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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Ernst Niekisch</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Ernst Niekisch</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Feb 2025 14:54:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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		<description><![CDATA[E a proposito di Politico, importante è lo «stato d’allerta» con cui Niekisch ci pone di fronte a concetti come libertà, universalità, pacificazione. «Essere occidentali – scrive su «Widerstand» nel 1926 – vuol dire: servirsi della parola libertà per ingannare, far professione di umanità per compiere delitti, rovinare il popolo con l’appello alla riconciliazione». Un [...]]]></description>
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<h1 data-hook="post-title"><img src="https://i.ebayimg.com/images/g/YVcAAeSw3b1nv2gY/s-l500.webp" alt="Hitler - ein deutsches Verhängnis [German] by Niekisch, Ernst - Foto 1 di 2" /></h1>
<h1 data-hook="post-title"><em><strong><span style="font-size: 13px;">E a proposito di Politico, importante è lo «stato d’allerta» con cui Niekisch ci pone di fronte a concetti come libertà, universalità, pacificazione. «Essere occidentali – scrive su «Widerstand» nel 1926 – vuol dire: servirsi della parola libertà per ingannare, far professione di umanità per compiere delitti, rovinare il popolo con l’appello alla riconciliazione». Un secolo di distanza ci separa da questo monito attuale/inattuale, da rimeditare in un tempo a cui solo in parte apparteniamo.</span></strong></em></h1>
<p>&nbsp;</p>
<h1 data-hook="post-title">Ernst Niekisch</h1>
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<div><strong>FRANCO MILANESI</strong></div>
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<p id="viewer-eef5o" dir="auto">Non sono molti i militanti comunisti ad aver percorso – sempre in bilico tra antagonismo, galera ed esilio – tutti i regimi che hanno segnato il «grande e terribile» Novecento: lo sperimentalismo democratico della Repubblica di Weimar, il fascio-nazismo hitleriano, il comunismo del controllo nella Ddr, il liberal capitalismo della repubblica Federale tedesca. Ernst Niekisch (Trebnitz 1889 – Berlino 1967) ha condotto la carica critica della sua intelligenza nell’azione contro i governi e i partiti al potere. Questa idea di politica come mobilitazione totale del soggetto lo ha portato a trascorrere alcuni mesi nelle carceri weimariane e un lungo e devastante periodo di detenzione durante il nazismo. In aperto dissenso con i vertici della Germania Est (che pure aveva scelto come residenza dopo il ’45) si trasferisce a Berlino Ovest dove vive gli ultimi anni in isolamento punitivo, vedendosi rifiutato, come comunista, ogni sussidio pensionistico.</p>
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<p id="viewer-4m9s9" dir="auto">Ma chi era Niekisch? Un oppositore per vocazione? Un avventuriero della politica perennemente dalla parte del torto e con vocazione minoritaria? Ernst Niekisch è stato un militante lucido e realista, che ha unito un armamentario teorico potente con una irriducibile avversione a ogni forma di pacificazione mediatrice.</p>
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<p id="viewer-3ugv1" dir="auto">Il nazionalbolscevismo – entro le cui coordinate possiamo ricondurre il suo pensiero – merita pertanto una ricognizione attenta per la funzione «stressante» che ha avuto nei confronti di tutte le appartenenze politiche, di ieri e di oggi, portandone in luce le sclerosi, le impasse pratico-teoriche, gli eccessi compromissori.</p>
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<p id="viewer-30k9a" dir="auto">Niekisch nasce da famiglia operaia il 23 maggio 1889 a Trebnitz, in Slesia (oggi Trzebnica, Polonia). La formazione intellettuale è vissuta come occasione di riscatto sociale. Studia la drammaturgia europea, la poesia tedesca, Nietzsche, Hegel, Weber e torna sempre a Machiavelli, riferimento teorico per tutta la vita (firmerà alcuni articoli con lo pseudonimo di Niccolò). La lettura di Marx lo avvicina al movimento socialista. Nel 1914, nei primi giorni di guerra, si arruola come volontario ma i problemi di vista portano alle dimissioni dal servizio attivo. Nell’ottobre del 1917 si iscrive alla Spd, e pubblica sul giornale di partito i suoi primi articoli. Dopo la proclamazione della Repubblica a Monaco di Baviera, il 7 dicembre 1918, Niekisch entra a far parte della Uspd e poco dopo viene proiettato sulla scena politica bavarese. Prima presidente del Consiglio degli operai e dei soldati di Augsburg, in seguito a Monaco di Baviera come presidente del Consiglio Centrale dei Consigli degli operai, contadini e soldati della Baviera. Nel maggio 1919, conclusasi drammaticamente l’esperienza della repubblica bavarese è arrestato e condannato a due anni e mezzo di reclusione. Scarcerato nel 1922 si trasferisce definitivamente a Berlino dove inizia l’elaborazione teorica nazionalbolscevica. Nel 1926 esce «Der Widerstand» (Resistenza), il mensile su cui elabora i cardini concettuali del suo pensiero politico. Il movimento nazional-rivoluzionario si dota di un settimanale al quale Niekisch dà il nome di «Entscheidung» (decisione). Nel 1932 pubblica il volume <em>Hitler, un destino tedesco</em> subito oggetto di una violenta critica da parte nazista. Nel 1932 compie un viaggio in Russia che rafforzerà l’<em>Ostorientierung</em>, l’«orientamento a Est», del suo pensiero. Rientrato in Germania tenta faticosamente di riallacciare le file della resistenza al nazismo e nel 1935 pubblica <em>La terza figura imperiale</em>, la sua opera più ambiziosa, dove delinea tre archetipi, l’«eterno romano», l’«ebreo eterno» e infine il «lavoratore»,<em> Ewiger Barbar</em>, l’eterno barbaro che dominerà attraverso la piena padronanza della razionalità tecnica un mondo segnato dall’oltrepassamento della forma borghese. Nel marzo del 1937 è arrestato dalla Gestapo, condannato all’ergastolo e alla confisca di tutti i beni. Viene liberato, quasi completamente cieco e paralizzato, dall’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Armata_Rossa" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink"><span style="text-decoration: underline;">Armata Rossa</span></a> il 27 aprile 1945. Rimedita il marxismo e partecipa attivamente all’attività politico-culturale della Repubblica Democratica. È professore incaricato di sociologia e nel 1949 viene nominato direttore dell’«Istituto di Ricerca sull’imperialismo»; nello stesso anno entra a far parte della <a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Volkskammer" rel="noopener" target="_blank" data-hook="WebLink"><em><span style="text-decoration: underline;">Volkskammer</span></em></a>, il Parlamento unicamerale della Repubblica democratica tedesca. Dopo varie espressioni di dissenso e di critica versi i dirigenti della Ddr, la repressione del 17 giugno 1953 dei moti operai a Berlino lo allontana definitivamente dal regime. Si trasferisce a Berlino Ovest e denuncia immediatamente il carattere «plutocratica» e borghese dell’intera politica nella Rft. La pensione gli viene negata in quanto, come cittadino e intellettuale di spicco della Ddr, aveva operato in «un regime fondato sulla violenza». Gli ultimi anni della sua esistenza sono prevalentemente occupati dalla stesura delle opere di memorialistica. Muore il 23 maggio 1967 nel giorno del suo settantottesimo compleanno. Su Niekisch cala il silenzio, fino ad alcune importanti opere biografiche e alla ripresa di interesse verso il nazionalbolscevismo, rilanciato nel caos geopolitico e ideologico del tardo Novecento come fonte – pur ricca di contraddizioni e polarità non facilmente risolvibili – di una possibile ispirazione.</p>
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<p id="viewer-4kvbd" dir="auto">Per la parte «nostra», il nazionalboscevismo suona perlopiù come un ircocervo, una contraddizione in termini. Al comunismo, dice l’ortodossia marxista, è consustanziale l’internazionalismo proletario e ogni torsione di tipo nazionale non può che approssimare le istanze comuniste al «fascismo di sinistra», confusa galassia che al netto dei proclami anticapitalistici e rivoluzionari ha regolarmente azzerato la sua carica antisistema quando il fascismo si è fatto regime, mettendo in riga i vacui strilli delle sue frange «ribelli».</p>
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<p id="viewer-84qfn" dir="auto">In questa cornice interpretativa Niekisch e il nazionalboscevismo dovrebbero essere ricondotti a fenomeni eccentrici e marginali nella realtà lavica della «guerra civile europea». Ma è proprio il terreno franoso della contemporaneità politica che impedisce di liquidare quell’esperienza, suggerendoci piuttosto un «doppio passo»: collocare storicamente, con rigore, il nazionalbolscevismo e da qui proiettare alcune sue istanze dentro il tempo presente. Non tanto per verificare nell’oggi la sua «tenuta», quanto perché la tonalità fortemente innovativa che fu all’origine della sua fragilità di fronte alle «case» ideologiche novecentesche (comunismo sovietico, riformismo socialista, fascismo, liberalismo) offre spunti di grande interesse proprio in misura della crisi di queste stesse appartenenze, aprendo «possibili politici» che vanno segnalati, trasfigurati e (in parte) riposizionati nella pratica della lotta di classe.</p>
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<p id="viewer-lol0" dir="auto">L’«esperimento profano» che si apre con l’ottobre del ’17 è il punto di partenza da cui muove la proposta nazionalbolscevica. Contro il solido blocco impostosi in Occidente (dominio del sistema di capitale, antropologia borghese, liberalismo politico) Niekisch indica una <em>Ostorientirung</em>: volgere lo sguardo ad Est e trarre esempio da quell’oriente russo che aveva da poco realizzato la prima rivoluzione proletaria. Egli osserva non tanto il processo di crisi dello zarismo e il potente tatticismo di Lenin, quanto il percorso di realizzazione e consolidamento dello Stato bolscevico, intendendo le istituzioni statuali come definitiva condensazione del potere di classe.</p>
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<p id="viewer-bfiq1" dir="auto">La sua analisi mescola tratti di forte originalità con concezioni essenzialistiche e assunti aprioristici, a partire da un’ipostatizzazione dei popoli, suddivisi e separati secondo presunti «tratti nazionali» che disegnano i contorni dei «tedeschi», dei «russi», dei «latini» come categorie spirituali coincidenti con il mosaico geopolitico europeo. La sfera del «Politico» non precede questa mappatura, non ne delinea i confini attraverso lo svolgersi di conflitti, guerre, conquiste e potere, ma ne discende, come forza di implementazione di tratti umani e sociali impressi <em>oltre</em> la stessa storia. Un assunto teorico dagli esiti alle volte risibili, che dovrebbe metterci in guardia dalle frequenti sospensioni –cui ancora oggi assistiamo – dell’acribia materialistica a favore di più rapide ed efficaci sintesi (gli «americani», i «cinesi»). Ma va anche rilevato che questa metafisica della storia innesca un meccanismo interpretativo efficace in cui economia, istituzioni, natura umana e politica si richiamano e si intrecciano con esiti di grande suggestione.</p>
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<div id="viewer-akgb1" dir="auto"> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/EstOvest.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-9071" title="estovest" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/EstOvest.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a></div>
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<p id="viewer-7g5vs" dir="auto">La Russia sovietica, per Niekisch, ha portato a una piena affermazione della soggettività proletaria, protagonista di un processo di rivoluzione sociale e nazionale saldamente guidato dall’élite bolscevica forgiatasi nella Grande Guerra. Lo «Stato totale» che si è realizzato oggettiva la specifica qualità spiritual-nazionale del popolo russo. Il collettivistico operaio, infatti, ingloba e trasfigura il comunitarismo solidale di contadini e militari, rilanciando la sobrietà di vita e il carattere «soldatesco» che ha percorso l’intera storia dei popoli slavi (ma anche tedeschi) incontaminati dai «beni» occidentali. In tal senso il ’17 russo non è il compimento delle rivoluzioni borghesi ma il capovolgimento dei loro stessi presupposti. La presunta linea di continuità tra i moti rivoluzionari apertisi con il 1789 è contraddetta dall’esito del giacobinismo francese che, intimamente percorso dall’Illuminismo borghese, esaurisce la propria carica sovvertitrice nell’individualismo e nel parlamentarismo. «La Russia – scrive Niekisch in «Wiederstand» – non è individualista, non è liberale. Essa colloca la politica al di sopra dell’economia. Essa non è parlamentare, democratica, “civilizzatrice”. Il bolscevismo è il rifiuto dell’umanismo e dei valori civilizzatori»,</p>
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<p id="viewer-clrau" dir="auto">è una potenza collettivistica e prometeica che ha saputo trasfigurare un paese immiserito dalla guerra e dalla subordinazione alle potenze straniere in una forza capace di competere, impadronendosi della tecnica industriale, con l’Occidente capitalistico. Il rapporto Lenin-Stalin si ingrana precisamente su questo punto. In vari saggi egli sottolinea (con le tonalità della gramsciana «rivoluzione contro il Capitale») come la volontà rivoluzionaria di Lenin abbia sovvertito le rigide leggi del determinismo marxista, trovando il suo compimento nel grandioso progetto staliniano. Niekisch si era recato in Russia nel 1932 per osservare da vicino la realizzazione del piano quinquennale. Ne era rimasto affascinato, sedotto da quella mescola di tecnica, direzione politica, collettività operaia coordinate in una gigantesca opera di trasformazione della natura e dell’ontologia sociale. I costi umani, la decapitazione delle dissidenze e l’annientamento dei contadini sono interamente sottaciuti mentre il «piccolo padre» è tratteggiato con toni agiografici. Così in una lettera del 1950: «la sua storia è la stessa storia dell’ascesa dell’URSS a potenza mondiale [ … ] è così stretto il legame tra Stalin e l’ascesa sovietica che essa appare immediatamente come l’opera di quest’uomo [ … ] Stalin non è un qualsiasi uomo di successo o di potere. In lui si rappresenta un’epoca della storia del mondo. Soffia attorno a lui, ancora vivente, il respiro della storia mondiale». Non possono non suscitare un brivido le parole che stigmatizzano l’impiccio rappresentato dalla resistenza contadina alla collettivizzazione. «L’esistenza del contadino russo è per antonomasia in contraddizione con l’esistenza dello Stato operaio. [ … ] poiché esso deve scegliere tra la propria sopravvivenza e quella del contadino, esso prende decisione contro la sopravvivenza del contadino. Il contadino è fuori posto nello Stato operaio: di conseguenza esso deve sparire (<em>verschwinden</em>). Il contadino deve diventare operaio». Ciò che emerge nella realtà sovietica è una nuova <em>Figur</em> di sintesi (così vogliamo dialetticamente intendere la «sparizione») operaia-soldato-contadina, ricalcata sul modello del militante politico plasmato nella lotta antiborghese: «Volontà di povertà» (<em>Wille zur Armut</em>), adesione a uno stile di vita semplice, al principio di autorità e a una dura esistenza di «disciplina e dovere». Questo è la nuova forma di vita di fronte a cui si erge l’occidente individualistico e mercificato.</p>
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<p id="viewer-577ln" dir="auto">L’esempio che si trae dalla rivoluzione vittoriosa va portato dentro la prassi militante ribadendo un assunto: le forze e le forme del dominio si possono combattere solo se si comprende l’articolazione sistemica di tre dimensioni: il sistema di produzione capitalistico, la <em>Gestalt</em> (forma) borghese come suo substrato antropologico e l’universalismo politico, normativo e valoriale del liberalismo. Economia, antropologia e politica formano un blocco egemonico compatto ma non inattaccabile purché esso venga decodificato con chiarezza e aggredito da tutti i lati. Come implicita critica all’economicismo imperante, la sua opera aggira le analisi economiche concentrandosi sul versante dell’antropologia e della geopolitica al fin di cogliere, sotto le macrodinamiche del mercato, la capillarizzazione del dominio nei recessi più profondi dell’umano.</p>
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<p id="viewer-chhng" dir="auto">L’azione politica di Niekisch durante la stagione weimariana si svolge di conseguenza all’insegna del tentativo di richiamare la sostanza «profonda» del popolo tedesco, contadina e operaia, alla lotta contro le élite politiche ed economiche. Il «basso» contro l’«alto», una soggettività antagonista non data a priori (come l’operaio della fabbrica) ma da costruire attraverso l’azione politica. Non siamo propriamente sul terreno del popolo come «significante vuoto» (Laclau) da riempire con la mobilitazione attorno a istanze contingenti, ma i nazionalbolscevichi hanno piena consapevolezza che il coinvolgimento dell’intero <em>Volk</em> nella lotta anticapitalistica comporta uno sforzo mobilitante e propagandistico da affinare di volta in volta.</p>
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<p id="viewer-32i07" dir="auto">Così, se i tratti nazionali appaiono «eternizzati», nel fuoco del conflitto di classe questi presunte invarianti si collocano un campo di battaglia storicamente determinato, dove ciò che vale è la politicizzazione della memoria di parte, capace di ritagliare dal passato parti, momenti, eventi proiettandoli nell’agone contingente.</p>
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<p id="viewer-7lv98" dir="auto">Coerente con la critica all’economicismo marxista e al determinismo, egli ribadisce il «primato del politico» in tutta la sua sgranatura, dalle avanguardie rivoluzionarie all’organizzazione, dall’ideologia al livello istituzionale e sbocca nell’elaborazione di una <em>teoria autoritaria</em> dello Stato differente sia dal totalitarismo che dalla democrazia liberale. Il tema è stato recentemente rimesso in circolazione dalla realtà delle «democrazie autoritarie» che pur ricalcano solo in parte, a un secolo di distanza, le teorizzazioni di Niekisch, ne condividono il campo di tensione tra partecipazione popolare e soggettivazione politica, tra dinamica sociale e direzione statuale.</p>
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<p id="viewer-1cu14" dir="auto">Inscindibile da questa enfatizzazione dello Stato operaio come approdo del potere proletario è la lettura del nazismo, rovesciamento brutale del rapporto tra classi subalterne e dominio. Niekisch ripercorre, in particolare nei testi del dopoguerra, la progressiva raccolta di diverse componenti sociali attorno al nazismo: il reducismo, i diversi strati della borghesia, il sottoproletariato e infine i contadini. Tutti stretti al grande demagogo che simboleggia «l’incarnazione dell’inganno perpetrato dai ceti superiori a spese di quelli inferiori». Nell’hitlerismo si smaschera e naufraga quindi l’intero «programma» della <em>grande </em>borghesia, il suo umanitarismo, il presunto cosmopolitismo. In esso si azzera e tace la <em>Kultur</em> che per breve tempo aveva rappresentato (si pensi a Thomas Mann) un punto di tenuta se non di contestazione degli aspetti nichilistici e irrazionali del nazismo.</p>
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<p id="viewer-ch8eq" dir="auto">Di fronte a questo disvelamento il nazionalbolscevismo fa di nuovo valere, con una delicata operazione di <em>détournement</em>, l’istanza nazionale. È certo questo l’aspetto politicamente più delicato per la sinistra antagonista poiché rimanda a una questione, quella nazionale, tanto cruciale quanto rimossa.</p>
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<p id="viewer-nlkh" dir="auto">È un esercizio inutile ricercare la percorribilità per la sinistra di classe di questa proposta politica. La parola «nazionalismo» appare interamente percorsa da una storia che non ci appartiene, quella che ha portato il proletariato mondiale in trincee opposte, a scaricarsi cannonate addosso invece di girare la bocca dei fucili verso ufficiali e gentiluomini. Ma non è questo il punto. Vogliamo intendere questi ritratti non come una carrellata di personaggi resi asettici da un eccesso di storicismo ma come un modo per trovarci di fronte a soggetti attivi nella misura in cui ci servono a osservare in modo inconsueto il «qui» e il «poi». Possiamo allora considerare Niekisch e i nazionalbolscevichi come interlocutori possibili proprio praticando quell’«uso pubblico della storia» che la sottrae alla naftalina accademica e la proietta nella confusione del presente, alle volte addensando le nebbie, altre indicando qualche ipotesi di uscita.</p>
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<p id="viewer-5lf4r" dir="auto">Percorrendo questa dorsale «inattuale» ritroviamo una serie di suggestioni che portano a rimeditare su alcune proposte scaturite, in quell’area, dal caos postbellico. Ci riferiamo a due ordini di questioni. Da una parte il nodo delle identità e delle appartenenze, troppo facilmente denotate come presupposti di ogni posizionamento di destra. Nella critica dell’universale astratto (l’«umano» come terreno di applicazione dell’economico) a favore di una serie di particolari concreti (patria, terra, classe), Niekisch offre la possibilità di una ulteriore attivazione in grado di sommare, in una nuova potenzialità rivoluzionaria, sia la rivendicazione di classe sia quella nazionale. Non è, del resto, un’idea originale: l’appello affinché il proletariato faccia valere contro il dispositivo capitalistico-borghese la sua <em>radice</em>nazional-popolare lo si trova nei movimenti soreliani e in tutte quelle concezioni che muovono dalla contrapposizione tra il <em>radicamento</em> materiale dell’uomo del popolo e lo <em>sradicamento</em> universalistico del borghese cosmopolita.</p>
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<p id="viewer-570in" dir="auto">È attivo nei conflitti antimperialistici, in cui la lotta contro l’aggressione e il controllo di potentati politici ed economici stranieri (supportati da quelli interni) è sostenuta da una narrazione in cui un popolo rivendica la sovranità nazionale, cioè la piena «presa politica» su un territorio i cui confini sono tanto politici quanto tracciati da alcuni tratti «culturali» (storicamente dati) antitetici all’uniformante spirito capitalistico. L’intera storia del Novecento è costellata di lotte antimperialiste (in Asia, Sud America, Africa) che hanno strategicamente intrecciato la difesa dell’identità di luogo con le istanze di classe. Ora, pur con quella torsione metafisica che abbiamo indicato, il nazionalbolscevismo altro non proponeva che la convergenza di due processi: la «proletarizzazione» dei valori nazionali e lo spostamento dello scontro di classe anche sul terreno di una rivendicata identità popolare, proletaria, con radici contadine e neopagane agita <em>versus</em> quella delle classi egemoni, uniformate nel nesso tra economica di mercato e liberalismo.</p>
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<p id="viewer-bbimt" dir="auto">Secondo motivo messo prepotentemente a tema dal nazionalbolscevismo è quello della sovranità come essenza del politico. Esiste un agire politico disgiunto dal potere? L’esercizio del monopolio della forza ha solo una declinazione istituzionale? Quale apertura esprime il vasto raggio del «Politico» oltre i margini statuali? La risposta di Niekisch è netta (per lui lo Stato contiene e risolve il problema della sovranità), ma ciò che affascina nel suo percorso è la precisione quasi ossessiva nel tracciare e nel non abbandonare mai i temi che si raccolgono nel segno del Politico e dunque la capacità di mantenere aperture verso ulteriori soluzioni.</p>
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<p id="viewer-26fbm" dir="auto">E a proposito di Politico, importante è lo «stato d’allerta» con cui Niekisch ci pone di fronte a concetti come libertà, universalità, pacificazione. «Essere occidentali – scrive su «Widerstand» nel 1926 – vuol dire: servirsi della parola libertà per ingannare, far professione di umanità per compiere delitti, rovinare il popolo con l’appello alla riconciliazione». Un secolo di distanza ci separa da questo monito attuale/inattuale, da rimeditare in un tempo a cui solo in parte apparteniamo.</p>
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<p id="viewer-8211o" dir="auto">Infine. Un ulteriore motivo di interesse e di fascinazione si raccoglie interamente nel «punto» della biografia di Niekisch. Un soggetto <em>totus politicus</em> che opera, pensa, agisce, rischia, soffre, lotta e combatte lungo l’intero corso di una vita. Che sollecita, interroga, smuove uomini e cose, il tempo presente e il passato. Tutto per un’alterità allo scorrere placido, uniforme e uniformante del «mondo in atto». Una pratica di militanza estrema che osserviamo e che guardiamo con rispetto, oltre ogni ragion giudicante.</p>
<p dir="auto"><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/ernst-niekisch">Ernst Niekisch</a></p>
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		<title>NIEKISCH, LA QUESTIONE TEDESCA E L’EURASIA</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2022 16:49:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; NIEKISCH, LA QUESTIONE TEDESCA E L’EURASIA Daniele Perra 28 Novembre 2018 Il testo seguente si pone come ideale prosecuzione ed approfondimento di un altro articolo, pubblicato sul sito informatico di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” il 30 maggio 2018, dal titolo “Ernst Niekisch e la geopolitica”. In questo contesto si cercherà di evidenziare come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/03/th.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-7814" title="th" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/03/th.jpg" alt="" width="207" height="155" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NIEKISCH, LA QUESTIONE TEDESCA E L’EURASIA</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/"><strong>Daniele Perra</strong></a></p>
<p>28 Novembre 2018</p>
<p><em>Il testo seguente si pone come ideale prosecuzione ed approfondimento di un altro articolo, pubblicato sul sito informatico di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” il 30 maggio 2018, dal titolo “Ernst Niekisch e la geopolitica”. In questo contesto si cercherà di evidenziare come la questione nazionale tedesca influenzò in modo determinante lo sviluppo di una visione prettamente eurasiatica nell’elaborazione teorica di un pensatore che ebbe modo di conoscere e opporsi a tutte e tre le ideologie politiche del Novecento.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La Germania, sin dal 1848, occupò un ruolo di primo piano nel progetto comunista di diffusione della rivoluzione proletaria su scala globale. Karl Marx e Friedrich Engles, a tal proposito, ebbero modo di scrivere così nel loro celeberrimo <em>Manifesto del Partito Comunista</em>: “Sulla Germania i comunisti rivolgono specialmente la loro attenzione, perché la Germania è alla vigilia della rivoluzione borghese, e perché essa compie tale rivoluzione in condizioni di civiltà generale europea più progredite e con un proletariato molto più sviluppato che non avessero l’Inghilterra nel secolo XVII e la Francia nel XVIII”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>I due teorici tedeschi, concentrando le loro speranze rivoluzionarie sui paesi a capitalismo avanzato, convenivano sul fatto che fosse impossibile affidare l’affermazione del comunismo alla comunità rurale o, ancora peggio, all’“Oriente barbaro”. Fino agli ultimi anni della sua vita, Marx, la cui visione non era affatto priva di un certo razzismo occidentalizzante pervaso di sentimenti russofobici caratteristici dell’epoca in cui visse, continuò a considerare la Russia come una mera “metamorfosi della Moscovia formatasi alla scuola terribile ed abbietta della schiavitù mongolica”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn2">[2]</a>. Engels, dal canto suo, vedeva nell’Impero zarista una pericolosa minaccia che avrebbe potuto sottomettere l’Occidente civilizzato all’agricoltura primitiva dei servi slavi<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p>Lo stesso Lenin, per anni, fu convinto che la Russia sovietica non avrebbe avuto alcuna speranza di sopravvivenza senza la diffusione su scala globale del processo rivoluzionario. “O la rivoluzione scoppierà subito, o almeno molto presto, negli altri paesi capitalisticamente più avanzati, oppure, nel caso contrario, dovremmo soccombere”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p>Appare quanto meno paradossale che un pensatore “antioccidentale” come Ernst Niekisch, la cui principale accusa al nazionalsocialismo fu propria quella di essere un prodotto dell’Occidente, potesse far propria una dottrina filosofico-politica dal carattere prettamente occidentale come quella marxista.</p>
<p>Infatti fu solo il bolscevismo, nella sua versione stalinista, ad avvicinare definitivamente il pensatore tedesco alla realtà “marxista” sovietica. Il bolscevismo, inteso come una versione nazionale e puramente russa del marxismo in cui le componenti razionali e progressiste si fondono con miti religiosi e arcaici, nella prospettiva di Niekisch, veniva percepito come una forma di rivoluzione contro l’Occidente che, attraverso l’ordine staliniano, aveva dato vita ad una sorta di perfetta sintesi eurasiatica.</p>
<p>“La Russia è rinata pescando dal suo istinto slavo-asiatico […] Durante la campagna di smantellamento della borghesia, la dottrina marxista ha giustificato questi istinti. Furono questi a rendere i bolscevichi coscienti della loro missione e sicuri della vittoria. Ma quando lo sterminio fu compiuto, si comprese che le idee marxiste non erano state all’origine di queste forze motivanti. In accordo con le necessità dei popoli slavo-asiatici, la Russia trasformò se stessa in uno Stato totale, anche se il marxismo voleva farla finita con lo Stato, avendolo considerato un’istituzione obsoleta. Malgrado le manifeste antinomie tra il marxismo e la volontà di sopravvivenza nazionale, essi appartenevano entrambi a questa dottrina che catalizzò il risveglio, la mobilitazione e l’affermazione della volontà vitale russa”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p>Una versione “germanizzata” del bolscevismo (sintesi tra bolscevismo e prussianesimo) avrebbe dovuto dare vita ad un sistema machiavellico tale da poter permettere alla Germania di rovesciare e distruggere l’Occidente. Nella visione di Niekisch, infatti, la Prima Guerra Mondiale fu una vera e propria “crociata contro la Germania”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn6">[6]</a> per fare in modo che essa si convertisse all’Occidente.</p>
<p>Anch’egli profondamente influenzato dalla dialettica hegeliana e dal protestantesimo prussiano, che attribuivano allo Stato un “portato etico e morale” tale da identificare nel Regno prussiano la realizzazione totale dell’Idea Assoluta, Niekisch non poté far altro che constatare come lo spirito tedesco possa trovare soltanto nello Stato il punto più elevato della sua oggettivazione.</p>
<p>Al pari di Niekisch, il dirigente bolscevico Karl Radek fu capace di comprendere che la “questione nazionale” in Germania sarebbe stata il perfetto terreno per una offensiva ideologica contro l’imperialismo occidentale. Sconfitta ed umiliata senza aver subito una reale disfatta militare, la Germania, nei primi anni ’20 del XX secolo, era ridotta allo stato di semicolonia nel cuore dell’Europa. In questo contesto i comunisti, secondo Radek, si sarebbero dovuti dimostrare più “nazionali” dei nazionalisti nella consapevolezza che proprio il sentimento nazionale non può far parte del campo del capitale, che “svende la nazione al miglior offerente ed a potenze esterne al campo del lavoro”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn7">[7]</a>. Così Radek, con l’approvazione di Stalin e Zinov’ev, ebbe modo di elogiare il militante nazionalista Albert Leo Schlageter, dipingendo il suo assassinio da parte delle forze di occupazione francesi nel bacino della Ruhr come un vero e proprio sacrificio che chiamava in causa lo stato di sottomissione della Germania ed affermando, al contempo, che nessuna rivoluzione sarebbe stata possibile senza passare prima per la liberazione della nazione. Né è da sottovalutare che lo stesso Radek ebbe modo di scrivere, in collaborazione col pensatore tedesco Moeller van den Bruck, un opuscolo sul nazionalbolscevismo nel quale il destino di Russia e Germania veniva presentato come inesorabilmente unito.</p>
<p>L’occidentalizzazione forzata della Germania, per Niekisch, fu una fonte di alienazione. E la democrazia stessa, nella sua essenza, era alienazione. Dunque, la nascita di ogni sincero sentimento nazionalista non poteva che provocare entusiasmo. Così il pensatore originario di Trebnitz, a proposito del Movimento nazionalsocialista, ebbe modo di affermare: “Il contenuto spirituale del nazionalsocialismo sembrava avere un collegamento diretto con la volontà vitale del popolo tedesco. Si può dire che è il linguaggio naturale, la forma espressiva conforme al significato in cui si rende comprensibile in modo immediato l’impulso vitale tedesco. Il nazionalsocialismo sembra la rivelazione dei più profondi segreti dell’anima tedesca”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn8">[8]</a>. Tuttavia questo Movimento, dopo il fallito <em>putsch</em> di Monaco del 1923, indirizzandosi verso lo stile “romano”, decise in anticipo il suo destino: quello di disperdere l’energia tedesca nella mobilitazione per una causa persa. Il meglio della gioventù tedesca trovò rifugio nel nazionalsocialismo dando splendore al Movimento con la determinazione di ribellarsi contro l’ordine borghese. Ma il Movimento stesso abusò di questo ardore, e della fede dei giovani nel compimento di una missione trascendente, mettendoli al servizio di quelle forze che essi avevano giurato di distruggere.</p>
<p>In questo senso, l’analisi che Niekisch fece del Movimento nazionalsocialista non si dissociava dall’interpretazione marxista tradizionale, secondo la quale le originarie tendenze rivoluzionarie di quest’ultimo vennero stroncate sul nascere trasformandolo in mero strumento del “Grande Capitale”. Ma Niekisch, pur attribuendo le responsabilità di tale mutazione alla perniciosa influenza latina, fu abile nel comprendere comunque l’intrinseca complessità del fenomeno.</p>
<p>Attraverso un’analisi approfondita del <em>Mein Kampf</em>, il padre del nazionalbolscevismo riconobbe le doti di Adolf Hitler e ne comprese prima di tutti il progetto. “Il <em>Mein Kampf</em> di Hitler è, dal punto di vista psicologico, umano e politico, uno dei più straordinari documenti letterari che mai siano stati prodotti in Europa […] Il <em>Mein Kampf</em> non è un libro di uno che crede, ma il libro di un uomo che si è proposto come regola di vita di indurre gli altri a credere”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn9">[9]</a>.</p>
<p>Niekisch riconobbe inoltre l’impronta “islamica” che Hitler diede al Movimento nazionalsocialista. Egli, infatti, descrisse il <em>Führer, </em>oratore, teorico e organizzatore, come una sorta di rinato Profeta Muhammad: un vicario in terra la cui meta finale è di ordine superiore.</p>
<p>Anche Savitri Devi Mukherji, nella sua opera <em>Il fulmine e il sole</em>, paragonò la missione del Capo del Terzo Reich a quella del Profeta dell’Islam. Entrambi, nella visione della pensatrice esoterica, nell’epoca del Kali Yuga erano stati destinati a “salvare il salvabile”.</p>
<p>Pur ammettendone le doti, Niekisch è tuttavia ben più critico nei confronti di Hitler. Questi viene considerato come “un prodotto di Versailles” e la sua opposizione al bolscevismo ne è la dimostrazione più tangibile. Hitler, un demagogo che fa la guerra alla democrazia, non era che una variante dell’uomo democratico. Con lui la democrazia giunge al suo limite ultimo e prepara la strada al suo suicidio. Ed il Terzo Reich che si erge a bastione dell’antibolscevismo rappresenta la compiuta realizzazione della decadenza tedesca.</p>
<p>L’analisi di Niekisch non risparmia neanche l’intellettualità tedesca del periodo, che si rese più o meno complice con l’ascesa del nazismo. Heidegger in particolar modo è fatto oggetto di critica e con esso “l’ontologismo e l’esistenzialismo come filosofia degli attivisti fascisti”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn10">[10]</a>. Ma, in questo caso, Niekisch non sembra comprendere l’intima profondità del pensiero heideggeriano. Inoltre, egli sembra ignorare il fatto che il grande filosofo tedesco, dopo un’iniziale adesione al Movimento, seguita anche da una lotta filosofica per mantenerne inalterata l’originaria purezza rivoluzionaria, ebbe modo di affrontare una crescente ostilità da parte di alcuni esponenti di spicco del nazionalsocialismo stesso. Walter Groß, su tutti, lo accusò in più di un’occasione di diffondere l’ateismo ed il nichilismo fiaccando il morale del popolo tedesco. Senza considerare che la critica heideggeriana all’Occidente ed ai fenomeni del gigantismo e dell’americanismo è ben più articolata di quella elaborata dallo stesso “antioccidentale” Niekisch. Infatti, se da un lato Heidegger riconosceva che Russia e America erano accomunate dal “correre sfrenato della tecnica”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn11">[11]</a>, dall’altro considerava quanto meno superficiale attribuire alla parola “nichilismo” la sfumatura di “bolscevismo”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p>A onor del vero, il nazionalsocialismo era costituito da anime diverse e spesso in contrasto tra loro. Il pensatore belga Jean Thiriart ebbe modo di constatare come le organizzazioni nazionalsocialiste fossero piene di quelli che venivano definiti “bistecche”, “vale a dire bruni di fuori e rossi dentro”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn13">[13]</a>. Questi costituivano l’ala sinistra del Movimento, che in politica estera si opponeva alla tendenza di Hitler di individuare nell’URSS il nemico principale.</p>
<p>Questa tendenza, secondo Niekisch, era dovuta alla natura essenzialmente occidentale di Hitler e di altri personaggi che ricoprivano ruoli di rilievo all’interno del Reich. Uno di essi era Alfred Rosenberg: caporedattore del principale organo del Partito ed autore della monumentale opera <em>Il mito del XX secolo</em>. Pur apprezzando il suo rigetto del mondo latino (cosa che portò i vertici del Reich ad indicare l’opera come il parto di idee personali dell’autore per non incrinare i rapporti con la Chiesa), Niekisch, negli esiti finali, rifiuta <em>in toto</em> le idee di Rosenberg. La visione geopolitica di questo tedesco del Baltico era infatti incentrata sulla creazione di un blocco delle “potenze baltiche” Germania, Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca, a cui si sarebbe potuta aggiungere la Gran Bretagna come riserva strategica, che, fondandosi sulla magnifica comunità della razza nordica, avrebbe dovuto mandare in briciole l’impero russo-mongolo. Secondo Rosenberg la razza nordica, ed in particolar modo la sua componente tedesca, era destinata al dominio e lo scopo della sua esistenza era mettersi in marcia contro l’Oriente per possederlo e dominarlo. Così facendo, essa avrebbe iniziato la spartizione del globo con il resto dell’Occidente: la Gran Bretagna ed il Nord America.</p>
<p>Appare subito evidente come una simile conclusione sia in aperto contrasto con la visione del nazionalbolscevico Niekisch, il quale riconobbe nella complessa etnogenesi del popolo tedesco, prodotto della commistione di genti diverse (germani, slavi, romani, celti, iberi, avari, unni e magiari), la natura prettamente eurasiatica della Germania ed il suo destino di potenza unificante, non proiettata verso un mero dominio sull’Oriente.</p>
<p>Sulla falsariga del suo amico Karl Haushofer, Niekisch teorizzò la creazione di un blocco continentale antioccidentale che da Vlissingen arrivasse fino a Vladivostok. Una simile progettualità necessitava naturalmente di un “popolo guida”. In conformità con quello che Niekisch identificò come “l’eterno destino mancato della Germania”, Hitler nel <em>Mein Kampf</em> seppe riconoscere la virtualità d’estensione che un “polo geopolitico” deve naturalmente emanare sullo spazio ad esso circostante. “Il significato geopolitico del centro d’un movimento non può essere sottovalutato. Solo l’esistenza di un luogo da cui si emani l’incantesimo di una Mecca o di una Roma, a lungo andare, è in grado di assicurare a un movimento la forza, la quale si basa sull’unità interiore e sul riconoscimento d’un vertice che tale unità rappresenti”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftn14">[14]</a>.</p>
<p>Tuttavia questa sacrosanta comprensione di una verità geopolitica si scontrò con quella che fu l’effettiva realizzazione della progettualità nazionalsocialista. Roma e Mecca, a differenza del Terzo Reich tedesco, in termini geopolitici furono centri imperiali che si espansero, parafrasando ancora una volta Jean Thiriart, attraverso forme di “imperialismo di integrazione” e non di puro dominio ed oppressione.</p>
<p>Jean Thiriart, rigettando il nazionalismo piccolo-tedesco del nazismo, fece proprio il progetto del blocco continentale di Niekisch e Haushofer, espandendolo fino alla costa atlantica, perché solo questa avrebbe rappresentato, per lo spazio eurasiatico unificato, un confine facilmente difendibile contro l’Occidente. In questo spazio unificato, un nuovo Stalin, conscio degli errori commessi dall’imperialismo di dominazione sia nazista sia sovietico, attraverso la realizzazione di uno Stato autocratico e spartano, avrebbe dovuto dare vita al più grandioso progetto nella storia dell’umanità: l’impero eurasiatico da Dublino a Vladivostok.</p>
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<hr align="center" size="0" width="100%" />
</div>
<p>NOTE</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref1">[1]</a>F. Engles – K. Marx, <em>Il manifesto del Partito Comunista</em>, Sezione IV – <em>Posizione dei comunisti rispetto ai diversi partiti d’opposizione</em>.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref2">[2]</a>P. Poggio, <em>Marx sulla Russia</em>, su www.comunismoecomunità.org.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref3">[3]</a>K. Marx – F. Engels, <em>Rivoluzione e Controrivoluzione in Germania</em>, Rinascita, Roma 1949, p. 72.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref4">[4]</a>Contenuto in S. G. Azzarà, <em>Questione nazionale e “fronte unico”</em>, pubblicato su “Materialismo storico – Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, 2/2017.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref5">[5]</a>E. Niekisch, <em>Una fatalità tedesca</em>, Nova Europa Edizioni, Milano 2018, p. 48.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref6">[6]</a><em>Ibidem</em>, p. 26.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref7">[7]</a><em>Questione nazionale e “fronte unico”</em>, ivi cit.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref8">[8]</a><em>Una fatalità tedesca</em>, op. cit., p. 49.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref9">[9]</a>E. Niekisch, <em>Il regno dei demoni</em>, Nova Europa Edizioni, Milano 2018, p. 139.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref10">[10]</a>Questa affermazione di Niekisch è abbastanza superficiale se si considera che alcuni pensatori marxisti come György Lukács e Costanzo Preve hanno abbondantemente rivalutato l’ontologia come strumento di analisi filosofico-speculativa. A ciò si aggiunga che Jean Paul Sartre, attivista comunista, legò indissolubilmente la sua fama allo sviluppo di una corrente filosofica esistenzialista di “sinistra”.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref11">[11]</a>M. Heidegger,<em> Introduzione alla metafisica</em>, Mursia, Milano 1968, p. 48.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref12">[12]</a>M. Heidegger, <em>Nietzsche</em>, Adelphi Edizioni, Milano 1994, p. 362.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref13">[13]</a>J. Thiriart, <em>L’impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2018, p. 31.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/niekisch-la-questione-tedesca-e-leurasia/#_ftnref14">[14]</a>Contenuto in <em>Il regno dei demoni</em>, op. cit., p. 175.</p>
<p><em><strong> Eurasia </strong></em></p>
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		<title>ERNST NIEKISCH E LA GEOPOLITICA</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2022 16:46:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti storici]]></category>
		<category><![CDATA[Alain de Benoist]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst Niekisch]]></category>
		<category><![CDATA[eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; ERNST NIEKISCH E LA GEOPOLITICA Daniele Perra 30 Maggio 2018 Perennemente ostracizzato e bollato con lo sprezzante appellativo di “rossobrunismo”, il pensiero di Ernst Niekisch, declinato nella sua dimensione geopolitica, può nuovamente indicare all’Europa la via per liberarsi da ogni forma di servitù nordatlantica.   “O siamo un popolo rivoluzionario, o cessiamo definitivamente di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/03/th-1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-7809" title="th-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/03/th-1.jpg" alt="" width="178" height="167" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ERNST NIEKISCH E LA GEOPOLITICA</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/"><strong>Daniele Perra</strong></a></p>
<p>30 Maggio 2018</p>
<p><em>Perennemente ostracizzato e bollato con lo sprezzante appellativo di “rossobrunismo”, il pensiero di Ernst Niekisch, declinato nella sua dimensione geopolitica, può nuovamente indicare all’Europa la via per liberarsi da ogni forma di servitù nordatlantica.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>“O siamo un popolo rivoluzionario, o cessiamo definitivamente di essere un popolo libero”. Così è scritto sulla targa posta nella sua vecchia abitazione a dieci anni dalla morte, avvenuta a Berlino Ovest nel 1967 in totale solitudine e abbandono. Un aforisma che in poche parole sintetizza l’impegno di una vita intera. Ed Ernst Niekisch ha speso ogni singolo attimo della sua esistenza nel tentativo di restituire alla Germania ed al suo popolo quel ruolo di centro e guida continentale che, nella sua prospettiva, geograficamente e filosoficamente le spettavano di diritto.</p>
<p>La Germania, di fatto, è il cuore dell’estensione peninsulare occidentale dell’Eurasia. Piaccia o meno, l’Europa non può fare a meno della Germania, la quale, al contrario della Gran Bretagna storicamente antieuropea, nel bene e nel male ha sempre svolto un ruolo attivo all’interno del continente, fin da quando gl’Imperatori della casa di Svevia dovettero scontrarsi con le pulsioni centrifughe dei Comuni ribelli nell’Italia settentrionale.</p>
<p>La Prima Guerra Mondiale, con il primo intervento diretto nordamericano sul continente e la seguente imposizione del Sistema di Versailles, segnò uno spartiacque fondamentale nella vita di Ernst Niekisch. Molti fra i pensatori della<em> Konservative Revolution </em>videro in essa una sorta di <em>Kulturkrieg</em>: uno scontro tra due visioni opposte del mondo. Werner Sombart la descrisse come una guerra di religione: una lotta tra la concezione mercantilista e propriamente britannica del mondo e quella aristocratico-eroica tipicamente tedesca<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn1">[1]</a>. Oswald Spengler, a sua volta, la definì come uno scontro tra lo spirito mercantilista e piratesco britannico (anche Carl Schmitt descrisse l’isola britannica come una “nave pirata” ancorata in prossimità delle coste europee) e lo spirito di disciplina e milizia prussiani: dunque, lo Stato contro il non-Stato (un impero talassocratico privo di confini), il socialismo militare prussiano contro l’individualismo esasperato del capitalismo britannico<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p>Fu la consapevolezza della necessità di prendere una posizione all’interno di questo scontro tra due forme culturali vicine ma agli antipodi a spingere Ernst Niekisch ad arruolarsi nel 1914, prima ancora della sua abiura del marxismo avvenuta nel 1915. Tuttavia, l’allora venticinquenne Niekisch non poté recarsi direttamente al fronte per i gravi problemi alla vista che già in giovane età iniziarono a perseguitarlo. E fu l’umiliazione subita dalla Germania alla Conferenza di Pace di Versailles a determinare la complessa evoluzione del suo pensiero politico e geopolitico.</p>
<p>Tenacemente antioccidentale, padre della corrente cosiddetta “nazional-bolscevica” ed animatore della rivista <em>Widerstand</em> (Resistenza), Niekisch condivideva con Spengler l’idea che la politica estera dovesse avere la preminenza su quella interna, e con Carl Schmitt l’idea del primato del politico sull’economico.</p>
<p>Convinto che il declino del germanesimo fosse iniziato sin dai tempi di Carlo Magno con il massacro della nobiltà sassone e la conversione forzata dei sopravvissuti al cattolicesimo, il pensatore di Trebnitz, fortemente ostile all’influenza romano-cattolica sulla Germania, fondava la sua idea politica su un’alta valorizzazione dello Stato di diretta discendenza hegeliana e sul netto rifiuto di liberalismo e democrazia. La sua diffidenza nei confronti del nazionalsocialismo derivò proprio dalla constatazione del suo atteggiamento “romano” e “cattolico” e dalla diffidenza nei confronti dell’origine bavarese ed austriaca di molti dei suoi capi. Tuttavia, ne apprezzò inizialmente la volontà di smantellare un ordine europeo che aveva imposto oneri terribilmente gravosi ai “popoli proletari”<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p>Di fronte al successo della Rivoluzione bolscevica in Russia, Niekisch riconobbe la necessità di un’alleanza con essa in chiave difensiva contro l’Occidente e la sua perniciosa influenza politica e culturale sulla Germania. Della Rivoluzione bolscevica Niekisch apprezzò più il suo esito finale che non i suoi fondamenti ideologici. Di fatto, amava del bolscevismo tutto ciò che lo differenziava dal marxismo classico. Apprezzava la figura di Stalin e il fatto che questi seppe ricostruire un ordine statuale gerarchico, totalizzante e completamente antioccidentale e rifiutava il trotzkismo come forza incarnante la decomposizione dello Stato e della nazione attraverso l’imposizione su scala globale dell’idea dello sradicamento universalistico<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p>Ciò che Niekisch riteneva necessario per la Germania era lo sviluppo di un gioco comune con gli unici Stati che erano riusciti a respingere la “struttura intellettuale occidentale”: ovvero, Russia e Italia. Il suo pensiero geopolitico fu fortemente influenzato da quello del suo amico Karl Haushofer.</p>
<p>Al pari del britannico Halford Mackinder (ma ovviamente in una prospettiva opposta), Haushofer è stato il principale teorico della corrente di pensiero geopolitico “continentalista” o “binaria”, secondo la quale gli Stati che riescono a imporre la loro egemonia sulla massa continentale eurasiatica finiscono per prevalere sulle potenze marittime<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p>Sulla base di questo approccio teorico, Haushofer era convinto che un blocco russo-tedesco avrebbe inevitabilmente sconfitto la talassocrazia britannica, il cui impero era comunque destinato a crollare a causa dell’eccessiva estensione. Tale alleanza, in diversi momenti del Novecento, sembrò prendere forma (soprattutto col Trattato di Brest-Litvosk del 1919 e con il Patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione del 1939). In ambito sovietico fu Karl Radek uno dei principali artefici del riavvicinamento tra la Germania nazionalsocialista e l’URSS. Anch’egli convintamente anti-occidentale, sul palco del Congresso dei Popoli d’Oriente tenutosi a Baku nel 1920 evocò le figure di Attila, di Gengis Khan e dei califfi dell’Islam per incitare i popoli dell’Oriente rosso alla rivolta contro il capitalismo dell’Occidente<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn6">[6]</a>.</p>
<p>Mackinder, dal canto suo, paventava tale alleanza e la Gran Bretagna cercò in ogni modo di evitare ogni possibile condivisione di confini tra Russia e Germania. E non è un caso se ancora oggi si cerca di evitare tale possibilità. Basti pensare all’attuale iniziativa dei <em>Tre Mari</em>, studiata dall’amministrazione Obama ma portata a compimento sotto Trump, che unisce dodici paesi (Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Austria, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria) lungo l’asse verticale che dal Mar Baltico arriva fino al Mar Nero ed al Mar Adriatico e che, di fatto, impone una sorta di cordone sanitario ai confini occidentali della Russia, in modo da limitarne o eluderne le esportazioni di gas verso l’Europa<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p>Così come Haushofer, Niekisch fu sempre convinto che uno scontro diretto della Germania contro la Russia sarebbe stato (come infatti si rivelò essere) un suicidio. Tuttavia, il “folle volo” di Rudolf Hess (protettore di Haushofer) in Gran Bretagna nel maggio 1941 segnò la definitiva sfortuna delle teorie del pensatore geopolitico in Germania, il quale, ridotto in miseria da un decreto delle autorità d’occupazione statunitensi, si suicidò con la moglie nel 1946.</p>
<p>Condannato all’ergastolo dai nazisti nel 1939 e liberato dall’Armata Rossa nel 1945, Niekisch, anche se rimase deluso dalla politica sovietica nella DDR, continuò a sostenere la necessità dell’organizzazione di un blocco antioccidentale che da Vlissingen arrivasse fino a Vladivostok<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn8">[8]</a>. Altri pensatori radicalmente europeisti come Pierre Drieu La Rochelle o Jean Thiriart sostennero tesi simili. Drieu La Rochelle, radicalmente ostile alla democrazia di stampo anglo-americano, arrivò a desiderare il trionfo del comunismo sovietico su tutto il continente<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn9">[9]</a>, mentre Thiriart sognò un impero europeo autarchico da Dublino fino a Vladivostok in opposizione all’egemonia degli Stati Uniti e contro la loro occupazione del suolo europeo<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn10">[10]</a>. Nella riproposizione fattane da Guillaume Faye, questa idea risulta completamente succube della retorica dello scontro di civiltà di Samuel Huntington e Bernard Lewis, ammiccante nei confronti del suprematismo bianco nordamericano e contrassegnata da un disprezzo verso il mondo islamico e turanico che Thiriart, al contrario, non nutriva affatto<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn11">[11]</a>.</p>
<p>Liberare la Germania e più in generale l’Europa dal male nichilistico occidentale, da quella prospettiva filosofica che ha portato, secondo le parole di Martin Heidegger, il <em>Dasein</em> europeo a decidere di non essere, fu l’obiettivo a cui Niekisch dedicò la sua intera esistenza.</p>
<p>Di fronte all’inesorabile declino della potenza nordamericana, che ha sostituito nella sua funzione imperiale la talassocrazia britannica, nuove fondamentali sfide e nuove opportunità si pongono all’Europa. Si consideri a tal proposito che il trumpismo è un mero effetto e non certo la causa di questo declino. La causa sarebbe da ricercare maggiormente, ancora una volta, nella sovraestensione dello pseudoimpero statunitense. Tuttavia il <em>logos</em> nordamericano, fondato su un presupposto esistenziale filosofico-messianico, è votato al gigantismo. Gli Stati Uniti o sono così o non sono. Tutto dipenderà dal fatto se accetteranno pacificamente o meno (ed al momento sembrerebbe di no) la perdita della loro egemonia unipolare sul globo. Ed il recente nuovo avvicinamento tra Russia e Germania (rifiuto tedesco ad aderire alla coalizione contro la Siria, rifiuto al rigetto unilaterale nordamericano dell’accordo sul nucleare iraniano, accordo con la Russia sul gasdotto<em> North Stream 2</em>) li spaventa non poco.</p>
<p>Appare altresì evidente che anche la Germania dovrebbe iniziare a valorizzare meglio ed a sfruttare il suo enorme potenziale geopolitico abbandonando un modello di politica estera e di unione con gli altri paesi europei che è improntato al mero ed egoistico interesse economico. Tale processo indubbiamente darebbe ulteriore slancio allo sviluppo di un ordine mondiale realmente multipolare.</p>
<p>Questo era ciò che si augurava Haushofer ripensando il mondo come un <em>pluriversum</em> di grandi spazi nella sua opera <em>Geopolitica delle pan-idee</em><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn12">[12]</a>. Una visione non dissimile da quella di Niekisch e di Haushofer venne delineata dal politico e pensatore ungherese Ferenc Szálasi. Ponendo un’enfasi particolare sul concetto di “popolo guida” come popolo che in virtù delle sue disposizioni naturali è in grado di dare vita ad un movimento organizzativo, Szálasi riconobbe il ruolo centrale di diversi <em>ethnos</em> nello sviluppo dell’esistenza organica delle diverse aree dell’Europa: il popolo russo per ciò che concerne l’Europa nord-orientale, il popolo tedesco per l’Europa nord-occidentale, quello ungherese per l’Europa sud-orientale e quello italiano per l’Europa sud-occidentale e l’area mediterranea<a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftn13">[13]</a>.</p>
<p>È proprio in questa dimensione che l’Italia può e deve trovare il suo spazio di azione geopolitica come <em>pivot</em> mediterraneo dell’Eurasia e non certo prestando il territorio nazionale al progetto di riaffermazione della supremazia nordamericana sull’Europa, progetto al quale agitatori “giudeo-cristiani” d’oltreoceano lavorano da tempo attraverso l’imposizione della formula di un “sovranismo” senza identità.</p>
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<p>NOTE</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref1">[1]</a>C. Mutti, <em>L’isola e il continente</em>, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” 3/2017.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref2">[2]</a>O. Spengler,<em> Prussianesimo e socialismo</em>, Edizioni di Ar, Padova 1994, pp. 48-50.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref3">[3]</a>A. De Benoist, <em>Quattro figure della Rivoluzione Conservatrice tedesca. Werner Sombart, Arthur Moeller van den Bruck, Ernst Niekisch, Oswald Spengler,</em> Controcorente, Napoli 2016, p. 292.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref4">[4]</a><em>Ibidem</em>, pp. 301-303.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref5">[5]</a>C. Mutti, <em>Prospettive geopolitiche</em>, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, 2/2018.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref6">[6]</a>G. R. Capisani, <em>I nuovi Khan. Popoli e Stati nell’Asia centrale desovietizzata</em>, BEM, Milano 2017, p. 245.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref7">[7]</a>C. Mutti, <em>Il cordone sanitario atlantico</em>, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, 4/2017.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref8">[8]</a><em>Quattro figure della Rivoluzione Conservatrice tedesca. Werner Sombart, Arthur Moeller van den Bruck, Ernst Niekisch, Oswald Spengler,</em> op. cit., p. 312.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref9">[9]</a>Si veda a tal proposito L. Disogra,<em> Pierre Drieu La Rochelle: L’europeismo di un ribelle</em>, <a href="https://www.eurasia-rivista.com/">www.eurasia-rivista.com</a>.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref10">[10]</a>J. Thiriart, <em>L’Europa fino a Vladivostok</em>, “Eurasia” 4/2015 (prima parte) e “Eurasia” 4/2017 (seconda parte)</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref11">[11]</a>G. Faye, <em>The geopolitics of ethnopolitics: the new concept of Eurosiberia</em>, testo presentato alla conferenza “Il futuro del mondo bianco”, Mosca 8-10 giugno 2006.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref12">[12]</a>K. Haushofer, <em>Geopolitica delle pan-idee</em>, Nuove Idee, Roma 2006.</p>
<p><a href="https://www.eurasia-rivista.com/ernst-niekisch-e-la-geopolitica/#_ftnref13">[13]</a>F. Szálasi, <em>Grande spazio, spazio vitale, popolo guida</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2017, p. 19.</p>
<p><em><strong> Eurasia</strong></em></p>
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		<title>Ernst Niekisch</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2021 23:33:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
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<p><strong>FRANCO MILANESI</strong></p>
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<p id="viewer-eef5o">Non sono molti i militanti comunisti ad aver percorso – sempre in bilico tra antagonismo, galera ed esilio – tutti i regimi che hanno segnato il «grande e terribile» Novecento: lo sperimentalismo democratico della Repubblica di Weimar, il fascio-nazismo hitleriano, il comunismo del controllo nella Ddr, il liberal capitalismo della repubblica Federale tedesca. Ernst Niekisch (Trebnitz 1889 – Berlino 1967) ha condotto la carica critica della sua intelligenza nell’azione contro i governi e i partiti al potere. Questa idea di politica come mobilitazione totale del soggetto lo ha portato a trascorrere alcuni mesi nelle carceri weimariane e un lungo e devastante periodo di detenzione durante il nazismo. In aperto dissenso con i vertici della Germania Est (che pure aveva scelto come residenza dopo il ’45) si trasferisce a Berlino Ovest dove vive gli ultimi anni in isolamento punitivo, vedendosi rifiutato, come comunista, ogni sussidio pensionistico.</p>
<p id="viewer-4m9s9">Ma chi era Niekisch? Un oppositore per vocazione? Un avventuriero della politica perennemente dalla parte del torto e con vocazione minoritaria? Ernst Niekisch è stato un militante lucido e realista, che ha unito un armamentario teorico potente con una irriducibile avversione a ogni forma di pacificazione mediatrice.</p>
<p id="viewer-3ugv1">Il nazionalbolscevismo – entro le cui coordinate possiamo ricondurre il suo pensiero – merita pertanto una ricognizione attenta per la funzione «stressante» che ha avuto nei confronti di tutte le appartenenze politiche, di ieri e di oggi, portandone in luce le sclerosi, le impasse pratico-teoriche, gli eccessi compromissori.</p>
<div id="viewer-3vb3m"></div>
<p id="viewer-30k9a">Niekisch nasce da famiglia operaia il 23 maggio 1889 a Trebnitz, in Slesia (oggi Trzebnica, Polonia). La formazione intellettuale è vissuta come occasione di riscatto sociale. Studia la drammaturgia europea, la poesia tedesca, Nietzsche, Hegel, Weber e torna sempre a Machiavelli, riferimento teorico per tutta la vita (firmerà alcuni articoli con lo pseudonimo di Niccolò). La lettura di Marx lo avvicina al movimento socialista. Nel 1914, nei primi giorni di guerra, si arruola come volontario ma i problemi di vista portano alle dimissioni dal servizio attivo. Nell’ottobre del 1917 si iscrive alla Spd, e pubblica sul giornale di partito i suoi primi articoli. Dopo la proclamazione della Repubblica a Monaco di Baviera, il 7 dicembre 1918, Niekisch entra a far parte della Uspd e poco dopo viene proiettato sulla scena politica bavarese. Prima presidente del Consiglio degli operai e dei soldati di Augsburg, in seguito a Monaco di Baviera come presidente del Consiglio Centrale dei Consigli degli operai, contadini e soldati della Baviera. Nel maggio 1919, conclusasi drammaticamente l’esperienza della repubblica bavarese è arrestato e condannato a due anni e mezzo di reclusione. Scarcerato nel 1922 si trasferisce definitivamente a Berlino dove inizia l’elaborazione teorica nazionalbolscevica. Nel 1926 esce «Der Widerstand» (Resistenza), il mensile su cui elabora i cardini concettuali del suo pensiero politico. Il movimento nazional-rivoluzionario si dota di un settimanale al quale Niekisch dà il nome di «Entscheidung» (decisione). Nel 1932 pubblica il volume <em>Hitler, un destino tedesco</em> subito oggetto di una violenta critica da parte nazista. Nel 1932 compie un viaggio in Russia che rafforzerà l’<em>Ostorientierung</em>, l’«orientamento a Est», del suo pensiero. Rientrato in Germania tenta faticosamente di riallacciare le file della resistenza al nazismo e nel 1935 pubblica <em>La terza figura imperiale</em>, la sua opera più ambiziosa, dove delinea tre archetipi, l’«eterno romano», l’«ebreo eterno» e infine il «lavoratore»,<em> Ewiger Barbar</em>, l’eterno barbaro che dominerà attraverso la piena padronanza della razionalità tecnica un mondo segnato dall’oltrepassamento della forma borghese. Nel marzo del 1937 è arrestato dalla Gestapo, condannato all’ergastolo e alla confisca di tutti i beni. Viene liberato, quasi completamente cieco e paralizzato, dall’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Armata_Rossa" rel="noopener" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Armata Rossa</span></a> il 27 aprile 1945. Rimedita il marxismo e partecipa attivamente all’attività politico-culturale della Repubblica Democratica. È professore incaricato di sociologia e nel 1949 viene nominato direttore dell’«Istituto di Ricerca sull’imperialismo»; nello stesso anno entra a far parte della <a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Volkskammer" rel="noopener" target="_blank"><em><span style="text-decoration: underline;">Volkskammer</span></em></a>, il Parlamento unicamerale della Repubblica democratica tedesca. Dopo varie espressioni di dissenso e di critica versi i dirigenti della Ddr, la repressione del 17 giugno 1953 dei moti operai a Berlino lo allontana definitivamente dal regime. Si trasferisce a Berlino Ovest e denuncia immediatamente il carattere «plutocratica» e borghese dell’intera politica nella Rft. La pensione gli viene negata in quanto, come cittadino e intellettuale di spicco della Ddr, aveva operato in «un regime fondato sulla violenza». Gli ultimi anni della sua esistenza sono prevalentemente occupati dalla stesura delle opere di memorialistica. Muore il 23 maggio 1967 nel giorno del suo settantottesimo compleanno. Su Niekisch cala il silenzio, fino ad alcune importanti opere biografiche e alla ripresa di interesse verso il nazionalbolscevismo, rilanciato nel caos geopolitico e ideologico del tardo Novecento come fonte – pur ricca di contraddizioni e polarità non facilmente risolvibili – di una possibile ispirazione.</p>
<p id="viewer-2t1dq">
<p id="viewer-4kvbd">Per la parte «nostra», il nazionalboscevismo suona perlopiù come un ircocervo, una contraddizione in termini. Al comunismo, dice l’ortodossia marxista, è consustanziale l’internazionalismo proletario e ogni torsione di tipo nazionale non può che approssimare le istanze comuniste al «fascismo di sinistra», confusa galassia che al netto dei proclami anticapitalistici e rivoluzionari ha regolarmente azzerato la sua carica antisistema quando il fascismo si è fatto regime, mettendo in riga i vacui strilli delle sue frange «ribelli».</p>
<p id="viewer-84qfn">In questa cornice interpretativa Niekisch e il nazionalboscevismo dovrebbero essere ricondotti a fenomeni eccentrici e marginali nella realtà lavica della «guerra civile europea». Ma è proprio il terreno franoso della contemporaneità politica che impedisce di liquidare quell’esperienza, suggerendoci piuttosto un «doppio passo»: collocare storicamente, con rigore, il nazionalbolscevismo e da qui proiettare alcune sue istanze dentro il tempo presente. Non tanto per verificare nell’oggi la sua «tenuta», quanto perché la tonalità fortemente innovativa che fu all’origine della sua fragilità di fronte alle «case» ideologiche novecentesche (comunismo sovietico, riformismo socialista, fascismo, liberalismo) offre spunti di grande interesse proprio in misura della crisi di queste stesse appartenenze, aprendo «possibili politici» che vanno segnalati, trasfigurati e (in parte) riposizionati nella pratica della lotta di classe.</p>
<div id="viewer-1buvi"></div>
<p id="viewer-lol0">L’«esperimento profano» che si apre con l’ottobre del ’17 è il punto di partenza da cui muove la proposta nazionalbolscevica. Contro il solido blocco impostosi in Occidente (dominio del sistema di capitale, antropologia borghese, liberalismo politico) Niekisch indica una <em>Ostorientirung</em>: volgere lo sguardo ad Est e trarre esempio da quell’oriente russo che aveva da poco realizzato la prima rivoluzione proletaria. Egli osserva non tanto il processo di crisi dello zarismo e il potente tatticismo di Lenin, quanto il percorso di realizzazione e consolidamento dello Stato bolscevico, intendendo le istituzioni statuali come definitiva condensazione del potere di classe.</p>
<p id="viewer-bfiq1">La sua analisi mescola tratti di forte originalità con concezioni essenzialistiche e assunti aprioristici, a partire da un’ipostatizzazione dei popoli, suddivisi e separati secondo presunti «tratti nazionali» che disegnano i contorni dei «tedeschi», dei «russi», dei «latini» come categorie spirituali coincidenti con il mosaico geopolitico europeo. La sfera del «Politico» non precede questa mappatura, non ne delinea i confini attraverso lo svolgersi di conflitti, guerre, conquiste e potere, ma ne discende, come forza di implementazione di tratti umani e sociali impressi <em>oltre</em> la stessa storia. Un assunto teorico dagli esiti alle volte risibili, che dovrebbe metterci in guardia dalle frequenti sospensioni –cui ancora oggi assistiamo – dell’acribia materialistica a favore di più rapide ed efficaci sintesi (gli «americani», i «cinesi»). Ma va anche rilevato che questa metafisica della storia innesca un meccanismo interpretativo efficace in cui economia, istituzioni, natura umana e politica si richiamano e si intrecciano con esiti di grande suggestione.</p>
<div id="viewer-akgb1"></div>
<p id="viewer-7g5vs">La Russia sovietica, per Niekisch, ha portato a una piena affermazione della soggettività proletaria, protagonista di un processo di rivoluzione sociale e nazionale saldamente guidato dall’élite bolscevica forgiatasi nella Grande Guerra. Lo «Stato totale» che si è realizzato oggettiva la specifica qualità spiritual-nazionale del popolo russo. Il collettivistico operaio, infatti, ingloba e trasfigura il comunitarismo solidale di contadini e militari, rilanciando la sobrietà di vita e il carattere «soldatesco» che ha percorso l’intera storia dei popoli slavi (ma anche tedeschi) incontaminati dai «beni» occidentali. In tal senso il ’17 russo non è il compimento delle rivoluzioni borghesi ma il capovolgimento dei loro stessi presupposti. La presunta linea di continuità tra i moti rivoluzionari apertisi con il 1789 è contraddetta dall’esito del giacobinismo francese che, intimamente percorso dall’Illuminismo borghese, esaurisce la propria carica sovvertitrice nell’individualismo e nel parlamentarismo. «La Russia – scrive Niekisch in «Wiederstand» – non è individualista, non è liberale. Essa colloca la politica al di sopra dell’economia. Essa non è parlamentare, democratica, “civilizzatrice”. Il bolscevismo è il rifiuto dell’umanismo e dei valori civilizzatori»,</p>
<p id="viewer-clrau">è una potenza collettivistica e prometeica che ha saputo trasfigurare un paese immiserito dalla guerra e dalla subordinazione alle potenze straniere in una forza capace di competere, impadronendosi della tecnica industriale, con l’Occidente capitalistico. Il rapporto Lenin-Stalin si ingrana precisamente su questo punto. In vari saggi egli sottolinea (con le tonalità della gramsciana «rivoluzione contro il Capitale») come la volontà rivoluzionaria di Lenin abbia sovvertito le rigide leggi del determinismo marxista, trovando il suo compimento nel grandioso progetto staliniano. Niekisch si era recato in Russia nel 1932 per osservare da vicino la realizzazione del piano quinquennale. Ne era rimasto affascinato, sedotto da quella mescola di tecnica, direzione politica, collettività operaia coordinate in una gigantesca opera di trasformazione della natura e dell’ontologia sociale. I costi umani, la decapitazione delle dissidenze e l’annientamento dei contadini sono interamente sottaciuti mentre il «piccolo padre» è tratteggiato con toni agiografici. Così in una lettera del 1950: «la sua storia è la stessa storia dell’ascesa dell’URSS a potenza mondiale [ … ] è così stretto il legame tra Stalin e l’ascesa sovietica che essa appare immediatamente come l’opera di quest’uomo [ … ] Stalin non è un qualsiasi uomo di successo o di potere. In lui si rappresenta un’epoca della storia del mondo. Soffia attorno a lui, ancora vivente, il respiro della storia mondiale». Non possono non suscitare un brivido le parole che stigmatizzano l’impiccio rappresentato dalla resistenza contadina alla collettivizzazione. «L’esistenza del contadino russo è per antonomasia in contraddizione con l’esistenza dello Stato operaio. [ … ] poiché esso deve scegliere tra la propria sopravvivenza e quella del contadino, esso prende decisione contro la sopravvivenza del contadino. Il contadino è fuori posto nello Stato operaio: di conseguenza esso deve sparire (<em>verschwinden</em>). Il contadino deve diventare operaio». Ciò che emerge nella realtà sovietica è una nuova <em>Figur</em> di sintesi (così vogliamo dialetticamente intendere la «sparizione») operaia-soldato-contadina, ricalcata sul modello del militante politico plasmato nella lotta antiborghese: «Volontà di povertà» (<em>Wille zur Armut</em>), adesione a uno stile di vita semplice, al principio di autorità e a una dura esistenza di «disciplina e dovere». Questo è la nuova forma di vita di fronte a cui si erge l’occidente individualistico e mercificato.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/01/41jdB9ovsTL._SR600315_PIWhiteStripBottomLeft035_SCLZZZZZZZ_FMpng_BG255255255.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-7003" title="41jdb9ovstl-_sr600315_piwhitestripbottomleft035_sclzzzzzzz_fmpng_bg255255255" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/01/41jdB9ovsTL._SR600315_PIWhiteStripBottomLeft035_SCLZZZZZZZ_FMpng_BG255255255-300x175.png" alt="" width="300" height="175" /></a></p>
<p id="viewer-577ln">L’esempio che si trae dalla rivoluzione vittoriosa va portato dentro la prassi militante ribadendo un assunto: le forze e le forme del dominio si possono combattere solo se si comprende l’articolazione sistemica di tre dimensioni: il sistema di produzione capitalistico, la <em>Gestalt</em> (forma) borghese come suo substrato antropologico e l’universalismo politico, normativo e valoriale del liberalismo. Economia, antropologia e politica formano un blocco egemonico compatto ma non inattaccabile purché esso venga decodificato con chiarezza e aggredito da tutti i lati. Come implicita critica all’economicismo imperante, la sua opera aggira le analisi economiche concentrandosi sul versante dell’antropologia e della geopolitica al fin di cogliere, sotto le macrodinamiche del mercato, la capillarizzazione del dominio nei recessi più profondi dell’umano.</p>
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<p id="viewer-chhng">L’azione politica di Niekisch durante la stagione weimariana si svolge di conseguenza all’insegna del tentativo di richiamare la sostanza «profonda» del popolo tedesco, contadina e operaia, alla lotta contro le élite politiche ed economiche. Il «basso» contro l’«alto», una soggettività antagonista non data a priori (come l’operaio della fabbrica) ma da costruire attraverso l’azione politica. Non siamo propriamente sul terreno del popolo come «significante vuoto» (Laclau) da riempire con la mobilitazione attorno a istanze contingenti, ma i nazionalbolscevichi hanno piena consapevolezza che il coinvolgimento dell’intero <em>Volk</em> nella lotta anticapitalistica comporta uno sforzo mobilitante e propagandistico da affinare di volta in volta.</p>
<p id="viewer-32i07">Così, se i tratti nazionali appaiono «eternizzati», nel fuoco del conflitto di classe questi presunte invarianti si collocano un campo di battaglia storicamente determinato, dove ciò che vale è la politicizzazione della memoria di parte, capace di ritagliare dal passato parti, momenti, eventi proiettandoli nell’agone contingente.</p>
<p id="viewer-7lv98">Coerente con la critica all’economicismo marxista e al determinismo, egli ribadisce il «primato del politico» in tutta la sua sgranatura, dalle avanguardie rivoluzionarie all’organizzazione, dall’ideologia al livello istituzionale e sbocca nell’elaborazione di una <em>teoria autoritaria</em> dello Stato differente sia dal totalitarismo che dalla democrazia liberale. Il tema è stato recentemente rimesso in circolazione dalla realtà delle «democrazie autoritarie» che pur ricalcano solo in parte, a un secolo di distanza, le teorizzazioni di Niekisch, ne condividono il campo di tensione tra partecipazione popolare e soggettivazione politica, tra dinamica sociale e direzione statuale.</p>
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<p id="viewer-1cu14">Inscindibile da questa enfatizzazione dello Stato operaio come approdo del potere proletario è la lettura del nazismo, rovesciamento brutale del rapporto tra classi subalterne e dominio. Niekisch ripercorre, in particolare nei testi del dopoguerra, la progressiva raccolta di diverse componenti sociali attorno al nazismo: il reducismo, i diversi strati della borghesia, il sottoproletariato e infine i contadini. Tutti stretti al grande demagogo che simboleggia «l’incarnazione dell’inganno perpetrato dai ceti superiori a spese di quelli inferiori». Nell’hitlerismo si smaschera e naufraga quindi l’intero «programma» della <em>grande </em>borghesia, il suo umanitarismo, il presunto cosmopolitismo. In esso si azzera e tace la <em>Kultur</em> che per breve tempo aveva rappresentato (si pensi a Thomas Mann) un punto di tenuta se non di contestazione degli aspetti nichilistici e irrazionali del nazismo.</p>
<p id="viewer-ch8eq">Di fronte a questo disvelamento il nazionalbolscevismo fa di nuovo valere, con una delicata operazione di <em>détournement</em>, l’istanza nazionale. È certo questo l’aspetto politicamente più delicato per la sinistra antagonista poiché rimanda a una questione, quella nazionale, tanto cruciale quanto rimossa.</p>
<div id="viewer-2ndp3"></div>
<p id="viewer-nlkh">È un esercizio inutile ricercare la percorribilità per la sinistra di classe di questa proposta politica. La parola «nazionalismo» appare interamente percorsa da una storia che non ci appartiene, quella che ha portato il proletariato mondiale in trincee opposte, a scaricarsi cannonate addosso invece di girare la bocca dei fucili verso ufficiali e gentiluomini. Ma non è questo il punto. Vogliamo intendere questi ritratti non come una carrellata di personaggi resi asettici da un eccesso di storicismo ma come un modo per trovarci di fronte a soggetti attivi nella misura in cui ci servono a osservare in modo inconsueto il «qui» e il «poi». Possiamo allora considerare Niekisch e i nazionalbolscevichi come interlocutori possibili proprio praticando quell’«uso pubblico della storia» che la sottrae alla naftalina accademica e la proietta nella confusione del presente, alle volte addensando le nebbie, altre indicando qualche ipotesi di uscita.</p>
<div id="viewer-an2ss"></div>
<p id="viewer-5lf4r">Percorrendo questa dorsale «inattuale» ritroviamo una serie di suggestioni che portano a rimeditare su alcune proposte scaturite, in quell’area, dal caos postbellico. Ci riferiamo a due ordini di questioni. Da una parte il nodo delle identità e delle appartenenze, troppo facilmente denotate come presupposti di ogni posizionamento di destra. Nella critica dell’universale astratto (l’«umano» come terreno di applicazione dell’economico) a favore di una serie di particolari concreti (patria, terra, classe), Niekisch offre la possibilità di una ulteriore attivazione in grado di sommare, in una nuova potenzialità rivoluzionaria, sia la rivendicazione di classe sia quella nazionale. Non è, del resto, un’idea originale: l’appello affinché il proletariato faccia valere contro il dispositivo capitalistico-borghese la sua <em>radice</em>nazional-popolare lo si trova nei movimenti soreliani e in tutte quelle concezioni che muovono dalla contrapposizione tra il <em>radicamento</em> materiale dell’uomo del popolo e lo <em>sradicamento</em> universalistico del borghese cosmopolita.</p>
<p id="viewer-570in">È attivo nei conflitti antimperialistici, in cui la lotta contro l’aggressione e il controllo di potentati politici ed economici stranieri (supportati da quelli interni) è sostenuta da una narrazione in cui un popolo rivendica la sovranità nazionale, cioè la piena «presa politica» su un territorio i cui confini sono tanto politici quanto tracciati da alcuni tratti «culturali» (storicamente dati) antitetici all’uniformante spirito capitalistico. L’intera storia del Novecento è costellata di lotte antimperialiste (in Asia, Sud America, Africa) che hanno strategicamente intrecciato la difesa dell’identità di luogo con le istanze di classe. Ora, pur con quella torsione metafisica che abbiamo indicato, il nazionalbolscevismo altro non proponeva che la convergenza di due processi: la «proletarizzazione» dei valori nazionali e lo spostamento dello scontro di classe anche sul terreno di una rivendicata identità popolare, proletaria, con radici contadine e neopagane agita <em>versus</em> quella delle classi egemoni, uniformate nel nesso tra economica di mercato e liberalismo.</p>
<p id="viewer-dmolj">
<p id="viewer-bbimt">Secondo motivo messo prepotentemente a tema dal nazionalbolscevismo è quello della sovranità come essenza del politico. Esiste un agire politico disgiunto dal potere? L’esercizio del monopolio della forza ha solo una declinazione istituzionale? Quale apertura esprime il vasto raggio del «Politico» oltre i margini statuali? La risposta di Niekisch è netta (per lui lo Stato contiene e risolve il problema della sovranità), ma ciò che affascina nel suo percorso è la precisione quasi ossessiva nel tracciare e nel non abbandonare mai i temi che si raccolgono nel segno del Politico e dunque la capacità di mantenere aperture verso ulteriori soluzioni.</p>
<p id="viewer-26fbm">E a proposito di Politico, importante è lo «stato d’allerta» con cui Niekisch ci pone di fronte a concetti come libertà, universalità, pacificazione. «Essere occidentali – scrive su «Widerstand» nel 1926 – vuol dire: servirsi della parola libertà per ingannare, far professione di umanità per compiere delitti, rovinare il popolo con l’appello alla riconciliazione». Un secolo di distanza ci separa da questo monito attuale/inattuale, da rimeditare in un tempo a cui solo in parte apparteniamo.</p>
<div id="viewer-estb0"></div>
<p id="viewer-8211o">Infine. Un ulteriore motivo di interesse e di fascinazione si raccoglie interamente nel «punto» della biografia di Niekisch. Un soggetto <em>totus politicus</em> che opera, pensa, agisce, rischia, soffre, lotta e combatte lungo l’intero corso di una vita. Che sollecita, interroga, smuove uomini e cose, il tempo presente e il passato. Tutto per un’alterità allo scorrere placido, uniforme e uniformante del «mondo in atto». Una pratica di militanza estrema che osserviamo e che guardiamo con rispetto, oltre ogni ragion giudicante.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/01/1760992._SX98_.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-7004" title="1760992-_sx98_" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/01/1760992._SX98_.jpg" alt="" width="98" height="158" /></a></p>
<p><em>Machina/DeriveApprodi</em></p>
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		<title>DER ARBEITER DI ERNST JÜNGER</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2019 10:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst Jünger]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst Niekisch]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionalbolscevismo]]></category>

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		<description><![CDATA[FILOSOFIA DEL NAZIONALISMO DER ARBEITER DI ERNST JÜNGER NEL CONTESTO DEL SUO TEMPO di Gabriele Guerra All’interno del suo testo Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt, del 1932, Hitler, Nazionalsocialismo,  teorizza una costitutiva, radicale differenza dell’Arbeiter con il borghese, che si origina a partire dall’ultimo conflitto bellico; il borghese «anche in guerra cercò ogni occasione per adocchiare una possibile trattativa, [...]]]></description>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/download-1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-5811" title="download-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/download-1.jpg" alt="" width="185" height="272" /></a></h1>
<h1>FILOSOFIA DEL NAZIONALISMO DER ARBEITER DI ERNST JÜNGER NEL CONTESTO DEL SUO TEMPO</h1>
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<div><em><strong>di Gabriele Guerra</strong></em></div>
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<p>All’interno del suo testo <em>Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt</em>, del 1932, Hitler, Nazionalsocialismo,  teorizza una costitutiva, radicale differenza dell’<em>Arbeiter</em> con il borghese, che si origina a partire dall’ultimo conflitto bellico; il borghese «anche in guerra cercò ogni occasione per adocchiare una possibile trattativa, mentre per il soldato la guerra significava uno spazio in cui avesse valore morire, ossia vivere in modo tale da riaffermare la forma dello Stato: di quello Stato che è destinato a rimanere, anche se gli sottraggono il suo corpo»<a id="fnref-289-1" href="http://www.rivistapolemos.it/filosofia-del-nazionalismo-der-arbeiter-di-ernst-junger-nel-contesto-del-suo-tempo/?lang=it#fn-289-1">1</a>. Con ciò squadernando, fin dalle prime pagine, una assoluta evidenza che percorre tutto il libro: se da un lato l’<em>Arbeiter</em> rappresenta, filosoficamente, il portatore di una «forma all’interno di una gerarchia di forme», la quale comporta l’assunzione di «un compito immediato, […] un destino»<a id="fnref-289-2" href="http://www.rivistapolemos.it/filosofia-del-nazionalismo-der-arbeiter-di-ernst-junger-nel-contesto-del-suo-tempo/?lang=it#fn-289-2">2</a>– e dunque in ultima analisi si configura come il <em>Träger</em> filosofico di un’istanza squisitamente politica – d’altra parte egli è sempre da intendersi in relazione allo Stato, ovvero alla sua forma incorrotta, destinata a rimanere anche in assenza di corpo, come si premura di sottolineare Jünger. Ma prima di affrontare le tematiche centrali per questo lavoro giova sottolineare l’interesse che l’<em>Arbeiter</em> jüngeriano riveste in termini più generali per un discorso filosofico sul lavoro e sul lavoratore, e più ancora per la sua posizione eccentrica rispetto ai paradigmi dominanti. Lungi dall’essere, infatti, un operaio nel senso marxiano, un rappresentante di una classe sociale storicamente ed economicamente determinata all’interno di un contesto che lo sia altrettanto, l’<em>Arbeiter</em> di Jünger si mostra invece come un precipitato di ideologia metafisica – vale a dire, di metafisica ideologizzata e di ideologia assurta a dimensioni metafisiche; e dunque si potrebbe dire che, se <em>Il capitale</em> di Marx rappresenta il momento fondante di quella “critica dell’economia politica” che costituisce la spina dorsale teoretica della prestazione concettuale marxiana, l’<em>Arbeiter</em> si può interpretare invece come una “critica della metafisica politica”: nel senso che, pur ripercorrendo il gesto marxiano di individuazione di un principio scardinante l’attualità, ne rilegge radicalmente le intenzioni ideologiche, spostandole dal dominio filosofico-economico a quello ontologico-filosofico.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/eumeswil.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-5816" title="eumeswil" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/eumeswil.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a></p>
<h6>Ciò che dobbiamo cercare non è la neutralità economica, non è l’accortezza di distogliere lo spirito da ogni scontro economico; al contrario, a quegli scontri è necessario dare la massima asprezza. Questo però non accade finché l’economia fissa le regole della battaglia; accade quando una legge superiore, regolando il combattimento, stabilisce anche le norme dell’economia<a id="fnref-289-3" href="http://www.rivistapolemos.it/filosofia-del-nazionalismo-der-arbeiter-di-ernst-junger-nel-contesto-del-suo-tempo/?lang=it#fn-289-3">3</a>.</h6>
<p>Si badi: sia Marx che Jünger sono consci del fatto che non sia l’economia neutralmente intesa a stabilire le regole del gioco ‘politico’ tra capitale e lavoro salariato – solo che Jünger pone l’accento sul carattere “spirituale” di tali regole, colte nella loro essenza di sovranità spirituale. Chi insomma domina il proprio destino dominerà anche il mondo.<em> Herrschaft und Gestalt</em> è infatti il sottotitolo dell’opera dello scrittore tedesco, <em>Dominio e forma</em>: il lavoratore si presenta cioè con le fattezze tipologiche di una sorta di principio politico trascendente, una <em>forma formarum</em> che trova nel momento del dominio il suo inveramento. In questo senso è – goethianamente – una forma senza tempo dentro il vortice del mutamento storicotemporale.</p>
<h6>Una forma è, e nessuna evoluzione la accresce o la diminuisce. Perciò, la storia dell’evoluzione non è la storia della forma, ma tutt’al più il suo commento dinamico. L’evoluzione conosce principio e fine, nascita e morte, da cui la forma è immune. Come la forma dell’uomo era prima della nascita e sarà dopo la morte, così una forma storica è, nel suo nucleo profondo, indipendente dal tempo e dalle circostanze da cui sembra scaturire. […] La storia non produce forme, ma si modifica in virtù della forma. Essa è la tradizione che un potere vittorioso fornisce a se stesso<a id="fnref-289-4" href="http://www.rivistapolemos.it/filosofia-del-nazionalismo-der-arbeiter-di-ernst-junger-nel-contesto-del-suo-tempo/?lang=it#fn-289-4">4</a>.</h6>
<p>In tal modo è esibito con precisione il ruolo che va assegnato all’<em>Arbeiter</em>: quello di forma fattrice di forme, appunto,<em>Gestalt</em> sottesa dunque ad una metafisica della storia che è, immediatamente e proprio per questo, fattrice di storia. Per questo Jünger sottolinea come la storia sia la tradizione del vincitore – perché, in ultima analisi, chi domina la forma della storia è destinato dunque a dominare anche i vincitori della storia stessa (che in quanto tali sono inseriti nel continuum storico senza poter dargli forma). Nell’accento, autoritario e autorevole ad un tempo, che Jünger dà alla tipologia dell’<em>Arbeiter</em> dominato da una <em>Wille zur Gestalt </em><a id="fnref-289-5" href="http://www.rivistapolemos.it/filosofia-del-nazionalismo-der-arbeiter-di-ernst-junger-nel-contesto-del-suo-tempo/?lang=it#fn-289-5">5</a>, è stata vista giustamente un’eco nietzschiana, colta però nel momento della sua torsione concettuale operata dalla rilettura di Heidegger, «laddove, notoriamente, si giudica la volontà di potenza un criterio di stabilizzazione del reale all’ombra della fine di qualsiasi valorazione trascendente del mondo»<a id="fnref-289-6" href="http://www.rivistapolemos.it/filosofia-del-nazionalismo-der-arbeiter-di-ernst-junger-nel-contesto-del-suo-tempo/?lang=it#fn-289-6">6</a>. In questo senso l’<em>Arbeiter</em> di Ernst Jünger appare come un capitolo particolarmente cruciale di quella storia metafisica del destino tedesco in cui sono coinvolti la filosofia come la produzione ideologica più immediata, la teoria politica come la letteratura.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/images.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-5817" title="images" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/images.jpg" alt="" width="180" height="279" /></a></p>
<div id="footnotes-289">
<ol>
<li id="fn-289-1">E. Jünger,<em> L’operaio. Dominio e forma</em>, trad. it. a cura di Q. Principe, Guanda, Parma 1991, p. 37.</li>
<li id="fn-289-1"><em>Ivi</em>, p. 38.</li>
<li id="fn-289-1"><em>Ivi p. 29Quirino Principe</em></li>
<li id="fn-289-1"><em>Ivi, p. 75</em></li>
<li id="fn-289-1"><em>Così Jünger intitola un breve contributo che pubblica nel 1929 sulla rivista di Ernst Niekisch «Widerstand», in cui si esplicita proprio la valenza politico-destinale di tale <em>Wille</em>: «ovunque oggi la forma, e cioè l’esser necessariamente così e non poter essere altrimenti della vita, costituisca il fulcro di ogni aspirazione, là si compie un lavoro prezioso per l’elemento tedesco» (E. Jünger, <em>La volontà di dar forma,</em> in Id.,<em> Scritti politici e di guerra 1919-1933</em>, vol. III, 1929-1933, trad. it. a cura di A. Iadicicco, LEG, Gorizia 2005, p. 66). </em></li>
<li id="fn-289-1">Così Pierandrea Amato nel suo lavoro che costituisce la prima parte di un dittico saggistico concepito insieme a Sandro Gorgone in<em> Tecnica lavoro resistenza. Studi su Ernst Jünger</em>, Mimesis, Milano 2008, p. 47</li>
</ol>
<p><a href="http://www.rivistapolemos.it/">http://www.rivistapolemos.it/</a></p>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Psicosi rossobruna</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2019 15:24:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; di Matteo Luca Andriola Uno spettro si aggira per l’Europa. No, non è lo spettro del comunismo, contro cui tutte le potenze della vecchia Europa ottocentesca si coalizzarono in una caccia alle streghe, dallo zar al papa, da Metternich a Guizot, come scrivevano Karl Marx e Friederich Engels nell’incipit del Manifesto del partito comunista (1848), ma [...]]]></description>
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<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories8/sn-difesa-nazionale.jpg" alt="sn difesa nazionale" width="300" height="230" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><em>di Matteo Luca Andriola</em></h3>
<p>Uno spettro si aggira per l’Europa. No, non è lo spettro del comunismo, contro cui tutte le potenze della vecchia Europa ottocentesca si coalizzarono in una caccia alle streghe, dallo zar al papa, da Metternich a Guizot, come scrivevano Karl Marx e Friederich Engels nell’incipit del <em>Manifesto del partito comunista </em>(1848), ma quello del ‘rossobrunismo’. Più volte si è accennato a tale fenomeno in queste pagine, ma il termine ora non è usato nell’accezione qui spesso utilizzata ma come etichetta squalificante contro chi fa la stecca nel coro del pensiero unico liberale, imperante dal 1989 come unica religione civile che accomuna tutti, da centrodestra a centrosinistra, dai progressisti ai conservatori, uniti dal prefisso ‘liberal’: liberalprogressista, liberaldemocratico e liberalconservatore.</p>
<p>Fino a qualche anno fa la querelle sul rossobrunismo era limitata a dossier che circolavano in rete, spesso stilati da collettivi vicini o organici alla sinistra antagonista o pubblicati in siti Internet di movimenti e partiti della sinistra. È necessario perciò, a scanso di equivoci, fare un breve excursus storico del fenomeno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Rossobruni: una breve genealogia storica</strong></p>
<p>Per anni nel recente passato si sono indicati come rossobruni quei soggetti politici e culturali che, come la nouvelle droite, disconoscendo la diade destra/sinistra, proponevano un’ideologia sincretica o la convergenza strategica e/o organica con chi era situato agli antipodi politici ma condivideva una profonda avversione per il sistema liberale.</p>
<p>Un precedente storico, scrive lo studioso marxista Alessandro Pascale, va ricercato nel ‘concetto di ‘nazionalbolscevico’ o ‘nazional comunista’, nato in Germania nel primo dopoguerra e usato sia da una branca dell’estrema destra rivoluzionarioconservatrice sia dai marxisti del Kapd di Amburgo, fautori entrambi di una convergenza strategica fra nazionalisti rivoluzionari e comunisti contro il ‘nuovo ordine europeo’ uscito a Versailles.</p>
<p>Da notare che il Kapd fu poi criticato da Lenin per questa strategia” (1). Tendenze simili in seno al socialismo furono criticate da Marx ed Engels nel <em>Manifesto del partito comunista</em> e da Lenin su <em>Stato e rivoluzione</em>, che contestò “gli elementi opportunistici [...] [che] hanno dato<em> </em>vita alla tendenza socialnazionalista [...]. Questa corrente di socialismo a parole e di nazionalismo nei fatti, [...] è contrassegnata da un impudente e servile adattamento dei ‘duci del socialismo’ agli interessi non solo della ‘propria’ borghesia nazionale ma, in maniera speciale, anche del ‘proprio’ Stato [ ...]. La lotta per la liberazione delle masse lavoratrici dal dominio della borghesia [...] è quindi impossibile se non si distruggono i pregiudizi opportunistici sullo Stato” (2).</p>
<p>Il cosiddetto ‘fascismo di sinistra’ o ‘rivoluzionario’ – che non si è mai definito di destra, pur posizionandosi nella destra dell’emiciclo – e che è confluito nel fascismo, non ha paradossalmente un’origine reazionaria bensì socialista, che precede quella fascista. Un movimento sui generis riscoperto di recente dagli storici dopo la pubblicazione del saggio di Giuseppe Parlato <em>La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato</em> (Il Mulino, 2000), che affonda le radici in figure del Risorgimento quali Mazzini, Garibaldi, Ferrari e Pisacane; è un certo socialismo non marxista o che leggerà Marx in chiave attualistagentiliana, e che si rifà al passato socialista di Mussolini e agli sviluppi protofascisti del movimentismo ante Marcia su Roma; un’area parecchio osannata nell’agiografia neo e postfascista (3).</p>
<p>Un fenomeno caratterizzerà anche la Germania con la sinistra nazionalsocialista nella Nsdap dei fratelli Otto e Gregor Strasser, gli antagonisti di Adolf Hitler repressi nella <em>notte dei lunghi coltelli</em>, e l’area nazionalbolscevica di Ernst Niekisch, tutti ex membri non marxisti della Spd che scopriranno il patriottismo nelle trincee. L’area non si caratterizzerà mai come un blocco unitario, ma per gli accenni populisti, per “un forte e consapevole spirito antiborghese”, “una polemica contro il modello capitalistico di produzione”, “un radicato senso della socialità, che si [esprime] nel culto della comunità tipico del periodo squadrista ovvero nell’attenzione nei confronti delle classi meno abbienti e delle problematiche sociali”, “una interpretazione della politica come rivoluzione” e il “rifiuto della democrazia liberale e la contemporanea rivendicazione, in prospettiva, di una democrazia popolare totalitaria di matrice roussoviana” (4), discorso aggiornato dalla nuovelle droite e dall’area legata ad Aleksandr Dugin, che elaborerà la ‘democrazia organica’.</p>
<p>Il fascismo rivoluzionario si nutrirà delle suggestioni del fascista Ugo Spirito, che elaborò in seno al Pnf la teoria della ‘corporazione proprietaria’, apparsa nel 1930 nel volume <em>Il Corporativismo</em> ed esposta nel maggio 1932 al secondo Convegno di Studi sindacali e corporativi tenutosi a Ferrara, dove si accenna a una vera e propria “corporazione comunista”, paventando la possibilità che la proprietà dei mezzi di produzione fosse affidata non più ai privati bensì alla corporazione stessa. Vista come una sorta di soviet corporativo, che riuniva i produttori superando la diatriba capitale/lavoro e rendendo i lavoratori azionisti dell’impresa (5), fu avversata duramente dall’ala destra del partito rappresentante gli interessi di classe dell’industria e della borghesia conservatrice e nazionalista, che tacciò il filosofo di “bolscevismo” e bollò il pensiero come teoria “eretica”. Questo spingerà Spirito, nel dopoguerra, ad avvicinarsi a un Pci filosovietico, per poi guardare a Oriente, contrapponendo fin dal 1961 l’ideale comunitario esemplificato dalla rivoluzione culturale maoista, riletta in chiave idealista; ciò lo porterà a criticare il marxismo occidentale – “incapace di sottrarsi davvero a una concezione individualistica della vita”, rimane “intrinsecamente legato alla metafisica borghese e resta ancora al livello illuministico della carta dei diritti” – e a visitare il Paese di Mao Zedong nel pieno della rivoluzione culturale, un faro per vasti settori della sinistra extraparlamentare, e a scrivere che “il marxismo è, infatti, una dottrina storicistica di carattere occidentale ben determinata che va dal giudaismo al cristianesimo, dall’illuminismo all’hegelismo, e si concentra nell’analisi della struttura economica di un industrialismo e di un capitalismo che trasformano la società europea. Nulla di tutto questo può avere un effettivo significato per il cinese. [...] Del resto, la rivoluzione comunista cinese solo indirettamente può collegarsi con il marxismo originario e anche con quello russo. [...] Rivoluzione nazionalistica e rivoluzione contadina, quindi, fuori di ogni schema e di ogni logica marxistica. [...] È la tradizione cinese di sempre, che continua a esprimersi fuori di ogni legame diretto col marxismo” (6). Una Cina che ispirerà ideologi del radicalismo di destra come Franco Freda, che ne <em>La disintegrazione</em><em>del sistema </em>(Edizioni di Ar, 1969) proporrà una sorta di “comunismo aristocratico”, una via di mezzo fra la Repubblica di Platone, Sparta, il Terzo Reich, la Cina Popolare e la Cambogia dei khmer rossi, teorizzando l’abolizione della proprietà privata, scavalcando a sinistra la sinistra più estrema, e fondando uno Stato basato sui principi spiritualisti evoliani e una struttura economica collettivista.</p>
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<p>Quello cinese è uno degli snodi di tale concezione, perché nei primi anni ’60 si parlerà di Lotta di Popolo, i ‘nazimaoisti’, un settore del radicalismo di destra che univa suggestioni nazionali e sociali alla lettura spiritualista dell’esperienza maoista e stalinista di Ugo Spirito, esperienza che unirà ex militanti dell’organismo giovanile gollista Primula Goliardica dell’ex repubblicano Randolfo Pacciardi – ma che aveva ai suoi vertici il fascista di sinistra Giano Accame, giornalista de <em>Il Borghese</em> e poi teorico della destra sociale di An – ed ex militi di estrema destra e di Giova ne Europa, sezione italiana di Jeune Europe – la prima organizzazione nazionaleuropeista (poi eurosovietica ed eurasiatista) e nazionalcomunista, animata dall’ex SS belga Jean Thiriart, che proponeva l’unità terzaforzista dell’Europa da Dublino a Brest e poi fino a Vladivostok, avendo fra i suoi membri il futuro direttore di <em>Eurasia</em> Claudio Mutti, lo storico cattolico Franco Cardini (fra i mentori a Firenze di Marco Tarchi della nuova destra) e Mario Borghezio; una realtà che arriverà a organizzare a Parma un’alleanza coi maoisti del Pcd’I (marxistaleninista). Lotta di Popolo punterà a “collocarsi a cavallo fra i radicalismo di destra e di sinistra” (7), difendendo il terzomondismo, prendendo a modello l’Ira in Irlanda, l’Eta, le Black Panther in America, i vietcong e l’Olp (da cui il nome) in Palestina, vedendo nel maoismo e nella sua rottura con l’Urss un modo per scardinare la logica dei blocchi. L’Organizzazione avrà sezioni in tutta Europa (8), divenendo la prima esperienza tercerista con forti connotati antisionisti e antimperialisti, e meritando l’epiteto, appunto, di ‘nazimaoista’. Secondo il frediano Francesco Ingravalle – in un saggio del 1979 pubblicato sulla rivista rivoluzionariotradizionalista francese <em>Totalité</em> – l’Olp rappresenta l’esigenza di innestare la rivoluzione tradizionale sui movimenti sociali che emergono dalla frattura tra il Paese reale e il Paese legale (9). Non dovrebbe dunque sembrare del tutto peregrino il tentativo di conciliazione che, dopo Franco Freda, farà un giovane Claudio Mutti tra termini così inconciliabili per un marxista come il maoismo e la tradizione (10).</p>
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<p>In tempi recenti, pescando dalle esperienze nazional europeiste di Jeune Europe, avremo negli anni ’80 e ’90 una galassia di movimenti ‘nazionalcomunisti’, che avranno in Italia rappresentanza nella rivista <em>Orion </em>– su cui scriverà Mutti – animata nell’ottobre 1984 da Maurizio<em> </em>Murelli, che nel 1989 creerà, sulla falsariga di Jeune Europe, il Fronte europeo di liberazione (Fel), a cui appartengono realtà nazionalrivoluzionarie come gli italiani di Nuova azione (poi Movimento antagonista), gli inglesi di Third way, gli spagnoli di Alternativa europea, i tedeschi solidaristen del Sozialrevolutionäre Arbeiterfront, i polacchi di Przclom Narodowy, i belgi del Parti communautaire nationaleuropéenne (Pcn) e i francesi di Nouvelle résistance dell’ex nazimaoista, poi ex neodestrista, Christian Bouchet, oggi lepenista filorusso (11).</p>
<p>Oggi però, come detto nella parte introduttiva dell’articolo, il termine rossobruno assume significati diametralmente opposti a quelli qui illustrati: non è più infatti rivolto ad aree eretiche e marginali del radicalismo di destra che cercano di andare oltre la diade liberale destra/sinistra.</p>
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<p><strong>L’evoluzione di un termine </strong><strong>e l’uso delegittimante nel dibattito a sinistra</strong></p>
<p>Il termine rossobruno nasce in Russia nel 1992, coniato da giornalisti vicini a Boris El’cin per screditare Gennadij Zjuganov, leader comunista russo a capo del Fronte di salvezza nazionale, coalizione patriottica antiliberista guidata dal Pcfr a cui si assoceranno gruppuscoli patriottici e nazionalisti fra cui il piccolo Fronte nazionalbolscevico di Eduard Limonov e dell’eurasiatista Aleksandr Dugin. Dopo il collasso dell’Urss, El’cin e i suoi sodali vogliono, “per quanto possibile, screditare i comunisti e impedire il loro consolidamento, presentare il Pcus come un’organizzazione criminale e a carattere statale e non sociale, privarlo delle sue proprietà, impadronirsi dei suoi mezzi d’informazione di massa. È esplicita la tendenza della autorità a impedire ai comunisti la possibilità costituzionale di riunire e compattare rapidamente e legalmente le loro fila. Allo stesso scopo si lanciano grida disperate che denunciano l’occupazione da parte della ex nomenclatura statale di partito dei posti chiave dell’economia e dell’amministrazione, si comincia a spaventare la gente col cosiddetto pericolo ‘rossobruno’” (12).</p>
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<p>Va detto che Dugin, oggi ammiratore di Vladimir Putin, e che intratteneva cordiali rapporti coi neodestristi Alain de Benoist e Robert Steukers, con la redazione di Orion e di Lutte de peuple, l’organo di Nouvelle résistance, e con il professor Mutti – tutti accomunati dalla cordiale amicizia con Jean Thiriart – collaborò con Zjuganov alla stesura di <em>Stato e Potenza</em>, edito dalle Edizioni all’Insegna del Veltro di Mutti, manifesto di un<em> </em>comunismo diverso da quello occidentale, che sintetizza patriottismo panrusso, una rivalutazione di certi aspetti dello zarismo e della slavofilia e un comunismo stalinista unito a elementi di eurasiatismo; una sorta di ‘santa alleanza’ tra Ortodossia e Islam contro l’Occidente atlantista e mondialista (13) tanto esaltata sulle pagine di Orion.</p>
<p>L’uso attuale del termine rossobruno si nutre senz’altro di queste suggestioni, e inizia a essere menzionato in Francia nel 1993. All’epoca Alain de Benoist torna da una serie di viaggi a Mosca e viene accusato di aver lì creato una succursale della nouvelle droite con a capo Dugin. Secondo PierreAndré Taguieff, biografo del teorico neodestro, incolpa di aver diffuso questa notizia, subito rilanciata dai mass media, il direttore della rivista <em>Nationalisme et République</em> Michael Schneider, assieme ad “altri organi di stampa ‘nazionalisti rivoluzionari’” che avrebbero “lanciato sul mercato ideologico il tema del ‘nazionalcomunismo’, come a incitare i giornalisti sensibili alla tematica antifascista standard a lanciare una campagna di denuncia”, anche diffondendo articoli sul tema (14).</p>
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<p>L’attacco inizierà con la pubblicazione su Le Monde, il 13 luglio 1993, dell’<em>Appel à une Europe de la vigilance contre l’extrême droite</em>, promosso da Umberto Eco e Rossana Rossanda, che denuncia gli “ideologi di estrema destra” che “svolgono un’attività di autori ed editori” al di fuori dell’area originale, e che “hanno cominciato da un certo tempo a far credere di essere cambiati”, sforzandosi di sedurre “personalità democratiche e intellettuali, alcuni dei quali conosciuti per essere di sinistra”, al punto che “questi hanno accettato di firmare articoli in riviste dirette da questi autori”; riferimento a de Benoist e a Taguieff, quest’ultimo accusato dal giornalista Roger Pol Droit di aver “banalizzato l’estrema destra” e “non aver vigilato”, dato che nella raccolta <em>Racisme et Antiracisme</em>(MéridiensKlinksieck, 1986) compariva, oltre alla sua, la firma di Alain de Benoist. In Italia la raccolta verrà pubblicata nel 1992 da La Roccia di Erec, la casa editrice di Marco Tarchi (15), e Taguieff si difenderà dalle accuse dicendo che quella italiana è un’edizione pirata, mai autorizzata dall’autore e neppure integrale – il curatore tuttavia replicò, esibendo una lettera nella quale Taguieff si dichiarava d’accordo con la traduzione del suo testo. In particolare Droit contesta a Taguieff l’aver frequentato la nuova destra e pubblicato saggi sulle riviste del movimento, analogamente a quanto fatto da diversi intellettuali di sinistra come Serge Latouche, Alain Caillé e Ignacio Ramonet che, per Le Monde, non avrebbero dovuto collaborare con riviste come Krisis, trimestrale lanciato nel 1988 da de Benoist e tutt’oggi aperto a intellettuali della sinistra altermondista. L’Appello innescò una contropetizione, dove si denunciava il conformismo e la difficoltà per molti ricercatori di lavorare su temi caldi viste le polemiche cui si esponevano, portando Jacques Julliard, su Nouvelle Observateur, a dichiarare “senza mezzi termini” che “la campagna condotta da Le Monde contro Taguieff, eminente studioso del razzismo e dell’estrema destra, è vergognosa”, e sarebbe stato meglio che i quaranta firmatari dell’Appello “avessero vigilato piuttosto sui crimini etnici nell’ex Jugoslavia” (16)<em>.</em> La campagna si amplierà allorché de Benoist, con il suo rifiuto della duplice dicotomia fascismo/antifascismo e destra/sinistra, si confronterà con intellettuali organici al Pcf, spingendo la stampa, sia di sinistra che frontista, a condannare tali incontri, segno, secondo loro, di una “tentazione nazionalcomunista” o “rossobruna” (17).</p>
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<p>Lo scontro apre l’odiosissima pratica del dossieraggio e della schedatura, usata a sinistra contro chi cerca di mettere in discussione i postulati del pensiero dominante. Oltre all’Appello di Le Monde, spunteranno infatti vari dossier: il primo fu scritto dal giallista Didier Daeninckx e dalla giornalista Mariette Bernard, e parla di “relazioni pericolose” fra comunisti ed estrema destra (18), poi lanciate sul grosso della stampa nazionale a denunciare il “complotto ‘rossobruno’ atto a destabilizzare la Repubblica” (19). Gli attacchi portano de Benoist a difendersi definendo il tutto una “<em>querelles</em> d’Ancien Régime” (20).</p>
<p>L’accusa rispunterà nel 2018, quando il ballottaggio francese fra Marine Le Pen e Emmanuel Macron scatena i media su assurde convergenze noeuro e antimondialiste fra la leader frontista e il leader della sinistra JeanLuc Mélenchon: quest’ultimo, con poco meno del 20%, ha preferito non dare indicazioni di voto e, tra altre, una testata liberal come NextQuotidiano si è spinta a ipotizzare che dietro tale silenzio ci fosse una sorta di vicinanza, poiché “la Le Pen piace [a sinistra] perché è nazionalista, proprio come Mélenechon, e per le sue posizioni critiche nei confronti dell’euro e dell’Unione europea. Insomma la logica è molto semplice: il nemico del mio nemico è mio amico. E così la Le Pen finisce per essere ‘il male minore’” (21). E questo nonostante Mélenechon abbia stabilito che il populismo di destra e Macron sono simili – e le recenti parole euroriformiste di Marine Le Pen lo confermano (22). “Lo slogan elettorale della Le Pen è <em>Au nom du Peuple</em>, quello di Mélenechon <em>La force</em> <em>du Peuple</em>, dettagli che ci aiutano a capire perché la sinistra faccia fatica<em> </em>a schierarsi con Macron” (23); il tutto mentre l’economista Jacques Sapir, dalla parte del Front, spiega che l’idea del “fronte repubblicano” contro i lepenisti è un “mito conservatore di un’indecenza assoluta”, ipotizzando anche che al primo turno ci sia stata una vittoria culturale delle “forze sovraniste” (24). E così un falso antifascismo, del tutto funzionale al sistema – dato che l’Ue tanto difesa dai progressisti sostiene un golpe in Ucraina che utilizza milizie neonaziste con volontari vicini anche a CasaPound (25), senza contare le destabilizzazioni in Venezuela col supporto della locale ultradestra clericoreazionaria (26) – viene sventolato per sostenere ciò che è considerato un male minore, ossia Macron, uomo dell’establishment finanziario francese ed ex banchiere d’affari per la Rothschild Cie &amp; Banque, e il suo programma liberista. E Mélenechon diventa un rossobruno.</p>
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<p>In Italia lo scontro ha radici profonde ma meno nobili: si è passato da un’iniziale curiosità quasi morbosa da parte dei quotidiani nazionali nel 1992-1994 per la rivista di Maurizio Murelli che invitava a votare per Rifondazione comunista, nonostante il background destroradicale del grosso della redazione, al dossieraggio a opera dei siti antifascisti militanti con produzione di lunghi elenchi di sigle, movimenti ecc. – tracciando la genealogia già vista – per arrivare all’attuale ‘caccia alle streghe’ all’interno della sinistra verso chi si pronuncia contro l’europeismo, la governance dei flussi migratori e a favore di una risoluzione strutturale della questione (non certo una <em>fatalità</em>, ma una diretta conseguenza di decenni di neoliberismo e neocolonialismo applicato all’Africa), o accenni all’esistenza di un problema sicurezza che partiti come la Lega risolvono da destra e che sarebbe il caso di gestire da sinistra. La dinamica delegittimatoria è arrivata a un livello tale che perfino Andrea Scanzi se n’è occupato su <em>Il Fatto Quotidiano</em>, scrivendo che “si è assistito in effetti anche a questa sottile strategia messa in atto negli ultimi anni in Italia: alcuni settori della ‘sinistra’, al fine di legittimare il prosieguo di un eclettismo ideologico ‘liberal’, hanno iniziato a tacciare di rossobrunismo tutti coloro che ponevano la contraddizione antimperialista come la contraddizione principale. Ci sono cioè settori della ‘sinistra’ che si presentano come ‘progressisti’, talvolta perfino come ‘comunisti’, ma alla prova dei fatti utilizzano la questione antifascista come prioritaria su ogni altro aspetto (antimperialismo, anticapitalismo, lotta di classe), approdando spesso e volentieri a una posizione morbida, se non conciliante, con il Pd, con il centrosinistra e con le strutture e sovrastrutture imperialiste (prime tra tutte Nato, Ue, euro), in nome dell’unità contro le ‘destre’” (27) . Ora, non risulta che Scanzi sia un marxista leninista antimperialista, ma ha fotografato bene la situazione. Dinamica a cui non si è ovviamente sottratta il quotidiano La Repubblica, che ha pubblicato un dossier sui rossobruni mettendo dentro di tutto, da politici come Fassina e D’Attore a intellettuali come Diego Fusaro per arrivare a siti d’informazione come L’AntiDiplomatico o ad associazioni politicoculturali come Marx XXI (28).</p>
<p>È utile usare nel dibattito la categoria rossobruno? Le riflessioni sono molteplici. Come il neologismo nouvelle droite, rossobruno è stato creato ad arte nel contesto di una precisa contingenza politica. Nel 1979 la stampa progressista francese, faticando a catalogare il pensiero di Alain de Benoist e il Grece, conia il termine nouvelle droite e lo usa contro i gollisti per la collaborazione di alcuni membri dell’associazione metapolitica alle pagine culturali del periodico Le FigaroMagazine, ‘nazificando’ così – visto il background dei membri del Grece – il centrodestra francese; nei primi anni ’90 viene coniato il neologismo rossobruno allo scopo di demonizzare chi, dalla Russia all’Europa occidentale, mette in discussione l’impianto della cultura dominante, il pensiero unico liberale, fatto di postmodernità. In entrambi i casi l’obiettivo è preservare lo status quo sistemico. Come definire l’articolo su Left di Giacomo Russo Spena, che non solo definisce rossobruna tutta la sinistra noeuro, ma la descrive sdegnosamente come “pasdaran dello Stato nazione”? (29).</p>
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<p>Il fatto che a farlo sia una sinistra che ha perso la propria identità è significativo. Scrive Pascale: “Le principali derive revisioniste del nostro tempo (apertura all’identity politics di stampo americano, al cosmopolitismo senza radici e all’immigrazionismo borghese, utopie di ‘riforma dell’Unione europa dall’interno’ e anacronistici ‘fronti popolari’ con la sinistra borghese vengono giustificate proprio con il pretesto della lotta al rossobrunismo. [...] [e] nella confusione ideologica in cui versa attualmente il movimento comunista, specie quello italiano, tale categoria è stata fatta propria dai think tank della borghesia liberale per delegittimare paradossalmente soprattutto i comunisti. Il che non deve stupire troppo, dato che la borghesia liberale è già riuscita a conquistare la categoria analitica della ‘sinistra’, bollando i comunisti prima come ‘estrema sinistra’ (anni ’90 e inizio ’00), poi, negli ultimi tempi, di fronte ad alcuni nuovi fermenti teoricopolitici che rischiano di incrinare la narrazione del totalitarismo liberale, come ‘rossobruna’” (30).</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5>1 A. Pascale, <em>Il rossobrunismo</em>, in<a href="http://www.marx21.it/index.php/storiateoriaescienza/marxismo/29488ilrossobrunismo">http://www.marx21.it/index.php/storiateoriaescien</a><a href="http://www.marx21.it/index.php/storiateoriaescienza/marxismo/29488ilrossobrunismo">za/marxismo/29488ilrossobrunismo</a>, 16 gennaio 2019. Lenin infatti criticò l’intransigenza della sinistra comunista tedesca – che animò il Kapd, che rifiutava, a differenza del Kpd, il centralismo democratico e la partecipazione alle elezioni e ai sindacati dominati dai riformisti, organizzandosi a livello europeo alla conferenza di Amsterdam del 3 febbraio 1920, avendo come referente italiano Amadeo Bordiga, unica forza ad animare una resistenza armata al regime nazista. Cfr. H. M. Bock: <em>Geschichte des</em> <em>“linken Radikalismus” in Deutschland</em> , Ein Versuch, Frankfurt/M, 1976. Per “il rigido <em></em>e ostinato rifiuto di riconoscere la pace di Versailles [...]. Non basta rinnegare le ma dornali assurdità del ‘bolscevismo nazionale’ (Laufenberg e altri) che, nello stato attuale della rivoluzione proletaria internazionale, si è spinto sino al blocco con la borghesia tedesca per una guerra contro l’Intesa”. V. I. Lenin, <em>L’estremismo malattia infantile del comunismo</em> , in <em>Opere complete</em> , vol. XXX, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 64</h5>
<h5>2 V. I. Lenin, <em>Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione</em>, Milano, Società editrice l’Avanti!, 1920, pp. 3, 4</h5>
<h5>3) L’interesse per questo tema storiografico ha portato alla pubblicazione di vari saggi come <em>Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona</em>, scritto dallo storico, all’epoca organico alla nuova destra italiana di Marco Tarchi, Luca Leo nello Rimbotti (Settimo Sigillo, Roma 1989); <em>Fratelli in camicia nera. Comunisti e</em> <em>fascisti dal corporativismo alla Cgil </em>(19281948) di Pietro Neglie (Il Mulino, Bologna<em> </em>1996) e <em>Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politi </em><em>ca </em>di Paolo Buchignani (Mondadori, Milano 1998) e, dello stesso autore,<em> La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943 </em>(Mondadori, Milano 2000),<em> </em>dove però non userà la definizione di “fascismo di sinistra” in quanto tale corrente, pur avendo elementi di sinistra quali l’idea di rivoluzione sociale o il mito di rivolu zione come palingenesi, li sintetizzava con tesi di destra quali la centralità della guerra, l’aspirazione all’impero e il culto per la gerarchia, rendendo scorretta la definizio ne di “fascismo di sinistra” e quindi preferendo quella di “fascismo rivoluzionario”; rifacendosi agli studi dello studioso israeliano Zeev Sternhell, infatti, per Buchignani il fenomeno fascismo non sarebbe né di sinistra né di destra ma una sintesi fra tali posizioni che affonda le radici in una “destra rivoluzionaria” prefascista, nata in Francia nella seconda metà dell’800, come Sternhell ribadirà nel libro <em>Ni droite ni gauche.</em> <em>L’idéologie fasciste en France </em>, Éditions du Seuil, Paris 1983 (ed. it.<em> Né destra né sinistra. La nascita dell’ideologia fascista</em>, La Roccia di Erec, Firenze 1984) e in<em> La droite révolutionnaire, 18851914. Les origines françaises du fascisme</em>, Seuil, Paris 1978<em> </em>(ed. it. <em>La destra rivoluzionaria. Le origini francesi del fascismo 18851914</em>, Corbaccio, Milano 1997). Cfr. a riguardo F. Germinario (a cura di), <em>Destra, sinistra, fascismo: omaggio a Zeev Sternhell</em>, Grafo edizioni, Brescia.</h5>
<h5>4 Giuseppe Parlato, <em>La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato</em>, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 17, 18</h5>
<h5>5 L’intervento di Ugo Spirito sulla corporazione proprietaria, dal titolo <em>Individuo e Stato</em> <em>nell’economia corporativa </em>è ora in Id.,<em> Il corporativismo</em>, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, pp. 519532</h5>
<h5>6 U. Spirito, <em>Il comunismo cinese</em>, in <em>Rassegna italiana di sociologia</em>, n. 1, 1961, ora in <em>Comunismo russo e comunismo cinese</em>, Firenze, Sansoni, 1962, pp. 57, 58 e 87, 88</h5>
<h5>7 A. Villano, <em>Da Evola a Mao. La destra radicale dal neofascismo ai “nazimaoisti”</em>, Luni Editrice, 2018, p. 225</h5>
<h5>8 Lotta di Popolo avrà sezioni in Spagna (Lucha de Pueblo, falangisti nazionalsinda calisti antifranchisti), in Francia (Lutte de Peuple, dove confluiscono i dissidenti na zionalisti di sinistra di Ordre noveau e i socialisti europei di Pour une Jeune Europe) e in Germania (NRAO NationalRevolutionäre Aufbau Organisation) . Cfr. a riguardo N. Lebourg,<em>Nazimaoïsme? Gauchistes d’extrême droite? Mythe et réalités de l’o </em><em>scillation idéologique après Mai 68</em>, in<em></em><a href="https://tempspresents.com/2009/09/18/nicolaslebourgnazimaoismegauchistesd%E2%80%99extremedroitemytheetrealitesdel%E2%80%99oscillationideologiqueapresmai68/">https://tempspresents.com/2009/09/18/nicolas</a><a href="https://tempspresents.com/2009/09/18/nicolaslebourgnazimaoismegauchistesd%E2%80%99extremedroitemytheetrealitesdel%E2%80%99oscillationideologiqueapresmai68/">lebourgnazimaoisme gauchistesd%E2%80%99extremedroitemytheetrealitesde</a><a href="https://tempspresents.com/2009/09/18/nicolaslebourgnazimaoismegauchistesd%E2%80%99extremedroitemytheetrealitesdel%E2%80%99oscillationideologiqueapresmai68/">l%E2%80%99oscillationideologiqueapresmai68/</a></h5>
<h5>9 Cfr. F. Ingravalle, <em>Pour une analyse du mouvement révolutionnaire en Italie</em>, in Totalité, n. 10, novembredicembre 1979, pp 3557</h5>
<h5>10 Cfr. <em>Maoismo e tradizione</em>, n. f. [ma C. Mutti], Quaderni del Veltro, Bologna, settembre 1973</h5>
<h5>11 Cfr. sul tema dell’area nazionabolscevica europea J.Y. Camus, <em>Une avantgarde</em> <em>populiste: ‘peuple’ et ‘nation’ dans le discours de Nouvelle Résistance</em>, in Mots, n. 55,<em> </em>giugno 1998, pp. 128138, e N. Lebourg, <em>Stratégies et pratiques du mouvement nationaliste révolutionnaire français: départs, desseins et destin d’Unité Radicale (19892002)</em>, in Le Banquet, n. 1920, febbraio 2004, pp. 381400</h5>
<h5>12 A. Luk’janov, <em>Il golpe immaginario</em>, Napoleone, 1994, p. 81</h5>
<h5>13 Anche se il curatore italiano del volume, il dr. Montanari, nota che lo scenario geopolitico disegnato da Zjuganov in <em>Stato e Potenza</em> è diverso da quello di Dugin, in quanto all’impero eurosovietico viene preferito un asse privilegiato con Pechino e New Delhi, il nucleo dei Brics, nonostante Zjuganov mantienga intatti i principi ispi ratori dell’eurasiatismo allorché afferma la necessità di costituire un <em>kontinentalblock</em> avverso ai progetti delle potenze oceaniche</h5>
<h5>14 P.A. Taguieff, <em>Sulla Nuova Destra</em>, Firenze, Vallecchi, pp. 319, 320, nt. 394: nella nota, PierreAndré Taguieff cita a titolo esplicativo l’articolo di M. Najman, <em>Voici les</em> <em>sections d’assaut du fascisme russe</em>, in Globe, n. 26, 410 agosto 1993, pp. 3942, che<em> </em>rimanda a <em>Retour de Russie</em>, n. f. [M. Schneider], in Nationalisme et République, n. 8, 1 giugno 1992, p. 23 e all’articolo di M. Schneider, <em>Russie: quelques hommes de l’opposition patriotique</em>, in Nationalisme et République, n. 9, 18 settembre 1992, pp. 27, 28</h5>
<h5>15 Cfr. RogerPol Droit, <em>La confusion des idées. Quarante intellectuels appellent à</em> <em>une Europe de la vigilance face à la banalisation de la pensée d’extrême droite</em>, in Le<em> </em>Monde, 13 luglio 1993</h5>
<h5>16 J. Julliard, <em>Un mot sur la “vigilance”</em>, in Le Nouvelle Observateur, 19 agosto 1993. Cfr. E. Lemieux, <em>Pouvoir intellectuel, les nouveaux réseaux</em>, Paris, Denoël, 2003, pp. 525, 526</h5>
<h5>17 Vi sono stati diversi episodi che hanno rinfocolato questa accusa: il dibattito tenu tosi nella sala della Mutualité, avvenuto il 19 maggio 1992 e organizzato dall’Istituto di ricerche marxiste diretto da Francette Lazarde sul “risveglio del pensiero critico”, con de Benoist; o il dibattito fra quest’ultimo e il giornalista Marc Cohen, redattorecapo de L’Idiot international, tesserato al Pcf, organizzato dalla rivista grecista Éléments al Musée social di Parigi 19 maggio 1992 sulla “ricomposizione del panorama intellettuale francese”; e infine la pubblicazione di <em>La fin et les moyens</em>, in Krisis n. 12, ottobre 1992, pp. 6071, un faccia a faccia pubblicato dalla rivista debenoistiana fra il comunista JeanPaul Jouary (caporedattore del settimanale marxista Révolution) e PaulLoup Sulitzer, sul tema del denaro, e anche l’articolo volutamente provocatorio di JeanPaul Cruse, sindacalista comunista della Cgt e giornalista di Libération, intitolato <em>Vers un Front national</em>, in L’Idiot international, maggio 1993</h5>
<h5>18 Cfr. <em>Quand Daeninckx alerte Marchais du complot</em>, in Globe, 30 giugno6 luglio 1993</h5>
<h5>19 Cfr. su tutti O. Biffaud e E. Plenel, <em>La tentation nationalcommuniste</em>, in Le Monde, 26 giugno 1993, pp. 1 e 12, il cui titolo è così commentato, in relazione ai citati fatti russi: “In Francia come in Russia, ex stalinisti e intellettuali di estrema destra so gnano una ‘terza via’ rossa e bruna”. A destra, in area frontista, la reazione a questi di battiti – che si limitano a incontri fra singoli, non fra organizzazioni, venendo così ingigantiti al solo scopo di denigrare chi osava dialogare col Grece – sarà del tutto spe culare: “Non si cena con il diavolo, foss’anche con un cucchiaio lungo, e ogni deriva intellettuale in direzione di ex marxisti [...] sarebbe intrinsecamente perversa”, <em>Les sirènes du nationalcommunisme</em>, in Militant, 15 luglio 1993, p. 2</h5>
<h5>20 Cfr. A. de Benoist, <em>Querelles d’Ancien Régime</em>, in Le Monde, 27 luglio 1993, p. 8</h5>
<h5>21 G. Drogo, <em>Il rossobruno che vota Marine Le Pen</em>, Next Quotidiano, 27 aprile 2017, in<a href="https://www.nextquotidiano.it/rossobrunimarinelepen/">https://www.nextquotidiano.it/rossobrunimarine lepen/</a></h5>
<h5>22 Un’evoluzione che accomuna sia Salvini che la Le Pen e che passa dall’iniziale critica alla sovrastruttura europeista (cfr. su tutti l’articolo di Ch. Supin, <em>Marine Le</em> <em>Pen: “Libérer l’Europe de l’Union européenne” </em>, in<em></em><a href="http://www.lefigaro.fr/politique/2018/07/06/0100220180706ARTFIG00380marinelepenlibererleuropedelunioneuropeenne.php">http://www.lefigaro.fr/politique/</a><em></em><a href="http://www.lefigaro.fr/politique/2018/07/06/0100220180706ARTFIG00380marinelepenlibererleuropedelunioneuropeenne.php">2018/07/06/0100220180706ARTFIG00380marinelepenlibererleuropedelunio</a><a href="http://www.lefigaro.fr/politique/2018/07/06/0100220180706ARTFIG00380marinelepenlibererleuropedelunioneuropeenne.php">neuropeenne.php</a> , 6 luglio 2018) a un euroriformismo alla Tsipras, ma di destra:</h5>
<h5><em>Marine Le Pen: “Non serve uscire dall’euro, io e Salvini rivoluzioneremo l’Ue” </em>, in<em></em><a href="http://www.affaritaliani.it/affarieuropei/marinelepennonserveusciredalleuroiosalvinirivoluzioneremoue582526.html">http://www.affaritaliani.it/affarieuropei/marinelepennon serveusciredall euroio</a><a href="http://www.affaritaliani.it/affarieuropei/marinelepennonserveusciredalleuroiosalvinirivoluzioneremoue582526.html">salvinirivoluzioneremoue582526.html</a> ,18 gennaio 2019</h5>
<h5>23 G. Drogo, art. cit.</h5>
<h5>24 Cit. in <a href="https://twitter.com/russeeurope/status/856979975186067456">https://twitter.com/russeeurope/status/856979975186067456</a></h5>
<h5>25 Cfr. M.L. Andriola, <a href="http://www.rivistapaginauno.it/nuovadestraucrainanazifascisti.php"><em>L’Euromaidan e i camerati nazifascisti di Kiev</em></a>, Paginauno n. 39/2014 e <a href="http://www.rivistapaginauno.it/nuovadestraucrainabattaglioneazov.php"><em>Il battaglione Azov: la legione nera del neofascismo ucraino</em></a>, Paginauno n. 40/2014</h5>
<h5>26 Cfr. M.L. Andriola, <a href="http://www.rivistapaginauno.it/nuovadestravenezuelaantimaduro.php"><em>Venezuela: la destra clericoliberista antiMaduro</em></a>, Paginauno n. 54/2017</h5>
<h5>27 A. Scanzi, <em>L’ossessione “rossobruna”: come etichettare il nemico</em>, Ilfattoquotidiano.it, 31 dicembre 2018</h5>
<h5>28 Cfr. M. Pucciarelli, <em>Sovranisti ma di sinistra: chi sono i “rossobruni”</em>, la Repubblica, 24 giugno 2018, ora in<a href="https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/06/24/sovranistimadisinistrachisonoirossobruni11.html">https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubbli</a><a href="https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/06/24/sovranistimadisinistrachisonoirossobruni11.html">ca/2018/06/24/sovranistimadisinistrachisonoirossobruni11.html</a></h5>
<h5>29 G. Russo Spena, <em>Allarme son rossobruni! I pasdaran dello Stato nazione</em>, in<a href="https://left.it/2018/09/08/allarmesonrossobruniipasdarandellostatonazione/">https://left.it/2018/09/08/allarmesonrossobruni ipasdarandellostatonazione/</a></h5>
<h5>30 A. Pascale, <em>Il rossobrunismo</em>, art. cit. Rimando, del medesimo autore, al libro <em>Il</em> <em>totalitarismo liberale. Le tecniche imperialiste per l’egemonia culturale</em>, di prossima<em> </em>pubblicazione presso la casa editrice La Città del S</h5>
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<p>http://www.rivistapaginauno.it/</p>
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