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	<title>Comunismo e Comunità &#187; euro</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Alcune considerazioni critiche intorno al “sovranismo”</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jan 2020 15:49:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[Guglielmo F. Davanzati]]></category>
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		<category><![CDATA[Sovranismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento)* Materialismo Storico. Rivista semestrale di filosofia, storia e scienze umane è una pubblicazione dell&#8217;Università di Urbino con il patrocinio della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, n. 1 2019 &#160; E’ una falsa astrazione considerare una nazione, il cui modo di produzione è fondato sul valore, e per di più organizzata capitalisticamente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<h3>Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento)<strong>*</strong></h3>
<p>Materialismo Storico. Rivista semestrale di filosofia, storia e scienze umane è una pubblicazione dell&#8217;Università di Urbino con il patrocinio della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, n. 1 2019</p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories9/057272e2810262d00907e67c90d36dab_XL.jpg" alt="057272e2810262d00907e67c90d36dab XL" width="300" height="222" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ una falsa astrazione considerare una nazione, il cui modo di produzione è fondato sul valore, e per di più organizzata capitalisticamente, come un corpo collettivo che lavora unicamente per i bisogni nazionali. (KARL MARX, <em>Il Capitale,</em> libro III).</p>
<p>Una coscienza culturale europea esiste ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra x anni questa unione verrà realizzata la parola nazionalismo avrà lo stesso valore archeologico che l’attuale municipalismo. (ANTONIO GRAMSCI, 1931)</p>
<p><strong>1. <em>Introduzione</em></strong></p>
<p>Il sovranismo economico è una linea di politica economica basata sulla convinzione che è solo il recupero della sovranità monetaria a poter generare crescita. La sovranità monetaria è intesa nella duplice accezione della possibilità accordata alla Banca centrale di stampare moneta e della possibilità della valuta nazionale di essere svalutata rispetto a valute concorrenti. Si propone, a riguardo, un modello nel quale la possibilità di stampare moneta da parte della Banca centrale fa sì che l’espansione del debito pubblico non costituisca un problema, dal momento che i titoli di Stato verrebbero acquistati dalla Banca centrale. Si aggiunge che la svalutazione della moneta – che presuppone, nel caso italiano, l’abbandono dell’euro &#8211; accresce le esportazioni, dunque la domanda aggregata e l’occupazione. Si immagina che questi interventi non abbiano costi e, di norma, questa proposta prescinde dall’esistenza di classi sociali e dunque dei possibili effetti redistributivi di queste misure.</p>
<p>Il sovranismo è collocabile prevalentemente a Destra, sebbene esistano segmenti importanti del residuo della Sinistra italiana che considerino questa opzione desiderabile. Il principale punto di distinzione sembra risiedere, oltre evidentemente alla radicale differenza ideologica, nel fatto che il sovranismo di destra intende rappresentare gli interessi della Nazione, a fronte del fatto che quello di sinistra intende rappresentare gli interessi di classe (della classe operaia), ritenendo che li si possa difendere lottando contro il capitale finanziario multinazionale che sarebbe alla radice, secondo questa lettura, dell’impoverimento delle classi subalterne e della perdita del loro potere politico.</p>
<p>In quanto segue si proporrà una critica del sovranismo economico, con particolare riguardo a quello di Destra, rappresentato in Italia dalla Lega, su due aspetti: (i) la critica all’impostazione macroeconomica che è alla base della proposta di <em>exit</em>; (ii) la critica alla convinzione che la monetizzazione del debito sia in sé risolutiva. Queste due critiche sono legate dalla convinzione che la teoria economica può esprimersi esclusivamente sugli aspetti tecnici della questione, rinviando ad altri ambiti lo studio dei rapporti di forza che rendano possibile l’attuazione di un programma economico di matrice sovranista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2. <em>L’Italexit e la questione delle previsioni in Economia</em></strong></p>
<p>Non vi sono dubbi sul fatto che l’attuale architettura istituzionale dell’eurozona e le politiche di austerità messe in atto negli ultimi anni siano assolutamente irrazionali. Non vi sono dubbi sul fatto che queste ultime hanno generato rilevantissimi incrementi del tasso di disoccupazione, ondate di fallimenti di imprese, riduzione del tasso di crescita e – contrariamente all’obiettivo dichiaratamente perseguito – anche aumenti del rapporto debito pubblico/Pil, in Italia e non solo. La domanda alla quale occorre, dunque, rispondere, giacché segue logicamente la precedente affermazione è se sia o meno conveniente per un singolo Paese tornare alla propria valuta e, più in generale, se sia effettivamente rilevante il dibattito che si è generato intorno alla domanda se sia o meno conveniente il ritorno alla lira.</p>
<p>Qui occorre preliminarmente sgombrare il campo da un equivoco: la previsione di cosa possa accadere in caso di fuoriuscita unilaterale è assolutamente impossibile, e lo studio di ciò che è accaduto in casi passati di <em>break-up </em>di unioni monetarie può aiutare, ma ovviamente non è dirimente, se<em> </em>non altro perché è pressoché impossibile rinvenire regolarità storiche1. Più in generale, l’Economia non dispone di sufficienti strumenti di previsione, e non ne dispone neanche in condizioni, per così dire, fisiologiche2. In più, se anche ci si affida agli economisti come novelli oracoli, si sta attribuendo alla disciplina il requisito dell’oggettività: si può infatti costruire un modello econometrico previsionale neutro solo a condizione di disporre preventivamente di un modello economico neutro, dunque oggettivo. E’ stato calcolato che, nel caso italiano, l’errore di previsione sul tasso di crescita negli ultimi sette anni è stato di circa 7 punti percentuali: le previsioni sono state sistematicamente sovrastimate. E così è accaduto in tutti i Paesi OCSE. Si osservi che gli errori di previsione non riguardano scarti irrisori, ma spesso riguardano previsioni di crescita che, a posteriori, si rivelano recessioni.</p>
<p>Si è qui di fronte alla c.d. domanda della Regina: perché gli economisti, salvo rare eccezioni, non hanno previsto la crisi? La si chiama domanda della Regina, perché fu la domanda che Elisabetta rivolse agli economisti della London School of Economics in occasione della sua visita a quella prestigiosa Istituzione nel novembre 2008. Domanda alla quale non fu data risposta soddisfacente, inducendo la Regina a commentare che “evidentemente c’è stata un po’ di trascuratezza”. In effetti, trascuratezza vi è stata se si considera che la questione delle crisi economiche, nel paradigma oggi dominante in Economia, di orientamento neo-liberista, è al margine del dibattito. Gran parte della ricerca si concentra su esercizi autoreferenziali che ben poco hanno a che vedere con il mondo reale, spesso sommersi da montagne di matematica per accreditare la disciplina come scientifica, nell’accezione della Fisica Teorica e di laboratorio. In più, la visione dominante si fonda sulla convinzione che un’economia di mercato deregolamentata tende spontaneamente a produrre pieno impiego e, dunque, le crisi economiche possono derivare esclusivamente da interventi esterni, in particolare da politiche fiscali o monetarie sbagliate. Più in generale, dall’intervento dello Stato.</p>
<p>Per quanto poi possa sembrare paradossale, gli economisti ‘critici’ fautori dell’<em>exit</em> adottano implicitamente il paradigma del c.d. contro-negazionismo economico, fatto proprio delle posizioni <em>mainstream</em> più estreme.</p>
<p>Vediamo di cosa si tratta.</p>
<p>Il rapporto fra scienza e politica è da sempre problematico, ma sempre più lo sta diventando in un periodo dominato dalle <em>fake news</em>, dalla ridondanza di informazioni (per effetto soprattutto dell’esponenziale aumento di uso di <em>social</em> <em>network</em>)<em> </em>e, per conseguenza, dalla crescente domanda, da parte dell’opinione<em> </em>pubblica, di certezze scientifiche e dell’opinione degli esperti.</p>
<p>In Economia, il dibattito è attualmente dominato dal c.d. contro-negazionismo economico, termine coniato da due studiosi francesi – Pierre Cahuc e André Zylbrerger – nel loro ultimo libro (<em>“Contro il negazionismo</em> <em>economico”)</em>, un vero e proprio<em> best seller</em>. La tesi di fondo è che la conoscenza<em> </em>economica ha ora solide basi empiriche e le sue prescrizioni sono diventate più affidabili e ciò nonostante questi progressi sono spesso ignorati al di fuori della disciplina, con la conseguenza che il dibattito di politica economica è di frequente viziato da pregiudizi ideologici. L’implicazione di <em>policy</em> è ovvia: esiste (e non può esistere altro) una Politica basata sull’evidenza. Tutto ciò che non rinvia a questa è negazionismo: un insieme di credenze e di pregiudizi che ignora l’evidenza empirica – quest’ultima, appunto, assunta essere oggettiva.</p>
<p>E’ evidente il presupposto dal quale gli autori partono. L’Economia è una scienza esatta, esiste un’unica ‘verità in Economia alla quale si arriva median te un processo di continua e progressiva eliminazione di errori, l’Economia è una scienza sperimentale il cui statuto metodologico è (o deve tendere a) quello delle scienze della natura.</p>
<p>Non è una tesi nuova e le obiezioni rivolte a questo modo di concepire l’Economia sono state e sono molteplici. Già nel 1900, Maffeo Pantaleoni, economista italiano di orientamento liberista, ebbe a dichiarare “In Economia esistono due scuole di pensiero: chi la conosce e chi non la conosce”. Non è questa la sede per richiamare i tanti argomenti contrari a questa posizione: è sufficiente rilevare che:</p>
<ul>
<li>in Economia, a differenza delle scienze della natura, è impossibile replicare un esperimento.</li>
<li>Nelle scienze sociali, Economia inclusa, la scelta delle variabili esogene non è affatto neutra, risentendo della “visione pre-analitica” – mutuando la definizione da Schumpeter &#8211; del ricercatore. Ci si riferisce al problema dell’individuazione della variabile che “causa” variazioni di un’altra variabile. Se, ad esempio, la teoria nella quale mi riconosco suggerisce che un alto debito pubblico “causa” recessione, la variabile esogena è il debito e la variabile endogena è il tasso di crescita. E posso trovare una correlazione, che non necessariamente è una causazione. Se, per contro, la teoria nella quale mi riconosco suggerisce che è la bassa crescita a causare alto debito, l’operazione statistica implicherà la correlazione inversa alla precedente. E’ interessante osservare che, sotto date condizioni, entrambe le conclusioni possono essere “vere”, e che ciò accade perché alcune variabili sono state omesse (p.e., un debito elevato o in aumento può essere determinato da alti tassi di interesse reali sui titoli di Stato, che non derivano né da elevata spesa pubblica né da bassa crescita, ma, p.e., da condizioni deflazionistiche). In sostanza, l’Economia – più di altre discipline, se non altro perché intrinsecamente <em>politica</em> <em>–</em> sembra subìre maggiormente il problema dei <em>missing data</em>.</li>
<li>Il problema dei <em>missing data,</em> peraltro, è talvolta <em>consapevolmente</em> introdotto nell’analisi. Un caso di scuola, a riguardo, fa riferimento a un paper di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, pubblicato nel 2010 sulla prestigiosissima American Economic Review, nel quale si provava a dimostrare che l’aumento del debito pubblico, oltre un certo valore, avrebbe prodotto esiti recessivi. Un paper che ha fornito legittimazione ‘scientifica’ alle misure di austerità. Il risultato è stato smentito: gli autorevoli autori avevano selezionato il solo gruppo di Paesi nei quali questo effetto si era generato (per una ricostruzione della vicenda, v. <a href="https://keynesblog.com/2013/04/18/il-debito-">https://keynesblog.com/2013/04/18/il-debito-</a><a href="https://keynesblog.com/2013/04/18/il-debito-pubblico-deprime-la-crescita-il-clamoroso-errore-di-carmen-reinhart-e-kenneth-rogoff/">pubblico-deprime-la-crescita-il-clamoroso-errore-di-carmen-</a><a href="https://keynesblog.com/2013/04/18/il-debito-pubblico-deprime-la-crescita-il-clamoroso-errore-di-carmen-reinhart-e-kenneth-rogoff/">reinhart-e- kenneth-rogoff/) </a>e l’autorevole rivista ha rifiutato di pubblicare lo studio che ne individuava errori e omissioni.</li>
<li>Ovviamente, esiste anche una domanda politica di idee economiche ed ‘effetti di cattura’, soprattutto laddove la ricerca è finanziata da Istituzioni private, per ottenere risultati che diano legittimazione scientifica ai loro interessi. Tutto legittimo, ma nulla a che vedere con la libertà di ricerca e tantomeno con la verità in Economia.</li>
</ul>
<p>La teoria qui discussa si imbatte poi in conseguenze per certi aspetti paradossali o contradditorie.</p>
<p>1) La teoria del contro-negazionismo economico prova a far credere che, nella disciplina, esistono orientamenti diversi (“è semplicemente falso che in economia vi sia un’unica visione dominante”, viene detto) e, al tempo stesso, pone un punto fermo laddove fonda l’analisi economica su un’evidenza empirica considerata non disputabile. Da qui, delle due l’una: o è vera la prima affermazione (gli economisti hanno opinioni diverse) o è vera la seconda (l’evidenza empirica è conclusiva e non ammette opinioni discordanti). In altri termini, se è l’evidenza fattuale – assunta oggettiva – a stabilire qual è la correlazione fra variabili economiche, non vi è motivo per metterla in discussione e, per conseguenza, l’esistenza di un “pensiero unico” (la cui esistenza viene negata) ne costituisce, per contro, la conseguenza logica. Di più: sostenere la teoria del contro- negazionismo economico porta semmai a rafforzare la convinzione che non solo già esiste un pensiero unico, ma che occorra renderlo ancora più egemone. L’idea che in Economia esistano punti di vista diversi e che, al tempo stes so, l’Economia è basata su un’unica evidenza non discutibile è dunque una proposizione che si nega da sola.</p>
<p>Occorre osservare che la teoria alla quale si fa riferimento è la teoria dominante, nelle sue diverse declinazioni, basata sull’assunto della razionalità, della perfetta informazione, dell’individualismo metodologico, della capacità di mercati deregolamentati di raggiungere spontaneamente posizioni di equilibrio (in particolare, equilibrio di pieno impiego nel mercato del lavoro). Occorre aggiungere che il pluralismo al quale si fa riferimento non attiene al riconoscimento di teorie economiche radicalmente alternative (marxismo, keynesismo, istituzionalismo radicale), ma all’ammissione che il paradigma dominante può incorporare ‘scostamenti’ rispetto al suo schema-base, p.e. sotto forma di frizioni o attriti che impediscono – almeno temporaneamente – il raggiungimento di condizioni di equilibrio e di esiti di massima efficienza.</p>
<p>2) Ciò che preoccupa i contro-negazionisti è che l’opinione pubblica sia “vittima di credenze”, che derivano dalle “false certezze” delle “ricette populiste”. E’ compito dell’economista far valere la sua “autorità scientifica”, contrastando i danni che si possono produrre “in nome del pluralismo economico”. L’autorità scientifica dell’economista la si valuta dalle sue “credenziali”. Quali siano queste credenziali non è dato sapere, ma si può congetturare che siano riferite alla quantità di pubblicazioni su riviste accademiche considerate <em>top.</em> Lasciamo da parte il problema di come e su quali parametri queste riviste vengono considerate prestigiose e procediamo con questa considerazione. Se l’Economia è basata sull’evidenza, la politica economica è anch’essa basata sull’evidenza e se la politica economica è basata sull’evidenza non ha alcun senso il dibattito di politica economica. Da ciò dovrebbe logicamente discendere che gli unici governi ammissibili sono governi formati da soli tecnici, gli unici legittimati a gestire la politica economica sulla base dell’evidenza. Il passaggio alla riduzione degli spazi democratici è molto breve.</p>
<p>3) E’ implicita nella tesi contro-negazionista l’idea che l’economista non abbia un proprio orientamento ideologico e neppure politico. E’, cioè, un tecnico puro, la cui unica funzione consiste nel raccogliere dati, metterli in relazione (avvalendosi delle tecniche di analisi statistica più avanzate) e derivarne prescrizioni di politica economica. Il punto qui in discussione è se l’evidenza empirica sia realmente oggettiva. La risposta non può che essere negativa. Ogni esercizio statistico presuppone l’individuazione di variabili che il ricercatore <em>soggettivamente</em> considera rilevanti.</p>
<p>La teoria del contro-negazionismo economico ripropone il programma della Politica Basata sull’Evidenza (<em>Evidence based policy</em>) lanciato nel 1997 dal New Labour di Tony Blair, cerca di avvalorare la dicotomia fra ‘scientismo’ e ‘antiscientismo’ e, per quanto attiene alle politiche economiche, ripropone di fatto il thatcheriano “non c’è alternativa” (<em>There is no alternative</em>)<em>.</em></p>
<p>La teoria del contro-negazionismo economico può essere letta come l’estremo tentativo di difesa delle teorie dominanti, proprio nel momento nel quale risulta palese il loro fallimento sul piano dell’analisi economica, della politica economica e delle loro capacità previsionali, secondo una logica intrinsecamente illiberale. Che è una tipica strategia difensiva: quanto più una teoria è in crisi, tanto più prova a legittimarsi silenziando gli oppositori.</p>
<p>Vi è di più. La teoria del contro-negazionismo economico può essere letta come il tentativo, da parte delle <em>èlites</em>, di mettere a tacere teorie economiche che pongono in discussione l’attuale assetto istituzionale, basato su quello che è stato definito attacco globale al lavoro. Anche qui nulla di nuovo. Uno dei massimi esponenti della “scuola austriaca”, Ludwig von Mises, scrisse con estrema chiarezza a riguardo:</p>
<p>«Se è l&#8217;interesse di classe a determinare il pensiero, allora oggi la borghesia ha bisogno di una teoria che esprima la realtà senza contaminazioni da false idee. Fino all&#8217;apparizione di Marx, la borghesia ha beneficiato di un&#8217;ideologia, vale a dire del sistema degli economisti classici e volgari. Ma quando, con la pubblicazione del primo volume del Capitale (1867), il proletariato ha avuto una dottrina corrispondente alla propria collocazione sociale, la borghesia ha cambiato tattica &#8230; La borghesia aveva bisogno di una teoria che, guardando spassionatamente al vero stato delle cose e affrancata da ogni coloritura ideologica, le offrisse la possibilità di avere sempre a sua disposizione i mezzi più idonei per la grande e decisiva lotta di classe»3.</p>
<p>Si può mettere in relazione il rilievo di questa teoria, in questa fase storica, anche con il successo elettorale, in Europa e non solo, di partiti e movimenti politici con programmi economici potenzialmente destabilizzanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>3. <em>Il sovranismo economico: i presunti effetti benefici delle svalutazioni</em></strong></p>
<p>Proliferano, in questi anni, studi – più o meno ‘scientifici – sui costi e i benefici che l’economia italiana trarrebbe dall’abbandono della moneta comune europea, così come le più svariate proposte di ‘riforma’ dell’attuale assetto istituzionale dell’UME. La gran parte di questi si sofferma su esercizi previsionali, valutando costi e benefici dell’<em>exit.</em> Si tratta, ad avviso di chi scrive, e per le ragioni esposte <em>supra,</em> di esercizi che, sul piano della teoria economica, risultano fondamentalmente irrilevanti (<a href="http://www.primeeconomics.org/articles/italy-the-irrelevance-of-economic">http://www.primeeconomics.org/articles/italy-the-irrelevance-of-economic</a> -theory-for-leaving-the-euro).</p>
<p>I principali argomenti a favore dell’abbandono dell’euro si possono così riassumere.</p>
<p>1) L’abbandono della moneta unica consentirebbe di svalutare la nuova lira (o la nuova lira si svaluterebbe automaticamente per effetto dell’<em>exit</em>), con effetti positivi sulle esportazioni, per conseguenza sull’occupazione e sul tasso di crescita. La svalutazione – si sostiene – potrebbe anche manifestarsi in modo spontaneo, come adeguamento del valore della nuova lira a un tasso di cambio ‘normale’ con l’euro. Viene argomentato, a riguardo, che le politiche messe in atto negli anni novanta (in particolare, le manovre fiscali restrittive dei governi Amato e Ciampi e la rivalutazione della lira) sarebbero state funzionali all’adozione della moneta unica, con un tasso di cambio lira-marco sopravvalutato. Ciò avrebbe determinato un calo delle esportazioni, dunque della domanda aggregata e del tasso di crescita. La prescrizione di <em>policy</em> che viene derivata è tornare alla valuta nazionale per consentire la libera fluttuazione del tasso di cambio e la sua svalutazione.</p>
<p>Si tratta di un argomento che si presta a una duplice obiezione. In primo luogo, la svalutazione comporta un aumento dei prezzi dei prodotti importati, con conseguente riduzione dei salari reali. A meno di non immaginare un ritorno all’indicizzazione dei salari, ciò produrrebbe un effetto ridistributivo a danno dei lavoratori. In tal senso, non è affatto da escludere l‘ipotesi che l’<em>exit</em> produca un ulteriore peggioramento della distribuzione dei redditi. In secondo luogo, la svalutazione non ha (come non ha avuto, negli anni nei quali è stata realizzata) effetti uniformi su scala nazionale, dal momento che reca vantaggi alle aree nelle quali sono localizzate le imprese esportatrici, potendo accentuare i divari regionali. E ancora, e soprattutto, la politica delle svalutazioni competitive consente (e ha consentito) alle imprese italiane di competere riducendo i costi, disincentivando, per questa via, le innovazioni e contribuendo a ridurre il tasso di crescita della produttività del lavoro; già il più basso in Italia rispetto alla media dell’Eurozona. A ciò si può aggiungere che le politiche di moderazione salariale messe in atto in Italia (come politiche sostitutive delle svalutazioni competitive), anche quando hanno prodotto avanzi del saldo delle partite correnti, non si sono tradotte in aumenti dell’occupazione.</p>
<p>2) Per necessità <em>logica</em>, si sostiene, la moneta unica comporta l’adozione di politiche di austerità. Si potrebbe per contro sostenere che il principale (ovviamente non unico) <em>vulnus</em> dell’unificazione monetaria risiede nell’impossibilità di monetizzare il debito. Ma anche in questo caso si è trattato di una scelta propriamente <em>politica</em>, in quanto tale modificabile, con l’ovvia condizione che vi siano rapporti di forza tali da renderne possibile il superamento. Ed è una scelta almeno parzialmente (e temporaneamente) superata dal <em>quantitative easing,</em> che peraltro mostra che, quando conveniente, sono innanzitutto le èlites a ‘disobbedire’ ai Trattati.</p>
<p>Si potrebbe anche aggiungere il <em>vulnus</em> dell’inesistenza sostanziale di una politica fiscale comune. E tuttavia, ritenere che l’Italia fuori dall’Unione Monetaria europea adotti politiche fiscali espansive significa di fatto tacere sulla natura di classe delle scelte di politica economica. Ciò in relazione agli attuali rapporti di forza fra capitale e lavoro, che determineranno <em>se</em> e <em>come</em> eventuali politiche fiscali espansive post-euro si faranno. Un passo falso in tal senso è ritenere, da parte dei sostenitori dell’opportunità di abbandonare l’euro, che solo in questo modo si potrà recuperare sovranità monetaria.</p>
<p>Peraltro, una sovranità monetaria alla quale il nostro Paese ha rinunciato dal lontano 1981, anno nel quale si sancì il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia.</p>
<p>Occorre chiarire che il c.d. declino italiano data ben prima dell’ingresso nell’UME ed è sostanzialmente imputabile all’assenza di politiche industriali e, dunque, al continuo declino del tasso di crescita della produttività del lavoro almeno a partire dall’inizio degli anni novanta. La retorica del “piccolo è bello” ha giocato un ruolo rilevante nel preservare il ‘nanismo’ imprenditoriale italiano, che è il primo fattore che spiega la scarsa propensione all’innovazione delle nostre imprese.</p>
<p>3) E’ necessario attrezzarsi per la messa in discussione del libero scambio all’interno dell’eurozona. Qui si pongono due rilievi critici. In primo luogo, la struttura produttiva italiana è composta prevalentemente da imprese di piccole dimensioni, poco innovative, poco orientate alle esportazioni (soprattutto nel Mezzogiorno), collocate in settori produttivi maturi: agroalimentare, turismo, beni di lusso, con un residuo comparto di macchinari, chimica e farmaceutica. In sostanza, pare di capire che questa tesi non tenga conto del fatto che i problemi dell’economia italiana prima ancora di essere problemi di finanza pubblica sono problemi che attengono alla fragilità della nostra struttura industriale, e che derivano, in ultima analisi, da scelte politiche che risalgono a una stagione precedente l’adozione della moneta unica: <em>in primis,</em> la rinuncia all’attuazione di politiche industriali. A ciò si può aggiungere che l’eventuale attuazione di misure protezionistiche indebolirebbe ulteriormente il già fragile settore produttivo italiano, che già stenta a integrarsi nelle “catene del valore” dell’Eurozona. In secondo luogo, il capitale tedesco non ha molto da perdere dall’adozione di misure protezionistiche in una nuova Europa delle piccole patrie, in quanto una quota consistente delle esportazioni tedesche è già indirizzata altrove: le esportazioni tedesche intra-UE, infatti, si sono ridotte negli ultimi anni, a vantaggio di altre aree, Cina <em>in primis</em>. Stando così le cose, si può ragionevolmente ritenere che la sopravvivenza dell’Unione dipende, in larga misura, dalla capacità dell’industria tedesca di accrescere ulteriormente la propria quota di esportazioni in Paesi extra-UE, e che è semmai la Germania, non l’Italia, a poter ottenere i maggiori vantaggi dall’abbandono dell’euro.</p>
<p>Peraltro, come recentemente documentato da Guarascio et al. (<a href="https://www.eticaeconomia.it/la-crisi-dellunione-monetaria-e-le-relazioni-centro-periferia-in-">https://www.eticaeconomia.it/la-crisi-dellunione-monetaria-e-le-relazioni-centro-periferia-in-</a> europa/) , la quota delle esportazioni tedesche verso l’Europa dell’Est è in continuo aumento.</p>
<p>I sostenitori della convenienza dell’uscita dall’euro riconoscono che il ritorno alla lira genererebbe un significativo aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. A riguardo, si può ricordare che i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico si sono ridotti a seguito dell’adozione della moneta unica. Lo <em>spread</em> fra titoli di stato italiani e tedeschi, a fine anni novanta, era in media intorno ai 500 punti, raggiungendo il massimo storico (575 punti sui titoli a breve scadenza) nel 2012, per poi ridursi costantemente (grazie alla “protezione” della BCE).</p>
<p>E’ infine agevole mostrare come l’abbandono dell’euro non possa avere altri effetti se non ridurre i salari reali. E lo si può fare con un banale esercizio algebrico. Sia W il salario monetario unitario e P il livello generale dei prezzi.</p>
<p>Il salario reale unitario al tempo <strong>t0</strong>, denominato in euro, è dunque <strong><em>W</em>/<em>P</em><em>to</em></strong>.</p>
<p>In virtù del fatto che il ritorno alla valuta nazionale comporta svalutazione della stessa, e ritenendo altamente improbabile il ritorno alla piena indicizzazione dei salari, l’abbandono dell’euro genererebbe un <strong><em>W</em>/<em>Pto &gt; </em><em>W/</em><em>Pt</em></strong>, ovvero una compressione del potere d’acquisto dei lavoratori stimabile approssimativamente intorno al 20%.</p>
<p><em>3.1. Come uscire dall’euro?</em></p>
<p>Il ruolo degli economisti nella campagna elettorale conclusasi il 4 marzo e, ancor più, nella lunga fase di formazione del nuovo Governo è stato ampiamente sovrastimato. L’Economia – ovvio sottolinearlo – non è una scienza; non dispone di modelli previsionali sufficientemente attendibili; propone strumenti di politica economica molto spesso del tutto inefficaci per gli obiettivi che ci si pone. Spesso tende a provare ad appropriarsi di campi di indagine che sarebbero più adeguatamente coltivati da altre discipline.</p>
<p>Non si sottrae a questi rilievi il c.d. Piano B, elaborato nel 2015 dal prof. Paolo Savona, che prevede con estremo dettaglio la procedura tecnica da seguire per il ritorno alla lira <a href="https://scenarieconomici.it/il-piano-b-per-litalia-nella-sua-interezza/">(</a><a href="https://scenarieconomici.it/il-piano-b-per-">https://scenarieconomici.it/il-piano-b-per-</a><a href="https://scenarieconomici.it/il-piano-b-per-litalia-nella-sua-interezza/">litalia-nella-sua-interezza/</a><a href="https://scenarieconomici.it/il-piano-b-per-litalia-nella-sua-interezza/">)</a>. Il documento – al di là della desiderabilità dell’<em>exit</em> italiano &#8211; propone uno scenario sulla cui fattibilità è quanto meno lecito avere seri dubbi.</p>
<p>Ci si riferisce, in particolare, al punto di inizio del processo &#8211; il periodo di transizione dall’euro alla nuova lira &#8211; che il prof. Savona denomina D-Day. Il Piano B parte da un presupposto inoppugnabile: la procedura di uscita deve essere mantenuta segreta, per evitare attacchi speculativi e corsa agli sportelli.</p>
<p>Come fare? Nel documento si immagina che nel primo mese “i funzionari chiave pianificano l’uscita in segreto”, attuando “immediatamente controlli sui capitali e piano accelerato se la notizia trapela” (slide n.66). Non è chiaro chi potrebbero essere i “funzionari chiave”, per quale ragione dovrebbero custodire il segreto, né è chiaro come verrebbero selezionati. Sembrerebbe trattarsi di una sorta di tecnocrazia illuminata, il cui obiettivo – diversamente dalla tecnocrazia europea, e davvero non si capisce perché – è fare gli interessi dei cittadini italiani, e l’interesse dei cittadini italiani coinciderebbe con l’<em>exit.</em> Nel Documento si fa riferimento a un “gruppo di esperti indipendenti (un’autorità comunque italiana)”.</p>
<p>Il Piano B prosegue suggerendo, nei successivi tre giorni dalla decisione di uscita, di chiudere le banche e i mercati finanziari (slide n. 66). Si immagina implicitamente che questa scelta sia percepita come una condizione normale.</p>
<p>Seguirebbero: nazionalizzazione della Banca d’Italia, ricapitalizzazione delle banche, ridenominazione del debito pubblico nella nuova valuta nazionale, immediata revoca della disposizione del Tesoro del 1981, il c.d. divorzio, abolizione dell’obiettivo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, reintroduzione dell’IRI e, infine, conversione in misura 1:1 dei salari monetari da euro a nuova lira.</p>
<p>Quest’ultimo punto è interessante, giacché getta luce sul fatto che - <em>per i</em> <em>lavoratori </em>- lo scenario ipotizzato dal mancato Ministro leghista (anche<em> </em>ammessa la sua realizzabilità) sarebbe <em>peggiorativo rispetto alle condizioni attuali</em>. Nel Piano B si riconosce che l’abbandono dell’euro produrrebbe svalutazione della nuova lira e che la svalutazione comporta un aumento del tasso di inflazione. In assenza di meccanismi di indicizzazione dei salari, ciò produrrebbe una riduzione dei salari reali4. Nella slide 47, si legge che l’indicizzazione dei salari è semmai causa di inflazione e che, per questa ragione, va evitata e si stima un impatto inflattivo nell’ordine del 3%.</p>
<p>Può essere opportuno ricordare che la quota dei salari sul Pil (in Italia con intensità maggiore rispetto alla gran parte dei Paesi europei) ha cominciato a ridursi ben prima dell’adozione dell’euro, come mostrato in fig.1. Può essere opportuno aggiungere che i salari reali percepiti dai lavoratori italiani sono inferiori a quelli ottenuti dalla gran parte dei loro colleghi europei, peraltro in una condizione nella quale le ore lavorate sono maggiori in Italia.</p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories9/forges11.jpg" alt="forges11" width="323" height="156" /></p>
<p><em>Fig.1: andamento della quota dei salari sul Pil</em></p>
<p>In tal senso, l’attuazione del Piano B non farebbe altro che accelerare questa dinamica, accentuando le già elevate diseguaglianze distributive in Italia. E’ questa, per il “popolo”, la “Nuova Era Economica Sovrana” evocata nel piano B (slide 76)?</p>
<p>Vi è di più. Nella slide 71 del Documento si propone una ridistribuzione dei trasferimenti pubblici sulla base del “best case regionale”. Non viene aggiunto altro, ma sembra ragionevole ritenere che questo riferimento sia un richiamo al federalismo fiscale e ai costi standard. Anche in questo caso, l’<em>exit</em> accentuerebbe problemi già esistenti e rilevanti, accelerando ulteriormente le divergenze regionali. Ciò sia a ragione di questa previsione del piano B, sia soprattutto a ragione del fatto che – nel Documento – la ripresa della crescita economica in Italia è pressoché interamente demandata all’aumento delle esportazioni nette (cosa resa possibile dalla svalutazione della nuova lira). Si consideri, a riguardo, che il 20% delle imprese italiane copre l’80% del totale delle esportazioni italiane e che queste imprese sono quasi tutte localizzate al Nord. In questo scenario, è ragionevole attendersi un ulteriore impoverimento delle regioni meridionali e, come sempre accaduto in Italia con il ricorso alle svalutazioni competitive, un ulteriore freno alle innovazioni. Se infatti, come detto sopra, le imprese sono poste nella condizione di guadagnare competitività sui mercati internazionali tramite deprezzamento del tasso di cambio, viene meno, per loro, l’incentivo a guadagnare competitività tramite incrementi di produttività e, dunque, tramite introduzione di innovazioni.</p>
<p>L’attuale architettura europea è indifendibile e probabilmente non riformabile. Sebbene scontato, è bene ripetere che l’<em>exit</em> italiano – ammesso che sia tecnicamente ammissibile, nella forma presentata nel Piano B – non è un vantaggio per la Nazione: nella migliore delle ipotesi, potrebbe rivelarsi un beneficio per le imprese (soprattutto del Nord), che non hanno saputo creare le condizioni per competere innovando: le imprese cioè meno efficienti. Si calcola, a riguardo, che solo il 10% delle imprese italiane non ha subìto perdite di profitti negli anni della crisi: troppo poche e non rappresentate dai partiti sovranisti.</p>
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<p><strong>4. <em>Contro la visione sovranista: perché l’Italia non cresce</em></strong></p>
<p>L’Italia non cresce perché continua a ridursi la produttività del lavoro, in una spirale che dura da oltre venti anni e che segnala valori della produttività quasi costantemente inferiori alla media europea nel periodo considerato.</p>
<p>La bassa crescita della produttività del lavoro è imputabile a due fattori: il calo degli investimenti pubblici e privati e la continua riduzione della quota dei salari sul Pil. Proviamo a capire perché ciò è accaduto, a partire da alcune considerazioni sulla storia recente della nostra economia.</p>
<p>Terminato il ‘miracolo economico’ degli anni cinquanta-sessanta e dunque la stagione di una crescita trainata dalle esportazioni, negli anni settanta si registra un imponente ciclo di lotte operaie. Aumentano gli scioperi, diminuiscono le ore lavorate, aumentano i salari monetari, con conseguente inflazione conflittuale e peggioramento del saldo delle partite correnti. Le imprese del ‘triangolo industriale’, nel tentativo di contenere la conflittualità operaia e recuperare competitività di prezzo, avviano processi di decentramento produttivo, spostando la produzione in unità di piccole dimensioni inizialmente nel Nord Est. Si indebolisce, per conseguenza, il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali e l’inflazione – che negli anni precedenti era estremamente alta anche per il doppio shock petrolifero del 1973 e del 1979 – comincia a essere ridotta. Dopo il picco raggiunto nel 1982 (14.7%), per tutti gli anni ottanta il tasso di inflazione continua a scendere, arrivando al 4.7% del 1987. Ciò è imputabile, da un lato, alla fine della stagione del conflitto dentro e fuori la fabbrica, e dunque all’avvio di una fase di moderazione salariale, dall’altro, all’aumento dei tassi di interesse finalizzato ad attirare capitali speculativi per riequilibrare la bilancia dei pagamenti.</p>
<p>L’aumento dei tassi di interesse ha però effetti di segno negativo sulla dinamica degli investimenti privati, non compensati da significativi aumenti degli investimenti pubblici. Negli anni ottanta, l’aumento della spesa pubblica è prevalentemente dovuta a un aumento della spesa corrente (che passa dal 35% del 1980 al 45% in rapporto al Pil del 1990), finalizzata a neutralizzare – definitivamente – i residui di conflittualità ereditati dal decennio precedente. L’ingresso nello SME nel 1979 – sistema di cambi fissi con banda di oscillazione fissata al 6% – introduce ulteriori rigidità per le imprese, dal momento che rende difficili svalutazioni competitive. Si fa strada la necessità di dotarsi di un ‘vincolo esterno’, assunto necessario per avviare una stagione di riforme nel segno della ‘modernizzazione’ e soprattutto di tenere sotto controllo i conti pubblici5. Il 1992 segna un anno di svolta. Le imprese italiane continuano a perdere quote di mercato nel commercio estero, a causa di una pressione competitiva sempre più globale, ed esauritosi ormai definitivamente il conflitto sociale, occorre ripristinare le condizioni affinché le imprese italiane recuperino competitività. In un contesto peraltro segnato da attacchi speculativi al nostro debito pubblico. Si sceglie la linea delle politiche “lacrime e sangue”, ovvero misure fiscali fortemente restrittive, ufficialmente finalizzare a ridurre il debito pubblico, di fatto funzionali a comprimere la domanda interna, con conseguente riduzione delle importazioni. Il potere contrattuale dei lavoratori si riduce come conseguenza dell’aumento del tasso di disoccupazione per l’intero periodo che va dal 1992 all’inizio degli anni duemila, comportando compressione dei salari.</p>
<p>L’arrivo della crisi del 2008 fa deflagrare tutti i problemi sedimentatisi nei decenni precedenti e si innesta su una struttura produttiva divenuta progressivamente sempre più fragile e caratterizzata da piccole dimensioni aziendali, forte dipendenza dal credito bancario, specializzazione in settori tecnologicamente maturi (turismo, agroalimentare, beni di lusso).</p>
<p>In estrema sintesi, si può comprendere la storia recente dell’economia italiana come la storia dei tentativi di accrescere la competitività di prezzo delle nostre imprese, attraverso manovre fiscali, politiche monetarie e accordi di cambio che hanno sistematicamente posto le nostre imprese nella condizione di competere riducendo i salari.</p>
<p>Negli anni più recenti, nessun Governo ha provato a invertire la rotta, ovvero a rendere il nostro sistema produttivo più forte e più competitivo su scala internazionale attraverso investimenti in innovazione. Per contro, la spesa pubblica in ricerca e sviluppo è stata drammaticamente ridotta (e la spesa privata ha assunto dimensioni irrisorie). Ciò è probabilmente da imputare all’estrema difficoltà di recuperare il terreno perso (è difficile re-industrializzare un Paese dopo decenni di politiche di de- industrializzazione), alla convinzione che l’Italia possa crescere in virtù della presunta eccellenza del ‘piccolo è bello’ e delle sue produzioni artigianali, alla scorciatoia politica di rinunciare a interventi sulla struttura produttiva con investimenti pubblici in ricerca e infrastrutture materiale e immateriali (il cui effetto si vedrebbe nel lungo periodo), aumentando la spesa corrente per l’acquisizione di consenso.</p>
<p>Si arriva al 2018. Il cosiddetto Governo del cambiamento fa propria la convinzione che questi problemi dipendano dai vincoli europei, sulla scia di una ormai decennale elaborazione teorica per la quale le condizioni materiali di vita dei cittadini italiani migliorerebbero se si potesse fare a meno dell’euro. Si tratta di una tesi errata e che non coglie la reale portata del problema (economico e politico). Come recentemente ricordato da Mario Draghi, le svalutazioni della lira (7 casi dal 1979 al 1992) si sono sempre accompagnate a cali di produttività, per effetto della possibilità accordata alle imprese di competere con un cambio favorevole rinunciando a innovare6. A ciò si può aggiungere il fatto che, poiché soprattutto negli ultimi decenni le imprese italiane esportatrici sono localizzate prevalentemente a Nord, le svalutazioni della lira hanno di norma prodotto un ampliamento dei divari regionali.</p>
<p>Sebbene errata o comunque fortemente opinabile, questa tesi è alla base della lunga contrattazione con le Istituzioni europee per l’aumento del rapporto deficit/Pil, che dovrebbe portare (nelle intenzioni del Governo) a una radicale revisione dei Trattati europei, se non all’abbandono unilaterale dell’euro da parte dell’Italia7.</p>
<p>I sondaggi disponibili – confidando nella loro attendibilità – ci dicono che la gran parte degli italiani è contraria all’abbandono unilaterale dell’euro. Ma, a fronte di ciò, vi è un diffuso consenso sulla manovra, anche da parte di intellettuali fino a poco tempo fa vicini alla sinistra. Un consenso che riguarda anche economisti che si definiscono keynesiani e che la interpretano come radicale inversione rispetto alle misure di austerità fin qui attuate. Si tratta di un’illusione ottica, dal momento che la manovra risente essenzialmente degli interessi della vera base elettorale della Lega (la piccola impresa del Nord), che vanno nella direzione di aumentare il deficit prevalentemente attraverso detassazioni – via flat tax – e di ampliare il mercato interno attraverso trasferimenti monetari – via reddito di cittadinanza. In tal senso, la manovra non può dirsi keynesiana, almeno nel senso che una politica economica propriamente keynesiana prevede incrementi di spesa innanzitutto per investimenti pubblici con finalità redistributive. La Legge di stabilità introduce, per contro, elementi che vanno nella direzione di aumentare le diseguaglianze.</p>
<p>In tal senso, non è il segno della manovra (espansivo) a destare preoccupazione in Europa, ma il tentativo di questo Governo di ribaltare la logica che guida le politiche dell’eurozona e che corrispondono agli interessi delle grandi imprese con elevata propensione alle esportazioni: creare cioè le condizioni per favorire la crescita aumentando le vendite all’estero – attraverso moderazione salariale e compressione dei prezzi – e riducendo le importazioni – attraverso riduzioni di spesa pubblica. In altri termini, la fondamentale incompatibilità fra Governo e istituzioni europee sta nel fatto che il Governo mira a espandere la domanda interna per far recuperare margini di profitto a imprese italiane che non riuscirebbero a recuperali tramite esportazioni, mente le Istituzioni europee fanno propria una linea di politica economica finalizzata alla crescita per il tramite dell’aumento delle esportazioni nette. Si è quindi in presenza di un tipico conflitto inter-capitalistico, fra grande e piccola impresa, fra impresa esportatrice e impresa che opera sul mercato interno sul quale si basa il fragile equilibrio politico interno e l’ancor più fragile equilibrio nelle trattative fra il Governo e le Istituzioni europee.</p>
<p>La linea di politica economica che si sta perseguendo negli ultimi mesi in Italia sembra, in definitiva, basarsi su una riproposizione della vecchia tesi del “piccolo è bello” – associata alla convinzione della superiore efficienza delle piccole imprese a vocazione artigianale – combinata con la sostanziale rinuncia a posizionare l’economia italiana in un segmento alto della catena globale del valore, consentendo alle nostre imprese (alle piccole, in particolare) di sopravvivere vendendo sul mercato interno.</p>
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<p><strong>5. <em>La crisi dell’Unione monetaria europea, il</em> <em>sovranismo economico la monetizzazione del</em> <em>debito</em></strong></p>
<p>Le due principali interpretazioni della crisi dell’Unione Monetaria Europea – il cui sintomo sarebbe dato dall’aumento del debito pubblico in rapporto al Pil in modo divergente fra Paesi (dinamica molto contenuta in Germania, molto forte nei Paesi del Sud) – sono schematicamente riconducibili a due tesi.</p>
<p>1. La visione “tedesca”, dominante dal 2010 e sempre meno dominante oggi, imputa l’aumento del debito all’aumento della spesa pubblica. L’implicazione di politica economica fa riferimento all’attuazione di misure di austerità (o consolidamento fiscale), con l’obiettivo di mantenere ‘i conti in ordine’ e di rispettare i parametri stabiliti nei Trattati europei – il 3% del rapporto deficit/Pil e il 60% del rapporto debito/Pil. Si aggiunge che l’austerità non ha solo effetti positivi sulla dinamica del debito, ma anche effetti espansivi: la riduzione della spesa pubblica oggi crea aspettative ottimistiche in ordine alla riduzione della tassazione domani e, dunque, incentiva oggi maggiori consumi e maggiori investimenti, dunque maggiore crescita.</p>
<p>2. La teoria che fa dipendere l’aumento del debito pubblico dai diversi andamenti del saldo delle partite correnti dei Paesi membri dell’Eurozona. La sequenza logica che viene qui istituita è così ordinabile: in Paesi nei quali il tasso di crescita dei salari nominali è maggiore del tasso di crescita della produttività, le esportazioni nette tendono a contrarsi. La riduzione delle esportazioni nette dà luogo a minore domanda aggregata, dunque minore gettito fiscale e conseguente necessità di finanziare la spesa mediante un aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato.</p>
<p>Da quest’ultima tesi, si fa discendere una linea di politica economica che consenta alla BCE di monetizzare la spesa pubblica.</p>
<p>La monetizzazione del debito consiste nell’acquisto da parte della Banca centrale di titoli di Stato. E’ una prassi diffusa in molti Paesi OCSE – sebbene non si manifesti mai sotto forma di acquisto di <em>tutti</em> i titoli emessi da uno Stato &#8211; vietata dai Trattati Europei e dallo statuto della BCE e parzialmente praticata da quest’ultima, a partire dal 2015, con il c.d. <em>quantitative easing</em> (alleggerimento quantitativo).</p>
<p>L’ipotesi di monetizzazione del debito incontra la seguente obiezione da parte dei teorici dell’austerità. Si fa propria, in questo ambito teorico, l’idea che la monetizzazione del debito generi tre ordini di problemi e nessun effetto positivo. Il primo problema è noto come ‘moral hazard’. Si ritiene che se un Governo – assunto essere un agente economico che massimizza il consenso è messo nelle condizioni di poter accrescere la spesa pubblica senza incontrare vincoli di bilancio – è incentivato a usare la spesa pubblica per usi improduttivi: prevalentemente spesa corrente (sussidi, pre-pensionamenti) che non ha effetti sulla crescita economica di lungo periodo. Il secondo problema attiene al c.d. effetto di spiazzamento. Si considera, a riguardo, che l’aumento della spesa pubblica genera un aumento dei tassi di interesse e c he un aumento dei tassi di interesse riduce gli investimenti privati. E poiché si assume la superiore efficienza di questi ultimi rispetto agli investimenti pubblici, ne deriva che l’aumento della spesa pubblica – tanto maggiore quanto più la Banca centrale è propensa a finanziarla – riduce il tasso di crescita. Il terzo problema rinvia alla c.d. teoria quantitativa della moneta, ovvero alla tesi secondo la quale l’inflazione è interamente imputabile a un aumento della massa monetaria circolante e, dunque, in ultima analisi, a un aumento della spesa pubblica. L’ipotesi che accredita questa teoria risiede nella convinzione che la moneta sia neutrale (un ‘velo’), ovvero che un’economia di mercato deregolamentata tenda spontaneamente a generare il pieno ed efficiente impiego di tutti i fattori produttivi. In un contesto di equilibrio economico generale, è evidente che l’aumento della spesa pubblica non può generare aumenti del reddito nazionale, dal momento che, per definizione, il reddito di equilibrio coincide con il reddito potenziale, ovvero con il massimo reddito che un’economia può generare dati i fattori produttivi di cui dispone.</p>
<p>Va rilevato che la monetizzazione incontra problemi di fattibilità tecnica. Sul piano teorico, l’ipotesi di monetizzazione rinvia oggi, soprattutto, alla teoria della moneta moderna (<em>modern money theory -</em> MMT), elaborata soprattutto negli Stati Uniti per opera di Randall Wray, Warren Mosler, Stephanie Kelton e altri. In questo schema, si assume che Governo e Banca centrale siano consolidati, ovvero formino un unico settore con la medesima funzione- obiettivo. Data questa ipotesi, non occorre una preventiva raccolta di gettito fiscale per finanziare la spesa pubblica e la tassazione ha l’unica funzione di incentivare il lavoro (Wray, 1998). Le tasse – una volta pagate – vengono distrutte. Se ne fa discendere la proposta dello Stato occupatore di ultima istanza (<em>employer of last resort</em> <em>–</em> <em>ELR</em>): poiché un’economia di mercato deregolamentata produce spontaneamente disoccupazione involontaria, è necessario un intervento del settore pubblico finalizzato ad assumere i disoccupati.</p>
<p>L’ipotesi di pieno consolidamento di Governo e Banca centrale viene accreditata con l’argomento per il quale si tratta di un’ipotesi di massima astrazione. Il punto in discussione riguarda il fatto che, in un assetto capitalistico, e per quanto storicamente e istituzionalmente è dato, la Banca centrale non ha <em>come obiettivo primario</em> il pieno impiego, ma la stabilità dei prezzi. Questa separazione di funzioni viene, di norma, motivata in considerazione del fatto che i governi potrebbero espandere la spesa pubblica per ottenere consenso, disinteressandosi ai possibili effetti sul tasso di inflazione. Così che si ritiene che un’Istituzione indipendente, che controlli senza interferenze politiche la politica monetaria, sia necessaria per evitare questo risultato. L’attuazione di un programma di ripristino della sovranità monetaria richiede dunque la riscrittura dello statuto della Banca centrale, alla quale dovrebbe essere assegnato il solo obiettivo del pieno impiego.</p>
<p>I teorici della MMT ritengono che l’aumento della spesa pubblica non abbia mai effetti inflazionistici, negando l’esistenza di una curva di Phillips negativamente inclinata. Si tratta di una questione estremamente controversa e molto dibattuta in letteratura (cfr. Palley, 2016). A ben vedere, se anche si ammette che un aumento della spesa pubblica non generi effetti inflazionistici sulla base della teoria quantitativa della moneta, è difficile respingere la tesi per la quale essa attiva un conflitto sulla distribuzione del reddito, che si traduce in maggiori salari monetari – come conseguenza della riduzione del tasso di disoccupazione &#8211; e maggiori prezzi (Graziani, 2003). Ma soprattutto la MMT ignora la natura di classe delle scelte di politica economica: la monetizzazione del debito ridurrebbe in modo considerevole la quota dei Pil europeo (e mondiale) del quale si appropriano i <em>rentier.</em></p>
<p>A ciò si può aggiungere una considerazione di carattere generale. Le due interpretazioni della crisi europea non tengono conto che, seppure con dinamiche diverse, il debito pubblico è cresciuto esponenzialmente dai primi anni settanta a oggi <em>in tutti i Paesi OCSE</em> (Streek, 2014). E’ vero che è cresciuto meno in Germania rispetto ai Paesi del Sud Europa, ma ciò non sembra essere imputabile alla minore spesa pubblica tedesca, né necessariamente <em>solo</em> al più favorevole andamento della bilancia commerciale.</p>
<p>In particolare, l’evidenza empirica (OCSE) mostra che l’Italia, nel confronto con la Germania, ha quasi sempre sperimentato maggiore deflazione, imputabile a maggiore moderazione salariale. La maggiore deflazione relativa potrebbe spiegare per quale ragione gli interessi sui titoli di Stato italiani <em>in termini reali</em> sono più alti di quelli tedeschi e perché dunque la crisi italiana del debito pubblico parte dal nostro mercato del lavoro.</p>
<p>In ogni caso, i “fondamentali” contano, fra i “fondamentali” va messo innanzitutto il tasso di crescita della produttività del lavoro e, su questo fronte, l’Italia – nel confronto con Germania e Paesi satelliti – fa molto peggio.</p>
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<p><strong>6. <em>Lo Stato come innovatore di prima istanza</em></strong></p>
<p>Si stima che i giovani disoccupati laureati, nella fascia d’età compresa fra i 25 e i 35 anni, residenti in Italia siano circa un milione. La disoccupazione giovanile ammonta a circa il 40% sul totale della forza-lavoro e, in alcune regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, supera il 60%., ed è oltre il doppio della media europea. Si tratta, con ogni evidenza, di una situazione socialmente insostenibile, probabilmente il vero problema dell’economia italiana, e nel lungo periodo, quando verranno meno i risparmi delle famiglie che consentono ai giovani di rimanere inattivi o di svolgere attività non conformi al titolo di studio acquisito, anche economicamente insostenibile, a meno di ulteriori incrementi (già rilevantissimi) delle migrazioni (peraltro in assenza di flussi di ritorno).</p>
<p>A questo problema al quale i Governi degli ultimi decenni hanno provato a rispondere con massicce riduzioni dei finanziamenti alle Università e ai centri di ricerca, generando il conseguente aumento della contribuzione studentesca, provando cioè a disincentivare le immatricolazioni. In buona misura, l’operazione è riuscita, ma resta il fatto che l’Italia non è un Paese per giovani – come viene ripetutamente detto – e soprattutto non è un Paese per giovani istruiti.</p>
<p>La situazione è per molti aspetti paradossale. La lunga crisi partita dal 2007 ha accresciuto il tasso di disoccupazione, ma soprattutto ha enormemente accresciuto la disoccupazione giovanile. Questo dato ha molteplici cause, ma è da rilevarsi che probabilmente la principale sta nella scelta di imporre limiti alle assunzioni nel pubblico impiego. E’ una scelta che – dato poco noto nel dibattito pubblico – ha portato il perimetro della pubblica amministrazione italiana a una continua contrazione, coì che, ad oggi, come rilevato dall’OCSE, per numero di dipendenti, l’Italia è al fanalino di coda fra i Paesi dell’Eurozona e fra i Paesi OCSE: il 13% della forza- lavoro, a fronte di una media OCSE di quasi il 20%. Il blocco delle assunzioni ha anche prodotto un aumento dell’età media dei dipendenti pubblici, che si assesta a 55 anni (a fronte di una media OCSE di circa 34 anni) e gli stipendi medi – al netto di quelli dei <em>manager</em> <em>–</em> sono di gran lunga inferiori a quelli degli altri Paesi europei.</p>
<p>Il paradosso consiste in questo: l’Italia ha un settore pubblico ampiamente sottodimensionato (e anche per questa ragione poco efficiente), con lavoratori in età elevata (e anche per questa ragione la sua produttività è bassa) e con una platea di giovani istruiti molti dei quali preparata per svolgere attività di ricerca. Il paradosso si fa ancora più tale, se si considera che, su fonte OCSE, la spesa pubblica in ricerca e sviluppo in Italia è fra le più basse nei confronti dei Paesi dell’Eurozona e che la spesa privata in ricerca e sviluppo, per il complesso dell’economia italiana, è sostanzialmente nulla. Su fonte OCSE, il numero di ricercatori in Italia è di gran lunga inferiore alla media dei Paesi industrializzati e le poche innovazioni che il sistema fa proprie sono importate. E’ palese come questo influisca sulla dinamica della produttività del lavoro e, dunque, sul tasso di crescita.</p>
<p>Il tasso di crescita della produttività del lavoro in Italia è – anche in questo caso – fra i più bassi nel confronto con la media OCSE e soprattutto è in continuo declino (almeno) a partire dagli anni novanta. Il rallentamento del tasso di accumulazione del capitale – pubblico e privato – e la diffusa presenza di imprese di piccole dimensioni poco innovative ne spiegano la causa. Si può considerare, a riguardo, che circa la metà degli occupati in Italia lavora in imprese con meno di 10 dipendenti producendo circa il 30 percento del Pil. Si stima anche che sono meno del 30 percento i dipendenti di aziende con meno di 10 occupati nell’Unione europea e 20 percento in Germania dove producono rispettivamente il 21 ed il 15 percento del Pil.</p>
<p>Un calcolo approssimativo ma ragionevole porta a quantificare intorno ai 2 miliardi di euro un programma di assunzioni nel pubblico impiego che siano finalizzate a produrre innovazioni (il calcolo è effettuato sulla base di un salario mensile netto di 2000 euro e riferito a un programma di assunzioni che, almeno nella fase iniziale, riguardi i soli lavoratori con più alto titolo di studio). E’ l’ipotesi di Stato innovatore di prima istanza. Se il settore privato non innova e se la disoccupazione giovanile altamente qualificata è in continua crescita, se il settore pubblico è ampiamente sottodimensionato, appare del tutto ragionevole che sia l’operatore pubblico a farsi carico dell’aumento delle assunzioni e, al tempo stesso, della produzione di innovazioni. Produrre innovazioni nelle Università e nei centri di ricerca genera effetti benefici per la crescita per almeno due ragioni:</p>
<p>i) Innanzitutto, l’aumento delle assunzioni accresce la domanda interna, a beneficio delle molte imprese italiane – localizzate soprattutto nel Mezzogiorno &#8211; che vendono sul mercato domestico.</p>
<p>ii) La produzione di innovazioni, che potrebbe tradursi nella produzione diretta di beni ad alto valore aggiunto da parte di imprese pubbliche, si trasmette al settore privato per un canale diretto e un canale indiretto. Il canale diretto riguarda accordi fra Istituzioni di ricerca pubblici e imprese private, con la fornitura, da parte delle prime, di conoscenza di base e applicata e che si rende possibile in contesti nei quali il settore privato a interesse a competere innovando. Il canale indiretto attiene al seguente meccanismo. L’aumento dell’occupazione conseguente ad assunzioni nel pubblico impiego rende difficile per le imprese competere attraverso la moderazione salariale e le spinge a restare competitive attraverso l’avanzamento tecnico.</p>
<p>Si può aggiungere che le innovazioni alle quali si fa riferimento non sono solo innovazioni tecnologiche ma anche innovazioni sociali (che possono riguardare, per esempio, modalità nuove di organizzazione del lavoro). In tal senso, il programma di Stato come datore di lavoro di prima istanza non fa riferimento alla sola assunzione di ingegneri e tecnici nel settore pubblico. In più, l’aumento dell’occupazione non riguarderebbe la sola occupazione qualificata. Un aumento della domanda interna, infatti, spingerebbe anche le imprese private ad assumere e, comunque, il buon funzionamento dei centri di ricerca oltre a richiedere ricercatori richiede anche la disponibilità di figure professionali diverse.</p>
<p>Sul piano normativo, l’attuazione di questo programma non incontra ostacoli nella legislazione europea. L’importo stimato è di gran lunga inferiore a quello della spesa complessiva dei provvedimenti del Governo in carica.</p>
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<p><strong>7. <em>Alcune considerazioni di natura politica</em></strong></p>
<p>Inutile nasconderlo. La Sinistra, per qualunque accezione ne venga data, avrà bisogno di anni di emarginazione per provare a recuperare egemonia, incuneandosi nelle inevitabili contraddizioni che la torsione a Destra genera.</p>
<p>Nel caso italiano, la questione si potrebbe porre in questi termini.</p>
<p>Poche analisi del voto del 4 marzo si sono soffermate sull’andamento delle astensioni. Si calcola che i votanti crescono solo in tre regioni: Basilicata, Calabria e Campania, mentre scende in tutte le altre regioni e i cali maggiori si registrano al Nord. La quota degli astensionisti rimane ancora superiore al 25-26%.</p>
<p>Le ragioni della crescita (o della non riduzione) dell’astensionismo – fenomeno che riguarda pressoché tutti i Paesi OCSE – è da attribuirsi a numerosi fattori, non da ultimo al ruolo che la Politica è chiamata a svolgere nel capitalismo finanziario. Il capitalismo finanziario, che si manifesta con l’acquisizione di profitti (da parte delle grandi imprese e delle Istituzioni finanziarie) attraverso attività puramente speculative, è, per sua natura, ‘breveperiodista’; le attività speculative – e dunque l’acquisto e la vendita di titoli nei mercati finanziari – consentono l’acquisizione di profitti (e di rendite finanziarie) in un orizzonte temporale molto limitato. E i titoli oggetto di negoziazione nei mercati finanziari sono anche titoli del debito pubblico, in uno scenario, peraltro, nel quale il debito pubblico in rapporto al Pil è in continuo aumento in tutti i Paesi OCSE, almeno dagli anni settanta a oggi.</p>
<p>In questo contesto, i Governi si trovano nella condizione di dover perseguire un obiettivo assolutamente prioritario, ovvero acquisire credibilità agli occhi dei creditori, ovvero di coloro che detengono titoli del debito pubblico. Non possono non farlo, dal momento che, in caso contrario, non avrebbero risorse per finanziare la spesa corrente e, nel caso estremo di impossibilità di ripagare il debito, non avrebbero altre alternative se non dichiarare <em>default</em>. Si badi che si tratta di un caso estremo, ma non puramente ipotetico. L’Argentina agli inizi degli anni Duemila e la Grecia nel 2010 e nel 2015 si sono trovate in questa condizione.</p>
<p>Se i governi rispondono <em>innanzitutto</em> ai mercati finanziari e devono farlo per acquisire le risorse necessarie per ripagare debiti pubblici in continuo aumento, occorre chiedersi quali fattori trainano questo aumento. Vediamo il caso italiano.</p>
<p>E’ bene chiarire, contro la <em>vulgata,</em> che, nel caso italiano, l’esplosione del debito pubblico è solo in minima parte imputabile alla crescita della spesa pubblica, ma a fattori che non attengono alla gestione della finanza pubblica. In particolare, come mostrato dall’evidenza empirica, la spesa pubblica, in Italia, e la sua dinamica nel corso degli ultimi trent’anni sono stati costantemente inferiori alla media dei Paesi dell’eurozona, a fronte del fatto che il debito pubblico è stato costantemente superiore. Questo apparente paradosso è stato spiegato alla luce delle seguenti considerazioni. Per quanto attiene alla dinamica dei tassi di interesse sui titoli di Stato, questa non si arresta riducendo la spesa. Ciò per queste ragioni. In primo luogo, i tassi di interesse sui titoli di Stato sono stati (e vengono) mantenuti elevati per attrarre capitali speculativi con l’obiettivo di mantenere in pareggio la bilancia dei pagamenti, a fronte dei deficit di partite correnti imputati alla scarsa competitività internazionale delle nostre imprese. In secondo luogo, gioca qui un ruolo cruciale l’elevata evasione fiscale, dal momento che impedisce recuperi di gettito di entità tale da consentire più agevolmente di ripagare il debito. In terzo luogo, e soprattutto, si può rilevare che gli elevati tassi di interesse sui titoli di Stato italiani sono, in ultima analisi, l’esito di una dinamica di lungo periodo di costante riduzione della domanda interna connessa a una costante riduzione del tasso di crescita della produttività del lavoro. Con una struttura produttiva composta prevalentemente da imprese di piccole dimensioni, il finanziamento bancario della produzione e degli investimenti assume massima rilevanza, dal momento che poche imprese italiane riescono a reperire risorse sui mercati finanziari.</p>
<p>Si può, quindi, dedurre che la dinamica degli interessi sui titoli del debito pubblico è anche influenzata dalla dinamica dell’offerta di credito, dal momento che la sua riduzione comporta una riduzione del tasso di crescita e la conseguente necessità (per l’aumento della probabilità di insolvenza) di collocare titoli di Stato sui mercati finanziari con tassi di interesse crescenti. Il che dà luogo a un circolo vizioso di causazione cumulativa, che va dalla bassa spesa pubblica al basso tasso di crescita alla restrizione del credito alla contrazione degli investimenti e alla necessità di accrescere i tassi di interesse sul debito. E’ significativo osservare che questa dinamica non è affatto neutrale sul piano della distribuzione del reddito, per una duplice ragione.</p>
<p>In primo luogo, la riduzione della spesa pubblica (in quanto si associa a un aumento degli interessi sui titoli del debito pubblico) costituisce un trasferimento netto di ricchezza alla rendita finanziaria.</p>
<p>In secondo luogo, nell’impossibilità di “monetizzare” la spesa pubblica (ovvero di vendere titoli di Stato alla Banca Centrale Europea, ancor più nell’imminente fine del <em>quantitative easing</em>), l’accresciuto onere del debito richiede incrementi di tassazione. Occorre chiarire che la ripartizione dell’onere fiscale, così come la distribuzione dei tagli di spesa, risente del potere contrattuale dei lavoratori e delle imprese nella sfera politica e, in tal senso, non risponde a criteri di efficienza di sistema. In una condizione di elevata disoccupazione, è dunque ragionevole aspettarsi che il maggior peso della tassazione (e dei minori trasferimenti pubblici) venga fatto gravare sul lavoro, accreditando la tesi di Marx secondo la quale “la causa del fatto che il patrimonio dello stato cade nelle mani dell’alta finanza [è] l’indebitamento continuamente crescente dello stato”.</p>
<p>Il cortocircuito che ne deriva fa riferimento a una dinamica che parte dall’aumento dell’indebitamento pubblico (non solo in Italia, essendo un fenomeno che coinvolge tutti i Paesi OCSE, e che attiene anche all’impiego di risorse pubbliche per i ‘salvataggi bancari’), che modifica sensibilmente gli obiettivi dei Governo – acquisire ‘credibilità’ nei mercati finanziari – che, a sua volta, condiziona la selezione degli strumenti di politica economica, che diventano funzionali alle richieste dei creditori. Dunque: consolidamento fiscale per generare risparmi pubblici e moderazione salariale per accrescere il saldo delle partite correnti. Nel caso italiano, strumenti entrambi totalmente inefficaci ai fini della crescita economica e dell’aumento dell’occupazione. L’attuale Governo difficilmente potrà cambiare radicalmente rotta: se la lotta di classe è vinta dal capitale, essa è vinta su scala globale e la lotta contro l’Europa è, in tal senso, la risposta sbagliata a una domanda seria. Ma soprattutto, per le ragioni individuate precedentemente, questo Governo non difende gli interessi della classe operaia.</p>
<p>In più, se l’obiettivo prioritario di un Governo è l’acquisizione di credibilità nei mercati finanziari, e dunque l’assicurazione fornita ai detentori di titoli di Stato che il debito verrà onorato, c’è ben poco spazio per l’attuazione di misure che migliorino il benessere materiale della gran parte dei cittadini. In tal senso, la ‘legittimazione’ del sistema – ovvero la sua coesione sociale – è demandata alla comunicazione e a una comunicazione sempre più rozza e semplificata. Si osservi che le dinamiche qui descritte sono globali, ma più accentuate in Italia per due ragioni: l’elevato debito pubblico e l a scarsa alfabetizzazione (solo il 26% dei giovani italiani è in possesso di laurea a fronte di una media OCSE del 40%).</p>
<p>Ciò non significa evidentemente che le tradizionali differenze fra partiti di destra e di sinistra scompaiano del tutto. Significa che i loro margini di scelta sulle politiche economiche sono sempre più limitati e che le reali differenze riguardano provvedimenti a costo zero (o con costi non particolarmente rilevanti) che riguardano norme sui diritti civili e, oggi in particolare, sulle politiche di controllo dei flussi migratori.</p>
<p>Non è casuale, stando a questa ricostruzione, che dal 1994 a oggi nessun partito di Governo è stato riconfermato. “Andiamo a governare, per perdere”, come è stato fatto osservare, sembra essere la cifra politica di questi anni.</p>
<p>La lotta di classe, in questo scenario, non passa più per la rappresentanza parlamentare, o almeno non c’è da aspettarsi che il ribaltamento del potere politico a vantaggio del Lavoro sia gestito da una forza politica, nelle condizioni date. Alcuni segnali di conflitto sociale esistono. Occorre un lungo lavoro di elaborazione di una teoria economica e di una teoria della politica economica che recuperi la migliore tradizione italiana (da Federico Caffè ad Augusto Graziani a Paolo Sylos Labini) e che si ponga in radicale contrapposizione non solo con il <em>mainstream</em> neoliberista ma anche, e soprattutto in questa fase, con le sirene del sovranismo.</p>
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<h5>Note</h5>
<h5>* Questo saggio costituisce una rielaborazione di miei articoli pubblicati su “Micromega” e su “Alternative per il Socialismo”.</h5>
<h5>1 Per un’accurata ricostruzione di casi di fallimento di unioni monetarie, si veda BRANCACCIO – GARBELLINI 2015. Si tratta, ad avviso di chi scrive, di una ricerca estremamente interessante sotto il profilo storico, ma di scarsa utilità per l’interpretazione delle dinamiche dell’Unione Monetaria Europea, dal momento che i) i casi esaminati riguardano unioni monetarie non comparabili con quella europea, sia per il Pil dei Paesi membri sia per la loro rilevanza politica; ii) date le sue specificità, l’UME è davvero un <em>unicum</em> nella Storia delle unificazioni monetarie, anche per questo non comparabile a nessun altro caso. In più, come è stato osservato: «Gli esempi storici ci permettono di concludere che l’integrazione monetaria, che comporta totale perdita di sovranità monetaria, una volta stabilita difficilmente viene messa in discussione da singoli stati aderenti, in quanto il mutamento è percepito come un salto nel buio, i cui costi sono considerati estremamente superiori ai benefici. La psicologia collettiva nei confronti delle questioni monetarie è dominata dall’inerzia» (PATALANO 2013).</h5>
<h5>2 Per un approfondimento, si rinvia a SYLOS LABINI 2016.</h5>
<h5>3 VON MISES 1988.</h5>
<h5>4 Nella slide n.71 è contenuta la previsione di detassazione dei “Lavoratori con le fasce di reddito più esposte”. Si tratta di misure di contrasto alla povertà assoluta, peraltro assimilabili – per quanto è possibile comprendere – alla già esistente <em>no-tax</em> <em>area</em>.</h5>
<h5>5 Vincolo esterno la cui necessità fu teorizzata, fra gli altri, da Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi e Beniamino Andreatta, per i quali l’Italia sarebbe stata capace di rispettare una rigida disciplina nella gestione della finanza pubblica solo se questa fosse stata imposta da un attore esterno, in particolare da Istituzioni europee.</h5>
<h5>6 Si può discutere il fatto che vi sia un inequivocabile nesso di causa -effetto fra svalutazioni e cali di produttività, ma l’evidenza empirica sembra darne una prova sufficiente almeno per il secondo periodo considerato, ovvero fra fine anni ottanta e inizio degli anni novanta.</h5>
<h5>7 Sembrano emergere, a riguardo, alcune affinità fra ciò che successe a fine ottocento fra l’Italia e l’Unione latina (un esperimento embrionale di unificazione monetaria), allorché l’Italia riuscì, nel 1878, a ottenere la coniazione di monete d’argento – ciò che oggi sarebbe la riappropriazione della sovranità monetaria – per poi intrattenere un braccio di ferro con la Francia che terminò con il successivo divieto di emissione di moneta argentea. Fuori dai tecnicismi, l’Italia ne uscì sostanzialmente sconfitta e tacciata di “atti inconsulti”.</h5>
<p><strong><em>sinistrainrete.info  </em></strong></p>
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		<title>La Lega e la farsa dei Minibot (Seconda parte)</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2019 15:44:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/06/buonianulla.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-5930" title="buonianulla" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/06/buonianulla-300x168.png" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p>Abbiamo spiegato, nella <a href="https://coniarerivolta.org/2019/06/05/la-lega-e-la-farsa-dei-minibot-prima-parte/" rel="noopener" target="_blank">prima parte di questo contributo</a>, che l’introduzione di Minibot proposta dalla Lega non sortirebbe gli effetti esplicitamente millantati dai suoi promotori. Presentato come <em>escamotage </em>per sfuggire alle regole di finanza pubblica imposte da Bruxelles, l’eventuale pagamento dei debiti commerciali della pubblica amministrazione a mezzo di titoli di Stato di piccolo taglio porterebbe ad un aumento del debito pubblico. Per questa semplice ragione contabile solleverebbe quindi i medesimi problemi politici che qualsiasi manovra fiscale espansiva incontra all’interno degli stringenti vincoli europei. Se la Lega volesse davvero dare uno stimolo all’economia non si preoccuperebbe di ingegnarsi con queste trovate, ma piuttosto si impegnerebbe in vere politiche fiscali espansive in barba ai trattati europei.</p>
<p>Eppure, intorno ai Minibot sembra muoversi molto di più di un dibattito sui ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. In queste ore l’opposizione liberista al Governo prova a convincerci del fatto che quando parliamo di Minibot stiamo, in verità, parlando nientemeno che <a href="https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/05/31/minibot-governo-mozione-camera/?refresh_ce=1" rel="noopener" target="_blank">dell’uscita dell’Italia dall’euro</a>! Quello che sembrava un noioso dibattito sulla contabilità dei debiti commerciali nasconderebbe dunque il ‘<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2018/07/13/news/litalexit-non-e-un-cigno-nero-ma-puo-diventare-una-profezia-che-si-autoavvera-205381/" rel="noopener" target="_blank">cigno nero’</a>, la temutissima ipotesi di <a href="https://www.9colonne.it/207501/minibot-bonaf%C3%83%C2%A9-pd-dietro-di-loro-si-legge-italexit#.XPaWNRYza70" rel="noopener" target="_blank">abbandono della moneta unica</a>. Una tesi audace vuole che l’obiettivo del rilancio dell’economia tramite strumenti innovativi di compensazione dei crediti commerciali sia solo uno specchietto per le allodole, e che il vero obiettivo dei Minibot sia porre le basi per la diffusione di una moneta parallela all’euro come preludio all’uscita. Sarà vero? In quanto segue proveremo a rispondere a questa domanda sotto due punti di vista. Prima cercheremo di capire se effettivamente, cioè dal punto di vista tecnico, i Minibot creano le condizioni per l’uscita dall’euro. Poi, dopo aver chiarito che questa arma segreta dei leghisti sarebbe meno efficace di un’ampolla dell’acqua del sacro Po gettata contro i palazzi di Francoforte, ne indagheremo la dimensione politica, l’aspetto più interessante di tutta la questione.</p>
<p>Ma facciamo un passo indietro. La storia del Piano B, cioè dell’opportunità di predisporre le misure tecniche necessarie al disimpegno dall’euro nasce in tutt’altro contesto, sotto la furia della tempesta finanziaria che colpì la Grecia nel 2015, quando il popolo greco elesse una coalizione di sinistra radicale – Syriza – per fermare la rigida applicazione dell’austerità che stava letteralmente distruggendo il Paese. Poco prima delle elezioni politiche, i vertici di Syriza incaricano il loro economista di riferimento, Yanis Varoufakis, di preparare un piano emergenziale per meglio resistere alle pressioni che la Banca Centrale Europea (BCE) e i mercati avrebbero prevedibilmente esercitato sul nascente governo di sinistra. Come <a href="http://www.ekathimerini.com/199945/article/ekathimerini/news/varoufakis-claims-had-approval-to-plan-parallel-banking-system" rel="noopener" target="_blank">riporta</a> il quotidiano greco <em>Kathimerini</em>, il <em>leader </em>Alexīs Tsipras avrebbe chiesto a Varoufakis “di predisporre un sistema di pagamento operante in euro, ma che avrebbe potuto essere modificato nel giro di una notte per operare in <em>dracma</em>”, la moneta greca in circolazione prima dell’euro. Il timore che muoveva Tsipras era ben fondato, ma per capirlo dobbiamo prima spiegare cosa sia un sistema di pagamento.</p>
<p>L’ordinario funzionamento della nostra economia richiede la continua, rapida e sicura circolazione di quantità gigantesche di denaro, e il denaro – come le persone o le automobili – ha bisogno di strade e infrastrutture per spostarsi agevolmente da un luogo ad un altro. La circolazione del denaro contante, monete e banconote, riveste oggi un ruolo marginale, mentre i maggiori flussi di denaro che scorrono nelle vene dell’economia sono costituiti dalla cosiddetta moneta elettronica: bancomat, carte di credito, bonifici, giroconti, <em>home banking</em>. Le loro strade e infrastrutture sono quindi reti informatiche complesse. Se alziamo lo sguardo dai nostri affari quotidiani e guardiamo a questi flussi dall’alto, ci rendiamo conto che il processo complessivo è mastodontico: centinaia di migliaia di bonifici e operazioni finanziarie si accumulano nei registri elettronici delle banche che, ogni giorno, si scambiano milioni di euro. L’infrastruttura tecnica che rende questa circolazione possibile e ordinata è il sistema di pagamento, una rete interbancaria che ha il suo cuore nell’autorità monetaria – la banca centrale. Il sistema di pagamento su cui poggia la nostra economia è oggi quello comune all’area dell’euro: il sistema Target 2 cogestito da Banca d’Italia, Bundesbank e Banque de France. Ogni singola banca si poggia a questa infrastruttura per tutte le transazioni con il resto del sistema finanziario che superano un certo importo, sotto la supervisione della Banca Centrale. Ogni giorno Target 2 regola in Europa 350.000 pagamenti corrispondenti a circa 1.700 miliardi di euro, ed ogni pagamento, in media, sposta poco meno di 5 milioni di euro in meno di 5 minuti. In Italia sono regolati 34.000 pagamenti al giorno, pari a 68 miliardi di euro che si spostano quotidianamente nel sistema finanziario nazionale per importi medi di 2 milioni di euro a transazione. Questi numeri possono aiutarci a chiarire l’elevata complessità del processo di circolazione della moneta in un’economia avanzata, una complessità che ha indotto alla prudenza la sinistra radicale greca nel momento in cui si affacciava alle stanze del potere. Come reagire se il sistema bancario e le autorità monetarie voltano le spalle ad un governo in carica, bloccando i meccanismi di creazione e trasferimento della liquidità che regolano ogni giorno l’economia? Questo l’interrogativo, pienamente legittimo, che sembra aver mosso Tsipras e compagni nella fase di ideazione di un Piano B.</p>
<p>Quando Tsipras e Varoufakis sono passati dalle parole ai fatti, la questione è rapidamente sfuggita di mano. È lo stesso Varoufakis a raccontare, sempre secondo il giornale greco <em>Kathimerini</em>, di aver avuto fin da subito le mani legate. Il progetto era talmente segreto da dover restare chiuso in una cerchia ristrettissima di persone. L’eccentrico economista greco decide perciò di coinvolgere un suo amico di infanzia con spiccate doti informatiche, oggi docente di Information Technologies alla Columbia University, per <em>hackerare</em> il sistema informatico dell’Agenzia Fiscale e ottenere il controllo della piattaforma. L’idea è di utilizzare quella semplice ma funzionale infrastruttura elettronica per trasferire il denaro tra i greci in caso di emergenza, come ammette chiaramente Varoufakis: “Immagina i primi momenti in cui le banche vengono chiuse, i Bancomat smettono di funzionare e c’è bisogno di un sistema parallelo di pagamento per tenere in piedi l’economia <em>for a little while</em> (cioè per un pochino di tempo), per dare alla gente la sensazione che lo Stato controlla la situazione e non ci sia panico. […] Questo avrebbe creato un sistema bancario parallelo mentre le banche sono chiuse a causa di un’aggressione della BCE finalizzata a soffocarci”. Quando Varoufakis diventa Ministro dell’Economia, il suo amico copia il <em>software</em> dell’Agenzia delle Entrate sul suo <em>laptop</em> per <em>hackerarlo</em> ed eventualmente far partire in caso di emergenza “il sistema bancario parallelo”. Come ci racconta Varoufakis, <a href="https://www.businessinsider.com/yanis-varoufakis-valve-game-economy-greek-finance-2015-2?IR=T" rel="noopener" target="_blank">non nuovo ad avventure informatiche</a>: “Eravamo pronti a ricevere il via libera dal Primo Ministro quando le banche sarebbero state chiuse in modo da irrompere nel Segretariato Generale delle Entrate Pubbliche …, collegare il <em>laptop</em> e far partire il sistema.” Un film, ma la situazione inizia ad assomigliare, più che all’epica della ‘La casa di carta’, a quella scena de ‘La banda degli onesti’ in cui Totò e Peppino sono impegnati a fabbricare casarecce banconote false che nessuno dei falsari avrà poi il coraggio di spendere. Nessuna persona ragionevole, infatti, può pensare di gestire artigianalmente una infrastruttura informatica complessa e pesante come un sistema di pagamento di una nazione. Neppure Varoufakis, che confessa: “Il progetto era più o meno completo: avevamo un Piano B, ma il problema era passare dalle cinque persone che l’avevano ideato alle mille necessarie ad implementarlo, questione per la quale avrei dovuto ricevere un’autorizzazione che non è mai arrivata”. Riavvolgiamo il nastro di questa storia per chiarire i termini della questione: al di là del tentativo rapidamente fallito, i vertici di Syriza avevano in mente una situazione di emergenza legata alla chiusura del sistema di pagamento da parte di un’autorità monetaria ostile, nella piena consapevolezza che questo Piano B sarebbe stato niente di più di una misura tampone, capace di reggere “<em>for a little while”</em>. Questo per dire che, nonostante la dimensione comica che la vicenda assume nel racconto dello stesso Varoufakis, il tema del Piano B aveva comunque una ragion d’essere tutt’altro che ridicola. Un governo senza sovranità monetaria può infatti essere ricattato dalla banca centrale, visto che quest’ultima tiene le redini del sistema di pagamento necessario all’ordinato funzionamento di un’economia sviluppata.</p>
<p>Ridicola è invece la trasposizione italiana di questa pellicola che ci viene offerta dall’economista della Lega, Claudio Borghi, con la teoria dei Minibot. Ignorando del tutto la natura del problema, cioè il fatto che qualsiasi ritorsione dell’autorità monetaria passerebbe immediatamente per l’architettura informatica del sistema di pagamento, i leghisti sembrano convinti di poter garantire l’ordinario funzionamento dell’economia, in caso di comportamenti ostili della BCE, attraverso la circolazione di biglietti cartacei con stampate <a href="http://carlomaxbotta.blogspot.com/2018/02/il-layout-dei-minibot-di-carlo-botta.html" rel="noopener" target="_blank">le facce della Fallaci e di D’Annunzio</a>: i Minibot, per l’appunto. Spiega Borghi in un <a href="https://www.youtube.com/watch?v=qTMR_5ghE5M" rel="noopener" target="_blank">video</a> del 2017: “Nel momento stesso in cui decido di non adoperare più l’euro, o anche soltanto di entrare in una discussione dura per trovare le modalità di smantellamento, e costoro pensassero di attuare delle tattiche ‘alla greca’ per cercare di forzarci la mano e quindi chiudere le banche lasciando la gente senza contanti, senza bancomat: non potrebbe più succedere che la gente si trovi con la paura di non avere il contante perché altrimenti Francoforte non ti fa più vedere l’euro, perché avrebbe già i Minibot in normale circolazione, e quelli non potrebbero essere contingentati da nessuno. E quindi noi avremmo la possibilità di avere questa arma di prosecuzione tranquilla della circolazione del contante, senza dover sottostare agli ordini di qualcuno. Nel momento stesso in cui si decide di uscire, il Minibot diventerà già il contante della nuova moneta, e tutto sarebbe molto più semplice.” Gestire ogni giorno 34.000 pagamenti da 2 milioni di euro ciascuno per masse da 68 miliardi di euro con banconote cartacee non sembra la migliore delle idee. Borghi è convinto che il problema sia garantire la circolazione dei contanti: non sa, forse, che oggi il circolante rappresenta meno del 6% del PIL mentre l’aggregato monetario (in gergo tecnico, M2) che include anche i depositi bancari, i libretti postali e tante altre forme di moneta elettronica che per circolare ha bisogno di una rete interbancaria, supera il 90% del PIL. Inventare nuove banconote parallele all’euro può dare forse l’illusione ottica che si stia sfuggendo dalla morsa dei vincoli europei, ma non risolverebbe assolutamente il problema che si ponevano Tsipras e Varoufakis, e che Salvini e Borghi – molto probabilmente – non hanno mai seriamente preso in considerazione. Stendiamo dunque un velo pietoso sull’aspetto tecnico della questione – sulla effettiva praticabilità di un’uscita dall’euro indotta a partire dall’introduzione dei Minibot – e proviamo a concentrarci sul punto politico, che è forse il lato più interessante di tutta questa vicenda.</p>
<p>La strampalata tesi per cui i Minibot siano un primo passo fuori dall’euro, oggi agitata dall’opposizione liberista a questo governo, dal PD alle <a href="https://it.reuters.com/article/businessNews/idITKCN1T710X-OITBS" rel="noopener" target="_blank">agenzie di rating</a>, nasce in seno alla Lega, e viene candidamente illustrata da Borghi nel video già menzionato, dove i Minibot sono presentati come “un espediente per uscire in modo ordinato e tutelato” dall’euro. Il ragionamento di Borghi è il seguente: “Se uno si deve preparare all’uscita, non può pensare di prepararsi all’uscita fuori dalle regole. Devi prepararti dentro alle regole europee, e dopo salutare. Perché sennò altrimenti chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose. Invece bisogna pensare a qualcosa che sia in regola e che possa funzionare prima, che mi renda più semplice l’uscita.” Il discorso non ha alcun senso logico, ma proprio per questo rivela chiaramente il senso politico dell’operazione Minibot architettata dalla Lega. Borghi sta dicendo che per uscire dall’euro, cioè <em>prima </em>di uscire dall’euro, devi introdurre una moneta parallela che, al momento giusto, diventa la valuta ufficiale del Paese in barba ai burocrati di Bruxelles. L’economista della Lega pone l’enfasi sulla necessità che questa moneta parallela sia accettata dall’Europa. Qui sta il non senso: se si riuscisse ad introdurre una moneta parallela “che sia in regola”, cioè accettata dall’Unione Europea, si avrebbe tutto il necessario per realizzare quelle politiche fiscali espansive che i vincoli fiscali e monetari imposti dall’Europa impediscono oggi anche solo di immaginare, e dunque non ci sarebbe più quell’immediato bisogno di uscire. Fosse possibile finanziare spesa sociale, sanità, istruzione, pensioni e perseguire la piena occupazione “dentro alle regole europee”, non vi sarebbe più l’urgente bisogno di rompere la gabbia, semplicemente perché quella è una gabbia nella misura in cui ti impedisce di usare la leva monetaria (ossia la possibilità di finanziare spese pubbliche stampando moneta) per creare nuova occupazione e tutelare i lavoratori già occupati. Un abisso separa i termini del discorso illustrati da Varoufakis dalla dimensione farsesca del progetto leghista: per i vertici di Syriza il problema era tenere botta davanti ad un’azione ostile dell’autorità monetaria, e non certo realizzare una sorta di ‘uscita dall’euro all’interno dell’euro’, come invece confessa senza vergogna Borghi. Il Piano B deve servire a gestire l’emergenza che si presenta al momento della rottura con la BCE e le altre istituzioni europee, ma non appena la rottura si sia consumata l’unica opzione possibile per gestire la circolazione monetaria di un Paese è prendere possesso del sistema di pagamento ufficiale, ovvero dell’infrastruttura gestita dalla banca centrale. Questo è il cuore del problema politico che la barzelletta dei Minibot ci aiuta a far emergere: il tema del potere.</p>
<p>Se una forza politica ha intenzione di incidere sulla realtà, e dunque si pone tra i suoi obiettivi il governo dell’economia, avrà bisogno di tutte le strutture di potere necessarie a gestire questa complessità, a partire dalla banca centrale. A modo suo, Varoufakis alludeva a questo quando parlava della necessità di passare dalle cinque persone che avevano sognato il romanzesco Piano B alle mille occorrenti a realizzarlo. Rompere con l’Europa significa riprendersi l’autorità monetaria e usarla per creare lavoro e difendere lo Stato sociale. Significa mettere le mani sulla Banca d’Italia, cioè pretendere che operi al servizio del governo e non agli ordini delle istituzioni europee. E Borghi in effetti è sincero: nel video dice chiaramente che lo stratagemma dei Minibot è un’alternativa alla rottura, cioè – per usare le sue parole – al “chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose”. La favoletta dei Minibot è la plastica rappresentazione della mancanza di volontà politica da parte della Lega di mettere in pratica qualsiasi ipotesi di rottura con l’Europa, e della spasmodica ricerca da parte dell’aitante Salvini della massima compatibilità con le regole europee. Perciò, se proprio si deve dare l’impressione di star implementando qualche operazione di rottura, meglio utilizzare, fra tutti, l’espediente più innocuo.</p>
<p>La Lega di Governo si culla dunque in questo equivoco: non ha nessuna volontà di rottura con l’Europa dell’austerità, per la quale <a href="https://coniarerivolta.org/2019/05/31/le-favole-di-salvini-favole/" rel="noopener" target="_blank">lavora alacremente da ormai un anno</a>, ma continua a solleticare a fini strumentali e in maniera truffaldina il mito di una rottura a cui non ha mai creduto. Una mera suggestione buttata lì per alimentare l’idea che la Lega rappresenti un’alternativa al sistema di precarietà, povertà e disoccupazione che impone l’Europa, suggestione tanto più utile quando la Lega è impegnata in prima fila ad amministrare l’austerità per conto di Bruxelles, a suon di tagli alla spesa sociale e aumento delle tasse. Più l’opposizione sbraita contro un’ipotesi di uscita dall’euro che sarebbe implicita nel varo dei Minibot o in qualsiasi altra sparata dell’attuale governo, più si rafforza quel legame sentimentale tra la Lega e gli elettori, che a quel partito hanno affidato il loro senso di rivalsa contro l’Europa. Un senso di rivalsa pienamente legittimo, una sacrosanta rabbia sociale da cui deve ripartire qualsiasi credibile opzione politica di riscatto dei lavoratori.</p>
<p><em><strong>Coniarerivolta</strong></em></p>
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		<title>Euro: una questione di classe</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2019 10:22:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>
		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Thomas Fazi]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Sovietica]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Nell&#8217;ambito del dibattito sull&#8217;Europa pubblichiamo un interessante intervento di Thomas Fazi [Ringraziando Stefano Tancredi, Robin Piazzo e Domenico Cerabona Ferrari per il bell'incontro di ieri a Settimo Torinese, riporto il testo del mio intervento, in cui rispondevo alla seguente domanda: «Un singolo Stato può “reggere” dal punto di vista economico l’uscita dalla realtà economica [...]]]></description>
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<p><em><strong><img src="http://www.marx21.it/images/europa/europa_accartocciata.jpg" alt="europa accartocciata" width="300" height="200" /></strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Nell&#8217;ambito del dibattito sull&#8217;Europa pubblichiamo un interessante intervento di Thomas Fazi</strong></em></p>
<p>[Ringraziando Stefano Tancredi, Robin Piazzo e Domenico Cerabona Ferrari per il bell'incontro di ieri a Settimo Torinese, riporto il testo del mio intervento, in cui rispondevo alla seguente domanda: «Un singolo Stato può “reggere” dal punto di vista economico l’uscita dalla realtà economica neoliberista dell’UE? Se “no” perché? È più opportuno un processo di riforme economiche nel contesto europeo? Come rapportarsi ai vincoli economici imposti dall’UE? Se si può “reggere” questa uscita come? Quali strategie adottare? Si deve ritornare alla propria moneta? È possibile un’alleanza economica con altri Stati dalla struttura economica più simile alla nostra?»].<br />
La prima cosa da dire è che c’è poco da scegliere. O meglio, la scelta non è se uscire dall’UE o se riformare l’UE, per il semplice fatto che quest’ultima opzione non è praticabile.</p>
<p>L’UE è strutturata in maniera tale da non essere riformabile, perlomeno non nel senso che auspicano gli integrazionisti di sinistra, cioè nella direzione di una riforma dell’UE in senso democratico e progressivo/sociale, men che meno nella direzione di un vero e proprio Stato federale sul modello degli Stati Uniti o dell’Australia.</p>
<p>Come disse il compianto Luciano Gallino poco prima di morire: «Nessuna realistica modifica dell’euro sarà possibile», in quanto esso è stato progettato «quale camicia di forza volta a impedire ogni politica sociale progressista, e le camicie di forza, vista la funzione per cui sono state create, non accettano modifiche “democratiche”».</p>
<p>Basti pensare che per “riformare i trattati” è necessaria l’unanimità di tutti e 28 gli Stati membri dell’UE. In altre parole, sarebbe necessario che in tutti e 28 i paesi dell’UE salissero al potere dei governi progressisti che condividono le stesse prospettive di riforma “di sinistra” dell’euro. Ora, non bisogna essere particolarmente pessimisti per capire perché questo non accadrà mai.</p>
<p>E non accadrà mai innanzitutto perché le condizioni economiche, politiche, sociali, ecc. che si registrano nei diversi Stati sono estremamente eterogenee: ci sono paesi che registrano tassi di disoccupazione estremamente bassi (come la Germania) e paesi come il nostro che registrano tassi di disoccupazione altissimi; ci sono paesi che crescono e paesi che non crescono, ecc.</p>
<p>E la ragione non è che ci sono paesi virtuosi e paesi che non virtuosi, come vorrebbe la narrazione dominante: la ragione è che l’architettura dell’eurozona va bene per alcuni paesi – nella fattispecie i paesi che hanno storicamente una forte propensione all’export: vedi appunto la Germania – e non va bene per altri, come il nostro, che invece storicamente sono molto più dipendenti dalla domanda interna.</p>
<p>Detta in altre parole: gli interessi di noi italiani – e in particolare gli interessi dei lavoratori italiani – non sono gli stessi interessi dei lavoratori tedeschi. Questa è la realtà dei fatti: hai voglia a parlare di “internazionalismo”, come insiste a fare la sinistra europeista.</p>
<p>Come scrive Fritz Scharpf, ex direttore del Max-Planck-Institute: «L’impatto economico dell’attuale regime dell’euro è fondamentalmente asimmetrico. È modellato sulle precondizioni strutturali e sugli interessi economici dei paesi del nord, mentre è in conflitto con le condizioni strutturali delle economie dei paesi del sud, che si vedono così condannati a lunghi periodi di declino, stagnazione o bassa crescita».</p>
<p>Ma questa non è una peculiarità dell’eurozona. Questo è tipico di tutte le unioni monetarie ed economiche: poiché i paesi, come è normale che siano, hanno diverse strutture economiche – ma non solo: hanno pratiche sociali, istituzionali, ecc. diverse –, l’unione monetaria o economica finisce sempre per privilegiare un certo modello – di solito quello dei paesi dominanti: nel nostro caso la Germania – a scapito di altri.</p>
<p>Questo succede anche all’interno degli Stati nazionali: basti pensare agli squilibri che si registrano in Italia tra regioni del nord e regioni del sud. La differenza fondamentale è che negli Stati nazionali – cioè nelle federazioni compiute – questi squilibri sono compensati da trasferimenti perequativi (fiscali e di altro tipo) da parte delle regioni più ricche e da parte dello Stato centrale.</p>
<p>Che è esattamente quello che non c’è – e non ci sarà, almeno non nel futuro prossimo – in Europa. È assolutamente impensabile, infatti, che nel breve-medio termine la Germania accetti un sistema di trasferimenti fiscali permanenti nei confronti degli Stati più poveri della periferia. Chiunque conosce un minimo la Germania ed il dibattito tedesco sa che è così.</p>
<p>E non perché la Germania sia “cattiva”, ma perché non sussistono – non sono mai sussistite e non sussisteranno nel futuro prossimo – le condizioni per una reale statualità europea: per la trasformazione cioè dell’UE in uno Stato democratico sovranazionale. E la ragione di fondo, a prescindere delle questioni più aritmetiche di cui parlavo prima, è che la democrazia – come si evince dal termine stesso – si fonda necessariamente su un demos sottostante: cioè su una comunità politica – che solitamente si contraddistingue per un linguaggio, una cultura, una storia, un sistema normativo comuni e relativamente omogenei, ecc. – i cui membri si sentono sufficientemente uniti non solo da sottostare a un processo democratico e dunque da accettare la legittimità del volere della maggioranza, ma anche e soprattutto da accettare di impegnarsi in prassi solidaristiche quali appunti le politiche redistributive tra classi e/o regione.</p>
<p>In una parola, senza demos non può esistere democrazia, men che meno una democrazia sociale, cioè solidaristica. E oggi, checché ne dicano i federalisti, un demos europeo semplicemente non esiste: non solo parliamo lingue diverse, ma abbiamo prassi sociali, culturali, ecc. molto diversi.</p>
<p>Dunque oggi – come ieri – la democrazia è possibile solo al livello nazionale perché solo il livello nazionale storicamente è stato in grado di creare le condizioni per l’emergere di un demos. Questo non vuol dire che non possa emergere in futuro un demos europeo, ma proprio la storia della formazione degli Stati nazionali ci insegna che questi sono processi molto lunghi e complessi che richiedono secoli – e da noi il processo è a malapena iniziato.</p>
<p>E questo alcuni dei primi teorizzatori dell’UE – come per esempio Hayek, uno dei padri del neoliberismo – lo sapevano benissimo e anzi ne auspicavano la creazione proprio per questo motivo, cioè proprio perché sapevano che la diversità di interessi presenti all’interno dell’unione avrebbe reso impossibile il tipo di intervento pubblico nell’economia e di politiche redistributive (che osteggiavano) che invece sono possibili all’interno dello Stato nazionale, che presenta una maggiore omogeneità interna.</p>
<p>Dunque, per ricollegarmi a quello che dicevo all’inizio, non si tratta di scegliere tra riformare l’UE o uscire dall’UE. Si tratta di scegliere tra rimanere nell’UE a grandi linee così com’è ora – con tutto quello che comporta in termini non solo di costi economici e sociali ma anche in termini di una ormai sempre più evidente sospensione della democrazia – o uscire dal sistema (in particolare dall’euro ma a mio avviso anche dalla stessa UE) e recuperare quel minimo di autonomia economica e politica – e dunque di democrazia – necessaria per poter tornare a immaginare un futuro diverso dal presente. Cioè per rimettere in moto le lancette della storia. Questa è la scelta che abbiamo di fronte. Tertium non datur.</p>
<p>E anche qua io sono d’accordo sempre con Luciano Gallino, che poco prima di morire era giunto alla conclusione che «il costo economico, politico e sociale delle sovranità perdute a causa dell’euro supera il costo di uscirne». E se guardiamo a quanto ammonta quel conto, è difficile dargli torto.</p>
<p>Ora, per quanto riguarda la possibilità o meno di uno Stato di “sopravvivere” fuori dall’UE, bisogna distinguere tra due livelli: il primo è l’impatto che avrebbe l’uscita nel breve termine; il secondo è la possibilità o meno per uno Stato di sopravvivere nel “mare magnum della globalizzazione” – secondo un’accezione diffusa – fuori dall’UE.</p>
<p>Per quanto riguarda l’impatto di breve termine, è ovvio che ci sarebbe un costo. Ma è anche chiaro a mio avviso che la cosa sarebbe gestibile a livello tecnico. Senza entrare nei dettagli, ricordiamoci che la storia è piena di unioni monetarie che si sono disfatte (basti pensare all’Unione Sovietica, alla Jugoslavia o all’unione monetaria cecoslovacca) così come di paesi che hanno abbandonato unilateralmente delle unioni monetarie (per esempio diversi paesi africani nel corso degli anni hanno abbandonato il franco CFA, l’unione monetaria imposta dalla Francia alle sue ex colonie). E spesso l’hanno fatto in condizioni molto più deboli e tecnologicamente arretrate di quanto non lo sia l’Italia oggi.</p>
<p>Basti pensare al fatto che la stragrande maggioranza delle transazioni e del “denaro” circolante oggi sono digitali; dunque, non ci sarebbe bisogno di stampare e di distribuire alle banche vagonate di banconote da un giorno all’altro, ma in un primo tempo si potrebbe introdurre una nuova valuta a livello digitale. Dunque la cosa è tecnicamente fattibile, anche se ovviamente ci sarebbero dei costi, alcuni dei quali non sono quantificabili perché dipendono da fattori esogeni che sono al di fuori del controllo del paese uscente.</p>
<p>E poi c’è un altro punto: in politica raramente ci sono scelte che beneficiano tutti indistintamente. Ogni decisione politica ed economica tende ad avere degli effetti redistributivi che vanno a beneficio di alcune classi e a scapito di altre classi. Dunque la domanda che ognuno dovrebbe porsi non è se sia nell’interesse “dell’Italia” o meno uscire dall’euro, ma se sia nell’interesse mio in quanto lavoratore precario, in quanto disoccupato, in quanto persona che fatica arrivare a fine mese, in quanto classe lavoratrice, recuperare quelle leve economiche necessarie per rilanciare gli investimenti, la produzione e l’occupazione. Diverso è il discorso, per esempio, se avete un bel gruzzolo di risparmi in banca o se possedete titoli di Stato italiani. In quel caso sicuramente subireste una perdita netta.</p>
<p>Dunque è importare adottare una prospettiva di classe in queste cose. Così come l’euro non ha fatto male a tutti – e anzi c’è chi ci ha guadagnato molto: in particolare le classi parassitiche, i rentier, ma anche i grandi capitalisti –, allo stesso modo uscire dall’euro non farebbe male a tutti e non beneficerebbe tutti.</p>
<p>Dunque la prima domanda che uno dovrebbe porsi è: «A qualche classe appartengo io?». E sulla base di quello valutare l’auspicabilità o meno di un’uscita.</p>
<p>Questo per quanto riguarda l’impatto di breve. Per quanto riguarda invece l’idea stessa che un paese non possa sopravvivere fuori dall’UE, mi pare che qui si tracimi nel campo della pura ideologia: basta infatti guardarsi intorno per vedere centinaia di paesi – di ogni tipo: grandi, piccoli, medi, sviluppati, emergenti, democratici, autoritari, ecc. – che se la cavano benissimo fuori dall’UE e anzi in molti casi se la cavano molto meglio dei paesi dell’eurozona.</p>
<p>Per limitarci all’Europa, non mi pare che l’Islanda, la Norvegia, la Svezia, la Svizzera, ecc. siano in preda a carestie, more, invasioni di cavallette e altre piaghe di questo tipo; anzi, come sappiamo bene, sono tutti paesi che in media se la passano meglio dei paesi dell’eurozona.</p>
<p>Dunque l’idea che l’Italia – una delle prime dieci economie al mondo – non potrebbe “farcela” fuori dall’UE è un’affermazione semplicemente ridicola. Il problema semmai è psicologico: anni e anni di autoflagellazione – spesso e volentieri fomentata ad arte – ci hanno convinto di non essere in grado di autogovernarci, di avere bisogno del “vincolo esterno” dell’Europa per non sprofondare nella barbarie, ecc.</p>
<p>Ma si tratta, appunto, di un problema psicologico. Basti pensare che prima di Maastricht – dunque di prima di aderire all’UE – l’Italia se la passava molto meglio di oggi. Dunque, a meno di non pensare che in questi trent’anni sia avvenuta una trasformazione antropologica tale da averci reso dei minus habens, è evidente che il problema è perlopiù di natura psicologica. Abbiamo tutte le capacità tecniche, intellettuali, morali per ricostruire il paese. Dobbiamo solo convincercene.</p>
<p>Più in generale, comunque, è del tutto fallace l’idea che oggi staremmo assistendo al declino – se non addirittura alla morte – degli Stati-nazione. Semmai è vero l’esatto contrario.</p>
<p>E a proposito dell’argomentazione per cui l’Italia avrebbe bisogno dell’UE per non essere “schiacciata” dai nuovi giganti dell’economia mondiale come la Cina, vi invito a leggere ciò che scriveva il Financial Times qualche settimana fa: che se oggi tutti i paesi europei – inclusa l’Italia – spalancano le porte agli investimenti cinesi è perché l’Europa non investe: non investono gli Stati, in virtù degli assurdi vincoli di bilancio europei, ma non investono neanche le istituzioni dell’UE.</p>
<p>Dunque, l’Europa, lungi dal proteggerci da questi potenze, ci espone alla loro mercé. Sentite per esempio cosa dice Alberto Bradanini, ambasciatore a pechino tra il 2013 e il 2015, quindi non esattamente un radicale: «L’Italia potrà qualche beneficio da un’interlocuzione con la Cina se, dopo aver recuperato la propria sovranità monetaria, saprà avviare una politica economica degna di questo nome, riavviando il tessuto industriale ridottosi del 20 per cento nell’ultimo decennio e investendo massicciamente su innovazione e ricerca. In assenza di ciò, l’Italia è destinata a raccogliere solo poche briciole dal dialogo con la Cina, sia in seno che al di fuori del progetto Belt and Road».</p>
<p>Chiaro? Dunque, per concludere, non solo l’Italia può farcela fuori dall’euro, ma, come dice Bradanini, può farcela *solo* fuori dall’euro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><a href="http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/29739-euro-una-questione-di-classe">http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/29739-euro-una-questione-di-classe</a></em></p>
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		<title>«Euro sì, Euro no». Oltre la dimensione afasica della &#8220;gabbia d&#8217;acciaio&#8221; capitalistica</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Aug 2015 10:14:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Carmine Fiorillo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità]]></category>
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		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
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		<description><![CDATA[  Carmine Fiorillo e Luca Grecchi Il refrain “Euro sì, euro no”/L’errore dei “No euro critici verso il modo di produzione capitalistico”/Tre notazioni per correggere la rotta/Il limite dell’approccio monetario e geografico/Il “contingente” elude la presa in carico di una progettualità umanistica e comunitaria//Oltre la dimensione afasica della “gabbia d’acciaio” capitalistica/Qualche minimo contenuto per affrontare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h2> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/08/221606_156336381194923_228758382_n1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5184" title="221606_156336381194923_228758382_n" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/08/221606_156336381194923_228758382_n1-300x127.jpg" alt="" width="300" height="127" /></a></h2>
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<div></div>
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<p><strong></strong></div>
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<div><strong>Carmine Fiorillo</strong> e <strong>Luca Grecchi</strong></div>
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<p>Il <em>refrain</em> “Euro sì, euro no”/L’errore dei “No euro critici verso il modo di produzione capitalistico”/Tre notazioni per correggere la rotta/Il limite dell’approccio monetario e geografico/Il “contingente” elude la presa in carico di una progettualità umanistica e comunitaria//Oltre la dimensione afasica della “gabbia d’acciaio” capitalistica/Qualche minimo contenuto per affrontare il problema/Le scorciatoie non esistono.</p>
</div>
<h3>Il <em>refrain</em> “Euro sì, euro no”</h3>
<div>
<blockquote><p>Oramai da qualche anno il dibattito pubblico delle forze più “radicali” nel panorama politico italiano, si incentra sul tema della permanenza dell’Italia nell’euro e nella Unione Europea. Associazioni, blog, perfino trasmissioni televisive, vivono sul <em>refrain</em> “Euro sì, euro no”. Rispetto ad altri temi, il dibattito in questo caso è anche sostenuto da una discreta schiera di studiosi, che hanno nel tempo apportato molti contributi.</p></blockquote>
</div>
<h3></h3>
<h3>L’errore dei “No euro critici verso il modo di produzione capitalistico”</h3>
<blockquote>
<div>Ci pare tuttavia che la doppia tesi sostenuta dai “No euro critici verso il modo di produzione capitalistico” – ossia: <em>a</em>) che l’uscita dall’euro e dalla UE sarebbe sicuramente benefica per le classi subalterne; <em>b</em>) che essa costituirebbe la principale condizione necessaria per favorire una progettualità anticapitalistica –, sia per la prima parte (<em>a</em>) incerta, e per la seconda parte (<em>b</em>) errata.</div>
<div>Per iniziare ad argomentare, chiariamo subito – per evitare che sussistano equivoci sul punto – di essere pienamente consapevoli che l’euro e l’Unione Europea sono strumenti del modo di produzione capitalistico, e come tali utilizzati solo in favore del capitale. Non è tuttavia sicuro, purtroppo, che un ritorno ad una valuta e ad una influenza politica nazionale migliorerebbero le condizioni delle persone. A parte, infatti, la difficoltà nel prevedere le interazioni che una uscita da una moneta forte potrebbe comportare all’interno di un sistema economico come quello capitalistico, ricordiamo che negli anni novanta del Novecento, con la lira e senza la UE, furono effettuate da vari Governi italiani – ed in genere nazionali – politiche economiche fortemente avverse ai ceti deboli. Le cose dunque si svolgevano in modo non molto dissimile dall’attuale, anche se gli effetti delle stesse si sentivano meno per il diverso andamento economico generale. I “No euro critici verso il modo di produzione capitalistico” potrebbero certo sostenere che non si tratta di ritornare a quella situazione, bensì di creare una uscita consapevole dall’Europa con riconquista democratica della autonomia politica ed economica dell’Italia. Ciò invero sarebbe certamente auspicabile, ma si tratta allora di un obiettivo molto più ampio, che dovrebbe essere meglio argomentato nelle modalità propositive.</div>
</blockquote>
<h3></h3>
<h3>Tre notazioni per correggere la rotta</h3>
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<blockquote><p>Detto questo, vorremmo però soprattutto far notare alcune cose ai sostenitori della tesi per cui oggi l’uscita dall’euro e dalla UE sarebbe la principale <em>condizione necessaria</em> – sebbene non sufficiente – per realizzare poi una progettualità anticapitalistica.<br />
La prima è che la <em>condizione</em>, per definizione, è in generale <em>ciò da cui in qualche modo dipende che una cosa sia o non sia</em>. Ebbene: la progettualità anticapitalistica può essere svolta sia con che senza l’euro. Non occorre attendere l’uscita dalla UE per iniziare a pensare progettualmente.La seconda cosa è che di queste condizioni necessarie – o meglio: di questi primi passi utili per realizzare poi un cambiamento intermodale – ce ne sarebbero almeno una ventina, molte delle quali più importanti (ad esempio l’abolizione del precariato, la ricostituzione del welfare state, l’eliminazione della finanza, ecc.).La terza cosa è che l’uscita dall’euro e la progettualità anticapitalistica non sono direttamente collegate, come dimostrano sia il fatto che il capitale può avvantaggiarsi dalla uscita di alcuni paesi dall’euro, sia il fatto che molti critici dell’euro non sono affatto anticapitalisti.</p></blockquote>
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<h3> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/08/11934499_10152957832280946_4180548853408228743_o.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5186" title="11934499_10152957832280946_4180548853408228743_o" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/08/11934499_10152957832280946_4180548853408228743_o-300x117.jpg" alt="" width="300" height="117" /></a></h3>
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<h3>Il limite dell’approccio monetario e geografico</h3>
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<blockquote><p>Affrontare la progettualità anticapitalistica principalmente in un’ottica monetaria e geografica, peraltro, significa assumere un approccio molto limitato (riguardante solo pochi paesi), che non aiuta a ragionare in quei termini ampi e fondati richiesti da ogni discorso sulla totalità sociale – per una esposizione dei quali, almeno per la nostra posizione, ci permettiamo di rinviare a C. Fiorillo-L. Grecchi, <em>Il necessario fondamento umanistico del “comunismo”</em>, Petite Plaisance, 2014. Ci pare che la connessione fra uscita dall’euro e progettualità anticapitalistica sia sostenuta, da questi studiosi, principalmente alla luce del fatto che oggi molte persone sarebbero socialmente e politicamente aggregabili sul tema “no euro”, così come qualche anno fa lo sono state sul tema dei beni pubblici, del welfare state o della difesa della Costituzione. Tuttavia, per quanto si tratti di contenuti importanti, occorre avere chiaro che parliamo di provvedimenti socialdemocratici, non certo protesi al superamento delle modalità sociali capitalistiche. Possono dunque essere provvedimenti condivisibili nella situazione data (ossia fermo restando il modo di produzione capitalistico), ma sono difficilmente considerabili anche solo come primi passi di progetti anticapitalistici.</p></blockquote>
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<h3>Il “contingente” elude la presa in carico di una progettualità umanistica e comunitaria</h3>
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<blockquote><p>Il tema “no euro” è certo il tema <em>contingente</em>, del momento. Tuttavia ciò che è contingente, per natura, dura poco, sicché quanto aggrega oggi potrebbe non aggregare più domani. L’unico tema in grado di aggregare stabilmente, e dunque di porsi come referente anticapitalistico stabile, può infatti essere solo un progetto generale, umanisticamente fondato, di modo di produzione ideale in grado di mostrare alle persone modalità sociali alternative per la buona vita. Se il <em>fine</em>, insomma, è quello di orientarsi verso un modo di produzione comunitario (non si è realmente anticapitalisti se ci si limita alla critica del modo di produzione esistente), è necessario quanto meno chiarire questo <em>fine</em>, ovvero delineare in termini generali le strutture portanti di questo modo di produzione ideale cui tendere. L’argomento per cui occorre sempre e comunque battere su ciò che aggrega in un dato momento, alla fine, risulta infatti controproducente per la stessa causa anticapitalistica: non parlare mai di progettualità, di come deve essere un modo di produzione comunitario per essere realmente desiderabile, rende la via comunista impossibile da percorrere. Eraclito diceva in merito che se non si parla di un contenuto – per quanto, ne siamo consapevoli, assai difficile da realizzare come questo –, si contribuisce, col proprio non parlarne, a non vederlo mai realizzato.</p></blockquote>
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<h3>Oltre la dimensione afasica della “gabbia d’acciaio” capitalistica</h3>
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<blockquote><p>Immaginiamo che, a questa obiezione, i “No euro critici verso il modo di produzione capitalistico” risponderanno che essa è un po’ nichilista, in quanto oggi non vi è nessuna possibilità di realizzare progetti comunitari complessivi, mentre la proposta di uscita dall’euro è più concreta, applicabile, in grado di convogliare sigle ed associazioni; e che anche se essa potrà realizzarsi solo grazie al capitale, sarà pur sempre una piccola battaglia vinta, un granello di sabbia negli ingranaggi, ecc. Ora: va da sé che è più facile vincere una battaglia che vincere la guerra. Bisognerebbe tuttavia sempre avere chiaro – nonostante la metafora bellica sia quanto di meno umanistico esista – per cosa si sta combattendo, ossia avere chiaro se si sta facendo una battaglia per vincere una guerra, o se la si sta facendo semplicemente per resistere in qualche modo (ogni <em>vera</em> resistenza è tale, e può efficacemente essere duratura <em>nel tempo lungo</em> – nei suoi atti concreti che si è chiamati a compiere giorno per giorno –, solo se si fonda su un <em>progetto</em> che abbia il respiro profondo e consapevole di quell’orizzonte comunitario in cui si desidera vivere proiettandosi <em>oltre</em> quello afasico della “gabbia d’acciaio” che il “presente capitalistico” vorrebbe intrascendibile). Il rischio è, altrimenti, quello di impegnare risorse contrabbandando, come principale via d’uscita dalle sabbie mobili, il solo piccolo ramoscello che scende dall’albero, pur sapendo che esso, appena afferrato, inevitabilmente si spezzerà facendo ricadere nel pantano.</p></blockquote>
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<h3> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/08/albero-con-radici-250-dpi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5185" title="albero-con-radici-250-dpi" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/08/albero-con-radici-250-dpi.jpg" alt="" width="250" height="250" /></a></h3>
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<h3>Qualche minimo contenuto per affrontare il problema</h3>
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<div>Ci permettiamo allora di aggiungere qualche contenuto per incardinare meglio il problema, sul quale auspichiamo si torni a discutere. Aristotele sosteneva che è il <em>fine</em> di una azione (di un sistema) che ne determina l’<em>essenza</em>. Il fine del sistema capitalistico – che è poi anche il principio che lo muove – è la massimizzazione del profitto. La sua struttura è basata sulla proprietà privata dei mezzi della produzione e sul mercato. Ci chiediamo: realmente si può pensare che una progettualità anticapitalistica possa fare a meno di considerare i cardini del modo di produzione capitalistico? Si può rispondere, certo, che riconquistare l’autonomia economico-politica è condizione necessaria, ma non sufficiente, per realizzare tale proposta. Non sarebbe però condizione ancor più necessaria avere qualche idea su come dovrebbe essere la struttura proprietaria, produttiva e distributiva in un modo di produzione sociale comunitario? Pensiamo di sì. Non è un caso che su queste condizioni, filosoficamente e politicamente impegnative, non ragioni nessuno, mentre all’uscita dall’euro guardino partiti sistemici come la Lega Nord, il Movimento 5 Stelle o il Front National.</div>
<div>Rimaniamo pertanto del parere che l’unico modo di prospettare una proposta anticapitalistica, oggi – sappiamo che è poco, specie per chi necessiterebbe di risposte subito, ma ci sembra la sola cosa seria da dire –, sia il cercare di favorire, con l’educazione filosofica, la teorizzazione di un modo di produzione sociale ideale in grado di favorire la buona vita dell’uomo. Senza una minima proposta progettuale in grado di aggregare stabilmente le persone, nessuna significativa politica di giustizia sociale sarà stabilmente realizzata dal modo di produzione capitalistico, strutturalmente ingiusto e conflittuale.</div>
<div>Notiamo infine che spesso, nei giovani che si avvicinano per la prima volta ai temi economici e politici, il tema “no euro” è un modo inconsapevole di dire no all’intero modo di produzione capitalistico. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che colpire una parte non equivale a colpire l’intero, e soprattutto che se, per usare una metafora, si colpisce la coda del lupo (l’euro, o la UE), non si può pensare di fargli male sul serio. Chi ha vissuto e studiato le politiche economiche italiane quando c’era la lira, sa bene che l’esistenza di una autonomia politico-economica nazionale è solo il primissimo passo per avere una politica economica autonoma dal capitale. I più gravi problemi italiani sono, come negli anni novanta del Novecento – oggi più intensi, ma vale in tutto il mondo – povertà diffusa, iniquità distributiva, disoccupazione di massa. Ebbene: se la causa principale di questi fenomeni fosse l’assenza di una autonomia politico-economica nazionale, non si capirebbe per quale motivo situazioni analoghe si verifichino tuttora in molti altri paesi del globo caratterizzati appunto da autonomia politico-economica nazionale. Probabilmente ciò accade perché, nel sistema capitalistico, è inevitabile che una massa enorme di persone debba subire gli effetti della logica del profitto, e che i danni peggiori si verifichino più nei paesi deboli come l’Italia – tale anche se interna alla UE – che nei paesi forti.</div>
</blockquote>
<h3></h3>
<h3>Le scorciatoie non esistono</h3>
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<blockquote><p>Sicuramente, l’argomentazione qui proposta impatta tempi lunghi (ma, nella progettualità intermodale, <em>le scorciatoie non esistono</em>). Sui tempi brevi, è possibile anche accettare che si cominci dalla uscita dall’euro. Il <em>cominciamento</em> di un discorso è però cosa ben diversa dal <em>fondamento</em>. Un discorso progettuale va <em>fondato sull’uomo</em>, su ciò che l’uomo è e su ciò che dunque richiede, in termini di modalità sociali, per vivere bene, per potersi compiutamente realizzare. Questa è <em>la questione centrale</em>, e la questione centrale non è una torre d’avorio, ma contiene in sé tutte le questioni rilevanti, stabilendo il loro significato autentico. Per questo è necessario fondare la propria critica dell’esistente non solo su u<em>na chiara conoscenza della realtà</em>, ma su <em>una solida progettualità umanistica</em>. Solo in questo modo sarà infatti possibile costruire un modo di produzione sociale <em>comunitario</em> in grado di favorire la buona vita di tutti, e non limitarsi a qualcosa che può sicuramente essere realizzabile in tempi brevi, ma che alla fine non condurrà da nessuna parte, se non a rimanere, in mutate forme, nelle paludi attuali.</p></blockquote>
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<strong><br />
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		<title>Grecia. Dall’assurdo al tragico</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2015 10:45:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Stathis Kouvelakis  Chiunque stia vivendo, o anche solo seguendo, gli sviluppi in Grecia sa fin troppo bene il significato di espressioni: come “momenti critici”, “clima di stress”, “drammatico capovolgimento”, e “premendo sui limiti”. Con gli sviluppi da lunedì ad oggi, qualche nuovo vocabolo andrà aggiunto alla lista: l&#8217;”assurdo”. La parola può sembrare strana, o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h2><em><strong><a title="Post di Stathis Kouvelakis" href="http://www.linterferenza.info/author/stathis-kouvelakis/" rel="author">Stathis Kouvelakis</a> </strong> </em></h2>
<p><img id="itemImageImgTag" src="http://contropiano.org/media/k2/items/cache/0b4a88a6e764f7466b8c51f9d9f87872_L.jpg" alt="Grecia. Dall&amp;#039;assurdo al tragico" /></p>
<p>Chiunque stia vivendo, o anche solo seguendo, gli sviluppi in Grecia sa fin troppo bene il significato di espressioni: come “momenti critici”, “clima di stress”, “drammatico capovolgimento”, e “premendo sui limiti”. Con gli sviluppi da lunedì ad oggi, qualche nuovo vocabolo andrà aggiunto alla lista: l&#8217;”assurdo”.</p>
<p>La parola può sembrare strana, o un’esagerazione. Ma in quale altro modo si potrebbe definire il completo rovesciamento del significato di un evento incredibile come il referendum del 5 luglio, solo poche ore solo dopo la sua conclusione, da quelli che ha chiesto un “no” per cominciare?</p>
<p>Come si potrebbe spiegare che un leader di Nuova Democrazia come Vangelis Meimarakis e Stavros Theodorakis per To Potami – capi del campo sconfitto in modo così schiacciante domenica – sono diventati i portavoce ufficiali della linea da seguire da parte del governo greco? Come è possibile che un devastante “no” al Memorandum di politiche di austerità possa essere interpretato come un via libera per un nuovo protocollo? E per dirla in termini di senso comune: se erano disposti a firmare qualcosa di peggio e ancora più vincolante delle proposte del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, qual era il punto del referendum e la lotta per raggiungere la vittoria?</p>
<p>Il senso dell’assurdo non è solo un prodotto di questa inaspettata inversione. Esso deriva soprattutto dal fatto che tutto questo si sta svolgendo sotto i nostri occhi, come se nulla fosse accaduto, come se il referendum fosse qualcosa di simile a un’allucinazione collettiva che svanisce improvvisamente, lasciandoci continuare liberamente quello che si doveva fare prima. Ma poiché non siamo tutti diventati mangiatori di loto, lasciateci fare almeno un breve riassunto di ciò che è avvenuto negli ultimi giorni.</p>
<p>Domenica scorsa, il popolo greco ha stupito l’Europa e il mondo, rispondendo in massa alla chiamata del governo e, in condizioni senza precedenti rispetto agli standard del dopoguerra di qualsiasi paese europeo, ha votato in misura schiacciante “no” alle proposte esorbitanti e umilianti dei creditori. Sia la dimensione del “no” che la sua composizione qualitativa, con le sue enormi perventuali tra i lavoratori e i giovani, testimoniano la profondità delle trasformazioni che si sono susseguite, o meglio, che si sono cristallizzate in un così breve tempo, nella società greca.</p>
<p>Le mobilitazioni di massa del venerdì, il clima “dal basso” che ha prevalso nel corso dell’ultima settimana, per non parlare dell’ondata entusiasta della solidarietà internazionale, testimoniano l’enorme potenziale che era stato aperto dalla scelta popolare del conflitto politico.</p>
<p>Ma da Lunedi mattina, prima che le grida di vittoria nelle piazze del paese fossero ancora completamente svanite, il teatro dell’assurdo è cominciato. Sotto l’egida “pro Sì” del presidente della Repubblica, Prokopis Pavlopoulos, il governo ha convocato i capi dei partiti sconfitti per elaborare un quadro di riferimento per la negoziazione, ipotizzando la permanenza nell’euro come limite esterno invalicale della posizione greca e dichiarando espressamente che il governo non ha alcun mandato per lasciare l’unione monetaria.</p>
<p>La gente, ancora immersa nella foschia gioiosa della domenica, ha visto la rappresentanza del 62 per cento subordinata al 38 per cento nel momento immediatamente successivo a una clamorosa vittoria per la democrazia e la sovranità popolare.</p>
<p>Martedì scorso, il governo, con nessuna nuova “proposta” da fare, trasferisce le sue operazioni a Bruxelles per la riunione straordinaria dell’Eurogruppo e, com’era assolutamente logico, si è trovato di fronte a un nuovo e ancora più duro ultimatum. Il giorno dopo Euclide Tsakalotos inaugura i suoi doveri di ministro delle Finanze (per brevità tralasciamo il fattore delle dimissioni di Yanis Varoufakis, sottolineando semplicemente che questa era una richiesta dei creditori), inviando al meccanismo europeo di stabilità (MES), che gestisce l’organizzazione la maggior parte del debito greco, una lettera con la richiesta di un nuovo prestito di 50 miliardi di euro, che sarebbe stato accompagnato, naturalmente, da un terzo memorandum. Si prevedeva, infatti, che il parlamento avrebbe iniziato lunedi a votare per renderlo operativo.</p>
<p>La lettera di Tsakalotos prosegue con riferimenti all’intenzione della Grecia di “onorare i suoi obblighi finanziari verso tutti i creditori in modo completo e tempestivo.” E’ ovvio che, nonostante le assicurazioni che si sono sentite dopo la proclamazione del referendum per il “riavvio” delle discussioni da zero i “negoziati” sono ripresi esattamente dal punto in cui si era fermati, con i Greci ad abbassare l’asticella per la squadra avversaria ad ogni passo del cammino.</p>
<p>Lo stesso giorno, in attesa di nuove “Proposte” greche che avrebbeSyriza, l mio scopo fosse stato quello di portare la Grecia fuori dall’euro, non sarei andato immediatamente dopo la chiusura delle urne a fare le dichiarazioni che ho fatto ed interpretare il risultato del referendum non come un mandato per una rottura con l’Europa, ma come un mandato negoziale per rafforzare i nostri sforzi al fine di giungere a un accordo migliore”.</p>
<p>Ciò equivale al riconoscimento più o meno aperto che il risultato del referendum era stato interpretato con un fine specifico, che la trattativa andava conclusa a tutti i costi e che andava evitata una spaccatura.</p>
<p>Nello stesso discorso, il primo ministro illustra brevemente la filosofia che per molte settimane ha informato l’intero assetto della parte greca e alla quale la parentesi del referendum non ha provocato il benché minimo ripensamento:</p>
<blockquote><p>“In queste proposte abbiamo evidentemente intrapreso un potente impegno per raggiungere questo obiettivi fiscali sono necessari sulla base delle regole, perché riconosciamo, e rispettiamo, il fatto che la zona euro ha delle regole. Ma ci riserviamo il diritto di scelta, il diritto di essere in grado, come un governo sovrano, di scegliere dove posizionare, e dove aggiungere, il carico fiscale, in modo da essere in grado di raggiungere gli obiettivi fiscali richiesti”.</p></blockquote>
<p>Così il quadro è fissato: è quello di misure restrittive che assicurino i surplus fiscali e mirino al rimborso del debito. È incontestabilmente il quadro dei memorandum. Il disaccordo è sulla “ripartizione degli oneri”. Si tratta di una (presunta) variante di austerità “socialmente più giusta”, che sarà presentata come “redistribuzione” nello stesso momento in cui si perpetua la recessione (ogni riferimento a impegni per misure non recessive è stato cancellato) e l’impoverimento della maggioranza della popolazione.</p>
<p>Nel frattempo, e mentre queste rilassanti rassicurazioni vengono avanzate portando avanti la demolizione di ciò che è rimasto degli originari impegni programmatici di Syriza, c’è un dilagare dello stato d’assedio nel paese, con la Banca centrale europea che tiene chiuso il rubinetto della liquidità e sforbicia ancora di più il valore delle obbligazioni bancarie, il che porta inevitabilmente al collasso.</p>
<p>Eppure, nonostante la gravità della situazione e nonostante il fatto che attraverso l’imposizione dei controlli di capitale una parte della strada sia già stata fatta, nessuno, a parte Costas Lapavitsas e alcuni quadri della Piattaforma di sinistra, sta parlando di queste auto-evidenti e fondamentali misure di auto-protezione, che sono necessarie in circostanze di questo tipo, a partire dal controllo pubblico e dalla nazionalizzazione del sistema bancario.</p>
<p>La spiegazione di questo modo di fare è ovviamente molto semplice: qualcosa del genere metterebbe la Grecia con un piede fuori dall’euro, cosa che il governo non vuole assolutamente fare, nonostante il fatto che anche economisti mainstream come Paul Krugman affermino che “la maggior parte dei costi sono già stati pagati” e che è il momento per la Grecia “di raccogliere i frutti”.</p>
<p>Un semplice conclusione emerge da tutto questo: con le mosse che ha fatto la scorsa settimana, il governo ha ottenuto niente altro che un completo ritorno all’intrappolamento precedente, da una posizione molto più sfavorevole, sotto la pressione di un’ancora più implacabile soffocamento economico. Il governo è riuscito a sperperare a tempo di record l’iniezione potente di capitale politico fornito dal referendum, seguendo in tutti i punti la linea di coloro che gli si erano opposti e che hanno ora tutte le ragioni per sentirsi vendicati, pur essendo stati sconfitti alle urne.</p>
<p>Ma il referendum c’è stato. Non era un’allucinazione da cui ognuno di noi è ormai guarito. Al contrario, l’allucinazione è il tentativo di declassarlo a temporaneo “sbuffo di vapore”, prima di riprendere la discesa verso un terzo memorandum.</p>
<p>E sembra che il governo stia precisamente andando su questa strada suicida. Ieri, in tarda serata, ha inviato a tutti i membri del parlamento (MPS) un testo di dodici pagine scritte frettolosamente, in inglese, da esperti inviati dal governo francese e fondate sulla richiesta di Tsakalotos di un prestito di 50 miliardi di euro al fondo ESM.</p>
<p>Questo non è altro che un nuovo pacchetto di austerità – a dire il vero, un semplice “copia e incolla” del piano Juncker respinto dall’elettorato qualche giorno fa. Il suo nucleo è fin troppo familiare: avanzi primari, tagli alle pensioni, aumento della IVA e altre imposte, e una manciata di misure volte a dare un leggero sapore di “giustizia sociale” (ad esempio, un aumento da due punti delle imposte sulle società). Il documento è stato approvato da tutti i ministri principali, tranne Panos Kammenos, capo del partito dei Greci Indipendenti (ANEL), e Panagiotis Lafazanis, il leader della Piattaforma di sinistra.</p>
<p>Il parlamento è stato chiamato a votare su questo testo oggi, secondo le stesse procedure di emergenza che erano state precedentemente denunciate con forza da Syriza quando era all’opposizione. Per molti aspetti, questo processo può essere considerato un “colpo di stato parlamentare”, visto che al parlamento si chiede di votare un testo che non è né un disegno di legge, nè un accordo internazionale, dando una sorta di carta bianca al governo per firmare un accordo di prestito. Ma questa approvazione parlamentare esplicita è stata imposta come condizione per ogni ulteriore trattativa da parte del ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble.</p>
<p>Com’era prevedibile, e probabilmente anche pianificato, questa proposta di accordo ha scatenato un putiferio all’interno di Syriza. Per il momento, la maggior parte delle reazioni forti provengono da parte della piattaforma di sinistra e altre correnti di sinistra di Syriza, come il KOE, l’organizzazione maoista che ha quattro parlamentari. Durante l’incontro drammatico di oggi del gruppo parlamentare di Syriza, Lafazanis, Ministro dell’Energia e leader della Piattaforma di sinistra, ha detto che l’accordo è “incompatibile con il programma di Syriza” e che “non offre una prospettiva positiva per il Paese”. I ministri della piattaforma di sinistra dovrebbero dimettersi oggi.</p>
<p>Thanassis Petrakos, uno dei tre portavoce del gruppo parlamentare di Syriza e membro di spicco della Piattaforma di Sinistra, ha dichiarato:</p>
<p>Il “no” del referendum è stato un “no” radicale e di classe. Alcuni compagni di alto livello insistono nel dire che “non c’è altra via” logica. Dobbiamo prepararci all’uscita dalla zona euro e dirlo chiaramente alla gente. La sinistra ha un futuro, quando apre le sue ali verso l’ignoto, non verso il nulla. Coloro che insistono sulla scelta di restare nell’euro a qualunque costo dovrebbero sapere che si tratta di un disastro. Dobbiamo preparare un’uscita e aprire un nuovo percorso. I primi passi sono il controllo pubblico delle banche e della Banca centrale greca e un giro di vite sull’oligarchia.</p>
<p>Si dice che anche Varoufakis si sia opposto all’accordo, così come alcuni deputati del gruppo dei “cinquantatre” (l’ala sinistra della maggioranza), anche se in una riunione interna svoltasi ieri traspare un divario significativo tra i quadri di alto e medio livello, fortemente contrari all’accordo, e i parlamentari, molto più inclini a sostenerlo. La votazione che si svolgerà in tarda serata sarà certamente di importanza cruciale per gli sviluppi futuri, ma anche per il futuro di Syriza.</p>
<p>Qualunque cosa accada nelle prossime ore e giorni, una cosa deve essere chiara: ogni tentativo di annullare la volontà popolare per il rovesciamento dell’austerità e dei memorandum aumenta la hubris nell’antico senso greco del termine. Chi osa guidare il paese, e la sinistra, verso la resa e il disonore dovrebbe essere pronto ad affrontare la corrispondente Nemesis.</p>
<p>Tradotto da Wayne Hall in inglese.</p>
<p>Traduzione redazionale in italiano.</p>
<p>da <strong><em>https://www.jacobinmag.com</em></strong></p>
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		<title>Expo, 1 Maggio e antagonismo</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2015 15:15:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<h1><em><br />
</em></h1>
<p><img id="irc_mi" src="http://www.isinsardegna.it/uploads/news/detay-noexpo-mayday-a-milano-la-mobilitazione-contro-lexpo-e-contro-la-precarieta-diretta.jpg" alt="" width="734" height="367" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><em><a title="Post di Matteo Luca Andriola" href="http://www.linterferenza.info/author/matteolucaandriola/" rel="author">Matteo Luca Andriola</a> </em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che Expo 2015 – così sbandierata dal sistema – sia la vetrina dell’odierno neoliberismo globalista è cosa palese e sotto gli occhi di tutti quelli che ne hanno capito i meccanismi, e non solo per l’introduzione di contratti semi-schiavisti come il famigerato free jobs (leggi ‘lavoro gratuito’ e/o sottopagato), ma proprio per le numerose prese per i fondelli propagandistiche su una manifestazione il cui tema centrale è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, e che poi ha fra i suoi sponsor multinazionali come McDonald’s, Coca-Cola e Monsanto. Non ci soffermeremo su questo, né sulla speculazione edilizia, né sulla palese presenza della “ndrangheta” nelle gare d’appalto e infine, neppure sui nostri politici d’ambo gli schieramenti che si spartiscono la torta – anche in questo caso, come avviene ormai da tempo, “destra” e “sinistra” si annullano, ovviamente – ma sugli eventi milanesi del 1º maggio, un tempo “Festa dei Lavoratori”, oggi vetrina della crisi.<br />
Inutile dire che condanniamo la violenza gratuita delle cosiddette tute nere o ‘black block, un’area – sempre se non si creda nella sua “spontaneità” – alla semplice ricerca di visibilità mediatica, figlia di quel desiderio di “apparire” in assenza di palchi.<br />
Più interessante piuttosto è soffermarsi sull’ideologia e la metodologia che sorreggono invece quell’antagonismo “serio”, e sicuramente molto più politico – un’ area distinta dalla prima, checché ne dica la propaganda mediatica liberal-liberista – che però molto spesso, anche se inconsapevolmente, finisce con l’essere del tutto innocuo per il sistema stesso.<br />
Ho accennato all’evidente attentato ai diritti dei lavoratori con l’introduzione del free jobs, che numerosi militanti dei comitati No-Expo hanno indicato come possibile variante dei classici contratti a tempo “ufficialmente” abrogati col jobs act renziano (quando la sinistra avalla il capitale!), ma non vedo – venuto meno un polo ideologico politico che si faceva difensore di un’ideologia, il marxismo-leninismo – da parte dei giovani manifestanti – anche i numerosi che non hanno commesso atti di violenza – il tentativo di animare battaglie sociali che vadano oltre la semplice “contestazione”. Il che è grave. Il ragazzino intervistato da Tgcom 24 è l’esempio di questa grave mancanza che non è casuale, ma frutto di una crisi culturale, frutto della fine di un’egemonia culturale. Vedendo quel giovane antagonista intervistato ho provato un’immensa pena, ho visto solo una rabbia nihilista fine a se stessa, l’incazzatura generazionale antisistemica – legittima, quando non si ha più futuro – che non è però politicamente indirizzata verso i veri nemici, una sorta di rabbia “facebookiana” (simile al qualunquismo di tanti quarantenni/cinquantenni), che però non si limitano più a dire ‘Piove governo ladro!’, ma arrivano a spaccare tutto…<br />
Non credo alle masse che individualmente e individualisticamente si scagliano contro un nemico, che non è la filiale di una banca di per sé, ma ben altro.<br />
Da sempre è l’organizzazione e la presenza di una progettualità a dar spessore a un movimento, altrimenti facilmente manovrabile o, peggio, ricattabile. Senza progettualità – e non vuole essere un’apologia del glorioso partito comunista di leninista memoria, strutturato in quadri e militanti – qualsiasi movimento non vive, ma semplicemente sopravvive, vegeta. L’assenza di ideologia – se non un semplice rifiuto della struttura politica – non è a-ideologia ma il graduale trionfo di un’idea di politica sprovvista di Weltanschauung, di ideali, che col tempo si è trasformata in un semplice elenco programmatico pieno di punti per amministrare l’esistente, per gestire “al meglio” (o alla meno peggio…) lo stato facendolo uscire dalla corruzione; insomma, il governo dei tecnici ma “onesti”. Non è forse vero che la politica dall’89 in avanti è un graduale connubio di dissolvimento dei confini nazionali (motivo della ripresa prima del federalismo e poi di soluzioni sovranazionali, funzionali al libero mercato) e della presenza di cosiddetti contenitori partitici caratterizzati dall’assenza di ideologia, se non quella del mercato? Nelle dichiarazioni del ragazzino intervistato la crisi culturale si sente tutta, al cento per cento. Riporto l’analisi del prof. Giannuli, che condivido al cento per cento:</p>
<p>«Ascoltate con attenzione l’intervista ad un giovanissimo manifestante data Tgcom 24: un misto di pulsioni ormonali adolescenziali ( “più che altro ero esaltato e volevo qualcosa in mano per spaccare qualcosa.. però è stata una bella esperienza”) un malessere acuto e, soprattutto un bisogno di autoaffermazione: “dobbiamo far sentire la nostra voce”. Peccato che, salvo un accenno genericissimo ai “politici che rubano” e alla “banca che è l’emblema della ricchezza” la “voce” non dicesse nulla. Certo l’Expo è stata la grande occasione del nostro ceto politico di ladri, ma la denuncia di queste ruberie era nell’azione del corteo my day, per le tute nere era solo un pretesto per sfasciare tutto, dando sfogo ad un nichilismo anarcoide (leggete bene: non ho scritto anarchico, ho scritto anarcoide). A loro interessa solo dire “ci siamo” ed il fine del loro movimento è puramente autoaffermativo e identitario. Il che si combina perfettamente con la ricerca di occasioni di spettacolarizzazione. Ne consegue il rifiuto di ogni proposta e della stessa dimensione politica: questo è un movimento dell’antipolitica. Ma anche antisociale: se è una protesta è giusto spaccare tutto, anche la macchina di un povero diavolo che sta ancora pagando il mutuo e non è per niente un uomo di potere, però ha il torto di “non stare con noi a protestare”. Da cui discende il carattere fondamentalista del movimento, che non cerca interlocuzioni, confronti, mediazioni ma solo l’affermazione della propria identità e la delegittimazione di ogni altra. Da questo punto di vista, questo fondamentalismo è il rovescio della medaglia di quello neo liberista, anche questo è una forma di “pensiero unico” non interessato al confronto».</p>
<p>Domandiamoci: perchè questi giovani non assaltano i veri simboli del potere, quali prefetture, caserme, sedi istituzionali ecc.? Perchè attaccano obiettivi “sovrastrutturali”, come negozi, automobili, bancomat, ecc. e, ad esempio, non organizzano cortei contro le basi Nato o i vari centri nevralgici economico-finanziari che stanno animando l’unipolarismo globale? L’azione violenta fine a se stessa – mi spiace, ma la vedo così – specie senza alcuna ideologia e senza il supporto di masse pronte a sorreggerti (cosa che negli anni ’70 in parte avveniva: all’azione spesso corrispondeva l’appoggio dei lavoratori, all’epoca politicizzati e vicini a partiti ideologizzati che proiettavano Visioni del Mondo, e non un semplice “quieto vivere aziendalista”) serve solo a rafforzare il blocco politico-sociale che sorregge il sistema vigente, che criminalizzando la violenza gratuita che “spacca tutto”, parteggia per il celerino, per la guardia, per il carabiniere, ergo, per il braccio armato del sistema capitalista americanocentrico.<br />
Altra pecca è che il culto della violenza fine a se stessa come se fosse di per sè purificatrice, che ha un non so che di soreliano (ovviamente non voglio assomigliare ad Amendola, che diede ai ragazzi del ‘movimento del ’77’ dei “diciannovisti” ), in questo caso non è mai supportata da un’azione politica, quella che oggi più manca, e neanche da quella sindacale. Abbiamo appurato che oggi i precari e i disoccupati non sono garantiti da nessuno. I centri sociali spesso hanno organizzato enti come lo sportello San Precario e altre iniziative, che però alla lunga si sono ridotte a poco, e non per mancanza di volontà. Ridurli a luoghi dove circola droga lo lasciamo fare ai benpensanti che votano per il duo “renzusconiano” o ai fascio-leghisti desiderosi di portare “legge e ordine” come a Genova nel 2001 ecc., ma è però evidente che in quei contesti manca l’atto propositivo mentre vi è solo quello contestativo, di per sè legittimo. In una fase storica caratterizzata dall’assenza di egemonia culturale da parte della Sinistra, una porcata immane come l’Expo, laboratorio della speculazione e della precarietà perenne, non va contestata devastando tutto, compresa la macchina del povero cristo che non avrà i soldi per ricomprasela. Sono altre le cose da fare, come quella ad esempio di cercare di far assumere propri militanti nei padiglioni per permettere un’azione sindacale dal basso, magari per avvicinare tutti quei lavoratori depoliticizzati facendogli notare le palesi contraddizioni del lavorare in quel luogo, sottopagati e sfruttati. La qual cosa potrebbe poi creare situazioni come scioperi più o meno spontanei o, conclusa la manifestazione fra sei mesi, far sì che tali idee “sovversive” proseguano a diffondersi, si propaghino al di fuori, nel mondo del lavoro ormai dominato da un jobs act che, secondo alcuni, vorrebbe depotenzializzare il sindacato a scapito del salariato… Ma per farlo bisogna avere progettualità, idee, e il desiderio di animare un soggetto “nuovo”, ideologicamente antagonista al sistema vigente, insomma, una vera “nuova Sinistra” (non quella dei soli diritti civili ), oggi pressoché assente. Insomma, ben venga, per quanto mi riguarda, l’analisi del prof. Giannuli («vi è piaciuto – prosegue – eliminare o ridurre ai margini i canali di trasmissione della domanda politica (partiti, sindacati ecc)? Vi è piaciuto produrre la spoliticizzazione di massa, promuovere la cultura dell’iper individualismo? Bene: il risultato è la jacquerie urbana»), ma il lavoro da fare è lunghissimo, e non deve solo essere politico, ma anche “meta politico”: riguadagnare un’egemonia perduta dopo che si è gettata alle ortiche la propria cultura non è un mero guadare indietro, ma un proiettarsi in avanti, ben ancorati alla propria identità. È sulla ricerca di un’egemonia culturale che la sinistra deve riflettere, per non perdere la battaglia sociale che caratterizzerà lo scontro della prima metà del XXI secolo.</p>
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		<title>La crisi, la democrazia e la Sinistra in Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2015 11:13:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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<h2><em><a title="Post di Alberto Burgio" href="http://www.linterferenza.info/author/alberto-burgio/" rel="author">Alberto Burgio</a> </em></h2>
<p>Martedì scorso <em> il manifesto </em> ha pubblicato un articolo di Jospeh Stiglitz che ha il merito di disegnare un quadro limpido della situazione sociale ed economica dell’Unione europea dopo otto anni di crisi, e dei pericolosi contraccolpi politici (crisi democratica e impetuosa crescita della destra radicale) che ne conseguono. Stiglitz insiste sulle responsabilità delle <em> leadership </em> europee (scrive di un «malessere autoinflitto») e punta il dito sulle «pessime decisioni di politica economica» (l’ <em> austerity </em> ) ispirate a teorie fallimentari. È una base di partenza per una seria discussione, e anche un utile contributo per la ricostruzione di una pratica critica che riapra un quadro politico stagnante, imprigionato (non solo in Italia, ma soprattutto qui da noi) in una camicia di forza che sta rapidamente soffocando la democrazia. Con gravi responsabilità delle sinistre socialiste, che hanno cooperato alla costruzione dell’architettura istituzionale e monetaria di questa Europa.</p>
<p>C’è solo un aspetto dell’analisi di Stiglitz che non convince e forse merita un supplemento di riflessione. Come molti altri anche Stiglitz parla di «errori», di «modelli viziati», della «follia» che accecherebbe le classi dirigenti impegnate in politiche rovinose. Questa rappresentazione suggerisce che la costruzione europea prima, la gestione della crisi <em> via </em> austerity e deflazione salariale poi, abbiano danneggiato indiscriminatamente tutti, risolvendosi in un incomprensibile esercizio di autolesionismo collettivo. Le <em> leadership </em> europee avrebbero «sbagliato» e persevererebbero diabolicamente, nonostante gli effetti negativi delle loro scelte danneggino tutti gli attori coinvolti: Stati, economie nazionali, classi sociali.</p>
<p>Se le cose stessero così, lo storico di domani si troverebbe di fronte a un bel dilemma. Beninteso, non sarebbe la prima volta che un intero continente sembra imboccare senza ragioni evidenti la strada del suicidio. La storiografia si divide ancora sulle cause della prima guerra mondiale. Quello che fu l’evento inaugurale del nostro mondo somiglia tanto a un gesto suicidario dell’Europa uscita dalla <em> belle époque </em> , e forse non è casuale che solo dopo la guerra Freud cominci a riflettere sulla «pulsione di morte».</p>
<p>Ma forse nel caso dell’Unione europea e della gestione recessiva della crisi le cose non sono altrettanto misteriose. Forse il quadro si semplifica, almeno in parte, se, rinunciando alla chiave semplicistica degli errori e dell’impazzimento collettivo, si suppone che quella che stiamo vivendo sia una transizione, e che le politiche adottate dai sovrani della troika e dai governi nazionali più forti, Germania in testa, rientrino in un processo governato di ristrutturazione delle nostre società: in una distruzione creatrice, finalizzata alla sostituzione del modello sociale postbellico (il capitalismo democratico incentrato sul <em> welfare </em> pubblico e sulla riduzione delle sperequazioni in un’ottica inclusiva) con un modello oligarchico (postdemocratico) affidato alla «giustizia dei mercati globali» e caratterizzato dal binomio povertà pubblica – ricchezza privata. Che poi questa grande trasformazione generi anche effetti indesiderati (la crescita del neofascismo euroscettico) non cambia il discorso di una virgola, visto che notoriamente non tutte le ciambelle riescono col buco.</p>
<p>Non è escluso che, se leggessimo questo decennio (e gli ultimi quarant’anni) come una rivoluzione passiva, l’analisi di Stiglitz ne guadagnerebbe in completezza. Alcuni dati sembrano infatti confermare la coerenza del processo e la sua pur perversa razionalità. La crisi ha debilitato le economie nazionali, molti paesi europei sono da anni in recessione e registrano un calo del pil rispetto agli anni pre-crisi. Se consideriamo l’Italia al netto della fanfara propagandistica, i principali indicatori (le curve del pil, della ricchezza media <em> pro capite </em> e della disoccupazione) denotano una situazione di coma economico e di grave regresso sociale. Ma queste sono, come dice Stiglitz, «fredde statistiche». Dietro le quali non si cela un paesaggio omogeneo.</p>
<p>La crisi (proprio come la guerra) non è un guaio per tutti. Non lo è nel mondo, dove – ricordava l’inserto di «Sbilanciamoci!» del <em> manifesto </em> del 27 febbraio – i primi 80 miliardari hanno visto aumentare la propria ricchezza del 50% negli ultimi quattro anni. Non lo è in Italia, dove, per ragioni che non è qui possibile analizzare ma che non hanno nulla a che fare con il caso né con il destino, il reddito annuo dei sempre più precari lavoratori dipendenti è calato, tra il 2000 e il 2013, di ben 8.312 euro, mentre quello dei professionisti ne ha guadagnati 3.142. Sempre in Italia, negli ultimi cinque anni le dieci famiglie più ricche (proprietarie di quasi metà della ricchezza netta totale) hanno raddoppiato il proprio patrimonio, mentre il 30% più povero della popolazione (18 milioni di individui) ha visto il proprio ridursi quasi di un quinto. La metà più povera degli italiani (concentrata nel Mezzogiorno) ha perso oltre l’11% di quanto possedeva inizialmente; anche la metà più ricca ha perso, ma solo l’8%, e con una perdita concentrata nelle classi medie, sempre più povere.</p>
<p>Si potrebbe continuare a lungo, per esempio ricordando ancora che nel 2012, mentre il pil italiano cadeva del 2,4%, il patrimonio delle famiglie più ricche (con un patrimonio superiore a 500mila euro) aumentava in media del 2%. Ma il quadro è abbastanza chiaro. Lo si potrebbe riassumere in tre semplici slogan: sta (ri)nascendo un’Europa delle caste, incompatibile con la democrazia; capire la crisi è possibile solo leggendo i mutamenti che essa produce in termini di rapporti di forza tra le classi; capire non basta, e la sinistra italiana ed europea non esisterà – se non come figurante nello spettacolo dei teatrini istituzionali – finché resterà complice di questa grande trasformazione e non aprirà una lotta senza quartiere contro il nuovo (arcaico) modello sociale che, grazie alla crisi, sta prendendo forma.</p>
<p>Fonte: http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/4860-alberto-burgio-la-crisi-la-democrazia-e-la-sinistra-in-europa.html</p>
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		<title>La chiamano crisi, è la più grande truffa della storia.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2015 15:50:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/03/Wie-im-Dritten-Reich....jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5055" title="Wie im Dritten Reich..." src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/03/Wie-im-Dritten-Reich...-298x300.jpg" alt="" width="298" height="300" /></a></p>
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<p><strong><em>Angelo Fontanella</em></strong></p>
<p><strong> La chiamano crisi, è la più grande truffa della storia.</strong></p>
<p>Da circa sette anni a questa parte, non si fa che parlare di crisi, di ripresa, di quali misure attuare affinchè quest’ultima scattasse, e guarda caso queste misure reclamate a destra e a manca, soprattutto dai soloni finanziari del FMI, della BCE, della Commissione Europea, hanno sempre lo stesso sapore, quello del liberismo estremo e del massacro sociale, che non può che andare nella direzione di tagli drastici alla spesa sociale, agli investimenti pubblici, nonchè a quel poco di benessere rimasto ed all&#8217;aumento spropositato della tassazione. In questo modo si è fatto sì che gli squilibri non restassero confinati al campo finanziario, ma andassero ad intaccare l’economia reale, azzerandola e sottomettendola al volere delle banche e dei mercati. Le quali banche commerciali e d’investimento sia in Europa che negli Stati Uniti e su larghissima scala mondiale, azioniste delle banche centrali, hanno in pugno sia l’emissione del denaro, che stampano dal nulla e al semplice costo tipografico, appropriandosi indebitamente del valore nominale del denaro, sovraccaricato da interessi usurai che non potranno mai essere pagati, in quanto massa monetaria non esistente; che la circolazione dello stesso.<br />
In pratica soffermandoci sull’Eurozona, la Bce autoproclamatosi padrona dell&#8217;euro, ed unica autorizzata ad emetterlo, grazie al trattato di Maastricht, stampa un quantitativo di denaro, lo presta alle banche sue azioniste a un tasso irrisorio (0,5% o anche meno) e queste dovrebbero immetterlo nei circuiti economici, invece lo usano per ricapitalizzarsi, così da non soffrire troppo le speculazioni e gli investimenti andati a male e continuare a farli e comprare i sempre redditizi titoli di stato dei paesi dell’eurozona, realizzando massicce plusvalenze, visto il loro alto rendimento. Se a ciò aggiungiamo che questo rendimento è deciso nei mercati, dove le grandi banche costituiscono oltre il 70% del totale degli investitori e fanno cartello tra di loro, si capisce che è tutto un circolo creato ad arte.</p>
<p>Facciamo un esempio, in modo che renda l&#8217;argomento di facile comprensione a chi non è esperto in materia: la Bce emette una banconota da 500 euro. Essa costa alla super banca circa 30 cent, vale a dire il costo di stampa e messa in circolazione, ma in quel pezzo di carta che altro non è, è indicato il valore di 500 euro, per cui vale tanto e capite benissimo che la Bce vi ha guadagnato 499,70 euro, senza contare i tassi d&#8217;interesse che le verranno corrisposti nel momento in cui acquisterà i titoli di stato di un paese dell&#8217;area euro. Questo in gergo tecnico si chiama signoraggio bancario ed è la più grande truffa di sempre, nonchè causa di quella che impropriamente media, ed euroburocrati e politici, chiamano crisi. La Bce è una fabbrica di soldi che come capite sono carta straccia, ma grazie ai quali impone ai paesi le politiche economiche di distruzione sociale e si compra pezzo dopo pezzo i beni pubblici e non degli stessi.  Di tutto ciò ne soffrono gli stati europei, in particolare Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro, Italia ed Irlanda, costretti a corrispondere interessi sempre più alti (nel caso italiano nel 2014 si sono spesi circa 95 miliardi in spesa per interessi) e ricattati da uno <em>spread ( speculazione)</em> che sarebbe continuato a salire se non si fossero fatti i compiti a casa ( ora che sono stati fatti sembra solo un lontano ricordo), vale a dire quelle  che i media, politicanti ed euroburocrati chiamano riforme strutturali come il pareggio di bilancio (castroneria economica, lo stato non è un’impresa e solo spendendo a deficit sopravvive) il rapporto deficit/pil al 3%, col conseguente costante aumento della tassazione ( arrivata al 70% sulle imprese), l&#8217; ulteriore precarizzazione del lavoro e innalzamento dell’età pensionabile. Tutto fatto con estrema solerzia e i risultati parlano chiaro, con le economie dell&#8217;area in depressione da un quinquennio proprio a causa di queste politiche economiche ultra recessive d&#8217;austerity, conseguenza inevitabile della perdita della sovranità monetaria sancita con l&#8217;ingresso nella moneta unica.<br />
Non contenti i burocrati euristi dicono che ciò non basta e che se queste riforme fossero state fatte tempo addietro, non ci troveremmo nella situazione attuale. Senz’altro, saremmo già un deserto, basti vedere che oggi in Italia chiude un’impresa al minuto, che il pil è in caduta libera dal terzo trimestre del 2011, con una perdita di oltre l&#8217;8% dello stesso, del 25% della produzione industriale, del 30% degli investimenti ecc. e non potrebbe essere altrimenti, considerato oltretutto che le banche infarcite di titoli di stato e derivati, non aprono i rubinetti ne alle imprese ne alle famiglie e se lo fanno si va sempre incontro a truffe e al pagamento di gravosissimi ed insostenibili interessi. Dulcis in fundo il<em> fiscal compact</em>, grazie al quale a cominciare dalla fine di quest&#8217;anno, dovremo portare il rapporto debito/pil al 60%, il che significa tagli e sempre più tasse per 50 miliardi annui per i prossimi 20 anni, sempre che vi arriveremo.</p>
<p>Che dire del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, un fondo perduto in mano alle banche europee, al quale ogni paese dell&#8217;Eurozona deve versare una quota, che lo stesso fondo presterà al paese che si troverà soggetto a speculazione sui suoi titoli di debito, manco a dirlo gravati da interessi. Chi muove le fila della speculazione? Manco a dirlo, le banche. Sarebbe a dir poco una follia, se non si sapesse che chi ha firmato per la creazione di questo organismo, è un servo delle banche, messo nei centri di potere governativi per fare gli interessi delle stesse. Solo l&#8217;Italia per quel che si sa, ha già versato 90 miliardi.</p>
<p>Infine il Parlamento europeo ha approvato, con il voto in due risoluzioni, il regolamento per il rafforzamento della governance dell’UE, di cui l&#8217;elemento più significativo è il Fondo di Redenzione europeo, che va solo ratificato nei singoli paesi, una pura formalità.</p>
<p>Il Fondo di Redenzione europeo (Erf) servirà a far confluire l’importo dei vari debiti pubblici degli Stati dell’Eurozona per la parte eccedente il 60% del PIL in un apposito fondo, l’Erf appunto, che verrebbe <strong>garantito dagli Stati nazionali membri attraverso i loro asset pubblici </strong>e da<strong> almeno una percentuale di tasse riscosse a livello nazionale</strong>. Tale fondo, poi, emetterebbe bonds europei caratterizzati da una rigorosa scadenza di 20, massimo 25 anni. In questo lasso di tempo, tutti gli Stati aderenti avrebbero inoltre l’obbligo di assestare il proprio rapporto debito/PIL al 60%. La trappola è ormai chiusa del tutto, l’unica via d&#8217;uscita è liberarci dai banksteers, riconquistando quella sovranità monetaria sancita dalla costituzione, e prerogativa principale di ogni stato. Riconquistiamola prima di tornare indietro di 150 anni, stracciamo i trattati di Maastricht e Lisbona, cacciamo questi partiti che ci hanno introdotto in questo sistema infernale, riprendiamoci la democrazia e ritorneremo a vivere. E ciò si può fare solo attraverso una dura e continua lotta sociale che comprenda il boicottaggio dell&#8217;euro, creando una moneta alternativa di popolo, ed usando solo quella in tutti gli acquisti e gli scambi commerciali, o tornando al baratto, nell&#8217;attesa di un&#8217;uscita da questo inferno. Naturalmente nessuno deve pagare più tasse che non siano trattenute alla fonte, si devono ritirare i soldi dalle banche, chiudere i conti correnti e non votare più. Sarebbe un qualcosa dalla portata rivoluzionaria, altrimenti, continueremo a morire di tasse e austerity,ad essere sempre più precari, come previsto dal Job Act renziano ed a svalutare sempre più i nostri salari da terzo mondo, anche perchè, se non si svaluta la moneta e l&#8217;euro non è svalutabile, si svalutano i salari, altrimenti non si esporterebbe più nulla a fronte di un corposissimo calo delle esportazioni.</p>
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		<title>Invece della Catastrofe</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 17:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Perché costruire un’alternativa è ormai indispensabile. di Giulietto Chiesa  EDIZIONI PIEMME MILANO 2013 di Renato Pallavidini    Il testo di Giulietto Chiesa svela il carattere globale e drammatico della crisi in atto, che non è solo finanziaria ed economica. Chiesa puntualizza che le linee di crisi in atto erano già state previste dal Club di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>Perché costruire un’alternativa è ormai indispensabile. </strong></h2>
<h3 style="text-align: center;"><strong>di Giulietto Chiesa </strong></h3>
<p style="text-align: center;"><strong></strong><strong>EDIZIONI PIEMME MILANO 2013</strong></p>
<p>di<em> Renato Pallavidini    </em></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/12/catastrofe-chiesa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4878" title="Invece della catastrofe" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/12/catastrofe-chiesa-186x300.jpg" alt="Invece della catastrofe di Giulietto Chiesa" width="186" height="300" /></a>Il testo di Giulietto Chiesa svela il carattere globale e drammatico della crisi in atto, che non è solo finanziaria ed economica. Chiesa puntualizza che le linee di crisi in atto erano già state previste dal Club di Roma di Aurelio Peccei, che lanciò un manifesto dal titolo significativo, <em>I limiti dello sviluppo</em>.</p>
<p>L’allarme lanciato dagli illustri esperti venne immediatamente sottaciuto, e poi posto nel limbo della storia, da un sistema mediatico comunicativo controllato dalla ristretta oligarchia che, coscientemente, sta portando l’umanità sull’orlo della catastrofe, e composto da marionette etero dirette, prive di ogni dignità professionale e umana: loro compito è disinformarci. <strong>La contraddizione fondamentale che sta alla base di questa crisi è quella di volere a tutti costi “una crescita infinita in un sistema finito di risorse”.</strong></p>
<p><strong> </strong>La crescita infinita –o meglio indefinitamente progredente- è tipica del sistema capitalista; e ormai si esprime a due livelli, che rappresentano due diverse forme di capitalismo, a tratti alternative, ma comunque compresenti e contraddistinte dalla spinta alla crescita indefinitamente progredente, a fronte di risorse non solo finite ma in rapido esaurimento. Il tradizionale <strong>capitalismo industriale e produttivo</strong>, ben espresso dalla formula marxiana <strong>D→M→D’</strong>, trainato in buona parte dalla crescita dei consumi al di là del necessario, del naturale e del lecito; inventandosi una quantità incredibile di beni di plastica, gomma, ecc. del tutto inutili, che non si sa più come e ove smaltire. Il <strong>capitalismo del tutto finanziario e speculativo</strong> degli ultimi 30/35 anni, che ha modificato la citata formula marxiana in un <strong>D→D’→D’’, “</strong>smaterializzandosi”, come ebbero ad affermare i <em>reaganomics</em>, fautori di questo tipo di economia già all’inizio degli anni ’80 in America e in Inghilterra. Si tratta di un capitalismo puramente bancario, basato sulla continua, irrazionale produzione di denaro, in forma di crediti, titoli finanziari messi in circolazione da banche, istituzioni finanziarie di incerta origine, tutti quotati in borsa. Una massa di titoli, pezzi di carta, bit di computer enormemente superiore alla ricchezza reale di tutti i ceti sociali, che sono dunque altrettanti crediti  inesegibili.</p>
<p>L’esperienza di questi ultimi 10 anni, del crollo dei subprime americani nel 2007 –crediti facili per l’acquisto di case, concessi a chi non poteva pagarli, con il duplice criminale obiettivo di incamerare alcune rate e poi confiscare e rivendere le case- hanno dimostrato che se questa massa di titoli “spazzatura” non gira a velocità vorticosa da una banca all’altra, nell’illusione collettiva che siano coperti da denaro reale, l’intera baracca si ferma e crolla come un castello di carte, trascinandovi gli Stati sovrani e i loro cittadini. Infatti, fra 2008 e 2009, le banche centrali dei paesi occidentali, USA, UK, UE hanno ripianato i debiti delle banche private, ormai in bancarotta, stampando per loro denaro fresco. Di conseguenza i debiti delle banche sono diventati debiti pubblici, ripianati a spese di lavoratori, pensionati, ceti medi produttivi e anche della tradizionale alta borghesia, con tutto l’apparato mass mediatico a spiegarci, che le responsabilità del debito pubblico erano da addebitarsi alla spesa sanitaria, alla spesa pensionistica, al pubblico impiego, massimo ai “privilegi della politica”, fra cui i prezzi troppo bassi tenuti dal Buffet di Montecitorio –per altro con un ritornello già sentito dal 1992, anno delle svolte neoliberiste, delle privatizzazioni, di Maastricht, dell’inizio dell’era della globalizzazione.</p>
<p>Giulietto Chiesa, in un’intervista postata sul suo sito (<a href="http://www.giuliettochiesa.it/">www.giuliettochiesa.it</a>), tempo fa, ebbe a dire che l’intero sistema, or ora descritto, era diretto da circa 35 “mascalzoni” –aggettivo suo!- equamente ripartiti fra Wall Streat e la City londinese. Forse il numero è un po’ esiguo e potrebbe far riferimento solo al vertice della piramide dei “mascalzoni”, che si nascondono in tutto il mondo come topi nel formaggio. Sì! topi ben nascosti, perché nella maggior parte dei casi, non sono i volti noti dei grandi magnati internazionali, gli Agnelli, i Rockfeller, i Berlusconi, ecc. Sono volti anonimi alla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, nomi ai più non dicono nulla, come Wim Duisenberg (G.Chiesa, <em>cit.</em> p. 177), ex primo banchiere centrale europeo nel 2004, membro di una decina di diversi consigli di amministrazione.</p>
<p>Uomini simili, finanzieri anonimi o quasi, come Duisenberg, Soros, Draghi, Greenspan, costituiscono, secondo Chiesa, la classe dei proprietari universali, che stanno guidando il mondo verso la catastrofe annunciata, in una crisi finale del capitalismo che rischia di assumere i contorni di un drastico regresso di civiltà, per un’umanità moderna abituata “alla vita comoda”, all’auto, agli Hi Fi, alle merendine, a sventrare l’ambiente.</p>
<p>La classe dei proprietari universali sarebbe composta da non più di un milione di unità, lo 0,000007% della popolazione mondiale, cui fa da contorno un “alone” di 70-80.000 milioni di ricchi, che rosicchiano i miliardi eccedenti, cui appartengono i volti conosciuti al pubblico, i Berlusconi, i Monti, i Marchionne, spesso maledetti perché identificati tout court con il sistema e responsabilizzati per le sue contraddizioni. Questo “alone” funge da parafulmine del nocciolo duro del sistema di dominio della finanza globale: si prende gli accidenti e, talvolta, i pomodori marci delle persone normali, disinformate e colpite traumaticamente da una crisi di cui non comprendono la reale origine, né l’estensione e la gravità. Esempio per tutti, le stupide scene di giubilo a Roma,  quando cadde il Governo Berlusconi, per essere sostituito da Monti, un vero gendarme della Banca Centrale Europea!</p>
<p>Tuttavia questi gravissimi problemi economici e sociali non esauriscono l’intero spettro della crisi in atto, che è crisi di un intero modello di civilizzazione, basato sullo spreco delle risorse e sulla sistematica violazione delle leggi naturali, sulla modificazione selvaggia dell’ambiente, di cui sono esempio emblematico, sempre in Italia, le costruzioni abusive su spiagge, spezzoni di rocce sporgenti sul mare, montagne e colline. <strong>Si stanno rapidamente esaurendo le risorse su cui si è fondato lo sviluppo moderno e l’espansione dei consumi, prime fra tutte quelle energetiche</strong>. Si sta raschiando ovunque il fondo del barile! E’ di questi ultimi mesi la notizia che le potenze occidentali, Stati Uniti, Gran Bretagna, persino la Norvegia hanno studiato un sistema per estrarre gas dalla frantumazione del materiale roccioso profondo. A parte il chiaro significato che i grandi gruppi capitalistici non sanno più dove “sbattere la testa” per trovare fonti energetiche non rinnovabili, il nuovo sistema rischia di rendere sempre più instabile la placca terrestre, generando movimenti tellurici imprevedibili.</p>
<p>Ancor più grave è che questi e altri dati ci indicano chiaramente che la tendenza in tutti i paesi sviluppati, o di nuovi sviluppo, o in via di sviluppo, è quella a persistere nell’uso di energie non rinnovabili e altamente inquinanti, nell’industria come nell’uso domestico. Non emerge, a nessuna latitudine, uno sforzo serio a rinnovare le tecnologie per l’uso di energie alternative, inesauribili, non inquinanti, come il vento e sole! Se non si corregge questo crinale –e non c’è nessun segno che qualcuno voglia correggerlo, né a Est, né a Ovest, né a Nord, né a Sud- entro 15 anni, sarà inevitabile, a metà secolo un aumento della temperatura terrestre di 2°, con conseguenze disastrose, oggi difficilmente immaginabili, almeno in Europa –a Holliwood ci riescono meglio!  Già ora, nell’andamento climatico, ci sono anomalie gravissime che toccano persino gli Stati Uniti –e che dovrebbero in teoria, unitamente all’esperienza di Katrina far riflettere la locale classe dominante! Il sud del Texas è alle prese con una persistente siccità, che rende ormai impossibile le coltivazioni di mais e l’allevamento di bestiame; di fatto si sta espandendo a Nord il deserto messicano. Situazione simile in California, ove il fiume Sacramento è in secca da mesi. Questo mentre su tutta la costa atlantica, dalla Florida sino a New York imperversano spaventose bufere di neve!</p>
<p>L’incipiente crollo dell’ecosistema planetario, degli andamenti climatici sono aggravati dal problema dello smaltimento dei rifiuti, sia quelli normali –come la plastica- sia quelli decisamente tossici. Ormai la terra e il mare ne sono pieni! Senza rendercene conto viviamo ormai in una grande pattumiera, i cui effetti negativi sulla biosfera si aggiungono a quelli dell’inquinamento. E non è solo la questione di Napoli, degli inceneritori, della Somalia –uno dei tanti paesi/pattumiera del Sud del mondo- la questione si estende ben più gravemente ai mari. Si contano ormai quattro zone fra l’Oceano atlantico e l’Oceano pacifico in cui si accumula l’intera spazzatura terrestre. Sono veri e propri nuovi continenti di plastica e polistirolo, pericolosi anche per la salute umana, visto che i pesci tendono sempre più a nutrirsene.</p>
<p>Potremmo andare avanti quasi all’infinito con queste citazione, ma è evidente che i punti essenziali di tutte queste questione sono due: <strong><span style="text-decoration: underline;">1)</span> l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, fondato non solo sulla speculazione</strong> <strong>finanziaria, ma anche sull’uso di energie non rinnovabili e altamente inquinanti e sulla moltiplicazione insensata dei consumi; <span style="text-decoration: underline;">2)</span> la mancanza di una volontà politica di cambiamento dei fattori strutturali di un simile modello di civilizzazione</strong>, cambiamento troppo costoso per le classi dominanti, troppo difficile da comprendere per le rimanenti forze di “opposizione sociale”, dai sindacati ai centri sociali. Ce lo immaginiamo dunque cosa succederebbe, se contemporaneamente, tutti i capi politici dell’Est e dell’Ovest, USA, Cina, Russi, ecc., comparissero alla TV, spiegando ai loro cittadini allibiti la situazione e concludendo che d’ora in poi dovranno lasciare la macchina per tornare alla bicicletta!?</p>
<p>Del resto Holliwood, sita al centro dell’Impero, ha sempre anticipato il futuro della società capitalistica. Gli esempi sono innumerevoli da <em>I Guerrieri della notte</em>, a <em>1999 fuga da New York</em>, sino a <em>Blud Runner</em>. Si poteva cogliere un tessuto sociale lacerato e violento, ove si combinavano individualismo estremo, rapporti di solidarietà interni a bande teppistiche rivali, strutture di potere oligarchiche e onnipresenti a controllare quanto rimaneva di un’umanità ricondotta allo stato ferino.</p>
<p>Nel caso che ci riguarda è denso di significato il film <em>Anno 2022</em>, con Charlton Heston, girato proprio su sollecitazione delle previsioni e delle polemiche suscitate dal manifesto del Club di Roma. Vale la pena sintetizzarne rapidamente la trama. Siamo nell’anno  2022 –data molto vicina a quella recentemente indicata da un pool di scienziati ONU, come limite per poter evitare il peggio della catastrofe-: la Terra è devastata dall&#8217;inquinamento e dalla <a title="Sovrappopolazione" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sovrappopolazione">sovrappopolazione</a>. La <a title="Natura" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Natura">natura</a> incontaminata non esiste praticamente più e il <a title="Clima" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Clima">clima</a> è stravolto in senso <a title="Zona torrida" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zona_torrida">torrido</a>. Le stagioni si sono ridotte ad una perenne <a title="Estate" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Estate">estate</a> che dura tutto l&#8217;<a title="Anno" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Anno">anno</a>, con 32º di <a title="Temperatura" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Temperatura">temperatura</a>. <a title="New York City" href="http://it.wikipedia.org/wiki/New_York_City">New York City</a>, dove si svolge la storia, è un <a title="Formicidae" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Formicidae#Nidificazione">formicaio</a> di 40 milioni di abitanti pressati in fatiscenti condomini, il dominio <a title="Tecnologia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tecnologia">tecnologico</a> e il <a title="Consumismo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Consumismo">consumismo</a> sono tramontati perché gli oggetti che hanno prodotto stanno cadendo a pezzi, per mancanza di ricambi; manca pure la <a title="Corrente elettrica" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Corrente_elettrica">corrente elettrica</a>, per la <a title="Crisi energetica (1973)" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_energetica_%281973%29">crisi energetica</a> causata dalla mancanza di <a title="Petrolio" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Petrolio">petrolio</a>; il <a title="Cibo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cibo">cibo</a> e l&#8217;<a title="Acqua" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Acqua">acqua</a> sono razionati.</p>
<p>La gente più povera vive dentro automobili nei parcheggi e chi non ha neppure l&#8217;auto, dorme sulle scale dei palazzi, un gradino ognuno.  In determinati quartieri, definiti “Ricchezza”, dimora la classe dominante in veri e propri bunker di benessere: <a title="Condizionatore d'aria" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Condizionatore_d%27aria">aria condizionata</a>, <a title="Videogioco" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Videogioco">videogiochi</a> in salotto, <a title="Acqua corrente" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Acqua_corrente">acqua corrente</a>, addirittura calda, impianto della <a title="Televisione a circuito chiuso" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Televisione_a_circuito_chiuso">televisione a circuito chiuso</a>, un maggiordomo di palazzo. Le donne più giovani e fortunate sono un oggetto in dotazione personale o fanno parte della dotazione dell&#8217;appartamento delle persone facoltose. Solo i benestanti, possono permettersi una spesa di cibo normale come un gambo di <a title="Sedano" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sedano">sedano</a>, qualche <a title="Mela" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mela">mela</a>, un <a title="Pomodoro" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pomodoro">pomodoro</a> e la <a title="Carne" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carne">carne</a>, più unica che rara, è venduta a prezzi inaccessibili per la maggior parte delle persone.</p>
<p>Proprio il cibo è il problema maggiore dell&#8217;umanità. Gli alimenti tradizionali sono senza sapore e senza odore e quasi completamente scomparsi. L&#8217;unica risorsa rimasta è il Soylent, <a title="Galletta" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Galletta">gallette</a> nutritive di vari colori secondo la composizione: rosso <a title="Soia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Soia">soia</a>, giallo <a title="Mais" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mais">mais</a>, ecc. La pubblicità dice che il <a title="Plancton" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Plancton">plancton</a> è la <a title="Materie prime" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Materie_prime">materia prima</a> del Soylent verde, l&#8217;ultimo prodotto della ditta Soylent, destinato a diventare il principale alimento della popolazione con l&#8217;inaridirsi della terra. Si scoprirà che è tratto dai cadaveri! Il grosso dell’umanità è regredito allo stato ferino, le classi ricche si sono in qualche modo salvate; anzi hanno consolidato il loro strapotere.</p>
<p>La via verso questa catastrofe annunciata potrebbe non essere così diretta e lineare come l’abbiamo descritta. Seconda Chiesa, nel medio periodo –il ché significa negl’anni che stiamo vivendo-, l’imperialismo atlantico potrebbe trascinarci in una vera e propria guerra guerreggiata con la Russia e con la Cina. Del resto la crisi ucraina è sotto agl’occhi di tutti e chiunque ne porti le responsabilità –mi si perdoni l’eccesso di imparzialità!- siamo di fronte ad un duro e diretto confronto fra le due maggiori potenze nucleari del pianeta, esattamente come nel 1962, in occasione della questione dei missili a Cuba. La differenza è che all’epoca i media informavano, anche se con eccessi verbali da Guerra Fredda, e l’opinione pubblica era allertata, oggi sta passando tutto nel disinteresse e nell’ignoranza generale, in un clima disincantato che ricorda quello dell’estate 1914!</p>
<p>Perché la crisi dell’attuale modello di sviluppo si sta capovolgendo in un pericolo di guerra totale, che rischia di accelerare la catastrofe annunciata o quanto meno di aggiungere ad essa ulteriori fattori negativi –esempio emblematico l’inquinamento da radiazioni nucleare, problema già presente da quasi vent’anni in Adriatico, Kossovo ed Irak, visto il largo uso fatto dalla Nato di munizioni ad uranio impoverito, nelle guerre del 1991, 1999, 2002? A parte l’esperienza storica, che ci indica che quasi sempre le crisi economiche più gravi generano la guerra, c’è da rilevare che la spinta aggressiva americana degli ultimi 15 anni, in pratica dall’aggressione alla Serbia del 1999, ha come primo e fondamentale motivo il monopolio di quanto resta delle materie prime planetarie.</p>
<p>Alla Casa Bianca sanno da tempo quali sono i problemi reali, che abbiamo cercato di enucleare, e sono dunque ben coscienti che, se vogliono garantire un certo livello di benessere alla popolazione occidentale, in attesa che maturino gli eventi, devono negare consumi e accesso alle materie prime alle altre aree del pianete, soprattutto ai paesi emergenti del BRICS, Russia e Cina in testa. Solo imbrigliando l’emergente potenza cinese, con un ridispiegamento delle forze americane nell’Oceano pacifico –il <em>Pivot to Asia</em> di Obama- e impedendo la resurrezione di quella russa, l’America può mantenere il suo ruolo di superpotenza planetaria dominante. Ormai, come abbiamo visto, la potenza militare atlantico americana si regge su un’economia di carta, in pratica sui debiti, a tal punto che, nel 2011, se la resistenza libica fosse durata qualche giorno in più, Francia e Inghilterra avrebbero avuto serie difficoltà a finanziare i bombardamenti.</p>
<p><strong>Con questa economia di carta, l’Occidente non può più controllare le materie prime con le normali regole di mercato, Russia, Cina e Paesi arabi sarebbero ormai in grado di definire i prezzi internazionali autonomamente rispetto alle grandi “Corporations”. Può solo farlo usando continuamente la propria superiorità militare e massmediatica, visto che l’alternativa ai bombardamenti sono le rivoluzioni “colorate”, sovversione interna organizzata dal gruppo Soros Clinton, come in Serbia, in Georgia e in Ucraina. </strong>Oggi il Pentagono è fortemente tentato ad utilizzare il proprio apparato militare anche contro Russia e Cina, perché si è spezzato l’equilibrio del terrore, che dominava la guerra fredda. Tutti i dati disponibili fanno pensare che le forze armate americane siano dotate di tali e tanto sofisticate tecnologie da poter prevenire ogni ritorsione atomica. Sono senz’altro in grado di agire sull’atmosfera e sulle onde elettromagnetiche della crosta terrestre, provocando disastri climatici, maremoti, terremoti. Uno scenario bellico teorico quasi fantascientifico che consentirebbe agli imperialisti di mettere in ginocchio un paese senza dargli il tempo di fiatare, cioè di abbozzare una reazione. Questo almeno in teoria! Ma se, per puro caso, qualcosa non funzionasse a dovere e ci scappasse qualche missile? Forse non saremmo al <em>Day After</em>, ma a qualcosa che gli potrebbe assomigliare….!</p>
<p>La domanda che sorge spontanea, fra tutti questi disastri annunciati è senz’altro la seguente: cosa possiamo fare, noi avanguardie coscienti, anzi noi singoli dispersi e divisi ideologicamente, per contrastare questa deriva? Il lettore ammetterà che la risposta è improba, tanto è vero che lo stesso Chiesa da poche indicazioni, sia in rapporto all’entità dei problemi, sia in rapporto allo strapotere dei media che li nascondono e ci disinformano. La sua principale risposta è la difesa dei “territori”, là ove si trovino problemi di grande impatto ambientale e movimenti organizzati. I riferimenti più diretti sono la Val Susa per la TAV e la Campania per i rifiuti. Noi riprendiamo al “plurale” una risposta che diede il grande filosofo Heidegger: “solo un Dio ci salverà!”.</p>
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		<title>Economicidio: tre libri e un crimine</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Apr 2014 18:10:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ di Daniele Trovato I libri, scrisse qualcuno, sono amici che ti presentano altri amici, creano percorsi di conoscenza, reti di relazioni tra idee, fatti e passaggi, ci si ritrova, leggendo, ad aver imparato dalla somma delle letturepiù di quanto si cercasse in ognuna di esse. In questo caso ci riferiamo a tre saggi divulgativi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"> di <strong>Daniele Trovato</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong></strong><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/economicidio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4461" title="economicidio" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/04/economicidio-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>I libri, scrisse qualcuno, sono amici che ti presentano altri amici, creano percorsi di conoscenza, reti di relazioni tra idee, fatti e passaggi, ci si ritrova, leggendo, ad aver imparato dalla somma delle letturepiù di quanto si cercasse in ognuna di esse.</p>
<p style="text-align: left;">In questo caso ci riferiamo a tre saggi divulgativi di taglio (socio)economico scritti e pubblicati in anni diversi e facenti riferimento a vicende apparentemente distanti nello spazio e nel tempo: Shock Economy di <strong>Naomi Klein</strong>, Il tramonto dell’Euro di <strong>Alberto Bagnai</strong> e Anschluss di <strong>Vladimiro Giacché</strong>. Soltanto quando se ne è ultimata la lettura (a distanza di anni tra il primo e gli ultimi due) e si è avuto il giusto tempo per ragionarla, improvvisamente i pezzi del puzzle sembrano prendere il loro posto, svelando in questo caso una strategia, un metodo e la sua applicazione sistematica nella storia del capitalismo degli ultimi quarant’anni.</p>
<p>&#8216;<strong>Shock Economy</strong>&#8216; (Rizzoli, 2008) è un testo notissimo, apprezzato dalla sinistra no-global di cui la stessa Klein è stata una delle icone mondiali,  ma la cui influenza e rilevanza va ben oltre la parabola  di quel movimento, collocandolo nella più vasta biblioteca della critica al capitalismo e all’imperialismo. La Klein riallacciava, attraverso una carrellata di paesi e regimi diversissimi, le vicende ispirate all’intervento degli ideologi neo-liberisti della Scuola di Chicago di Milton Friedman, quelli che l’autrice stessa definisce i principali artefici dell’ ascesa del capitalismo dei disastri. Il termine “ideologi”, non è fuori luogo, in quanto uno dei maggiori pregi del libro fu quello di sfatare definitivamente il mito secondo cui il (neo)liberismo economico sia post-ideologico, sottraendolo alla sua aurea scientifico-pragmatica e restituendogli la sua dimensione eminentemente ideologica: con tutti i dogmi, le ottusità, la doppiezza e l’autoritarismo delle ideologie più feroci. Il totalitarismo del libero mercato realizzato, che non disdegna la democrazia formale finché gli agnelli si impegnano ad eleggere i leoni, ma è pronta a schiacciarla, con lo shock e col terrore (shock and awe) non appena questa, o qualunque altro tipo di regime, vi oppongano una qualche forma di resistenza.<br />
<strong>&#8216;Il Tramonto dell’Euro&#8217;</strong>  (Imprimatur, 2012) racconta la crisi europea di questi anni con un linguaggio divulgativo ma anche con estremo rigore scientifico, spiegando come il fallimento dell’Euro sia stato dal punto di vista economico un errore tecnico troppo macroscopico per essere involontario. Nella sua coerente e approfondita dissertazione, Bagnai, mostra come la letteratura economica internazionale avesse ampiamente previsto l’inevitabile crisi della moneta unica e come le sue devastanti conseguenze per i paesi periferici (o PIIGS, fate voi) fossero in realtà auspicate  dalle tecnocrazie europee,  dal capitale finanziario, dalla volontà egemonica dei paesi più forti e dai politici conniventi dei paesi più deboli.  Una vera e propria Shock Therapy per forzare l’unione politica (a guida tecnocratica) saltando ogni passaggio democratico, favorire le grandi imprese e la grande finanza e comprimere salari e diritti dei lavoratori in tutto il continente.</p>
<p>I legami con la Shock Economy descritta da Naomi Klein  sono molteplici. Entrambi i libri trattano di relazioni asimmetriche tra Stati, dove quello più forte economicamente costringe, attraverso la corruzione e la cooptazione delle élite politiche di quello più debole, un metodico processo di spoliazione e impoverimento a proprio vantaggio. I legami più evidenti tra i due testi avvengono proprio nella descrizione del metodo che, nel caso dell’Europa come e nei molteplici casi dei paesi del terzo mondo descritti dalla Klein, ripercorre gli stessi identici passi: piena circolazione di merci e capitali tra i due paesi, imposizione di una moneta unica o del cambio fisso sulla moneta del paese più forte (l’Euro in un caso, il dollaro nell’altro),  indebitamento privato finanziato dal paese più forte il cui sistema creditizio non sconta più il rischio di cambio, invasione dei prodotti dell’economia più avanzata nel mercato più debole (finanziata a debito), distruzione delle tutele sociali, annientamento delle funzioni regolatrici dello stato sull’economia e, infine, privatizzazioni selvagge a buon mercato  e definitiva alienazione dei beni pubblici. Oltre al metodo, l’ideologia neo-liberista (o ordoliberista per citare <strong>Barra Caracciolo</strong>) è la base culturale comune, gli interessi della grande finanza internazionale e del grande capitale che può delocalizzare varcando a piacimento frontiere che non esistono più sono gli stessi; gli attori, come l’FMI e gli ideologi neoliberisti, in molti casi coincidono.</p>
<p>L’ultimo pezzo del puzzle ce lo fornisce infine Vladimiro Giacché nel suo illuminante <strong>Anschluss </strong>(Imprimatur, 2014), letteralmente “annessione”, che ci racconta come sia avvenuta in realtà la celebrata riunificazione tedesca, una storia apparentemente di successo che mantiene a distanza di 25 anni squilibri gravissimi di cui nessuno parla. Un’annessione in piena regola con annessa messa in liquidazione di un paese, dove nulla dell’esperienza dell’Est venne mantenuto: imposizione del Marco occidentale,  il patrimonio pubblico  e un’intera economia industriale (seppure in parte arretrata), svenduta a prezzi simbolici al capitale dell’Ovest nel migliore dei casi,  più frequentemente distrutta e rasa al suolo per far spazio ai capitalisti d’oltrecortina. Stesso metodo, stesso risultato. Creazione da un mese all’altro di livelli di disoccupazione che oggi  vediamo in Grecia (all’Est non c’erano disoccupati), svendita del patrimonio (industriale come già detto, ma anche immobiliare, perfino i terreni), rimozione totale delle classi dirigenti e dell&#8217;identità  nazionale, deindustrializzazione e gigantesca distruzione di valore,  reddito medio nei nuovi Lander che ancora oggi dopo un quarto di secolo è lontano dall’essersi equiparato a quello dell’Ovest. Ancora la Germania, ancora lo shock neoliberista, perfino le stesse facce, che vedevano nella <strong>Merkel</strong>, nata all’Est, l’alunna più diligente  degli esegeti della nuova economia e dei suoi disastri.<br />
Ogni volta, e qui la Storia si fa davvero “maestra”,   l’aggressione economica non viene dichiarata ma imposta ammantandola con le vesti lucenti di un grande ideale: la modernizzazione del terzo mondo, la riunificazione del popolo tedesco, la pace in Europa. La Storia da una parte, dicevamo,  e noi dall’altra, gli utili idioti che non avendola capita sono condannati a ripeterla.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Fonte: http://www.parolibero.it/</em></p>
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