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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Francia</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>IL DECLINO DELL’IMPERIALISMO FRANCESE E LA FINE DEL FRANCO CFA</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2024 18:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Moro]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; IL DECLINO DELL’IMPERIALISMO FRANCESE E LA FINE DEL FRANCO CFA di Domenico Moro Recentemente Macron, il presidente francese, ha dichiarato “Non escludo l’invio delle truppe in Ucraina, la Russia non può e non deve vincere”. Si tratta di una affermazione molto grave che, se messa in pratica, porterebbe all’allargamento della guerra in Europa. Per questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/R.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-8874" title="r" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/R-222x300.png" alt="" width="222" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 2em;">IL DECLINO DELL’IMPERIALISMO FRANCESE E LA FINE DEL FRANCO CFA</span></p>
<p><strong>di Domenico Moro</strong></p>
<p>Recentemente Macron, il presidente francese, ha dichiarato “Non escludo l’invio delle truppe in Ucraina, la Russia non può e non deve vincere”. Si tratta di una affermazione molto grave che, se messa in pratica, porterebbe all’allargamento della guerra in Europa. Per questa ragione, gli altri Paesi della Ue, a partire dalla Germania e dall’Italia, si sono affrettati a escludere l’intervento di truppe europee nel conflitto tra Ucraina e Russia. L’affermazione di Macron può apparire contraddittoria, anche perché nel 2022 la Francia aveva cercato di venire incontro alle ragioni della Russia, sostenendo la necessità di non umiliarla se e quando si fosse arrivati a un trattato di pace. Quali sono le ragioni che hanno portato Macron a cambiare atteggiamento e alle recenti dichiarazioni? La ragione principale è probabilmente da rintracciare nella crisi dell’imperialismo francese. In particolare, la dichiarazione di Macron è una risposta alla crescente presenza della Russia nell’area di influenza francese nelle sue ex colonie dell’Africa occidentale e equatoriale.</p>
<p>Per comprendere quello che sta accadendo è utile rifarsi a una categoria dell’economia e della politica, quella di imperialismo. La Francia, infatti, può essere definita, come gli Usa e più degli altri principali paesi avanzati dell’Europa occidentale, un Paese imperialista. La Francia è un paese avanzato che fa parte del centro dell’economia-mondo e che sfrutta i paesi periferici, in particolare quelli dell’Africa da cui drena ricchezze verso la propria economia. A differenza degli altri Paesi della Ue, la Francia è una grande potenza che, oltre a poter drenare ricchezza attraverso lo sfruttamento dell’Africa, ha due vantaggi: dispone di armi nucleari e ha un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu dove esercita il potere di veto.</p>
<p>La Francia è, però, una potenza e un imperialismo in crisi. I fattori che evidenziano questa crisi sono, oltre alla perdita di posizioni in Africa, la forte conflittualità sociale rappresentata dai movimenti contestativi che sono sorti negli ultimi anni in Francia, come i gilet gialli e gli imponenti scioperi contro la riforma delle pensioni. Inoltre, la Francia è minata da una forte crescita del deficit e del debito pubblico. In particolare, la Francia è tra i Paesi europei con un alto debito che si trovano schiacciati dal Patto di stabilità. Non caso, recentemente si è fatta capofila dei Paesi dell’Europa mediterranea, i quali reclamano che la spesa militare venga scorporata dal calcolo del deficit e sia finanziata con debito europeo, cioè con l’emissione di bond europei. Da ultimo, ma non per importanza, la Francia negli ultimi decenni si è caratterizzata per una forte deindustrializzazione, che ha indebolito la sua economia.</p>
<p>Ma torniamo alla categoria di imperialismo. L’imperialismo è una fase storica del capitalismo e si caratterizza per cinque condizioni: la forte concentrazione della produzione e del capitale, la fusione del capitale bancario con quello industriale, la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto all’esportazione di merci, il sorgere di associazioni internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo e infine la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze imperialistiche<a href="https://www.marx21.it/internazionale/il-declino-dellimperialismo-francese-e-la-fine-del-franco-cfa/#sdendnote1sym">i</a>. La Francia presenta al massimo grado queste caratteristiche. In particolare, ha settori economici molto concentrati in poche imprese giganti, che figurano tra le principali multinazionali europee, come Total, LVMH, Sanofi, Airbus, ecc.</p>
<p>Soprattutto l’economia francese è caratterizzata dalla prevalenza dell’esportazione di capitali rispetto all’esportazione di merci. Negli ultimi anni è cresciuto il disavanzo commerciale, che è passato dagli 83 miliardi del 2019 ai 200 miliardi di dollari del 2022<a href="https://www.marx21.it/internazionale/il-declino-dellimperialismo-francese-e-la-fine-del-franco-cfa/#sdendnote2sym">ii</a>. Quindi, la Francia importa molto più di quanto esporta in termini di beni, anche se può contare su un surplus nell’interscambio di servizi, che tuttavia non è in grado di compensare il disavanzo commerciale di beni. Invece, per quanto riguarda l’importazione e l’esportazione di capitali, la situazione è completamente capovolta. A questo proposito, dobbiamo fare riferimento ad uno specifico indicatore statistico: gli investimenti diretti all’estero (Ide), che rappresentano sia gli investimenti sotto forma di acquisizione di imprese estere sia quelli <em>green field</em>, cioè nella forma di stabilimenti costruiti ex novo all’estero. Lo stock di Ide in uscita dalla Francia nel 2022 era di 1.525 miliardi, pari al 53,53% del Pil, mentre lo stock degli Ide in entrata era di 896,7 miliardi pari al 32,22% del Pil<a href="https://www.marx21.it/internazionale/il-declino-dellimperialismo-francese-e-la-fine-del-franco-cfa/#sdendnote3sym">iii</a>. La percentuale di Ide in uscita sul Pil della Francia è la maggiore tra le grandi economie della Ue.</p>
<p>Quindi, la Francia è esportatrice netta di capitali. Viceversa, come abbiamo visto, per quanto riguarda l’interscambio di beni presenta un considerevole deficit. Ciò significa che la Francia consuma molto più di quanto produce. Il punto è che, se può fare questo, lo può fare solamente grazie alla ricchezza che drena dai Paesi periferici, in particolare dalle sue ex colonie africane. Lo strumento principale che permette questo drenaggio di ricchezza è il franco CFA.</p>
<p>Il franco CFA fu creato nel 1945 in seguito agli accordi di Bretton Woods con l’intenzione di legare finanziariamente le colonie africane alla Francia. L’acronimo CFA stava per Colonie francesi d’Africa. Dopo la decolonizzazione e l’indipendenza delle colonie francesi il franco CFA venne mantenuto, pur mutando il significato dell’acronimo che divenne Cooperazione finanziaria in Africa. Oggi, Il franco CFA è adottato da 14 Paesi africani suddivisi in due realtà economiche distinte, la Uemoa (Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale) e la Cemac (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale).</p>
<p>Quali sono le caratteristiche del franco CFA e come contribuisce a subordinare i Paesi africani alla Francia? Innanzi tutto il franco CFA, originariamente ancorato al franco, è ora ancorato all’euro da una parità stabilita dalla Francia mentre la sua convertibilità è stabilita dalle autorità monetarie francesi. Inoltre, i Paesi che adottano il franco CFA devono depositare presso il Tesoro francese la metà delle loro riserve valutarie e la Francia può intervenire nella definizione della politica monetaria della zona valutaria africana. Tra le varie conseguenze dell’ancoraggio del franco FCA all’euro c’è anche l’obbligo per i paesi che ne fanno parte di adottare le regole del Patto di stabilità europeo, in particolare il limite del 3% al deficit statale, che rappresenta un impedimento all’attuazione di quelle politiche espansive della spesa pubblica che potrebbero favorire lo sviluppo di Paesi arretrati.</p>
<p>Il franco CFA impedisce il cambiamento strutturale dell’economia dei Paesi che lo adottano. Ciò significa che non consente lo spostamento di risorse da settori a bassa produttività (come l’agricoltura) a settori ad alta produttività (come l’industria), mantenendo così statica e arretrata l’economia dei Paesi aderenti. Viceversa, il franco CFA permette alla Francia di perseguire i propri interessi economici, consentendo alle imprese francesi un accesso facilitato al mercato africano e alle enormi risorse naturali di quei Paesi. In particolare, vengono facilitate le multinazionali francesi che operano nel campo estrattivo e nel petrolio, come la Total, le quali beneficiano di tassi di cambio vantaggiosi.</p>
<p>Tuttavia il sistema basato sul franco CFA sta andando in pezzi, come scrive Alessandra Colarizi: “La Françafrique, il sistema di relazioni privilegiate intessuto da Parigi nel continente attraverso il franco CFA, garantito dal Tesoro francese, la firma di accordi militari, e la francofonia, sta attraversando una crisi esistenziale senza precedenti. Il sintomo più evidente è rintracciabile nell’accordo raggiunto dai Paesi dell’Africa occidentale il 21 dicembre 2019 per l’acquisizione di una moneta propria che permetterà (pare nel 2027) di abbandonare il franco CFA. La nuova valuta, l’ECO, potrebbe essere ancorata allo yuan cinese per evitare oscillazioni pericolose per i mercati. E c’è chi già parla di un passaggio dalla tutela francese alla tutela cinese.”<a href="https://www.marx21.it/internazionale/il-declino-dellimperialismo-francese-e-la-fine-del-franco-cfa/#sdendnote4sym">iv</a></p>
<p>Oltre che del franco CFA, la presa imperialistica francese sull’Africa si è avvalsa anche dello strumento militare. Le truppe francesi sono intervenute in modo ricorrente dal 2002 ad oggi in Costa d’Avorio, dove nel 2011 hanno effettuato un vero colpo di stato, arrestando il presidente Laurent Gbagbo, colpevole di non essere troppo disponibile a cedere il controllo dei giacimenti di petrolio alla Total, e sostituendolo con Alassane Quattara, che, da ex alto dirigente del Fondo monetario internazionale, gode della fiducia della Francia e delle altre potenze occidentali, tra le quali c’è anche l’Italia. Di recente il presidente Mattarella, durante il viaggio che lo ha portato in diversi Paesi dell’Africa Occidentale, ha incontrato Quattara, per discutere del rafforzamento della presenza italiana nel Paese africano. Del resto, l’Eni ha scoperto e sta sfruttando a Baleine il più grande giacimento di gas e petrolio della Costa d’Avorio. La Francia, inoltre, è intervenuta militarmente dal 2013 in Mali, Burkina Faso, Ciad e Niger prima con l’operazione Serval e poi con l’operazione Barkhane. La Francia ha impedito che le questioni interne al Mali venissero risolte con il solo ausilio di forze militari africane, come era previsto dall’Onu. Evidentemente lo Stato francese non poteva permettere che Paesi ricchissimi di risorse minerarie fuoriuscissero dal controllo di politici locali legati alla Francia e alle sue multinazionali. Di recente, però, anche il controllo sul piano militare sta venendo meno. Le truppe francesi sono state espulse prima da Burkina Faso e Mali e poi, a fine 2023, dal Niger.</p>
<p>A sostituire la Francia, sul piano economico e militare è la Russia, come abbiamo accennato sopra, che sta rafforzando la sua presenza nell’Africa occidentale e centrale. Recentemente Putin ha concordato con la Repubblica del Congo un potenziamento della collaborazione economica e politica, e ha stabilito accordi con il Mali, con il quale ha siglato una partnership sull’industria del litio, e con il Niger, con il quale si sono rafforzati i legami su antiterrorismo, agricoltura, settore minerario ed energia.</p>
<p>L’imperialismo francese, come quello statunitense, è in netta difficoltà perché, grazie alla sponda offerta dai Paesi del Brics, in particolare da Cina e Russia, i paesi periferici sono entrati in una nuova fase storica, quella della decolonizzazione reale. Le economie periferiche, come quelle dell’Africa, dopo la metà del XX secolo si erano liberate dal colonialismo europeo ma solo formalmente, rimanendo legate ai Paesi colonizzatori, come la Francia. Ora siamo ad una svolta, rappresentata dalla decolonizzazione reale, ossia dalla liberazione dalla dipendenza economica e militare. Non sembra, però, che l’imperialismo occidentale voglia accettare di buon grado questa nuova situazione. Togliatti, a proposito dell’imperialismo fascista, sosteneva che l’imperialismo debole o in crisi è il più pericoloso, perché nel tentativo di affermarsi o invertire la tendenza al declino può far ricorso alla guerra. Così è accaduto nella Prima e nella Seconda guerra mondiale. A quel tempo la guerra scoppiata in Europa fu una resa dei conti relativa alla partita della spartizione delle colonie. Anche oggi la guerra in Europa rappresenta non solo lo scontro tra i due Paesi, Russia e Ucraina, ma anche il terreno sul quale l’imperialismo occidentale cerca di arrestare il proprio declino e mantenere la sua presa sulle aree periferiche e dipendenti dell’economia mondiale.</p>
<p>Note:</p>
<p><a href="https://www.marx21.it/internazionale/il-declino-dellimperialismo-francese-e-la-fine-del-franco-cfa/#sdendnote1anc">i</a> Lenin, <em>L’imperialismo, fase suprema del capitalismo</em>, in “Opere Scelte”, Editori Riuniti Roma 1965, pagg. 638-639.</p>
<p><a href="https://www.marx21.it/internazionale/il-declino-dellimperialismo-francese-e-la-fine-del-franco-cfa/#sdendnote2anc">ii</a> Unctad, database, Merchandise: trade balance, annual.</p>
<p><a href="https://www.marx21.it/internazionale/il-declino-dellimperialismo-francese-e-la-fine-del-franco-cfa/#sdendnote3anc">iii</a> Oecd, data, FDI stock.</p>
<p><a href="https://www.marx21.it/internazionale/il-declino-dellimperialismo-francese-e-la-fine-del-franco-cfa/#sdendnote4anc">iv</a> Alessandra Colarizi, Africa rossa. Il modello cinese e il continente del futuro, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2022, pag. 81.</p>
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		<title>La guerra, il cinismo, la società crollata: Céline, Viaggio al termine della notte</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2022 10:23:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Louis Ferdinand Céline]]></category>

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		<description><![CDATA[La guerra, il cinismo, la società crollata: Céline, Viaggio al termine della notte &#160; Nell’aprile 1932 una piccola casa editrice pubblica Viaggio al termine della notte di Louis Ferdinand Céline, il quale in realtà si chiama Louis Ferdinand Auguste Destouches e prende il nome di Céline dal cognome della madre, per via del profondo conflitto con il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/05/viaggio-al-termine-della-notte-di-louis-ferdinand-celine.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7948" title="viaggio-al-termine-della-notte-di-louis-ferdinand-celine" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/05/viaggio-al-termine-della-notte-di-louis-ferdinand-celine-300x235.jpg" alt="" width="300" height="235" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>La guerra, il cinismo, la società crollata: Céline, Viaggio al termine della notte</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’aprile 1932 una piccola casa editrice pubblica <a href="https://www.ibs.it/viaggio-al-termine-della-notte-libro-louis-ferdinand-celine/e/9788863801729" rel="noopener" target="_blank"><em>Viaggio al termine della notte</em> </a>di Louis Ferdinand Céline, il quale in realtà si chiama Louis Ferdinand Auguste Destouches e prende il nome di Céline dal cognome della madre, per via del profondo conflitto con il padre che emerse sin dall’infanzia.</p>
<p>L’editore, Robert Denoël, lo definì: un giovane <em>medico che sapeva tutto della vita, uomo di estrema lucidità, disperato e freddo e tuttavia passionale, cinico ma pietoso</em>.</p>
<p>Quando <em>Viaggio</em> vide la luce, Céline abitava dalle parti di Montmartre, aveva 38 anni. La sua esistenza era colma di esperienze dolorose e tremende come la Prima Guerra Mondiale sul campo di battaglia, in cui ricevette anche una medaglia al valore militare. Dopo arrivano le esperienze di viaggio, altrettanto pericolose, estreme. Si laureò in medicina per stare vicino agli ultimi. Svolse attività di medico e conferenziere in varie città d’Europa e degli Stati Uniti. Lavorò a Parigi tra i poveri delle banlieue, per un bel periodo lavorò gratis. Dalla Grande Guerra al lavoro per una società mercantile in Africa, dall’esperienza alienante come operaio negli Stati Uniti a quella di medico dei poveri nelle banlieue parigine, ogni capitolo del <em>Viaggio</em> è profondamente autobiografico. Il romanzo fece subito scandalo per gli eventi narrati ma soprattutto per lo stile, quanto di più vicino all’ultimo Joyce. Il flusso di coscienza qui si avvale di un totale rifiuto del francese colto e si aggancia direttamente agli andirivieni di una mente fervida che oscilla, costantemente in bilico, tra la descrizione del mondo esteriore, gli avvenimenti tremendi del Novecento, l’alienazione sempre presente a Parigi come a New York, e il mondo interiore, irrequieto e incerto, alla ricerca disperata di una verità ultima che mai si manifesterà se non come la verità del dolore più profondo e meschino che invade l’umano.<br />
Il personaggio principale si chiama Ferdinad Bardamu. La storia comincia quando si arruola volontario per la prima guerra mondiale. Presto se ne pentirà. Scopre l’orrore della guerra, con i suoi demoni: sangue, fame, sete, povertà, in tutta la loro darwiniana ferocia. Durante la guerra incontra per la prima volta un tal Robinson, una sorta di doppio malefico, che a tratti ricorda il William Wilson di Poe. Continuerà a incontrarlo poi in ogni dove, in Africa, a New York e a Parigi, fino alla fine, sarà la sua ombra, il contraltare cinico e senza scrupoli che dice e fa con estrema irriverenza tutto ciò che Bardamu pensa e non osa esplicitare o mettere in atto.</p>
<p>Bardamu vive un’esperienza che oggi – annaspando nel nostro quotidiano lessico psicobanalitico –, chiameremmo disturbo post traumatico da stress. In seguito a una ferita alla testa viene ricoverato in un ospedale militare di cui racconta lo squallore. Trascorre la convalescenza a Parigi deragliando in assoluta povertà. Frequenta prostitute e traditrici che incarnano l’abiezione. Fondamentale all’interno del romanzo è l’incontro con Lola, che lo aggredisce con la sua grettezza borghese e spicciola mentre Bardamu ha una crisi di nervi in un ristorante, dove la folla ammassata per qualche ragione gli ricorda il terrore vissuto in guerra. Lola è americana e tornerà più in là nel romanzo, quando il protagonista sarà costretto a chiederle in prestito del denaro provando ribrezzo per sé stesso e sdegno per l’insopportabile donnetta dalle idee coatte.</p>
<p><em>«Anche su di me sparano Lola! non potei trattenermi dal gridare.</em></p>
<p><em>– Vieni! – fece lei allora… – dici delle sciocchezze, Ferdinand, e va a finire che prendiamo freddo.»</em></p>
<p><em>Scendemmo verso Saint-Cloud per il viale grande, il Royal, schivando il fango, lei mi teneva per mano, la sua era piccolina, ma io non potevo pensare ad altro che alle nozze di zinco dello stand di lassù che avevamo lasciato nell’ombra del viale. Mi dimenticavo perfino di baciare Lola, era più forte di me. Mi sentivo tutto strano. È proprio a partire da quel momento, credo, che la mia testa è diventata così difficile da tener tranquilla con le sue idee dentro.</em></p>
<p><em>Quando arrivammo al ponte di Saint-Cloud, faceva scuro del tutto.</em></p>
<p><em>«Ferdinand, vuoi cenare da Duval? Ti poace molto Duval, a te… quello ti cambierebbe le idee… ci si incontra sempre un sacco di gente… a meno che tu voglia mangiare in camera mia?» Era molto premurosa, insomma, quella sera.</em></p>
<p><em>Alla fine ci decidemmo per Duval. Ma appena ci siamo messi a tavola il posto mi sembrò insensato. Tutta ‘sta gente seduta in fila intorno a noi mi dava l’impressione di aspettare anche lei che le pallottole le saltassero addosso da ogni lato mentre s’abboffava.</em></p>
<p><em>«Andatevene tutti! Ecco che li avvisai io. Squagliatevi! Sparano! Vi ammazzano! Ci ammazzano tutti!»</em><em></em></p>
<p><em>…</em><em></em></p>
<p><em>«Sparano! Gli gridavo io, più forte che potevo, in mezzo al salone grande. Sparano! Squagliatevi tutti!..» e poi dalla finestra l’ho gridato anche. Ero invasato. Un vero scandalo. «Povero soldato!» dicevano. Il portiere mi ha portato pian piano al bar, per gentilezza. M’ha fatto bere e io ho bevuto. Poi alla fine i gendarmi son venuti a prendermi, più brutalmente, loro. Nello «Stand delle Nazioni» ce n’erano anche, di gendarmi. Li avevo visti. Lola mi abbracciò e li aiutò a portarmi via in manette.</em></p>
<p><em>Allora mi sono ammalato, febbricitante, diventato matto, hanno spiegato loro all’ospedale, per la paura. Era possibile. La miglior cosa che puoi fare, no?, quando sei a ‘sto mondo, è di uscirne. Matto o no, paura o no.</em></p>
<p>(Louis-Ferdinand Céline, <em>Viaggio al termine della notte</em>, Corbaccio, 2011, pp.70-71)</p>
<p>Bardamu, nella tappa successiva della sua catabasi, si reca in Africa al servizio di una compagnia mercantile militare. Céline usa dei nomi inventati per i villaggi africani, in cui il protagonista si troverà come in una prigione, altrettanto dura della guerra. Qui constata che gli uomini dell’alta società mostrano e esercitano il loro potere sui poveri coloni ritenuti selvaggi, stupidi, chiamati spesso negri e umiliati in ogni modo nella propria stessa terra. Anche qui, quando Bardamu è agente coloniale in un avamposto africano dell’interno, torna, come una sorta di fantasma e di specchio del sé, Robinson. È una specie di cesura tra due mondi, compare sempre come una forma di avvertimento, finché lo sprofondamento nel male, nella notte appunto, non diventa radicale. L’atmosfera fisica e morale tremenda dell’Africa costringe Bardamu a fuggire a Tapeta, luogo inventato di uno stato dal nome altrettanto inventato: Rio del Rio, ma anche qui la cattiveria umana si fa sentire nel pieno della potenza e del dolore. Incontra un prete che, fingendosi amorevole e premuroso verso il suo stato di salute, lo vende come schiavo rematore su un galeone in partenza per l’America. Quando raggiunge le coste americane s’illude di essere salvo e invece si troverà in uno stato d’isolamento, paura, solitudine, incomunicabilità.</p>
<p>Nessuno come Céline ha raccontato così bene la povertà, le disparità sociali, l’estraneazione da una società ostile, una società umana dove solo chi ha potere può permettersi di vivere dignitosamente, dove gli ultimi sono umiliati fin nel profondo dell’animo, oltre che nei corpi, tenuti stretti nei gioghi della volontà di potenza di questa borghesia sull’orlo della decadenza e dell’osceno. La critica sociale si fa sempre più feroce, se prima era la guerra ora è la società tecnologica, l’alienazione industriale dell’America. New York non è che una tappa della notte dell’umanità: il buio etico in cui la modernità ha gettato l’Europa, nel sangue della guerra, l’Africa derubata di manodopera e ricchezze, l’America trafitta dall’alienazione industriale. Qui conosce Molly: l’unico personaggio positivo del libro. Una prostituta dal cuore tenero, che decide di prenderlo sotto la sua ala, mantenerlo economicamente e amarlo a modo suo. Uno dei passi più belli del <em>Viaggio</em> è proprio la pagina di addio a questa donna meravigliosa, che per Bardamu ha rappresentato il calore umano in un mondo di alienati automi.</p>
<p><em>Arrivò il momento della partenza. Andammo verso la stazione un po’ prima dell’ora in cui tornava nella casa. In giornata ero andato a salutare Robinson. Non era contento nemmeno lui che lo lasciassi. Non la smettevo di lasciare tutti. Sulla banchina della stazione, aspettando il treno con Molly, passarono degli uuomini che fecero finta di non conoscerla, ma bisbigliarono delle cose.</em><em><br />
“Ecco che sei già lontano, Ferdinand. Tu fai, vero, Ferdinand, esattamente quello che hai voglia di fare! Ecco quel che importa… Ecco quello che conta…”.<br />
Il treno è entrato in stazione. Non ero più molto sicuro della mia avventura quando ho visto la macchina. L’ho abbracciata Molly con tutto il coraggio che avevo allora nella carcassa. Avevo una gran pena, autentica, una volta tanto, per il mondo intero, per me, per lei, per tutti gli uomini.<br />
È forse quello che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire.<br />
Sono passati degli anni… Ho scritto spesso a Detroit e poi altrove a tutti gli indirizzi che mi ricordavo e dove potevano conoscerla, seguirla Molly. Non ho mai avuto risposta.<br />
Il casotto è chiuso adesso. È tutto quello che ho potuto sapere. Buona, ammirevole Molly, vorrei se può ancora leggermi, da un posto che non conosco, che lei sapesse che l’amo ancora e sempre, a modo mio, che lei può venire qui quando vuole a dividere il mio pane e il mio destino furtivo. Se lei non è più bella, ebbene, tanto peggio! Ci arrangeremo! Ho conservato tanta della sua bellezza in me, così viva, così calda che ne ho ancora per tutti e due e per almeno vent’anni ancora, il tempo di arrivare alla fine.<br />
Per lasciarla mi ci è voluta proprio della follia, della specie più brutta e fredda. Comunque, ho difeso la mia anima fino ad oggi e se la morte, domani, venisse a prendermi, non sarei, ne sono certo, mai tanto freddo, cialtrone, volgare come gli altri, per quel tanto di gentilezza e di sogno che Molly mi ha regalato nel corso di qualche mese in America.</em></p>
<p>(Louis-Ferdinand Céline, <em>Viaggio al termine della notte</em>, Corbaccio, 2011, pp.264-265)</p>
<p>In Francia si laurea in medicina e comincia a esercitare a Rancy, un quartiere povero della periferia. È pieno di coscienziosità e la sua inquietudine gli impedisce di farsi pagare. Si vergogna di chiedere denaro agli indigenti. Quelli che vengono a domandargli aiuto sono gli ultimi degli ultimi, relitti, mal capitati, maledetti. C’è un episodio che vede protagonista una famiglia, con una donna la quale pretende di avere da lui un certificato medico per internare in manicomio la propria madre e qui lui, nel pieno della sua empatia e coscienza cinica ma sempre pienamente umana, si rifiuta. Qui ricompare Robinson, questa volta nelle vesti di un assassino assoldato dalla famiglia in questione per far fuori la donna.<br />
Uno psichiatra invita Bardamu a lavorare nella sua clinica. Anche dalla clinica psichiatrica fuggirà e proseguirà il vagabondaggio per città e quartieri di una Francia sempre più desolata. In quella clinica, a intervalli, Bardamu ospita Robinson, che muore ucciso dalla sua amante. Liberandolo in qualche modo dall’incubo di avere un doppio che lo tortura. Il <em>Viaggio</em> è una catabasi verso la degradazione e la morte. La morte di Robinson è in un certo senso la morte di una parte di sé, forse quella più estrema, l’es, l’istinto, l’inconscio. Quella parte di sé che ha liquidato il super io una volta per tutte. Il fatto che muoia ha un significato simbolico, è la crescita individuale, il suo approdo alla persona adulta, responsabile, ma anche la rinuncia a quella volontà di potenza che fa sentire il fuoco della giovinezza nella gioia come nella tragicità dell’esistere. Quella parte prima o poi deve morire. E Bardamu lo sa, sa che per vivere in una società civile bisogna diventare adulti in modo ordinario, meschino, adeguandosi alle stesse regole borghesi che hanno prodotto in lui l’orrore per l’umano.</p>
<p>Tutta la distruzione e la devastazione della Grande Guerra, che c’è nella prima parte, agli occhi di Bardamu non è che uno dei sintomi del Male che attanaglia il suo tempo. Le guerre sono anche dettate da una sorta di idealismo e di cattiva coscienza. Il nichilismo di Céline è in questo senso una pretesa di verità nei confronti dell’inganno delle ideologie, che mascherano gli interessi finanziari dei capi di stato, dei governi, delle strutture economiche planetarie e che hanno portato al massacro delle due grandi guerre mondiali. Nel momento in cui scrisse il <em>Viaggio</em> Céline aveva fama di anarchico, dopo abbraccerà l’antisemitismo, sarà collaborazionista e cadrà anche lui nel grande inganno dell’ideologia, simpatizzando per Hitler per restarne poi deluso.</p>
<p>Lo stile del libro è un’inversione dei canoni linguistici, e anche l’intreccio è antilineare (non ve lo fanno studiare nelle scuole di scrittura!); Céline diceva a un giornalista che gli chiedeva notizie sulla novità della sua scrittura: <em>il fatto è che io devo entrare nel delirio, mi trovo bene solo in un grottesco ai confini della morte, a tutto il resto sono insensibile</em>. Delirio, allucinazione, follia, per scrivere lui viveva sempre ai bordi della mente. E poi il grottesco, come necessità di derealizzazione che travolge la realtà in un tripudio di fantasmi. Quanto di più vicino al flusso di coscienza di Joyce, e anche il nome Molly sembra essere un richiamo al meraviglioso personaggio femminile dell’<em>Ulisse</em>: Molly Bloom.</p>
<p>La poetica di Céline è assolutamente antiletteraria, così emerge il suo stile disarticolato, intriso di vita, di strada, destinato a fare scandalo, distruggendo completamente la tradizione della prosa francese. Céline decide di rompere con tutta la classicità. È per certi versi vicino al futurismo. Le rotture sintattiche che agitano il periodo, la dislocazione delle parole anticipate o posticipate nella frase, il moltiplicarsi di risonanze inedite. Dissociazione dal reale che vive in un vorticare caleidoscopico, quasi non lo si segue! Una prosa tagliente che sega il lemma, lo perverte, lo frammenta, lo rende obsoleto e osceno.</p>
<p>Il nichilismo degli artisti non coincide quasi mai con il nichilismo dei potenti, il nichilismo di Céline è dettato dal suo desiderio di trovare nel mondo una giustizia che non c’è, di veder vendicati gli ultimi, con la conseguente consapevolezza che ciò mai avverrà. Il nichilismo di Céline è platonico. Come Platone rintraccia una perfetta convergenza tra la società e l’animo umano. La corruzione che denuncia è la disgregazione dell’uomo, la sua prossimità alla catastrofe, alla follia, all’abisso personale, che coincide con ingiustizia, sfruttamento, alienazione sociale. Il disagio dell’io è il disagio della civiltà. E ci lasciamo sprofondare con lui in questo io frantumato, in questa civiltà incivile, in questo abisso senza scampo che è l’umano.</p>
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		<title>Je suis confus</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2015 14:16:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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		<category><![CDATA[Marine Le Pen]]></category>
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<hr align="left" noshade="noshade" size="1" />
<p><img title="" src="http://megachip.globalist.it/QFC/NEWS_256337.jpg" alt="" border="0" /></div>
<p><em> <strong>di Pierluigi Fagan</strong></em></p>
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<p>Chi semina vento raccoglie tempesta: se tu vieni ad ammazzare a casa mia, io poi vengo ad ammazzare a casa tua. Si chiama reciprocità ed è alla base delle relazioni umane, nel bene e nel male. Ti chiami Hezbollah e mi vieni a sparare in Siria? Io ti vengo a far saltare un supermercato a Beirut. Ti chiami Russia e mi vieni a bombardare in Siria? Io ti butto giù un aereo di turisti. Ti chiami Francia e mi vieni a sparare e bombardare in Africa e Medio Oriente? Io ti vengo a mitragliare mentre ti godi l&#8217;inizio del fine settimana. Facile, semplice, inesorabile.</p>
<p>Questo non ha nulla a che fare con lo scontro di civiltà, Maometto, la CIA, le covert operations, i valori occidentali, la marsigliese, Marianne con la lacrimuccia, il giubileo, i giochi di luce sul tricolore, la condanna dell&#8217;orrore della violenza (pleonasmo), la libertà, il razzismo, i migranti, le &#8220;strane coincidenze&#8221;, gli imperativi morali, il mio morto fa più piangere del tuo, le banlieue, la democrazia. Anzi no, la democrazia c&#8217;entra. È democrazia decidere tutti assieme le cose avendo coscienza del prezzo da pagare per le decisioni prese.</p>
<p>Se il popolo francese ha deciso democraticamente che è suo interesse sparare e bombardare in Mali, in Africa sub-sahariana, in Nord Africa e Medio Oriente, si prenda e pianga i suoi morti com&#8217;è giusto che sia. Se non vuole quei morti, decida democraticamente di starsene a casa quieto. Se starsene a casa quieto comporta perdere una certa percentuale di Pil perché non si ha più l&#8217;oro, il petrolio, il cacao ed altri coloniali, perché non si esportano più macchine ed armi, perché perde influenza geopolitica in Medio Oriente, sappia che scatteranno i meccanismi di Maastricht perché la sua economia, al netto dei coloniali e del Pil fatto grazie alle ex-colonie, sta messa quasi peggio di quella italiana.</p>
<p>Questo comporterà sacrifici, gli stessi che hanno piegato greci, portoghesi, spagnoli, italiani. Non piace? Poi finisce come coi manager Air France linciati e con la Le Pen al 55%? Decida allora di non perdere quella porzione di Pil, vada a bombardare e paghi il prezzo delle conseguenze.</p>
<p>Si tratta solo di decidere, di stabilire chi decide e di sapere il prezzo connesso alle decisioni. Aiutiamo il popolo francese a crescere, a prendersi le responsabilità del proprio modo di stare al mondo. Tutto il resto è <em>temps perdu</em>.</p>
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		<title>Strage di Parigi 2: un film già visto</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2015 11:14:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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<p><img src="http://www.occhioallanotizia.it/wp-content/uploads/2015/11/CTwnRx6WIAIHcVt.jpg" alt="" width="599" height="394" /></p>
<h2><em><strong><a title="Post di Fabrizio Marchi" href="http://www.linterferenza.info/author/fabriziomarchi/" rel="author">Fabrizio Marchi</a> </strong></em></h2>
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<p>La più che comprensibile reazione di sdegno e di orrore da parte di noi tutti di fronte all’ennesima strage di Parigi rivendicata dall’Isis è direttamente proporzionale all’indifferenza (alimentata ad arte dai media occidentali) nei confronti di ciò che accade a pochi chilometri da noi. Senza allontanarci troppo, infatti, nel cuore del Vicino Oriente, a un paio di ore di volo dall’Italia, L’Arabia Saudita ha brutalmente aggredito, peraltro senza nessun mandato da parte dell’ONU (sempre ammesso che l’essere autorizzati dalle Nazioni Unite legittimi una guerra, cosa che personalmente non penso affatto…) lo Yemen, seminando il terrore con bombardamenti indiscriminati (e, come sembra ormai accertato, anche utilizzando armi non convenzionali fra cui armi nucleari a bassa intensità) e provocando migliaia e forse decine di migliaia di morti, per lo più civili. Insomma una guerra imperialista a tutto tondo, “silenziata” dai media, che non desta nessuno scandalo nella indifferente (e colpevole) opinione pubblica occidentale.<br />
Perché? Perché l’Arabia Saudita è un prezioso alleato degli USA e di Israele, oltre che un partner commerciale di prim’ordine dell’ Occidente, e in particolare della Francia, della Gran Bretagna e dell’Italia, con cui fa affari d’oro. Le bombe che stanno facendo a brandelli il popolo yemenita, infatti, con il beneplacet di Washington e di Tel Aviv (che gli ha fornito appoggio aereo, tecnico e logistico) sono in grandissima parte di fabbricazione europea. Inoltre l’Arabia Saudita, come noto, è schierata in prima fila contro l’Iran, lo “stato canaglia” per eccellenza, e naturalmente contro la Siria baathista e laica di Assad e i movimenti di liberazione nazionale libanesi e palestinesi, in primis il libanese Hezbollah, che pochi giorni fa è stato anch’esso e non a caso duramente attaccato dall’Isis nella sua roccaforte, a Beirut. E’ forse per questa ragione che, beffa delle beffe, nonostante, come ampiamente risaputo, quella di Casa Saud sia una brutale tirannia dove i più elementari diritti umani vengono sistematicamente calpestati, proprio all’Arabia Saudita è stata addirittura assegnata dall’ONU la Presidenza del Consiglio dei Diritti dell’Uomo.<br />
Il regime saudita è il principale finanziatore del terrorismo jihadista e dell’Isis, che viene utilizzato come arma di ricatto e di contrattazione con quello stesso Occidente con cui Casa Saud è in affari. Quello fra l’Arabia Saudita e l’Occidente nel suo complesso (ma in particolare con gli USA) è il classico esempio di come funzionano le relazioni fra le grandi potenze imperialiste, in costante competizione fra loro per la spartizione delle risorse, per il controllo geopolitico dei territori e per esercitare egemonia su una regione piuttosto che su un’altra. Questa competizione avviene senza nessuna esclusione di colpi. Non solo, avviene contestualmente – anche se alla gran parte delle persone che non si occupano di queste materie può sembrare una contraddizione in termini – alla collaborazione e allo scambio economico e commerciale e, molto spesso, anche all’alleanza politica e militare. Ma questa relazione di alleanza-competizione- scontro apparentemente contraddittoria fra le grandi potenze imperialiste, è sempre avvenuta nella storia. Pensiamo ai grandi confronti-scontri che hanno caratterizzato intere epoche, fra Inghilterra e Spagna, tra Francia e Inghilterra, tra Germania e Francia, e così via. La storia di queste grandi potenze colonialiste e imperialiste ha visto alternarsi e spesso sovrapporsi fasi di collaborazione economica e commerciale con fasi di guerra, più o meno aperta. Uno degli esempi storici più significativi in tal senso che mi viene immediatamente alla mente senza pensarci più di tanto è lo scontro fra Inghilterra e Spagna avvenuto nella seconda metà del sedicesimo secolo, culminato in guerra aperta ma preceduto da una lunghissima competizione economica e commerciale (con una guerra strisciante e non dichiarata durata decenni). Potremmo portare tantissimi altri esempi ma mi sembra che questo possa esserci di aiuto per capire cosa sta accadendo oggi. I contesti storici e culturali, ovviamente, sono completamente diversi, ma le dinamiche politiche, a mio parere, restano le stesse.<br />
Per comprendere da un punto di vista squisitamente politico e geopolitico la genesi dei tragici fatti parigini, bisogna partire dall’analisi delle dinamiche di cui sopra. E’ lì, in quelle contraddizioni, la chiave di lettura.<br />
Ma non è sufficiente. Le cause di ordine politico e geopolitico si sovrappongono, come sempre succede, a questioni di ordine sociale, storico e culturale (e religioso, nel caso specifico). Come abbiamo cercato di spiegare in questo video realizzato subito dopo l’attentato alla redazione di “Charlie Hebdo”, sempre a Parigi (non è certo un caso che sia la Francia, in questa fase, uno degli obiettivi preferiti del terrorismo jihadista) <a href="http://www.linterferenza.info/video/chi-attacca-chi/" target="_blank">Chi attacca chi</a>  le ragioni della crisi hanno radici antiche. Le potenze egemoni subito dopo la fine della prima guerra mondiale, cioè Francia e Inghilterra, si sono spartite il Vicino e Medio Oriente, dopo averlo sconquassato, distruggendo e separando popoli, nazioni e comunità intere. E’ sufficiente dare un’occhiata alla cartina geografica per rendersene conto. I confini degli stati sembrano (e in effetti è così) essere stati tracciati con un righello e tali sono rimasti a distanza di un secolo. Dopo la Francia e l’Inghilterra è stata la volta degli Stati Uniti e di Israele che (come prima gli inglesi e i francesi) si sono naturalmente avvalsi del supporto di quei regimi feudali o semifeudali (ovviamente ostili al nazionalismo laico socialista o socialistoide panarabo), in primis quello saudita, per imporre il proprio dominio, con le buone o con le cattive (vedasi l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, dell’Afghanistan, la sempiterna occupazione sionista della Palestina, l’aggressione alla Libia e il tentativo di destabilizzazione della Siria).<br />
Ora, tutto ciò non poteva non creare delle contraddizioni che oggi stanno esplodendo e sono in larga parte già esplose in tutta la loro tragicità. Le potenze occidentali hanno fatto di tutto per combattere e distruggere il nazionalismo laico arabo (pensiamo al ruolo svolto dalla R.A.U, dall’Egitto di Nasser e dall’OLP di Arafat, ma anche dalla Libia di Gheddafi) che per ovvie ragioni costituiva un ostacolo per la loro strategia espansionistica, e lo hanno fatto proprio appoggiando e finanziando quei movimenti e quei regimi fondamentalisti (in primis l’Arabia Saudita) che oggi, come si suol dire in gergo politico, presentano il conto.<br />
E una delle modalità per presentarlo è proprio rappresentata dal terrorismo. Naturalmente , e qui arriviamo a trattare un altro nodo fondamentale, sulle cause di ordine politico – come dicevo prima – si innestano o vengono scientemente innestati elementi di natura culturale e sociale. L’Occidente appare (non a torto…) agli occhi di grandi masse popolari arabe e mussulmane come quel mondo che le sfrutta, le opprime, che occupa militarmente la loro terra, che è responsabile della loro condizione di miseria e che ha anche la presunzione di imporgli i propri modelli culturali, ritenendoli superiori, secondo la più coerente delle logiche colonialiste.<br />
E’ facendo leva su questo legittimo risentimento che le organizzazioni terroristiche (le cui teste pensanti dimorano nelle capitali di alcuni stati del Golfo e non solo) fanno proseliti fra quei giovani arabi e mussulmani privi di un presente e di un avvenire, molto spesso anche e soprattutto nelle banlieu delle metropoli occidentali, che individuano in una concezione completamente distorta dell’Islam (fondamentalmente quella wahabita) il mezzo per dare una risposta, non solo di tipo sociale, ma anche ideologica, esistenziale e personale, alla loro condizione complessiva, sociale ma anche umana. Il sostanziale deserto esistenziale del mondo capitalistico occidentale viene così riempito con un sistema di valori ideologici e/o religiosi, sia pure in una visione distorta e deformata. Da un punto di vista filosofico, potremmo in fondo dire che siamo di fronte ad una sorta di rivincita di un certo pensiero “forte” rispetto al cosiddetto pensiero “debole” ormai largamente dominante in tutto il mondo occidentale e capitalistico. Questo è un aspetto fondamentale che non può essere sottovalutato o tanto meno ignorato ai fini della comprensione di quanto sta accadendo. Perché se è vero che l’Occidente da un certo punto di vista costituisce una sorta di miraggio per masse di disperati del cosiddetto “sud del mondo” alla ricerca di una vita appena decente, è altrettanto vero, dall’altra parte, che la società capitalistica occidentale, priva di un qualsiasi collante che non sia il profitto, l’accesso al consumo, alla merce e alla sua illimitata riproduzione, può produrre, come in effetti produce, effetti devastanti su chi proviene da altre culture e si trova precipitato in una condizione di totale sradicamento ed estraneazione. E’ un effetto che produce sugli autoctoni, figuriamoci su chi proviene da culture così diverse e distanti dalla nostra. Tale condizione di sradicamento complessiva, sociale, culturale ed esistenziale può gettare nella disperazione e può portare alcuni a cercare una via d’uscita nell’adesione ad una fantomatica “guerra santa contro l’Occidente” che null’altro è se non l’altra faccia (ma disperata) della medaglia di coloro che in Occidente (stra)parlano di guerra di civiltà per la difesa del’Occidente cristiano e liberale.<br />
Infine, a tal proposito, solo poche parole, ma necessarie, per segnalare l’atteggiamento delle forze politiche della neo destra europea a cui non sembra vero di poter speculare politicamente su tutto ciò riproponendo appunto il solito e del tutto fasullo mantra dello “scontro di civiltà”. Eppure è evidente anche ai ciechi che i primi ad essere sotto attacco da parte dei terroristi dell’Isis (e soprattutto a combatterli sul terreno, armi in pugno) sono proprio quelle forze politiche e quei movimenti mussulmani, arabi e non solo, sia pur molto differenti fra loro, come alcuni movimenti sciiti, i movimenti di liberazione nazionale palestinesi , libanesi, curdi ma anche stati nazionali come l’Iran che, pur con le loro contraddizioni, hanno fatto a fanno da argine (nonostante l’Occidente…) al fondamentalismo terrorista e si rifiutano legittimamente di sottostare ai diktat delle potenze occidentali e dei loro alleati (Israele, Arabia, Saudita e Turchia, fra i principali).<br />
Ma fin qui nulla di nuovo. Ciò che è preoccupante è che anche a “sinistra” (ma sapevamo già anche questo) c’è chi ripropone la logica dello scontro di civiltà, in base alla quale l’Occidente e i valori di cui è portatore sarebbero sotto attacco da quello che viene ormai definito come una nuova forma di nazismo, cioè il fondamentalismo wahabita. Questa “sinistra”, sia pur partendo da presupposti ideologici diversi, si trova a condividere la stessa logica della destra più rozza, becera e volgare. Il che è ancora più grave da parte di chi dovrebbe disporre di strumenti adeguati per una analisi lucida e non ideologica (oserei dire marxista ma non vorrei abusare…) della realtà.</p>
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<p>http://www.linterferenza.info/?s=+Strage+di+Parigi+2%3A+un+film+gi%C3%A0+visto+</p>
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		<title>Sottomissione, di Michel Houellebecq</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2015 16:28:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/index.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4945" title="index" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/index.jpg" alt="" width="189" height="267" /></a></p>
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<p><em><strong>Andrea Bulgarelli</strong></em></p>
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<p>Tutti abbiamo in mente la copertina dell’ultimo numero di Charlie Hedbo prima dell’attentato del 7 Gennaio: Michel Houellebecq, in un improbabile completo da mago Merlino, profetizza la propria conversione all’Islam (preceduta, beninteso, dalla caduta dei denti).</p>
<p>Molti di noi ricordano anche che il 7 era la data di uscita della sua ultima fatica letteraria, <em>Sottomissione</em> (pubblicata il 15 in Italia per i tipi della Bompiani), dedicata all’islamizzazione della Francia in un prossimo futuro. Date le premesse, era inevitabile che il libro finisse nell’occhio del ciclone, insieme con le polemiche più o meno sensate sulla laicità e sulla cosiddetta libertà di espressione.</p>
<p>Tra l’indignazione degli uni e la curiosità degli altri, si stava per pubblicare un libro “islamofobo”, reo di “fare il gioco del Fronte nazionale”, e proprio nel bel mezzo dell’<em>union sacrèe </em>sancita a colpi di <em>#jesuischarlie</em>. “La Francia non è Houellebecq. La Francia non è intolleranza, odio e paura”<a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftn1">[1]</a> ha assicurato il Primo ministro Vallas, correndo ai ripari. “Il 15 gennaio la prima cosa che farò sarà comprare questo libro” recitava la pagina Facebook di Matteo Salvini, ancora una volta in pieno <em>trip</em> mediatico, senza precisare se all’acquisto sarebbe seguita la lettura.</p>
<p>A qualche giorno dalla pubblicazione i toni si sono smorzati. Le recensioni del romanzo sembrano percorse da una sorta di delusione. Al massimo sono riaffiorate le solite polemiche sulla centralità del sesso nei romanzi di Houellebecq, che li renderebbe solo delle <em>pochade</em>, oppure si è fatto più sobriamente notare il prevedibile successo di vendite (120.000 copie in appena cinque giorni), cui senza dubbio ha contribuito il tragico contesto.</p>
<p>La ragione è semplice. Innanzitutto <em>Sottomissione</em> non è un <em>pamphlet</em> islamofobo (vedremo perché). Chi si è domandato cosa sarebbe balzato in mente ai militanti dell’estrema destra leggendolo può dormire sonni tranquilli. In secondo luogo <em>Sottomissione</em> è effettivamente una lettura inquietante, ma per altre ragioni, che cercherò di spiegare brevemente.</p>
<p>Cominciamo dalla questione dell’islamofobia. Per quanto il sottoscritto sia un membro della “setta houellebecquiana”, setta che, ci tengo a precisarlo, vanta adepti di ogni religione, sensibilità e credo politico, non posso negare che Houellebecq abbia dei precedenti. Le sue vicissitudini con la legge francese sono ampiamente note, nei suoi libri si possono leggere stupide e volgari tirate contro l’Islam. Non a caso ciò accade soprattutto in <em>Piattaforma</em>, il meno riuscito tra i romanzi dell’<em>enfant terrible</em>, che infatti sembrava puntare sulle provocazioni per dare mordente a un’opera altrimenti poco significativa.</p>
<p>Di questo imbarazzante <em>background</em> sopravvive molto poco in <em>Sottomissione</em>. Lo stesso autore ammette di essersi ricreduto sul conto dell’Islam in seguito alla lettura del Corano, la quale gli ha fatto comprendere che “la violenza non è connaturata all’Islam” e che un “lettore onesto del Corano non ne conclude affatto che bisogna andare ad ammazzare i bambini ebrei”<a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftn2">[2]</a>. Anche la futura società francese non è una distopia oscurantista-talebana.</p>
<p>Anzi, tutto sommato si tratta di una società più sicura, persino più prospera. Il nuovo Presidente musulmano non è una sorta di califfo Al-Baghdadi, al contrario. Houellebecq lo descrive come il primo statista francese dopo De Gaulle capace di coltivare un progetto politico di ampio respiro, un progetto di civiltà. Molte delle sue idee, dalla promozione della piccola impresa all’indipendenza dal petrolio degli emirati del Golfo, appaiono sensate. A maggior ragione, la “svolta di regime” avviene in maniera sostanzialmente democratica, tramite libere elezioni e con l’avvallo di tutti i partiti di destra e di sinistra, tranne ovviamente il Fronte Nazionale.  Anche dopo la “presa di potere” non si assistono a persecuzioni contro cristiani ed ebrei, e il nuovo regime raggiunge un accordo con entrambe le istituzioni religiose. I pochi accenni suggeriscono un quadro politico sostanzialmente pacifico, con una opposizione legale e una normale dialettica democratica.</p>
<p>Certo, la Francia islamica non è nemmeno un paradiso. La restaurazione, seppure in maniera <em>soft </em>e ipocrita, di una forma di patriarcato che riconduce la donna al suo ruolo di madre e sposa allontanandola dalla sfera pubblica, non è esattamente una conquista. Il nuovo governo islamista, oltre ad essere fortemente europeista, sostiene il primato della solidarietà familiare rispetto a quella gestita dallo Stato, in accordo con la teoria della sussidiarietà propugnata da certe correnti cattoliche e liberiste. Il risultato è il definitivo smantellamento di un <em>welfare</em> già provato dalla crisi e la privatizzazione pressoché totale dell’istruzione superiore.</p>
<p>Quando immagina la conquista del potere da parte di una immaginaria “Fratellanza Musulmana” francese, Houellebecq sembra avere in mente l’islamismo moderato, moderno, imprenditoriale, tutto sommato “liberale”, degli omonimi movimenti religiosi turchi, egiziani e tunisini, con i loro accenti globalisti e le loro reti assistenziali “dal basso”. Secondo questa ideologia l’Islam “è perfettamente compatibile con l’economia di mercato dal momento in cui, completata da valori morali, essa mette anche l’accento sull’aiuto ai più bisognosi” e la globalizzazione “costituendo dei grandi insiemi regionali, comporta ovunque il ridimensionamento dello Stato nazionale. Più la globalizzazione cresce, più l’Islam si propaga”<a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftn3">[3]</a>. Tuttavia l’obbligo dell’assistenza ai poveri non esclude il “mantenimento di un notevole scarto tra la grande massa della popolazione, vivente in una miseria decorosa, e una minoranza di individui smodatamente ricchi”<a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftn4">[4]</a>, come spiega un dignitario del nuovo regime al protagonista. Insomma, non siamo troppo lontani dal “dominio della lotta” del liberalismo, tranne che in questo caso la lotta è regolata e resa in qualche modo più accettabile.</p>
<p>Detto questo, non bisogna dimenticare però il punto veramente fondamentale: <em>Sottomissione</em> non è un libro sull’Islam.</p>
<p>In primo luogo si tratta di una satira spietata del ceto universitario, del suo opportunismo, della sua compiaciuta inutilità. Houellebecq fa con l’università francese quello che era riuscito a fare con l’ambiente dei consulenti informatici, dei biologi molecolari, degli insegnanti, dei comici e degli artisti, cioè dipingere un affresco sociologico spietato. In secondo luogo, il suo tema centrale è il suicidio della civiltà occidentale esattamente come gli altri romanzi dello scrittore francese.</p>
<p>Un equivoco in cui sono incorsi alcuni commentatori (ricordo Antonio Scurati<a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftn5">[5]</a> sulla Stampa) è intendere <em>Sottomissione</em> come una specie di omaggio alla civiltà occidentale stessa. In un certo senso è vero, tutto il romanzo è pervaso da una malinconica ammirazione per la grande arte e cultura che due secoli di “modernità” sono stati in grado di produrre, così come il precedente <em>La carta e il territorio</em> omaggiava la civiltà industriale, le vette di ingegno e di perfezione tecnica raggiunti nel XIX e XX secolo, prima che iniziasse la massiccia deindustrializzazione dell’Europa. Ma sarebbe sbagliato concludere, come fa Scurati, che <em>Sottomissione</em> voglia difendere “il nostro diritto alla gioia orgiastica del sesso, difendere le minigonne delle giovani boeme che a Praga nel ’68 seducevano alla vita i carristi sovietici inviati da Stalin [sic!], il diritto delle nostre donne a livellare la differenza tra i sessi anche a costo di sfaldare le nostre famiglie, a mettere al mondo i nostri figli, quando ci riesce, e a educarli senza nessun riparo consolatorio offerto da una qualche trascendenza”. Lo scrittore francese non mostra di condividere un simile quadro ottimistico, né qui né altrove. Come sempre in Houellebecq, anche in <em>Sottomissione</em> la “gioia orgiastica del sesso” è prevalentemente un accumularsi di frustrazioni e delusioni, e si arresta subito prima di sfociare nell’amore, che forse la giustificherebbe. La civiltà occidentale lascia il campo alla nuova Europa islamico-liberista perché non ha nulla da offrire se non solitudine, aridità e consapevolezza della morte, perfino a un cittadino privilegiato come il protagonista di <em>Sottomissione</em>, docente universitario e stimato studioso di Huysmans. La società dell’individualismo non riesce ad assicurare nemmeno la semplice riproduzione biologica, la successione regolare delle generazioni, come dimostra il disastro demografico delle popolazioni autoctone europee. E’ questo, non “l’invasione musulmana”, che costituisce la sua condanna a morte. I suoi ritmi frenetici, la sua ambizione insaziabile, sono incompatibili con le piccole gioie di una banale vita familiare, che tanto attraevano Huysmans e che alla fine paiono sedurre anche il protagonista, spingendolo verso la conversione all’Islam e un probabile futuro da benestante patriarca musulmano.</p>
<p>Perché non dimentichiamolo, ciò che lo porta alla scelta fatale non è solo l’opportunismo, o la prospettiva di un matrimonio poligamo, ma soprattutto il desiderio di una nuova vita, di accedere ad una qualche dimensione dotata di <em>senso</em>, senza il quale nessuna civiltà può sopravvivere a lungo.  Va detto che nel progetto originale il protagonista si sarebbe dovuto convertire al cattolicesimo, intenzione che l’autore non è riuscito a tradurre nei fatti.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/la-copertina-di-charlie-hebdo-dedicata-a3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4953" title="la-copertina-di-charlie-hebdo-dedicata-a" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/la-copertina-di-charlie-hebdo-dedicata-a3-236x300.jpg" alt="" width="236" height="300" /></a>Cosa rende <em>Sottomissione</em> così inquietante? Non sono gli “orrori” della futura Francia. Anzi, è proprio la sua dimensione vagamente rassicurante. In fondo, assicura Houellebecq stesso nell’intervista al <em>Guardian</em>, nel romanzo le cose “non vanno così male”. L’apertura di un nuovo ciclo storico supera le insostenibili contraddizioni di quello vecchio, la sua ossessione per la competizione sociale e sessuale, il suo nichilismo, il suo materialismo, ma le supera, per così dire, <em>al ribasso</em>.</p>
<p>Il futuro “islamico” appare decisamente più razionale, ma al contempo non lascia molto spazio a quella corrente utopica, a quel sentimento di amore oceanico, che si manifesta in <em>Le particelle elementari</em> con i meravigliosi cori dei cloni narratori, simbolo di una umanità rigenerata al di là del “dominio della lotta” (“Adesso che siamo giunti a destinazione/ Per bagnarci nella gioia immobile e feconda/ Di una nuova legge/ Oggi/ Per la prima volta/ Noi possiamo descrivere la fine del regno antico”<a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftn6">[6]</a>) e che qui sembra inabissarsi del tutto. <em>La carta e il territorio</em>, per molti versi più vicino a <em>Sottomissione</em> che alle <em>Particelle</em>, era animato dall’aspirazione ad una civiltà industriale alternativa, basata su una padronanza amorevole dell’uomo sul mondo degli oggetti. Se non ne tiene conto il lettore impreparato può rimanere perplesso di fronte alle pagine dedicate al socialismo di Willian Morris, alla figura del padre del protagonista, autentico architetto di utopie, o descrizione alla biblioteca di Houellebecq (per l’occasione non solo autore ma anche personaggio), che annoverava prevalentemente testi di Marx, Proudhon e dei riformatori sociali del XIX secolo. Certamente una simile aspirazione rimaneva sotterranea, non era nemmeno formulata chiaramente, mentre per il resto la trama era dominata da un fenomeno storico analogo a quello di <em>Sottomissione</em>, ovvero la trasformazione della Francia in un Paese neo-rurale, prospero ma esclusivamente dedito all’accoglienza dei turisti provenienti dalle nazioni in via di sviluppo.</p>
<p>Questo restringimento dell’orizzonte si riflette anche sul piano stilistico e narrativo. Il violento accostamento di diversi piani stilistici e temporali, la contrapposizione tra freddezza sociologica e trasporto lirico che è la cifra dello stile di Houellebecq si fa più sottile e sfumata. In generale si respira un’aria di esaurimento, di spossatezza, di cinismo. La svolta politica è accolta nell’indifferenza, perfino dal ceto intellettuale progressista, che accantona il proprio feroce laicismo per conformarsi o per farsi da parte silenziosamente. La narrazione è scandita dalle oscillazioni del meteo, descritte con cura minuziosa, e dalla buona tavola, dal consumo soddisfatto di vini e pietanze sofisticate. Ne risulta una sorta di ottundimento dei sensi, di opacità, di rassegnata soddisfazione.</p>
<p>Forse è a questa rassegnazione che rimanda il titolo di <em>Sottomissione</em>, piuttosto che alla professione di fede islamica (come noto “Islam” significa “sottomissione”, nel senso di abbandono a Dio). La convinzione che la chiave della felicità sia l’accettazione del mondo così come è, con le sue inadeguatezze e sofferenze. Un approccio esplicitamente nietzscheano, sconcertante in un autore non proprio affine al filosofo tedesco, che nel romanzo è per l’ennesima volta fatto oggetto di epiteti poco lusinghieri. “Non avrei avuto niente da rimpiangere”, conclude con apparente sicurezza il protagonista. Eppure il “lieto” epilogo della vicenda lascia una sensazione di rimosso, di mancanza, di non detto. Leggendolo prende forma una angoscia sommessa, per così dire pudica, per certi versi più soffocante della disperazione metafisica dei primi romanzi. Nonostante tutto è impossibile cancellare dalla propria mente l’invito che Houellebecq rivolgeva ai giovani poeti nel manifesto <em>Restare vivi</em>: “La società in cui vivete ha lo scopo di distruggervi. Voi avete lo stesso scopo nei suoi confronti. Conoscete il Bene, conoscete il Male. Non rinunciate mai a separarli.” L’esatto contrario di accettare serenamente la “perfezione” della realtà.</p>
<p>Probabilmente invece di polemizzare sulla (a mio avviso improbabile, ma questo è un altro discorso) prospettiva fantastorica di <em>Sottomissione,</em> sarebbe bene meditare sulla correttezza della sua diagnosi. Si dovrebbe capire perché nessuno sembra prendere troppo sul serio la retorica dei valori occidentali, nemmeno chi in queste settimane ne ha abusato. In altre parole, ci si dovrebbe interrogare su quel deserto materiale e spirituale che è il cosiddetto “occidente”.</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftnref1">[1]</a> <em>http://www.theguardian.com/books/2015/jan/16/michel-houellebecq-soumission-bestseller-charlie-hebdo</em></p>
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<p><a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftnref2">[2]</a> http://www.minimaetmoralia.it/wp/sottomissione-lintervista-a-michel-houellebecq/</p>
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<p><a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftnref3">[3]</a> <em>La nuova rivoluzione verde</em>. Diorama<em> </em>letterario, n. 305 Settembre-Ottobre 2011, p. 13</p>
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<p><a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftnref4">[4]</a> <em>Sottomissione</em>, Bompiani 2015, p. 230</p>
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<p><a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftnref5">[5]</a> http://www.lastampa.it/2015/01/10/cultura/tuttolibri/houellebecq-nella-francia-sottomessa-allislam-rQfgnbTietHQMDRl5xkf7O/pagina.html</p>
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<p><a title="" href="http://www.linterferenza.info/cultura/sottomissione-di-michel-houellebecq/#_ftnref6">[6]</a> <em>Le particelle elementari</em>. Bompiani 2008, pp. 9-10.</p>
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		<title>Cifre da “capogiro”</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 22:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietro Garante</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[astensionismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Nisolas Sarkozy]]></category>
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		<description><![CDATA[di Pietro Garante Sulle elezioni amministrative francesi e su quelle prossime italiane Nel primo turno delle recenti elezioni amministrative francesi, i Socialisti hanno preso il 29,1% e con una coalizione con ambientalisti e sinistra radicale raggiungerebbero il 53% dei consensi. Bersani esulta per il “successo importantissimo dello schieramento progressista in Francia”. In realtà simili dichiarazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-right: 0.81cm; margin-bottom: 0cm; text-align: left;">di Pietro Garante</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; margin-bottom: 0cm;" align="CENTER"><em>Sulle elezioni amministrative francesi e su quelle prossime italiane</em></p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm; line-height: 50%;" align="JUSTIFY">
<p style="margin-right: 0.81cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/sarkozy9.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-717" style="margin: 5px;" title="sarkozy9" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/sarkozy9.jpg" alt="sarkozy9" width="307" height="450" /></a>Nel primo turno delle recenti elezioni amministrative francesi, i Socialisti hanno preso il 29,1% e con una coalizione con ambientalisti e sinistra radicale raggiungerebbero il 53% dei consensi.</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Bersani esulta per il “<em>successo importantissimo dello schieramento progressista in Francia</em>”.</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">In realtà simili dichiarazioni non fanno altro che ribadire il disprezzo <strong><span style="font-weight: normal;">degli apparati</span></strong><strong> </strong>dei partiti per il cosiddetto “popolo sovrano”. L’astensionismo in questo turno è infatti arrivato al 53,6%.  I conti sono presto fatti: l’eventuale vittoria della coalizione di sinistra si baserebbe sul 28% dei consensi degli elettori francesi. Un risultato stupefacente!</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Vogliamo vedere in faccia la realtà o vogliamo continuare a far finta di esser sani?</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Anche se è prematuro capire che tipo di politica farebbero i Socialisti francesi, alcune affermazioni a caldo del “mitico” ministro della cultura di Mitterand, Jack Lang, non sono per niente rassicuranti. Sostanzialmente il nemico principale dei Socialisti sembrerebbe essere quel minimo residuo di decenza gaullista che ancora non è stata spazzata via dall’orrendo Sarkozy. Insomma: dopo i barbari i Barberini. Ad ogni modo è solo una prima sensazione e occorre aspettare indicazioni più precise.</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm; line-height: 50%;" align="JUSTIFY">
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Ad ogni modo, la cugina Francia è indubbiamente lo specchio di quanto succederà in Italia: comunque andranno le prossime amministrative italiane, chiunque vincerà lo farà sull’onda di questi consensi da “capogiro”.</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Poi ci sarà una corsa all’accorpamento di partiti, spezzoni, famiglie e famigli, conventicole, correnti e singoli esponenti verso il centro, con ribaltoni, tradimenti, ipocrisie, opportunismi, corruzioni, trasformismi e tutto il classico repertorio di cui non tutti noi, immagino, andiamo fieri.</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">La scusa sarà l’evidente ingovernabilità. Tale corsa sarà accompagnata dalla gara a chi è più servile nei confronti degli Stati Uniti. Gara che, mi sbaglierò, vede la sinistra in <em>pole position</em>, non perché questa sia la predestinazione della sinistra in generale, ma semplicemente perché a ciò hanno portato gli eventi storici qui da noi, mentre in altri Paesi le cose sono andate in modo differente. Ma <em>pole position</em> o meno, il risultato sarà comunque una coalizione normalizzata e deberlusconizzata. Allora si gioirà per la riconquistata libertà (specialmente dei conduttori milionari di talk-show, perché l’esercizio della libertà ormai si misura a talk-show) e per aver scongiurato il pericolo fascista.</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm; line-height: 50%;" align="JUSTIFY">
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">In realtà i guai veramente seri inizieranno proprio allora.</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/vivelafrancelips.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-718" style="margin: 5px;" title="vivelafrancelips" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/vivelafrancelips.jpg" alt="vivelafrancelips" width="176" height="200" /></a>Con la probabile scusa dei conti pubblici da rimettere in ordine, della crisi dei debiti sovrani, della crisi globale e della governabilità economica europea, le nostre risorse (come quelle degli altri Paesi della UE) inizieranno a convergere sempre più verso oligarchie finanziarie europee.</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">C’è da giurare che ci sarà chi, e intendo a sinistra e all&#8217;estrema sinistra, vedrà in tale novità un importantissimo passo avanti verso l’unità politica dell’Europa. In realtà sarà un passo importantissimo verso un’accentuata compradorizzazione della UE, perché dalle oligarchie europee queste risorse verranno riversate in misura cospicua verso l’affamatissima America (defezioni, fronde e resistenze sono ovviamente da prevedere &#8211; e si spera che saranno tante e incisive).</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Così, tutti i politici rimasti ancora in piedi inneggeranno alle magnifiche sorti e progressive, mentre noi potremo dare un definitivo addio a scuola, sanità, trasporti e servizi vari, e a tutto il resto del welfare, pensioni comprese, e al posto di lavoro fisso o precario.</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">In compenso avremo tanti soldati e bombardieri all’estero. Viva l’Italia!</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Ma forse ci sarà qualcuno pronto a intercettare la maggioranza ormai schifata degli Italiani.</p>
<p style="margin-right: 0.81cm; text-indent: 0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Sarà un miracolo se non sarà uno che ha appena finito di leggere il <em>Mein Kampf</em>.</p>
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