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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Irpef</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Salario minimo e cuneo fiscale: la fregatura è servita</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jul 2019 09:11:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[Oronzo Canà]]></category>
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<header>
<h1></h1>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/allenatore2.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-6021" title="allenatore" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/allenatore2-300x162.png" alt="" width="300" height="162" /></a></h1>
<h1>Tra le più conosciute scene del cult ‘L’allenatore nel pallone’ vi è una bizzarra conversazione tra Oronzo Canà, coach della Longobarda, una matricola della Serie A, e il patron della squadra, il pittoresco presidente Borlotti. I due si trovano impelagati nelle <a style="font-size: 13px;" href="https://www.youtube.com/watch?v=drUfw99OzY4" rel="noopener" target="_blank">trattative del calciomercato</a><span style="font-size: 13px;">, alle prese con squali e magnati del settore, e stanno cercando di imbastire una rosa sufficientemente competitiva per raggiungere una miracolosa salvezza. Borlotti, che di certo non ha né la stoffa né le disponibilità delle big del calcio italiano, si trova dunque a dover ingegnare astruse operazioni per poter portare qualche giocatore alla corte di Canà. Appena uscito da un colloquio con l’Avvocato Agnelli, Borlotti confida entusiasta al suo allenatore: “</span><em style="font-size: 13px;">Ma lo sa che noi attraverso le cessioni di Falchetti e Mengoni riusciamo ad avere la metà di Giordano? Da girare all’Udinese per un quarto di Zico e tre quarti di Edinho</em><span style="font-size: 13px;">”. Di fatto, la Longobarda stava cedendo i suoi due unici giocatori di livello in cambio di eventuali comproprietà future. Insomma, una fregatura bella e buona per il povero Canà.</span></h1>
</header>
<div>
<p>Una scena simile si sta consumando in questi giorni nei corridoi del Palazzo, dove si discute delle condizioni materiali di vita di milioni di lavoratori italiani, il cui destino sembra somigliare a quello della Longobarda di Canà.</p>
<p>Sappiamo che c’è attualmente sul tavolo una <a href="https://coniarerivolta.org/2019/06/27/per-un-salario-minimo-dignitoso-contro-lavoro-povero-e-sfruttamento/" rel="noopener" target="_blank">proposta di legge sull’introduzione di un salario minimo</a> che, seppur soggetta ad un futuro iter parlamentare che potrebbe comunque portarla a svuotarsi del suo contenuto più meritevole, rappresenterebbe per molti lavoratori un miglioramento delle condizioni retributive. Tale disegno di legge, a firma della senatrice Nunzia Catalfo (M5S), oltre ad essere stato criticato dai soliti portaborse degli interessi dominanti, è stato, in maniera tutt’altro che sorprendente, oggetto degli strali di <a href="https://www.tgcom24.mediaset.it/politica/confindustria-boccia-il-salario-minimo-tagliare-il-cuneo-fiscale-_3215039-201902a.shtml" rel="noopener" target="_blank">Confindustria</a>. L’Istat ha infatti stimato che l’adeguamento verso l’alto delle retribuzioni sotto ai 9 euro lordi – la soglia prevista dal disegno di legge – comporterebbe per le imprese <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/17/salario-minimo-istat-per-le-imprese-aggravio-di-costi-di-43-miliardi-di-maio-in-manovra-riduzione-cuneo-fiscale/5262311/" rel="noopener" target="_blank">un aggravio di costi per 4,3 miliardi</a>. Tale aggravio salirebbe a <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/il-salario-minimo-9-euro-costa-67-miliardi-imprese-AC7jdDT" rel="noopener" target="_blank">6,7 miliardi secondo INAPP</a>, secondo le cui stime la misura coinvolgerebbe il 21,2% dei lavoratori dipendenti.</p>
<p>Vale la pena precisare che, se davvero l’obiettivo fosse quello di migliorare le condizioni materiali di vita dei lavoratori, questa misura la dovrebbero pagare solo e soltanto i profitti, in particolar modo di quelle imprese che fino ad oggi pagano salari inferiori a livelli dignitosi. Non si tratterebbe dunque in alcun modo di una misura da finanziare con coperture a carico dello Stato, come invece sembra emergere da un dibattito pubblico talvolta surreale: una fetta del prodotto sociale andrebbe ‘semplicemente’ strappata dalle mani dei padroni e redistribuita ai lavoratori.</p>
<p>A fronte dei costi stimati a carico delle imprese, subito sono arrivate le levate di scudi da parte dei soliti sospetti: la Lega, attraverso la voce di Claudio Durigon, <a href="https://www.fiscoetasse.com/rassegna-stampa/26985-salario-minimo-quanto-costerebbe-.html" rel="noopener" target="_blank">ha tenuto a precisare</a> che una legge sul salario minimo si farà solo se sarà “a costo zero per le imprese”. E come hanno tradotto questa suggestione di marca leghista i rappresentanti delle associazioni padronali? Proprio il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha dichiarato che il salario minimo dovrebbe essere accompagnato <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/06/salario-minimo-boccia-e-una-proposta-condivisibile-anche-taglio-cuneo-fiscale/5018261/" rel="noopener" target="_blank">dal taglio del cuneo fiscale per le aziende</a>. Proviamo a capire cosa potrebbe comportare questa sorta di <em>do ut des</em> se, malauguratamente, fosse davvero inserito nella prossima legge di bilancio.</p>
<p>Il cuneo fiscale (propriamente detto ‘cuneo fiscale e contributivo) è la differenza tra la spesa complessiva che un rapporto di lavoro implica e quanto il lavoratore ogni mese si mette effettivamente in saccoccia. In cosa consiste questa differenza in Italia? Come ci aiuta a capire la tabella, quando un’impresa assume un lavoratore, oltre al suo stipendio lordo deve pagare: una quota contributiva a favore del lavoratore che va all’INPS e all’INAIL (circa il 24% della retribuzione lorda), che diventerà, un domani, pensione e prestazione per gli infortuni sul lavoro o l’invalidità; un’imposta chiamata IRAP che colpisce anche il costo del lavoro (pari al 3,9% circa della retribuzione lorda). La somma di queste componenti (retribuzione lorda, oneri contributivi e IRAP) costituisce il costo del lavoro complessivo.</p>
<p>D’altro canto, per calcolare lo stipendio netto del lavoratore, dalla sua retribuzione lorda vanno sottratti un 9% di contributi previdenziali a suo carico e, sulla base dei relativi scaglioni, le ritenute IRPEF. Qui, per semplicità, faremo riferimento ad un’aliquota del 23% attribuita al primo <a href="https://coniarerivolta.org/2018/07/28/una-questione-di-classe-perche-la-flat-tax-conviene-al-capitale/" rel="noopener" target="_blank">scaglione di reddito</a>.</p>
<p>Quindi, le componenti del cuneo fiscale sono: IRPEF (a carico del lavoratore), IRAP (a carico del datore), contributi previdenziali e assicurativi (sia a carico del datore che del lavoratore), e IRPEF. Un taglio del cuneo fiscale a favore delle imprese, quindi, si concretizzerebbe in una riduzione o della componente contributiva a carico del datore e/o dell’IRAP.</p>
<table width="100%">
<tbody>
<tr>
<td colspan="3" width="100%">Esempio di cuneo fiscale e contributivo</td>
</tr>
<tr>
<td width="54%">Voce</td>
<td width="17%">Importo</td>
<td width="27%">Descrizione</td>
</tr>
<tr>
<td width="54%">Costo del lavoro</td>
<td width="17%">2.300</td>
<td rowspan="6" width="27%">Cuneo fiscale e<br />
contributivo</td>
</tr>
<tr>
<td width="54%">– IRAP a carico del datore di lavoro</td>
<td width="17%">70</td>
</tr>
<tr>
<td width="54%">– Contributi previdenziali e assicurativi (INPS-INAIL) a carico del datore di lavoro</td>
<td width="17%">430</td>
</tr>
<tr>
<td width="54%">= Retribuzione lorda</td>
<td width="17%">1.800</td>
</tr>
<tr>
<td width="54%">– Ritenute fiscali (IRPEF) a carico del lavoratore</td>
<td width="17%">415</td>
</tr>
<tr>
<td width="54%">– Contributi previdenziali (INPS) a carico del lavoratore</td>
<td width="17%">165</td>
</tr>
<tr>
<td width="54%">= Retribuzione netta</td>
<td width="17%">1.220</td>
<td width="27%">Netto in busta paga</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Nell’ipotesi che lo stipendio lordo pagato da un’impresa sia 1.800 euro, possiamo calcolare gli oneri fiscali e contributivi a carico del datore. Per quanto riguarda i contributi previdenziali e assicurativi, essi ammonteranno a circa 430 euro (24% di 1.800 euro); l’IRAP dovuta sarà invece pari a circa 70 euro (3,9% di 1.800 euro). La somma tra questi oneri e la retribuzione lorda rappresenterà il costo del lavoro sostenuto dall’impresa (2.200 euro). Stando alle ipotesi sopra indicate le ritenute a carico del lavoratore dipendente ammonteranno a 680 euro (di cui 415 euro imputabili all’IRPEF e 165 come oneri contributivi). Il cuneo fiscale e contributivo è dunque rappresentato da quei 500 euro che l’impresa verserà, a titolo di tasse e contributi, più i 580 euro a carico del lavoratore, per un totale di 1.080 euro. Tagliare il cuneo fiscale a carico delle imprese vuol dire, in buona sostanza, ridurre l’ammontare di imposte o contributi che queste versano all’Erario (IRAP) o agli istituti sociali (INPS o INAIL).</p>
<p>Nell’ipotesi avanzata da Boccia, l’eventuale entrata in vigore del salario minimo sarebbe accettabile solo se il costo del lavoro complessivo non eccedesse i 2.300 euro che abbiamo ipotizzato nel nostro esempio: se tale misura portasse la retribuzione lorda del lavoratore da 1.800 a 2.000 euro (assumiamo anche per semplicità che questi extra 200 euro siano al netto di contributi previdenziali e oneri fiscali), per non far salire il costo complessivo del lavoro sopra ai 2.300 euro, il taglio del cuneo per le imprese dovrebbe essere esattamente di 200 euro, cioè quell’ammontare che, per legge, l’impresa dovrebbe dare in più al lavoratore. I datori di lavoro, quindi, verserebbero meno contributi INPS-INAIL, o alternativamente pagherebbero meno IRAP.</p>
<p>Ad una prima analisi, tale proposta non sembrerebbe così penalizzante per i lavoratori. Da un lato, per via dell’introduzione del salario minimo, la loro retribuzione netta, <em>ceteris paribus</em>, crescerebbe a 1.420 euro; dall’altro, non vi sarebbe alcun pericolo per la competitività dei beni prodotti, né millantate riduzioni di personale, in quanto le imprese non vedrebbero aumentare i loro esborsi complessivi (2.300) per via di una minore contribuzione contributiva o fiscale.</p>
<p>È proprio qui, tuttavia, che sta l’inghippo. Conti alla mano, introdurre il salario minimo a costo zero per le imprese significherebbe ridurre il gettito contributivo o fiscale di diversi miliardi di euro (secondo le stime riportate, dai 4,3 ai 6,7 miliardi di euro). Se il taglio riguardasse il gettito contributivo, le casse dell’INPS e dell’INAIL si troverebbero con diversi miliardi in meno tra le voci di entrata. Se invece il taglio si concretizzasse in un’ulteriore sforbiciata all’IRAP, sarebbero le casse erariali a soffrire dell’ennesimo regalo fatto ai padroni. Per via del vincolo del pareggio di bilancio dettato dai Trattati europei, che questo Governo ha dimostrato di rispettare pedissequamente, questi ‘ammanchi’ si tradurrebbero, necessariamente, o in un taglio delle prestazioni previdenziali o, come tristemente noto, queste risorse sarebbero sottratte da altre voci della spesa pubblica. In sostanza, si tratterebbe di ulteriori tagli alla spesa sociale e in genere alla spesa pubblica. Non ci vuole molto a rendersi conto che questi tagli <a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/13/la-piena-occupazione-spaventa-il-profitto-perche-lottare-contro-i-vincoli-europei/" rel="noopener" target="_blank">ricadrebbero proprio sui lavoratori</a>, o direttamente per il taglio delle pensioni e delle indennità da infortunio e invalidità, o indirettamente per il taglio dei servizi pubblici di cui beneficiano in primo luogo le classi svantaggiate, che non possono permettersi scuole private, taxi o visite specialistiche a pagamento.</p>
<p>L’idea che la riduzione del cuneo fiscale possa rappresentare un toccasana per l’economia, ripetuta da molti anni nel dibattito pubblico, fa riferimento alla consueta visione dominante del sistema economico, secondo cui esisterebbe una domanda di lavoro che diminuisce all’aumentare del salario lordo (il cosiddetto ‘costo del lavoro’). In sostanza, sborsando meno denaro per assumere un lavoratore, le imprese sarebbe indotte ad assumere più lavoratori. Mettendo da parte le conseguenze distributive di un taglio del costo del lavoro, si tratta, a priori, di una concezione errata che non considera che il livello dell’occupazione non dipende dal costo del lavoro ma dalla domanda generale di beni e servizi, che consente alle imprese di vendere i loro prodotti. Una riduzione del cuneo fiscale, a parità di domanda di beni e servizi, altro non implicherebbe che un aumento dei profitti a scapito della spesa sociale e a parità di occupazione, nella migliore delle ipotesi. Sarebbe, infatti, plausibile immaginare anche una diminuzione della domanda aggregata per via della caduta della sua componente statale, e quindi una diminuzione dell’occupazione. Proprio l’opposto di ciò che viene postulato come dogma dalla teoria economica dominante.</p>
<p>Il pericoloso <em>do ut des</em> imposto ai lavoratori, oltre a non sortire alcun tipo di effetto occupazionale positivo ed a produrre conseguenze distributive negative, sarebbe ancor più penalizzante per i lavoratori se si considerano tutte le insidie della proposta di salario minimo e, soprattutto, ciò che effettivamente potrebbe accadere al testo prima che venga definitivamente tradotto in legge. Se, ad esempio, venisse limitato il perimetro di applicazione del salario minimo, <a href="https://coniarerivolta.org/2019/06/27/per-un-salario-minimo-dignitoso-contro-lavoro-povero-e-sfruttamento/" rel="noopener" target="_blank">escludendo specifiche categorie di lavoratori</a> (ad esempio, come si è vociferato, gli agricoli, gli <em>under</em> 30, e i collaboratori domestici), o se, in maniera ancor più deleteria, il testo della legge non facesse riferimento ai minimi tabellari bensì alla retribuzione complessiva, gli effetti dell’introduzione del salario minimo sarebbero pressoché nulli.</p>
<p>Per queste ragioni, ridurre il cuneo fiscale nell’attesa dell’entrata in vigore di un salario minimo vorrebbe dire accettare uno scambio simile a quello che Bortolotti spacciava per vantaggioso a Canà: si tratterebbe di cedere o ridimensionare, oggi, le poche certezze che restano ai lavoratori (una pensione già compromessa da anni di controriforme, una scuola ed una sanità pubblica devastate ma ancora esistenti, o dei trasporti che, sebbene fatiscenti per via dell’austerità, ancora costano 1 euro e mezzo), per ottenere, forse, un domani, un aumento della retribuzione.</p>
<p>D’altronde, siamo già abituati ad assistere a fregature di questa portata: nel 1993 ad esempio, con la promessa di maggiori investimenti, gli imprenditori ottennero la riforma della contrattazione collettiva. Il risultato è tristemente noto: i salari reali sono caduti e degli investimenti nemmeno l’ombra.</p>
<p>Sulla proposta di salario minimo <a href="https://coniarerivolta.org/2019/06/27/per-un-salario-minimo-dignitoso-contro-lavoro-povero-e-sfruttamento/" rel="noopener" target="_blank">ci siamo già espressi</a>, senza mezzi termini: se vogliamo avere una qualche utilità, abbiamo il dovere di insinuarci anche nelle più piccole contraddizioni di questo Governo, per strappare anche il più piccolo miglioramento nelle condizioni materiali della classe lavoratrice. Tuttavia, nonostante queste piccole increspature, l’attuale compagine governativa si rivela ogni giorno sempre più <a href="https://coniarerivolta.org/2019/06/10/bruxelles-chiede-il-governo-esegue-ora-abbiamo-le-prove/" rel="noopener" target="_blank">assoggettata ai diktat europei</a>, agli interessi dei poteri dominanti e alla visione prevalente del sistema economico: la dialettica di questi giorni sul salario minimo e sul cuneo fiscale, con il vicepremier Di Maio che <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/06/17/di-maio-salario-minimo-e-cuneo-fiscale_5d65eb3f-fd5d-4ff1-b7dc-d5500e0e965c.html" rel="noopener" target="_blank">ha dichiarato di essere pronto ad accettare uno scambio del genere</a>, ci porta, ancora una volta, a considerare quello gialloverde come l’ennesimo esecutivo al servizio del <em>padrun</em>.</p>
<p><em><strong> Coniare Rivolta</strong></em></p>
</div>
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		<title>Flat tax: tagliare le tasse ai ricchi per tagliare i servizi a tutti</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=5956</link>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 10:51:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[Flat tax]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160;   &#160; Mentre cerca di dissimulare la propria fedeltà all’austerità e al rigore fiscale imposti dall’Europa con le chiacchere sui Minibot e qualche fasullo scontro politico con le alte sfere di Bruxelles, il governo gialloverde, a conduzione sempre più leghista, mostra senza remore la propria natura liberista e reazionaria. Per di più, proprio su quelle sfere della decisione politica che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<header>
<h1> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/06/pancia.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-5957" title="pancia" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/06/pancia-300x224.png" alt="" width="300" height="224" /></a></h1>
<div></div>
</header>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<p>Mentre cerca di dissimulare la propria fedeltà all’austerità e al rigore fiscale imposti dall’Europa con le chiacchere <a href="https://coniarerivolta.org/2019/06/05/la-lega-e-la-farsa-dei-minibot-prima-parte/" rel="noopener" target="_blank">sui Minibot</a> e qualche <a href="https://coniarerivolta.org/2019/05/31/le-favole-di-salvini-favole/" rel="noopener" target="_blank">fasullo scontro politico</a> con le alte sfere di Bruxelles, il governo gialloverde, a conduzione sempre più leghista, mostra senza remore <a href="https://coniarerivolta.org/2019/06/10/bruxelles-chiede-il-governo-esegue-ora-abbiamo-le-prove/" rel="noopener" target="_blank">la propria natura</a> liberista e reazionaria. Per di più, proprio su quelle sfere della decisione politica che restano, almeno in parte, fuori dal perimetro della direzione sovranazionale di matrice europea: le politiche tributarie (flat tax), le politiche di regolamentazione dei lavori pubblici (Decreto ‘sblocca cantieri’) e le politiche di sicurezza (Decreto ‘sicurezza bis’). Ecco il triplice pacchetto pronto per favorire ricchi e padroni del cemento e per affinare la macchina repressiva a presidio dell’ordine socio-economico costituito.</p>
<p>Di questa triade micidiale, approfondiamo il ricorrente tema della tassa piatta, ormai utilizzato a corrente alterna come strumento di consenso da parte della Lega, nella sua non nuova posa antistatalista di partito della protesta fiscale. Eravamo rimasti pochi mesi fa alla <a href="https://coniarerivolta.org/2018/11/27/le-miserie-della-flat-tax-e-gli-strali-dei-liberisti/" rel="noopener" target="_blank">flat tax per le partite Iva</a>. Salvini ora rilancia una riforma generale dell’Irpef, che assumerebbe le sembianze di una flat tax per le famiglie.</p>
<p>Quella in discussione costituisce tuttavia una versione ibrida della flat tax: <a href="https://www.ilmessaggero.it/economia/news/flat_tax_come_funziona-4418675.html" rel="noopener" target="_blank">la proposta più recente</a> si configura come una ristrutturazione del sistema impositivo sulla base di tre aliquote che non consentono di parlare di vera e propria flat tax, la quale implica necessariamente un’aliquota unica/piatta. Con poco spazio fiscale a disposizione, il governo gialloverde ha deciso di muoversi nel perimetro dell’austerità europea e al riparo da accuse di incostituzionalità. L’unico ostacolo all’implementazione della versione originale, quella socialmente più odiosa, pare dunque <a href="https://coniarerivolta.org/2018/11/30/giu-la-maschera-e-lennesimo-governo-servo-delleuropa/" rel="noopener" target="_blank">la genuflessione dei partiti di governo al rigore fiscale</a>.</p>
<p>Niente aliquota unica, quindi, ma un’ipotesi, sempre più probabile a giudicare dalle notizie recenti, di un sistema di tre aliquote così calibrato: 15% fino a 50.000€, 20% fino a 100.000€ e 40% oltre i 100.000€. Un sistema che <a href="https://coniarerivolta.org/2019/03/20/flat-tax-ancora-tu/" rel="noopener" target="_blank">sostituirebbe l’attuale Irpef a cinque aliquote</a>, calibrate dal 23% al 43%, rimpiazzando l’insieme di detrazioni esistenti con una deduzione forfettaria di 3.000€ per ogni componente, applicabile fino alla soglia dei 35.000€ di reddito familiare, che limiterebbe solo lievemente la perdita complessiva di progressività, inevitabile con l’introduzione di una aliquota unica sotto i 50.000€.</p>
<p>Nell’<a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/26/contro-lideologia-della-flat-tax/" rel="noopener" target="_blank">ideologia</a> che sostiene questa proposta di riforma fiscale, uno dei cavalli di battaglia insiste sul fatto che questa andrebbe a favore del ceto medio, come se fosse una misura pensata per dare respiro ad una vasta categoria di soggetti, intesi come grande maggioranza della popolazione, asfissiata da un eccessivo carico fiscale. In questa proposizione vi è un elemento di verità e una grande menzogna. La verità è che senza ombra di dubbio esiste in Italia un ceto medio oberato iniquamente di imposte. La menzogna è che la flat tax abbia come bersaglio questo eccessivo fardello fiscale.</p>
<p>Prima di tutto, occorre chiarire che cosa sia il ceto medio. Si può approssimativamente definire come quell’insieme di individui o famiglie il cui reddito e patrimonio si colloca intorno al livello mediano nella scala sociale. Secondo la definizione dell’economista Lester Thurow, questo è composto da coloro con un reddito tra il 75% e il 125% del livello mediano; per altri, che considerano anche individui più ricchi, l’incerta categoria includerebbe coloro il cui livello di reddito si colloca tra il 75% e il 200%. Evidentemente un criterio unico non esiste e il termine è soggetto a interpretazioni molto diversificate.</p>
<p>Non è dunque casuale il <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/09/flat-tax-salvini-al-15-non-subito-per-tutti-ragioniamo-su-quota-50mila-euro-toninelli-non-sia-vantaggio-per-ricchi/5096825/" rel="noopener" target="_blank">ricorso continuo del governo</a> giallo-verde al termine ‘ceto medio’, volendovi includere in modo generico quella maggioranza che non si percepisce né ricca né povera. Un termine che, proprio per la sua elasticità, si adatta facilmente ad essere piegato per mascherare regali fiscali ai veri ricchi, spacciati furbescamente come riduzioni generalizzate delle imposte.</p>
<p>È proprio il caso della flat tax proposta dal governo, coadiuvato in questo aspetto da una ‘opposizione’ liberista <a href="http://www.ilgiornale.it/news/politica/mia-sinistra-sbaglia-flat-tax-funziona-e-aiuter-i-pi-deboli-1498889.html" rel="noopener" target="_blank">compiacente</a> e <a href="http://www.askanews.it/politica/2019/04/09/fisco-tajani-flat-tax-si-fa-o-no-versione-mini-non-esiste-pn_20190409_00120/" rel="noopener" target="_blank">più realista del re</a>. La proposta rappresenta un arretramento in termini di progressività rispetto al sistema vigente e pare dunque improbabile che si tratti di una riforma vantaggiosa per la tanto corteggiata maggioranza della popolazione, come i suoi sostenitori sbandierano ai quattro venti. In ogni caso, vale la pena fugare ogni dubbio, numeri alla mano.</p>
<p>Stando al sistema attuale, un reddito di 15.000€ lordi annui corrisponde a circa 1.100€ netti al mese, mentre 50.000€ corrispondono a circa 2.900€ netti: non proprio lo stesso reddito! Secondo <a href="https://www.irpef.info/irpef-cos-e-come-funziona">il regime di imposte vigente</a>, il primo soggetto paga circa il 14% come aliquota media, mentre il secondo circa il 30%; con la flat tax, il primo soggetto pagherebbe il 12% (una riduzione di 2 punti percentuali), il secondo il 14% (un’aliquota media <em>più che dimezzata</em>).</p>
<p>Per capire fino a che livello della scala di reddito la possibile riforma garantirebbe vantaggi fiscali, proviamo a osservare il reddito mediano individuale, che in Italia è stimato intorno a 16.500€ lordi nel 2018. Anche volendo dare un’interpretazione di ceto medio assai allargata verso l’alto (dal 75% al 200%), potremmo immaginare che la cosiddetta classe media italiana sia costituita da quella vasta platea i cui redditi lordi si collocano tra i 12.500€ e i 33.000€ annui. I dati delle dichiarazioni Irpef peraltro ci informano che l’80% degli italiani (dunque la stragrande maggioranza) al 2018 dichiara un reddito inferiore ai 30.000€ lordi annui.</p>
<p>Prendiamo allora un soggetto che percepisce proprio 30.000€ lordi annui (circa 1.930€ netti al mese) e che si colloca quindi nel bel mezzo della parte relativamente più benestante del ceto medio tanto corteggiato dai politici. Allo stato attuale tale soggetto, senza figli o coniugi a carico, paga circa il 23% di Irpef come aliquota media. Con la riforma proposta la sua aliquota scenderebbe a circa il 14%: una riduzione di quasi 10 punti dell’aliquota media.</p>
<p>Per fare un altro esempio, un soggetto che attualmente percepisce 25.000€ lordi (circa 1.650€ netti al mese), passerebbe da un attuale aliquota intorno al 20% ad una del 13%. Anche qui circa 7 punti di sconto al lordo delle detrazioni specifiche, qui non considerate. Vantaggi molto meno importanti rispetto a quelli conseguiti da chi guadagna il triplo o il quintuplo degli importi qui considerati.</p>
<p>Tornando ai redditi più elevati, un soggetto che percepisce 100.000€ annui, che equivalgono a circa 5.500 netti al mese, ad oggi paga un’aliquota media del 36%. Con la riforma annunciata pagherebbe il 17,5%: un’aliquota media dimezzata!</p>
<p>Risulta evidente allora come il risparmio fiscale aumenti esponenzialmente al crescere del reddito. Una simile riforma non va quindi a vantaggio del ceto medio, ma piuttosto dei percettori di redditi alti o molto alti. Se la riforma da un lato abbassa, almeno in parte, il carico fiscale su una vasta platea di contribuenti, questa avvantaggia in modo ben più marcato i ricchi, senza peraltro sostenere significativamente i redditi più bassi. Esattamente l’opposto di una misura popolare.</p>
<p>Come se non bastasse, i vincoli di bilancio – ritenuti inviolabili dal governo attuale, al netto delle chiacchiere – impongono che una simile manovra sia necessariamente finanziata tramite tagli di spesa e l’ennesimo e già annunciato condono. Le voci che si susseguono ad oggi fanno ipotizzare che per il finanziamento si farà ricorso alle risorse stanziate e non spese per quota 100 e reddito di cittadinanza, la cancellazione degli 80 euro di Renzi e tagli alla sanità e alle spese sociali.</p>
<p>Insomma, per ridurre le tasse ai ricchi il governo giallo-verde attacca ancora lo Stato sociale e la spesa pubblica diretta a favore delle classi svantaggiate. Un Robin Hood al rovescio, un fenomeno che tutti i governi degli ultimi decenni hanno tristemente riproposto: meno servizi per i lavoratori per ridurre le imposte dei più ricchi.</p>
<p>Questa disamina impietosa della flat tax naturalmente non implica che la pressione fiscale in Italia sia equa ed accettabile. Dopo anni di stravolgimenti, l’Irpef è ormai un’imposta scarsamente progressiva, che colpisce in modo esagerato il ceto medio, mentre favorisce fortemente i redditi alti e altissimi, non individuando ulteriori scaglioni oltre la soglia dei 75.000€. Un’imposta che equipara, nella sostanza, un reddito medio-alto ad un reddito milionario e che grava come un fardello su chi percepisce un reddito ordinario di 1.500/1.800€ netti al mese, prevedendo salti di aliquota marginale clamorosi, come quello dal 27% al 38% oltre la soglia del reddito non certo elevato di 28.000€ lordi annui.</p>
<p>Ma non è tutto: l’Irpef, come ribadito <a href="https://coniarerivolta.org/2018/07/24/il-lungo-viaggio-verso-la-flat-tax-lingiustizia-fiscale-ha-radici-lontane/" rel="noopener" target="_blank">qui più volte</a>, ricomprende solo una parte dei redditi distribuiti, escludendo la gran parte dei redditi da capitale e la totalità dei redditi finanziari e da rendita immobiliare. Senza considerare l’evasione fiscale o i giganteschi fenomeni di elusione conseguita tramite la delocalizzazione delle sedi fiscali in altri paesi. Questi fenomeni sono oggi aspetti cruciali della battaglia distributiva, fenomeni che si perpetuano nel silenzio colpevole di tutti i partiti di maggioranza e opposizione.</p>
<p>Il sistema fiscale italiano, in definitiva, richiederebbe una riforma radicale, proprio nella direzione opposta a quella perseguita dal disegno della flat tax. Una riforma popolare che difenda i lavoratori e i soggetti più poveri dovrebbe prevedere: un innalzamento della no tax area; un drastico abbassamento delle aliquote su redditi bassi e medi; una maggiore gradualità e progressività, con un maggior numero di aliquote; una più ampia forbice di reddito interessata, ben oltre l’inadeguata soglia dei 75.000€ prevista oggi, per permettere di tassare in modo pesante i redditi milionari; la ricomprensione nel disegno della progressività di tutti i redditi, ad oggi volutamente sottratti all’Irpef tramite una giungla di regimi paralleli che favorisce i veri milionari e i redditi da capitale.</p>
<p>Un percorso diametralmente opposto rispetto a quello sancito da anni di controriforme condivise da tutte le forze politiche, e coronate dall’odierno progetto di legge leghista appoggiato dai 5stelle.</p>
<p><em><strong> Coniarerivolta</strong></em></p>
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		<title>Flat tax, ancora tu…</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2019 18:37:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Coniare Rivolta]]></category>
		<category><![CDATA[Flat tax]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; coniarerivolta Durante la campagna elettorale per le politiche, la Lega aveva promesso di tagliare le tasse a tutti attraverso la realizzazione del sogno liberista incarnato dall’iniqua ‘flat tax’. Quello che invece è uscito dal calderone della legge di bilancio è qualcosa di assai diverso. Ora, con l’avvicinarsi della campagna elettorale delle europee, la flat tax, nella sua [...]]]></description>
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<h1><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a></h1>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/how_the_flat_tax_works.gif"><img class="alignnone size-medium wp-image-5569" title="how_the_flat_tax_works" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/how_the_flat_tax_works-300x200.gif" alt="" width="300" height="200" /></a></h1>
<h1>Durante la campagna elettorale per le politiche, la Lega aveva promesso di tagliare le tasse a tutti attraverso la realizzazione del sogno liberista incarnato dall’<a style="font-size: 13px;" href="https://coniarerivolta.org/2018/07/28/una-questione-di-classe-perche-la-flat-tax-conviene-al-capitale/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">iniqua ‘flat tax’</a><span style="font-size: 13px;">. Quello che invece è uscito dal calderone della legge di bilancio è </span><a style="font-size: 13px;" href="https://coniarerivolta.org/2018/11/27/le-miserie-della-flat-tax-e-gli-strali-dei-liberisti/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">qualcosa di assai diverso</a><span style="font-size: 13px;">. Ora, con l’avvicinarsi della campagna elettorale delle europee, la flat tax, nella sua versione </span><a style="font-size: 13px;" href="https://coniarerivolta.org/2018/07/24/il-lungo-viaggio-verso-la-flat-tax-lingiustizia-fiscale-ha-radici-lontane/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">più estesa</a><span style="font-size: 13px;">, torna sulla scena. Tramite dichiarazioni di Salvini e del sottosegretario allo Sviluppo Siri, infatti, </span><a style="font-size: 13px;" href="https://www.repubblica.it/economia/2019/03/18/news/flat_tax_e_scontro_nel_governo-221867879/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">la Lega rilancia</a><span style="font-size: 13px;">, promettendo un’estensione della tassa piatta “alle famiglie”, ovvero ai redditi da lavoro dipendente. Ne è seguita una </span><a style="font-size: 13px;" href="https://www.iltempo.it/politica/2019/03/19/news/flat-tax-governo-5stelle-lega-salini-dimaio-bechis--1118370/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">bagarre politica</a><span style="font-size: 13px;"> con i 5stelle sui costi della possibile operazione con </span><a style="font-size: 13px;" href="https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2019-03-17/simulazione-mef-flat-tax-due-aliquote-costa-593-miliardi-203015.shtml?uuid=AB1LR1eB" rel="noopener noreferrer" target="_blank">cifre che oscillano</a><span style="font-size: 13px;"> dai 59 (rapporto del MEF) ai 12 miliardi annui (studio interno della Lega). Sembra che lo studio leghista si riferisca all’applicazione della flat tax per le sole famiglie con reddito da lavoro dipendente fino a 50.000 euro, una possibile variante al vaglio assai più contenuta nei suoi effetti distributivi e nei suoi costi. Ma al di là delle scaramucce tra i partiti di governo, prima di conoscere i dettagli dell’effettiva proposta della Lega (se mai ve ne sarà una definitiva), è interessante sondare alcuni umori sul tema fiscale riemersi all’improvviso nel pubblico dibattito. Si tratta di una buona occasione per fare ancora una volta il punto sulle iniquità presenti e future del sistema tributario in Italia.</span></h1>
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<p>Tra i vari commenti di questi giorni spicca quello del <a href="https://www.corriere.it/economia/tasse/19_marzo_19/irpef-rotta-proviamo-la-vera-flat-tax-0e18cc64-4965-11e9-bd93-d4c05434d013.shtml" rel="noopener noreferrer" target="_blank">centro studi Confindustria</a> che, sulle pagine del Corriere della Sera, scrive un breve ma significativo articolo in cui, dopo alcune condivisibili critiche alle distorsioni generate dall’imposta sui redditi, vede nella “vera flat tax” una possibile entusiasmante soluzione.</p>
<p>Ma andiamo con ordine: in Italia vige un sistema di imposte sui redditi incentrato sull’Irpef e sull’Ires. La prima colpisce i redditi delle persone fisiche (da lavoro dipendente, autonomo e di impresa), mentre la seconda colpisce i redditi delle società di capitali. La progressività delle imposte sancita dalla riforma del 1974 è stata drammaticamente ridotta nel successivo trentennio dominato dalle politiche liberiste al punto tale che oggi la distanza tra le imposte pagate da un reddito molto elevato e un reddito medio o medio/basso è molto esigua.</p>
<p>L’iniziale obiettivo critico del centro studi Confindustria sembra proprio essere la perdita di progressività dell’Irpef nel tempo. Citiamone un passo significativo: “L’Irpef è ormai un’imposta irrazionale e sempre meno progressiva, tanto che sembra aver perso il principio della solidarietà su cui fu fondata”. Bene, da sottoscrivere. E si insiste: “L’aggrovigliato intreccio tra aliquote nominali e scaglioni, deduzioni e detrazioni, addizionali, ma anche bonus determina condizioni paradossali per cui aliquote medie diverse si applicano tra contribuenti con lo stesso reddito ma lavori differenti. Andamenti contraddittori e irrazionali dell’imposta si evidenziano anche lunga la scala dei redditi. In prossimità della fine della no tax area e dei cambi di scaglione si può osservare un sali e scendi repentino delle aliquote marginali effettive. Al superamento della soglia di esenzione, e per effetto delle addizionali locali è possibile registrare aliquote oltre il 100%: un vero e proprio disincentivo al lavoro.”</p>
<p>La critica sinora è puntuale e impeccabile. Entriamo, però, nel merito.</p>
<p>L’Irpef attuale è strutturata su 5 aliquote attribuite a 5 scaglioni di reddito ed ogni scaglione entra al margine nel computo dell’imposta finale da pagare. Detto in soldoni, come si può vedere nella tabella sottostante, fino a 15.000 si paga il 23%, da 15.000 a 28.000 il 27% etc. Se ho un reddito di 35.000 euro lordi annui pagherò quindi il 23% sui miei primi 15.000, il 27% sui successivi 13.000 (da 15mila a 28mila) e infine sugli ultimi 7.000 euro pagherò il 38%.</p>
<table width="450">
<tbody>
<tr>
<td width="186">Scaglioni IRPEF</td>
<td width="107">Aliquote</td>
</tr>
<tr>
<td width="186">Fino a 15.000</td>
<td width="107">23%</td>
</tr>
<tr>
<td width="186">da 15.000 a 28.000</td>
<td width="107">27%</td>
</tr>
<tr>
<td width="186">Da 28.000 a 55.000</td>
<td width="107">38%</td>
</tr>
<tr>
<td width="186">Da 55.000 a 75.000</td>
<td width="107">41%</td>
</tr>
<tr>
<td width="186">Oltre i 75.000</td>
<td width="107">43%</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Si perviene così alla cosiddetta imposta lorda. Il sistema prevede poi delle detrazioni <em>ad hoc</em> che variano a seconda della categoria lavorativa (da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e da pensione) che vanno sottratte all’imposta lorda per ottenere l’imposta netta. Essendo le detrazioni decrescenti al crescere del reddito, la loro applicazione rafforza la progressività e garantisce una fascia di esenzione fiscale che per il lavoro dipendente è pari a circa 8.200 euro e per quello autonomo a 4.800 euro.</p>
<p>Questo sistema presenta delle forti iniquità e distorsioni. Da un punto di vista più generale, basta rilevare come moltissimi redditi ad oggi sono sottratti alla progressività tramite l’assoggettamento ad imposte diverse (società di capitali, rendite finanziarie, rendite da affitto, regime dei minimi per lavoro autonomo di recente ampliato a 65.000 euro). Andando più nello specifico, ovvero nella struttura stessa dell’imposta, possiamo rinvenire macroscopiche iniquità.</p>
<p>La prima cosa che salta agli occhi è il fatto che non solo le cinque aliquote sono assai poco distanziate tra di loro (dal 23% al 43%), ma si associano anche ad una forbice di redditi molto limitata (da zero a 75.000). Impressionate se si pensa che nel 1974 esistevano 32 scaglioni spalmati su fasce di reddito fortemente distanziati, da 0 a redditi milionari. Questo significa che, oltre i 75.000 euro annui lordi tutti pagano la stessa imposta equiparando così un reddito lordo alto, ma non stellare a qualsiasi altro reddito elevato o persino milionario esistente oltre tale soglia. Inoltre, pur considerando le detrazioni, si osserva facilmente come fasce di reddito assai eterogenee che dipingono scenari di benessere molto diversi ricadano sotto la stessa aliquota marginale (ad esempio da 15mila a 28mila o da 28mila a 55mila); mentre d’improvviso oltre le soglie fissate vi sia un salto di aliquota enorme (clamoroso quello dal 27% al 38%). Ciò da un lato concentra il carico fiscale di fatto sui redditi medio-bassi o medi (la vera salita incisiva infatti è soltanto fino al 38%), dall’altro crea, come ben rilevato dall’articolo citato, salti e distorsioni che portano in alcuni scatti l’aliquota marginale effettiva (intesa come l’imposta pagata sull’euro in più guadagnato) a livelli molto elevati e sproporzionati rispetto all’aliquota ricadente sull’euro precedente creando in effetti situazioni paradossali. In altri termini, ogni euro che guadagno (oltre i 15.000 euro) fino a 28.000 euro viene tassato al 27%. Se guadagno anche soltanto un euro in più (28.001 euro), quell’euro mi viene tassato al 38%, senza differenze rispetto a “tutti gli euro” che guadagno, fino a 55.000.</p>
<p>Ebbene per far fronte a questa bolgia di distorsioni e a questa manifesta perdita di progressività a tutto danno dei lavoratori e dei redditi più bassi, onestamente riconosciuta nell’articolo, cosa propone l’autrice? Proprio la flat tax, ossia la fine conclamata di ogni pur timido accenno alla progressività dell’imposta. E non la flat tax <a href="https://coniarerivolta.org/2018/11/27/le-miserie-della-flat-tax-e-gli-strali-dei-liberisti/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">stracciona</a> del governo pentaleghista, buona solo per un po’ di partite IVA, ma proprio “la vera flat tax”, quella per tutti, lavoratori, imprese e grandi società contenuta nel programma del centro-destra e in particolare nel programma della Lega nella versione al 15%.</p>
<p>Insomma, si individua la malattia del sistema fiscale nella perdita della progressività e nelle sue inique distorsioni e come cura si prospetta direttamente la morte del paziente, ovvero la fine della progressività. Non male! Evidentemente la manifesta incongruenza logica serve solo come artificio retorico per portare un’acqua fatta di argomentazione di buon senso, condivisibili da qualsiasi lettore, al mulino di un progetto fiscale sempre più regressivo cui Confindustria, risorse e austerità permettendo, da sempre strizza l’occhio e rispetto al quale, in verità, già ha ottenuto larga parte dei risultati auspicati negli anni passati con la neutralizzazione della progressività tramite vari espedienti. Un processo, quest’ultimo, che è stato possibile anche con la complicità delle progressive liberalizzazioni dei movimenti di capitale nel contesto europeo, che, da un lato, hanno facilitato la ricerca, da parte degli imprenditori, di regimi fiscali di maggior favore e, dall’altro, hanno costituito l’artificio retorico mediante il quale una classe politica complice ha potuto giustificare la riduzione della progressività delle imposte.</p>
<p>Ciò che serve davvero ai lavoratori e alle classi subalterne, in totale controtendenza rispetto alle proposte della Lega e degli industriali, è una ricostruzione integrale del sistema fiscale su fondamenti integralmente progressivi, essenzialmente basata su due pilastri:</p>
<p>1- la ricomprensione di tutti i redditi sotto il cappello della progressività riassorbendo tutti quei redditi da capitale che oggi ne sono di fatto esclusi;<br />
2- la costruzione di un sistema di aliquote fortemente progressivo che anziché prevedere scaglioni a salti sia basato su una funzione continua crescente al crescere del reddito, con una forte gradualità di crescita delle aliquote specie nell’ambito dei redditi bassi e medio bassi e la ricomprensione di una scala di redditi associati alle aliquote crescenti infinitamente più ampia di quella esistente oggi.</p>
<p>Soltanto in questo modo sarà possibile ricostruire un sistema fiscale che sia non solo giusto, ma anche funzionale al sostegno della domanda aggregata e dell’occupazione, dal momento che i percettori di redditi più bassi hanno una più alta propensione media al consumo, ovvero consumano il proprio reddito in percentuale assai più elevata rispetto ai soggetti più ricchi. Ciò comporta che una redistribuzione dall’alto verso il basso produce sempre un aumento dei consumi aggregati. Inoltre, una minor disoccupazione, in ultima analisi, si associa ad <a href="https://coniarerivolta.org/2018/09/16/disoccupazione-male-necessario-o-arma-dei-padroni/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">un aumento dei salari</a> e delle condizioni di vita dei lavoratori dando luogo così ad un vero e proprio circolo virtuoso favorevole alle classi attualmente più svantaggiate dalla dominanza pressoché incontrastata dell’ideologia liberista. Lottare contro la flat tax significa, dunque, prendere posizione, nella lotta di classe, a favore di un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Per questa ragione è necessario contrastare in ogni modo le politiche del governo gialloverde, che giorno dopo giorno si rivela sempre di più nemico dei lavoratori e portaborse degli interessi dominanti.</p>
</div>
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