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	<title>Comunismo e Comunità &#187; fine berlusconismo</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Ei fu</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 12:35:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Pagliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<description><![CDATA[di Piero Pagliani 1. Fine di un ciclo. 2. “C’è del marcio nella CIA!” 3. Inizia la crisi. Arriva la globalizzazione. “Vendesi Grecia. Tutto ai privati per 50 miliardi” 4. E arriva anche quel rompiballe di Berlusconi 5. Berlusconi se ne va 6. Una nuova stagione? 1. Fine di un ciclo Comunque vadano i ballottaggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="ilcrollodiberlusconi" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/05/ilcrollodiberlusconi-258x300.jpg" alt="" width="244" height="284" /></p>
<p>di Piero Pagliani</p>
<p>1. Fine di un ciclo.<br />
2. “C’è del marcio nella CIA!”<br />
3. Inizia la crisi. Arriva la globalizzazione. “Vendesi Grecia. Tutto ai privati per<br />
50 miliardi”<br />
4. E arriva anche quel rompiballe di Berlusconi<br />
5. Berlusconi se ne va<br />
6. Una nuova stagione?</p>
<p><span id="more-2563"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>1. Fine di un ciclo</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Comunque vadano i ballottaggi il ciclo Berlusconi è ormai concluso.<br />
E’ durato poco più di 16 anni. Molto di meno del quasi cinquantennale ciclo<br />
democristiano.<br />
Una volta a sinistra si diceva: “Non voglio morire democristiano”. Ieri si<br />
diceva: “Non voglio morire berlusconiano”. E così sarà. D’altra parte io non ne<br />
ho mai dubitato, per delle ragioni che cercherò di spiegare.<br />
Gli Italiani vedono meno televisione? Hanno riscoperto la bellezza della<br />
democrazia e della nostra Costituzione? Si sono indignati per il priapismo del<br />
premier (scusate l’allitterazione)? Si sono stufati dei conflitti d’interesse? La<br />
sinistra fa proposte migliori? Il potere logora?<br />
No, tutte queste cose, ammesso che siano vere e persino messe assieme, non<br />
spiegano il tramonto di Berlusconi. Saranno spiegazioni sufficienti per i politologi<br />
che passeranno per i vari media a guadagnarsi il loro gettone di presenza,<br />
magari provenendo da cattedre prestigiose, per spaccare il voto in quattro<br />
e le ragioni del voto in cinque. Ma sarà come spiegare che uno si è preso la<br />
polmonite perché ha la febbre, magari per scoprire inoltre che tutta ’sta febbre<br />
era solo un banale 37,1.<br />
Che poi soggettivamente per qualche elettore una o più di quelle ragioni siano<br />
state sufficienti, dimostra solo che i teatrini della politica in qualche misura<br />
fanno presa, ammaliano o meglio, come avrebbe detto Brecht, “cucinano”.<br />
Sarò un po’ testone e un po’ vetero, ma quando mi trovo davanti a fenomeni<br />
come questi chiedo sempre soccorso a Gramsci che quasi cento anni fa<br />
avvertiva: ecco la maschera sghignazzante della realtà che giganteggia sulle<br />
banali rappresentazioni che si seguono sulla scena politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>2. “C’è del marcio nella CIA!”</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Il potere logora? Bene, come mai quello democristiano si è logorato in<br />
cinquant’anni e quello berlusconiano solo in sedici?<br />
Differenza di caratura tra Andreotti e Berlusconi? Ah, che questa differenza<br />
ci sia è indubbio, ma io credo che in realtà le ragioni stiano proprio in quei<br />
fenomeni macroscopici che per quanto giganteggino giganteschi solitamente<br />
nessuno li vede.<br />
Il potere democristiano iniziò quando il presidente statunitense Truman con<br />
la sapiente regia del suo Segretario di Stato, Dean Acheson, inventò la Guerra<br />
Fredda.<br />
Il problema era questo: lo strapotere economico e finanziario degli USA,<br />
esito delle due guerre mondiali, rischiava di mandare in bancarotta i partner<br />
commerciali degli Stati Uniti. Il Piano Marshall non bastava al rilancio delle loro<br />
economie: occorreva un’iniezione maggiore di risorse. Ma bisognava vincere le<br />
ritrosie, il conservatorismo in materia fiscale e l’isolazionismo del Congresso. “La<br />
[guerra di] Corea arrivò, e ci salvò”, ricordò in seguito Acheson, con una certa</p>
<p style="text-align: justify;">dose di cinismo.<br />
Iniziò così, per ragioni legate al dio Mammona, la lotta del Bene contro<br />
il Male che ancora prosegue e che fu caratterizzata da crisi annunciate e<br />
metodicamente verificatesi con episodi controversi, dall’antecedente attacco a<br />
Pearl Harbor, che servì a vincere il radicato isolazionismo americano, la citata<br />
crisi coreana, “prevista” un anno prima proprio da Acheson, il famoso incidente<br />
del Golfo del Tonchino, che aprì le tragiche danze in Vietnam, per arrivare all’11<br />
settembre, “previsto” un anno prima dagli strateghi neocons del Project for a<br />
New American Century, per arrivare infine a cose più artigianali come i 10.000<br />
morti ammazzati da Gheddafi in tre giorni dei quali anche il Pentagono ammise<br />
di non avere le prove.<br />
Complottisti! Complottisti!<br />
A parte il fatto che queste accuse suonano un po’ bizzarre in un Paese in<br />
cui i servizi segreti ne hanno fatte di cotte e di crude, a parte il fatto che esse<br />
sono oggi ripetute da persone che quarant’anni fa si esaltavano a vedere “I<br />
tre giorni del Condor” e ridevano con sufficienza quando, sul punto di scoprire<br />
l’intrigo, Robert Redford se ne usciva con la mitica frase “C’è del marcio nella<br />
CIA!”, a parte questi “amarcord”, qui non si sta parlando di complotti, ma<br />
di “tecnicalità” di supporto a politiche e strategie di ampio respiro legate ai<br />
meccanismi dell’accumulazione capitalistica. Che sono economici, finanziari,<br />
politici e culturali, anche se poi ci fa a volte comodo analizzarli separatamente.<br />
Ritorniamo allora alla strategia di Truman. Una volta diviso il mondo in due,<br />
buoni e cattivi, liberi e comunisti, questa specie di New Deal mondiale assunse<br />
dimensioni più realistiche e dove il ragionamento economico fallì ebbe successo<br />
la paura. Così il Congresso allentò i cordoni della borsa e tramite il più massiccio<br />
riarmo mai avvenuto in epoca di pace i soldi iniziarono a fluire in enormi<br />
quantità nell’Europa occidentale e in Giappone.<br />
I Paesi beneficati avevano il compito di ricostruirsi, crescere e moltiplicarsi, a<br />
maggior gloria degli scambi commerciali internazionali. Ma non avevano l’obbligo<br />
di “globalizzarsi”, altrimenti addio ricostruzione, crescita e moltiplicazione.<br />
E così la sovranità monetaria e il controllo sui flussi di capitali, o il sistema<br />
progressivo di tassazione, il welfare e l’industria pubblica o partecipata, erano<br />
cose considerate del tutto normali. Nessuno le metteva in discussione.<br />
La Democrazia Cristiana era il partito plenipotenziario in Italia col compito<br />
di attuare quell’obbligo biblico e imperiale. Ad ogni modo, approfittando del<br />
suo ruolo e della Guerra Fredda, ogni tanto faceva un po’ la fronda al potere<br />
imperiale centrale. La sua tradizionale politica filoaraba (ridimensionata<br />
dall’assassinio CIA-mafia del presidente dell’ENI, Mattei) era una di queste<br />
parziali autonomie, ereditate poi dal Partito Socialista di Craxi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>3. Inizia la crisi. Arriva la globalizzazione. “Vendesi Grecia. Tutto ai<br />
privati per 50 miliardi”</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma nel 1971, con la dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro in oro,<br />
iniziò “ufficialmente” la crisi attuale. Una crisi di sovraccumulazione, si badi. Cioè<br />
nel “ventennio d’oro del capitalismo” che seguì la fine della II Guerra Mondiale<br />
si erano accumulati capitali in modo troppo ampio e veloce perché potessero<br />
essere reinvestiti con profitto negli stessi settori che avevano permesso<br />
quell’accumulazione stessa. Dal canto suo, il debito pubblico statunitense aveva<br />
preso la tangente verso vette senza precedenti, a causa della guerra in Vietnam,<br />
che stava per giunta per essere persa, e le altre spese imperiali.<br />
Dopo un tira e molla tra finanza pubblica e finanza privata e uno scompiglio<br />
monetario internazionale, durato poco meno di un decennio, durante il quale la<br />
finanziarizzazione piantò i suoi semi, anzi i suoi virgulti, con l’amministrazione</p>
<p style="text-align: justify;">Reagan e la sua deregulation New York fece pace con Washington e si impose su<br />
tutto il mondo la diarchia Wall Street-Tesoro USA.<br />
I capitali che venivano disinvestiti o non investiti in commercio e industria<br />
a causa della sovraccumulazione presero due strade: la speculazione<br />
finanziaria e la rapina della ricchezza già esistente nel mondo.<br />
La prima lasciò dietro di sé la desolazione della deindustrializzazione. I<br />
quartieri operai, ma anche quelli della media borghesia, presero l’aspetto<br />
di aree socialmente devastate, terreno di scorrerie della malavita, mentre<br />
fiorivano, a vantaggio di una élite ristretta, i “prodotti finanziari”, derivati di<br />
derivati di derivati di ricchezza reale, che soppiantavano a ritmo vertiginoso i<br />
prodotti materiali: nasceva il termine “industria finanziaria”, il denaro che si<br />
autogenerava come nel campo dei miracoli del Paese di Acchiappacitrulli di<br />
Pinocchio.<br />
Insomma i padroni delle ferriere avevano lasciato la leadership al Gatto<br />
e alla Volpe.<br />
Il motto “Ciò che è buono per la General Motors è buono per l’America” fu<br />
rimpiazzato da quello “Ciò che buono per Wall Street è buono per l’America”.<br />
Per rapinare la ricchezza esistente bisognava che chi la deteneva si facesse<br />
rapinare. I capitali, ansiosi di speculazioni e di ricchi shopping, premevano<br />
perché ciò che era normale, cioè la sovranità monetaria, il controllo sui<br />
flussi di capitale, il sistema progressivo di tassazione, il welfare e l’industria<br />
pubblica o partecipata, dovesse essere considerato anormale, inefficiente,<br />
obsoleto, e quindi doveva essere smantellato: “Privato è bello”, “Pubblico è<br />
cattivo”, “Privatizzare è d’obbligo”. Generazioni di economisti di tutto il mondo<br />
specializzatisi negli USA, sovente brillanti, furono formate su queste parole<br />
d’ordine giustificate da elaborati ed eleganti modelli matematici. Spesso, dopo<br />
periodi passati presso le Istituzioni Finanziarie Internazionali, come l’FMI e la<br />
Banca mondiale, o presso le grandi banche d’affari come la Goldman Sachs,<br />
venivano incanalati nei gangli del potere dei Paesi di origine, portandosi dietro<br />
quella formazione mentale e importanti relazioni alle quali era difficile sottrarsi<br />
(non ne faccio quindi una questione moralistica; questo è il modo di operare di<br />
un impero che si rispetti ed è successo che alcune di queste menti pensanti col<br />
tempo abbiano sviluppato un’elaborazione indipendente e critica).<br />
Il Washington Consensus e i famigerati “aggiustamenti strutturali” imposti<br />
dall’FMI ai Paesi da rapinare divennero gli arnesi da scasso.<br />
La Russia di Boris Yeltsin, l’ubriacone, cleptocratico e compradore che<br />
successe a Gorbaciov in circostanze non proprio limpide, fu venduta all’incanto,<br />
al prezzo stabilito dai cervelloni dell’Università di Harvard. Morirono d’indigenza<br />
milioni di persone e l’aspettativa di vita crollò drasticamente.<br />
Sembra un lontano passato, ma è ancora un tragico futuro, perché la crisi non<br />
è per nulla finita e nemmeno le rapine. Non è un caso che su “Affari e Finanza”<br />
di ieri 16 maggio, si possa leggere in prima pagina: “Vendesi Grecia. Tutto ai<br />
privati per 50 miliardi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>4. E arriva anche quel rompiballe di Berlusconi</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Rapine di questo tipo devono avere degli “inside men”, dei complici<br />
interni. Innanzitutto occorreva scardinare il precedente sistema di potere,<br />
indipendentemente da quanto fosse stato fedele (se poi a Sigonella ha fatto<br />
puntare i mitra dei Carabinieri italiani contro le forze speciali statunitensi c’è<br />
ancora più gusto). Per il semplice motivo che quel sistema di potere era troppo<br />
invischiato nei precedenti meccanismi di accumulazione “nazionali”.<br />
Si mise allora a punto una sorta di superarchivio delle inevitabili corruzioni<br />
che pervadono i centri di potere. Un archivio mondiale che fu usato in modo</p>
<p style="text-align: justify;">clamoroso in Italia.<br />
I Paesi alleati non potevano, per definizione, essere bombardati. Così si<br />
puntò sul “logoramento da potere”. In altre parole si contò sul fatto che dopo<br />
cinquant’anni i cittadini non ne possono più dei soliti padri-padroni. In teoria è<br />
vero, ma nella pratica è un calcolo che si è rivelato errato tanto in Italia, quanto<br />
in Iraq, in Libia e in Siria. Occorre infatti vedere cosa si offre in cambio. E se in<br />
cambio si offrono impoverimento, precarietà, perdita di dignità, asservimento,<br />
complotti (veri), e in alcuni casi un governo di tagliagole fondamentalisti<br />
benedetto dalla “più grande democrazia del mondo”, è difficile che la transazione<br />
vada in porto.<br />
In Italia lo smantellamento del vecchio ordine, politico ed economico, doveva<br />
essere affidato agli ex comunisti, con l’ausilio dell’ala sinistra della Democrazia<br />
Cristiana. Una scelta ragionevole: il sistema democristiano era degenerato<br />
nel CAF (asse Craxi-Andreotti-Forlani) e il Partito Comunista Italiano era<br />
stato l’unico credibile partito di opposizione. Inoltre dal segretario Berlinguer<br />
in poi aveva fatto della “questione morale” un cavallo di battaglia e tutto<br />
doveva svolgersi attorno a tale questione. In apparenza, per lo meno. Così,<br />
una volta sdoganati geopoliticamente grazie alla caduta del Muro di Berlino<br />
e all’implosione dell’URSS (e agli abboccamenti di cui fu pioniere l’attuale<br />
Presidente della Repubblica), l’attacco giudiziario al CAF sembrava permettere<br />
una facile passeggiata al ricambio di potere.<br />
Qui occorre chiarire cosa fu l’operazione “Mani Pulite”. Non è necessario<br />
pensare a magistrati singolarmente asserviti a poteri stranieri. Si pensi invece<br />
ad un investigatore che per anni, svolgendo legittime indagini in una casa, ha<br />
cercato invano di aprire certe porte ai piani superiori tenute rigorosamente<br />
sbarrate. Improvvisamente alcune di queste porte si aprono e l’inchiesta può<br />
proseguire. Altre però rimangono sbarrate. Aveva voglia Bettino Craxi a chiedere<br />
che a quel punto venissero aperte tutte le porte e non solo alcune! La sua<br />
chiamata di correo fu giudicata poco elegante ed un’ammissione di colpevolezza.<br />
Chi insistette, o ancora insiste, a voler forzare le altre porte del castello di<br />
Barbablù rischiava e rischia molto, come succede alla dottoressa Clementina<br />
Forleo, sbatacchiata di qua e di là dal CSM, su precisa richiesta politica (si legga<br />
di Carlo Vulpio, “Roba Nostra”, Il Saggiatore, Premio &#8220;Rosario Livatino&#8221; 2009),<br />
privata della scorta e oggetto di minacce e di attentati mortali alla sua famiglia.<br />
Parallelamente a Mani Pulite si svolgeva l’addestramento di una élite<br />
di economisti e finanzieri italiani sui meccanismi della nuova politica di<br />
finanziarizzazione e di “accumulazione per espropriazione”, come è stata<br />
chiamata da David Harvey (è da qui che inizia l’agonia dei beni comuni,<br />
come l’acqua). Un addestramento iniziato, sempre nel fatidico 1992, con un<br />
viaggio d’istruzione sul panfilo Britannia, messo gentilmente a disposizione da<br />
sua Maestà Britannica alla crème de la crème della finanza anglosassone e ai<br />
suoi ospiti italiani (si veda di Massimo Maggi, “Convegno sul Britannia, sponsor<br />
la Regina. Manager ed economisti invitati a un dibattito sul Mediterraneo, a<br />
bordo dello yacht della famiglia reale inglese”. Corriere della Sera, 2 giugno<br />
1992).<br />
Tutto sembra muoversi come stabilito. Bettino Craxi è insultato davanti<br />
alle televisioni di tutto il mondo a suon di lancio di monetine, in perfetto stile<br />
rivoluzione colorata. La “gioiosa macchina da guerra” di quello che fu l’ultimo<br />
segretario del PCI, Achille Occhetto, sembra messa a punto e poter trionfare.<br />
Ma, minacciato direttamente da tale gioiosa macchina, scende in campo il<br />
Cavalier Silvo Berlusconi.<br />
Il cavaliere cerca di cavalcare Mani Pulite, ma non gli riesce bene, perché in<br />
realtà è uno dei maggiori beneficati dalla cosiddetta Prima Repubblica. Tuttavia</p>
<p style="text-align: justify;">non è qui il punto. Berlusconi è un outsider, è fuori dai giri dei salotti buoni della<br />
finanza e dell’industria italiana. E’ il parvenu per eccellenza, sia nel mondo degli<br />
affari sia, ora, in politica.<br />
Ed è per questo che i settori che hanno deciso di resistere alla svendita<br />
globalizzatrice si trincerano dietro di lui, assieme alla maggioranza degli Italiani<br />
che aveva sostenuto fino a quel momento il CAF.<br />
E così Silvio Berlusconi divenne per la prima volta Presidente del Consiglio,<br />
inaspettatamente, contro ogni previsione. Confesso anch’io che quando sentii la<br />
notizia al telegiornale pensai che fosse uno scherzo di Sabina Guzzanti.<br />
Scoppia la sindrome della rivoluzione colorata fallita: come? come mai la<br />
gente non si ribella a chi per decenni ha corrotto, ha concusso, ha abusato del<br />
proprio potere? come mai non acclama i “liberatori”? Nascono le spiegazioni di<br />
ogni tipo: lo strapotere mediatico di Sua Emittenza, il sostegno statunitense,<br />
quello dei poteri forti. Nulla di tutto ciò. I poteri forti, quelli che si raccolgono<br />
attorno a Mediobanca, al patto di sindacato RCS, al gruppo Espresso, al<br />
gruppo Agnelli, hanno un’altra agenda nella quale Berlusconi o non c’entra o<br />
c’entra in forma negativa. Le sue tre reti televisive nazionali hanno di sicuro<br />
un peso, ma non bastano come spiegazione. Inutile andare a scomodare quel<br />
trombone di Popper: durante il quarantennio democristiano i pochi canali erano<br />
pubblici, controllati da un esponente dell’Opus Dei, eppure avevamo il più<br />
grande partito comunista dell’Occidente e un’opposizione sociale e culturale di<br />
grande rilevanza. Nemmeno il preteso controllo delle tre reti nazionali è stata<br />
un’operazione “totalitaria”, se un vecchio arnese della CIA, complice del golpe<br />
cileno e con le mani grondanti del sangue del legittimo presidente socialista<br />
Salvador Allende, ha avuto la possibilità di ripetere più volte in una trasmissione<br />
in prima serata su RAI 3 alla fine del 2009: “Noi [noi l’impero, cioè] vogliamo<br />
che Silvio Berlusconi cada e che al suo posto vada Gianfranco Fini”. Tra i<br />
gridolini di gioia della sinistra: raccapricciante!<br />
Dopo le magre prove di Fini e la constatazione che le sue possibilità di<br />
successo erano minime, alla fine del 2010 però proclama che Obama sta con<br />
Berlusconi e non con Fini. Si stava evidentemente profilando l’aggressione alla<br />
Libia e gli Stati Uniti iniziavano a richiamare i fuoriusciti al soccorso dell’ex<br />
capo che doveva andare in guerra. Assieme a loro Obama stava per sostenere<br />
Berlusconi come la corda sostiene l’impiccato.<br />
Ma cosa era successo nel 2009? Come mai quell’ostilità a stelle e strisce?<br />
Cos’era successo all’uomo del G8 di Genova? Come mai si era inimicato il<br />
maggior alleato?<br />
Noi nelle segrete stanze non avremo mai modo di accedere. Ma un minimo<br />
di analisi politica senza i paraocchi ideologici permette di capire che dal 2003 il<br />
Cavaliere cerca decisamente di appoggiarsi a gruppi pubblici come ENEL ed ENI<br />
e ai rapporti privilegiati che questa intesa promuove con la Russia di Putin e altri<br />
Paesi produttori di idrocarburi fossili, come l’Iran, la Libia e il Venezuela.<br />
In altre parole si sta andando decisamente al di là dell’elasticità consentita<br />
dall’impero in tema di politica estera ed energetica, una preoccupazione, a dar<br />
credito a Wikileaks e alle dichiarazioni ufficiali, forse più dell’ambasciatore di<br />
Bush, Reginald Spogli, che non di quello di Obama, David Thorne.<br />
Può sembrare paradossale, ma è verosimile. Nonostante le apparenze, i<br />
forsennati attacchi internazionali contro Berlusconi, partiti invariabilmente<br />
dall’Economist e dal Financial Times, e dai centri di potere cui fanno riferimento<br />
- non certo per andare in soccorso delle pulsioni democratiche e costituzionali<br />
degli Italiani, alle quali il business è indifferente &#8211; e che hanno avuto come<br />
ripetitori nel nostro Paese La Repubblica fiancheggiata senza il minimo senso<br />
critico da tutti i giornali di sinistra (proprio mentre l’inetto Berlusconi dichiarava</p>
<p style="text-align: justify;">che la direzione andava al contrario, dai “comunisti” italiani ai due prestigiosi<br />
organi della City, “insufflati”, secondo lui &#8211; e poveri noi), questi attacchi,<br />
dicevamo, a cui si aggiungono le altre vicende giudiziarie di un uomo che come<br />
tutti i ricchi e potenti ha scheletri in ogni armadio e in più non è mai riuscito<br />
a distinguere i propri interessi personali da quelli del Paese, hanno messo in<br />
luce che Berlusconi non era un nuovo Mattei, come qualcuno si illudeva, ma un<br />
saltimbanco, abile quanto si vuole ma per il quale non valeva nemmeno la pena<br />
di scomodare la mafia. Bastava scomodare qualche minorenne.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>5. Berlusconi se ne va</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">E’ una previsione. La decimazione delle preferenze nella sua roccaforte<br />
milanese è solo la conferma che il suo ciclo si è chiuso. Ma la realtà che<br />
giganteggia sogghignante sopra il teatrino delle elezioni rivela che il suggello al<br />
suo declino bisogna cercarlo da un’altra parte: sta nell’umiliante consenso dato<br />
ad Obama di andare a bombardare il suo “amico” Gheddafi. Il punto d’approdo<br />
di una costante ritirata iniziata dal Duomo in faccia a Milano (conferma, dopo<br />
le migliaia di foto col teleobiettivo di Villa Certosa, che i servizi di sicurezza<br />
potevano decidere se proteggerlo o non proteggerlo) e la successiva precipitosa<br />
dichiarazione a Gerusalemme che la politica estera ed energetica italiana<br />
sarebbe stata subordinata agli interessi statunitensi e israeliani.<br />
Cosa è stato allora il quindicennio berlusconiano? In definitiva il tentativo<br />
di alcuni settori e di molti italiani di salvare alcuni interessi nazionali, pubblici<br />
e privati, dalla svendita e dall’asservimento alla “globalizzazione”, di cui<br />
magari apprezzavano invece gli aspetti culturali. Chiaramente una reazione<br />
contraddittoria e, come vedremo, nella direzione sbagliata (non è la prima<br />
volta che capita nella Storia). E’ allora più che mai indispensabile eseguire delle<br />
distinzioni.<br />
E’ chiaro che Berlusconi è stato un campione dei conflitti d’interesse, che ha<br />
quasi portato a comportamento ammesso (oltre altri sgradevoli comportamenti,<br />
che ne fanno anche un campione dell’intero insieme di cose che detesto),<br />
rendendoli una dato macroscopico dello scenario politico italiano. Cosa che a<br />
noi persone normali, tartassate dai contributi e dal reddito sempre più scarso,<br />
può stare e sta decisamente sull’anima. Ma è meno conflitto d’interessi quello<br />
che avviene per interposta persona? Tramite lobbying? E che dire della sinistra<br />
che indicava negli USA il Paese con le migliori leggi contro tale conflitto? Non<br />
era un conflitto d’interesse di dimensione mondiale quello che ex parte subiecti<br />
ha scatenato la guerra in Iraq della junta petrolera di Bush? E che dire del<br />
caso Enron, un super caso Parmalat in formato presidenziale? E per finire, cosa<br />
dobbiamo dire dell’amministrazione Obama, zeppa di bankster, some dicono lì,<br />
cioè di finanzieri e banchieri pirata?<br />
Berlusconi è stato accusato di cesarismo. Certo, il suo ripetuto appellarsi<br />
al plebiscito personale è cesarismo. Ma è ciò che è sempre accaduto<br />
quando la sinistra è venuta meno ai suoi doveri di difesa della sovranità<br />
nazionale, non per nazionalismo, ma per salvaguardare gli strati subalterni<br />
dalle rapine internazionali, non per nazionalismo ma per la più efficace<br />
forma di internazionalismo, che non è la “difesa dei diritti universali”, che<br />
porta invariabilmente ai “bombardamenti umanitari”, ma è il contrasto e<br />
l’indebolimento dell’imperialismo.<br />
L’ascesa del nazismo dovrebbe averlo insegnato, e invece mentre si<br />
analizzavano i reali, ma in parte esagerati, caratteri autoritari del berlusconismo,<br />
si riduceva tutto alla persona e agli strumenti che utilizzava, e non alle sue<br />
cause strutturali, non al fatto che si era in presenza di una riedizione blanda<br />
e farsesca &#8211; ma non per questo non seria &#8211; dei tragici avvenimenti che</p>
<p style="text-align: justify;">caratterizzarono la Repubblica di Weimar, infeudata alla finanza anglosassone, e<br />
caratterizzata dal fatto che la sinistra stava dimostrando con la sua infatuazione<br />
per le privatizzazioni e il suo continuo appoggio alle banche e alla finanza di<br />
essere parte del problema da risolvere e non della soluzione.<br />
Non a caso a Berlusconi si è affiancata la Lega, vera forza nazional-socialista<br />
ritagliata su una piccola patria artificiale. Non è un caso che tutte queste forze<br />
nazionaliste e xenofobe siano emerse assieme alla globalizzazione, in Olanda,<br />
Austria, Danimarca, India, Germania e oggi Ungheria. Col recente caso notevole<br />
del Front National di Le Pen figlia, che ha appreso e superato la lezione della<br />
Lega Nord italiana, ipotecando con grande abilità l’eredità gaullista tradita da<br />
Sarkozy.<br />
Oggi Bersani, segretario del PD, insiste in modo un po’ maldestro nella<br />
sua corte alla Lega. Alla sinistra non importa un bel nulla né della lezione<br />
storica né delle compagnie che frequenta. Però ha la faccia di bronzo di fare le<br />
ramanzine antifasciste agli altri. In realtà non esiste in Italia forza politica più<br />
genuinamente mini-nazional corporativa della lega, senza bisogno di fasci littori<br />
o di svastiche. Non penso proprio che il nuovo fascismo si presenterà con labari<br />
e in orbace, con le croci runiche di Casa Pound. Al più saranno di supporto o di<br />
contorno. Ma potrebbero essere ritenuti persino d’impiccio. E’ però più comodo<br />
far finta che il problema sia invece tutto lì.<br />
Vedremo come si svolgeranno i malumori della Lega. Non è escluso che<br />
sia pronta a lasciare Berlusconi. Non solo perché la Lega è sempre pronta<br />
ad abbandonare la nave che affonda, ma perché ormai Berlusconi è stato<br />
normalizzato, disinnescato. Draghi alla BCE col sostegno di Tremonti testimonia<br />
la fine del ciclo. D’altra parte persino Berlusconi sta abbandonando se stesso<br />
e ha già incoronato successore il biforcuto, intelligente e abile Ministro delle<br />
Finanze, uomo per tutte le stagioni. Da lui spera che vada in porto la trattativa<br />
per la buonuscita, cioè senza la scelta tra Hammamet e le manette. Perché può<br />
capitare questo quando si chiude un ciclo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>6. Una nuova stagione?</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Auguro personalmente successo a Giuliano Pisapia, è una persona stimabile<br />
e rispettabile (le stupidaggini su di lui del sindaco uscente Moratti ne sono<br />
una riprova). Può essere un ottimo amministratore. Ma se verrà eletto dovrà<br />
mantenere in riga la sua coalizione e tenere a bada gli inevitabili appetiti che<br />
l’Expo susciterà in qualcuno. Con l’appoggio dei milanesi ce la può anche fare.<br />
Il successo personale di Luigi De Magistris, lasciato solo all’ultimo momento da<br />
tutti, è meritato. In bocca al lupo. Se vince non dovrà dire grazie a nessuno. Un<br />
bel vantaggio.<br />
Detto questo concludiamo cercando di spingere lo sguardo verso il futuro.<br />
Certo, dobbiamo aspettare l’uscita ufficiale di scena, ma la chiusura del ciclo<br />
Berlusconi apre la possibilità di rifare politica in modo più chiaro, senza ricatti,<br />
la possibilità di riprendere un ciclo di lotte interrotto, con la consapevolezza<br />
acquistata in questi anni. La fine politica di Berlusconi toglie di mezzo un<br />
equivoco, una foglia di fico dietro la quale nascondere le vergogne di una<br />
politica prona ad interessi transnazionali con referente economico a New York e<br />
politico a Washington. Di fatto la fine politica di Berlusconi è come la morte della<br />
creatura di Frankenstein, che non può avvenire senza la morte del suo creatore.<br />
Destra e sinistra in questo sono stati mutuamente creature e creatori di mostri,<br />
due schieramenti complementari.<br />
Indipendentemente dal contenuto reale della sua proposta, sulla quale<br />
ho parecchi dubbi, il successo, seppure locale, della Lista 5 Stelle assieme<br />
all’incremento dell’astensionismo sono due lati dello stesso messaggio: gli</p>
<p style="text-align: justify;">Italiani sono stufi sia di creatori di mostri sia di creature mostruose, sono stufi<br />
di schieramenti che si rispecchiano l’uno nell’altro, sono stufi delle vecchie ma<br />
inconcludenti giaculatorie, fossero anche di nobile e gloriosa origine, sono stufi<br />
del politicamente corretto col quale si cerca di espungere le contraddizioni<br />
dal linguaggio mentre esse imperversano nella realtà, sono stufi dei teatrini nel<br />
mentre la maschera sghignazzante della realtà opprime la loro vita quotidiana e<br />
offusca il futuro loro e quello dei loro figli.<br />
Gli spazi di manovra per un’alternativa reale si stanno tutti riaprendo. Ma<br />
per coglierli bisogna lavorare seriamente ed essere credibili. L’alternativa va<br />
costruita, con impegno, con fatica, con scienza e coscienza. Deve affrontare<br />
l’enorme complessità di una crisi sistemica e di una transizione epocale e<br />
contemporaneamente superare il deficit di credibilità che grava ormai su<br />
chiunque faccia politica. Solo così si potrà prevenire il fascismo del futuro<br />
- ché è proprio da questi deficit che nascono i fascismi &#8211; cosa più importante<br />
che stare sempre col collo girato a guardarsi dal fascismo del passato (che<br />
è un po’ come prendersela solo con dei piccoli delinquenti locali, magari anche<br />
violenti, mentre non si nota l’azione pervasiva, silenziosa ma ben più aggressiva<br />
delle mafie dei colletti bianchi).<br />
Le sfide da affrontare sono contemporaneamente nazionali e internazionali.<br />
Collegano i singoli individui e i loro rapporti comunitari e sociali alle dinamiche<br />
globali, i processi molecolari dell’accumulazione capitalistica a quelli<br />
transnazionali. Altro che battito d’ali della farfalla che provoca il terremoto: la<br />
possibilità di accedere al bene comune acqua non è mai stata tanto connessa<br />
come oggi agli stessi motivi per cui occorre opporsi all’aggressione alla Libia.<br />
E allora si consideri bene una cosa: sotto l’incalzare delle stesse dinamiche<br />
internazionali che abbiamo illustrato, siamo probabilmente anche alla fine<br />
del ciclo Unione Europea. Una Unità Europea che è nata sulla sola BCE<br />
non può che morire sotto i colpi della crisi, perché non ha possibilità di difesa<br />
politica. La crisi non si fermerà perché Draghi andrà alla BCE o ci sarà un nuovo<br />
governo in Italia. Anzi, entrambe le evenienze rischiano di aprire ulteriormente<br />
gli spazi alle scorribande à la Washington Consensus, cioè all’accumulazione<br />
di capitale tramite la spoliazione, ovvero la rapina di risorse naturali, sociali,<br />
culturali, economiche e finanziarie, che ha come requisito la sottrazione di tali<br />
risorse alle giurisdizioni nazionali per assumerle nell’iperuranio dei “mercati”,<br />
entità immateriali, impersonali, chimeriche, intangibili e inarrivabili. E quindi<br />
incontestabili. Ma soprattutto fondamentalmente false.<br />
La fine del ciclo UE apre la possibilità concreta di inserire come un cuneo una<br />
politica progressiva di ritorno a sovranità nazionali basilari, come premessa<br />
indispensabile per un rilancio dell’Europa su altre basi, così come spiega<br />
lucidamente il grande economista Samir Amin:</p>
<p style="text-align: justify;">Il riallineamento delle sinistre elettorali europee all&#8217;idea che “l&#8217;Europa così com’è<br />
è meglio che non avere l&#8217;Europa” non permette di uscire dalla situazione di stallo,<br />
che richiede la decostruzione delle istituzioni e dei trattati europei. In mancanza<br />
di ciò il sistema dell&#8217;Euro, e dietro di esso quello dell’ “Europa così come è”,<br />
affonderanno in un caos il cui esito è imprevedibile. Si possono allora immaginare<br />
tutti gli “scenari”, compreso quello che si pretende di voler evitare, la rinascita di<br />
progetti di ultradestra. In queste condizioni la sopravvivenza di una Unione Europea<br />
perfettamente impotente o la sua implosione non fa molta differenza per gli Stati<br />
Uniti. L&#8217;idea di un’Europa unita e potente, che costringa Washington a prendere in<br />
considerazione le sue opinioni e interessi, è un&#8217;illusione (Samir Amin, “L&#8217;impossibilità<br />
di gestire l&#8217;Euro”. L’Ernesto Online del 31/05/2010).</p>
<p style="text-align: justify;">Amin, faceva conto per il riscatto su «una sinistra radicale [che] osasse</p>
<p style="text-align: justify;">prendere l&#8217;iniziativa politica della formazione di blocchi storici alternativi “anti-<br />
oligarchici”». In realtà ci faceva un conto limitato, come mi confidò una volta a<br />
Parigi. I tentennamenti della sinistra radicale rispetto all’aggressione alla Libia e<br />
alle minacce di aggressione alla Siria (e da parte di alcuni il sostanziale appoggio<br />
a queste aggressioni), la loro propensione ad “unirsi anche col diavolo” pur di<br />
battere Berlusconi (ovvero unirsi proprio con la causa del berlusconismo, come<br />
abbiamo visto, ripetendo sia i tragici errori di Weimar, sia quelli più farseschi<br />
del secondo governo Prodi, che segnò la fine di questa ala della sinistra), a mio<br />
avviso rendono del tutto impraticabile quella speranza, anche in una versione<br />
modesta.<br />
Occorre ricominciare da capo, con altre prospettive, con altre analisi.<br />
Non basta ripetere il breviario sulla lotta di classe per distinguersi da un<br />
processo storico che segue parallelamente la crisi e la chiusura degli spazi<br />
sociali, politici, culturali ed economici che davano ossigeno alla sinistra. Un<br />
processo storico che ha condotto ad un fenomeno ben descritto dall’economista<br />
americano Michael Hudson: «Che altro è l’attuale compito del labour parties se<br />
non quello di tradire i propri patti costitutivi?».<br />
In altre parti del mondo il redde rationem è già avvenuto con toni drammatici.<br />
Si pensi alle recentissime elezioni nel Bengala Occidentale, stato chiave<br />
dell’Unione Indiana di 90 milioni di abitanti, per 35 anni guidato dal governo del<br />
Left Front capeggiato dal Communist Party of India (Marxist), il CPM.<br />
Mi ricordo ancora la grande manifestazione a Calcutta dell’intellighenzia di<br />
sinistra bengalese contro il “suo” stesso CPM, dopo che il tradimento dei suoi<br />
patti costitutivi aveva portato al massacro di contadini che lottavano per la<br />
propria terra.<br />
E la scorsa settimana i nodi sono arrivati al pettine. Gran parte dell’elettorato<br />
di sinistra ha dirottato il proprio voto sul Trinamool Congress Party, un partito<br />
centrista, pur di sbarazzarsi del giogo del CPM, ormai avvertito come un cancro<br />
da estirpare. E così sarà: dopo 35 anni di strapotere la rappresentanza del Left<br />
Front e del CMP nel parlamento del Bengala Occidentale si è ridotta pressoché<br />
a niente, passando dai 233 seggi del 2006 ai 62 di oggi, mentre il Trinamool è<br />
salito da 30 a 184 e formerà il nuovo governo. Sono passati solo cinque anni.<br />
Sembra un’epoca geologica.<br />
Non solo il mondo è in preda a velocissimi movimenti convulsi. Bisogna anche<br />
ricordarsi che, come disse Marx, l’India è un’Italia di dimensioni asiatiche.</p>
<p style="text-align: justify;">
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</span></div>
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