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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Fascisti</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>L’estate del golpe. 1973, l’attentato a Mariano Rumor, Gladio, i fascisti</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Aug 2023 18:13:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Stefania Limiti]]></category>

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<h1>Tra piazza Fontana e il compromesso storico</h1>
<h3>di Marco Pondrelli</h3>
<p>Stefania Limiti è una brava giornalista investigativa che si è occupata delle tante drammatiche pagine della storia italiana. Con questo libro pubblicato da Chiarelettere racconta il fallito attentato a Mariano Rumor del 1973, una strage di cui poco si parla. Questo attentato avvenne in occasione del primo anniversario della morte del commissario Calabresi, a eseguirlo fu Gianfranco Bertoli, il quale rivendicò il suo gesto dichiarandosi anarchico e sostenendo di aver voluto vendicare la morte di Pinelli.</p>
<p>Come sempre dopo un attentato è già pronta una ricostruzione ufficiale con lo scopo di sviare l’attenzione non solo per coprire il vero colpevole e i suoi mandanti, ma anche per rafforzare un disegno politico.</p>
<p>Il nome di Bertoli uscirà nelle liste di Gladio anni dopo ma sono tante le cose che fin dall’inizio misero in crisi la versione ufficiale. Bertoli attenta alla vita del Ministro degli Interni (lui si salva ma moriranno altre quattro persone) con un&#8217;arma di fabbricazione israeliana, racconta di averla portata proprio da questo Stato dove si era recato per lavorare nel Kibbutz di Karmia.</p>
<p>È un anarchico un po’ strano, viene da un ambiente di destra, legato ai servizi segreti italiani e conosciuto da quelli israeliani. Non deve stupire il rapporto fra destra neofascista e Israele, come scrive l’Autrice ‘il capo di Ordine nuovo in Veneto, Carlo Maria Maggi, aveva buoni rapporti con le comunità ebraiche veneziane’ [pag. 63].</p>
<p>Scorrendo le pagine del libro la figura di Bertoli inizia ad assumere contorni molto interessanti, questo personaggio è al centro di una articolata trama di interessi, scrive Stefania Limiti ‘quando Bertoli prova ad ammazzare Mariano Rumor le forze reazionarie sono già in fermento da qualche tempo’ [pag. 75], non c’è solo il MSI di Almirante che, lungi dal rappresentare come vorrebbe Violante un tentativo di democratizzare la destra italiana, continua a tenere aperta una forte interlocuzione con formazioni neofasciste terroriste. In quel periodo la contiguità fra gruppi neofascisti, o neonazisti, è apparati militari è sovente molto stretta. La destra spinge per una soluzione greca, il comunismo si può fermare solo con i colonnelli e quindi con un colpo di Stato, Rumor da questo punto di vista è un obiettivo non solo simbolico. La strage di Piazza Fontana, come gli attentati precedenti, erano funzionali alla strategia della tensione e tutti erano stati attribuiti, con abile azione di depistaggio, agli anarchici. Nel 1969 la bomba doveva costringere Rumor, allora Presidente del Consiglio, a dichiarare lo stato d’emergenza, non avere avvallato il disegno eversivo mise il politico democristiano nel mirino dei neofascisti. L’allora Presidente della Repubblica Saragat era probabilmente parte di questo disegno e, scrive l’Autrice, quando Aldo Moro salì al Colle il 23 dicembre 1969 fu per siglare un patto che ‘avrebbe impedito la torsione autoritaria dell’ordine pubblico e dell’assetto istituzionale auspicata dal fronte reazionario e filogolpista in cambio dell’impunità nei confronti degli stragisti e del loro protettori o mandanti’ [pag. 209].</p>
<p>La lista dei mandanti è come sempre la più interessante. Non è un mistero che Bertoli fosse organico a Gladio, su questa organizzazione è interessante notare il cambiamento di opinione di Taviani che in Italia ne fu il padre. L’ex Ministro democristiano dichiarò anni dopo ‘che agenti della Cia si siano immischiati nella preparazione degli eventi di piazza Fontana e quelli successivi è possibile, anzi sembra proprio ormai certo; erano di principio antiaperturisti e anticentrosinistra’ [pag. 174]. Taviani ha capito tardi che la Nato e le sue strutture non dovevano garantire solo la sicurezza da un nemico esterno ma dovevano anche, o forse soprattutto, garantire la ‘stabilità’ interna, ovverosia impedire l’ingresso al governo delle istanze progressiste. La forza della destra fascista era non solo elettorale (nel 1972 il MSI raccolse oltre l’8% dei voti anche grazie ai finanziamenti di importanti industriali, di Confindustria e di ambienti nixoniani) ma anche militare e organizzativa grazie alla fedeltà di molti uomini degli apparati dello Stato. Emblematico quello che scrive l’Autrice riportando le dichiarazioni di un anonimo dirigente democristiano ‘l’attentato contro Rumor fu scioccante. Rumor era un uomo molto importante anche per i suoi consolidati ruoli istituzionali, eppure sfiorò la morte: ci convincemmo tutti, dico tutti, che esisteva un <em>deep State</em>, diremmo oggi, del tutto indipendente, che il partito, la Dc, cioè la Stato, non era in grado di controllare. Capimmo che la situazione poteva sfuggirci di mano, che il Sid e l’Arma di muovevano come fossero due articolazioni autonome’ [pag. 245].</p>
<p>Se la situazione interna era quella di un Paese ancora pervaso da pulsioni autoritarie preoccupate dalla forza del PCI, anche all’estero qualcosa si muoveva. La storia che va da piazza Fontana fino al fallito attentato si svolge mentre negli USA Nixon è Presidente. Gli Stati Uniti non vogliono un colpo di Stato fascista ma usano la destra per forzare la Dc ad assumere un ruolo centrista e, nella loro visione, stabilizzatore. In questa politica è compreso il sostegno dato ai terroristi neri, va ricordato, come scrupolosamente fa l’Autrice, che ‘nel periodo tra il 1969 e il 1974 «i rari studi statistici sulla violenza politica negli anni Settanta registrano un maggior peso dell’estrema destra» al punto da rappresentare il 95 per cento sul totale’ [pag. 81].</p>
<p>Oltre agli Stati Uniti nell’attentato ebbe un ruolo anche Israele ‘Rumor era una personalità di grande spessore politico e va notato che in quei mesi si era distinto, non pubblicamente ma dentro le sedi istituzionali e della sicurezza, per aver preso parte alla ben nota operazione che aveva l’obiettivo di approdare a un accorso con la Resistenza palestinese’ [pag. 136].</p>
<p>Di questa strage i diretti testimoni, a partire da Rumor, parleranno poco o per nulla e il bel lavoro di Stefania Limiti spiega cosa c’era dietro a questi silenzi, è questo il motivo per cui questo libro va letto, perché non è solo un’opera storica ma parla della democrazia italiana che è rimasta incompleta proprio perché non è mai riuscita a fare i conti con il proprio passato.</p>
<p><strong>Marx XXI</strong></p>
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		<title>Guerra in Ucraina: quando gli anarco-comunisti collaborano coi fascisti…</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Aug 2023 17:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[Guerra in Ucraina: quando gli anarco-comunisti collaborano coi fascisti… di Redazione Quel pezzo di “sinistra” che è schierata attivamente al fianco dell’Ucraina ha subito ultimamente perdite importanti: ad aprile sono stati uccisi nei combattimenti a Bachmut l’ex marine americano Cooper “Harris” Andrews; l’irlandese Finbar Cafferkey, il russo Dmitri Petrov e altri cosiddetti “volontari internazionali” (o per meglio dire: mercenari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/08/anarchici-ucraina-cover.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8564" title="anarchici-ucraina-cover" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/08/anarchici-ucraina-cover-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Guerra in Ucraina: quando gli anarco-comunisti collaborano coi fascisti…</h1>
<h3>di Redazione</h3>
<p>Quel pezzo di “sinistra” che è schierata attivamente al fianco dell’Ucraina ha subito ultimamente perdite importanti: ad aprile sono stati uccisi nei combattimenti a Bachmut l’ex marine americano <strong>Cooper “Harris” Andrews</strong>; l’irlandese <strong>Finbar Cafferkey</strong>, il russo <strong>Dmitri Petrov</strong> e altri cosiddetti “volontari internazionali” (o per meglio dire: mercenari al servizio della NATO). Petrov era uno dei fondatori della BOAK, l’Organizzazione armata degli anarco-comunisti e responsabile tra l’altro di sabotaggi alle linee ferroviarie in Russia. In passato Petrov, come anche Cafferkey, combatteva nella guerriglia curda delle YPG (Unità di difesa del popolo curdo) nel cosiddetto Rojava, la regione siriana occupata dagli americani. Dopo l’avventura curda, in cui ha propugnato il “Confederalismo Democratico”, una sorta di comunismo primitivo autogestionario, nel 2022 si era trasferito in Ucraina per imbracciare le armi contro il “regime fascista” del Cremlino. Insomma là dove faceva comodo agli USA, lui c’era!</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Il solito copione dal Rojava all’Ucraina</strong></h4>
<p>C’è da chiedersi a questo punto se si tratti solo di un estremista anarchico alla ricerca di emozioni forti, di un romantico turista della guerriglia eroica, o se siamo di fronte qualcosa di più: e cioè un agente infiltrato per conto dei servizi segreti atlantici. Nessun complottismo: si tratta di una domanda, in realtà, assolutamente legittima. Non solo perché questi “guerriglieri di sinistra” agivano di fatto al fianco dei governi atlantici e della NATO, ma anche perché i loro bersagli sono sempre stati a sinistra: sia nel Rojava come poi in Ucraina hanno sempre sparato contro i militanti del Partito Comunista Siriano e del Partito Comunista della Federazione Russa.</p>
<p>Secondo il fondamentalista cristiano <strong>Dmitro Korchinsky</strong>, ex leader dell’UNA-UNSO di estrema destra, gli anarco-comunisti di cui sopra si erano addirittura arruolati nel suo battaglione di sabotaggio Bratstvo (Fratellanza). Korchinsky, fondatore nel 2013 una prima unità chiamata “I cento di Gesù Cristo” sul modello delle milizie terroriste dell’ISIS, aveva dichiarato nel 2015: “Combatteremo finché Mosca non sarà in fiamme”. “Quando si sono uniti alla Fratellanza, avevano strane convinzioni di sinistra”, ha scritto Korchinsky su Petrov, Cafferkey e Andrews sul suo canale Telegram. “Nella Fratellanza hanno imparato a rispettare la fede e ad amare il Signore. Partecipavano alle funzioni religiose”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>I servizi segreti infiltrano i movimenti disorganizzati della sinistra</strong></h4>
<p>I tre combattenti ucraini non sono apparentemente gli unici strani personaggi apparentemente di sinistra ad essersi facilmente integrati in realtà neofasciste: il britannico <strong>Shaun Pinner</strong>, anch’egli veterano dell’YPG curdo, si era unito nientemeno che al famoso Battaglione neonazista “Azov” prima di essere detenuto a Mariupol nella primavera del 2022. Il presunto “Antifa” <strong>Yuri Samoylenko</strong>, anch’egli organizzato nel BOAK “anarco-comunista” ha invece prestato servizio nel 6° battaglione del Corpo Volontari Ucraini DUK, una milizia controllata dal Partito neo-nazista ucraino “Pravyj Sektor”.</p>
<p>L’anarchico russo <strong>Sergei Petrovichev</strong> si era invece rivelato un fascista a tutti gli effetti posando addirittura in fotografia con i simboli dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), che aveva assistito la Germania hitleriana nella Shoah degli anni ’40, e si era fatto fotografare a braccetto con noti militanti neonazisti e sostenitori della divisione SS “Galizia”. Petrovichev frequentava anche l’entourage del “Rex Bianco” <strong>Denis Kapustin</strong>, capo del cosiddetto Corpo Volontario Russo filo-ucraino responsabile dei recenti raid a Belgorod. Secondo l’esperto britannico di politica di sicurezza russa Mark Galeotti, la banda – così come i sabotatori anarchici – è sotto il controllo dell’intelligence militare di Kiev.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Non solo armi: la guerra la fanno anche i giornalisti</strong></h4>
<p>Una guerra non si combatte solo con le armi, ma anche con la propaganda. Chi sono dunque i giornalisti che sostengono in modo più veemente questi combattenti “libertari”? Uno di essi è <strong>Jake Hanrahan</strong>, che dal 2018 gestisce un progetto di video-reportage finanziato da donazioni chiamato “Popular Front” ed era già attivo – guarda caso – nella solidarietà con il Kurdistan. Nel 2022, il regista, che oggi ha 33 anni, ha ricevuto molti incoraggiamenti dai centri sociali autogestiti europei e della scena degli autonomi di sinistra occidentali con il suo documentario sulla banda di hooligan presuntamente “antifa” dell’FC Arsenal Kiev (“Hoods Hoods Klan”), che vogliono “divertirsi” e “uccidere i maiali russi”. Il 9 maggio ha postato su un canale del Fronte Popolare una foto di una replica della bandiera della vittoria sovietica issata dall’Armata Rossa sul Reichstag a Berlino nel 1945, calpestata con gli stivali.</p>
<p>Interpellato della piattaforma mediatica italiana Voxkomm sui suoi legami con l’estrema destra insurrezionale, ha tagliato corto: “In guerra si devono fare alleanze insolite”. Sempre Voxkomm, che ha smascherato queste strane alleanze tra personaggi di “sinistra” con i neonazisti dopo il golpe di Euromaidan a Kiev, ritiene che gli anarco-comunisti che ora “si trovano dall’altra parte della barricata” siano solo utili idioti manipolati dalla macchina propagandista delle pubbliche relazioni della NATO: sono serviti a “costruire la narrativa” secondo cui le organizzazioni di sinistra serie stanno combattendo contro la Russia insieme ai militanti di destra. Sicuramente questa narrazione esiste ed è un pezzo fondamentale della propaganda filo-atlantista in Occidente rivolta soprattutto ai giovani e nel contempo per disarmare ideologicamente quel che resta della sinistra, ma non sempre si tratta di “utili idioti”, cioè di militanti sinceri che vengono strumentalizzati dai servizi di intelligence, in alcuni casi sono essi stessi agenti, preparati ed addestrati militarmente per infiltrare e deviare quei partiti politici, quei sindacati o quelle redazioni che possono influenzare il pensiero di chi normalmente non accetterebbe le verità di Washington…</p>
<p>Sinistra.ch</p>
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		<title>1970. LA RIVOLTA DI REGGIO CALABRIA CONTRO LO STATO STRANIERO</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jul 2019 17:54:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti storici]]></category>
		<category><![CDATA[Avanguardia Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Ciccio Franco]]></category>
		<category><![CDATA[Fascisti]]></category>
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		<category><![CDATA[Lotta Continua]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Zitara]]></category>
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		<category><![CDATA[Rivolta Reggio Calabria]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Image-118-540x304-300x1681.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6012" title="image-118-540x304-300x168" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Image-118-540x304-300x1681.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p><em style="font-size: 1.5em;">Nicola Zitara</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima che vedessi con i miei stessi occhi, avevo immaginato la Rivolta di Reggio come uno di quei fatti insignificanti che la stampa afferra e gonfia, per attrarre lettori e inserzionisti pubblicitari. Il Sud era morto a ogni forma di risentimento. Le offese che la patria italiana ci aveva inferto e ci infliggeva colavano lungo le nostre facce di bronzo lasciandole completamente impassibili. Sempre servili, sempre attenti a non deludere l’Italia, potevamo piegarci a qualunque soperchieria.</p>
<p>Chiusa la caotica parentesi postbellica, che ci aveva permesso qualche larghezza, ad esempio le lotte contadine per la terra, una ribellione sudica contro il venerato stato unitario era assolutamente inimmaginabile. Certo, a quel tempo la contestazione giovanile attraversava tutto l’Occidente, scatenando dovunque -oltre al resto- consistenti forme di iconoclastia statuale. Ma che in Calabria, dove anche i mafiosi più spavaldi cercavano l’amicizia dei reali carabinieri, qualcuno alzasse la mano contro lo stato, era una cosa che stravolgeva ogni coordinata sociologica.</p>
<p>Dopo l’annessione sabauda, il paese napoletano e la Sicilia erano scomparsi progressivamente come realtà, degradando, prima, a Questione meridionale -qualcosa che stava tra lo storiografico e l’antropologico- approdando, poi, a mera espressione geografica: territori popolati da uomini che assumevano rilevanza demografica se e quando utili alla patria italiana. Caso eclatante, la guerra all’Impero austriaco, che i fanti padani e le brigate alpine non se l’erano sentita d’affrontare da soli. In tale circostanza i contadini meridionali erano stati proclamati italiani a tutti gli effetti militari e invocati a difesa della lontana, sconosciuta e oppressiva Valle Padana. Casi meno eclatanti, ma non meno importanti: il ripianamento della bilancia estera italiana con lo spudorato uso delle rimesse dei terroni emigranti, e l’impiego della corrispondente valuta per convertire l’immane debito pubblico (padano) e per dotare di impianti moderni la nascente industria (sempre gloriosamente padana); ciò nello stesso momento in cui il Sud invocava spasmodicamente lavoro (in sostanza nuovi investimenti).</p>
<p>In verità, l’opera di assoggettamento del Sud era stata condotta con spregiudicata eleganza; quasi senza lasciare tracce. Intonando patriottici inni, facendo squillare vibranti ottoni, sventolando tricolori, labari, gagliardetti e medaglieri, producendo una legislazione apparentemente appoggiata su una sola gamba, ma in effetti articolata su due, come la gru di Chichibio, l’Italia aveva piegato il Sud alle sue necessità di aspirante potenza militare ed economica. Ovviamente la soggezione presupponeva la negazione dell’identità storica meridionale. Ma la cosa funzionava soltanto con le classi istruite, che sin dalla prima elementare -anzi sin dall’asilo- potevano essere rieducate al disprezzo della propria terra e all’esaltazione dell’ethos venale e del verbiloquente epos guerresco dei toscopadani. Non aveva invece senso presso i contadini e il proletariato urbano. Volendo riparare, italianamente e pretescamente si escogitò un darwinismo terronico, contemplante l’inferiorità razziale dell’homo sudico, non sempre erectus, meno che mai sapiens, immancabilmente deficitario di scatola cranica e di materia grigia, di pubblica e privata moralità (su detta linea c’è ancora tanti, per esempio l’americano Putnam e persino il sudico Arlacchi, presidente, o quasi, dell’ONU).</p>
<p>Arretratezza storica, malgoverno borbonico, crocianesimo, lombrosismo contribuirono a comporre l’alibi vincente con cui la nazione una poté ribaltare le responsabilità del colonialismo interno addossandole tutte sugli stessi meridionali, quelli vivi e quelli morti.</p>
<p>Certo, anche il Sud era Italia, una parte della patria, ma solo come Questione meridionale. Per il suo bene supremo, era necessario che si emendasse, che si riscattasse dalle sue storiche ed etnografiche colpe, ovviamente, servilmente imitando l’Italia restante. Commossi, straziati, i meridionalisti avevano condotto defatiganti inchieste, le quali avevano stabilito che tutto il Sud era uno sfasciume pendulo fra due mari. Senza, però, ricordare né a sé né agli altri che lo sfasciato sfasciume manteneva il paese e pagava, con le sue esportazioni agricole, il debito estero padano.</p>
<p>Pur assolvendo a tale nazionale e patriottico ruolo, i contadini sudici rimanevano poveri. Essendo poveri erano anche denutriti. Bisognava quindi che italianamente mangiassero qualche pagnotta di più. Per farlo, erano necessari dei soldi. Ma i soldi non c’erano. A qualcuno venne anche in testa che i soldi non c’erano, perché se li pappava lo stato, cioè il Nord. Ma evidentemente non era una cosa seria, degna dell’Italia una (neanche Arlacchi l’avrebbe ben giudicata). Inoltre i contadini erano analfabeti. Lo erano perché non andavano a scuola. Ma non andavano a scuola perché le scuole non c’erano. E se le scuole non c’erano, la colpa era tutta dei borboni, che non avevano provveduto ad elevare il popolo.                                                                                                      Dopo tanto ben architettato trattamento, alla data del 1970, il Sud era ridotto a meno di un morto che parla. In effetti non parlava. Era ammutolito, esterrefatto, inebetito, non possedeva più le idee e le risorse per comunicare umanamente con il mondo. Di esso si sapeva soltanto quel che raccontava Amleto: che c’era del marcio in Danimarca. Un cratere che vomitava clientelismo, malaffare politico e malavita organizzata.</p>
<p>La discriminazione nazionale era stata introiettata e aveva messo radici. Il Sud era alla vergogna di sé, alla prostrazione economica e politica. Svisato del passato e del presente, negato a se stesso, aveva sopportato tutto: offese, spoliazioni, sopraffazioni d’ogni genere. Sempre applaudendo i proconsoli di turno; ieri Ferdinando Nunziante e Giovanni Nicotera, all’atto, il colto Misasi e l’intraprendente Mancini. Ciò spiega la sorpresa dell’opinione pubblica nazionale per la Rivolta di Reggio -benché preceduta dal moto di Battipaglia- e contemporaneamente la finta indignazione dei giornali.                                                                                                                                            Battipaglia e Reggio sono due casi esemplari di città che fino agli anni Cinquanta avevano in qualche modo resistito all’oltraggio italiano e al regresso meridionale, giungendo alla resa dei conti con il colonialismo interno e l’ilotismo nazionale solo dopo il miracolo economico italiano.</p>
<p>Della Rivolta di Reggio la stampa neosabauda e la televisione governativa furono forse la causa scatenante, comunque delle protagoniste facinorose. Infatti, alla rivendicazione sicuramente legittima del capoluogo regionale, che alla città reggina veniva scippato attraverso una delle congiure di cui è costellata, in Italia, la vicenda politica postbellica, con la faziosità in alto richiesta, esse appiccicarono l’etichetta della gretta rivendicazione municipalistica, il pennacchio.</p>
<p>Sarebbe stato divertente leggere cosa avrebbero scritto codesti liberi operatori della penna se Modena avesse rapito la secchia di prima città emiliana, e Bologna fosse insorta. Transeat. Il giornalismo farcito al gusto di anticamera di Palazzo romano è consentito solo quando è di scena il Sud.</p>
<p>La politica cosiddetta di corridoio -in effetti le congiure di palazzo- sono state (e sono ancora) un tratto tipico, caratteriale, dei cosiddetti partiti costituzionali. Si autodefinirono in tal modo gli ex Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), poiché toccò ai loro massimi leader dettare, in sede d’Assemblea Costituente, la legge primaria; una costituzione indubbiamente moderna e civile, ma altrettanto sicuramente velleitaria e impotente di fronte alla realtà sociale italiana, organizzata e diretta da un sistema capitalistico parassitario, intrallazzista e geograficamente minoritario. Ovviamente al Sud fu consentito di partecipare solo di nome -e mai di fatto- alla riorganizzazione postbellica, sia a quella costituzionale sia a quella materiale. I suoi interessi non erano in linea -insignificanti, stranieri, retrivi, qualunquisti, anzi beduini- con gli interessi emergenti, con le progressive sorti del capitalismo padano e gli allori della Confindustria.</p>
<p>Pur non costituendo niente, il Sud ebbe egualmente i suoi partiti costituzionali, anzi le loro filiali suburbane e sudiche: in pratica gli stessi comitati massonici e papalini dell’epoca notabiliare prefascista, che, l’8 settembre 1943, gli angloamericani avevano restaurati in trono. I quali, forti del vuoto politico creato dalla fellonia del re Savoia -e dovendo essi avvolgerla di nuovi allori e legittimare lo stato quale patria istituzione- ebbero mano libera per reimpiantare nel paese meridionale il malaffare con cui il sistema padano teneva aggiogato il paese sudico durante l’età giolittiana e le precedenti, sicuramente non meno gloriose e meritevoli. Dovettero, però, prima legittimare se stessi, e per far questo si impancarono a CLN (il quale era composto dai partiti democristiano, socialista, comunista, liberale, d’azione, del lavoro), praticamente a governo del paese meridionale. Ovviamente la lotta di liberazione, i loro leader, se l’erano fatta a casa, o magari al mare, e ciò per il semplice motivo che i fascisti erano stati tolti di mezzo dagli angloamericani, i quali ci avevano liberati prima che ci dessimo da fare per liberarci da noi.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/rivolta-di-reggio-commemorazione-23.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6008" title="rivolta-di-reggio-commemorazione-23" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/rivolta-di-reggio-commemorazione-23-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p>Eccezion fatta relativamente a singole persone e determinati luoghi, sin dal principio il legame tra i partiti del CLN e le popolazioni meridionali ebbe un carattere deteriore: sostanzialmente clientelare, nei casi migliori paternalistico. In prosieguo, capito che il vento spirava dal Nord, i suddetti impararono il vangelo resistenziale e lo predicarono ai paesani, continuando ad operare impunemente da ladroni pubblici, come al glorioso tempo del glorioso Giolitti.</p>
<p>Solo il PCI ebbe un’origine popolare (e naturale), quale espressione delle masse contadine scese in campo contro i proprietari. Ma il legame ebbe presto una poco gloriosa fine. Infatti avendo anch’esso optato per la Ricostruzione solo del Nord, non ebbe altro modo per beccarsi i voti dei cafoni che continuare a vaneggiare di spartizione di latifondi e di continuare a maneggiare, con un ardore degno di miglior causa, l’archeologia economica. Ma ai contadini non ci volle molto per capire l’antifona. A quel punto preferirono la nuova America e presero i treni che Valletta spediva da Torino. Ovviamente pagandosi il biglietto di tasca loro. Resta solo il dubbio se il PCI non abbia saputo o non abbia voluto -poco marxisticamente- capire che il generale processo di modernizzazione in Europa aveva archiviato per sempre Caio e Tiberio Gracco, nonché la millenaria lotta per la proprietà contadina, ponendo in primo piano la lotta contro il sottosviluppo.</p>
<p>La Rivolta scoppiò in questo clima di generale estraneazione nordista, con una borghesia che si sentiva nazionale se e quando riceveva i resti dell’italico banchetto e con il proletariato che s’era fatto finalmente nazionale dormendo nelle soffitte di Torino e ungendo di sudore e d’amare lacrime le catene produttive del trionfante Valletta. Alla popolazione di Reggio, che si poneva apertamente contro l’assetto nazionale, i giornali e la TV, dominati funzionalmente e idealmente dai partiti ex CLN, dedicarono malcelati giudizi di primitività, di faziosità, di becerismo.</p>
<p>Sull’evento esiste un consistente numero di libri (da ultimo, Francesco Scarpino, La rivolta di Reggio Calabria tra cronaca e mass-media). Non ho argomenti per aggiungerne un altro. Vorrei solo notare qualcosa che mi pare generalmente sfuggita: per la prima volta, in tutti gli ottant’anni della sua storia, la sinistra italiana si pose a fianco della repressione governativa e poliziesca e contro il popolo. Ove occorresse, si tratta di un’ulteriore riprova che, dopo venticinque anni di democrazia, il proletariato meridionale stava nel cuore della sinistra nazionale soltanto per i voti che poteva dare. Il sentimento (o meglio, la sua mancanza) venne in luce proprio in tale circostanza e ad opera delle frange (non storiche) della stessa sinistra italiana.</p>
<p>Nel 1970 si era ben lontani dal tetro conformismo attuale, dal plumbeo panorama ideale che esclude ogni forma di critica al sistema imperante, attruppa le idee nella tomistica del capitale, dio e taumaturgo, e piega gli intellettuali a inchinarsi al trono (anche se di cartapesta), chiunque vi sieda: Berlusconi, Agnelli, Veltroni. Fuori del Sud, la contestazione traboccava persino dentro i compatti, impermeabili territori della sinistra comunista e sindacale.</p>
<p>Quando gli inviati della stampa di ultrasinistra raggiunsero la provincia marginalizzata del profondo Sud (era questa l’ultima invenzione linguistica che ci toccava subire dagli italiani civili) per cercare di capire come mai il proletariato reggino si facesse strumentalizzare dai boia chi molla, non trovarono sul campo altra spiegazione, se non quella delle cause remote: i moventi di ordine occupazionale di cui parlavano i Quaderni calabresi, una pubblicazione fuori del giro della dorata intellighenzia capitolina, ambrosiana e taurina; i quali Quaderni appartenevano, però, più all’extraitalianità che all’extraparlamentarità. Infatti contestavano proprio alla sinistra nazionale, quella parlamentare e quella non, d’avere un DNA nordista; d’essere appiattita e ligia alla più volgare ipocrisia votocratica; di arrogarsi il diritto di parlare in nome del popolo meridionale per confonderlo e sfigurare la rappresentazione dei suoi veri interessi (di classe).</p>
<p>In un’epoca in cui Gramsci era ancora in auge e il proletariato era inteso come classe nazionale, i Quaderni calabresi non si erano peritati d’affermare che nell’ambito della classe nazionale si dava -oggi come al tempo di Gramsci- peso zero ai proletari meridionali e si usava la forza che essi esprimevano sulla bilancia dei rapporti sociali nell’Italia restante. La stessa visione gramsciana di un Sud prettamente contadino era viziata da una debole conoscenza del paese meridionale e costituiva un regalo ideologico al capitalismo padano. In termini non metaforici dicevano che, sul tema della strutturale inoccupazione meridionale, i partiti di sinistra e i sindacati ipocritamente facevano solo parole, e le facevano per acchiappare voti. Aggiungevano che un popolo costretto a non produrre (dalla dominazione coloniale padana) non doveva rassegnarsi a essere guidato dall’esterno, da forze sostanzialmente nordiste.</p>
<p>In verità i Quaderni non erano stati i primi a sostenere che la disoccupazione meridionale era a tutti gli effetti popolazione in più, sovrappopolazione; né erano gli unici ad affermare che l’acclamato e reclamizzato miracolo economico italiano era tutt’altro che un fatto nazionale, ma solo regionale, circoscritto a poche regioni, al Triangolo industriale Genova-Torino-Milano; né erano i soli a dire che tutto quel che aveva innalzato il Triangolo in cent’anni, e stava ancora innalzandolo sulle altre regioni, veniva pagato in contanti dal Sud. Però si ritrovavano isolati e malvisti quando ponevano un’alternativa: o (uno) l’uscita della sinistra nazionale dal terreno sindacale e retributivo, per portare lo scontro su un terreno veramente meridionalista, per la classe l’unico veramente nazionale e internazionalista; o (due) la permanenza sul terreno riformista anche del proletariato meridionale, ma con un proprio partito politico.</p>
<p>La polemica salveminiana di sessant’anni prima contro il riformismo di Turati e dei socialisti padani, sulla quale erano attestate (peraltro solo a parole) le formazioni storiche di sinistra, risultava sottodimensionata rispetto alla consistenza reale del rapporto Sud/Nord. Questo non andava visto come il prodotto dell’imperialismo straccione italiano, ma come un caso inedito di accumulazione primitiva che si prolungava da oltre un secolo ricevendo la benedizione della sinistra, tanto prima del fascismo, quando era diretta dal riformista Turati, quanto dopo, sotto la direzione del stalinista Togliatti. Bisognava risalire necessariamente alla formazione dello stato nazionale italiano per trovare non solo l’origine del sottosviluppo meridionale, ma anche la causa che lo riproduceva a ogni passaggio della storia. Difatti la questione meridionale si spiegava soltanto con il modo singolare con cui l’Italia s’era avviata al capitalismo.</p>
<p>Al momento dell’annessione al Nord, gli esponenti politici e militari del Sud, corrotti con il danaro e le promesse, resi ciechi -i residenti- dalla paura dei contadini, i fuoriusciti dalla voglia di rivalsa, cedettero il paese con le mani legate all’ingordigia e all’arroganza di Cavour, che raddoppiavano a ogni fortunato regalo della storia. Forte di tanti gratuiti e insperati successi, il mellifluo/tracotante Ministro ottenne il diritto-potere di lucrare sullo stato a favore di alcuni suoi compari di briscola. Si trattava di un gruppetto di concussori e malversatori di estrazione genovese, ai quali le circostanze dettero il destro di mettere le mani nel piatto. Però il carattere parlamentare del governo sabaudo (possiamo dire) li costrinse ad allargare la base dei loro intrallazzi. Dalle successive relazioni malavitose scaturì (o se più vi piace, fiorì) il gruppo affaristico che, nonostante gli eventi secolari e la mobilità degli individui, tuttora dirige l’Italia. Questi eupatridi, che fiutavano la preda come un levriero dal pedigree perfetto, s’accorsero subito (o forse lo sapevano da prima) che in seguito all’annessione delle Due Sicilie, la vera greppia era l’uso spregiudicato (potremmo anche dire il saccheggio, senza travisare niente) dei napoletani, dei siciliani e dei territori su cui erano insediati storicamente.</p>
<p>Arma dell’azione: il fisco. Anzi l’erario, che contempla oltre alle entrate, anche le uscite. Difatti, il punto in questione sono proprio queste. Se tutta la borghesia italiana avesse potuto approfittare della generosità statale -come sempre accade negli stati a carattere borghese- il profitto non sarebbe stato grande, in quanto le sostanze statali erano alquanto scarse. Così (con buona pace per Tommasi di Lampedusa e per il suo Gattopardo), gli eupatridi decisero di escludere i borghesi napoletani e i borghesi siculi dal bottino. Cosa che, avendo essi la sciabola in mano, non fu difficile.</p>
<p>Da allora la guida effettiva dello stato (i vari Crispi, Moro, Colombo, sono solo dei direttori generali che eseguono decisioni d’un superiore consiglio d’amministrazione e non possono firmare assegni se le cifre sono grosse) appartenne esclusivamente alla borghesia tosco-padana. La quale usò e usa spregiudicatamente il potere, in funzione dei suoi profitti. Alla borghesia meridionale furono assegnati i resti del banchetto -quelli che di solito vanno alla gatta di casa- e il ruolo ascaro e servile di mediatore con il popolo sudico degli interessi nordisti; in sostanza una posizione ancillare. Nei fatti essa poté esplicarsi come classe promotrice della produzione capitalistica soltanto in quei settori che non toccavano gli interessi della consorella settentrionale.</p>
<p>È superfluo aggiungere che in un paese a economia e legislazione capitalistica, se la borghesia è limitata, anzi impotente, si arriva presto all’improduzione, al sottosviluppo, alla disoccupazione generale, alla sovrappopolazione. Proprio all’avvio degli anni Settanta, Paolo Cinanni (Emigrazione e imperialismo) spiegava, sulla scia di Marx, che le masse disoccupate meridionali si configuravano come un esercito industriale di riserva a favore di altre realtà sociali; una cosa peraltro storicamente sperimentata tra il 1880 e il 1914, quando i cafoni erano andati a stendere rotaie sul continente americano, e replicatasi nel corso del ventennio postbellico, con i lavoratori del Sud chiamati a fare da rincalzo dell’esercito operaio, nelle catene di montaggio tedesche e del Triangolo industriale italiano.                                                                                                                                                    Se la borghesia sudica era stata una serva fedele, arrivato finalmente, grazie al miracolo economico (dei salari più bassi, fra i paesi industriali europei), l’arrosto sulla tavola nazione una, anche la morale più gretta avrebbe voluto che i commensali lasciassero alla gatta un po’ di carne sull’osso. Invece, la borghesia settentrionale restò sorda a ogni forma di civismo, di gratitudine, e orba della lungimiranza che qualunque collettività normale avrebbe avuto in simili condizioni. Tra Sud e Nord non ci doveva essere uno spazio comune. Sempre tutto al Nord, secondo il migliore stile del redditiere.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/rivolta-di-reggio-commemorazione-1.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6009" title="rivolta-di-reggio-commemorazione-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/rivolta-di-reggio-commemorazione-1-300x242.jpeg" alt="" width="300" height="242" /></a></p>
<p>Come abbiamo già notato, il carattere parassitario della borghesia padana sta scritto a lettere cubitali nelle procedure intrallazzistiche che contrassegnarono la sua assurzione a capitalismo nazionale. Un qualunque sistema capitalistico non nasce con i soldi dell’industria (che ancora non c’è) ma con quelli di altri settori. Marx chiamò questa fase accumulazione primitiva (originaria). Quella compiuta dal capitalismo italiano appartiene a una tipologia unica nella storia mondiale. Non è venuta dal capitale agrario, e neppure da quello marittimo, o commerciale, o manifatturiero; è nata invece da quell’intrallazzo statale e fiscale di cui si è accennato. Infatti la spregiudicatezza di Cavour in materia di danaro pubblico divenne una specie di patrimonio immorale, che passò quale bene ereditario prima alla Destra e poi alla Sinistra, entrambe storiche (tali sicuramente in materia di malaffare). Demani svenduti; concessioni di monopoli statali, in cui lo stato dava la concessione e anche il capitale, pagando per sovrappiù gli interessi sul mutuo che esso aveva concesso; ferrovie private pagate con i soldi dei contribuenti, le stesse in appresso nazionalizzate e pagate ai privati, poi ri-regalate ai privati e alla fine ri-nazionalizzate e pagate nuovamente; baroni che fondevano acciaio con rottami di ferro ricchi solo di impurità; corazzate e incrociatori costati sedici volte il loro effettivo valore; cartelle del Debito Pubblico acquistate da istituti di credito inclini a falsificare i biglietti di banca e da finti risparmiatori al prezzo di svendita di lire 23,00, e alla scadenza ripagate dal Tesoro 100,00 lire-oro: queste cose -e purtroppo non solo queste, ma anche la vergogna di una quadreria di generali e ammiragli non s’è mai ben capito se più incompetenti che arroganti, o viceversa- fecero da humus alla fioritura della nuova borghesia nazionale, quella che dette e dà i quadri dell’industria e formò e forma gli indirizzi di governo.                                                               A questo disastro morale originario e risorgimentale si aggiunse trenta anni dopo il parassitismo industriale.                                                                                                                                              L’industria nazionale si avviò intorno al 1895, per mano di quelle famiglie della nuova borghesia parassitaria che Cavour e i suoi epigoni avevano tenuto a battesimo con l’acqua santa della corruttela e il sale sapientiae della speculazione sul debito pubblico. Era gente che non somigliava in nulla al capitano d’industria ambizioso di vincere costruendo, come lo immaginiamo leggendo i romanzi inglesi, francesi e tedeschi. I nostri -piaccia o non piaccia, è storia patria- avviavano industrie non per affermarsi nella competizione produttiva, ma per prolungare la precedente speculazione erariale. E in verità ci riuscirono ampiamente. Naturalmente il risultato produttivo fu così incongruo, meschinello, inefficiente, rachitico, che le loro imprese private costarono ai contribuenti e ai consumatori nazionali cifre iperboliche, perfino difficili da immaginare (Emilio Sereni, Capitalismo e mercato nazionale; un’opera fondamentale sull’accumulazione primitiva in Italia, dotata anche di un apparato bibliografico importante perché i riferimenti più scottanti sono di regola ignorati dagli storiografi accademici). Di certo c’è solo che il prezzo di tale immane e invereconda inefficienza fu messo in conto all’agricoltura, specialmente a quella meridionale.           Al tempo dei cosiddetti fatti di Reggio, la tematica dell’industria parassitaria era tutt’altro che nuova in Italia. Un filone del meridionalismo pre e post fascista -non amato a destra e trangugiato malvolentieri a sinistra, tanto che gli illustri compilatori di antologie meridionaliste, di regola, hanno preferito ignorarlo- l’aveva avviata già prima della guerra del 1914-18 e l’aveva ripresa dopo la caduta del fascismo. I pescicani, i padroni del vapore erano stati infatti oggetto dell’informata denunzia di Ernesto Rossi, seguito da qualche meno dignitoso e retto discepolo, che ha preferito farsi foraggiare dal nemico e sterzare la mira sulla sola industria di Stato.                                           La nostrana tipologia di accumulazione primitiva -l’accumulazione parassitaria- non compare nella vivace esemplificazione di Marx sul famoso XXIV capitolo del primo libro de Il capitale, né in quella ancor più efficace che costituisce la parte descrittiva del Manifesto del partito comunista. Senza offendere il padre dell’analisi classista, che non avendo potuto conoscere i padri del capitalismo italiano, pare avesse qualche apprezzamento per i pionieri dell’industria, potremmo definirla accumulazione parassitaria secolare; che poi rappresenta la più solida delle istituzioni nazionali.</p>
<p>Nonostante gli alti profitti provenienti dal doppio stadio di intrallazzo realizzato (uno) mettendo le mani direttamente nel cassetto e (due) imponendo per oltre mezzo secolo una politica protezionistica controproducente ai fini della stessa crescita industriale ma grandemente profittevole per i padroni, il capitalismo nazionale italiano non era penetrato tuttavia in alcune situazioni produttive. Mi riferisco all’agricoltura di piantagione e alle produzioni mediterranee. Un settore in cui la borghesia attiva del Sud mostrò d’essere ben più moderna della consorella padana; così moderna ed efficiente da competere sul libero mercato internazionale, senza la copertura di dazi e benefici; da risultare, anzi, vincente nonostante l’inimicizia del suo stesso stato nazionale; e così capace di sorgere e risorgere, che allo stato nemico ci vollero ben cent’anni per abbatterla definitivamente. È questo il punto dove il castello di bugie rivolto a sorreggere l’alibi padano, il falso storico dei mali antichi di cui il Sud sarebbe afflitto, mostra la sua faccia sporca.                   Come il volpino Cavour aveva intuito fin da giovane, l’abbassamento delle tariffe doganali e la liberalizzazione degli scambi internazionali che, nel 1860, a Italia non ancora ufficialmente nata, egli, divenuto primo ministro nazionale, volle imporre, fece esplodere il potenziale di cui erano gravide le produzioni del Sud: l’olio, il vino, gli agrumi.</p>
<p>Solo poche cifre. Secondo la stima di Correnti e Maestri, autori di una celebre ricerca statistica che fu non solo la prima che si faceva in Italia, ma anche l’ultima ispirata a onestà intellettuale, nel Regno borbonico venivano prodotti circa 900mila quintali di olio, il 60% dell’intera produzione italiana. L’esportazione annuale toccava mediamente i 450mila q.li, cioè la metà del prodotto. In realtà il Sud italiano, parecchio più che la Spagna, ebbe per l’intero secolo XIX un quasi-monopolio per la produzione di olio, che esportava in Francia, Inghilterra, Germania, Austria, Russia, America del Nord e del Sud, nonché nell’Italia restante. Oltre che un alimento, l’olio veniva impiegato nelle lucerne, per l’illuminazione, come lubrificante industriale e nella lavorazione dei filati di cotone.   Sotto la spinta della domanda internazionale e nazionale, nel 1909 la produzione olearia meridionale aveva superato i due milioni di quintali. Con ben 588mila q.li, la produzione calabrese aveva fatto un tal balzo in avanti da porsi al secondo posto, subito dietro la Puglia, regione madre della produzione olearia mondiale, che ne produceva 617mila q.li (Chino Valenti, L’agricoltura dal 1861 al 1911, in cinquant’anni di storia italiana). Diversamente da quello che la gente immagina, l’ulivo non cresce e l’olio non si produce per grazia divina. Certo la natura ama l’albero sacro a Minerva, e forse anche Dio lo ama, però bisogna investirci dentro lavoro e danari. Dove gli uliveti assumono il carattere della piantagione a filari squadrati, come nella Piana di Gioia e su tutta la collina jonica e tirrenica, sicuramente molti soldi.</p>
<p>Quanti? Gli impianti calabresi che coprivano 84mila ettari, nel 1880, erano passati a 151mila ettari nel 1951 (dati Istat, riportati da Ferdinando Milone, L’Italia nell’economia delle sue regioni): 67mila ettari in settant’anni, quasi 1.000 ettari di nuove piantagioni l’anno.</p>
<p>Nei nostri uliveti ci sono risparmi di notevolissima consistenza, nonché la fatica di dieci e più generazioni; c’è, soprattutto, uno stringere la cinghia per decenni, perché una pianta d’ulivo impiega quindici o vent’anni per arrivare a pieno frutto.</p>
<p>L’ulivo non dava molta occupazione ai contadini d’un tempo. Soltanto la raccolta era l’occasione per un corale coinvolgimento di donne e di uomini, che durava qualche mese ogni due anni.</p>
<p>Prima che arrivassero i moderni mezzi di aratura e di raccolta, la scadenza dava lavoro a circa mezzo milione di persone, per un totale di un milione/un milione e mezzo di giornate lavorative, nel biennio. Ed è completamente sbagliato considerare un progresso il sopravvenire di macchine, perché si tratta di lavoro nostro che si sposta in altre regioni, senza che ci sia -come sarebbe naturale- un aumento della domanda in altro settore della produzione.</p>
<p>A ottenere cospicue entrate era invece il padronato, i cui maggiori esponenti, in questa parte ultima della Calabria, vivevano signorilmente a Reggio.</p>
<p>Il Corso Garibaldi e il Lungomare, che nel 1939 erano considerati fra le più belle e lussuose vie d’Italia, potevano dare l’idea di quanto quelle entrate fossero consistenti. I palazzi che li fronteggiavano erano ricchi e belli. Non solo, ma ricostruiti già una volta dopo il terremoto del 1783, il padronato reggino li aveva dovuti ri-ricostruire per ben due volte, una dopo il terremoto del 1908 e una seconda dopo i bombardamenti americani. I soldi per edificare e riedificare tre volte la città in appena centocinquant’anni non arrivarono da Napoli o da Roma, e neppure da Milano, ma vennero dall’olio e dagli agrumi.</p>
<p>Veniva dall’agricoltura anche la spesa vistosa della gente che trascorreva oziose mattinate e indolenti pomeriggi dinanzi al Comunale, indossando fresche camicie di lino e cravatte di seta pura. Perché l’agricoltura di Reggio, per la sua produttività, era quasi un’industria. Anzi nel caso del bergamotto era persino più produttiva dell’industria. Bisogna aggiungere che se, attraverso il fisco e il drenaggio bancario, la quota più consistente del surplus viaggiava verso i padani, la parte che i ricchi consumavano andava per una quota consistente ai lavoratori della città (abbiamo qui una buona esemplificazione del Tableau économique di Quesnay): ai muratori, ai fabbri, ai falegnami, ai camerieri, agli addetti al commercio, a quell’esercito di persone civili e dignitose nonostante la povertà, qual era il popolo di Reggio intorno al 1936. Certo, a tutti i cronisti meridionali piacerebbe poter scrivere che i signori elegantemente accomodati nella sala più riservata del Caffè Pontorieri erano degli intraprendenti cavalieri d’industria, invece che dei redditieri. Ma, a parte il fatto che nel bergamotto e nel gelsomino costoro, come già annotato, erano dei veri industriali, l’organizzazione dello Stato, scaturita dal processo risorgimentale, aveva tolto i capitali necessari e lo spazio tecnico per scalare l’erta parete dell’industria.</p>
<p>Gli storici della destra sabauda e della sinistra sedicente gramsciana fanno finta di non sapere che il fatto che ciascuno di loro fosse sufficientemente ricco per costruirsi (o ricostruirsi) un lussuoso palazzo significava poco ai fini imprenditoriali. Infatti non il ricco privato ma solo la volontà bancaria trasforma il capitale in investimento (Joseph A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica). Ho fatto l’inciso perché la pigrizia spagnolesca della borghesia meridionale è soltanto una favola. In effetti, la modernizzazione produttiva era stata avviata in Calabria con piede più sicuro e più europeità che negli altri ex-Stati regionali (basti pensare al setificio di Villa San Giovanni); un passaggio che gli storici dell’economia identificano con la fase della pre-industrializzazione, come dire la manifattura senza ancora il motore e i combustibili fossili, cioè la prima fase del capitalismo, allorché gran parte degli artigiani lavorava (non più su commissione nella propria bottega, ma) in un opificio dove si produceva direttamente per il mercato.</p>
<p>Dico di più. Al tempo di Ferdinando II, la Calabria Ultra era la parte più industrializzata (nel senso di cui sopra) del Regno, dopo Napoli. La quale Napoli, poi, era sicuramente l’area d’Italia dove la preindustrializzazione era più avanzata e più integrata che altrove. E a detta del gruppo di urbanisti giapponesi che ultimamente l’hanno studiata con serietà, come è costume di quel popolo, l’area meglio preparata a un successivo passo avanti in tutto il Mediterraneo, non esclusa Marsiglia.</p>
<p>Patriotticamente, italianamente, l’arretratezza sudica corrisponde a uno scippo delle sue manifatture. La borghesia attiva del Sud era una cosa ben diversa dalle classi baronali che Cavour prima, Giolitti in appresso, legarono a sé per dividere e dominare il paese napoletano e la Sicilia. Cosicché i massacri e parecchi fra gli stessi baroni non accettarono l’annichilimento italiano e reagirono come poterono concentrando i loro interessi sull’agricoltura di piantagione. La storia economica e sociale della Campania, Puglia, Sicilia, Calabria, nell’infelice prima fase del saccheggio padano, ha del miracoloso. Gli agricoltori fecero qualcosa di più che produrre. “Le esportazioni meridionali salvarono l’Italia” (oggi diremmo hanno salvato l’Italia), sottinteso dalla bancarotta internazionale, si esclamò in Senato al tempo del (finto) pareggio del bilancio, nel 1876 (si badi, siamo al secondo salvataggio in soli dodici anni).</p>
<p>I libri di storia patria non amano il Sud, meno che mai ammettono che la questione meridionale l’hanno inventata proprio gli storici di parte sabauda, come alibi dell’assassinio di un popolo che la stessa Italia proclamava italiano. E non amano parlare della rivoluzione agricola che salvò l’Italia. Eppure l’imponenza dello sforzo produttivo e la consistenza dei suoi risultati non sono un’opinione generica, ma fatti. Al tempo dell’inchiesta agraria Jacini, che si svolse a partire dal 1880, gli ettari destinati ad agrumeto erano nelle tre province calabresi non più di 4mila. Nel 1970, il professor De Nardo rilevava ben 24.800 ettari. La progressione, nel settantennio, è di 354 ettari l’anno, che potrebbero sembrare persino pochi, ma trasformare una brughiera, un arido pascolo, adatto solo alle capre, in un lussureggiante giardino di bergamotti o di aranci costa parecchio. La spesa principale è l’irrigazione. Si tratta d’un investimento capitalistico nel significato più completo. Le canalizzazioni spesso sono lunghe chilometri. Captate a monte le acque di una fiumara, esse le derivano verso i fondi posti a valle, non sempre vicini. Altre volte l’acqua si ottiene mediante lo sbarramento delle falde subalvee, in tal caso le opere murarie sono ancor più consistenti; in pratica debbono essere sufficientemente profonde e sufficientemente alte da sollevare l’acqua di una decina di metri, in modo che possa scivolare per caduta verso i quadri a valle. Ancora maggiori sono i costi quando, in mancanza di opere consortili, è il singolo proprietario che scava un pozzo. Difficilmente l’acqua che esso dà è sufficiente a più di un fondo. In questo caso i costi crescono perché è necessario addurre la corrente elettrica; garbatamente la SME caricava l’intera spesa sul portafoglio del produttore privato, anche se poi si appropriava della condotta elettrica, in base alla legge della giungla.</p>
<p>Non minore era il costo delle opere di piantagione. Infatti un agrumeto non si pianta col tempo e in tutta comodità, diluendo la spesa negli anni. Esso è come una fabbrica: deve dare un prodotto commerciabile, una merce uniforme per varietà e momento di maturazione. E ciò si ottiene soltanto con un impianto coevo.</p>
<p>Ferdinando Milone, un grande e corretto maestro di geografia economica, scrive: “Anche qui le piante di agrumi appaiono un po’ dovunque, nei campi coltivati; risalgono le pendici e i terrazzi dell’Aspromonte; si insinuano nelle valli più apriche; proseguono lungo la costa jonica, dove la loro coltivazione si fa di nuovo più intensa… tra Sant’Ilario e Caulonia… L’agrumicoltura, e specie la coltivazione del bergamotto, ha trasformato il deserto in lussureggianti giardini… (cosicché) dobbiamo pur riconoscere il grande sforzo compiuto da questa gente e sfatare, se possibile, le accuse che a essa si facevano, scambiando per infingardaggine l’inattività che, il più delle volte, derivava dalla mancanza di capitali per l’adatto sfruttamento di una terra dal clima dolcissimo, ma quanto mai avara. Alla rilevata trasformazione, infatti, hanno contribuito in massima parte i capitali derivanti dall’emigrazione e il lavoro assiduo”.</p>
<p>Ora, chi investe danaro in proprio, o magari accende un mutuo al fine d’investire, lo fa se e quando si rappresenta la prospettiva di un profitto. È facile concludere, quindi, che, se a Reggio si era arrivati ad alti livelli di spesa in impianti fissi, i profitti sicuramente non mancavano, anche se poi le patrie statistiche ci dicono poco su tale argomento. C’è stato (e c’è tuttora) uno strano atteggiamento intorno all’olio e agli agrumi: valevano moltissimo quando si trattava di classificare i terreni a fini fiscali; era come se non esistessero quando si trattava di glorificare la patria agricoltura. Negli scritti ufficiali -principalmente le statistiche agrarie, ma anche gli scritti di storici accademici, come quelli del tanto lodato (sarò pure fazioso, ma credo lodato solo per i suoi ammanigliamenti bancari) Gino Luzzatto- si ricava il sospetto che affermare, o appena ricordare, che per oltre quarant’anni il valore delle produzioni meridionali fu di gran lunga superiore a quello dell’agricoltura settentrionale sembra un delitto di lesa maestà. Il citato Luzzatto, in un libro che fa testo in materia di storia economica dell’Italia unita, si sofferma sull’esportazione d’olio una sola volta, dedicando alla cosa un solo rigo, mentre la parte dedicata alla seta padana deborda da tutte le parti, zampilla a ogni parola. Peraltro l’Illustre non perde il suo tempo per informare che dopo la caduta del prezzo da 10 lire a 2,50 (a causa dell’arrivo in Europa della seta giapponese) il settore era ormai finito; che la gloria economica del Piemonte e del Lombardo-Veneto non contribuiva granché alla bilancia commerciale, sicuramente non nella misura intravista dall’occhio avido dell’indebitato Cavour.    L’avversione a ricordare le esportazioni meridionali ha portato alla pratica scomparsa delle statistiche sull’olio. Oggi possiamo facilmente sapere, per esempio, quanti asini circolavano in Calabria nell’anno 1876 e quanti chili di seta si filavano a Como nel luglio del 1877. Ma a trovare una serie storica sull’olio, il vino e gli agrumi, ci vuole uno Sherlock Holmes in servizio attivo.</p>
<p>Fra tante glorie nordiste e tante omissioni sudiche, sappiamo comunque che tra il 1905 e il 1958, le superfici irrigue, in Calabria, passarono da 48mila ettari a 91.247 ettari. In cinquantatré anni sono stati riportati a coltura irrigua 43mila ettari, per una spesa che si può calcolare intorno ai quattro/cinquemila miliardi. Logicamente sborsati dai calabresi.                                                           Più espliciti sono gli agronomi, e non solo quelli che avevano cattedra all’università di Portici. In effetti, l’idea di un’agricoltura calabrese sconfitta e impotente non apparteneva a chi giudicava da competente, ma soltanto al giornalismo prezzolato dagli industriali milanesi e in appresso al cinema fintamente realistico. Basti ricordare l’informato saggio di De Marco posto in appendice al volume su Calabria e Lucania dell’Inchiesta Jacini (volume fortemente sgradito al riscrittore, prof. Nicola Caracciolo, non so se piemontese di nascita, sicuramente sabaudo per atti di pensiero). De Marco attribuisce agli aranceti e ai limoneti un valore della produzione di quasi 900 lire (del 1880) l’ettaro e al bergamotto un valore di 1.800 l’ettaro, tre volte le 600 lire della granicoltura lombarda. Credo il valore più alto in Europa.</p>
<p>Forse anche nei bergamotti c’era la mano di Dio, ma i bergamotteti li piantano comunque gli uomini, che nel caso non erano lombardi e non erano andati a scuola dal professor Luzzatto.</p>
<p>I libri degli agronomi suggeriscono l’idea di un’agricoltura reggina meno povera di quel che ci vogliono far credere, e tuttavia pur sempre un’economia subalterna, in cui la spinta e la controspinta produzione-investimento funzionava nell’ambito di un solo settore. Che, comunque, almeno Reggio fosse meno povera di quel che si ama sostenere a proposito del Sud lo dimostra una precisa circostanza. Negli anni Trenta, allorché il bergamotto e le arance tiravano a tutto vapore -e gli agrumi rappresentavano la prima posta della bilancia commerciale italiana con l’estero- su sette banche nazionali presenti in Calabria, sette avevano la loro filiale a Reggio e due soltanto avevano aperto un’agenzia fuori Reggio. A quel tempo non era un mistero che detti istituti erano scesi da Milano e da Roma -inseguendosi l’un l’altro e gareggiavano fra loro onde accaparrarsi una buona posizione sul Corso Garibaldi- per incettare i cospicui incassi degli agricoltori, che in parte rimettevano al Nord e in parte lavoravano sulla stessa piazza di Reggio.</p>
<p>La funzione negativa di una banca forestiera operante su una nostra piazza non sta tanto nel fatto che funziona da pompa per drenare altrove il nostro risparmio, quanto nell’altro che non compie operazioni rischiose, quali sono quelle industriali. In pratica finanzia il commercio. Ed è proprio attraverso il commercio che passa e si rafforza la subalternità coloniale, in quanto il commercio (oggi detto distribuzione: gli alimentari, i tessuti, l’edilizia, il legno, ecc.) si approvvigiona presso gli industriali. In sostanza, con il risparmio locale le banche hanno sempre prefinanziato lo sbocco meridionale dell’industria padana.</p>
<p>Solo il Banco di Napoli, che nei decenni precedenti il fascismo aveva convogliato quasi tutto il risparmio in valuta degli emigrati italiani (prima della guerra del 1915-18 la cifra ufficiale era di 25 miliardi dell’epoca, pari a 123mila miliardi in lire attuali), effettuava, attraverso la sezione speciale del credito agrario, operazioni a lungo termine. L’importanza e la proficuità (per l’istituto napoletano; il costo, se si guarda da parte di chi pagava pesanti interessi e subiva troppo facili esecuzioni immobiliari) di tale attività è comprovata dal palazzo che sorge all’angolo tra la Prefettura e la Provincia, al centro del centro di Reggio; un edificio imponente per essere solo la filiale di una banca, e che gareggia in grandezza con la sede barese e con la stessa direzione centrale, a Napoli.</p>
<p>Prima della guerra, dunque, Reggio non era povera quanto Catanzaro o Campobasso. Anche se non prosperava, almeno campava. La sua agricoltura era fra le più moderne d’Italia, e la danarosità della classe padronale teneva in vita un consistente artigianato urbano di servizio al palazzo. Certo il settore industriale era poca cosa. Se la memoria non mi tradisce, esso non andava oltre il molino Costantino; praticamente zero, se consideriamo i bisogni occupazionali di una città che contava 200mila abitanti. Anche i servizi culturali, che la benevolenza sabauda le riservava, erano bloccati a livello delle scuole medie superiori, mentre quello stesso Stato -al Sud tanto micragnoso- faceva lo scjalone tra l’Emilia e la Toscana, dove aveva insediato ben sette università -cinque più del necessario e dell’equo (Siena, Pisa, Modena, Ferrara e Parma, oltre a Bologna e Firenze), in quanto rivolte al servizio di cittadine di modesta popolazione. Ciascuna di esse, infatti, non arriva a un quarto della popolazione reggina e tutte assieme ne facevano appena il totale.</p>
<p>La crisi reggina va connessa con la crescita demografica che si verifica negli anni a cavallo tra guerra e dopoguerra. Le nuove generazioni non trovano una sistemazione, in quanto proprio nel dopoguerra il Sud perde la battaglia che passa sotto il nome di Ricostruzione Nazionale, ma che tale nome non merita (e neppure le lettere maiuscole) trattandosi della ferma scelta da parte del CLN -quasi una congiura- di concentrare tutte le risorse nazionali e l’apporto degli aiuti americani sullo sviluppo del solito Triangolo padano, come chiedevano Valletta (FIAT) e altri ceffi di pari statura. A contrappeso e come palliativo si procede all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. Si proclama che il Sud ha bisogno di infrastrutture (parola allora nuova per dire le strade e gli acquedotti, quelli che né la Destra Storica, né Sinistra egualmente Storica, né il Ministro della malavita, Giovanni Giolitti, e neppure Benito Mussolini, Duce vittorioso e Fondatore dell’Impero, s’erano degnati di fare, né sono venute dopo, nonostante la Cassa, ancorché Bossi e compagnoni padani piangano calde lacrime su una fattura che non è stata mai pagata dai soli paludosi (padani). Il nuovo ente è sotto il comando strategico di politici dotati di grande talento geografico, i quali s’impegnano a ridisegnare l’aspetto del paese meridionale secondo le misure del loro sarto di famiglia. Tanto per fare un esempio Napoli, la vecchia capitale del Regno meridionale, italianamente degradata a capoluogo di provincia, si comincia a trasferirla ad Avellino. Così anche Reggio. La quale è città fastidiosa in quanto elegge un senatore e un deputato fascisti. Non avendo provveduto un terremoto, la briga di accorciarla se la prendono i nostri. In effetti il municipalismo cosentino incide in modo tutt’altro che lieve sulla geografia economica, sociale e umana della vecchia Calabria. La consistenza urbana e il peso politico di Cosenza crescono visibilmente, sospinti dalla mano adunca del notabilato politico clientelista e dall’abile unilateralità politica della Cassa di Risparmio di Calabria (il figlio del capo era asceso a deputato con i voti cosentini e a sottosegretario italiano di stato con la benedizione di frate Colombo). Sebbene strategata dal meno che mediocre Ernesto Pucci, Catanzaro riesce ad arraffare il peculio che di solito va a chi regge il sacco. Reggio paga il fio d’essere incostituzionale, di dare voti ai fascisti, anzi di non darli agli ex CLN, e lentamente decàde. Il diffondersi della coltura e dell’industria del gelsomino, i successi del Caffè Mauro non riescono a nascondere l’involuzione.</p>
<p>Decàde, ma non protesta. Il ceto politico che la dirige è perdente a livello romano e cosentino. Il senatore Barbaro poteva ben essere un galantuomo, e anche devoto alla sua città, ma non aveva entrature a Roma, tanto sulla destra quanto sulla sinistra del Tevere.</p>
<p>Al tempo della Rivolta operavano in Calabria 37 istituti di credito, con 215 sportelli, i quali totalizzavano una raccolta di risparmio vicina ai 500 miliardi. Reggio, benché alla guida della provincia con il minor numero di comuni e di abitanti, era ancora in testa, sia sul lato dei depositi sia sul lato degli impieghi (cfr. Unione Regionale delle Camere di Commercio I.A.A., Relazione sulla situazione economica della Calabria nel 1970, a cura di Vincenzo De Nardo). Ma si trattava, evidentemente, dell’ultima resistenza. Alcuni successi imprenditoriali, del tipo armatore Matacena, allignavano nel vuoto.</p>
<p>Come è ampiamente noto, a partire dai primi anni Cinquanta e poi per tutto il ventennio successivo, l’assetto sociale europeo viene squassato da un sommovimento di portata epocale. L’innesco è di carattere tecnologico e produttivo. L’Italia (dizione generica ed equivoca) segue lo slancio dei tre forti paesi che la precedono: Inghilterra, Francia e Germania. Al contrario il Sud, mancando uno stato suo, si avvia in caduta libera verso il precipizio. La sua precedente posizione di periferia del Settentrione si converte in estraneazione. Il blocco cavourrista e padano del suo sviluppo diventa in tale passaggio sottosviluppo; un fenomeno non economico ma politico, superabile soltanto per via politica (forse è più onesto e corretto dire: militare).</p>
<p>A monte della nuova situazione stanno due fenomeni contrapposti e simmetrici: la caduta dei prezzi relativi per le produzioni mediterranee e l’aumento dei salari agricoli. Non v’è dubbio che il dissesto dell’agricoltura meridionale sia stato consapevolmente accettato quale offa nazionale della crescita industriale nordista. L’operazione viene condotta dai governi nazionali con un’aggressività barbarica a tutti evidente. Il Sud viene trattato come un nemico da annientare. La buffonata dell’uguaglianza legale, istituzionale ed elettorale non può e non deve ingannare nessuno.</p>
<p>Nonostante sia ferma ogni forma d’investimento e l’occupazione agricola e manifatturiera cada, il livello dei salari sale. La diaspora della manodopera contadina e artigianale verso l’industria padana spopola le campagne e appiattisce la domanda di lavoro. Contemporaneamente (o forse anticipatamente, come sostengono Ferrari-Bravo e Serafini, Stato e sottosviluppo) i cantieri aperti dalla Cassa incettano i non molti rimasti. A partire da questa svolta, i contadini superstiti non sono più costretti a scappellarsi profondamente per ottenere un’affittanza. Anche l’iniqua gara fra braccianti per una giornata di zappa finisce per sempre. In una situazione di libertà economica ciò dovrebbe essere segnato come un grande progresso sociale. Ma, in effetti, il progresso non c’è. A trarne vantaggio sono soltanto gli industriali e i padroni di casa padani. Infatti i primi si trovano di fronte a una curva salariale che non cresce in misura diretta con la loro domanda di manodopera, i secondi decuplicano la rendita di posizione. Invece gli agrumi -l’ultima ricchezza residua- diventano una bolla d’aria. Buona parte delle province siciliane e la provincia reggina vedono andare in malora l’unico loro capitale, i dimenticati slanci (ovviamente in rapporto alle sue forze) della borghesia sudica per crearsi basi nuove di profitto attraverso la piccola -o è più esatto dire, l’atomistica- impresa industriale. Ciò era già avvenuto negli anni dell’immediato dopoguerra, sotto la spinta dei buoni affari realizzati con il mercato nero. Si ripete tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, adesso sull’eco del successo padano. Ma, se la crescita della ricchezza nazionale ha elevato le possibilità di spesa dei consumatori, il mercato meridionale è già da tempo una colonia dell’industria padana. Senza una disciplina politica del mercato -come a quel tempo auspica, solitario, il reggino Demetrio Di Stefano (Il Risorgimento e la questione meridionale) nella cui parabola politica e umana è descritta la sofferenza del vero rivoluzionario meridionale- la spinta in avanti si risolve in un cimitero d’industrie. E il riferimento funebre non va alla Liquichimica di Saline e a tutto l’intrallazzo nordista degli anni Sessanta; va invece alle croci piantate su piccole iniziative locali, fallite al primo incontro con il mercato nazionale. Patrimoni e speranze private vengono distrutti -cosa che è il meno- ma quei facili fallimenti ingenerano un clima diffuso di scoraggiamento che, sommandosi all’annientamento agricolo, fanno tabula rasa d’ogni spirito d’impresa.</p>
<p>Uno stato che non fosse il nostro storico nemico avrebbe tentato almeno d’impedire tanta distruzione. Nello stesso tempo, la schiavitù degli agricoltori verso il monopolio chimico (concimi Montecatini) e verso il monopolio elettrico (Bastogi) si estende alla FIAT. Ancora una volta mediano le uguali leggi statali. Altro che rottamazione delle auto. Il ministero dell’agricoltura assume dipendenti e li dissemina per le campagne perché spieghino agli agricoltori che la meccanizzazione dell’agricoltura può tamponare la crescita dei salari. Intanto, o lo stesso ministero o quello degli esteri manovra e briga a Bruxelles per non estendere il protezionismo agricolo comunitario alle produzioni mediterranee. Agnelli deve ben vendere le sue macchine in Spagna. Gli agricoltori vengono presi al laccio con l’esca delle comode rate, spavaldamente fornita dai Consorzi agrari. Ovviamente si trattava di una spesa governativa a esclusivo favore delle industrie meccaniche produttrici di attrezzature e macchine agricole, che abilmente viene fatta passare per un aiuto all’agricoltura meridionale. In tal modo il monopolio ottiene ciò che gli serve e il capitale finanziario nascosto nei Consorzi (padani) può confiscare con largo anticipo le future, presunte entrate degli ex padroni dei terroni emigrati.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/reggio1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6010" title="reggio1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/reggio1.jpg" alt="" width="600" height="442" /></a></p>
<p>Ovviamente, trattori e motocoltivatori vennero pagati non certo con le rendite, ma o stringendo la cinghia o vendendo un pezzo di terra.</p>
<p>I cambiamenti correlati alla grande trasformazione del Nord italiano coinvolgono il Sud, in quanto oggetto della storia padana sin dal 1860, imponendogli un ulteriore regresso, ma questa volta relativo. È bene chiarire in cosa consista questo concetto, e non perché esso sia ambiguo, ma perché ambivalenti sono i fatti. Fra questi, i più rilevanti sono:</p>
<p>Uno. Come è a tutti noto, la concentrazione geografica (la centralizzazione capitalistica) della tecnologia -al tempo della Rivolta- abbatteva immancabilmente il lavoro nelle aree sottosviluppate che venivano raggiunte dalle nuove merci (oggi la politica capitalistica del labour saving danneggia anche le aree elevate a centro).</p>
<p>Tra il 1953 e il 1970, oltre agli emigrati, il Sud perde più di tre milioni di occupazioni.</p>
<p>Due. Con l’aumento della ricchezza nazionale, la quota incassata e ridistribuita dallo stato cresce in termini assoluti e anche in rapporto alla porzione che rimane ai privati. Ciò permette che i pubblici servizi possano essere dilatati. Il Sud ottiene un primo vantaggio dal fatto che il numero degli impiegati cresce in assoluto in percentuale. La remunerazione che questa quota di popolazione ottiene è a un livello italiano, cioè più alto rispetto a quello che la produttività media del paese meridionale consentirebbe.</p>
<p>Il Sud ricava un secondo vantaggio dal fatto che ottiene servizi in precedenza riservati solo al Centronord (le università, la sanità pubblica, ecc.).</p>
<p>Tre. Lo sviluppo industriale porta con sé una crescita del livello medio delle aziende. Ciò danneggia il quadro concorrenziale, ma fa salire il livello medio dei profitti industriali; consente così alle industrie di cedere alla distribuzione -quindi anche alla sua frazione meridionale- una parte più larga del plusvalore estorto.</p>
<p>Quanto sub Due e Tre permette al Sud di non perdere la posizione che aveva nelle statistiche nazionali in termini di reddito medio pro-capite, storicamente oscillante intorno al 65%. C’è però una significativa novità: detto percento, un tempo, era legato alla produttività complessiva del paese meridionale, mentre adesso viene insufflato dall’esterno. Tutte cose che, se arricchiscono il Sud, ne scombussolano, però, l’armonia sociale.</p>
<p>Per essere passabilmente chiaro, esemplifico. Un insegnante meridionale lavorerebbe per metà dello stipendio vigente. L’aggiunta è un regalo italiano. Così un medico, un giudice, un poliziotto, un bancario, l’operaio di un’azienda nazionale tipo ENEL, Telecom, ecc. Anche un commerciante-distributore meridionale lavorerebbe per un ricarico pari alla metà di quel che ottiene. Pure in questo caso l’aggiunta è collegata a una nazionalizzazione, precisamente a quella burocratica vigente nelle grandi aziende, in forza della quale vengono sottoposti a disciplina coattiva fenomeni che di per sé sarebbero economici e di mercato.</p>
<p>Ovviamente, il vantaggio che arriva nelle tasche di una parte dei meridionali è pagato dagli stessi meridionali, che sono costretti a dare di più allo stato e di più ai monopolisti padani. C’è, tuttavia, subito da osservare che, se gli stipendi e i ricarichi fossero dimezzati, al Sud non verrebbe alcun vantaggio contabile. Infatti la differenza in più non sarebbe risparmiata dai contribuenti e dai consumatori, ma andrebbe ai professori, ai medici, ecc. settentrionali sotto forma di un maggiore stipendio e alle aziende industriali sotto forma di più lauti profitti (Bossi è meno scemo di quel che sembra).</p>
<p>Ma come sopra segnalato, nel quadro economico meridionale i vantaggi non pagati costano carissimi. Infatti nel Sud, mancante di un suo Stato e di economie esterne tali da consentire una migliore produttività del lavoro, la nazionalizzazione del livello dei salari e degli stipendi ha come contropartita il tragico declino, la caduta, senza possibilità alcuna di ritorno, dell’agricoltura, non essendo questa protetta da sbarramenti comunitari.</p>
<p>Aggiornando il tema alla data attuale, si può aggiungere che la caduta ha toccato ogni produzione lecita a carattere arretrato e ha portato alla crescita di quella illecita, alla fioritura del lavoro in nero, tanto fra i cittadini italiani quanto fra gli extracomunitari, nonché alla dilatazione della sovrappopolazione, che adesso potrebbe essere considerata non più un esercito industriale di riserva, ma umanità superflua, come nel Terzo Mondo, e da qui a non molto soltanto zoologia antropica.</p>
<p>I partiti stanno tornando sui propri passi. Ma si tratta di un ripensamento vano e contraddittorio se non accompagnato da un forte vincolo valutario (o se più vi piace, bancario) a finanziare con risparmio sudico l’importazione di merci forestiere. Infatti i sindacati, consapevoli dell’inefficacia di una unilaterale decurtazione dei salari, sono fermamente decisi a combattere le gabbie salariali senza la contropartita di un investimento che bilanci la sottrazione di valuta.</p>
<p>Naturalmente neanche questo basta, ma anche i sindacati sono italiani.</p>
<p>L’approdo alla disarmonia sopra accennata precede la Rivolta, ma, a quel momento, la gente -che pure ne soffre il disagio- non ne ha ancora concettualizzato le cause. Avvertite sono invece le ripercussioni di carattere sociologico della trasformazione italiana.</p>
<p>Quando il morso della fame durava da un anno all’altro, e segnava, uno dopo l’altro, tutti i giorni della vita, la comune povertà legava il proletariato. Nella nuova fase, la fame vera è scomparsa, ma il modo di produrre (il lavoro) si riorganizza a raggi, il cui sole è spesso lontano. Ciò frantuma la dimensione umana della città, il senso del vicolo e del rione. Chi lavora diventa la macchina di un dio cieco, chi non lavora è la vittima di un demone irraggiungibile. L’umanesimo antico evapora, un nuovo umanesimo (un sindacato, un partito aderente ai problemi periferici) non spunta.</p>
<p>Per usare il linguaggio del sindacalista, la grande trasformazione si allarga al Sud senza ammortizzatori sociali. La durezza della transizione (per esempio, il riverbero locale dell’emigrazione) lascia insensibili i politici e i sindacalisti. In effetti ciò che non cambia, o cambia in peggio, è l’organizzazione clientelare delle filiali sudiche di tutti i partiti costituzionali. L’Italia ricca è scesa al Sud con altre sue merci, e per i fortunati anche con i suoi stipendi e salari, ma senza farsi accompagnare dalle regole di una libera democrazia. Perché? Credo si debba dare una risposta veritiera anche a rischio d’apparire faziosi: perché, al Sud, il primo atto di vera democrazia sarebbe la liberazione. Una cosa che va oltre le manette e arriva ai carri armati.</p>
<p>I maggiori benefici dell’allargamento al Sud delle condizioni sociali raggiunte nell’Italia restante, li ricavano i ceti medi scolarizzati. Legioni di redditieri ormai senza più rendita, e perciò promessi alla misurazione dei marciapiedi cittadini, hanno trovato facilmente un posto. Altri posti si lasciano sperare e si sperano. Legioni di figli del proletariato, in salita sociale per via degli studi, s’infilano anche loro da qualche parte. Ragionieri, medici, ingegneri, avvocati si sistemano in un modo o nell’altro. Altri s’infileranno, almeno si spera. Alla fine del mese lo stato paga.</p>
<p>Sarebbe inopportuno mettersi a fare della sociologia senza possederne gli strumenti, ma una cosa è chiara a chiunque: questa nuova quadreria che, attraverso la politica e l’invasione politica della società civile, diventa la parte sub-dirigente del Sud, manca di virtù. In fondo non è che l’erede statuale di quella borghesia padronale e redditiera che si concesse a Cavour per mancanza di decoro, d’onore e d’amor di patria. D’altra parte non è una classe, e neppure una classe in formazione. Manca il punto di riferimento sociale e quello autenticamente politico. Certo, un punto di riferimento non manca, ed è il civismo rovesciato in disvalore. Esso aggrega le persone, ma non può essere dichiarato all’esterno. Soltanto ristagna nel sottobosco familiare e municipale come necessaria arte del campare.</p>
<p>A questo punto, se sommiamo la crisi produttiva, il non possedere altro che braccia per pagare le merci forestiere, e ancora il sommovimento sociale, lo scardinamento dei vecchi valori classisti, la disperazione occupazionale, abbiamo il Sud degli anni Sessanta. Un Sud impoverito che dovrebbe solamente e puramente liberarsi d’ogni torchiatura esterna e farsi (al suo interno) finalmente quei conti sociali che i bersaglieri piemontesi impedirono, facendo colare sulla sollevazione contadina un fiume di sangue.</p>
<p>Comunque, la Rivolta reggina non ebbe tale idealità, né prima né poi. La rabbia contro lo stato straniero, o quantomeno estraneo, fu scioccamente vanificata da un personale politico che non seppe far altro che prendere il tram elettorale.</p>
<p>Allora cosa fu questa Rivolta? Perché Reggio?</p>
<p>Intanto l’occasione. Poi la singolarità va cercata nella sua splendida agricoltura. Quella stessa classe di redditieri fondiari che aveva invocato i bersaglieri piemontesi e che s’era pappato con poca spesa il demanio ecclesiastico e gratis quello statale e comunale, s’era lentamente ricostruita moralmente. Sicuramente spremendo sangue dalle ossa dei coloni, aveva piantato milioni di ulivi e decine di milioni di aranci, limoni, bergamotti. Li aveva lavorati, commerciati, imposti sui mercati stranieri (il Nord era ancora troppo povero per presentare una domanda effettiva). Spesso s’era indebitata fino alle mutande, in attesa che arrivasse il momento della fruttificazione. Anni, decenni di attesa, durante i quali il Banco di Napoli li aveva vessati con i suoi avvocati e gli ufficiali giudiziari. Poi un limitato benessere privato e anche un surplus provinciale consistente.</p>
<p>Allo scadere del luglio 1970, l’agraria reggina non era del tutto appassita; era ancora detentrice di qualche quattrino e s’era fatta un certo orgoglio di classe. Una cosa che nei tempi prosperi appariva solo sussiego, ma che oggi dobbiamo storicamente rivalutare, poiché era in effetti frutto della fiducia in sé, la stessa che mostrava il cavaliere d’industria. O forse -e più giustamente- quella di Esiodo, di Virgilio, di Plinio, di Columella, del cremonese Stefano Jacini: l’agricoltura come esplicazione del sapere umano, del vichiano conoscere la storia, in quanto produttori delle cose e di sé. Insomma Reggio era stata una città effettivamente capace di partecipare alla produzione nazionale in una posizione d’avanguardia; una città autentica.</p>
<p>Nei decenni precedenti, l’insolita identità reggina si era espressa mediante l’uso di un partito non costituzionale come podio, come palco per la rappresentazione scenica: il MSI. Ma senza per questo essere fascista. C’era solo una circostanza casuale a determinarla. Il podio era preso a prestito, quel che contava era l’uomo, forse il simbolo della sua rifiutata decadenza. Il senatore Francesco Barbaro è descritto come un aristocratico d’altri tempi, democraticamente alla mano; come un vir dotato di severo spirito di servizio.</p>
<p>Barbaro morì qualche anno prima della Rivolta, ma l’idea che la gente di Reggio ne aveva, faceva del suo ricordo un punto di riferimento, e non solo per l’agraria in decomposizione, ma per tutte le famiglie oneste: per quelle dei lavoratori, gli antichi e i nuovi, per quelle della nuova burocrazia, dove crescevano giovani destinati alla nuova guerra dell’uomo contro l’uomo, per quelle dei bottegai e prestatori di servizi, per cui la decadenza decisa per decreto rappresentava un atto ostile, persino per operatori economici di respiro nazionale come Mauro e Matacena, nonché per una larga parte dei colti, ai quali la conoscenza del passato dava conto della misura del declino.</p>
<p>Volendo concludere, l’input impresso dalle idee di Cavour al quadro sociopolitico italiano ha diviso un paese che aveva avuto parecchi stati, ma strutture produttive di uguale livello. Al Centronord l’intrallazzo finanziario e il parassitismo industriale alimentarono la formazione di un esercito del lavoro agricolo e industriale di tipo metropolitano, che è stato ed è rappresentato da formazioni politiche e sindacati coerenti con la sua condizione; al Sud, il saccheggio del capitale storico, dei surplus normali e dei surplus popolari da astinenza, la centralizzazione padana del capitale bancario di rischio, la mancanza di un proprio stato organizzatore, l’espropriazione del credito internazionale derivante dal massiccio afflusso della valuta rimessa dagli emigrati, non lasciarono altro spazio alla crescita capitalistica che una modesta nicchia in agricoltura; una situazione ben lontana dalla richiesta popolare di dar lavoro alle masse che la penetrazione di merci capitalistiche forestiere proletarizzava.</p>
<p>Le forze politiche e i sindacati italiani, coerenti con l’assetto occupazionale settentrionale, forse avrebbero voluto, ma oggettivamente non potevano e storicamente non poterono rappresentare gli interessi di un proletariato in larghissima parte esterno ai rapporti capitalistici di produzione. Quando questa versione del proletariato contemporaneo recepisce la lezione marxista, nega la negazione imperialistica e si afferma come il protagonista storico della liberazione nazionale dal sottosviluppo produttivo.</p>
<p>Insomma la Rivolta, per la partecipazione popolare che ebbe, poteva ben essere il principio della rivoluzione meridionale, se il proletariato non fosse stato da sempre solo. Invece, rimasta in mano al nazionalismo dannunziano di Ciccio Franco, si tramutò nel parto di una vecchia, in un aborto politico, nella contorta contrimmagine dell’impresa fiumana.</p>
<h2><em> </em></h2>
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		<title>Strage in Nuova Zelanda: il neofascismo è anche una patologia mentale</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2019 19:11:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stefano Zecchinelli L’autore dell’attentato neofascista in Nuova Zelanda, una orrenda strage che ha colpito ben due moschee provocando all’incirca 49 morti, si chiama Terrant Breston. Cerchiamo di ricostruire il profilo sociale, psicologico e politico di quest’individuo per poi trarre alcune conclusioni provvisorie sul neofascismo del ventunesimo secolo. Il signor Breston è australiano e proviene dalla [...]]]></description>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/hqdefault.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5550" title="hqdefault" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/hqdefault-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></h1>
<h1><em>Stefano Zecchinelli</em></h1>
<h1>L’autore dell’attentato neofascista in Nuova Zelanda, una orrenda strage che ha colpito ben due moschee provocando all’incirca 49 morti, si chiama Terrant Breston. Cerchiamo di ricostruire il profilo sociale, psicologico e politico di quest’individuo per poi trarre alcune conclusioni provvisorie sul neofascismo del ventunesimo secolo.</h1>
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<p>Il signor Breston è australiano e proviene dalla classe media dei <strong><em>colonizzatori reali</em></strong>inglesi. Leggiamo una sua breve presentazione: <em>‘’Ho avuto un’infanzia normale, senza grandi problemi. Non ho frequentato l’università perché non avevo un grande interesse a studiare. Ho lavorato per un breve periodo, poi ho iniziato a investire in Bitcoin e usato quei soldi per viaggiare. <strong>Ripeto: sono solo un uomo bianco normale che ha deciso di prendere posizione per garantire un futuro alla mia gente. Per incitare alla violenza, alla rappresaglia contro chi occupa le nostre terre.</strong> Per mostrare gli effetti dell’azione diretta. Per creare un clima di paura e cambiamento’’ 1.</em></p>
<p>Dobbiamo notare che, per ragioni tanto politico-sociali quanto di psicosi collettiva, i neofascisti non hanno il senso della storia e della politica: per loro il concetto di occupazione consiste nella mera influenza culturale (allora che dire dell’<em>imperialismo linguistico </em>anglosassone o del <em>colonialismo culturale</em> USA?) oppure nei flussi migratori. La causa delle migrazioni, secondo questi spostati, non è da individuare nello sviluppo capitalista diseguale del mondo e nelle guerre imperialiste, bensì in un malefico progetto di colonizzazione dell’Occidente da parte dei popoli post-coloniali, il più delle volte musulmani. In questo modo, il neofascismo ha fatto propria la teoria sulla <em>guerra permanente</em> di David Horowitz volgarizzata, in Europa, dalla giornalista neoconservatrice Oriana Fallaci. La pericolosità di queste organizzazioni politiche oramai globalizzate è evidente: divulgando, nelle fila del proletariato impoverito e dei ceti medi rovinati dal neoliberismo, la tesi sullo <em>scontro di civiltà</em> finiscono per pompare la propaganda USA contro <em>il mondo multipolare</em> che oggi vede il protagonismo politico ed economico di grandi paesi come la Russia, la Cina e l’Iran. Il neofascismo è per Washington una sorta di perenne preservativo, malgrado la ‘’<em>sinistra zombie</em>’’ non voglia riconoscerlo.</p>
<p>Lo stragista anglo-australiano rilasciò un’ intervista alquanto interessante perché compendia nel migliore dei modi le paranoie di un mondo reazionario sintomatico nella decomposizione delle società capitaliste. Leggiamo le parti più significative.</p>
<p><strong><em>“Perché hai effettuato questo attacco?</em></strong></p>
<p><em>Per dimostrare agli invasori che le nostre terre non saranno mai le loro. Che saranno nostre finché esisterà l’uomo bianco. Non le conquisteranno MAI. Non si sostituiranno a noi. Poi per vendicare le migliaia di vittime bianche causate dagli invasori stranieri. Per vendicare i bianchi trattati da schiavi nelle loro terre dagli islamici. Per vendicare le vittime bianche degli attentati islamici. Per ridurre “direttamente” il numero di immigrati nelle terre dei bianchi terrorizzandoli o, se necessario, rimuovendoli fisicamente. Per svegliare il mio popolo.’’</em></p>
<p><strong><em>‘’Chi fa parte di questi gruppi? E quante persone sono state “assoldate”?</em></strong></p>
<p><em>Il numero totale di persone che fanno parte di queste organizzazioni è in termini di milioni. Migliaia i gruppi. Ci sono persone di ogni ceto sociale che fanno parte soprattutto dei corpi militari e sono nelle forze dell’ordine. Nazionalisti e “etno-nazionalisti” cercano oggi lavoro soprattutto in comparti che servono le nazioni e le comunità. Dentro le forze armate europee ci sono migliaia di soldati aderenti a gruppi nazionalisti.’’</em></p>
<p>I riferimenti a Breivik ed allo <em>Stato etnico</em> sono notevoli, ma ricordiamo che al mondo esiste un solo stato che si proclama ‘’etnicamente omogeneo’’: lo Stato di Israele. L’alleanza “bianca” (USA, Gran Bretagna, Europa ed Israele) contro il mondo musulmano, rappresenta un tema caro all’estrema destra USA, la stessa mucillaggine sociale che appoggia Donald Trump mettendo insieme il peggio del neonazismo statunitense ed europeo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il terrorismo islamista è meno pericoloso di quello neofascista?</em></strong></p>
<p><strong>Un documento di 98 pagine, prodotto dai quattro principali istituti investigativi europei, dimostra come lo stragismo di estrema destra possa diventare molto più pericoloso dell’integralismo <em>wahabita</em> perché potenziato dall’elemento sorpresa. Il materiale non manca:</strong></p>
<p><strong><em>L</em></strong>’<em>Instituto Real de Servicios Unidos </em><em>(RUSI</em>, <em>il</em> <em>Chatham House</em> <em>e l’Instituto para el Diálogo Estratégico</em> <em>e la</em> <em>Universidad de Leiden informano che</em> <em>‘<strong>’Dada la intensa atención pública sobre el terrorismo de inspiración religiosa, el hallazgo de que la extrema derecha representa una proporción similar dentro de la base de datos de los perpetradores es particularmente significativo’’ </strong>2 (Data l’intensa attenzione pubblica circa il terrorismo di matrice religiosa, la scoperta che l’estrema destra rappresenti un pericolo, in proporzioni simile al terrorismo islamista, basandoci sui dati acquisiti, è un elemento particolarmente significativo)</em></p>
<p>La popolazione europea ha dimostrato grande preoccupazione per il terrorismo di matrice islamista (<strong><em>degenerazione fondamentalista del tutto estranea alla religione islamica</em></strong>) tralasciando la crescita della destra radicale, <em>neo-nazionalista</em> e xenofoba. Come mai scrittori prevalentemente di formazione liberale o neoliberale, come Oriana Fallaci, sono diventati la <em>Bibbia</em> del neofascismo del ventunesimo secolo? Il <em>fascista fai da tè</em>, in tenuta <em>neo-moderna</em>, ha difficoltà ad accedere alle letture di Hitler, Rosenberg e del novello sionista Julius Evola, quindi, disorientato dagli sproloqui di questo o quel giornalista o intellettuale da strapazzo, si ferma alle sparate ad effetto anche della guerrafondaia fiorentina oppure ai lunghi monologhi dell’oscurantista Silvana De Mari (‘’medico ’’ e scrittore affetta da una vera e propria ossessione anti-omosessuali ed anti-musulmani). Un sociologo critico ha tutti gli elementi per riassumere la psicologia del neofascista con estrema facilità: Hitler – nell’immaginario xenofobo – rimane il kapò dal pugno di ferro da imitare contro senzatetto, immigrati e musulmani, ma i bestseller di Oriana Fallaci hanno contribuito ad indottrinare migliaia di spostati col ‘’mito’’ dello sceriffo texano anti-immigrati. Le organizzazioni di estrema destra non discutono del significato politico dell’immigrazione ma, rovesciando la stessa medaglia degli sciocchi <em>senza frontiere</em>, demonizzano l’immigrato in quanto tale. Il capitalismo viene destoricizzato e l’oppressione neocoloniale cancellata dalle pagine del tempo; la propaganda culturale della <em>CIA</em> non potrebbe che dire ‘’grazie’’.</p>
<p>Un giorno, di fronte a tragedie come quella che ha colpito la comunità musulmana della Nuova Zelanda, i cittadini europei dovranno seriamente interrogarsi sul ruolo di personaggi come Oriana Fallaci nella “<strong><em>plebeizzazione”</em></strong> dell’ideologia americano-sionista. Il neofascismo è, per diversi aspetti, anche una patologia mentale.</p>
<p><a href="https://www.tpi.it/2019/03/15/chi-e-brenton-tarrant-nuova-zelanda/?fbclid=IwAR0rT0ECzHsYbq-agWTHFbAEe-OUwL4kJziHMISLaKaJJjOmpqDqWUPHDj8">https://www.tpi.it/2019/03/15/chi-e-brenton-tarrant-nuova-zelanda/?fbclid=IwAR0rT0ECzHsYbq-agWTHFbAEe-OUwL4kJziHMISLaKaJJjOmpqDqWUPHDj8</a></p>
<p><a href="https://www.hispantv.com/noticias/europa/216929/informe-terroristas-extrema-derecha-europa-letales">https://www.hispantv.com/noticias/europa/216929/informe-terroristas-extrema-derecha-europa-letales</a></p>
<p><img src="https://www.iltempo.it/resizer/670/-1/true/1552631544878.jpg--nuova_zelanda__strage_in_due_moschee__il_massacro_filmato_e_postato_online.jpg?1552631544000" alt="Immagine correlata" width="670" height="315" data-iml="1552722421786" /></p>
<p>Fonte foto: Il Tempo (da Google)</p>
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		<title>Allarmi son fascisti</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2015 11:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[anticapitalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></category>
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		<description><![CDATA[Fabrizio Marchi  &#160; Si definiscono “antimondialisti”, anticapitalisti e antimperialisti ma sono solo fascisti, vecchi o nuovi, del secondo o del terzo millennio, in camicia nera o in camicia verde. I concetti che sostengono e i metodi che utilizzano sono più o meno sempre gli stessi. Dicono di lottare per la difesa delle identità culturali contro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ansa.it/webimages/img_640/2015/7/17/98710665d52852bbafe560d5eeda5521.jpg" alt="" /></p>
<h2><em><strong><a title="Post di Fabrizio Marchi" href="http://www.linterferenza.info/author/fabriziomarchi/" rel="author">Fabrizio Marchi</a> </strong></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si definiscono “antimondialisti”, anticapitalisti e antimperialisti ma sono solo fascisti, vecchi o nuovi, del secondo o del terzo millennio, in camicia nera o in camicia verde. I concetti che sostengono e i metodi che utilizzano sono più o meno sempre gli stessi.<br />
Dicono di lottare per la difesa delle identità culturali contro i processi di omologazione imposti dalla globalizzazione capitalista (lo chiamano “differenzialismo”), ma è solo un escamotage per coprire il loro razzismo ideologico e pratico (il razzismo “biologico” è ormai impresentabile e improponibile, anche per loro…). Confondono e sovrappongono, a volte per malafede (i leader e i gruppi dirigenti) e spesso per ignoranza (la base e la manovalanza) il concetto di omogeneizzazione (che è un processo effettivamente posto in essere dal sistema capitalistico assoluto che vuole ridurre il pianeta ad un gigantesco Mac Donald) con quello di eguaglianza (che nulla ha a che vedere con il primo) nei confronti del quale sono profondamente, visceralmente e violentemente ostili (altrimenti non sarebbero quello che sono, cioè fascisti…).<br />
Sostengono che il loro nemico non sarebbero gli immigrati ma il sistema (capitalista) che produce l’immigrazione, ma poi, all’atto pratico (che è quello che conta), il loro presunto anticapitalismo si traduce nell’aggressione sistematica e violenta nei confronti degli extracomunitari, come è successo ieri in quel quartiere residenziale a nord di Roma dove solo la presenza della polizia ha impedito che alcuni migranti fossero linciati, o come è successo qualche giorno fa nel Trevigiano, anche se in quel caso indossavano la casacca verde.<br />
Il loro livore e la loro rabbia si scarica sempre sugli ultimi, sulle prime vittime di quel sistema che a parole dicono di voler combattere. Ma sono solo menzogne. Avete forse mai visto dei fascisti assaltare con la stessa veemenza con cui aggrediscono un gruppo di immigrati la sede di una banca, di una multinazionale, di una base militare degli USA o della NATO oppure contestare con altrettanta virulenza questo o quel vertice dei potenti della Terra oppure ancora, che so, un ritrovo di “vip” in qualche località esclusiva per soli ultraricchi? Per quanto mi riguarda, mai. Sempre in prima fila, invece, quando si tratta di prendere a sprangate un immigrato.<br />
Non perché serva a qualcosa prendere a sassate la filiale di una banca o di una multinazionale, sia chiaro, anzi, il più delle volte si tratta di atti politicamente sciocchi e controproducenti. Però, dal momento che quegli stessi atti, per quanto infantili, hanno un valore simbolico (e per questa ragione vengono posti in essere), allora vale anche e soprattutto per le “bravate” dei “fascisti del terzo millennio”, come amano definirsi. E se tanto mi da tanto, se me lo permettete, tra assaltare la filiale di una multinazionale o contestare anche in modo violento un vertice del G8 o l’inaugurazione di una “kermesse di regime” come l’Expo da una parte, e aggredire un gruppo di immigrati dall’altra, c’è una bella differenza. E chi non riesce a vederla e mette tutto e tutti nello stesso calderone, vuol dire che è ottuso oppure in malafede.<br />
Purtroppo queste organizzazioni neofasciste (vale per la Lega Nord come per Casa Pound o simili, comunque oggi alleati) hanno buon gioco nel fare ciò che fanno. Speculano, come sempre hanno fatto, sull’insicurezza di tanta gente che vive una condizione di sofferenza e di forte disagio sociale e che, priva di una coscienza politica e di classe, individua negli immigrati, cioè in quelli che se la passano ancora peggio di loro, la causa o una delle cause principali della loro condizione. Ma anche sull’egoismo di quei settori della piccola e della media borghesia, impauriti anch’essi e in parte impoveriti dalla crisi economica, che credono di difendersi chiudendosi, non solo metaforicamente, nei loro fortilizi. Quanto accaduto in questi giorni a Roma e nel Trevigiano è emblematico in tal senso. Ciò che ha animato la “rivolta” non è stato in questi casi solo l’ostilità nei confronti degli “stranieri” ma il timore, molto più prosaico, che le loro case potessero deprezzarsi, perdere di valore a causa della presenza di questi ultimi che, in quanto tale, è considerata come fonte e causa di degrado.<br />
Questo non vuole essere un giudizio moralistico e men che meno un atteggiamento ideologico e supponente nei confronti di chi, in molti casi anche faticosamente e a prezzo di grandi sacrifici, si è messo un tetto sotto la testa e ha costruito per se e per la propria famiglia una vita decente, ma solo il tentativo di abbozzare un’analisi lucida (che non vuol dire giustificare…), sia pur estremamente sintetica, sulle cause che sono a monte dell’ ostilità nei confronti dei migranti.<br />
Il caso di Casale San Nicola è simile (nell’ostilità) ma allo stesso tempo in larga parte diverso (nella sostanza) da quello di Tor Sapienza dove, non molto tempo fa, scoppiò una rivolta contro il centro che ospitava gli immigrati. Tor Sapienza è una borgata, un quartiere periferico da sempre disagiato e degradato, che una volta avremmo definito “proletario” (oggi il termine è desueto ma la sostanza è la stessa…), dove gli autoctoni e gli stranieri si trovano a condividere lo stesso degrado sociale, la stessa assenza di servizi e di strutture, la stessa mancanza di lavoro e di prospettive e la stessa condizione di miseria esistenziale, oltre che materiale. E’ in questo contesto che cresce e si sviluppa una sorta di competizione che finisce per sfociare nell’ ostilità e nel risentimento, anche e soprattutto in questo caso, da parte dei primi nei confronti dei secondi: la famosa “guerra fra poveri” alimentata ad arte dai padroni del vapore (divide et impera) e da quelle forze neofasciste che su di essa proliferano.<br />
Casale San Nicola è invece un quartiere residenziale, abitato per lo più da una neo piccola e media borghesia di commercianti e piccolissimi imprenditori, per lo più culturalmente sprovveduti, in molti casi di origine popolare, che difendono il loro “status” di “neo borghesi” (termine anche questo improprio ma ci capiamo anche in questo caso) e il “loro” territorio che rischia di essere “invaso” dagli stranieri. I quali, è bene ricordarlo, sono poveri, anzi poverissimi, e questa è la loro “colpa”. Perché se invece di essere poveri fossero benestanti e abitassero nella villetta accanto alla loro o addirittura in una villa, qualora fossero ricchi, il problema non si porrebbe e le “rivolte” non scoppierebbero. Tutt’al più ci sarebbe una sorta di rancore, di invidia più o meno manifesta nei confronti di quello straniero “che ha fatto i soldi”.<br />
Quindi, come vediamo, il problema non è dato tanto dalla questione etnica quanto da quella sociale. E’poi ovvio che quando questi due aspetti si sovrappongono si crea una miscela esplosiva.<br />
Ed è sempre facendo leva su questi “sentimenti” che la destra neofascista e leghista riesce a costruire un blocco sociale interclassista (e ad esercitare anche egemonia politica e culturale), il cui collante è appunto l’ostilità nei confronti degli stranieri e di un non meglio identificato “sistema” (nulla a che vedere con una critica strutturale del dominio capitalistico che non ha nessuna intenzione di mettere realmente in discussione se non in determinati aspetti “culturali”) che provocherebbe questa situazione (e in effetti è così, solo che sono sia la diagnosi che la “cura” ad essere completamente sballate…). In questo blocco sociale interclassista è solo apparentemente assente la borghesia più ricca e altolocata per un motivo molto semplice: i ricchi e i potenti non vivranno mai le contraddizioni create dal loro stesso sistema per la semplicissima ragione che ne godono solo i vantaggi e i privilegi. Del resto, per fare solo un esempio, nessun centro di accoglienza per migranti verrà mai collocato in una quartiere di ricchi. Il rapporto che questi ultimi hanno con gli immigrati è solo quello che hanno con i nuovi “servi”, cioè con i camerieri e le cameriere, i badanti e la badanti, le baby sitter e i dog sitter che prestano servizio nelle loro case. Questa alta borghesia (diciamo classe sociale ultracapitalistica), data la sua condizione, può permettersi anche di assumere rispetto a questo ordine di problemi, un atteggiamento liberale e “politicamente corretto”, ed in effetti è proprio quello che il più delle volte assume, fingendo di scandalizzarsi per i comportamenti intolleranti, rancorosi e violenti di quei settori popolari e di piccola e media borghesia di cui sopra. Ma è proprio qui che continua il depistaggio ideologico da parte della destra neofascista e neoreazionaria la quale si guarda bene, ovviamente, dall’organizzare la rabbia dei ceti popolari verso i veri responsabili della loro condizione di oppressione e disagio sociale (altrimenti sarebbe un’altra cosa…), per dirottarla contro quelli che vivono una condizione ancora peggiore. Ecco che in questo modo si chiude il cerchio. Nella migliore scuola fascista, si acchiappano due, anzi, tanti piccioni con una fava: si alimenta ad arte una guerra fra poveri, si depistano ideologicamente le masse, si crea una gigantesca falsa coscienza e ultimo, ma niente affatto per ultimo, si disinnesca il conflitto di classe.<br />
Coloro che, specie negli ultimi anni (fra cui anche autorevoli pensatori), hanno sostenuto che il fascismo fosse un fenomeno ormai storicamente superato, hanno commesso un grave errore interpretativo. Certo, se per fascismo intendiamo solo ed esclusivamente quello che si è determinato nel ventennio italiano dal 1922 al 1943, allora hanno “tecnicamente” ragione, perché quello è un evento che in quelle date forme e modalità appartiene appunto alla storia e non è ripetibile. Ma noi sappiamo che tutto si trasforma, con il trasformarsi della realtà storica. Questo vale naturalmente anche per il fascismo che si manifesta in forme e modalità sia pure in parte nuove, come è normale che sia, date le differenti circostanze e contesti storici. E non c’è alcun dubbio sul fatto che gli atteggiamenti di ostilità, di razzismo, di intolleranza diffusa e di odio nei confronti degli immigrati affondino le loro radici nella cultura e nell’ideologia fascista e nelle sue propaggini.<br />
E’ doveroso sottolineare che questa sorta di fascismo diffuso (la logica degli “sparuti gruppi di provocatori e violenti “ non regge più, bisogna affrontare il toro per le corna e non raccontarsi balle…) prolifera anche e soprattutto a causa dell’assenza sempre più drammatica di una forza politica in grado di sviluppare una moderna ma forte critica di classe e anticapitalistica.</p>
<p>http://www.linterferenza.info/editoriali/allarmi-son-fascisti/</p>
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		<title>Populismo e liberismo: la ‘rivoluzione’ di Salvini in camicia nero-verde</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2015 22:05:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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<p><strong><span style="font-size: large;"> </span></strong><strong><br />
</strong><em></em></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/06/image-215x350.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5121" title="image-215x350" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/06/image-215x350-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a></p>
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<p><em><a href="http://www.rivistapaginauno.it/matteolucaandriola.php">Matteo Luca Andriola </a></em></p>
</div>
<table width="8" border="0" cellspacing="3" cellpadding="3" align="center">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" height="79"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p align="justify">Le elezioni europee del maggio 2014 hanno rilanciato la Lega Nord, che con il 6% dei consensi ottenuti a livello nazionale conferma che la scelta di Matteo Salvini alla guida del Carroccio è stata vincente: l’uomo giusto al momento giusto. Certo, nulla di paragonabile al Front national di Marine Le Pen, che con quasi il 24,8% ha fatto tremare i palazzi di Parigi e quelli della troika, mandando a Bruxelles 25 deputati, e ha superato i gollisti dell’Ump (20,8%) e la gauche riformista, il Ps di Hollande (un misero 14%) (1).</p>
<p align="justify">Salvini è stato più modesto con il suo 6% (oggi però i sondaggi danno la Lega proiettata al 14-15%), ma se pensiamo al tracollo dopo l’ultradecennale gestione di Umberto Bossi, con il partito dato al 3%, risulta evidente quanto il rampante Matteo abbia salvato il Carroccio, cambiando abito e dando una verniciata di nuovo a un partito ormai imbolsito, lontano dai fasti dei primi anni Novanta e dalla fase secessionista, quando il giudice Papalia arrivò a denunciare tale progetto e le camicie verdi come lesive all’unità d’Italia. La Lega Nord – ci vuole poco, basti ricordare l’ultima gestione bossiana caratterizzata da scandali finanziari e dal malcostume – con il passare degli anni, specie con le alleanze con il centrodestra, era diventato un partito totalmente funzionale al sistema, garante della rivoluzione neoliberista apparentemente predicata solo dal centrodestra, ma concretamente perpetrata da ambo gli schieramenti in campo, quello conservatore e quello progressista, entrambi volenterosi complici dei vertici dell’Unione europea.</p>
<p align="justify">Il restyling leghista è avvenuto su binari ben precisi: la crisi economica nella vicina Francia stava rilanciando la Le Pen come, apparentemente, unica opposizione all’eurocrazia, e il Carroccio, archiviato il flirt con la Csu bavarese di Roberto Maroni e della sua Lega 2.0 – desideroso di diventare una forza moderata egemone al Nord da contrapporre a un Pdl rappresentante del resto d’Italia e distante dagli impresentabili lepenisti francesi – diventa improvvisamente antieuropeista (pur non essendo mai stato una forza euro-entusiasta) e filolepenista. Il tutto nel giro di poco tempo, mentre lo stesso Maroni, che ha appoggiato Salvini contro la vecchia guardia bossiana, nel 2012 risultava essere favorevole alla creazione di una Europa federale fondata su delle macroregioni, dove doveva spiccare l’Euroregione Padana-Alpina, macroregione transfrontaliera fra regioni affini dal punto di vista economico, cioè la Lombardia, il Piemonte e il Veneto, l’Austria alpina, la Francia meridionale con Rhôme Alpes, la Baviera e la Slovenia; zone dove prevalgono, sempre non casualmente, diversi populismi alpini (quelle italiane sono guidate da giunte di centro-destra con a capo la Lega Nord, la Carinzia è amministrata dal Bzö fondato da Jörg Haider, forza populista con propensioni governative), regioni dove il Pil è molto più alto che in altre zone; e ovviamente mantenendo il produttivo Nord Italia e queste regioni all’interno dell’eurozona.</p>
<p align="justify">Nel suo libro-manifesto del 2012, <em>Il mio Nord. Il sogno dei nuovi barbari</em>, Maroni scrive: “Il nostro obiettivo politico [della Lega, <em>n.d.a.</em>] è quel lo di diventare il primo partito in tutte le regioni del Nord, sul modello della Csu bavarese, condizione indispensabile per costruire una forte Euroregione, costituzionalmente autodeterminata. Si tratta di un progetto rivoluzionario perché il Nord potrebbe anche diventare il primo tassello di quell’Europa che abbiamo in mente: l’Europa delle Regioni e dei Popoli. [...] Questo assunto ci colloca a grandissima distanza dai partiti e dai movimenti neonazionalisti. Insomma, è ora di finirla con i soliti stereotipi: noi non siamo i nipotini di Le Pen” (2). La crisi economica non innescherà affatto – secondo il <em>moderato</em> Maroni – progetti rivoluzionari e antisistemici, perché “la possibilità di muoversi liberamente nell’Eurozona fa sì che un imprenditore non sia costretto a rimanere nel suo Paese: può chiudere il suo stabilimento nel Nord Italia e aprire in Slovenia o in Polonia”.</p>
<p align="justify">Solo con l’autonomia del Nord – con una Lega egemone – “quell’imprenditore che vuole chiudere a Treviso e aprire a Lubiana avrà trovato la risposta ai suoi problemi. Una Lega egemone, espressione di un blocco sociale fortemente rappresentativo del lavoro in tutte le sue componenti, può costringere Roma e Bruxelles ad avviare il processo che porta alla realizzazione della Euroregione Nord, a statuto fiscale speciale, configurabile nel sistema dei ‘tre quarti a me e un quarto allo Stato’. È con quest’ultimo quarto che Roma deve mantenere la Magna Grecia. Ecco, a Roma faccio una proposta: l’Euroregione del Nord, e in cambio riconosciamo lo status di mantenimento del Sud, che consideriamo la nostra vera controparte. Dobbiamo staccare l’assegno? Siamo pronti a farlo. Con gli stessi criteri di una coppia che divorzia, dove chi ha di più paga gli alimenti. [...] La mia idea è semplice: ti mantengo, ma ci lasci il residuo fiscale, ovvero i tre quarti del gettito complessivo. All’Europa, invece, dico: l’Italia non può essere tutta nell’Europa, solo il Nord può collocarsi nell’Eurozona. La Grecia, la Magna Grecia e un pezzo della Spagna diventeranno l’area mediterranea che l’Europa, come tutti sappiamo, dovrà mantenere da qui in avanti” (3).</p>
<p align="justify">È il caso di dire che Maroni su una cosa ha totalmente ragione: la struttura liquida della Ue e il graduale dissolvimento dei confini interni e delle sovranità hanno senz’altro avvantaggiato sia il grande capitale finanziario che la grande industria produttiva, i quali percepivano gli Stati solo come un freno alla loro libertà di investire: la tua azienda vive dei limiti fiscali? La Ue ti permette di licenziare i tuoi dipendenti e spostare il tutto nell’Est, dove i lavoratori percepiscono paghe più basse e i diritti sindacali sono un’utopia. Il discorso maroniano è rivolto sia a questa imprenditoria che al suo ceto di riferimento, la piccola-media impresa, che ha premiato elettoralmente la Lega nel nord-est e che, a differenza degli squali dell’alta finanza, non è riuscita ad arricchirsi con la crisi ed è in via di proletarizzazione quasi come i ceti salariati. E a loro (alle ‘vittime’ della crisi in corso, siano essi salariati, cittadini indignati contro una politica fatta di privilegi per pochi, pronti a salire sulle barricate sollevando i forconi, o imprenditori e negozianti terrorizzati di chiuder bottega) è rivolto il nuovo corso leghista salviniano, che archivia ogni velleità secessionista – perché mantenere il 75% di tasse nella regione, checché ne dica Maroni, è una secessione fiscale, primo passo per quella politica – e trasforma la Lega Nord nel Front national italiano, in una fase in cui Alleanza nazionale è scomparsa e alla destra di tale soggetto non esistono che frange neofasciste velleitarie e minoritarie, mentre l’a-ideologico Movimento 5 stelle si barcamena tra grandi difficoltà con un elettorato misto, un po’ proveniente dalla sinistra, un po’ dal centro liberale e un po’ dalla destra conservatrice.</p>
<p align="justify"><strong><br />
Il liberale Salvini e il nuovo corso: dalla camicia verde a quella nera</strong><br />
Il Carroccio inizia il suo nuovo corso spostandosi apertamente a destra in modo molto interessante, aprendo cioè il dialogo con intellettuali anticonformisti, alcuni apertamente di destra, altri addirittura della sinistra eretica.<br />
Nel primo caso abbiamo una serie di convegni organizzati da alcuni circoli in odore di neofascismo, animati da ex militanti della destra radicale o di quella sociale alemanniano-storaciana: il circolo culturale Il Talebano, per esempio, del giovane Vincenzo Sofo (ex membro de La Destra di Francesco Storace), consigliere nella zona 6-Milano per la Lega Nord, che ha indetto nel 2013 una serie di convegni con intellettuali anticonformisti come Massimo Fini, Pietrangelo Buttafuoco e il maître à penser della nouvelle droite francese Alain de Benoist. Una serie di serate indispensabili per l’evoluzione in senso lepenista della Lega Nord, e non solo per le accese critiche – senz’altro condivisibili – che questi intellettuali fanno alla struttura finanziaria e liberista dell’Unione europea, ma anche per il programma politico, che ha incoronato Salvini segretario del Carroccio. Un’area intellettuale che descrive le origini della crisi economico-finanziaria e del turbocapitalismo con analisi simili a quelle di un economista di scuola marxista, ossia un fenomeno sconnesso dall’economia reale che va superato dando più sovranità ai popoli del continente e, come afferma Alain de Benoist, anche alle comunità locali, attaccate da una troika e da un’alta finanza interessata solo al proprio profitto e all’utilitarismo (4).</p>
<p align="justify">La svolta lepenista del Carroccio è avvenuta anche in nome di un pragmatismo antieuropeista, perché “se, per portare avanti certi temi a cui tengo – ha detto Salvini durante l’incontro con de Benoist – come un’idea diversa di Europa, devo ragionare con la destra, ci ragiono volentieri” (5). Non, ovviamente, con impresentabili formazioni come Jobbik e Alba dorata, ma con i neopopulismi, forze che per la maggiore hanno al loro interno quote più o meno importanti della cosiddetta fascisteria (dalla matrice di un numero consistente di quadri, all’apparato mitopoietico), ma che si rivelano presentabili e ragionevoli: il Fn di Marine Le Pen, il Fpö di Hans-Christian Strache, il Pvv di Geert Wilders, i fiamminghi del Vlaams Belang ecc.</p>
<p align="justify">Nel farlo, Salvini ha sposato il nazionalismo, ideologia un tempo estranea al Carroccio, permettendo un’espansione del partito in zone come il centro-sud, un tempo estranee al consenso. “Per la prima volta nella sua storia – nota il giornalista-blogger antifascista Saverio Ferrari – la Lega ha tenuto e organizzato in una campagna elettorale iniziative nelle regioni del centro-sud. In prima fila lo stesso segretario. Anche il taglio degli slogan è mutato per indicare il nuovo corso: «Basta tasse, basta immigrati, no Euro, prima gli italiani!». La traduzione in pratica delle posizioni del Front national francese con il quale il partito di Salvini ha stretto un’alleanza in occasione del voto. Da qui il superamento del secessionismo [...] che ha fortemente impattato nel mondo dell’estrema destra, che incapace di presentare proprie liste è rifluito in larga parte in quelle della Lega. È stato il caso di CasaPound, che ha sostenuto apertamente nel centro Italia la candidatura di Mario Borghezio, poi eletto con poco più di cinquemila preferenze” (6).</p>
<p align="justify">Se si esclude l’ovvio – è risaputo che il leghista Borghezio è stato un quadro ordinovista, una colonna del mensile antimondialista della destra radicale Orion, diretto da Maurizio Murelli, interessato, dal 1987 al 1992, al regionalismo leghista (la cui rivista è stata l’incubatrice dei <em>fascisti del III millennio</em> con le sue iniziative culturali, si vedano le Università d’estate di Sinergie europee) e, cosa non meno importante, sorta di plenipotenziario sin da tempi di Bossi per i contatti con l’estrema destra europea (7) – è chiaro che la rivoluzione salviniana ha riempito un vuoto lasciato da An, da sempre, grazie alla destra sociale, capace di aggregare attorno a sé tutto quello che stava alla sua destra. Ora, invece, cavalcando gli squilibri creati dalle politiche neoliberiste della Ue, Salvini – nominalmente nemico di tale sistema – diviene il nuovo referente di tale area politica, alla perenne ricerca di punti di riferimento.</p>
<p align="justify">Non casualmente cambiano anche i referenti a livello geopolitico: se la vecchia Lega si era schierata – come la sinistra radicale, Fiamma tricolore, il Grece di de Benoist e gli antimondialisti di Sinergie europee – contro la guerra alla Serbia di Slobodan Milosevic (8), ora che a far da contraltare agli Stati Uniti, al loro desiderio unipolare di dominare le sorti del globo e alla loro <em>way of life</em> neoliberista c’è il presidente Vladimir Putin – amato e osannato dalle destre radicali e dalla nouvelle droite per la presenza nell’entourage presidenziale del professor Aleksandr Dugin, filosofo nazionalbolscevico e teorico indiscusso dell’Impero Eurasiatico e punto di riferimento per tutti i fautori dell’Eurasia, un grande blocco geopolitico unito da Dublino a Vladivostok e alleato con i Paesi del Brics e quelli antiamericani – il cuore della Lega batte per lui e per la Russia; al punto di arrivare a invitare delegati del partito putiniano al Congresso leghista e a Mosca tramite l’Associazione culturale Lombardia-Russia, diretta dal giornalista leghista Gianluca Savoini (orionista della prima ora e vicinissimo a Murelli fin dagli anni Ottanta) e dall’ex giornalista di TelePadania Max Ferrari (ex Guardia padana, che nei primi anni Novanta, con lo scoppio della guerra in Jugoslavia, ha compiuto insieme a giovani leghisti varesini e piemontesi – come l’on. Guido Rossi, ex membro del Circolo culturale Barbarossa, animato nel 1979 da Murelli a Saluzzo e frequentato da Borghezio – diverse spedizioni in Croazia e nei Balcani per prestare aiuto alle popolazioni locali).</p>
<p align="justify">Questo circolo – ve ne sono di identici nel Front e negli altri partiti neopopulisti – in prima linea nell’intessere i legami diplomatici fra via Bellerio e il Cremlino, ha patrocinato un incontro tenutosi nel capoluogo lombardo alla presenza di Aleksandr Dugin il 4 luglio 2014, dal tema: “La sfida eurasiatica della Russia”. Ma che c’entra Salvini, i legami con il neofascismo e il liberalismo tanto sbandierato?</p>
<p align="justify">
<strong>La rivoluzione liberale del gobettiano Salvini</strong><br />
Nel novembre 2014 il presenzialista lepenista Matteo Salvini, a zonzo per l’etere da un talk show all’altro o inviando valanghe di post provocatori su Twitter e Facebook, è balzato agli onori della cronaca politica – che tra l’altro non lo ha mollato un secondo da quando è diventato segretario – grazie al suo <em>nuovo progetto</em> che sembra antitetico a quello movimentista filolepenista: la ‘rivoluzione liberale’, un vecchio cavallo di battaglia del centro-destra dal 1994 e, secondo loro, mai realizzato. Uno dei fautori di tale svolta, Igor Iezzi, coordinatore provinciale di Milano per la Lega Nord, già nell’ottobre 2013 affermava: “Non ce li vedo Maurizio Lupi e Angelino Alfano a fare la rivoluzione liberale”. “Berlusconi – proseguiva l’esponente leghista – ci ha provato agli inizi della sua avventura politica, derubando la Lega di molte istanze liberali, ma poi si è arenato con alleati che a seconda della latitudine assumevano posizioni più o meno stataliste. [...] Dobbiamo rilanciare i temi del meno Stato e più Società che la Lega degli inizi aveva trasformato nel suo principale cavallo di battaglia e in questo modo sono certo che riconquisteremo molti dei voti finiti al Popolo della Libertà/Forza Italia. Torneranno a casa, ecco, qui nel Carroccio” (9).</p>
<p align="justify">Ed ecco tornare gli anni Novanta, in cui dirigenti e militanti attingevano al pensiero liberale mentre alcuni quadri locali, quelli provenienti dalla destra radicale e identitaria, facevano convegni nel varesotto o in Veneto con il filosofo della nouvelle droite Alain de Benoist, o si facevano ospitare sulle pagine di Diorama letterario, organo della nuova destra italiana di Marco Tarchi, anch’egli interessato al neonato progetto federalista della Lega (10).</p>
<p align="justify">Insomma, identitarismo etnocentrico unito a un po’ di sano neoliberismo, il tutto equilibratamente bilanciato e corretto dalla sempre eterna ‘preferenza nazionale’, ripresa nei programmi sull’immigrazione delle destre populiste europee, che non mette in discussione il sistema economico e le privatizzazioni ma pone paletti identitari per l’accesso al welfare e ai servizi pubblici, il classico <em>Prima i nostri!</em>, formula adottata dal Front national di Jean-Marie Le Pen dal 1985 ed elaborata da Yvan Blot e Jean-Yves Le Gallou, ex quadri intellettuale del Grece di Alain de Benoist animatori nel 1979 del Club de l’Horloge, circolo politico-culturale nato in seno alla nouvelle droite, economicamente reaganiano, atlantista e al servizio diretto delle destre tutte, quelle liberalconservatrici, quelle golliste e quelle nazionalpopuliste, per costruire una <em>droite plurelle</em> e unitaria – a differenza della casa madre grecista, favorevole alla sussidiarietà, critica verso l’americanismo e l’approccio politico diretto (11).</p>
<p align="justify">Dunque, se ‘liberale’ per Berlusconi &amp; Co. (ma pure per gli avversari definiti ‘comunisti’ dalla propaganda berlusconiana, ieri fautori delle prime leggi sulla precarietà e oggi del Jobs Act, elogiato da Bce, Fmi e Moody’s) è sinonimo di ‘deregolamentazione’, per la Lega Nord e forze populiste affini significa usare quanto risulta più comodo della globalizzazione neoliberista, diventando poi antimondialisti e patriottici (localmente o a livello nazionale) quando le contraddizioni sono evidenti, il proprio elettorato se ne accorge o ne diviene vittima.</p>
<p align="justify">Ma la rivoluzione liberale salviniana è oggi soprattutto contro Renzi, contro i lacci di Bruxelles per ottenere un’egemonia all’interno del centro-destra, ora che è in cerca di nuova leadership. Nel novembre 2014, in un’intervista a Massimiliano Mingoia, Salvini sostiene che tale rivoluzione “parte da un programma. Il 13 dicembre a Milano presenteremo la nostra proposta di rivoluzione fiscale. Dagli Stati Uniti arriverà il professor Alvin Rabushka, uno degli ideatore della flat tax. L’obiettivo è un dimezzamento delle tasse con un progetto serio”, e afferma che la vera rivoluzione liberale proposta da Berlusconi nel 1994 potrà esser fatta oggi con lui, dato che “ci sono tutte le condizioni per farla. Siamo in una situazione di emergenza che vent’anni fa non c’era. Adesso siamo con l’acqua alla gola, bisogna cambiare il sistema fiscale italiano. Con lo 0,1 in meno non si risolve nulla”. E ancora, dopo i viaggi in Paesi antiamericani come la Russia di Putin e la Corea del Nord, il leader leghista afferma: “Mi piacerebbe andare negli Stati Uniti, a Washington, ma non per incontrare i democratici, ma i repubblicani, che spero vincano le elezioni di Midterm. Finalmente il bluff di Obama sta per essere svelato. Mi sembra una parabola simile a quella di Renzi. Tante promesse e una fine ingloriosa” (12).</p>
<p align="justify">Un percorso che, non a caso, ricorda quello di Marine Le Pen, anch’essa filoputiniana, antieuropeista, favorevole a svolte sociali e sostenuta da numerosi quadri dell’estrema destra antimondialista e anticapitalista, che nel 2011, dopo essere stata eletta presidente del Front national, è “volata a New York [...] e ha incontrato per venti minuti l’ambasciatore d’Israele all’Onu, Ron Prosor. E il quotidiano Haaretz le concede una possibilità, purché la condanna dell’anti-semitismo sia «chiara e forte». A Palm Beach, Marine ha cenato con duecento repubblicani del Tea Party da Bill Diamond, finanziatore ebreo di Rudolph Giuliani. E per un soffio non è stata accolta da vip al Museo della Shoah a Washington. Che il secondo turno sia dietro l’angolo?” (13).</p>
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<p align="right"><em> <a href="http://www.rivistapaginauno.it/matteolucaandriola.php">Matteo Luca Andriola</a></em></p>
<p align="left">
<p align="left">
<p><span>1) Cfr.<a href="http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-front-national.php"><em> Il Front national in Francia: la cavalcata di Marine Le Pen</em></a>, Matteo Luca Andriola, Paginauno n. 38/2014<br />
2) R. Maroni, <em>Il mio Nord. Il sogno dei nuovi barbari</em>, con C. Brambilla, Sperling &amp; Kupfer, 2012, pp. 3, 4<br />
3)<em> Ibidem</em>, p. 20, 21<br />
4) Cfr. <a href="http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-lega-nord.php"><em>Alain de Benoist e Matteo Salvini: una Lega Nord “al di là della destra e della sinistra”</em></a>, Matteo Luca Andriola, Paginauno n. 36/2014<br />
5) <em>Salvini si prepara a guidare la lega: “Alleanze con la destra estrema? Ci ragiono volentieri”</em>, il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2013<br />
6) S. Ferrari, <em>Lega Nord, l’estrema destra ora parla «padano»</em>, Il Manifesto, 4 settembre2014<br />
7) “Io, in semilibertà, mi ero stabilito a Saluzzo. Là avevo fondato Orion, punto di ritrovo di tante persone di destra. [...] Borghezio era un giovane avvocato con origini di estrema destra, aveva il pallino del complotto giudaico-massonico. [...] Poi, purtroppo, sono stato io a consigliargli di entrare in Lega. Quel movimento era agli albori. Qualcuno di noi lo considerava una pagliacciata. Altri no. Io ho detto a Mario: prova a entrare, mi pare che in Lega si stia concentrando il discorso delle tradizioni, dell’identità&#8230; È entrato, fine anni Ottanta. Dopo un po’ l’ho perso di vista. E me lo ritrovo capovolto. [...] Non avrei mai pensato che arrivasse a quest’odio per l’Islam, a questa difesa delle radici cristiane. È inspiegabile, è un non-senso. [...] Perché le radici che consideravamo, allora, erano semmai pagane. [...] E comunque l’islamismo è rispettatissimo”. M. Murelli, dichiarazione rilasciata a M. Sartori, in <em>Borghezio: Fascio, Lega e Bastone. Ora è il campione della lotta all’Islam ma un tempo gridava al complotto giudaico-massonico</em>, l’Unità, 23 ottobre 2002<br />
8) L’avvocato milanese Stefano Vaj, ex esponente della nuovelle droite e ora membro dell’associazione filoleghista Terra Insubre, nota che “potrebbe perciò piacevolmente sorprendere l’assoluta unanimità con cui praticamente tutte le forze al di fuori dalla più immediata area culturale occidentalista e mondialista – da Rifondazione comunista al Front national, dalla Lega Nord a Sinergie europee al Grece alla Fiamma tricolore – hanno mostrato di percepire immediatamente strumentalità e reale significato dell’attacco degli Usa alla Serbia di Slobodan Milosevic”. S. Vaj, <em>Processo alla Serbia</em>, L’Uomo libero, n. 54, ottobre 2002. Sull’organo leghista furono ospitati interventi di Alain de Benoist e Guillaume Faye, anch’egli noto esponente del Grece e amico di Vaj. Cfr. A. de Benoist, <em>Kosovo e Kurdistan, due pesi e due misure</em>, La Padania, 2 aprile 1999; Id.,<em> Si è aperto il vaso di Pandora</em>, ivi, 6 aprile 1999; G. Faye, <em>I governi europei battano un colpo</em>, ivi, 19 aprile 1999<br />
(9) M. Brusini,<em> Il futuro della Lega si chiama rivoluzione liberale</em>, L’Intraprendente, ottobre 2013<br />
10) I contatti fra nuova destra e il leghismo iniziano nel 1992/93 con la nascita del sistema Maastricht. Nel settembre 1993 esce un numero monografico di Diorama letterario (n. 171) intitolato “L’ipotesi federalista, una prospettiva per l’Europa dei popoli”, con contributi di Irene Pivetti e Gianfranco Miglio; segue, l’11 dicembre 1993, un dibattito organizzato a Gorizia dalla locale giunta regionale della Lega, intitolato “Dopo Maastricht, quale Europa? Prospettive e scenari per l’unità europea”, con Alain de Benoist. Cfr. E. D’Erme, <em>Un federalismo imperiale. Lega e Nuova Destra si sono incontrate a Gorizia. Stesse parole, nemici e proposte. Invitato d’eccezione, il filosofo francese Alain de Benoist</em>, Il manifesto, 15 dicembre 1993<br />
11) Cfr. J.-Y. Le Gallou, <em>La Préference nationale: réponse à l’immigration</em>, A. Michel, 1985. Mentre il Grece afferma che l’economia “non è un fine, ma uno strumento al servizio della politica. Per questo è necessaria una direzione politica dell’economia che permetta l’emergere di un civismo economico superiore agli interessi e ai profitti del mercato, i quali non fanno necessariamente gli interessi della patria” (Ch. Champetier, <em>Europe trosième Rome</em>, Grece, 1988), ed è quindi favorevole alla sussidiarietà e a forme di neocorporativismo, i ‘dissidenti’ del CdH ritengono che la promozione di un welfare state creerebbe omologazione, livellamento ed egualitarismo forzato, e sono per un “liberalismo al servizio dei popoli”: “L’identità va di pari passo, in Occidente, con la libertà. [...] Essere libero significa affermare la propria identità, ciò vale sia per il singolo individuo che per il gruppo” (Lettre d’information du Club de l’Horloge, n. 39/1988). Sulla sussidiarietà e sul suo legame intrinseco con il neoliberismo, cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="http://www.rivistapaginauno.it/welfare-sussidiarieta-cl.php">Il welfare ai tempi della sussidiarietà neoliberista: privato e clericale</a></em>, Paginauno, n. 30/2013<br />
12) M. Mingoia, L’intervista <em>Salvini: “Sarò meglio di Berlusconi. Farò la vera rivoluzione liberale”</em>, QN Quotidiano nazionale, 3 novembre 2014<br />
13) M. Ventura, <em>Francia: sfida a destra al primo turno</em>, Panorama, 6 dicembre 2011</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-lega-nord-%20salvini.php</p>
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