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	<title>Comunismo e Comunità &#187; forconi</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>I tre passi del popolo italiano verso la rivolta</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Dec 2013 00:08:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ di Eugenio Orso  Come indispensabile premessa, si avverte che in questa sede distinguiamo fa la Rivoluzione e la semplice insurrezione popolare, in quanto si tratta di fenomeni politici e sociali molto diversi fra loro. Il primo – la Rivoluzione – s’inserisce a pieno titolo nelle correnti di cambiamento storico che portano a un ”nuovo mondo”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"> di <strong>Eugenio Orso</strong></p>
<header class="entry-header"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/xin_3408031613149961575015.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4086" title="xin_3408031613149961575015" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/xin_3408031613149961575015-300x174.jpg" alt="" width="300" height="174" /></a></p>
<div class="entry-meta"><span class="sep"> </span>Come indispensabile premessa, si avverte che in questa sede distinguiamo fa la Rivoluzione e la semplice insurrezione popolare, in quanto si tratta di fenomeni politici e sociali molto diversi fra loro. Il primo – la Rivoluzione – s’inserisce a pieno titolo nelle correnti di cambiamento storico che portano a un ”nuovo mondo”, a una realtà culturale, economica e politica profondamente diversa da quella che dominava in precedenza, in un rivolgimento epocale dell’”ordine costituito” che cambia la prospettiva futura. Il secondo – l’insurrezione – è, per così dire, soltanto “unidimensionale”, perché connotato dalla rabbia dei dominati che si ribellano, in modo violento, allo status quo, al potere vigente e oppressivo. Senza avere, però, un preciso progetto politico alle spalle e alla testa delle élite (come quelle rivoluzionarie) con capacità e volontà trasformative dell’esistente a trecento e sessanta gradi. Rivoluzione vuol dire l’Ottobre Rosso di Lenin nel 1917, la Lunga Marcia di Mao, in Cina, conclusasi nel 1949, Castro e Guevara vittoriosi a Cuba nel 1959. Insurrezione significa i riots a sfondo razziale di Los Angeles nella primavera del 1992, la rivolta della Banlieue parigina dell’autunno 2005, i disordini in Inghilterra, a partire dalla periferia di Londra, dell’agosto 2011.</div>
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<p style="text-align: justify;">Chiarito quanto precede, nel futuro del popolo italiano, data la prospettiva di de-emancipazione e impoverimento progressivi, possiamo aspettarci conati di rivolta contro il sistema politico locale e il suo “mentore”, cioè l’impianto sopranazionale di potere e oppressione dei popoli rappresentato dall’unione europide monetaria. Finora abbiamo assistito, al più, a “scaramucce” minori localizzate, come i recenti scontri fra polizia e manifestanti a Torino, attraversata dalla rivolta (in gran parte pacifica) dei cosiddetti Forconi, o i ricorrenti scontri fra le forze poliziesche di repressione e i no-Tav valsusini (e nazionali). Possiamo presumere che nei prossimi mesi la situazione si aggreverà di molto, rischiando di precipitare. Non ci sarà alcuna ripresa nel 2014, come millanta il piccolo Quisling Letta, se non una ripresa della disoccupazione, delle chiusure aziendali e dello “spread”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tenendo presente la distinzione fra Insurrezione e Rivoluzione che abbiamo operato all’inizio, possiamo tracciare il percorso seguito dal popolo italiano, ormai a maggioranza, per giungere alle soglie della rivolta sociale, ai riots diffusi, all’insurrezione nei confronti del sub-potere politico locale e dei suoi padroni esterni. Sintetizziamo la questione in tre passi, l’ultimo dei quali, quello decisivo, è ancora da compiere.</p>
<p style="text-align: justify;">1)    <em><strong>Primo passo: dentro il sistema secondo le sue regole</strong></em>. E’ un passo già compiuto, meno di un anno fa, con il consenso dato al cinque stelle, a Grillo e Casaleggio e alle loro liste elettorali per le ultime politiche. La speranza, che in una manciata di mesi si è rivelata ingenua, era di poterli mandare tutti a casa, rinnovando la “classe politica” e cambiando le politiche spietatamente neoliberiste e pro-euro. Restando, però, dentro il sistema e giocando la partita secondo le sue regole parlamentari ed elettorali. Fra queste, i grillini hanno accettato una legge elettorale poi dichiarata illegittima, senza fare una piega perché certi di vincere, o almeno di riuscire a entrare in forze nella “stanza dei bottoni”.  M5s ha ottenuto ben tre risultati, con il senno di poi, ma nessuno di questi va nel senso delle aspettative popolari, drammaticamente concrete in termini di reddito, occupazione, stato sociale. Il primo risultato conseguito, di natura politica e dentro i giochi parlamentari, è stato quello di “affondare” il pagliaccio piddino Bersani, candidato premier. Poca cosa, perché di piccoli Quisling disponibili, in Italia, le eurocrazie e il grande capitale finanziario ne trovano finché vogliono. Infatti, è spuntato Letta appoggiato da Napolitano, basista eurocratico e presidente. Il secondo risultato ottenuto, di legittimazione del sistema liberaldemocratico, è stato quello di limitare l’astensionismo, che altrimenti avrebbe potuto essere ben più consistente del 25% dell’intero “corpo elettorale”, lanciando un segnale negativo ai sub-dominanti politici locali. Il terzo risultato, sempre a sostegno del sistema di potere vigente e della sua riproducibilità futura, è consistito nell’aver neutralizzato preventivamente una possibile protesta sociale, destinata a sfociare in una serie di riots violenti e imprevedibili, come ha dichiarato candidamente Grillo rivendicandone il merito. Se questi sono i principali risultati conseguiti da m5s, presente in forze in parlamento, è chiaro che la delusione cocente si è fatta largo in una manciata di mesi dal “successo elettorale” fra coloro che gli hanno dato consenso. Il movimento di Grillo e Casaleggio, quale effettivo rappresentante dei bisogni e delle richieste popolari, ci pare, ormai, acqua passata, in quanto destinato al declino (quanto rapido vedremo) o alla scomposizione in parti come il pdl. E’ ormai chiaro che m5s, lo voglia o no, ha supportato il sistema facendogli da stampella.</p>
<p style="text-align: justify;">2)    <em><strong>Secondo passo: fuori dal sistema, ma rispettando i suoi tabù</strong></em>. Una volta constatato il fallimento di m5s, parte di una popolazione totalmente priva di rappresentanza politica e sindacale ha deciso per il “fai da te”, cioè ha agito completamente fuori dai recinti liberaldemocratici creando un movimento extrasistemico (appunto), ma ancora rispettoso dei tabù sistemici, e fra questi del più efficace per evitare rivolte: il pacifismo strumentale. Quella dei Forconi – o Comitato 9 dicembre –fin da subito si è connotata come una protesta “oltre la destra e la sinistra”, senza agganci di rilievo con i cartelli elettorali presenti in parlamento o con le centrali sindacali sistemiche, ma ancora “pacifica”, non armata, non incline all’uso della violenza. Per qualche giorno i Forconi hanno attraversato l’Italia, con manifestazioni, volantinaggi improvvisati, blocchi stradali e ferroviari, poi, verso Natale, la protesta è sembrata rientrare, riducendosi di molto. Per non dire delle spaccature fra i capi, in occasione dell’adunata a Roma, partecipata solo da una parte del movimento. Se m5s aveva uno straccio di programma politico (frutto delle votazioni in rete, ma veramente?) per la verità contradditorio, date la presenza contemporanea di elementi antiliberisti e liberisti e la sottovalutazione della questione dell’euro, i Forconi non sembrano esprimere delle chiare linee programmatiche. Sono quelli del tutti a casa, del governo provvisorio e delle nuove elezioni, apparentemente senza possibili compromessi istituzional-elettorali. Per farla breve, notiamo che il passo in avanti dei Forconi, rispetto all’inutilissimo m5s (o meglio, utile solo alla liberaldemocrazia), è consistito non certo nel programma politico, o in più deciso “tutti a casa”, ma sostanzialmente nel giocare fuori dal sistema e dalle sue regole parlamentari ed elettorali, nonché nella maggior consapevolezza che l’unione europoide è il vero burattinaio del governo in carica e dei partiti tutti. Anche questo movimento, che definiamo pur con una certa prudenza protorivoluzionario, è destinato a “rientrare”, o a essere sconfitto, o comunque a deludere le componenti meno prostrate e idiotizzate – e più colpite dalla crisi strutturale neocapitalistica – di una popolazione senza rappresentanza, abbandonata al massacro sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">3)    <strong><em>Terzo passo: fuori dal sistema e contro le sue regole</em></strong>. Dopo aver fatto un po’ di “dietrologia”, da bravi “complottisti” quali siamo, entriamo nel campo della previsione e tentiamo qualche “vaticinio” per il futuro più prossimo. Ironie a parte, che speriamo si colgano, se non interverrà nel frattempo qualche evento esterno di portata epocale (guerre mondiali e/o nucleari, ascesa di forze politiche “euroscettiche” nel resto d’Europa con rapida dissoluzione della uem, cataclismi naturali di grande portata, collasso degli usa e del dollaro, eccetera) prevediamo che in breve una popolazione sempre più alle strette, colpita a morte nel reddito, nell’occupazione e nei consumi, sarà costretta a scegliere una strada totalmente extrasistemica, ma questa volta con abbondante uso della violenza. Infatti, è proprio la via violenta e armata che fa la differenza rispetto al passo precedente. Ciò provocherà disordini, lutti, perdite in termini di vite umane, ma consentirà di incrinare definitivamente il tabù sistemico del “pacifismo strumentale”, di fondamentale importanza in periodi come questi per il controllo dei dominati e la tenuta sistemica complessiva. Non si tratterà ancora di una Rivoluzione, perché i prossimi movimenti di popolo dopo i Forconi, anch’essi poco organizzati, seguiranno l’unica via possibile, cioè quella insurrezionale, ma probabilmente si entrerà in un clima protorivoluzionario, che annuncerà trasformazioni future di grande portata. Per essere chiari, non assisteremo a fenomeni politici e sociali equivalenti all’Ottobre Rosso sovietico o alla Lunga Marcia maoista, ma a riots urbani e confronti con le forze della repressione sistemica, dopo i quali si conteranno morti e feriti. E forse anche le distruzioni. La rabbia è scatenata dalle ingiustizie sociali che tendono ad approfondirsi e a estendersi a fasce sempre più ampie di popolazione. La rabbia è legata ai problemi contingenti, a una quotidianità sempre più misera e degradata, al tradimento di coloro che dovrebbero rappresentare la popolazione. La rabbia non richiede l’elaborazione di ideologie di legittimazione antagoniste, né abbisogna, per esprimersi, di programmi politici coerentizzati da applicare alla realtà. Il terzo passo, che il popolo messo con le spalle al muro dovrà compiere, sarà per qualche verso decisivo, se non altro perché segnerà – probabilmente con un certo tributo di sangue – la distanza incolmabile fra questo sistema, dominato dal neocapitalismo e dalle eurocrazie di rapina, e le esigenze vitali della popolazione. I collaborazionisti al governo – in primo luogo il pd – e i sindacati gialli non avranno più scusanti, saranno riconosciuti come tali, per quel che sono: servi dell’occupatore del paese e “nemici del popolo”. E finalmente cominceranno ad avere paura.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulle forme e sui modi che caratterizzeranno la rivolta di cui al punto tre – il terzo passo ancora da compiere – non ci esprimiamo. O almeno non ci esprimiamo ancora, pur avendo già scritto qualcosa in passato. Per ora è importante rilevare che una percentuale della popolazione italiana compresa fra i due terzi e i tre quarti già oggi non ha – e soprattutto non avrà in futuro – alcuna rappresentanza effettiva all’interno del sistema. Anzi, è schiacciata e vessata da governi collaborazionisti dell’occupatore del paese, il cui compito è di trasferire risorse nazionali all’esterno in quantità sempre maggiori. A beneficio del grande capitale finanziario, per “salvare l’euro”, per favorire il manifatturiero in germania, per far andare la globalizzazione, e via dicendo. Se in prima battuta la popolazione ha creduto a Grillo, pensando di poter cambiare il sistema, senza spargimenti di sangue, standosene comodamente all’interno (comodamente, come i parlamentari e gli amministratori locali del cinque stelle!), in breve ha dovuto amaramente ricredersi e una parte di questa ha appoggiato i Forconi, pacifici manifestanti extrasistemici. C’è però un piccolo problema (detto con ironia). La protesta pacifica, non armata, che rifugge dalla violenza a costo di fallire miseramente, non solo non può pagare, ma è sempre destinata a frantumarsi, a essere fagocitata, a estinguersi senza ottenere risultati. Come abbiamo già scritto nel recente passato, il popolo procede in solitudine per approssimazioni successive. Quello italiano in modo particolare. Il prossimo passo non potrà che essere quello da noi delineato, perché la possibilità di salvezza – quando le vecchie certezze muoiono e tutte le vie sono chiuse – ci sarà soltanto fuori e contro, rispondendo colpo su colpo alla violenza del nemico.</p>
</div>
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		<title>Lineamenti di una futura lotta di liberazione</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Dec 2013 00:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[  di Eugenio Orso  Premessa In questo e nei prossimi interventi ci proponiamo di affrontare alcuni temi di estrema rilevanza politica e sociale. Lo scopo è di abbozzare, una prima volta, i lineamenti che dovrà avere una futura lotta di liberazione e gli obiettivi che auspicabilmente dovrà conseguire. I punti da sviluppare sono i seguenti: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="WordSection1" style="text-align: right;">  di<strong> Eugenio Orso </strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><strong><em><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Premessa</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/Partigiani.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4071" title="Partigiani" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/Partigiani-300x228.jpg" alt="" width="300" height="228" /></a>In questo e nei prossimi interventi ci proponiamo di affrontare alcuni temi di estrema rilevanza politica e sociale. Lo scopo è di abbozzare, una prima volta, i lineamenti che dovrà avere una futura lotta di liberazione e gli obiettivi che auspicabilmente dovrà conseguire. I punti da sviluppare sono i seguenti:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">1)    Dittatura centralista rivoluzionaria.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">2)    Odio di classe, Vendetta sociale e Disumanizzazione del nemico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">3)    (Ri)educazione di massa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Il neocapitalismo, attraverso i suoi molti canali di propaganda, di flessibilizzazione e di condizionamento delle masse è riuscito a trasformare l’uomo e le società, a renderli adatti a sopportare lo “sfruttamento totale” che le sue dinamiche e le sue esigenze riproduttive implicano. Usiamo deliberatamente l’espressione “sfruttamento totale” – che virgolettiamo non ironicamente – perché ci si è spinti ben oltre il vecchio recinto della fabbrica, in cui si accumulava e si estorceva il plusvalore (secondo Karl Marx). La sussunzione reale del lavoro al capitale, indagata una prima volta da Marx, si è estesa “a macchia d’olio”, in questi decenni di trapasso dal capitalismo produttivo dello scorso millennio al neocapitalismo finanziarizzato, a ogni ambito della vita umana, individuale e sociale. La sussunzione è raddoppiata, per l’assoluta superiorità del capitale finanziario su quello “produttivo” e l’estorsione del plusvalore è un sottoinsieme della creazione del valore azionario, finanziario e borsistico che la contiene. Si è agito sull’uomo, per manipolarlo e diminuirlo, su vari fronti, a partire da quello del lavoro, precarizzato, sotto pagato e svalutato culturalmente. Il tasso di violenza espresso dal sistema è <a class="matchTooltip">oggi</a> alle stelle e gli spazi alternativi, extralegali, di resistenza, sono stati spazzati via, o si sono ridotti a piccole, insignificanti isole in un mare sconfinato di neoconformismo. Il dissenso espresso in forme radicali sopravvive nella virtualità della rete, sospesa su una realtà sociale e umana che si vuole rendere invisibile, illeggibile o si vuole semplicemente esorcizzare. All’interno del sistema politico di supporto al neocapitalismo, vige una sorta di “democrazia del mercato”, di matrice assolutistica, che non ha più bisogno di un vero consenso di massa (per quanto estorto, manipolato), avendo ridotto le elezioni politiche a suffragio universale a un puro momento rituale, a fronte di programmi politici già decisi dalle élite globaliste e a senso unico. In questa situazione, se ci fossero forze extraparlamentari agguerrite, disposte alla lotta nelle piazze, non avrebbero più leve. Se ci fossero ancora le BR, non avrebbero più gruppi di fuoco. Per far digerire agli operai la rischiavizzazione, ai ceti medi l’impoverimento progressivo, ai giovani la disoccupazione endemica, gli agenti neocapitalistici hanno agito sull’uomo con ogni mezzo a disposizione, senza scrupolo alcuno. Pacifismo, politicamente corretto, culto irrazionale e masochistico della democrazia (liberale), culto del mercato e del privato (i grandi capitali finanziari), dominano incontrastati le menti e la vita delle masse, che sembrano aver perduto anche l’ultima stilla di coscienza politica e sociale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><strong><em><span style="font-size: 14.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Parte I – Dittatura centralista rivoluzionaria</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Oggetto del presente intervento è la contrapposizione alla democrazia rappresentativa di matrice liberale – che supporta lo sfruttamento totale neocapitalistico e i crimini perpetrati dai dominanti contro l’uomo e l’ambiente – di un sistema di governo alternativo, demonizzato dai “sinceri democratici” al servizio del neocapitalismo, in grado di supportare validamente la rivoluzione politica e sociale per la liberazione dell’uomo. La superiorità assoluta del mercato e del grande capitale finanziario, assicurata sul piano politico dalla democrazia rappresentativa liberale, potrà trovare il suo contraltare soltanto in una forma di governo opposta, centralizzata, affidata a nuove élite anticapitaliste e antimercatiste, adatta ad affrontare le emergenze ereditate dal nuovo capitalismo finanziarizzato e i grandi cambiamenti storici. Una forma di governo che potrà supportare validamente un grande progetto di controdemiurgia rivoluzionaria, per la liberazione definitiva e integrale dell’uomo dalle catene neocapitalistiche.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">A questo punto, si rende indispensabile una precisazione. Non vi è alcuna contraddizione fra questo e un nostro precedente intervento, in cui abbiamo stabilito i lineamenti di un programma politico-strategico alternativo, applicabile alla realtà storica, sociale e politica di paesi oppressi come l’Italia. Nel post Le basi programmatiche dell’alternativa abbiamo esplicitato i punti principali, nell’essenziale, di un programma opposto a quello neocapitalistico, stabilito dagli organismi sopranazionali e applicato dai gruppi politici subdominanti nei vari paesi sottomessi. Le basi programmatiche da noi proposte nel citato scritto sono “sovraniste”, dal punto di vista monetario e politico (uscita dall’euro, dall’unione europoide e dal sistema di alleanze “occidentale”), dirigiste, dal punto di vista economico (con la riattivazione piena dello stato imprenditore, le rinazionalizzazioni), keynesiane, dal punto di vista del modo di intendere la funzione del deficit dello stato e quella della spesa pubblica. Infine, nel programma si riconosce la centralità dello stato sociale, per un autentico sviluppo centrato sull’uomo, che dovrà essere riattivato ed esteso. La prima vera libertà umana, volutamente ignorata dai pubblicisti del neoliberismo sfrenato, era, è e resterà quella dal bisogno economico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Come si nota, non abbiamo delineato i contorni di un programma collettivista, volto in tempi brevi alla completa socializzazione di tutti i mezzi di produzione e alla scomparsa dell’iniziativa privata (come ci sarebbe piaciuto fare). Questo perché, nel breve, data la situazione di passività di massa e di colonizzazione delle menti, solo un programma “intermedio” come quello da noi tratteggiato potrà avere speranze di successo. Per speranza di successo intendiamo l’adesione di gruppi politici, di intellettuali e di economisti con (almeno) un piede dentro il sistema, con la possibilità effettiva di “smuovere” la situazione dall’interno. Intendiamo anche la possibilità concreta di consenso fra le masse pauperizzate, <a class="matchTooltip">oggi</a> passive, idiotizzate socialmente e politicamente, impaurite e ricattate dal punto di vista economico (la “spada di Damocle” del debito pubblico, il peggioramento della “crisi” produttiva e occupazionale), “educate” (o meglio, ammaestrate) al pacifismo a senso unico e al rispetto assoluto, all’accettazione acritica della democrazia neocapitalistica di mercato (l’unica e la sola <a class="matchTooltip">oggi</a> esistente).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Il passaggio dalla democrazia liberale, con annessa truffa del suffragio universale e della rappresentanza “condizionata” dall’esterno, al nuovo sistema di governo centralizzato, che opererà a beneficio delle masse-pauper neutralizzando le minoranze neocapitalistiche rapaci, difficilmente potrà compiersi nel breve o nel brevissimo periodo. Del resto, in Russia l’Ottobre Rosso dei bolscevichi è stato preceduto dalla rivoluzione mancata del 1905 e dal governo menscevico, che continuava la guerra zarista e manteneva in vita il parlamento. La rivoluzione maoista e comunista in Cina ha avuto un periodo di gestazione ben più lungo, prima di giungere alla vittoria, dal 1912 al 1949. In sintesi, sia per quanto riguarda gli aspetti programmatici sia per quanto riguarda la forma di governo, noi prevediamo due fasi rivoluzionarie future. La prima soltanto parziale, protorivoluzionaria, di superamento progressivo delle politiche neoliberiste, mercatiste ed europoidi (per quanto riguarda i paesi prigionieri dell’eurolager). In questa fase, che potrà rivelarsi piuttosto lunga e incerta, le “istituzioni democratiche” liberali saranno mantenute in vita, in tutto o in parte. Le forze politiche che la domineranno – “euroscettiche”, ostili al grande capitale finanziario, sovraniste, ma interne al capitalismo – potrebbero forse essere paragonate, dal nostro punto di vista e con le dovute cautele, ai menscevichi prima di Lenin e del Potere ai Soviet. Soviet, dei soldati, degli operai e dei contadini, che erano gli unici e i soli completamente alternativi all’allora “parlamentarismo borghese” (Lenin docet). La seconda fase propriamente rivoluzionaria, quella decisiva, rappresenterà la fine di una lunga marcia di avvicinamento al potere e un’accelerazione del processo di liberazione dell’uomo dall’oppressione del capitale finanziario, dall’usura neocapitalistica e dall’inganno della democrazia. In questa fase emergeranno in piena luce le forze autenticamente rivoluzionarie e trasformative, che prenderanno saldamente la guida della società e concentreranno nelle proprie mani il potere effettivo. La Dittatura centralista, nella seconda fase, quella propriamente definibile rivoluzionaria, potrà rappresentare un sistema di governo alternativo e caratteristico della transizione dal periodo rivoluzionario alla nuova società postcapitalista. Una transizione che difficilmente potrà essere gestita “dal basso”, in modo “democratico” – com’è facilmente intuibile – con il rischio incombente del fallimento, del caos e/o del ritorno dei criminali neoliberisti al potere.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">La demonizzazione della dittatura, iniziata propagandisticamente nella parte occidentale del mondo dopo la seconda guerra mondiale, risponde <a class="matchTooltip">oggi</a> a ben precisi interessi di classe. Quelli della classe globale dominante. La demonizzazione della dittatura – frutto di una fuorviante interpretazione del corso storico da parte di vincitori – si sostanzia nella demonizzazione integrale del nazionalsocialismo, del comunismo sovietico e del fascismo, coinvolgendo una buona parte della storia del novecento europeo. Dopo la capitolazione dell’Unione Sovietica, ha riguardato singoli avversari del neocapitalismo, o autocrati venduti come mostri sanguinari, alla costante ricerca di un nemico irriducibile da dare in pasto, propagandisticamente, alle masse idiotizzate e flessibilizzate. Un nemico che faccia dimenticare alle popolazioni occidentali una situazione sociale sempre più negativa e a loro sfavorevole. Saddam Hussein, Slobodan Milosevic, Mohammar Gheddafi e <a class="matchTooltip">oggi</a> Assad rientrano in quest’ordine d’idee. Sono i “demoni” portatori della dittatura, in contrapposto alla democrazia liberale, coloro che negano apertamente i diritti astratti, inoperanti nella concretezza dei rapporti sociali e produttivi, nati dall‘inganno liberale. Sono, costoro, gli obiettivi prediletti delle guerre esterne neocapitalistiche, combattute sempre contro avversari militarmente molto più deboli con il supporto dei media e dei mercati. Rappresentano i moderni “stregoni” – condannati a morte dal “tribunale dell’inquisizione” della classe globale dominante – da mandare letteralmente al rogo. Non da soli, purtroppo, ma insieme ai paesi e ai popoli che guidano. La supremazia del libero mercato globale tendente alla massima espansione, quale riflesso irrinunciabile del modo di produzione neocapitalistico che ha “messo sotto” la politica, è ben compendiata, a livello di sistema di governo, dall’esportazione della democrazia liberale. Un’esportazione armata e destabilizzante, nelle società e per i popoli vittime di questa forma di neocolonizzazione. La dittatura è quindi il nemico numero uno, sul piano politico, e talora fa il paio con il “populismo”, venduto come un mix di fascismo e comunismo che critica sul piano sociale gli effetti delle politiche neoliberiste. Se la dittatura, nelle sue più significative espressioni storiche, fu romana, poi giacobina e infine del proletariato, con la mediazione del partito comunista nelle forme adottate in Unione Sovietica, in futuro non potrà che assumere lineamenti e contenuti originali, diversi da quelli del passato. Contrapporre una nuova forma di Dittatura centralista rivoluzionaria alla democrazia finanziaria di mercato si rivelerà una necessità, perché il superamento del neocapitalismo finanziarizzato implicherà anche il superamento del suo miglior compendio, sul piano politico, cioè la democrazia liberale (falsamente) rappresentativa, di matrice assolutista e mercatista. Allo strumento politico di dominazione del mercato e della finanza, definito democrazia liberale, sarà necessario (e persino inevitabile) opporre uno strumento politico rivoluzionario, di segno opposto, identificabile con la dittatura centralista. Il contrasto fra la democrazia liberale, centrata su diritti astratti, e le vere libertà dell’uomo è ormai manifesto, e lo è proprio in quella parte del mondo che per prima ha adottato istituzioni democratiche e liberali. La prima, vera libertà umana, dalla quale tutte le altre discendono, era, è e resterà anche in futuro la libertà dal bisogno e dal ricatto economico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">Quali potranno essere le caratteristiche, almeno per grandi linee di questo sistema di governo? Cerchiamo di dare una risposta, moderatamente predittiva, stabilendo come di consueto alcuni punti fondamentali.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">1)    <strong><em><span style="text-decoration: underline;">Rappresentanza</span></em></strong>. Con un ardito parallelo storico, se il Lenin delle Tesi di aprile del 1917 contrappose i Soviet al parlamentarismo borghese e imperialista di allora, alla “rappresentanza” liberaldemocratica, che nella realtà è rappresentanza degli interessi della classe dominante sopranazionale, si contrapporrà la formazione di consigli, comitati e direzioni strategiche rivoluzionarie, nelle quali emergeranno le personalità in grado di guidare l’apparato pubblico. Quei governanti, designati dalle direzioni strategiche, a loro volta espressione dei comitati rivoluzionari, dovranno essere soggetti a regole di comportamento e norme stringenti, per rispondere adeguatamente, una volta e per tutte, alla solita domanda “chi controlla i controllori”. Eventuali reati da loro commessi dovranno essere puniti molto più duramente dei reati commessi da un comune cittadino. E’ chiaro che la rivoluzione dovrà avvenire anche dal punto di vista costituzionale, azzerando la rappresentanza liberaldemocratica e fasulla.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">2)    <strong><em><span style="text-decoration: underline;">Elezioni</span></em></strong>. Noi conosciamo una sola forma di democrazia, quella realmente esistente, così come abbiamo conosciuto una sola forma di comunismo, quello novecentesco realmente esistito, il cui “modello” più noto e di maggior successo era di matrice sovietica. Il resto appartiene a una dimensione puramente ipotetica e ideale, oppure a una realtà storica e culturale lontana, irrimediabilmente perduta, che non potrà essere resuscitata (la democrazia della polis greca, il comunismo dei consigli). La forma di democrazia che conosciamo e che realmente esiste è, banalmente, un efficace strumento di oppressione e dominazione delle élite che simula, a fronte di politiche antipopolari applicate, la cosiddetta volontà popolare. Volontà popolare che dovrebbe manifestarsi con le elezioni a suffragio universale, che però non rappresentano la volizione del popolo – come dovrebbe essere chiaro anche ai bimbetti – ma semplicemente un rito sistemico legittimante, nella dimensione politica dominata dalle élite globali. In verità, mentre si vota “universalmente”, ma senza possibilità concreta di influire sulle linee programmatico-politiche, la decisione politico-strategica che conta, mai come <a class="matchTooltip">oggi</a>, è sempre più addensata in alto e all’esterno dei paesi (vedi l’eurozona-lager) rigorosamente in base al “censo”. Nel nostro caso in base al grado di controllo esercitato sul grande capitale finanziario, sulle entità economiche multinazionali e sulla moneta. Per questa via truffaldina, la volontà popolare non solo non è rispettata, ma è neutralizzata a beneficio dei veri dominanti dello spazio politico. Il rito elettorale legittima, per farla breve, l’assolutismo del mercato combinato con il dominio della finanza internazionalizzata. Rinunciare a questo rito significa superare, anche sul piano politico, la supremazia neocapitalistica e riportare l’economia sotto il controllo della Politica, quella vera, con l’iniziale maiuscola.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">3)    <strong><em><span style="text-decoration: underline;">Partiti politici</span></em></strong>. Per esperienza drammaticamente concreta, sappiamo, o dovremmo sapere, che una pluralità di cartelli elettorali, più o meno radicati e strutturati sul territorio, più o meno ridotti all’osso come tessere e partecipazione, non significa assolutamente varietà di programmi politici alternativi e vera libertà di scelta. Il programma applicato è predeterminato, ha poco a che vedere con le “promesse” da campagna elettorale e con le supposte “tradizioni” ideologiche di questi cartelli-partito, essendo l’espressione degli interessi privati e neofeudali di una ristretta cerchia strategica, all’interno della classe dominante neocapitalistica e postborghese. Abbiamo ben compreso, infatti, qual è il vero significato e il vero scopo dell’eurozona e dell’unione “europea”, dei loro trattati e della loro disciplina fiscale e di bilancio. Considerata la nostra esperienza, possiamo concludere che la pluralità di cartelli elettorali/ partiti non significa varietà nella scelta e in alcun modo può assicurare l’emancipazione della “classi subalterne”. Esattamente al contrario, è uno specchietto per le allodole che serve a imbrogliare la popolazione, per far passare le controriforme “strutturali” imposte dai mercati e, nello stesso tempo, agevola lo strutturarsi dei gruppi collaborazionisti sub-politici che servono i grandi poteri esterni. Si rinuncerà senza rimpianti alla democraticissima pluralità di partiti, visto il suo vero significato ed esito.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 1.7pt; margin-bottom: 19.5pt; margin-left: .35pt; text-align: justify; background: white;"><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">4)   <em><span style="text-decoration: underline;">Stato di diritto</span></em></span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial','sans-serif'; color: #373737;">. Lo stato di diritto è un pilastro di qualsiasi forma di governo. In democrazia liberale fa il paio con la rappresentanza. Ebbene, se guardiamo a un caso come quello italiano, lo stato di diritto non è operante, a partire dalla legge fondamentale, cioè dalla costituzione. Oltre allo stratificarsi di normative complesse, fumose e farraginose, che inficiano la legalità rendendo incerto il diritto, osserviamo in questi anni che i trattati e gli accordi europoidi, l’imposizione di “riforme strutturali” (che hanno colpito, in particolare, il mondo del lavoro e le pensioni), in combinato disposto con la perdita di sovranità nazionale stanno azzerando lo stato di diritto, rendendolo un fantasma che si evoca esclusivamente (come la costituzione) per legittimare il sistema. La Dittatura centralista rivoluzionaria, al contrario, si reggerà su un solido stato di diritto e sul rispetto assoluto della legge fondamentale. Non potrà essere diversamente, poiché si contrapporrà alla falsa legalità liberaldemocratica, alle “libertà civili” astratte che sostituiscono i veri diritti, come quello al lavoro, uno stato di diritto operante e orientato alla protezione della società e dei singoli.</span></p>
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		<title>Lo sgretolamento del sistema inizia con i Forconi?</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Dec 2013 22:26:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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<p class="entry-title" style="text-align: right;">  di <strong>Eugenio Orso</strong></p>
<div class="entry-meta"><span class="sep"> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/images.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4052" title="images" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/images.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></span>In piazza a Monfalcone un migliaio di manifestanti, che l’hanno bloccata. Monfalcone è piccola, non è Torino, non è Genova e non è Palermo, è una cittadina dell’estremo nord-est d’Italia, in provincia di Gorizia. Ci sono i cantieri navali (della Fincantieri) e le “esternalizzazioni” a piccole ditte dal futuro incerto che sfruttano e precarizzano all’estremo i lavoratori poveri. Sono stati questi, in gran maggioranza, non gli studenti, non i trasportatori, non i commercianti o gli agricoltori, a invadere la piazza di Monfalcone. Prova che il cosiddetto Movimento dei Forconi è molto composito, dal punto di vista sociale, e rappresenta l’irruzione sulla scena, non certo di fatui grillini o peggio, di virtuali trenta-quarantenni renziani, destinati ad aggravare la situazione sociale del paese, nell’imbroglio della politica di sistema, ma delle masse pauperizzate deprivate di qualsiasi rappresentanza politica. Né Grillo, né Berlusconi, né tantomeno il pd di Napolitano, Letta e Renzi – saldamente al governo e attraversato dalle correnti impetuose del collaborazionismo filoeuropoide e neocapitalistico – possono dare rappresentanza effettiva a queste masse e ai loro interessi vitali.</div>
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<div class="entry-content clearfix">
<p style="text-align: justify;">In relazione al sommovimento detto dei Forconi – che ha il suo più diretto antecedente nei moti siciliani di un paio d’anni fa, guidati dagli agricoltori dei Forconi, appunto, e da trasportatori isolani di Forza d’Urto – non possiamo non rilevare qualche similitudine con i moti di popolo del XIV secolo in Europa, che fecero seguito alla grande carestia d’inizio secolo e all’epidemia di peste sviluppatasi fra il 1347 e il 1350. Dalle Fiandre alla Francia la drammatica situazione socioeconomica si fece sentire e generò una reazione popolare ampiamente spontanea. Il più noto sommovimento è la Jacquerie francese del 1358, affrontata dal potere dell’epoca “per le vie brevi”, con la repressione armata. Rileviamo similitudini fra i Forconi e la Jacquerie popolare trecentesca, ancor più che con le lotte operaie e di classe degli anni sessanta e settanta. Potrà sembrare strano a qualcuno, perché quasi sette secoli di distanza separano i Forconi italiani di oggi dalla Jacquerie francese, ma riflettendoci sopra si comprende che così è e non potrebbe essere diversamente. Perché? Cerchiamo di dare una risposta che ci aiuterà a capire la vera sostanza sociale, politica e culturale di questo nuovo movimento che attraversa la penisola. Esplicitiamo, in proposito, alcuni punti fondamentali:</p>
<p style="text-align: justify;">1) <em><strong>Classe sociale</strong></em>. Il neocapitalismo finanziarizzato, che imperversa anche in Italia, nella sua veste di nuovo modo storico di produzione ha dissolto l’ordine sociale precedente, sta facendo tabula rasa del mondo culturale e solidaristico delle vecchie classi, quali grandi comunità deterritorializzate, e genera una sorta di neoplebe precarizzata e flessibilizzata, senza rappresentanza alcuna all’interno del sistema, nel vuoto di alternative politiche extrasistemiche che drammaticamente latitano. Una neoplebe che deve offrire lavoro non tutelato e a basso costo, o in alternativa accettare, come se fosse naturale destino umano, la disoccupazione di lungo periodo, l’esclusione e una sopravvivenza sempre più incerta. Infatti, tutte le soglie di sopravvivenza della popolazione pauperizzata tendono ad abbassarsi, e l’aspetto soggettivo (gramsciano), quello della coscienza politica e sociale che connotava la vecchia classe operaia, salariata e proletaria tende a scomparire. In questa neoplebe, che sarebbe meglio chiamare Pauper class per contrapporla alla classe dominante globale postborghese, confluiscono, nella discesa verso il basso delle condizioni di vita e dei diritti, sia gli operai orfani dell’omonima classe, sia i ceti medi rovinati dall’euro, dalla globalizzazione economica e della crisi strutturale. I suddetti si sovrappongono, quali strati più alti della classe povera nuovo-capitalistica, alla “underclass” urbana e ai poveri fra i più poveri, che nel mondo sono almeno due o tre miliardi, in costante crescita. Povertà culturale e povertà economica indotte coesistono, come facce della stessa medaglia, e viene meno la specificità culturale – e, mi si permetta di scrivere, comunitaria – che caratterizzava la vecchia classe operaia dominata. Gli operai esistono ancora, numerosi, ma non sono più classe, gli appartenenti al ceto medio anche, ed è cessata, per loro, la storica corrente novecentesca della “promozione” economica e sociale. Ecco chi sono i Forconi italiani, con una spruzzata di “underclass” (sotto-classe urbana), di centri sociali e autonomi, persino di forzanovisti e casa Pound.</p>
<p style="text-align: justify;">2) <em><strong>Ideologia e destra/ sinistra</strong></em>. Secondo la vulgata propagandistico-mediatica, che annunciava il “salto di evo” neocapitalistico globalizzato, gli anni ottanta del novecento sono stati quelli della conclamata “morte delle ideologie”. Il comunismo, il fascismo, il nazionalsocialismo, il nazionalismo e persino il vecchio liberalismo sarebbero “defunti”, in quanto ideologie, in quel decennio, fatuo fin che si vuole, intermezzo apparentemente lieto fra gli “anni di piombo” e quelli “di fango”, ma di profondo cambiamento. Più che di morte – come la materia, le ideologie e soprattutto le idealità che ne stanno alla base si trasformano, fino a rendersi irriconoscibili – si tratta della vittoria su tutto di una nuova ideologia dominante, intimamente connessa alle dinamiche finanziarie del capitalismo del terzo millennio, cioè il neoliberismo-neoliberalismo. Il dominio incontrastato dell’ideologia nuovo-capitalistica (anche l’economia neoliberista, come sappiamo, è di matrice ideologica e non scientifica) è stato mascherato con la “morte delle ideologie”, pur mantenendo in vita artificiosamente la dicotomia destra/ sinistra. Se questa dicotomia politica aveva un senso e un’effettività ai tempi delle lotte operaie postbelliche e del Sessantotto, oggi fa interamente parte della rappresentazione scenica democratica e liberale, che divide le masse in tifoserie contrapposte, come allo stadio, essendo l’esito della “partita”, giocata con il ruolo determinante di media e talk-show, ben poco influente sugli effettivi programmi politici da applicare al paese. I Forconi, che non sono connotati ideologicamente, rifiutano la dicotomia politica destra/ sinistra, segnando così la distanza dal movimento operaio in lotta negli anni sessanta e settanta del novecento. C’è un po’ di tutto, nel movimento spontaneo o semi-spontaneo, che sta attraversando l’Italia, ma io non credo che sia “di destra” o di estrema destra come si cerca di far credere, a vantaggio del sistema (e quindi del Pd europoide e collaborazionista), per delegittimarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">3) <em><strong>Rappresentanza</strong></em>. Il movimento operaio, in Italia a maggioranza comunista, aveva una rappresentanza all’interno del sistema, quella dal Pci, nonché un sindacato di riferimento, legato al Pci, cioè la Cgil con l’”avanguardia” metalmeccanica nella Fiom. I ceti medi avevano una rappresentanza diversa, nel sistema, e la trovavano in buona maggioranza nella Dc di governo (e di lotta, in certe fasi solo apparente, con il Pci). I Forconi non hanno e non potranno trovare alcuna rappresentanza politica e/o sindacale all’interno del sistema di potere vigente, anche se Grillo e soprattutto Berlusconi cercano per convenienze elettorali (e personali) di “cavalcare la tigre” rappresentata da questo movimento. Non parliamo, poi, della distanza fra i manifestanti di questi giorni e il pericoloso buffone, liberista e “europeista”, Matteo Renzi, incaricato di rinnovare esteriormente il Pd e “rottamare” il paese! Hanno intuito, i Forconi, che i piccoli imprenditori prossimi al fallimento sono abbandonati a se stessi da un “sistema-paese” sempre più indebolito, controllato dall’esterno, costretto nell’europrigione e aperto forzatamente al mercato. Hanno compreso che gli artigiani, i contadini e i piccoli commercianti sono destinati all’ordalia del libero mercato globale. Si sono resi conto che i giovani non hanno alcuna prospettiva, nonostante la politica degli annunci di governi collaborazionisti dell’eurozona-lager. Sanno che gli operai sono a rischio di (ri)schiavizzazione integrale e i disoccupati sono tali nel lungo periodo, se non diventano degli esclusi per sempre. Che cosa accomuna tutti questi soggetti in difficoltà? Il fatto che sono privi di rappresentanza, resi “invisibili” dalla politica liberaldemocratica.</p>
<p style="text-align: justify;">4) <em><strong>Programma politico</strong></em>. I Forconi, fin dalle prime battute, non sembrano in grado di esprimere un chiaro programma politico alternativo da contrappore efficacemente a quello sistemico, imposto dall’esterno, che sta squassando il paese. Le loro rivendicazioni, che non riguardano solo le accise sui carburanti(!), sono eterogenee quanto le figure sociali che animano il sommovimento popolare. Ricordo che Costanzo Preve mi ha detto (e ha scritto) che oggi la cosa più complessa è stilare un programma politico credibile, alternativo a quello neocapitalistico e immediatamente applicabile. Così difficile che la Scienza della Logica di Hegel, al confronto, diventa facile come leggere Topolino. Suprema ironia di Costanzo, che purtroppo non è più tra noi, ma grande verità sulla quale riflettere. L’incertezza sul piano programmatico e una certa, spiegabile “confusione rivendicativa” (non solo i costi dei carburanti per l’autotrasporto e le accise!), con le emergenze sociali che si moltiplicano e si accavallano, allontanano inesorabilmente i Forconi dal movimento operaio italiano del dopoguerra. Il movimento operaio, infatti, aveva una solida rappresentanza politico-sindacale e il programma dell’allora Pci, sia pure sempre più rivendicativo-socialdemocratico, nel corso dei decenni, e sempre meno rivoluzionario-marxista. Non parliamo poi degli accostamenti pelosi che alcuni, all’interno del sistema, fanno fra questo movimento di popolo e i “boia chi molla” di Reggio Calabria nel lontano 1970! Personalmente, oggi non vedo l’ombra di un Ciccio Franco che si fa arrestare sulle barricate, o meglio, ai blocchi stradali, ma, al più, l’ombra di un Berlusconi che standosene al sicuro cerca opportunisticamente di metterci il cappello sopra …</p>
<p style="text-align: justify;">5) <em><strong>Individuazione del nemico</strong></em>. Per i Forconi, di sicuro la “classe politica” da mandare a casa senza appello, come nemico interno, quello più visibile e di maggior prossimità, poi l’euro e la globalizzazione economica. Molto meglio, più legati alla realtà sociale del paese e più pericolosi per il sistema degli inani pacifinti indignados, i quali non riuscivano a vedere che le banche e spesso solo gli edifici, più che le istituzioni bancarie e i potentati che le manovrano. In effetti, se il nemico di prossimità è rappresentato dai politici liberaldemocratici nostrani, da spedire a casa in blocco, perché illegittimi, incapaci e rapaci, il nemico esterno, quello principale neocapitalistico, è abbastanza ben simboleggiato dall’euro strangolatore e dalla globalizzazione neoliberista pauperizzante.</p>
<p style="text-align: justify;">Notevoli sono le differenze fra i Forconi e il movimento operaio in lotta nel dopoguerra, come si nota scorrendo i punti precedenti, e c’è qualche inquietante similitudine con il movimento di popolo mille e trecentesco noto come Jacquerie. I vecchi marxisti, quelli del secolo scorso legati alla seconda o alla terza internazionale, direbbero che quello dei Forconi è un movimento squisitamente “reazionario”, perché alimentato, almeno in parte, dai padroncini dell’autotrasporto, da imprenditori, agricoltori proprietari e commercianti. Si rifarebbero, per giustificare il loro assunto, niente di meno che al Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels del 1848, in cui le predette categorie (meno i padroncini dell’autotrasporto, che allora non esistevano) sono connotate in chiave negativa. Il punto vero è che non siamo nell’ottocento e non siamo più nel novecento. Non ci sono più l’alta borghesia proprietaria e il proletariato a fronteggiarsi, dentro e fuori i cancelli delle fabbriche. Il ceto medio è allo sfascio. Il panorama sociale, economico, politico e culturale è oggi completamente diverso.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/2dd85ccd949fd7b02f6cffbcbfdd3d1c1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4055" title="blocco ferrovia Imperia" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/2dd85ccd949fd7b02f6cffbcbfdd3d1c1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Un mio corrispondente, che si dichiara ancora ostinatamente comunista, in merito alla questione dei Forconi e del loro contenuto “rivoluzionario e anticapitalista”, mi ha inviato un estratto del citato Manifesto di Marx e Engels. Leggiamolo: <em>Gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l’artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia, per premunire dalla scomparsa la propria esistenza come ordini medi. Quindi non sono rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari, poiché cercano di far girare all’indietro la ruota della storia. Quando sono rivoluzionari, sono tali in vista del loro imminente passaggio al proletariato, non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, e abbandonano il proprio punto di vista, per mettersi da quello del proletariato.</em> (da Borghesi e Proletari)</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente quanto precede valeva ai tempi del grande Marx, segnati dal capitalismo del secondo millennio e dalla prima rivoluzione industriale. Con l’avvento del nuovo capitalismo finanziarizzato, strutturalmente diverso dal precedente, le cose cambiano alquanto, sia sul piano della teoria del valore, sia sul piano dell’alienazione nei rapporti sociali e produttivi, sia sul piano della strutturazione sociale. Nessun dubbio che qualche piccolo imprenditore prossimo alla rovina vorrebbe “far girare indietro la ruota della storia” e tornare al precedente modello di capitalismo nostrano, di economia mista, sottraendosi all’euro e alla globalizzazione neoliberista. Anzi, non solo lui lo vorrebbe, ma anche molti lavoratori dipendenti e molti disoccupati, affamati di lavoro stabile decentemente retribuito. Non voglio certo sconfessare Karl Marx, ma soltanto far capire che stiamo vivendo i primi albori di una fase protorivoluzionaria e ogni segnale di destabilizzazione, d’inizio dello sgretolamento del sistema, e di superamento di una sconcertante passività di massa, deve essere accolto “oggettivamente” come positivo, qualunque siano le origini, le intenzioni e le speranze personali di coloro che si mobilitano. Mi sento di sostenere che anche questo moto di popolo, per quanto non del tutto spontaneo e a rischio strumentalizzazioni, per quanto confuso dal punto di vista delle rivendicazioni e piuttosto eterogeneo per le figure sociali coinvolte, va nel senso della destabilizzazione dell’ordine vigente e di un possibile, futuro sgretolamento del sistema. L’aver individuato il nemico principale, inoltre, nell’euro, nell’unione europoide e nella globalizzazione neoliberista (Mercati&amp;Investitori) è un passo avanti, per la comprensione di massa della realtà politica e sociale in cui si vive, rispetto al semplice “tutti a casa” rivolto ai sub-dominanti politici locali. Che comunque ci sta tutto. Speriamo, dunque, che i disordini continuino, pur a singhiozzo, e si estendano in tutto il paese e a tutte le categorie come una macchia d’olio.</p>
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		<title>Sinistra e Destra Tradizione, identità, appartenenza, esaurimento, superamento</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Dec 2013 15:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicammo questo articolo sulla Rivista Socialismo e Liberazione, molti anni fa, ha tutte le caratteristiche degli scritti di Costanzo Preve - è stimolante, originale, lungo e farà discutere, adatto al momento, dove "sette" di estrema sinistra ripropongono la "vera" sinistra!]]></description>
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Introduzione </span></strong></span></p>
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<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="color: #ff0000;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman','serif';"><br />
</span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/Destra-e-Sinistra.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4041" title="Destra-e-Sinistra" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/Destra-e-Sinistra-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a>Pubblicammo questo articolo sulla Rivista </span><a href="http://it.geocities.com/socialismoeliberazione/prevedxsx.html" target="_blank"><span style="color: #ff0000;"><em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Socialismo e Liberazione</span></em></span></a><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">, molti anni fa, ha tutte le caratteristiche degli scritti di Costanzo Preve &#8211; è stimolante, originale, lungo e farà discutere, adatto al momento, dove &#8220;sette&#8221; di estrema sinistra ripropongono la &#8220;vera&#8221; sinistra!</span></span></p>
<p style="text-align: right;"><strong><span style="font-size: 13.5pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">di Costanzo Preve</span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><br />
<br style="mso-special-character: line-break;" /> <br style="mso-special-character: line-break;" /> </span></p>
<ol type="1" start="1">
<li class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-list: l0 level1 lfo1; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Si parla molto oggi di superamento della vecchia dicotomia fra sinistra e destra, ma non sempre si portano argomenti convincenti per rendere realmente credibile questo superamento. Chi <strong>sostiene che la dicotomia è ancora valida</strong> fa in genere riferimento al valore dell’<strong>eguaglianza e della solidarietà</strong>, dicendo che la destra non pratica questi valori, mentre la sinistra sostiene i salariati in nome dell’eguaglianza e gli immigrati in nome della solidarietà. </span></li>
</ol>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Chi invece <strong>sostiene che la dicotomia è ormai obsoleta</strong>, e viene mantenuta artificialmente per creare una <strong>contrapposizione fittizia puramente elettorale</strong>, fa riferimento soprattutto al recente allineamento della cosiddetta &#8220;sinistra&#8221; (o almeno della sua parte largamente maggioritaria sul piano elettorale, sindacale ed intellettuale) all’imperialismo americano ed alle sue guerre di dominio geopolitico del mondo (<a href="http://www.iraqlibero.at/"><span style="color: blue;">Irak</span></a> 1991, </span><a href="http://www.kelebekler.com/reska/index.html"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Serbia</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> 1999, Afganistan 2001-2002). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In questo breve testo non vorrei semplicemente ripetere queste polemiche, in cui tutto è già stato detto e ridetto. Preferirei esporre le cose in modo più rigoroso e sistematico, seguendo un filo del discorso maggiormente convincente. </span></p>
<ol type="1" start="2">
<li class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-list: l0 level1 lfo1; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per onestà verso il lettore, dico subito di essere convinto <strong>sostenitore del sostanziale esaurimento di questa dicotomia</strong>, e del fatto dunque che un sostanziale superamento sarebbe ormai possibile ed utile. Una simile affermazione non è però sufficiente, bisogna argomentarla sul piano prima storico e poi teorico e culturale. E’ quello che cercherò di fare. </span></li>
</ol>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Farò prima una brevissima premessa autobiografica per spiegare i due momenti della mia vita in cui ho maturato questa convinzione, un primo momento in modo puramente teorico e culturale ed un secondo momento in modo anche emotivo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dopo questa breve premessa autobiografica prenderò la strada della esposizione storica e teorica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In primo luogo sosterrò perché, a mio avviso, la <strong>dicotomia fra sinistra e destra</strong>, formalmente iniziata con la rivoluzione francese e la collocazione dei parlamentari nel 1791, ha però il suo vero inizio contemporaneo dopo la<strong> Comune di Parigi del 1871</strong> e con la seconda rivoluzione industriale. Da questa data hanno inizio le tappe della vera e propria formazione progressiva delle <strong>identità di sinistra e destra</strong>, identità che strutturano fisiologicamente anche delle appartenenze. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In secondo luogo affronterò il problema centrale di queste brevi note, e cioè se si possano classificare tranquillamente il <strong>fascismo e il </strong></span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/losurdo.htm"><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">nazismo</span></strong></a><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> come fenomeni storicamente di destra, ed il socialismo e il comunismo come fenomeni storici di sinistra</span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. Una simile domanda può sembrare ovvia e retorica, ma in realtà non è così. Per quanto riguarda il fascismo ed il nazismo ritengo che nell’essenziale abbia ragione lo storico israeliano <strong>Zeev Sternhell</strong>, e cioè che si tratta di fenomeni la cui natura non è veramente né di destra né di sinistra. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Personalmente, tenderei però a sfumare la tesi di Sternhell, nel senso che mi sembra piuttosto che si sia trattato di fenomeni storici la cui natura profonda è proprio il superamento della dicotomia, ma la cui ideologia (e la falsa coscienza che la accompagna) è invece stata il tentativo di <strong>egemonia e di integrazione di tutte le precedenti tradizioni della destra</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per quanto riguarda il <strong>socialismo e il comunismo</strong> ritengo invece che il solo socialismo sia stato a tutti gli effetti un fenomeno di sinistra per così dire storicamente fisiologico, mentre il comunismo ha avuto certamente una matrice storica di sinistra, ma il suo sviluppo ha comportato la creazione di una sinistra talmente anomala da superarne di fatto i vecchi confini. La logica della mia riflessione è quella di applicare anche al comunismo lo stesso ragionamento che Sternhell ha applicato al solo fascismo, ma non però in base alla nota teoria del totalitarismo, che anzi respingerò con alcuni sintetici (ma spero chiari) ragionamenti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In terzo luogo, sulla scorta di una periodizzazione del Novecento sviluppata recentemente da <strong>Massimo Bontempelli</strong>, sosterrò che la dicotomia fra sinistra e destra, che era stata precedentemente reale, comincia ad esaurirsi intorno alla metà degli anni Settanta (almeno in Europa), e questo esaurimento ha un salto qualitativo nel triennio 1989-1991, in cui si dissolve rapidamente il comunismo storico novecentesco come sistema economico, ideologico, politico e geopolitico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Paradossalmente questo fatto viene oscurato dalle corporazione degli intellettuali, dei politici e dei giornalisti, che interpretano la fine del fascismo e del comunismo (Grecia e Portogallo 1974, Spagna 1975, paesi dell’Est europeo 1989, Russia 1991) come la vera restaurazione della dicotomia &#8220;pulita&#8221; fra sinistra e destra dopo la fine dell’equivoco anomalo del fascismo e del comunismo. Definirò quest’idea, senza alcun malanimo, ma anzi con stima verso <strong>Norberto Bobbio</strong> una vera e propria &#8220;<strong>illusione bobbiana</strong>&#8220;. Questa illusione bobbiana rappresenta a mio avviso, sul piano teorico almeno, l’ultima trincea filosofica per il mantenimento di una dicotomia che a mio avviso ha smesso di rappresentare in modo efficace la realtà presente. Nel contesto culturale italiano, si tratta del proseguimento dell’egemonia dell’azionismo, passato dal vecchio azionismo antifascista, al <strong>nuovo azionismo antiberlusconiano</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In quarto luogo, infine, sosterrò che è proprio l’avanzato esaurimento storico della dicotomia a fare da premessa materiale al suo superamento anche filosofico e culturale. Ovviamente, non mi nasconderò riserve ed eccezioni, perché non esiste modo peggiore di difendere una tesi di quello che non riesce neppure a vedere i punti deboli della propria argomentazione. </span></p>
<ol type="1" start="3">
<li class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-list: l0 level1 lfo1; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In questo e nei prossimi due paragrafi svolgerò alcune <strong>considerazioni personali</strong> sulla ragioni che mi hanno progressivamente portato ad abbandonare radicalmente la dicotomia fra sinistra e destra come criterio di orientamento e bussola per gli avvenimenti storici e politici contemporanei. </span></li>
</ol>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Faccio questo non perché creda all’autobiografismo (sono d’accordo con Hegel, che scrisse che tutto ciò che nei miei scritti c’è di personale è falso), ma perché il lettore ha diritto di conoscere non solo il prodotto ma anche il processo di produzione. In questo paragrafo toccherò soltanto cinque punti telegrafici. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In primo luogo, con la stragrande maggioranza dei cosiddetti intellettuali </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/comunisti.htm"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">comunisti</span></a><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> e </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/marx0.htm"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">marxisti</span></a><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">, ho dato per scontato per almeno un ventennio che la sinistra fosse l’unico luogo storico e culturale possibile non solo per la rivoluzione, ma anche per la razionalità e il progresso dell’umanità. Si trattava di un presupposto di autosufficienza che conteneva un aspetto parzialmente narcisistico, evidente oggi nella crociata antiberlusconiana di personaggi che approvano tutte le guerre imperiali americane, ma poi credono che il problema dei problemi sia il cattivo gusto delle televisioni private o il conflitto di interessi. Questo presupposto di autosufficienza mi spingeva ovviamente a condividere il &#8220;<strong>tabù dell’impurità</strong>&#8221; verso chiunque si dichiarasse di destra o di estrema destra. Non mi era chiaro, e non poteva esserlo ai miei coetanei ingannati, che il prolungamento di questa guerra civile simulata serviva soltanto a riprodurre un sistema politico consociativo (ancorché migliore di quello nato dopo il 1992 ad opera del colpo di stato giudiziario di </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevefassino10.htm"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Mani Pulite</span></a><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">). In poche parole, per dirla in termini cartesiani, non ero stato ancora investito né dal dubbio metodico né tantomeno dal dubbio iperbolico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In secondo luogo, ripeto quanto già scritto in molte altre sedi, e cioè che considero gli esiti storici del <strong>Sessantotto un episodio della storia dell’individualismo radicale</strong> contemporaneo (chi ha sostenuto con migliori argomenti questa tesi è stato il francese <strong>Lipovetsky</strong>). Il Sessantotto, almeno in Italia e Francia, si caratterizza per la compresenza di una spinta irresistibile alla <strong>modernizzazione post-borghese dei costumi</strong>, da un lato, e di una falsa coscienza ideologica che mascherava questa modernizzazione post-borghese con l’assunzione di una utopia comunista e libertaria, vissuta peraltro in buona fede in quasi tutti i casi. In quanto tale, il Sessantotto non è dunque la matrice dei partitini rivoluzionari del periodo 1969-1977 e neppure della lotta armata brigatista in Italia. L’ideologia di destra che fa questa equazione è del tutto fuori strada. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In terzo luogo, se si studia l’ideologia italiana dei <strong>micropartitini erroneamente detti estremistici</strong> degli anni 1969-1977 (Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, partitini marxisti-leninisti, eccetera), si deve sapere che il loro riferimento a </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/marx0.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Marx</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> ed a </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevelenin01.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Lenin</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> era del tutto formale, astratto ed infondato. Il marxismo era assunto nella forma dell’<strong>operaismo</strong> italiano, ed il leninismo nella forma del populismo pauperistico. Questo spiega perché vediamo oggi il populista pauperistico Aldo Brandirali nell’area politica di Berlusconi, e l’operaista Adriano Sofri fra gli apologeti del </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/fiammy.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">sionismo</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">, delle </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/praxis01.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">guerre americane</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> e dell’</span><a href="http://www.antiimperialista.com/"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">imperialismo</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> più totale. Non si è dunque trattato di un &#8220;<strong>tradimento</strong>&#8220;. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Nessun moralismo serve a capire il fenomeno. Questa gente non ha mai avuto in nessun momento il minimo rapporto con Marx o con Lenin, e si tratta allora di avventure della dialettica del tutto specifiche. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In quarto luogo, se si esamina l’<strong>ideologia della lotta armata</strong> in Italia (sia sul versante Brigate Rosse che in quello Prima Linea) si vede che si tratta semplicemente dell’uso delle armi da fuoco a partire dal precedente demenziale paradigma teorico e politico dell’operaismo e del populismo pauperistico. Marx e Lenin non c’entrano niente. Marx è il teorico del lavoratore collettivo cooperativo associato, e Lenin è il teorico delle larghe alleanze di classe. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Tutto questo era del tutto estraneo agli allucinati pistoleros, che erano mossi da <strong>tre presupposti</strong> del tutto onirici. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Primo, una <strong>concezione paranoica del capitalismo mondiale</strong> come meccanismo unitario e pianificato, il cosiddetto SIM, lo Stato Imperialista delle Multinazionali (e questa concezione unitaria e non concorrenziale resta oggi nell’idea di impero senza imperialismo di Toni Negri). Il capitalismo diventa l’organizzazione Spectre di James Bond. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Secondo, una concezione che definirei di <strong>operaismo mistico</strong>, per cui la classe operaia di fabbrica continua ad essere vista come il gigante buono da svegliare con azioni esemplari, alla faccia delle leniniane alleanze di classe. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Terzo, una concezione che definirei di <strong>antifascismo mitico</strong>, per cui ci si sentiva eredi ed emuli di Pesce, il partigiano dei GAP, e di Kamo, il rapinatore di banche armeno del tempo di Lenin, e si vedeva un fascista in ogni poliziotto democristiano ed in ogni ingegnere FIAT (questo antifascismo mitico permane ancora oggi in chi continua a vedere </span><a href="http://www.kelebekler.com/bossit.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Bossi</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">, Berlusconi e Fini dei semplici eredi del fascismo metafisico). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Come si vede questi tre presupposti non hanno nulla a che vedere con il marxismo e con il leninismo. Chi li ignora può ripetere questo luogo comune infondato, ma chi sa chi sono stati e che cosa hanno scritto Marx e Lenin (ed io lo so) non si farà prendere per il naso. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In quinto luogo, devo dire che l’avvento del <strong>gorbaciovismo</strong> nel 1985 mi fece cadere in una comprensibile schizofrenia, che peraltro condivisi con molti intellettuali marxisti del mondo. Da un lato, sulla scorta di analisti marxisti come Paul Sweezy e Charles Bettelheim, ero convinto da tempo che il socialismo reale fosse diretto da una <strong>nuova ed inedita classe sfruttatrice</strong>, formatasi con il consolidamento delle burocrazie dispotiche della fusione tra partito e stato (più esattamente, fra partito comunista e stato socialista), e perciò nessuna riforma potesse partire dall’alto in una direzione di emancipazione socialista. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dall’altro, continuavo pascalianamente a sperare nell’autoriforma della burocrazia, e che il baraccone potesse essere salvato all’ultimo momento, perché mi era già chiaro che il crollo geopolitico del baraccone burocratico avrebbe comportato il sorgere da incubo di un impero americano unilaterale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Con questi sentimenti schizofrenici affrontai il fenomeno Gorbaciov, e ci misi molto per capire ciò che avrebbe dovuto essere marxianamente chiaro, e cioè che la classe sfruttatrice dei burocrati di stato, resasi conto di non poter continuare con il vecchio meccanismo statalista e pianificato di sfruttamento, si sarebbe infine riciclata come <strong>nuova borghesia compradora</strong> e speculativa del più solido e collaudato capitalismo occidentale. Il che ovviamente avvenne, insieme con l’affermazione dell’odioso ed ipocrita unilateralismo geopolitico americano. Meno Pascal e più Marx, meno scommessa e più analisi, eccetera, mi avrebbe forse fatto capire meglio le cose. Ma come disse il saggio proverbio, meglio tardi che mai. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Sul piano intellettuale, cominciai a capire che la dicotomia di sinistra e destra era del tutto inservibile per mettere a fuoco i problemi di un eventuale rinnovamento del marxismo nel triennio 1991-1993, quando per l’editore Vangelista di Milano scrissi una serie di libri, fra cui una trilogia dedicata ai rapporti rispettivi del <strong>marxismo con il nichilismo, l’universalismo e l’individualismo</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Mano a mano che approfondivo l’analisi, mi rendevo conto che la dicotomia non era solo inservibile, ma addirittura fuorviante, e dava luogo a ciò che nel Seicento Bacone chiamava &#8220;idola&#8221;, cioè pregiudizi devianti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per quanto riguarda il <strong>nichilismo moderno</strong>, la sinistra ne era stata addirittura il luogo privilegiato con la sua evoluzione dal precedente storicismo progressistico al disincanto post-moderno della fine della storia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per quanto riguarda l<strong>’universalismo</strong>, la sinistra era stata storicamente il vettore principale del suo scioglimento nei particolarismi non universalistici della classe (operaia) e del partito (socialista e poi comunista). Ma l’universalismo della classe e del partito era stato sempre e solo astratto, aprioristico e formale, mentre nella realtà storica non aveva mai funzionato come tale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per quanto riguarda <strong>l’individualismo</strong>, infine, la sinistra non aveva ripreso la preziosa indicazione di Marx sulla <strong>libera individualità sociale</strong> (che per Marx avrebbe dovuto essere la base dell’antropologia comunista, dopo la dipendenza personale precapitalistica e l’indipendenza personale borghese), ma era caduta in forme di identità e di appartenenza di tipo organicistico e tribale (il cosiddetto &#8220;<strong>popolo di sinistra</strong>&#8220;). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Insomma, non posso farla lunga per ragioni di spazio. Basti concludere che fu proprio il processo di ripensamento personale a farmi prendere atto del fatto che finché ragionavo in termini di opposizione polare fra sinistra e destra non ne sarei mai venuto fuori. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Sul piano teorico avevo già dunque rotto con la dicotomia fino dai primi anni Novanta. Ma restava ancora un radicamento emotivo di appartenenza, duro a morire come tutti i radicamenti identitari ad origine biografica. La rottura emotiva per me risale al marzo 1999, quando i <strong>bombardieri americani e dei loro servi europei</strong> della </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/vecaII.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">NATO</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> (con la lodevole eccezione della Grecia, patria della filosofia) </span><a href="http://www.kelebekler.com/reska/index.html"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">cominciarono a cospargere di uranio radioattivo la <strong>Jugoslavia</strong></span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Da vecchio conoscitore dei Balcani, sapevo perfettamente che non c’era in corso nessun genocidio e neppure nessuna pulizia etnica (cioè espulsione etnica di massa da un territorio), ma solo una repressione armata di un movimento armato indipendentista (una situazione comune ad almeno cinquanta paesi al mondo).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Sapevo anche che il movimento armato indipendentista albanese UCK perseguiva la pulizia etnica dei serbi, mentre Milosevic non perseguiva quella degli albanesi. Sapevo anche che gli americani erano del tutto indifferenti ai cosiddetti &#8220;motivi umanitari&#8221;, e volevano invece un </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/bas_it.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">insediamento militare geopolitico</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> nei Balcani (l’odierno Camp Bondsteel). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Sapevo anche che i cosiddetti colloqui di Rambouillet erano stati una trappola pianificata dalla Albright. Bene, tutto questa era largamente noto, ed invece vidi la sinistra che appoggiava la guerra americana, <strong>Veltroni</strong> che sfilava in suo appoggio, </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">che inneggiava sulle colonne del giornale-partito &#8220;La Repubblica&#8221;, </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">che prestava il suo nome alla cosiddetta Operazione Arcobaleno, eccetera. In quel momento in me si ruppe qualcosa. Poi lessi che la rivista &#8220;Diorama Letterario&#8221; di <strong>Tarchi</strong> si era invece impegnata contro la guerra con contributi pacati ed equilibrati, ed allora decisi che il &#8220;tabù dell’impurità&#8221; avrebbe dovuto essere rotto proprio per preservare la mia salute mentale e la mia dignità personale di studioso. E l’ho fatto. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dopo questi tre paragrafi dedicati ad una ricostruzione necessariamente autobiografica, possiamo finalmente passare alla parte teorica. Inizierò allora sostenendo che la dicotomia contemporanea fra sinistra e destra non inizia a mio avviso nel 1789, come si tende a dire, ma si costituisce veramente solo a partire dal 1871, ed ha una significativa accelerazione solo dopo il caso Dreyfus in Francia, in cui si costituisce per la prima volta il gruppo degli &#8220;<strong>intellettuali di sinistra</strong>&#8221; come gruppo identitario di appartenenza stabile. Certo, questo riguarda solo l’Europa Occidentale, non l’Inghilterra, l’America o la Russia, ma è egualmente interessante. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>A proposito del periodo storico che va dal 1789 al 1871 so bene che molti utilizzano ampiamente la dicotomia tra sinistra e destra per classificare le posizione politiche contrapposte. Tutto questo è legittimo, ma non sono del tutto d’accordo, perché c’è il pericolo di confondere queste categorie con il loro uso attuale, che è diverso e talvolta opposto. Ad esempio <strong>la parola &#8220;patria&#8221; nasce a sinistra</strong>, e ci mette quasi un secolo per transitare a destra (e sta oggi tornando lentamente a sinistra, vedi il caso Chevènement in Francia – proprio per la nuova situazione imperiale americana). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Mazzini e Garibaldi sono indubbiamente più a sinistra di Cavour, ma questo ci dice veramente molto poco sul </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevenazione08.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">nostro risorgimento</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. Alcuni parlano di tre tipi diversi di destra francese (la destra borbonica legittimista e tradizionalista, la destra orleanista speculativa, liberale e faccendiera, ed infine la destra bonapartista, populistica e plebiscitaria). Tutto vero, ma anche tutto inutile per capire il presente. I nordisti erano chiaramente più a sinistra dei sudisti, perché volevano liberare gli schiavi, ma erano poi i portatori del capitalismo più selvaggio, oligarchico, banditesco e piratesco della storia universale. Potrei continuare al lungo, ma questo mi basta per chiarire come <strong>prima del 1871 preferirei non usare questa delicata dicotomia</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Fra il marzo e il maggio 1871 si sviluppò e fu sanguinosamente repressa la Comune di Parigi. Un evento storico reale, ma anche un evento simbolico. Dal punto di vista storico, la Comune chiude una fase, e non ne apre assolutamente un’altra. Si tratta dell’ultima grande rivolta popolare ottocentesca, prima della nascita del socialismo e del movimento operaio organizzato, partitico e sindacale. Ma da un punto di vista simbolico, la Comune è l’occasione di uno schieramento ideale. L’atteggiamento di <strong>Nietzsche</strong> verso la Comune di Parigi mi sembra assolutamente sintomatico, ed è questa fra l’altro la ragione principale per cui, a differenza dei post-moderni alla <strong>Gianni Vattimo</strong>, considero Nietzsche un pensatore fondamentalmente di destra, e non un pensatore dell’Oltreuomo posteriore alla dicotomia sinistra/destra. La Comune di Parigi appare subito non solo come una comune insurrezione urbana popolare, ma come il sintomo di una crisi di civiltà. Ed infatti è proprio così. Il terreno filosofico della dicotomia fra sinistra e destra è proprio quello dell’interpretazione corretta e della diagnosi della crisi di civiltà. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Ogni crisi di civiltà, o quella che si ritiene tale, viene giudicata in base a parametri di classificazione teorica, che a sua volta traggono spesso origine da <strong>reazioni emotive primarie</strong>. La distinzione fra destra e sinistra richiede questi parametri di classificazione. Essi non sono sempre in qualche misura arbitrari. Non esistono parametri storiografici definitivi. Ogni generazione ne riscrive di nuovi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">I parametri oggi più usati in Italia in filosofia politica sono quelli proposti da Norberto Bobbio, ma questo avviene proprio perché viviamo in un’epoca di egemonia liberale e neoliberale, ed i parametri bobbiani sono particolarmente adatti a fondare questa egemonia, perché sono stati programmaticamente costruiti sulla base della separazione netta fra politica ed economia e fra forme e contenuti della decisione politica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">I contenuti economici classisti della decisione politica sono per Norberto Bobbio analoghi al noumeno di </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevekant.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Kant</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. Essi sono pensabili, ma non conoscibili. Sono una cosa in sé, non una cosa per noi. La uniche forme modellizzabili sono le procedure formali della decisione politica, e questo formalismo politologico è particolarmente affine alla riproduzione capitalistica, che infatti tende a limitare il fattore politico a questo ruolo subalterno e secondario. Occorre dunque prestare una certa attenzione ai parametri di classificazione usati. E dico subito che vi sono due coppie di parametri molto usati, che io però sconsiglio vivamente. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Una prima coppia di parametri da sconsigliare è quella fra <strong>conservazione e progresso</strong>. In generale si classifica automaticamente la destra dalla parte della conservazione e la sinistra dalla parte del progresso. Questo era probabilmente vero alle origini del processo storico della modernità illuministica, ma nel frattempo le cose si sono fortemente ingarbugliate. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Non vi sono dubbi sul fatto che il concetto di progresso è stato una creazione dell’illuminismo (o meglio della sua corrente maggioritaria, perché c’è anche un Rousseau che non vi credeva ed anzi lo avversava), è poi passato al positivismo ottocentesco ed ha poi abbondantemente intriso l’ideologia prima socialista e poi comunista. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">E’ anche vero che il moderno conservatorismo ha spesso come matrice storica la critica alla rivoluzione francese prima e dopo il 1815, ma è anche vero che esiste anche una seconda matrice, la tradizione liberale inglese antirivoluzionaria &#8220;whig&#8221; di <strong>Burke</strong> (destinata a rifiorire nella critica anticomunista di Isaiah Berlin e di Hannah Arendt). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In definitiva, mi sembra che il modello non tenga molto. Quando le anomalie e le eccezioni cominciano a diventare troppo numerose, allora è bene che la dicotomia venga prima criticata e poi decisamente abbandonata. A lungo la sinistra ha accusato il capitalismo di conservatorismo, ed ha addirittura etichettato come &#8220;conservatori&#8221; i suoi sostenitori. Questa etichetta è priva di fondamento storico, e si applica soltanto (parzialmente) ai residui nobiliari e alle classi legate alla rendita fondiaria ed in parte finanziaria. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Marx sapeva perfettamente che il <strong>capitalismo è la forza meno conservatrice che esista</strong>, e che fa saltare in aria tutto ciò che sembra solido. Il gruppo sociale più conservatore che esista in Occidente è forse la piccola borghesia urbana di origine operaia ed impiegatizia. In compenso, il progresso è divenuto nel Novecento una parola d’ordine legata all’innovazione tecnologica connessa con il mercato capitalistico e con il suo allargamento, ed i suoi maggiori critici provengono tutti da una matrice politica di sinistra. Ricordo qui solo la rivendicazione della cosiddetta &#8220;antiquatezza&#8221; dell’uomo da parte di Gunther Anders. L’<strong>ecologismo</strong>, e non solo il cosiddetto ecologismo &#8220;fondamentalista&#8221;, è oggi prevalentemente una forza di sinistra (o di centro-sinistra), anche se molti suoi presupposti filosofici furono elaborati nella prima metà del Novecento dalla cosiddetta &#8220;destra&#8221;. In ogni caso, dovunque ci voltiamo, appare del tutto chiaro che la dicotomia conservazione/progresso non è più, ammesso che lo sia mai stata veramente, un utile parametro di classificazione fra la sinistra e la destra. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Una seconda coppia di parametri, generalmente usata per classificare due tipi diversi di sinistra (ma anche di destra), è quella che <strong>separa i riformisti dai rivoluzionari</strong>. Nella polemica politica i riformisti vengono talvolta chiamati moderati, ed i rivoluzionari estremisti. Si tratta di una dicotomia pretestuosa e pigra, che in realtà non funziona assolutamente. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">E’ bene metterne in luce la matrice teorica, che è la concezione storicistica del tempo. Se concepiamo infatti il tempo storico come un &#8220;medium&#8221; omogeneo ed orientato, simile ad una strada lunga e diritta (e così lo concepivano le ingenue ideologie del progresso), gli agenti storici possono essere pensati come automobili che corrono più lente, e dunque più sicure, oppure più veloci, e dunque più efficienti ma anche più insicure. I moderati riformisti sono quelli che vanno piano, mentre i rivoluzionari estremisti sono quelli che vanno forte, e dunque rischiano di andare fuori strada perché non rallentano in curva. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ma questa concezione della storia è assurda. Il tempo storico non è per nulla una linea dritta con un prima e un dopo omogenei, e neppure una strada a curve con gli stessi requisiti direzionali stabili. Il tempo storico apre ogni tanto delle &#8220;finestre&#8221; di opportunità, che nessuno potrebbe mai creare arbitrariamente con un puro atto di volontà, e queste sono appunto le rivoluzioni che possono riuscire. In quanto alle cosiddette riforme, il guaio è che molto spesso vengono battezzate &#8220;riforme&#8221; delle incredibili controriforme peggiorative (riforma della scuola, riforma delle pensioni, riforma della sanità, eccetera). Il termine riforma ha perduto oggi qualunque significato connotativo, e viene usato esclusivamente in un contesto di mistificazione ideologica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Nello stesso modo il termine estremista è ormai usato arbitrariamente per connotare qualunque comportamento ostile all’impero americano ed ai suoi alleati, ed è diventato come il termine &#8220;</span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/corbucci.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">terrorista</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">&#8220;. Bin Laden lo è, mentre Bush guarda caso non lo è. Il massacratore Sharon non lo è, mentre il povero Arafat lo è. I coloni razzisti israeliani non lo sono, mentre gli eroici partigiani palestinesi lo sono. Non si tratta di semplice confusione semantica, ma di vera e propria degradazione semantica. La degradazione semantica è un segnale sicuro di corruzione sociale, ed allora l’etimologia deve lasciare spazio alla politica rivoluzionaria. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Messo in guardia il lettore dall’uso di parametri inutili, bisogna però pur sempre utilizzare dei parametri. Devo ammettere che non ne conosco di veramente soddisfacenti. Qualunque parametro venga scelto, anziché distinguere con chiarezza destra e sinistra, taglia diagonalmente sia il campo delle destre che il campo delle sinistre. E’ infatti questa una buona ragione per consigliare l’abbandono della dicotomia, ormai di tipo rigidamente identitario. In modo del tutto provvisorio userò qui solo due coppie classificative. Per quanto concerne la sinistra, distinguerò fra s<strong>inistra dell’immanenza sociale</strong> e <strong>sinistra del trascendimento sociale.</strong> Per quanto riguarda la destra, distinguerò fra <strong>destra capitalistica</strong> e <strong>destra tradizionalistica</strong>. Ma sia chiaro che anche questi parametri sono del tutto insoddisfacenti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Dal 1871 al 1914 si costituisce la sinistra nel senso contemporaneo del termine. Sarà poi la guerra del 1914-1918 a dividerla fra socialisti e comunisti, perché sono sempre e solo le guerre i veri &#8220;momenti della verità&#8221; in cui chiacchiere e traccheggiamenti non sono più possibili, ed allora o si è per o si è contro. Lo stesso atteggiamento verso la rivoluzione russa del 1917 è in un certo senso una derivazione secondaria di un precedente atteggiamento verso la guerra. Chi ha imparato ad odiare veramente il capitalismo è stato poi anche psicologicamente incline ad accettare la rottura del comunismo. Chi invece non aveva consumato psicologicamente questa rottura è rimasto quasi sempre socialista. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Gli anni 1871-1914 non sono stati soltanto gli anni del marxismo della Seconda Internazionale (fondata nel 1889, cento anni esatti prima della caduta del muro di Berlino). Sono stati anche gli anni in cui si è costituita la sinistra intellettuale radicale, attraverso le battaglie del caso Dreyfus in Francia, attraverso l’antimilitarismo soprattutto tedesco, ed infine attraverso le prime critiche al colonialismo ed al razzismo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In questo contesto è emerso a mio avviso quel dualismo che intendo connotare con le mie espressioni (forse un po’ improprie) di sinistra dell’immanenza sociale e sinistra del trascendimento sociale. La <strong>sinistra dell’immanenza sociale</strong> si adatta all’integrazione della nuova società capitalistica della seconda rivoluzione industriale, esalta le conquiste salariali e normative che le lotte sindacali effettivamente riescono a conseguire per i lavoratori dei campi e delle officine, ed accompagna gradualmente l’uscita dei lavoratori da quella miseria nera che prima ne scandiva le dure condizioni di vita. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Questa sinistra dell’immanenza sociale adotta una filosofia gradualistica del progresso del tutto fasulla ed inesistente, che però rispecchia con ideologica esattezza la propria natura compromissoria. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La politica estera non gli interessa, se non come sorgente di tasse e di leve militari. I popoli colonizzati gli interessano poco, e così finisce con il condividere i pregiudizi razzisti degli stessi piccoli coloni europei. La cultura le interessa soltanto come divulgazione popolare e come strumento di promozione sociale. <strong>Tutti gli elementi della sua futura subalternità sono già massicciamente presenti</strong>. Questo &#8220;terzo stato&#8221; marcia verso i futuri supermercati e verso futuri stadi di calcio e non se ne accorge nemmeno. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La <strong>sinistra del trascendimento sociale</strong> si rende invece perfettamente conto del fatto che nessuna conquista sotto il capitalismo è irreversibile e garantita. Non si tratta dunque di semplice massimalismo o di semplice populismo. Si tratta invece di un lodevole sforzo per comprendere l’insieme dei rapporti sociali, e di qui nasce quella critica all’imperialismo che a mio avviso è il punto più alto ed il massimo contributo di questa sinistra nel periodo 1871-1914. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Vorrei insistere su questo punto per il fatto che oggi siamo di fronte allo stesso problema di allora, con la differenza (in peggio) che la maggior parte della cosiddetta sinistra istituzionale e parlamentare (</span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/comunisti.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">D’Alema</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">, Rutelli, Jospin, Blair, Schroeder, ed in più tutti gli scagnozzi ex-comunisti dell’Est addomesticato) è ormai schierata a fianco del nuovo imperialismo, e con la differenza (in meglio) che questo fatto scandaloso comporta un rimescolamento benefico delle categorie di sinistra e di destra che annuncia un periodo storico del tutto nuovo, duro e faticoso ma anche promettente. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Fra il 1871 e il 1914 si sviluppa l’intreccio fra la destra tradizionalista e la destra capitalistica. La <strong>destra tradizionalista</strong> protesta contro la cosiddetta massificazione democratica in nome di una gerarchia sociale non fondata sul semplice possesso e sulla pura ostentazione del denaro. In modo molto acuto questa destra tradizionalista capisce bene che il denaro di per sé è un principio democratico ed egualitario, cui tutti possono accedere purché accettino le semplici regole dell’accumulazione capitalistica. Il regno del denaro, gli Stati Uniti d’America, sono anche il regno della democrazia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Questa destra tradizionalista sogna gerarchie metafisiche (come </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/evola00.htm" target="_blank"><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Julius Evola</span></strong></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">), oppure lotte contro l’usura nemica dei popoli (come <strong>Ezra Pound</strong>). La destra tradizionalista è anche sempre estremamente attirata dalla religione (l’esempio di Guénon è sintomatico), perché effettivamente solo la religione offre un vero quadro atemporale in cui le gerarchie possano essere messe al riparo dall’attività corrosiva del progresso. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">E tuttavia l’impotenza politica di questa destra tradizionalista è addirittura patetica e pittoresca. Nel campo della destra essa assomiglia moltissimo a ciò che per la sinistra è la scuola di Francoforte di Horkheimer e Adorno. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In entrambi i casi si ha una critica della società programmaticamente non politica perché priva di soggetto, e la denuncia sostituisce così la mobilitazione, diventando una pratica intellettuale fine a sé stessa. La destra capitalistica è invece fin troppo in grado di trovare il suo soggetto storico, e cioè l’unione fra il mandato della grande borghesia e la militanza attiva della piccola borghesia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Il denaro di per sé non è né di destra né di sinistra, in quanto &#8220;non olet&#8221;, non odora, come dice il grande precursore del pensiero borghese Vespasiano. Ma se il denaro è indipendente dalla dicotomia, la mobilitazione in difesa della libera accumulazione di denaro è invece sicuramente di destra. Questa desta è anti-socialista, ed anzi rimprovera la borghesia (l’esempio di Pareto è illuminante) perché non è abbastanza determinata e cattiva. Questa destra capitalistica riesce a conseguire l’egemonia politica sulla sognante destra tradizionalista in nome dell’antisocialismo. Sulla scorta di Nietzsche, il socialismo è appunto interpretato come rivolta plebea mossa dall’invidia e dal risentimento, e questa semplice idea, unita all’</span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/neum.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">antisemitismo</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> come denuncia di complotto dei banchieri ebrei per conquistare il mondo, riesce ad essere straordinariamente egemonica, così come tutte le grandi semplificazioni. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La guerra 1914-1918 è il grande spartiacque, dopo il quale emergono i due grandi fratelli nemici del fascismo e del comunismo. Sono contrario a definire questi regimi con l’etichetta di &#8220;totalitari&#8221;, perché non conosco nessun sistema più abile a &#8220;totalizzare&#8221; il consenso passivo del normale capitalismo liberale. L’educazione politica &#8220;totale&#8221; delle masse nel fascismo e nel comunismo fallisce sistematicamente, perché non riesce a stabilizzarsi dopo i primi anni di mobilitazione capillare. E’ forse meglio usare il termine neutrale e descrittivo di regimi &#8220;dispotici&#8221;. Il rapporto che questi regimi instaurano con le vecchie tradizioni di destra e di sinistra precedenti è estremamente problematico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Secondo alcuni studiosi, fra cui è emblematico l’israeliano Zeev Sternhell, i fascismi non sono a rigore né di destra né di sinistra. Essi presentano ovviamente elementi strutturali provenienti da entrambe le tradizioni, ,a poiché li mescolano insieme in modo inestricabile è ugualmente possibile dire che sono una cosa nuova, e meritano un’analisi nuova che non ricorra ai vecchi parametri. Io sono d’accordo nell’essenziale con un’importante specificazione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Mi pare infatti che la matrice culturale del fascismo (ed anche del </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/losurdo.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">nazismo tedesco</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">, che resta il fascismo perfetto ed idealtipico) sia chiaramente di destra (antisocialismo, colonialismo, militarismo, eccetera), ma l’organizzazione politica capillare delle masse proviene dall’esperienza organizzativa dei partito socialdemocratici e comunisti, e non ha dunque nulla a che fare né con la destra tradizionalista né con la destra capitalistica (e dunque individualistica e conservatrice). Nonostante l’uso di miti agresti e campagnoli il nazismo resta un fenomeno urbano, tecnico, futuristico e moderno, e lo stesso fascismo italiano confina lo &#8220;strapaese&#8221; in recinti ben protetti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Una volta crollati, nel 1943 e nel 1945, il fascismo e il nazismo liberano masse enormi che si dividono in sinistra e destra, ed è questa a mio avviso una chiara indicazione del loro carattere ibrido. E’ comunque interessante, e deve far pensare, che invece i movimenti neofascisti e neonazisti dopo il 1945 si collochino tutti all’estrema destra, e fra il 1945 ed il 1991 si mettano a disposizione del nuovo imperialismo americano in funzione anticomunista. Questo è sicuramente un argomento contro Sternhell. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ma non è un argomento decisivo, perché i piccoli movimenti neofascisti dopo il 1945 sono qualcosa di radicalmente diverso dai grandi movimenti fascisti e nazisti fra le due guerre. In Spagna (Franco) ed in Portogallo (Salazar) si ha invece un interessante fusione perfettamente riuscita fra destra tradizionalistica e destra capitalistica, ad opera probabilmente non solo delle tradizioni locali ma anche e soprattutto della mediazione della Chiesa cattolica (che poi in Argentina dopo il 1975 appoggerà la giunta militare responsabile del massacro di trentamila desaparecidos). Il 1936 spagnolo è per me gemello del 1975 argentino, e questo dimostra che i cosiddetti cattolici &#8220;buoni&#8221; possono diventare belve feroci ancor più dei nichilisti paganeggianti tedeschi ed ungheresi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Mentre sono in molti a sostenere che il fascismo è un fenomeno storico al di là della dicotomia sinistra\destra, non conosco nessuno che sostenga seriamente che anche il comunismo è un fenomeno al di là di questa dicotomia. Che il comunismo sia stato un fenomeno di sinistra sembra un’ovvietà assoluta. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ma io ci andrei piano. Il comunismo dei Fronti Popolari, e cioè dopo il 1936 ed ancor più dopo il 1945, è indubbiamente un fenomeno di sinistra. Ma il comunismo che diventa stato, e più esattamente stato-partito, finisce con l’assumere anche altre tradizioni. La mummificazione e l’adorazione della mummia di </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevelenin01.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Lenin</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> in URSS non è affatto un fenomeno di sinistra, ma un fenomeno di culto religioso popolare. Il culto della personalità di Kim il Sung in Corea e di Mao Tze-Tung in Cina non è assolutamente di sinistra, ma è di origine confuciana (anche se secondo alcuni maoisti cinesi era piuttosto di origine legista). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La persecuzione degli omosessuali a Cuba non è sicuramente di sinistra, ma è ispirata al machismo sudamericano. Il nazionalismo di Ceausescu in Romania non era assolutamente di sinistra. Potrei continuare a lungo (fino al ripescaggio della tradizione nazionale russa fatto da </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevefassino4.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Stalin</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> dopo il 1929), ma non mi interessa in questa sede polemizzare retrospettivamente contro il comunismo, quanto far notare un’importante elemento storicamente trascurato. Il comunismo, infatti, quando si trasforma da affabulazione utopica in potere politico strutturato, deve necessariamente sorpassare i confini ristretti della sinistra (ed ovviamente anche della destra) per aderire alle tradizioni nazionali e popolari di lunga durata, che se ne infischiano ovviamente della recente dicotomia fra sinistra e destra. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.iisg.nl/%7Elandsberger/"><em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Poster cinese</span></em></a><em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> che incita a seguire l&#8217;esempio di Marx,<br />
padre di un&#8217;unica bambina</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Gli anni fra il 1945 ed il 1975, il trentennio dorato di cui parla Erich Hobsbawm nel suo &#8220;Secolo Breve&#8221;, sono stati anche gli anni d’oro della contrapposizione dicotomica tra sinistra e destra. La polarità ha strutturato in questo trentennio, almeno in Europa, forze politiche, passioni collettive, programmi alternativi, identità ed appartenenze durature. Non è un caso che coloro che si sono formati in questo trentennio sono anche i più restii ad abbandonare questa dicotomia, per il fatto che essa struttura non solo il loro universo simbolico, ma la loro ragione di vita. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In Italia questo trentennio vede attizzare la guerra civile simulata (e non solo) fra fascisti ed antifascisti, guerra civile di cui approfitta il robusto estremismo di centro democristiano. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La permanenza di questa dicotomia ormai ineffettuale e stupefacente, se pensiamo che la modernizzazione innescatasi economicamente dopo il 1958 la svuotava in realtà di ogni vero significato politico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ma questa guerra di posizione era dovuta proprio al blocco del sistema politico, che mascherava la sua staticità e la sua grande stabilità con un’apparenza cinematografica di guerra civile simulata fra camicie rosse e camicie nere. Non parlo qui dei servizi segreti e della stagione degli attentati, in quanto considero quelle bombe come bombe di centro, e non come bombe figlie della dicotomia. Ma certo questa &#8220;guerra dei trent’anni&#8221; sembrerà curiosa ai nostri posteri, come del resto sembra già curiosa ai nostri ricordi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">A metà degli anni Settanta del Novecento cominciano ad esaurirsi storicamente le ragioni che avevano portato un secolo prima alla dicotomia sinistra/destra. Di questo sono ormai certissimo, e condivido le motivazioni di chi lo dice da tempo proveniendo da &#8220;sinistra&#8221; (Gianfranco La Grassa) e da &#8220;destra&#8221; (Marco Tarchi). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Tuttavia, mi rendo conto che questa situazione storica è oscurata da chi si ostina a vedere il ventennio 1970-1990 come un periodo storico in cui ad un primo momento di attacco della cosiddetta &#8220;sinistra&#8221; (1967-1979) è succeduto un vittorioso contrattacco della &#8220;destra&#8221; (1979-1990). Dal momento che questa visione storiografica è diffusa, vale la pena ricordarne le ragioni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Il 1968 è l’anno internazionale della contestazione studentesca, ed appare ovviamente come un anno di sinistra. Dipende ovviamente da come lo si interpreta. Personalmente, in accordo con il francese Lipovetsky, tendo a vedere globalmente il Sessantotto come un episodio cruciale della storia dell’individualismo moderno, in cui una contestazione nichilista ed anarcoide della morale vetero-borghese fu scambiata erroneamente (</span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/marx0.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Marx</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> avrebbe detto &#8220;con falsa coscienza necessaria&#8221;) per un attacco utopico complessivo all’intero modo di produzione capitalistico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Balle. Più serie furono le lotte operaia italiane (ma anche europee) del periodo 1967-1974, che non ebbero però in nessun momento un carattere rivoluzionario antisistemico se non nelle affabulazioni oniriche degli operaisti pazzi. Si trattava di oneste lotte sindacali di tipo socialdemocratico di &#8220;integrazione&#8221; nella normale società dei consumi piccolo-borghese europea. Ancora più serie furono le transizioni di paesi fascisti o semi-fascisti (Grecia 1974, Portogallo 1974, Spagna 1975) verso la normale democrazia pluralistica, il migliore involucro possibile che il capitalismo possa augurarsi. Poi ci furono una serie di vittorie comuniste vere e proprie (Vietnam, Laos e Cambogia 1975, Etiopia 1976, Afganistan 1978, Nicaragua 1979), che portarono ad una sovraesposizione militare dell’URSS in incipiente crisi economica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Infine ci fu il sorgere del fondamentalismo islamico rivoluzionario (Iran 1979) che mi permette di inserire fra le forze storiche anti-sistema. E’ del tutto normale che avvenimenti storici di questo tipo (ed altre che non elenco per ragioni di spazio) possono essere interpretati come episodi di un ciclo politico di &#8220;sinistra&#8221; (ma fra di essi non cito episodi minori ridicoli, come il cosiddetto &#8220;compromesso storico&#8221; italiano). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>A questo ciclo politico di sinistra (che ora appare comunque l’ultimo canto del cigno di una fase storica morente, e non l’alba di una nuova ondata di lotte rivoluzionarie per il comunismo) si sostituì a partire da metà degli anni Settanta una controffensiva politica di destra. Una data per me importante, ed anzi decisiva, è il 1976, in cui in Cina ad un mese dalla morte di Mao Tze-Tung la direzione politica maoista (la cosiddetta &#8220;banda dei quattro&#8221;) fu abbattuta, e la Cina iniziò un riaggiustamento economico in direzione privatistica e capitalistica di importanza strategica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ovviamente, colgo l’occasione per dire che io non ho assolutamente nulla da eccepire, anche perché ciò che qualunque persona bennata può chiedere alla grande Cina non è certo di fare il comunismo per noi che ne siamo pateticamente incapaci (ed era ciò che a quei tempi le chiedevano i maoisti populisti e salmodianti), ma semplicemente di opporsi strategicamente all’impero americano. Per questo tutto mi va bene in questo momento, compreso Attila Re degli Unni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dal 1975 in America Latina comincia la strategia del massacro sistematico degli oppositori (desaparecidos non solo argentino), ed è questo un capitolo storico che viene quasi sempre solo affrontato in chiave umanitari e giudiziaria, mentre si tratta di una scelta storica di guerra totale da parte degli USA e dei suoi alleati (in primo piano la Chiesa cattolica latinoamericana, connivente e conservatrice). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dal 1975 in Africa gli USA alleati strategici del Sudafrica dell’apartheid e con il capillare aiuto dei boia israeliani esperti in controguerriglia, inizia una guerra strategica contro i movimenti di liberazione africani (Angola e Mozambico in primo luogo, con l&#8217;a’poggio armato degli assassini dell&#8217;UNITA e della RENAMO). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Poi arrivano ovviamente Reagan e la Thatcher insieme con la rivoluzione neo-liberista, che è però soltanto l’aspetto sovrastrutturale di una più profonda modificazione della produzione capitalistica complessiva, che il termine di post-fordismo connota in modo economicistico e del tutto insufficiente. Si tratta infatti di qualcosa di più radicale e profondo di semplici mutamenti tecnologico di processo e di prodotto. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Il crollo, o meglio la dissoluzione implosiva del comunismo storico novecentesco non può essere a mio avviso interpretata come una semplice vittoria della destra contro la sinistra. In Occidente tutto il ceto intellettuale corrotto e stravolto vede con vero giubilo il crollo dell’URSS, senza rendersi conto che il vero problema tragico non è la perdita del potere da parte di burocratici cinici e corrotti (e comunque velocemente riciclati in intermediari economici della finanza mafiosa interna ed esterna), ma lo sprofondamento nella miseria di massa di milioni di sudditi privati di rappresentanza politica e soprattutto il venir meno di un contraltare strategico all’impero americano armato. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ho fatto notare in un paragrafo precedente che personalmente non considero il comunismo storico novecentesco (nel senso di socialismo reale statualmente garantito) come un fenomeno di sinistra, ma come un dato storico che nasce a sinistra geneticamente, ma appena preso il potere deve allargare la sua base ideologica oltre i confini della sinistra stessa (nazionalismo in URSS, confucianesimo in Cina, bolivarismo a Cuba, eccetera). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Ritengo che oggi l’avversario principale dei popoli del mondo sia l’impero americano potentemente armato, che non trova purtroppo alcun contrappeso economico, politico, culturale, militare e geopolitico sufficiente. In questo non c’è da parte mia nessun antiamericanismo, anzi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Amo la cultura americana e la lingua inglese, ed in generale non penso che esistano popoli cattivi. Mi ripugna il sionismo, ma mi ripugna anche l’antisemitismo di ogni tipo. Essere contro Hitler non significa essere contro i tedeschi, così come essere contro Pol Pot non significa essere contro il popolo cambogiano. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Non credo assolutamente che la categoria scientifica da cui partire per interpretare lo stato attuale del mondo sia quella di globalizzazione neoliberista, come ritiene Vittorio Agnoletto, ma resti quella di imperialismo, nel significato datole soprattutto nei più recenti scritti di Gianfranco La Grassa. Ma l’attuale sinistra non è più in grado di capire cosa sta accadendo, ed è allora necessario ristrutturare radicalmente il nostro modo di vedere le cose. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Mi avvio alla conclusione. Tuttavia, il lettore ha diritto ad una conclusione chiara ed univoca da parte mia, in cui dica chiaramente perché la dicotomia è obsoleta, e perché siamo giunti all’esaurimento ed al superamento di una tradizione che fissava la contrapposizione di identità e appartenenze rigide. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In estrema sintesi, si tratta di due punti essenziali intorno a cui il resto gira intorno: il problema del comunitarismo moderno come filosofia politica migliore dell’individualismo liberale, e la difesa di uno stato-nazione indipendente concepito in modo nazionalitario e non nazionalista, razzista ed imperialista. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Esaminiamo brevemente questi punti programmatici, che sono appunto al di là della dicotomia tra sinistra e destra. In primo luogo, il comunitarismo moderno è oggi in grado, a mio avviso, di correggere radicalmente l’errore mortale del vecchio comunitarismo ottocentesco e primonovecentesco, e cioè l’organicismo (in altre parole, la &#8220;Gemeinschaft&#8221; contro la &#8220;Gesellschaft&#8221;). Oggi il comunitarismo, correttamente inteso ed elaborato, è in grado di accogliere le buone ragioni del migliore individualismo, e cioè la tolleranza degli stili di vita minoritari, il diritto alla libera espressione artistica, filosofica e religiosa, eccetera. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Io penso sinceramente che il migliore comunitarismo può accogliere le lezioni filosofiche di Spinoza e di Marx. Il terreno dell’individualismo, invece, è oggi il terreno filosofico comune dell’incontro del nuovo capitalismo globalizzato dei consumi mirati (ed appunto &#8220;individualizzati&#8221; e non più fordisti e serializzati) con la sinistra snob e politicamente corretta. Potrei fare mille esempi tratti dalla quotidianità, ma credo che il concetto sia già chiaro abbastanza. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In secondo luogo, lo stato nazionale fondato su di una democrazia nazionalitaria (e rimando qui alle analisi svolte da parecchi anni dalla rivista &#8220;Indipendenza&#8221;, cui onoro di collaborare) non ha più nulla a che vedere con i vecchi stati-nazione imperialisti, che Toni Negri continua a scambiare in pittoresca e irritante confusione. Oggi questo Stato-nazione è soprattutto un fattore di resistenza all’impero americano. Per questo Chávez è buono in Venezuela. Chevènement è buono in Francia. La giunta militare della Birmania, sputacchiata da tutti i giornalisti di sinistra è ottima, e forse risparmierà al suo popolo buddista di diventare un bordello per pedofili europei e giapponesi come la vicina Tailandia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La Cina è buona, finché resta forte ed indipendente. E potremo continuare, ma il lettore avrà già perfettamente capito. Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale di 180°, ed essa purtroppo non verrà presto. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; margin-bottom: 12.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">So perfettamente che agli occhi di un sinistro politicamente corretto quanto ho scritto non è inglese o tedesco, cioè in parte comprensibile, ma armeno e turco cioè completamente incomprensibile. Non importa. Chi ha buone ragioni deve andare avanti. E noi sappiamo che le nostre ragioni sono ottime.</span></p>
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		<title>Il tempo dei forconi. Per un aggiornamento materialista</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 12:07:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riceviamo e volentieri pubblichiamo di Giorgio Martinico* Giorni di proteste, soprattutto in Sicilia, ci hanno posto la necessità di ragionare e indagare una serie di nodi politici dirimenti al tempo della crisi globale; eccone proposti alcuni. Abbiamo imparato a conoscerli sotto le sigle di Forconi e di Forza d’urto; sono stati definiti fascisti, mafiosi, leghisti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riceviamo e volentieri pubblichiamo<br />
di Giorgio Martinico*</p>
<p style="text-align: justify;">
<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/movimento-forconi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3060" style="margin: 5px;" title="movimento-forconi" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/movimento-forconi-300x173.jpg" alt="" width="300" height="173" /></a>Giorni di proteste, soprattutto in Sicilia, ci hanno posto la necessità di ragionare e indagare una serie di nodi politici dirimenti al tempo della crisi globale; eccone proposti alcuni.<br />
Abbiamo imparato a conoscerli sotto le sigle di Forconi e di Forza d’urto; sono stati definiti fascisti, mafiosi, leghisti, politicanti, demagoghi, populisti, corporativi e, soprattutto, padroncini. Hanno tenuto in scacco la circolazione delle merci in Sicilia per cinque giorni – e ora tentano lo sbarco continentale; provocato 500 milioni di euro di danni “all’economia dell’isola”; organizzato decine di presidi permanenti; scatenato le più svariate reazioni. Sono ufficialmente agricoltori, piccoli imprenditori terrieri, braccianti, autotrasportatori dipendenti e autonomi, camionisti, pescatori e piccoli artigiani: una trasversalità tale di figure del lavoro da indurre qualcuno ad agitare la bandiera del pericoloso interclassismo di stampo populista ad uso e consumo di soggetti sociali storicamente considerati reazionari.<br />
Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza su una situazione che, a detta di tutti gli opinionisti più o meno casuali, è segnata da ambiguità e ambivalenze, contraddizioni e complessità, partiamo però dal dato, di incontestabile valore a mio avviso, che è quello relativo all’enorme grado/richiesta di partecipazione a cui queste proteste hanno saputo dare immediato sbocco: centinaia di migliaia di siciliani hanno preso parte ai momenti e attraversato gli spazi di questa lotta.<br />
Questo dato, che preso singolarmente può voler dire poco, ci aiuterà a dare sostanza, gambe e fiato, alla nostra ipotesi su cui questo lavoro si andrà costruendo: l’ipotesi secondo cui, attraverso un minuzioso lavoro di decostruzione e analisi, si possa arrivare ad affermare il carattere marcatamente popolare e di massa di quella che i protagonisti si sono affrettati a definire una rivolta.<br />
Il nostro baricentro di lavoro e inchiesta sarà, quindi, la composizione sociale dei presidi che hanno dato vita ai blocchi, in particolare riferimento a quelli costruiti a Palermo tra porto e ingressi autostradali.<br />
Se, infatti, in termini di critica politica, queste proteste potrebbero facilmente condurci a ragionare su un numero elevato di spunti e nodi – dalla “questione meridionale” alle retoriche sottosviluppiste riproposte in salsa più sfacciatamente razzista, dai comportamenti del mainstream a quelli della politica istituzionale, dalle scelte alle prospettive di questo movimento, e via a parlarne all’infinito – ciò che qui mi interessa discutere è la facilità con cui certa sinistra ha bollato queste come le rivolte dei padroncini, dei privilegiati, e quindi, per l’appunto, il nodo della composizione di questa lotta.<br />
Ai presidi – ci dicono – più della metà degli autotrasportatori presenti sono lavoratori autonomi, titolari di ditte più o meno piccole, e che buona parte degli agricoltori, i forconi veri e propri, sono coltivatori diretti, quindi anche braccianti della terra, o al massimo proprietari di piccolissime imprese agricole a gestione familiare; ma ci sono anche i titolari di imprese più grosse – ci dicono.<br />
Ai presidi palermitani, questo è vero, l’anagrafe parla chiaro: la maggior parte dei partecipanti ha una età superiore ai quarant’anni. Ma non è così da altre parti.<br />
Al corteo regionale di mercoledì 25 a Palermo una larghissima fetta di manifestanti sono invece giovani e giovanissimi: molti di questi non erano mai stati in vita loro nel capoluogo della regione; nulla, o quasi, la presenza di universitari fuori sede; alcuni studenti delle scuole; molti lavoratori, molti giovani disoccupati. I blocchi siciliani erano fortemente caratterizzati dalla loro presenza.<br />
Già, i presidi: insieme ai blocchi dei tir, pratica fondamentale, anima di questo movimento. Piazze trasversali per età e posizione lavorativa: braccianti agricoli, coltivatori autonomi, operai, disoccupati, studenti e pensionati; e le loro famiglie, anzi, i loro paesi. Paesi resistenti, comunità in lotta – in questo caso lasciatemi passare questa definizione che meriterebbe ben altri approfondimenti ma che sta qui a indicare il senso di un originale rapporto tra lotta e territorio, potere di gestione e controllo – che hanno avuto la capacità di riproporre, capovolgendolo finalmente (!), il rapporto tra imposizione e utilizzo della forza. La pratica dell’imposizione della chiusura degli esercizi commerciali, criminalizzata e bollata come mafiosa in maniera bipartisan nel nome della legalità nella protesta, nonostante sia stata per decenni pratica consolidata del movimento operaio, è stata possibile, e legittimata, proprio per la dimensione comunitaria e generale di quella lotta; è sulla massificazione di pratiche radicali che sono venute pesantemente a galla differenze sia di partecipazione che di conflittualità tra piccoli e grandi centri dell’isola, tra entroterra e metropoli.<br />
Abbiamo visto cortei studenteschi che in piccoli centri dell’isola hanno saputo coinvolgere praticamente tutto il mondo della scuola; abbiamo ascoltato la voce di pensionati e disoccupati a sostegno dei lavoratori del paese; abbiamo visto emergere un inedito tessuto solidaristico: trasversale, generale e massificato.<br />
Arriviamo così a ciò che maggiormente interessa.<br />
Credo si debba analizzare il fenomeno in questione secondo una duplice chiave di lettura: la prima è quella che dà ragione, pur ricollocando il tutto, ai sostenitori di un qualche carattere padronale della protesta e della sua composizione; la seconda relega questa visione in un proscenio temporaneo, secondario, non necessariamente determinante ai fini di un’analisi complessiva della vicenda e del palco su cui essa si è rappresentata.<br />
Prima chiave: effettivamente – come sopra accennato – molti dei manifestanti presenti – forse anche i più politicamente consapevoli – sono titolari di medie-piccole imprese con dipendenti e operai a carico, attorno cui è facile ritagliare la veste di padroncino: in questo caso è effettivamente la logica della preservazione dei propri interessi la molla della rabbia; logica condita dalle consuete retoriche padronali a proposito del comune interesse di lavoratori e datori.<br />
Se questo è un dato incontrovertibile, alcune specifiche vanno comunque proposte a danno di una serie di facilonerie proposte in queste settimane da media e intelligenze sinistroidi. Perché se mi basassi su queste, dipingerei involontariamente un quadro di incredibile concentrazione di potere e ricchezze da un lato, quello degli autotrasportatori, e di storico latifondismo dall’altro, quello del settore agricolo. Noi tutti sappiamo che nessuno dei due modelli regge.<br />
La maggior parte dei lavoratori autonomi del settore del trasporto di merci, animali e generi alimentari, infatti, sono titolari di ditte che non contano più di una decina di dipendenti se non addirittura ditte a gestione familiare, con in dote non più di due o tre camion; molti dei padroni presenti ai presidi sono, da lavoratori autonomi, proprietari di un solo mezzo che, ovviamente, guidano personalmente. Storie come quelle raccontateci in quei giorni confermavano un quadro di enorme sofferenza causata dalla fase di crisi economica, dalla frantumazione e polarizzazione delle filiere commerciali oltreché dall’impossibilità cronica di competere su mercati ormai globali che, seppur – o proprio perché – liberalizzati, vedono il costituirsi di lunghe catene di subappalti e commissioni dall’alto (multinazionali) gestite a piacimento; in queste catene ben poco spazio di imprenditorialità e contrattazione sui prezzi viene lasciato a questi lavoratori autonomi: anzi, il settore dell’autotrasporto è un tipico esempio di un mercato in cui il rischio di impresa è completamente sulle spalle di queste piccole ditte o addirittura del singolo lavoratore autonomo, cioè l’ultimo anello di queste filiere globali.<br />
Ciò che andrebbe ripensato è piuttosto il grado di sfruttamento sistemico al momento della circolazione delle merci per provare così a ridisegnare le gerarchie del comando e, per l’appunto, dello sfruttamento in questo campo di lavoro. Nascono, invece, da qui le istanze anti-globalizzazione portate sul palco della rivolta cui stiamo assistendo.<br />
Diviene difficile così – se non fuorviante – generalizzare questo complesso ed eterogeneo mondo, in cui meno di 1/3 delle imprese posseggono praticamente tutti i mezzi attualmente in circolazione a livello nazionale e le altre non più di tre camion cadauna, sotto l’etichetta di padroncini; diviene difficile che C. (trentenne autotrasportatore autonomo, proprietario di un solo camion da lui guidato), giorno e notte presente in uno dei presidi palermitani, accetti di buon grado che qualcuno a sinistra lo definisca in tal modo; stesso discorso vale per il signor M. (sessantenne titolare di un’impresa che conta tre camion a disposizione ma che gestisce col giovane figlio) che, all’occorrenza assume temporaneamente un qualche lavoratore dipendente pescato direttamente nel suo paesino, Altofonte.<br />
Quest’ultimo cenno mi offre l’occasione di ricordare rapidamente un particolare aspetto: e cioè che questi titolari di ditte non agiscono tendenzialmente in un contesto di puro libero mercato in cui attingere liberamente a quei serbatoi di forza lavoro sempre utili all’abbattimento di costi. Il lavoro, nei nostri contesti di riferimento, risponde infatti a regole sociali non ancora degradate: il titolare di una ditta di Partinico i suoi dipendenti li cerca sempre e comunque all’interno di certe sfere di contiguità (familiare, sociale, geografica) e non in un generico mercato del lavoro libero da limiti. Ciò si riflette su quei vincoli solidaristici (dall’alto verso il basso e viceversa) a cui sopra si faceva velocemente riferimento.<br />
Discorso simile vale, anche se in proporzioni diverse e con alcune asimmetrie, per il mondo del lavoro agricolo. Anche lì molti imprenditori, ma soprattutto tanti coltivatori diretti titolari di imprese a gestione familiare.<br />
Gli interessi in ballo restano simili a quelli che in precedenza si associavano agli autotrasportatori: impossibilità di competere su un mercato ormai globale per il bassissimo rendimento economico dei prodotti. Anche lì le catene e gli stadi vedono come ultimo anello una grande distribuzione in grado di controllare i prezzi in maniera tale che il contadino – ma discorso che vale anche per il pescatore, di cui non abbiamo finora parlato nonostante l’enorme protagonismo di questa figura – non riesca, se non aiutato dai vari finanziamenti europei ormai irreperibili, a vivere del proprio lavoro.<br />
Ovviamente, e questo non può essere taciuto, in alcuni contesti territoriali (sud-est) alla mobilitazione hanno, in qualche modo, partecipato anche quegli imprenditori agricoli che più di tanti altri, a livello europeo e globale, sfruttano con tecniche da antico caporalato il lavoro migrante secondo indiscutibili logiche padronali, anzi servili.<br />
Insomma, credo – mi scuso se mi ripeto – non si possa considerare minimamente esaustiva la categorizzazione delle proteste siciliane come la rivolta di padroni e padroncini perché non tiene minimamente in conto le trasformazioni del lavoro – che potremmo qui definire frantumato –, nonostante sia innegabile un certo tipo di caratterizzazione interclassista che ha portato inevitabilmente alla confusione di linguaggi, prospettive e rivendicazioni che gli stessi manifestanti desideravano più sociali e legati ai principi di una generale redistribuzione della ricchezza.<br />
Seconda chiave di lettura, o meglio seconda prospettiva analitica: chi pensa che la sostanza delle mobilitazioni siciliane fosse esclusivamente legata al mondo del lavoro autonomo e/o imprenditoriale ha evidentemente preso una cantonata.<br />
Anche a Palermo (potremmo qui trascrivere le testimonianze concesseci da ben altri rappresentanti dell’attuale mondo del lavoro) ma soprattutto nei centri di più piccole dimensioni, negozianti, disoccupati, lavoratori dipendenti e persino operai e braccianti agricoli hanno riempito di nuovi e più vasti significati le giornate dei forconi.<br />
Sono le storie di chi si mobilita in difesa di parenti allevatori; del posto di lavoro nell’azienda del vicino di casa; sono i lavoratori di una ditta del ragusano che, contro ogni volere padronale, decidono lo stesso di fermare i camion contenenti generi alimentari facendo perdere la commissione all’impresa; sono eccedenze di questo movimento! Sono ciò che ha dato a questa mobilitazione un carattere di massa, anti-categoriale e anti-corporativo. Sono stati la posta in gioco di una mobilitazione che ha avuto la necessità di costruirsi un sostegno popolare ma che aveva in esso, al contempo, il suo unico possibile contrappeso interno alle svolte vertenzialistiche da vertice.<br />
I due piani analitici proposti, a mio avviso, si intrecciano e trovano terreni comuni tanto sul piano della lotta alla crisi (i redditi medi non sono da dirigente) e al debito, non soltanto l’odio generalizzato verso Equitalia e Serit, ma, più in generale, contro un paradigma economico che vede tutti dover pagare aumenti dei carburanti e dei costi dei servizi nella perversa forma/arma del debito, quanto su un più ideologico, attaccamento comunitario e, in forme originali – qualcuno si mostrava addirittura convinto di doversi adeguare ad una sorta di fase preinsurrezionale – spirito resistente.<br />
Tra queste due diverse composizioni restano comunque determinanti differenze da sottolineare, una in particolare: è infatti chiaro a tutti come a diversa posizione lavorativa corrisponda anche un diverso approccio alla politica. Se, infatti, è stato proprio e condiviso dalla maggioranza dei rivoltosi un approccio irrimediabilmente contrappositivo nei confronti della politica ufficiale (partiti, sindacati) – atteggiamento che ha condotto i detrattori verso l’accusa di qualunquismo apolitico – è importante sottolineare come ad esso vada affiancata una endemica predisposizione ideologica alla ricerca di capipopolo che finisce, ovviamente, per riportare alla ribalta quella piccola fetta di classe dirigente che si ricicla continuamente in questo tipo di dinamiche di massa; una vecchia classe di politici in grado di esercitare peso (individuale, non certo di tradizioni partitiche) rendendo meno evidenti scollamenti e contraddizioni tra base e vertici, ma anche con sempre meno potere contrattuale con gli “istituti del grande capitale”.<br />
Ancora una volta, pare emergere un irriducibile conflitto, una determinante discrepanza tra una composizione tecnica ricca di interessanti fermenti ed una composizione politica di questo movimento che limita, blocca e riduce le potenzialità di antagonismo proprie di questi conflitti.<br />
Nell’ambivalenza di ognuno dei fattori citati in questo contributo, e a giorni dall’apice toccato da queste mobilitazioni, resta comunque forte l’interesse per una dinamica sociale in grado di arricchire i nostri strumenti analitici sulle diverse risposte materiali alla crisi e come esse si traducono, per l’appunto, sul piano sociale, produttivo e politico. Così come forte resta la sensazione di avere assistito ad un originale ribaltamento di recenti modelli movimentisti che hanno finito per cristallizzare certe analisi materialistiche sulla fase e sulle evoluzioni del corpo sociale in relazione alle trasformazioni sistemiche; non è infatti casuale, né purtroppo di scarsa rilevanza, che proprio da sinistra ci siano stati forniti paradigmi interpretativi arcaici nei presupposti, rigidi nelle analisi, metafisici nell’intendere l’azione politica rivoluzionaria come una sorta di attesa messianica di movimenti sociali perfetti e guidati da soggetti eletti.<br />
Mobilitazioni incubate in alto, fatte esplodere in basso, diffusesi in orizzontale in maniera così capillare che è stato, e sarà, difficoltoso recuperarne tutti i pezzi.<br />
Questo è quel che vi ho visto.<br />
Questa è la crisi!</p>
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*Giorgio Martinico fa parte del Collettivo Universitario Autonomo di Palermo</p>
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Pubblicato anceh su <a href="http://www.notav.info">www. notav.info</a></p>
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