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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Joe Biden</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Guerra e pace</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Sep 2024 17:21:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
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		<description><![CDATA[Guerra e pace Salvatore A. Bravo &#160; Volodymyr Zelensky ha affermato che presenterà al Presidente americano Joe Biden e ai candidati alla Casa Bianca, Kamala Harris e Donald Trump, un piano di pace per porre fine alle ostilità con la Russia. I giornali hanno riportato la notizia ponendo in rilievo la volontà ucraina di perseguire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/09/OIF.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8977" title="oif" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/09/OIF-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<h1>Guerra e pace</h1>
<h2><a title="Post di Salvatore A. Bravo" href="https://www.linterferenza.info/author/salvatore-a-bravo/" rel="author">Salvatore A. Bravo</a></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Volodymyr Zelensky ha affermato che presenterà al Presidente americano Joe Biden e ai candidati alla Casa Bianca, Kamala Harris e Donald Trump, un piano di pace per porre fine alle ostilità con la Russia. I giornali hanno riportato la notizia ponendo in rilievo la volontà ucraina di perseguire la pace. Sembra di leggere un episodio del testo di Collodi <em>Pinocchio. </em>Il leader dell’Ucraina chiede armi e ribadisce che la guerra è voluta dall’Ucraina per difendere l’integrità del proprio territorio. Dunque è l’Ucraina a condurre la guerra, è qui che viene in mente Pinocchio con le sue bugie; se è l’Ucraina a combattere sul campo la guerra e a volerla, perché mai il piano di pace dev’essere vidimato dagli Stati Uniti?</p>
<p>La necessità dell’assenso americano dimostra in modo lapalissiano ed incontrovertibile che la guerra è degli Stati Uniti; l’oligarchia ucraina è solo lo strumento docile e dipendente dei disegni americani. La verità che tutti hanno sempre saputo è ora dichiarata con spavalderia da Volodymyr Zelensky. La dipendenza dagli Stati Uniti, ormai padroni dell’Ucraina, è resa ancora più evidente dalla disponibilità del Presidente dell’Ucraina a condividere il piano di pace anche con i candidati alla Casa Bianca a prescindere dal colore politico. Se la pace dipende dal consenso statunitense, è inevitabile che anche la guerra dipende dagli Stati Uniti. L’unità degli opposti guerra-pace  han un unico fondamento: gli Stati Uniti e la NATO loro emanazione. Si badi che gli altri Stati fornitori di armi non sono interpellati, perché anch’essi subiscono il guinzaglio statunitense.</p>
<p>Le bugie di Pinocchio si manifestavano con l’allungamento del naso, in quanto nessuna bugia resta a lungo celata. Il clero mediatico si limita a riportare le parole di Volodymyr Zelensky o come detto a sottolineare la volontà dell’Ucraina di trovare una soluzione, ma verità debitamente aggirata è ormai palese. Se facciamo un altro passo in avanti dovremmo porci un’ulteriore domanda: il popolo ucraino in questi anni di guerra non è mai comparso nei media, non ha mai avuto parola e non ha potuto votare.  Esso è solo uno spettro, una presenza astratta e muta di cui non conosciamo le parole, i volti e i sogni. Il popolo è stato rimosso dalla storia, benché dia il sangue e muoia sul campo di battaglia o nelle città. È per noi uno sconosciuto. I giornalisti e le oligarchie mondiali  parlano per loro. L’unica certezza conclamata è che l’Ucraina si avvia a diventare una semicolonia formalmente indipendente.</p>
<p>Gli ucraini hanno avuto una grande occasione, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, potevano essere, data la posizione geografica dell’Ucraina,  terra di mezzo che poteva diventare il punto di equilibrio tra l’Est e l’Ovest, tanto più che al suo interno è presente una  consistente minoranza russa. I russi sono circa il 18%.  L’Ucraina poteva giocare la sua partita divenendo ponte tra due mondi, invece oggi è ciò che resta di uno Stato. Il popolo ha perso, non ha avuto la possibilità di scegliere.  Se per avviare delle improbabili trattative di pace  essa deve ricevere la benedizione americana lo Stato ucraino nei fatti non esiste più, è solo uno Stato formale-fantoccio.</p>
<p>Dobbiamo imparare a distinguere le oligarchie dai popoli, i quali spesso non li rappresentano e perseguono solo interessi finanziari transnazionali. In Ucraina, in ultimo, è evidente ciò che è meno palese in Occidente: la crisi pericolosa e a tratti irreversibile delle democrazie. Questo è il tragico punto di contatto tra tutti i popoli a prescindere dagli schieramenti più mediatici che reali. Anche l’iniziativa di pace pare arenarsi tra le bugie e i nasi che si allungano, giacché l’iniziativa è preceduta dalla richiesta fatta all’Italia di usare armi in territorio russo. Si dichiara la pace, ma si pianifica la guerra in modo sempre più aggressivo…</p>
<p><a href="https://www.linterferenza.info/esteri/guerra-e-pace-3/">Guerra e pace &#8211; l&#8217;interferenza (linterferenza.info)</a></p>
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		<title>La sfida di Sanders non spaventa il Capitalismo</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 16:48:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bernie Sanders]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[Eugene Debs]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; LA SFIDA DI SANDERS NON SPAVENTA IL CAPITALISMO Leggendo il titolo del nuovo libro di Bernie Sanders, Sfidare il capitalismo (Fazi Editore), mi sono detto: vuoi vedere che l’anziano senatore populista-socialista (così si autodefinisce), emulo della tradizione di un movimento operaio otto/novecentesco che, pur non avendo mai assunto posizioni “bolsceviche”, ha espresso leader radicali come Eugene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<div><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhk7becAhEDsiUqlkVMJSSSjcw4aaqkbHUQBkHM1xWtWYSKKdBnfU4BHQEZUSjJtyMHLCWF8Qz3sq2TFK4-SiM50Awx3RY89EU9mHY8ie2lkDwilvGcErtAw37fRfkuAGaCsoYGKzAvQVChkrXy_JXRH-YZNROEttxrUEPwEs9V3GS-QEdoAL90WKBt7cI/s794/9791259675071_0_536_0_75.jpg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhk7becAhEDsiUqlkVMJSSSjcw4aaqkbHUQBkHM1xWtWYSKKdBnfU4BHQEZUSjJtyMHLCWF8Qz3sq2TFK4-SiM50Awx3RY89EU9mHY8ie2lkDwilvGcErtAw37fRfkuAGaCsoYGKzAvQVChkrXy_JXRH-YZNROEttxrUEPwEs9V3GS-QEdoAL90WKBt7cI/s320/9791259675071_0_536_0_75.jpg" alt="" width="216" height="320" border="0" data-original-height="794" data-original-width="536" /></a></div>
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<h1>LA SFIDA DI SANDERS NON SPAVENTA IL CAPITALISMO</h1>
<p>Leggendo il titolo del nuovo libro di Bernie Sanders,<em> Sfidare il capitalismo </em>(Fazi Editore), mi sono detto: vuoi vedere che l’anziano senatore populista-socialista (così si autodefinisce), emulo della tradizione di un movimento operaio otto/novecentesco che, pur non avendo mai assunto posizioni “bolsceviche”, ha espresso leader radicali come Eugene Debs, ha finalmente rotto gli indugi. Magari, dopo due campagne presidenziali in cui, dopo avere inutilmente tentato di ottenere la nomination dando l’assalto all’establishment democratico, ha finito per fungere da galoppino delle candidature “eccellenti” di Hillary Clinton e Joe Biden, si è deciso a lavorare per un’alternativa antisistemica alla diarchia repubblicano-democratica, fedele esecutrice degli interessi dell’impero a stelle e strisce.</p>
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<p>Purtroppo ho invece dovuto constatare che, rispetto a qualche anno fa, la sua attuale posizione può essere definita, citando un noto titolo di Lenin, come un passo avanti e due (se non tre!) passi indietro. Ma procediamo con ordine. Se invece di leggere il libro seguendone l’indice, qualcuno fosse tentato di “saltare” alcuni capitoli, lasciandosi attrarre dai passaggi che affondano impietosamente il dito nelle piaghe più purulente che affliggono il corpaccione dello zio Sam, l’illusione di svolta radicale evocata dal titolo sembra giustificata. Vediamo alcuni esempi.</p>
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<p>Dopo avere descritto l’intollerabile tasso di disuguaglianza (pari a quello record degli anni Venti) raggiunto negli ultimi decenni, Sanders denuncia la situazione agghiacciante di un sistema sanitario da incubo: il 44% degli adulti fatica a pagarsi le cure mediche (c’è gente che evita di sorridere per non mostrare i buchi di una dentatura falcidiata dall’assenza di cure dentistiche, mentre più di 60 000 persone all’anno muoiono perché non possono acquistare farmaci salvavita né farsi ricoverare); 85 milioni di americani sono privi di assicurazione, anche perché solo i dipendenti regolarmente assunti godono dell’assicurazione fornita dal datore di lavoro, (che “pesa” negativamente sulla retribuzione complessiva!); sebbene la spesa sanitaria pro capite sia il doppio che in ogni altro paese, il sistema si colloca in fondo alla classifica dei paesi più industrializzati, al punto che i tassi Usa di mortalità infantile e materna sono pari a quelli dei Paesi del Terzo Mondo; l’aspettativa di vita è scesa negli ultimi anni del 2% anche se, com’è facile prevedere, i ricchi vivono molto più a lungo degli altri cittadini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Passiamo allo stato della democrazia (se così è ancora lecito definirla): i finanziamenti che le lobby industriali e finanziarie (e altri gruppi di pressione) possono elargire liberamente e senza limiti (dopo una controversa sentenza della Corte Suprema, intitolata Citizen United, che equipara i lasciti dei gruppi di pressione a quelli degli individui) sono ormai di entità tale da predeterminare gli esisti elettorali (nell’ultima campagna presidenziale Biden ha ricevuto 230 miliardi e Trump 135, per inciso: su questo scarto dovremo ragionare più avanti). In altre parole: o si è abbastanza ricchi per “comprarsi” una carica pubblica, oppure è possibile farsela comprare da uno o più sponsor che passeranno all’incasso quando si tratterà di votare provvedimenti che ne coinvolgono gli interessi. Uno degli effetti di questa corruzione sistematica che viene esercitata alla luce del sole (senza dovere ricorrere al sistema italico delle mazzette sottobanco) è il crescente distacco degli elettori, i quali partecipano sempre meno alla competizione politica ritenendo giustamente che il loro voto non possa in alcun modo influire sulle decisioni che li riguardano. A favorire la tendenza all’astensionismo, contribuisce anche la diffusa consapevolezza che il mito degli Stati Uniti come patria della “stampa libera” (1) che consente a tutti di farsi un’opinione “obiettiva” sui programmi e sugli obiettivi di partiti e uomini politici è oggi privo di fondamento: il 90% di tutti i media sono posseduti da otto grandi conglomerati privati che, a loro volta, sono in gran parte controllati dai tre maggiori gruppi finanziari di Wall Street. Insomma: da qualunque parte ci si giri, arrivano conferme del fatto che gli Stati Uniti sono ormai proprietà privata di un pugno di oligarchi, una situazione, rivela Sanders, che fa sì che gli americani che giudicano positivamente il sistema capitalista siano scesi sotto il 60% (percentuale che scende sotto il 50% per la fasce di età fra i 18 e in 34 anni).</p>
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<p>Proseguiamo il giochino di estrarre certe parti del libro isolandole dal contesto generale: dopo le denunce dei mali del sistema, vediamo quali obiettivi si propone Sanders per porvi rimedio, senza accennare, per ora, alla strategia politica con cui pensa di realizzarli. Si tratta di obiettivi decisamente radicali, soprattutto nel contesto dell’ubercapitalismo (termine che Sanders usa come sinonimo di turbocapitalismo) a stelle e strisce, rispetto al quale appaiono a dir poco rivoluzionari. Il nostro propone, fra le altre cose, di varare un Medicare for All (in pratica si tratterebbe di estendere a tutti il sistema Medicare attualmente in vigore per gli over 65, realizzando in pratica una forma di assistenza sanitaria gratuita e universale); di rilanciare un movimento sindacale che decenni di repressioni inaugurati dalla guerra di Reagan contro i controllori di volo hanno ridotto al lumicino; di attuare politiche economiche finalizzate a realizzare la piena e buona occupazione, accorciando drasticamente la settimana lavorativa a parità di salario; di rifinanziare il welfare tassando i ricchi e tagliando la spesa militare; di promuovere la democrazia d’impresa anche adottando forme di proprietà diffusa (cooperative e altro). Insomma un’utopia che richiama i sogni ottocenteschi (cucinati in salsa neokeynesiana) di un Richard Owen e dei suoi esperimenti di comunità produttive autogestite. A chi l’onere di guidare la lotta per realizzare questa formidabile impresa trasformativa:  a un rifondato partito socialista? Nemmeno per sogno: alle soglie della sua terza campagna elettorale, Sanders resta ostinatamente ancorato alla folle idea di cambiare dall’interno il codice genetico del Partito Democratico. Vediamo con quali argomenti.</p>
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<p>In primo luogo va precisato che Sanders è ben consapevole del fatto che, oggi come oggi, i Democratici sono ben lontani dal condividere la sua visione politica. Ammette che quel partito commise un errore (??!!) enorme quando Clinton si schierò al fianco di Wall Street per approvare accordi di libero scambio come il Nafta; riconosce che sotto l’amministrazione Obama, pur nel momento in cui le responsabilità degli oligarchi della finanza americana nell’innescare la crisi del 2008 (la più devastante dalla grande crisi del 29), neppure un solo alto dirigente di Wall Street ha rischiato l’arresto né tantomeno ha subito un procedimento giudiziario, al contrario: sulle imprese “troppo grandi per essere lasciate fallire” sono piovuti enormi quantità di denaro pubblico sottratto alle risorse che avrebbero potuto migliorare la condizione dei cittadini; riferisce, dal punto di vista di osservatore privilegiato che gli garantisce il suo status di senatore, che il problema della disuguaglianza non viene mai discusso nelle aule del Congresso e che i democratici, non meno dei Repubblicani, continuano a frenare sull&#8217;uso della politica fiscale per migliorare la situazione del Paese; sa che nessuno dei  suoi “colleghi” condivide l’idea che i diritti economici dovrebbero essere considerati a tutti gli effetti diritti umani, in assenza dei quali non può esistere libertà individuale (anche se Sanders non arriva a sostenere che, proprio per questo, <em>vengono prima </em>dei diritti civili e dei diritti individuali osannati dalla sinistra “politicamente corretta”); sa che molti lavoratori americani si sentono traditi dal Partito Democratico, al punto  che, parlando con i leader dei sindacati locali, ha scoperto che un’ampia maggioranza dei loro iscritti vota repubblicano (così come sa che questa scelta non è dettata, come sostengono certi esponenti delle sinistre radical chic, da sentimenti razzisti, sessisti, omofobi ecc.). E allora? Come giustificare la scelta di restare in quel partito, sia pure da “indipendente”?</p>
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</tr>
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<td>Trump e Biden a confronto</td>
</tr>
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<p>Cominciamo con il dire che le idee di Sanders in merito a cosa dovrebbe essere un partito che fa gli interessi dei lavoratori sono talmente confuse da fargli dire che presidenti come Roosevelt, Truman, Kennedy e Johnson “si identificavano con chiarezza nel partito della classe lavoratrice”. Passi per Roosevelt, anche se le sue politiche economiche “progressiste” erano finalizzate a tamponare la Grande Crisi (che peraltro venne risolta solo grazie alla Seconda guerra mondiale) assai più che a difendere gli interessi della classe operaia (né le politiche del Terzo Reich e del regime mussoliniano furono, sotto molti aspetti, meno “avanzate” sul piano meramente economico, e un magnate fascista come Henry Ford fu particolarmente “illuminato” in tema di regime salariale), ma Truman è davvero troppo: come dimenticare che fu colui che fece sganciare le atomiche sul Giappone, che scatenò la Guerra di Corea e che, in nome della dottrina di contenimento della “minaccia comunista”, diede il via alla caccia alle streghe maccartista: tutto a favore dei lavoratori americani? (decisamente più “progressista” di lui fu il suo successore repubblicano Eisenhower, se non altro perché attuò una politica fiscale fortemente progressiva). Infine Kennedy mandò i proletari americani (soprattutto quelli più poveri e di colore) a farsi ammazzare in Vietnam per difendere gli interessi imperialistici degli Stati Uniti: un altro paladino dei lavoratori?</p>
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</tr>
<tr>
<td>Franklin Delano Roosevelt</td>
</tr>
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</table>
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<p>Quanto appena detto potrebbe far sorgere il dubbio che Sanders sia francamente anticomunista. Detto che una volta che osò esprimere un apprezzamento nei confronti di Fidel Castro fu oggetto di attacchi talmente duri che da allora ha evidentemente deciso di sgombrare preventivamente il campo dalle accuse di “antiamericanismo”, io credo che vada piuttosto classificato come esponente di un utopismo sociale tanto ingenuo quanto ambiguo. Dopo avere citato il detto del reverendo King, secondo il quale “Il regno della fratellanza non si trova nel comunismo né nel capitalismo bensì in una sintesi superiore”, Sanders ci dice infatti che “il vero cambiamento si produce solo dal basso mai dall’alto in basso”, che “è compito dei progressisti chiedere che il Partito Democratico sia l’alternativa” e che “é necessario trasformare completamente il PD partendo da basso”; infine che ciò andrebbe fatto sviluppando “un nuovo senso della morale” (non vi pare di aver già sentito qualcosa di simile?) e assumendo a modello Paesi come la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, e la Danimarca (sulle cui storie recenti non sembra essere molto aggiornato, visto che sono piuttosto i loro governi a ispirarsi sempre più al modello americano, come conferma la loro entusiastica adesione alle strategie aggressive della NATO).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure il nostro è fermamente convinto che, grazie alle campagne elettorali del 2016  e del 2020 – che definisce le due campagne presidenziali più progressiste della moderna storia americana per il fatto di essere riuscito a finanziarle con le piccole donazioni di milioni  di elettori invece che con le regalie delle lobby, nonché per il fatto di essere riuscito a far circolare le proprie idee attraverso i social media e centinaia di comizi locali invece che con l’appoggio dei media mainstream) –, il suo sogno di far cambiare pelle dall’interno al Partito Democratico si sia rivelato attuabile, arrivando ad affermare che “le nostre idee e il nostro movimento erano diventate il futuro del PD”. Ignoro come possa sostenere una simile tesi, visto che è costretto ad ammettere che l’establishment Democratico, quando lui ha cercato di contrattare il proprio appoggio a Biden, gli ha risposto un secco no su proposte come l’istituzione del Medicare for All, come la cancellazione del debito studentesco e l&#8217;istituzione di università pubbliche gratuite, e come l’introduzione di forti tasse progressive sui patrimoni dei super ricchi. Ha invece detto sì a una serie di altri provvedimenti, a partire dall’introduzione di un salario minimo dignitoso, ma nessuno di essi è mai stato effettivamente  realizzato.</p>
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<p>Eppure Sanders non si pente di avere interrotto la propria campagna per appoggiare Biden, anche se molti dei suoi sostenitori non erano d’accordo. E qui devo confessare che, malgrado la simpatia che provo nei confronti del personaggio, le motivazioni che adduce suonano, rispettivamente, speciosa (la prima) e opportunistica (la seconda). La prima consiste nel rilanciare il messaggio democratico che recita “noi non siamo un granché ma i repubblicani sono peggio”, messaggio, scrive Sanders, “ in cui c’è più di un granello di verità”. Specioso perché, come abbiamo visto, è lo stesso Sanders a dimostrare che le politiche dei democratici non sono meno aliene agli interessi dei lavoratori di quelle dei repubblicani: i 230 miliardi che Wall Street ha dato a Biden a fronte dei 135 elargiti a Trump &#8211; vedi sopra – parlano chiaro, così come parla chiaro il fatto che gli elettori poveri abbiano voltato loro le spalle. Quanto alla presunta minaccia che Trump rappresenterebbe per la democrazia, suona falsa di fronte al fatto che lo stesso Sanders ci dice che la democrazia americana è morta da un pezzo, uccisa dalla corruzione esercitata dal denaro. Resta, ed è davvero l’unico, l’argomento relativo ai sentimenti razzisti, sessisti ed omofobi del magnate repubblicano. E tuttavia Sanders dovrebbe rendersi conto che, insistendo su quest’unico tasto, offre un assist perfetto alla propaganda repubblicane contro il “capitalismo woke” (2), propaganda che suona credibile alle orecchie di quei lavoratori che vedono come le aziende impegnate a tutelare i diritti di donne, gay, lgtbq, ecc. siano le stesse che ignorano il loro diritto a un salario e a un lavoro decenti.</p>
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<p>iPassiamo alla motivazione opportunistica. Credo che molti di coloro che mi leggono abbiano avuto modo di ascoltare qualche ex deputato o senatore comunista descrivere i propri rapporti di simpatia e amicizia nei confronti di qualche collega democristiano o addirittura di destra. Niente di male, si dirà, quando si frequentano per anni gli stessi palazzi del potere, è normale che nascano simili rapporti anche fra persone di opposte sponde ideologiche. Ma il punto è appunto questo: <em>quando si frequentano per anni, </em>cioè quando il comune status di politico di professione rischia di cancellare le differenze ideologiche, l’opportunismo è l’esito inevitabile. Vale anche per Sanders? Eccome, sentite come descrive il suo rapporto con Biden: anche se abbiamo visioni politiche molto diverse conosco Biden da anni e lo considero un amico e una persona assolutamente rispettabile (…) Un uomo rispettabilissimo con cui collaborerò per portare avanti le nostre idee progressiste (&#8230;) Mi piaceva come persona, era un tipo per bene (…) abbiamo sviluppato una sorta di cameratismo. Queste parole al miele spese per uno dei peggiori presidenti della storia americana, l’uomo che ci sta trascinando verso la Terza guerra mondiale, che appoggia senza se e senza ma i regimi criminali di Zelensky e Netanyahu, che appartiene alla corrente Neocons e incarna gli interessi della lobby militare-industriale, sono rivelatrici: o Sanders pensa così di giustificare una scelta che i suoi sostenitori hanno accettato obtorto collo, o non ha la minima consapevolezza dell’attuale scenario geopolitico, oppure, a voler essere cattivi, è solidale con Biden perché anche lui avverte i primi sintomi di demenza senile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ultima è ovviamente una battuta. Credo che ci troviamo di fronte a un mix delle motivazioni sopra descritte, al tempo stesso ritengo che il silenzio di Sanders sui temi internazionali sia particolarmente inquietante. Nulla dice sull’imperialismo americano e sul fatto che il benessere dei lavoratori americani, finché è esistito, è stato reso possibile dalla ricchezza accumulata a spese dei lavoratori di altri Paesi (soprattutto del Terzo Mondo). Pensa sia giusto recuperare quel benessere senza sottilizzare sui mezzi (nel qual caso non sarebbe diverso da Trump)? E’ consapevole del fatto che, se vuole sfidare il capitalismo, dovrà fare i conti in primo luogo con il proprio Paese, e con la sua ferma determinazione a conservare a qualsiasi costo il dominio acquisito con il crollo dell’Urss? Qual è, a suo avviso, il nemico principale del suo progetto: gli oligarchi a stelle e strisce oppure le potenze emergenti come Cina e Russia che sfidano la loro egemonia? Laddove scrive “ho pensato alla bellezza del nostro paese e alla capacità del nostro movimento di realizzare tutte le sue promesse” lascia aperte le porte al dubbio che speri di restaurare il mito della “unicità” americana con il corollario dell’ <em>american way of life. </em>Si rende conto che ciò non è possibile se non, appunto, sfidando le speranze e le aspettative degli altri popoli?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(1) Forse mi è sfuggito (nel qual caso chiedo venia), ma nelle pagine in cui critica il mito della libertà di stampa, mi è parso che Sanders non citi mai la feroce persecuzione che il suo governo ha messo in atto contro Julian Assange, reo di avere documentato i crimini di guerra americani in Iraq. Se è così credo sia davvero grave.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(2) Sul capitalismo woke, come viene definito l’attivismo a sostegno delle cause politicamente corrette da parte di alcune grandi imprese americane (soprattutto del settore high tech) vedi quanto ho scritto su queste pagine: <a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2023/09/a-proposito-del-cosiddetto-capitalismo.html">https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2023/09/a-proposito-del-cosiddetto-capitalismo.html</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’Occidente totalitario getta la maschera</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2022 16:53:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Franco]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Norberto Fragiacomo]]></category>
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<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/usa_gaffe_del_presidente.jpg" alt="usa gaffe del presidente" width="300" height="220" data-src="/images/stories/stories12/usa_gaffe_del_presidente.jpg" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>L’Occidente totalitario getta la maschera</h1>
<h3>di Norberto Fragiacomo</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se gettano la maschera non è per sbadataggine, né per imperizia o imprudenza: le “grandi firme” nostrane sono agitprop che sanno il fatto loro e conoscono benissimo il mestiere – quello di propagandista dei presunti <em>valori occidentali</em> s’intende, perché il giornalismo libero è tutt’altra cosa, ed è comunque una specie in via di estinzione.</p>
<p>Ormai sui quotidiani di regime (cioè <em>tutti</em>, eccezion fatta per La Verità e Il Fatto Quotidiano, su cui residuano spazi di riflessione e dibattito) si dà per scontato e pienamente accettabile che la guerra in corso, dapprincipio presentataci come “difensiva”, sia un’operazione NATO per interposta Ucraina, e il 28 aprile, durante la trasmissione Otto e Mezzo, Massimo Franco ha seraficamente affermato che anche se la Russia fosse effettivamente caduta in una trappola tesale dagli americani  (vale a dire: <em>anche ammesso che sia stata indotta/forzata ad attaccare l’Ucraina</em>) giudizi e valutazioni non cambierebbero. Può farmi piacere che un “saggista di fama, membro dell’<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/International_Institute_for_Strategic_Studies">International Institute for Strategic Studies</a> di Londra (IISS)”, definito “un <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Istituto_di_ricerca">istituto di ricerca</a> britannico (o <em>think tank</em>) nel campo degli affari internazionali” da Wikipedia, confermi quanto ho scritto in alcuni pezzi per <em>l’interferenza</em> a partire da fine febbraio, ma mi domando cosa motivi questo soprassalto di sincerità. Quando, il 25 febbraio scorso, azzardai che “In questa vicenda sin dall’inizio Joe Biden e i suoi “diplomatici” hanno alimentato le tensioni soffiando quotidianamente sul fuoco: non puntavano a un accordo, ma a provocare l’antagonista spingendolo a un’umiliante resa o a gesti inconsulti. Messo all’angolo dall’intransigenza statunitense Vladimir Putin ha soppesato le poche opzioni sul tavolo, propendendo infine per l’attacco militare – scelta dolorosa e gravida di pericoli anzitutto per la Russia.</p>
<p>Immagino abbia valutato essere questa l’ultima occasione utile per una prova di forza “decisiva”: il via libera occidentale all’ingresso ucraino nella NATO avrebbe chiuso la partita a suo sfavore, e lui ha provato a giocare d’anticipo azzardando una contromossa estrema e clamorosa<a name="_ftnref1" href="http://www.linterferenza.info/attpol/loccidente-totalitario-getta-la-maschera/#_ftn1"></a>[1]” la mia era la classica <em>vox clamans in deserto</em>: una lettrice commentò che presentavo Putin come una vittima anziché un carnefice, e per i nostri media l’invasione russa era semplicemente un atto di gratuita “<em>follia</em>”. Ribadii i concetti espressi in due successivi articoli, anch’essi finiti controvento: il racconto ufficiale, rilanciato da telegiornali e trasmissioni tv, era quello dell’aggressione ingiustificata e proditoria, del gesto sconsiderato di un “criminale assassino” (copyright dell’uomo che stringe la mano alle ombre).</p>
<p>Poi, abbastanza all’improvviso, le cose sono cambiate: il Presidente Joe Biden e l’innominabile premier britannico hanno incominciato ad affermare che la cospicua, ininterrotta (e <em>pianificata da tempo</em>, aggiungo io) fornitura di armi alla “democratica” Ucraina  serviva e servirà a indebolire la Russia, a toglierle ogni possibilità di interferire nei piani delle potenze occidentali e – nella “migliore” delle ipotesi – a decapitarla, facendone (questo non l’hanno detto esplicitamente, ma è il senso delle loro dichiarazioni) un enorme Iraq allo sbando. Come si concilia questo mutamento di rotta comunicativo con la retorica dell’inerme Stato democratico aggredito, stuprato e vilipeso? Non si concilia affatto, ma i reggitori occidentali sanno che chi controlla l’informazione è in grado di plasmare e riplasmare le menti come fossero plastilina, anche perché in una sola giornata è possibile far passare più notizie di quante una persona normale ne possa valutare e assimilare – e il quadro ancora fresco prende il posto di quello dipinto la settimana prima, che sparisce in cantina.</p>
<p>E’ illusorio pensare che le menzogne abbiano le gambe corte: se ben architettate, coerenti fra loro e “seducenti” per l’ascoltatore, cui si assicura che sta dalla “parte giusta”, esse possono sovrapporsi a una verità difficile o impossibile da appurare. Di fronte all’aborrita “complessità” gli esseri umani manifestano disagio: quanto più la narrazione è schematica tanto più essa risulta digeribile da un’opinione pubblica che, stretta fra mille impegni quotidiani, di tempo per riflettere ne ha poco. Si comprendono allora le ragioni profonde della “caccia al russo” scattata all’indomani del 24 febbraio: si trattava di suggerire a larghi strati della popolazione – quelli più faciloni e inconsapevoli – l’equazione Russia=Male Assoluto. Il terreno andava arato con decisioni magari discutibili, ma di forte impatto simbolico: la cacciata di un direttore d’orchestra “amico di Putin”, la sospensione di un corso su Dostoevskij, l’esclusione degli atleti russi dalle paraolimpiadi (<em>infamia maxima</em>, a parer mio, perché atto vile e moralmente inqualificabile commesso ai danni di persone già discriminate dal destino). Indi è arrivata la semina: stille di veleno sparse quotidianamente da una propaganda di guerra che con l’informazione indipendente nulla ha a che spartire e che punta ad educare le masse all’odio contro l’<em>alieno</em> e contro chiunque si rifiuti di reputarlo tale. Le operazioni psicologiche si sono susseguite a tamburo battente: prima c’è stata la condanna senza appello né contraddittorio per crimini di guerra indimostrati (anche se non da escludersi a priori, <em>chiunque li abbia commessi</em>), poi la ben organizzata provocazione del 25 Aprile cui si sono volentieri prestate le forze più atlantiste e conservatrici della politica italiana, cioè il PD e +Europa, con la fattiva, imprescindibile collaborazione dei media allineati. Nelle finte democrazie come la nostra il dissenso è tollerato purché ininfluente, o se è suscettibile di essere messo alla berlina, deriso, ridotto a indizio di correità col nemico: del professor Orsini si afferma beffardamente che ha tratto beneficio in termini economici (perché fa qualche conferenza in più rispetto a prima, teatri permettendo…) e di notorietà dalla sua posizione “eretica”, ma si tace il fatto che è doloroso per un essere umano sopportare una campagna di denigrazione <em>ad personam</em> condotta ventiquattro ore al giorno e sbattere contro porte che improvvisamente si chiudono.</p>
<p>I dissenzienti vengono tacciati di intelligenza col “demonio”, i dubbiosi persuasi al silenzio (non si sa mai!), la folla berciante è invece solleticata a sbattere strafottente in faccia le “verità” di regime a chi esita ad accodarsi, che se non è un traditore è perlomeno un poco di buono, un presuntuoso, un <em>antidemocratico</em>. “I russi sono come i nazisti!”, strillano i beoti, dimenticando (o non sapendo) che a rendere diabolico ai nostri occhi il regime di Hitler non fu il “normale” scatenamento di una guerra di conquista, bensì la pretesa di poter disporre a piacimento, se del caso cancellandole dalla Storia, di razze considerate biologicamente inferiori, e perciò deprivate dei più basilari diritti, incluso quello alla sopravvivenza.</p>
<p>Quanto alla Russia, non le viene più imputata la “semplice” invasione dell’Ucraina, ma una sorta di <em>peccato originale</em>: quello di non essere Occidente e di contrastarne le mire – in sostanza <em>di esistere</em>, senza accontentarsi del ruolo assegnatole di colonia sfruttata e marginale. Labile è la distinzione tra il Presidente Putin e il suo Paese: il leader diventa una sorta di sineddoche che riassume in sé i mali di un intero popolo, quello che si è azzardato ad eleggerlo e persino (orrore!) ad avallarne le scelte. Asiatici, corrotti, abulici, approssimativi, barbari, asserviti al primo autocrate che passa per strada: <em>orchi</em> insomma, e infatti questo termine spregiativo fa spesso capolino negli articoli di stampa e nei post dei “buoni”.</p>
<p>Ho rigettato sin dall’inizio quest’approccio propagandistico, presagendo dove ci avrebbe condotti – e non perché io abbia particolari nozioni di geopolitica o una sfera di cristallo da consultare, banalmente perché alla scuola elementare mi hanno insegnato come risolvere un problema disponendo dei dati necessari, che sono sotto gli occhi di chiunque <em>ardisca</em> vedere. Posso anche aggiungere, per la soddisfazione dei miei critici, che sono “filorusso”, nel senso che amo la letteratura, la musica, la produzione artistica di quel Paese, visitandolo ho scoperto con meraviglia certi suoi angoli nascosti, ho persino provato ad apprenderne la lingua, sedotto dalla melodiosità di voci femminili – e soprattutto perché non mi scordo del contributo offerto da tanti russi (pensatori, statisti, soldati e semplici operai) alla lotta per l’emancipazione della “classe più numerosa e povera”, cui non mi sento estraneo.</p>
<p>Ciò non implica naturalmente che io sia un acritico “sostenitore di Vladimir Putin”, un uomo a suo modo eccezionale, ma dal passato nebbioso (l’operato svolto negli anni ‘90 all’interno dell’amministrazione Sobčak è tutto men che limpido, le accuse di indebito arricchimento plausibili) e dai metodi senz’altro sbrigativi. Non credo – come scrive Lilin – che i cittadini russi lo sostengano solo perché ha restituito un’allure di grandezza alla loro amata nazione: non avrà riedificato uno stato sociale sul modello sovietico, ma ha reso le città più sicure e vivibili, garantito alla gran massa della popolazione servizi e sostegni economici (un po’ come sta facendo il PiS in Polonia), rilanciato l’economia pubblica e posto fine ai più eclatanti soprusi commessi da un’oligarchia di parassiti. Tutto ciò non basta a fare della Federazione un paradiso (e forse nemmeno un purgatorio), ma tocca tener presente che dopo il crollo dell’URSS e per un decennio almeno il Paese piombò in un caos catastrofico che assomigliava all’<em>inferno</em>: il welfare pubblico semplicemente sparì e l’aspettativa di vita crollò, mentre la sviluppata industria sovietica collassava, trascinando con sé milioni di posti di lavoro e stipendi, o veniva regalata a pescecani assurti poi, in qualche caso, a eroi (=complici) dell’Occidente “liberale”. Inoltre c’è più pluralismo in Russia oggidì (visto che a uno come Stefano Feltri è stato permesso di dire la sua in una trasmissione della tv pubblica) che nella “democratica” Ucraina amerikana, dove i partiti di opposizione sono messi al bando, presidenti eletti sono cacciati a furor di cecchini stranieri, a metà degli abitanti è impedito di esprimersi nella lingua natia e la corruzione permea ogni ganglio dell’amministrazione.</p>
<p>Per Biden e i suoi tirapiedi – fra i quali ricomprendiamo il commissario liquidatore dell’Italia e la sua claque, impostici da volontà esterne – il Presidente Putin resta però un cancro da estirpare: non perché abbia commesso ipotetici crimini, semplicemente per il fatto che si ostina, da buon governante russo, a opporsi alle prepotenze della NATO, vale a dire degli USA. Sono in molti, purtroppo, a credere nel mito fasullo della “superiorità morale” di un Occidente che, per occultare l’oggettiva nefandezza delle proprie azioni, si è premurato di pescare il meglio del vocabolario: tutti costoro si lasciano volentieri indottrinare, e i più entusiasti seguirebbero docilmente leader che Orsini ha definito “disprezzabili” fino alla prova di forza finale.</p>
<p>Questa prospettiva non può che essere rifiutata da persone raziocinanti e libere che, oltretutto, si richiamano alla nobile tradizione socialista: non solo perché, a causa della condotta scellerata di Stati Uniti, Gran Bretagna&amp;co, il <em>Day after</em> è dietro l’angolo, ma anche per il fatto che, oltre ad aver pieno diritto all’autotutela e a ricoprire un ruolo di primo piano nel mondo contemporaneo, la Federazione Russa intacca con la sua stessa esistenza l’assoluto predominio di Washington sulle nostre società, che all’interno di un modello rigidamente unipolare appaiono difficilmente scalfibili (figuriamoci se “rivoluzionabili”) da movimenti popolari.</p>
<p>Chi, attraverso la sempre più massiccia fornitura di armamenti al regime di Zelensky, persegue la rovina della Russia <em>è un nostro nemico</em>, al pari di coloro che esaltano una siffatta politica di aggressione imperialistica.</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5><a name="_ftn1" href="http://www.linterferenza.info/attpol/loccidente-totalitario-getta-la-maschera/#_ftnref1"></a>[1] <a href="http://www.linterferenza.info/attpol/lucraina-russi-non-parlare-dei-rus/">http://www.linterferenza.info/attpol/lucraina-russi-non-parlare-dei-rus/</a></h5>
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		<title>Russia: il diritto alla difesa</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2022 16:47:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Russia: il diritto alla difesa di Mário Maestri* &#160; &#160; Le sorti del mondo del lavoro e della civilizzazione nei prossimi decenni potrebbero dipendere fortemente dall&#8217;evoluzione e soluzione del confronto militare tra la Russia e l&#8217;imperialismo statunitense ed europeo sul territorio ucraino. Buona parte della sinistra che si rivendica marxista rivoluzionaria si divide attorno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/S-400-India-Russia-Stati-Uniti-USA-Biden-Modi-Putin-.jpg" alt="S 400 India Russia Stati Uniti USA Biden Modi Putin " width="300" height="206" data-src="/images/stories/stories12/S-400-India-Russia-Stati-Uniti-USA-Biden-Modi-Putin-.jpg" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1><strong>Russia: il diritto alla difesa</strong></h1>
<h3>di Mário Maestri*</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le sorti del mondo del lavoro e della civilizzazione nei prossimi decenni potrebbero dipendere fortemente dall&#8217;evoluzione e soluzione del confronto militare tra la Russia e l&#8217;imperialismo statunitense ed europeo sul territorio ucraino. Buona parte della sinistra che si rivendica marxista rivoluzionaria si divide attorno a questa questione cruciale, assumendo posizioni chiaramente pro-imperialiste e pro-nato, che in questo articolo nomineremo con l’acronimo italiano di Otan (Organizzazione del Trattato dell&#8217;Atlantico del Nord.)</p>
<p>Non parliamo delle organizzazioni che da decenni sono schierate a favore delle operazioni militari imperialiste, come la Liga Internazionale dei Lavoratori &#8211; Quarta Internazionale (LIT-QI), che negli anni 1979-89, festeggiarono la sconfitta dell&#8217;Afghanistan e applaudirono i <em>mujahidins</em> della contro-rivoluzione; che negli anni 1989-1991 si compiaceva dell&#8217;esplosione dell&#8217;URSS, dell&#8217;<em>unificazione</em> tedesca e della restaurazione del capitalismo nelle nazioni del “socialismo reale”; che sostennero la distruzione della Jugoslavia e l&#8217;aggressione alla Serbia, nel 1999; le aggressioni all&#8217;Iraq, all&#8217;Afganistan, a Cuba, alla Siria, alla Libia e così via; difesero diversi colpi di stato: quelle del 2013 in Egitto, del 2014 in Ucraina, del 2016 in Brasile, sempre proponendo di sostenere rivoluzioni popolari mai viste ne sentite, sia prima sia dopo quegli avvenimenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per la vittoria della OTAN</strong></p>
<p>Oggi, così come altre organizzazioni che si definiscono marxiste-rivoluzionarie, la LIT-QI rivendica il rompimento delle relazioni diplomatiche; maggiori e più dure ritorsioni alla Russia; l&#8217;invio di armi pesanti e lo stabilimento di una “Zona d&#8217;interdizione al volo” sull&#8217;Ucraina.</p>
<p>Inoltre, quell&#8217;organizzazione milita attivamente per la sconfitta della Russia e la vittoria della Otan e dell&#8217;imperialismo statunitense. Ripete come pappagallo la narrativa e le <em>fake news</em> della Otan riguardo ai massacri russi.</p>
<p>Per quanto riguarda la LIT-QI, si tratta di una collaborazione con l’imperialismo che dura da quasi mezzo-secolo, su questioni scottanti della lotta di classe. Non può quindi essere imputata ad “errori” o “deviazioni” di analisi politica, nel seno di un&#8217;azione rivoluzionaria e anticapitalista. É anzi l&#8217;espressione indiscutibile di opzioni per politiche e orientamenti di classe controrivoluzionari.</p>
<p>In senso opposto, organizzazioni marxiste-rivoluzionarie hanno resistito alla pressione delle classi medie e del capitale, proponendo il principio della difesa incondizionata della nazione oppressa contro il paese imperialista aggressore, indipendentemente della natura del governo e della direzione politica della nazione oppressa. Tale politica fu ampiamente sostenuta da Lenin e da Trotskij quando essi si riferirono a episodi internazionali equivalenti.</p>
<p>Tuttavia, in alcuni casi, tale trincea politico-ideologica vacilla o cede sotto la pressione esercitata dall&#8217;imperialismo statunitense ed i suoi succubi, che hanno il monopolio della narrativa degli avvenimenti in corso. Nel dibattito tra le organizzazioni che si rivendicano del marxismo, il principale ariete che colpisce la muraglia di questa visione politica, che consideriamo corretta riguardo ai fatti presenti, è la definizione della Russia come paese imperialista e aggressore e l&#8217;Ucraina come una nazione aggredita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nazione aggredita</strong></p>
<p>Proporre che la Russia sia una nazione imperialista costituisce una violenza analitica, soprattutto al lato degli Stati Uniti e della Cina, così come definirla paese aggressore dell&#8217;indipendenza nazionale ucraina. Nel momento attuale la Russia non è in alcun modo una nazione imperialista. Al contrario, lotta da anni per la sua indipendenza e sopravvivenza nazionali. Ed è il monopolio mediatico dell&#8217;imperialismo che offusca la comprensione di tale realtà. Marx ricordava che, “Ogni scienza sarebbe superflua, se la forma fenomenica e l’essenza delle cose coincidessero immediatamente”. Dobbiamo quindi oltrepassare necessariamente il senso comune.</p>
<p>Fin dall&#8217;Antichità, la conquista territoriale ha demarcato l&#8217;imperialismo. In senso leninista e contemporaneo del termine, una nazione è imperialista quando la sua accumulazione e riproduzione del capitale viene dominata dall&#8217;esportazione di capitali o di complessi industriali, di servizi, etc. monopolisti, sotto la dominazione del capitale finanziario. Per le nazioni imperialiste moderne, l&#8217;espansione territoriale ha cessato di essere importante. La Svizzera è una nazione imperialista e non ha mai occupato un altro paese. Così come il Giappone, anch&#8217;esso imperialista, che non lo fa dal 1945.</p>
<p>In America Latina, tramite il nuovo attivismo del grande capitale finanziario cinese, si percepisce facilmente come avviene l&#8217;azione dell&#8217;imperialismo moderno. In Brasile, negli ultimi anni, una parte considerevole della distribuzione dell&#8217;energia, dei minieri, del petrolio, di aziende di applicativi, ecc. si trovano nelle mani del capitale cinese. Prima, solo gli USA, la Germania, la Francia, l&#8217;Italia, il Giappone, ecc. si dividevano sistematicamente il bottino di quella nazione sudamericana. E questo vale anche per le altre nazioni sudamericane.</p>
<p><strong>Non è imperialista</strong></p>
<p>In America Latina non vi sono costruttori automobilistici, compagnie minerarie, porti, aeroporti, reti di comunicazione, banche, ecc. controllate dal grande capitale russo. Anzi, è stata la terra di Putin ad essere invasa dalle grandi marche tedesche, italiane, francesi, olandesi, svizzere, ecc. &#8211; la lista è enorme. Tra quelle si possono citare BASF, BP, Coca-Cola, Danone, Enel, Engie, Equinor, Generali, HSBC, Intesa Sanpaolo, Leroy Merlin, Maire Tecnimont, Nestlé, Renault, Shell, Stellantis, Unicredit, ecc.</p>
<p>L&#8217;essenziale delle entrate russe proviene dalle esportazioni di beni primari e di merci. Le esportazioni di capitali hanno un peso relativo basso rispetto alle vendite di petrolio, gas, carbone, oro, prodotti chimici, grani, carne di pollo, ecc. Gli investimenti di capitali russi all&#8217;estero (IED) si appoggiano perlopiù su attività primarie nazionali &#8211; Lukoil, Gazprom, Mechel, ecc. Una struttura di esportazione di un paese semi-coloniale, benché ricco, tranne per quanto riguarda l&#8217;industria tecnologica ereditata dall&#8217;era sovietica — l&#8217;industria bellica ed aerospaziale, soprattutto.</p>
<p>Nel 2021, il PIL della Russia è stato inferiore a quello della Germania, cinque volte minore di quello degli Stati Uniti e sei volte inferiore a quello della Cina. É minore dei PIL della California e del Texas sommati, pur avendo la Russia il doppio della popolazione di quei due stati. Il PIL russo è praticamente uguale a quello del Brasile. È quindi un abuso analitico proporre che la Russia sia una nazione imperialista, come la Cina, gli USA, il Giappone, la Germania, ecc., che esportano capitali e imprese tecnologiche</p>
<p><strong>Brasile Imperialista!</strong></p>
<p>La relativa fragilità dell&#8217;economia russa non impedisce ai suoi conglomerati, pubblici e privati, di gareggiare per ottenere una pur piccola parte dei mercati internazionali, con l&#8217;appoggio dello Stato, soprattutto nelle repubbliche dell&#8217;ex-URSS, in Asia e in Africa. L&#8217;orientamento tendenziale della Russia sembra essere di trasformarsi in una nazione imperialista, caso l&#8217;imperialismo USA glielo permettesse. Ma oggi non lo è.</p>
<p>Soprattutto dopo il 1967, quando in Brasile vigeva ancora la dittatura militare (1964-1985), vi fu da parte del governo di quel paese un tentativo di esternalizzare il capitale nazionale monopolista, nell&#8217;ambito dell&#8217;industria bellica, dei servizi, dei finanziamenti, ecc., perlopiù nella stessa America Latina, in Africa e in Asia. Alcune previsioni affrettate definiranno allora il Brasile una nazione semi-imperialista e addirittura imperialista. Oggi, sotto l&#8217;offensiva statunitense, è diventato un paese in via di regressione “neo-coloniale globalizzata”, che esporta perlopiù energia, minerali, carne, cereali, con poche industrie di bassa tecnologia, già che le sue aziende monopolistiche sono state distrutte e internazionalizzate.</p>
<p>Trasformare l&#8217;oriente dell&#8217;Eurasia in territori <em>coloniali </em>costituisce un antico programma del capitale imperialista europeo. Il progetto del grande capitalismo tedesco di dominare le terre fertili e le riserve infinite di materie prime dell&#8217;Ucraina e della Russia, nonché di regioni limitrofe, fu recuperato e tentato dal nazismo, tramite la narrativa razzista dello “spazio vitale”. Prima di far crollare la barbarie tedesca e liberarne l&#8217;Europa, l&#8217;URSS perse più di venti milioni di anime.</p>
<p><strong>Alle Porte del Paradiso</strong></p>
<p>L&#8217;URSS ha costituito una grande muraglia contro l&#8217;espansione coloniale-imperialista europea e USA. Nel 1991 la sua distruzione, seguita dall&#8217;Era Yeltsin (1991-1999), materializzò la possibilità che tale espansione potesse accadere. La Russia divenne pertanto una specie di piccolo cortile del club imperialista USA, che non ha mai perdonato a Putin di essere riuscito a recuperare l&#8217;autonomia economica relativa (capitalista) di una parte sostanziale del paese. Basata soprattutto nell&#8217;esportazione di energia, l&#8217;economia russa è riuscita ad uscire, sempre in modo relativa, dalla sua situazione di semi-colonia del grande capitale mondiale, pur continuando ad esserne fortemente determinata.</p>
<p>La Russia ha lottato per recuperare un&#8217;autonomia nazionale relativa e un&#8217;integrazione <em>armonica, </em>benché subordinata, nella divisione internazionale capitalista del lavoro. Ma ciò le fu sempre negato. Come capo dello Stato, Putin ha perfino proposto che il suo paese entrasse nella OTAN. Di fronte al rifiuto di una sua compartecipazione, pur subordinata, la resistenza dello Stato e della nazione russa chiuse le sue porte al neocolonialismo americano e dell&#8217;occidente europeo. A peggiorare la situazione del club imperialista <em>yankee</em>, più a oriente nacque il Drago Cinese, che si rifiuta di sottomettersi alla stessa rapina semi-coloniale, ma soprattutto compete con gli Stati Uniti per l&#8217;egemonia imperialista mondiale, in modo da poter partecipare alla rapina del mondo.</p>
<p>Il programma di disorganizzazione-saccheggio degli stati russi e cinesi non costituisce un&#8217;opzione malefica e aleatoria del grande capitale internazionale. Non si tratta di malignità, bensì dell&#8217;unica possibilità per il grande capitale globale, nella sua fase senile, di garantire una lunga ripresa dell’espansione del capitalismo, sotto il pieno dominio della dittatura statunitense e del grande capitale, in uno scenario mondiale di estrema violenza, con il mondo del lavoro ridotto a una semi-schiavitù capitalista. Non c&#8217;è spazio per una convivenza pacifica tra l&#8217;imperialismo nordamericano in involuzione, quello cinese in espansione e altre nazioni autonome. Oggi è un&#8217;illusione pensare in un mondo puri-polarizzato.</p>
<p><strong>Fame Pantagruelica</strong></p>
<p>L&#8217;attuale campagna militare del grande capitale <em>occidentale </em>contro la Russia è la prosecuzione dell&#8217;offensiva che ha contribuito alla dissoluzione dell&#8217;URSS, nel 1991. I burocrati che guidarono la fine dell&#8217;URSS s&#8217;illudevano nel credere che il capitalismo russo avrebbe trovato posto a destra del dio-capitale. L&#8217;offensiva imperialista non era solo antisocialista. Era anche un attacco neocoloniale alla Russia come nazione che doveva essere soggiogata nonché un&#8217;offensiva lanciata contro quella nazione, considerata il “ventre molle” della nuova alleanza sino-russa.</p>
<p>La dissoluzione dell&#8217;URSS non impedì che continuasse l&#8217;assedio contro la Russia. Nonostante le promesse del 1991, di non avvicinarsi alle frontiere russe, la OTAN, con la sua fame pantagruelica, assorbì i paesi-satelliti dell&#8217;ex-Unione Sovietica e, subito dopo, le sue ex-repubbliche disperse: nel 1999: la Repubblica Ceca e l&#8217;Ungheria; nel 2004: la Bulgaria, l&#8217;Estonia, la Lituania, la Romania; la Slovacchia e la Slovenia; nel 2009: l&#8217;Albania e la Croazia; nel 2017 il Montenegro e nel 2020 la Macedonia del Nord.</p>
<p>L&#8217;obiettivo era stabilire un anello di fuoco attorno alle frontiere della Russia, nonostante non fosse più una <em>minaccia </em>socialista, ma al contrario una regione ora dominata dal grande capitale nazionale ed internazionale. Laddove fu possibile, gli Stati Uniti e la OTAN promossero il separatismo, cercando di radicalizzare lo smembramento territoriale e demografico che conobbe la Russia quando esplose l&#8217;URSS – Cecenia, Georgia, ecc. Furono assediate le ex-repubbliche sovietiche e furono promosse “rivoluzioni colorate”, antirusse e pro-occidente.</p>
<p>Solo dopo la fine dell&#8217;era Yeltsin [1991-1999], furono incentivate e sostenute “rivoluzioni colorate”, tra l&#8217;altro in Jugoslavia, Georgia, Ucraina, nel Kyrghyzistan, in Siria, nello Yemen ecc. Ci fu un salto di qualità nel 2014, in occasione del colpo di stato in Ucraina e l&#8217;intronizzazione di un governo fantoccio, filoccidentale, <em>russofobo</em> e sostenuto dai fascisti. Venne perseguitata, assediata, massacrata la popolazione ucraina di origine russa nonché i partiti e movimenti che si opponevano al nuovo ordine.</p>
<p><strong>Con le spalle al Muro</strong></p>
<p>Nel 2014, la burlesca e sanguinosa messinscena della Piazza Euromaidan costituì il colpo più duro lanciato contro la Russia dopo il 1991. Con il nuovo ordine, le truppe della OTAN si preparavano a stabilirsi lungo i quasi duemila chilometri di frontiera tra i due paesi, imponendo alla Russia un insopportabile incremento della spesa per la sua difesa. L&#8217;istallazione dei missili atomici Otan lungo le sue frontiere, fece si che la situazione della Russia divenne drammatica. È importante ricordare che nel 1961, il veto degli Stati Uniti all&#8217;istallazione delle stesse armi sull&#8217;isola di Cuba fece correre al mondo il rischio di un conflitto atomico.</p>
<p>La risposta russa arrivò in due movimenti. Primo: il recupero della Crimea, che era stata annessa all&#8217;Ucraina nel 1954 tramite un atto amministrativo senza maggiori conseguenze, in uno scenario storico in cui l&#8217;Ucraina e la Russia erano parte dell&#8217;URSS. Il suo possibile ritorno all&#8217;URSS non fu mai oggetto di manifestazioni popolari contrarie. Secondo: l&#8217;appoggio della Russia alle repubbliche popolari del Donbass, in parte dei territori amministrativi delle province di Donetsk e Lugansk. Tuttavia, contrariamente a ciò che aveva fatto in Crimea, il governo russo non riconobbe le nuove repubbliche, lasciando aperta la possibilità di un loro ritorno all&#8217;Ucraina, mediante ordine federativo e con uno statuto speciale.</p>
<p>Lo Stato russo esigeva inoltre la non adesione di Kiev alla OTAN. Senza alcuna compromissione con la propria nazione, i governi fantocci ucraini continuarono ad attaccare le repubbliche del Bacino del Donetsk, in un totale disprezzo degli accordi di Minsk, firmati nel settembre del 2014 e nel febbraio del 2015. Sottolineando la sua sottomissione all&#8217;imperialismo statunitense, Kiev introdusse nella costituzione ucraina il necessario ingresso del paese nella OTAN. La situazione di conflitto a bassa intensità nel Donetsk impediva tuttavia l&#8217;adesione formale dell&#8217;Ucraina alla OTAN. Ciononostante, tale adesione venne anticipata in modo informale ed accelerato.</p>
<p><strong>In difesa dell&#8217;autonomia</strong></p>
<p>Dopo il 2014, gli Stati Uniti e la OTAN promossero continue vessazioni alla Russia, tramite un&#8217;incessante campagna di <em>russofobia</em>, spesso con accuse inverosimili, tra cui: il “tentativo di avvelenamento” e, di seguito, le “terribili condizioni di prigionia” di Alexei Navalny, politico russo pro-<em>occidentale</em>; gli “attacchi cibernetici” contro satelliti, partiti politici, industrie statunitense nonché contro la distribuzione di energia in Germania; la manipolazione delle elezioni statunitense; lo “spionaggio” generalizzato dei diplomati russi. Montature che ricevettero l&#8217;appoggio permanente dei partiti Democratico e Repubblicano statunitensi.</p>
<p>Queste e tante altre accuse, sempre prive di prove materiali, vennero accompagnate di importanti sanzioni contro lo Stato, l&#8217;economia e la popolazione russa, da parte degli Stati Uniti e dell&#8217;UE. In tale offensiva, si contraddistingue la campagna contro la conclusione dell&#8217;oleodotto Nord Stream 2 e l&#8217;esigenza che i paesi della OTAN aumentino la spesa militare al 2% del loro rispettivo PIL. Il ché porrebbe la Russia in una corsa agli armamenti pari a quella che devastò l&#8217;economia dell&#8217;URSS.</p>
<p>In realtà, si stava organizzando l&#8217;offensiva militare contro la Russia, con le prime provocazioni dirette, con un numero maggiore di aerei militari, di truppe e di manovre della OTAN alle frontiere russe. Il 23 giugno 2021, fu dato un passo in avanti. Il <em>destroyer</em> inglese HMS <em>Defender</em> invase le acque territoriali della Russia, lungo la costa della Crimea e venne espulso dalla difesa aerea e navale russa. L&#8217;offensiva economica, politica, di intossicazione dell&#8217;opinione pubblica fu sostenuta da praticamente tutti i governi e partiti politici europei.</p>
<p><strong>Senza opposizione</strong></p>
<p>Agli inizi del 2021, il Partito Democratico italiano, ex-Partito Comunista, entrò nel governo dichiarandosi radicalmente <em>atlantista</em> e pro-americano. In molti casi, la destra nazionalista e xenofoba europea è la meno <em>russofoba</em>. Essendo spesso antiglobalizzazione, tende a diffondere – apertamente o no – l&#8217;uscita dall&#8217;Unione Europea, la fine della OTAN e la reindustrializzazione nazionale. L&#8217;ordine <em>cesarista</em>, antisocialista, pro-capitalista dell&#8217;attuale governo russo esercita anche un&#8217;attrazione sulla destra europea e su alcuni politici che sono al governo, come in Ungheria. Molti dei partiti della destra nazionalista hanno la simpatia della classe operaia tradizionale, che, da decenni, ha abbandonato i partiti di sinistra globalisti e social-liberali.</p>
<p>La Russia si prepara da anni, come può, in vista di un attacco che sapeva inevitabile. Ha venduto i suoi titoli del debito statunitense; si è data una rete internet nazionale; ha formato riserve miliardarie in oro; ha modernizzato le sue forze militari. Ha anche diminuito il suo debito esterno, costruito un sistema alternativo allo SWIFT, pur di piccola portata. Una maggiore prossimità con la Cina gli garantisce anche una retroguardia economica e gli ha permesso di dislocare le sue truppe militari dalle frontiere orientali a quelle occidentali.</p>
<p>Alla fine del 2021, vedendo prosperare l&#8217;alleanza di fatto della OTAN con l&#8217;Ucraina, sempre più con le spalle al muro, il governo russo cercò di iniziare a negoziare con gli USA, centro di decisione della OTAN. Esigendo soltanto le garanzie che gli erano state promesse nel 1991 ed in particolare la neutralità ucraina e la ritirata della OTAN lontano dalle sue frontiere.</p>
<p><strong>Esattamente ciò che volevano gli USA!</strong></p>
<p>Si trattava del confronto voluto, già nel 2016, soprattutto dal Partito Democratico statunitense, contro la Russia, che sarebbe stato combattuto in territorio siriano. Tale progetto fu interrotto con la vittoria di Donald Trump, che permise la consolidazione del regime siriano. Con il rifiuto di tutte le richieste della Russia, gli Stati Uniti non gli lasciarono altra opzione che invadere l&#8217;Ucraina, asse centrale della discussione e cuore della crescente minaccia alla Russia.</p>
<p>Gli Stati Uniti hanno finora raggiunto tutti gli obiettivi perseguiti nell&#8217;attuale conflitto: la rottura crescente delle relazioni diplomatiche ed economiche dell&#8217;Unione Europea con la Russia, soprattutto per quanto riguarda la Germania. La guerra permise anche che venisse interrotto, al meno in modo temporaneo, il gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2, già concluso, il ché rende plausibile la possibilità, anch&#8217;essa nella misura del possibile, della sostituzione del gas russo con quello, più caro, proveniente dagli Stati Uniti.</p>
<p>La demonizzazione di Putin e della Russia fece aumentare il prestigio della OTAN tra la popolazione europea, manipolata in modo vergognoso, nonché l&#8217;egemonia statunitense nell&#8217;Unione Europea. La furia guerriera europea, in particolare tedesca, garantirà – già lo fa – eccellenti ordinazioni per l&#8217;industria degli armamenti statunitense e intende lanciare la Russia in una dura corsa alle armi. Le spese con l&#8217;armamento inviato all&#8217;Ucraina e finanziati dall&#8217;UE e gli Stati Uniti sono state favolose.</p>
<p><strong>Fino all&#8217;ultimo alleato</strong></p>
<p>Il grande successo dell&#8217;imperialismo statunitense è che il conflitto avviene in Europa ed è sostenuto essenzialmente dal vecchio continente. Gli Stati Uniti cercano di allungarlo fino all&#8217;esaurimento della capacità di resilienza europea. È considerevole la formattazione dell&#8217;opinione pubblica europea, nella più sfrenata <em>russofobia</em>, in cui Putin è il terribile orco di turno, dopo Nicolae Ceausescu, Milosevic, Fidel Castro, Bin Laden, Saddam Hussein, Khomeini, Gheddafi, Bashar al-Assad, Chaves, Maduro ecc., con un successo mai raggiunto, neppure nei tempi peggiori della cosiddetta Guerra Fredda.</p>
<p>L’obiettivo strategico degli Stati Uniti-Otan è quello di mantenere la guerra frontale per mesi – e, se possibile, con una situazione di confronti intermittenti addirittura per anni, come nel Donbas, dal 2014 al 2022, trasformando l&#8217;Ucraina nel “Vietnam russo”. Si vuole dissanguare la Russia, portarla allo sfinimento, forzare il suo depauperamento, le convulsioni interne, la caduta del regime, la disorganizzazione dello Stato. Il <em>sogno USA-NATO</em> è il sorgere di un Zelenskyj russo che abbia la plasticità pro-imperialista di Yeltsin.</p>
<p>Per portare a termine tale operazione, gli <em>USA-Nato</em> sono disposti a lottare fino all&#8217;ultimo ucraino, senza mai coinvolgersi <em>legalmente </em>nel conflitto. L&#8217;attore Volodymyr Zelenskyj, uomo di un’immensa fortuna e burattino scelto accuratamente per governare l&#8217;Ucraina, con un futuro politico ed economico garantito per sempre, non è minimamente preoccupato con le sorti del paese di cui è alla guida e della sua popolazione. Quando sarà necessario, l&#8217;imperialismo sceglierà un altro politico ucraino, mediatico e obbediente.</p>
<p><strong>Russia </strong><em><strong>delenda est</strong></em></p>
<p>Non vi è uno scenario plausibile che suggerisca una sconfitta generale russa, nonostante gli ingenti investimenti militari occidentali. Come già detto, gli <em>USA-Nato</em> cercano soprattutto l&#8217;erosione e la demoralizzazione delle forze militari e dell&#8217;economia russe, anche a costo di un’ampia e non necessaria distruzione di regioni dell&#8217;Ucraina. Come strategia di difesa, l&#8217;esercito ucraino e le truppe nazional-fasciste occupano le città e impediscono l’evacuazione delle popolazioni civili, usate come scudi umani. Il che aumenta la complessità dei combattimenti per le forze russe preoccupate con il numero di vittime civili.</p>
<p>In mancanza di vittorie militari, Otan e Stati Uniti producono <em>fakes news </em>su supposti crimini russi mostruosi. Narrative macabre che si succedono une alle altre, senza qualsiasi preoccupazione con la loro credibilità, sicuri del dominio totale della stampa e dei media europei e mondiali. Senza paura del ridicolo, parlano di genocidio. I migliori pezzi pubblicitari furono il “pilota fantasma di Kiev”, con decine di aerei russi abbattuti, prodotto tramite animazione virtuale. I tredici marinai ucraini dell&#8217;isola dei Serpenti, nel mare Nero, che avrebbero preferito la morte piuttosto che rendersi a una nave di guerra russa. Dopo essere stati decorati <em>post-mortem </em>ed essere oggetti di un francobollo commemorativo,<em> </em>sono riapparsi totalmente vivi e ben trattati, come prigionieri, tutti arrabbiati per essere stati abbandonati, soli, sull&#8217;isola, dai loro superiori ucraini. Si susseguono supposti massacri di civili dall&#8217;aviazione, da missili balistici e da truppe russe, con enorme successo in una popolazione europea e mondiale a cui viene negata un’informazione non ideologica. Come quelli del Teatro di Mariopoli, o della città di Buča, di Kramatorsk, Járkovetc, ecc. I media di massa internazionali non si riferiscono minimamente alle numerose prove materiali che smentiscono quelle narrative. Solo su informazioni provenienti da media alternativi, non sempre facilmente raggiungibili, si alzano alcune voci contro l&#8217;enorme messinscena mediatica. I lusitani dicevano che nella guerra, la menzogna è come la terra.</p>
<p><strong>Cosa aspettarci da questa guerra</strong></p>
<p>La fornitura all&#8217;Ucraina di moderne armi, personali, antiaerei e contro i blindati causarono perdite di mezzi di trasporto, di carri armati, di elicotteri e di aerei volando a bassa quota russi. Ciò ha tolto alle truppe russe il vantaggio che si erano assicurati all&#8217;inizio della guerra. Alcuni missili furono intercettati, il che significa un aumento della qualità e della quantità degli armamenti consegnati all&#8217;Ucraina. È il caso degli S-300, per esempio. L&#8217;affondamento della nave ammiraglia Moskva, certamente sotto la guida della OTAN, il 14 aprile, fu un duro colpo per la Russia. Tuttavia, tutto fa pensare che i russi vogliano concludere il conflitto il più presto possibile, con lo spostamento verso sud, già realizzato, delle truppe che assediavano Kiev. Esse mantenevano immobilizzate le forze armate ucraine, nell&#8217;aspettativa di un attacco alla capitale, che possibilmente non faceva parte dei piani di Mosca. L&#8217;obiettivo militare strategico sembra essere stato, sempre, la Nuova Russia, al sud/sudest del paese, regione di forte popolazione di lingua e etnia russe.</p>
<p>La nuova battaglia già cominciata si farà in campo aperto, in un enorme area di combattimento, in cui si confronteranno circa 40 mila soldati ucraini, armati e addestrati dalla OTAN, che circondavano il Donbass, pronte ad invadere le due repubbliche. Adesso, prevarranno la quantità, la qualità ed il coordinamento delle truppe meccanizzate, della fanteria, dell&#8217;aviazione, della marina. Nonostante la disposizione della OTAN di fornire il materiale bellico più moderno – come blindati – agli ucraini, la vittoria dei russi sembra assicurata, a scapito di pesanti perdite umane e materiali.</p>
<p>Caso il governo ucraino non voglia iniziare a negoziare seriamente, è probabile che ci sia una partizione della Ucraina, tra, da un lato il nord e dall&#8217;altro il sud-sudest. E se la Russia non riuscirà ad imporre una neutralità di fatto all&#8217;Ucraina, è possibile che scelga di mantenere il controllo del litorale ucraino sul mar Nero, il ché unirebbe la Russia e la Crimea, per via terrestre, attraverso le repubbliche del Donbass e della città di Mariopoli. È a ciò che si deve la violenza dei combattimenti in quella città, che era stata prima fortificata da specialisti della OTAN. Nel miglior dei casi, Odessa, città fondata dai russi e fortemente russofona, sarebbe, per l&#8217;Ucraina, l&#8217;unica uscita sul mare.</p>
<p><strong>La Nuova Russia</strong></p>
<p>Le forze militari delle repubbliche del Donbass stanno avanzando nel controllo territoriale delle sue rispettive province - <em>oblasts</em>. In un certo modo, l&#8217;occupazione dei territori della <em>Nuova Russia</em> e delle repubbliche di Donetsk e Lugansk agevolerebbero un allontanamento della OTAN dalle frontiere storiche della Russia e rinsalderebbero la possibilità di un eventuale negoziato in favore di un&#8217;Ucraina neutrale e federale. Dopo le dure perdite, soprattutto umane, sarà difficile al governo russo abbandonare a una sorte incerta le popolazioni russofone dell&#8217;Ucraina. La partizione dell&#8217;Ucraina, se avverrà, avrà degli sviluppi difficili da prevedere.</p>
<p>Le dure e incessanti sanzioni economiche non hanno ancora rivelato la dimensione del danno che possono aver causato all&#8217;economia russa. La dipendenza dell&#8217;Europa all&#8217;energia russa, per un corto e medio periodo di tempo si è dimostrata maggiore di quanto si pensasse. L&#8217;Europa occidentale continua a finanziare la campagna ucraina, senza tuttavia interrompere l&#8217;acquisto di gas e petrolio che arriva dalla Russia demonizzata.</p>
<p>La <em>politica militarista, </em>sostenuta dagli attuali governi europei, inasprirà la crisi sociale che già occorre nel Vecchio Continente, determinando nuovi scenari politici. Il rifiuto soprattutto dell&#8217;India e della Cina di aderire alla campagna di isolamento della Russia, costituisce già una difficoltà nel tentativo <em>dell&#8217;Occidente</em> di imporre alla Russia un cerchio come quelli applicati a Cuba, alla Corea del Nord, all&#8217; Iran. E quasi un terzo della popolazione mondiale vive in quei due paesi continentali. La capacità di manipolazione dell&#8217;Africa Nera e dell&#8217;Asia da parte <em>dell&#8217;Occidente</em> è fortemente diminuita negli ultimi anni. Per molte nazioni, la Russia può uscire da questo conflitto come esempio di resistenza di fronte a Stati significativamente più ricchi e potenti.</p>
<p><strong>La Terza Guerra Mondiale</strong></p>
<p>Si è molto discusso se l&#8217;attuale conflitto sarebbe l&#8217;inizio o potrebbe risultare nella III Guerra Mondiale. Riteniamo questo dibattito infondato. La Seconda guerra mondiale fu un conflitto generale, con obiettivi di conquiste di aree terrestre e marittime, che mise a confronto eserciti di terra, mare e aria. Come sta succedendo in Ucraina. Ma oggi tale modalità di scontro militare frontale è insostenibile tra nazioni che possiedono armi atomiche. Qualsiasi paese strategicamente svantaggiato in un confronto generale, potrà usare il suo potere atomico, anche solo tattico, prima di soccombere. La Russia possiede il maggior numero di arme atomiche tattiche – difensive – e ha già dichiarato che le userà se vi sarà costretta.</p>
<p>Una specie di <em>III Guerra Mondiale</em>, dal 1947 al 1991, tra l&#8217;URSS e gli USA, e i loro rispettivi alleati, si diede attraverso una successione incessante di colpi di Stato e di conflitti militari localizzati e controllati, — guerra in Corea; colpi di stato in Indonesia, Brasile, Cile; guerre di liberazione nazionale in Africa; guerra nel Vietnam, Laos, Cambogia; El Salvador, Nicaragua, Afganistan, ecc. Ciò che si perseguitava era indebolire il nemico, strategia vincitrice con la dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica.</p>
<p>Tale forma di conflitto dell<em>’Occidente </em>contro la Russia<em> </em>si sviluppa da anni, conformando ciò che si potrebbe proporre come la <em>Quarta Guerra Mondiale</em>, con battaglie localizzate in Cecenia, Iraq, Bosnia Erzegovina, Georgia, Siria, Iran, Libia, ecc. La lotta per l&#8217;imposizione dell&#8217;egemonia statunitense esige ora la sottomissione, soprattutto della Russia, della Cina, dell&#8217;Iran, della Corea del Nord, del Venezuela.</p>
<p>Il confronto militare tra Ucraina e Russia costituisce un salto di qualità in questo scontro. Forse per la mancanza di condizioni, per l’imperialismo USA, di avanzare la stessa iniziativa contro la Cina, in cui potrebbe non avere l&#8217;appoggio dell&#8217;Europa Occidentale e del Giappone. Una delle possibilità statunitensi di portare la Cina a un conflitto, senza uno scontro frontale e totale, è un incentivo all&#8217;indipendenza di Taiwan o lo stabilimento di troppe americane su quell&#8217;isola. Un po&#8217; come fu fatto in Ucraina. Il governo cinese ha dichiarato più volte che una tale realtà porterebbe ad un suo intervento a Formosa. Il pericolo di un conflitto generalizzato è sempre reale, pur non essendo desiderato da nessuno dei due blocchi.</p>
<p><strong>Dove va la Cina</strong><strong>?</strong></p>
<p>Gli Stati Uniti minacciano ritorsioni alla Cina caso mantenga rapporti privilegiati con la Russia, indebolendo le sue politiche di sanzioni economiche. Pechino, che dipende dal mercato statunitense per le sue esportazioni, si è finora mantenuto in un’apparente equidistanza. Cerca di tumultuare il minimo possibile le già agitate acque del suo rapporto con gli USA. Alcuni analisti <em>occidentali</em> sognano un avvicinamento tra Washington e Pechino, che isoli Mosca e faciliti la sua sconfitta. Tuttavia, gli Stati Uniti continuano a definire la Cina il suo nemico strategico. E la Cina sa di avere una superiorità o un&#8217;uguaglianza militare con gli Stati Uniti solo in alleanza con la Russia. Si propone che una sconfitta della Russia con il rovesciamento dell&#8217;attuale regime e l&#8217;avvento di un nuovo “Zelensky-Yeltsin”, condurrebbe a un inevitabile allontanamento con la Cina. Una ragione in più per Pechino di preoccuparsi – pur discretamente – del successo del suo alleato russo.</p>
<p>L&#8217;imperialismo statunitense, in relativa decadenza, possiede un arco di tempo limitato per disorganizzare l&#8217;imperialismo in ascesa della Cina. L&#8217;offensiva degli Stati Uniti è spesso presentata come <em>contesa</em> della Russia e della Cina, come se la pressione venisse dalle nazioni aggredite. Una sconfitta generale russa faciliterebbe un attacco alla Cina che, se sconfitta, si tradurrebbe in terribili sequele per il mondo del lavoro, per la popolazione in generale, per la propria sorte dell&#8217;umanità. La sconfitta degli Stati Uniti in questa operazione permetterebbe, in un lasso di tempo più largo, il sorgere di una nuova egemonia imperialista cinese.</p>
<p>I prossimi tempi saranno comunque di tensione e violenze mai conosciute dall&#8217;umanità, perché vissute all&#8217;insegna del confronto tra nazioni che possiedono armi nucleari. Soltanto l&#8217;organizzazione nazionale ed internazionale dei lavoratori e la costruzione di sua egemonia garantirà un&#8217;uscita dal terribile punto morto in cui ci troviamo, e un futuro per l&#8217;umanità.</p>
<hr />
<h5>* Mario Maestri, 73, è storico italo-brasiliano, residente tra Genova e Porto Alegre. <a href="mailto:maestri1789@gmail.com">maestri1789@gmail.com</a></h5>
<hr />
<h5>Articolo pubblicato in Brasile: “Rússia: Direito à Defesa”. A Terra é Redonda. 13/04/2022. <a href="https://aterraeredonda.com.br/tag/mario-maestri/">https://aterraeredonda.com.br/tag/mario-maestri/</a> Contrapoder, 18/04/2022. <a href="https://contrapoder.net/colunas/russia-o-direito-a-defesa/">https://contrapoder.net/colunas/russia-o-direito-a-defesa/</a></h5>
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		<title>Lo sdoppiamento virtuale dello spazio pubblico</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2021 17:34:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lo sdoppiamento virtuale dello spazio pubblico</strong></p>
<p><em>Renato Curcio*</em></p>
<p>Con l’inizio del terzo millennio l’espansione del continente digitale planetario ha investito l’Italia e coinvolto nell’erosione progressiva dello spazio pubblico gran parte dei suoi cittadini. Con “spazio pubblico” non intendo soltanto quell’insieme di luoghi aperti e reali, ovvero non virtuali, entro cui lo Stato dovrebbe garantire a tutti la libertà di esercitare apertamente i diritti di cittadinanza, d’informazione, di attività culturale e politica in tutte le varianti. Ancora prima, infatti, lo si dovrebbe considerare come uno spazio strategico per la maturazione e il consolidamento delle nostre abilità relazionali; delle capacità di progettazione comune, di collaborazione empatica e di operatività condivisa. Come una grande rete di luoghi immaginati, voluti e liberamente istituiti da aggregazioni sociali autonome e autogestite. Luoghi aperti, dunque, in virtù dei quali possano svilupparsi e assumere una forma storica i momenti di confronto e le forme sorgive della creatività e del mutamento sociale. Nella seconda metà del Novecento gli spazi pubblici post-bellici avevano vissuto in questo Paese un importante scossone. Le deboli attrezzature associative istituite per via burocratica dallo Stato dovettero cedere il passo a nuove esigenze culturali portate avanti da un fermento generazionale e laico nato in alternativa anche ad altre istituzioni robustamente sostenute da enti religiosi o privati. Negli anni ‘60 e ‘70 si è data infatti una fioritura rigogliosa di energie istituenti e ha preso vita un vasto arcipelago di inedite associazioni culturali, formazioni politiche, fermenti sindacali, centri sociali e movimenti extra-parlamentari accomunati, pur nella loro varietà spesso conflittuale, a forti attese di progresso sociale. Negli ultimi vent’anni, gran parte di questo processo si è tuttavia inaridito confluendo nella grande ragnatela di internet e nei suoi incanti; ragnatela che ha saputo presentarsi al mondo come un’offerta di libertà per tutti pur che si fossero dotati di dispositivi mobili e avessero aperto profili e account nelle sue maglie. Abbiamo visto così un grande esodo verso le nuove “community” disseminate nello spazio virtuale messo a disposizione “gratuitamente” dalle piattaforme e sapientemente mitizzato dalle loro agenzie di marketing prodighe di allettanti inviti ad esplorare le sue meraviglie. Lentamente rispetto ad altre aree del mondo, ma velocemente per i tempi del rinnovamento sociale che caratterizzano i processi storici dell’Italia, molti cittadini hanno così aperto profili social su questa o quella piattaforma e trasferito lì gran parte delle loro pubbliche attività. Non si può dire che questa migrazione, avvenuta in ordine sparso, sia stata accompagnata da una riflessione critica e matura. Al contrario la penetrazione delle imprese digitali planetarie è stata ingenuamente accolta come una gradita ventata di progresso e all’invito a trasferirsi “online” si è obbedito senza aver contezza di ciò che ne sarebbe conseguito. Confondendo il progresso tecnologico con il progresso sociale, sia lo Stato, sia un gran numero di cittadini hanno in tal modo attivamente contribuito al declino e alla degradazione degli spazi pubblici in lande virtuali dove la vita di relazione viene sempre 29 interventi più confusa con le pratiche di connessione. In poco meno di vent’anni, questo sdoppiamento digitale, infine, è riuscito a consolidare un nuovo contesto societario colonizzato dai padroni delle piattaforme entro cui gli attori, mentre si illudono di agire vengono invece agiti. Dicendolo con un paradosso: ha generato un simil-spazio pubblico radicalmente privatizzato. Le simulazioni del privato in veste pubblica Naturalmente, in questa deriva del pubblico sulle piattaforme private, anche i cittadini hanno fatto la loro parte. La nascita e la crescita della politica digitalizzata e lo sconfortante conteggio dei “Mi piace” e degli “indici di gradimento” hanno ormai preso il sopravvento. Ai leader che lanciano slogan, proclami e anatemi dai balconcini virtuali, i militanti degradati a “follower”, ammiratori, rispondono riprendendo, ritwittando e moltiplicando pedissequamente i “meme” sui loro profili. Così, se per un verso ci capita di assistere allo scatenarsi di infuocate battaglie “virali”, per un altro dobbiamo constatare la chiusura progressiva dei luoghi d’incontro in presenza. Senza neppure rendersene conto l’attività politica pubblica, così vivace nel secondo Novecento, armi e bagagli si è infatti trasferita sulle piattaforme private delle Big Tech statunitensi e, sfidando il ridicolo, perfino sulla “Rousseau” di un’azienda nostrana. E tutto ciò ha dato vita a un curioso e grottesco paradosso: il travestimento del privato in veste pubblica. Prendendo atto di questa deriva, e certo per spingerla ancora più in basso, alcuni commentatori hanno poi cominciato a sostenere che le piattaforme private come Facebook, Twitter, TikTok e via elencando svolgono, bontà loro, un vero e proprio servizio pubblico. Basterà al riguardo una sola citazione: “I social network americani sono servizi divenuti pubblici e globali che hanno ottenuto un successo straordinario senza precedenti. Aziende fondate e gestite da privati che rispondono agli azionisti: non appartengono né a chi le frequenta né ad organi statali. Una condizione peculiare con la quale bisogna fare i conti. È questa la differenza fra l’Internet de-centralizzato dei primi tempi e il web dei social network”1 Ora, che una piattaforma privata non sia uno spazio pubblico dovrebbe essere di per sé lapalissiano. Ma ci sono voluti il clamoroso scontro tra il presidente in carica al tempo dei fatti, Donald Trump, e Twitter e quello non meno significativo tra Facebook &amp; Google e il Parlamento australiano per far lievitare almeno qualche dubbio. Vediamo dunque cosa possiamo apprendere da questi avvenimenti. Da Capitol Hill all’Australia La prima storia si è svolta a cavallo tra il 2020 e il 2021 negli Stati Uniti d’America. Riassumo anzitutto l’antefatto. Dopo un’infuocata campagna elettorale per il rinnovo della carica di Presidente degli Stati Uniti, gli organi di controllo istituzionali e le istanze competenti del Partito Democratico e del Partito Repubblicano hanno riconosciuto infine la vittoria a Joe Biden. Donald Trump, campione dei repubblicani e presidente ancora in carica degli Stati Uniti, tuttavia, contesta il risultato e, anzi, in modo esplicito accusa con veemenza il partito democratico di aver compiuto dei “brogli”. In seguito a queste accuse &#8211; non meglio documentate ma negli ultimi mesi della campagna elettorale già cucinate con insistenza e a fuoco lento come una probabile eventualità &#8211; egli si rifiuta di “concedere” al Partito Democratico la vittoria e di cooperare al passaggio rituale delle funzioni presidenziali e dei suoi segreti. La ritrosia di Trump inaugura così un “tempo sospeso” in cui il presidente sconfitto rimane in carica temporeggiando e Biden, pur essendo stato confermato vincitore dal Congresso USA, non ottiene, come stabilito dalla tradizione, il riconoscimento dal suo avversario. In questo tempo irrituale, il 6 gennaio 2021 gli eventi precipitano e un consistente numero di sostenitori di Donald Trump accerchia Capitol Hill, la sede del Congresso degli USA, e si spinge al suo interno occupandone per alcune ore uffici e locali. Questa irruzione avviene sotto gli occhi di mezzo mondo poiché in quel momento cruciale erano sul luogo giornalisti e 30 interventi televisioni di tutti i continenti. A sgombero avvenuto si contano sei morti e un certo numero di feriti &#8211; anche tra le forze di polizia &#8211; sull’identità dei quali tuttavia viene mantenuto un imbarazzato per non dire curioso e perdurante silenzio istituzionale. Veniamo dunque a ciò che ci interessa. Sulla soglia dell’irruzione, all’acme della tensione, in un messaggio inviato ai manifestanti, ai 75 milioni di elettori che lo avevano votato e agli 89 milioni di follower dichiarati sulla piattaforma di Twitter, Donald Trump ( @realDonaldTrump ) ribadisce le sue posizioni sulla “vittoria rubata” dai democratici, inneggia apertamente alle buone ragioni dell’adunata in suo sostegno ed esprime tutto il suo “amore” per i manifestanti. Più blandamente, tuttavia, invita anche gli attivisti a tornarsene a casa per poter proseguire nei giorni a venire la loro sacrosanta iniziativa di lotta. In risposta a questo suo tweet, sostenendo che le parole del presidente avevano violato la “policy” del servizio, Mark Zuckerberg per la piattaforma di Facebook decide di bloccare temporaneamente il profilo di Trump e dichiara: “Il rischio di consentire al presidente di continuare a usare il nostro servizio in questo momento è semplicemente troppo grande. Per questo estendiamo il blocco che abbiamo deciso sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane, fino a quando una pacifica transizione di potere sarà completata”12. Quasi in contemporanea una analoga decisione viene presa dalla piattaforma Twitter che, in quel momento, sospende il profilo personale di Trump per 12 ore. Donald Trump, ancora formalmente presidente degli Stati Uniti, risponde a questa mossa spostando i suoi messaggi sull’account presidenziale #POTUS, ospitato anch’esso sulla piattaforma Twitter. Ma Jack Dorsey, CEO di Twitter, con una ulteriore progressione, decide a quel punto di bannare “a tempo indeterminato” anche #POTUS adducendo come motivazione “il rischio concreto che (Trump) inciti alla violenza anche il prossimo 27 gennaio”; data in cui rumor insistenti, soprattutto sui “social”, annunciavano una nuova manifestazione pubblica dei sostenitori di Trump. Ecco, ho riportato le prese di posizione di Facebook e di Twitter perché in qualche modo esse fanno emergere, oltre allo scontro tra repubblicani e democratici, tra seguaci di Trump e istituzioni politiche, anche una tensione la cui qualità specifica sembra destinata a proiettarsi ben oltre gli Stati Uniti. L’aperto conflitto tra l’esponente in carica di uno Stato e la coalizione di un certo numero di piattaforme digitali della Silicon Valley che si stringe in alleanza per togliergli visibilità e parola nel continente digitale ci offre infatti l’anteprima di uno scontro di potere che da allora abbiamo già visto riprodursi sempre più velocemente e in più varianti in molte altre parti del mondo: in Australia, in Uganda3, nel Myanmar4; e i cui sintomi già si erano mostrati perfino in Europa5. Vediamo ora la seconda storia. Nel febbraio del 2021 il Governo australiano mette in discussione una proposta di legge intesa a obbligare le grandi piattaforme digitali a pagare i diritti agli editori per i link che conducono agli articoli pubblicati dai media australiani. In risposta a ciò, prima ancora che il parlamento sia giunto a una decisione, Facebook e Google rendono invisibili i link di collegamento alle pagine dei giornali australiani bloccando in tal modo l’accesso degli utenti. In questo blocco restano ovviamente coinvolte anche un gran numero di “informazioni essenziali sui servizi sanitari e di emergenza”6 che di quel motore di ricerca e di quella piattaforma abitualmente si servono. E questo, in tempo di Covid, rafforza la potenza del ricatto. A questo punto, commentando la vicenda, il premier australiano Scott Morrison, si fa portavoce delle “preoccupazioni che sempre più paesi esprimono sul comportamento delle aziende Big Tech, società che pensano di essere più grandi e influenti dei governi e ritengono di essere al di sopra delle regole”. Al conflitto tra Big Tech e governi, già ben delineato nella prima storia, si affianca qui quello tra settori diversi del capitalismo e tra monopoli e imprese minori. Più precisamente: tra il capitalismo digitale emergente e i grandi (e piccoli) gruppi dell’editoria cartacea. Una con- 31 interventi traddizione che ha in palio la marea di miliardi che vengono ogni giorno spesi in pubblicità. Contraddizione, tuttavia, che non ha faticato a trovare soluzione con gli accordi stipulati sia da Google che da Facebook con News Corp di Rupert Murdoch, il gruppo monopolistico più forte della carta stampata australiana (controlla il 70% delle testate) e con Seven West Media, a totale scapito naturalmente dei piccoli editori7. Le poche scene in cui ho riassunto i passaggi salienti della contraddizione in corso tra il dominio digitale delle grandi piattaforme e il potere politico degli Stati e di altri governi ci offre l’occasione di mettere meglio a fuoco anche la metamorfosi in atto nello spazio pubblico locale oggetto di questo scritto poiché non riguardano soltanto o principalmente ciò che è avvenuto negli USA, in Australia, in Uganda, nel Myanmar o in Spagna in un momento particolare della loro storia interna, ma proiettano il loro significato sull’intero continente digitale. Ci riguardano nella misura in cui gli account, le pagine e i profili che vengono aperti in qualsiasi parte del mondo su quelle piattaforme sono da esse gestiti &#8211; tenuti aperti, momentaneamente oscurati oppure chiusi &#8211; in piena autonomia o comunque in accordo coperto con questa o quella fazione politica del potere politico locale che volta a volta maggiormente tutela i loro interessi economici e solo quelli. Tre domande fondamentali Tornando alla deriva privatistica dello spazio pubblico italiano cui ho fatto cenno nella prima parte di questo scritto e tenendo conto dei fatti sopra riportati penso che tre domande ce le dovremmo pur fare. La prima: fino a che punto gli interessi privati dell’oligarchia digitale possono già oggi condizionare quelli di uno Stato? La seconda: fino a che punto gli interessi di uno Stato sono ancora in grado di tenere a freno le ambizioni strategiche di Big Tech? La terza: fino a che punto le piattaforme private svolgono effettivamente la funzione di un vero e proprio spazio pubblico? Per bocca del suo portavoce Steffen Seiber, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha accennato una risposta definendo “problematica” la chiusura degli account sui social network del presidente americano. “È possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore, e non per decisione di un management aziendale”8. Il filosofo Massimo Cacciari, a sua volta, è entrato in argomento stigmatizzando come “inaudito” che imprenditori privati quali Dorsey e Zuckerberg, padroni delle reti, possano controllare e decidere se i messaggi circolanti in rete siano o meno osceni. Anche per lui, insomma, “dovrebbe esserci una forma di autorità politica che decide. Esattamente così come c’è l’Autorità per la concorrenza, per la privacy, che decide ‘questi messaggi in rete sono razzisti, sono sessisti, incitano alla violenza’ e così via.”9. L’economista Luigi Zingales, dopo aver definito l’esclusione di Trump dalle piattaforme di Facebook e di Twitter “una straordinaria limitazione della libertà personale, che può essere imposta solo dalle autorità legittime in seguito ad un giusto processo, non da compagnie private” ha ulteriormente precisato che questo “colpo di stato silenzioso non sarebbe stato possibile senza l’estrema concentrazione del settore digitale”10. Potremmo fare altri esempi ma ci possiamo accontentare perché i tre precedenti esprimono l’essenziale della discussione in corso tanto ricca di buoni propositi quanto, credo di poter dire, “fuori misura”. Posta su quel piano, infatti, la riflessione resta assai lontana dalla radice più profonda del problema. Non mette in discussione l’essenziale. Che non può essere ridotto all’arroganza monopolistica di queste imprese planetarie senza chiamare in causa la loro sostanza capitalistica. L’antitrust o l’Authority per la difesa della privacy non sono altro che pallidi palliativi, peraltro impotenti vista la radicalità dell’espropriazione di dati sensibili che aziende come Google, Microsoft, Facebook e Amazon da almeno vent’anni portano avanti disdegnando platealmente le tiratine d’orecchie dei benevoli Stati d’Occidente. Inoltre, se mai si potesse porre la museruola alla smisurata ambizione di addentare dati e di incrementare le posizioni di dominio dell’oligarchia digitale non per questo 32 interventi si riuscirebbe a incidere sul codice sorgente del rapporto di produzione capitalistico. Questa è da sempre l’illusione delle democrazie liberali e delle socialdemocrazie europee in tutte le versioni storiche che negli ultimi cento anni hanno assunto. Ed è da sempre anche una illusione sconfitta. Ma l’obiezione può essere spinta perfino più a fondo. Essa non tiene conto, infatti, del mito originario su cui poggia il web. Quel mito autorevolmente rilanciato di recente da Tim Berners-Lee &#8211; l’inventore del WEB &#8211; quando, riferendosi alla legge poi approvata dal Parlamento australiano per far pagare a Google e a Facebook i collegamenti che consentono la visualizzazione delle notizie pubblicate dai media cartacei ha voluto ribadire il principio fondamentale del suo credo: la libertà assoluta di collegarsi senza alcun vincolo o pedaggio sul web; principio che se venisse anche solo scalfito, egli ha detto, farebbe precipitare il web nel disastro. Insomma, senza questa possibilità per chiunque di linkare liberamente “il web ne uscirebbe minato alla radice”11. Come si permettono dunque gli staterelli locali del pianeta e i sostenitori a vario titolo delle museruole d’insistere su questo punto? Secondo questa mitologia delle origini, apparentemente libertaria, imporre vincoli ai link di condivisione delle news comporterebbe una minaccia per i diritti degli avatar che popolano il continente virtuale e per l’immensa rete delle reti costituirebbe una malattia mortale. In effetti, come abbiamo visto in Australia il blocco dei link colpisce un po’ tutti ma sono anzitutto e soprattutto i frequentatori singoli delle piattaforme e i piccoli editori ad essere penalizzati perché i gruppi monopolistici tra loro trovano quasi sempre il modo di venire a patti stipulando accordi commerciali di reciproca convenienza. E, quando non li trovano, il pesce grosso si mangia con piacere quello più piccolo. D’altra parte, piaccia o non piaccia a Tim Berners-Lee, che i colonizzatori del web abbiano creato i più grandi monopoli mai esistiti sul pianeta e proprio da questa sua mitologia traggano gli argomenti per legittimare gli enormi profitti ricavati è un dato di fatto. La malattia mortale del web in questa prospettiva non è portata dai governi che cercano in modo dopo tutto assai delicato di regolamentare in qualche modo lo strapotere delle piattaforme, bensì è la radice capitalistica che fin dalla loro origine ne costituisce il codice sorgente. In una tale cornice la risposta alla terza domanda cammina sulla corda dei funamboli senza rete. Un solo passo falso e si va giù. La libertà di link e di parola sotto il monitoraggio permanente di algoritmi censori &#8211; e perfino di “moderatori di contenuti”, lavoratori umani a contratto precario &#8211; vista l’incertezza degli attuali algoritmi nel saper distinguere con chiarezza intenzioni e significati attribuiti alle parole dei post, ai messaggi e alle immagini, dagli iscritti alle piattaforme e dagli inserzionisti, ricorda molto la condizione carceraria dove per far fronte alla censura i detenuti più presenti a sé stessi nel migliore dei casi finiscono per imporsi consapevolmente l’autocensura permanente. In entrambi i casi, del resto, la comunicazione avviene in un contesto obbligante e, francamente, sottoporre la propria parola al carceriere, agli algoritmi censori di Google-Facebook-Twitter o ai loro “moderatori di contenuti”, non fa proprio alcuna differenza. Ciò che agli uni o agli altri non nuocerà verrà lasciato libero di circolare, ciò che invece in qualche modo verrà ritenuto nocivo genererà conseguenze. Ma rispetto al carcere la sorveglianza delle piattaforme è anche peggiore. Esse, infatti, si approprieranno comunque di tutti i dati in esse riversati. D’altra parte, è anche vero che attualmente la quasi totalità della comunicazione politica avviene ormai proprio su quelle piattaforme ovvero all’interno di quella che potremmo chiamare l’area di sorveglianza e di tolleranza della “grande élite” digitale. Il che ci chiede di spendere ancora due parole sull’Intelligenza artificiale. Intermezzo: dalle grandi élite alla Intelligenza Artificiale Nel 1956, Charles Wright Mills, in un saggio sociologico molto acuto12, cercò di mettere in evidenza il modo in cui le forze motrici del ca- 33 interventi pitalismo industriale &#8211; oligarchie digitali, finanziarie, militari e politiche &#8211; intrecciavano le loro relazioni strategiche in luoghi non dichiarati e sovra-nazionali. In quei luoghi le “grandi élite del potere” maturavano i loro confronti e le loro decisioni invisibili; i contenuti forti della loro azione egemonica. Inutile dire che quel meta livello di ingegnerizzazione delle dinamiche sociali restava coperto allo sguardo dei cittadini e per chi poteva avere accesso a quei confronti, non era conveniente farne parola altrove. Anche ai nostri giorni le “grandi élite” del capitalismo digitale planetario continuano a intrecciare relazioni indicibili tra sé e con governi o Stati ma, a differenza degli anni in cui scriveva Mills, la catena di comando trova oggi nuove linee di occultamento e si disperde in quel complesso sistema che l’etichetta Intelligenza Artificiale indica e nasconde. Tanto per evitare equivoci di ascendenza heideggeriana va chiarito allora che di quel complesso l’oligarchia digitale ha saldamente in pugno i brevetti e il monopolio delle intenzioni oggettivate nei dispositivi. L’Intelligenza Artificiale, debole o forte che sia, in altri termini, non manifesta un “dominio della tecnica” ma trasmette, come sempre è stato nelle società capitalistiche, gli interessi e le intenzioni dei magnati di Big Tech e dei loro azionisti. I dispositivi sistemici dell’Intelligenza artificiale, intendo dire, non stanno affatto rendendosi autonomi dalla gestione umana. All’origine della loro operatività troviamo ancora, come sempre, matematici, informatici, ingegneri sociali e, prima ancora, consigli di amministrazione, azionisti e padroni (parola abbandonata ma più che mai attuale). Detto questo, è anche vero però che il grado di autonomia relativa dei sistemi di Intelligenza artificiale oggettivati sta guadagnando giorno dopo giorno terreno; e che la loro operatività ordinaria tende a eliminare via via un numero crescente di intermediazioni umane. Quando ci rechiamo a un bancomat, chiediamo consigli a un navigatore, scegliamo un film su Netflix, clicchiamo like, lanciamo tweet, scriviamo mail, poniamo “query” a Google, tra noi e la risposta gli umani sono assenti. Oggi, per farla breve, le “grandi élite” si stanno oggettivando nei nostri dispositivi personali, negli smartphone e negli iPhone che maneggiamo compulsivamente e, sotto forma di algoritmi, dal loro interno, mentre amichevolmente ci assecondano o ci consigliano, inoculano nelle nostre identità di connessione un quid di quell’intenzionalità capitalistica di cui sono espressione. Ecco, questa gestione disciplinare degli umani digitalizzati mediate l’intelligenza artificiale disseminata, come ha scritto Miguel Benasayag, mentre annuncia il ritorno del totalitarismo13 ma in una veste nuova, procede alla distruzione sistematica di un grande numero di ambiti relazionali. E, nel quadro della nostra riflessione, questa distruzione ha di mira anzitutto proprio quello che un tempo veniva percepito come “spazio pubblico”. Si tratta infatti di una distruzione per annessione: per acquisirne i luoghi, sussumerli nella dimensione digitale riproposta in una nuova versione scorporata, de-umanizzata e virtuale, per seminare gli standard di una nuova e automatica obbedienza. Con tutto ciò la nostra ormai esangue libertà di decisione &#8211; quello spazio di libertà che Hannah Arendt ha messo a fondamento della nozione stessa di libertà &#8211; dovrà ora sempre più confrontarsi. Contro la colonizzazione dello spazio pubblico La colonizzazione dello spazio pubblico da parte delle aziende digitali private, se solo rivolgiamo lo sguardo ai luoghi d’incontro effettivi, si mostra ai nostri occhi sia come mancanza di luoghi reali garantiti dalle istituzioni e utilizzabili dai cittadini reali per socializzare, agire il confronto politico, far musica, teatro, cultura e quant’altro possa contribuire a produrre intreccio, discussione, coinvolgimento e costruzione collettiva del tessuto sociale; sia come sublimazione digitale di questi luoghi, attrezzata con piattaforme private specializzate nella rapina di ogni genere di dati e nella loro vendita ai mercanti del marketing commerciale o politico. Una doppia espropriazione in seguito alla quale i nostri corpi e le relazioni di cui si nutrono 34 interventi per soddisfare i loro desideri sociali vengono radicalmente disconfermati per lasciare spazio all’incorporea leggerezza delle identità di connessione. Identità, lo ribadisco, oggetto e mira di azioni e di intenzioni intrinsecamente alienanti. Va detto anche però che un ruolo rilevante in questa devitalizzazione dello spazio pubblico e del suo stravolgimento digitale l’hanno assunta quelle figure politiche che in questa direzione si sono spinte in prima linea. Leader di partiti politici, primi ministri, capi di Stato. Su Twitter, ad esempio, Donald Trump, prima di essere bannato, “nei quattro anni della sua presidenza ha postato 26.557 tweet, in media 18 al giorno”14. Giuseppe Conte, nella sua veste di Presidente del Consiglio, ha ripetutamente dato i suoi appuntamenti pubblici con i cittadini dal balconcino di Facebook. Come se per ascoltare le motivazioni dei suoi DPCM fosse necessario aprirsi un profilo sulla piattaforma americana. Intendo dire che queste, come molte altre figure pubbliche di primo piano, per accreditare sé stesse hanno scelto di eleggere le piattaforme digitali private come spazi pubblici. Non interessano qui le considerazioni personali o politiche che li hanno spinti a fare questo passo. Quello di cui va preso atto è che l’hanno fatto e, così facendo, hanno degradato e umiliato la comunicazione istituzionale e lo spazio pubblico alla condizione di account su una piattaforma digitale privata. Certo, in quest’ultimo anno, la chiusura per decreto di una gran parte dei luoghi pubblici residuali &#8211; circoli culturali, spazi d’incontro, centri sociali, musei, teatri &#8211; peraltro bollati come “non essenziali” o “non vitali”, ha contribuito a rafforzare questa tendenza. Ma sarebbe un errore ritenere che l’assalto alle piattaforme digitali sia, di questa “emergenza”, soltanto una conseguenza. Sappiamo tutti per esperienza diretta che lo spazio pubblico si va dissolvendo anche per scelta di quei cittadini che trovano più comodo scambiare messaggi infuocati in un gruppo WhatsApp, oppure dei post al vetriolo sulla piattaforma di Facebook, o, ancora, immagini dissacranti su Instagram, piuttosto che calarsi in carne e ossa nei luoghi vivi e faticosi del consorzio umano dove la tensione dialogica deve fare i conti con gli interlocutori in presenza. Come pure sappiamo che post, messaggi e videoconferenze sulle piattaforme non smuovono di un micron i rapporti di proprietà, ovvero i rapporti di produzione materiale della vita. Anzi, li riconfermano come i ricavi e i profitti di Facebook, Twitter, Google, Microsoft e altri ancora, impietosamente e in modo ostentato sono lì a dimostrare. In difesa dello spazio pubblico La difesa dello spazio pubblico e dei luoghi pubblici aperti a tutti cittadini e finalizzati all’esercizio del loro benessere relazionale e del loro diritto di coltivare incontri, confronti, attitudini e progetti, oggi pesantemente minacciato dall’abbandono delle istituzioni e dal processo di colonizzazione aggressiva trainato dell’oligarchia digitale chiede ad un tempo una disposizione antropologica e un immaginario istituente. La prima riguarda la difesa del primato delle relazioni sociali e interpersonali sulle connessioni digitali; una battaglia contro il proprio personale e acritico sdoppiamento. Va da sé che in quest’epoca sono gli stessi contesti istituzionali che ci inducono, quando non ci obbligano, a operare in prevalenza con le nostre identità di connessione nei luoghi digitali: lavoro a distanza, didattica a distanza, esami a distanza, conferenze a distanza, e così via. Non è però egualmente scontato che questi luoghi abbiano la stessa valenza di quelli in cui si affermano e si cimentano le nostre identità relazionali. La disposizione antropologica di cui parlo è allora quella che, pur non rinunciando ad operare in connessione, si batte per non subordinare o perdere il proprio ancoraggio relazionale; perché lì e soltanto lì la specificità dell’umano vive o muore. L’immaginario istituente, invece, ci è richiesto dalla presa d’atto del sempre più profondo malessere personale e dall’accrescersi esponenziale delle disuguaglianze sociali verso cui il modo di produzione capitalistico, ancor più nella sua fase digitale, ci sta conducendo e precipitando. Non è vero che l’innovazione digitale porta a maturazione l’anima progressista 35 interventi del capitalismo. Il progresso dell’Intelligenza Artificiale, degli algoritmi predittivi, e così via, è direttamente proporzionale al conseguimento delle intenzionalità di profitto e di dominio in essi oggettivato. Altra cosa è la prospettiva del progresso sociale che oggi si misura sulla nostra capacità di acquisire coscienza delle istituzioni, degli ambienti e dei contesti che ci attraversano e dai quali dipendiamo, così come dal nostro impegno in prima persona nell’azione di gruppo per trovare insieme vie di fuga e di emancipazione dall’atomizzazione digitale e burocratica che ci paralizza.</p>
<p><strong>1</strong> Sreenath Sreenivasan intervistato da Jaime D’Alessandro; Repubblica, 10/01/21 <strong>2</strong> https://www.ansa.it/sito/notizie/mon &#8211; do/2021/01/07/zuckerberg-blocca-trump-su-facebook-e-instagram-rischio-troppo-grande_a27bb6c2-1bf1-4448-aa89-49f08242eb6a.html <strong>3</strong> All’inizio di gennaio il governo ugandese ha bloccato l’accesso a Facebook e ad altre piattaforme accusandole di consentite la manipolazione del processo elettorale in corso. A elezioni avvenute le piattaforme oscurate sono state riaperte, ma non quella di Facebook. <strong>4</strong> Nel Myanmar, Facebook ha disattivato profili e pagine dei sostenitori dei generali che il 1 febbraio avevano assunto con un atto di forza il potere dello Stato. E questi, pochi giorni dopo, hanno limitato a loro volta gli accessi a Facebook <strong>5</strong> Spagna: Il 16 dicembre 2014 Google aveva indirizzato agli utenti spagnoli questo messaggio: “Google News ha chiuso in Spagna (…), in seguito ai recenti cambiamenti nella legislazione spagnola, le pubblicazioni degli editori spagnoli non compaiono più in ‘Google noticias’”. <strong>6</strong> fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/ mondo/2021/02/18/facebook-oscura-laustralia-scontro-sulla-nuova-legge_1aebbb45-0367-44ec-ba33-fb1911dfca13.html<strong> 7</strong> Kewin Carboni, Wired, 16/03/21: https://www.wired.it/attualita/media/2021/03/16/facebook-australia-murdoch-news-corp-notizie/?refresh_ce= <strong>8</strong> Repubblica, 1/11/21 <strong>9</strong> Massimo Cacciari, Agenzia Adnkronos, 8/01/21 <strong>10</strong> http://vocidallestero.blogspot.com/2021/01/zingales-il-colpo-di-stato-silenzioso.html <strong>11</strong> https://www.theguardian.com/media/2021/jan/20/ australias-proposed-media-code-could-break-theworld-wide-web-says-the-man-who-invented-it; Carlo Bonini (a cura di), La guerra mondiale delle News, Longform, Rep, 7/03/21 <strong>12</strong> Charles Wright Mills, The Power Elite, Oxford, University Press, New York, 1956. <strong>13</strong> Miguel Benasayag, La tirannia dell’algoritmo, Vita e pensiero, 2020 <strong>14</strong> Enrico Pedemonte, Trump e i social asociali; in Limes 1-2001</p>
<p><strong>* Renato Curcio è socioanalista.</strong></p>
<p>https://sulatestanet.files.wordpress.com/</p>
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		<title>Kamala Harris, la nuova “regina del caos”</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Nov 2020 18:48:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[Kamala Harris, la nuova “regina del caos” di Stefano Zecchinelli Vi spiego chi è realmente Kamala Harris. Sulla politica internazionale di Joe Biden e Kamala Harris sono state pubblicate diverse analisi che ribadiscono il rilancio della Dottrina del caos creativo, in alternativa all’imperialismo economico teorizzato nella (fallimentare) Dottrina Trump. In questo articolo, mi soffermerò sulla politica interna di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/d/dd/Senator_Harris_official_senate_portrait.jpg/225px-Senator_Harris_official_senate_portrait.jpg" alt="Senator Harris official senate portrait.jpg" /></p>
<h1>Kamala Harris, la nuova “regina del caos”</h1>
<h3>di Stefano Zecchinelli</h3>
<p><strong><em>Vi spiego chi è realmente Kamala Harris.</em></strong></p>
<p>Sulla politica internazionale di Joe Biden e Kamala Harris sono state pubblicate diverse analisi che ribadiscono il rilancio della Dottrina del <em>caos creativo</em>, in alternativa all’<em>imperialismo economico</em> teorizzato nella (fallimentare) <em>Dottrina Trump</em>. In questo articolo, mi soffermerò sulla politica interna di Kamala Harris: diritti civili negati e neoliberismo economico, questa <em>Donna di Potere</em> rappresenta gli interessi delle <em>Elite </em>che vorrebbero sostituire il <em>Padronato</em> tradizionale (Trump) col <em>capitalismo di quarta fase</em>, digitale.</p>
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<p><strong>Tulsi Gabbard strappa la maschera a Kamala Harris</strong></p>
<p>La giovane rappresentante democratica Tulsi Gabbard, contraria alla politica di guerra di Obama, ha letteralmente umiliato – in termini politici – Kamala Harris riuscendo a decostruire la narrazione sull’operato dell’ex procuratore della California, dal 2011 al 2017. Si tratta di una testimonianza molto importante:</p>
<p>‘’<em>La <strong>Senatrice</strong> <strong>Harris</strong> si dice orgogliosa del suo passato da procuratore, ma sono preoccupata dei suoi risultati …’’</em></p>
<p><em></em>Continua:</p>
<p><em>‘’Ha messo in prigione 1.500 persone per possesso e uso di marijuana e ha riso ironicamente quando le hanno chiesto se ne ha fatto uso in passato.</em></p>
<p><em>Ha bloccato le prove che avrebbero scagionato un uomo dal <strong>braccio della morte</strong> e solo l’intervento dei tribunali lo ha impedito.</em></p>
<p><strong><em>Ha tenuto persone in prigione oltre il dovuto</em></strong><em> per utilizzarle come <strong>manodopera a basso costo</strong> per lo Stato della California e si è battuta per consentire l’uso dei contanti per le <strong>cauzioni</strong>, mettendo in difficoltà i ceti più poveri.’’</em></p>
<p>La Harris, considerata una campionessa delle istanze <em>LGBT</em>, ha ingiustamente negato i diritti di diverse detenute transessuali: le istanze sociali per il <em>Partito democratico</em> sono oggetto di marketing, quindi le transessuali esterne alla lobby <em>LGBT</em> nelle carceri vengono considerate ‘’non persone’’. In questo la Harris non è dissimile dall’estrema destra omofoba.</p>
<p>Forte coi deboli e deboli coi forti, 1.500 detenuti per possesso di cannabis, transessuali umiliate e non riconosciute in quanto persone, carceri adibiti a lager, nonostante ciò la Harris ha ritenuto di non dover perseguire il potentissimo banchiere Steve Mnuchin (amico di Donald Trump ed Hillary Clinton) per frodi bancarie. Il canale <em>The Intercept</em> ha indagato sull’accaduto:</p>
<p><em>«In un memorandum interno pubblicato da The Intercept martedì scorso – si legge – i pubblici ministeri dell’ufficio della procuratrice generale della California hanno detto di aver trovato più di mille violazioni delle leggi sul pignoramento da parte della sua banca [di Mnuchin] durante quel periodo e hanno previsto che investigazioni future ne porteranno alla luce molte altre migliaia. Ma l’indagine, in quella che il memorandum ha definito ‘ampiamente mal condotta’ è stata chiusa dopo che l’ufficio di Harris ha rifiutato di aprire un’azione civile contro la banca»1.</em></p>
<p>Dalle indagini successive è emerso che Mnuchin ha finanziato la campagna elettorale della candidata democratica, nel 2016, con 2000 dollari. Giuridicamente tutto questo si chiama conflitto di interessi e corruzione.</p>
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<p><strong>Kamala Harris: un prodotto di Wall Street</strong></p>
<p>Il sito <em>World Socialist Web Site</em> ha pubblicato un eccellente articolo (citato da <em>Jacobin Magazine</em>) sui legami del duo Biden – Harris con <em>Wall Street</em> e lo <em>Stato profondo</em>, fanno parte (riporto fedelmente): <em>«della coalizione di reazionari che si è velocemente riunita intorno a Biden – leggiamo – è costituita da ex funzionari dell’intelligence militare dell’amministrazione Obama che hanno fatto un sacco di soldi con il redditizio business della consulenza strategica e che ora sperano di tornare al potere in un’amministrazione Biden». Tra loro c’è la «nota guerrafondaia» Michele Flournoy, figura apicale della ditta West Executive Avenue (creata per mettere in atto il business di consulenza strategica), nonché vicesegretaria alla Difesa di Obama fino al 2012, poi dimessasi dalla carica contestualmente alle dimissioni della Segretaria di Stato di Hillary Clinton, che doveva prepararsi per la campagna del 2016. «Flournoy era ampiamente data come Segretaria della Difesa se Hillary Clinton avesse vinto le elezioni del 2016 ed è ancora una volta in cima alla lista per la carica di capo del Pentagono sotto Biden»2</em>. La nuova amministrazione USA è una coalizione di ultrareazionari in linea coi neoconservatori repubblicani dell’era Bush, questo è quello che dicono gli analisti indipendenti. Le fonti citate rappresentano il meglio della letteratura giornalistica anti-neoliberista: chi da ‘’sinistra’’ si esalta per la vittoria di Biden deve confrontarsi coi fatti. Che ci fa ‘’<em>Michele Flournoy, figura apicale della ditta West Executive Avenue (creata per mettere in atto il business di consulenza strategica)’’ </em>in un governo ritenuto a torto antifascista? Il <em>fascismo squadrista</em> di Trump non si combatte col <em>fascismo finanziario</em> di <em>Wall Street</em>, nonostante ciò la sinistra <em>politicamente corretta </em>ridiventa ‘’l’estrema sinistra dell’estrema destra’’ (cit. Jean Bricmont): Biden sta al progressismo come Noske stava alla socialdemocrazia.</p>
<p>Nel 2016 <em>«Flournoy era ampiamente data come Segretaria della Difesa se Hillary Clinton avesse vinto le elezioni del 2016 ed è ancora una volta in cima alla lista per la carica di capo del Pentagono sotto Biden». Anche nell’amministrazione Trump ha ricoperto posizioni importanti, «prima di dimettersi quando la campagna presidenziale del 2020 è entrata nel vivo» </em>(<em>Ibidem</em>), oggi Biden sta prendendo in considerazione la nomina di Hillary Clinton all’<em>ONU</em>, non è casuale che da Segretario di Stato la Clinton abbia ordinato ai suoi diplomatici di rubare i dati biomedici delle leadership <em>ONU </em>(Fonte <em>Wikileaks</em>). Le connessione della Harris coi neoconservatori repubblicani ed il clan Clinton sono molteplici e non lasciano spazio alle fantasie: in politica contano i rapporti di forza, la fazione ‘’socialdemocratica’’ del Partito Democratico verrà corrotta come è sempre avvenuto. Sanders, da riformatore, si è riciclato in quanto ‘’spalla sinistra’’ di ‘’Killary’’ Clinton.</p>
<p>Il giornalista Laurence H. Shoup, su <em>Counterpunch,</em> storico giornale della <em>sinistra di classe</em> USA che vede tra i suoi fondatori Alexander Cockburn, ci ha informato sui legami della Harris con l’oligarchia finanziaria statunitense:</p>
<p><em>‘’Kamala’s family’s corporate ruling class connections do not end with her sister, because Maya’s husband is Tony West, a leading corporate lawyer whose father was an IBM executive. West is politically close to Kamala, he co-chaired her 2016 Senate campaign, and recently stated that he is with her 100% (San Francisco Chronicle July 14, 2019). West was chief counsel for Pepsi Cola, a giant multinational corporation prior to taking his current job. He is now the highly paid chief counsel for Uber. Uber’s business model relies on maintaining that their working class drivers are not employees and so not subject to regulations on wages and benefits. This means that West is a central figure defending the interests of the company’s owners against the claims of their exploited drivers. Many Uber drivers want the status of employees so they can gain minimum wages, paid holidays, healthcare and other benefits. Australia’s workplace regulator ruled that Uber drivers are not employees, but a U.K. court ruled they are. Uber’s legal team, led by Tony West as chief counsel, has now appealed this ruling to the U.K. Supreme Court’’3.</em></p>
<p><em>‘’</em>Traduzione<em>: I legami con la classe dirigente della famiglia Kamala non finiscono con la sorella, perché il marito di Maya è Tony West, un importante avvocato aziendale il cui padre era un dirigente IBM. West è politicamente vicino a Kamala, ha co-presieduto la sua campagna al Senato del 2016 e recentemente ha dichiarato di essere con lei al 100% (San Francisco Chronicle, 14 luglio 2019). Prima di accettare il suo attuale lavoro, West è stato il capo consigliere della Pepsi Cola, una gigantesca multinazionale. Ora è il capo consulente altamente pagato di Uber. Il modello di business di Uber si basa sul mantenimento che i loro conducenti della classe lavoratrice non siano dipendenti e quindi non soggetti a regolamenti su salari e benefici. Ciò significa che West è una figura centrale che difende gli interessi dei proprietari dell’azienda contro le affermazioni dei loro conducenti sfruttati. Molti conducenti di Uber desiderano lo status di dipendenti in modo da poter ottenere salari minimi, ferie pagate, assistenza sanitaria e altri benefici. L’autorità di regolamentazione sul posto di lavoro australiana ha stabilito che i conducenti di Uber non sono dipendenti, ma un tribunale del Regno Unito ha stabilito che lo sono. Il team legale di Uber, guidato da Tony West in qualità di consigliere capo, ha ora presentato ricorso contro questa sentenza alla Corte Suprema del Regno Unito’’</em></p>
<p>Il motivo per cui ritengo Kamala Harris, in politica economica, molto più a destra di Trump poggia su una mole enorme di riferimenti giornalistici: ‘’West è una figura centrale che difende gli interessi dei proprietari dell’azienda contro le affermazioni dei loro conducenti sfruttati’’. Il modello aziendale a cui è legata la famiglia Harris (il padre era un dirigente della IBM) è ancora più neoliberista dell’aziendalismo della famiglia Trump: Trump sfrutta gli operai alternando concessioni sociali a squadrismo, il bastone e la carota. Nella storia degli Harris troviamo nomi che ci rimandano alla guerra di sterminio, antisemita ed anticomunista, di Hitler (citerò alcuni validi riferimenti bibliografici): la IBM (che come multinazionale cooperò col nazismo) e la Pepsi Cola (che cooperò anch’essa coi nazisti). Lo storico Jacques R. Pauwels ha documentato i legami dell’industria bellica tedesca <em>4</em>, negli anni ’30, con l’oligarchia finanziaria USA, la famiglia Harris scorrendo i documenti sembra provenire proprio da quel mondo: i guerrafondai antisemiti che si opposero all’imperialismo ‘’democratico’’ di Franklin Delano Roosevelt (statista non privo di colpe, anche molto gravi) cercando un’alleanza strategica anticomunista con il nazifascismo. Il libro di Pauwels, <em>Profit uber alles! Le corporations americane e Hitler</em><em>, </em>presenta una documentazione inoppugnabile, come il libro di Laurence H. Shoup, <em>Wall Street’s Think tank</em>, dove i legami degli Harris con lo <em>Stato profondo</em> risultano consolidati nei decenni rispetto alla protezione accordata ai Trump: entrambe le scelte sono peggiori.</p>
<p>I legami della vicepresidente nominata con le Fondazioni Clinton e Gates danno una idea della politica di Joe Biden: rilancio della ‘’guerra infinita ‘’; inoltre Biden cercherà adattare la struttura socioeconomia dei capitalismi europei alla digitalizzazione dell’economia. I pochi sindacati rossi rimasti diventeranno rosa, quelli rosa – con tutta probabilità – gialli per non dire neri.</p>
<p>Nei prossimi mesi la Harris cercherà di corrompere la sinistra timidamente riformista del partito (Bernie Sanders e l’inconsistente Alexandra Ocasio Cortez, ecc …), mentre le voci dissidenti come la coraggiosa Tulsi Gabbard verranno riempite di fango: l’antimilitarismo diventerà, nella dittatura globalizzata del <em>Politicamente Corretto</em>, una variante del ‘’fascismo antioccidentale ’’. I giornalisti investigativi, come Julian Assange e Glenn Greenwald, saranno delegittimati dai <em>Giornalisti Comprati</em> in quanto ‘’spie russe’’. Uccideranno l’informazione, ma non potranno uccidere la verità.</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5><em>1. </em><a href="https://theintercept.com/2017/01/05/kamala-harris-fails-to-explain-why-she-didnt-prosecute-steven-mnuchins-bank/">https://theintercept.com/2017/01/05/kamala-harris-fails-to-explain-why-she-didnt-prosecute-steven-mnuchins-bank/</a></h5>
<h5><em>2. </em><a href="https://jacobinitalia.it/si-scrive-kamala-harris-si-legge-hillary-clinton/">https://jacobinitalia.it/si-scrive-kamala-harris-si-legge-hillary-clinton/</a></h5>
<h5><em>3. </em><a href="https://www.counterpunch.org/2019/09/06/kamala-harris-another-establishment-candidate/?fbclid=IwAR1MOYKuayWw37xtdNdwLLugzKkl7wow3yx1DoZ-VXBDU0-1cGrJV85Ytsg">https://www.counterpunch.org/2019/09/06/kamala-harris-another-establishment-candidate/?fbclid=IwAR1MOYKuayWw37xtdNdwLLugzKkl7wow3yx1DoZ-VXBDU0-1cGrJV85Ytsg</a></h5>
<h5><em>4. </em><a href="https://paginerosse.wordpress.com/2012/04/13/il-profitto-uber-alles-il-profitto-innanzitutto-le-corporations-americane-ed-hitler-di-jacques-r-pauwels-global-research-27-gennaio-2007-3/">https://paginerosse.wordpress.com/2012/04/13/il-profitto-uber-alles-il-profitto-innanzitutto-le-corporations-americane-ed-hitler-di-jacques-r-pauwels-global-research-27-gennaio-2007-3/</a></h5>
<p><strong>http://www.linterferenza.info/</strong></p>
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