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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Hillary Clinton</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Rivoluzionare l’economia americana per salvare il pianeta</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2019 17:45:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
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<h1>Negli Stati Uniti, come nel resto del mondo, un’economia diversa, intelligente, giusta e sostenibile, è possibile. La ricetta? È fatta soprattutto di pianificazione e investimenti pubblici. E anche di collaborazione. A spiegarlo è il libro di Jeffrey Sachs</h1>
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<figure>Gli Stati Uniti d’America, considerati la prima nazione al mondo per tutto il Novecento e oltre, sembrano attraversare da anni un declino sempre più evidente. Problemi tanto diversi tra loro quanto gravi, come la crescente disuguaglianza, il cambiamento climatico, costi sanitari sempre più alti e profonde divisioni di ceto e di razza minacciano la tenuta sociale del Paese che Donald Trump promette di “rendere di nuovo grande”. Oggi Jeffrey Sachs, tra i maggiori economisti al mondo, va alla ricerca delle traiettorie future, cercando di delineare percorsi ed esiti che possano guidare gli <em>States</em>, e il mondo occidentale, fuori dal pantano in cui si sono ritrovati. <em>America 2030</em>è insieme il ragionato piano d’azione e l’accorato manifesto a sostegno dello sviluppo sostenibile – uno sviluppo, cioè, che si concentri su economia, società e ambiente, elementi chiave troppo spesso trascurati in favore della crescita indiscriminata – un atteggiamento miope che, secondo Sachs, ha finito per mettere a rischio le possibilità stesse di crescita.</figure>
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<div id="advSmartclip"> Pubblichiamo il primo capitolo di <a href="https://www.amazon.it/dp/B07B8QHV86/ref=dp-kindle-redirect?_encoding=UTF8&amp;btkr=1" target="_blank">America 2030: Sviluppo, sostenibilità e la nuova economia dopo Trump</a> di Jeffrey Sachs (Luiss University Press)</div>
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<p>Jeffrey Sachs</p>
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<p>Lo scopo di questo libro è esplorare le scelte economiche che gli Stati Uniti hanno davanti a sé e le sue relazioni con il resto del mondo all’inizio della nuova amministrazione del presidente Donald Trump e del nuovo Congresso. Una delle ragioni che hanno condotto allo stallo in cui si trova Washington ormai da anni è che entrambi i partiti hanno inseguito una visione profondamente approssimativa dell’America. I repubblicani hanno chiesto “meno governo”, quando invece abbiamo bisogno di un governo che faccia di più e meglio per affrontare la lenta crescita economica, la crescente disuguaglianza e le gravissime minacce ambientali. I democratici hanno chiesto “più governo”, ma senza un pensiero chiaro sulle priorità, sui programmi, sulla gestione e sulle finanze di tale ruolo espanso.</p>
<p>Quest’opera traccia un percorso migliore da intraprendere nelle politiche pubbliche, con obiettivi di lungo periodo per la società, incentrati attorno al concetto di sviluppo sostenibile. Andrò a delineare una strategia di investimenti graduali, sia pubblici che privati, e i mezzi per finanziarli. Intendo mettere in evidenza che il modo per uscire dallo stallo a Washington è costruire un nuovo consenso nazionale che si fondi su un brainstorming locale in ogni parte del paese. Il presidente Trump e il Congresso rimarranno bloccati finché non sentiranno dalla gente di tutto il paese che è arrivato il momento di un grande cambiamento, con obiettivi, direzione politica e finanziamenti chiari.</p>
<p>È mia opinione che, con le scelte giuste, il futuro economico degli Stati Uniti sarà luminoso. Anzi, siamo i fortunati beneficiari di una rivoluzione delle tecnologie che può accrescere la prosperità, abbattere la povertà, aumentare il tempo libero, allungare le vite sane e proteggere l’ambiente. Sembra una buona notizia, forse troppo buona per essere vera, ma è vera. Il pessimismo dilagante – che i bambini americani cresceranno oggi con tenori di vita peggiori dei loro genitori – è una possibilità reale, ma non inevitabile. Il concetto più importante per il nostro futuro economico è che la scelta è nostra e nelle nostre mani, sia come individui sia come collettività di cittadini.</p>
<p>Le ragioni del pessimismo sono reali. Gli Stati Uniti stanno registrando i tassi di crescita più bassi dal dopoguerra. La crescita economica dalla crisi finanziaria del 2008 è stata circa la metà rispetto alle previsioni del 2009: 1,4 per cento di crescita annuale dal 2009 al 2015 rispetto a previsioni del 2,7 per cento. Circa l’81 per cento delle famiglie americane, secondo una recente ricerca McKinsey, ha registrato redditi uguali o minori tra il 2005 e il 2014. Nel contempo, la disuguaglianza di reddito è andata alle stelle negli ultimi trentacinque anni, accrescendo così la concentrazione di ricchezza e di reddito tra l’1 per cento più ricco della popolazione. Nel 1980, l’1 per cento ha guadagnato il 10 per cento del reddito delle famiglie; nel 2015, la cifra è salita fino all’incirca al 22 per cento. Mentre la disoccupazione è diminuita, da un picco del 10 per cento nell’ottobre del 2009, nel pieno della crisi finanziaria, all’attuale tasso basso di circa il 5 per cento, parte della ripresa si è avuta perché individui in età lavorativa hanno lasciato del tutto la forza lavoro, frustrati per lavori pagati troppo poco o perché non avevano alcuna prospettiva occupazionale. La quota degli occupati sulla popolazione complessiva in età lavorativa (25-54) è calata dall’81,5 per cento nel 2000 al 77,2 per cento nel 2015.</p>
<p>Come se non bastasse, i venti contrari sembrano destinati a continuare. I sentimenti ostili al libero scambio da parte di entrambi i partiti politici nella campagna elettorale del 2016, che hanno condotto sia Donald Trump sia Hillary Clinton a rifiutare una bozza di accordo commerciale con l’Asia, riflettono un sentimento diffuso che l’America abbia perso posti di lavoro in grande quantità a causa della competizione con i bassi salari cinesi e di altri paesi, e che altri se ne perderanno in futuro. Ricerche recenti suggeriscono che tali timori, a lungo scherniti dagli economisti, hanno un fondamento nella realtà. I lavori del settore manifatturiero statunitense si sono spostati oltreoceano, al di là della perdita causata dall’automazione. Le contee degli Stati Uniti in prima linea nella competizione con la manifattura cinese hanno registrato la maggiore perdita di posti di lavoro.</p>
<p>L’automazione è diventata un’altra fonte di grandi ansie. Anche in questo caso, gli economisti hanno in genere preso poco sul serio i timori della gente che le macchine ci avrebbero portato via il lavoro. “L’intera èra industriale non ha dimostrato che questo punto di vista è sbagliato?”, si chiedono in modo retorico. Le nuove macchine e tecnologie non hanno sempre creato più lavori di quanto siano costate? Sono interrogativi legittimi, ma altrettanto lo sono i timori. Sembra che l’avvento di macchine intelligenti stia spostando i redditi dai lavoratori al capitale, abbassando così i salari, e contribuendo alla frustrazione di lavoratori a salari bassi nella ricerca di un lavoro che permetta loro di vivere. Alcuni vengono del tutto esclusi dalla forza lavoro, e sta diminuendo la quota destinata al lavoro nel reddito nazionale, segno che lavori dignitosi sono in effetti sostituiti dai robot.</p>
<p>Quindi sì, gli americani hanno il diritto di nutrire molti timori economici: che gli operatori di Wall Street destabilizzino l’economia; che l’1 per cento più ricco si accaparri la fetta maggiore della crescita economica; che lavori e salari vengano persi a favore della Cina e dei robot. Ma vi sono anche altri motivi per cui preoccuparsi. Nel 2016 il deficit del bilancio federale era circa del 2,9 per cento del prodotto interno lordo (PIL), ma considerate le attuali tendenze salirà a circa il 4 per cento del PIL negli anni a venire. La conseguenza di deficit di bilancio cronicamente elevati è un debito pubblico in rapido aumento. Il debito del Tesoro in circolazione in patria e all’estero è andato alle stelle, dal 35 per cento del PIL statunitense alla fine del 2007 al 75 per cento alla fine del 2015. Il Congressional Budget Office avverte che secondo le attuali politiche fiscali, tale debito raggiungerà probabilmente circa l’86 per cento del PIL nel 2026 e il 110 per cento del PIL nel 2036. La sostenibilità del debito è una parte del futuro che lasciamo ai bambini di oggi.</p>
<p>L’altra, naturalmente, è quella ambientale. E qui se c’è qualcosa di cui preoccuparsi e che ci tiene svegli la notte è il danno implacabile, estenuante e costante che gli americani e il resto della popolazione mondiale stanno arrecando all’ambiente. Non possiamo stare tranquilli sul futuro della nostra economia, e consiglierei di non farlo per un solo secondo, fino a quando non individuiamo un percorso verso la sicurezza climatica e la vera sostenibilità della nostra acqua, aria e biodiversità. Soprattutto dobbiamo ristrutturare il sistema energetico, per spostarci da un’energia che si fonda sul carbonio – carbone, petrolio e gas – verso fonti energetiche non a carbonio – vento, sole, acqua, nucleare, e altre che non provocano il riscaldamento globale. Per fortuna, l’America è piena di risorse di energia rinnovabile. Ma vi sono molti altri passi da intraprendere per raggiungere la sostenibilità ambientale, e li affronterò più diffusamente nei prossimi capitoli.</p>
<p>Infine, si aggiunga a queste sfide la politica della nostra nazione piena di contrasti e di corruzione, e non è difficile essere pessimisti. Alcuni dei principali economisti hanno persino dichiarato la fine di due secoli di crescita economica. Siamo, per utilizzare il loro gergo, in una nuova èra di “stagnazione secolare”. E se la crescita è arrivata al capolinea, potrebbe essere in pericolo anche la stabilità sociale, se l’economia si trasforma in una lotta a “somma zero” in cui i guadagni di alcuni gruppi devono essere le perdite di altri. Robert Gordon, il decano del pessimismo (e autore del nuovo bellissimo libro The Rise and Fall of American Growth), dice che abbiamo semplicemente esaurito grandi nuove invenzioni che mantengano in moto l’economia. Gordon sostiene che gli smartphone e internet non sono all’altezza delle mega scoperte come il motore a vapore, l’elettricità, la TV e la radio, l’automobile e l’aviazione – i grandi motori tecnologici di due secoli di crescita economica.</p>
<p>La mia tesi, che andrò a esporre nel corso dell’opera, è che i pessimisti hanno le loro ragioni, ma che nel complesso si sbagliano. Non siamo alla fine del progresso, sempre che agiamo tutti insieme. E possiamo farlo. Anche la paralisi politica può terminare se riusciamo a discernere in modo più accurato e chiaro la strada giusta da percorrere per uscire dai nostri problemi molto reali e complicati. In passato l’America ha fronteggiato e superato molti problemi spaventosi ed enormi – la Grande depressione, il nazismo e lo stalinismo, l’esclusione politica degli afroamericani, la povertà e il grande peso delle malattie degli anziani – e può farlo di nuovo. Prendo le mosse da un concetto, quello di sviluppo sostenibile, che trasmette un approccio nuovo e migliore alla risoluzione dei problemi nazionali. Per fortuna è un concetto che esiste da tempo, abbastanza da avere a nostra disposizione un corpo di conoscenze e prove esaurienti che indichino come agire. E da abbastanza tempo da essere riconosciuto diffusamente non soltanto da scienziati, ingegneri e da un numero sempre maggiore di investitori, ma anche dai governi di tutto il mondo. Il 25 settembre del 2015, tutti i 193 governi delle Nazioni Unite hanno adottato lo sviluppo sostenibile, con diciassette specifici Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDG), come base della cooperazione globale per lo sviluppo economico e sociale nei prossimi quindici anni. Il 12 dicembre 2015, gli stessi governi hanno adottato l’accordo di Parigi sul clima, anch’esso costruito attorno al concetto di sviluppo sostenibile.</p>
<p>Secondo lo sviluppo sostenibile la politica economica funziona meglio quando si impernia simultaneamente su tre grandi questioni: la prima, la promozione della crescita economica e di lavori dignitosi; la seconda, la promozione della giustizia sociale per le donne, i poveri e le minoranze; e la terza, la promozione della sostenibilità ambientale. Negli ultimi anni le politiche economiche americane hanno avuto la tendenza a concentrarsi soltanto sulla prima, la crescita economica, e tra l’altro non molto bene, in parte perché hanno perlopiù trascurato le crescenti crisi dovute alle disuguaglianze economiche e al disastro ambientale, anche quando sono peggiorate in modo marcato negli ultimi anni. Adesso, a causa dei nostri molteplici fallimenti politici e di una crescita non equilibrata, è in pericolo la stessa crescita economica futura. La crescita economica, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale si sostengono reciprocamente, e la crescita futura dipende adesso dal nostro affrontare i due pilastri trascurati dello sviluppo sostenibile.</p>
<p>Scegliere il nostro futuro economico è l’idea chiave. Le economie non crescono, non diventano eque e non proteggono l’ambiente da sé. È evidente, dalla teoria economica e dalle esperienze, che non vi sia alcuna “mano invisibile” che produce crescita economica, ancor meno lo sviluppo sostenibile. Persino Adam Smith è stato chiaro su questo punto, e ha scritto il Libro V della Ricchezza delle nazioni per evidenziare il ruolo del governo nelle infrastrutture e nell’istruzione. Ma come scegliamo? Principalmente, scegliamo il nostro futuro economico attraverso le decisioni che prendiamo per i nostri risparmi e investimenti. Le società e allo stesso modo gli individui hanno davanti a loro la sfida della “gratificazione posticipata”: otteniamo crescita futura contenendo i consumi attuali e investendo invece in conoscenze, tecnologie, istruzione, competenze, sanità, infrastrutture e salvaguardia dell’ambiente per il futuro. E se investiamo bene, vinceremo tre volte: un’economia che sia intelligente, giusta e sostenibile. Un’economia di tal fatta creerà lavori dignitosi, assicurerà abbondante tempo libero, promuoverà la sanità pubblica e sosterrà la competitività in un’economia mondiale fortemente competitiva.</p>
<p>Investire bene richiederà anche due attività per le quali l’America è decisamente poco allenata, al punto che il solo nominarle fa agitare molti. La prima è la pianificazione. Abbiamo bisogno di pianificare il nostro futuro. Ricordo quando l’idea stessa di pianificazione divenne una brutta parola, perché associata alla “pianificazione centrale” dell’ora defunta Unione Sovietica. Eppure, ora più che mai abbiamo bisogno di una pianificazione per superare sfide complesse come la ristrutturazione del nostro sistema energetico, un impegno che richiederà decenni di azione concertata. La seconda è la necessità di maggiori investimenti pubblici che stimolino quelli privati. Da quando Ronald Reagan ci disse: “Il governo non è la soluzione al nostro problema; il governo è il problema”, abbiamo ridotto gli investimenti pubblici all’osso. Lo abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni guardando autostrade, ponti, argini artificiali e impianti idrici urbani decrepiti; aeroporti e porti vecchi; e discariche pericolose. D’altronde senza un ruolo del governo nel costruire le infrastrutture e nel guidare la transizione energetica, gli investitori privati – con migliaia di miliardi di dollari da gestire – rimarranno fermi a bordo campo, non sapendo dove piazzare le loro scommesse. Con i progressi conseguiti in macchine più intelligenti e sistemi di informazione, nuovi materiali, rilevamento a distanza, biotecnologia avanzata e molto altro, vi sono innumerevoli modi per avanzare verso uno sviluppo sostenibile e un tenore di vita più elevato, che prevedano vite più sane e più tempo libero. Ma una complessa società moderna può davvero raggiungere questi obiettivi e pareggiare il bilancio allo stesso tempo? Andrò a dimostrare perché la risposta è sì e, anche meglio, a osservare altri paesi che sono avanti rispetto agli Stati Uniti e stanno forgiando la strada per il futuro affrontando sfide chiave come l’istruzione, la formazione professionale, la giustizia e l’energia a basso contenuto di carbonio.</p>
<p>In uno studio recente ho misurato insieme ai miei colleghi come 149 paesi, compresi gli Stati Uniti, se la cavano in quanto a sviluppo sostenibile e, soprattutto, quali progressi devono compiere per conseguire gli SDG adottati di recente. I risultati sono stati una rivelazione che fa riflettere, ma è anche motivo d’ispirazione. Gli Stati Uniti sono al ventiduesimo posto su trentaquattro paesi a reddito elevato, ben lontani dalla testa della classifica occupata rispettivamente da paesi come Svezia, Danimarca, Norvegia e Svizzera. Il Canada è undicesimo. Essere al ventiduesimo posto può sembrare un po’ deprimente per un paese a cui piace pensare a sé stesso come il primo, ma è anche entusiasmante sapere che possiamo imparare da altri nel cercare la nostra strada per procedere. Nei prossimi capitoli esaminerò più a fondo questi punti chiave: le future scelte di bilancio, compresa la riforma delle tasse; lo spostamento verso un’energia sicura e rinnovabile (SDG 7 e 13); la lotta alla disuguaglianza (SDG 10); la creazione di buoni lavori che affianchino i robot (SDG 8); accordi commerciali che funzionino per tutti (SDG 17); tagli ai nostri altissimi costi per l’assistenza sanitaria (SDG 3); e un dividendo della pace a lungo posticipato (SDG 16). Vedremo che esistono scelte, scelte buone che possono condurre a un rinnovato progresso e a uno sviluppo sostenibile per il nostro paese.</p>
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<div> https://www.linkiesta.it/it/article/2019/03/08/nuova-economia-americana-libro-jeffrey-sachs/41313/</div>
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		<title>Le responsabilità in Iraq della “guerrafondaia” Hillary</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2015 21:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Bush]]></category>
		<category><![CDATA[Califfato]]></category>
		<category><![CDATA[Hillary Clinton]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
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		<description><![CDATA[ Accusare la famiglia Bush dell’intervento iracheno è contraddittorio: l’ex segretario di Stato, ai tempi, aveva votato a favore &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Matteo Luca Andriola L’infuocato dibattito in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, previste per l’8 novembre 2016, che eleggeranno il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America non può non [...]]]></description>
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<h1> Accusare la famiglia Bush dell’intervento iracheno è contraddittorio: l’ex segretario di Stato, ai tempi, aveva votato a favore</h1>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/08/hillary_clinton_1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5179" title="hillary_clinton_1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/08/hillary_clinton_1-300x193.jpg" alt="" width="300" height="193" /></a></p>
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<p><em><strong>Matteo Luca Andriola</strong></em></p>
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<h3>L’infuocato dibattito in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, previste per l’8 novembre 2016, che eleggeranno il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America non può <strong>non toccare il tema spinoso della politica estera</strong>. Cioè, quello degli interventi militari che hanno visto coinvolto il Paese. Di solito, quando si parla di una politica estera aggressiva e fondata sull’espansionismo militare, si pensa all’amministrazione repubblicana di Georges W. Bush. In particolare agli interventi in Afghanistan e in Iraq. Un conflitto, l’ultimo, che aveva dominato i dibattiti delle precedenti presidenziali e tornato alla ribalta nel dibattito elettorale</h3>
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<p>Questa volta a lanciare il sasso, criticando pesantemente Hillary Clinton, principale candidata dei democratici è il repubblicano Jeb Bush, 43esimo governatore dello stato della Florida sino al 2007 e fra i candidati papabili alla Casa Bianca per il Gop. In un dibattito, tenutosi il 12 agosto presso la Biblioteca Presidenziale Ronald Reagan, <a href="http://www.cbsnews.com/news/jeb-bush-to-attack-hillary-clinton-on-iraq-record/" target="_blank">ha attaccato l’ex Segretario di Stato</a>: ai suoi occhi sarebbe corresponsabile della <strong>crescita dello Stato islamico</strong> (Daesh). Bacchettate anche per la sua gestione del dossier iracheno. La colpa del duo Obama-Clinton – ergo, di tutta l’amministrazione democratica – sarebbe di aver fatto uscire le truppe statunitensi dall’Iraq troppo presto. La mossa ha creato caos nella regione e creato un vuoto riempito, in poco tempo, dallo Stato Islamico.</p>
<blockquote><p>La Clinton ha rinfacciato all’avversario la parentela con George W. Bush, responsabile della guerra all’Iraq baathista, definita da molti oppositori la “guerra del petrolio”. Una guerra costata ai contribuenti americani ben 1.700 miliardi di dollari, più altri 490 miliardi per l’assistenza ai reduci</p></blockquote>
<p>«Dov’era il segretario di Stato Clinton quando avveniva tutto questo?», <a href="http://www.nytimes.com/2015/08/12/us/politics/jeb-bush-blames-us-policies-for-isis-rise.html" target="_blank">chiede sul <em>New York Times</em></a>. <strong>«L’Islam radicale è una minaccia che siamo assolutamente in grado di superare»</strong>, ha detto Bush, «Io, se eletto presidente, sarò inflessibile sulla questione». Non sarà un intervento massiccio (come fece, invece, il fratello), perché potrebbe allarmare alcuni elettori. «Non ne abbiamo bisogno», ha detto. «Ma serve comunicare che siamo seri e determinati ad aiutare le forze locali riportano il loro paese». Critica condivisa da tutti i candidati repubblicani in corsa per le presidenziali, compresi il senatore della Florida Marco Rubio e il governatore Scott Walker del Wisconsin. Un errore il ritiro delle truppe americane dall’Iraq. La soluzione? L’invio di militari per riportare l’ordine contro l’Isis. Per il governatore dell’Ohio John R. Kasich, l’operazione dovrebbe coinvolgere pure gli alleati europei.</p>
<p>La Clinton, dal canto suo, si è difesa. Ha rinfacciato all’avversario la parentela con George W. Bush, responsabile della guerra all’Iraq baathista, definita da molti oppositori la “guerra del petrolio”. Una guerra costata ai contribuenti americani ben <strong>1.700 miliardi di dollari</strong>, più altri 490 miliardi per l’assistenza ai reduci di guerra, senza contare i costi umani, cioè 134mila civili iracheni morti, <a href="http://www.huffingtonpost.com/news/iraq-war-costs/" target="_blank">come riporta l’<em>Huffington Post</em></a> in occasione del decennale del conflitto. Un “vizio” di famiglia, dato che il padre, l’anziano presidente George Bush sr., aveva ordinato l’attacco nel 1990, durante la prima guerra del Golfo.</p>
<blockquote><p>Nel 2003 Hillary Clinton votò a favore dell’intervento militare in Iraq, gesto che non solo divise il suo partito, ma che le fece perdere la nomination democratica del 2008, che andò a Barack Obama</p></blockquote>
<p>In realtà la critica dei repubblicani e di Jeb Bush – anche se l’attacco all’Iraq viene rivendicato – si concentra sulle responsabilità del disimpegno obamiano, cioè la nascita e lo sviluppo del Califfato, <strong>uno stato “malvagio”, un mostro geopolitico</strong> contro cui è necessario che si armino tutte le nazioni civilizzate. L’obiettivo è evidente: dipingere la Clinton come un segretario di Stato debole. Lo staff della candidata, come Brad Woodhouse, ha replicato attaccando George W. Bush e la sua politica estera “distruttiva”, e il consigliere politico di Hillary, Jake Sullivan, ha esposto le stesse tesi. Viene da porsi una domanda, allora: le frasi della Clinton, che dipingono la precedente amministrazione repubblicana come responsabile della situazione mediorientale, indicano quindi una sua discontinuità?</p>
<p>Innanzitutto, nel 2003 Hillary Clinton votò a favore dell’intervento militare in Iraq, gesto che non solo divise il suo partito, ma che le fece perdere la nomination democratica del 2008, che andò a Barack Obama soprattutto grazie al voto dell’opinione pubblica pacifista (Obama era stato infatti contrario fin dall’inizio all’invasione dell’Iraq). L’invasione non solo dimostrò che il regime baathista non aveva “armi di distruzione di massa”, ma “balcanizzò” l’Iraq favorendo la crescita di gruppi armati jihadisti. <strong>Le prigioni statunitensi in Iraq, in particolare Camp Bucca, furono la palestra nella quale molti jihadisti si incontrarono</strong>, si conobbero, fecero proseliti e si organizzarono per le lotte future per la nascita del califfato islamico, «concepito dal suo futuro leader, Abu Bakr al-Baghdadi, insieme ad altri capi jihadisti proprio sotto il naso degli americani», dando ai vari ribelli sunniti «la straordinaria opportunità di ritrovarsi tutti insieme […]. Altrove sarebbe stato terribilmente pericoloso; lì non solo eravamo al sicuro, ma ci trovavamo solo a pochi metri di distanza dall’intera leadership di al Qaeda», spiega Martin Chulov sul <a href="http://www.theguardian.com/world/2014/dec/11/-sp-isis-the-inside-story" target="_blank"><em>Guardian</em></a> l’11 dicembre 2014.</p>
<p>In tempi più recenti, nel 2011, ancora la Clinton – con Obama presidente – loda, durante le “primavere arabe”, il linciaggio e la morte del dittatore libico Muammar Gheddafi. Celebre la sua frase: «<em>We came, we saw, he died</em>», in una fase in cui, nel mese di febbraio, i vari paesi occidentali e del Golfo avevano collaborato via aria (coi bombardamenti Nato) e da terra (intelligence e corpi speciali) contando sull’<strong>appoggio dei ribelli libici</strong> – che non erano semplici civili, ma una forza militare composta anche da forze apertamente qaediste, come spiega <a href="http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/libya/8407047/Libyan-rebel-commander-admits-his-fighters-have-al-Qaeda-links.html" target="_blank">in un’intervista al <em>Telegraph</em></a> nel marzo 2011 Abdel-Hakim al-Hasidi, ex prigioniero di Guantanamo che, dopo la presa di Tripoli, ne diventerà comandante militare.</p>
<p>Sul pericolo di queste formazioni si parlava già nel dicembre 2007 in uno studio condotto a West Point (sede dell’accademia militare americana), intitolato <em><a href="http://tarpley.net/docs/CTCForeignFighter.19.Dec07.pdf" target="_blank">Al Qaida’s Foreign Fighters in Iraq: A First Look at the Sinjar Records</a>, </em>si rivelava che il corridoio che da Bengasi va a Tobruk, passa attraverso la città di Derna, una delle principali aree ad alta densità di terroristi jihadisti al mondo. Gli autori dello studio – Joseph Felter e Brian Fishman – spiegano che, se <strong>l’Arabia Saudita è al primo posto per numero di jihadisti inviati</strong> a combattere gli Stati Uniti e altri membri della coalizione in Iraq o in altre zone, «il secondo paese d’origine dei combattenti, con il 18,8% dei combattenti [era la] Libia». Molti di questi ribelli saranno inquadrati nel Libyan Islamic Fighting Group, raggruppamento che dal novembre 2007 sarà affiliato ad Al-Qaeda.</p>
<blockquote><p>L’invasione non solo dimostrò che il regime baathista non aveva “armi di distruzione di massa”, ma “balcanizzò” l’Iraq favorendo la crescita di gruppi armati jihadisti</p></blockquote>
<p>Non va dimenticata, poi, la guerra in Siria. È dalla Libia, sempre nel 2011, che partiranno numerosi volontari jihadisti verso la Siria ba’thista e l’Africa sub sahariana per combattere il regime di Assad, espandendo lo Stato islamico. Secondo Hillary Clinton era necessario armare sin dall’inizio, e in modo massiccio, i «ribelli moderati siriani». Non averlo fatto – sostiene – ha dato modo ai jihadisti di riempire il vuoto e di “convertire” i ribelli in loro alleati. Questa visione dei fatti, però, viene smentita sull’Indipendent da Robert Fisk, nel giugno 2014: «<strong>Chi sono questi ribelli “moderati” che Obama vuole addestrare e armare?</strong> Non li nomina e non può, perché i “moderati” originali, ai quali gli Stati Uniti hanno promesso fondi – con l’aiuto della Cia, degli inglesi, dell’Arabia Saudita, del Qatar e della Turchia – sono membri del cosiddetto “Esercito siriano libero” composto principalmente da disertori delle forze armate siriane. Ebbene, l’Esl […] si è dissolto. I suoi uomini si sono ritirati, si sono arruolati con Al Nusra o nell’Isis o sono tornati nell’esercito governativo». E poi: «Si dice che i “combattenti per la libertà” non abbiano ricevuto abbastanza armi. Ora ne avranno di più. E non c’è dubbio che le venderanno, come hanno fatto prima. […] Date ad un uomo dell’Esl – nel caso lo incontraste – un missile antiaereo e ve lo venderà al miglior offerente».</p>
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<h2><a href="http://www.linkiesta.it/hillary-clinton-critica-obama-atlantic">Hillary Clinton critica il “troppo cauto” Obama</a></h2>
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<p>Inoltre, un documento dell’Agenzia d’intelligence del Pentagono datato 12 agosto 2012, reso pubblico il 18 maggio 2015 per iniziativa dei conservatori del <a href="http://www.judicialwatch.org/" target="_blank">Judicial Watch</a>, sembra confermare che <strong>l’amministrazione Obama è arrivata a sottovalutare il Daesh </strong>pur di contrastare Assad, favorendone così la crescita: il documento spiega che fin dal 2012 – con la Clinton Segretario di Stato – i vari paesi occidentali, assieme alla Turchia e agli Stati del Golfo, assieme alle forze siriane di opposizione, intendevano «stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e ciò è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione, per isolare il regime siriano, retrovia strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)».</p>
<p>Insomma, anche se la Clinton è nel giusto quando rinfaccia a Jeb Bush che il fratello e il padre condussero una politica estera tutt’altro che pacifica, basta poco per vedere che le sue posizioni fossero favorevoli. E che anche il marito Bill, quando fu presidente condusse contro la Serbia, <strong>senza il consenso dell’Onu</strong>, una guerra sotto le insegne della Nato. E fu sempre lui a dare il primo riconoscimento ufficiale della nozione giuridica di «Stato canaglia» (da colpire militarmente o con delle sanzioni), che risale al Missile Defense Act del 1999. Insomma, in fatto di parentele (anche acquisite) anche lei ha poco da vantarsi.</p>
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