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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Lampedusa</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Nord Africa, Europa e immigrazione</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 19:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Roman</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
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		<description><![CDATA[di Franco Romanò (Dal CORRIERE DELLA SERA  del 3 aprile) “ La Tunisia ha fatto fronte all’afflusso di oltre 150 mila profughi in arrivo dalla Libia, accolti malgrado la difficile situazione del Paese”. Sottinteso: perché non può farlo anche l’Italia?” Già, una domanda bruciante che merita di essere presa sul serio  dopo più di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/04/immigrazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2462" title="immigrazione" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/04/immigrazione-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Franco Romanò</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">(Dal CORRIERE DELLA SERA  del 3 aprile)</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>“ La Tunisia ha fatto fronte all’afflusso di oltre 150 mila profughi in arrivo dalla Libia, accolti malgrado la difficile situazione del Paese”. Sottinteso: perché non può farlo anche l’Italia?”</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Già, una domanda bruciante che merita di essere presa sul serio  dopo più di una settimana di guerra libica che sta provocando una serie di effetti a catena ( ma qualcuno ci aveva pensato davvero prima di scatenare il contro-inferno che reagisce all’inferno gheddafiano?). E’ così difficile riconoscere negli sbarchi a Lampedusa  l’inizio di una onda lunga che non può essere fermata con respingimenti speciali. Altro che fora di ball..</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Stanno per saltare le distinzioni semplici tra profughi, rifugiati e clandestini e tutti gli strumenti tipo CIE si rivelano ancor più drammaticamente inadeguati di un tempo, come si fa a essere così stupidi da pensare a tendopoli e accampamenti? </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Idealismo? Estremismo? Ma perché non prendere in serissima considerazione DA SUBITO  strutture come le caserme vuote, le chiese, i centri di accoglienza, perfino gli stadi e i musei al limite? Non è una boutade o una provocazione, 100 caserme. 100 parrocchie, 100  Comuni, tanto più che – come insegna la stessa Toscana di questi ultimi giorni come sia possibile distribuire il contingente degli stranieri in piccoli gruppi anziché allestire tendopoli o concentrare tutti in un unico luogo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il testo dice cose ovvie e di buon senso e l’11 aprile scorso, un altro articolo di Giulio Sapelli ritorna molto lucidamente sull’argomento. Nel mezzo fra questi due articoli, si collocano le riflessioni di Tarek Alì, di Essam Hamalawi e di Rossana Rossanda sul Manifesto, l’intervista a Noam Chomsky sullo stesso quotidiano e il 12 aprile un altro intervento di Mazzadra sui rapporti fra Italia ed Europa. Ci sono stati altri interventi successivi a quelli che ho citato, ma penso che siano sufficienti questi per avviare un ragionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Partiamo dal Governo tunisino. Esso in una prima fase, ha messo il dito nella piaga in un duplice senso: prima smentendo Frattini sul fatto che esistesse un accordo fra Italia e Tunisia e costringendo il suddetto ad ammettere che in effetti si trattava di un accordo verbale (deliziosa frase che dovrebbe da sola causarne l’immediata rimozione). Che un accordo poi si sia raggiunto, fra Italia, Francia e Tunisia (e che razza di accordo!), non fa venir meno la figuraccia e anche l’arroganza di averlo millantato quando non c’era, forse sperando nell’acquiescenza tunisina, che invece non ha abbozzato.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda ragione, però, è quella sostanziale: come può un paese ricco come l’Italia, che è pur sempre la settima potenza industriale (basta con il vittimismo), lamentarsi per l’arrivo di alcune migliaia di profughi, molti di quali poi se ne vogliono andare altrove?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta a questa domanda è assai complessa perché chiama in causa l’Europa, non nel senso dei piagnucolii anti europei di Maroni ma nel senso che l’Europa, una volta di più, ha rivelato e fin dall’inizio, tutta la sua impotenza e inesistenza, raggiungendo un punto assai prossimo al non ritorno; parlo solo da un punto di vista politico, perché sullo sfondo ci sono poi tutte le questioni che riguardano la tenuta dell’euro, l’elezione del futuro governatore della BCE e tutta un’altra serie di scadenze economiche sia a livello europeo, sia statunitense che rischiano di dare ulteriori picconate al disastrato edificio dall’Unione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Partiamo dal piccolo per arrivare al grande. Il primo errore che compie tutto, o quasi,  lo schieramento politico italiano parlamentare, e in parte anche non, è l’insistenza sulla parola ‘emergenza’.</p>
<p>Alle argomentazioni razziste della Lega, e a Berlusconi che parla di tsunami umano, si sarebbe almeno dovuto rispondere che in Italia ogni anno entrano per vie legali molte migliaia di migranti in più dei 27.000 su cui si sta facendo questa pressione mediatica per pure questioni propagandistiche. In secondo luogo si potrebbe dire che tali migranti vengono per essere assunti molto spesso nelle “fabbrichette” degli imprenditori del Nord, oppure nelle campagne mantovane (molti indiani di religione sik, per esempio), molti di quali leghisti, che se ne servono per tenere bassi i salari  precario il lavoro, oppure degli agrari del Sud che li fanno lavorare in condizioni schiaviste nelle campagne calabresi e pugliesi. Questi argomenti non vengono usati per una ragione molto semplice: che il cretinismo elettorale della sinistra è arrivato a tal punto che tutto ciò che esiste al di fuori del mercato del voto, non conta nulla, salvo poi emettere peana buonisti sugli immigrati che sono esseri umani, che vanno accolti ecc. ecc. ecc. . Tutto questo impedisce a questo ceto politico persino di allargare le contraddizioni dell’avversario. In questo momento la Lega Nord è in difficoltà con il suo elettorato perché, come tutti coloro che seminano vento, sta raccogliendo tempesta, nel senso che a un elettorato così persino i permessi temporanei di soggiorno sembrano troppo: quello che la Lega chiede e che fra un po’ farà di suo, sarà di sparare direttamente sugli immigrati!</p>
<p>Il primo modo di accoglierli, da parte di una forza di sinistra (tanto più se addirittura pretende di essere comunista), sarebbe quello di aiutarli a respingere le condizioni che sono costretti a subire, facendo così emergere il peso reale del loro contributo al PIL, sommerso come quello del lavoro domestico e di cura (spesso nel caso dei migranti le due cose sono connesse); questo significa avviare un ciclo di lotte sociali e non di manifestazioni shopping del sabato pomeriggio, o di chiamate alla piazza sulla scorta delle azioni della magistratura; ma anche creare forme di solidarietà e di comunità che fanno parte della storia e della tradizione del movimento operaio.</p>
<p>LEGA, ITALIA, EUROPA.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>La risposta dell’Europa alle richieste italiane è ovvia e dovuta, visto che i nostri ministri non conoscono nemmeno le leggi e i regolamenti, oppure che fingono di ignorarli perché agiscono solo per ragioni di propaganda. Il governo italiano ha sbagliato tutto o ha voluto sbagliare tutto (tornerò su questo) e non poteva che avere questa risposta: la Germania accolse 250.000 profughi fra polacchi ed ex Jugoslavi, dopo la caduta del muro di Berlino, senza chiedere nulla a nessuno, la Francia è la nazione con il più altro numero di cittadini di religione islamica in Europa: ha molti problemi ma non fa piagnistei, magari reprime e non va bene, ma i piagnistei sono anche peggio.</p>
<p>Tutta la politica italiana su immigrazione, federalismo fiscale e altro, è ostaggio della Lega nord e del suo anti europeismo ideologico e sostanzialmente inconcludente sul piano effettivo, ma pericoloso perché sollecita sempre più l’attitudine sovversiva dei ceti più retrivi della società settentrionale, con pericolose ricadute anche sulla tenuta unitaria del paese. Ora Maroni cerca di fare marcia indietro accreditando la fine dell’emergenza, ma questo non fa che sottolineare una seconda volta, l’errore di analisi che sottostà all’uso di tale termine. La bassezza di questa politica che cerca di nascondere i problemi veri dell’unità europea, rispetto allo scenario nordafricano e oltre, non incontra nessuna vera proposta e risposta alternativa se non prese posizioni del tutto formali.</p>
<p>Giulio Sapelli, questi temi li affronta con grande lucidità analitica nell’articolo dell’11 aprile scorso. Scrive infatti:</p>
<p>“…è l’intera idea di Europa che si infrange sui flutti del Mediterraneo,…incagliata nell’incapacità culturale e quindi economica di consentire la circolazione delle persone… Ho già ricordato sul Corriere che il dramma libico altro non è che la punta di un processo che si dipana a partire dal cuore stesso dell’Africa sub sahariana, come dimostra lo stesso intervento francese e inglese in Libia, che ha come fine il controllo delle risorse della Costa d’Avorio, del Gabon e della Nigeria e poi inevitabilmente dell’ex Congo Belga. Il disegno neo imperiale francese e inglese ha di mira la difesa degli interessi occidentali a fronte del tentativo di dominio cinese dell’Africa, secondo una strategia che è diversa da quella europea. In cambio delle risorse naturali che estrae, l’Impero di Mezzo lascia infrastrutture di ogni genere… a differenza del modello francese che spartisce con i capi tribali locali le risorse. …Ma tutto ciò provoca immensi spostamenti di forza lavoro e crea un esercito industriale di riserva… Nel bel mezzo della guerra le navi cinesi incrociano nel mediterraneo per evacuare 36.000 cinesi che lavorano in Libia…  lo hanno fatto in una settimana… oggi sono i tunisini a ospitare 125.000 libici, ivi rifugiatisi per sfuggire alla guerra…. Credere che tutto questo immenso processo possa essere ostacolato, compresso, deviato solo sulla base di …interessi nazionali è illusorio….. Solo un patto fra Europa e Africa …potrà lentamente creare un ordine… Un compito difficile e immenso…. Se non faremo così la democrazia diventerà incompatibile con lo sviluppo sociale ed economico e lo spettro della dittatura si affaccerà anche in Europa…. Nessuno è un’isola: la campana suona per tutti.”</p>
<h1 style="text-align: justify;"><em> </em></h1>
<p>Sapelli non avrebbe potuto scrivere meglio; la cosa interessante da notare è che questo articolo è comparso sul Corriere della Sera. Le sue argomentazioni toccano due diversi problemi. Il secondo, riguardante l’immigrazione è il più importante e per questo lo lascio per ultimo: prima alcune note sulle sue osservazioni di geopolitica, che sono molto consonanti con quelle di Noam Chomsky rilasciate al Manifesto. Riporto poche cose perché il titolo stesso è più che sufficiente: il filosofo e linguista statunitense parla di “intervento neo imperiale” e afferma in un passaggio che il “controllo delle risorse petrolifere dell’area rimane il primo obiettivo delle potenze occidentali.” Sono espressioni analoghe a quelle di Sapelli. La differenza è che Chomsky, puntigliosamente indica tutte le violazioni della risoluzione Onu 1973, da parte della triplice alleanza.</p>
<p>Un’ultima notazione che riguarda una toccante intervista di ieri 14 aprile a Radio Popolare da parte di un eritreo scampato all’annegamento con altri diciannove fortunati compagni: sul barcone affondato erano in 72. A un certo punto l’intervistatore chiede come mai nessuno li abbia visti, dato che la deriva del barcone rimasto senza benzina è durata parecchi ore. Cito a memoria la risposta dell’eritreo: certo che ci hanno visto, molte navi, navi militari, erano navi della Nato, ma hanno fatto finta di non vederci. Ma toh, guarda! Ma la Nato non è lì per proteggere la popolazione civile?</p>
<p>Tutti sembrano capire molto bene cosa stia accadendo in Libia e non solo: tranne Rossanda Rossanda, Pietro Ingrao e altri.</p>
<p>L’argomentazione forte e inoppugnabile di Sapelli è tuttavia un’altra: che i flussi migratori non sono affatto un’emergenza, ma il connotato di un’epoca che è iniziata ventitre anni fa con la caduta del muro di Berlino e che ci accompagnerà per un lungo periodo. Gli immensi spostamenti di mano d’opera e la creazione incessante di eserciti di riserva saranno nei prossimi anni uno degli effetti congiunti di rivolte popolari più o meno radicate e più o meno spontanee a seconda dei casi e delle risposte prevedibilmente di guerra che aumenteranno a loro volta il numero di profughi. Tali flussi sono inarrestabili, non lo saranno neppure con le cannonate perché chi si muove non ha nulla da perdere, ha l’energia della sopravvivenza e la forza dei popoli giovani.</p>
<p>Rispetto a questo dato, la politica europea è semplicemente inesistente, le differenze fra un paese e l’altro sono di tono ma non di sostanza, tutte fondate sul piccolo cabotaggio il corto respiro.</p>
<p>Quello che propone Sapelli, pur nella sua genericità, è ciò che ci vorrebbe, ma ovviamente Sapelli non porta il discorso fino alle conseguenze necessarie. Perché esista un patto fra Europa e continente africano, bisognerebbe prima di tutto che l’Europa non fosse quello che invece è: un’unione monetaria e basta e per di più sempre più a rischio.</p>
<p>L’Europa è veramente a un bivio e ci sono molti segnali di scollamento. La stessa politica neo imperiale franco-inglese  il parallelo disimpegno della Germania un po’ su tutti i fronti, potrebbero essere segnali di distacco, una politica delle mani libere che prelude a cambiamenti radicali: a questo punto è l’economia a entrare in gioco e su questo non occorrerà attendere molto per capire alcune intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Franco Romanò.</p>
<p style="text-align: justify;">Ps. Anche se non in tema con quanto detto in precedenza, non posso fare a meno di commentare le pirotecniche dichiarazioni del tristissimo (da sempre) ed esimio professor Alberto Asor Rosa, che invita il Presidente della Repubblica &#8211; chi altri se non lui &#8211; a intraprendere un’iniziativa istituzionale forte per salvare la democrazia e la costituzione, in accordo nientemeno che con l’arma dei carabinieri. Certo che ad Asor Rosa va riconosciuto un merito: credo che sia la prima volta che una richiesta di colpo di stato venga formulata come petizione via stampa, così come se si trattasse di una proposta qualunque. Il suo ragionamento, però, è ancora più sottile e stupefacente: dal momento che non si riesce a cacciare Berlusconi dal basso perché non provarci dall’alto? Accidenti, ma è l’uovo di Colombo, come è potuto accadere che nessuno ci abbia pensato prima! Di certo Asor Rosa non può essere accusato di mancare di <em>esprit de gèometrie</em>!</p>
<p style="text-align: justify;">In questa brutta e tragicomica deriva di una intellighentia di sinistra senza testa, prima che senza idee, è ancor più avvilente che tutto questo sia comparso sul Manifesto e ancora più grottesche sono le prese di distanza del direttore di Repubblica, giornale che ha probabilmente sponsorizzato cautamente la trovata, anche per saggiare il terreno senza comparire direttamente. Un solo dubbio: nipotini di Stalin o dei fratelli De Rege?</p>
<h1><em> </em></h1>
<p><em> </em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La Libia immaginaria di Valerio Evangelisti</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 12:52:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Miguel Martinez</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Miguel Martinez Una volta, praticamente tutti gli italiani erano contro le guerre: inconcepibile, anche ai tempi dei più grigi governi democristiani, l’idea di un uomo politico che offrisse cacciabombardieri italiani per la guerra nel Vietnam. All’epoca, infatti, il potenziale nemico era l’Unione Sovietica, con tutto il suo arsenale nucleare. La sinistra era contro le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/Libia-immaginaria.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2349" title="Libia immaginaria" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/Libia-immaginaria.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>di Miguel Martinez</p>
<p>Una volta, praticamente tutti gli italiani erano contro le guerre: inconcepibile, anche ai tempi dei più grigi governi democristiani, l’idea di un uomo politico che offrisse cacciabombardieri italiani per la guerra nel Vietnam.</p>
<p>All’epoca, infatti, il potenziale nemico era l’Unione Sovietica, con tutto il suo arsenale nucleare. La sinistra era contro le guerre e la non-sinistra non sapeva nemmeno dove si trovasse il Vietnam, figuriamoci se aveva voglia di attaccarlo.</p>
<p>Poi siamo entrati nel nuovo mondo, in cui il nemico poteva avere migliaia di soldatini e fucili, ma non era in grado di abbattere un solo aereo. E quindi era a tutti gli effetti disarmato. Di fronte a un missile Tomahawk, non c’è differenza tra un militare di leva con un mitra e una vecchietta con una padella di ferro.</p>
<p>Così la guerra è diventata finalmente divertente. Certo, non la chiamano più così. Quando un padrone picchia il proprio schiavo, non si dice che “c’è stata una rissa”; e quando il governo degli Stati Uniti decide di bombardare qualcuno che non obbedisce, non si parla di “guerra”. Si usa piuttosto qualche variante della vecchia parola spagnola, Requerimiento.</p>
<p>Nel 2003, era al governo Silvio Berlusconi e Silvio Berlusconi voleva la guerra. Cosa che ha reso per un momento impopolare il concetto stesso di guerra tra coloro che ce l’avevano con Silvio Berlusconi.</p>
<p>Passa qualche anno, la sinistra torna per un po’ al potere, e la guerra diventa talmente un dovere anche per la sinistra, che nel 2006 un partito che si chiama comunista espelle i propri deputati che non la apprezzano. Da allora, tutto diventa possibile.</p>
<p>Il piccolo ambiente che comunque ha continuato ad opporsi al concetto di guerra si spacca di nuovo attorno alla questione dell’attacco franco-anglo-americano alla Libia.</p>
<p>Abbiamo già analizzato criticamente i motivi che inducono Gabriele Del Grande a sorvolare sul fatto maggiore – la guerra internazionale – in nome del fatto minore, cioè i conflitti interni della Libia.</p>
<p>In questi giorni girano però anche altri testi che affermano più o meno le stesse cose, ma si rivolgono in maniera più netta agli ambienti militanti: segnaliamo un intervento di Valerio Evangelisti, uno dei più noti autori fissi della Mondadori.</p>
<p>Commentando il blog En route!, Valerio Evangelisti scrive:</p>
<p>“l’intero blog andrebbe letto da cima a fondo. Ciò permetterebbe di cogliere la sostanza di classe, quanto mai moderna, della insurrezione libica. Paese in cui l’85% della popolazione vive in aree urbane e patisce i contraccolpi del neoliberismo, abbracciato con entusiasmo da Gheddafi.</p>
<p>Che dicono gli shebab dell’ingerenza straniera? Ovviamente ne sono contenti: fa loro comodo (Lenin stesso accettò gli aiuti della Germania). Sono perfettamente consapevoli che c’è chi vuole impadronirsi delle loro materie prima. Ma aggiungono: “Gli Occidentali si prendano il nostro petrolio: la rivoluzione vera la faremo dopo“. Rivendicano insomma la loro autonomia, sale di tutte le rivoluzioni.”</p>
<p>Stiamo parlando della stessa “rivoluzione” che Gabriele Del Grande descrive così, rispondendo alla domanda, chi fa parte del Consiglio Nazionale Libico?</p>
<p>“Sono personaggi di varia estrazione. Soprattutto avvocati, giudici, uomini d’affari e qualche faccia pulita del regime che ha abbandonato Gheddafi in tempo e che non ha le mani sporche di sangue.”</p>
<p>“Per quello che ho visto in questi giorni, io mi sento di appoggiare pienamente il popolo libico. Nella migliore delle ipotesi ne uscirà una repubblica costituzionale basata su un sistema economico liberista.”</p>
<p>E sulla “sostanza di classe”, è sempre Del Grande a chiarire:</p>
<p>“A differenza della Tunisia e dell’Egitto, la Libia è un paese ricco. Anche in questi giorni si vedono in giro fuoristrada nuovi di pacca e le case dove sono entrato sono case di classe media. I poveri in città sono soprattutto gli stranieri. Egiziani, sudanesi, chadiani, tunisini, marocchini, nigeriani, emigrati in Libia a cercare fortuna e finiti a fare i lavori più umili e meno pagati. Diverso è il discorso della campagna e del mondo rurale, che vive molto al di sotto del tenore di vita delle città. Ma di nuovo, qui non si protesta per i salari. Non ho mai sentito nominare la parola “salario” in piazza. Certo si grida allo scandalo per la corruzione, ma il punto principale è la libertà e la fine della dittatura e del terrorismo di Stato.”</p>
<p>E questi immigrati, che tengono in piedi il paese, dove li vediamo nella rivoluzione?</p>
<p>O tra gli sbarcanti di Lampedusa, o tra i presunti mercenari di Gheddafi, o tra le vittime dei pogrom dei primi giorni della rivolta.</p>
<p>Valerio Evangelisti sostiene che la “ingerenza straniera” (cioè i bombardamenti internazionali) “fa comodo” ai ribelli libici.</p>
<p>La cosa è possibile, certamente; ma sembrano sfuggirgli i rapporti di forza. La presenza di una base NATO a Pozzuoli fa comodo a migliaia di famiglie napoletane; ma sono i responsabili della base, e non i custodi dei parcheggi o gli operai edili o i contrabbandieri di sigarette ad avere il coltello dalla parte del manico.</p>
<p>Evangelisti ci presenta l’eccezione storica (o il precedente teologico) che giustifica i compromessi più strani: Lenin. Che fu un genio dell’organizzazione, capace di creare un partito spietato ma flessibile,  ancora più efficace di un esercito, con un progetto immenso e chiaro.</p>
<p>Francamente, non mi sembra che gli “avvocati, giudici, uomini d’affari e facce pulite del regime” siano dei Lenin. O forse il riferimento è al nuovo comandate militare dei ribelli, Khalifa Hiftar, che aveva diretto le sciagurate campagne militari di Gheddafi nel Ciad prima di trasferirsi negli Stati Uniti?</p>
<p>Ma ritorniamo al concetto di “repubblica costituzionale basata su un sistema economico liberista”. Anche se non sono d’accordo con Gabriele Del Grande, gli riconosco una notevole intelligenza e onestà. E non trovo affatto improbabile che venga fuori qualcosa di simile alla sua “migliore ipotesi” (quelle peggiori non ce le presenta).</p>
<p>Cioè, imprenditori francesi, americani e inglesi che “rinegoziano” i contratti, a danno dei propri compari italiani e a condizioni molto migliori per se stessi. Lasciando però abbastanza da mantenere un ceto medio di funzionari libici, che avranno più certezza dei propri diritti individuali di quanta ne abbiano attualmente.</p>
<p>Con due partiti, quello di Abu Bersani e quello di Ibn Berlusconi, che si contendono le elezioni.</p>
<p>Il ceto medio potrà mantenersi con il duro lavoro degli immigrati; e il paese sarà sostanzialmente chiuso verso i paesi arabi e africani, mentre – galoppiamo creativamente – produrrà imam moderati ed esperti per controllare le comunità islamiche in Europa, in stretta collaborazione con i servizi segreti occidentali.</p>
<p>E’ un obiettivo per cui vale la pena di combattere? Per molti giovani libici, forse sì. I guai nascono quando si attribuisce il termine “rivoluzione” a qualcosa di simile.</p>
<p>Siccome non è la prima volta che vedo un fenomeno del genere, posso ipotizzare che si tratti dell’eterna ricerca del Soggetto Rivoluzionario che caratterizza l’estrema sinistra, non solo quella rigorosamente marxista.</p>
<p>La visione di tanta gente che cammina per strada ha un curioso effetto obnubilante sull’intellighentsia di sinistra. Considerando che le stesse immagini di gente che cammina per strada sono un sottoprodotto del sistema spettacolare-mediatico: a destra il Grande Fratello, a sinistra le Masse in Marcia, sempre spettacolo è.</p>
<p>Non a caso, l’icona più significativa della sinistra italiana è il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, un quadro in cui si vede il Popolo Contadino che Cammina Verso il Futuro. Un futuro in cui i camminanti reali e i loro discendenti incontreranno non solo l’abbandono della terra che rivendicavano, ma anche due guerre mondiali, il fascismo, la piccola impresa padana e Lele Mora. Però il Futuro dei sognatori è sempre un’altra cosa.</p>
<p>quarto-statoLe folle di pakistani urlanti non fanno Camminanti Democratici; ma se i Camminanti si vestono più o meno come noi, si può sempre fantasticare che siano tanti Nannimoretti e Sabinaguzzanti, e che sia finalmente arrivata l’Ora della Rivoluzione. Che più la camminata è disorganizzata, più è confusionaria e saltellante o girotondante, meno è bolscevica o maoista.</p>
<p>Infatti, la damnatio memoriae delle poche rivoluzioni riuscite nella storia è ormai entrata in quasi tutti i cuori di sinistra. Senza che siano state liquidati gli aspetti peggiori di quelle rivoluzioni – la divisione del mondo in buoni e cattivi, la certezza della propria superiorità morale, le semplificazioni feroci, la rimozione di ogni ambiguità, le liste di proscrizione e la paranoia delle infiltrazioni.</p>
<p>Curioso il processo che si svolge ogni volta che i Camminanti deludono le aspettative dei loro spettatori: pensiamo al caso tragicomico di Carlo Panella, che pensava che gli iraniani in piazza nel 1979 fossero gente come lui. Quando lo hanno deluso, si è talmente arrabbiato da trasformarsi in uno degli islamofobi più rumorosi d’Italia.</p>
<p>I Carlo Panella prima versione ci tengono molto a negare che esistano “differenze culturali“: anche gli arabi, ci assicurano, possono essere milanesi. E quindi – come Evangelisti – corrono a sottolineare che i ribelli libici sono “quanto mai moderni“. Ipotizzare che un libico possa essere in qualche modo diverso da un italico medio viene definito “razzismo” (nei confronti del libico, non dell’italico). Che quello anormale potesse essere Carlo Panella, non può nemmeno entrare nell’anticamera del cervello di un occidentale.</p>
<p>Infatti, la stranezza che negano è sempre quella degli altri: nessuno si sorprende del fatto che il comunismo, impiantato tra gli esotici bolognesi, abbia dato frutti assai bizzarri rispetto al modello russo; o che la particolarità della Lucania abbia fatto sì che la sinistra locale sia composta sostanzialmente da cattolicissimi notabili ex-democristiani.</p>
<p>Non sono dentro il cervello del tipico apologeta bellico di sinistra, ma penso che siano speranze e proiezioni di questo tipo che fanno perdere di vista ciò che è maggiore e ciò che è minore.</p>
<p>Valerio Evangelisti non ci presenta il futuro Lenin della Libia, che resta nel mondo delle possibilità; ma ci parla degli shebab &#8211; normale parola araba, che indica “giovani”, come in “folla di giovani chiede autografi a Maria De Filippi“. Questi giovani, ci assicura Evangelisti, riusciranno a sfruttare e prendere in giro non solo i potentati locali, ma anche Nicolas Sarkozy, Barack Obama e David Cameron, nonché i loro promotori militari e imprenditoriali. Ci auguriamo vivamente che ciò sia vero, a riprova di tutti i luoghi comuni sull’astuzia araba.</p>
<p>Ma colpisce che questo sia l’unico accenno che Evangelisti faccia alla guerra internazionale in corso.</p>
<p>E’ un po’ come se uno storico vedesse in ciò che noi chiamiamo normalmente la Prima guerra mondiale una nota a piè di pagina in un testo sulla lotta di liberazione dei serbo-bosniaci contro l’impero austroungarico.</p>
<p>Non sarebbe esattamente sbagliato – in fondo, tutto inizia con l’attentato di Sarajevo. Potrebbe pure essere comprensibile in un libro di storia scritto per studenti serbo-bosniaci.</p>
<p>E si potrebbero probabilmente intavolare parecchie discussioni interessanti sui torti e sulle ragioni del nazionalismo serbo e del dominio austroungarico.</p>
<p>Però la Prima guerra mondiale è un’altra cosa; come l’attacco alla Libia è altra cosa dalle ragioni e dai torti di Gheddafi e degli insorti.</p>
<p>Detto tutto questo, vi invito a leggere il Dialogo tra un venditore di gazzette e un passeggiere a proposito della guerra di Cirenaica di Riccardo Venturi. Probabilmente non sono d’accordo sulle sue pur incerte conclusioni, ma è un’opera letteraria di prim’ordine.</p>
<p>http://kelebeklerblog.com/2011/03/29/la-libia-immaginaria-di-valerio-evangelisti/</p>
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