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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Grecia</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Undici tesi ispirate dalla situazione greca</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2015 10:32:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Alain Badiou]]></category>
		<category><![CDATA[Alba Dorata]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Syriza]]></category>
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		<description><![CDATA[di Alain Badiou &#160; È più urgente che mai internazionalizzare la causa del popolo greco. Soltanto la cancellazione totale del debito assesterà un “attacco ideologico” all’attuale sistema europeo &#160; 1. Il “no” di massa del popolo greco non significa un rifiuto dell’Europa. Significa un rifiuto dell’Europa dei banchieri, del debito infinito e del capitalismo globalizzato. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img src="http://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories3/index.jpeg" alt="index" width="286" height="201" /></em></p>
<h3><em>di Alain Badiou</em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>È più urgente che mai internazionalizzare la causa del popolo greco. Soltanto la cancellazione totale del debito assesterà un “attacco ideologico” all’attuale sistema europeo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1.</strong> Il “no” di massa del popolo greco non significa un rifiuto dell’Europa. Significa un rifiuto dell’Europa dei banchieri, del debito infinito e del capitalismo globalizzato.</p>
<p><strong>2.</strong> Anche una parte dell’opinione nazionalista, e persino della destra estrema, ha votato “no” riguardo alle istituzioni della finanza? Al diktat dei governi reazionari europei? Ebbene, lo sappiamo che ogni voto puramente negativo è in parte confuso. La destra estrema, da sempre, può rifiutare certe cose che rifiuta pure l’estrema sinistra. Soltanto l’affermazione positiva di ciò che si vuole risulta chiara. E tutti sanno che ciò che vuole Syriza è opposto a ciò che vogliono i nazionalisti e i fascisti. Il voto non è dunque semplicemente una presa di posizione contro le esigenze antipopolari del capitalismo globalizzato e dei suoi servitori europei. È anche un voto che, per il momento, dona fiducia al governo Tsipras.</p>
<p><strong>3.</strong> Che ciò avvenga in Grecia, e non – come sarebbe normale – ovunque in Europa, indica che la “sinistra” europea è in uno stato di coma irreversibile. François Hollande? La socialdemocrazia tedesca? Il PSOE spagnolo? Il Pasok greco? I laburisti inglesi? Il PD italiano? Tutti questi partiti sono palesemente degli amministratori del capitalismo globalizzato. Non esiste più una “sinistra” europea. Vi è però una piccola speranza, ancora flebile, da parte di formazioni politiche inedite, legate al movimento di massa contro il debito e l’austerità, ossia Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. I primi, tutto sommato, rifiutano la distinzione tra “sinistra” e “destra”. La rifiuto anch’io. Tale distinzione appartiene al vecchio mondo della politica parlamentare, che deve essere distrutto.</p>
<p><strong>4.</strong> La vittoria tattica del governo Tsipras è un incoraggiamento per tutte le nuove proposte nel campo politico. Il sistema parlamentare e i suoi partiti di governo sono in crisi endemica da decenni, dagli anni ’80. Che Syriza ottenga in Grecia dei successi, anche se provvisori, concorre in Europa a ciò che ho chiamato “il risveglio della Storia”. Ciò non può che aiutare Podemos, e tutto ciò che accadrà, successivamente e altrove, sopra le rovine della democrazia parlamentare classica.</p>
<p><strong>5.</strong> Ciononostante, la situazione in Grecia resta a mio avviso molto difficile, molto fragile. È ora che cominciano le vere difficoltà. È possibile, visto il successo tattico del referendum, che li pone comunque in una posizione di accusati storici, che le Merkel, gli Hollande e gli altri delegati del capitale europeo modifichino le loro esigenze. Bisogna tuttavia agire senza badare troppo a loro. Il punto cruciale, ormai, consiste nel sapere se il voto per il “no” si prolungherà in un movimento popolare potente, che sostiene e/o esercita delle forti pressioni sul governo stesso.</p>
<p><strong>6.</strong> A tal proposito, come giudicare oggi giorno il governo Tsipras? Cinque mesi orsono ha deciso di cominciare con la negoziazione. Ha voluto conquistare tempo. Ha voluto poter dire che aveva fatto di tutto per pervenire a un accordo. Avrei preferito che cominciasse altrimenti: con un appello immediato a una mobilitazione popolare di massa, prolungata, che impegnasse milioni di persone, sulla parola d’ordine centrale dell’abolizione completa del debito. E che intraprendesse una lotta intense contro gli speculatori, la corruzione, i ricchi che non pagano le tasse, gli armatori, la Chiesa… Ma non sono un greco, e non intendo impartire lezioni. Non so se una tale azione incentrata attorno alla mobilitazione popolare, un’azione in qualche sorta piuttosto dittatoriale, fosse possibile. Per il momento, dopo cinque mesi di governo Tsipras, vi è un referendum vittorioso, e una situazione ancora completamente aperta. È già molto.</p>
<p><strong>7.</strong> Continuo a pensare che l’attacco ideologico più duro che si possa portare al sistema europeo attuale sia rappresentato dalla parola d’ordine della cancellazione totale del debito greco, debito speculativo di cui il popolo greco è perfettamente innocente. Oggettivamente, questa cancellazione è possibile: molti <a href="http://www.eunews.it/2015/07/07/thomas-piketty-la-germania-che-vuole-dar-lezioni-alla-grecia-non-ha-mai-ripagato-suoi-debiti/38909">economisti</a>, che non sono per nulla rivoluzionari, pensano che l’Europa debba annullare il debito greco. Ma la politica è soggettiva, e in ciò differisce dall’economia pura. Su questo punto, i governi vogliono assolutamente impedire una vittoria di Syriza. Dopo questa vittoria, vi sarebbe Podemos, e poi può darsi altre vigorose azioni popolari in altri grandi paesi europei. E poi, i governi, sospinti dalle lobby della finanza, vogliono punire Syriza, vogliono punire il popolo greco, piuttosto che regolare il problema del debito. Per punire coloro che vogliono questa punizione, il default del pagamento rimane la procedura migliore, quali che siano i rischi annessi. L’Argentina l’ha praticato qualche anno fa, e non ne è affatto morta, anzi!</p>
<p><strong>8.</strong> Si agita ovunque, a proposito della Grecia, la questione di un’“uscita” dall’Europa. Ma in verità, sono i reazionari europei che brandiscono tale questione. Sono loro a fare del “Grexit” una minaccia imminente. Vogliono spaventare la gente. La linea giusta, che è fino ad ora quella di Syriza come quella di Podemos, consiste nel dire: “Noi restiamo in Europa. Noi vogliamo solamente, il che è nostro diritto, cambiare le regole di quest’Europa. Noi vogliamo che cessi di essere una cinghia di trasmissione tra il capitalismo liberale globalizzato e la riproduzione della sofferenza dei popoli. Noi vogliamo un’Europa realmente libera e popolare”. Tocca ai reazionari dire che ne pensano di ciò. Se vogliono cacciare la Grecia, che ci provino! Su questo punto, la palla è nelle loro mani.</p>
<p><strong>9.</strong> Sullo sfondo, si agitano timori geopolitici. E se la Grecia si rivolgesse verso qualcun altro di diverso dai padri e dalle madri fustigatori dell’Europa? Allora, io direi: ogni governo europeo ha una politica estera indipendente. Ognuno coltiva delle amicizie semplicemente ciniche, come Hollande con l’Arabia saudita. Contro le pressioni alle quali è sottomessa, la Grecia può e deve avere una politica altrettanto libera. Siccome i reazionari europei vogliono punire il popolo greco, quest’ultimo ha il diritto di cercare degli appoggi esteriori, per diminuire o impedire gli effetti di questa punizione. La Grecia può e deve rivolgersi alla Russia, ai paesi dei Balcani, alla Cina, al Brasile, e anche al suo vecchio nemico storico, la Turchia.</p>
<p><strong>10.</strong> Quali che possano essere questi ricorsi, la situazione in Grecia sarà recisa dai greci stessi. Il principio del primato delle cause interne deve applicarsi a questa situazione. Ora, i rischi sono veramente più considerevoli, visto che Syriza non è al potere che formalmente. Già ora, lo si sa, lo si sente, le vecchie forze politiche intrigano nei corridoi. Oltre al potere di governo, acquisito in condizioni regolari, e non rivoluzionarie, e ai suoi effetti corruttori, ci si può con ogni evidenza porre le questioni classiche: Syriza controlla completamente la polizia, l’esercito, la giustizia, l’oligarchia economica e finanziaria? Chiaramente no. Il nemico interno esiste ancora, è sostanzialmente intatto, rimane potente, ed è sostenuto nell’ombra dai nemici esterni, compresa la burocrazia europea e i governi reazionari. Il movimento popolare e le organizzazioni di base devono sorvegliare costantemente gli atti del governo. Ancora una volta, il “no” del referendum non costituirà una vera forza se non si prolunga attraverso delle forti manifestazioni indipendenti.</p>
<p><strong>11.</strong> Un aiuto internazionale popolare, palese, mediatizzato e incessante dovrò appoggiare con tutte le sue forze la possibile insorgenza greca. Ricordo che, al giorno d’oggi, il 10% della popolazione mondiale possiede l’86% delle ricchezze possibili. L’oligarchia capitalista globale è molto ristretta, molto concentrata, molto organizzata. Contro di essa, i popoli dispersi, senza unità politica, rinchiusi nelle frontiere nazionali, resteranno deboli e quasi impotenti. Allo stato attuale delle cose tutto si gioca a livello globale. Trasformare la causa greca in causa internazionale ad alto valore simbolico è una necessità, quindi un dovere.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Articolo apparso originalmente l’8 luglio 2015 sul quotidiano francese <a href="http://www.liberation.fr/monde/2015/07/08/onze-notes-inspirees-de-la-situation-grecque_1345294">Libération</a>.</em></p>
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		<title>Grecia. Dall’assurdo al tragico</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2015 10:45:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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		<category><![CDATA[euro]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Stathis Kouvelakis  Chiunque stia vivendo, o anche solo seguendo, gli sviluppi in Grecia sa fin troppo bene il significato di espressioni: come “momenti critici”, “clima di stress”, “drammatico capovolgimento”, e “premendo sui limiti”. Con gli sviluppi da lunedì ad oggi, qualche nuovo vocabolo andrà aggiunto alla lista: l&#8217;”assurdo”. La parola può sembrare strana, o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h2><em><strong><a title="Post di Stathis Kouvelakis" href="http://www.linterferenza.info/author/stathis-kouvelakis/" rel="author">Stathis Kouvelakis</a> </strong> </em></h2>
<p><img id="itemImageImgTag" src="http://contropiano.org/media/k2/items/cache/0b4a88a6e764f7466b8c51f9d9f87872_L.jpg" alt="Grecia. Dall&amp;#039;assurdo al tragico" /></p>
<p>Chiunque stia vivendo, o anche solo seguendo, gli sviluppi in Grecia sa fin troppo bene il significato di espressioni: come “momenti critici”, “clima di stress”, “drammatico capovolgimento”, e “premendo sui limiti”. Con gli sviluppi da lunedì ad oggi, qualche nuovo vocabolo andrà aggiunto alla lista: l&#8217;”assurdo”.</p>
<p>La parola può sembrare strana, o un’esagerazione. Ma in quale altro modo si potrebbe definire il completo rovesciamento del significato di un evento incredibile come il referendum del 5 luglio, solo poche ore solo dopo la sua conclusione, da quelli che ha chiesto un “no” per cominciare?</p>
<p>Come si potrebbe spiegare che un leader di Nuova Democrazia come Vangelis Meimarakis e Stavros Theodorakis per To Potami – capi del campo sconfitto in modo così schiacciante domenica – sono diventati i portavoce ufficiali della linea da seguire da parte del governo greco? Come è possibile che un devastante “no” al Memorandum di politiche di austerità possa essere interpretato come un via libera per un nuovo protocollo? E per dirla in termini di senso comune: se erano disposti a firmare qualcosa di peggio e ancora più vincolante delle proposte del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, qual era il punto del referendum e la lotta per raggiungere la vittoria?</p>
<p>Il senso dell’assurdo non è solo un prodotto di questa inaspettata inversione. Esso deriva soprattutto dal fatto che tutto questo si sta svolgendo sotto i nostri occhi, come se nulla fosse accaduto, come se il referendum fosse qualcosa di simile a un’allucinazione collettiva che svanisce improvvisamente, lasciandoci continuare liberamente quello che si doveva fare prima. Ma poiché non siamo tutti diventati mangiatori di loto, lasciateci fare almeno un breve riassunto di ciò che è avvenuto negli ultimi giorni.</p>
<p>Domenica scorsa, il popolo greco ha stupito l’Europa e il mondo, rispondendo in massa alla chiamata del governo e, in condizioni senza precedenti rispetto agli standard del dopoguerra di qualsiasi paese europeo, ha votato in misura schiacciante “no” alle proposte esorbitanti e umilianti dei creditori. Sia la dimensione del “no” che la sua composizione qualitativa, con le sue enormi perventuali tra i lavoratori e i giovani, testimoniano la profondità delle trasformazioni che si sono susseguite, o meglio, che si sono cristallizzate in un così breve tempo, nella società greca.</p>
<p>Le mobilitazioni di massa del venerdì, il clima “dal basso” che ha prevalso nel corso dell’ultima settimana, per non parlare dell’ondata entusiasta della solidarietà internazionale, testimoniano l’enorme potenziale che era stato aperto dalla scelta popolare del conflitto politico.</p>
<p>Ma da Lunedi mattina, prima che le grida di vittoria nelle piazze del paese fossero ancora completamente svanite, il teatro dell’assurdo è cominciato. Sotto l’egida “pro Sì” del presidente della Repubblica, Prokopis Pavlopoulos, il governo ha convocato i capi dei partiti sconfitti per elaborare un quadro di riferimento per la negoziazione, ipotizzando la permanenza nell’euro come limite esterno invalicale della posizione greca e dichiarando espressamente che il governo non ha alcun mandato per lasciare l’unione monetaria.</p>
<p>La gente, ancora immersa nella foschia gioiosa della domenica, ha visto la rappresentanza del 62 per cento subordinata al 38 per cento nel momento immediatamente successivo a una clamorosa vittoria per la democrazia e la sovranità popolare.</p>
<p>Martedì scorso, il governo, con nessuna nuova “proposta” da fare, trasferisce le sue operazioni a Bruxelles per la riunione straordinaria dell’Eurogruppo e, com’era assolutamente logico, si è trovato di fronte a un nuovo e ancora più duro ultimatum. Il giorno dopo Euclide Tsakalotos inaugura i suoi doveri di ministro delle Finanze (per brevità tralasciamo il fattore delle dimissioni di Yanis Varoufakis, sottolineando semplicemente che questa era una richiesta dei creditori), inviando al meccanismo europeo di stabilità (MES), che gestisce l’organizzazione la maggior parte del debito greco, una lettera con la richiesta di un nuovo prestito di 50 miliardi di euro, che sarebbe stato accompagnato, naturalmente, da un terzo memorandum. Si prevedeva, infatti, che il parlamento avrebbe iniziato lunedi a votare per renderlo operativo.</p>
<p>La lettera di Tsakalotos prosegue con riferimenti all’intenzione della Grecia di “onorare i suoi obblighi finanziari verso tutti i creditori in modo completo e tempestivo.” E’ ovvio che, nonostante le assicurazioni che si sono sentite dopo la proclamazione del referendum per il “riavvio” delle discussioni da zero i “negoziati” sono ripresi esattamente dal punto in cui si era fermati, con i Greci ad abbassare l’asticella per la squadra avversaria ad ogni passo del cammino.</p>
<p>Lo stesso giorno, in attesa di nuove “Proposte” greche che avrebbeSyriza, l mio scopo fosse stato quello di portare la Grecia fuori dall’euro, non sarei andato immediatamente dopo la chiusura delle urne a fare le dichiarazioni che ho fatto ed interpretare il risultato del referendum non come un mandato per una rottura con l’Europa, ma come un mandato negoziale per rafforzare i nostri sforzi al fine di giungere a un accordo migliore”.</p>
<p>Ciò equivale al riconoscimento più o meno aperto che il risultato del referendum era stato interpretato con un fine specifico, che la trattativa andava conclusa a tutti i costi e che andava evitata una spaccatura.</p>
<p>Nello stesso discorso, il primo ministro illustra brevemente la filosofia che per molte settimane ha informato l’intero assetto della parte greca e alla quale la parentesi del referendum non ha provocato il benché minimo ripensamento:</p>
<blockquote><p>“In queste proposte abbiamo evidentemente intrapreso un potente impegno per raggiungere questo obiettivi fiscali sono necessari sulla base delle regole, perché riconosciamo, e rispettiamo, il fatto che la zona euro ha delle regole. Ma ci riserviamo il diritto di scelta, il diritto di essere in grado, come un governo sovrano, di scegliere dove posizionare, e dove aggiungere, il carico fiscale, in modo da essere in grado di raggiungere gli obiettivi fiscali richiesti”.</p></blockquote>
<p>Così il quadro è fissato: è quello di misure restrittive che assicurino i surplus fiscali e mirino al rimborso del debito. È incontestabilmente il quadro dei memorandum. Il disaccordo è sulla “ripartizione degli oneri”. Si tratta di una (presunta) variante di austerità “socialmente più giusta”, che sarà presentata come “redistribuzione” nello stesso momento in cui si perpetua la recessione (ogni riferimento a impegni per misure non recessive è stato cancellato) e l’impoverimento della maggioranza della popolazione.</p>
<p>Nel frattempo, e mentre queste rilassanti rassicurazioni vengono avanzate portando avanti la demolizione di ciò che è rimasto degli originari impegni programmatici di Syriza, c’è un dilagare dello stato d’assedio nel paese, con la Banca centrale europea che tiene chiuso il rubinetto della liquidità e sforbicia ancora di più il valore delle obbligazioni bancarie, il che porta inevitabilmente al collasso.</p>
<p>Eppure, nonostante la gravità della situazione e nonostante il fatto che attraverso l’imposizione dei controlli di capitale una parte della strada sia già stata fatta, nessuno, a parte Costas Lapavitsas e alcuni quadri della Piattaforma di sinistra, sta parlando di queste auto-evidenti e fondamentali misure di auto-protezione, che sono necessarie in circostanze di questo tipo, a partire dal controllo pubblico e dalla nazionalizzazione del sistema bancario.</p>
<p>La spiegazione di questo modo di fare è ovviamente molto semplice: qualcosa del genere metterebbe la Grecia con un piede fuori dall’euro, cosa che il governo non vuole assolutamente fare, nonostante il fatto che anche economisti mainstream come Paul Krugman affermino che “la maggior parte dei costi sono già stati pagati” e che è il momento per la Grecia “di raccogliere i frutti”.</p>
<p>Un semplice conclusione emerge da tutto questo: con le mosse che ha fatto la scorsa settimana, il governo ha ottenuto niente altro che un completo ritorno all’intrappolamento precedente, da una posizione molto più sfavorevole, sotto la pressione di un’ancora più implacabile soffocamento economico. Il governo è riuscito a sperperare a tempo di record l’iniezione potente di capitale politico fornito dal referendum, seguendo in tutti i punti la linea di coloro che gli si erano opposti e che hanno ora tutte le ragioni per sentirsi vendicati, pur essendo stati sconfitti alle urne.</p>
<p>Ma il referendum c’è stato. Non era un’allucinazione da cui ognuno di noi è ormai guarito. Al contrario, l’allucinazione è il tentativo di declassarlo a temporaneo “sbuffo di vapore”, prima di riprendere la discesa verso un terzo memorandum.</p>
<p>E sembra che il governo stia precisamente andando su questa strada suicida. Ieri, in tarda serata, ha inviato a tutti i membri del parlamento (MPS) un testo di dodici pagine scritte frettolosamente, in inglese, da esperti inviati dal governo francese e fondate sulla richiesta di Tsakalotos di un prestito di 50 miliardi di euro al fondo ESM.</p>
<p>Questo non è altro che un nuovo pacchetto di austerità – a dire il vero, un semplice “copia e incolla” del piano Juncker respinto dall’elettorato qualche giorno fa. Il suo nucleo è fin troppo familiare: avanzi primari, tagli alle pensioni, aumento della IVA e altre imposte, e una manciata di misure volte a dare un leggero sapore di “giustizia sociale” (ad esempio, un aumento da due punti delle imposte sulle società). Il documento è stato approvato da tutti i ministri principali, tranne Panos Kammenos, capo del partito dei Greci Indipendenti (ANEL), e Panagiotis Lafazanis, il leader della Piattaforma di sinistra.</p>
<p>Il parlamento è stato chiamato a votare su questo testo oggi, secondo le stesse procedure di emergenza che erano state precedentemente denunciate con forza da Syriza quando era all’opposizione. Per molti aspetti, questo processo può essere considerato un “colpo di stato parlamentare”, visto che al parlamento si chiede di votare un testo che non è né un disegno di legge, nè un accordo internazionale, dando una sorta di carta bianca al governo per firmare un accordo di prestito. Ma questa approvazione parlamentare esplicita è stata imposta come condizione per ogni ulteriore trattativa da parte del ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble.</p>
<p>Com’era prevedibile, e probabilmente anche pianificato, questa proposta di accordo ha scatenato un putiferio all’interno di Syriza. Per il momento, la maggior parte delle reazioni forti provengono da parte della piattaforma di sinistra e altre correnti di sinistra di Syriza, come il KOE, l’organizzazione maoista che ha quattro parlamentari. Durante l’incontro drammatico di oggi del gruppo parlamentare di Syriza, Lafazanis, Ministro dell’Energia e leader della Piattaforma di sinistra, ha detto che l’accordo è “incompatibile con il programma di Syriza” e che “non offre una prospettiva positiva per il Paese”. I ministri della piattaforma di sinistra dovrebbero dimettersi oggi.</p>
<p>Thanassis Petrakos, uno dei tre portavoce del gruppo parlamentare di Syriza e membro di spicco della Piattaforma di Sinistra, ha dichiarato:</p>
<p>Il “no” del referendum è stato un “no” radicale e di classe. Alcuni compagni di alto livello insistono nel dire che “non c’è altra via” logica. Dobbiamo prepararci all’uscita dalla zona euro e dirlo chiaramente alla gente. La sinistra ha un futuro, quando apre le sue ali verso l’ignoto, non verso il nulla. Coloro che insistono sulla scelta di restare nell’euro a qualunque costo dovrebbero sapere che si tratta di un disastro. Dobbiamo preparare un’uscita e aprire un nuovo percorso. I primi passi sono il controllo pubblico delle banche e della Banca centrale greca e un giro di vite sull’oligarchia.</p>
<p>Si dice che anche Varoufakis si sia opposto all’accordo, così come alcuni deputati del gruppo dei “cinquantatre” (l’ala sinistra della maggioranza), anche se in una riunione interna svoltasi ieri traspare un divario significativo tra i quadri di alto e medio livello, fortemente contrari all’accordo, e i parlamentari, molto più inclini a sostenerlo. La votazione che si svolgerà in tarda serata sarà certamente di importanza cruciale per gli sviluppi futuri, ma anche per il futuro di Syriza.</p>
<p>Qualunque cosa accada nelle prossime ore e giorni, una cosa deve essere chiara: ogni tentativo di annullare la volontà popolare per il rovesciamento dell’austerità e dei memorandum aumenta la hubris nell’antico senso greco del termine. Chi osa guidare il paese, e la sinistra, verso la resa e il disonore dovrebbe essere pronto ad affrontare la corrispondente Nemesis.</p>
<p>Tradotto da Wayne Hall in inglese.</p>
<p>Traduzione redazionale in italiano.</p>
<p>da <strong><em>https://www.jacobinmag.com</em></strong></p>
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		<title>Debito di stato e classi sociali: il caso greco</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2015 10:03:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[A. Tsipras]]></category>
		<category><![CDATA[BCE]]></category>
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		<description><![CDATA[Dante Lepore Forse il miglior modo di trovare come il debito affetta la nazione sarebbe quello di considerare il popolo in generale, come diviso in due classi, una di gente industriosa, e l’altra di oziosi; di riflettere, che ogni aumento di debiti produce da se stesso un aumento nel numero degli oziosi; ed ognuno converrà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/07/index.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5142" title="index" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/07/index-300x160.jpg" alt="" width="300" height="160" /></a><em></em></p>
<p><em><strong>Dante Lepore</strong></em></p>
<p><em>Forse il miglior modo di trovare come il debito affetta la nazione sarebbe quello di considerare il popolo in generale, come diviso in due classi, una di gente industriosa, e l’altra di oziosi; di riflettere, che ogni aumento di debiti produce da se stesso un aumento nel numero degli oziosi;</em><br />
<em>ed og<em>nuno converrà che questi vivono su i travagli ed a spese della classe industriosa: finalmente, di osservare, che fino a che la proporzione tra queste due classi è tale, che il carico imposto sugl’industriosi non sia troppo pesante</em>, potrà forse agire in modo da eccitare maggiormente l’industria.</em><br />
<em>Ma quando i carichi pesano al di là della proporzione che la natura delle cose</em><br />
<em>è in istato di soffrire, allora l’industria sarà calpestata, il commercio col forestiere fuggirà da noi, cadremo ben presto nella povertà e nel niente, e non saremo più che una nazione senza industria,</em><br />
<em>senza forze, e senza considerazione in Europa….</em><br />
<em>Allorché gl’industriosi e la classe del basso popolo che da per tutto sono i più numerosi e, quando lo vogliono, i più forti, vedranno che vanno a succumbere sotto un peso che non hanno più la forza di sopportare,</em><br />
<em>egli è probabile che rifiuteranno di pagare gl’interessi di un debito enorme</em><br />
<em>che essi non hanno formato, e che gli opprime, per risparmiare l’ozioso e l’infingardo.</em><strong>(1)</strong></p>
<p><a href="http://www.linterferenza.info/attpol/debito-di-stato-e-classi-sociali-il-caso-greco/attachment/immagine/" rel="attachment wp-att-2085"><img src="http://www.linterferenza.info/wp-content/uploads/2015/07/immagine-e1436198856701.jpg" alt="immagine" width="594" height="300" /></a></p>
<p><strong>(2)</strong></p>
<p>Con eventi come questa miserabile trattativa con la Troika su come, quanto e a quali condizioni debba esserci restituzione del debito da parte del “popolo greco” ai creditori europei (entro il 30 giugno, 1,6 miliardi di euro al FMI (<em>il cui direttore, la signora C. Lagarde, è soprannominata la “commare secca”, ossia “la morte”, perché ossessionata dal rischio longevità, ovvero dal fatto che, se la vita continua ad allungarsi, sarà un problema pagare le pensioni</em>); 6,7 miliardi alla BCE entro il 20 luglio, in realtà sulla ristrutturazione di complessivi 280 miliardi di debito), ci si può convincere, con un po’ di attenzione, di quanto sia forte l’occultamento dell’essenziale e l’ostentazione di ciò che è ingannevole e secondario, pur di favorire col terrore una sequela di manovre di spremitura continua dei redditi da lavoro. Né si riflette abbastanza sul fatto che quando le banche concedono prestiti non è per aiutare i bisognosi, in realtà si garantiscono delle entrate e dei tassi aggiuntivi sul capitale nel tempo, come quando il pivello va a chiedere il mutuo per la casa e deve sottoscrivere decine di fogli di garanzia, i diritti di carta che la vezzosa funzionaria gli sottopone dandogli l’immagine visiva del capitale fittizio. Con tali patti scannatori (garanzie!) agli stessi pescecani della finanza internazionale, cinici e inamovibili creditori del debito ellenico: banche, stati europei (a loro volta indebitati come l’Italia ma viventi sul debito), e al FMI, alla BCE, è già tornato il 90% dei prestiti, mentre lo Stato e le banche greche, non meno parassiti degli altri, hanno appena sniffato il restante 10%. Ebbene, i miliardi di cui sopra sono concessi in cambio di tali garanzie: ristrutturazioni, privatizzazioni, tagli alla spesa sociale (welfare) e, guarda caso, mai tagli o soppressioni delle rendite, dei profitti, degli interessi, delle imposte. Ci si dimentica che A. Tsipras vinse le elezioni grazie ad una promessa (o nella speranza) verso il “popolo” greco se non proprio di cancellazione del debito con la Troika, almeno di una ristrutturazione di esso. Ma il popolo ha l’inconveniente che è composto in tutti i paesi capitalisti, di borghesi e proletari, e verso i primi, specie la finanza di Bruxelles e le arpie come la Lagarde e i mostri come Frau Merkel e Scheubele, Tsipras ha garantito alcune <em>riforme</em>, come quella delle pensioni, dell’Iva, e la facilità di licenziamento nel pubblico impiego, mentre la borghesia interna, quella greca, degli armatori e petrolieri, è rimasta, come vedremo, esentasse. Ci si dimentica pure troppo facilmente che nei precedenti salvataggi dei default della Germania, sia il governo greco che quello italiano acconsentirono obtorto collo aMerkel, l dimezzamento e alla cancellazione dei debiti di guerra, perché nessuno poteva frenare, ma solo ritardare lo sviluppo economico e la ripresa tedesca, vera manna per i capitali americani, gli unici disponibili per un’intera Europa da ricostruire. Nel senso che, il debito si può comunque cancellare, potendolo fare.</p>
<p>Per chiarire ciò, è utile rammentare che nel primo dopoguerra, la Repubblica di Weimar aveva un debito di Stato di 132 miliardi di marchi (280% del Pil tedesco del 1913). Il 60% venne rapidamente cancellato e i pagamenti annuali ridotti a 2 miliardi di marchi (appena oltre il 4% del Pil). Il paese finì in ginocchio per la proverbiale iperinflazione (il marco valeva meno della carta su cui era stampato), così nel 1923 fu inevitabile addivenire ad una moratoria. I vincitori della guerra vararono il Piano Dawes, che tra l’altro consentiva alla Germania di pagare solo una piccola parte del debito, ed emettendo un nuovo debito con scadenza a 25 anni e un tasso di interesse del 7%. Con il crollo di Wall Street e la crisi finanziaria mondiale del 1929, il PIL della Germania, già fragile, nel 1932 precipitò del 24% rispetto al 1928, la produzione industriale dimezzò e la disoccupazione salì a +470%. Alla Conferenza di Losanna, terminata il 9 luglio del 1932, le potenze europee vincitrici della Grande Guerra (Francia, Gran Bretagna e Italia) nei fatti decisero l’annullamento quasi totale del debito di guerra tedesco. Dopo la cancellazione delle “riparazioni”, il partito nazista trionfava alle elezioni del 31 luglio 1932. Hitler pervenne al potere nel gennaio successivo, e di “debito di guerra” non se ne parlò più. Il ciclo economico riprese con un classico: la guerra, i marchi andarono a investirsi nell’industria bellica costruendo i costosi panzer nell’ambizione ad unificare manu militari l’Europa; un po’ come gli altrettanto costosi, ma a quanto pare anche malriusciti e malfunzionanti F35 attuali! In quella occasione, nei quattro anni di occupazione tedesca, dall’aprile 1941 fino all’ottobre 1944, la Grecia fu costretta ad un “prestito”, per pagare ai nazisti il costo dell’invasione del proprio territorio, di ben 476 milioni di marchi (circa 11 miliardi di € attuali) che la Banca centrale greca fu costretta a versare nelle casse del Reich<strong>(3)</strong>. La disastrosa conclusione della guerra condusse la Germania alla divisione e al secondo ancora più grande default di fatto, nel 1953, quando alla Conferenza di Londra l’ammontare del debito di guerra tedesco dopo il 1945 aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari di allora pari al 100% del Pil tedesco<strong>(4)</strong>. Nel trattato, cui aderirono 21 paesi, i 23 miliardi furono dimezzati a 11,5 e dilazionati in 30 anni. Senza quell’accordo, ancora oggi, la Germania dovrebbe pagare un debito per ancora 50 anni. Per l’occasione furono gli Stati Uniti ad imporre alla Grecia e agli altri paesi di accettare L’altra metà sarebbe dovuta essere rimborsata ad eventuale riunificazione. Ma nel 1990, l’allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione, che avrebbe procurato un ulteriore default. Nel 2010 la Germania finiva di pagare l’ultima rata del debito di 69,9 milioni di €. Una volta diradate le nubi della confusione, della demagogia e della menzogna, apparirebbe in chiaro ciò che da almeno cinque anni i governi e le classi dominanti in Europa cercano di occultare: il fatto che l’indebitamento pubblico greco enorme rispetto al PIL (175%), non accomuna affatto in una sorta di <em>unione sacra </em>tutto il popolo greco e le sue classi, che invece erano e restano inevitabilmente antagoniste e inconciliabili. Più semplicemente, è sfacciatamente falso che “ogni cittadino” europeo sia creditore della Grecia. Un ottuso nazionalismo dei poveri ma imbecilli impedisce di vedere che al contrario i padroni del mondo hanno superato da un pezzo l’ottica nazionalista, perché il campo d’azione è mondiale e diversamente non sussisterebbe. Per tale motivo tutti i creditori internazionali di cui sopra della Grecia riescono a indurre i colleghi di Atene a porre in vendita a prezzi convenienti l’aeroporto di Atene, la lotteria, grandi centri commerciali, terreni, spiagge, casinò a Rodi e Corfù, compagnia nazionale del gas, 35% della compagnia nazionale del petrolio, 49 per cento delle ferrovie, 39% delle poste, e così via. Dal lato degli acquirenti troviamo ad es, per le compagnie delle acque di Atene, la francese Suez Environnement e la israeliana Mekorot, cosa che mostra la sua natura di classe perché ha già fatto triplicare, ma non basta, il prezzo dell’acqua e ridurre drasticamente il personale,<strong>(5)</strong> Cercherò pertanto di mostrare come il debito pubblico dello stato greco è una grandezza economica che non unisce gli strati della società greca ma anzi li contrappone. Il giornale londinese «The Guardian» rivela che la fetta più consistente dei 240 miliardi di € (altre fonti danno 275) prestati alla Grecia tra il 2010 e il 2012 (attualmente il debito ammonta a 320 miliardi!) è andata a finire nelle casse delle banche che avevano prestato denaro prima del crollo<strong>(6)</strong>. È il classico patto satanico tra apparati statali e banche: gli uni salvano le altre e viceversa. È necessario distrarre le menti per un attimo dalle contraddittorie paure che i media mainstream cercano di alimentare. Lo scopo della stampa serva non è informare ma creare correnti d’opinione e fazioni per la propria ingorda guerra, facendoci credere che nel suo complesso l’indifferenziata Grecia, <em>tutt</em><em>i </em>i greci insieme e appassionatamente, alla stregua di vere e proprie cicale spendaccione rispetto ai creditori, non onorando il loro debito, ci sottrarrebbero ben 600 € a testa per vivere, come noi del resto siamo accusati (quando non c’è la Grecia di mezzo) di vivere al di sopra delle possibilità.<strong>(7)</strong> Molto più spudoratamente si è attribuita la colpa alla poca voglia di lavorare che avrebbero i lavoratori greci, i quali con 2.017 ore lavorate annue pro capite risultano al primo posto in Europa e al terzo tra i 34 paesi dell’OCSE, dopo quelli sud-coreani (2.193 ore di lavoro l’anno) e quelli cileni (2.068 ore)<strong>(8)</strong>. Questo mito è stato pesantemente adoperato qui in Italia da Monti-Fornero e governi suc- cessivi per i tagli della <em>sp</em><em>e</em><em>n</em><em>di</em><em>n</em><em>g rewiew</em>, presentata subdolamente come l’etica della formica risparmiosa, per rastrellare denaro fresco a chi produce senza intaccare rendite e parassitismi vari e per farci ingoiare l’idea che il tenore di vita di ognuno è dato da quanto ognuno <em>può </em>spendere, anche se, come capita anche in Italia, quando le differenze tra le <em>p</em><em>o</em><em>s</em><em>si</em><em>b</em><em>i</em><em>l</em><em>i</em><em>t</em><em>à </em>di ognuno sono divenute ormai così abissali come vedremo, un motivo ci sarà. Neppure in Italia la faccenda è conclusa (il debito statale non si è ridotto con la ricetta Monti-Fornero ma è arrivato al 137% del PIL, sempre più avanti rispetto alle previsioni), e questo sarà un<a href="http://www.linterferenza.info/attpol/debito-di-stato-e-classi-sociali-il-caso-greco/attachment/immagine-1/" rel="attachment wp-att-2091"><img src="http://www.linterferenza.info/wp-content/uploads/2015/07/immagine-1-e1436203216890.jpg" alt="immagine 1" width="400" height="240" /></a> altro capitolo, che anticipiamo col grafico qui a fianco, pubblicato dal compagno Attilio Folliero dal suo blog in Venezuela<strong>(9)</strong>. Partendo dall’indispensabile confronto mondiale, secondo uno studio del <em>W</em><em>o</em><em>r</em><em>l</em><em>d Institute for Deve</em><em>l</em><em>o</em><em>p</em><em>m</em><em>e</em><em>n</em><em>t Economics  Re</em><em>s</em><em>ea</em><em>r</em><em>c</em><em>h </em>(Istituto Mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo), la metà della popolazione mondiale con reddito più basso detiene circa l’1% della ricchezza globale<strong>(10)</strong>, detto in altri termini, circa l’1% possiede la metà del reddito mondiale e inoltre, oltre 3 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, vive con meno di 2 $ al giorno<strong>(11)</strong>. Il fenomeno macroscopico del gigantismo della forbice tra chi <em>pu</em><em>ò </em>tanto e chi niente è simboleggiato da un dato: Bill Gates ha un patrimonio netto dell’ordine dei 50 miliardi di dollari. All’incirca 140 paesi al mondo hanno un PIL annuo inferiore alla ricchezza di Bill Gates. Il modo mistificatorio di presentare le cose come se tutti fossimo sulla stessa barca, complice un giornalismo servo, menzognero e distratto, induce il popolo, ben imbottito di luoghi comuni e impaurito a dovere, a ignorare il fatto che mentre esso paventa gli effetti del default greco o le “invasioni” dei migranti o i furti dei rom o gli stupri e le decapitazioni dell’ISIS, il governo italiano gli sta preparando, accanto alle altre ugualmente silenziose, una batosta persino per quando sarà defunto, quando anche dal suo funerale la voracità dello stato spendaccione riuscirà a tirar fuori altro denaro, da circa 300 € a defunto a salire.(<strong>12)</strong> Che il debito pubblico sia inevitabilmente tendente a salire e che ciò non dipenda dalla buona o cattiva amministrazione dei governanti lo si tocca con mano quando si constata che il problema investe tutti gli apparati statali e le pubbliche amministrazioni del mondo nei diversi regimi politici. È una tendenza del capitale alla completa sussunzione reale della vita in tutte le sue manifestazioni, da quella biologica a quella relazionale tra gli esseri umani. L’asservimento alla macchina capitalista deve essere totale e totalizzante perché ogni ingranaggio funzioni. In questo senso il capitale non teme nulla nel suo andare avanti come un rullo compressore a velocità crescente anche verso la propria rovina, come i ratti dietro al pifferaio di Hamelin. Naturalmente rendendo capitalista ogni funzione, anche quella morale ed estetica, ha bisogno di sempre più funzionari, rappresentanti, facenti veci, segretari, intermediari che si sviluppano come per partenogenesi, che coprano le funzioni più disparate, tutte cose che costano e dunque hanno un prezzo che alla lunga tendono a soffocare l’intero corpo sociale.</p>
<p>Un esempio lo vedremo nel sistema delle tangenti e mazzette negli appalti, e in genere nel sistema della corruzione, che è assimilabile ad una forma di lavoro sommerso del capitale nella fase della sua decadenza e di putrescenza e regressione sociale. Per i lavoratori e per i pensionati italiani, i quali ultimi non possono sperare neppure nella restituzione dei pochi € che spetterebbero, solo a chi lo chiedesse, e solo per pensioni tre volte la minima (1500 € lordi) l’idea (fasulla!) di vedersi sottratti (anche senza sapere come!) 600 euro, è un elemento di terrore, di incertezza, di angoscia. Questa idea folle deriva da decenni di diseducazione prona, servile (anche da parte della cosiddetta “sinistra”, quando si chiamava ancora PCI) ed acquiescente alla distorta concezione per cui lo Stato siamo tutti noi, anziché essere il nemico numero uno, in quanto comitato d’affari della borghesia, delle banche, degli speculatori, dei parassiti, e dai cui provvedimenti sempre guardarsi perché volti ad estorcere reddito dai produttori.</p>
<p>Insomma le colpe dell’abnorme debito pubblico greco, come del resto di altri debiti pubblici, con questa idea fasulla che siamo tutti nella stessa barca nazionale, vengono addossate esattamente a tutti, compresi, oltre ai lavoratori, anche i grandi capitalisti e alla chiesa ortodossa greca, che, per chi non lo sapesse, sono esentasse. Ma come sarà evidente, su quella barca nazionale costituita dal popolo, alcuni prendono il sole, altri remano. E i preti greci ortodossi non pagano tasse e, come in Italia dall’unificazione in poi, anche in Grecia la Chiesa rappresenta la quota più alta della rendita immobiliare, possedendo terreni, immobili, alberghi, centri turistici, imprese. Certamente la Grecia è scarsa parte dell’Europa (all’incirca quanto una Lombardia), il suo PIL rispetto a quello della UE è solo il 2% e il suo debito pubblico incide solo del 3% circa su quello europeo, ma la sua flotta mercantile è la prima del mondo, dopo aver sorpassato quella giapponese nel 2013 in piena crisi<strong>(13)</strong> e i suoi armatori (famigerata oligarchia di alcune centinaia di miliardari detti “paperoni” d’alto rango) ne rispecchiano la potenza avendo una quasi totale esenzione fiscale sugli enormi profitti esteri, secondo una norma costituzionale risalente al 1967, anno del colpo di stato dei militari, e recepita ancora dalla costituzione del 1975. Ciò ha consentito loro tra il 2000 e il 2010 di trasferire all’estero 140 miliardi di utili esentasse (43% del debito pubblico greco). Neppure le minacce (rientrate!) di patrimoniale da parte di Tsipras riescono a smuoverli. Questi “paperoni” posseggono una ricchezza davvero spaventosa, se ne contano decine tra i più ricchi del mondo. Possiedono flotte intere e interessi ramificati in tutti i settori dal petrolifero all’edile, aeronautico, finanziario e controllano banche nel Regno Unito, in Svizzera e a Monaco. Per i Greci si valutano 600 miliardi migrati all’estero. Basterebbero la metà per pagare il debito, togliendone solo parte a quegli ultra miliardari, lo stillicidio di questa estenuante trattativa finirebbe in meno di 24 ore. E se poi toccare questi interessi è un tabù stabilito da qualche ignota divinità “costituzionale”, ci sarebbero altre maniere per colmare il debito. Delle 6.575 imprese <em>offshore </em>(quelle operanti in condizioni di agevolazione fiscale e di anonimato dei proprietari, insomma nei cosiddetti paradisi fiscali) solo alcune decine pagano tasse, mentre la stragrande maggioranza froda il fisco greco grazie alla complicità guarda caso del presidente della Commissione europea Juncker.</p>
<p>La piccola Grecia poi, per quanto piccola, sperpera il 3,1% del suo PIL<strong>(14)</strong> disastrato in armamenti (più di GB e F in testa agli altri paesi per spesa militare al di là dei balletti delle cifre), e il suo indebitamento è andato crescendo secondo i dati SIPRI, proprio dal 2005 al 2009, prima dello scoppio della crisi. Se al di sopra o al di sotto delle sue “possibilità” vediamolo. La spesa militare greca già nel 2014 assorbiva il 2,2% del Pil (pari circa a 4 miliardi di €) e la previsione per il 2015 era di 4,2 miliardi, pari al 2,3%, dato più basso rispetto a quello dell’Istituto di Stoccolma. Comunque, esattamente come nel 2013. Qualcuno fa notare che dai 6 miliardi del 2009 ai 4 di oggi, qualche taglio c’è stato, però il problema nasce dal fatto che pochi paesi vantano una incidenza della spesa militare in percentuale sul PIL così alta come la Grecia: l’Italia si aggira intorno all’1%, la Germania intorno all’1,2% nel 2014, la Francia, notoriamente l’imperialismo più aggressivo in Africa, va sull’1,8% ma il confronto non regge con i tagli in altri settori meno golosi ad es. per la Germania, la quale per cinque anni stranamente vuole un taglio alla spesa pubblica greca ma non a quella militare. I maligni sottolineano lo scandalo scoppiato tempo fa secondo cui al ministero della difesa greco venivano pagate mazzette (per 18 milioni!) per “incoraggiare” l’acquisto di sottomarini Poseidon<strong>(15)</strong>, carri armati Leopard 2A6 Hel<strong>(16)</strong>, missili Stinger e i caccia F-15. Chi li produce? La Krauss-Maffei Wegmann, tedesca, manco a dirlo.<strong>(17)</strong> In definitiva, la spesa maggiore è per il 38% in aerei da combattimento, tra cui 26 F16 comprati alla Lockeed Martin, 25 Mirage 2000 dalla Dassault, francese (1,6 miliardi di €). Da ultimo, a bocciare la proposta della Commissione Europea centrata sulla risistemazione dei conti attraverso una riduzione della spesa militare<strong>(18)</strong> si sono uniti il FMI e la NATO e persino l’ultima proposta di Tsipras di tagliarla di 200 milioni nel 2015 e 400 nel 2016 è stata stoppata dal no di Juncker.<strong>(19)</strong> Il banchetto ricco di corruttela proprio degli armamenti è connesso anche a quello delle grandi opere e infrastrutture, in cui includere i 20 miliardi € delle olimpiadi triplicati rispetto alle previsioni, una manna per le tangenti internazionali, anche italiane.</p>
<p>Ma il problema di ogni debito pubblico sono gli interessi crescenti che fanno lievitare l’ammontare negli anni, con cifre sotto gli occhi di tutti, e su cui nessuno stato, compreso l’Italia, è disposto a fare sconti, ma tutti, compreso Renzi, chiedono al governo greco l’introduzione di tasse, es. l’IVA, e altre misure d’austerità per garantirsi il rendimento dei propri crediti. La voracità del capitale finanziario rispetto al divino tasso d’interesse ha portato a 40,6 i miliardi di € che gli stati e grandi banche europei e del FMI si sono goduti, non certo a spese dei paperoni di cui sopra, che come si è visto non solo sono esenti ma qualche volta sono implicati anche nelle partite di giro finanziarie. A fare le spese sono proprio i lavoratori che, oltre a lavorare più degli altri, come abbiamo visto, sono in prima linea nelle misure punitive. Si è arrivati ad una disoccupazione del 27,6% che tra i giovani sotto i 35 anni supera il 60%. 3800 lavoratori alla settimana i licenziati. Il 30% delle imprese ha chiuso tra il 2010 e 2013. Solo i folli gli strozzini e i mafiosi chiedono ancora soldi in queste condizioni o offrono ulteriori crediti a prezzi profumati. Ma lo strozzinaggio esercitato sui lavoratori licenziati e senza lavoro  porta a far si che si tolgano sussidi ai disoccupati, col risultato che quelli che ne ricevevano siano diminuiti del 63,7%. E avanti a valanga: giovani sulla soglia della povertà: 44%. Discesa salariale: dal 2010, del 38%, delle pensioni, del 45%. Se non erano pensioni da nababbi, si-gnifica condanna a morte, infatti alcuni vecchi stanchi di rovistare nei cassonetti si suicidano, come quello, famoso, in piazza Syntagma (vedi qui sotto la lettera). La spremitura sui redditi delle famiglie ne ha provocato la discesa del 39%, con una crescita, di riflesso, della mortalità infantile di ben il 42,8%. E ciò è comprensibile perché non si è potuto vaccinare il 20% dei bambini e ormai il 1 greco su 10 non ha più assistenza sanitaria, il 44% delle famiglie non ha da pagarsi il riscaldamento, circa un milione di persone risultano registrate presso servizi di ca-rità e ONG per aiuti alimentari.<strong>(20)</strong></p>
<p><a href="http://www.linterferenza.info/attpol/debito-di-stato-e-classi-sociali-il-caso-greco/attachment/immagine-2/" rel="attachment wp-att-2093"><img src="http://www.linterferenza.info/wp-content/uploads/2015/07/immagine-2-e1436203352674.jpg" alt="immagine 2" width="600" height="848" /></a></p>
<p>a cura di <strong>DANTE LEPORE</strong>, per l’Associazione Culturale <strong>PonSinMor</strong></p>
<p>…………..</p>
<p><em><strong>(1)</strong> GAETANO FILANGIERI, La Scienza della Legislazione, 1780-1783. Opera monumentale subito tradotta in più lin-gue in tutto il mondo e in Italia, e… messa all’Indice.</em><br />
<em> (<strong>2</strong>) Chi detiene il debito pubblico della Grecia in Corriere della Sera, 5 gennaio 2015.</em></p>
<p><em><strong>(3)</strong> G. DROGO, Tutta la storia dei debiti di guerra della Germania che Tsipras vuole indietro, in Next Quotidiano, 10 febbraio 2015, http://www.nextquotidiano.it/perche-la-germania-non-paghera-i-danni-alla-grecia/</em><br />
<em> (<strong>4)</strong> Sul London debt agreement del 1953 cfr. LEONARDO MAISANO, Quando fu la Grecia a chiedere il conto alla Germania, in Il Sole 24 Ore, 3 aprile 2012.</em><br />
<em> (<strong>5)</strong> Il dato in Quante balle sulla Grecia e il suo debito!, a cura di Redazione de “il cuneo rosso”, 18 gennaio 2015.</em><br />
<em> (<strong>6)</strong> &lt;http://www.theguardian.com/world/2015/jun/29/where-did-the-greek-bailout-money-go?CMP=f</em>b_gu&gt;.<br />
<em><strong> (7)</strong> Esempi di indecente e servile campagna in questo senso sono articoli di autorevoli giornali economici come il Sole 24Ore quando cercano di dimostrare che sono gli italiani che ci perdono quando le loro banche prestano soldi allo stato greco. Un es, l’art. di ISABELLA BUFACCHI, Quanto costa la Grecia al contribuente italiano, in Il Sole 24 Ore, 28.01.2015</em></p>
<p><em><strong>(8)</strong> Fonte: OCSE 2012.</em><br />
<em> (<strong>9)</strong> ATTILIO FOLLIERO, Italia: PIL e Debito pubblico dal 1861 al 2015, Caracas, 22.o6.2015, in http://umbvrei.blogspot.it/.</em><br />
<em> (<strong>10)</strong> &lt; https://en.wikipedia.org/wiki/Distribution_of_wealth&gt;.</em><br />
<em> (<strong>11)</strong> &lt;http://hope.convio.net/site/PageServer?pagename=hms_poverty_statistics&gt;</em><br />
<em> (<strong>12)</strong> Cfr: http://www.laleggepertutti.it/92449_nuove-imposte-2015-arriva-la-tassa-sulla-morte. La disposizione, pre-sentata dall’On. Stefano Vaccari, prevede l’Iva al 10% sui servizi funebri, sino ad oggi esenti dall’imposta; si</em> <em>parla di spese aggiuntive a partire da 300 € a funerale; per ciascuna operazione </em><em>cimiteriale, sia tumulazione che crema-zione, è prevista una nuova tassa fissa di 30 Euro, destinata ad aumentare, anno per anno, in base agli indici Istat relativi al costo della vita e così vi sarà, tra l’altro, un aumento della Tasi.</em></p>
<p><em><strong>(13)</strong> Cfr. E. MARRO, Ecco chi sono i tre Paperoni greci più ricchi (e perché non pagano tasse), in Il Sole 24 ore, 3 luglio 2015. In http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-07-02/paperoni-greci-philip-niarchos-61-anni-patrimonio-11500-milioni-dollari-173003.shtml?uuid=ACC3upK&amp;nmll=2707#navigation..</em></p>
<p><em><strong>(14)</strong> Cfr. l’ottimo articolo Quante balle sulla Grecia e il suo debito!, a cura di Redazione de “il cuneo rosso”, 18 gen-naio 2015.</em><br />
<em> (<strong>15)</strong> Pe questi, la Hdv e la Ferrostaal avrebbero pagato 23,5 milioni di euro.</em><br />
<em> (<strong>16)</strong> Per garantirsi una commessa di 170 carri armati Leopard, missili Stinger e caccia F-15, la Krauss-Maffei Weg-mann, la Rhienmetall e la Atlas hanno pagato in totale ad Antonis Kantas, il numero uno del settore armamenti del ministero della difesa greco, mazzette per 3,2 milioni di euro. L’elenco potrebbe continuare con la Siemens, che ha ammesso il versamento di 1,3 miliardi di euro in tangenti per assicurarsi commesse e appalti alle olimpiadi del 2004, ai danni della società greca Ote. E poi la Daimler, la Deutsche Bahn… (cfr. i già citato Quante balle sul-la Grecia e il suo debito!, a cura di Redazione de “il cuneo rosso”, 18 gennaio 2015.).</em><br />
<em> (<strong>17)</strong> http://www.lanotiziagiornale.it/grecia-spese-militari-folli-su-ordine-di-germania-e-fmi-dossier-shock–della-nato-sullacquisto-di-armi-e-le-rivelazioni-di-wikileaks-atene-fu-costretta/#.VZVg7qvV2us.facebook</em><br />
<em> (<strong>18)</strong> Ivi</em><br />
<em> (<strong>19)</strong> Ivi.</em></p>
<p><em><strong>(20)</strong> I dati nell’art. citato del Cuneo rosso.</em></p>
<p>Fonte: <a href="http://www.ponsinmor.info/" rel="nofollow" target="_blank" data-reactid=".u.$mid=11436223154255=2a21f8e8b4f4871b695.2:0.0.0.0.0.0.$range0:0">www.ponsinmor.info</a>  5 luglio 2015</p>
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		<title>Albe dorate, albe tragiche e altri albori</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2014 23:37:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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<h1 class="entry-title">  <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/simboloalbadorata.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4127" title="simboloalbadorata" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/simboloalbadorata-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></h1>
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<h1 class="entry-title">Eugenio Orso</h1>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em>Premessa</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I liberaldemocratici tutti, i sinceri democratici politicamente corretti, i progressisti e i riformisti, le sinistre ormai quasi completamente asservite a neocapitalismo, finanza internazionalizzata ed Eurotower, da tempo agitano lo spettro di un rigurgito nazifascista in Europa, spingendosi con piglio propagandistico ben oltre il pericolo della diffusione di un semplice ”euroscetticismo” e lo spauracchio populista che minaccia, in situazioni di de-emancipazione e d’impoverimento di massa, questa splendida democrazia dell’euro, del mercato, della finanza sovrana e dello strangolamento sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pericolo più insidioso che si sbandiera in Europa, in questa tragica alba d’inizio millennio, è quello del moltiplicarsi e del prevalere delle “albe dorate”. Dopo la Grecia tocca all’Ungheria, con qualche presenza anche in Italia. Un fenomeno raccontato esclusivamente come rigurgito del nazismo, in piena eurozona e nell’unione non monetaria, minacciando, per spaventare le masse, ritorni al demonizzato novecento delle dittature, delle guerre e degli orrori. Si manipola il passato, ci si nasconde dietro riscritture storiche artefatte, si agitano mediaticamente e opportunisticamente gli spettri dell’antisemitismo, dell’omofobia, della violazione dei (falsi) diritti liberaldemocratici e neocapitalistici, per esorcizzare il pericolo di “derive” di massa nel vecchio continente, sotto i morsi della crisi strutturale perenne. Il messaggio è chiaro. T.I.N.A. e Alternativlos, ossia senza alternative praticabili allo status quo ultraliberista, come dissero rispettivamente Thatcher e Merkel, perché l’insorgente pericolo neonazista – quanto e più di quello sovranista, nazionalista e populista – deve essere scongiurato. Soprattutto non c’è alcuna alternativa possibile agli “stati uniti d’Europa”, all’euro, ai mercati, al dominio sopranazionale della global class e alle dinamiche finanziarie. La sinistra neoliberista ha abbandonato definitivamente il terreno della lotta per la giustizia sociale e del confronto di classe, abiurando comunismo, socialismo, laburismo e persino la socialdemocrazia meno spinta. Oggi è in prima fila nel gridare “al lupo, al lupo”, a starnazzare per l’affacciarsi della minaccia neonazista nell’Europa sottomessa all’euro e al mercato sovrano, mentre le condizioni di vita delle masse precipitano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono, ovviamente, più “pacati euroscettici” che in alcun modo si possono definire neonazisti, al più nazionalisti e sovranisti, come ad esempio il Partito indipendentista del Regno Unito di Nigel Farage (United Kingdom Indipendence Party) e il Partito del popolo danese di Pia Kjærsgaard (Dansk Folkeparti). E c’è il temuto Fronte Nazionale di Marine Le Pen (Front National, nato nel lontano 1972 da Ordre Nouveau e ispirato dal vecchio MSI italiano), ben strutturato e organizzato in un paese come la Francia, fondamentale per la tenuta di quel doppio maligno dell’Europa che è l’unione. In relazione al Front National, data la crucialità della Francia nello “scacchiere” europeo e l’importanza che conserva a livello internazionale, sarebbe opportuno fare un discorso mirato, in separata sede. Tanto più che stiamo parlando di una potenza nucleare. Ma la diffusione delle “albe dorate”, per quanto limitata in termini di consensi e di paesi interessati, porge ottimamente il destro e consente di suonare le grancasse della propaganda europoide, neoliberale e neocapitalistica. Soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovo dell’ europarlamento di Bruxelles e Strasburgo, che si terranno nel 2014. Le elezioni europidi sono principalmente un rito elettoralistico, in buona parte una simulazione di partecipazione popolare all’interno dell’eurolager e fumo negli occhi per i popoli detenuti. Il parlamento che ne scaturisce non decide strategicamente i destini del vecchio continente, non essendo la commissione, la bce, gli opachi potentati finanziari internazionali e i centri di potere tedeschi. Questa volta, però, le elezioni europee potranno avere una certa importanza come “termometro” della febbre anti-europoide e anti-unionista a livello popolare. Se le forze sovraniste, nazionaliste e populiste conseguiranno risultati clamorosi – in particolare in un paese fondamentale per la persistenza unionista come la Francia – Lor Signori non potranno più sentirsi tanto al sicuro e dovranno correre ai ripari, per evitare che il loro impianto di potere collassi. Lo faranno seguendo una delle due seguenti strade: 1) Scatenando criminalizzazioni delle “forze ribelli” e repressioni all’interno dei singoli paesi, servendosi dell’ampio spettro di collaborazionisti locali su cui possono contare (politici, giornalisti, accademici, burocrati, giudici, polizie e gendarmerie mercenarie). Questa è la soluzione che mi pare più probabile. 2) Modificando nella sostanza le politiche imposte agli stati succubi e applicate dai collaborazionisti politici. Soluzione che mi pare molto meno probabile, perché il modo storico di produzione che globalizza il mercato, trasforma l’uomo e i rapporti sociali e crea valore finanziario non può che funzionare così. Il nuovo capitalismo del terzo millennio non è emendabile, come lo era il capitalismo del secolo scorso, che ha conosciuto una riforma della portata di quella keynesiana. In tali contesti, e con tali prospettive future, si deve inquadrare il fenomeno “Alba Dorata” e lo spauracchio neonazista agitato dai pubblicisti del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo di fare un po’ di chiarezza in proposito, andando oltre i luoghi comuni della propaganda sistemica e gli allarmi diffusi da giornalisti, politici e intellettuali ascari, in molti casi, se non in tutti, democraticissimi euroservi “di sinistra” senza etica e senza vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/metaxas.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4129" title="metaxas" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/metaxas-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong><em>Chrysí</em><em>̱</em><em> Av</em><em>̱</em><em>g</em><em>í</em><em>̱ (Aurora Dorata): nazionalismo e metaxismo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Alba dorata originaria – Chrysí̱ Av̱gí̱ – è greca che più greca non si può ed esiste in vita non da una manciata d’anni, ma come partito dal 1993, cioè da un ventennio. Anzi, la rivista Chrysí̱ Av̱gí̱ è comparsa nei primi ottanta e il movimento è nato nel 1985, per opera del fondatore Nikólaos Michaloliákos, un ex delle forze speciali dell’esercito greco, attivo in politica fin da giovane. Il suo simbolo è il Meandro, cioè la greca, di color nero in campo rosso, che secondo alcuni assomiglia pericolosamente alla svastica. Echi nazionalisti, sovranisti e metaxisti caratterizzano questa formazione politica. E’ bene, volendo analizzare correttamente il fenomeno delle “albe dorate”, fare riferimento all’originale – il partito greco di  Michaloliákos e Christos Pappas – e considerare due aspetti rilevanti che lo connotano, oltre al supposto neonazismo, peraltro contestato da Alba dorata: il <em>nazionalismo greco</em>, indissolubilmente legato alla storia di quella nazione nel novecento e nell’ottocento, e il <em>metaxismo</em>, che non ha riscontro alcuno in altri paesi europei (né in Ungheria né in Italia). Partiamo dal secondo aspetto, per poi trattare il primo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong><em>metaxismo</em></strong>, sbrigativamente liquidato come “fascismo greco”, fa riferimento alla figura storica di Ioannis Metaxas, generale e uomo politico della Grecia nella prima metà del novecento. Classe 1871, nato nella mitica Itaca di Ulisse, Metaxas ha combattuto contro il tradizionale nemico turco e partecipato con alto grado alle guerre balcaniche del 1912-1913. Contrario all’entrata in guerra nel primo conflitto mondiale, fiero oppositore di Venizelos, fedele al re Costantino I (di origini germaniche) che fu deposto dallo stesso Venizelos nel 1917, il generale Metaxas arrivò al potere grazie a Giorgio di Grecia, figlio di Costantino I, che nel 1935 si riprese il trono. Il suo governo, definito dittatoriale e fascista dai più, promosse misure a vantaggio dei lavoratori e del popolo, come la giornata lavorativa di otto ore e l’istituzione di forme di stato (e assistenzialismo) sociale, per acquisire il favore popolare e contrastare la crescente influenza comunista sulle masse. Una politica filo-popolare, non ostile al mondo del lavoro, e un atteggiamento filo-albionico in politica estera caratterizzarono il governo sicuramente autoritario di Metaxas. Questo personaggio, che non voleva la partecipazione greca al secondo conflitto mondiale, seppe respingere la dissennata invasione italiana della Grecia della fine dell’ottobre 1940, costringendo le truppe italiane a ripiegare in Albania. Criticato, ma anche amato dal popolo per la sua dedizione alla patria e le sue politiche socialmente equilibrate, il generale Metaxas morì alla fine di gennaio del 1941, con la seconda guerra mondiale in pieno corso. Un uomo di governo accusato di essere un dittatore, che aveva preso il potere in una situazione interna difficile, e non avendo molte alternative nel 1936 ha sospeso il parlamento e abrogato norme costituzionali. Un generale accusato di filo-fascismo che ha efficacemente difeso il suo paese dall’invasore italiano e fascista. Di lui possiamo dire, pur non essendo specialisti in storia della Grecia moderna, che fu contrario alla partecipazione ai due conflitti mondiali novecenteschi, che fu fedele al suo paese (e al re), che applicò politiche economiche e sociali favorevoli ai lavoratori, ai contadini, al popolo, alle classi dominate. Un duro militare, un ottimo comandante in grado di respingere l’attacco di Mussolini, sicuramente autoritario, ma non certo un mostro, un massacratore sociale ed effettivo, o un traditore del suo paese al servizio dei poteri esterni come lo sono stati, in questi anni, George Papandreou (l’”americano” da parte di madre, terza generazione di una celebre dinastia politica, dimissionato come Berlusconi), Lucas Papademos (il non eletto, ex vice presidente bce voluto dalla troika, simile al Monti commissario europide) e l’ultimo in ordine di apparizione, Antonis Samaras (il gestore del disastro finale, quello delle “larghe intese” con i resti del Pasok e con il Dimar moderatamente sinistrorso, uno che per noi italiani può corrispondere benissimo a Enrico Letta). Persino scontato il fatto che si possano apprezzare le politiche economiche e sociali di Metaxas – soprattutto in rapporto a quelle imposte alla Grecia di oggi dal fmi e dall’unione europoide, con la complicità dei collaborazionisti locali – e il suo secco no, Okhi, all’ultimatum di Mussolini del 1940.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio un’ora di libertà che un quarantennio di schiavitù e prigionia. I versi di Rigas Velenstinlis ben riassumono la lotta per l’indipendenza dal giogo ottomano e lo spirito del <strong><em>nazionalismo greco</em></strong>. Una lotta iniziata nel diciottesimo secolo, con la rivolta della Morea, e conclusasi formalmente il secolo successivo, nel 1832. Il patriottismo e il nazionalismo greci si sono diffusi, a partire dal mille e settecento secolo dei lumi e di grandi cambiamenti culturali, fra i fuoriusciti e gli esuli in Europa, gettando le basi per la lotta contro l’oppressore ottomano, al potere fin dal 1453, e per un vero e proprio “risorgimento greco”. A questo proposito, si ricorda il ruolo e il peso di una società segreta come la Filikí Etería, costituita a Odessa nel 1814, dal 1820 guidata da un protagonista della riscossa patriottica greca come <a title="Alessandro Ypsilánti" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Ypsil%C3%A1nti"><span style="color: #000000;">Alessandro Ypsilánti</span></a>. Questa società di amici, che adottò come simbolo un anello, fu preceduta da una società di mutuo soccorso costituita a Parigi. Fra i fondatori di Filikí Etería, si ricordano Athanásios Tsákalov ed Emmanuel Xánthos, che si impegnarono per l’indipendenza e la solidarietà fra i greci. In questo fiorire di associazioni patriottiche e culturali – la citata Filikí Etería non fu certo l’unica e la sola – ci fu anche lo “zampino” della massoneria, ma è proprio dagli ambienti degli esuli e degli emigrati nel resto d’Europa, che è arrivata una spinta decisiva per la guerra d’indipendenza contro l’impero ottomano. Altrettanto importanti furono le influenze esterne, come quella della Rivoluzione francese. La guerra d’indipendenza vera e propria iniziò nel 1821, dalla Patrasso dell’arcivescovo ortodosso Germanos all’Epiro, per opera di Alì Pascià. I turchi riuscirono a venire a capo della situazione con le armi, e molta impressione fece, nel resto d’Europa, il massacro della popolazione a Chio, nel 1822., tanto che giunsero volontari, più o meno illustri, a combattere dalla parte dei greci, come il poeta Lord Byron dall’Inghilterra e l’italiano Santorre di Santarosa. La causa greca ebbe molto sostegno all’estero e suscitò simpatia all’interno delle potenze europee di allora, e furono proprio la Russia, la Francia e la Gran Bretagna a risolvere – avendo, però, sempre presenti i loro interessi geostrategici di potenze imperiali – sconfiggendo la flotta ottomana a Navarino e occupando l’insanguinata Morea. In seguito, ci furono il trattato di Adrianopoli del 1829, che poneva la Grecia sotto il protettorato delle potenze vincitrici, e l’indipendenza successivamente sancita a Londra nel 1830. L’indipendenza non riguardò tutta la Grecia, perché alcune parti europee rimasero in mani ottomane, e sicuramente non i greci stanziati in Asia minore, ma si costituì con grande tributo di sangue un vero e proprio stato greco, che esiste ancor oggi. Le potenze vincitrici in qualche modo imposero ai greci la monarchia e affidarono il trono a un tedesco, nel 1832, Ottone, principe ereditario di Baviera. E’ chiaro che secoli di dominazione ottomana, sanguinosa e umiliante, nonché una lunga guerra per l’indipendenza, con grande tributo di sangue da parte della popolazione, restano nella “memoria storica” di un intero popolo – non solo delle sue “classi dirigenti” – continuando a influenzarlo nei decenni. Così è nel caso dell’”epopea” del popolo greco, alle origini della Grecia moderna. Lo spirito nazionale – troppo spesso confuso con un becero e interessato nazionalismo o con una vera e propria ideologia nazionalista – non è un fatto negativo, tanto più che lo spirito nazionale, nel novecento, animò non soltanto le destre, ma anche i comunisti greci, nelle loro lotte per il socialismo contro regimi oppressivi e contro gli assetti capitalistici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Chrysí</em><em>̱</em><em> Av</em><em>̱</em><em>g</em><em>í</em><em>̱ (Aurora Dorata): razzismo, omofobia, antisemitismo e neonazismo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il breve résumée storico che precede, articolato su due punti, lascia intendere che se veramente fossero soltanto il metaxismo e il nazionalismo greco a ispirare la politica e i comportamenti di Alba Dorata, non si potrebbe in alcun modo parlare di neonazismo, nonché di razzismo (biologico), omofobia e antisemitismo. Nella realtà, la Lega Popolare–Alba Dorata di Michaloliákos, attiva come movimento fin dagli anni ottanta e come partito dai novanta, presenta lineamenti e comportamenti ambigui, tali da porgere il destro ai pubblicisti della liberaldemocrazia, del libero mercato e dell’”Europa” monetaria e finanziaria che demonizzano chiunque osi porsi con un piede (o con tutti e due) fuori dal sistema. <em>L’ostilità nei confronti degli immigrati</em> di qualsiasi provenienza è valsa l’accusa di razzismo, <em>il duro comportamento nei confronti degli omosessuali</em> vale l’accusa di omofobia, <em>l’ostilità nei confronti degli ebrei</em> suscita l’accusa infamante di antisemitismo, <em>i riferimenti, più o meno espliciti, a Hitler e al nazionalsocialismo delle origini</em> alimentano i sospetti di neonazismo. Sono tutte cose vere, che poco hanno a che vedere con lo spirito nazionale greco e il metaxismo, ma che si possono convenientemente spiegare all’interno delle logiche manipolative e di dominio neocapitalistiche, nonché alla luce della costruzione unionista europoide, nella gabbia dell’eurozona.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’ostilità nei confronti degli immigrati</em></strong> non riguarda soltanto formazioni come Alba Dorata, non è limitata a quella che si definisce “estrema destra”, spesso aggiungendo xenofoba, ma è più in generale un riflesso del neocapitalismo, che fomenta la competizione, o vere e proprie guerre fra poveri (cioè fra neoplebi) per dominare incontrastato. Del resto, quella che possiamo chiamare a pieno titolo “società aperta di mercato” richiede la distruzione degli aspetti culturali tradizionali e specifici, una fraintesa multietnicità e soprattutto flussi di nuova manodopera a costo sempre più basso. Consideriamo, ad esempio, il caso danese, paese ancora ricco, non in situazioni di crisi (e subalternità all’unione europoide e alla bce) come l’Europa mediterranea. Anche in Danimarca, a causa delle dinamiche neocapitalistiche e globaliste, la questione dell’immigrazione è da anni molto sentita, creando allarme fra gli autoctoni. Il DF, Partito del popolo danese che ha fatto della lotta all’immigrazione la sua bandiera politica, appoggiando dall’esterno esecutivi di coalizione fra liberali e conservatori (esempio non italico di “larghe intese”), è riuscito a far passare misure restrittive a riguardo dell’immigrazione e degli immigrati. Il successo del DF (Dansk Folkeparti) è in buona parte ascrivibile alla lotta contro l’immigrazione e all’attenzione per l’identità culturale del popolo danese, ma non solo, perché questo partito, oltre che islamofobo, è “euroscettico”, favorevole al mantenimento dello stato sociale e … filo-israeliano. La fobia nei confronti degli immigrati non è prerogativa di formazioni violente e più o meno esplicitamente neonaziste, ma riguarda, oltre al citato DF danese, anche la Lega Nord in Italia, per anni partito di governo del tutto interno al sistema, con tanto di ministri e sottosegretari. Si tratta di una reazione generale dei popoli europei – per quanto scomposta, a volte violenta e ingiusta nei confronti degli immigrati – contro l’imposizione di una fraintesa multietnicità e della società aperta che fa il paio con il neocapitalismo finanziarizzato. E nello stesso tempo si connota sempre più spesso come una guerra fra poveri, messi in competizione da un modo storico di produzione – il nuovo capitalismo finanziarizzato – che ri-plebeizza le popolazioni europee attraverso lo strumento di dominazione unionista dell’euro e sfrutta forza-lavoro di altra provenienza, con poche pretese e a basso costo, suscitando e alimentando i flussi migratori, non di rado gestiti da organizzazioni schiaviste e criminali. Da un lato, ci si procura forza lavoro che non chiede particolari tutele, disposta a lavorare in condizioni inaccettabili per gli autoctoni, dall’altro si agisce sul potere d’acquisto e sulle paghe nominali degli europei, riducendole. E’ chiaro che la situazione può diventare esplosiva in presenza di tassi di disoccupazione alti o altissimi. Le paghe, in Grecia, si sono dimezzate dall’inizio della crisi suscitata dalla troika, dai mercati finanziari e dalla germania (volutamente in minuscolo), e il potere d’acquisto di salari e stipendi è in discesa, da anni, anche in Italia, mentre la disoccupazione è oltre il 25% in Spagna, dove le paghe si sono notevolmente abbassate, nonostante le menzogne dell’euroservo politico locale Mariano Rajoy e la finta ripresa. Persino in Germania c’è stata perdita di potere d’acquisto e riduzione delle paghe con i mini-job. L’ostilità nei confronti degli immigrati e il razzismo non sono prerogative di Alba Dorata e di formazioni simili nel resto d’Europa, ma sono altrettanti effetti della dominazione finanziaria e neocapitalistica, dentro e fuori dell’eurozona. Anche a questo servono la costruzione unionista europoide e l’euro. E’ certo, però, che devastare le misere bancarelle degli immigrati nei pressi del sagrato di una chiesa (per commercio illegale!), come hanno fatto esponenti di Alba Dorata nel 2012, non è un’azione coraggiosa, non ha niente a che vedere con una difesa efficace dei diritti del popolo greco e della sovranità nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il duro comportamento nei confronti degli omosessuali</em></strong> non è prerogativa di Alba Dorata e dei presunti neonazisti. Ci sono governi che si oppongo esplicitamente ai cosiddetti “diritti delle minoranze”, sponsorizzati al nuovo capitalismo e dal suo doppio politico, cioè la democrazia liberale di matrice anglo-americana. Pensiamo al governo russo e a Putin, che tentano un’estrema difesa delle specificità culturali dei russi e della famiglia tradizionale. Persino in Francia c’è stata una robusta e diffusa protesta popolare contro l’introduzione delle nozze gay da parte del governo socialista ed euroservo dello screditatissimo Hollande. Per dovere di chiarezza, preciso che personalmente non nutro sentimenti di netta ostilità nei confronti dei “sessualmente diversi”, ma non posso nascondere un po’ di insopprimibile fastidio “omofobico”. Tuttavia, non me la sento di condannare senza appello il governo russo e Putin, o i manifestanti francesi contrari a questo “diritto della minoranza”, poiché, secondo le mie personali chiavi di lettura della realtà sociale e politica, la questione omosessuale è sfruttata propagandisticamente dai pubblicisti del capitalismo finanziarizzato e della democrazia liberale per conseguire, a danno dei popoli e delle classi dominate, due risultati rilevanti. La distrazione di massa dai problemi economici che attanagliano tutti, eterosessuali e omosessuali, e la progressiva distruzione della famiglia tradizionale, che costituisce un ostacolo per una società completamente “aperta al mercato”, individualizzata all’estremo e immemore delle tradizioni. Il modello di “società aperta di mercato”, che si sposa con il modo di produzione sociale neocapitalistico, per affermarsi richiede la dissoluzione dei precedenti vincoli di classe, di comunità e anche il ridimensionamento del ruolo della famiglia costituita da un uomo, una donna e dai figli. Infatti, la famiglia è l’unità essenziale delle società umane, ma rappresenta un ostacolo sulla via della piena individualizzazione neocapitalistica e neoliberale dell’uomo. La grottesca caricatura di famiglia proposta dai “difensori dei diritti delle minoranze”, con riferimento ai cosiddetti matrimoni gay e alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali, contribuisce quantomeno a ridimensionare il ruolo della famiglia tradizionale, a beneficio della trasformazione della struttura sociale nel senso voluto dalle élite finanziarie dominanti. Ciò vale in linea di massima sia in Europa, dall’eurozona alla Federazione Russa, sia altrove nel mondo. Le associazioni di gay e lesbiche, inoltre, apparentemente favorite dall’imposizione di norme che esaltano i diritti delle minoranze a scapito della maggioranza, non di rado “ci marciano”, rivelando una certa dose di cinismo e di opportunismo. E trasformando i cosiddetti gay pride in manifestazioni pagliaccesche, carnevalesche quando non oscene, e persino provocatorie. E’ chiaro che in una situazione sociale tesa, di generale immiserimento e de-emancipazione di massa, che tende pericolosamente a precipitare da un momento all’altro, gli omosessuali – quanto gli immigrati – possono diventare l’obbiettivo di vigorose reazioni di segno contrario, come quella rappresentata da Alba Dorata. E questo indipendentemente dalla maggior o minor crudezza delle azioni “omofobiche”, anche nel caso in cui la cosiddetta omofobia si limita alla distribuzione di volantini contro il gay pride, come ha fatto la formazione politica greca in occasione del gay pride di Atene del 2005. Per quanto mi riguarda, è proprio la strumentalizzazione della questione omosessuale, operata dai pubblicisti del mercato, dai diffusori del “politicamente corretto” e dai servitori politici del nuovo capitalismo, a generare in qualche misura reazioni, anche violente, di segno contrario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’ostilità nei confronti degli ebrei</em></strong>, non sempre limitata a una critica al movimento sionista e alle politiche dei governi israeliani in Palestina, è storia vecchia. Spesso è un’eco del passato, perché in vaste aree d’Europa la presenza ebraica è ormai del tutto marginale e, quindi, si tratta di un antisemitismo senza ebrei. Ancor oggi, nella difesa dell’integrità territoriale, culturale e nazionale – argomento al quale sono molto sensibili i gruppi detti di destra o di estrema destra – si individuano come nemici principali le “lobby sioniste” e “l’onnipotenza ebraica”. Ciò accade anche in Grecia, naturalmente, e la questione investe, oltre che formazioni politiche come Alba Dorata, addirittura alcuni membri del clero ortodosso, che dal pulpito attaccano ebrei e sionismo. Tuttavia c’è da credere che nel caso di Alba Dorata l’antisemitismo e il negazionismo siano marginali e strumentali, utili, in campagna elettorale, a far parlare del partito, dentro e fuori il paese, e ad attrarre qualche voto in più. Per quanto mi riguarda, l’olocausto ebraico per mano dei nazisti tedeschi (e dei tedeschi in generale, complici come popolo) è diventato una vera e propria “religione olocaustica” – esattamente come ha scritto Costanzo Preve in Elementi di Politicamente Corretto – usato strumentalmente per eternare i sensi di colpa e la subalternità europea nei confronti dell’oltre oceano, e destinato, in quanto religione, addirittura a sostituire il cristianesimo e lo stesso ebraismo. Antisemita diventa, perciò, anche chi si permette semplicemente di criticare le politiche adottate dai governi d’Israele nei confronti dei palestinesi, o le azioni e gli scopi del movimento sionista, senza che gli passi neppure per la mente di inneggiare all’espulsione o allo sterminio degli ebrei in quanto tali, o di negare la veridicità storica dell’olocausto. Una corrente antisemita, in Grecia, si sviluppò fra le due guerre mondiali, sia pur in forme meno violente ed estreme rispetto a ciò che accadde in Germania, in Ungheria e in Romania. Persino a Salonicco – che per molto tempo, dal mille e cinquecento ai primi del novecento, fu città europea sotto dominazione ottomana a maggioranza ebraico-sefardita e poi, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, al 40% – non vi furono gli eccessi antisemiti che funestarono l’Europa centrale (pogrom del 1931 con incendio di un quartiere ebraico a parte). Tanto più che l’ascesa al potere di Metaxas, nel ’36, interruppe le violenze antisemite. Alcuni ebrei greci e di Salonicco, scampati ai campi di sterminio tedesco-nazisti, combatterono con i partigiani comunisti dell’Elas e poi parteciparono alla guerra civile greca (1946-1949) dalla parte dei comunisti, mentre altri combatterono nella guerra civile fra le file dei governativi. In conclusione, l’antisemitismo non è propriamente greco. In Grecia ha rappresentato un fenomeno meno vistoso e meno drammatico rispetto ad altri paesi europei, e lo sterminio degli ebrei greci nei primi anni quaranta è notoriamente opera dei tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/images.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4130" title="images" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/images.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a><strong><em>I riferimenti, più o meno espliciti, a Hitler e al nazionalsocialismo</em></strong>, secondo alcuni, sono riflessi dallo stesso simbolo del partito, un pezzo di antico Meandro greco, scelto opportunamente, a imitazione della svastica, e rappresentato in campo rosso. L’uso della croce celtica, che ha connotato nel dopoguerra vari movimenti di estrema destra in Europa è anche cosa vera. A questo si aggiungono le cose scritte sulla rivista alle origini del movimento (e poi del partito) Chrysí̱ Av̱gí̱ e le dichiarazioni recenti e passate di esponenti della formazione, a partire dal “socio” fondatore Nikólaos Michaloliákos. A ciò si aggiungono, inoltre, l’atteggiamento negazionista in relazione all’olocausto ebraico e la difesa dei collaborazionisti greci, al servizio dell’asse nella seconda guerra mondiale, gli Euzoni di Ioannis Rallis. In un’intervista alla rivista geopolitica Limes del dicembre dello scorso anno, il giornalista greco Dimitri Deliolanes, che ha scritto addirittura un libro sulla presunta minaccia della “Grecia nazista” nei confronti dell’Europa, sostiene che Alba Dorata è il partito dei seguaci di Hitler, parla di adesione totale al nazismo, poiché <em>“non c’è aspetto che venga tralasciato: l’antisemitismo, le teorie razziali, l’elemento esoterico riportato addirittura nel nome, che richiama Golden Down</em>.” Sostiene Deliolanes, in tal caso giustamente, che il nazionalismo greco non ha nulla a che vedere con la teoria del sangue e della razza alla quale sembra aver aderito Alba Dorata, prevalendo gli aspetti culturali. Delionanes, nonostante l’evidente sopravvalutazione del fenomeno Alba Dorata, giunta finora ad un picco nazionale di appena il 7% dei voti, risponde in modo abbastanza sensato all’intervistatore, quando afferma quanto segue: <em>“</em><em>L’Ue ha applicato in Grecia </em><span style="color: #000000;"><a href="http://temi.repubblica.it/limes/contro-larroganza-della-germania/38345" target="_blank"><span style="color: #000000;">una politica fallimentare</span></a></span><em>, mentre la classe dirigente nazionale pur di nascondere le proprie responsabilità nella crisi non ha fatto altro che accettare passivamente le ricette di Bruxelles. Il risultato è stato che agli occhi dell’opinione pubblica greca sia l’Unione Europea sia la classe politica nazionale sono apparsi totalmente delegittimati e le istanze di critica della democrazia provenienti da formazioni di estrema destra come Alba Dorata [Ad] hanno guadagnato consensi.”</em> Non dice, però, che trattandosi dell’insorgenza di una questione sociale gravissima, addirittura epocale, si può addirittura apprezzare uno come Hitler (al quale Michaloliákos fa l’occhiolino) per le sue politiche economiche e sociali, a fronte di politiche euroglobaliste e finanziarie di rapina, particolarmente distruttive per i paesi e i popoli soggetti. Politiche dei poteri esterni supportate e applicate da classi dirigenti collaborazioniste della troika, in condizioni di cessione integrale della sovranità dello stato. A dire il vero, secondo alcuni è stato proprio un folle e sanguinario dittatore come Adolf Hitler il più grande keynesiano della storia. Con altre parole, uno che ha concretamente applicato nel suo paese, sia pur per la sola “razza ariana” e nell’imminenza di una guerra di conquista dell’Europa, misure economiche rivolte a massimizzare l’occupazione, gli investimenti e a espandere la domanda aggregata, con l’intervento di uno stato sovrano in grado di imbrigliare il mercato. Questo è il punto. Per chi è soggetto alla strage sociale neoliberista ed europoide, per chi concretamente rischia fame, disperazione e morte, data la situazione di emergenza in cui si trova, anche un neonazismo dalle forti connotazioni sociali, stataliste e dirigiste – che promette di assicurare pane, stabilità nel lavoro e reddito – può essere migliore di questo capitalismo, democratico, politicamente corretto, (euro)globale, inevitabilmente e volutamente stragista, per le sue dinamiche finanziario-elitiste di sfruttamento integrale. L’unione europoide promette soltanto riduzione forzata del debito, stabilità insensata dei conti pubblici, difesa strenua della moneta unica in mani private e delle entità bancarie, altrettanto private. Sovranità nazionale politica e monetaria, diritto al lavoro e attenzione per la socialità sono antitetici rispetto al “progetto europeo” in atto, di matrice squisitamente neocapitalistica e neoliberale. Un progetto pensato, elaborato e applicato contro i popoli europei, che ha avuto come primo banco di prova e come prima cavia proprio la Grecia. Nessuno stupore, quindi, in una situazione emergenziale come quella greca – creata dalla dominazione neocapitalistica e dall’unionismo europide, che è una sua struttura sopranazionale di potere – se nelle elezioni politiche del giugno 2012 Chrysí̱ Av̱gí̱ è arrivata a un (comunque modesto) 7% dei voti, con 18 seggi in parlamento. Nonostante i forti sospetti di neonazismo e i media avversi. Quando ti mettono le tasse sulla casa nella bolletta dell’energia elettrica, così se non le paghi, perché non hai più reddito sufficiente, ti tagliano anche la luce, com’è accaduto in Grecia, capisci che è l’impianto europide e neoliberista di potere, supportato dai collaborazionisti locali (pasok, nuova democrazia, persino l’ inutilissima syriza che trattiene la vera protesta), il tuo vero nemico, la vera minaccia per la tua stessa sopravvivenza. Parimenti, quando sei costretto a portare cibo e medicinali a un parente ricoverato, per la sottrazione di risorse alla sanità pubblica, cominci a riflettere seriamente e, messo con le spalle al muro, puoi giungere a quelle conclusioni. Persino un dissennato tentativo di riedizione del nazismo, montando la disperazione sociale, può rappresentare un’alternativa migliore, una via di fuga praticabile. Se il nazismo, quello originale e tedesco, ha significato storicamente violenza e guerra, il neocapitalismo finanziario, democratico, liberale e da noi europide, significa, già oggi, ma soprattutto in prospettiva futura, ancor più violenza e ancor più guerra, sociale e tradizionale. Un male in prospettiva peggiore del vecchio “male assoluto” europeo, incarnato dal nazismo storicamente esistito. In conclusione, mi sento di fare una semplice considerazione sul neonazismo, che non vale esclusivamente in Grecia, ma per tutta l’Europa sotto il giogo unionista. Si tratta principalmente di un effetto della situazione sociale e politica innescata nell’eurozona dai trattati, delle prassi mercatiste antipopolari e della moneta unionista. Più precipita la situazione e più il fenomeno neonazista trova terreno fertile. Il rigetto, da parte delle popolazioni vessate, del “progetto europeo”, del capitalismo rigorista finanziario, che sfrutta il ricatto del debito e della moneta, ed anche della stessa democrazia liberale, ancella politica neocapitalista (meglio sarebbe scrivere prostituta), può assumere forme discutibili in assenza di vere alternative politiche, integrali, chiare e strutturate. Ma nella sostanza il rigetto della falsa Europa unionista e della sua democrazia, qualunque direzione si segua, è perfettamente spiegabile, condivisibile e addirittura “fisiologico”. Astraendo dalla disgustosa propaganda sistemica, europoide e neoliberale, che lo strumentalizza per i suoi scopi, osserviamo che il neonazismo è parte del nuovo male assoluto neocapitalistico e non può rappresentare una vera cura, ma semplicemente un effetto del grande male dell’epoca. Ciò che vale per Chrysí̱ Av̱gí̱ accusata di neonazismo vale, più in generale, per le tutte le “albe dorate” e i partiti o i movimenti con caratteristiche simili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Albe dorate e altri albori nell’alba tragica europea</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’allarme intorno al ricomparire di partiti e movimenti che si ispirano al nazismo mobilita tutte le forze “politicamente corrette” e più o meno esplicitamente europoidi. Benché formazioni politiche con questa ispirazione esistono da decenni, oggi, in situazioni di crescente tensione sociale e di possibile rivolta all’interno dei paesi oppressi, danno particolarmente fastidio “al manovratore” sopranazionale. Il motivo è semplice da comprendere e poco ha a che vedere con fantomatici principi democratici e di libertà, sbandierati propagandisticamente. Latitando forze cosiddette di sinistra che tentano una difesa degli interessi delle classi dominate contro la tirannia unionista – tutte “comprate” e ascare, quando non neutralizzate o estinte – sovranisti, nazionalisti, “euroscettici”, populisti e persino i cosiddetti neonazisti possono sperare di raccogliere a piene mani il consenso popolare, dando voce al disagio profondo nella società, colmando il deficit di rappresentanza politica  e aumentando la loro forza e la loro influenza. L’avvio di una fase che io definisco protorivoluzionaria (per distinguerla dalla vera Rivoluzione) potrebbe essere vicino, nel vecchio continente. Piuttosto che morire di euro, mercati globalizzati e debito pubblico (e di democrazia, prostituta neocapitalistica) i popoli potrebbero decidere di “lavorare con la legna che c’è in cantiere”, appoggiando queste forze politiche emergenti. Fra queste, non andando troppo per il sottile, anche le “albe dorate”.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo l’attivista e libertario Yorgo Mitralias, Alba Dorata (da lui definita “peste nera”) non è solo un fenomeno greco, perché <em>“L’esplosione della destra neofascista in Grecia, somiglia a quelle degli anni Trenta, durante una crisi economica e sociale simile a quella attuale.”</em> C’è ovviamente una parte di verità in queste parole e come specifica lo stesso Mitralias la crisi e le tragedie sociali che la accompagnano non sono specificamente greche. Quelli “di sinistra”, però, demonizzano e creano il mostro lasciando volutamente in ombra i due punti essenziali della questione: 1) Il fenomeno in questione è un effetto, politico e sociale, di questo capitalismo globalizzato, che fra i suoi strumenti di dominio e di esproprio di diritti e risorse annovera le “istituzioni europee” unioniste, la bce, la commissione e la moneta unica. Si tende, ipocritamente, a scambiare la causa con l’effetto, oppure a far apparire il fenomeno in questione originario, o comunque peggiore del male che l’ha generato (cioè il neocapitalismo finanziarizzato). 2) Le gravi responsabilità e le colpe della sinistra europea, totalmente subalterna al neocapitalismo, fagocitata negli impianti di dominio e potere della democrazia liberale e collaborazionista delle eurocrazie che hanno creato l’eurolager. Disposta a sostenere governi di tecnocrati non eletti che applicano i programmi della bce, della commissione e del fmi (Papademos e Monti). Ciò vale per il ridimensionato pasok greco come per il vergognoso pd italiano. Si scrive, per esorcizzare Alba Dorata e forse per mondarsi l’anima, un Manifesto Antifascista Europeo e si manifestano intenzioni “movimentiste” per combattere il piccolo mostro neonazista, prima ancora delle eurocrazie assassine che ci tengono in pugno. C’è la paura, nei “sinistri” che fanno da ruota di scorta al progetto europoide contribuendo alle sofferenze sociali, di essere addirittura “scavalcati a sinistra”, in termini di credibilità e consensi, da forze che interpretano, seppur in modo insufficiente, parziale e talora distorto, i reali bisogni dei popoli europei. Non obbedendo, come fanno i “sinistri” più o meno scopertamente, alla voce del padrone europoide e globalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Per demonizzare, screditare ed esorcizzare le predette forze, agitando gli spettri del fascismo e del nazismo novecenteschi, si scrivono libri “di analisi” come il recente Estrema destra del “sinistro” Guido Caldiron, a colloquio sul tema con Giacomo Russo Spena per la rivista italiana radical-chic e politicamente corretta (anche online) MicroMega. Rispondendo a Russo Spena, in merito ai contenuti del suo libro presentato come attenta mappatura dei nuovi fascisti in occidente, Caldiron afferma quanto segue: <em>“Nel corso dell’ultimo decennio – data simbolo di partenza è l’11 settembre – si è assistito allo sviluppo di potenti movimenti populisti di destra che prendendo completamente le distanze dal repertorio neofascista o neonazista hanno saputo costruire un vocabolario politico dell’intolleranza e del pregiudizio che è stato accettato dalla società: il nuovo razzismo, che si traveste da difesa della democrazia dalla “minaccia” islamica, da protezione del welfare per gli autoctoni contro “i costi” dell’immigrazione o, come si è visto di recente in Francia, da baluardo della famiglia tradizionale contro i diritti di gay e lesbiche, ha imposto così nei fatti una vera e propria normalizzazione di idee che in realtà si basano sull’odio e il disprezzo dell’”altro”. All’ombra di questo fenomeno di massa, rispuntano poi anche i gruppi apertamente neofascisti o neonazisti.”</em> La protezione del welfare e la difesa della famiglia tradizionale si baserebbero, inevitabilmente, sull’odio e sul disprezzo dell’”altro”. Non costituirebbero in primo luogo emergenze sentite dalle popolazioni e suscitate dal neocapitalismo delle eurocrazie. Secondo Caldiron, chi difende lo stato sociale (e l’equità sociale), nonché le identità culturali e la famiglia o è un tristo “populista di destra”, oppure fa parte di gruppi apertamente neofascisti o neonazisti. Le accuse a questi partiti e movimenti (nelle varie realtà nazionali abbastanza eterogenei) nascondono abilmente l’avallo a politiche neoliberiste – come quelle europoidi – che vanno oggettivamente contro lo stato sociale, le tradizioni dei popoli e la famiglia. Infatti, le sinistre presenti nei parlamenti liberaldemocratici d’Europa si guardano bene dal difendere strenuamente il welfare, con moti di piazza, se necessario, e di contraddire apertamente la cosiddetta troika. In Italia il pd, che ha in mano il governo e le istituzioni per conto dei poteri esterni, si erge da tempo a “diga” contro il populismo (leggasi contro i concreti interessi popolari), si presenta come difensore della democrazia e lavora propagandisticamente per i “diritti delle minoranze”, da contrapporre subdolamente a quelli della maggioranza che si sostanziano in pane e lavoro. Lo stesso fa il truffaldino e “sinistro” sel, ricompensato dopo le ultime elezioni per il rinnovo del parlamento con la presidenza della camera. La linea politica è sempre quella, unica e senza alternative. Dettata dallo stesso padrone sopranazionale che semina disoccupazione, deindustrializzazione e miseria nel paese. Il “progetto europeo”, davanti al quale le sinistre oggettivamente si prostrano, prevede la trasformazione delle società in “società aperta di mercato”, con tutte le implicazioni culturali, sociali ed economiche del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando alla questione della diffusione delle “albe dorate” in Europa, si può citare ancora una volta l’”attivista” Yorgo Mitralias, che ha scritto: <em>“Non soltanto Alba Dorata viene emulata in particolar modo in Europa Centrale e dell’Est (Ungheria, Romania, Bulgaria, Serbia, Russia…), ma si assiste anche alla banalizzazione galoppante del razzismo più violento, dell’antisemitismo, dell’islamofobia, dell’odio pogromista contro gli immigrati, i diversi.”</em> Nonostante questo, notiamo che mentre la crisi strutturale neocapitalistica, che si accanisce sull’Europa, continua a mietere vittime, a falciare posti di lavoro, a ridurre i redditi popolari, la diffusione del modello Alba Dorata sembra ancora piuttosto modesta. Nell’Ungheria di Viktor Orban e della Fidesz che rifiuta la troika e la superiorità della germania, fuori dall’eurozona, ma dentro l’unione, da una costola dello Jobbik alla fine del 2013 è nata Magyar Hajnal, formazione politica che ha qualche similitudine con quella greca, ma senza legami diretti con i greci. Il capo è un ex dello Jobbik, tale Andras Kisgergely, che contesta con forza il moderatismo del partito che l’ha espulso. Il programma della nuova formazione ungherese è decisamente nazionalista, anti-zingaro (gli zingari sono piuttosto numerosi da quelle parti), anti-unionista e volto a chiedere la revisione del trattato di Trianon, che dopo la prima guerra mondiale tolse molti territori alla sconfitta Ungheria. A dimostrazione che non si può parlare di un “blocco nero” coeso, i rapporti fra lo Jobbik e il nuovo raggruppamento Magyar Hajnal sembrano piuttosto tesi, tanto che per lo Jobbik questo partito è guidato da “persone disturbate”. Le fortune di Magyar Hajnal, in termini di consensi fra gli ungheresi, sono ancora tutte da verificare. Anche da noi c’è Alba Dorata Italia, pur minuscola. Anzi, sembra che ce ne sia più di una, perché esiste Alba Dorata Europa, che ha nel suo programma la sanità pubblica gratuita per tutti gli italiani e pensioni non inferiori ai mille euro mensili, accanto all’eliminazione servizio pubblico negli stadi(!) e all’inviolabilità delle cosiddette forze dell’ordine(!!). Poca cosa, in effetti, tanto che Alba Dorata Italia ai primi di gennaio, nella persona del segretario nazionale Bruno Berardi ha dichiarato di voler sciogliersi ed entrare in Fiamma Tricolore, in vita da un ventennio quale tentativo (fallito) di “rifondazione” del vecchio MSI. Come si nota, non è molto, anche se la propaganda filo-europoide e filo-globalista ci ricama sopra. Un buon pretesto e un ottimo spauracchio, quello del neonazismo, per oscurare ancor di più la questione sociale e le responsabilità politiche che ne stanno alla base.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Eugenio Orso, saggio scritto fra il 10 e il 19 gennaio 2014</em></strong></p>
</div>
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		<title>“In definitiva, il problema del debito è solo un problema politico”</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 15:34:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[George Katrougalos]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[“In definitiva, il problema del debito è solo un problema politico” Christina Laskaridis της Χριστίνας Λασκαρίδη Μετάφρασμένο από τον/την Curzio Bettio George Katrougalos è un giurista costituzionalista e di diritto internazionale, professore associato di diritto pubblico all’Università Democrito di Tracia, presidente del Dipartimento di amministrazione della società, mediatore e arbitro dell’organizzazione greca per i servizi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">“In definitiva, il problema del debito è solo un problema politico”</p>
<p style="text-align: center;">Christina Laskaridis της Χριστίνας Λασκαρίδη</p>
<p style="text-align: center;">Μετάφρασμένο από τον/την  Curzio Bettio</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/articolomonchietto.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2830" title="articolomonchietto" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/articolomonchietto.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p><em>George Katrougalos è un giurista costituzionalista e di diritto internazionale, professore associato di diritto pubblico all’Università Democrito di Tracia, presidente del Dipartimento di amministrazione della società, mediatore e arbitro dell’organizzazione greca per i servizi di arbitrato e mediazione (O.ME.D). G. Katrougalos è membro fondatore dell’Iniziativa greca per una Commissione internazionale di Revisione del debito pubblico.</em></p>
<p><em>Qui vi è anche il video dell&#8217;intervista:    <a href="http://www.dailymotion.com/video/xk6va9_george-katrougalos-interview_people?start=1#from=embed">video intervista</a></em></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><em><span style="color: #333333;">Christina Laskaridis:  Partiamo con la legittimità dello stesso salvataggio finanziario. Qual è il quadro giuridico che àncora il salvataggio finanziario della Grecia tra il governo greco e la Troika (la Comunità Europea, la Banca Comune Europea e il Fondo Monetario Internazionale FMI)? E questo vale anche per i salvataggi futuri? Qual è la necessità di un trattato internazionale tra la BCE, i paesi dell’Euro-zona e la Grecia, e in che cosa questo differisce dal quadro giuridico che interessa la porzione del prestito erogato dal FMI?</span></em></strong></span></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><em><span style="color: #333333;"> </span></em></strong></span></p>
<p><img class="size-medium wp-image-2829 alignleft" style="margin: 5px;" title="professore" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/articolo-monchietto-2-300x296.jpg" alt="" width="300" height="296" /></p>
<p>George Katrougal  :  Vi è una doppia base giuridica per quanto riguarda il piano di salvataggio greco. Abbiamo, come al solito, un accordo stand-by con il FMI, un accordo a scadenza prefissata, che secondo il FMI non ha il carattere di un trattato internazionale. Il FMI non vuole che i suoi accordi assumano il carattere di trattato internazionale, in modo da sfuggire alla giurisdizione di tribunali internazionali, nazionali, nonché all’obbligo di ratifica da parte dei governi nazionali.  Allora, il processo di formazione di un accordo legale tra un paese e il FMI inizia nel momento in cui il paese che vuole un prestito indirizza una lettera di intenti al FMI in cui descrive le misure che intende adottare al fine di conformarsi a tutte le condizioni che il FMI vuole imporre.</p>
<p>È solo nominalmente che questa lettera è una lettera specifica di un governo al FMI, visto che se si va a leggere tutti i simili accordi stand-by e le lettere di intenti, dal caso Argentina alla Grecia, si vede che esiste una comunanza di obiettivi e politiche. E la ragione è molto semplice; non sono i governi stessi che stanno scrivendo queste lettere, queste lettere sono in realtà dettate e imposte dal FMI.</p>
<p>Per quanto riguarda il salvataggio e il prestito che la Grecia ha ricevuto dagli altri paesi della Zona Euro, è stato necessario un trattato internazionale perché il diritto primario europeo non prevede nulla riguardo a un salvataggio finanziario di un paese.</p>
<p>Al contrario, ci sono alcune clausole del Trattato di Maastricht, che formalmente non consentono ad un paese di essere salvato utilizzando risorse europee. Quindi, un accordo speciale doveva essere stipulato in modo che, prima di tutto, i limiti del diritto europeo potessero essere superati, e in secondo luogo potessero essere imposti obblighi concreti alla politica economica della Grecia in una direzione neoliberista.</p>
<p>Devo aggiungere che questo accordo avrebbe dovuto essere ratificato dal Parlamento greco, dato che noi Greci per questo dobbiamo sottostare ad un obbligo costituzionale molto concreto, ma nonostante questo obbligo, anche se il governo greco ha presentato l’accordo al Parlamento, l’accordo non è mai arrivato alla necessaria ratifica. Quindi, questo è il primo segnale di incostituzionalità formale, ma molto concreto, rispetto al salvataggio della Grecia.</p>
<p><span style="color: #333333;"><strong><em>Sarebbe questo medesimo trattato che verrà applicato per il nuovo pacchetto di salvataggio?</em></strong></span></p>
<p>Molto probabilmente, dovremo valutare un secondo trattato, comunque dai contenuti del tutto simili. Questo diverrà necessario, in primo luogo per avere delle disposizioni di legge per il nuovo prestito, e in secondo luogo per i nuovi obblighi (ad esempio, clausole collaterali) che la Grecia molto probabilmente sarà costretta ad affrontare.</p>
<p>Lei potrebbe forse spiegare perché non hanno portato il trattato in Parlamento per una votazione, mentre allo stesso tempo sono riusciti a manovrare per portare al voto i pacchetti normativi sull’austerità?</p>
<p>Il Memorandum era un programma politico che doveva essere imposto ai parlamentari del PASOK (Movimento Socialista Panellenico). La ragione per cui il trattato non è stato presentato al Parlamento per essere ratificato è che questo accordo contiene alcune clausole esorbitanti per quanto riguarda la sovranità nazionale, che renderebbero impossibile per un numero significativo di parlamentari votarle.</p>
<p>Per esempio, vi è una clausola veramente unica nella storia dei trattati internazionali, una rinuncia all’immunità per motivi di sovranità nazionale. Abbiamo molti esempi di clausole di esonero di immunità in diversi trattati, ma non ho ancora visto rinunce di clausole di immunità direttamente associate alla sovranità nazionale. Così un parlamentare, che avrebbe votato in favore di questo trattato, avrebbe votato contro la sovranità nazionale del proprio paese, qualcosa di inaccettabile anche per i parlamentari che appartengono al partito di governo.</p>
<p><em><strong>Come potrebbe riassumere l’impatto del trattato sulla sovranità nazionale?</strong></em></p>
<p>Prima di tutto c’è il problema molto serio che riguarda la mancanza di rispetto della Costituzione, nella misura in cui il trattato non è mai stato ratificato. Ma questo è solo l’aspetto formale del problema. La cosa più sostanziale è che un paese che rinuncia alla sua sovranità cessa di essere un paese indipendente, sia politicamente che per quanto riguarda il futuro del regime politico del paese. È in gioco la sua legittimità, e questo è risultato evidente in questi ultimi mesi, quando la grande maggioranza della popolazione greca non ha accettato la continuità del governo in questi termini.</p>
<p><strong><em>Data la situazione in cui si trova ora la Grecia, come considera la mancata ratifica del trattato in relazione ai pacchetti normativi sull’austerità che devono passare? Per certo, il ruolo di una Costituzione non è forse quello di assicurare che i decreti parlamentari non possono ignorare gli obblighi costituzionali? Che cosa significa tutto questo per il diritto costituzionale?</em></strong></p>
<p>Esattamente. L’intero processo di globalizzazione economica mira a indebolire la possibilità per gli elettorati nazionali di influenzare le politiche economiche dei loro paesi. In situazioni normali, questo non è così ovvio. Ad esempio, abbiamo trattati internazionali con l’Organizzazione Mondiale del Commercio o la normativa dell’Unione Europea, per cui in situazioni normali non è così evidente che la sovranità nazionale viene limitata. Si potrebbe anche arguire che è limitata, ma è limitata per ragioni di un qualche bene superiore, per esempio per il miglioramento del commercio internazionale.</p>
<p>Al contrario, quando ci si trova in presenza di una situazione di crisi, come quella in Grecia, è più evidente che le decisioni assunte non sono per il profitto e nell’interesse del popolo, ma nell’interesse dei creditori e per i centri economici esterni a tali paesi in crisi. E questo non è solo un problema che concerne i fondamenti della sovranità o della legittimità costituzionale, diventa un problema sul terreno dei principi democratici.</p>
<p>In tutte le democrazie, anche in quelle puramente formali, in ultima analisi le decisioni politiche devono essere presentati come assunte e attuate in favore del popolo.</p>
<p><em><strong>Lei vede una via d’uscita da questa crisi per la Grecia, e in quale modo può avvenire questo? E la situazione attuale non è in contrasto con altri trattati internazionali che la Grecia potrebbe avere ratificato?</strong></em></p>
<p>Per prima cosa risponderò alla seconda domanda, visto che l’argomento interessa questioni giuridiche, e poi darò il mio parere circa la via d’uscita.</p>
<p>Un primo problema è che in Grecia non esiste una Corte costituzionale, e anche se abbiamo cercato di adire alla Corte suprema amministrativa (che, in qualche modo, svolge un ruolo simile a quello di una Corte costituzionale), non siamo riusciti a far ritirare le clausole incostituzionali: prima di tutto perché per molte di queste clausole il tribunale amministrativo non ha giurisdizione.</p>
<p>Questo è il caso, ad esempio, della mancata ratifica di questo trattato. D’altra parte ci sono altri fori, per esempio, il Comitato della Carta sociale europea, l’Organizzazione internazionale del Lavoro OIL, che offrono una possibilità legale per contestare queste politiche.</p>
<p>Abbiamo discusso con molti sindacati prima di adire a questi forum per dimostrare che le politiche del governo sono contraddittorie con i diritti garantiti dagli specifici strumenti internazionali (la Carta sociale europea, i trattati OIL, ecc.)</p>
<p>E finora ci siamo riusciti. Abbiamo appena ricevuto la prima decisione del Comitato della Carta sociale europea in merito alla ammissibilità delle nostre istanze. A settembre avremo la discussione in merito. E sebbene il governo abbia cercato di dimostrare che in tempi di crisi anche la ricevibilità delle istanze come quelle che abbiamo presentato non sia accettabile, abbiamo almeno superato questo primo ostacolo e questi ricorsi verranno discussi nella loro sostanza.</p>
<p>Ora, veniamo alla questione più importante, qual è la via d’uscita: noi giuristi stiamo cercando di trovare soluzioni giuridiche al problema, perché questa è la nostra professione. Ma la crisi non è una questione legale, non è neppure principalmente una questione economica, è soprattutto una questione politica.</p>
<p>La questione investe le importanti decisioni politiche che stanno per essere prese in merito alla distribuzione della ricchezza. E devo confessare che all’inizio della crisi ero molto pessimista sul futuro, perché un clima di paura regnava in Grecia, un clima che il governo ha cercato di coltivare; secondo il governo non esisteva altra alternativa, altra scelta che sottomettersi a ciò che i nostri creditori richiedevano; e che, come un paese che non può sostenersi, dobbiamo sopportare e obbedire alle loro richieste.</p>
<p>Ma per fortuna, negli ultimi due o tre mesi, abbiamo visto il sorgere di un movimento politico molto genuino e di massa, un movimento indipendente che è sfuggito a questa trappola della paura e ha cercato di reinventare soluzioni democratiche, che stanno per essere proposte dal popolo, e non da potenze straniere o dai nostri creditori.</p>
<p>Si tratta ancora di un movimento amorfo e soprattutto che non vuole assumere caratterizzazioni, per esempio, non vuole l’attuazione di politiche che siano antidemocratiche e sterili. Ma sono molto ottimista per il fatto che non si tratta solo di un movimento di resistenza, ma di un movimento che sta producendo alternative politiche ed economiche concrete su queste problematiche.</p>
<p>Inoltre, spero che avremo un movimento paneuropeo, perché i problemi sono simili, soprattutto nei paesi del sud, ma in realtà, in tutta l’Unione Europea. Come ha affermato lo storico primo ministro britannico del 19 ° secolo, Benjamin Disraeli, in ogni nazione ci sono due nazioni, i poveri e i ricchi, e i loro interessi non sono mai gli stessi. Così, noi abbiamo una comunanza di problemi, e noi, che non siamo i ricchi, abbiamo l’interesse molto importante di acquisire una piattaforma comune e politiche comuni contro questo assalto neoliberista ai nostri diritti.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2832" title="articolo monchietto 3" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/articolo-monchietto-3-300x125.jpg" alt="" width="300" height="125" /></p>
<p><strong><em>Quindi, per quanto riguarda l’attacco neoliberista contro i paesi europei, proprio la scorsa settimana è avvenuto il summit europeo dove si sta ancora disperatamente cercando una soluzione in ambito Unione Europea; cosa ne pensa dei risultati di quella riunione?</em></strong></p>
<p>Sicuramente si è trovata davvero una soluzione, ma una soluzione per le banche e per i creditori! Questo vertice è riuscito a garantire a tutti i creditori che il debito sarà rimborsato, se naturalmente verranno attuate queste decisioni. E ha concesso al sistema economico della Grecia appena una dilazione dell’esecuzione di fallimento, perché la situazione non è cambiata, e tutto ciò che abbiamo acquisito dalla relativa riduzione del tasso di interesse lo stiamo per pagare con il prolungamento del debito e con tutte le misure gravi che ci verranno imposte a partire da settembre.</p>
<p><strong><em>Per quanto riguarda la disponibilità di informazioni per l’opinione pubblica, c’è qualcosa che può legalmente far arretrare il popolo greco nella sua ricerca di informazioni sui contratti di debito?</em></strong></p>
<p>Questo sarebbe davvero problematico se non avessimo membri del Parlamento partecipi della nostra iniziativa, che possono richiedere vari documenti al governo, se le procedure costituzionalmente lo prevedono, visto che noi potremmo avere accesso solo ai documenti già pubblicati in Gazzetta Ufficiale.</p>
<p>La maggior parte dei prestiti e delle intese sono accordi formali simili tra loro, e non è molto facile per qualcuno leggere tra le righe e scoprire se si tratta di un debito “odioso”, illegale, o completamente legittimo.</p>
<p>Questo è uno dei problemi che concernono l’applicazione della dottrina del “debito odioso” in Grecia, così come negli altri paesi sviluppati di Europa. Le clausole non sono così esorbitanti come quelle che vengono imposte ai paesi in via di sviluppo, dove a volte è così evidente a occhio nudo che una clausola è tanto irragionevole che non può essere considerata legittima.</p>
<p>Nei casi di prestiti alla Grecia, a prima vista tutto sembra “ok”, e si deve scavare molto per trovare problemi di legittimità, o per portare alla luce le modalità di trasferimento di denaro pubblico al settore privato.</p>
<p><em><strong>Vi è proprio la necessità di disporre di parlamentari per cercare queste informazioni,  per potere poi confrontarle ed analizzarle, o siamo in presenza di una situazione molto diversa dalla normativa sulla libertà di informazioni, per esempio, nel Regno Unito?</strong></em></p>
<p>Esiste una legislazione, come l’Information Act, che obbliga tutti gli enti pubblici a dare informazioni relative ai documenti a loro disposizione, ma ci sono eccezioni gravi ad acquisire la documentazione, ad esempio, le informazioni riguardanti l’interesse nazionale. Quindi, ci sono scappatoie che permettono a qualcuno che desidera nascondere di riuscire a farlo.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Se uno di questi trattati internazionali e convenzioni favorevoli alla Grecia dovesse avere buon esito presso un tribunale per i diritti dell’uomo o in un altro equivalente, si potranno vedere imporsi favorevolmente risoluzioni del debito a livello europeo?</em></strong></p>
<p>Prima di tutto, la globalizzazione non è un movimento uniforme, assistiamo a tendenze della globalizzazione che sono neoliberiste, ma abbiamo aspetti della globalizzazione che riguardano i protagonisti nel settore dei diritti umani che cercano di agire a livello globale.</p>
<p>Naturalmente, abbiamo dei movimenti popolari, ma disponiamo anche di alcuni fori giurisdizionali, per esempio, le due Convenzioni delle Nazioni Unite in materia di tutela dei diritti civili e sociali o la Carta sociale del Consiglio di Europa. Quindi, ci sono strumenti giuridici che possono essere utili a livello internazionale.</p>
<p>Tuttavia, la questione importante è come costruire un movimento politico globale, che si opponga come avversario potente alla dominazione politica ed economica neoliberista. Penso che tutto ciò che facciamo in questa direzione vada ad aiutare tutti, non solo la gente di Grecia, ma tutti gli altri popoli che possono trovarsi in futuro dalla stessa parte e nelle medesime condizioni.</p>
<p><strong><em>Dato che questo del debito è un problema europeo, e il movimento contro le misure di austerità è anche paneuropeo, sono curiosa di sapere se altri paesi che pur hanno Costituzioni diverse possono comunque prendere qualche indicazione dall’esempio della Grecia. Una domanda sul Regno Unito: quali sarebbero le implicazioni per paesi come la Gran Bretagna se cercassero di esercitare modalità incostituzionali come base per una revisione contabile del debito, data la diversa natura dello Stato e del complesso delle norme giuridiche, e in cosa altro potrebbe consistere questa base?</em></strong></p>
<p>Il problema di base costituzionale per la Gran Bretagna sarebbe la limitazione della sovranità del Parlamento, messo di fronte a tali politiche. Perché queste non sono politiche che vengono decise a livello nazionale, ma sono decise in forum, come ad esempio il WTO, il FMI, o per alcune competenze importanti l’Unione Europea, in cui il legislatore nazionale, il Parlamento, non ha affatto alcuna influenza.</p>
<p>In ultima analisi, il problema del debito è un problema politico, il problema di fondo è se noi viviamo una reale attuazione del principio democratico.</p>
<p>Tutte queste decisioni economiche sono prese dai rappresentanti del popolo, e sono a favore e nell’interesse del popolo? Questa è la questione politica fondamentale, che ha anche importanti implicazioni costituzionali.</p>
<p>Oltre l’aspetto democratico del problema, vi è anche l’aspetto relativo ai diritti umani. Per fortuna esiste tutta una serie di prese di posizioni conclusive a livello europeo, come ad esempio le deliberazioni della Corte costituzionale di Lettonia, della Corte costituzionale della Romania o della Corte costituzionale di Ungheria, che hanno riscontrato che le politiche del FMI sono state almeno in parte incostituzionali a causa del loro conflitto con i diritti umani, soprattutto con i diritti umani sociali. Penso che questo costituisca il terreno comune nella cultura giuridica europea, che noi non solo godiamo di diritti politici e civili, ma anche di diritti sociali, ed io ho una grande speranza nella possibilità di utilizzare i diritti sociali come una sorta di grimaldello contro questo attacco neoliberista.</p>
<p><em><strong>Quale potrebbe essere la fase successiva dopo il riconoscimento di incostituzionalità? Come si dovrebbe andare oltre?</strong></em></p>
<p>Il problema è che in Grecia non abbiamo una Corte costituzionale. Quindi, il nostro prossimo passo sarà quello di affrontare la Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo, se la decisione della Corte suprema è, come sembra da informazioni di stampa, non favorevole alle nostre posizioni. Quindi il prossimo round avverrà sull’arena europea.</p>
<p><strong><em>Va bene. Un’ultima domanda. Alcune parole di consiglio ad altri paesi europei che si trovano anch’essi sotto la scure di programmi di austerità? Nulla per quanto riguarda la revisione del debito?</em></strong></p>
<p>Non mi piace usare la parola “consiglio”, perché anche noi abbiamo preso profitto dall’esperienza di altri paesi, in particolare dai paesi dell’America Latina e di altre parti del terzo mondo, ma abbiamo cercato di mettere in pratica questa loro esperienza, per esempio la dottrina delle verifiche del debito, con le nostre specificità.</p>
<p>Quello che raccomando, e non consiglio (dato che io non sono in una posizione di consigliare nessuno), è di cercare di trovare un nostro terreno comune, di trovare ciò che abbiamo in comune, quello che possiamo imparare dalle nostre esperienze, e cercare di costruire un fronte comune, poiché i nostri avversari hanno un fronte comune molto forte e solido. Hanno il Club di Parigi, il Club di Londra, hanno il Fondo Monetario Internazionale e tutte le altre istituzioni del consenso di Washington. Noi non abbiamo nulla di simile e dobbiamo cercare di costruire qualcosa di simile.</p>
<p><strong><em>La ringrazio.</em></strong></p>
<p><strong><em><br />
</em></strong></p>
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		<title>Call for an audit commission on Greek public debt</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 13:11:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costanzo Preve</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Kokkali]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[petizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Costanzo Preve Invito tutti i lettori a sottoscrivere l&#8217;appello che segue, dopo aver letto il breve abstract che trovate qui. A questo indirizzo, invece, trovate il documento completo. Saluto con affetto Anna Kokkali e tutti gli amici greci. &#8212; We the undersigned believe that there is a pressing need for an Audit Commission to [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Costanzo Preve</p>
<p style="text-align: justify;">Invito tutti i lettori a sottoscrivere l&#8217;<a href="http://www.gopetition.com/petition/43171.html" target="_blank">appello</a> che segue, dopo aver letto il breve abstract che trovate <a href="http://researchonmoneyandfinance.org/media/reports/eurocrisis/e_summary_it.pdf" target="_blank">qui</a>. A questo <a href="http://www.researchonmoneyandfinance.org/media/reports/RMF-Eurozone-Austerity-and-Default.pdf" target="_blank">indirizzo</a>, invece, trovate il <a href="http://www.researchonmoneyandfinance.org/media/reports/RMF-Eurozone-Austerity-and-Default.pdf" target="_blank">documento completo</a>. Saluto con affetto Anna Kokkali e tutti gli amici greci.</p>
<p style="text-align: center;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/04/report2-thumb.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2455" style="margin: 5px;" title="report2-thumb" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/04/report2-thumb.jpg" alt="" width="394" height="561" /></a>We the undersigned believe that there is a pressing need for an Audit Commission to examine Greek public debt. Current EU and IMF policy to deal with public debt has entailed major social costs for Greece. Consequently, the Greek people have a democratic right to demand full information on public and publicly-guaranteed debt.</p>
<p style="text-align: justify;">The aim of the Commission will be to ascertain why public debt was incurred, the terms on which it was contracted, and the uses to which borrowed funds were put. On the basis of these considerations, the Commission will make appropriate recommendations to deal with debt, including debt that is shown to be illegal, illegitimate or odious. The purpose of the Commission will be to help Greece take all necessary measures to confront the burden of debt. The Commission will also seek to find who was responsible for problematic debt agreements.</p>
<p style="text-align: justify;">Public and private debt is at the heart of the Eurozone crisis. The global crisis that began in 2007 took the form of a debt crisis of the periphery of the Eurozone. According to the latest government budget, Greek public debt is expected to rise from 299 billion euro (or 127% of GDP) in 2009 to 362 billion euro (or 159% of GDP) in 2011. The increase in public debt has heightened the danger of national default in the periphery of the Eurozone and raised the possibility of bank failure across Europe. The EU, in conjunction with national governments, has responded through rescue programmes that have facilitated temporary borrowing by Eurozone states and protected banks. But these measures have failed to calm financial markets and, as a result, borrowing rates have continued to rise for peripheral countries. Furthermore, the price of the programmes has been austerity. Greece, Ireland and other countries were forced to cut wages and pensions, contract public expenditure, shrink welfare provision, privatise public enterprises, and deregulate markets. Further social costs are inevitable due to higher unemployment, business failures and loss of output.</p>
<p style="text-align: justify;">Greece has been at the forefront of EU rescue programmes, but the Greek people have been kept in the dark regarding the composition and terms of public debt. The lack of information represents a fundamental failure of the democratic process. The people who are called upon to bear the costs of EU programmes have a democratic right to receive full information on public debt.</p>
<p style="text-align: justify;">An Audit Commission can begin to redress this deficiency. It can also encourage the active participation of broader layers of society in movements that tackle the problem of public debt. The Commission will be international, comprising debt and fiscal auditors, legal experts, economists, representatives of labour organisations, and participants from civil society groups. It will be independent of political parties, though it will not exclude politicians from membership provided that they accept its aims. The Commission will ensure possession of expert knowledge, while guaranteeing democratic accountability and control over all involved.</p>
<p style="text-align: justify;">To achieve its aim the Commission ought to have full access to public debt agreements and debt issues over time, including bond issues, bilateral, multilateral, and other forms of debt and state liabilities. It ought to have requisite powers to place at its disposal all documents that it judges necessary to complete its work. It is also necessary to instigate appropriate procedures that would allow the Commission to call public functionaries to give evidence, as well as to examine, after a reasoned request and judicial support, bank accounts, particularly public accounts with private banks and with the Bank of Greece. Finally, a sufficient period of time ought to be made available to it to examine debt agreements and produce its report.</p>
<p style="text-align: justify;">The case for an independent and international Audit Commission to examine Greek public debt is unanswerable. The Commission is also a democratic demand of the Greek people who are bearing the burden of the crisis and want to know its causes. In all respects an Audit Commission for Greece could act as prototype for other countries of the Eurozone.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gopetition.com/petition/43171.html" target="_blank">http://www.gopetition.com/petition/43171.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Il baratro delle politiche economiche europee e il caos politico italiano</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 20:51:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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		<category><![CDATA[Manovra finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[della Redazione E&#8217; di ieri mattina la notizia dell&#8217;approvazione al senato della cosiddetta &#8220;manovra finanziaria&#8221;,  ovvero quell&#8217;insieme di misure varate dal governo italiano con il proclamato obiettivo di fronteggiare la crisi e risanare i conti pubblici. In tutta Europa diversi governi hanno adottato simili ricette di carattere fortemente restrittivo, basate sulla riduzione della spesa pubblica, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">della Redazione</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/07/lk_maastricht.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1450" style="margin: 5px;" title="lk_maastricht" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/07/lk_maastricht-286x300.jpg" alt="" width="286" height="300" /></a>E&#8217; di ieri mattina la notizia dell&#8217;approvazione al senato della cosiddetta &#8220;manovra finanziaria&#8221;,  ovvero quell&#8217;insieme di misure varate dal governo italiano con il proclamato obiettivo di fronteggiare la crisi e risanare i conti pubblici.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutta Europa diversi governi hanno adottato simili ricette di carattere fortemente restrittivo, basate sulla riduzione della spesa pubblica, tagli degli stipendi della pubblica amministrazione, ridimensionamento ulteriore dei sistemi pensionistici. L&#8217;obiettivo proclamato, ovvero il riequilibrio del deficit e del debito pubblico è in piena sintonia con il consueto approccio neo-liberista, per nulla scalfito nella sua persistente e distruttutiva attuazione dalla crisi economica in atto. L&#8217;obiettivo reale, mascherato da supposte esigenze contabili imprescindibili, va letto all&#8217;interno delle relazioni di potere capitalistiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un lato si ha un&#8217;accelerazione di politiche antipopolari contro il lavoro, in continuità con gli attacchi dell&#8217;ultimo ventennio. Nel settore pubblico politiche di questo tipo hanno il duplice scopo di liberare risorse dello Stato da riorientare alla tutela dei profitti capitalistici (o per fini assistenziali di emergenza) e di dismettere settori economici statali a vantaggio della penetrazione del capitale finanziario (come nel caso del sistema pensionsitico e sanitario). Il taglio delle tredecisime, degli scatti di anzianità, il ridimensionamento degli investimenti pubblici,  il taglio dei finanziamenti alle Regioni (che indirettamente significa riduzione dei serivizi, in primis mercificazione della sanità pubblica) sono interventi draconiani resi possibili dalla &#8220;scusa&#8221; della crisi in atto.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un altro lato si palesa il tentativo di uscire dalla crisi tramite l&#8217;austerità finanziaria, secondo precetti pre-keynesiani per cui la riduzione dei salari e la riduzione della spesa pubblica rilancerebbero occupazione e investimenti privati, laddove furono proprio gli effettti perversi delle iniziali politiche restrittive a prolungare drammaticamente la crisi economica del 29 che fu poi parzialmente frenata (salvo prolungarsi in sordina fino alla crisi della II guerra mondiale) proprio tramite politiche della domanda e di stretto controllo della finanza.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altro canto nella vulgata dominante le ragioni della crisi vengono sempre attribuite, oltre agli &#8220;eccessi finanziari&#8221; dovuti all&#8217; &#8220;avidità contingente di supposti banchieri fuori controllo&#8221;, anche alla presunta insostenibilità dei conti pubblici per colpa di Stati spreconi e poco rigorosi. E così la crisi greca, le cui ragioni risiedono nei profondi squilibri internazionali e interni all&#8217;UE, viene attribuita all&#8217;eccessivo debito pubblico contratto da uno Stato lassista. Di qui l&#8217;esigenza di politiche di contenimento della spesa che oltre a colpire gravemente i settori sociali più deboli non fanno altro che rendere più profonda la recessione tramite la caduta di una già ridotta domanda interna.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli squilibri interni all&#8217;Unione Europea, con la Germania che attua una sistematica politica di avanzo commerciale a danno dei paesi europei &#8220;periferici&#8221; di cui detiene cosipicue porzioni di debito pubblico, vanno lette all&#8217;interno di una struttura di potere internazionale in cui il dominio statunitense, pur in progressiva crisi, riesce ancora a dettare legge. Una legge che si manifesta attraverso il neo-liberismo che impone la disgregazione dell&#8217;economie nazionali e macro-regionali tramite l&#8217;apertura selvaggia dei mercati, le delocalizzazioni produttive, la concorrenza al ribasso su diritti salariali e sociali. La cosiddetta integrazione economica europea altro non è stato che un enorme laboratorio reale di tali ricette. All&#8217;interno di questo laboratorio distruttivo orientato alla regressione economica e sociale del continente a vantaggio di esigue oligarchie, si distinguono poi le diverse formazioni capitalistiche nazionali che lungi dal perseguire un interesse europeo (al momento inesistente) giocano ruoli di sub-dominio regionale a sua volta soggiacente al dominio principale USA. Non è un caso che all&#8217;interno delle misure restrittive del governo tedesco non appare alcun taglio alla voce &#8220;ricerca e sviluppo&#8221; che anzi viene rafforzata,  mentre nei paesi mediterranei le risorse per la ricerca, già limitate, vengono ulteriormente ridimensionate. Si tratta di una vera e propria &#8220;divisione europea del lavoro&#8221;, guidata dagli interessi tedeschi, orientata a fare delle periferie europee aree de-industrializzate da usare come  mercati per l&#8217;acquisto delle proprie merci e come riserva di manodopera a basso costo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/07/unione-europea.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1451" style="margin: 5px;" title="unione-europea" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/07/unione-europea-289x300.jpg" alt="" width="289" height="300" /></a>Mentre il governo italiano vara misure restrittive draconiane, gli economisti liberisti seguono il coro del governatore della Banca d&#8217;Italia Draghi che vorrebbe che il governo facesse di più per i tagli intervenendo nuovamente sulle pensioni, sugli &#8220;sprechi&#8221;, sulla sanità etc etc&#8230;L&#8217;insistenza continua per l&#8217;allungamento dell&#8217;età pensionistica e la revisione dei coefficienti di trasformazione, vere ossessioni del dibattito politico dell&#8217;ultimo ventennio, va letta all&#8217;interno di una politica economica concepita dagli anni 90 in poi come semplice rapina dell&#8217;economia pubblica e saccheggio dello Stato in assenza di qualsivoglia politica industriale nazionale. A seguito della privatizzazione di interi settori un tempo orientati allo sviluppo economico e sociale del paese (banche pubbliche, IRI), ed in seguito alla sottoscrizione del trattato di Maastricht, lo Stato ha scientemente rinunciato a disporre di fonti finanziarie di intervento. Gli istituti pubblici &#8220;carichi di denaro&#8221; rimasti in piedi sono quelli previdenziali, in attivo da vent&#8217;anni alla faccia delle false statistiche sui presunti passivi INPS sciorinate tramite vere e proprie campagne terroristiche finalizzate a privatizzare anche la previdenza. Oggi, in assenza di altri strumenti (di cui ci si è scientemente privati) si fa cassa rubando i soldi dei contribuenti all&#8217;INPS e lo si fa con la scusa dell&#8217;aumento della vita media e la conseguente necessità di aumentare l&#8217;età pensionabile (idea che nel sistema contributivo no ha alcun fondamento, quand&#8217;anche contabile, di lungo periodo).</p>
<p style="text-align: justify;">Saccheggio sistematico degli istituti previdenziali; ridimensionamento della sanità, della scuola e dell&#8217;università pubblica; attacco ai salari dei lavoratori del pubblico impiego che fa seguito all&#8217;attacco reiterato al contratto di lavoro nazionale nel settore privato (accordo sindacati-confindustria-governo di Gennaio 2010, vicenda Alitalia, vicenda Pomigliano). In questo contesto le parti politiche italiane si scontrano duramente sullo sfondo di vicende giudiziarie che travolgono uno dopo l&#8217;altro personaggi interni o vicini al governo. Nella generale condivisione della gestione della politica economica (ritenuta persino troppo poco drastica dagli oltranzisti liberisti di destra e di sinistra), le forze politiche, pur simulando di tanto in tanto tiepidi malcontenti per gli eccessivi interventi anti-sociali, si scontrano in verità sulla base di questioni relative alla cosiddetta legalità, parola d&#8217;ordine assai ambigua che (senza assolutamente negare l&#8217;esistenza diffusa e fin troppo evidente di forme palesi di gravissima corruzione),  nasconde scontri di potere ai vertici ben più ampi.</p>
<p style="text-align: justify;">La recente cena tra i cui invitati figuravano Berlusconi, Draghi, Casini e Bertone mostra la dinamicità delle pressioni e dell&#8217; intreccio di interessi interni e internazionali. Che la gestione politica berlusconiana sia da tempo invisa a centri di potere dominanti è cosa chiara, testimoniata dagli squallidi tentativi di spallata occorsi negli ultimi due anni (in un intreccio di vicende puttanesche e giudiziarie dai contorni torbidi tirate fuori ad hoc). Non certo perché Berlusconi e i suoi (solo parte dei suoi, visto il ruolo di opposizione interna dei finiani) pratichino politiche popolari che si scontrano con gli interessi del capitale in generale, bensì per il ruolo eccentrico e non sempre controllabile assunto da una figura come Berlusconi, capace di curare per propri fini specifici, interessi capitalistici non sempre combacianti con la volontà di suddetti centri di potere. Lo scontro si gioca all&#8217;interno (ad esempio vicenda Berlusconi-DeBenedetti) e all&#8217;esterno (si ricordi lo scorso anno i tentativi di avvicinamento alla Russia e alla Libia, presto bacchettati da Obama, così come le dichiarazioni distensive  sull&#8217;Iran e si ricordi il rapidissimo dietro-front del volubile e ricattabile Berlusconi dopo le sue visite negli Stati Uniti e in Israele; oppure si vedano ancora le vicende relative a Finmeccanica al cui smantellamento puntano da anni gli Stati Uniti).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;opposizione sociale più genuina alle politiche antipopolari condivise da governo e opposizioni  (che nulla ha a che vedere con l&#8217;opposizione &#8220;giudiziaria&#8221; cui tanta sinistra spesso si accoda cecamente, dei partiti che perseguono interessi parimenti oligarchici)  é sempre più isolata da potenziali referenti politici.</p>
<p style="text-align: justify;">In più tale opposizione soffre spesso, pur con alcune eccezioni, di due limiti importanti: 1- la tendenza a farsi risucchiare a &#8220;sinistra&#8221; da forze politiche che oggi ne rivendicano la causa a fini puramente strumentali; 2- la tendenza a non cogliere gli aspetti strutturali e istituzionali che incombono come pietre inamovibili dietro le politiche anti-popolari e di classe. Si grida (e con profondissima ragione) contro l&#8217;attacco al salario e ai diritti dei lavoratori, contro le delocalizzazioni delle imprese, contro i tagli allo Stato sociale, ma raramente si mette sotto accusa l&#8217;assetto istituzionale che permette (dipingendolo come necessario)  il perseguimento di politiche fortemente classiste ed anti-popolari o comunque rende impossibile il perseguimento di politiche di piena occupazione, di sviluppo e crescita salariale. Tale assetto istituzionale è il frutto della somma di vincoli europei e internazionali, (libertà di movimento dei capitali, perdita della sovranità monetaria e fiscale, creazione di un&#8217;area di libero scambio totale intra europea senza armonizzazione fiscale, abbattimento o restrizione dei dazi doganali verso i paesi extra-europei con manodopera a bassissimo costo), vincoli a loro volta frutto di rapporti di forza politici.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non si attaccano politicamente in maniera esplicita i presupposti che fanno da cornice alle politiche contro il lavoro, cui si aggiungono le politiche imperialistiche di spoliazione dei popoli (e conseguente emigrazione degli stessi usata come arma di ricatto contro il lavoro nazionale) si rischia di gridare nel deserto e persino di essere facilmente riassorbiti nei contorni di una critica debole, proprio perché privata di prospettive di efficacia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei prossimi giorni la manovra economica antipopolare passerà con ogni probabilità alla camera. Il rischio politico del governo Berlusconi è stato superato già al senato (dove i numeri del governo sono più esigui). Probabilmente, ancora una volta, le diverse cordate capitalistiche che fanno riferimento alle forze politiche dominanti hanno trovato nuovi accordi (la cena tra i potenti suddetti ne è la prova superficiale). Nuovi scontri interni sono tuttavia prevedibili per i prossimi mesi, scontri che non possono essere letti al di fuori di una visione complessiva dei rapporti capitalistici nazionali e internazionali e alla luce della fase di trapasso dall&#8217;unipolarismo statunitense al multipolarismo delle potenze emergenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur con un occhio sempre vigile alle contraddizione orizzontali che il capitalismo crea e ricrea, specie nelle fasi di trapasso, contraddizioni da cui è sempre possibile trarre importantissimi benefici di contesto, è bene rimanere ben piantati nei contenuti sociali ed emancipativi di una proposta politica che nel caos ideologico di questi anni dovrà riuscire a fare breccia (con modalità e linguaggi idonei) nei settori popolari che subiscono le conseguenze materiali di un capitalismo sempre più intollerante verso ogni mediazione politico-sociale.</p>
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