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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Individualismo</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Costanzo Preve (Valenza, 14 aprile 1943 – Torino, 23 novembre 2013)</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 11:58:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong> VOGLIAMO RICORDARLI COSI</strong></p>
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<div id="post-7633">
<h2></h2>
<div>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/12/26495aabe4a50a309c0b8dfbbc282528_XL.jpg"><img title="26495aabe4a50a309c0b8dfbbc282528_xl" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/12/26495aabe4a50a309c0b8dfbbc282528_XL.jpg" alt="" width="300" height="206" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>COSTANZO PREVE – RIPENSARE MARX OLTRE LA DESTRA E LA SINISTRA</strong></p>
<p><strong>Intervista con il Prof. COSTANZO PREVE a cura di LUIGI TEDESCHI</strong></p>
<p>1)<em> La conflittualità con il capitalismo è il tema dominante che rappresenta l’origine e la ragion d’essere della sinistra. Evocare la sinistra significa, sia storicamente che psicologicamente riferirsi ad un complesso di culture ed ideologie che si contrappongono ad uno stato di rapporti economici e politici prestabiliti nella società capitalista.  </em><em>La sinistra è nata storicamente a seguito delle contraddizioni interne del capitalismo, in tema di eguaglianza sociale, produzione e redistribuzione della ricchezza, stratificazione della società in classi. Le crisi ricorrenti del capitalismo hanno posto storicamente in risalto il ruolo critico e antagonista della sinistra, in funzione di una alternativa che prefigurasse l’avvento di una nuova società che sostituisse  quella capitalista. Il fondamento economicista della società capitalista avrebbe quindi dovuto essere rovesciato in senso rivoluzionario con la creazione di una società socialista prima e comunista poi. Il fenomeno rivoluzionario comunista si rivelò, oltre che illusorio, un clamoroso fallimento. L’economia del socialismo reale non seppe competere con quella capitalista, né, tantomeno, fu in grado di sostituirsi ad essa. Il socialismo reale, anzi, nell’intento di emulare e superare il capitalismo fordista, ne esasperò gli aspetti negativi, quali l’esasperato produttivismo, la centralizzazione pianificatrice, l’omologazione di massa, la rigidità gerarchica delle strutture, senza conseguire gli stessi risultati. L’economia, vista l’impossibilità di creare nuovi sistemi che sostituissero il capitalismo, fu emarginata dai temi ideologici di una sinistra che, visto il fallimento dell’esperienza sovietica, si guardò bene dal riproporre la ricetta dell’economia pianificata in occidente, ma, nello stesso tempo, non fu in grado nell’ovest capitalista di elaborare modelli alternativi che non fossero socialdemocratici, cioè ispirati ad un riformismo moderato, quali correttivi istituzionali interni alla logica dell’economia di mercato. In realtà, a mio parere, l’ideologia marxista ha impostato il conflitto di classe basandosi unicamente sui rapporti di produzione e di redistribuzione della ricchezza non tenendo in dovuto conto la dinamica dei processi produttivi, della ripartizione tecnica delle funzioni specifiche nell’ambito di un processo produttivo estremamente parcellizzato e specializzato. La ricchezza, prima che essere ridistribuita diffusamente, dovrebbe essere prodotta secondo criteri ispirati alla massima diffusione. La sinistra ha obbedito ai dogmi ideologici, senza dimostrarsi adeguatamente sensibile alle trasformazioni evolutive dei processi di produzione che hanno creato tante nuove categorie di lavoratori e tanti poteri interni nell’ambito dell’azienda, dato l’estremo moltiplicarsi delle funzioni specifiche. Questa evoluzione ha condotto alla frammentazione della classe lavoratrice. In mancanza di una teoria unitaria in cui trovassero la loro sintesi gli interessi e le aspirazioni delle singole categorie produttive, le categorie stesse sono diventate o succubi inermi del capitale finanziario, oppure si sono costituite in corporazioni interne chiuse e autoreferenti, in organismi cioè di interessi particolari spesso in lotta fra di loro (tecnici, managers), nell’ambito dell’economia, comunque funzionali alla logica del capitale finanziario.</em></p>
<p>La tua domanda invita a riflettere sulle cause storiche e sociali profonde della dinamica di progressiva integrazione nel capitalismo della sinistra, storicamente sede della conflittualità e della tensione al superamento integrale dei capitalismo stesso, e suggerisce però anche una spiegazione delle ragioni di questa integrazione, e cioè la dinamica di frammentazione della classe lavoratrice, dinamica che ha smentito le frettolose speranze in vista di una sua unificazione, sociale e politica, unificazione che è stata ad un tempo la prognosi e la speranza della sinistra specificatamente “marxista”, da non confondere con la sinistra nel suo complesso. Tutto questo richiede anche una periodizzazione storica, in quanto la cosiddetta “sinistra” è una realtà estremamente metamorfica, e senza impadronirsi concettualmente delle sue dinamiche metamorfiche non è possibile intendersi. Cercherò di esprimere analiticamente la mia opinione su entrambi i punti. Prima, però, dal momento che questa è la prima domanda, “scoprirò le mie carte” su due questioni largamente preliminari, in cui esporrò subito in modo “numerico” le mie due tesi di fondo:</p>
<p>I) Viviamo in un’epoca storica che potremmo definire, sulla scorta di Alain Badiou (cfr. Il Secolo, Feltrinelli, Milano 2006, p.39), come l’Epoca della Seconda Restaurazione, ove la prima sia quella apertasi dopo il 1815 ed il congresso di Vienna, e chiusasi soltanto dopo il 1848. Anche se le analogie storiche sono quasi sempre ingannatrici, in questo caso faremo un’eccezione, ed useremo questa analogia in modo comparativo. Il presente richiede infatti sempre un detour attraverso il passato. II) Sulla base di questa diagnosi storica preliminare, per cui viviamo appunto nell’epoca della Seconda Restaurazione, non ritengo opportuno riproporre gli schieramenti e le dicotomie precedenti a questa seconda restaurazione stessa. Nella fattispecie che ci interessa, non ritengo opportuno riproporre il programma della rifondazione della vera, autentica, buona “sinistra” (oppure – ma è lo stesso – della rifondazione della vera, autentica, buona, nuova “destra”, eccetera), ma mi colloco personalmente nell’ottica del progressivo superamento della dicotomia Destra/Sinistra, almeno nel contesto europeo occidentale in cui viviamo (non parlo di paesi come l’India o il Venezuela, in cui la dicotomia storica e sociale funziona ancora a pieno regime). Dopo aver discusso i due punti preliminari, passerò alle due questioni da te poste nella domanda.<br />
Se assumiamo allora l’ottica del presente come storia, e cioè del tentativo di pensare “storicamente” non solo il passato, ma anche il presente in cui viviamo, presente che è l’arco temporale mobile che lega il passato ed il futuro, ritengo che gli ultimi due decenni del novecento hanno aperto un periodo storico, tuttora in corso e di cui non si intravede affatto la fine, che Badiou ha felicemente connotato come Seconda Restaurazione. Essa si distingue però dalla prima, quella del 1815, per due ragioni di fondo. Primo, questa restaurazione è globalizzata, concerne lo Spazio geografico del mondo intero, anche se in questo spazio vi sono resistenze (Irak, Afghanistan, Palestina, eccetera) e vi sono connivenze (Europa in primo luogo), e su questa dicotomia non solo politico-militare ma anche “morale” Resistenza/Connivenza bisognerà tornare. Secondo, la prima restaurazione del 1815 vedeva la temporanea riscossa tattica di una classe sociale destinata alla sconfitta strategica, e cioè la nobiltà tardofeudale europea, mentre questa restaurazione vede invece la formazione di gruppi ultracapitalistici con probabile base di massa (new global middle class globalizzata, eccetera), che non sembrano in alcun modo costituire una classe sorpassata o in “decadenza”.<br />
Il clima culturale di questa seconda restaurazione vede il fenomeno della demonizzazione e dell’esorcizzazione delle ideologie novecentesche di mobilitazione politica (il comunismo, in primo luogo, ma anche ovviamente i fascismi ed i populismi carismatici di redistribuzione sociale del reddito), ideologie raccolte tutte sotto il cappello categoriale del cosiddetto “totalitarismo”, esattamente come il clima culturale della prima restaurazione vedeva il fenomeno della demonizzazione e dell’esorcizzazione delle ideologie settecentesche di tipo illuministico. L’analogia è in questo caso del tutto calzante: la rabbia restauratrice della seconda restaurazione se la prende con le ideologie novecentesche esattamente come la rabbia restauratrice della prima restaurazione se la prendeva con le ideologie settecentesche. Mi limito a constatare questo interessante fenomeno, senza che questo implichi la mia personale adesione a tutte le varianti dell’illuminismo settecentesco né tantomeno a tutte le varianti del comunismo storico novecentesco. I restauratori devono cancellare tutto il passato, la loro demonizzazione deve essere totale ed integrale, e non deve restare pietra su pietra. La cancellazione del novecento deve essere integrale, e in questo non c’è nessuna differenza fra il “destro” Augusto del Noce ed il “sinistro” Marco Revelli. In opposizione a questi signori, chi scrive intende subito affermare: “Viva il Novecento!”. E soprattutto: “Viva un secolo che ha almeno tentato – sia pure senza riuscirci – di contrapporre la sovranità della politica al dominio incontrollato e smisurato dell’economia feticizzata e divinizzata!”.<br />
La restaurazione impone però un mutamento qualitativo delle forme ideologiche di resistenza che avevano caratterizzato il precedente scenario, che non può in alcun modo essere “riproposto”. La prima restaurazione (1815) mostrò ben presto che era impossibile riproporre il giacobinismo, il russovianesimo, il giusnaturalismo egualitario, il contrattualismo democratico, il comunismo utopistico della ripartizione (Morelly, Babeuf, eccetera), il luddismo di distruzione delle macchine e di restaurazione dell’artigianato manuale, eccetera, e dopo alcuni decenni di fisiologica oscillazione sorsero infatti nuove correnti politiche, di destra (Donoso Cortes) e di sinistra (Marx). Ed è proprio ispirandomi a questa analogia, e prendendola sul serio come merita, che personalmente ritengo che in questa seconda restaurazione dobbiamo fare come i nostri progenitori di metà ottocento, i quali non riproposero le vecchie forme settecentesche, ma proposero forme politiche ed ideologiche completamente nuove. Nel nostro specifico contesto storico (primo decennio del ventunesimo secolo) e geografico (Europa occidentale sottomessa ad una occupazione militare USA accettata dagli attuali governi fantocci, che appunto per questa ragione considero del tutto illegittimi, non importa se sanzionati o meno da elezioni manipolate), ritengo la dicotomia Destra/Sinistra la forma vecchia di ideologia politica orientativa, ed il suo superamento, per ora lento, incerto e graduale ma da non lasciare certo cadere, il principale compito culturale del nostro tempo. Per quanto riguarda la Destra, io approvo la posizione di Alain de Benoist che sostiene il superamento della dicotomia (e per questa ragione gli ho dedicato un saggio, cfr. Il Paradosso de Benoist, Editrice Settimo Sigillo, Roma 2006), e critico spietatamente tutte le posizioni (un solo nome: Marcello Veneziani) che ne ripropongono invece il mantenimento. Tuttavia, questo riguarda gli ambienti di “destra”, di cui non faccio parte, e ad ognuno il suo compito. Per quanto riguarda invece la “sinistra”, di cui faccio parte dall’età di 18 anni (ora ne ho 64), sono contrario ad ogni ipotesi di ricostruzione o di rifondazione della “vera” sinistra, sempre contrapposta da almeno due secoli alla “falsa” sinistra, quella che avrebbe tradito, si sarebbe integrata nel sistema e si sarebbe fatta “comprare” con emolumenti parlamentari spropositati, assunzioni superpagate in apparati mediatici, eccetera. Si può infatti arrivare al massimo – se si segue questa via senza uscita – alle famose Due Sinistre Alleate, quella detta in modo americanizzante “radicale” e quella detta in modo vetero–europeo “riformista”, in cui per ragioni di logica sistemica elettorale il baricentro programmatico cade necessariamente sulla seconda componente, ed allora i “radicali” diventano i portatori d’acqua dei “riformisti”, che sono poi sempre gli esponenti politici degli interessi strategici del grande capitale finanziario, i cultori della nuova religione sionista del complesso di colpa eterno dell’Europa e gli agenti proconsolari locali dell’impero americano potentemente armato. Ho dunque messo così le “carte in tavola”: viviamo in un’epoca triste e grottesca di Seconda Restaurazione, dobbiamo sopportare i lagnosi demonizzatori del novecento, dobbiamo accettare di essere rintronati dallo stucchevole coro dei virtuosi accusatori del totalitarismo, siamo nelle mani di un circo mediatico ignorante, asservito e corrotto, assistiamo al massacro ambientale del pianeta da parte di oligarchie finanziarie incontrollabili, e vediamo ripresentarci in tavola minestre riscaldate di “vere” destre reazionarie e tradizionalistiche e di “vere” sinistre radicali e rivoluzionarie. Di fronte a questo c’è soltanto la visualizzazione del quadro del norvegese Munch denominato L’Urlo. E con questo “urlo” passerò a discutere i due punti da te proposti nella domanda. Veniamo al primo punto, e cioè alle dinamiche di integrazione progressiva messe in atto dalla riproduzione capitalistica. Bisogna subito dire che queste dinamiche non hanno coinvolto soltanto la sinistra cosiddetta “rivoluzionaria”, prima popolare – democratica (1815-1871, e cioè sconfitta della Comune di Parigi), poi socialdemocratica (1871-1914, e cioè bagno di sangue della prima guerra mondiale con annessa “approvazione” delle miserabili direzioni politiche e sindacali), ed infine comunista (1917-1991, e cioè tragicomica dissoluzione del baraccone). Queste dinamiche hanno coinvolto tutte le forme di resistenza, da quelle tradizionalistiche a quelle anarchiche, da quelle autogestionarie e cooperativistiche a quelle populistiche o “fasciste di sinistra”, eccetera. Non è dunque storiograficamente corretto parlare del solo fallimento della sinistra. Per ora, il fallimento ha coinvolto tutte le forme di resistenza al dominio totalitario della merce, il solo totalitarismo meritevole di questo nome, non certo quello di cui parlano lamentosamente i superpagati intellettuali pagliacci tipo accademici americani o nouveaux philosophes francesi. L’etica religiosa cristiana è infatti stata sconfitta almeno quanto è stata sconfitta l’etica egualitaria comunista. Soltanto i famosi polli di Renzo Tramaglino di cui parla il Manzoni sono talmente stupidi da beccarsi fra di loro mentre vengono portati in pentola. Per quanto mi riguarda, ho chiuso con questa Polleria Tramaglino da tempo, e gli scontri fra polli di estrema sinistra e polli di estrema destra hanno smesso di interessarmi. Gli esseri umani sono forse intelligenti, ma i polli evidentemente non lo sono. Io comunque dal pollaio sono uscito. La dinamica sistemica di integrazione nel sistema capitalistico deve dunque diventare l’oggetto privilegiato di studio comune per tutti coloro che considerano “alienata” l’attuale società capitalistica. Su questo punto ha però ragione Georges Sorel: senza odiare (ho scelto volutamente questo scandaloso verbo incompatibile con il buonismo pecoresco oggi dominante, che ricopre uno dei maggiori “cattivismi” della storia dell’umanità, il cattivismo della disuguaglianza capitalistica) le attuali oligarchie al potere non si caverà un ragno dal buco. Non esiste oggi una teoria sistemica complessiva che abbia come oggetto specifico l’integrazione capitalistica, ma disponiamo per ora solo di brandelli sparsi (pensiero di Marx, marxismi successivi, interpretazione di Heidegger dell’esito tecnico della metafisica occidentale, rivendicazione di Guenter Anders della fisiologica “antiquatezza” umana, Debord, Baudrillard, Christopher Lasch, Zygmunt Bauman, scuola di Francoforte, eccetera). Questi brandelli non fanno ancora una convincente teoria complessiva. Sono però cautamente ottimista in proposito: sarà la stessa globalizzazione ultracapitalistica a produrre gradatamente delle teorie unificate a livello mondiale di critica del nuovo capitalismo. Per il momento abbiamo soltanto anticipazioni caricaturali di queste teorie, prima fra tutte la teoria del nesso Impero/Moltitudini del profeta padovano-parigino Toni Negri, che recentemente lo stesso allievo di Althusser Etienne Balibar ha definito simile alle grida che fanno i bambini nel buio per farsi coraggio. Un’ultima questione, quella della dinamica di frammentazione del lavoro che la teoria di Marx non avrebbe previsto, e che è stata invece la causa principale del fallimento delle ottimistiche previsioni del comunismo novecentesco. Ritengo che tu colga qui il centro della questione, e me ne congratulo, perché tutti i discorsi di tipo moralistico (tradimento dei dirigenti, insufficiente educazione ideologica, tentazioni corruttive dovute al consumismo, eccetera) non solo lasciano il tempo che trovano, ma danno anche un retrogusto disgustoso a tutti coloro che sono abituati a ben altri cibi ed a ben altre bevande di migliore qualità. E’infatti vero che la teoria originale di Marx (che non è affatto derivata dalla “sinistra” del tempo – come molti erroneamente ritengono – ma che è sorta da una scandalosa “eresia” all’interno di questa sinistra, che era moralistico-pauperistica e non certo “filosofica”) non riponeva le proprie speranze rivoluzionarie strategiche sull’impoverimento progressivo della gente, ma le riponeva al contrario sulla formazione progressiva di un soggetto rivoluzionario epocale, che non era – come quasi tutti erroneamente credono – la vecchia buona classe operaia, salariata e proletaria, ma era invece (e vedi il noto Capitolo VI inedito del primo libro del Capitale di Marx) il lavoratore collettivo cooperativo associato, dal direttore di fabbrica all’ultimo manovale, alleato con le potenze produttive sprigionate dalla stessa produzione capitalistica, potenze produttive che Marx aveva definito con il termine inglese di General Intellect. Questo soggetto non si è costituito, e non si è costituito probabilmente perché Marx ne aveva ipotizzato la costituzione al livello di fabbrica, e cioè di singola unità produttiva separata, ma il livello della connessione mercantile fra imprese non è evidentemente assimilabile al livello dell’unità produttiva isolatamente concepita. La produzione capitalistica non è assimilabile ad un’unica grande fabbrica mondiale (anche se così l’hanno concepita sia il vecchio marxismo di Kautsky sia il nuovo operaismo di Toni Negri, oggi dominante presso tutti i confusionari del globo), ma ad una rete conflittuale di imprese in conflitto strategico.<br />
Un’ultima osservazione: non è vero che il marxismo critico non si è mai accorto di questo. Ad esempio, il marxista italiano Gianfranco La Grassa, in particolare in alcune opere recenti, non solo se ne è accorto, ma ha anche prodotto riflessioni molto acute in proposito. Il fatto che sia stato “silenziato” dalle bande mediatiche futuriste della sinistra chic non riguarda infatti il severo piano della riflessione critica sul mondo, che procede senza e contro queste irrilevanti e rumorose bande mediatiche.</p>
<p>2)<em> La sinistra marxista e post marxista, sin dalle sue origini, ha avuto un ruolo storico antagonista al capitalismo. Essa ha rappresentato il termine opposto del capitalismo nell’ambito della dialettica borghesia – proletariato in una perenne conflittualità in cui uno dei due termini eliminasse l’altro, dimodoché, ciascuno fosse di per sé un assoluto autoreferente che, in una visione univoca della realtà storica, concepisse la storia come funzionale al realizzarsi del proprio primato. Sono dunque borghesia e proletariato due termini necessari, complementari e inscindibili di una dialettica dalla sintesi impossibile, perché entrambi sono classi derivate da una impostazione economicista della società, data come presupposta alla contrapposizione di forze sociali antagoniste. In tale ambito è infatti impossibile l’elaborazione di un principio superiore che presieda ad una struttura sociale in cui trovino la loro composizione interessi altrimenti inconciliabili. Tale dialettica si è rivelata autodistruttiva sia per la borghesia che per il proletariato. Il capitalismo globale ha infatti assorbito le classi sociali nella massa informe del consumismo globale, in cui esistono classi differenziate dai livelli di reddito e consumo, comunque inglobate e funzionali alla logica di produzione capitalista e private di ogni potere contrattuale nei confronti delle élites. La sinistra socialdemocratica ha rappresentato una fase del processo di transizione della lunga marcia della sinistra verso il liberalismo, che ha comportato l’assimilazione delle masse proletarie alla piccola borghesia, mediante la diffusione del consumismo e del benessere diffuso. L’attuale sinistra post–marxista costituisce la fase terminale della definitiva confluenza della sinistra nella cultura e nella struttura sociale della società capitalista. Tuttavia la sinistra, per quanto degenerata, non è una razza in via di estinzione. Per quel principio di azione–reazione che governa tutti i fenomeni storico – politici assicurandone sia la stabilità che la continuità, mentre la destra neocon assume il ruolo di forza conservatrice e stabilizzatrice dei fondamenti sia economiche morali dell’ordine capitalista globale, la sinistra radicale svolge invece un ruolo di innovazione culturale e di impulso verso lo sviluppo di stadi successivi dell’evoluzione progressiva connaturata alla globalizzazione capitalista, delineando le nuove tendenze culturali, morali e di costume, oltre alle nuove sfide che costituiscono obiettivi di incessante progresso della società del futuro. In questa chiave di lettura debbono essere comprese, a mio avviso, le tematiche della sinistra odierna, inerenti al villaggio globale, il pacifismo, il melting pot, i diritti umani. L’attuale sinistra è stata integrata nella società capitalista, non nelle vesti di una mera sovrastruttura culturale, ma come una forza propulsiva e innovativa essenziale al progresso illimitato della società capitalista.</em></p>
<p>Nella mia risposta precedente ho già fatto notare che la tradizione marxista non ha effettivamente saputo comprendere in tempo le ragioni delle dinamiche profonde di integrazione delle classi oppresse nel capitalismo, dinamiche che non devono essere fatte risalire ad un generico “consumismo”, ma che trovano la loro ragion d’essere profonda nella mancata costituzione del lavoratore collettivo cooperativo associato, di cui la classe operaia, salariata e proletaria avrebbe dovuto essere soltanto l’avanguardia politica e sindacale, e non certo il “soggetto sostitutivo”, come tutto il marxismo “operaistico” ha sempre creduto per più di un secolo. Questa tua seconda domanda ripropone la questione dell’ “integrazione”, in cui tu vedi evidentemente (se non ti sto fraintendendo) l’experimentum crucis della falsificazione epistemologica definitiva della teoria di Marx. In proposito, colgo allora l’occasione in questa seconda risposta per esporre non certo il “marxismo” (che è un “ismo” inesistente, in quanto è in realtà un campo conflittuale di “ismi” interpretativi fra i quali non c’è collaborazione, ma guerra senza fine), quanto il mio personale “marxismo”, o più esattamente la mia personale ed irripetibile elaborazione autonoma ed indipendente dell’eredità filosofica e scientifica di Marx. Io non rispondo infatti di un fantomatico “marxismo”, ma rispondo solo di me stesso, di quanto dico e di quanto penso. D’altronde, so bene che è la stessa cosa per te, e che su questa base di libertà interpretativa assoluta si è consolidata la nostra stima reciproca, laddove i “duelli” fra Destra e Sinistra ci hanno sempre lasciati giustamente del tutto indifferenti. Questi “duelli” da talk-show sono infatti sempre e soltanto ingredienti della simulazione mediatica per spettatori passivizzati.<br />
Una premessa micro autobiografica. Sono cresciuto a Torino, città che una infondata vulgata autopromozionale ha fatto passare per una “città colta”, la città di Gobetti e di Gramsci. Nulla di più infondato. Come ha scritto in modo definitivo e lapidario lo storico Romolo Gobbi, “se uno volesse indicare in tutto il mondo una società chiusa, Torino è la più rappresentativa (cfr. AAVV, Gli operaisti, Derive e Approdi, Roma 2005, p.176). Ma a cosa è dovuta questa peculiare “chiusura” sorda e malvagia tipicamente torinese, che produce impazzimenti alla Nietzsche e suicidi alla Cesare Pavese? Difficile dirlo, ma credo che alla base di tutto ci stia il passaggio di Torino da una prima fase di feudalesimo nobiliare, monarchico e savoiardo ad una seconda fase di feudalesimo industriale, fabbrichista, aziendalista ed agnellesco. Si ricorderà che le società feudali erano divise in tre ceti ben distinti, i nobili ed i signori (bellatores), il clero, i pretoni e gli intellettuali (oratores) ed infine il popolo lavoratore (laboratores). Su scala torinese queste tre classi feudali si sono riprogrammate in senso capitalistico, in quanto i bellatores sono diventati il ceto dominante aziendalistico-agnellesco, gli oratores sono diventati il gruppo intellettuale prima positivistico e poi azionista-antifascista, ad infine i laboratores sono diventati l’asfissiante tribù livellatrice operaistico-comunista specificatamente torinese. Gli azionisti-antifascisti (Bobbio, Antonicelli, eccetera) hanno fatto da mediatori fra l’Avvocato Principe circondato da calciatori e la Tribù Operaia con i suoi intellettuali “organici” in preda ad un urlo continuo, prima di tipo illusorio e poi di tipo delusorio, ma sempre regolarmente idiota.<br />
In questo ambiente aziendalistico-feudale il solo modo di elaborare una propria visione critica del mondo era la scelta di una rigorosa solitudine metodologica, che comportava prima di tutto il distacco dal sistema delle tre tribalità stratificate (ripeto: le tribalità aziendalistico-agnellesca, la tribalità azionista-antifascista ed infine la tribalità operaistico-comunistica, ove il termine “comunista” non c’entri assolutamente nulla con il Marx veramente esistito). Recensendo un mio libro sulla rivista “Indice” Marco Revelli definì il senso del mio lavoro Marxismo in solitudine (sic!). Probabilmente il tribalista-operaista Revelli non intendeva farmi un complimento, ma io lo presi come il complimento più grande che mi abbiano mai fatto. Si agisce sempre comunitariamente, infatti, pena l’irrilevanza della propria azione ed il suo inevitabile insuccesso testimoniale, ma si pensa, si elabora e si scrive sempre in solitudine. Se qualche studioso futuro di prevologia (mai porre limiti alla divina provvidenza!) vorrà studiare la genesi non solo psicologica ma anche teorica della mia produzione intellettuale, sappia che essa si è sviluppata – in assoluta e rivendicata solitudine – in opposizione ad uno degli ambienti più chiusi e stratificati della galassia in cui ci troviamo. Ed ora chiudiamo con questa innocua parentesi microbiografica di tipo inevitabilmente narcisistico. Senza questa “solitudine” radicale non sarei quello che sono, buono o cattivo che sia. Passiamo dunque non al “marxismo” in generale, ma al mio particolare “marxismo in solitudine” che ho autonomamente elaborato, e sulla base del quale cercherò di rispondere a questa tua seconda domanda. Tu hai infatti ragione nel rilevare che la riproduzione capitalistica complessiva ha integrato entrambe le classi, e non soltanto il proletariato, come credono in generale gli sciocchi. Solo chi identifica economicisticamente la classe borghese con l’insieme statistico ed anagrafico-catastale di tutti i proprietari privati dei mezzi di produzione, dalla FIAT al piccolo ufficio di fotocopiatrici, e di tutti i titolari della cosiddetta Partita-IVA, può pensare in modo calcistico che la “borghesia” abbia vinto mentre il “proletariato” ha perso ed è stato “retrocesso” in serie B. Mi congratulo anzi con questa tua comprensione dell’essenziale della questione, perché ti assicuro che almeno il 95% della restante comunità intellettuale marxista -una struttura assai più conservatrice dello stesso clero zoroastriano- non ci è ancora arrivata, e pensa invece che appunto la borghesia sia risultata “vincitrice” della lotta bisecolare (1789-1989) contro il proletariato, che dovrà allora “riorganizzarsi”, ovviamente in una “vera sinistra radicale” pacifista, femminista, buonista e belante.<br />
Non è così. E tuttavia lo stesso metodo dialettico di Marx, ove si decida di rielaborarlo “in solitudine”, ci insegna a distinguere fra la Borghesia, intesa come classe-soggetto storicamente costituita, ed il Modo di Produzione Capitalistico, che è invece un “processo senza soggetto” (Althusser), un sistema anonimo ed impersonale, e più in generale un complesso di rapporti sociali che ha certo bisogno per potersi “avviare” di un motorino d’avviamento (la borghesia, appunto), ma che ad un certo punto del suo sviluppo, generalizzatasi la forma di merce universale ed il tipo di cultura che è congeniale e funzionale a questo complesso di rapporti sociali, passa ad una fase nuova di tipo postborghese e postproletario. Restano ovviamente i proprietari dei mezzi di produzione ed i venditori sul mercato della propria forza-lavoro (Arbeitskraft), resta l’estorsione del plusvalore (Mehrwert), sia assoluto che relativo, restano ed anzi si allargano ulteriormente le spaventose disuguaglianze nel potere e nel consumo fra gruppi sociali, nazioni, stati ed aree geografiche, ma queste crescenti dinamiche differenziali non possono più essere spiegate estendendo semplicemente al mondo intero l’obsoleto schema dicotomico Borghesia/Proletariato.<br />
Questo è però -per dirla alla Paolo di Tarso- scandalo per i proletari e pazzia per i borghesi. E nello stesso tempo, se non si comincia a dirlo, sia pure in modo necessariamente ancora imperfetto, non si potrà “sbloccare” l’attuale situazione di ristagno intellettuale.<br />
Non sono invece sicuro di condividere la tua valutazione sulla complementarietà sistemica fra i neoconservatori, cui le oligarchie avrebbero delegato i compiti di “forza conservatrice e stabilizzatrice dell’ordine capitalistico globale”, e la sinistra radicale che avrebbe invece il compito di “innovazione culturale”. C’è ovviamente qualcosa di verosimile in questa analisi, ma mi permetterai di riformularla brevemente, in modo da integrare le tue osservazioni. I neoconservatori USA sono a mio avviso non tanto una forza strategica di lungo periodo di “conservazione” e di “stabilizzazione” (essi infatti non stabilizzano, ma destabilizzano l’ordine internazionale, e non conservano i vecchi rapporti di forza, ma li innovano in modo rivoluzionario), quanto un momento tattico dell’attuale fase di forzatura interventistica americano-sionista della geopolitica planetaria. Non credo che il mondo possa governarsi a lungo in questo modo. L’Europa è per il momento schiava ed asservita, e la sua natura la porta oggi ad inginocchiarsi nella variante passiva della cosiddetta</p>
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		<title>Il socialismo è morto, viva il socialismo!</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 15:49:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Destra]]></category>
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		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>

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		<description><![CDATA[IL SOCIALISMO E&#8217; MORTO VIVA IL SOCIALISMO! Dalla disfatta della sinistra al momento populista Carlo Formenti &#160; Nota sul caso Preve Non ho mai conosciuto personalmente Costanzo Preve e, fino a non molto tempo fa, gli unici testi di questo autore che avevo avuto modo di leggere erano alcuni articoli pubblicati dalla rivista “Alfabeta”, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/12/ve-formenti-socialismo-morto-3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6269" title="ve-formenti-socialismo-morto-3" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/12/ve-formenti-socialismo-morto-3-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></p>
<h1><strong style="font-size: 13px;">IL SOCIALISMO E&#8217; MORTO VIVA IL SOCIALISMO!</strong></h1>
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<div><strong>Dalla disfatta della sinistra al momento populista</strong></div>
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<div><em><strong>Carlo Formenti</strong></em></div>
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<p><strong>Nota sul caso Preve</strong></p>
<p>Non ho mai conosciuto personalmente Costanzo Preve e, fino a non molto tempo fa, gli unici testi di questo autore che avevo avuto modo di leggere erano alcuni articoli pubblicati dalla rivista “Alfabeta”, di cui ero caporedattore negli anni Ottanta. Diversi anni dopo mi ha incuriosito la virulenza con cui veniva attaccato – un vero e proprio linciaggio morale – da parte di alcuni intellettuali della sinistra radicale che lo accusavano di essere diventato “rossobruno”. Mi sono finalmente deciso a leggerne i lavori nel momento in cui questo aggettivo – divenuto di moda sull’onda del successo mediatico di Diego Fusaro, allievo dello stesso Preve – si è inflazionato al punto da divenire di moda, finendo per essere usato indiscriminatamente contro tutti i critici dei dogmi delle sinistre postmoderne e delle loro chiacchere politicamente corrette. Così ho trovato conferma il dubbio che avevo iniziato a nutrire: a determinare la scomunica dell’eresiarca Preve non è stato il suo presunto deviazionismo di destra, bensì l’impietosa lucidità con cui ha descritto il processo di senescenza precoce e irreversibile delle sinistre.</p>
<p>Il primo peccato di Preve consiste nell’aver bestemmiato il nome del padre, mettendo in luce il carattere ossimorico della teoria marxiana, che consiste nella convinzione di poter dare vita a un’utopia “scientifica”. Questo ircocervo, argomenta Preve, è il prodotto della convergenza fra un elemento utopico di origine romantica e un elemento scientifico di origine positivistica. E’ da questo pasticcio che nascono: 1) la convinzione storicista (o meglio, evoluzionista in senso darwiniano) secondo cui la transizione al socialismo sarebbe inscritta nelle dinamiche immanenti al capitalismo; 2) una concezione del comunismo come comunità paradisiaca in grado di realizzare tanto la riconciliazione fra uomo e natura quanto quella fra tutti gli esseri umani, finalmente ricongiunti in un abbraccio ecumenico; 3) la grande narrazione che attribuisce a un soggetto salvatore (la classe operaia, le donne) la missione di realizzare l’utopia del paradiso in terra. Da queste osservazioni critiche –peraltro condivise da altri intellettuali di formazione marxista- Preve non trae la conclusione che il pensiero di Marx sia oggi inutilizzabile (basti ricordarne la sua formidabile capacità di decodificare i meccanismi di funzionamento dell’economia capitalistica , a partire dalla dinamica delle crisi), ma fa discendere una serie di implicazioni indigeste per i masticatori di dogmi ideologici precotti. Provo a indicarne qui di seguito alcune.</p>
<p>Un primo elemento è la critica del cosmopolitismo borghese spacciato per internazionalismo proletario. Emanciparsi dal mito del comunismo come un mondo futuro pacificato e unificato significa emanciparsi dalla radice illuminista che permea il marxismo non meno del liberalismo, per cui la lotta di classe si rivela in ultima istanza lo strumento per realizzare il trionfo dell’individuo razionale universale.                  Peccato che quest’ultima sia la figura ideale su cui si fondano  l’individualismo e il cosmopolitismo borghesi (sui quali, annota Preve, si fonda a sua volta l’imperialismo dei diritti umani che ha legittimato tante “guerre umanitarie”, non di rado con la benedizione delle sinistre occidentali).  Prendere distanza da questa logica significa riconoscere che l’internazionalismo dovrebbe fondarsi sulla relazione fra comunità diverse che si riconoscono reciprocamente quali portatrici di forme di vita legittime. La lotta anticapitalista è in primo luogo lotta fra individualismo e comunitarismo, fra una visione del mondo che intende i rapporti fra esseri umani come rapporti fra atomi individuali che si scambiano merci, e una visione del mondo che valorizza la resistenza delle comunità locali all’espansionismo globale dei mercati.</p>
<p>Ciò che più urta il perbenismo di sinistra è che, a partire da questa definizione della contraddizione principale, Preve attribuisce un ruolo positivo alla sovranità nazionale, se e in quanto resiste all’illimitata estensione geografica del dominio capitalistico; poco importa che abbia più volte precisato che si tratta di difendere uno Stato-nazione indipendente concepito in modo non nazionalista, razzista e imperialista: in base al riflesso condizionato innescato dall’equazione comunità=nazione=fascismo la scomunica scatta automaticamente.</p>
<p>Altra eresia: la classe operaia non va , né ci condurrà, in paradiso. Riprendendo una tesi diffusa all’interno del pensiero marxista non dogmatico, Preve prende atto del fatto che il proletariato occidentale, dopo il ciclo di lotte degli anni Sessanta e Settanta, stregato dai comfort e dai livelli di consumo che il capitalismo (almeno fino alla crisi del 2008) gli ha garantito, esprime un sostegno incondizionato al capitalismo; di più: in analogia con certi ripensamenti dell’ultimo Tronti, e pur riconoscendo alle lotte operaie del periodo 1967-74 un carattere ben più serio delle effervescenze sessantottine –che liquida come mere richieste della modernizzazione dei costumi-, nega che esse abbiano mai assunto un carattere rivoluzionario antisistemico “se non nelle affabulazioni oniriche degli operaisti pazzi”.  Se mai è possibile nutrire delle speranze in merito alla ripresa di lotte anticapitaliste, esse vanno riposte nei limiti che il capitale può incontrare a causa delle sollecitazioni antropologicamente insopportabili che impone all’umanità intera, e  di quelle ecologicamente insostenibili che impone al pianeta.</p>
<p>Ancora: Preve non solo nega la possibilità di tracciare un confine fra destra e sinistra ricorrendo all’opposizione fra conservazione e progresso, ma il suo pensiero assume (anche qui le analogie con l’ultimo Tronti sono evidenti) un profilo esplicitamente conservatore. Critica il dogma marxista che esalta lo sviluppo delle forze produttive come necessaria premessa della transizione al socialismo: lo straordinario avanzamento tecnologico promosso dalla società capitalistica va contrastato in quanto è ecologicamente e antropologicamente distruttivo; il progressismo avvicina le ideologie di sinistra e quella liberale fino a farle coincidere; l’etichetta di conservatorismo appiccicata al capitale e alle forze politiche che lo sostengono, mentre funziona se applicata alle classi legate alla rendita immobiliare, suona ridicola ove associata a un sistema sociale che ha fatto del progresso la sua parola d’ordine, esaltando l’innovazione tecnologica connessa al mercato capitalistico e al suo illimitato allargamento. Insomma: chi vuole opporsi al capitalismo non può non essere conservatore, se vuole proteggere la natura umana, l’ambiente, il legame sociale e la sovranità nazionale dallo sradicamento provocato dai flussi impersonali del capitalismo.                                                                Per tutte queste ragioni , Preve non può riconoscersi in una sinistra che coltiva l’illusione di fuoriuscire dal capitalismo saltando sul carro di una modernizzazione che viceversa ne garantisce l’accumulazione allargata attraverso la creazione di sempre nuovi bisogni individuali; che esalta il volontariato e il Terzo settore senza rendersi conto che in tal modo contribuisce a smantellare il welfare obbligatorio in favore di un capitalismo “compassionevole”, in cui i volontari sostituiscono gli operatori dei servizi di assistenza dello Stato; che ha contribuito alla creazione della demenziale polizia linguistica del politicamente corretto e all’affermazione del femminismo, che non è mai stato né mai sarà un movimento antisistema sia per la vocazione individualistica sia perché sostituisce al conflitto di classe un conflitto di genere che non mette in discussione il sistema.</p>
<p>Si potrebbe continuare, ma l’elenco appena ricordato basta a giustificare la scomunica emessa nei confronti di questo autore. La verità è che il pensiero di Preve non è di destra ma, semmai, si differenzia da quello delle sinistre postmoderne; l’accusa di rossobrunismo che gli viene rivolta è idiota e anacronistica (il rossobrunismo è un’ideologia che ha un profilo ben preciso e storicamente delimitato), ma è chiaro che le verità messe in luce da Preve (molte delle quali il lettore ha già incontrato nelle pagine precedenti) sono per molti tanto insopportabili da meritare la messa al rogo.</p>
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		<title>Pubblichiamo una lettera, scritta originariamente in lingua francese, del filosofo Costanzo Preve</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2017 15:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunitarismo]]></category>
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		<category><![CDATA[L'Intellettuale dissidente]]></category>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo una lettera, scritta originariamente in lingua francese, del filosofo Costanzo Preve, recentemente scomparso, datata Giugno 2009 e mai tradotta prima in italiano. Traduzione di Efisio Salis, Agosto 2015 Premessa del traduttore della lettera di risposta di Costanzo Preve Innanzitutto, è un onore poter condividere su “L’Intellettuale Dissidente” un lavoro di un pensatore di grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div></div>
<div><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2017/01/images.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5351" title="images" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2017/01/images-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" /></a></div>
<div>Pubblichiamo una lettera, scritta originariamente in lingua francese, del filosofo Costanzo Preve, recentemente scomparso, datata Giugno 2009 e mai tradotta prima in italiano.</div>
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<p>Traduzione di Efisio Salis, Agosto 2015<br />
Premessa del traduttore della lettera di risposta di Costanzo Preve</p>
<p>Innanzitutto, è un onore poter condividere su “L’Intellettuale Dissidente” un lavoro di un pensatore di grande spessore quale Costanzo Preve.<br />
Ho trovato questa lettera in un sito francese chiamato rebellion.hautetfort.com e, non trovando la versione originale della lettera in altre sedi, ho deciso di tradurla (quasi tutto il testo era in principio in lingua italiana, ma ho dovuto lavorare su una traduzione francese). Non posso dire di avere un’eccellente preparazione in lingua francese, essendo ancora uno studente liceale. Tuttavia, spero di aver fatto un buon lavoro e di non aver frainteso nulla. Il mio interesse per la filosofia previana è tale da spingermi a ricercare il suo pensiero anche in altre lingue, data la sua partecipazione a dibattiti in diverse nazioni. Credo che sia necessario oggi il recupero della grandezza di Costanzo Preve, filosofo abbandonato dal mondo intellettuale e dal “circo mediatico” per le sue posizioni radicali e originali. La lettera parla del suo cammino “spirituale” ed è illustrata secondo la solita metodologia della scansione in paragrafi numerati, per rendere più facile la lettura. Spero inoltre che la pigrizia del lettore non sia più grande della sua fame di conoscenza, e che egli non si spaventi dalla lunghezza della lettera.<br />
Essa è rivolta, oltre che al traduttore francese anonimo (viene chiamato B.), a tutti coloro che desiderano approfondire la propria conoscenza del pensiero previano.<br />
Vi auguro una buona lettura, lasciandovi ora alle parole di uno tra i filosofi più importanti della seconda metà del Novecento, auspicando di non aver fatto danni nel tradurlo.</p>
<p><strong><em>Efisio Salis</em></strong></p>
<p><strong>Lettera di Costanzo Preve a B., traduttore francese.</strong></p>
<p>Siccome mi hai scritto una bella e commovente lettera in lingua italiana, dovrei risponderti in francese. Spero che tu mi scusi se non lo faccio, e se rispondo in lingua italiana. Non è per pigrizia, dato che il mio francese è abbastanza buono per una risposta nella tua lingua. E’ perché voglio mostrare questa lettera a degli amici italiani che non sanno il francese, e con i quali voglio discutere di certe tesi a proposito di un cammino spirituale che non è solamente il mio, ma che appartiene alla nostra comune generazione. Bisognerebbe sicuramente discuterne a voce. Per ora, allineo alcuni ragionamenti sulla mia propria strada spirituale, per verificare se ci sono degli elementi comuni. Dunque, passo all’italiano.[1]</p>
<ol>
<li>Ovviamente non tocca a me ricostruire il mio percorso politico e filosofico. Il vecchio Hegel ha scritto: “Tutto ciò che c’è di personale nella mia opera è falso”. Noi leggiamo Freud e sappiamo che non possiamo ricostruire il nostro passato senza cadere sotto la falsa coscienza e nei giochi del narcisismo e delle rimozioni. Tuttavia, se io stesso dovessi interpretare il mio cammino spirituale e politico, direi che si tratta di un’elaborazione dialettica che parte dalla decostruzione progressiva di una teoria acquisita nella mia giovinezza: la teoria dell’eresia di un’eresia.<br />
Ma spieghiamoci meglio.</li>
<li>Il segreto filosofico del successo del capitalismo consiste nella realizzazione della mutazione di una genesi particolare in una validità universale. Il capitalismo è una globalizzazione economica priva di universalismo filosofico, ed è questo carattere che spiega naturalmente la preferenza del relativismo e del nichilismo a tutte le forme dell’ontologia universalista. Questo non è un azzardo se gli apparecchi ideologici servili delle facoltà universitarie di filosofia hanno elaborato e sviluppato per esso, questi ultimi decenni (con delle eccezioni che confermano la regola), un codice teorico di identificazione di tipo relativistico e nichilistisco. Per il capitalismo, l’unico Assoluto è la sovranità del valore di scambio, accessibile in maniera differenziata secondo la diversità del potere d’acquisto; tutto il resto è naturalmente relativo. Perché questo meccanismo si sia potuto riprodurre, non c’è stato alcun bisogno di un fondamento metafisico trascendente, trascendentale, né storico-dialettico: ecco perché si parla tanto di nichilismo oggi. Il nichilismo è la filosofia spontanea del capitalismo, e il relativismo la sua concretizzazione ideologica.Il papa Ratzinger vorrebbe il capitalismo senza nichilismo e senza relativismo. Questo mi fa pensare ad uno sciocco che vorrebbe avere un fegato sano, ma beve litri di alcool ogni giorno.</li>
<li>Il capitalismo nacque in Europa occidentale, in condizioni storiche e culturali ben specifiche. Non si sarebbe però potuto riprodurre ovunque con tanto successo, se non avesse “incontrato” delle potenzialità individualiste e mercatistiche preesistenti, per subordinate che fossero, nelle altre parti del mondo (l’India, la Cina, ecc.). Ciò significa che esiste una sorta di individualismo anti-comunitario potenziale nel mondo intero, che è passato all’atto in Europa occidentale in primo luogo (uso un linguaggio aristotelico), e che si è poi “attualizzato” altrove. Certo, si può parlare anche di colonialismo, di imperialismo, ecc. Tuttavia, senza questo sostrato potenziale di individualismo anti-comunitario (già visibile peraltro nella Grecia dei presocratici, nell’Israele dei profeti egualitari, in Cina, ecc.), che l’occidentalismo imperialista e l’eurocentrismo culturale hanno fatto passare dalla potenza all’atto, il successo del capitalismo resterebbe del tutto inspiegabile.</li>
<li>In estrema sintesi, il pensiero comunista di Karl Marx ha una genesi che procede da un’elaborazione razionale sistematica della coscienza infelice borghese (e per conseguenza non ha assolutamente niente di “proletario”); e dà luogo infine ad un’eresia capitalistica.<br />
Per “eresia capitalistica”, intendo un pensiero che si appoggia originariamente sulle stesse basi “religiose” borghesi: il mito del progresso nella storia e il carattere centrale dello sviluppo delle forze produttive;  ne assume dunque integralmente le premesse (critica verso la religione anteriore e verso il carattere fondatore, portatore di verità, cognitivo, e non solamente epistemologico e gnoseologico della filosofia); e rompe tuttavia in maniera “eretica” con esse, sul fondamento del fatto incontestabile che né il progresso né lo sviluppo delle forze produttive conducono all’uguaglianza e alla libertà, ma al loro contrario. La debolezza delle eresie contro le nuove religioni deriva da ciò che esse condividono con le ortodossie cui si riferiscono alla stessa base dogmatica, e che pertanto possono essere facilmente “riassorbite” in un altro momento. La storia di quasi un secolo e mezzo di “marxismo”, considerato nel suo insieme, è la storia di un riassorbimento dentro lo spirito capitalista generale, a partire soprattutto dal momento in cui la critica artistica e culturale degli intellettuali d’’’avanguardia” divorzia dalla critica economico-sociale delle classi subalterne (vedi Boltansky-Chiapello).</li>
<li>Se il capitalismo è la religione vincitrice dei tre precedenti secoli, e il marxismo la principale eresia di questa religione, io sono il figlio dell’eresia di un’eresia; cioè di questa cultura mischiata di trotskismo e di maoismo che ho assorbito in realtà nella Parigi degli anni sessanta, e non in Italia, dove quel che prevaleva era tuttalpiù l’eresia operaista, il cui ultimo rappresentante postmoderno è Antonio Negri, il quale ha fuso insieme il soggettivismo gentiliano dell’operaismo con Foucault, Deleuze e Guattari.</li>
<li>Questa “eresia di un’eresia” che assimilavo non era priva di fondamenti, dal momento che partiva dall’osservazione perfettamente giusta che il comunismo ortodosso tradizionale mostrava delle evidenti tendenze a essere riassorbito dentro il capitalismo. I suoi risultati posteriori, in Cina e in Unione Sovietica, hanno largamente verificato questa ipotesi; e nello stesso tempo, si deve partire dal fatto che questa eresia dell’eresia (dove per il momento non vedo ancora far distinzione tra trotskismo, maoismo e tantomeno di eresie come il consiliarismo mistico-proletario di Castoriadis, Lefort e Lyotard) non aveva comunque ragione. Essa (l’eresia) aveva certo diagnosticato la vera patologia (il riassorbimento progressivo dell’eresia comunista dentro l’ortodossia capitalista), ma si coltivava tuttavia dell’illusione, che l’unica terapia consistesse a radicalizzare all’estremo lo stesso modello eretico originario.</li>
<li>Ma in tutto questo, era l’eresia dell’eresia del maoismo ad essere ancora la migliore, o se vogliamo la meno peggio.<br />
Il consiliarismo fondamentalista del Socialismo o Barbarie (dissolto nel 1965) si fondava su un mito sociologico proletario, tipicamente onirico, alla base del purismo moralista innestato su un economismo sociologico.<br />
Quanto alla sterilità filosofica e politica del trotskismo, stava al suo carattere eurocentrico. Il trotskismo manteneva tutte le premesse dell’ortodossia comunista (eresia essa stessa del capitalismo, ma basata sui fondamenti di esso): ovvero il mito di una salvezza esclusivamente sociologico-proletaria ne introduceva l’ipotesi facile, e demonologica, del ruolo centrale della corruzione burocratica dovuta ad uno sviluppo insufficiente di forze produttive. Ancora una volta, ciò che viene chiamato “scarsità”, questo pilastro dell’economia politica capitalista, diveniva il fattore esplicativo fondamentale di una pretesa scienza della storia. L’eresia dell’eresia trotskista (e non discuto la sincerità morale dei suoi migliori militanti), rimane interamente intrappolata dentro la visione eurocentrica e occidentalista del mondo</li>
</ol>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2017/01/71IPJH8CLEL._AC_UL320_SR202320_.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5353" title="71IPJH8CLEL._AC_UL320_SR202,320_" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2017/01/71IPJH8CLEL._AC_UL320_SR202320_-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Il maoismo era certo un fenomeno profondamente cinese, ma non si può negare che certe sue tesi teoriche assunsero un carattere universale. Resta vero, per esempio (e il seguito l’ha confermato), che all’epoca detta “di transizione”, e di cui sappiamo oggi che non lo era affatto, la “borghesia” (termine improprio e incorretto per designare l’insieme dei funzionari strategici dell’accumulazione capitalistica) si riuniva soprattutto nel partito comunista. E’ la realtà. E comunque, una strategia estremista (la Rivoluzione culturale, la Banda dei quattro, ecc.) si è rivelata inadatta a contrastare questo processo, essa l’ha al contrario involontariamente accelerato e favorito. Ci Ji-Wei (di cui ho a lungo presentato il libro) ha ben mostrato che se la morale comunitaria è meccanizzata da un progetto politico teologico, quando quest’ultimo affonda, essa l’accompagna logicamente nella sua rovina.</p>
<p>Il maoismo è tuttavia un modello migliore del trotskismo, perché esso è meno operaista, meno eurocentrico, e perché la sua concezione delle classi è meno mitologica. Almeno è vagamente informato dell’esistenza dei popoli e delle nazioni, e non li confonde in un’improbabile frittata sociologica proletaria. Il furore con il quale il trotskismo si è precipitato nel pacifismo, il femminismo differenziatore e l’ecologismo ufficiale non si può spiegare se non per un rifiuto (largamente incosciente) di criticare radicalmente questo comportamento sociologico proletario, che si crede rendere più “integrale” e perfezionare semplicemente nelle sue “aggiunte” di nuove categorie. Ma quando la carne è avariata, è inutile aggiungere del pepe, delle spezie, dei peperoncini, ecc.</p>
<ul>
<li>Il mio percorso può dunque essere interpretato (almeno per me) come l’elaborazione dialettica, o, se vogliamo, la decostruzione razionale di un’eresia di un’eresia (molto più maoista che trotskista). Non sono certo stato il solo a farlo nel mezzo secolo che si sta ultimando (1960-2010). So bene che molti dei miei coetanei sono per la maggior parte rimasti fedeli alla loro vecchia “eresia di un’eresia” di riferimento: trotskista (come Daniel Bensaïd), o maoista (come Alain Badiou). Credo che la mia relativa superiorità su questi due rispettabili filosofi-militanti (che mi si perdoni la mia presunzione) venga dall’aver saputo radicalizzare meglio la mia decostruzione, non restando sulla superficie, ma giungendo a discendere fino alle ultime basi metafisiche che avevano primariamente costituito l’eresia (da Marx), e in seguito l’eresia dell’eresia (trotskismo e maoismo). Se infatti ci si ferma a mezza strada, non si può evitare di essere respinti verso l’origine da una specie di gravitazione, una catastrofica fatalità ideologica di appartenenza e di identità.</li>
<li>Volendo rompere con i fondamenti religiosi precedenti dello stato turco-ottomano in rovina, Mustapha Kemal Atatürk iniziò a bere vino e a mangiare maiale in pubblico, prima di cominciare con la soppressione dell’alfabeto arabo. Non affronto qui la questione del sapere se egli abbia fatto bene o male, lo lascio alla turcologia. Mi limito a constatare che Mustapha Kemal voleva salvare lo Stato e il popolo turco dalle minacce dell’intera dissoluzione, e che, basandosi su questa intenzione soggettiva, cominciò con l’infrangere certi tabù alimentari, per poi arrivare a prendere la decisione inaudita di cambiare l’alfabeto.<br />
Dopo tanto tempo, sono persuaso della necessità di cambiare l’alfabeto nel quale è stata scritta l’eresia marxista del capitalismo. Sarà sempre necessario che ci siano degli specialisti capaci di studiare e leggere l’alfabeto precedente, perché senza memoria del passato, non c’è futuro (e sono dunque per i letterati confuciani e contro il rogo dei libri per ordine di Qin Shi Huang-di, e per conseguenza contro le campagne estremiste di “critica di Lin-Biao e di Confucio” alla fine della Rivoluzione culturale cinese). Ma l’alfabeto dev’essere cambiato. È l’alfabeto nel quale sono stati scritti i grandi testi sull’ideologia del progresso e della preminenza delle forze produttive, e per di più, i classici dell’Economismo, dello Storicismo, dell’Utopismo, ecc. Ma c’è dell’altro.</li>
<li>Per delle ragioni che sarebbero qui troppo lunghe da sviluppare dialetticamente (ma niente è più facile), il piccolo mondo autoreferenziale degli intellettuali di sinistra ha mantenuto tutta la sua bigotteria narcisistica, e ancora dopo la secolarizzazione post-moderna della vecchia trama dogmatico-religiosa che li caratterizzano. È per questa ragione che la mia collaborazione ad una rivista terribile come quella di Alain de Benoist equivale simbolicamente a Mustapha Kemal mentre beveva alcool, ma senza disporre della forza militare che impedisca la reazione isterica dei “puri”. Bene! L’ho fatto, allo stesso piano: collaboro con Eurasia, ecc. Si tratta, sicuramente, di un atto simbolico; ma anche di qualcosa in più. Si tratta di aver preferito il rischio della ricerca alle false sicurezze dell’identità e dell’appartenenza. Può darsi che interesserà al lettore sapere come sono giunto a questa decisione. Se non fosse altro che un fatto personale, non ne varrebbe la pena parlarne. Per i narcisisti, basta lo specchio del bagno. Ma credo che il mio dilemma sia stato quello di tutta la mia generazione politica. È per questo che sarò costretto ad utilizzare l’’’io”, pronome odioso.</li>
<li>Dal punto di vista della storia del comunismo, i vent’anni che vanno dal 1956 al 1976 presentano una certa unità, se si considera che partono dalla cosiddetta “destalinizzazione” del XX congresso del PCUS e terminano con il colpo di stato della Banda dei quattro, un mese dopo la morte di Mao Zedong. Tuttavia, sebbene il tempo trascorso dall’epoca permetterebbe già di farne un bilancio storico convincente, delle posizioni conservatrici che esistono nella comunità degli intellettuali vi si frappongono. Mi limiterò qui a poche osservazioni, decisamente insufficienti.In primo luogo, la rappresentazione di Stalin come “capo dei burocrati sovietici corrotti” dominava nei circoli intellettuali occidentali. Il paradosso, è che il movimento trotskista organizzato, infimo numericamente, era di fatto maggioritario nel campo intellettuale, e che per seguito, la destalinizzazione fu soggettivamente risentita dagli intellettuali (ma non certo per gli operai comunisti) come un fenomeno politico “di sinistra”. Ci son volute delle decine di anni per capire che era falso, che era tutto il contrario. Questa osservazione non comporta l’approvazione di Stalin, né del suo sistema politico; ma poiché i circoli intellettuali hanno realizzato in questo modo un errore di 180 gradi, occorre domandarsi perché tutta una cultura politica si fonda su delle illusioni così fragili e incoerenti. E’ qua che comincerebbe ciò che a suo tempo Franco Fortini chiamò “la catena dei perché”.In secondo luogo, l’enigma storico di ciò che viene chiamato “Maggio 68” non è ancora stato risolto in una maniera soddisfacente. Nessuno sostiene ancora oggi che ciò fosse la “prova generale” di una rivoluzione democratica e socialista nei paesi del capitalismo avanzato. Ma nello stesso tempo, la sua immagine di mito fondatore “giovanilistico” di un capitalismo liberalizzato nei suoi costumi e nella sua etica sessuale (v. Boltansky, Lipovetsky) non è del tutto soddisfacente. E’ possibile che una generazione intera sia stata ingannata in quel modo? Per l’essenziale, rimane vero, è ormai storicamente verificato, che il capitalismo si è rinforzato e non indebolito nel ’’liberarsi” della vecchia etica familiare borghese, questo dovrebbe far capire una buona volta che “capitalismo” e “borghesia” non coincidono. Tuttavia, i valori libertari e comunitari della generazione degli anni sessanta non possono essere ridotti ad una pura e semplice “astuzia della produzione capitalista”. E’ realmente possibile vedere nel Maggio 68 un fenomeno di gestione della crisi da parte delle oligarchie dominanti, che sanno selezionare con cura le esigenze accettabili e inaccettabili, e di conseguenza dividono quelli che essi dominano, soddisfacendo certi e isolando gli altri.“Uno si divide in due”. Su questo punto la filosofia cinese aveva ragione. Gli uni si sono accontentati della presunta vittoria della liberalizzazione dei costumi, gli altri, i vinti, e io lo sono – e credo di poter dire: noi lo siamo -, hanno visto respingere la loro esigenza di una società diversa.</li>
<li>Parlerò un po’ dell’Italia, e della sola Italia. Il decennio 1976-1986 ha visto morire il comunismo nella sua tradizionale dimensione politica delle masse, anche se quella puramente elettorale ha parzialmente resistito (in gran parte inerziale, identitaria, e relativa al potere locale in certe regioni italiane); questo ha falsificato un’assenza critica di prospettive politiche.<br />
Dal punto di vista dell’immaginario ideologico, questo decennio ha visto gli intellettuali italiani passare dallo storicismo progressista ad un disincanto post-moderno di epigoni subalterni di “nuovi filosofi” e di Lyotard. Vattimo ha rimpiazzato Gramsci, e il binomio Nietzsche-Heidegger il precedente, Hegel-Marx. Lukacs e Bloch sono stati sotterrati, ma anche Althusser, e abbiamo visto proliferare gli studi gender[2] del femminismo differenziatore. Con la distanza di un quarto di secolo da ora, l’unitarietà di questo fenomeno è ormai evidente. Ma questo non è l’aspetto principale, perché questo aspetto ideologico-filosofico non ha riguardato altro che piccoli gruppi universitari. Il principale è stato la “riconversione ideologica” legata alla persona di Berlinguer, e che fu evidente dal 1980 circa.<br />
Di fatto, si è smesso di parlare della superiorità del socialismo sul capitalismo, e del comunismo sull’imperialismo; ci si è messi a parlare della “superiorità morale” dei comunisti (intesi come una classe politica: il PCI diventato PDS; DS, PD, ecc.) e dell’’’inferiorità morale” dei democristiani e dei socialisti. Il nemico diventava un nemico moralmente corrotto (prima Craxi, poi Berlusconi), ed è in questo modo che ci si è preparati ideologicamente ad affrontare senza dolore la rovina prossima della Casa comunista di referenza, attraverso una sorta di “colpo di stato moralistico”. La legittimazione dell’accesso al potere (non per il socialismo, ma per un capitalismo “moralizzato”) non consisteva più in una maggioranza elettorale ottenuta pacificamente, ma in una sorta di “golpismo” giudiziario per il bene, destinato a rimpiazzare persone corrotte e immorali con persone oneste.</li>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2017/01/71WnS1yX8uL._AC_UL320_SR192320_.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5354" title="71WnS1yX8uL._AC_UL320_SR192,320_" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2017/01/71WnS1yX8uL._AC_UL320_SR192320_-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" /></a>Così cominciava lo scenario della campagna Mani pulite.</p>
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<li>Cosa fu dunque, storicamente, Mani pulite? (Astrazione fatta dalla soggettività dei suoi attori politici e dai fatti di corruzione reali).Questo fu, nel 1992 e 1993, un colpo di stato giudiziario extra-parlamentare che mirava a distruggere il precedente sistema di potere co-associativo, basato sulla rappresentazione proporzionale dei partiti, dentro un quadro keynesiano di sovranità monetaria dello Stato nazionale. Esso era stato preparato ideologicamente nel periodo precedente attraverso questa ideologia di “golpismo moralista”, raccomandando di rimpiazzare i corrotti per delle “persone oneste”. La premessa era tutta la cultura del Partito d’azione piemontese (Gobetti, Robbio, ecc.), per cui gli “italiani” sono un popolo corrotto (il popolo di scimmie, aveva scritto Gobetti a proposito dell’adesione al fascismo). Poiché la maggioranza degli italiani vota male (Mussolini, la Democrazia Cristiana, Craxi, e ora Berlusconi, ecc.), dovrebbe esserci un supplemento di moralità venuto dall’esterno (la stampa straniera, il liberalismo inglese, ora Obama, dei giudici onesti, dei giornalisti coraggiosi, ecc.)</li>
<li>E’ proprio con riluttanza che devo fare una breve parentesi sul fenomeno Silvio Berlusconi. All’estero, i giornalisti e gli intellettuali francesi, inglesi e tedeschi hanno finalmente un bersaglio facile per esprimere il loro tradizionale disprezzo degli italiani. Essi trovano in Italia una sorta di “quinta colonna” nel partito detto degli “anti-italiani” (Montanelli, Scalfari, ecc.), quelli che continuano a pensare che una bella riforma protestante – ma all’inglese, e non alla francese o alla tedesca – è mancata all’Italia, e che vorrebbero che quest’ultima fosse omologata nel mondo anglosassone, e dunque in un mondo presumibilmente capitalista-liberale totale, ma dove si rispetta la fila alle poste, si intende.<br />
I capitalisti delegano i poteri secondari alla classe politica, formata da impiegati privi di coscienza infelice e di qualsiasi preoccupazione filosofica. Tuttavia, essi sorvegliano indirettamente questa classe politica per mezzo di due specie di persone ancora più affidabili: i giornalisti e i giudici. La campagna giudiziaria e giornalistica contro la Prima Repubblica, scatenata tra il 1992 e il 1994 sarebbe piaciuta a Marx, per la natura strutturale dei fenomeni che non erano superficiali se non in apparenza.</li>
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<p>Berlusconi è stato un risultato involontario di Mani pulite, e deve il suo potere esclusivamente a questo colpo di stato giudiziario extra-parlamentare, appoggiato da una campagna di stampa invadente e capillare, sul fondo ideologico di questo spirito di “golpismo moralistico” seminato ovunque dopo la dissoluzione del defunto Partito Comunista Italiano tra il 1976 e il 1991. I giudici hanno allontanato tutta la classe politica che aveva governato dal 1948 al 1991: Democrazia Cristiana, Partito Socialista Italiano, Partito Repubblicano Italiano, Partito Social-Democratico Italiano, Partito Liberale Italiano. L’intenzione originaria non era dare il potere a mercenari nichilisti del PCI-PDS, ma di favorire un golpismo di mafie oligarchiche (Segni[3], ecc.). Ma è andata diversamente. Di fatto, la sola classe politica professionalmente capace di gestire la transizione dal precedente capitalismo statico assistito fino al nuovo scenario globalizzato neo-liberale era giusto il mercenarismo burocratico e nichilista PCI-PDS, altrettanto privo di coscienza infelice, e interamente convertito allo spirito golpista moralistico-giudiziario.</p>
<p>Berlusconi, in quanto capitalista “privilegiato” dal precedente governo Craxi, aveva paura che il suo principale nemico (il gruppo finanziario Scalfari-De Benedetti dei giornali L’Espresso e La Repubblica) ne approfittasse per rovinarlo e farlo mettere in prigione. Egli si dispose dunque a mettersi alla testa di questo settanta per cento di elettori italiani ai quali questo golpismo moralistico giornalistico-giudiziario aveva tolto la rappresentazione politica. E’ in questo e solamente in questo che consiste la base strutturale del successo di Berlusconi. Ed è evidentemente questo che i golpisti moralisti non saprebbero riconoscere, anche ricorrendo a luoghi comuni tradizionali del partito “anti-italiano” (gli italiani sarebbero naturalmente mafiosi, con un senso della famiglia immorale, il culto mussoliniano del capo, un egoismo esclusivo, degli harem di ragazzini ambiziosi, ecc.).</p>
<p>Sono quindi vent’anni che siamo costretti in Italia a subire questo scenario disgustoso, dove nemmeno uno dei due partiti esistenti è degno né di un minimo di rispetto né di un minimo di preferenza.</p>
<ul>
<li>Come se non fosse bastato questo colpo di stato giudiziario extra-parlamentare del 1992, che avrebbe messo al potere il mercenariato nichilista “metamorfico” PCI-PDS-DS-PD, ce ne fu un altro nel 1999, che portò l’Italia alla guerra contro la Jugoslavia, a dispetto della carta dell’ONU, che non lo permetteva, e anche della stessa costituzione italiana, che ben esplicitamente non lo consentiva. Oggi sappiamo perfettamente che si trattava di una guerra geopolitica manovrata dagli USA e dalla NATO, coperta dal mantello della nuova ideologia politicamente corretta dei diritti umani (benché proporzionale alla portata degli irresistibili bombardamenti). Per guidare questo secondo colpo di stato si è fatto appello a d’Alema, quel baffetto cinico, antico capo dei Giovani Comunisti del PCI. Ti risparmio i dettagli, che sarebbero pertanto interessanti (ho scritto un libro su questo, Il bombardamento etico, pubblicato nel 2000 nelle edizioni CRT, che è stato tradotto in serbo-croato).</li>
<li>Se ho aperto questa breve parentesi, è perché la storia dell’Italia così come l’ho vissuta io tra il 1992 e quest’anno (2009) ha preso l’aspetto di un reale teatro dell’assurdo, che ricorda la lettura di Lenin della Scienza della logica di Hegel, dove tutto si rovescia al suo contrario, e la civilizzazione in barbarie (in questo caso, la guerra del 1914). Quanto a me, ho vissuto il capovolgimento del comunismo italiano e la sua trasformazione in mercenariato cinico e nichilista dell’impero degli USA. Di conseguenza, se il mio pensiero nasce indubbiamente dalle mie uniche capacità dialettiche personali, il “fattore esterno” si può riassumere così:I) Rifiuto della religione capitalista-borghese trasmessa dai miei genitori, che appartenevano alla generazione fascista delusa, meno per il fascismo (al quale avrebbero applaudito con entusiasmo se avesse vinto), che per la sua disastrosa sconfitta militare e i bombardamenti del 1943-1945.II) Adesione al comunismo ortodosso per una reazione decisamente edipica alla religione capitalista, e progressiva messa in questione critica di questa eresia dell’eresia.III) Adesione, inizialmente vagamente trotsko-maoista, al mondo estremista e critica dell’eresia dell’eresia. Ma le eresie specificamente di sinistra (cfr. Richard Gombin, Le origini della sinistra, 1971) non mi sono mai interessate, per la loro completa illusione che l’eresia dell’eresia potrebbe finalmente costituire una religione abbastanza efficace per abbattere quella del capitalismo.
<p>IV) Critica radicale dell’eresia di un’eresia, senza tuttavia spingerla fino all’abbandono della critica comunista del capitalismo. Questa critica radicale mi ha condotto a violare il “politicamente corretto” della sinistra, che è l’unica base del suo codice di appartenenza identitario (e ricordo qui le gesta di Mustapha Kemal). Da cui la mia critica della teologia intervenzionista dei Diritti dell’uomo, del codice politicamente corretto, della nuova religione dell’olocausto che dà consenso al sionismo e all’americanismo, dell’antifascismo mantenuto in assenza totale di fascismo, dell’indifferenza generale al “golpismo” puramente moralista del codice anti-berlusconiano degli intellettuali italiani, ecc.</p>
<p>V) Infine, constatazione che il mondo alla rovescia degli ultimi due decenni (e particolarmente in Italia) esige un ribaltamento adeguato del codice teorico dell’interpretazione del mondo. E credo che sia su questo punto, e precisamente su questo punto, che si sono innestati, nella storia della mia vita, la sistematizzazione e la coerenza concettuale del mio pensiero dopo dieci anni. Come si vede, tutto il pensiero è libero, ma complessivamente è storicamente determinato. E possiamo finalmente parlare di filosofia.</li>
<li>Arrivò un momento in cui, Mustapha Kemal si rese conto che non era sufficiente bere vino in pubblico e rimpiazzare il fez e il turbante per il cappello e il berretto (mi scuserai se insisto su questa innocente analogia: è che ho fatto anche degli studi di turcologia). Egli ha compreso che serviva anche cambiare puramente e semplicemente l’alfabeto. Ma la mia analogia non significa per niente che approvo le sue scelte (e da buon ellenofilo, preferisco invece il vecchio multinazionalismo del mondo ottomano). Questo vuol dire solamente che finché non scriviamo il vecchio linguaggio di Marx, tuttora buono e valido, in un nuovo alfabeto, continuiamo a fare, come i miniaturisti dei manoscritti arabi, dei capolavori artistici meravigliosi, ma tuttavia nei margini degli stessi testi religiosi di legittimazione.</li>
<li>Cerchiamo di porre correttamente il problema fin dall’inizio. Ritengo sbagliata la terminologia di Marx ed Engels riguardante il “comunismo primitivo”. Il termine “modo di produzione comunitario” sarebbe stato migliore, benché si trattasse di una cosa che si differenzia parecchio in base al luogo. La terminologia di Hosea Jaffe è corretta: il modo di produzione comunitario all’origine senza classi, dove la divisione del lavoro si fonda sulle due complementarità uomini-donne, e giovani-vecchi, si è posteriormente trasformata in dispotismo comunitario.  La legittimazione del dispotismo comunitario è di natura religiosa, non ancora filosofica. Il modo di produzione schiavistico, poi feudale (come in Europa e in Giappone) sono delle eccezioni, e non la regola, al segno del dispotismo comunitario (Jaffe), che Samir Amin chiama “società del tributo”. Ciò che abbiamo chiamato “modo di produzione asiatico”, con caste (in India) o senza (in Cina) rappresenta l’evoluzione del dispotismo comunitario.Il comunismo secondo Marx potrebbe essere definito come il ristabilimento del modo di produzione comunitario, ma evidentemente sulla base dello sviluppo delle forze produttive industriali, e dell’irreversibile costituzione dell’individuo moderno, che non potrebbe sopportare la sua ipotetica sparizione al segno degli aggregati sociali organici pre-moderni. I due presupposti al ristabilimento di un modo di produzione comunitario restano per conseguenza delle forze produttive sociali sviluppate, e questa irreversibile costituzione dell’individuo moderno. E il problema diviene allora, ponendolo brevemente: come liberare lo sviluppo delle forze produttive dalla loro sottomissione e incorporazione alla riproduzione capitalista, e d’altra parte liberare la costituzione dell’individuo moderno dalla sua incorporazione all’anomia individualista e atomica degli ultimi secoli?Fin qua, quel che ho detto è ancora di fatto compatibile con il marxismo tradizionale,  eccetto le notabili innovazioni terminologiche, ma che non bastano per effettuare una vera rivoluzione scientifica di paradigma (prendo questo termine nello stesso senso di Thomas Kuhn).</li>
<li>Se la diagnosi marxiana implicante il passaggio dal capitalismo al comunismo era esatta per l’essenziale, è evidente che non si sarebbe menzionata la comunità e il comunitarismo. Ma non è esatta, e per molte ragioni. In primo luogo, non è vero che la borghesia capitalista diviene, ad un certo punto del suo sviluppo, parassitaria come le classi feudali e signorili, che vivono di rendita e non di profitto, e che non è più capace di sviluppare le forze produttive. In secondo luogo, non è vero che esistono delle dinamiche interne al modo di produzione capitalistico che inducono alla costituzione di un lavoro collettivo per associazione cooperativa, dal direttore di fabbrica fino all’ultimo dei manovali. In terzo luogo, non è vero che si forma all’interno della produzione un generale intelletto potenzialmente comunista, senza il bisogno di innestarci delle pratiche comuniste e comunitarie fondate filosoficamente. In quarto luogo, non è vero che le classi operaie, salariate e proletarie sviluppano progressivamente una coscienza rivoluzionaria che disintegra il sistema. Infine, è assolutamente illusorio che queste classi possano essere “rimpiazzate” da nuovi soggetti collettivi determinati biologicamente (le donne, i giovani, ecc.) o geograficamente (i paesani poveri di paesi ex-colonizzati, ecc.).Mi sono limitato a questi cinque punti, ma avrei potuto metterne molti di più, dieci o quindici. La riforma comunitaria del comunismo parte da ciò, non da istanze reazionarie o “irrazionali”, come proclamano gli scientisti marxisti di tutti i tipi (in Italia, l’althusserismo italiano, soprattutto).</li>
<li>Bisogna tuttavia evitare di nascondere la testa nella sabbia come uno struzzo per non vedere che il vecchio modello marxista era capace di avanzare una deduzione scientifica (sia pure erronea) della transizione storica e politica dal capitalismo al comunismo, mentre il nuovo modello comunitario non lo è, e non ricorre che ad argomenti molto deboli e totalmente esterni al soggetto (critica del produttivismo, dell’’’orrore economico”, dell’individualismo anomico, esortazione alla solidarietà, ecc.). Gli oppositori del modello comunitario sfruttano ovviamente questa debolezza, che essi siano sostenitori dell’individualismo capitalistico, o del marxismo ortodosso. Sarebbe dunque assurdo nasconderla. Ma il miglior modo per non nasconderla è di rivendicarla altamente, come una forza. E’ questo che non si fa, si preferisce tacere e restare del tutto confusi. Non è in questo modo che si riuscirà ad uscire dallo stallo in cui ci troviamo. Bisogna trasformare una debolezza in forza, e non ostinarsi a nasconderla con imbarazzo.</li>
<li>La trasformazione gestaltica è quel fenomeno della percezione visiva per la quale, guardando lo stesso disegno, si vedono le grandi orecchie di un coniglio al posto di un becco d’oca.La filosofia della critica comunista-comunitaria del capitalismo ha bisogno di una trasformazione gestaltica radicale. E’ alla fine di questa operazione che si dovrà passare al cambio dell’alfabeto, e Marx diventerà allora uno dei grandi pensatori di questa critica, e non più l’unico, e ancora meno l’infallibile. Ma a quest’ora, noi non siamo ancora in grado di proporre un cambio d’alfabeto. Non lo capiremmo, ci escluderebbe subito.Cinque operazioni principali sono necessarie per realizzare una trasformazione gestaltica.1) Abbandonare il cosiddetto materialismo dialettico per passare ad un’ontologia dell’essere sociale[4].
<p>2) Abbandonare la teoria dei cinque stadi dell’evoluzione storica del cosiddetto materialismo storico e dirigersi verso una concezione multilineare e non più assurdamente e meccanicamente unilineare.</p>
<p>3) Primato esplicito della filosofia sulla cosiddetta “scienza”, non generalmente, ma esclusivamente sul campo della società e della storia, e dunque di un comunismo comunitario.</p>
<p>4) Cambio di prospettiva radicale sulla posizione di Marx nella storia del pensiero. Passare da una concezione “futurista” di Marx, secondo la quale Marx avrebbe proiettato Hegel nel futuro aggiungendogli il futuro comunista, ad una concezione “tradizionalista”, secondo la quale Marx è un episodio di una tradizione, nata con i pre-socratici, e che si oppone ciclicamente alle tendenze dissolutive e distruttrici dell’accumulazione, sregolata, anomica, della ricchezza individuale, delle tendenze contrarie di ritorno all’associazione e alla comunità.</p>
<p>5) Ricostruzione della storia universale in confronto dei popoli, sul fondamento del concetto (pressoché assente in Marx) del modo di produzione comunitario, secondo le sue scissioni e le sue ricomposizioni sempre differenti.</li>
<li>Ci si dirà che è inutile mettere all’ordine del giorno l’abbandono del materialismo dialettico, poiché questo è ormai un “cane morto” che nessuno difende più. Non è del tutto vero. I sistemi scolastici d’insegnamento del marxismo in Cina e a Cuba continuano a predicarlo per inerzia, questo dimostra non solamente l’inerzia, ma una mancanza totale di coraggio e innovazione. Il fatto che il materialismo dialettico, sotto forme diverse, sia stato difeso da Engels, Lenin, Stalin, Trotsky, Mao, e da numerosi altri occidentali (Sève, Geymonat, Rizakis), frena tutti quelli che credono che sarebbe impossibile pensare liberamente senza iniziare per sacrificarsi alle sacrosante autorità. Ma così non si può. Il grande Hegel ha scritto: “Nello studio, la via maestra e suprema è di pensare da sé”.In estrema sintesi: il materialismo dialettico è una variante tardo-positivista di un codice concettuale primitivo, fondato sull’indistinzione e sulla fusione del macrocosmo naturale e del microcosmo sociale. Ma se i membri delle comunità primitive avevano tutti i diritti di pensare così, perché la loro propria sopravvivenza comunitaria dipendeva direttamente e strettamente dalla natura ed era assolutamente inconcepibile distaccarsene, i positivisti avevano tutt’altro motivo, ovvero il primato del modello epistemologico delle scienze della natura sulle scienze della conoscenza della società (e da Auguste Comte fino ad Althusser passando per Engels, c’è una continuità tragicomica).Ben pochi sostengono ancora la forma tradizionale del materialismo dialettico, è vero; ma la sua nefasta influenza dura ancora, nell’idea che la conoscenza e la trasformazione della società derivino dalla struttura concettuale delle scienze della natura, unificando tutto ciò in una maniera sbrigativa ed arbitraria sotto il termine unico di “scienza”.Non c’è compromesso possibile tra il modello del materialismo dialettico e il modello di un’ontologia (esclusiva) del (solo) essere sociale. Una tale ontologia dell’essere sociale non è in principio né idealista, né materialista, e rifiuta per conseguenza questa dicotomia inutile basata sulla gnoseologia. Per sua stessa natura, richiede un pensiero della totalità espressiva (suo elemento idealista), completato con un metodo d’esame della struttura di tale modo di produzione (suo elemento materialista). Georges Lukacs ne ha dato un primo modello, che dev’essere a mio avviso modificato e perfezionato, perché si sforza ancora di mantenere quest’inutile dicotomia tra idealismo e materialismo, e inoltre di “salvare” sempre Marx in ogni caso, senza mai riconoscere i suoi errori, di cui “accusa” il solo Engels, ecc. Il miglior modello filosofico per un pensiero comunista-comunitario è dunque un’ontologia del (solo) essere sociale, ma noi ne siamo purtroppo ancora ben lontani.</li>
<li> La teoria unilineare dovuta dalla successione dei cinque stadi della storia universale (comunismo primitivo, modo di produzione schiavistico, modi di produzioni feudali e capitalistici, e comunismo come fine della storia) è oggi screditata e completamente abbandonata. Si tratta di una occidentalizzazione eurocentrica impropria, arbitrariamente estesa al mondo intero, e che doveva servire (l’ha fatto per almeno mezzo secolo), da ideologia di legittimazione dell’universalità del modello russo-bolscevico di rivoluzione socialista. Non fu difficile aggiungerci il “modo di produzione asiatico”, perché era esso stesso inserito nelle Sacre Scritture: i Grundrisse (Fondamenti della critica dell’economia politica) di Marx. Si aggiunsero quindi i modi di produzione “antico-orientali” (Egitto, Mesopotamia), “mesoamericani” e “africani”. Si parlò di “modo di produzione tributario” (Samir Amin) e di “dispotismo comunitario” (Jaffe). Gli studi storici di Perry Anderson finirono per far saltare lo schema staliniano, e si potrebbe chiaramente continuare.E comunque, benché abbia perduto la sua legittimità, la teoria dei cinque stadi ha continuato ad esercitare la sua influenza negativa, perché il sentimento comune di ciò che resta dei militanti comunisti “di base” è ancora caratterizzato dall’economismo, dal determinismo, e dalla teleologia obbligata. La costruzione dei cinque stadi è formalmente crollata, ma ne rimane l’economismo, quanto al passaggio da un modo di produzione ad un altro, e il finalismo ideologico della pacificazione finale delle lotte storiche in un comunismo comunitario senza conflitti. Lo schema di Stalin è abolito, ma resta l’idea della “grande narrazione” (Lyotard) e della secolarizzazione dell’escatologia giudaico-cristiana nel linguaggio dell’economia politica (Löwith).Bisogna quindi portare a termine il processo di abbandono di questo schema, e dichiarare apertamente che non è la regola che ci sia una successione “progressista” evolutiva del corso della storia, che non c’è rigorosamente una scienza della storia che possa essere comparabile, anche se per analogia, alle scienze naturali e alla medicina; e che possa esistere tuttalpiù, senza che si possa mai pretendere dell’altro, una filosofia universale della storia su una base ontologica che utilizza un metodo di analisi dedotto dalla teoria di Marx e delle sue categorie. Non si può assolutamente andare oltre. Così come il cane di Esopo, che teneva tra i denti un pezzo di carne, lo lasciò per morderne il riflesso che vedeva sull’acqua, finendo per non mangiare nessuno dei due, se si rigetta la filosofia universalista e ontologica della comunità per raggiungere la cosiddetta “scienza”, non solamente non si avrà alcuna scienza, ma si perderà anche la filosofia che si aveva già.Ma tutto questo chiede di essere approfondito.</li>
<li>Dopo una riflessione di più di quarant’anni, sono arrivato alla conclusione ben ponderata che la conoscenza filosofica è superiore alla conoscenza detta “scientifica”, e che non si deve provare alcuna vergogna di rivendicarlo apertamente. Ovvio che questo suoni come una ridicola blasfemia reazionaria e irrazionalista per i militanti detti “marxisti”, ma altrettanto da un punto di vista individualistico-capitalistico puro, il quale su questo punto (e non è un azzardo) è in generale più “marxista” degli stessi marxisti più estremisti.Questa formulazione è comunque ambigua e incorretta; per quanto mi riguarda, appartengo alla scuola filosofica che considera che esiste una “scienza filosofica” (con Aristotele, Hegel, e Marx letto secondo i codici di Aristotele e di Hegel), la quale si oppone ai filosofi basati sulla sovranità indeterminabile delle opinioni, al relativismo, all’empirismo, al nichilismo, ecc. Ma si usa qua il linguaggio ordinario, dove la filosofia è considerata come una forma di interrogazione discutibile sul significato della totalità sociale, e la “scienza” come il metodo delle scienze naturali moderne dal XVII secolo, con tutte le transizioni e le lacune interne della medicina, della farmacologia, dell’astronomia, della fisica, della chimica, della biologia, della genetica, ecc.Si tratta di rompere un luogo comune, che si è confermato a partire dal positivismo di Auguste Comte tra il 1830 e il 1850, e che ha prodotto nel seguito, tra il 1875 e il 1895, il codice teorico del marxismo come “scienza”, che tutti i marxisti conservano come si conserva l’uniforme militare di una guerra finita dopo tanto tempo. Mi rendo perfettamente conto di tutte le ragioni della pesante inerzia di queste abitudini che sono dure a morire.In primo luogo, sembra anzitutto che l’affermazione della superiorità della conoscenza filosofica su quella detta scientifica (elaborata ai suoi tempi per dare risposta al problema della conoscenza della natura, e solamente di quest’ultima) sia un ritorno a delle forme di superstizione, di passivismo, di conservatorismo tradizionalista, ecc. Cosa! Non siamo nella modernità! Come si possono dire tali cose nella modernità! Davanti simile tautologia, che si dà per argomento razionale, mi viene voglia di rispondere come fece a suo tempo Roland Barthes: “Ad un certo punto, mi è diventato completamente indifferente non essere più considerato moderno”. Non si può dire di meglio. L’ortodossia capitalista, l’eresia comunista, e l’eresia dell’eresia trotskista e maoista hanno tutte e tre in comune la stessa base dogmatica: il feticismo storicista del progresso irreversibile della modernità, preso come un articolo di fede religiosa. Ma il tempo è giunto qui a sfidare i falsi Dei.
<p>In secondo luogo, si ha spesso una oscura paura di cadere in posizioni irrazionaliste di errore per ciò che chiamiamo “la scienza”. Ma è una paura infondata, indotta dalla pressione conformista dello scientismo che domina attorno a noi (qua citerei Marx: le idee dominanti sono quelle della classe dominante). La scienza moderna della natura è un’ideazione cognitiva meravigliosa, incomparabile per ciò che è delle scienze della natura e l’innovazione e il perfezionamento tecnologico, incomparabile nei confronti della presunta natura “separata” della sfera umana e sociale. Ma questa meraviglia diviene assolutamente inutile per quanto riguarda l’orientamento dell’uomo nel mondo, e la legittimazione di una scelta comunitaria contro l’individualismo sregolato. La conoscenza scientifica è qua non solamente inutile, ma ancora illusoria, perché fa immaginare ciò che non è, ciò che per necessità prima o poi ci deluderà: che il metodo scientifico potrebbe orientarci, toccando non solamente ciò che chiamiamo i “valori”, ma anche la valutazione della natura della totalità espressiva della vita umana, privata e/o comunitaria.</p>
<p>Il fuoco di sbarramento scientista sarà terribile, si diffonderà in ingiurie e invettive (metafisica, passivismo, nostalgia, tradizionalismo, conservatorismo, anti-modernità, anti-postmodernità, irrazionalismo, ecc.). Diciamolo molto semplicemente: può essere che quelli che sapranno resistere e contrattaccare con successo a questa serie di ingiurie “moderne” saranno capaci di contribuire ad un nuovo modo di pensare. Ma colui che si spaventa ed indietreggia dimostra che non riuscirà a capire la natura del problema culturale che è davanti a noi.</li>
<li>Si può dire che in più di un secolo, la marxologia ha lavorato bene. La grande maggioranza degli inediti di Marx sono stati pubblicati il secolo scorso. Ne restano, ma è improbabile che un’immagine completamente nuova di Marx possa uscire dalla marxologia. Certi punti sono ormai ben conosciuti. Sappiamo che non si può trovare in Marx la giustificazione del materialismo dialettico. Sappiamo che non ci si può trovare la teoria dei cinque stadi prefissati dello sviluppo storico. Sappiamo che la teoria dell’interruzione epistemologica e della soppressione della categoria di “alienazione” non ha alcuna prova filologica. Sappiamo che Marx non ha mai rotto con Hegel, ma che l’ha metabolizzato in diversi modi, e che nei suoi ultimi anni, andò fino a “riconciliarsi” completamente con la filosofia di Hegel. Sappiamo, in conseguenza, che un marxismo anti-filosofico e anti-hegeliano sono una leggenda nata da un tardo-positivismo. Sappiamo ancora molte altre cose.Il segreto di Marx è tuttavia assolutamente indipendente da queste discipline necessarie, ma assolutamente secondarie e ausiliari, cui sono la marxologia, la filologia, e la citatologia giustificativa. Nell’ottica di un seminario universitario serio e ben gestito, queste sono il cento per cento del problema. In quella di un’inserzione “metafisica” di Marx dentro una percezione globale della storia universale presa come un unico concetto trascendentale riflessivo, esse non ne fanno il cinque per cento, esse non sono nulla. Si tratta in effetti di scegliere tra due immagini olistiche di Marx. Marx è un pensatore “futurista”, che proietta Hegel al futuro e apre un periodo qualitativamente nuovo della storia della filosofia (e dunque della “storia storica”), oppure un pensatore “tradizionalista”, che si rilegge in nuovi modi ad una tradizione antica rintracciabile nei presocratici greci (senza parlare dei loro equivalenti indiani e cinesi): la tradizione della reazione solidarista e comunitaria che si produce giustamente per contrattaccare la decomposizione privatista e mercatistica?Su questo punto l’esagesi marxologica è muta, perché è possibile estrapolare dallo stesso testo di Marx tanti elementi (e interminabili catene di citazioni) per sostenere sia la tesi futurista che la tesi tradizionalista. E voglio ammettere ancora, non solamente che la tesi futurista corrisponde meglio alle intenzioni soggettive di Marx, ma che essa emerge maggiormente da tutta una lista di citazioni. E pertanto, secondo me, se non si rifiuta questa tesi, la crisi della validità e dell’utilità politica e storica del pensiero di Marx per il presente non potrà mai essere sormontata. Comprendere questo punto cruciale costituisce ormai l’ottanta per cento del problema che certi chiamano il problema di “Marx oggi”.Sembra a prima vista che l’interpretazione “futurista” di Marx sia una semplice “futurizzazione” dialettica della filosofia della storia di Hegel (come per esempio in Ernst Bloch). Questo è solamente in parte vero, e in tutto, nella filosofia soprattutto, una mezza-verità porta ad un errore totale. In realtà, la tesi della “futurizzazione” di Hegel da parte di Marx implica una errata valutazione dello stesso Hegel, che fa di lui, in un certo senso, il coronamento supremo della filosofia dell’illuminismo. Questo non è ciò che penso. Hegel non ebbe certo un attitudine di rifiuto nei confronti della filosofia illuministica (come tutta una corrente, che va da Burke e da Maistre fino ad Horkheimer e Adorno); egli l’ha trattata secondo il suo metodo caratteristico del “<em>Aufhebung</em>” (superamento, dove ciò che è soppresso è conservato). Tuttavia, l’aspetto principale del suo <em>Aufhebung</em> illuminista fu il superamento, e non la conservazione, ovvero: la critica dei fondamenti individualisti, e del “cattivo infinito” del mito del progresso.
<p>Al posto dell’interpretazione futurista di Marx resta interamente nella sfera di una sistematizzazione sempre più dura e coerente del mito borghese del progresso, mito ideologicamente apparentato al nuovo primato del profitto (di un tipo lineare), che si sostituisce al vecchio primato della rendita (di un tipo ciclico, perché era legato alle stagioni e ai raccolti). La struttura ontologica del progresso si rapporta all’infinito e all’illimitato, esattamente come quella alla quale si contrapponevano i primi filosofi greci (Anassimandro, Pitagora, ecc.), che viravano giustamente in una tale struttura ontologica la causa della dissoluzione individualista, privatista, e crematistica della società. Inoltre, il futurismo della teoria del progresso va di pari passo con l’idea dell’accelerazione dei tempi.</p>
<p>Tuttavia, la filosofia di Hegel, presa nel suo insieme, dev’essere considerata come una reazione comunitarista al precedente individualismo degli illuministi (benché sia evidente che egli sia un comunitario-borghese, e non un comunitario-comunista). Se al contrario si fa di Hegel il grande continuatore e del suo pensiero la sintesi dell’illuminismo, e che Marx l’abbia (correttamente) riletto, ne consegue che il pensiero di Marx appare come la sintesi suprema degli stessi illuministi: dal mito del progresso fino all’empirismo fondato sull’individualismo: abbiamo tutte le condizioni che preparano il riassorbimento dell’eresia marxista nelle concezioni del mondo progressita-borghese; ed è così che l’interpretazione futurista di Marx conduce dialetticamente al suicidio della dialettica.</p>
<p>L’interpretazione tradizionalista di Marx che propongo, rovescia totalmente la prospettiva, e non è possibile che sulla base di una radicale trasformazione gestaltica. Nell’astratto, le condizioni sarebbero favorevoli, a partire da almeno due fattori storici: la deriva distruttrice senza limiti dell’attuale ipercapitalismo post-borghese e post-proletario, e d’altra parte il bilancio del fallimento integrale del marxismo storico “futurista” partecipante dell’illuminismo e del positivismo; ma in realtà non è nulla, perché l’ottantacinque percento della comunità intellettuale “marxista” non è disposto, attualmente e per tanto tempo ancora, ad abbandonare il vecchio modello. Vico avrebbe parlato della “boria dei dotti”; Ennio Flaiano avrebbe detto “La situazione è disperata, ma non seria”.</p>
<p>E pertanto, è nel pensiero individualista di Thomas Hobbes, apertamente anti-aristotelico, nell’empirismo di John Locke, nella critica corrosiva di Voltaire, nell’economia politica di David Hume e di Adam Smith, senza fondamenti filosofici e comunitari e infondata se non su se stessi, ecc., che risiede l’innovazione decisiva della modernità. Ed è ad una tale novità empirico-individualista (alla quale, per ultimo risultato, appartiene il criticismo di Kant), che Hegel e Marx rispondono, per un movimento conservatore e comunitario, che procede nell’ultima analisi della tradizione filosofica greca.</p>
<p>Se la proposta è appena agli inizi, credo che per natura sia già comprensibile.</li>
<li>In estrema sintesi, possiamo dire che la strategia di Marx concerne la comunità umana, e la sua tattica la classe proletaria. Ossia: il comunitarismo è la strategia, la lotta di classe la tattica. Il movimento comunista ha trasformato la tattica in strategia – ciò che era certamente inevitabile nelle condizioni di allora; è perché non intendo affatto lasciarmi andare ad una critica facile e pedantesca. L’ultima causa del suo provvisorio fallimento storico consiste precisamente nella sua dinamica dissolutrice di questa fine tattica presa per la fine strategica. Se si comprende la società comunitaria come una radicalizzazione dispotica della lotta di classe (come Stalin, la Banda dei quattro, Pol Pot, ecc.) è inevitabile che ne nascano prima o poi dei movimenti di massa di controrivoluzione sociale restauratrice, cui i ceti medi (i vecchi e i nuovi) sono la base di classe.Il passaggio teorico della lotta di classe al comunitarismo non cancella quindi le buone ragioni storiche e sociali di quest’ultima; le inserisce solamente in una nuova concezione della storia più ciclica e meno progressista (ovvero, più greca, e meno partecipante all’illuminismo), e non mira soprattutto a rompere con la miglior parte dell’eredità di Marx. Per esempio, il concetto marxiano di modo di produzione resta valido, e finora insuperato (se ci si sbarazza delle sue deviazioni economiste, storiciste, deterministe, meccaniciste, che si riportano al modello positivista del primato di una scienza senza fondamenti filosofici, e alla sansimonista “amministrazione delle cose”). E’ per questo che bisogna legittimare il concetto del “modo di produzione comunitario”, che prevale meglio al concetto di “comunismo primitivo” che a quello di “comunismo del futuro” – questa deriva individualista o questo incubo, della scomparsa della famiglia, della società civile e dello Stato. Nessuno l’ha ancora fatto: ciò non significa che non si possa fare, apertamente e metodicamente.</li>
<li>Due parole, per terminare, sul marxismo italiano. E’ praticamente sparito dalla scena pubblica da vent’anni. Credo che all’estero, non lo si è capito a fondo, nemmeno gli italianisti, la potenza dissolutrice del vecchio PCI, che ha agito sotto forma narcisistica, con dei personaggi tragicomici e grotteschi come Armando Cossuta e Fausto Bertinotti, senza parlare della “riconversione” mediatica dei vecchi estremisti come Sofri, ecc., in propagandisti dell’impero americano e del sionismo. Il paese di Labriola e di Gramsci è oggi uno di quelli che l’eredità di Marx è più ridicolizzata e marginale. So bene che è lo stesso in Francia, ma in misura minore, credo.Chi è oggi il più grande marxista italiano vivente? Domanda da centro commerciale, ma se dovessi rispondere, direi Domenico Losurdo. Losurdo mantiene la relazione tra Hegel e Marx (benché la presenti come del realismo politico e una giustificazione storica), la critica dell’imperialismo, la legittimità geopolitica della difesa contro l’imperialismo americano, la condanna del sionismo, ecc. Si tratta qui di aspetti “fondamentali”, e in proposito sarebbe auspicabile che si concluda l’epoca tragicomica di Bertinotti, distruttore confuso e narcisistico. E Losurdo e le sue idee sono, onestamente, le “meno peggio”.</li>
<li>Ciò detto, senza alcuna ipocrisia e falsa modestia, non smetto di considerarmi come un pensatore nell’insieme migliore e più profondo di Losurdo, per una migliore “radicalità” critica riguardo l’eredità filosofica del passato (i greci, Hegel, e Marx soprattutto). E’ per questa ragione che l’astrazione fatta dalla mia riconoscenza per altri (che è nulla, comunque), dovrei dire che il miglior pensatore italiano di orientamento marxista, sono io. Capisci bene che non c’è né paranoia né megalomania in questa convinzione, ma una semplice valutazione del lavoro che ho compiuto da circa trent’anni. I testi parlano da soli, se li si vuole leggere.Tuttavia, sono condannato alla solitudine e all’esclusione. Non mi importa della diffamazione, mi è indifferente; ma ciò che, psicologicamente, non mi è indifferente, è la mancanza di difesa pubblica da parte di quelli che mi conoscono bene, come Losurdo stesso, che non ha avuto una parola in pubblico, mai una sola, per sostenermi, benché in privato, per telefono, mi abbia assicurato più volte del suo insignificante e “platonico” sostegno. Non c’è via d’uscita. Non posso rinunciare a delle convinzioni che sono le mie, che siano giuste o erronee, per poter accedere al pubblico del politicamente corretto di sinistra. Il politicamente corretto di sinistra vuole a tutti i costi che si dica che la modernità è irreversibile, che Marx è una brava persona perché è posto all’avanguardia del futurismo, che non resterebbe più nulla dei greci se non fossero oggetto di studio per dotti con la parrucca incipriata, che Berlusconi è l’equivalente mediatico del fascismo eterno, che la dicotomia destra/sinistra è un dogma indiscutibile ed un articolo di fede, che l’antifascismo è ancora valido in evidente assenza di fascismo, che la religione non è che un imbroglio dei preti fondato sull’ignoranza dei semplici, che la geopolitica è un’invenzione dei fascisti, che sia sufficiente un contatto con Alain de Benoist per essere contaminato, ecc.Come vedi, se accettassi questo codice tradizionale del politicamente corretto, probabilmente potrei “ritornare” parzialmente nel circo mediatico (o “le milieu”, come dicono i marsigliesi), ma dovrei suicidarmi come pensatore radicale e originale.Mi scuserai di questo testo troppo lungo. Ma ho voluto scriverlo, caro B., per perfezionare la tua conoscenza del mio pensiero, di cui hai già un’idea poiché mi hai tradotto. Te ne sono riconoscente oltre quanto tu possa immaginare, perché, per delle ragioni personali, mi sento ancora più attaccato alla Francia che all’Italia.</li>
<li><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2017/01/61GeMCSAZ7L._AC_UL320_SR196320_.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5355" title="61GeMCSAZ7L._AC_UL320_SR196,320_" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2017/01/61GeMCSAZ7L._AC_UL320_SR196320_-183x300.jpg" alt="" width="183" height="300" /></a>[1] (NDT) Mi sono limitato a restare fedele al testo originale, per quanto in questo caso possa risultare un’affermazione paradossale. Come ho scritto nella premessa, l’introduzione risultava originariamente in francese, mentre il testo completo in italiano.</li>
</ul>
<p>[2] Gender studies (studi di genere): “Apparsi negli anni ’70 negli Stati Uniti, gli studi gender hanno profondamente rinnovato lo studio dei rapporti uomo/donna supponendo che la differenza di sesso è una costruzione sociale.” (Sandrine Teixido, in “Sciences humaines.com”)</p>
<p>[3] (Mariotto Segni)</p>
<p>[4] Al tempo, non era ancora stato pubblicato l’ultimo capolavoro di Preve (Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia, Pistoia, Petite plaisance, 2013).</p>
</div>
<p><em>http://www.lintellettualedissidente.it/filosofia/lettera-di-costanzo-preve/</em></p>
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		<title>Relativismo e universalismo astratto: le due facce speculari del nichilismo. Bene e Verità come concetti &#8220;rivoluzionari&#8221; alla base di un universalismo sostanziale e di una critica radicale del capitalismo.</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 09:22:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato articolo pubblicato sulla rivista Koiné Introduzione La cultura dominante dell&#8217;Occidente capitalistico si manifesta come un&#8217;unità insicind ibile e complementare di relativismo ed universalismo astratto. Per comprendere come questi due &#8220;caratteri&#8221; della cultura, dell&#8217;ideologia e della simbologia occidentale presentino una forte complementarietà, bisogna dapprima definirli correttamente. Se in apparenza si pongono come contrastanti, in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Lorenzo Dorato</p>
<p>articolo pubblicato sulla rivista Koiné</p>
<p>Introduzione</p>
<p style="text-align: justify;">La cultura dominante dell&#8217;Occidente capitalistico si manifesta come un&#8217;unità insicind</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-2728" style="border-style: initial; border-color: initial; margin-top: 5px; margin-bottom: 5px; margin-left: 6px; margin-right: 6px;" title="nichilismo" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/nichilismo1-269x300.jpg" alt="" width="113" height="126" /></p>
<p style="text-align: justify;">ibile e complementare di relativismo ed universalismo astratto. Per comprendere come questi due &#8220;caratteri&#8221; della cultura, dell&#8217;ideologia e della simbologia occidentale presentino una forte complementarietà, bisogna dapprima definirli correttamente. Se in apparenza si pongono come contrastanti, in realtà, in relativismo e quel tipo di universalismo che definisco astratto, non sono altro che le due facce di una stessa medaglia: quella del nichilismo. Scetticismo antiveritativo e disincanto di fronta alla realtà, da un lato; affermazione della liebrtà assoluta come valore procedurale e contemporaneo colonialismo culturale delle categorie liberali occidentali, dall&#8217;altro, si fondono nel comporre la natura di quello che si potrebbe definire in prima approssimazione &#8220;occidentalismo&#8221;. Tale termine naturalmente non indica affatto la cultura occidentale nella sua straordinaria e feconda stratificazione dai greci ad oggi, bensì l&#8217;insieme di ideologie interne all&#8217;attuale paradigma integrato nell&#8217;occidente capitalistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/Relativismo-PDF-Definitivo.pdf">Leggi il file qui</a></p>
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		<title>Filosofia e politica del comunitarismo</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 13:47:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costanzo Preve</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Costanzo Preve Filosofia e politica del comunitarismo Riforma, rivoluzione e conservazione Indice Il cuore del problema Il comunitarismo come luogo di incontro delle tre dimensioni della riforma, della rivoluzione e della conservazione Le radici storiche del tradizionalismo e del progressismo, ed il comunitarismo come superamento dialettico di entrambi L’interminabile scontro fra atei e credenti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Garamond,serif;">di Costanzo Preve</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-decoration: none;" align="CENTER"><span style="font-family: Garamond,serif;"><strong>Filosofia e politica del comunitarismo</strong></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-decoration: none;" align="CENTER"><span style="font-family: Garamond,serif;"><strong>Riforma, rivoluzione e conservazione</strong></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-family: Garamond,serif;">Indice</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<ol>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;"><span style="font-family: Garamond,serif;">Il 	cuore del problema</span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;">Il comunitarismo come luogo di incontro delle tre dimensioni della 	riforma, della rivoluzione e della conservazione</span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Le 	radici storiche del tradizionalismo e del progressismo, ed il 	comunitarismo come superamento dialettico di entrambi</span></span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">L’interminabile 	scontro fra atei e credenti, e la necessità per il comunitarismo di 	non schierarsi in modo identitario in tifoserie contrapposte</span></span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">La 	costituzione borghese anticomunitaria del mondo nelle sue tre 	varianti storico-geografiche: comunità subalterne all’interno, 	comunità tribali comunistiche in Africa ed America, dispotismi 	statali comunitari in Asia</span></span></p>
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<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">La 	parabola dell’individualismo anticomunitario dall’esploratore 	pirata al narcisista e da Morgan il Pirata a Woody Allen</span></span></p>
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<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Il 	quadrato del potere. Le oligarchie finanziarie, il ceto politico, il 	circo mediatico, il clero universitario</span></span></p>
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<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Il 	Politicamente Corretto, la nuova teologia unificata delle oligarchie 	neo-feudali e neo-signorili</span></span></p>
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<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Economia 	e Filosofia. La celebrazione complementare della positività e della 	negatività del mondo</span></span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Il 	problema della comunità e del comunitarismo ed i limiti ecologici, 	sociali ed antropologici del capitalismo assoluto</span></span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">La 	pericolosità del capitalismo assoluto contemporaneo come base di 	legittimazione della comunità e del comunitarismo contemporaneo</span></span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Il 	problema della comunità al termine della logica di sviluppo 	dell’intreccio fra mutamenti sociologici e profili antropologici</span></span></p>
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<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Conclusioni. 	Riflessioni su alcune difficoltà esterne cui ci troviamo oggi di 	fronte nello sviluppare un pensiero comunitarista credibile</span></span></p>
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<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;" align="JUSTIFY">
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<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: none;"><strong>1</strong></span><span style="text-decoration: none;"> – </span><span style="text-decoration: none;"><strong>Il cuore del problema</strong></span> </span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/mani.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-696" style="margin: 5px;" title="mani" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/mani-300x211.jpg" alt="mani" width="300" height="211" /></a>Sebbene sul comunitarismo sia già stato scritto molto (ed anch’io vi abbia portato un piccolo contributo, interpretando il marxismo come una forma di idealismo filosofico rigorizzato e dotato di una teoria materialistica della storia, ed il comunismo come una forma di comunitarismo libero capace di lasciarsi alle spalle il vecchio fallimento storico basato sul nesso dialettico negativo di collettivismo coatto e di individualismo anonimo), il più non è ancora stato detto e resta ancora da dire.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Quando il più non è stato ancora detto ed il più importante resta ancora da dire, è necessario capire il perché. Ed il perché non sta se non in minima parte in insufficienze soggettive dei teorici (fatto reale, ma del tutto secondario), ma nel fatto che non si è ancora storicamente avviata una vera e propria reazione comunitaria al doppio fallimento del capitalismo liberale e del modello di ingegneria sociale dispotico-egualitaria sotto cupola geodesica protetta chiamato “comunismo storico novecentesco” realmente esistito, da non confondere mai in nessun caso con il comunismo idealistico-materialistico ed utopico-scientifico prospettato da Marx (i due ossimori, ovviamente, non sono affatto causali, ma sono intenzionali, in quanto solo lo straniamento ed il riorientamento gestaltico radicale possono permettere il mutamento di prospettiva che oggi si impone).</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Il cuore del problema sta quindi in ciò, che tutte le discussioni possibili sul comunitarismo devono sapere che fino a quando non saremo di fronte a modelli pratici e politici che possano essere chiamati veramente “comunitari”, il nostro discorso sarà necessariamente costretto a restare un po’ a mezz’aria.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Non è però questo un buon motivo per rinunciarvi, come urlano voci sguaiate che mettono in guardia dal nostro presunto essere un “pericolo”, e si spingono fino a sostenere che dovremmo essere “fucilati” quando finalmente, come un meteorite aleatorio che cade dal cielo, saremo finalmente di fronte ad una vera “rivoluzione”. Simili spacconate in un bicchier d’acqua sono purtroppo la regola, non l’eccezione, nel clima soffocante delle dispute settarie di scuola, che la facile scrittura su internet amplifica a dismisura, come il facile accesso al gabinetto facilita tutti i diarroici presenti nei dintorni.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Non è a costoro che noi ci rivolgiamo. Ci rivolgiamo a due tipi di persone, entrambi degni di attenzione. Ci rivolgiamo a noi stessi, perché siamo del tutto consapevoli che il nostro auto-chiarimento è insufficiente, ed appena agli inizi. E ci rivolgiamo alle persone pacate e pensanti, non importa se si autocertificano soggettivamente come atei o credenti, moderati o estremisti, di destra o di sinistra, eccetera.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond,serif;"><span style="font-size: small;">Leggi il saggio in pdf: <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/Preve-saggio-secondo.pdf">Filosofia e politica del comunitarismo</a><br />
</span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Per una problematizzazione del concetto di comunità in rapporto alla società e allo stato.</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 15:33:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Moracchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[Attuazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Individualismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Società civile]]></category>
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		<description><![CDATA[di Stefano Moracchi Il concetto di comunità, per essere pienamente e compiutamente realizzato, non può fare a meno del concetto di ethos (luogo di vita abituale, consuetudine, costume, uso, carattere). Una comunità, per essere veramente distinta da tutto ciò che non le appartiene, deve essere espressione determinata in senso oggettivo (come costume) e in senso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Stefano Moracchi</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/02/comunità-virtuale.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-374" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" title="comunità virtuale" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/02/comunità-virtuale.jpg" alt="comunità virtuale" width="313" height="272" /></a>Il concetto di comunità, per essere pienamente e compiutamente realizzato, non può fare a meno del concetto di ethos (luogo di vita abituale, consuetudine, costume, uso, carattere).<br />
Una comunità, per essere veramente distinta da tutto ciò che non le appartiene, deve essere espressione determinata in senso oggettivo (come costume) e in senso soggettivo (come carattere). Soltanto nell’incontro tra ethos (espressione di un comune sentire) e morale (espressione del sentire individuale scaturito da quello comunitario) si forma e sostanzia la comunità umana.<br />
Il problema di come fondare un comune sentire affinché l’individuo possa sentirsi veramente libero (nel senso di “appartenere” a una comunità viva e non astratta) deve essere affrontato a partire dalla domanda delle domande: in che cosa consiste la comunità?<br />
Oggi il concetto di comunità è sinonimo di società, nel senso che la sua definizione non ha come presupposto una fondazione etica (che non è una bestemmia ma un semplice concetto scaturito dalle determinazioni oggettive di un dato gruppo in rapporto con la realtà).<br />
Per fondazione etica intendo lo stretto legame tra economia e politica.<br />
Nel momento in cui l’etica (dalla quale deriva il diritto e tutto il suo ordinamento) si universalizza, nel senso che non si riferisce più a un sentire omogeneo espressione di un certo numero di individui costituitisi nel corso del tempo, ma pretende di rispecchiare tutti gli individui indistintamente, ecco allora che subentra un ethos cosmopolitico e un diritto universale, che per essere tali separano l’economia dalla politica (separazione che non può avvenire con l’individuo correlato alla comunità).<br />
È a questo punto che l’individuo perde se stesso come soggetto portatore di una comune visione etica per assumere la funzione di oggetto costretto a subire una visione cosmopolitica che non gli appartiene.<br />
Nel momento in cui si universalizza il concetto di appartenenza, si privatizza il concetto di comunità. Ecco apparire la comunità privata, costituita da individui privati delle loro prerogative essenziali: essere portatori di una visione del mondo e non passivi esecutori di un astratto universalismo.<br />
L’unità di etica, economia e politica fonda la comunità intesa come espressione di esigenze proprie di quella comunità.<br />
La misura di queste esigenze è il segno distintivo della comunità.<br />
La comunità non ha esigenze illimitate ma si limitano a riprodurre la vita in comune, dove l’individuo si sente a casa propria e non gettato nel mondo in un processo reificato.<br />
Quindi la comunità si fonda in un dato territorio e con date risorse.<br />
La natura non distribuisce le risorse necessarie alla vita dell’uomo in maniera uguale per tutti: vi sono territori in cui l’acqua è un bene scarso e altri dove la coltivazione della terra, oltre a non essere agevole è anche insufficiente al fabbisogno collettivo.<br />
Quindi vi sono comunità che hanno delle eccedenze e altre che hanno delle insufficienze.<br />
Il concetto di misura che ho precedentemente descritto, nel senso di unione tra etica, economia e politica deve essere il medium tra le varie comunità.<br />
Se la misura non è più il limite che definisce la comunità si avrà l’attuale sperequazione capitalistica e il senso di imperialismo che caratterizzerà le nazioni.<br />
Se, al contrario, un mondo di comunità metterà in comune le eccedenze, si potrà saldare il concetto di sviluppo con quello di tradizione (ethos), appunto.<br />
La comunità che dovrà sorgere lo potrà fare solo insorgendo.<br />
Per insorgere non “contro” qualcosa ma a favore di qualcosa.<br />
Insorgere significa ricostruire il tessuto della comunità di coloro che non sono più individui ma semplici “individuati”: dalle ricerche di mercato, dai giochi elettorali, dalle aziende pubblicitarie ecc.<br />
Essere individui significa, prima di tutto, non essere divisi dalla comunità di appartenenza.<br />
Si è veramente liberi se si è prigionieri di una verità, altrimenti si è un insignificante attributo.<br />
Perché la comunità e non lo stato.<br />
Per definire lo stato sono stati costretti a mettere in campo un esercito di demolitori della comunità: quelli del contratto sociale, dell’utilitarismo, dello stato assoluto ecc.<br />
Tutte concezioni che presuppongono il primato del mercato e la separazione dell’etica dalla politica, e cioè la morte della comunità e, quindi, dell’individuo.<br />
Fino a quando le concezioni filosofiche, politiche ed economiche non cominceranno a pensare concretamente e sostanzialmente all’individuo in carne ed ossa rinunciando a continuare a pensare a soggetti astratti (quindi privati, cioè spogliati dell’umanità) non vi potrà essere nessuna insorgenza.<br />
Prima di vedere in che modo il concetto di comunità insorgente può realizzarsi dobbiamo esaminare il ruolo che la società civile svolge all’interno (e nei confronti) dello stato. Secondo questa mia analisi il movimento della società civile è divenuto un movimento egemone rispetto sia alla famiglia che allo stato.<br />
Farò pertanto una breve nota storiografica per evidenziare come si sia andata configurando questa egemonia.<br />
Vedremo come lo stesso stato si è andato caratterizzando dalla sua nascita fino ai nostri giorni.<br />
Parlando di movimento egemone della società civile si vuole evidenziare come questo movimento, nato come espressione “spontanea” (sic!) di collegamento tra la famiglia e il potere costituito, sia divenuto un movimento chiuso entro una gabbia ideologica.<br />
Da questa analisi si evince un doppio rapporto problematico: quello dei cittadini all’interno della società civile e quello della società civile nei confronti dello stato. Questo doppio rapporto si configura come costrizione e come debolezza.<br />
Come costrizione in quanto i cittadini non riescono a penetrare nello stato e come debolezza in quanto lo stato ha chiuso il movimento della società civile al suo interno.<br />
Il rapporto di forza è rappresentato dall’uscita dello stato dal suo ruolo specifico: quello di essere l’elemento universale rispetto alla particolarità.<br />
Questa perdita di espressione generale ha fatto si che è stato conferito alla società civile un ruolo che non gli poteva competere e cioè di essere allo stesso tempo movimento civile senza avere la possibilità di essere rappresentanza statale.<br />
Lo stato rinunciando al suo ruolo cardine ha finito per rappresentare una oligarchia, perché perdendo l’universalità ha sposato il particolarismo.<br />
Le istituzioni sono divenute emanazioni del particolarismo e come tali rappresentano le “sentinelle” della società civile, impedendo di fatto l’accesso allo stato.<br />
Per questo l’egemonia della società civile rappresenta una debolezza, e la debolezza dello stato la sua forza.<br />
Bisogna comprendere bene questi passaggi perché sono fondamentali per spiegare la frattura che si è creata tra cittadini e politica.<br />
Parlando di egemonia della società civile si vuole intendere che qualsiasi istanza che viene dai cittadini non ha rappresentanza statale. Le problematiche che sorgono dal corpo sociale sono questioni che attengono alla società intesa come movimento della società civile.<br />
In questo modo i problemi sociali sfuggono alla definizione concettuale politica e tengono al riparo la rappresentanza politica (i pochi) dalle insorgenze sociali (i molti).<br />
Lo stato, chiudendo il movimento della società civile, lo rafforza come movimento di costrizione, ma lo indebolisce come passaggio necessario tra la famiglia e lo Stato.<br />
Favorendo il movimento della società civile diviene di fatto un movimento indipendente, completamente staccato dalla società civile.<br />
Se da un lato questo gli permette una certa libertà e una totale garanzia di rappresentatività; dall’altro lo espone a una visibilità di privilegio dovuta alla sua scissione dai movimenti fondamentali.<br />
Il malessere sociale e la frattura che si è creata tra i cittadini e la politica non è altro che la chiusura della società civile come movimento egemone da parte dello stato.<br />
Chiaramente questo disegno della società civile egemone richiede tutto un apparato parastatale che ha dei costi esorbitanti per il cittadino. Le “sentinelle” oltre che impedire l’accesso allo stato sono anche improduttive e costose.<br />
Credo che il nostro periodo storico sia fondamentale per gli sviluppi successivi, sia per quanto riguarda i nuovi assetti che si stanno configurando, sia per il ruolo che avrà la politica nei confronti dei cittadini.<br />
Questo periodo storico che stiamo vivendo rappresenta pertanto un rischio ma anche una grande opportunità.<br />
Sarà un rischio se non ci sentiremo coinvolti in prima persona come soggetti determinanti alla costruzione di un nuovo canale che apra finalmente le porte di comunicazione tra i tre movimenti fondamentali che reggono una nazione politica: famiglia, società civile, stato.<br />
Sarà una grande opportunità se la sapremo vivere come Storia: intesa come costruzione di grandi ideali e non di semplici opinioni.<br />
Ritornare a parlare di ideali significa riferirci alle persone come cittadini consapevoli di ricoprire un ruolo fondamentale. Per fare questo occorre il coinvolgimento pieno dei cittadini in progetti operativi all’interno della società civile, al fine di gettare, all’inizio, dei piccoli canali di comunicazione tra la famiglia e lo stato.<br />
Questi progetti operativi saranno la base della produzione delle idee.<br />
La produzione delle idee è il momento della scissione, perché avviene tra poche persone che si sono assunte la responsabilità generale.<br />
Questo è il momento decisivo che rappresenta l’universalità, in quanto attraverso la responsabilità generale assunta si viene meno alla propria particolarità.<br />
Nel momento della riproduzione riverifica l’attinenza tra teoria e pratica.<br />
Questo è il momento vero e proprio politico che verrà analizzato.<br />
Partendo dalla famosa tripartizione hegeliana (famiglia, società civile, stato) cercherò di chiarificare come si sia affermato il movimento egemone della società civile.<br />
Ciò che risalta nel leggere la tripartizione è l’assoluta novità rappresentata dallo stato rispetto sia alla famiglia che alla società civile.<br />
Di fatti. Solo in Europa, in un arco di tempo che va dagli inizi del secondo millennio alla Rivoluzione francese, che si mettono in moto dei processi che portano alla nascita degli stati e del sistema degli stati.<br />
Possiamo ricavare tre tipologie di forme-stato che si sono affermate nella storia.<br />
La prima è quella che pone la differenza tra società civile e stato, enfatizzando la correlazione tra dimensione economica e politica, avvalendosi dello schema triadico stato assoluto, stato di diritto, stato totalitario.<br />
La seconda, invece, è più articolata, in quanto cerca di declinare una griglia interpretativa a limitazione del potere sovrano, mettendo in atto strutture costituzionali e principi giuridici: stato giurisdizionale, stato legislativo, stato costituzionale.<br />
La terza privilegia, invece, un approccio sociologico per definire le peculiarità della costituzione materiale (e di conseguenza l’assetto dei poteri locali) così abbiamo in sequenza stato dei ceti, stato nazional-liberale, stato democratico dei partiti.<br />
Da questa tripartizione del concetto di stato possiamo notare che alla base vi è sempre la ricerca di un certo equilibrio tra società civile e stato.<br />
Questo rapporto è sempre stato problematico.<br />
Nello stato assoluto la concentrazione dei poteri al vertice aveva privatizzato l’individuo ma allo stesso tempo aveva spoliticizzato il suddito.<br />
Con lo stato diritto si è cercato di armonizzare il rapporto tra società civile e stato. Non c’è più divisione verticale tra sovrano e sudditi ma si instaura un rapporto orizzontale attraverso organi dello stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) e quelli della società (associativi, economici, religioso-culturali).<br />
E’ nello stato di diritto che avviene per la prima volta un cambiamento profondo nel rapporto tra sovrano e sudditi attraverso l’assunzione del concetto di cittadino. Attraverso la rappresentanza parlamentare il cittadino può partecipare al governo degli affari generali. La società civile per la prima volta diviene il contraltare dello stato.<br />
Con lo stato totalitario si azzera tutto quello che si era ottenuto con lo stato di diritto. Ritorna il rapporto verticale tra vertice e base. Questa volta le differenze sono di ordine “naturale” (razziale) o sociali (appartenenza di classe) per la discriminazione e persecuzione politica. Con lo stato totalitario non c’è più differenza tra società civile e stato: tutto il sociale è politicizzato e ogni vita associativa e gruppo sono diretta espressione del vertice statale.<br />
Attraverso la pace di Augusta si pose fine al conflitto religioso, Si sancì che la libertà religiosa spettava soltanto ai sovrani, a cui competeva lo ius reformandi, mentre ai sudditi restava solo lo ius emigrandi, favorendoli così dal non essere vincolati alla religione dominante nel proprio territorio.<br />
E’ attraverso il principio cattolico cuius regio, eius religio che viene così sancita l’uniformità confessionale nei singoli territori.<br />
In questo modo nel territorio dell’Impero germanico vi potranno essere territori compatti di confessione cattolica, luterana e riformata.<br />
La giustificazione di questo stato di cose è resa possibile dal fatto che la iurisdictio ecclesiastica nei territori protestanti è stata abolita e trasferita al sovrano.<br />
Attraverso questo passaggio il signore locale non è solo il depositario del potere locale, ma anche di quello episcopale.<br />
E’ da questo momento in poi che avviene quella separazione pubblico-privato che attraverserà la vita dei singoli e , al tempo stesso, la proceduralizzazione della vita sociale, con la conseguente formalizzazione delle differenze individuali e collettive di natura identitaria.<br />
In primo luogo, che distinzione tra vita pubblica e vita privata, ha implicato la trasformazione della società religiosa in una scelta privata, riguardante la coscienza individuale.<br />
In secondo luogo, che la proceduralizzazione delle differenze identitarie, ha determinato la trasformazione giuridica e sociale delle passioni collettive in interessi socialmente organizzati.<br />
Interessi regolati, con la programmata introduzione di norme di comportamento pubblico, formali e informali, validi per tutti.<br />
Questa istanza è l’autorità del sovrano statale, e perciò vale; auctoritas, non veritas facit legem. Quindi non si sviluppa un’etica universale in base alla legge della ragione collettiva, ma secondo un’antropologia meccanicistica attraverso una introiezione di valori puramente soggettivi, favorendo in questo modo la spersonalizzazione e atomizzazione degli individui.<br />
E’ in questo passaggio che l’idea di società civile prende forma e si svilupperà in modo sempre più convulso finendo per rappresentare l’unico movimento egemone a dispetto della famiglia e dello stato.<br />
Favorendo l’individualismo, era chiaro che ciò non poteva avvenire all’interno di un movimento universale come era quello di Impero: allo stesso modo avviene oggi con lo stato che per accrescere il suo potere politico (di pochi individui) favorisce il movimento egemone della società civile.<br />
La società in cui viviamo è concentrata e orientata verso la tecnica, l’efficienza e la sicurezza e sempre in vista della razionalità.<br />
Ma cosa significa razionalità. Con questo termine oggi intendiamo escludere tutto ciò che non rientra nello sviluppo tecnologico.<br />
Se una persona ha dei problemi fisici molto gravi il medico usa la sua razionalità il che pregiudica tutto ciò che non rientra nella malattia. Ora quello che non rientra nella malattia è la persona con le sue esigenze, le sue credenze, la sua visione del mondo e soprattutto il suo essere persona prima che malato. Quando si entra nel mondo scientifico della medicina si entra come persona per diventare malato cioè oggetto di cura. La razionalità non riesce a cogliere l’uomo ma solo l’aspetto biologico della persona. Noi siamo sempre più identificati con la statistica, con la crescita, con lo sviluppo ma sempre meno come uomini e donne.<br />
Anche la vecchiaia è vista come oggetto di studio ma sempre meno come condizione umana. La si studia in funzione di pensioni da erogare, e si elaborano calcoli statistici che ci dicono che la donna vive più dell’uomo, e quindi la sua rendita pensionistica dovrà essere diversa da quella dell’uomo. Quando si fanno questi discorsi non si parla della donna in carne ed ossa, con una sua personalità particolare, e con proprie esigenze, ma si parla della “donna” come numero statistico. La razionalità non può cogliere la donna in particolare e quindi esclude di per sé l’essere umano.<br />
L’efficienza e lo sviluppo conducono l’essere umano a non essere più padrone della propria vita. La cura del corpo, la formazione, lo studio, le relazioni sociali sono definite in base a uno scopo tecnologico: creare una società efficiente e competitiva.<br />
Siamo diventati una società rituale senza avere più riferimenti simbolici e di rito.<br />
Ciò che caratterizzerà, d’ora in poi, la distanza tra società civile e stato, sarà il concetto di neutralità e indifferenza.<br />
Lo stato non può assumere il valore dell’indifferenza verso questioni che attengono alla vita dei singoli membri della comunità statale.<br />
Lo stato, avendo come sua base costitutiva l’universalità, contiene lo spirito generale di una nazionale. Se lo Stato si rende indifferente e neutrale si avrà, come conseguenza inevitabile, il movimento egemone della società civile dove prevarranno attaccamenti etici particolaristici, formazioni settarie, oppure raggruppamenti etnici.<br />
Uno stato che fonda la sua identità sulla privazione di identità non può che favorire il movimento egemone della società civile intesa come gabbia ideologica al cui interno si svilupperanno relazioni prettamente utilitaristiche, dove le culture e le religioni non avranno nessuna possibilità di accedere nella sfera pubblica (stato).<br />
Questa d’altra parte è la famosa tesi di Rawls: tutte le dottrine comprensive siano messe da parte nella vita pubblica.<br />
La società civile doveva diventare un semplice motore produttivo, favorendo interessi particolari e utilitaristici, privando i cittadini del loro diritto di cittadinanza nel senso pieno della parola come cooperazione e partecipazione alla vita statale.<br />
Secondo Rawls un credente non può svolgere la sua partecipazione alla vita politica (statale), quando il riconoscimento politico esige che anche le ragioni per cui si crede siano ammesse al dibattito pubblico, proprio perché esse fanno parte di una identità culturale e religiosa.<br />
Tale concezione risponde ad istanze relativistiche e negative.<br />
La società civile in questo modo favorisce l’individuo a privatizzarsi, chiudendogli ogni possibilità di accedere allo Stato (politica)., relegando ogni questione di cultura religiosa (identità) all’interno della gabbia ideologica della società civile.<br />
Ma favorisce anche il frantumarsi della famiglia, perché non avendo più nessuna identità e valore da far valere, non rimane che assumere delle verità passeggere e momentanee.<br />
Lo Stato diventa una oligarchia, il cui accesso è regolato da sentinelle costituzionali, che giudica in base ad una forma contrattualistica e utilitaristica le persone che vanno a rappresentarlo. La società diviene rituale.<br />
Per società rituale intendo la società razionale, fredda e priva di significati trascendenti. La persona agisce sotto impulsi ripetitivi e rassicuranti della ritualità.<br />
Il movimento meccanico ci spinge a cercare una via di fuga nel privato dove crediamo di ritrovare noi stessi. Ma il privato, come dice la stessa parola, non contiene nulla di quello che cercavamo, perché non abbiamo più una vita di relazione sociale ma semplicemente un comportamento sociale che implica diffidenza e convenzionalità, in vista dello scopo e dell’interesse.<br />
Le nostre azioni cercano di ricalcare le vecchie consuetudini e le vecchie analogie con un passato di cui non conosciamo le motivazioni che l’avevano fatte emergere e rendere necessarie. Non abbiamo più uno spazio e un tempo per “attuare l’azione” nel senso di agire in vista di uno scopo sociale in cui il privato diventi finalmente pubblico. Le nostre esigenze individuali devono trovare spazio e tempo pubblico per essere finalmente libere di manifestarsi.<br />
E’ paradossale che una civiltà rituale come la nostra non abbia più il senso del rito che una volta contraddistingueva un popolo, una comunità, una tribù.<br />
A noi non mancano i riti, mancano i riferimenti che li giustifichino. Manca pertanto l’azione compiuta e consapevole. Attuare l’azione compiuta nella sua attualità è l’esigenza dell’attuazionismo.<br />
Il pensiero razionale tecnologico non sa e non può cogliere l’azione spontanea il cui significato si giustifica essenzialmente da una relazione disinteressata e altruistica.<br />
Le credenze sono cadute ma rimangono le superstizioni a ricordarci che l’uomo non è un essere razionalizzabile e oggetto di tecniche. Non possiamo continuare a metterci in fila per prendere il treno tecnologico e dimenticarci delle azioni che stanno alla base della nostra ragione d’esistere. Il lavoro non può diventare un esercizio di mortificazione, oppure un semplice arbitrato d’uso, o peggio ancora, un concorso alla crescita produttiva, se non vi è alla base il gesto, l’azione consapevole e prettamente umana e ricca di significato, come quella di attuare l’azione reciproca, e partecipata, nella sua attualità.<br />
Noi cerchiamo di dare un senso e un significato all’azione umana quando sfuggiamo alla ritualità senza trascendente, e quindi perfettamente razionale e utilitaristica, e ci caliamo in un rituale collettivo riconosciuto dal tempo storico e che assume significato per motivazioni che nella quotidianità non hanno ragione.<br />
L’ambiente sociale si definisce come comunità quando tra i suoi componenti l’azione viene attuata su basi attuali, che sfuggono alla ripetitività razionale e spersonalizzante del quotidiano, dove l’attualità non ha il senso del momento d’essere, in quanto è prodotta in sequenza, dai momenti che si succedono l’uno dopo l’altro.<br />
L’attuale non ha la serialità dei momenti susseguenti poiché, il momento,viene vissuto nella sua integrità, senza divisione di un prima e un dopo. L’azione attuale presuppone il gesto partecipato e significativo della collegialità. L’individualità è, così facendo, integra e riconosciuta dalla partecipazione dell’atto attuale condiviso, perché chiunque può riconoscersi nei gesti e nei simboli utilizzati allo scopo.<br />
Affinché l’azione si possa attuare bisogna che i valori e la partecipazione divengano oggetto di consenso.<br />
La sensazione nevrotica, spersonalizzante di essere vissuti, ma di non vivere, deriva appunto da questo tempo rituale, ripetitivo, automatico.<br />
La ripetitività è dovuta prima di tutto dall’assenza di comunicazione tra un istante e l’altro. Non c’è passaggio di significato ma solo un trasmigrare da un punto indefinito ad un altro indefinibile. Sono momenti assenti, dove la coscienza non può avere posto perché rifugge dall’inconsistente e dall’indeterminato. L’istante ha una sua magia, una sua temporalità ma proprio per questo è istante da cogliere, da saggiare e da rendere “presente”.<br />
Il passaggio da un istante all’altro lo si può cogliere soltanto in un completo e indivisibile momento organico delle facoltà umane che sono in relazione partecipata l’una con l’altra, dove il senso dello stare insieme non è frantumato da comandi agiti o da esistenze agite, ma nella comunione di un progetto attuativo condiviso e relazionato.<br />
La successione temporale degli istanti rituali consiste nella assenza di vita cosciente perché la successione rituale pregiudica la spontaneità che richiede l’atto libero e proprio perché libero non può essere stabilito con movimenti comandati e scadenzati.<br />
La razionalità rituale delle società tecnologiche rifiuta, affinché tutto possa procedere secondo scadenze previste, tutta la serie di atti liberi e spontanei. L’atto libero pregiudica il funzionamento razionale, distrugge la scienza statistica, il pensiero omologato, la disciplina e l’ordine. L’uomo rituale conosce le sue giornate e quindi non le vive e non le pensa. Vede la vita scandita da successioni temporali, da istanti non colti e che gli sfuggono come perle rare alle quali non può concedere riflessione ulteriore. Per questo l’attuazionismo impiega la propria esistenza su rituali riconosciuti, che siano impregnati di senso spontaneo perché nati da un agire collettivo e condiviso, in quanto prodotti maturati nell’attuazione del gesto attuale, unico indiviso nella sua successione di istanti assaporati nella riflessione statica.<br />
Attuare l’azione significa “concedersi” all’atto spontaneo, rifuggire la serialità conosciuta e vissuta una volta su tutte.<br />
Lo scetticismo e l’indifferenza sono al centro delle nostre riflessioni.<br />
Scetticismo e indifferenza sono, allo stesso tempo, questioni che attengono al ruolo egemone della società civile rispetto alla famiglia e allo Stato.<br />
Vediamone in breve il cammino che hanno compiuto nella Storia.<br />
Lo scetticismo e il nichilismo sono strettamente legati al problema teologico del criterio di verità.<br />
Come abbiamo finora visto tutte le questioni che attengono all’identità di una persona e alle sue credenze non hanno possibilità di accedere allo Stato e rimangono come questioni “private” (nel vero senso della parola cioè la persona privata delle sue qualità fondanti la sua identità, operando una frustante spersonalizzazione che favorisce lo scetticismo e il nichilismo).<br />
Al centro della nostra indagine sul come sia stato possibile favorire il movimento egemone della società civile dobbiamo per forza di cose passare ad analizzare il concetto di fede che sta alla base del concetto di verità.<br />
Questa posizione fideistica è quella espressa sia da S. Agostino che da Kierkegaard in quanto entrambi riconoscono che senza una componente di fede, religiosa, metafisica o di altra natura, non si può individuare o stabilire nessuna verità indubitabile.<br />
Il concetto di fideismo è controverso, e come definirlo è in parte terminologico e in parte dottrinale.<br />
La scelta della definizione, ovviamente, chiama in causa la distinzione fondamentale tra il pensiero della Riforma protestante e quello del cattolicesimo romano: il cattolicesimo romano, infatti, ha condannato il fideismo come eresia e ha visto in esso un difetto fondamentale del protestantesimo, mentre i protestanti non liberali hanno visto nel fideismo una componente essenziale del cristianesimo, un elemento che ricorrerebbe già negli insegnamenti di San Paolo e di Sant’ Agostino.<br />
Il pensiero scettico partito dall’antica Grecia penetrò nel tardo Rinascimento e fu il dibattito centrale della Riforma, disputando sulla natura e sul valore della conoscenza religiosa, ossia su quella che venne chiamata regula fidei.<br />
Le posizioni di Martin Lutero e la sua disputa con Erasmo possono considerarsi un’indicazione significativa del risalto che la Riforma avrebbe dato al nuovo problema.<br />
Ma questo dibattito non attiene solo a questioni di ordine teologico ma, come vedremo, ha profonde ricadute sul rapporto tra società civile e Stato.<br />
Perché la disputa fra Lutero e Erasmo può essere considerata uno dei momenti che segnano il tramonto dell’ideale della Respublica christiana, provocato anche dalla percezione, nel pensiero prima che nella pratica, dell’impossibilità di vivere all’interno di un’assoluta unità politico-religiosa.<br />
La risposta moderna alla crisi aperta nel XVI secolo dalla disputa sul libero arbitrio tra Lutero e Erasmo, che segna la fine dell’affermazione univoca della Verità oggettiva, raffigurata nell’unità della Chiesa di Roma, sta da un lato nel movimento che trasforma l’uomo in un soggetto che assume su di sé una individualità che non corrisponde più in un concetto armonico universale.<br />
L’angoscia davanti alla desolazione di un mondo privo di Dio e la paura della morte provocano nel singolo la necessità di costruire un ordine artificiale (l’inizio della società civile) dove poter dimenticare paure e sensazioni spiacevoli. L’indifferenza e l’individualismo esasperato sono fughe da quella paura primordiale che la Riforma generò e che noi oggi abbiamo deificato attraverso la società civile.<br />
Questo movimento verso l’individualismo caratterizzato dalla società civile è anche la costruzione di un attore portatore di valori universali, che si identifica nell’individuo proprietario naturalmente di diritti, che non aliena mai definitivamente, ma rivendica costantemente contro l’universale in nome della propria libertà e razionalità.<br />
E’ con lo Stato giurisdizionale che abbiamo la prima forma moderna di Stato. In questa forma di Stato concorrono diversi soggetti giuridici che partecipano alla definizione, insieme al sovrano, alla definizione dei loro diritti particolari ma non all’abrogazione, rimettendo alla giurisdizione e non alla legislazione la soluzione delle controversie politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Con lo Stato legislativo postrivoluzionario abbiamo il potenziamento del ruolo del della legislazione e subordinando alla legge la pubblica amministrazione. Con lo Stato legislativo abbiamo la universalità del potere sovrano. La legge non è concepita solo in senso formale, come norma emanata dall’organo legislativo competente, ma anche in senso materiale, come norma qualificata oggettivamente dal suo contenuto di razionalità e giustizia al servizio dei diritti naturali degli individui.<br />
Con lo stato costituzionale, in fine, riprende sia la vocazione pluralistica, sia l’affermazione della centralità della giurisdizione che erano proprie della prima forma di Stato.<br />
Abbiamo una concezione della legge che pur conservando la sua centralità appare ora sempre più imbrigliata dalla esigenza di tutelare quel nucleo indisponibile della convivenza che è rappresentato dai diritti fondamentali.<br />
Noteremo che la società civile ha avuto un lungo periodo in cui si è caratterizzata con il movimento di “differenza”. Altrettanto lungo è stato il movimento di “unità”, dove il concetto di identità è stato fondamentale.<br />
Dopo la rottura dell’unità vi è stato il periodo di cambiamento e di ripetizione, poi quello di alienazione (caratterizzato dall’apparato burocratico) e infine quello di egemonia nel quale siamo tutt’ora.</p>
<p style="text-align: justify;">Stefano Moracchi</p>
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