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	<title>Comunismo e Comunità &#187; governo Monti</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Dall&#8217;Errore Fatale all&#8217;Idiozia Fatale</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2022 18:37:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[George Kennan]]></category>
		<category><![CDATA[governo Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Pagliani]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall&#8217;Errore Fatale all&#8217;Idiozia Fatale Ovvero: della sconnessione cognitiva e del rischio di guerra nucleare &#160; Partiamo da due votazioni all&#8217;ONU che sono una significativa introduzione al discorso che segue. 24 novembre 2014. All&#8217;ONU la Russia propone una condanna del nazismo. Ucraina, USA e Canada votano contro. L&#8217;Italia (governo Monti) si astiene, assieme alla UE. L&#8217;Occidente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/03/putin.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-7844" title="putin" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/03/putin.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Dall&#8217;Errore Fatale all&#8217;Idiozia Fatale</h1>
<h2>Ovvero: della sconnessione cognitiva e del rischio di guerra nucleare</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Partiamo da due votazioni all&#8217;ONU che sono una significativa introduzione al discorso che segue.</p>
<p><em>24 novembre 2014</em>.</p>
<p>All&#8217;ONU la Russia propone una condanna del nazismo. Ucraina, USA e Canada votano contro. L&#8217;<strong>Italia (governo Monti) si astiene</strong>, assieme alla UE. L&#8217;Occidente era coerente: come faccio a condannare il nazismo se in Ucraina devo sostenere Settore Destro, Svoboda e banderisti e nazisti assortiti? Non si può.</p>
<p><em>18 novembre 2021</em>.</p>
<p>La Terza Commissione dell’ONU approva una risoluzione che vieta la glorificazione del nazismo con 125 voti a favore, 53 <strong>astenuti</strong> (tra cui <strong>l&#8217;Italia, governo Draghi</strong>) e i voti contrari di Stati Uniti e Ucraina. Stesso copione. Come faccio a votare a favore quando so che devo glorificare i nazisti ucraini del battaglione Azov e del battaglione Donbass assieme ai volontari nazisti provenienti da mezzo mondo? Non si può.</p>
<p>Durante la prima settimana di guerra, in Russia c&#8217;era sconcerto e preoccupazione. Poi la situazione è cambiata. Non a causa di leggi restrittive (che sono giunte dopo &#8211; e in Ucraina è anche peggio: 11 partiti di fatto fuorilegge e la TV sotto legge marziale), non a causa di imponenti campagne di PR, di informazione o disinformazione, sia perché i mezzi per attuarle sono in mano occidentale, sia perché i Russi, al contrario degli occidentali, comunque non sono capaci di farle; a parte qualche barlume creativo sono rimasti fermi all&#8217;Unione Sovietica, sono grezzi (poco più di un burocratico briefing ministeriale, niente di psicologicamente sofisticato, capacità di marketing politico e di <em>public relations</em> a livelli elementari).</p>
<p>E quindi? E quindi, ed è solo un apparente paradosso, la situazione si è rovesciata grazie alla <em>nostra</em> capacità di manipolazione delle masse e per la precisione grazie alla combinazione di due cose: a) la glorificazione occidentale di forze notoriamente naziste e dedite a crimini di guerra e ad altre violenze, b) una forsennata campagna occidentale d&#8217;odio contro tutto ciò che è russo: artisti, musicisti, registi, cantanti, scrittori, lingua, tutto. Una campagna di stampo razzista, che ogni russo sente sulla propria pelle, lo disgusta e gli ha fatto tornare in mente una delle periodiche crociate dell&#8217;Occidente contro la “Madre Russia”.</p>
<p>In sintesi, i Russi si sono trovati alle porte dei nuovi cavalieri teutoni, con la svastica sugli scudi, che premono verso Mosca al grido di “<strong>Cancelliamo la Russia!</strong>”. <strong>Questa è oggi la loro percezione e noi abbiamo fatto di tutto perché l&#8217;avessero, dall&#8217;Errore Fatale dell&#8217;espansione a Est della Nato, denunciato 25 anni fa da George Kennan, all&#8217;Idiozia Fatale dell&#8217;ubriacatura russofobica corrente</strong>.</p>
<p>Il fatto è che noi ci siamo scordati che i Russi una campagna come questa l&#8217;hanno già subita otto decenni fa. Ma loro non lo hanno mai dimenticato, perché non possono dimenticare 27 milioni di morti in quattro anni di guerra.</p>
<p>Il risultato congiunto di Errore Fatale e Idiozia Fatale è stata una crescita costante del consenso per le scelte,<em> </em><em>obtorto collo</em> sempre più radicali, del Cremlino (così come lucidamente previsto da Kennan nel 1997). Se prima c&#8217;erano possibilità modeste di minare la base di consenso per Putin, in questo momento sono pari a zero.</p>
<p>Se il liberista Putin che voleva entrare nella UE e nella Nato si alienava una grande fetta della società russa (il Partito Comunista Russo è ampiamente il primo partito d&#8217;opposizione, non, come ci vogliono far credere, quella sorta di minuscola filiale del Dipartimento di Stato americano che è “Russia del Futuro” di Navalny &#8211; esempio di <strong>sconnessione cognitiva</strong> occidentale), attorno all&#8217;<em>a-liberista</em> Putin (non so come altro definirlo), attorno al Putin non solo non ammesso al club occidentale ma odiato perché ha ridato alla Russia dignità nazionale e un inizio di benessere (sulla cui distribuzione c&#8217;è molto da discutere e da eccepire), attorno al Putin che pensava di potere fare gli interessi (liberisti) della Russia mettendosi con l&#8217;Occidente e poi si è trovato costretto dall&#8217;Occidente a doverli fare contro di esso (cosa che qualifica questo scontro come un classico conflitto mondiale da crisi sistemica capitalista, dove non c&#8217;è nessun &#8220;valore&#8221; in gioco, ma solo &#8220;interessi&#8221;), ebbene attorno a questo Putin si è ricucito e compattato quel consenso che si è potuto toccare palmarmente nel recente grande show cremlinesco allo stadio di Mosca davanti a centomila persone che lo acclamavano, in occasione dell&#8217;ottavo anniversario della riunificazione della Crimea alla Federazione Russa.</p>
<p>[<em>Appunti per un altro post</em>]</p>
<p>Sapere se tale consenso, in questa o altre forme, durerà o meno è tutto da scoprire. Dipende dall&#8217;andamento della guerra, dipende dalle sanzioni e da come verranno assorbite e ciò a sua volta dipende da cosa vuol dire quel termine “a-liberista” che per ora ho usato come segnaposto. Esemplifico: Putin ha appena confermato Elvira Nabiulina, una liberista e “integrazionista atlantica”, a capo della Banca Centrale Russa nonostante siano in corso feroci polemiche sul fatto che la Nabiulina abbia lasciato gran parte delle riserve valutarie russe in Occidente (che se le è ovviamente inquattate, come è d&#8217;uso fare), cosa che per qualcuno è una sorta di “tradimento”. Ma contemporaneamente ha anche nominato Sergei Glazyev (che se non ricordo male era già oggetto di sanzioni occidentali <em>ad personam </em>e sembrava sparito dai radar) come Ministero per l&#8217;Integrazione e la Macroeconomia dell&#8217;Unione Economica Eurasiatica. Due atti che sembrano in diretta contraddizione. Ma è proprio così? Interesseranno ancora, e dove, le riserve valutarie in dollari ed euro? Interesserà ancora, e dove, fare o non fare default? Certo interessa ai nostri “esperti” ma bisogna vedere se interesserà nella nuova configurazione del sistema-mondo in quella che ho deciso di chiamare “<strong>era post-contemporanea</strong>” (se c&#8217;è il “metaverso” ci può essere anche un&#8217;epoca “post-contemporanea”, no?), che segue quell&#8217;era contemporanea che nella mia personale periodizzazione inizia con la vittoria dei Nordisti nella Guerra Civile Americana.</p>
<p>Se saremo ancora vivi ne riparleremo. Se non saremo più vivi vuol dire che era anche inutile parlarne, tanto non potevo fare nulla per convincere qualcuno a fermare la corsa verso l&#8217;abisso.</p>
<p>[<em>Fine degli appunti</em>]</p>
<p>Tornando a noi, viene il forte sospetto che in Russia lascino vedere tutti i media occidentali proprio per ottenere questi risultati. Perché noi in realtà la Russia e i Russi non li conosciamo e <strong>suppliamo alla nostra ignoranza con una overdose di arroganza</strong>, siamo convinti che tutti i popoli del mondo pensino come noi e che se non pensano come noi devono con le buone o le cattive pensare come noi. Questo è parte integrante della sindrome da <strong>sconnessione cognitiva</strong>. A dire il vero, il vecchio impero britannico era molto attento a rimanere in contatto con la realtà (per piegarla efficacemente ai suoi voleri). Il fenomeno della sconnessione cognitiva ha preso piede in Occidente con l&#8217;impero americano e con un andamento esponenziale. E&#8217; una questione di condizioni storiche frammiste a forme mentali che orientativamente definirei “disorganizzate”, non sistemiche. Un intreccio complesso di cui qui non parlerò.</p>
<p>Dicevo “lo stadio di Mosca”. Ma Putin non doveva essere in un bunker segreto in Siberia perché i carri armati di Kiev stavano assediando il Cremlino e gli 007 dissidenti assieme a ricconi e oligarchi inviperiti per le sanzioni gli davano la caccia per eliminarlo? No, stava facendo un bagno di folla. Ma i nostri media non hanno perso l&#8217;occasione di dar sfogo alla loro ormai irrefrenabile voglia di raccontare frottole: per loro tutte quelle persone erano “ovviamente pagate”. Questa è <em>ovviamente </em>una balla o una pia illusione (e disprezzo per il proprio pubblico). Ora, il punto è che credere alle proprie bugie aumenta, appunto, la sconnessione cognitiva, cioè la difficoltà di interpretare correttamente la realtà e quindi di incidere su di essa. Come se io pensassi di sconfiggere sul ring un pugile di 100 chili ripetendomi come un mantra “tanto è un pallone gonfiato”. Sai come va a finire! Ma questi sarebbero fatti miei. <strong>E&#8217; invece criminale se la sconnessione cognitiva rischia di mettere a repentaglio la vita sulla Terra</strong>.</p>
<p>Chi infatti in preda alla sconnessione cognitiva era troppo occupato a tentare di denigrare l&#8217;evento cremlinesco come una messinscena, non poteva capire la rilevanza di quel che diceva Putin. Gli sarà sfuggito ad esempio questo passaggio:</p>
<p>«L&#8217;obiettivo principale e la ragione dell&#8217;operazione militare che abbiamo lanciato nel Donbass e in Ucraina è alleviare queste persone dalla sofferenza, da questo genocidio. A questo punto, voglio ricordare le parole delle Sacre Scritture: “<em>Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici</em>”.»</p>
<p>Sapete cos&#8217;è questa? È né più né meno che la proclamazione di una “<strong>Grande Guerra Patriottica</strong>” come quella con cui l&#8217;unione Sovietica sconfisse la Germania nazista.</p>
<p>A chi non sa mai a che ora è la lezione della Storia, ricordo che durante la Grande Guerra Patriottica, Stalin mise di lato l&#8217;ideologia socialista, tirò fuori le icone sacre, e coinvolse i pope. Perché una Grande Guerra Patriottica è per la Russia una <strong>guerra per la sopravvivenza </strong>da combattere fino all&#8217;ultimo respiro da parte di tutti indistintamente. Lì <strong>non si moriva per Stalin ma per la Madre Russia</strong>.</p>
<p><strong>Se non si capisce questo si va incontro al disastro</strong>.</p>
<p>Putin da anni ripeteva all&#8217;Occidente: “Fermatevi! Negoziamo! Noi non abbiamo più lo spazio per arretrare, nemmeno se lo volessimo. Attenzione che <strong>i Russi hanno molta</strong> <strong>paura della guerra, ma sono pronti a combatterla</strong>”.</p>
<p>E così è stato. E se non fossi un credente mi verrebbe in bocca una bestemmia. Perché sto pensando a tutta la gente che muore e che soffre e a quella che soffrirà e morirà.</p>
<p>A questo punto è indispensabile che l&#8217;Occidente capisca che non può vincere contro chi combatte una guerra che è percepita come lotta per la sopravvivenza e che combatterà fino all&#8217;ultima goccia di sangue. È necessario che l&#8217;Occidente capisca che se i Russi hanno attaccato con uno svantaggio di 1 a 3 (o addirittura 1 a 6) invece che con un vantaggio di 3 a 1 o di 5 a 1 come prescrivono i manuali di guerra, è perché il grosso dell&#8217;esercito russo, cioè i 3 milioni e 300 mila soldati che non sono andati in Ucraina assieme ai loro 100mila commilitoni, è in patria ad aspettare un attacco della NATO. E se lo aspetta vuol dire che pensa che possa accadere di tutto. E può accadere di tutto perché come ha dichiarato Putin <strong>ai Russi non interessa un mondo senza la Russia</strong>. Non occorre essere scienziati politici per capire cosa vuol dire.</p>
<p>Durante la Seconda Guerra mondiale, i nazisti hanno imparato a carissimo prezzo, a partire da Stalingrado, la differenza tra una guerra di conquista (la loro) e una guerra di sopravvivenza (quella sovietica).</p>
<p>Si dice che al contrario speculare dei Russi, gli occidentali non hanno paura della guerra, ma non sono pronti a farla. E si noti un&#8217;altra cosa: a differenza della Russia, gli Stati Uniti non hanno mai combattuto una guerra per la propria sopravvivenza. E&#8217; una differenza storica, psicologica e culturale, prima ancora che politica, fondamentale.</p>
<p>La Storia ha insegnato che una guerra fatta a 10.000 chilometri di distanza (Afghanistan, Corea, Iraq, Vietnam) prima o poi si perde, non per la lontananza fisica, ma per la “lontananza morale”, anche se si tenta di convincere con mille mezzi e in mille modi diversi che la sicurezza della propria casa è situata a 10.000 chilometri di distanza. Al contrario, una guerra combattuta davanti a casa, prima o poi la si vince. Oppure la casa crolla, ma con tutti i Filistei dentro.</p>
<p>Speriamo quindi che gli Occidentali non siano veramente pronti a fare la guerra. Perché in Russia ci aspettano, siamo riusciti a disgustarli, e a deluderli, come peggio non potevamo.</p>
<p>Brecht diceva che rapinare una banca era un crimine, ma che fondare una banca era un crimine ben maggiore. Allo stesso modo, iniziare una guerra è un crimine, ma provocarla ostinatamente e scientemente è un crimine più grande.</p>
<p>Rischiare di trasformarla in una guerra nucleare è un crimine che non ha fine e non ha perdono.</p>
<h3>di Piotr (PP)</h3>
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		<title>Perché per Monti è decisivo il superamento dell&#8217;articolo 18</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 22:56:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cesare Allara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Articolo 18]]></category>
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		<description><![CDATA[di Cesare Allara E’ ormai evidente a tutti che un’intesa di fondo fra le parti sociali e il governo Monti per manomettere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, nelle grandi linee c’è già da un pezzo. I due camerieri della Marcegaglia, Angeletti e Bonanni, parlano di “robusta manutenzione, anche se di certo non va abolito” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Cesare Allara</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/lavoro.27.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3102" style="margin: 5px;" title="lavoro.27" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/lavoro.27-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a>E’ ormai evidente a tutti che un’intesa di fondo fra le parti sociali e il governo Monti per manomettere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, nelle grandi linee c’è già da un pezzo. I due camerieri della Marcegaglia, Angeletti e Bonanni, parlano di “<em>robusta manutenzione, anche se di certo non va abolito</em>” e di “riscrittura”. Anche le quote rosa Fornero e Marcegaglia, dicono che non si tratta di abolirlo tout court, ma di modificarlo e cioè, tradotto dal politichese e dal sindacalese in italiano corrente, di sterilizzarlo. Con la scusa della lentezza della giustizia italiana che penalizzerebbe le aziende e scoraggerebbe gli investimenti, si tratta in sostanza di togliere di mezzo, per quanto possibile, il giudizio della magistratura notoriamente rossa, nei conflitti di lavoro, per lasciare mano libera in materia di licenziamenti ad accordi fra sindacati collaborazionisti e padronato.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggi l&#8217;articolo in pdf: <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/PERCHE-PER-MONTI-E-DECISIVO-IL-SUPERAMENTO-DELL-ARTICOLO-18.pdf">Perché per Monti è decisivo il superamento dell&#8217;articolo 18</a></p>
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		<title>Combattere l’evasione fiscale? Certo. Ma come?</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 20:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano La campagna intrapresa dal governo Monti contro l’evasione fiscale procede a vele spiegate: dalle incursioni a Cortina e Courmayeur ai negozianti di Milano Firenze Roma Perugia fino al redditometro. La guardia di finanza si dà un gran da fare ed i tg nazionali riprendono gongolando. Dagli sotto all’evasore/parassita! Bene, si potrebbe dire, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">di<em> Antonio Catalano</em></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/scontrini.jpg"><img class="alignright  wp-image-3068" style="margin: 5px;" title="scontrini" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/scontrini.jpg" alt="" width="273" height="185" /></a>La campagna intrapresa dal governo Monti contro l’evasione fiscale procede a vele spiegate: dalle incursioni a Cortina e Courmayeur ai negozianti di Milano Firenze Roma Perugia fino al redditometro. La guardia di finanza si dà un gran da fare ed i tg nazionali riprendono gongolando. Dagli sotto all’evasore/parassita! Bene, si potrebbe dire, finalmente si intraprende la strada di combattere la piaga dell’evasione; giusto che tutti contribuiscano alle casse dello Stato perché questo così abbia le dovute risorse da destinare alla spesa sociale e quindi servizi ai cittadini.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">A mio giudizio, però, questa campagna è ingannevole perché finalizzata a scaricare su determinati settori sociali non salariati la rabbia dei lavoratori salariati come se il buco di bilancio dipendesse dai primi. L’operazione Cortina ha avuto un alto valore simbolico: inquadrare nel mirino il nemico sul quale scaricare il caricatore, dando al popolo lavoratore tartassato e angariato da politiche di drastico attacco alle proprie condizioni di vita e di lavoro l’illusione che il governo dei tecnici stia lavorando per rimettere al posto le cose per far meglio ingoiare il boccone amaro dei sacrifici. A scanso di equivoci, non è assolutamente mia intenzione giustificare la pratica diffusa dell’occultamento del reddito percepito da parte di tutti quei settori non dipendenti, è giusto che nella società tutti contribuiscano a versare nelle pubbliche casse la propria parte secondo il criterio egualitario «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva» essendo il nostro un sistema tributario informato a criteri di progressività, quindi chi più ha più deve mettere, detta più semplicemente. Quindi se il sistema facesse davvero pagare tutti i contribuenti (aumentando l’aliquota massima) in osservanza di questo principio sarebbe più che meritoria la campagna governativa tesa a stanare gli evasori. Ma non funziona così, i lavoratori salariati pagano fino all’ultimo centesimo, su questo non si scappa, nel lavoro autonomo e della piccola imprenditoria spesso si evade, nell’area del grande capitale parliamo di altro, parliamo più che di evasione di elusione fiscale. Il governo Monti – espressione del grande capitale, in particolare finanziario – ha avviato questa campagna anti-evasione che concentra l’attenzione sui settori – non a composizione omogenea – della piccola imprenditoria e del lavoro autonomo.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Il governo presieduto dal sobrio professore in loden (che ricorda ai giovani che il lavoro fisso è monotono) accreditato presso i grandi poteri internazionali (Trilaterale, Nato, Goldamn Sachs, Bildemberg) – che può permettersi, diversamente da Berlusconi, di parlare a pieno titolo con Merkel e Sarkozy sol perché i poteri forti di cui è emanazione lo vogliono – non ha attivato questa campagna in quanto animato da universalismo buonista, ma in quanto la crisi capitalistica richiede feroci politiche da “lacrime e sangue” e queste possono essere meglio gestite se si crea nella società un clima di diffidenza generalizzata, in cui i ceti dominati devono scannarsi fra di loro pensando che la malasorte dipenda dal fatto che il macellaio non rilascia lo scontrino. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Le grandi imprese sottraggono ingenti risorse alle casse pubbliche agendo nella legalità con l’elusione fiscale. I nostri super liberisti – ammiratori e sostenitori del fisco americano che non guarderebbe in faccia nessuno, il paese dove se non paghi le tasse ti sbattono in galera – fanno finta di non sapere che le aziende statunitensi riescono ad eludere circa 100 miliardi di dollari di tasse in modo perfettamente legale ricorrendo ai paradisi fiscali. Nel 2010 il 25% dei grandi </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>managers</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> hanno guadagnato più di quanto le loro aziende hanno versato al fisco, sono stati premiati in quanto sono riusciti a far pagare meno tasse alle loro aziende. Le aliquote fiscali praticate negli USA: nel 1957 l’aliquota massima era del 91%, nei primi anni ’70 cala al 62%, attualmente passa al 39%. Si tratta di una tendenza nota in tutti i principali paesi capitalistici (Italia compresa). Pur essendo in Usa la pressione fiscale appena intorno al 24% del PIL i paradisi fiscali che si trovano nel territorio americano o nella sua orbita di influenza, sono affollatissimi: a Willmington, capitale del Deleware, hanno la propria sede duecentomila società in un solo palazzo. Le grandi imprese sono capaci di condizionare e ricattare gli Stati – sia pure uno Stato forte come quello USA: quando lo Stato fa una politica sgradita alle grandi imprese, che condizionano l’economia mondiale, queste ultime non ci pensano due volte a disinvestire i propri capitali dal paese determinando uno sfascio economico. Possono, inoltre, colpire il debito pubblico di un paese disertando le aste dei titoli o speculando al ribasso; lo stesso possono fare contro le monete; possono far ricadere i costi fiscali sugli altri (i consumatori). L’economista Antonio Carlo, nel suo studio </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Capitalismo 2011</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> (dal quale ho tratto i dati di cui sopra), cita il caso del grande capitalista Warren Buffet che espresse il desiderio di pagare le tasse della sua segretaria e cioè il 40% della sua base imponibile pagando lui solo il 17,4% della stessa. Dopo elogi sperticati a Buffet – manco fosse un redivivo San Francesco d’Assisi –, il </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Wall Street Journal </em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">di Murdoch lo ha mandato all’inferno. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La “crisi di bilancio” non nasce dall’evasione fiscale praticata da lavoro autonomo e piccola imprenditoria, realtà già tartassate – e spesso a rischio sopravvivenza – sulle quali i grandi redditi finanziari e speculativi vogliono aumentare i giri di vite per estorcere ulteriori fondi. La “crisi di bilancio” nasce da ben altre cause: secondo i dati della relazione del Tesoro al Parlamento, la spesa per interessi sul debito balzerà dai 77 miliardi del 2011 ai 94 miliardi stimati per il 2012, il tutto a vantaggio della grande finanza a dominanza USA. È utile ricordare come l’Italia abbia speso per il settore militare – secondo i dati del Sirpi – 27 miliardi di euro, a tutto vantaggio delle guerre imperiali condotte dalla Nato nel mondo, e continuerà a spendere cifre da capogiro nei prossimi anni, esempio 17 miliardi stanziati per i prossimi anni per l’acquisto dei cacciabombardieri </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>F 35 Joint Strike Fighter</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">. Quindi abbiamo enormi interessi sul debito ed enormi spese militari che prosciugano risorse che ben altrimenti potrebbero essere destinate al benessere della collettività.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Indicare, pertanto, nel lavoro autonomo, piccola imprenditoria, piccolo commercio, i responsabili del deficit statale ha una precisa motivazione: scaricare su questi ceti la rabbia del lavoro dipendente “garantito” (cioè contrattualizzato) che subisce attacchi (sul piano dei diritti, del salario, dell’occupazione) sempre più pesanti; del lavoro “non garantito” (precariato diffuso con paghe da supersfruttamento ai limiti della fame); dell’enorme e crescente esercito di riserva (disoccupati e inoccupati). Si vuole cioè favorire un clima di contrapposizione tra classi dominate, (anche se in rapporti differenti con la classe dominante) – che avrebbero più interessi a costruire legami che fratture – alimentando così contrapposizione ostilità “invidia” sociale ad esclusivo vantaggio della classe capitalistica dominante. In questo modo si determina l’approfondimento della degradazione complessiva dei rapporti sociali, sempre più impregnati di logiche mercatiste e liberiste che sono la negazione assoluta del principio di solidarietà sociale ed umana. Quello che manca all’oggi è la capacità politica di definire e mettere in atto una risposta adeguata alla crisi capitalistica che consideri con attenzione l’attuale composizione sociale, che non può ridursi ad una sola classe; per questo si devono neutralizzare le logiche strumentali e disgregative sostenute dalla classe dominante (di cui il governo Monti è piena espressione) e lavorare per costruire le opportune alleanze sociali in grado di sostenere un percorso di fuoriuscita dalla crisi capitalistica secondo linee di difesa degli interessi della parte maggioritaria della popolazione. I lavoratori dipendenti non devono cadere nella trappola di una certa “radicalità” classista, del tutto poi prona alla logica dominante del grande capitale.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Le grandi imprese, le banche, si avvalgono di stuoli di grandi studi associati di commercialisti ed avvocati – ben disposti alle liberalizzazioni montiane – esperti nella pratica dell’elusione fiscale, che altro non è che il modo legale di praticare l’evasione. Esperti conoscitori della oscura e smisurata legislazione italiana ed europea che riescono a risolvere i contenziosi con il fisco riuscendo a far pagare ai propri clienti cifre del tutto convenienti.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">In conclusione, la campagna avviata dal governo Monti contro l’evasione fiscale figurata dalla faccia sfigata del semplice cittadino comune additato come parassita della società rientra a pieno titolo nella logica di difesa dei grandi interessi capitalistici, che si rappresentano invece figuratamente con il maglione di Marchionni, il loden di Monti, i toni pacati e sobri dell’uomo di mondo che conosce il buon galateo non i modi sguaiati e sfacciati degli arricchiti frequentatori di Cortina. La piaga dell’evasione fiscale va combattuta secondo il principio sociale dell’equità, ma teniamo bene a mente che essa non potrà essere debellata senza mettere in discussione il sistema che la genera. </span></span></p>
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		<title>Pensioni, liberalizzazioni, mercato del lavoro: spoliazione, recessione e attacco contro il lavoro in tutte le sue forme</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 17:45:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato &#160; &#62;&#62;qui potete leggere l&#8217; articolo in pdf&#60;&#60; &#160; &#160; &#160; Il governo Monti, insediatosi al potere quasi due mesi fa con un colpo di mano dall&#8217;alto facilitato dalle manovre per conto terzi del presidente Napolitano, ha fin da subito mostrato le sue nitide e inequivocabili intenzioni. Ha annunciato due fasi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Lorenzo Dorato</p>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/01/Pension.pdf">&gt;&gt;qui potete leggere l&#8217; articolo in pdf&lt;&lt;</a></p>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/01/governo-Monti.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3075" title="governo Monti" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/01/governo-Monti-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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<p>Il governo Monti, insediatosi al potere quasi due mesi fa con un colpo di mano dall&#8217;alto facilitato dalle manovre per conto terzi del presidente Napolitano, ha fin da subito mostrato le sue nitide e inequivocabili intenzioni. Ha annunciato due fasi di lavoro, l&#8217;una descritta come risposta necessaria agli attacchi speculativi contro il debito pubblico italiano; l&#8217;altra descritta come volano per la crescita e lo sviluppo.</p>
<p>Nella manovra finanziaria approvata il 22 Dicembre 2011, il governo ha sostanzialmente fatto cassa in due modi:</p>
<p>1- il saccheggio ulteriore delle pensioni dei lavoratori;</p>
<p>2- l&#8217;aumento pesante delle tasse  indirette, quindi quella parte di imposizione fiscale di carattere regressivo.</p>
<p>Per ciò che riguarda le pensioni si è trattato di provvedimenti gravissimi che hanno ulteriormente inasprito le condizioni di pensionamento dei lavoratori sia per ciò che concerne l&#8217;età pensionabile sia per l&#8217;entità della prestazione. In particolare l&#8217;abolizione del sistema di quote introdotto dalla riforma Maroni e poi Damiano ha portato di fatto all&#8217;abolizione della pensione di anzianità, ridotta al caso abbastanza estremo di raggiungimento dei 42 anni di contribuzione, tetto che sarà rivisto al rialzo con il progressivo aumento dell&#8217;età pensionabile per vecchiaia in funzione della vita media attesa (in aggiunta a questo si prevede una riduzione della prestazione pensionistica del 2% per chi dovesse andare in pensione prima dell&#8217;età corrispondente alla maturazione del diritto della pensione di vecchiaia); parallelamente la pensione di vecchiaia viene portata a 66anni (sostanzialmente mantenendo il requisito anteriore che prevedeva i 65 anni più un anno di attesa di &#8220;finestra&#8221;) e se ne prevede l&#8217;aumento progressivo su base prima triennale e poi (dal 2021) biennale, in base all&#8217;incremento della speranza di vita; viene poi esteso il sistema contributivo dal 2012 anche a coloro che ne erano stati esclusi dalla riforma Dini del 1995; e infine, ciliegina sulla torta, viene bloccato l&#8217;adeguamento all&#8217;inflazione per il 2012 e il 2013 per le pensioni inferiori a 1400 euro.</p>
<p>L&#8217;estrema gravità dei provvedimenti è subito evidente. Anzitutto per ciò che riguarda il breve periodo e la generazione in via di pensionamento, coloro che si accingevano ad andare in pensione tra un anno (tramite il meccanismo delle quote, ad esempio con 36 anni di contributi e 60 anni di età) si troveranno, per l&#8217;abolizione della pensione di anzianità, a dover aspettare improvvisamente quattro anni in più (sarà infatti loro permesso per gentil concessione dell&#8217;attuale riforma accedere alla pensione a 64 anni anziché a 66). Progetti di vita stravolti da un giorno all&#8217;altro!</p>
<p>La pensione di anzianità, sia per le quote, sia per i 40 anni di fatto scompare e viene relegata al raggiungimento dei 42 anni (41 per le donne) passibile però di aumento (al crescere della vita media) e soprattutto monetariamente disincentivata tramite una riduzione della pensione. Si tratta di un attacco clamoroso ad un istituto di civiltà per cui una persona dopo molti anni di lavoro (40 anni nella vita di un uomo sono tanti), acquisiva diritto al riposo indipendentemente dall&#8217;età anagrafica, tramite i contributi da lui stesso versati nel tempo. Il messaggio implicito è chiaro: bisogna lavorare fino alla vecchiaia, fosse anche per 50 o 55 anni e il progresso materiale degli ultimi  decenni che ha permesso un allungamento della vita media,  lo trasformiamo automaticamente in più lavoro anziché in più riposo e più pace.</p>
<p>Stessa logica dietro l&#8217;aumento della pensione di vecchiaia, l&#8217;accelerazione della convergenza donna-uomo e il legame tra età pensionabile e aumento della vita media attesa.</p>
<p>Una logica che, peraltro, cozza profondamente con la logica attuariale del sistema contributivo e svela la profonda incoerenza tra realtà e ideologia che vige dietro al sistema pensionistico. Il sistema contributivo è stato a lungo elogiato in quanto sistema più equo in cui a contributi versati corrispondevano pari entrate pensionistiche attese al momento del pensionamento. Si è in qualche misura dato adito all&#8217;idea (falsa) per cui il sistema funzionerebbe secondo una logica privatistica di capitalizzazione di un fondo individuale che, opportunamente rivalutato nel tempo in base alla crescita del livello dei prezzi, viene poi nel tempo restituito al possessore. Il meccanismo individuale per cui &#8220;i soldi sono miei&#8221; in realtà non esiste, perché, come in ogni sistema assicurativo (pubblico o privato che sia) la restituzione del fondo accumulato può avvenire concretamente soltanto se al tempo presente esiste una produzione di ricchezza e, nello specifico, se i contributi versati dai lavoratori di oggi coprono il montante pensioni che devono essere pagate mese dopo mese a coloro che hanno maturato il diritto pensionsitico. Si tratta quindi, per forza di cose e al di là della propaganda privatistica, di una solidarietà intergenerazionale. Il sistema contributivo, tanto quanto il retributivo è, peraltro, anche formalmente un sistema a ripartizione in cui non esistono fondi individuali, ma il denaro di ciascun contribuente viene utilizzato oggi per pagare la pensione degli attuali pensionati. Ciò che invece è specifico di tale sistema è il computo della prestazione pensionistica che avviene sulla base dei contributi versati spalmati per gli anni che mediamente restano da vivere (sulla base della media nazionale) al lavoratore. In un sistema di questo tipo l&#8217;età pensionabile dovrebbe, a logica, poter essere totalmente flessibile, poiché il valore attuale del montante pensionistico da offrire al pensionato negli anni rimane immutato indipendentemente dall&#8217;età di pensionamento essendo la pensione mensile tanto più alta quanto più alta è l&#8217;età cui si accede alla pensione. Porre un limite di età di pensionamento e tanto più un limite molto alto per la vecchiaia e altissimo (fino all&#8217;abolizione di fatto) per l&#8217;anzianità è un non senso logico e si traduce in una misura di carattere punitivo, che contrasta peraltro fortemente con le illusioni individualistiche del fondo pensionistico personale (date dal sistema contributivo). Per questo il fine di una politica di innalzamento dell&#8217;età pensionabile e di ridimensionamento delle pensioni non può che essere uno (affiancato ad un secondo che vedremo poi): fare cassa da parte dello Stato nel breve periodo saccheggiando gli ampi avanzi dell&#8217;istituto previdenziale. E qui emerge un punto importantissimo.</p>
<p>Tra le ragioni citate per la sequela rovinosa di controriforme pensionsitiche dal 1992 ad oggi si è sempre citato il cronico e insostenibile disavanzo dell&#8217;INPS. Tale disavanzo è in realtà inesistente, specie in riferimento al periodo successivo alla riforma Amato. Si tratta di un trucco contabile di una semplicità disarmante che mai viene denunciato da chi di dovere (stampa, giornalisti, commentatori): l&#8217;INPS risulta in disavanzo poiché lo Stato fa gravare sulle sue casse oneri di tipo assistenziale che non hanno nulla a che vedere con la logica del sistema pensionistico e che dovrebbero gravare sulla fiscalità generale. Questo trucco ha due conseguenze: la prima è che i lavoratori (e non tutta la società nel suo complesso) si accollano l&#8217;onere di interventi di assistenza impropri, come le pensioni sociali e gli assegni; la seconda è che portando virtualmente l&#8217;INPS in disavanzo con il peso degli oneri assistenziali, si può usare questo argomento fallace per dimostrare falsamente la non sostenibilità attuariale del sistema pensionistico.</p>
<p>Ancora dopo 20 anni si ha il coraggio di parlare di cronico e insostenibile disavanzo dell&#8217;INPS e, pertanto, di necessità di riforma delle pensioni. Nel frattempo la parte del bilancio INPS relativa alla previdenza è in attivo da anni e lo Stato, non potendo tagliare eccessivamente gli oneri assistenziali (pena la riduzione in reale miseria degli ultimi della società) può in tal modo recuperare risorse finanziarie versate a copertura degli oneri assistenziali accollandoli all&#8217;attivo INPS e rubando denaro ai lavoratori. Insomma, un sistema di fare cassa per poi utilizzare le entrate aggiuntive per ripianare i debiti delle banche, incentivare le grandi imprese con manovre fiscali vantaggiose e diminuire il fantomatico debito pubblico (ovvero pagare interessi da usura a investitori e banche italiane e straniere).</p>
<p>Tutti gli interventi sulle pensioni, pertanto, dalla riforma Amato del 1992 agli attuali interventi del ministro Fornero vanno da una parte nella suddetta direzione della spoliazione di un INPS in ottima salute per fare cassa; dall&#8217;altra verso la privatizzazione di fatto del sistema pensionistico, ovvero verso l&#8217;incentivo a ricorrere a sistemi privati complementari a fronte di una pensione attesa sempre più bassa. Questo secondo obiettivo lo si consegue in vari modi: abbassando, tramite i coefficienti di trasformazione il montante pensionistico; tramite il non adeguamento delle pensioni all&#8217;inflazione; tramite la situazione del mercato del lavoro che non permette versamenti di contributi continui e stabili. I fondi pensione gestiti da banche, assicurazioni e fondi di investimento ringraziano caldamente per tutte le riforme pensionistiche varate dal 1992 al 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;aumento della tassazione indiretta è stato il secondo pilastro della manovra di Dicembre. In particolare è stata ulteriormente aumentata l&#8217;IVA di ben 2 punti percentuali. Come noto l&#8217;aumento dell&#8217;IVA si scarica su un aumento generalizzato del livello dei prezzi che, senza un adeguamento salariale correlato (automatismo finito con l&#8217;abolizione della scala mobile), genera una diminuzione dei salari reali. L&#8217;aumento delle accise sulla benzina (o delle tariffe autostradali)  ha effetti simili, così come l&#8217;introduzione dell&#8217;IMU (simil ex-ICI) sulla prima casa. Trattasi di imposte (o aumenti di prezzi regolati nel caso delle autostrade, privatizzate da 10 anni) su beni di valore d&#8217;uso basilari (benzina e casa) regressive come ogni imposta indiretta (nel senso che colpiscono egualmente redditi di diversa entità).</p>
<p>Le misure sulle pensioni e l&#8217;aumento della tassazione indiretta oltre ad essere profondamente inique ed a rappresentare un attacco contro il lavoro, avranno delle ripercussioni anche sulla domanda aggregata di beni con conseguenze recessive sull&#8217;economia che non faranno che peggiorare ulteriormente la crisi andando ad aggravarne le stesse cause.</p>
<p>Risibili al riguardo le argomentazioni che vorrebbero presentare le misure di austerità come misure per la riduzione del debito pubblico. Se ciò che rileva per un fantomatico rischio paese (per la verità inesistente, se non nelle intenzioni degli attacchi speculativi) fosse, come si dice, il rapporti debito/pil non possono essere di certo politiche recessive a diminuire il carico del debito, dal momento che tali politiche fanno decrescere il Pil peggiorando così il suddetto rapporto.</p>
<p>La partita a ben vedere è un&#8217;altra e il debito non è altro che una scusa per giocarsela con il minimo dissenso sociale e coprendo il tutto di un&#8217;aura di necessità. La partita è duplice e consiste sia nell&#8217;attacco del grande capitale contro il lavoro in tutte le sue forme, dipendente e autonomo, sia in un attacco contro l&#8217;Italia e il suo stesso sistema capitalistico da parte di capitali stranieri entro la più ampia battaglia di egemonia mondiale dove gli anelli più deboli finiscono preda degli anelli più forti.</p>
<p>Le declamate soluzioni date alla crisi capitalistica anziché essere di tipo espansivo come fu dopo la crisi del 1929, cioè di stimolo dei consumi e della domanda, sono oggi di stampo recessivo. Ciò testimonia il fatto che gli interessi che ruotano attorno a tali politiche di stampo neo-liberale sono interessi che vogliono configurare in Italia una situazione favorevole al grande capitale, nazionale e straniero in una prospettiva di depauperizzazione del paese a vantaggio di una riconfigurazione dei rapporti di forza internazionali . Gli spazi di manovra in tal senso sono due: da un lato si punta a creare per la grande industria un mercato del lavoro capitalisticamente competitivo, qualificato (qual è ancora quello italiano) e a basso costo, per ciò che riguarda la produzione di beni destinati in parte al consumo interno, ma soprattutto all&#8217;esportazione o al mercato del lusso (da qui gli attacchi al salario diretto e indiretto, e ai diritti normativi e persino politici del sindacato, vedi art. 18) ; dall&#8217;altro lato il capitale, anche come fuga dalla produzione che non trova sbocchi nel mercato interno sempre più asfittico per il calo della domanda, apre nuovi spazi di semi-rendita in settori regolati caratterizzati da una domanda inelastica al prezzo o da posizioni di privilegio giuridico, un tempo strutturati sulla base o di monopoli pubblici o di protezione e vincolo delle normative (da qui la partita delle liberalizzazione e delle privatizzazioni che si gioca da 20 anni e che vede ora una forte accelerazione specie contro i settori privati regolati da un mercato protetto e vincolato).</p>
<p>Prima e seconda partita si stanno giocando in contemporanea. La fase 1 di Monti ha colpito principalmente lavoro dipendente e salario. Più in generale ha colpito i redditi bassi con l&#8217;aumento della tassazione indiretta. La fase 2 sta colpendo il lavoro autonomo  la piccola e piccolissima imprenditoria e contestualmente prepara un attacco più deciso e diretto al lavoro salariato attraverso la ristruttuazione dei profili contrattuali.</p>
<p>L&#8217;elemento centrale della prima parte della cosiddetta fase 2 sono proprie le famigerate liberalizzazioni. Si tratta di un tema importantissimo da molti non compreso nella sua enorme portata e fortemente ideologizzato specie nell&#8217;opinione di centro-sinistra (fu il cavallo di battaglia del governo Prodi nel 2006 con il ministro Bersani).</p>
<p>Liberalizzare un mercato significa eliminare ogni tipo di barriera, vincolo o normativa di protezione esistente in tale mercato. Si può trattare di un mercato di un grande settore monopolistico (storicamente gestito dal monopolista pubblico, oppure da ex-monopolisti pubblici semi-privatizzati, oppure ancora da monopoli o oligopoli privati di fatto o di diritto), oppure di un mercato privato di piccoli produttori regolamentato. In questo secondo caso, il fine di tali vincoli, normative e limiti che si vogliono rimuovere è generalmente duplice: da un lato serve per stabilizzare la concorrenza su livelli tali da impedire che grandi capitali si concentrino in un determinato settore mandando in rovina i piccoli produttori e proletarizzando il settore; da un altro lato serve a mantenere alcuni tratti specifici di servizio pubblico o di deontologia professionale (è il caso dei tassisti, degli avvocati, delle farmacie e di molti altri settori). La liberalizzazione, quando applicata a settori privati fortemente regolamentati, persegue pertanto: la libera entrata del capitale in settori fino a quel momento impenetrabili e la distruzione di ogni norma deontologica o di garanzia di servizio pubblico per definizione incompatibile con la libera concorrenza assoluta. Le liberalizzazione Bersani nei settori dei professionisti, dei taxi, delle farmacie segnò il primo passo verso lo scardinamento di norme e limiti, in nome del libero mercato.</p>
<p>La vulgata racconta che le liberalizzazioni aumentano la contendibilità di un mercato, il numero dei produttori in esso presente, favorendo la caduta dei prezzi e aumentando l&#8217;occupazione.</p>
<p>La realtà è invece ben diversa e gli effetti logici di ogni liberalizzazione dei suddetti settori sono la concentrazione del capitale, una pesante redistribuzione del reddito dal lavoro autonomo al capitale, una proletarizzazione selvaggia di ex lavoratori autonomi (tipico potrebbe essere il caso dei tassisti) ed effetti sui prezzi tutt&#8217;altro che univoci dal momento che questi potrebbe anche scendere nel brevissimo periodo per poi risalire a causa della formazione di mercati intrinsecamente oligopolisitici (tra l&#8217;altro nei casi in cui i prezzi sono regolamentati e non stabiliti dai produttori, l&#8217;idea che il prezzo debba abbassarsi con l&#8217;ingresso di nuovi capitali è addirittura priva di qualsiasi logica). L&#8217;abolizione, poi, di norme deontologiche e dei caratteri di servizio pubblico in taluni settori (farmacie, taxi ad esempio, ma anche avvocatura, professioni più in generale) produce forme di concorrenza selvaggia che abbassano complessivamente la qualità dei servizi e riducono i mestieri e la loro professionalità a puri affari gestiti dal capitale (vedasi la gravissima norma introdotta da Bersani che permise nell&#8217;avvocatura l&#8217;entrata di puri soci di capitale e abolì il divieto di pubblicità).</p>
<p>E&#8217; chiaro quindi che la partita è duplice: attaccare materialmente professionisti e lavoratori autonomi, alcuni sicuramente percettori di redditi medio-alti, altri invece percettori di redditi medi o anche medio-bassi e snaturare allo stesso tempo le professioni aprendole al libero mercato svincolato e deregolamentato che altro non è che il trionfo del capitale anonimo e affaristico puro a scapito di ogni elemento professionale. Unico beneficiario: il grande capitale che potrà approfittare di nuovi spazi che si aprono per i profitti.</p>
<p>D&#8217;altra parte la partita della penetrazione capitalistica in ogni settore precedentemente retto da logiche limitative e vincolanti si è aperta ormai da più di venti anni, ha raggiunto il suo culmine iniziale con il processo di privatizzazione e liberalizzazione dei settori gestiti da imprese pubbliche (monopolisitiche o meno che fossero) &#8211; bancario, energia, telecomunicazioni, assicurativo, chimica, alimentari, grande distribuzione, trasporti etc etc- si è poi snodata attraverso l&#8217;attacco allo Stato sociale classico con il ridimensionamento del sistema pensionistico, la semi-privatizzazione della sanità, i trasporti locali, ed infine si è scagliato contro lavoratori autonomi  e professionisti aprendo nuove frontiere di facile profitto.</p>
<p>Chi appoggia le liberalizzazioni perché crede che i prezzi caleranno dovrebbe riflettere su due punti: 1- perché gran parte dei settori liberalizzati (dalle assicurazioni, banche, servizi finanziari, passando per il gas naturale e i trasporti pubblici locali, per non parlare dei settori privatizzati e ceduti a monopoli come le autostrade) hanno conosciuto aumenti dei prezzi superiori all&#8217;inflazione (si veda ad esempio una recente analisi della Confartigianato di Mestre sugli effetti delle liberalizzazioni)? 2- quand&#8217;anche le liberalizzazioni garantissero una diminuzione dei prezzi (cosa tutta da dimostrare e priva di nessi di casualità certa), vi sarebbero comunque altri effetti negativi quali un&#8217;iniziale maggiore instabilità del sistema economico,  una redistribuzione del reddito regressiva tra lavoro autonomo e piccolo capitale verso il grande capitale (concentrazione capitalistica), una probabile precarizzazione del lavoro dipendente nei settori ex-monopolisti, una distruzione del tessuto produttivo locale e di qualità a favore di una produzione a basso costo di tipo sommario e di minore qualità; e infine una tendenziale sostituzione di capitali nazionali con capitali esteri, e quindi un minor controllo politico sui processi economici. Infine, va detto, che l&#8217;abbassamento dei prezzi in determinati settori è conseguibile assai più efficacemente con metodi di regolamentazione diretta che nulla hanno a che vedere con l&#8217;apertura dei mercati.</p>
<p>La partita delle liberalizzazioni pertanto è una partita che il capitale gioca per aprirsi nuovi spazi e terreni di conquista a danno del lavoro inteso in tutte le sue forme, da quello dipendente a quello autonomo. Quando infatti si attaccano settori in cui operano lavoratori autonomi, professionisti o imprenditori individuali, non si può parlare semplicisticamente di guerra tra capitali per due ragioni: 1-poiché le parti sono oggettivamente asimmetriche; 2- perché il rapporto tra lavoro e mezzi di produzione che intercorre tra il grande capitale e le figure suddette è radicalmente diverso. Il lavoratore autonomo o il professionista,  pur se possessori dei mezzi di produzione (e dunque non salariati) vivono una condizione particolare per cui mezzi di produzione e lavoro sono concentrati in un&#8217;unica figura. Di fatto si tratta di soggetti che sfuggono alla dicotomia che il capitalismo crea tra puri possessori dei mezzi di produzione e puri lavoratori. Figure che si muovono a cavallo tra interessi contrastanti, ma che, specie in un&#8217;epoca di crisi, non hanno nulla da guadagnare dal sistema capitalistico che, per definizione, fonda la propria ragion d&#8217;essere sulla spoliazione del lavoro a vantaggio del mero possessore di mezzi di produzione. Un attacco al lavoro autonomo e ai professionisti è pertanto a tutti gli effetti un attacco al lavoro, benché declinato in una forma particolare (in fusione cioè con i mezzi di produzione). Il disagio di molte categorie, dai pescatori ai tassisti, dai camionisti ai professionisti, si spiega proprio con l&#8217;operazione di spoliazione che negli ultimi anni l&#8217;apertura al libero mercato (interno e internazionale) ha comportato ai danni di tali figure.</p>
<p>Il governo Monti sta così portando a termine, in continuità con le politiche degli ultimi venti anni perseguite da tutti i governi, un processo di attacco al lavoro in tutte le sue forme.</p>
<p>La seconda parte della fase 2, in atto proprio in questi giorni, consisterà in una riforma del mercato del lavoro salariato, tanto richiesta anch&#8217;essa dai mercati finanziari (il nuovo Dio cui ogni buon fedele deve piegarsi, fino a forme di idolatria feticistica). Dalla messa in discussione dell&#8217;articolo 18 come elemento simbolico e materiale di difesa dei lavoratori fino alla ristrutturazione del sistema contrattuale. Gli economisti liberisti in questi giorni si stanno esibendo in tutta la loro foga ideologica estremistica mostrando la cosiddetta dicotomia tra protetti e non protetti come il vero problema da risolvere in Italia. Da anni i più oltranzisti (Boersi, Ichino, Giavazzi etc) parlano di contratto unico come medicina contro la precarietà. In pratica secondo questi economisti la precarietà si risolve generalizzandola a tutti. I tutelati (ovvero i beneficiari di contratti normali a tempo indeterminati) vengono additati come privilegiati la cui posizione è la vera causa della precarietà giovanile. L&#8217;estremistica intenzione di precarizzare integralmente il mercato del lavoro introducendo un unico contratto all&#8217;inglese (licenziamento libero e gratuito, ridimensionamento dei diritti alle ferie, alla tredicesima e ad altri istituti migliorativi delle condizioni di lavoro) viene così presentata senza pudore come una misura progressista di difesa del giovane precario. Chi osa mettere in discussione il dogma della necessità di riformare il mercato del lavoro è un conservatore, un reazionario, un difensore di vecchi privilegi anacronistici.</p>
<p>La partita sull&#8217;articolo 18 è anch&#8217;essa di estrema importanza. Il tentativo è quello di liberalizzare il licenziamento discriminatorio rendendolo meno oneroso per l&#8217;impresa, al fine di poter licenziare liberamente i lavoratori più combattivi e più sindacalizzati. Il precedente governo aveva già approvato la possibilità di deroga all&#8217;articolo 18 previo assenso del sindacato. Adesso si vuole andare oltre e abolirlo <em>in toto</em>. Gli stessi sindacati confederali (che, con saltuarie e poco coerenti eccezioni della CGIL, hanno accettato praticamente ogni controriforma varata negli ultimi 20-25 anni), toccati nei loro stessi meccanismi di autoriproduzione, sembra che questa volta non stiano al gioco. C&#8217;è da scommettere però che si tratterà di una battaglia puramente simbolica (alcune dichiarazioni di CISL e UIL già lo lasciano intendere) che parallelamente si accompagnerà all&#8217;accettazione di una terribile riforma del mercato del lavoro nei suoi aspetti contrattuali.</p>
<p>Come reagire a questo attacco a 360° che il governo sta portando a termine contro il lavoro in tutte le sue forme e contro il paese stesso nella sua stragrande maggioranza?</p>
<p>Occorrerebbe invertire di netto le politiche neo-liberiste effettuate nell&#8217;ultimo ventennio, invertendo il processo che ha reso la politica totalmente prona all&#8217;economia (ovvero in sostanza agli interessi capitalistici più forti), riportando i processi economici sotto il controllo politico al fine, poi, di segnare una strada graduale di alternativa al sistema capitalistico. Occorrono in merito interventi non solo sulla distribuzione del reddito, ma anche e soprattutto sulla produzione, rilanciando la produzione pubblica e sottraendo al capitale poco a poco terreni di libertà distruttiva.</p>
<p>Al livello concreto di lotta quotidiana, occorre ricostruire il filo di unità di lotte al momento disgregate per problemi di rappresentanza e guida politica. Le lotte dei lavoratori autonomi contro le liberalizzazioni, dei camionisti contro il rincaro benzina, dei pescatori contro l&#8217;insostenibilità del loro lavoro in un contesto di apertura indiscriminata dei mercati, devono essere unificate alle lotte dei lavoratori dipendenti per il salario, per un lavoro stabile e per la riduzione dell&#8217;orario di lavoro.</p>
<p>A livello più generale, per dare uno sbocco e un senso politico e trasformativo di lungo periodo alle lotte, occorre porsi il problema del recupero della sovranità politica sui processi economici: in particolare la sovranità monetaria e fiscale, la forte limitazione alla libertà di movimento dei capitali e la sovranità doganale. Senza tale prerequisito ogni politica favorevole agli interessi del lavoro è vana in quanto il paese rimane sotto il perenne ricatto della delocalizzazione e della fuga dei capitali. Si apre qui un problema spinoso che dovrebbe essere al centro dell&#8217;attenzione di ogni soggettività antagonista: il rapporto con l&#8217;Unione Europea.</p>
<p>Si può pensare che un processo di riacquisizione della sovranità politica sui processi economici sia possibile su scala europea, con la costituzione di un&#8217;Europa Stato nel breve periodo. Si tratta a mio avviso di un&#8217;utopia irrealizzabile nel breve e nel medio periodo per una serie di ragioni che qui non possono essere approfondite nel dettaglio. In breve il problema è che l&#8217;Europa dagli anni 70 e 80 si sviluppa esattamente per essere un &#8220;non Stato&#8221;, ovvero una tecnocrazia adibita a sottrarre agli Stati la sovranità politica sui processi economici, a beneficio di ristrette oligarchie. Con quali forze una simile Europa non Stato, divisa da interessi capitalistici diversi e contrastanti, da legislazioni diverse, da culture e storie sociali e politiche diverse sarebbe capace di porsi come uno Stato unitario dotato di un&#8217;unica legislazione civile, penale, del lavoro, un unico sindacato, un unico regime fiscale, e una lingua comune parlata da tutti come veicolo comunicativo unitario? Quand&#8217;anche tale processo rispondesse ad un&#8217;esigenza storica reale dei popoli europei (ad esempio quella di costruire processi di emancipazione sociale su scala più ampia di quella nazionale), sarebbe comunque lungo e macchinoso. Se è in linea teorica possibile porsi l&#8217;obiettivo di un&#8217;Europa Stato nel lungo periodo, tuttavia nel breve periodo il problema dell&#8217;assenza di fatto di uno Stato sovrano rimarrebbe in una situazione di stallo.</p>
<p>Un&#8217;opposta soluzione sarebbe quella dell&#8217;uscita immediata dall&#8217;euro e dalla UE (cosa che non negherebbe in ogni caso un&#8217;idea di Stato europeo di lungo periodo da ricostruire ex-novo su basi completamente diverse): un processo senza dubbio difficile che avrebbe nel breve termine alcune ricadute economiche negative non indifferenti (ma comunque gestibili), ma che avrebbe il merito di ridare trasparenza, almeno formale, alla logica stessa della politica. In questo caso (ma il problema varrebbe anche per la prima soluzione) ci si può chiedere chi nei fatti gestirebbe un processo di sganciamento dalla UE. Un simile processo infatti non è positivo in sé per sè senza ulteriori qualificazioni, e potrebbe essere gestito in forme egualmente antipopolari, antisociali, di tipo reazionario e tanto neo-liberista quanto è neo-liberista l&#8217;Europa odierna. Tuttavia tale obiezione è un&#8217;obiezione sensata se si ragiona in termini di osservazione dei fenomeni; meno sensata se si ragiona da potenziali protagonisti di un fenomeno che si vorrebbe guidare in un ottica di partecipazione politica. Anche in qusta seconda ipotesi, però una questione sorgerebbe comunque, ed è quella geopolitica. Sarebbe l&#8217;Italia, da sola, anche qualora il processo fosse gestito da forze sociali a vocazione popolare, in grado di fronteggiare l&#8217;ostilità dell&#8217;imperialismo a guida USA? Non rischierebbe la riconquistata sovranità formale di rimanere un fatto meramente giuridico se i rapporti di forza internazionali sono sfavorevoli? Domande aperte cui occorre saper rispondere con cautela e cura per non rimanere su una posizione formalistica ed astratta.</p>
<p>Una terza soluzione, intermedia, potrebbe essere quella di porsi oggettivamente contro la struttura istituzionale dei trattati europei proponendo politiche in contrasto con tali trattati, senza però declamare l&#8217;uscita formale dalla UE. In tal caso o la UE accoglie tale strappo modificando sé stessa, oppure si esce di fatto dalla UE.</p>
<p>Ritengo che la seconda e la terza soluzione siano decisamente le più realistiche. La preferenza per l&#8217;una o per l&#8217;altra è di tipo politico e strategico ed è meritevole di riflessioni che le forze antagoniste in Italia dovrebbe iniziare a condividere seriamente.</p>
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<p>In conclusione l&#8217;azione politica deve muoversi sui due binari intersecati dell&#8217;appoggio incondizionato alle legittime lotte sociali quotidiane del lavoro in tutte le sue forme (dipendente, autonomo, professionista) contro la voracità del capitale; e della costruzione di un progetto politico di trasformazione delle strutture sociali da condividere con tutti i soggetti, i gruppi e i movimenti che hanno compreso i punti essenziali della partita che si sta giocando. Tali forze dovrebbero avere la capacità, oggi ancora scarsa, di costituire un soggetto unico antagonista capace di porsi credibilmente e con moderazione nell&#8217;arena politica. Ad oggi troppe sono le scissioni e le declamate divergenze che indeboliscono gravemente quello che unito potrebbe rappresentare un forte potenziale di resistenza e di alternativa politica.</p>
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