pubblica sempre fuori controllo, la scarsa propensione all’innovazione e alla competitività globale delle imprese italiane, i “vecchi egoisti”, lavoratori a tempo indeterminato, che sottraggono futuro e risorse ai giovani, le pensioni d’oro concesse ai privilegiati e chi più ne ha più ne metta. Ipocrisia, disinformazione e sviamento sembrano non avere limiti, e tutti gli apparati del sistema, a partire da quello politico e da quello ideologico-mediatico e accademico, danno il loro contributo in tal senso. L’obiettivo dei camerieri e dei “valvassini” del grande capitale finanziario, signore incontrastato dell’eurozona, è occultare sapientemente le vere ragioni del disastro italiano.</span></p>
<h3 class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">Eurozona, neoliberismo e globalizzazione</span></em></strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">Prescindiamo dall’ovvia considerazione che fino a vent’anni fa, o poco più, l’Italia era una solida potenza manifatturiera, con pil elevato, paghe decenti nell’industria e disoccupazione relativamente bassa, pur con tutti i suoi difetti, a partire dall’agone politico corrotto e corruttibile. Prescindiamo anche dalla corruzione espressa dal “sistema dei partiti” e dalla conseguente sottrazione di risorse al settore produttivo e alle infrastrutture, che da moltissimi anni caratterizzano l’Italia. Prescindiamo pure dalla fuga dei cervelli all’estero, che fra poco rischierà di assumere le proporzioni di un esodo di massa. Ma non possiamo prescindere, nella ricerca delle vere cause del degrado italiano, dalla perdita totale di sovranità politica e monetaria, dal fatto che l’Italia, come nazione, come modello capitalistico, come sistema produttivo e organizzazione sociale, è stata imprigionata nell’eurozona, assoggetta al privatissimo euro e ingabbiata con i trattati. Per questo, in breve, lo stato italiano ha subito un processo di svuotamento in termini decisionali politico-strategici. Lo stato italiano e i governi nostrani sono diventati sempre di più dei burattini nelle mani dei signori dell’eurozona, proprietari privati della moneta unica, e posti sotto il costante tiro dei mercati finanziari, espressione di una nuova “voluntas dei” che non può essere messa politicamente in discussione. Inoltre, nel passaggio dal capitalismo del secondo millennio a questo nuovo modo storico di produzione, da me definito nuovo capitalismo finanziarizzato, si è provveduto a distruggere progressivamente il vecchio modello capitalistico italiano, d’economia mista pubblica e privata nel compromesso fra stato e mercato, e con lui il tessuto sociale che nei decenni del dopoguerra ha caratterizzato la società italiana. Anche da noi hanno fatto capolino i problemi che caratterizzano la “società aperta di mercato” – in verità, aperta soltanto al mercato e ai grandi capitali finanziari – e la multietnicità imposta da un capitalismo che diffonde la povertà e alimenta come non mai le migrazioni di massa. E’ chiaro che i burattini politici delle oligarchie eurofinanziarie non hanno alcun potere decisionale effettivo, perché devono soltanto applicare, nei tempi e nei modi previsti, programmi politici decisi altrove, e quindi i politici italiani, dopo l’ambigua stagione di mani pulite e tangentopoli, si sono sempre di più dedicati ai loro affaracci privati, al patrimonio di famiglia, ai sollazzi e ai ludi, a soddisfare le esigenze dei loro familiari e dei loro piccoli clan. L’accordo con i padroni euroglobali è che possono continuare a delinquere, a farsi corrompere, a sottrarre risorse al sociale, ma rigando dritto, applicando cioè senza discutere i programmi politici neoliberisti. Se fino a tangentopoli/ mani pulite c’erano ancora tracce di ideali nei partiti, e in molti casi “si rubava per il partito”, con la politica che guidava le danze e l’industria che pagava in nero i politici, dopo la situazione è notevolmente peggiorata, perché si continua a rubare a man salva, ma principalmente per se stessi, per i propri clan e i propri accoliti. Questo è un effetto concreto, un risultato tangibile (e non solo in Italia) dell’imposizione dell’unione europoide, dei suoi trattati, a partire da Maastricht nel 1992, nonché dell’istituzione della bce e dell’introduzione dell’euro. Lo scadimento della “classe politica” italiana è una causa del dominio europoide imposto al paese, sul versante monetario e su quello squisitamente politico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">Da quanto precede consegue che è la prigione dell’eurozona il principale problema che oggi l’Italia dovrebbe affrontare di petto, con urgenza e determinazione. Non a caso uno dei peggiori e più squallidi lacchè politici delle oligarchie eurofinanziarie, l’imbroglione piddino Pier Luigi Bersani, ha minacciato impoverimenti di massa da Sahel africano nel caso di uscita dell’Italia dalla moneta unica, timidamente ed elettoralisticamente prospettata da Silvio Berlusconi. Ciò non sorprende, se si considera l’infimo grado di servaggio raggiunto dal pd nei confronti dei signori dell’euro e dei mercati. Eppure anche le nuove opposizioni parlamentari su questo punto cruciale nicchiano, si comportano con strana ambiguità. Beppe Grillo, ad esempio, ha promesso un euro-referendum fra un anno, con la motivazione (o la scusa?) che è necessario prendere tempo per un’adeguata campagna d’informazione. A parte il fatto che si può accusare il suddetto di comportamento pilatesco, poiché è un’evidenza che la moneta privata e straniera, che i governi devono comprare svenandosi, è all’origine delle nostre attuali sciagure, un anno, di questi tempi, date le urgenze sociali e addirittura alimentari che funestano l’Italia, diventa lungo periodo e ben sappiamo, con Keynes, che nel lungo periodo saremo tutti morti.</span></p>
<h3 class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">Shock economy </span></em></strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">L’unica soluzione possibile, anche se non è comoda, priva di rischi e forse di lutti, è l’uscita dell’Italia, nei tempi più brevi possibili (altro che un intero anno per organizzare l’appuntamento referendario!), dall’euro e da tutte le strutture-lager dell’unione europoide, con la denuncia di tutti i trattati europidi, nessuno escluso, siglati fin dai tempi della comunità, a partire da quelli originari di Roma del 1957 e di Parigi del 1951. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">Non basterebbe l’uscita concordata dalla sola moneta unica, per poter almeno sperare di salvarci, perché dovrebbe avvenire alle condizioni forcaiole delle oligarchie euro-occidentali dominanti, sotto il tiro dei mercati, che potrebbero concentrare la loro potenza di fuoco non convenzionale, se non esclusivamente, principalmente sull’obiettivo-Italia. Seguendo la via, pacifica, concordata con i “partner europei” per l’uscita dal solo euro – ammesso che ciò sia veramente possibile – chi ne farebbe le spese sarebbe soprattutto il nostro paese, già martirizzato economicamente e socialmente. “Ammesso che ciò sia veramente possibile”, ho scritto nell’inciso, perché l’Italia, per il peso che ancora conserva, nell’economia europoide e in quella globale, non è paragonabile alla Spagna né, tantomeno, alla piccola Grecia o all’altrettanto piccolo Portogallo, la cui defezione sarebbe molto meno drammatica e non decisiva. In questa fase, per qualche anno ancora, non permetteranno che l’Italia esca dalla prigione dell’euro, se non altro perché il saccheggio delle risorse nazionali, a beneficio del grande capitale finanziario globalista e, in subordine, della germania, deve essere ancora completato. C’è ancora qualcosa da sottrarre al paese, in termini di grandi industrie sopravvissute (Finmeccanica, Eni, Enel, Fincantieri) e di risparmi e patrimoni degli italiani. Ecco che nel caso di una richiesta italiana in tal senso – al momento neppure pensabile – cercheranno di destabilizzare la penisola come hanno contribuito a fare a suo tempo in Libia, e come stanno facendo oggi nella Siria che resiste, con l’infiltrazione di abbondanti quantitativi di armi e migliaia di “attivisti”, cioè di mercenari senza scrupoli al loro servizio. Il paese sprofonderebbe nel caos, nella violenza e in una guerra civile indotta, e a quel punto, per ricondurlo all’ordine, potrebbero far intervenire la nato, occupandolo per un lungo periodo. Dagli assassini euroglobalisti e neoliberali, privi di etica e di senso del limite, possiamo aspettarci questo e altro. In tale ipotesi – per ora fortunatamente soltanto teorica – ci sarebbe, naturalmente, il fattivo e decisivo concorso della potenza militare statunitense (altro che soft power obamiano!). L’Italia è un tassello ancora troppo importante, per la stabilità e la riproducibilità neocapitalistica in questa parte del mondo, e una sua improvvisa “defezione”, onde sottrarsi al saccheggio di risorse e salvare il salvabile, rischierebbe addirittura di destabilizzare gli assetti di potere globali, fino in cina e oltre.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">La dominazione neocapitalistica procede generando continui shock economici, per imporre politiche che vanno contro gli interessi vitali dei popoli. Dimostrazioni di shock and awe che ci riguardano direttamente sono l’innalzamento improvviso dello spread e l’abbassamento del rating, con attacchi virulenti dei mercati contro il paese-obiettivo, il ricatto del debito pubblico con obbligo tassativo di rientro al di sotto di basse percentuali del rapporto deficit/ pil, pena l’apertura punitiva di “procedure d’infrazione”, la minaccia di difficoltà insormontabili nel piazzare emissioni di titoli del debito pubblico, per finanziare l’indispensabile spesa dello stato. Lo shock che consente di far passare le politiche neoliberiste è provocato ad arte con lo scopo di dominare gli stati e le popolazioni, imponendo le politiche gradite alla classe globale dominante. Tutto ciò è stato ben descritto da Naomi Klein nella sua celebre opera The Shock Doctrine (Shock economy), anzitutto in rapporto alla diffusione delle idee liberiste di Milton Friedman nel mondo (e in particolare nel Cile di Pinochet, trasformato dai “Chicago boys” friedmaniani in una cavia da laboratorio). I successi ottenuti dal nemico di classe e di civiltà, creando eventi scioccanti o approfittando di situazioni critiche, sono molti ed evidenti e altrettanto evidente è la brutalità dei metodi impiegati, concretatisi, secondo la Klein, in guerre, torture, instabilità economica, peste inflattiva. Basti pensare a ciò che è successo, in Europa, alla Grecia in una manciata d’anni (un quinquennio), con la disoccupazione, la fame e la disperazione che oggi dilagano, mentre la vita media della popolazione rischia di ridursi. E’ chiaro che un simile nemico deve essere combattuto con determinazione e coraggio, assumendosi grandi rischi per destabilizzare il suo sistema di potere. E qui mi allaccio alla necessità e all’urgenza che ha l’Italia di uscire dall’euro e dall’unione europoide, per sperare di salvarsi. Come chiarito in precedenza, è un’ingenuità pensare che possa esistere, per un paese del peso e dell’importanza che conserva ancora l’Italia nell’economia europea e mondiale, una via d’uscita pacifica, concordata, dalla trappola mortale della moneta unica e dei trattati eurounionisti. Sarebbe necessario, piuttosto, un violento controshock globale che investa anzitutto i mercati finanziari (e quelli dei cambi), facendoli impazzire. Un controshock avvertito da Manhattan a Pechino, passando per Londra, Bruxelles e Francoforte.</span></p>
<h3 class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 10pt; text-align: justify;"><strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"><em style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">Controshock</span></em></strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">Controshock potrebbe diventare la parola &#8220;magica&#8221; che prelude la liberazione definitiva. Nel regno della pura ipotesi, che non trova alcuna conferma nella nostra realtà, possiamo immaginare un governo italiano ribelle, determinato a salvare il futuro del paese e della sua popolazione, a qualsiasi costo, capace di concepire e applicare un programma politico alternativo a quello imposto dai poteri esterni e forte di un vastissimo appoggio popolare (l’esatto contrario dell’attuale esecutivo Letta, per capirci). Questo governo ideale preparerebbe velocemente, e senza troppa pubblicità, il ritorno alla lira, o comunque l’adozione di una valuta nazionale di proprietà del paese e poi agirebbe in fretta, sorprendendo il nemico. Dovrebbe lanciare, in sintesi, un controshock che sorprenda i mercati e consenta di anticiparne la reazione nei confronti dell’Italia ribelle, che esce dall’euro, da tutte le istituzioni europidi e, in generale, dalle alleanze occidentali come la nato sbattendo la porta alle sue spalle.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">L’esecutivo in carica, che ha verificato preventivamente un ampio consenso popolare (anche senza il rito elettorale liberaldemocratico), annuncerebbe come un fulmine a ciel sereno l’uscita dalla moneta unica e dalla prigione unionista, denunciando (come si è già scritto) tutti i trattati ed espellendo dalla costituzione il mortale pareggio di bilancio. Oltre a presentare la nuova valuta nazionale, che potrebbe chiamarsi lira o avere altro nome, provvederebbe a nazionalizzare con un “colpo di mano” l’intero sistema bancario a partire da bankitalia (che ora è privata e diminuita nelle sue competenze), per averlo saldamente in mani pubbliche. Ciò costituirebbe un passo essenziale per ripristinare la sovranità monetaria e quella politica, ma non il solo passo da compiere. In previsione dei contrasti internazionali che nascerebbero e delle rivalità che l’evento scatenerebbe, dovrebbe richiamare l’ambasciatore italiano a Berlino per consultazioni, dando un preciso segnale alla germania, nel senso della rottura della sudditanza italiana che oggi è fin troppo evidente. In futuro, potrebbe diventare necessario chiudere l’ambasciata italiana in germania (e negli staterelli satellite, come il ricco lussemburgo), affidando a un paese amico la rappresentanza degli interessi nazionali. L’ipotetico governo ribelle dovrebbe annunciare il congelamento della partecipazione italiana alla nato, comunicandolo formalmente con grande risonanza mediatica, assieme all’intenzione di ritirare in tempi brevi tutte le truppe italiane impegnate nelle missioni all’estero. E’ ovvio che il passo successivo, compiuto in tal senso, non potrà che essere l’uscita definitiva del paese dall’alleanza militare globalista-occidentale e la chiusura delle basi militari americane-nato in Italia, riguadagnando la sovranità su tutto il territorio nazionale. Infine, convocherebbe d’urgenza gli ambasciatori del Venezuela, dell’Argentina, della Federazione Russa e (provocatoriamente) dell’Iran, per importanti e amichevoli consultazioni, proponendo a questi paesi una stretta collaborazione su vari piani, compreso quello militare, attraverso trattati internazionali (per la prima volta dal dopoguerra non imposti) da stipulare con i nuovi alleati. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt;">In tal modo, si assesterebbe un colpo di maglio improvviso ai mercati mondiali, oltre che all’eurozona, che potrebbero impazzire, non riuscendo a concentrare il fuoco di rappresaglia su un&#8217;Italia isolata e circondata da un “cordone sanitario”, ma distribuendolo anche su paesi nostri nemici e concorrenti, asserviti ai globalisti occidentali e orientali. Paesi chiave per la stabilità dell’”ordine globale” come la germania, gli usa e la cina, che subirebbero finalmente notevoli danni. Il controshock consentirebbe, in altri termini, di danneggiare i capisaldi nemici e di minacciare seriamente i meccanismi riproduttivi neocapitalistici. Da un punto di vista geopolitico, l’effetto rilevante sarebbe la destabilizzazione dell’ordine mondiale che ci opprime, a partire dal lager-eurozona in cui siamo imprigionati, mettendo in discussione il sistema di alleanze vigente. Per incrementare l’”effetto scioccante” si potrebbe dichiarare la solidarietà del governo e del popolo italiano nei confronti del popolo siriano e del regime di Assad, assediati dai mercenari occidentali, sionisti e salafiti, promettendo appoggio politico e aiuti alla Siria e al legittimo governo di quel paese, non esclusi gli aiuti militari.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 115%; font-family: 'Palatino Linotype','serif'; font-size: 13pt; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-fareast-theme-font: minor-latin; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-theme-font: minor-bidi; mso-ansi-language: IT; mso-fareast-language: EN-US; mso-bidi-language: AR-SA;">Mi rendo perfettamente conto che quanto ho scritto appartiene per intero al libro dei (bei) sogni, se consideriamo la realtà politica dell’Italia di oggi. Ma è altrettanto chiaro che per combattere un nemico così feroce, annidato in tutti i centri di potere che ci tengono in pugno, disposto a provocare eventi scioccanti per imporre le sue politiche e i suoi interessi, inconciliabili con i nostri, l’unica via è quella di combatterlo con le sue stesse armi, opponendogli una determinazione e un’intensità di fuoco almeno pari alle sue. Ecco che allora allo shock economy neocapitalistico (ed eurounionista) si può contrapporre un forte e decisivo controshock globale, ma per farlo è necessaria la guida di un governo ribelle, animato da idealità e sorretto dal consenso popolare, che ha ben chiari gli obiettivi da raggiungere: uscire dall’eurozona e da tutte le alleanze occidentali, ripristinare la piena sovranità e impedire che le controffensive nemiche possano avere successo, anticipandole.</span></p>
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		<title>L’Italia in guerra contro la Libia, 100 anni dopo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2011 00:22:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Pagliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[compagnie petrolifere]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Odissea all'Alba]]></category>
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		<description><![CDATA[di Piero Pagliani – (pubblicato anche su Megachip). 1. È forse il caso di discutere qualche punto sulla situazione che ruota attorno alla crisi libica. Partiamo dal dato acquisito che l’operazione “Odissea all’Alba” non è un intervento umanitario, come ancora ripete il capo delle nostre forze armate, cioè il presidente Napolitano, refrain in cui gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Piero Pagliani – (pubblicato anche su <a href="http://http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/5855-litalia-in-guerra-contro-la-libia-100-anni-dopo.html" target="_blank">Megachip</a></em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/cartina.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2280" style="margin: 5px;" title="cartina" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/cartina.jpg" alt="" width="409" height="720" /></a>1. È forse il caso di discutere qualche punto sulla situazione che ruota attorno alla crisi libica.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dal dato acquisito che l’operazione “Odissea all’Alba” non è  un intervento umanitario, come ancora ripete il capo delle nostre forze  armate, cioè il presidente Napolitano, <em>refrain</em> in cui gli ex  comunisti sembrano addirittura più specializzati della destra (come  questo intervento sia stato discusso in Consiglio di Sicurezza &#8211; e  quindi il suo grado di legittimità &#8211; lo spiega bene Giulietto Chiesa <a href="http://www.youtube.com/watch?v=AbImAPGJh_s">all’inizio dell’intervista di Lilli Gruber</a> a  “Otto e Mezzo”).</p>
<p style="text-align: justify;">Se non è chiaro che invece proprio di guerra si tratta e per giunta  di guerra con caratteristiche mondiali perché è parte non di una crisi  locale ma di una crisi sistemica, se questo non è ancora chiaro si prega  di ripassare dal VIA senza ritirare le ventimila.  Altrimenti  proseguiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">2. Uno dei ruoli da chiarire è quello delle compagnie petrolifere.</p>
<p style="text-align: justify;">Come già ai tempi dell’Iraq, il petrolio c’entra, ovviamente, ma non in modo immediato. In gioco c’è innanzitutto il <em>controllo</em> politico e militare delle fonti energetiche e solo dopo il loro  sfruttamento diretto, che a sua volta può essere funzionale tanto al  rialzo del prezzo del greggio tanto alla sua diminuzione in dipendenza  della convenienza prima geostrategica, poi di mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il prezzo del petrolio è sempre stato intrecciato all’apertura e alla  gestione delle crisi mediorientali, come hanno dimostrato in modo  impressionante Shimshon Bichler e Jonathan Nitzan nel loro libro <a href="http://bnarchives.yorku.ca/8/">“<em>The Global Political Economy of Israel</em>”</a> (Pluto Press, Londra, 2002). Come proseguimento di quanto detto da  questi autori, incredibilmente del tutto ignorati in Italia, mi sento di  affermare che con il conclamarsi della crisi sistemica questo “gioco” è  stato avocato a sé dagli strateghi USA, sottraendolo in parte alle  grandi compagnie petrolifere e in subordine alle industrie degli  armamenti (la “<em>Weapondollar</em>-<em>Petrodollar</em> <em>Coalition</em>” descritta da Bichler e Nitzan).</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda in specifico la Libia, è un fatto che le  compagnie petrolifere francesi e inglesi (Total e BP) non vedano l&#8217;ora  di prendere il posto di ENI nel cuore di un governo libico amico e  compradore. Ma il loro desiderio è comunque subordinato ai piani USA, mi  sembra ovvio. E i piani USA sono globali: non potrebbe essere  altrimenti perché i governanti statunitensi, democratici o repubblicani  che siano, hanno il compito di frenare e se possibile ribaltare la <em>decadenza del loro “stato nazione continente” come centro imperiale mondiale</em>,  come Giulietto Chiesa ha cercato di spiegare nell’ultima parte  dell’intervista citata, ai suoi interlocutori. E le politiche globali  statunitensi hanno certamente a che vedere con le fonti energetiche, ma  solo indirettamente con lo sfruttamento dei pozzi.</p>
<p style="text-align: justify;">3. In secondo luogo, la necessità “economica” delle continue guerre esiste veramente.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio che ogni guerra fa felici i costruttori di armi. Ma, ancora  una volta, la loro felicità è subordinata a strategie di potenza più  generali. Inoltre c’è una più alta necessità “economica”, quella di  equilibrare il deficit pubblico americano col surplus mondiale che viene  convertito in bond del Tesoro USA. Per dirla in estrema sintesi, il  deficit pubblico statunitense dal 1971 ha sostituito il dollaro  convertibile in oro come standard monetario internazionale e quindi tale  deficit (in cui storicamente le spese militari hanno un enorme peso)  deve esistere ed essere coerente con la sua “acquistabilità” da parte  dei Paesi in surplus. Ma tale acquistabilità a sua volta dipende dalla  credibilità della potenza USA. Le guerre servono anche ad alimentare  questo pernicioso sistema ed è ovvio che allora il sistema stesso può  sembrare funzionale alle industrie degli armamenti. E lo è, ma in  seconda battuta. In una situazione di crisi sistemica conclamata le  guerre devono essere fatte con chiari obiettivi geostrategici, non  possono più essere le guerre a Grenada, a Panama o ai <em>narcos</em> colombiani.</p>
<p style="text-align: justify;">4. Infine, vorrei far notare che se si guarda la vicenda dal di fuori  &#8211; momento indispensabile di ogni analisi &#8211; la posizione del governo  italiano appare incredibile. Così incredibile da rendere credibili le  ciniche obiezioni della Lega: avremo immigrati e non avremo più  petrolio. Obiezioni alle quali ieri al TG un irresponsabile Gasparri è  riuscito a rispondere: «<em>La Lega si deve rassicurare: è chiaro che in  questa vicenda non ci sarà chi si prende tutto il petrolio e chi si  prende tutti gli immigrat</em>i».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma come? Non era una guerra umanitaria? E qui si dice: ti lascio un pozzo se ti prendi sul gobbo quattro barconi di immigrati?</p>
<p style="text-align: justify;">Dato che il 30% del nostro petrolio e il 10% del nostro gas viene dalla Libia e dato che l’ENI, come ci informa <em>Il Sole 24 Ore</em>,  «è il primo operatore internazionale di idrocarburi con una produzione  giornaliera tra liquidi e gassosi &#8230; di 522 mila  barili/olio/equivalenti (Boe)&#8230;», l’atteggiamento italiano sembra un  rebus. Ma in realtà scioglie molti rebus.</p>
<p style="text-align: justify;">Come <a href="http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/5851-la-fine-della-sovranita-italiana.html">ha sottolineato Pino Cabras</a>,  si inizia ad esempio a capire il movimento di andirivieni dal PDL al  FLI e ritorno. Ma si capisce anche come mai Giuliano Ferrara, fiduciario  degli USA, sia ritornato improvvisamente alla corte di re Travicello  Berlusconi, così improvvisamente che lo stesso Ferrara diceva sornione  di non saperne il motivo. Ed ecco, forse, perché Paolo Guzzanti un mese  prima degli inizi dei bombardamenti sulla Libia avesse deciso «<em>di  aderire come indipendente liberale ad Iniziativa responsabile, un gruppo  eterogeneo che fornisce sostegno sufficiente al governo per evitare  elezioni anticipate</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, bisognava sostenere il governo Berlusconi, ma controllandolo a vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui si vede tutta la debolezza del Cavaliere, la scelleratezza di uno  pseudo-politico che non ha mai capito la differenza tra i suoi  interessi personali e quelli della nazione, ingarbugliandoli e  privandoli così di un piano complessivo, finendo per esporli agli  attacchi fino al punto di convincerci (ovviamente col ricatto) che  dovevamo tagliarci gli attributi da soli.</p>
<p style="text-align: justify;">E se è vero che sono interessi capitalistici, è pur vero che il loro  controllo da parte di poteri al di fuori della nazione non li fa sparire  dalla scena bensì rende <em>molto</em> più difficile ogni percorso di  cambiamento, innanzitutto proprio da parte delle classi subalterne (la  vicenda Marchionne dovrebbe averlo insegnato).</p>
<p style="text-align: justify;">Allora ci si chiederà: ma era proprio indispensabile convincerci?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta è “Sì”. Innanzitutto ricordiamoci che la nostra penisola è  la più grande portaerei nel Mediterraneo. In secondo luogo che fosse  indispensabile convincerci lo si è visto con l&#8217;astensione della  Germania. Immaginatevi cosa succedeva se Germania e Italia (che rimane  pur sempre la settima potenza mondiale) facevano fronte comune: la  Francia doveva starsene buona e così gli altri Paesi dell’euro. Gli USA  sarebbero rimasti soli con il Regno Unito come al solito e con buona  probabilità a quel punto l&#8217;astensione di Russia e Cina si sarebbe  tramutata in veto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è andata così, e quindi è solo uno scenario ipotetico. Ma credo plausibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non convincerci significava dunque rischiare di aprire un quadro totalmente inedito di disubbidienza agli ordini imperiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è andata così. E ora siamo in guerra: “<em>E&#8217; scattato stasera il primo raid degli aerei da guerra italiani</em>” (Reuters, 20 marzo 2011, 23:29).</p>
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		<title>In morte del conflitto capitale/lavoro</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 15:32:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Moracchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
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		<description><![CDATA[di Stefano Moracchi La componente principale dei dominanti è costituita dagli imprenditori “moderni”. Con la fine del ruolo propulsivo e salvifico della “classe operaia” e, soprattutto, dell’implosione del modello sovietico, una parte del discorso marxista si è spostato ad analizzare la possibilità che certa imprenditoria “nazionale” (o facente gli interessi nazionali) potesse giocare un ruolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Stefano Moracchi</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/08/workingclass.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1524" style="margin: 5px; border: 5px solid black;" title="workingclass" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/08/workingclass-251x300.jpg" alt="" width="251" height="300" /></a>La componente principale dei dominanti è costituita dagli imprenditori “moderni”. Con la fine del ruolo propulsivo e salvifico della “classe operaia” e, soprattutto, dell’implosione del modello sovietico, una parte del discorso marxista si è spostato ad analizzare la possibilità che certa imprenditoria “nazionale” (o facente gli interessi nazionali) potesse giocare un ruolo salvifico sostituendosi a certe analisi tardo-marxiste oramai impraticabili e inutili.<br />
Analizziamo questi aspetti.<br />
Vedere nel ruolo delle imprese, come l’Eni (ad esempio), l’agente storico capace di infondere una spinta antimperialista e, di conseguenza, la nascita di una futura formazione sociale adeguata a riprendere in mano lo scettro del cambiamento all’esistente, ha più di un punto di debolezza.<br />
Secondo questa tesi, il padronato industriale nazionale nella sua affannosa ricerca di ricchezza, dovrebbe costituire la vera e propria forza motrice di sviluppo e contrasto agli interessi filo-Usa.<br />
Questo tipo di analisi rappresenta, per certi versi, una semplice proiezione sulla realtà di una ritrovata affermazione del vecchio schema marxista, sostituendo al proletariato l’impresa nazionale e al sottoproletariato l’industria decotta o la finanza filo-Usa. L’inesattezza è talmente evidente, che la sua continua ripetizione si spiega solo mediante il fatto, che le analisi in essa fondate, costituiscono forme di indottrinamento, e non uno sforzo comprensivo della realtà.<br />
Per chi si trova a vivere il perenne conflitto tra lavoro e non lavoro, o tra sotto-lavori, queste imprese non sono altro che una nuova forma di sfruttamento, e nella loro opera di rapina verso paesi terzi non garantiti, sono promotori di saccheggio e, cioè, nuove forme di sfruttamento coloniale.<br />
Queste imprese sono niente altro che creatori e alleati della formazione imperialista industriale, e nel futuro, nel momento che si dovessero creare le condizioni, la nuova classe dominante all’interno del sistema economico.<br />
Non c’è stato finora, da parte di queste imprese, nessuna prospettiva di cambiamento nell’esercitare le loro funzioni di dominanti in grado di creare le condizioni per una formazione sociale in sostituzione dell’esistente. Questo per il semplice motivo che tale imprese, come l’Eni, sono cresciute al fianco e non al di sopra dell’oligarchia politica e del padronato parassitario.<br />
Secondo, e più importante, perché si è sviluppata in alleanza e non in contrapposizione allo sfruttamento imperialista. Terzo, perché non è mai arrivata al punto di mettere in discussione l’egemonia politica dei vecchi ceti, accontentandosi di partecipare al sistema in qualità di socio minore con interessi specifici da difendere.<br />
Riporre speranze in queste imprese senza avere in mente la formazione sociale che dovrà prenderne in mano le redini, non è semplicemente utopistico, ma è profondamente errato nell’analisi storica.<br />
Queste imprese hanno sempre svolto operazioni di sfruttamento e le abbiamo trovate in alleanze con gli agenti del capitale straniero come gli Usa. La parentesi di Mattei, lodevole per certe rotture e per certe alleanze scomode agli interessi americani, non ci deve far scordare il ruolo reazionario che ebbe nei riguardi del movimento operaio. Non solo manifestò sempre preoccupazione nei confronti di queste agitazioni, ma solidarietà con il vecchio regime.<br />
Questo atteggiamento era naturale perché molti di quei dirigenti erano emanazione dell’oligarchia messa in piedi dal patto atlantico.<br />
Il carattere nazionale di queste imprese, inoltre, non deve farci dimenticare il ruolo internazionale che svolgono e che raramente coincide con l’interesse nazionale, e quando ciò avviene i benefici per i lavoratori sono pari a zero.<br />
Quando sorgono divergenze tra interessi nazionali e posizioni scomode con gli americani, queste si risolvono in accordi tra alleati, sotto la vigilanza del padronato bancario e del patriziato politico.<br />
Il conflitto, quando c’è, è sempre all’interno del sistema e non potrebbe essere altrimenti.<br />
Quello che auspica chi ripone speranze in questo ruolo salvifico delle imprese come l’Eni, deve pensare prima alla formazione sociale in grado di affermarsi per svolgere questo ruolo e non, al contrario, che dal ruolo di queste imprese possa nascere la formazione sociale. Altrimenti si ricade nella vecchia logica marxiana dell’impossibilità del formarsi del lavoratore collettivo cooperativo associato in alleanza con il general intellect. Se questa impossibilità è stata verificata non si vede perché dovrebbe invece essere possibile quest’altra fantasia.<br />
Rimane, in chi scrive, l’importanza nel mantenere vive e vegete queste aziende, e nel difenderle dal tentativo meschino e miope, di chi le vorrebbe smembrare, senza tuttavia fornirle nessun ruolo in assenza di un soggetto del cambiamento.</p>
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		<title>L&#8217;ipocrita pubblicità etnica dell&#8217;Eni</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 13:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Stella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Antimperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Delta del Niger]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Stella]]></category>
		<category><![CDATA[Josè Maria Sison]]></category>
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		<description><![CDATA[di Federico Stella Di recente abbiamo visto in tv e sul web una pubblicità dalle sfumature etniche e umanitarie con una manina nera intenta a fare disegnini e ghirigori sulla sabbia con uno sfondo musicale allegrotto. Stiamo ovviamente parlando dello spot di quei noti filantropi dell’Eni. La memoria corta e il disinteresse dell’opinione pubblica per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify" lang="it-IT">di Federico Stella</p>
<p style="text-align: justify" lang="it-IT"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/02/mend1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-410" style="border: 1px solid black;margin: 5px" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/02/mend1.jpg" alt="mend1" width="312" height="236" /></a>Di recente abbiamo visto in tv e sul web una pubblicità dalle sfumature etniche e umanitarie con una manina nera intenta a fare disegnini e ghirigori sulla sabbia con uno sfondo musicale allegrotto. Stiamo ovviamente parlando dello spot di quei noti filantropi dell’Eni.</p>
<p style="text-align: justify" lang="it-IT">La memoria corta e il disinteresse dell’opinione pubblica per certi avvenimenti contribuisce ovviamente a rafforzare la nuova immagine filantropica che l’Eni cerca di darsi con il suo attuale rilancio.  Ciò non vuol dire però che tutti  si siano dimenticati delle devastazioni operate e tutt’ora in atto dalle compagnie petrolifere nel Delta del Niger e dei martiri caduti per la difesa del proprio popolo e della propria terra. Josè Maria Sison, attuale portavoce della Lega Internazionale di Lotta dei Popoli e presidente fondatore del Partito Comunista delle Filippine, in un recente scritto ha ricordato la tragica morte dei “Nove Ogoni”, tra cui il poeta Ken Saro-Wiwa, impiccati nel 1995 perché colpevoli di non piegarsi ai crimini commessi ai danni delle popolazioni locali dalla Shell e da altre compagnie. Di tutto ciò l’Eni non se ne può cero lavare le mani perché, come ha anche denunciato Amnesty International, ha anch’essa grosse responsabilità del saccheggio imperialista perpetrato da decenni ai danni delle popolazioni del Delta del Niger ridotte a uno stato di povertà riprovevole e lasciate in balia della corruzione dei governi locali.</p>
<p style="text-align: justify" lang="it-IT">Fatti questi più che noti a chi ha una sensibilità politica e umana che lo renda partecipe dei misfatti imperialisti e neocolonialisti che vanno avanti in Africa da decenni ai danni della popolazione, ma che tornano ora alla ribalta di fronte a certe pietose campagne pubblicitarie. Come non ci si può sentire indignati davanti a tanta ipocrisia, dopo aver visto uno spot che fa passare il saccheggio imperialista per filantropia, di fronte a chi, come se nulla fosse, tace dei morti, della povertà e della devastazione ambientale.</p>
<p style="text-align: justify" lang="it-IT">Vediamo però alcuni dati per capire concretamente i fatti. Sempre Sison ci ricorda che dal 1960 al 2000 la Nigeria, dai livelli elevati cui si trovava, ha diminuito della metà la produzione di cacao e di circa un terzo quella di gomma. L’estrazione del petrolio e l’accaparramento delle terre da parte degli stranieri, oltre a produrre una mostruosa corruzione locale, ha creato una quantità incredibile di povertà e di sfollati, rendendosi responsabile della distruzione delle comunità locali. La Shell in primis è stata responsabile di 2900 sversamenti inquinanti, tra cui gas tossici che hanno causato malattie, malformazioni e distruzioni ambientali. Oltre 1,5 milioni di tonnellate sono state riversate nell’ambiente. Circa la metà del petrolio è esportato negli Stati Uniti e la Shell da quando ha iniziato la produzione ha guadagnato oltre 700 milioni di dollari e di questo guadagno ne beneficia solo l’1% della popolazione locale. Il Delta del Niger è infatti una zona abitata da una popolazione poverissima con una delle più basse aspettative di vita, uno dei più alti tassi di mortalità infantile e, con i suoi oltre 30 milioni di abitanti, è una delle regioni più densamente abitate al mondo. L’accesso all’acqua potabile non è sufficiente e, inutile dirlo, il tasso di corruzione è tra i più elevati al mondo.</p>
<p style="text-align: justify" lang="it-IT">L’Eni è responsabile anch’essa di questo dramma e  l’Italia ha assicurato a inizio 2009, offrendo subito due navi militari, l’ aiuto anche militare per contrastare la lotta dei ribelli del Delta del Niger (tra cui si è distinto come principale gruppo politico-militare il MEND- Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger) e  per salvaguardare, quindi, gli interessi economici Eni nella zona.</p>
<p style="text-align: justify" lang="it-IT">Riportiamo anche noi l’appello lanciato da Sison: “Facciamo appello al popolo del Delta del Niger a portare avanti la causa alta e nobile per cui Ken Saro-Wiwa e i “Nove Ogoni” sono stati martirizzati. Sollecitiamo i popoli del Delta del Niger e la totalità dell’Africa ad intensificare ulteriormente la loro lotta  per la liberazione nazionale e sociale contro potenze imperialiste guidate dagli Stati Uniti e dalle locali classi reazionarie”.</p>
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