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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Galvano Della Volpe</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Rileggendo «La libertà comunista»</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2020 16:55:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/11/s-l300.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6773" title="s-l300" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/11/s-l300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a></p>
<article>
<div data-rce-version="8.3.0">
<div dir="ltr">
<p id="viewer-3qoab"><em><strong>In questo saggio (pubblicato nel volume curato da G. Liguori, Galvano Della Volpe. Un altro marxismo, Edizioni Fahrenheit 451, Roma 2000), Mario Tronti riattraversa un libro straordinario, fin dal folgorante titolo che già pone con forza l’irrisolto nodo centrale: La libertà comunista. L’autore è appunto Galvano Della Volpe, figura di grande importanza nel percorso di formazione teorico-politica dello stesso Tronti e di altri giovani che poi avrebbero preso parte all’esperienza dell’operaismo politico italiano. Un filosofo politico, ci dice Tronti, dotato della «capacità e volontà di forzare il pensiero, di radicalizzare ed estremizzare le posizioni altrui e quella propria», con «un pensiero irto di spigoli, non conciliante, mirato a sorprendere, poco interessato a convincere, non ortodosso senza essere eretico». «Grande polemista, aristocraticamente isolato rispetto al senso comune intellettuale della sinistra del tempo», è stata una fonte a cui si è abbeverata una generazione di «giovani marxisti in formazione e militanti comunisti inquieti». La genealogia della radicale rilettura di Marx contro il marxismo, ovvero dell’operaismo, è passata anche di qui. E qui il pensiero radicale deve tornare a passare. [G. R.]</strong></em></p>
<p id="viewer-6ld5b"><strong> MARIO TRONTI</strong></p>
<p id="viewer-8bq9j">
<p id="viewer-1qmt5"><strong>Come si evince dal titolo del mio saggio, vorrei circoscrivere un argomento: prendere da un angolo acuto il discorso su Della Volpe politico, ovvero teorico, o filosofo, della politica. Il primo pregio del libro di cui mi occuperò è il suo splendido titolo. <em>La libertà</em> <em>comunista</em>: un problema del secolo, un grande tragico tema del Novecento. Il nostro autore nominerà questo concetto storico con altre definizioni: <em>libertas maior</em>, libertà sociale, libertà egualitaria; definizioni che scolorano di fronte alla pregnanza dell’arduo termine di libertà comunista. Un tema certo non del presente, non sappiamo se del futuro, sicuramente dell’immediato passato, e lo sappiamo noi oggi meglio di quanto lo potesse sospettare Della Volpe cinquant’anni fa.</strong></p>
<p id="viewer-979nu"><strong>Il libro esce infatti, per una casa editrice di Messina, nel 1946. E nell’<em>Avviso al lettore</em> della seconda edizione <a rel="noopener" target="_blank">[1]</a> richiama il clima del tempo, il secondo dopoguerra, «affamato di verità sociali», dove urgevano due ordini di interessi filosofici: primo, «l’analisi del concetto tradizionale della “persona”, verso una critica inflessibile dei “revisori” classici del marxismo e della loro etica e politica social-liberale»; secondo, l’articolazione dei concetti giovane-marxiani di «uomo» e «natura», «società», «alienazione umana», «ora [siamo appunto nei primi anni Sessanta] uno slogan dell’intelligenza borghese “inquieta”». Un discorso dunque che mirava a densificare storicamente alcuni termini e a impiantare una ricerca in positivo. Già nell’<em>Avviso al lettore</em> del 1946 aveva esplicitato che era una trattazione teoretica mirante a tracciare «i fondamenti di quella <em>critica della persona</em> a cui l’autore lavora da tempo». E infatti l’annuncio di questo programma di lavoro era già in <em>Discorso sull’ineguaglianza</em> (1943): secondo Bobbio, il primo segno di una ripresa del marxismo teorico in Italia e secondo lo stesso Della Volpe l’inizio della sua ricerca intellettuale di sinistra durata più di un quarto di secolo. Lì cominciava a porre i problemi che poi saranno tipici del suo pensiero politico, anche se sottoposti a grandi modificazioni: il tema della perdurante ineguaglianza tra gli uomini, con la sua «origine ideologica e sentimentale nel “mito umanitario” e però negli istituti economico-politici che sono condizionati da esso e lo condizionano a loro volta» e il problema inerente alla formula «eguali perché liberi e liberi perché eguali», dove l’accusa a Rousseau e alla tradizione giusnaturalistica moderna è di saper fare teoria della prima parte dell’affermazione ma non della seconda <a rel="noopener" target="_blank">[2]</a>. È noto come questo programma di lavoro venga portato avanti, con <em>La teoria marxista dell’emancipazione umana</em> (1945) con il suo sottotitolo nietzscheano: <em>Saggio sulla trasmutazione marxista dei valori</em>, decisiva svolta – dirà Mario Rossi – verso una problematica etica. Emancipazione rousseauiana ed emancipazione marxista divergono e si contrappongono. Qui prevale ancora la parte critico-negativa sull’opera di Rousseau, che in seguito verrà superata. E questo perché la persona cristiano-borghese appare come l’apriorismo interiorizzato da tutto il pensiero politico moderno.</strong></p>
<p id="viewer-6u748"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-b4lqp"><strong>«Ché se l’individuo come tale nasce con il valore universale – con l’anima o «coscienza» – esso individuo sarà un prius metafisico assoluto, e ogni rapporto interindividuale o etico-sociale sarà comunque un posterius, in quanto avrà appunto il suo fondamento e il suo fine nell’individuo-valore: nella «sacra», per il valore che le è connato, singola persona umana o persona astratta.» <a rel="noopener" target="_blank">[3]</a></strong></p>
<p id="viewer-e1d94"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-5d27j"><strong>Qui – siamo negli anni 1943-45 – c’è l’intento di Della Volpe di presentare un Marx moralista e filosofo, perché, scrive,</strong></p>
<p id="viewer-244s4"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-2a7fj"><strong>«il marxismo deve, e può, per compiere intera la propria missione redentrice, saper mostrare, in maniera adeguata [...] le ragioni <em>morali</em>, oltre che economiche; cioè infine che esso possiede anche una dottrina – superiore – della <em>libertà</em> e della <em>dignità</em> umana in generale.» <a rel="noopener" target="_blank">[4]</a></strong></p>
<p id="viewer-46fq0"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-89hfm"><strong>Se subito prima di <em>La libertà</em> <em>comunista</em> c’è questo, poco dopo c’è <em>Per la teoria di un umanismo positivo </em>(1949), il cui sottotitolo è <em>Studi e documenti sulla dialettica mistificata</em>, perché nel frattempo c’è stato l’incontro di Della Volpe con la <em>Kritik</em> di Marx, con la conseguenza – dice Mario Rossi – dell’abbandono di un approccio da un lato empiristico, dall’altro teoretico ai problemi etici e l’assunzione invece di una prospettiva storica. Lettura logica e lettura teorico politica, così come si erano saldate nella giovanile critica marxiana alla filosofia hegeliana del diritto pubblico, tendono a saldarsi nel dellavolpismo in formazione. Stato rappresentativo moderno e democrazia moderna diventano un campo di indagine originalmente logico-storico, e su questo terreno si sviluppa il percorso dalla critica negativa alla ripresa in positivo dell’eredità di Rousseau e di Kant. La svolta si ha alle <em>Rencontres</em> di Ginevra (settembre 1950), dove compare la continuità Rousseau-Marx, che diventerà continuità Rousseau-Lenin. C’è un suo articolo sull’«Unità» (4 agosto 1950) che dà conto di questo passaggio; è di qui che si arriva a <em>Rousseau</em> <em>e</em> <em>Marx</em>, nel 1957. Ma in mezzo, tra <em>La libertà</em> <em>comunista</em> e <em>Rousseau e Marx</em> ci sono molte vicende di teoria e di storia, tra cui è da ricordare in particolare la polemica con Bobbio, cioè il saggio <em>Comunismo e democrazia moderna</em>, su «Nuovi Argomenti» (1954); anzi c’è la discussione Bobbio &#8211; Della Volpe &#8211; Togliatti su comunismo e liberalismo. C’è soprattutto il 1956, con l’esplosione del tema della legalità socialista. È vero che quel saggio non contiene previsioni di una rottura imminente dentro la storia sovietica, ma è indicativo che, ripubblicato nel volume <em>Rousseau e Marx</em>, cambi titolo per diventare <em>Il problema della libertà</em> <em>egualitaria nella moderna democrazia</em>, con un voluto spostamento, a mio parere, della sua problematica.</strong></p>
<p id="viewer-1a8po"><strong>Ora, è proprio questo l’argomento che sta al centro della ricerca dellavolpiana, tra il 1943 e il 1968, sul terreno della teoria politica, la libertà egualitaria, cioè la libertà comunista. E la tesi che mi sentirei di sostenere è questa: il tratto attuale, o «inattuale», di Della Volpe politico è qui, nel contatto-contrasto di libertà e comunismo. Non di liberalismo e socialismo. Contatto e contrasto diretto tra problema della libertà e prospettiva del comunismo. Qualcosa di più quindi che i problemi della costruzione di una società socialista. Piuttosto un discorso di teoria politica che va al di là di una fase e impegna in considerazioni di ben più lungo periodo.</strong></p>
<p id="viewer-5gj7j"><strong>Non a caso la sua polemica parte subito fin dall’inizio contro un’idea di socialismo liberale, o liberalsocialismo, in quanto conciliazione di individualismo e socialismo. Tutto il capitolo primo e il capitolo secondo de <em>La libertà</em> <em>comunista</em> sono una critica di queste posizioni, così come erano presenti nel dopoguerra e così come erano state impostate da grandi precedenti storici. L’elenco delle idee e delle persone vede le quattro libertà americane (o meglio rooseveltiane), la socialistica uguaglianza di chances per tutti, l’arcivescovo di Canterbury William Temple, Harold Lasky e i leader di altri partiti della sinistra europea, e prima di loro i «revisori» del marxismo, Bernstein, Mondolfo e Croce. Tutti prigionieri, questi, nelle loro istanze di riforma sociale, della categoria di persona cristiana, o persona originaria, o persona astratta, o persona tradizionale: che ha il suo luogo di nascita e il suo inizio di sviluppo nel cristianesimo ragionevole, o secondo ragione, che va da Locke a Rousseau, dal principio individualistico lockiano del lavoro all’apriorismo platonico, o romantico, dell’individualismo rousseauiano. Questo è almeno lo schema di ricerca teorico-politica che Della Volpe segue fino agli anni Cinquanta. A me pare di vedere qui due pesanti forzature. La prima: una riduzione secca dell’individuo borghese a persona cristiana e ancor più di questa a quello; e dunque una sostanziale identificazione di individuo e persona. Ma che si tratti di due diverse tradizioni ed elaborazioni che tra loro hanno subìto incontri ma anche scontri, lo mostra proprio la storia non solo concettuale del Novecento, che Della Volpe non sembra qui prendere in considerazione. Ad esempio la declinazione comunitaria del personalismo fatta da Mounier negli anni Trenta, da lui più che da Maritain, non viene rilevata nemmeno come oggetto polemico. Seconda forzatura: la tendenziale identificazione di liberalismo e democrazia, continuità tra Locke e Rousseau, poi corretta, ma molto presente ne <em>La</em> <em>libertà</em> <em>comunista</em>. Anche qui due tradizioni che si unificano e divaricano tra contraddizioni e conflitti, come documentato dall’organizzazione degli assetti politico-statuali dentro lo stesso secolo.</strong></p>
<p id="viewer-dt9rs"><strong>Ma qui ci sono caratteristiche da attribuire piuttosto alla personalità dell’uomo Della Volpe. Questa capacità e volontà di forzare il pensiero, di radicalizzare ed estremizzare le posizioni altrui e quella propria, erano qualità sue. Un pensiero irto di spigoli, non conciliante, mirato a sorprendere, poco interessato a convincere, non ortodosso senza essere eretico. Un’acqua che bevemmo, noi allora giovani marxisti in formazione e militanti comunisti inquieti. Grande polemista, aristocraticamente isolato rispetto al senso comune intellettuale della sinistra del tempo, ci fornì preziose cifre di comprensione della realtà e alcune continua a offrircene, come la critica del socialismo liberale. Se infatti si riflette su un curioso rovesciamento anche terminologico emerge che i «revisori» classici del marxismo erano socialisti liberali, socialisti in economia, liberali in etica e in politica. Forse ancora nel 1945-46, quelli che si richiamavano a tali posizioni erano su questo orizzonte. Quelli di oggi sono liberali socialisti, assunzione di un’economia di mercato con un’etica e magari una politica socialista. E faceva bene Della Volpe a vedere in Croce il punto di snodo dell’atto di confusione tra liberalismo, individualismo e socialismo. Ecco perché pensava che si dovesse attaccare alla radice il problema.</strong></p>
<p id="viewer-7t8r0"><strong>Ed ecco la sua tesi: l’individuo di cui si parla non è la persona astratta, naturale, platonico-cristiana, poiché la rivoluzione capitalistica ha già imposto un primato del sociale. Dice a Bernstein: la proprietà privata capitalistica è già fondata su un esercizio sociale della produzione, gli individui producono nella società e non possono non farlo. Le robinsonate giusnaturalistiche come possono prescindere da questo? Dice a Mondolfo: non dal principio individualistico lockiano del lavoro si ricava il «diritto al prodotto integrale del lavoro», ma, con Marx – si veda la <em>Critica del programma di Gotha</em> – non essendo la produzione industriale moderna un fatto individuale ma sociale, il diritto al prodotto integrale del lavoro ha un significato non per il singolo lavoro, ma per la società intera dei lavoratori. È un punto di estrema, delicata importanza. Non si tratta di assumere la figura dell’individuo naturale, con le sue caratteristiche – «utilitarismo teologico», «egotismo religioso», «narcisismo spirituale», o naturale nesso di persona-libertà – e poi vedere come si concilia con la società degli individui (oggi si dice, scendendo, anzi precipitando verso il basso, individualismo e solidarietà). La socialità non è qualcosa da aggiungere all’individuo naturale, ma da riconoscere nell’individuo storico, prodotto di questa forma sociale, che l’organizzazione di questa forma sociale non permette di sviluppare, di estendere, di approfondire, di valorizzare. Qui sembra esserci un’ortodossia marxista, in realtà c’è l’apertura di un’originale pista marxiana, che non è stata più seguita e che, a seguirla, porterebbe al dissolvimento dell’attuale paradosso democratico dell’individuo moderno. L’esito tardo del capitalismo in occidente non è l’estremo individualismo ma la massificazione dei comportamenti sociali e politici. Non solo l’opportunità storica «individuo», in società, non è stata messa alla portata di tutti, ma è stata sottratta anche ai comportamenti delle classi cosiddette superiori. Di qui: ribellione delle élite oltre che passivizzazione delle masse; corporativizzazione della società di fronte a forme inedite di potere neoautoritario. La tesi forte da far avanzare è questa: dentro la grande crisi della democrazia moderna, poiché di questo si tratta oggi, si ripropone il grande tema della libertà.</strong></p>
<p id="viewer-192o7"><strong>Dentro <em>La libertà</em> <em>comunista</em> troviamo passaggi che mostrano un’anticipata consapevolezza di questo problema. Sono passaggi ostici, sia dal punto di vista del linguaggio che da quello dell’elaborazione, ma vale la pena di attraversarli. La premessa è che</strong></p>
<p id="viewer-5ksak"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-48qib"><strong>«dal fenomeno, o novità storica, della rivoluzione capitalistica è nato, col problema scientifico-economico marxiano della socialità della produzione, anche il problema filosofico marxiano dell’uomo umano in quanto uomo sociale.» <a rel="noopener" target="_blank">[5]</a></strong></p>
<p id="viewer-5954g"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-a85ja"><strong>Di contro,</strong></p>
<p id="viewer-a2epg"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-frcqo"><strong>«con «l’autonomia» delle occupazioni, dovuta alla divisione del lavoro, sorge «l’individuo di classe», la cui essenza è la «casualità», o «accidentalità» delle sue condizioni di vita, cioè il criterio stesso secondo cui si compie la «naturale», «non volontaria» divisione del lavoro.»</strong></p>
<p id="viewer-98l9t"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-ff8q5"><strong>Marx collega la casualità (<em>Zufalligkeit</em>) delle condizioni di vita per l’individuo con l’apparire della classe e dunque con l’irrompere della concorrenza e della lotta degli individui fra loro. Propriamente «questo diritto di potere, entro certe condizioni, fruire del caso con sicurezza è stato chiamato finora libertà personale». E si confronti – consiglia Della Volpe – questa formula «della gloriosa “libertà” borghese, come libertà del caso, col “diritto a una genuina contingenza” formulato, a proposito della natura della libertà, dal massimo filosofo dell’americanismo, John Dewey» <a rel="noopener" target="_blank">[6]</a>. E dunque, quella tradizionale libertà borghese della persona, ridotta a quel fruire del caso con sicurezza, non risulta atro che l’espressione adeguata «di una “libera iniziativa” che pretende di essere tale pur essendo “casuale”, cioè “non razionale” e però negatrice, oltre che della razionalità, della libertà stessa», libertà che è «sinonimo di universalità o razionalità e infine sinonimo dell’umanità dell’uomo», quell’uomo che nella sua specifica essenza, secondo l’affermazione marxiana, «si rapporta a sé come ente <em>universale</em> e perciò <em>libero</em>» <a rel="noopener" target="_blank">[7]</a>.</strong></p>
<p id="viewer-2k79l"><strong>Ancora problemi per noi. Concediamo troppo, concediamo tutto, quando diamo per risolto il problema della libertà. E solo aggiungiamo altri problemi: l’uguaglianza, la giustizia, la solidarietà. Così come cogliamo qui una critica anteposta degli attuali insulsi diritti di cittadinanza. E la cogliamo nella polemica con l’<em>homo politicus</em>, pendant dell’<em>homo oeconomicus</em>. Mentre dalla critica dell’emancipazione borghese riscopriamo il cammino verso la frontiera della liberazione umana: tra l’altro oggi da declinare nel senso della contraddizione uguaglianza-differenza. Il Marx di Della Volpe dice infatti:</strong></p>
<p id="viewer-dajt1"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-8q27c"><strong>«L’eguaglianza (<em>Gleichheit</em>) non è altro che il tedesco Io=Io tradotto in forma francese, cioè politica. L’eguaglianza come fondamento del comunismo non è veruna fondazione <em>politica</em> ed è la medesima cosa che se il tedesco giustificasse il comunismo in quanto concezione dell’uomo quale generale autocoscienza, o Io=Io.» <a rel="noopener" target="_blank">[8]</a></strong></p>
<p id="viewer-b6a0c"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-bnnvv"><strong>E invece è dal contenuto della «rivoluzione comunista» che bisogna ripartire:</strong></p>
<p id="viewer-6j8o4"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-5bt86"><strong>«Infatti, la soppressione della suddivisione del lavoro e, con essa, della società classista – soppressione in cui consiste specificamente tale rivoluzione – comporta anzitutto il costituirsi di una <em>comunità</em> <em>reale</em> in quanto volontaria o consapevolmente umana o razionale; comunità che come tale, superando le deficienze della <em>comunità apparente</em> o illusoria che è la società classista borghese in quanto società involontaria o naturale-casuale, è composta non di individui umani dimidiati in quanto rappresentanti di quella media o generalità illusoria propria della classe, ma bensì di individui veramente umani in quanto onnilaterali, e però di individui la cui <em>libertà</em> <em>personale</em> <em>è reale</em>, se libertà è sinonimo di razionalità o universalità o illimitatezza o onnilateralità.»</strong></p>
<p id="viewer-4igep"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-b5ttd"><strong>Libertà reale dunque come «libertà non <em>classista</em> ma <em>comunista</em>» <a rel="noopener" target="_blank">[9]</a>.</strong></p>
<p id="viewer-bq69a"><strong>Tra persona e libertà c’è di mezzo il lavoro, quello specifico modo del fare umano dato dalla forma moderna della socialità, composta tra l’altro di materiale tecnicità. Qui, sul lavoro, alcuni limiti del discorso dellavolpiano vengono fuori, dopo le grandi trasformazioni d’epoca che hanno sconvolto il problema e dopo il fallimento di un’organizzazione socialista della produzione. Ma il grande tema lavoro-libertà è presente nella sua interezza. Della Volpe allora apriva una via che, per tortuosi percorsi, in qualche modo arriva fino a oggi, o meglio che oggi in qualche misura riemerge. Leggiamo una frase come questa: «L’uomo <em>totale</em>, in senso comunista, è ad un tempo estremamente <em>individuo</em>, differenziato» <a rel="noopener" target="_blank">[10]</a>. E la polemica qui alza i toni e coglie meglio i bersagli.</strong></p>
<p id="viewer-f9h7n"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-6k3km"><strong>«La persona-sostanza, l’individuo ipostatico [...], questo ricettacolo metafisico di tutte le inerzie morali, di tutti i privilegi e gli egoismi astratti, è il dogma che vieta di comprendere come l’individualità dell’uomo rifulga in quella concentrazione spirituale che è la tecnicità sinonimo di socialità, la <em>tecnica libera o comunista</em>.»</strong></p>
<p id="viewer-37cgp"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-c0k9k"><strong>Lavoro non è rapporto dell’uomo all’altro uomo e insieme rapporto dell’uomo con la natura? L’atto di associazione e socializzazione non è insieme atto di particolarizzazione e specializzazione dell’universalità? La tecnica non è – o, diremmo noi oggi, non dovrebbe essere – «l’<em>individuazione</em> che comporta il lavoro in chi lavora»? Alle trivialità del «termitaio», dell’«uomo ruota di un meccanismo» a cui la società socialista ridurrebbe gli individui, va contrapposta la scelta per quella concentrazione spirituale che è l’atto di specializzazione sociale o comunista:</strong></p>
<p id="viewer-b3nbp"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-8f2ur"><strong>«atto di libertà reale in quanto atto dell’universalizzarsi effettivo dell’individuo, ma atto ad un tempo di coimplicazione positiva delle capacità e possibilità personali, <em>destino personale</em> insomma, <em>nella comunità</em>, nell’universale reale [...] <a rel="noopener" target="_blank">[11]</a>».</strong></p>
<p id="viewer-49d4e"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-2c6eq"><strong>Libertà egualitaria, libertà sociale, libertà comunista, «libertà virile», dice a un certo punto curiosamente Della Volpe <a rel="noopener" target="_blank">[12]</a>. Un’occasione per accennare a un tema oggi riconnesso con la libertà dell’«individuo differenziato», il tema della libertà femminile. Forse solo la libertà comunista poteva affrontare un discorso sulla libertà non in generale. Scrive Luisa Muraro:</strong></p>
<p id="viewer-60j0c"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-b2m95"><strong>«Oggi non viviamo in una fase che i libri di storia chiamerebbero rivoluzionaria; viviamo però in un tempo di libertà femminile. Nella nostra società occidentale, qui in Italia e altrove, esiste un certo numero di donne – sufficiente perché non si possa isolarle nell’eccezionalità – le quali interpretano l’essere nate di sesso femminile come un essere destinate alla libertà […]».</strong></p>
<p id="viewer-a54ha"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-7mn94"><strong>Questa è un’affermazione che si può prendere o lasciare. Ma pone un problema che non si può che assumere. «La ricerca femminile di libertà, indipendente da una ricerca maschile di libertà» ha messo in luce una «non libertà maschile». Non si può che assumere il problema soprattutto da parte di quel pensiero politico, che viene dal marxismo e va, malgrado tutto, verso il comunismo.</strong></p>
<p id="viewer-1uui7"><strong>Anche per questo, risulta insufficiente l’indicazione ultima dellavolpiana. In <em>Critica dell’ideologia contemporanea</em> (1967), alla fine della parte seconda, dedicata alla politica, viene formulata «un’ipotesi per l’azione del presente». Essa recita: <em>Per una democrazia postborghese</em>. Il rinvio esplicito è all’edizione del 1963 di <em>La libertà</em> <em>comunista</em>, dove era stato inserito un testo, datato settembre 1962, <em>Sulla dialettica</em>. Qui leggiamo:</strong></p>
<p id="viewer-2mtbo"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-br3hg"><strong>«Una democrazia sociale-post-borghese non è più la democrazia puramente politica, borghese storica, ed è certo ben lontana dalla democrazia propria di uno Stato a legalità socialista [...], ma ha nondimeno in sé le virtualità di una democrazia socialista, perché lotta [...] per quel principio (egualitario) della cattolicità o universalità dei meriti personali che, sotto specie di una universale eguaglianza antilivellatrice ossia mediatrice di persone, trionferà, nientedimeno, nella società comunista soltanto <a rel="noopener" target="_blank">[13]</a>».</strong></p>
<p id="viewer-b4jkg"><strong> </strong></p>
<p id="viewer-f0kkt"><strong>In <em>Critica dell’ideologia contemporanea</em> assegna a «una socialdemocrazia dinamica» il compito di portare questo passaggio: raccogliere la bandiera lasciata cadere dalla borghesia trionfante delle «possibilità di ogni persona e diritto di realizzarle tramite la società». Non sembrava a quel punto che ci fosse nulla di meglio «per rompere l’incanto dell’immobilismo strategico di sinistra» e per «cominciare a muoversi (con Rousseau e Marx) oltre Constant e Tocqueville, questi termini e simboli della borghesia storica» <a rel="noopener" target="_blank">[14]</a>.</strong></p>
<p id="viewer-7q55h"><strong>Ecco, per concludere, domande che rimbalzano dalle pagine di <em>La libertà</em> <em>comunista</em> tra i piedi dell’attuale crisi delle democrazie. Scelte di prospettiva per la ricerca, ma non solo. Con Rousseau e Marx, oltre Constant e Tocqueville oppure oltre Rousseau e Marx? Per una democrazia postborghese, oppure per una società postdemocratica? Un’altra idea e un’altra pratica di democrazia, oppure prendere atto del compimento della democrazia? Conoscenza più riflessione più prassi politica, pur sommate insieme, non sembrano in grado di rispondere. Ma il modo di porre la domanda già indirizza la risposta.</strong></p>
<div id="viewer-61t0a"><strong> </strong></div>
<p id="viewer-5ftga"><strong>Note <a rel="noopener" target="_blank">[1]</a> G. Della Volpe, <em>La libertà comunista</em>, Edizioni Avanti!, Messina 1963 (seconda edizione). <a rel="noopener" target="_blank">[2]</a> Si veda anche G. Della Volpe, <em>Opere</em>, vol. III, p. 269. <a rel="noopener" target="_blank">[3]</a> Ivi, p. 320. <a rel="noopener" target="_blank">[4]</a> Ivi, p. 311. <a rel="noopener" target="_blank">[5]</a> G. Della Volpe, <em>La libertà comunista</em>, cit., p. 59. <a rel="noopener" target="_blank">[6]</a> Ivi, p. 65. <a rel="noopener" target="_blank">[7]</a> Ivi, p. 68. <a rel="noopener" target="_blank">[8]</a> Ivi, p. 81. <a rel="noopener" target="_blank">[9]</a> Ivi, p. 90. <a rel="noopener" target="_blank">[10]</a> Ivi, p. 112. <a rel="noopener" target="_blank">[11]</a> Ivi, pp. 112-113. <a rel="noopener" target="_blank">[12]</a> Ivi, p. 116. <a rel="noopener" target="_blank">[13]</a> Ivi, p. 170. <a rel="noopener" target="_blank">[14]</a> G. Della Volpe, <em>Critica dell’ideologia contemporanea</em>, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 112.</strong></p>
<div></div>
<p><strong> Machina/DeriveApprodi</strong></p>
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		<title>Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2015 13:55:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/index1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5028" title="index" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/index1.jpg" alt="" width="112" height="164" /></a><em><strong>R. Pallavidini, Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile (Noctua, Bari 2012)</strong></em></p>
<p><strong>Oggi che il comunismo è soggetto alla stessa condanna che ha colpito il fascismo alla fine del secondo conflitto mondiale, non è, forse, difficile spiegarsi il fastidio provato nei confronti di Hegel da una parte non piccola di “addetti ai lavori”; come filosofia della prassi, infondo, interpretava il materialismo storico Lenin e come filosofia della prassi interpretò, da subito, il fascismo una cospicua parte dell’intellettualità filosofica che vi aderì. La comune radice filosofica dei due modelli politici in Italia permette di comprendere nella loro intima drammaticità (oltre che nel loro eventuale opportunismo) una serie di passaggi al comunismo al momento della caduta del fascismo, sui quali si sofferma poco benevolmente Pallavidini; passaggi che, se menzionati, fino a una trentina di anni fa, provocavano imbarazzo, oggi scatenano l’accusa nei confronti di chi li ha compiuti, di aver posseduto una mentalità comunque “totalitaria” (come dimostrerebbe il passaggio dal fascismo al comunismo). Nell’èra il cui indice filosofico è il razionalismo critico di Popper, non c’è da stupire che la filosofia della prassi sia poco popolare; anche perché essa evoca immagini di controllo pubblico delle dinamiche economiche invise all’opinione pubblica più <em>à la page</em>, un’opinione pubblica che, per citare il teologo torinese Umberto Casale, non crede più al <em>dio uno e trino</em>, ma crede incondizionatamente nel <em>dio quattrino</em>.</strong></p>
<p><strong>dalla Prefazione</strong></p>
<p><strong>di Francesco Ingravalle</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Davide Ragnolini</strong></em></p>
<p>Registrando un vero e proprio rinnovamento degli studi dedicati al filosofo di Stoccarda negli ultimi anni, lo scorso dicembre Luca Illetterati segnalava su “Alias”, ad un pubblico non specialistico, una serie di nuove pubblicazioni in lingua italiana di alcuni esponenti della rinascita degli studi hegeliani nella filosofia americana contemporanea. Gli ultimi lavori di Robert Pippin, Terry Pinkard, John McDowell e Robert Brandom hanno segnato tale rinascita nell’alveo però, come riconosce lo stesso Illetterati, di una tradizione notoriamente rappresentante «un’attitudine speculativa che pare, per molti aspetti, del tutto estranea alle questioni e ai problemi che innervano invece la filosofia di Hegel».<a title="" href="#_ftn1">[1]</a> Tuttavia, il giudizio espresso dal recensore, seppur condivisibile da un punto di vista storico, riesce appena a mitigare la presenza di un vero e proprio orientamento filosofico manifestamente anti-continentale nella storia della filosofia anglo-americana.</p>
<p>Tra gli studi italiani risultano menzionati solo la meritoria ripubblicazione in una versione ampliata di <em>Sistema ed epoca in Hegel</em> di Remo Bodei che, apparso per la prima volta nel 1975, contribuì non poco a “svecchiare” l’approccio ermeneutico nella storia italiana degli studi su Hegel, ed il volume di Luca Corti sulla ricezione americana della filosofia hegeliana.</p>
<p>La costruzione del mito storiografico di un Hegel metafisico, sistematico ed apologeta dell’ordinamento prussiano culminata nelle <em>Grundlinien der Philosophie des Rechts</em> (1821), e la complessiva ricezione in senso anti-liberale e “totalitario” del pensiero hegeliano sono stati non tanto il risultato di una volgarizzazione ad opera della “Sinistra hegeliana”, quanto piuttosto tra i più noti e longevi stereotipi della storiografia filosofica anglo-americana. Nel 1943 John Halford Mackinder, riferendosi alla conferenza tenuta in Marocco dagli alleati agli inizi dello stesso anno, immediatamente successivo alla vittoria riportata nella campagna del Nordafrica, lamentava che da Casablanca «venne tardivamente l’esigenza di distruggere il dominio della filosofia tedesca»: ciò, infatti, poteva realizzarsi solo «irrigando la mente tedesca con l’acqua pulita di una filosofia rivale».<a title="" href="#_ftn2">[2]</a> Ma alla scomunica della filosofia continentale, e segnatamente di uno dei massimi rappresentanti della filosofia classica tedesca presente nel dibattito novecentesco, prima dello scienziato geopolitico aveva già provveduto un filosofo politico inglese destinato ad avere grande fortuna. Già sul finire del 1942 Karl Popper terminava in Nuova Zelanda il manoscritto di <em>The Open Society and its Enemies</em>, in cui faceva polemicamente assurgere Hegel a massimo rappresentate moderno dei “falsi profeti” filosofici nel quadro di una storia filosofica liberale da Platone alla filosofia marxista del XX secolo: «la farsa hegeliana è durata anche troppo. Noi dobbiamo por fine ad essa. Noi dobbiamo parlare – anche a costo di sporcarci maneggiando questa cosa scandalosa che, sfortunatamente invano, fu denunciata con tanta chiarezza un centinaio di anni fa».<a title="" href="#_ftn3">[3]</a> Nonostante la cristallizzazione di una simile rappresentazione del pensiero hegeliano nella tradizione anglo-americana e non solo, la figura di Hegel ha tuttavia resistito tanto a caricaturali demonizzazioni filosofiche e politiche, quanto alle più disparate forzature ideologiche, come testimonia la sua grande <em>Wirkungsgeschichte</em>, così ampia e ricca da costringere i suoi lettori a periodici orientamenti nella letteratura critica. Tra i numerosi contributi pubblicati nel nostro Paese, il recente studio di Renato Pallavidini può rispondere positivamente a tale esigenza di orientamento condensando la trattazione di alcuni grandi interpreti italiani del filosofo tedesco nel suo saggio <em>Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile </em>(Noctua, Bari 2012).</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/Hegel_portrait_by_Schlesinger_1831.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5029" title="Hegel_portrait_by_Schlesinger_1831" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/Hegel_portrait_by_Schlesinger_1831-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" /></a>La scelta della periodizzazione esaminata dall’autore, da Cusani (1815-1846) a Gentile (1875-1944), è motivata con l’intento di ripercorrere la prima divulgazione italiana delle opere hegeliane a partire dagli anni 40’ del XIX secolo, e la successiva accumulazione di quei “anacronismi ermeneutici”<a title="" href="#_ftn4">[4]</a> in seno alla storia della filosofia italiana che hanno per lungo tempo irretito l’interpretazione del filosofo tedesco. In sede di storia delle idee, la necessità di revisione critica della figura dell’Hegel “romantico e mistico” fissata nel datato saggio di Galvano Della Volpe (1929), era stata avvertita dal filosofo alessandrino anche nel suo articolo <em>Il problema della libertà alle origini del pensiero di Hegel</em> (“Filosofia. Rivista Quadrimestrale”, Anno LI, Fasc. III, settembre-dicembre 2000, pp. 401-426).<a title="" href="#_ftn5">[5]</a> Servendosi della più recente critica di Christoph Jamme e Franco Chiereghin, Pallavidini decostruisce la vulgata italiana sul frammento hegeliano giovanile <em>Die Liebe</em> (1798-99), in cui si voleva vedere nella categoria di “amore” una forma mistificata del modello organicistico di <em>Aufhebung</em> degli opposti ed un’anticipazione di quel famigerato momento sintetico in cui doveva culminare il procedimento dialettico posteriore. Una discussione del pensiero filosofico-politico del giovane Hegel era stata offerta dall’autore nel 1991, con il saggio <em>Hegel critico dell’autoritarismo</em> (con prefazione di R. Bodei, Arnaud, Firenze 2012), precedente di un anno rispetto all’altro importante saggio di Domenico Losurdo su <em>Hegel e la libertà dei moderni</em> (Roma, Editori Riuniti, 1992), che meriterebbero di essere accostate per un confronto sulla concezione hegeliana della libertà. Nel saggio di Pallavidini il rifiuto da parte del giovane Hegel dell’opzione giacobina alla rivoluzione non è interpretato, sulla scorta della vulgata marxista, come mero riflesso di una condizione storico-sociale arretrata, bensì come espressione dell’esigenza intellettuale e pratica di rinvenire una “terza via” tra due forme di autoritarismo: quella atomistico-liberale e capitalista da un lato e quella organicistico-rousseauiana dall’altro<a title="" href="#_ftn6"><sup><sup>[6]</sup></sup></a> che culminerà poi nella dottrina dello stato commerciale chiuso fichtiano (1800). Tra i risultati della ricerca dell’autore si segnala la messa a fuoco dell’incidenza avuta dal secondo discorso di Rousseau nella riflessione del giovane Hegel, e della storicizzazione del modello di polis antica che prevaleva nell’ideologia rivoluzionaria giacobina, storicizzazione mediante la quale Hegel prenderà congedo dalle diverse forme di organicismo politico dedotte in modo affatto antistorico dalla “libertà degli antichi”. Nel quadro dello studio di Pallavidini, sarebbe stato interessante l’enucleazione della critica hegeliana alla teoria politica contrattualistica, quale verrà formulata in particolare nel ricco § 258 dei <em>Grundlinien</em>, che si pone come modello teorico comune tanto del liberalismo quanto dell’organicismo rousseauiano.</p>
<p>Al di là dell’“anacronismo ermeneutico” relativo alla fase francofortese del pensiero giovanile hegeliano (1797-1800), nel suo saggio del 2012 Pallavidini imposta l’esigenza più generale di una revisione dell’interpretazione hegeliana e del ricco periodo in cui si colloca la sua opera, per la quale ha dedicato una <em>Introduzione alla filosofia classica tedesca</em> (Noctua, Bari 2004) che si fregia di una prefazione di Costanzo Preve. Ma la storia della confusa lettura italiana del filosofo di Stoccarda, a detta di Pallavidini, si può rinvenire proprio nella ricezione di Cusani, «un sincretismo fra Schlegel, lo Schelling del primo periodo e Hegel, fra Romanticismo ed Idealismo hegeliano».<a title="" href="#_ftn7">[7]</a> Fondamentale per i lettori italiani è la proposta di leggere la storia dell’hegelismo nel nostro Paese secondo due linee di sviluppo: da un lato una linea di tipo logico-formale sulla quale sono collocati Augusto Vera, Bertrando Spaventa e, si potrebbe aggiungere, Arturo Moni; dall’altra la linea di sviluppo contenutistica, cioè incentrata sui temi estetici e storici «ai margini del sistema»,<a title="" href="#_ftn8">[8]</a> che interesserà, sebbene con molte riserve, Francesco De Sanctis e successivamente Benedetto Croce. La terza ed ultima parte del saggio è dedicata alla lettura gentiliana della filosofia di Hegel, alla sua declinazione fichtiana, ed all’ideale completamento filosofico dell’hegelismo nell’idealismo attuale o attualismo. Del pensiero di Gentile ne è brevemente ricostruito lo sviluppo: dalla ricezione dell’hegelismo, più basato sulla mediazione del suo maestro Donato Jaja, che su di un’attenta interpretazione storico-genetica del pensiero hegeliano,<a title="" href="#_ftn9">[9]</a> all’interpretazione della filosofia della prassi marxiana e al suo recupero in chiave idealistica,<a title="" href="#_ftn10">[10]</a> fino al più tardo sviluppo della dottrina dello stato etico e del corporativismo fascista.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/GiovanniGentile.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5030" title="GiovanniGentile" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/GiovanniGentile-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" /></a>Il saggio di Pallavidini segnala in una prospettiva di storia delle idee, a tratti molto severamente, “ciò che è morto in Hegel”, o meglio in parte dell’hegelismo italiano, quello deformato da prismi “esistenzialistici”, liberali e da pregiudiziali letture “romantiche” del filosofo di Stoccarda che ha finito col sedimentarsi nei testi di divulgazione liceale. Con tale segnalazione, l’autore suggerisce al contempo una nuova rilettura di percorsi teoretici che hanno preso le mosse dal periodo aureo della filosofia continentale in senso lato: quello della filosofia classica tedesca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> L. ILLETTERATI, <em>Back to Hegel</em>, 7 dicembre 2014, articolo reperibile per intero al sito: http://www.hegelpd.it/hegel/back-to-hegel-un-articolo-di-luca-illetterati/.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> H.J. MACKINDER, <em>The round world and the winning of the peace</em>, in ID.,<em> Democratic ideals and reality: a study in the politics of reconstruction</em>, National Defense University Press, Washington, 1996, p. 201.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> K. POPPER, <em>La società aperta e i suoi nemici</em>, vol II., Armando, Roma 2003, p. 93.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> R. PALLAVIDINI, <em>Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile</em>, Noctua, Bari 2012, p. 60.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> R. PALLAVIDINI, ivi, p. 402.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> R. PALLAVIDINI, <em>Hegel critico dell’autoritarismo. Il confronto critico con la Rivoluzione francese alle origini dei modelli teorici del giovane Hegel</em>, cit., p. 44.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> R. PALLAVIDINI, <em>Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile</em>, cit., p. 60.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Ivi, p. 59.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> Ivi, p. 107.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> Ivi, p. 98.</p>
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		<title>Costanzo Preve “Una nuova storia della filosofia”</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Nov 2013 19:27:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"> di <em><strong>Oscar Oddi </strong></em></p>
<div id="post-5424" class="post-5424 post type-post status-publish format-standard hentry category-recensioni-discussioni-e-autocritiche">
<div class="entry-content">
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Costanzo Preve, <em>Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia</em>, 2013, Petite Plaisance.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/preve.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3938" title="preve" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/preve.jpg" alt="" width="165" height="240" /></a>La quarantennale, prolifica, produzione saggistica (per lo più ignorata e silenziata, quando non diffamata, dal circuito culturale-accademico mainstream, specie da quello egemonizzato dalla “sinistra”, compresa quella sedicente “radicale”e/o “antagonista” che dir si voglia, in tutte le sue più disparate e residuali diramazioni) di Costanzo Preve trova una sorta di sistematizzazione nella sua ultima fatica <em>Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico–sociale della filosofia</em>, Petite Plaisance, Pistoia, 2013, pp. 538, € 30,00. Opera vasta e profonda, rappresenta  la “summa” (parziale e provvisoria, poiché la riflessione filosofica non conosce una “fine”) di decenni di incessante attività di studio che, attraverso un percorso accidentato, controverso e contradditorio (come sono tutti i percorsi che cercano di aprire nuovi sentieri), ha portato al risultato che il lettore ha ora davanti. Non si è di fronte all’ennesimo manuale di storia della filosofia, nemmeno di una sua versione “critica”, ma ad una rilettura radicale del pensiero filosofico occidentale attraverso il metodo dell’ontologia dell’essere sociale. Tale termine non è solo il titolo dell’ultima opera di Georgy Lukács (recentemente ripubblicata, meritoriamente, in quattro volumi, compresi i <em>Prolegomeni</em>, dalle edizioni PGreco di Milano), la cui lezione rimane un punto di partenza e fonte di ispirazione critica, ma definisce una precisa «<em>scelta filosofica e metodologica generale</em>». Per comprendere quindi l’essenza del discorso di Preve, allievo critico di Hegel e di Marx, come da sua autodefinizione, è necessario preliminarmente capire il significato e la collocazione che egli dà di questa categoria. Ontologia indica l’unità delle categorie del pensiero e dell’essere, unità che Preve ritiene essere il presupposto fondante integrale del pensiero greco classico. Dopo la “rottura” kantiana di questa unità (di cui più oltre si analizzeranno le ragioni), essa verrà ristabilita attraverso Fichte, Hegel e Marx. Il significato di essere sociale è ricavato per contrasto, nel senso che gli aspetti ritenuti fondamentali che lo caratterizzano vengono fatti emergere attraverso la contrapposizione di questa categoria a tre visioni: la prima è quella storicistica e sociologistica, considerata nichilistica e relativistica, poiché ignora che il presupposto ontologico dell’essere sociale è l’essere naturale dell’uomo, cioè l’uomo come ente naturale generico (<em>Gattungswesen</em>), profilo storico-antropologico che lo rapporta con il genere in quanto tale (<em>Gattung</em>) in base a una relazione definibile come “conformità al genere” (<em>Gattungsmässigkeit</em>). Solo il punto di vista dell’ontologia dell’essere sociale è dunque ritenuto all’altezza di fronteggiare le due su citate patologie complementari dello storicismo (che riduce integralmente la natura umana alla storia, con conseguente eliminazione del concetto stesso di natura umana) e del sociologismo (forma “applicata” di storicismo che aspetta la salvezza dall’azione di un soggetto definito in modo esclusivamente sociologico), entrambe impotenti di fronte alle smentite della storia, e questo perché l’ontologia dell’essere sociale non nega affatto la crucialità decisiva della storia, e neppure nega l’indispensabile ruolo dei soggetti sociali organizzati, ma innesta questi due fattori “materiali” dentro una “forma” in assenza della quale tali due fattori non trovano alcun fondamento. Questa forma essenziale è appunto il “genere”, che ha come specificazione antropologica e storica l’ente naturale generico nel suo rapporto contradditorio con la propria conformità o meno al genere stesso. La seconda è quella del “materialismo dialettico” (<em>Diamat</em>), che negava la specificità ontologica dell’essere sociale mediante la sacralizzazione di presunte, e inesistenti, leggi dialettiche unificate della natura e della storia. La terza è l’autorappresentazione apologetica che il pensiero borghese fa della propria nascita storica. Si è dunque dinanzi a un tentativo di ricostruzione dialettica e ontologico-sociale  di tutta la storia del pensiero occidentale (dai presocratici fino a Lukács), che, chiarisce Preve, vuol dire ricostruzione storico–genetica, perché non basta aprioristicamente enunciare l‘unità ontologica delle categorie del pensiero e dell’essere se non si riesce poi a fornire la genesi storica e sociale di questa unità. Solo il metodo dialettico della genesi sociale delle categorie dà plausibilità alla teoria dell’unità ontologica delle categorie dell’essere e del pensiero, che Preve ritiene l‘unica alternativa alla mera elencazione dossografica con cui sono redatti i manuali di storia della filosofia (quella che, ci rammenta, Hegel definiva “la dossografia della filastrocca di opinioni casuali”).  Chiarito, in linea generale, il “metodo” del discorso di Preve, si cercherà di illuminarlo meglio nella sua applicazione al corpus del pensiero occidentale. Nell’impossibilità di dar conto di tutta l’opera (sarebbe, nell’inevitabile approssimazione e riduzione schematica, fargli un torto, data la sua imponenza e ricchezza, mai come in questo caso è così appropriato il rimandare il lettore al testo) si tenterà di esplicitarne il senso più profondo rintracciandone alcuni snodi fondamentali, concentrando l’attenzione su determinate questioni riguardanti alcuni filosofi, arrivando fino all’analisi svolta su Marx. Aristotele è certo il primo di questi, vista l’importanza crescente che ha assunto nella riflessione di Preve. Infatti, lo Stagirita è visto come colui che per primo espone una formulazione sistematica e soddisfacente dell’ontologia dell’essere sociale, che è tale solo se fondata senza mediazioni o priva  di «trasfigurazioni metaforiche indirette sull’<em>essere sociale stesso</em>». Ciò non succede ancora nei presocratici (classificazione che Preve contesta alla radice ritenendo il pensiero greco che va da Talete ad Aristotele stesso, il primo periodo unitario di esso, sorto dall’esigenza sociale di porre un freno all’illimitatezza delle ricchezze che provoca la crisi delle forme di convivenza precedenti) e nemmeno in Platone, che è sì quello che più vi si avvicina ma che deve necessariamente pensare con modalità idealistico–bimondano (lo sdoppiamento dei mondi) la sua critica radicale della società mercantile di Atene, dove il denaro vale più del merito, inteso come virtù. La posizione di Platone rappresenta la «<em>premessa logica necessaria</em> dell’ontologia dell’essere sociale», ma ancora non lo è, poiché essa deve presupporre la critica aristotelica a Platone stesso. Solo questa critica, contestando il «raddoppiamento bimondano della monomondanità sociale e politica dell’uomo (quindi anche metafisico–ontologica)  può dar luogo ad una vera e propria <em>ontologia dell’essere sociale</em>». L’autonomia piena del mondo umano caratterizza l’intera filosofia di Aristotele, che ha come base della sua ontologia dell’essere sociale la natura umana in quanto «categoria <em>normativa</em> dell’ordine sociale». Preve mostra come a questo principio Aristotele arrivi più che con la critica al platonico sdoppiamento dei mondi, con il rifiuto della realtà dei Principi di Platone, cioè la <em>Diade</em> come processo necessario di rottura dell’<em>Uno</em>, con conseguente passaggio della qualità alla quantità, e dunque al valore della misurabilità, tanto che Platone stesso afferma che con la <em>Diade</em> sorge anche il contrasto tra il grande e il piccolo. Dalla quantità, prodotta dalla <em>Diade</em>, nasce per Platone l’illimitato. Aristotele respinge tale teoria conflittuale, potenzialmente distruttiva e votata al disordine, e ripristina l’ordine, appunto con la sua teoria della natura umana, che «<em>non</em> è un fondamento dialetticamente contraddittorio e conflittuale, ma è il principio di ordine (<em>taxis</em>) del mondo (<em>cosmos</em>)». Preve critica tre interpretazioni rispetto a quella aristotelica che ritiene la corretta interpretazione ontologica della natura umana: quella dello storicismo marxista, che nega l’attinenza ontologico-sociale della categoria di natura umana (in compagnia di altre scuole marxiste, come il materialismo sovietico di Stalin, le correnti anti hegeliane di Galvano Della Volpe e del suo allievo Colletti in Italia, Louis Althusser in Francia, su cui Preve di recente ha pubblicato un bilancio critico nel libro <em>Lettera sull’Umanesimo</em>, Petite Plaisance, Pistoia, 2012, pp. 264); quella post–moderna (Gianni Vattimo etc.), che teme la normatività della natura umana sfoci nell’ideologia della messa a norma dei comportamenti umani che si allontanerebbero dalla sola norma accettata socialmente (pericolo che Preve non nega essere avvenuto e dunque che possa riemergere, ma solo nel caso di confusione tra livello ideologico e livello filosofico-veritativo del pensiero); infine quella cristiana, che accetta la teoria aristotelica della natura umana, aggiornata storicamente alla luce delle attuali conoscenze biologiche ed etologiche, ma la “sviluppa” innestandola sulla «<em>philosophia perennis</em> del cristianesimo». Pur con tutti i suoi limiti storici, Preve ritiene quella di Aristotele già una vera e propria ontologia dell’essere sociale, che gli consente di concepire un umanesimo fondato sulla natura umana come rinuncia all’illimitatezza dell’arricchimento crematistico (Preve considera Aristotele il fondatore della “filosofia dell’economia”), e dunque un precursore di Hegel e di Marx. Prima però di vedere come, alla luce di tale visione, questi ultimi vegano interpretati è necessario passare per Spinoza e per Kant. Il filosofo olandese, appartenente alla piccola borghesia commerciale ebraica, permette a Preve di precisare che il metodo della deduzione storico-sociale delle categorie del pensiero, pur essendo il migliore per orientarsi, non è applicabile per tutti i pensatori della storia della filosofia. Spinoza ne è la dimostrazione, viene infatti definito «un dono che la filosofia ha fatto ai mortali». Il suo pensare non è né organico né omogeneo alla riproduzione del capitalismo olandese in cui si trovò a vivere. Egli, ci dice Preve, rappresenta «il <em>vero principio essenziale di ogni filosofare moderno</em>» (principio dell’immanenza assoluta e della separazione della religione dal potere politico cui si aggiunge il principio della democrazia diretta dei produttori sul loro prodotto), poiché restaura il principio ellenico dell’identità ontologica tra le categorie dell’essere e del pensiero, utilizzando, inevitabilmente, la terminologia filosofica imperante nel suo tempo, quella cartesiana. Se così è non può che rappresentare anche il principio essenziale della successiva filosofia politica di Marx. Almeno su questo Preve concorda con Toni Negri, da cui però si allontana immediatamente visto che quest’ultimo espelle Hegel e la dialettica. Piuttosto sul punto è il Lukács dell’<em>Ontologia dell’essere sociale</em> che per Preve centra il nocciolo della modernità spinoziana, laddove afferma come Spinoza apporti una correzione all’antropologia filosofica greca, non essendo più il dominio dell’uomo sui propri affetti quello della ragione sugli istinti (che può essere ancora reificato in un fatto trascendente, come farà il cristianesimo), ma quello degli affetti più forti su quelli più deboli, che Lukács definisce «il compimento della autocostituzione processuale, terreno–immanente, dell’uomo». Partendo da tale acquisizione, e unendo tra loro Hegel, Marx e Spinoza, Preve espone il suo punto di vista, ovvero che Spinoza è così importante nella filosofia moderna che o si è spinoziani o non si è affatto filosofi, ma che, partendo da lui, è legittimo pensare come soggetto (una costituzione processuale della soggettività, quindi non una autoposizione destoricizzata, desocializzata e formalistica come in Cartesio) quel che Spinoza ha pensato come sostanza (identità ontologica tra Dio e Natura), in questo modo si ha «il concetto per pensare il compimento della autocostituzione processuale, terreno–immanente, dell’uomo; ed è questo il tratto caratteristico della filosofia di Marx, che non è uno strutturalismo epistemologico, un materialismo dialettico o uno storicismo assoluto, ma è un umanesimo rivoluzionario a base dialettica». Così come Spinoza rappresenta il caso che consiglia moderazione nell’applicazione del metodo della deduzione storico–sociale delle categorie del pensiero, Kant probabilmente ne è l’esempio più importante della sua correttezza. Il criticismo kantiano, infatti, permetteva alla borghesia di chiarire, innanzi tutto a sé stessa, che la propria “scienza” (<em>Wissenschaft</em>), interpretata come autoconsapevolezza del proprio ruolo “noumenico” nel mondo fisico dei “fenomeni”, non era più dipendente da un fattore esterno (la metafisica della religione) ma era fondato su sé stesso, ovvero sulla propria immanente autoriflessione intellettuale. Kant fu quindi contemporaneamente un grande filosofo indipendente e “gratuito” (le grandi opere filosofiche, sottolinea Preve, si scrivono gratuitamente), e un ideologo organico alla prospettiva borghese del mondo, che non può essere una ontologia dell’essere sociale ma una metafisica a base gnoseologica. Kant effettua una separazione ontologica e gnoseologica delle categorie dell’essere e del pensiero (operazione storicamente epocale) e può farla perché dal punto di vista storico era arrivato il momento in cui era possibile apertamente delegittimare, non tanto la pretesa della metafisica di presentarsi come scienza, quanto quella della religione di dettare come norme i propri valori etico e politici alla nuova società civile borghese–capitalistica. Così le categorie dell’essere sono definite non conoscibili, e quelle del pensiero, le sole conoscibili per il soggetto, si identificano pienamente e simbolicamente con le categorie del nuovo “essere”, che non è più Dio ma, appunto, la società borghese–capitalistica. Tutto il neokantismo odierno (che non a caso  domina nei dipartimenti di filosofia delle università occidentali) ha il compito sociale di impedire la critica alla metafisica realizzata nella prossimità della produzione capitalistica (basata per Preve dall’inscindibile nesso di alienazione e sfruttamento) proprio argomentando che la sola critica sensata alla metafisica è quella effettuata all’ormai irrilevante aldilà trascendente. Certo, chiosa Preve, è molto più semplice sparare sul Papa, i mullah etc. che non «criticare il capitale finanziario, le transnazionali e le forze armate dell’impero americano». Si giunge così  alle pagine, quanto mai determinanti, dedicate a Hegel e Marx, non prima però di un “passaggio” decisivo per Fichte (Preve li definisce i tre grandi dell’idealismo tedesco). La sua definizione della realtà è per Preve effettuata in termini di sviluppo dialettico tra i due opposti in essenziale correlazione dell’<em>Io</em> e del <em>Non– Io</em>, sicché la stessa dialettica può definirsi come l’unificazione sintetica dell’opposizione che si crea mediante la determinazione reciproca risultante dal processo stesso. Questo dimostra, per Preve, come sia del tutto inutile parlare di dialettica “idealista” o “materialista”, essendo essa sempre e solo una; è l’operazione teorica che rappresenta il tessuto della scienza filosofica, che, diversamente dalla logica formale, si fonda sulla connessione organica tra forma e contenuto e tra soggetto e oggetto. In Marx l’<em>Io</em> sarà ridefinito come soggetto rivoluzionario anti– capitalistico, e il <em>Non–Io</em> come l’unità di alienazione e sfruttamento nella produzione capitalistica, ma, dice Preve, la «grammatica teorica resta a tutti gli effetti quella di Fichte». In lui Preve vede riaffiorare la radice comunitaria propria di ogni vera filosofia, facendogli assurgere così il ruolo di primo teorico moderno del comunitarismo. Ora si può aprire il discorso su Hegel, dove Preve sottolinea immediatamente che le ragioni dell’avversione cui è stato, ed è, oggetto rappresentano dei fatti sociali e non un argomento di chiarimento da seminario universitario. Hegel esprime l’esigenza di una sovranità della scienza filosofica della verità,  nei confronti sia delle certezze ed esattezze della scienza della natura (Galileo e Newton), sia rispetto alla tradizione religiosa, sia, sopra ogni altra cosa, rispetto al mercato capitalistico con i suoi automatismi economici (non si può pretendere, ci avverte Preve, di rinvenire in Hegel una teoria dei modi di produzione o una critica dell’economia politica; per quelle ci vuole Marx, pur con tutti i problemi e antinomie che il suo pensiero presenta, ma di certo non è nemmeno un apologeta indiretto del primato della norma della riproduzione economica su tutti gli altri ambiti del legame sociale comunitario. Definendo l’economia politica come “sapere dell’intelletto” e non della ragione, Hegel si riallaccia ad Aristotele ed alla sua critica alla assolutizzazione della crematistica). E’ questo per Preve il nocciolo del “problema” Hegel. Il filosofo di Stoccarda si situa dentro il passaggio fichtiano dall’epoca della compiuta peccaminosità (del regno animale dello spirito, per usare il suo linguaggio) all’epoca del ristabilimento della scienza filosofica della verità come unico fondamento possibile per una nuova comunità politico–sociale (questa impostazione è proposta da Preve nella consapevolezza del fatto che Hegel preferisse Schelling a Fichte, preferenza che Preve critica fortemente esprimendo un giudizio molto severo sulla filosofia, ed anche sulla persona, di Schelling). Sono queste le ragioni da cui derivano i “fraintendimenti” di Hegel, su cui Preve si sofferma analiticamente mostrandone tutti i risvolti e le specifiche motivazioni. Per Preve il punto di vista storico di Hegel coincide con l’assoluta rivendicazione del pensiero di giudicare le scissioni in cui si vive, per cui non esistono forze esterne che possano espropriare il diritto assoluto dell’uomo ad esprimere una valutazione concettuale del mondo visto come totalità espressiva. Per questo Hegel è il filosofo moderno della libertà assoluta incondizionata (da non confondere con l’arbitrio incondizionato delle opinioni a ruota libera). Con tale retroterra teorico alle spalle si introduce il tema Marx. Preve illustra come da un punto di vista storico–genetico il pensiero del Moro di Treviri deriva da un episodio tardoromantico di coscienza infelice dell’impossibile universalismo della borghesia tedesca. Da un punto di vista ontologico–sociale bisogna invece guardare l’autonomo processo di richiesta di riconoscimento (nel significato emerso nella figura servo–padrone della <em>Fenomenologia dello Spirito</em> di Hegel) delle nuove classi salariate emerse dallo sviluppo capitalistico. Non però nella forma “relativa” del riconoscimento all’interno del modo di produzione capitalistico (che politicamente può assumere varie forme, dal tradeunionismo sindacale inglese alla socialdemocrazia tedesca, dal socialismo francese al comunismo italiano 1945–1991) ma in quello “Assoluto” (che Marx ricava da una interpretazione per l’appunto “assoluta” della sopracitata figura hegeliana servo–signore). La filosofia di Marx è stata, per Preve, una filosofia dell’Assoluto, che implica la scomparsa di tutti e due i lati del processo di riconoscimento, poiché sia il lato “borghese” che quello “proletario” spariscono dentro una nuova entità socio–storica, cioè l’intera umanità emancipata divenuta pienamente “autocosciente”. Si tratta quindi di una scienza filosofica nel significato dato nella <em>Fenomenologia dello Spirito</em> e nella <em>Scienza della Logica</em> di Hegel (Preve rivendica, e non è il solo, i rapporti metodologici tra la <em>Scienza della Logica</em>, in particolare la dottrina dell’essenza, e il <em>Capitale</em> di Marx). Ciò vuol dire sapere assoluto che unisce l’elemento della concettualizzazione di un oggetto di conoscenza (per Marx il modo di produzione capitalistico) con l’elemento della sua valutazione etico-morale (alienazione, sfruttamento etc.). Marx pensava “necessario” che il capitale, nello sviluppo dialettico delle sue determinazioni, si rovesciasse ad un certo punto in comunismo. Preve, al di là del problema filologico (che comunque ha presente e di cui discorre) di quanto “necessitarismo” teleologico determinista sia presente in Marx, respinge la categoria di necessità assumendo quella di possibilità interpretata in modo aristotelico come <em>essente-in-possibilità</em> (<em>dynameion</em>). Preve quindi problematizza la scienza filosofica di Marx senza distruggerla dalle fondamenta gettando il bambino con l’acqua sporca del “necessitarismo”. In questo modo il comunismo è visto “solo” come una possibilità ontologica dell’umanità. Marx credette opportuno affiancare alla sua scienza filosofica del concetto di capitale una scienza dichiaratamente non filosofica, il cosidetto materialismo storico. La categoria scientifica di modo di produzione contraddistingue il materialismo storico di Marx (dal 1845 al 1883, anno della sua morte). Improprio per Preve sarebbe il chiamarlo concetto (<em>Begriff</em>), perché il concetto proprio della scienza filosofica «è un’unità indivisa di conoscenza e di valutazione etica, mentre la categoria scientifica di modo di produzione è pensata come categoria fondativa di una scienza non-filosofica». Preve la ritiene una categoria scientifica ancora insuperata, permettendo sul piano conoscitivo una storicizzazione determinata, e sul piano storico-politico una polemica ideologica (visto che i teorici della “naturalità” della produzione in generale, impediscono la conoscenza della storia passata, proponendo il processo di sfruttamento classista come la modalità “razionale” della generale riproduzione sociale). Consente, dunque, di pensare la storicità del capitalismo e l’illegittimità della sua pretesa, arrogante, di pensarsi come fine della storia (concetto che va espunto anche dalla teoria marxista che ne è stata pesantemente affetta, si veda la famigerata teoria dei “cinque stadi”, mentre Marx, pur oscillando, ha lasciato tracce di una visione multilineare e non necessitata della storia universale, come mostrano i quaderni antropologici ed etnologici e gli interessi verso le società impropriamente definite primitive). Detto questo, per Preve sorgono determinati, e determinanti, problemi, discutendo i quali chiarisce definitivamente la sua personale lettura di Marx, che si possono sinteticamente riassumere in questo modo: la struttura del modo di produzione è costituita dal rapporto dialettico della contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive sociali e la natura classista dei rapporti sociali di produzione, ma questo modello non garantisce la deduzione “scientifica” della transizione del passaggio “necessario” al comunismo che rimane solo una potenzialità ontologica possibile; Marx pensava che la classe operaia (ma poi, nei <em>Grundrisse</em>, il lavoratore operativo collettivo associato, dal direttore di fabbrica all’ultimo manovale, alleato con le potenze mentali emanate dalla produzione capitalistica, chiamato <em>general intellect</em>, da cui sorge l’”epopea” (post) operaista, a dimostrare le oscillazioni di Marx sul punto) fosse il soggetto storico rivoluzionario, ma così non è e  questa constatazione, unita alla sofferta riflessione marxiana sul punto, fa intravedere a Preve  la parte “tragica” di Marx dove a fronte di una lettura del capitalismo come unità di alienazione e di valore, inesauribile fonte di ricchezze infinite, sfruttamento del lavoro vivo, degradazione sociale e antropologica della comunità umana, distruzione dell’equilibrio ecologico del pianeta, non è poi così certa l’esistenza di soggetti in grado di superarlo, perché la potenzialità ontologica può non approdare mai all’atto; il concetto di materialismo storico in Marx non ha, per Preve, nulla a che vedere con il concetto scientifico di “materia”, comunque la si definisca, ma è indice di “strutturalismo storico”, in cui la struttura occupa il posto della “materia” e la sovrastruttura quello della “forma”; che in una scienza filosofica della totalità espressiva (che esprime il concetto di negatività del capitalismo) vi è solo lo spazio logico per le determinazioni dialettiche della stessa totalità nel suo svolgersi logico, dunque non trova posto uno “spazio” per la sovrastruttura e la struttura, che invece è necessario in una scienza non-filosofica; la sovrastruttura però è solo l’insieme delle ideologie, forme di coscienza che è impossibile non possedere, mentre l’arte, la religione e la filosofia, non essendo ideologie, non fanno parte per Preve della sovrastruttura ma, sono «<em>forme permanenti e trans-storiche</em> dell’attività umana eterna di riproduzione ed interpretazione individuali e collettive del mondo, e quindi la migliore definizione possibile è stata data da Hegel in termini di “spirito assoluto”». Hanno infatti certo una storia (tanto che Hegel fornì tre modelli di storia dell’arte, della religione e della filosofia) ma non si riducono integralmente a storia, come invece fa, per sua natura, l’ideologia. Si è così cercato, attraverso un sentiero inevitabilmente parziale, di far emergere una sorta di filo rosso che si snoda dentro questa poderosa opera, scegliendo quegli autori e quei nodi teorici che si ritiene abbiano più influenzato la formazione del pensiero di Preve al fine di comprenderla al meglio. Come già detto all’inizio di queste note, non si è di fronte a un testo riassumibile in toto e si è scelta questa strada nella speranza di essere riusciti a darne il senso (ma al lettore si vuole infine ancora segnalare, tra le innumerevoli riflessioni e spunti di cui non è stato possibile nemmeno accennare, le interpretazioni di Nietzsche e Heidegger, fortemente originali sia rispetto a quelle più tradizionali che a quelle più eterodosse, il confronto con il marxismo successivo a Marx, compreso quello indipendente, la critica al post-moderno così come l’omaggio, per niente formale, a Lukács, presente nell’ultimo capitolo, in cui si instaura il corretto rapporto che si deve avere con i Maestri quando sono stati davvero all’altezza della maiuscola). L’obiettivo, ambizioso ma necessario, di Preve è l’invito a lavorare, tutti,  per un “riorientamento gestaltico” dell’intero pensiero filosofico occidentale, fuori da ortodossie (ed eresie) ormai defunte, unica possibilità per rimettere in campo (sulla base del lascito, rimeditato radicalmente, di Spinoza, Hegel e Marx) una teoria anticapitalista all’altezza dei nostri tempi, scevra delle criticità e incongruenze del passato, sostenuti da quella “passione durevole” (per citare ancora Lukács) che bisogna possedere per tentare di non soccombere all’odierno capitalismo totalitario.</p>
<p><strong>Fonte: <a href="http://www.consecutio.org/2013/10/costanzo-preve-una-nuova-storia-della-filosofia/" target="_blank"><em>Consecutio.org </em></a></strong></p>
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