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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Fini</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Gli intrighi di palazzo, il potere reale, la piazza</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 00:31:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">di Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;">La giornata di martedì 14 dicembre va bene analizzata per poter arrivare ad una sintesi valutativa utile per le indicazioni politiche che ne possono scaturire.</p>
<p style="text-align: justify;">La fiducia, Berlusconi l’ha ottenuta. Tre miseri voti, ma sufficienti per dare la fiducia. Che siano traditori o venduti poco interessa all’analisi politica, che non può basarsi su parametri di valore di questo tipo. Se poi vogliamo biasimare i biasimevoli onorevoli che sul filo del rasoio cedono il proprio voto allora dobbiamo essere più seri e severi – a rischio di essere equivocati dai soliti cretini – e ricordare come nei momenti “opportuni” i cambi di casacca ci sono sempre stati nella vita del Parlamento italiano. Specialmente da quando la Politica si esprime sul terreno della diretta dipendenza da logiche non politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero sconfitto è il signor Fini e i suoi pre/post/pre-fascisti futuristi, sui quali in molti – nazionali, ma soprattutto internazionali – avevano puntato, semplicemente perché considerato più affidabile dai cosiddetti poteri forti che altro non sono che l’espressione diretta delle concentrazioni economico-finanziarie alle quali tutti si inchinano: i cosiddetti “Mercati”, espressione metafisica dietro la quale si nasconde l’onnipotenza trascendente del dio – non religioso – capitalismo. Il Sole 24 ore titola una sua pagina: “I mercati tifano per un esecutivo più forte”. Cioè un governo stabile e forte capace di dare stabilità su un periodo di medio-lungo termine, per realizzare quelle famose (e antipopolari) riforme strutturali e rilanciare la crescita. I Mercati attendono i risultati del vertice dei capi di stato e di governo a Bruxelles all’Ecofin (Consiglio Economia e Finanza del Consiglio dell’Unione europea) straordinario. Ma nonostante il Financial Times consideri buona la notizia di una mancata  crisi al buio i Mercati per voce della banca internazionale Barclays (la banca dall’ “anima inglese”) in una nota inviata ai suoi investitori sentenzia così: «Sebbene Berlusconi abbia vinto il voto di fiducia, l’instabilità politica è destinata a permanere in Italia. Senza l’appoggio dei finiani moderati nell’attività governativa, Berlusconi continuerà a soffrire per l’assenza di una maggioranza stabile alla camera». Un’altra voce dei Mercati, Bnp Paribas (“la banca per un mondo che cambia”, “leader europeo nei servizi finanziari di portata mondiale”) riferisce che «il governo si è indebolito… l’abilità del governo di varare leggi ne è uscita altrettanto indebolita». Passando ad un’altra voce del Mercato, diamo la parola al duo Newton-Santovetti della giapponese Nomura Research che afferma l’importanza della stabilità politica in Italia «prerequisito fondamentale della crescita economica». Concludiamo questa carrellata di voci del Mercato, con la nostrana presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, la quale auspica una «maggioranza significativa» e quindi «un allargamento della maggioranza» per fare le famose riforme che solo un governo forte e stabile può prendere perché si tratta appunto di «decisioni anche impopolare e complesse».</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, i Mercati premono per il Governo delle tre emme: Marchionne, Montezemolo, Marcegaglia. Sarebbe utile ed interessante spingere l’analisi all’individuazione dei soggetti politici che propendono per questa soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Palazzo deve, ora, riprendere l’opera di tessitura e, spuntata la lancia futurista, considerare alla svelta nuove ipotesi. L’immarcescibile ex democristiano doroteo Casini è sempre lì pronto ad esercitare il suo potere di interdizione, in attesa di poter vendere cara la sua pelle (altro che traditori!). Nella cosiddetta opposizione, D’Alema, che ritiene essere la politica una «scienza semplice, basta ragionare», lascia balenare l’ipotesi della inevitabilità del ricorso alle elezioni, «lo sbocco più logico», ma senza aver prima rinunciato allo spiraglio di un esecutivo di transizione, «la prospettiva di un’alleanza con Fini e Casini resta in piedi, il voto a Montecitorio non la esclude».</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là di tutti i magheggi possibili non sembra evitabile il ricorso alle elezioni, anche se ognuno ci vorrebbe arrivare con i migliori margini di manovra a sé favorevoli. Resta il  fatto che la presunta opposizione di sinistra, dopo aver sbraitato per anni ed anni contro Berlusconi e il berlusconismo, non è stata capace di ipotizzare se un non un governo tecnico di unità nazionale, con la paura che se la fa sotto di poter registrare un’altra sconfitta elettorale. Il vero “paradosso democratico” al quale abbiamo assistito è che si rimprovera Berlusconi di aver instaurato un regime semi-tirannico ma poi si teme come il diavolo l’acquasanta il ricorso alle urne. Sia detto per inciso, il sottoscritto non nutre nessuna fiducia in questo tipo di parlamentarismo, espressione “democratica” della voce del “padrone”, veri cambiamenti strutturali dovranno passare necessariamente per altri luoghi, ma questi luoghi non potranno esprimersi coerentemente contro le politiche affamatrici, devastatrici, disgregatrici, belliciste, se non pesantemente condizionati (e qui il condizionamento è fortemente auspicabile) da programmi politici anticapatilisti e comunisti… ma questo per ora è un discorso da rimandare.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo ora a quanto accaduto in piazza. Grande manifestazione (non solo a Roma, ma principalmente a Roma) sfociata in scontri con le varie “forze dell’ordine” preposte alla tutela dei luoghi sacri istituzionali. Era da tempo che in Italia non si assisteva a momenti di tensione come questi, eravamo abituati negli ultimi anni a commentare epiloghi violenti di eventi calcistici, (che solo i fessi pensano che riguardi il solo calcio). C’è chi a tutti i costi vuole individuare analogie col passato ricordando il Settantasette, allora c’erano i violenti autonomi oggi invece gli anarco-insurrezionalisti <em>black bloc</em>. Ma proviamo ad andare oltre. Se accadono cose simili in Grecia e in Inghilterra, per rimanere alla vicina attualità, vuol dire che qualcosa sta succedendo, i <em>black bloc </em>non c’entrano nulla, lasciamo quest’argomento ai disonesti o, al massimo, ai superficiali. Accade che le certezze vagheggiate nei “magnifici” anni Ottanta si sono rivelate per quello che erano, pura ideologia al servizio della restaurazione capitalistica diretta da centrali internazionali quali il FMI, il WTO, la Banca Mondiale, le grandi artefici della globalizzazione contrabbandata per necessità divina alla quale devotamente sottomettersi. Si sono distrutti gli stati sociali figli della fase precedente, e i sistemi di tutela a difesa dei lavoratori e delle classi popolari. Bisognava farla finita con le garanzie: basta con la fissa del posto fisso e garantito! urlavano i pennivendoli e sicofanti di turno. L’eco di queste parole veniva ripreso da tutti gli asserviti alle logiche sistemiche del capitalismo rampante e dai comunisti delusi/disillusi/pentiti e le nuove generazioni erano così educate all’ideologia del “chi vuole può”, del chi “rampa” ce la può fare, insomma della concorrenza sfrenata fra gli individui parcellizzati e atomizzati. La lotta al “parassitismo” diventava l’esca avvelenata a cui purtroppo molti hanno abboccato per virtù o necessità. Flessibilizzazione totale della vita sociale (oltre che del lavoro) e precarietà come nuovo sistema di vita contrabbandato come condivisione della modernità. San Precario diventava l’unico santo cui potersi rivolgere. L’ubriacatura è andata avanti per tanto troppo tempo finché non si è scoperto che questa società fluida e fantasmagorica era nuda come il famoso re, e così il senso di frustrazione un po’ alla volta prendeva il sopravvento, alimentato dal brutto presentimento di non avere un futuro migliore dei propri genitori dinanzi a sé. Oggi solo la pubblicità è rimasta a raccontare questa favola, ma la realtà è un’altra: vita sempre più dura e difficile, lavoro – quando c’è – penoso e sottopagato, isolamento in una società atomizzante. Si poteva mai pretendere che questa nuova generazione continuasse a fare i girotondi e si comportassero alla <em>mulino bianco? </em>Eh no, cari difensori dell’esistente! Il mondo gira diversamente, e quando non gira per il verso giusto fa girare veramente. Fuori da ogni ipocrisia e dissimulato stupore. Una volta si gridava nelle piazze: «C’est ne que un debut continuon le combat!», «Non è che l’inizio continuiamo a combattere!».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per continuare a combattere con le giuste armi bisogna che si faccia un po’ di chiarezza, senza lisciare il pelo a nessuno. Giusto scendere in piazza contro i tagli all’università e alla scuola, (ricordiamoci sempre, però, che la logica aziendalistica nel sistema istruttivo l’ha introdotta la sinistra sin dai tempi del ministro Luigi Berlinguer), anche se in piazza c’erano anche lavoratori della Fiom oltre che una folta delegazione dei terremotati dell’Aquila e dei movimenti napoletani contro le discariche. Nel suo insieme la piazza ha mostrato forte dipendenza da certo “antiberlusconismo” di sistema (che quando ha governato ci ha dispensato scellerate politiche liberiste di svendita del patrimonio pubblico, attacco alle pensioni, privatizzazioni, oltre che guerra), che in questa piazza vedeva un suo alleato (salvo poi dissociarsi ex post dalla violenza);  non a caso la piazza si è accesa quando è giunta notizia del superamento per soli tre voti dello scoglio della fiducia. A precisazione contro i soliti imbecilli e quelli in malafede: il sottoscritto ritiene essere il governo Berlusconi un governo pesantemente antipopolare, è giusto che cada anzi precipiti; ma questo è bene che accada solo sotto le sferzate della protesta sociale e delle lotte che da essa si sviluppano, non per intrighi di palazzo e per giunta per i forti condizionamenti internazionali che ritengono non più affidabile questa compagine governativa (e non per questione di <em>escort</em>, sesso, e bordellame vario). Questione di lana caprina? Altro che! È questa la pre-condizione di ogni condizione, la vera riserva di valore per i futuri movimenti che, inevitabilmente, riguarderanno ben più consistenti settori sociali. Si tratta dell’autonomia politica che può darsi solo a condizione che sia fuori da ogni condizionamento di frazioni politiche interne al Palazzo. Solo così si potrà evitare di cadere dalla padella alla brace… e di bracieri in attesa di essere riempiti ce ne sono tanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ultimo passiamo al tema della violenza. Nella storia mai c’è stato rinnovamento sociale, non parliamo di rivoluzioni, che non sia passato per le forche caudine dello scontro sociale anche violento. La violenza è nei rapporti sociali che questo sistema capitalistico determina, è nell’annullamento di ogni forma di garanzia e protezione delle fasce più “deboli”, è nei morti sul lavoro e via continuando. Perché scandalizzarsi se ogni tanto un po’ di questa violenza ritorna al mittente, anche se in forma e ad intensità infinitamente più lievi? Ma perché questa forza abbia efficacia e sia al servizio di veri e profondi percorsi di liberazione è necessario che coltivi quell’autonomia politica di cui prima si scriveva; altrimenti, tutto si riduce a discutere di <em>black bloc</em> e di vetrine di negozi assicurati. Ed è un rimanere imprigionati nella conformista e perbenista distinzione fra buoni e cattivi. Film già visti e di cui francamente non se ne sente la mancanza. Conclusione provvisoria sul tema: il terreno dello scontro fisico è un necessario complemento del passaggio da una fase di illusioni pacifiste ad un’altra di consapevolezza della posta in gioco. Saperle dare ma anche sapersele prendere. Mai, però, lamentarsi della durezza delle forze dell’ordine, denunciarne l’uso politico e servile allo stato capitalista sì. Negli anni Settanta c’erano tanti “rivoluzionari” che propagandavano e vivevano lo scontro con gli apparati repressivi dello “Stato borghese”, salvo poi lamentarsi delle conseguenze repressive e ricorrere democraticisticamente ai vari padrini politici inseriti nelle istituzioni. Lasciamo stare.</p>
<p style="text-align: justify;">La giornata di martedì 14 dicembre (due giorni dopo la ricorrenza della strage capitalistica di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, in cui morirono diciassette persone) è stata una giornata illuminante sotto tutti i punti di vista. Capire quel che accade, affilare le armi della critica, nella consapevolezza che il passaggio alla critica delle armi sarà decisa dalla durezza dello scontro sociale che sempre più chiaramente ci metterà nella condizione di individuare gli oppressori e i rispettivi servitori.</p>
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		<title>Gli intrighi di palazzo e le sorti dell&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Nov 2010 15:06:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato Pochi giorni fa il  gruppo Fli (Futuro e Libertà per l&#8217;Italia) ha ufficialmente dichiarato che lascerà il governo una volta approvata la manovra finanziaria. La crisi politica è esplicitamente  aperta. Il 14 Dicembre Berlusconi chiederà la fiducia alle camere, atto formale per sancire (salvo colpi di scena) la mancanza di numeri per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/11/intrigo-di-corte.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1882" style="margin: 5px;" title="intrigo di corte" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/11/intrigo-di-corte-300x287.jpg" alt="" width="240" height="230" /></a>di Lorenzo Dorato</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi giorni fa il  gruppo Fli (Futuro e Libertà per l&#8217;Italia) ha ufficialmente dichiarato che lascerà il governo una volta approvata la manovra finanziaria. La crisi politica è esplicitamente  aperta. Il 14 Dicembre Berlusconi chiederà la fiducia alle camere, atto formale per sancire (salvo colpi di scena) la mancanza di numeri per governare con l&#8217;attuale compagine uscita dalle elezioni del 2008. Dopo due anni di campagne mediatiche scandalistiche, smarcamenti opportunistici e costruzione laboriosa di un gruppo &#8220;dissidente&#8221; interno, Fini e i suoi hanno realizzato l&#8217;intento (di cui non sono null&#8217;altro che gli esecutori) di mettere fuori gioco, salvo colpi di scena, Berlusconi e il suo attuale governo. Fin dall&#8217;inizio della legislatura  Fini ha condotto un&#8217;esplicita azione di costruzione d&#8217;immagine, fabbricando il personaggio della destra &#8220;pulita&#8221;, istituzionale, europea, alla Aznar e Sarkozy (come recitano le parole della fondazione Fare Futuro). Di questa costruzione si è poi servito abilmente sia per giustificare (in termini di presunta coerenza morale)  il suo distacco formale da Berlusconi, sia per lanciare una formazione elettorale autonoma post-berlusconiana (con altrettanto probabili alleanze centriste).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cerchiamo di capire cosa realmente sta avvenendo consapevoli della difficoltà di un&#8217;analisi  di questo tipo in una fase di rapidissimi e complessi cambiamenti. Anzitutto è giusto premettere che sarebbe sbagliato analizzare i fatti attribuendo ruoli certi ai singoli personaggi o gruppi di potere implicati. I ruoli cambiano, si alternano e poi ricambiano, secondo logiche e velocità spesso sfuggenti e difficilissime da determinare. Tuttavia alcuni movimenti di fondo possono essere colti e, in ogni caso, ciò che più importa ai fini di quanto scrivo, è comprendere la natura strumentale di alcuni epifenomeni di superficie che nascondono fenomeni guidati da logiche diverse da quelle apparenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Comprendere esattamente le ragioni per cui il governo è stato messo da tempo sotto ricatto tramite  continue pressioni sul presidente del consiglio di certo non è cosa semplice. L&#8217;unica certezza (punto di partenza per ogni ragionamento non viziato alla base) é che, contrariamente a quanto si vorrebbe far credere, l&#8217;attuale instabilità politica non è affatto riducibile a scelte soggettive dettate da divergenze di punti di vista o valori (se così fosse stato gli odierni dissidenti avrebbero avuto mille altre ragioni in passato per smarcarsi dal premier), ma è legata all&#8217;esistenza di determinati interessi economico-finanziari interni e internazionali a loro volta legati a rappresentanze politiche che di volta in volta costituiscono fronti, alleanze e ordiscono tradimenti per conto terzi.  E&#8217; senza dubbio difficile orientarsi in questo marasma di interessi incrociati. Alcune osservazioni, tuttavia, possono essere fatte, ripercorrendo molto velocemente alcune fasi della recente storia italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Berlusconi ha avuto fin dall&#8217;inizio della sua discesa in campo, avvenuta in un pauroso vuoto di potere conseguente alla fine della prima repubblica, importanti nemici interni &#8220;non ideologici&#8221;, legati al capitalismo italiano delle grandi famiglie storicamente dominanti. Precise vicende lo hanno visto in contrasto con magnati del calibro di De Benedetti (vicenda SME e Mondadori); ma più in generale si può dire che, in quanto politico, sia sempre stato sorvegliato con occhio vigile dagli ambienti imprenditoriali di peso in quanto <em>parvenu</em> troppo intraprendente e orientato a fare affari per proprio conto diretto evidentemente non del tutto compatibili con determinate posizioni di potere consolidate.</p>
<p style="text-align: justify;">A questa particolare posizione interna si sono aggiunte frizioni internazionali a partire dalla legislatura 2001-2006. Campagne di attacchi sono state guidate da riviste come l&#8217;Economist,  settimanale della finanza anglosassone seguito in breve tempo da giornali come il &#8220;New York Times&#8221; statunitense &#8220;El pais&#8221; e &#8220;El Mundo&#8221; spagnoli e diversi giornali tedeschi. Il tenore delle critiche mosse concernevano inizialmente le incompatibilità del profilo penale di Berlusconi (pluriprocessato) e imprenditoriale (padrone di un impero economico) con il suo ruolo di premier e poi (nell&#8217;ultima legisaltura e in forma ossessiva) le sue abituidini sessuali e mondane libertine (oltre che i comportamenti istituzionali poco consoni al proprio ruolo). Sembra difficile immaginare che una così concentrata e ripetuta sequela di attacchi unidirezionali sia esclusivamente frutto di divergenza di opinioni politiche e sincera preoccupazione per le sorti italiane. Almeno in buona parte essi non possono che spiegarsi con l&#8217;esistenza di conflitti di interesse materiali e di potere. Berlusconi, infatti, pur identificandosi nella strategia nord-americana bushiana della guerra permanente già dal 2001, assieme agli accoliti Blair e Aznar (con tanto di infame partecipazione alla carneficina irachena nel 2003) ha iniziato ad intessere rapporti, spesso per cointeressanza diretta, con realtà geo-politiche ostili al padrone d&#8217;oltreatlantico (in particolare asse nord-africano e Russia). Fu in quella fase che allo storico conflitto intercapitalistico interno (Berlusconi contro parte della vecchia guardia del capitalismo italiano) si aggiunge un conflitto di potere che concerne la scarsa affidabilità di Berlusconi nel gestire senza contraddizioni e imprevedibili salti in avanti gli interessi delle oligarchie capitalistiche europee e nord-americane da sempre capaci di influenzare pesantemente la politica italiana in ordine ai propri voleri.  L&#8217;instabilità e la scarsa affidabilità di Berlusconi in questo senso, naturalmente, non implicano affatto che egli sia, per contrasto, un difensore degli interessi italiani, quand&#8217;anche capitalistici nazionali e che abbia quindi una supposta strategia politica coerente in questa direzione.  Berlusconi si muove semplicemente con scarsa predisposizione alla disciplina dettata da determinati centri di potere alternando fasi di integrale sottomissione ad essi a momenti di diversione. Una diversione che, chiaramente, mai ha assunto i tratti di una politica di carattere quanto meno populista, nel senso letterale di &#8220;vicina a pur minime istanze popolari&#8221;, né si è mai tinta di attitudini realmente critiche verso quelle autorità (quali l&#8217;UE) che tengono gli Stati sotto scacco nella loro possibilità di implementare politiche sociali e fiscali realmente autonome.  Una diversione, dunque, esclusivamente limitata a temporanee e blande scelte di campo nei confliggenti interessi capitalistici in termini geopolitici (terreno senz&#8217;altro importante che comunque non ha visto Berlusconi schierarsi con determinazione in particolari  direzioni innovative). Sarebbe quindi un grosso errore vedere in Berlusconi un improbabile campione antiegemonico schierato contro le forze imperialiste occidentali più invasive. Tutt&#8217;altro! Il premier italiano è pienamente integrato nella sfera d&#8217;influenza occidentale a guida nord-americana e pienamente impegnato nei piani di politica-economica di carattere neo-liberista. Semplicemente svolge il proprio ruolo in maniera troppo ballerina ed eccentrica!</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, un insieme di forze esterne e forze interne (a loro volta influenzate da quelle esterne) non semplici da determinare con esattezza, ma delineabili con approssimazione,  hanno deciso che i tempi sono maturi per un cambio di rotta; che Berlusconi, pur avendo servizievolmente favorito i loro interessi a lungo, ha da tempo intrapreso strade non del tutto affidabili e che è ora di sostituirlo con un potere più consono ai propri obiettivi. Questi obiettivi, evidentemente, sono l&#8217;accelerazi0ne di processi di svendita del paese in una direzione che vada a favorire determinate cordate economico-finanziarie (e non altre).</p>
<p style="text-align: justify;">Gli eventi correnti, dunque, si configurano come un vero e proprio intrigo di palazzo eterodiretto dagli esiti incerti, così come lo fu con ogni probabilità la caduta del governo Prodi nel 2008, anch&#8217;esso probabilmente reo di non aver seguito con alacrità e pienissima dedizione direzioni determinate (vuoi per la presenza di partiti meno allineati che rallentavano il processo, vuoi per iniziali e timide scelte geopolitiche analoghe a quelle in cui si è impantanato Berlusconi).</p>
<p style="text-align: justify;">Simili dinamiche hanno segnato, d&#8217;altro canto, l&#8217;intera storia repubblicana. E&#8217; noto il fatto che l&#8217;Italia é tra i paesi europei più fragili in termini di autonomia politica ed ha subito  la pesantissima ingerenza di forze straniere, in primis gli Stati Uniti (che occupano il territorio nazionale con 113 basi militari) e in seconda battuta i paesi europei più influenti. Dalla fine della prima repubblica il restringimento degli spazi di autonomia è andato crescendo simultaneamente alla crescita dell&#8217;unipolarismo USA e al processo di integrazione del mercato europeo e la classe politica italiana, spazzata via la corrotta (e sul piano politico infinitamente migliore) classe facente capo alla prima repubblica, tanto nel blocco di potere di centrodestra che in quello di centrosinsitra si è totalmente allineata ai <em>dikta</em>t nord-americani mediati quasi sempre dalle tecnocratiche istituzioni centrali europee.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso, tuttavia, tale cieco allineamento cede di alcuni centrimetri, ed è lì che suona l&#8217;allarme e i cani da guardia pronti con dossier, scandali, cospirazioni e quant&#8217;altro vengono sguinzagliati in libertà, fortificati ovviamente dall&#8217;esistenza di concomitanti conflitti di potere interni e conseguenti parti politiche mandatarie cui appoggiarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Affermare che siamo oggi di fronte ad un&#8217;infida manovra di palazzo per conto terzi, del tutto estranea a qualsiasi istanza espressa dal popolo sovrano è dunque semplice buon senso (che purtoppo anche le sparute forze politiche sedicenti anticapitalistiche non sanno o non vogliono usare).</p>
<p style="text-align: justify;">Al momento non é chiaro quale sarà con esattezza l&#8217;evoluzione degli eventi. I poteri che hanno concorso al rovesciamento di Berlusconi, dapprima con pressioni continue ed ora con un ormai quasi certo rovesciamento, puntano ad un governo tecnico. Le elezioni infatti rischierebbero di riprodurre (anche se non è affatto certo) una situazione identica a quella attuale, o comunque di non configurare un governo &#8220;ideale&#8221; ai fini dei poteri di cui sopra, vanificando così il piano di sabotaggio. Un governo tecnico potrebbe invece avere un preciso mandato: attuare ulteriori riforme antipopolari favorevoli al grande capitale soprattutto tramite il completamento di alcune privatizzazioni di aziende strategiche in cui lo Stato mantiene ancora residuali posizioni di azionariato e controllo (come ENI, ENEL e FINMECCANICA) e -o  liberalizzazioni di diversi comparti economici ancora minimamente protetti per consentire la penetrazione del grande capitale italiano ed estero. Vi è poi un ulteriore margine per il disfacimento del sistema pensionistico pubblico (eleminazione della pensione di anzianità) o della sanità, nonché ulteriori attacchi al diritto del lavoro. Infine in politica estera e commerciale, punto probabilmente importante nella vicenda, si tratterebbe di raddrizzare il bastone verso aperte ed esplicite posizioni estreme atlantiste, chiudendo ogni spiraglio ad accordi economici (in cui ad esempio sono coinvolte ENI e FINMECCANICA) alternativi e (chissà) partecipando a nuove avventure belliche o rafforzando quelle in essere (che recentemente forze come la lega hanno iniziato a trattare con insofferenza, seppur in maniera del tutto innocua). Un governo di questo tipo potrebbe naturalmente assumere diverse forme: presumibilmente potrebbe trattarsi di un centrodestra finiano senza Berlusconi riconfigurato e allargato al centro (UDC, API) e che riceva poi l&#8217;appoggio del PD nelle scelte fondamentali. Confindustria, Cisl, Fli, Udc, e Pd sono stati espliciti nel ritenere non auspicabile la soluzione elettorale. Tuttavia l&#8217;esito finale della crisi politica non è affatto certo. Non è del tutto escluso infatti che i fedeli berlusconiani e la lega riescano ad imporre, assieme a forze dichiaratesi ambiguamente a favore di questa soluzione (come l&#8217;IDV) lo svolgimento di nuove elezioni politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unica certezza è che si sta giocando una partita importante e che pertanto interpretare il tutto come una tardiva presa di coscienza da parte dei finiani dell&#8217;orrore politico e morale berlusconiano è non soltanto assolutamente riduttivo, ma del tutto sbagliato e carico di gravide conseguenze. Non siamo infatti di fronte a semplice coincidenza tra una presunta volontà soggettiva autentica e una sovrapposta eterodirezione interessata da parte di poteri alieni. Siamo di fronte a un vile e meditato tradimento politico per conto terzi e per scopi completamente antipopolari (tanto antipopolari quanto, e forse più, di quanto sia già antipopolare nei fatti la politica di Berlusconi). Nascondere questo fango dietro l&#8217;antiberlusconismo militante è semplicemente indecente, o per lo meno incredibilmente ingenuo.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, una posizione inequivocabilmente contraria all&#8217;attuale governo (in primis per le sue scelte politiche in ogni campo ed in seconda battuta per i suoi effetti culturali devastanti) é del tutto compatibile con l&#8217;aperta denuncia della &#8220;rivolta&#8221; delle <em>elites</em> cui stiamo assitendo. Una posizione che sappia smarcarsi dalla presunta necessità di tifare (un tifo che infesta il paese da ormai 15 lunghi anni) tra berlusconismo e antiberlusconismo, tra centro-destra e centro-sinistra. Che sappia comprendere la sostanziale omogeneità politica nelle scelte fondamentali tra Berlusconi e i suoi oppositori. La stragrande maggioranza delle leggi votate dall&#8217;attuale governo in termini di politica economica, federalismo fiscale, politica estera (missioni all&#8217;estero) sono state apertamente appoggiate dalle opposizioni in parlamento. E queste stesse opposizioni sono le stesse che in una sola legislatura e mezzo (1996-2001),  (2006-2008) sono riuscite ad attuare incredibili mutamenti dell&#8217;assetto economico-sociale della nazione, privatizzando (a prezzi di svendita spesso) la stragrande maggioranza delle imprese pubbliche, attaccando a più riprese lo Stato sociale, il contratto di lavoro subordinato, e inaugurando (Serbia 1999) la stagione delle nuove guerre umanitarie imperialiste.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo, ovviamente, non impedisce di cogliere le peculiarità del potere berlusconiano (incluse le proprie scempiaggini morali che naturalmente disgustano), ma deve obbligare a leggere tali peculiarità  all&#8217;interno di un contesto complessivo istituzionale, sociale, economico e politico che è stato stravolto, in senso regressivo, con pari responsabilità dalle principali forze politiche che hanno guidato il paese dal 1992 ad oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;accodamento dei partiti di sinistra (a sinistra del PD) all&#8217;accanimento antiberlusconiano infestato da gossip, puttane, moralismi e ipocrisie degne del puritanesimo anglosassone ormai dilagante in Italia, deve far riflettere sulla cronica incapacità di questi partiti di saper assumere una posizione che sia autonoma dal gioco degli specchi del bipolarismo, del progressismo contro il berlusconismo. Un gioco degli specchi che ha reso impossibile  la formazione di una terza forza capace, come è oggi il KKE in Grecia, di rimanere su un terreno popolare indipendente dalle logiche di contrapposizione formale e di costume (che non signfica assolutamente disimpegno etico, ma anzi significa riportare l&#8217;etica e la morale su un terreno di sostanza liberandola dalla sua forma mediatica strumentale asfissiante).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche volendo stare al nucleo principale delle argomentazioni secondo cui Berlusconi rappresenterebbe comunque il male maggiore, è fondamentale impostare il discorso in termini di sostanza respingendo la parzialità con cui viene sempre presentato. Le quattro caratteristiche peculiari del berlusconismo, simulando di mettersi nell&#8217;ottica di chi lo ritiene comunque il male maggiore, sarebbero la propensione ad un maggiore sprezzo delle istituzioni e della Costituzione, una cultura ostentata della prevaricazione, dell&#8217;arroganza unita a volgarità e machismo, una maggiore tolleranza dell&#8217;illegalità ed infine il problema del conflitto di interesse tra la sua posizione di imprenditore e quella di uomo di Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto concerne il primo punto, bisognerebbe chiedersi quale sia la sostanza della Costituzione italiana. Ebbene essa è l&#8217;unità di elementi regolatori istituzionali, politici, economici e sociali. Se la si vuole a tutti i costi limitare ai rapporti formali tra i diversi poteri dello Stato, si sta già accettando il campo di gioco di chi vorrebbe avere il terreno politico spianato per stravolgere il già ampiamente stravolto assetto complessivo dei rapporti economico-sociali del paese. Gli articoli che citano esplicitamente la dignità della remunerazione del lavoro, la limitazione dell&#8217;iniziativa privata secondo criteri di pubblica utilità (ovvero il 36 e il 41) sono stati ampiamente stravolti nella sostanza dalle iniziative legislative del centro-sinistra nei suoi catastrofici anni di governo 1996-2001, ad esempio tramite l&#8217;invenzione del precariato (legge Treu) e tramite la svendita di gioielli strategici di imprese pubbliche cedute al capitale privato (e spesso estero) in totale contrasto con qualsiasi criterio di pubblica utilità. Sempre l&#8217;articolo 36 ha subito una pesante ipoteca dalla rimessa in discussione del sistema pensionistico pubblico fino ad una situazione attuale drammatica in cui gli attuali lavoratori giovani avranno nei casi più fortunati il 40% dell&#8217;attuale retribuzione sotto forma di pensione da anziani. Parliamo poi dell&#8217;articolo 11 (che impedirebbe il ricorso alla guerra nelle controversie internazionali). Violato esplicitamente dal governo D&#8217;Alema ai tempi dell&#8217;aggressione con annessi bombardamenti contro la Jugoslavia sovrana (con la scusa della bufala mediatica di un inesistente genocidio di massa); violato ancora nell&#8217;ultima legislatura con la prosecuzione dell&#8217;illegale guerra in Afghanistan (lautamente rifinanziata) e con l&#8217;avallo all&#8217;embargo di Gaza, atto di guerra contro una popolazione incarcerata in un fazzoletto di terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Se accettiamo il terreno di lettura della nostra Costituzione in termini complessivi, ci accorgiamo facilmente che lo stravolgimento dei suoi cardini e dei cardini politici e sociali del paese è avvenuto in una fase storica con il concorso delle forze politiche eredi del periodo storico di Mani Pulite. Si può anzi dire che in alcuni ambiti fondamentali, quali la privatizzazione a prezzi di svendita del patrimonio pubblico (con veri e propri scandali e pratiche di malaffare) il centro-sinistra assieme ai governi di Ciampi , Amato e Dini, abbia giocato un ruolo preminente.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo ora al problema culturale. Senza negare i danni culturali del berlusconismo come approccio alla cosa pubblica e alle istituzioni, nonché all&#8217;etica collettiva, non si può assolutamente fingere di non vedere che la degenerazione di costume è un fenomeno complessivo che ha investito pesantemente l&#8217;intera Europa a partire dagli anni 70-80 con un&#8217;accelerazione spaventosa nei terribili anni &#8217;90. E per costume non ci si deve limitare moralisticamente ai <em>reality show</em> introdotti da Mediaset, alle ballerine e veline che infestano la televisione o alle prostitute del premier, ma ad un complessivo avanzamento delle logiche mercantili, commerciali a tutti piani della società, anche quelli un tempo maggiormente protetti da forme di socialità tradizionali o di gestione pubblica e comune, in un dilagante individualismo pervasivo presentato come unico orizzonte sociale possibile. La trasformazione della scuola avviata da Berlinguer tramite l&#8217;autonomia e l&#8217;imperversare di logiche di carattere pseudo-pubblicitario; la trasformazione delle USL in ASL (da unità ad aziende sanitarie locali) con conseguente parziale mercificazione della salute; l&#8217;aumento esponenziale della pubblicità televisiva e non solo in ogni angolo dello spazio vitale; la degradazione del corpo femminile e maschile ad oggetti di incitamento al consumo; la cultura dello sradicamento, della mobilità, della flessibilità e della competitività; la cultura della liberalizzazione e della privatizzazione come uniche possibili vie per regolare i rapporti economici con la parallela affermazione di una cultura individualistica di mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono soltanto alcuni tra i molteplici esempi di fenomeni di devastazione culturale oltre che materiale non certo definibili in via d&#8217;esclusiva berlusconiani. Berlusconi, ne è semmai l&#8217;effetto grottesco, satiresco e volgare e, in una certa misura, proprio per questo più popolare. Ma la stessa cultura impregna tutte le classi sociali a livelli forse più sofisticati e moderni, ma ugualmente devastanti. E di questa cultura il centro-sinistra non solo è stato impregnato, ma se ne é fatto portatore massimo, apportando una vera e propria trasformazione  anche simbolica in ogni ambito del politico, aggiungendo al tutto forti elementi anti-popolari come il disprezzo del proprio paese e la maniacale esterofilia (preferibilmente in direzione anglosassone). La sinistra sedicente anticapitalista ha finto di non vederlo per tanti anni ed anzi si è ritagliata un posto di nicchia in questa divisione dei compiti mercantile, andando a configurare la punta avanzata di una certa liberalizzazione del costume totalmente compatibile ed anzi integrabile nelle dinamiche capitalistiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ciò che concerne infine il terzo punto, quello della maggiore propensione all&#8217;illegalità del potere berlusconiano, ci sarebbe da chiedersi anche in questo caso cosa consideriamo legale (senza assolutamente per questo adottare un punto di vista di tipo estremistico per cui la legge é comunque legge borghese). E&#8217; legale svendere sotto i prezzi di mercato fiori di aziende pubbliche, senza alcuna trasparenza, arricchendo la finanza straniera in un&#8217;operazione di proporzioni vastissime? E&#8217; legale e trasparente riempire di denaro della collettività aziende come la Fiat per produrre all&#8217;estero? E&#8217; legale sovvenzionare a costi altissimi centri sanitari privati, fondi pensione privati che potrebbero essere gestiti a costi nettamente inferiori dallo Stato? E&#8217; legale la missione in Afghanistan e il sostegno all&#8217;occupazione israeliana? A tutti coloro che si occupano con alacrità di legalità, ivi compresi personaggi come Travaglio e Saviano, bisognerebbe chiedere a quale parte del concetti di legalità fanno riferimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul conflitto di interessi infine, tanto denunciato come anomalia italiana da commentatori anglosassoni ed europei, non si può certo negare che si tratti di un&#8217;indecenza. Ma è forse più decente il rapporto di diretta committenza che si instaura tra grande imprenditoria e alta finanza e potere politico nei sistemi capitalistici, rapporto ormai non più mediato da vent&#8217;anni a questa parte da forme di mediazione sociale? E&#8217; forse più decente nella sostanza che Prodi abbia per anni servito come consulente la Goldman Sachs e che abbia poi gestito le privatizzazioni italiane, grosso affare in cui la grande finanza americana ha giocato un ruolo determinante?</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, le supposte peculiarità del berlusconismo, che ovviamente non vanno negate, non possono però condurre ad a-priorisitiche e spesso &#8220;estetiche-viscerali&#8221; (quando non interessate) teorie del male maggiore. Si tratta del tragi-comico errore politico (frutto di falsi identitarismi autoreferenziali) commesso dai partiti comunisti dopo il 1992, scusabile forse nel 1995-96, ma gravissimo oggi alla luce di quindici anni di esperienza. Un&#8217;esperienza che avrebbe da tempo dovuto mostrare come si sia di fronte ad un blocco di potere configgente al suo interno, ma accomunato da identici progetti di annichilimento della società, camuffato da contrapposizioni spesso esasperate proprio al fine di richiamare costantemente la tremenda logica del voto utile, contribuendo a far fuori le ali estreme dal gioco politico elettorale. Sentire oggi Ferrero che prega Nichi Vendola di riunirsi per poi rivolgersi alle altre forze politiche e Diliberto che prega il PD per un&#8217; alleanza neo-ulivista é l&#8217;ennesima prova dell&#8217;inguaribile subalternità culturale e pratica dei partiti della sinistra a schemi di lettura del reale ridotti a formalismi ideologici o a puro elettoralismo di brevissimo periodo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;antiberlusconismo militante, vera e propria piaga culturale e politica, in Italia presenta due manifestazioni concrete: la prima è quella degli oppositori portatori di interessi capitalistici confliggenti con quelli del Cavaliere (antiberlusconismo materiale); la seconda è quella di tutti coloro che, disgustati (a ragione) da alcuni specifici aspetti della politica di Berlusconi, cadendo nella trappola propagandistica, hanno ormai da anni elevato queste specificità a metro di giudizio assoluto e dirimente per le loro scelte di campo: sempre e comunque contro Berlusconi in quanto pericolo autoritario, incarnazione della volgarità estremizzata, calpestatore delle istituzioni, artefice delle leggi <em>ad personam</em>. A tutto questo si aggiunge spesso una carica snobbistica estrema (supportata da vere e proprie centrali di propaganda come il quotidiano la Repubblica, diversi giornali stranieri che presentano macchiettisticamente la politica del belpaese, alcuni nostrani comici &#8220;di sinistra&#8221;, trasmissioni televisive etc etc). Carica snobbistica che ha stratificato nel tempo una vera e propria cultura soffocante della superiorità morale, che ha prodotto mostruosità concettuali come l&#8217;idea di un&#8217;Italia divisa in due tra buoni e cattivi, colti e rozzi, amanti delle regole e paraculi, decenti e indecenti; come se davvero lo scontro politico tra centro-sinistra e centro-destra fosse riducibile a queste categorie. Questo secondo tipo di antiberlusconismo di costume è un fenomeno di estrema importanza che ha culturalmente devastato il paese quanto il berlusconismo essendone in definitiva l&#8217;altra faccia della medaglia più sofisticata, ma non meno pericolosa. E&#8217; stato cavalcato, per di più da personaggi che contribuiscono a confondere le acque puntando il dito contro fenomeni sì importanti, ma accuratamente selezionati all&#8217;interno della complessità dei rapporti sociali.  Si tratta di un vero e proprio partito trasversale che é andato a riempire il vuoto lasciato dalle colpe dei partiti comunisti (che brancolano nel buio) e che, pur con tutte le specificità dei singoli, va dalle trasmissioni di Fazio fino a quelle di Santoro, passando per Saviano, Travaglio. Personaggi che al momento opportuno, costruitasi ormai l&#8217;immagine pubblica di &#8220;affidabili&#8221; rivelano tutta la loro integrazione nei peggiori crimini del sistema, mostrandosi (Travaglio e Saviano, non Santoro, su questo punto valida eccezione) complici delle campagne filo-sioniste o imperialistiche di odio contro gli Stati canaglia di turno (si vedano gli sproloqui di Saviano sul caso Neda nel 2009).</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce di tutto questo, la posizione da assumere alla luce degli eventi politici italiani in continuo avvicendarsi, non può essere ipocrita. Per l&#8217;ennesima volta il mandato elettorale (di per sé già ridicolizzato a priori dall&#8217;oggettiva assenza di sovranità politica e dall&#8217;inesistenza di una vera informazione capace di dare minima sostanza alla democrazia) viene in questo paese calpestato a piacimento da poteri economici che se ne infischiano delle scelte popolari, così come se ne strainfischiano delle prostitute del premier, delle leggi ad personam e delle sue vicende giudiziarie. Rifiutandosi di accodarsi alla corte degli antiberlusconiani militanti (interessati, emotivi, viscerali, ipocriti che siano), non si può che denunciare con vigore quanto sta accadendo, senza nulla concedere in termini politici a questo ormai ex-governo di servitori di quello stesso capitalismo sfrenato e antipopolare che i congiurati vogliono servire a loro volta con maggior dedizione preparando nuove strategie di affossamento del paese e delle sue componenti più deboli.</p>
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		<title>L’avvenire di troppe illusioni</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 09:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sebastiano Isaia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sebastiano Isaia La straordinaria forza di questa società risiede anche nel fatto che, grazie alla mostruosa forza produttiva delle sue industrie, essa ha dato praticamente a tutti, anche agli ultimi, qualcosa da perdere, non importa quanto consistente dal punto di vista economico, e quanto «artificiale» sul piano dei bisogni sia questo qualcosa. Qualcosa è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Sebastiano Isaia</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;">La straordinaria forza di questa società risiede anche nel fatto che, grazie alla mostruosa forza produttiva delle sue industrie, essa ha dato praticamente a tutti, anche agli ultimi, <em>qualcosa da perdere</em>, non importa quanto consistente dal punto di vista economico, e quanto «artificiale» sul piano dei bisogni sia questo <em>qualcosa</em>. Qualcosa è sempre meglio che niente! Si tratta di vedere fino a che punto può durare questa potente illusione. <em>Qualcosa</em> da perdere e <em>nessun mondo da conquistare</em>: la «questione operaia» oggi si trova impigliata in questa tragica situazione. Come venirne fuori?</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Per reagire con una certa efficacia all’ennesimo attacco che le classi dominanti e il loro Stato stanno portando alle nostre condizioni di vita e di lavoro, dobbiamo sbarazzarci urgentemente di alcune </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>illusioni</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> che ci condannano all’impotenza. Queste illusioni sono tanto più robuste e difficili da smantellare, in quanto hanno avuto modo di radicarsi in profondità nelle nostre teste nel corso di molti decenni, e perciò siamo ben coscienti di iniziare un discorso tutt’altro che facile da digerire. Ma in questi agitati tempi nulla è facile, e ce ne accorgiamo giorno dopo giorno. Chi cerca scorciatoie e facili soluzioni, è condannato in partenza all’insuccesso. Perciò, mentre lottiamo o mentre speriamo di poterlo fare al più presto, cerchiamo anche di capire in quale situazione il capitale ci ha cacciato con la consueta brutalità, appena mitigata dall’ipocrita ideologia del </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>bene comune</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, che ci sussurra all’orecchio che «siamo tutti sulla stessa barca». </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">E’ vero, siamo tutti sulla stessa barca, ma a remare non sono certo le classi dominanti; non sono certo esse che rischiano di annegare nel mare in tempesta della crisi economica e a pagare il prezzo salatissimo delle inevitabili ristrutturazioni aziendali. Chi ci vende l’illusione del </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>bene comune</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> merita di venir vomitato per la salute della nostra mente. Soprattutto nei momenti critici i lavoratori hanno bisogno di lucidità, quella lucidità che le classi dominanti, anche manovrando con scientifica precisione tutti i mass-media, cercano di vanificare creando un clima di scontro fazioso tra opposte – e ugualmente ributtanti – tifoserie politiche (del genere berlusconiani </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Versus</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> antiberlusconiani). Le pagine che seguono intendono offrire un contributo alla discussione tra coloro che si stanno ponendo seriamente il problema di </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>come</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> reagire a questa situazione.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Qui parliamo in modo diretto della società italiana, ma è chiaro che senza un riferimento allo spazio sociale assai più vasto che si chiama </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>mondo</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> ogni riflessione intorno alla nostra condizione di lavoratori italiani ha poco senso. Ormai appare sempre più chiaro come sia davvero impossibile isolare le questioni nazionali e persino locali da quel contesto più generale, e quest’ultima crisi economica è venuta a gridarci in faccia che tutto il pianeta giace sotto un unico cielo: quello capitalistico. La vera e propria invasione dei nostri mercati da parte delle merci, dei capitali e dei lavoratori cinesi non è che la manifestazione più eclatante della nuova situazione maturata nei decenni che ci stanno alle spalle. Un altro sintomo assai eloquente dei nuovi tempi è la politica dei sacrifici adottata contemporaneamente in Grecia, in Spagna, in Irlanda e in Inghilterra: ovunque la ricetta è tagliare la spesa pubblica improduttiva (per il capitale), tagliare i salari, aumentare la produttività del lavoro, innalzare l’età pensionistica. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Alla ricerca sempre più ossessiva di profitti, il capitale mondiale ha finito per abbattere ogni confine e ogni limite, sfruttando come non mai le risorse naturali e le risorse umane. L’idea che esistano soluzioni ai nostri problemi che prescindano da ciò che succede nel mondo, appartiene anch’essa al novero delle illusioni. Abbiamo visto come la Fiat ha posto il problema di Pomigliano: «o accettate questa minestra, oppure investiamo in Polonia, in Serbia, in Brasile, in India, insomma lì dove la forza lavoro costa di meno e sgobba di più. I capitali sono nostri e noi decidiamo le condizioni della produzione. </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Vogliamo essere padroni a casa nostra!</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">». La Fiat ha solo rotto il ghiaccio, indicato una strada, ponendosi come sempre all’avanguardia del movimento capitalistico italiano. Quel che manca è il movimento operaio! Giustamente è stato obiettato a Marchionne, il quale aveva invitato i lavoratori ad abbandonare le vecchie idee incentrate sulla «lotta di classe», che in realtà la lotta di classe oggi la fanno i capitalisti contro i lavoratori, i quali si limitano a subirla. Ebbene occorre che i lavoratori diano un significato non banale a quest’obiezione, prendendo l’iniziativa, uscendo fuori della passività che li rende oggetti passivi di una ristrutturazione del sistema capitalistico che si annuncia di portata epocale. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">La globalizzazione capitalistica rende oggi possibile un facile, rapido e poco costoso trasferimento delle produzioni e dei servizi da un posto all’altro del pianeta, e questo ci rende ricattabili come mai prima. D’altra parte, ogni nostro ripiegamento di carattere europeistico, nazionalistico o localistico non farebbe che accelerare e rendere ancora più dura la nostra disfatta, anche qualora dovessimo nell’immediato ottenerne qualche beneficio, cosa peraltro quantomeno dubbia. Se non vediamo negli immigrati altro che gentaglia che è venuta da chissà dove a «rubarci il lavoro», schiavi che si accontentano di un salario ridicolo, e che perciò ci costringono ad accettare a nostra volta salari sempre più bassi e condizioni di lavoro sempre più dure, ci mettiamo su una china che ci porta dritti a una guerra tra poveri che non può avere che un vincitore: il capitale. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Esposti alla seduzione del razzismo e dello sciovinismo sono soprattutto i lavoratori delle piccole e medie imprese, i precari e i disoccupati, ossia coloro che si trovano più esposti alle ingiurie della crisi e della globalizzazione, e che rischiano di precipitare sul lastrico senza poter contare sul «paracadute sociale» (cassa integrazione, prepensionamenti, ecc.) cui i lavoratori delle grandi aziende possono </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>ancora</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> ricorrere. Non sarà affatto facile far passare tra la massa dei lavoratori il massaggio che, </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>in quanto salariati e dominati</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, si è davvero tutti sulla stessa barca, a prescindere dal colore della nostra pelle, dalla nostra nazionalità, cultura, religione e quant’altro.  Eppure, prima capiamo questo fatto, e prima e meglio possiamo attrezzarci per la lunga lotta di resistenza che ci attende. I tragici fatti di Rosarno ci dicono a cosa può portare una rabbia priva di coscienza e di organizzazione.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Coscienza</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> e </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>organizzazione</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">: è questa la sola alternativa alla marea razzista, sciovinista e localista che sale in primo luogo – e necessariamente – tra i ceti più bassi della società, mentre certamente non lo è l’ideologia «multiculturale» e «multirazziale» dei buoni di spirito, la quale dappertutto ha fatto fallimento – persino negli Stati Uniti d’America! Il capitale non ci valuta in base al colore della nostra pelle o al Dio in cui crediamo: per esso siamo solo una fonte di profitti, che conserva un valore fino a quando dà profitti. Cerchiamo almeno di imparare la lezione che il capitale c’impartisce tutti i giorni nelle fabbriche e sui mercati. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Coscienza</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> e </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>organizzazione</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">: è la sola strada praticabile per resistere con efficacia alla sfida che il capitale nazionale e internazionale ci ha lanciato. Non offriamo una </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>vecchia</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> ricetta per affrontare </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>nuovi </em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">problemi, visto che, al di là delle apparenze, ai lavoratori sono mancati da decenni proprio quei due requisiti che ne potrebbero fare un soggetto sociale degno di questo nome. Il punto è: </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>quale</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> coscienza e </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>quale</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> organizzazione. La consapevolezza della nostra attuale impotenza non deve deprimerci ulteriormente, ma deve anzi rappresentare il punto in cui è possibile invertire la tendenza. La realtà è brutta, e promette di diventarlo ancora di più, ma è necessario guardarla in faccia, se vogliamo </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>incominciare</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> a venirne fuori, magari all’inizio goffamente e tra mille contraddizioni, ma non importa: non si diventa subito adulti. Meglio sbagliare nel tentativo di sollevarci e metterci sulle gambe, che continuare a strisciare illudendoci che </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>altri</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> (sindacalisti, politici, demagoghi televisivi, populisti, ecc.) possano fare ciò che solo noi possiamo fare. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Il segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini ha dichiarato alla stampa che, di questo passo, «rischiamo di diventare una Repubblica democratica fondata sullo sfruttamento del lavoro». </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Rischiamo?</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> Ma l’Italia </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>è</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> una Repubblica democratica fondata sullo sfruttamento del lavoro, e lo è ormai da oltre sessant’anni, sotto l’egida di quella Costituzione che all’articolo 1 sancisce il dominio del capitale sul lavoro nel modo più chiaro possibile, e che per Landini e soci rappresenta il faro che illumina il cammino dei lavoratori… verso il baratro! Lavoro, in questa società, significa </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>lavoro salariato</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, e quindi lavoro venduto dagli operai ai capitalisti, che lo acquistano per ricavarne dei profitti. Tutte le Repubbliche di questo mondo, da quella «Democratica» italiana a quella «Popolare» cinese, sono fondate sullo sfruttamento del lavoro, e pensare che possa esistere oggi un lavoro («materiale» o «immateriale», manuale o intellettuale) che non sia, dall’inizio alla fine, sottomesso agli interessi del capitale (pubblico o privato) è una pia illusione. Il lavoro non è un «bene comune», come ci dicono i progressisti di “destra” e di “sinistra” (vai poi a capire chi è di “destra” e chi di “sinistra”!), ma il bene più prezioso del capitale, il quale ci concede graziosamente di vivere come salariati fino a quando non diventiamo «eccedenti», «obsoleti», «improduttivi», «costosi». Quando questo accade, e periodicamente </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>deve</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> accadere, ci accorgiamo che valore ha il cosiddetto «capitale umano»: </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>zero</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">. Il «capitale umano» è semplicemente </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>capitale</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, il quale non ha nulla di umano.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">I lavoratori delle medie e piccole imprese tutto questo lo hanno sempre sperimentato sulla loro pelle, perché al contrario dei lavoratori delle grandi imprese, assai infiltrate dal capitalismo di Stato e assoggettate al più rigido monopolio sindacale, essi non hanno potuto beneficiare delle tutele sancite dallo Statuto dei Lavoratori, e solo in minima parte hanno goduto del cosiddetto Stato Sociale, peraltro finanziato attraverso un drenaggio fiscale sempre più pesante e insostenibile. E’ questo il prezzo che la democrazia basata sullo sfruttamento del lavoro ha pagato per mantenere saldo nelle sue mani il controllo dei lavoratori, divisi in «aristocrazia operaia» e in proletariato salariato sempre in bilico tra occupazione, precarietà e disoccupazione. Che oggi anche molti «lavoratori intellettuali» vivano questa situazione, è davvero il segno dei tempi, e anch’essi farebbero bene a scrollarsi di dosso tante illusioni circa il loro status sociale. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">A proposito di status sociale: nelle ultime manifestazioni organizzate dalla Fiom-CGIL, diverse persone indossavano una maglietta che riportava questa scritta: «</span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>orgoglio operaio!</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">». Ma orgoglio di cosa? C’è davvero di essere orgogliosi di questo “status sociale”? O non è piuttosto, quella operaia, una condizione dalla quale occorre rifuggire prima possibile? Il problema è che non è così facile scappare dalle fabbriche! Nessuno può essere orgoglioso di una vita fondata su un salario, e se lo pensiamo è solo perché ci siamo abituati ad un’esistenza davvero miserabile, soprattutto se confrontata con la ricchezza sociale che produciamo come lavoratori. La condizione operaia è una maledizione che accettiamo in mancanza di alternative, ma cerchiamo almeno di non cadere nelle trappole ideologiche «operaiste» architettate da chi ha interesse al mantenimento dello status quo.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Se poi «orgoglio operaio» significa un’altra cosa, e cioè conquista della coscienza che bisogna reagire con la lotta all’attacco padronale e statale, allora non è certo alla Fiom che dobbiamo guardare. Infatti, se i dirigenti di CISL e UIL sono «mosche sul capitale», altrettanto lo sono quelli della CGIL, come testimonia la storia passata e recente. Soprattutto quando al governo ci sono i suoi partiti di riferimento, la CGIL si mostra più collaborativa e «responsabile» degli altri due sindacati collaborazionisti. Per quanto riguarda la responsabilità aziendale e nazionale quel sindacato non è mai stato secondo a nessuno.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Sempre nelle manifestazioni cui accennavamo sopra, altri militanti della Fiom sfoggiavano una maglietta color rosso vivo con impresso il volto di Sant’Enrico Berlinguer, ossia di colui che alla fine degli anni Settanta sostenne, insieme alla Democrazia Cristiana e al Partito Socialista, una durissima politica di sacrifici e di «</span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>austerità</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">» (per i lavoratori, beninteso). «Le vecchie classi dominanti e il vecchio personale politico – scriveva Berlinguer nel 1977 – sanno ormai di non essere più in grado di imporre sacrifici alla classe operaia e ai lavoratori italiani: i sacrifici, oggi, ce li devono chiedere, e ce li chiedono». E il suo partito li accettò, i sacrifici, eccome! I Super Collaborazionisti Lama e Berlinguer: ecco chi sono gli eroi della Fiom! Oggi questa organizzazione mostra il muso duro nel tentativo di intercettare la tensione crescente nelle fabbriche, per controllarla e usarla anche a fini squisitamente politici, ossia per volgerla contro «il governo delle destre» e la «destra» del Partito Democratico (quella che ha espresso solidarietà alle «mosche» della CISL e della UIL, per intenderci). La Fiom è un residuato bellico dei «tempi d’oro» del PCI da Togliatti a Berlinguer. Un po’ come lo è, su un altro versante, Magistratura Democratica.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Possiamo essere certi che i dirigenti della CGIL ci chiederebbero di ingoiare una pillola ancora più amara, in nome degli «interessi superiori del Paese» e di una politica di governo «finalmente onesta e normale», se al governo ci fosse, non il Cavaliere Nero di Arcore, ma l’onesto Bersani, magari coadiuvato dal manettaro Di Pietro (volevamo scrivere «fascista», ma sarebbe stato un gratuito insulto ai fascisti “seri”) e dallo statalista di ferro Nichi Vendola – e, perché no?, con l’«appoggio esterno» degli onesti Casini e Fini. Ma venir sfruttati e governati da padroni e politici </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>onesti</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> e </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>normali</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> ci cambia forse la vita? Non ci hanno preso già abbastanza in giro i populisti e i moralisti di “destra” e di “sinistra”? Massimo D’Alema lo ha detto chiaro e tondo: via Berlusconi e avanti con un «governo tecnico» sul tipo dei governi Amato e Ciampi: la GGIL sta già preparando la vaselina… </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Prima abbandoniamo l’illusione che possano esserci, per noi lavoratori, governi e sindacati </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>amici</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, di “destra” o di “sinistra” che siano, e prima ci mettiamo sulla sola strada che può darci forza: l’</span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>autonoma organizzazione dei nostri interessi</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> di lavoratori, di precari, di disoccupati, di individui sempre più stressati dal capitale e dallo Stato. Dobbiamo imparare a muoverci da soli, autonomamente; magari all’inizio cadremo, commetteremo degli errori, ma almeno proveremo a schiodarci di dosso l’impotenza sociale che ci lascia in balia degli eventi.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Bertinotti ha denunciato «il radicale rovesciamento tra la dichiarazione della Repubblica fondata sul lavoro e il modello odierno basato su bassi salari, flessibilità e precarizzazione»; la verità è che proprio in grazia di quella dichiarazione, che esprime un </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>rapporto sociale di dominio e di sfruttamento</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, il capitale può oggi rivendicare condizioni sempre più pesanti per i lavoratori. Assistiamo non al ribaltamento, ma all’attuazione della Costituzione! Solo un passatista e statalista (più o meno “rifondato”) come l’ex Presidente della Camera può rimpiangere il tempo in cui il rapporto tra «democrazia e mercato» pendeva, a suo dire, a favore della prima, mentre oggi la bilancia penderebbe decisamente dalla parte del mercato. In realtà il primato assoluto è stato sempre dalla parte del capitale, pubblico e privato, anche nel corso dei «trent’anni gloriosi» seguiti alla promulgazione della Costituzione che egli rivendica come una mitica età dell’oro. D’altra parte, Bertinotti rimpiange persino «l’esistenza dell’URSS», perché almeno «teneva in piedi la sfida planetaria tra capitale e lavoro»: ecco un bell’esempio di “amico” dei lavoratori! Come dice il noto proverbio, dei nemici mi guardi Dio… </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Nel suo ultimo libro l’ex capo di Rifondazione Statalista si chiede «</span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Chi comanda qui?</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">»; strano che proprio lui non lo sappia. Prendiamo per buona la sua imbarazzante ignoranza e glielo diciamo con tanta modestia operaia: comanda, ormai dall’Unità d’Italia, la classe che detiene nelle sue mani il capitale e il potere politico. A </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>SkyTG24</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> egli ha detto «che oggi non siamo più un governo democratico, ma siamo un governo oligarchico, cioè in cui sono pochi a comandare»: ma proprio questa è la democrazia fondata sul lavoro (salariato)! Non è mai tardi per svegliarci dall’ipnosi democratica che, come elettori, ci rende strumenti impotenti nelle mani dei partiti politici e dei loro dirigenti, «onesti» o «malfattori» che siano.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Nemmeno<span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span>il<span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> Contratto Nazionale di lavoro </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>in sé</em></span></span> dev’essere un feticcio, un articolo di fede per i lavoratori.<span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">. Infatti, attraverso la stipula di contratti collettivi di lavoro aventi valore di legge e vincolanti per tutti i lavoratori appartenenti ad una data professione – siano </span></span>essi <span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">sindacalizzati o meno – si è realizzato</span></span>, di fatto,<span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> un maggior controllo sociale da parte dello Stato, il quale entra nelle controversie tra padroni e lavoratori sotto le mentite spoglie dell’arbitro «</span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>super partes</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">». Più che una conquista dei lavoratori, il Contratto Nazionale di lavoro ha segnato un successo per le organizzazioni imprenditoriali, per i sindacati collaborazionisti e per lo Stato, in primo luogo perché ha tolto ai lavoratori di ogni singola fabbrica la gestione diretta dei loro interessi, abituandoli alla mortale prassi della delega. </span></span>Delegare e scioperare a comando: questa è la prassi a cui hanno abituato i lavoratori. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Oggi che il vecchio modello </span></span>contrattuale<span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> non è più </span></span>funzionale ai nuovi processi produttivi e al nuovo scenario della competizione internazionale<span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, la Confindustria preme </span></span>affinché <span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">i sindacati ne prendano </span></span>a loro volta atto<span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, cosa che peraltro essi ufficiosamente </span></span>già fanno, CGIL compresa. La<span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> struttura giuridica e </span></span>il<span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> fondamento politico del </span></span>vecchio <span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Contratto Nazionale di lavoro</span></span>, che per decenni ha garantito<span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> il monopolio sulla forza lavoro </span></span>qualificata da parte <span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">del grande capitale e dei grandi sindacati</span></span> (sul modello corporativo fascista), sono ormai diventati fin troppo obsoleti, come d’altra parte obsoleto è l’intero assetto politico-istituzionale del Paese.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Il contratto collettivo è soltanto un armistizio. Tutte le volte che ne hanno l’occasione i padroni stracciano i contratti collettivi per imporci condizioni a loro più favorevoli. Il rispetto religioso di questi contratti da parte dei sindacati ufficiali, ormai diventati degli organismi parastatali, si spiega con il loro interesse a non perdere un eccezionale strumento di potere politico, istituzionale ed economico. Dovrebbero essere i lavoratori a prendere l’iniziativa di rompere quei contratti tutte le volte che ciò sia nel loro </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>esclusivo</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> interesse. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/sciopero.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1793" style="margin: 3px;" title="sciopero" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/sciopero.jpg" alt="" width="404" height="568" /></a>Lo stesso </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sciopero generale</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, evocato ultimamente da Landini e blandito, con la solita prudente «responsabilità», dallo stesso Epifani, non è in sé un valido strumento di lotta, ma diventa tale solo se riempito di contenuti che danno forza all’iniziativa autonoma dei lavoratori. Lo sciopero generale di Landini e soci sembra invece avere il significato esattamente opposto: mobilitare la massa operaia ai fini di una battaglia politica intersindacale e interpartitica.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Se, oggi, difendendo il Contratto Nazionale intendiamo porre un argine all’attacco padronale, ebbene difendiamolo pure (chi può, chi lo ha, chi ci crede), ma con la consapevolezza che il nostro vero problema è </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>come</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> attrezzarci per resistere a quell’ attacco, e magari contrattaccare quanto prima. Se non acquistiamo questa coscienza, ogni nostra piccola vittoria non sarà che il preludio a sconfitte sempre più pesanti, sciopero dopo sciopero, arbitrato dopo arbitrato, compromesso dopo compromesso, </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>contratto collettivo dopo contratto collettivo</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">. E questo non in contraddizione con l’artico 1 della Santa Costituzione, ma in</span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em> assoluta armonia </em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">con esso.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Bisogna spezzare il circolo vizioso della delega, costituire in ogni posto di lavoro: fabbrica per fabbrica, ufficio per ufficio, </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>comitati d’iniziativa operaia</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> (o come altrimenti vorremo chiamarli) nei quali le decisioni sono prese insieme dai lavoratori e da essi </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>direttamente</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> e </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>autonomamente</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> trasformate in azioni rivendicative. Occorre anche che questi comitati cerchino il contatto con i disoccupati, i precari e gli immigrati, per allargare e rafforzare la risposta dei lavoratori all’attacco padronale, e occorre anche favorire la nascita di comitati di discussione e di lotta tra i precari, i disoccupati e gli immigrati. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Insomma, si tratta di costruire </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>rapporti di forza</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> più favorevoli ai lavoratori di tutte le “tipologie”, perché i diritti sono un fatto di forza e come tali dobbiamo incominciare a considerarli, abbandonando le vecchie illusioni legalitarie e democratiche. E’ una strada difficile da imboccare, anche per chi scrive, ma è la sola che possiamo percorre </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>orgogliosamente</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"> e con qualche probabilità di successo. Tutto il resto è </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>sconfitta</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">, materiale, politica, morale, in una sola parole: </span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><em>esistenziale</em></span></span><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">.</span></span></p>
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		<title>Nella trappola berlusconiana</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 13:54:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Moracchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<category><![CDATA[questione morale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Steafano Moracchi La sinistra continua ad inseguire la logica berlusconiana, non avendo compreso nulla nei quindici anni, che sono trascorsi, dalla discesa in campo. Berlusconi, con il caso Casentino, ha trasformato una questione morale in questione politica. La sinistra, inseguendolo su questo terreno, ha finito per trasformare una questione politica in questione morale. Siccome [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Steafano Moracchi</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La sinistra continua ad inseguire la logica berlusconiana, non avendo compreso nulla nei quindici anni, che sono trascorsi, dalla discesa in campo.<br />
Berlusconi, con il caso Casentino, ha trasformato una questione morale in questione politica. La sinistra, inseguendolo su questo terreno, ha finito per trasformare una questione politica in questione morale. Siccome sulla questione morale non si può permettere di dare lezioni a nessuno, finisce per competere negativamente con il giustizionalismo di Di Pietro e con il doppiopesismo di Casini. I finiani sono caduti nella stessa trappola, subendo una sconfitta politica ancora peggiore, visto il caso Montecarlo.<br />
La sinistra ha rinunciato da un pezzo a sconfiggere politicamente Berlusconi. Vi ha rinunciato nel momento stesso in cui è passata dal PCI al PDS, perché del vecchio partito è riuscita a portarsi dietro solo la questione morale berlingueriana, pensando che potesse tornargli utile nella manovra politico-giudiziaria Mani Pulite.<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/09/berlusconi-multitasking.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1615" style="margin: 5px;" title="berlusconi-multitasking" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/09/berlusconi-multitasking.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a><br />
Lo stesso errore che sta commettendo Fini, che di quella maledetta stagione golpista, fu all’inizio un grande fautore (insieme alle forche leghiste).<br />
Sia Fini che Bersani, scordano che il prodotto di quell’operazione militare siede in Parlamento, ed è più forte che mai, grazie anche alla scelta (sotto ricatto?) di Veltroni che, pur avendo detto al Paese con enfasi e narrazione con tanto di borghi medievali sullo sfondo, che il partito sarebbe stato a vocazione maggioritaria competendo da solo, si è smentito subito portandosi dentro Di Pietro con tanto di simbolo (ciò che ha, invece, negato ai Radicali).<br />
Berlsuconi, con una mossa sola, ieri, in parlamento, ha operato una distinzione ideologica che gli risulterà vincente se si dovesse tornare alle urne. Da una parte i finti moralizzatori, dall’altra i decisori. Il carattere decisionale si rafforza nel momento stesso in cui riesce a far apparire i suoi avversari dei trasformisti e degli opportunisti.<br />
Fini, scegliendo di votare insieme alla sinistra, è morto politicamente. Gli verrà rinfacciato di essere passato prima per un apologeta del giudice di Mani Pulite, poi di essere quello che condannava quella stagione, per arrivare oggi a fare la morale a Berlusconi.<br />
Quella che ai più sembra una scelta incomprensibile di Berlusconi è, al contrario, un piano ben congegnato e vincente.<br />
Berlusconi continua a dare mazzate a Fini con i suoi giornali e finge di ignorare i voti dei finiani. In questo modo, oltre a dare l’impressione di non temere le urne, oltre ad aver dato prova al Presidente della Repubblica di responsabilità istituzionale nel non far cadere la legislatura (ottenendone l’elogio), riesce a non cadere nel ricatto finiano, passandogli il cerino in mano.<br />
Questo è Berlusconi, e paradossalmente, oggi è più forte grazie al trasformismo infantile dei suoi avversari.<br />
La sinistra, nel momento di maggiore crisi del PDL, è riuscita a creare il mito della narrazione di Vendola, rispolverare il mito della vocazione maggioritaria di Veltroni, e i le passeggiate mattutine di Bersani alle catene di montaggio.<br />
Sulla Fed stendo un velo pietoso.</p>
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