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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Lega Nord</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Boeri e le gabbie salariali: l’incubo che ritorna</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jul 2019 16:37:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Autonomia Differenziata]]></category>
		<category><![CDATA[Gabbie Salariali]]></category>
		<category><![CDATA[Lega Nord]]></category>
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		<category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category>
		<category><![CDATA[Tito Boeri]]></category>
		<category><![CDATA[Trattati Europei]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;   &#160; In un articolo pubblicato su Repubblica, Tito Boeri, ex presidente dell’INPS, propone una delle sue tante ricette, rigorosamente in salsa neoliberista, per far tornare a crescere l’economia italiana e ridurre la disoccupazione: la reintroduzione delle cosiddette “gabbie salariali”, cioè differenziali tra le retribuzioni dei lavoratori in base al luogo di residenza, ipocritamente giustificati [...]]]></description>
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<h1> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/gabbie.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6061" title="gabbie" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/gabbie.jpg" alt="" width="318" height="241" /></a></h1>
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</header>
<p>&nbsp;</p>
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<p>In un <a href="https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2019/07/17/news/se_il_nord_si_sente_tradito-231442904/">articolo pubblicato su Repubblica</a>, Tito Boeri, ex presidente dell’INPS, propone una delle sue tante ricette, rigorosamente in salsa neoliberista, per far tornare a crescere l’economia italiana e ridurre la disoccupazione: la reintroduzione delle cosiddette “gabbie salariali”, cioè differenziali tra le retribuzioni dei lavoratori in base al luogo di residenza, ipocritamente giustificati sulla base di differenze nel costo della vita nelle varie regioni d’Italia. Prima di addentrarci nei dettagli della proposta, vediamo da cosa scaturisce questa nuova (nuova si fa per dire, i neoliberisti sono persone molto banali) idea del Prof. Boeri.</p>
<p>Il predecessore di Tridico ci informa, preoccupato, che il Nord del Paese si sente tradito dalla Lega, che avrebbe lasciato troppo spazio alle ricette economiche del Movimento 5 Stelle e avrebbe rinunciato, in tutto o in parte, alle proprie. “L’agenda di Governo” – scrive Boeri – “ha del tutto ignorato le istanze del blocco sociale settentrionale”. Immediatamente, Boeri mette le cose in chiaro sulla sua visione del Paese, riferendosi a un Nord di lavoratori e pensionati che speravano nelle promesse della Lega – quota 100 e la flat tax, ad esempio – e a un Sud di disoccupati che avevano votato in massa Movimento 5 Stelle per ricevere il reddito di cittadinanza. Solo questi ultimi sarebbero stati davvero accontentati. Il produttivo Nord sarebbe stato fregato dalla Lega attraverso una quota 100 molto limitata, nella sua portata, rispetto alle aspettative dei lavoratori settentrionali prossimi alla pensione e una flat tax che, fino ad ora, non si è vista (se non attraverso <a href="https://coniarerivolta.org/2018/11/27/le-miserie-della-flat-tax-e-gli-strali-dei-liberisti/">una ben misera “flataxina”</a>).</p>
<p>Secondo Boeri, un partito interessato ad affrontare i veri problemi del Paese dovrebbe partire dalla questione settentrionale, prendendo di petto quella che secondo lui è la vera grande ingiustizia territoriale: i salari reali (ovvero il rapporto tra i salari in termini monetari e i prezzi, che ci dice, in pratica, quante cose un lavoratore può comprare con il proprio stipendio) sono più alti al Sud che al Nord, a causa di prezzi molto più bassi nelle regioni meridionali rispetto a quelli nelle regioni del Settentrione. Sarebbe dunque necessario “allineare”, in termini reali, le retribuzioni del Nord e del Sud del Paese e, per farlo, bisognerebbe partire dagli stipendi dei lavoratori del settore pubblico. Questo dovrebbe avvenire, secondo Boeri, per due ragioni.</p>
<p>La prima riguarda considerazioni di “giustizia” distributiva. La seconda, scrive Boeri, consiste nella necessità di favorire l’occupazione nel Mezzogiorno. Secondo Boeri, infatti, salari reali troppo alti nel settore pubblico al Sud provocano salari reali troppo alti anche nel settore privato, rendendo i lavoratori del Mezzogiorno poco attrattivi per gli imprenditori. Questa sarebbe la causa di buona parte della disoccupazione al Sud. La ricetta consisterebbe, dunque, nell’immaginare e implementare, nel pubblico impiego, un sistema di retribuzioni che preveda, sostanzialmente, stagnazione dei salari nominali al Sud e una loro crescita (blanda, ça va sans dire, anche se su questo Boeri è piuttosto sfuggente) al Nord. Ciò, sempre nelle idee di Boeri, consentirebbe di unire, piuttosto che dividere, il Paese. Si tratta, come i più anziani ricorderanno, delle cosiddette “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Gabbie_salariali">gabbie salariali</a>”.</p>
<p>Aspetto di non secondaria importanza è il meccanismo attraverso il quale Boeri sembra immaginare che il riavvicinamento tra i salari reali dei dipendenti pubblici del Nord e di quelli del Sud possa favorire i disoccupati del Mezzogiorno. Su questo meccanismo, in realtà, l’ex presidente dell’INPS non spreca molte parole. Si limita a dire che il pubblico impiego “da sempre incide anche sulla contrattazione nel privato”. Si può dunque immaginare, cercando di interpretare il Boeri-pensiero, che i salari nel pubblico impiego costituiscano una sorta di pietra di paragone: un datore di lavoro dovrebbe offrire al disoccupato un salario alquanto vicino a quello che il disoccupato troverebbe nel settore pubblico per convincerlo a scegliere di lavorare in azienda, cosicché il salario nel settore pubblico influirebbe sulla contrattazione in quello privato.</p>
<p>Ora, se è del tutto ragionevole l’idea che il lavoratore preferisca uno stipendio più alto e che, quindi, se lo stipendio nel settore pubblico è più alto di quello nel settore privato, il lavoratore sceglierà quello pubblico, è molto più discutibile il discorso sull’incidenza che un meccanismo del genere può avere nel contesto economico-sociale del Mezzogiorno. In altri termini, la domanda è: quanti disoccupati del Mezzogiorno possono permettersi di scegliere tra il lavoro pubblico e quello privato, sottopagato e, magari, in nero? Per lavorare nel settore pubblico, a seconda dell’inquadramento per il quale si concorre, esistono dei requisiti, a partire dal livello d’istruzione richiesto. Non è un mistero che al Sud i dati sui titoli di studio siano impietosi. Dati Svimez ci raccontano che la <a href="https://www.agensir.it/quotidiano/2018/2/20/universita-svimez-nel-mezzogiorno-solo-il-146-e-laureato-percentuale-dei-giovani-italiani-laureati-lontana-dagli-obiettivi-della-strategia-europa-2020/">quota media di laureati nel Mezzogiorno</a> nella popolazione tra i 25 e i 64 anni è pari al 14,6 per cento: meno di un meridionale su sei è laureato. L’Istat, invece, certifica che nel 2017 <a href="https://www.openpolis.it/labbandono-scolastico-e-un-problema-serio-al-sud-e-non-solo/">il tasso di abbandono scolastico</a>, misurato come la percentuale di giovani tra 18 e 24 anni che hanno solo la licenza media, al Mezzogiorno è stato pari al 18,5 per cento. Il dato supera il 20 per cento in comuni anche di grandi dimensioni, come Napoli (22,1 per cento), e in aree geografiche abbastanza ampie, come il nord della Sardegna. Fanalino di coda è Caltanissetta, in Sicilia, con oltre il 27 per cento di abbandoni scolastici.</p>
<p>Si aggiunga a questo il fatto che molti enti locali del Sud si trovano invischiati fino al collo nelle sabbie mobili dei vincoli di spesa imposti da <a href="https://coniarerivolta.org/2019/03/02/autonomia-differenziata-il-sud-nella-trappola-dellausterita/">riforme via via sempre più restrittive</a> delle loro capacità di spesa e che per questi enti, dunque, è difficile immaginare una marcata espansione del personale alle proprie dipendenze. Così come è difficile immaginare che possa sopperire l’occupazione nel settore statale, essendo anche le amministrazioni centrali sottoposte agli stringenti vincoli di bilancio imposti dai Trattati europei.</p>
<p>Sembra dunque difficile immaginare, per ampie fasce della popolazione del Mezzogiorno, in che modo una riduzione del divario tra i salari reali del settore pubblico del Sud e quelli del Nord possa costituire un fattore di miglioramento. E ciò non solo per le ragioni appena esposte, e cioè perché la competizione pubblico/privato per accaparrarsi i disoccupati del Mezzogiorno necessaria al funzionamento del meccanismo pensato da Boeri è più teorica che pratica, ma anche perché, se anche ammettessimo il funzionamento di tale meccanismo, non è affatto detto che la riduzione dei divari nei salari reali nel settore privato nel Mezzogiorno rispetto a quelli del Nord porterebbe necessariamente a un aumento dell’occupazione.</p>
<p>Proviamo ad esulare dal fatto che un imprenditore che dovrà decidere se aprire una fabbrica nel Nord o nel Sud dell’Italia, a meno che non sia una fabbrica che produca merci da vendere prevalentemente sul mercato locale, cioè sul mercato geograficamente più vicino al luogo in cui è impiantata la fabbrica, guarderà più al salario monetario che a quello reale. Se, <em>a parità di tutti gli altri fattori</em>, ad esempio, un produttore di una merce venduta in tutta Europa dovesse decidere se impiantare una fabbrica a Pavia o a Crotone, poco gli importerebbe sapere quanti panini, quanti pacchi di pasta, quanti metri quadrati di affitto il lavoratore di Crotone e quello di Pavia potranno acquistare con lo stipendio che ricevono: andrebbe verosimilmente a produrre nell’area in cui i lavoratori guadagnano di meno in termini di salario <em>monetario</em>, in quanto sarebbe minore l’esborso per l’impresa. Se le imprese producono e assumono al Nord invece che al Sud, sembra difficile immaginare che la colpa sia da ricercare nel fatto che gli affitti al Sud sono troppo bassi rispetto ai salari monetari e un chilo di pane a Napoli costa la metà rispetto a Milano. È molto più facile pensare che ciò avvenga per ragioni totalmente diverse, come la cronica deficienza di infrastrutture che caratterizza ampie aree del Mezzogiorno, che rende particolarmente costoso portare sui mercati continentali le merci prodotte al Sud. Non è un caso che abbiamo assistito, negli anni del cosiddetto “boom economico”, e stiamo tornando ad assistere, in epoca recente, al fenomeno per il quale i disoccupati del Mezzogiorno emigrano in massa verso il Nord. la questione va ben oltre la disquisizione sull’esistenza di un nesso causale tra diminuzione dei salari reali o monetari ed aumento dell’occupazione al Sud. La questione, come dicevamo, va ben oltre la disquisizione sull’esistenza di un nesso causale tra diminuzione dei salari reali o monetari ed aumento dell’occupazione al Sud. Il punto centrale è che, se anche una misura di tal fattura riuscisse nel suo obiettivo, lo farebbe a scapito dell’occupazione al Nord. Con la beffa ulteriore che, a livello aggregato di Paese, il totale degli occupati potrebbe essere minore, a causa della minore domanda aggregata provocata dalla diminuzione delle retribuzioni e quindi dei consumi. E i problemi non sarebbero neanche finiti qui. Ci troveremmo, infatti, con l’aver importato anche a livello nazionale il perverso meccanismo che, a livello europeo, prevede come unica via per lo sviluppo di un Paese il ricercare un vantaggio di costo e convenienza rispetto al vicino, cosa che si traduce, in termini concreti, in una spirale di riduzione dei salari senza fine. L’Italia che ha in mente Boeri è un Paese dove il Sud, se vuole crescere, lo deve fare alle spese dei lavoratori del Nord e del Sud, a tutto vantaggio del capitale, in grado di spostarsi da una regione all’altra, da un paese all’altro, alla ricerca del profitto più alto. Questo ha consentito e ancora consente ai padroni di vivere nel migliore dei mondi possibili: avere manodopera a buon mercato, ma in fabbriche con condizioni logistiche favorevoli. Perché in questo consistono <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/20/ce-lo-chiede-leuropa-disoccupazione-disuguaglianza-e-precarieta/">il ricatto della disoccupazione e la trappola dell’austerità</a>: costringere i lavoratori ad accettare salari sempre più bassi pur di non perdere (o per ottenere) il posto di lavoro. Una strategia valida a qualsiasi livello di aggregazione territoriale, a livello nazionale così come a <a href="https://coniarerivolta.org/2018/04/27/lideale-europeo-di-mobilita-del-lavoro-e-una-guerra-tra-poveri-su-scala-europea/">livello internazionale</a>.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Autonomia-differenziata-15-2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6064" title="autonomia-differenziata-15-2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Autonomia-differenziata-15-2-300x123.jpg" alt="" width="300" height="123" /></a></p>
<p>C’è un altro aspetto particolarmente odioso nella retorica di Boeri. Lo “scandalo” della differenza di retribuzioni reali tra impiegati pubblici del Nord e del Sud, in particolare dei docenti scolastici, sarebbe acuito dalla differenza di rendimento tra gli studenti delle due aree geografiche, rivelato dalle celeberrime prove Invalsi. Considerare le prove Invalsi come indicatore della produttività dei docenti del Sud è semplicemente ridicolo e palesemente in malafede, poiché vuol dire ignorare, ancora una volta, le differenze socio-economiche tra diverse regioni e sub-regioni italiane. La presunta scarsa preparazione degli studenti del Mezzogiorno, infatti, non può non risentire dei differenti contesti in cui l’apprendimento ha luogo. Si sa che molto diffuso, tra gli studenti del Sud, è il fenomeno del lavoro minorile nero o, comunque, del lavoro (nero) come attività ulteriore rispetto a quella scolastica. Inoltre, in un contesto sociale ed economico caratterizzato da un altissimo tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile e anche tra i laureati, la percezione dell’utilità dell’istruzione non può che essere particolarmente bassa. Se, dunque, la scuola e l’università non sono viste come strumenti capaci di migliorare, realisticamente, la situazione socio-economica di un giovane, tanto vale investirci poco, il meno possibile, compatibilmente con l’<a href="https://miur.gov.it/obbligo-scolastico">obbligatorietà degli studi</a> per 10 anni e, comunque, fino al sedicesimo anno di età (o con l’obbligo formativo fino a 18 anni). Di conseguenza, invocare i risultati nelle prove Invalsi come ragione per introdurre le gabbie salariali e premiare i produttivi insegnanti del Nord rispetto a quelli del Sud è una bestialità, che può avere come unico risultato quello di acuire ulteriormente il gap nei livelli di istruzione tra regioni benestanti e regioni più problematiche.</p>
<p>L’introduzione delle gabbie salariali, dunque, in primo luogo si basa su presupposti teorici sbagliati. L’automatismo dell’aumento dell’occupazione derivante da una riduzione nei salari reali nel Mezzogiorno (o da una riduzione della differenza tra questi, visti come troppo alti, e quelli del Nord), come abbiamo cercato di argomentare, è tutt’altro che scontato. Le gabbie salariali finirebbero, infatti, per acuire, piuttosto che ridurre, le differenze territoriali. Nel mondo immaginato da Boeri, un mondo in cui i gialloverdi sguazzano serenamente, un euro in più di spesa pubblica da una parte vuol dire un euro in meno di spesa pubblica – o un euro in più di tasse – altrove (è l’austerità, bellezza!). Anche il più blando aumento delle retribuzioni al nord avverrebbe, quindi, a scapito di altre voci di spesa. Ad esempio, e questo sembra essere il suggerimento che scaturisce dalla strana idea di giustizia di Boeri, tagliando i trasferimenti verso il Sud inefficiente e dipendente dall’assistenzialismo in stile reddito di cittadinanza. Alimentando, cioè, ulteriormente ed artificialmente, gli antagonismi tra i lavoratori delle diverse aree del Paese, a tutto vantaggio dei padroni.</p>
<p>La strategia di dividere i lavoratori su base territoriale si basa su un ragionamento, si noti, non molto diverso da quello che riguarda i <a href="https://coniarerivolta.org/2018/02/24/contro-la-chiusura-delle-frontiere-difendiamo-salari-e-diritti-insieme-agli-immigrati/">lavoratori stranieri in Italia</a>. Non è un caso che tale ragionamento sia tipico della Lega (Nord). Il partito di Umberto Bossi nasceva come una formazione territoriale e spingeva sulla rivalità tra Nord e Sud per accumulare consensi nel Settentrione, mettendo i lavoratori delle due aree del Paese gli uni contro gli altri. Con l’estensione della portata territoriale degli interessi elettorali della Lega (non più Nord), la faglia tra Nord e Sud Italia sembra avere abbandonato i sogni delle camicie verdi. Sembra, perché <a href="https://coniarerivolta.org/2019/03/02/autonomia-differenziata-il-sud-nella-trappola-dellausterita/">i progetti di autonomia differenziata</a> sono lì a ricordarci che chi nasce tondo non può morire quadrato e se hai avuto come ragione costituente, dalla tua fondazione, odio e razzismo verso meridionali di latitudini varie, non basta darsi una riverniciata tricolore per fare sparire queste pulsioni. È però indubbio che, nell’immaginario nuovo delle ormai ex camicie verdi, la linea di frattura più appariscente debba essere quella tra lavoratori italiani, da un lato, e lavoratori stranieri, dall’altro. Una visione truffaldina, nella quale a contare non sono le differenze di classe, non è il conflitto distributivo tra lavoratori, da un lato, e imprenditori, dall’altro, ma sono le differenze nella provenienza territoriale, prima tra regioni italiane, ora tra l’Italia e i Paesi d’origine degli immigrati. In questo abominevole progetto politico, la Lega pare riuscire comunque a cogliere i famosi due piccioni con una fava. Mentre Salvini se la prende con immigrati e dannati della terra, c’è sempre un utile idiota, questa volta con le vesti rassicuranti dello pseudo-progressista Boeri, pronto a bastonare e a rimettere al loro posto anche i ‘terroni’. È una storia vecchia quanto il capitalismo, e che dovrebbe anche servire da promemoria per i <a href="https://coniarerivolta.org/2018/07/02/il-rosso-e-il-nero-parte-prima/">sedicenti sinistri</a> che riscoprono, sulla via di Damasco, un insospettato amore per barriere e controlli alle frontiere: un sistema economico fondato sul profitto ha bisogno strutturale di qualcuno da sfruttare. Prima viene l’immigrato. In mancanza dell’immigrato, è la volta del meridionale, poi dello scarsamente istruito, del povero e così via, all’infinito.</p>
<p>Contro questa retorica, che intende mettere da parte il conflitto di classe alimentando il campanilismo e il razzismo, occorre ribadire che i lavoratori, siano essi del Nord o del Sud, siano essi italiani o cinesi o nigeriani, non sono nemici tra loro. I lavoratori, qualunque sia la loro provenienza, hanno un nemico comune, ovvero il capitale. Un modo per migliorare le condizioni di tutti i lavoratori, italiani e immigrati, meridionali e settentrionali, esiste e passa per una loro sindacalizzazione di classe e conflittuale. Sul piano macroeconomico, il miglioramento delle condizioni materiali dei lavoratori ha anche bisogno di un ulteriore tassello, che si chiama <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/29/il-debito-pubblico-e-crescita-aboliamo-il-pareggio-di-bilancio/">spesa pubblica in deficit</a> per istruzione, sanità, infrastrutture, pensioni, salari pubblici etc., e che non a caso è diventata la nemica numero uno del capitale. L’artificiosa contrapposizione regionale o nazionale tra lavoratori e l’austerità sono due facce della stessa medaglia e hanno lo stesso obiettivo. Se si vuole creare occupazione al Sud non c’è alcun bisogno di prevedere salari differenziati, cervellotici e iniqui, per lavoratori che compiono le medesime mansioni: sarebbe necessario sostenere la domanda aggregata e l’investimento in infrastrutture attraverso la spesa pubblica. Più facile a dirsi che a farsi, ma è nostro compito smascherare le divisioni artificialmente create e sottolineare quelle che influiscono davvero sul tenore di vita dei lavoratori, riproponendo ancora una volta una visione delle relazioni economiche basata sul conflitto, tra lavoratori, da un lato, e imprenditori, dall’altro, per la spartizione del prodotto sociale.</p>
<p><em>Coniare Rivolta</em></p>
</div>
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		<title>La Lega si ispira al “modello” israeliano</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Apr 2019 09:20:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
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<article id="post-7092">
<header>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/04/e27c4caa86de0066786dda01f394f1a7_XL.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5687" title="e27c4caa86de0066786dda01f394f1a7_xl" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/04/e27c4caa86de0066786dda01f394f1a7_XL-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></h1>
<h2><em><a title="Post di Stefano Zecchinelli" href="http://www.linterferenza.info/author/stefano-zecchinelli/" rel="author">Stefano Zecchinelli</a> </em></h2>
</header>
<div>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’estrema destra europea, pressata dal globalismo (filosionista) sorosiano, ha optato per un’alleanza strategica – non si tratta di mera tattica politica – con il nazionalismo territoriale israeliano. Sono molti i partiti provenienti dall’ex area neofascista che, accumunati dall’idea dello Stato etnico e dall’odio anti-musulmano, hanno scelto di mettersi sotto l’ala protettrice del sionismo religioso. In Italia la <em>Lega</em> ha ‘’canonizzato’’ la transizione di ex membri di area neonazista al sionismo guerrafondaio di Lieberman. Facciamo un esempio: Mario Borghezio. L’editore neofascista Maurizio Murelli scrisse:</p>
<p><em>‘’Il lettore deve sapere che tra il 1985 e il 1990 l’onorevole Borghezio era ospite a casa mia praticamente tutte le settimane. Fu l’ideatore di “Orion-finanza” (supplemento a “Orion”). Allora io passavo per terrorista e più di me passava per terrorista </em><a href="http://www.kelebekler.com/palermoit.htm"><em>Claudio Mutti</em></a><em> che amorevolmente Borghezio soprannominava “Muttim” e della cui amicizia, fin dai tempi di “Giovane Europa”, menava vanto ’’ 1</em></p>
<p>Murelli ha criticato la svolta ‘’atlantica’’ di Borghezio salvo, negli ultimi tempi, <em>(1)</em>riavvicinarsi alla <em>Lega (ex)Nord</em> (precisamente il gruppo <em>Il Talebano</em>) ed <em>(2)</em>appoggiare l’<em>Alt Right </em>di Steve Bannon. La coerenza non è il suo forte. Lo stesso Borghezio continua a mantenere rapporti con i terroristi neonazisti come: <em>‘’</em><strong><em>Stefano Delle Chiaie</em></strong><em>, fondatore nel 1960 di <strong>Avanguardia Nazionale</strong> e primula nera del neofascismo italiano’’; ‘’ <strong>Gabriele Adinolfi</strong> (fondatore di Casa Pound), <strong>Bruno Di Luia</strong> (ex Avanguardia nazionale) e <strong>Adriano Tilgher</strong> (presidente del Fronte Italiano)’’ 2. </em>I ‘’giornalisti di regime’’, arrivati a questo punto, occultano i legami fra il neonazismo europeo ed il nazionalismo imperialista israeliano, organici agli eserciti segreti di <em>Gladio</em>. Israele prese parte alla <em>strategia della tensione</em>, ‘’comprando’’ i bombaroli neri. Lo storico Marco Sacchi riporta una testimonianza importante:</p>
<p><em>‘’Digilio ha spiegato che nell’ambiente di Ordine Nuovo di Venezia, anche se ciò poteva apparire in contrasto con l’ideologia vicina al nazismo, vi era un’area di simpatia con lo Stato di Israele poiché entità vista come difensore dei valori occidentali in quella regione, costituendo insieme agli americani, una barriera contro i movimenti di liberazione arabi che dicevano che erano influenzati dall’URSS e dai comunisti.</em></p>
<p><em>Sostenitore di tale linea politica era in particolare l’avvocato Giampiero Carlet, il quale, alla fine degli anni 60 si era impegnato all’interno del MSI e di ordine Nuovo affinché fossero avviate iniziative di appoggio in favore dello Stato di Israele.</em></p>
<p><em>In sostanza emerge che i servizi segreti israeliani, spalleggiati da quelli statunitensi e della NATO, sono penetrati nel mondo fascista italiano e nella più assoluta segretezza, fare di gruppi come Ordine Nuovo, la massa operativa per le proprie azioni occulte’’ 3</em></p>
<p>L’estrema destra – passata dal regionalismo al neo-nazionalismo dell’<em>Alt Right </em>statunitense – non ha fatto altro che istituzionalizzare questi legami coperta dalla lobby israeliana. Se il globalismo imperialista di Soros, Clinton ed Obama vorrebbe distruggere il costituzionalismo democratico imponendo il dominio del complesso militar-industriale USA, i ‘’nazionalisti etnici’’ sproloquiano – sostenuti da lobby e gruppi di potere – sulla nascita di tanti Stati etnicamente omogenei analoghi a quello israeliano. Più che di fascismo (quello storico è ormai morto e sepolto) bisognerebbe parlare di una sorta di americanizzazione del neonazismo con al centro il ‘’mito’’ dello sceriffo texano linciatore di negri, indiani e messicani. L’oligarchia ‘’anti-nazionale’’ persegue la <em>‘’israelizzazione del senso comune’’</em> (Tariq Ramadan). L’epoca dell’indifferenza globalizzata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il rapporto della Lega con l’imperialismo israeliano</em></strong></p>
<p>Chiunque veda nel governo <em>M5S – Lega</em> un blocco anti-oligarchico e ‘’populista’’ dovrebbe darci qualche spiegazione sull’alleanza di ferro del clan Salvini, coperto dal <em>MOSSAD</em>, con l’estrema destra sionista e la lobby sostenitrice delle malefatte di Netanyahu. Gli strali di Salvini contro Iran e Cina qualificano la macabra visione geopolitica del governo eletto. Si tratta del rovescio della medaglia rispetto all’imperialismo liberale; i neoconservatori – esaltando la pulizia etnica – si sono tolti la maschera.</p>
<p>Nel 2012, nella provincia di Sondrio, venne concluso un accordo di amicizia con alcuni insediamenti coloniali abusivi israeliani. Perché questa mossa strategica della <em>Lega</em> è particolarmente grave? Il giornale <em>La Città Futura</em> ci comunica che:</p>
<p><em>‘’Nelle comunicazioni ufficiali della Provincia di Sondrio non si fa nessun cenno al fatto che il Consiglio Regionale di Shomron (29 insediamenti per un totale di 6500 coloni) non sia una normale provincia israeliana e che sia, in realtà, considerato come illegale dalla grandissima parte della comunità internazionale. Il rappresentante dei coloni <strong>Yossi Dagan</strong> viene onorato col titolo di “governatore” e addirittura si usa il termine di “Giudea e Samaria” cioè il nome usato da Israele per indicare ciò che il resto del mondo conosce come Cisgiordania. Un nome, in ultima analisi, usato per negare ogni pretesa di sovranità palestinese sui territori occupati’’ 4</em></p>
<p><em>‘’L’accordo Sondrio-Shomron è arrivato il 19 novembre, una settimana dopo la decisione dell’Unione Europea di adottare un’etichettatura a parte per i prodotti provenienti dalle colonie israeliane nei territori occupati. Una scelta che l’UE ha impiegato anni ad attuare (il percorso è partito nel 2013) e che non è in realtà nulla di radicale. Con questo provvedimento l’Unione semplicemente riconosce che in teoria quei territori sono palestinesi e che quindi i prodotti non possono essere etichettati come “made in Israele”, lasciando fra l’altro aperta la porta alla possibilità di etichettare come israeliano un prodotto coltivato nelle colonie e inscatolato in Israele’’</em></p>
<p>La <em>Lega </em>ha intenzione di calpestare il diritto internazionale regalando pezzi di territorio italiano all’estrema destra dello Stato israeliano. Si tratta di un modello che va ben oltre il fascismo storico e l’imperialismo liberale, che conserva, ovviamente, la base economica capitalista e  neo-liberista, ma incentiva la repressione statale contro i movimenti popolari. Durante la sua ‘’prima’’ in Israele, Matteo Salvini ha dichiarato che lo Stato ebraico ‘’è un modello di sicurezza’’ <em>5.</em>Dovrebbe vergognarsi. Il governo <em>giallo – verde</em> si prepara a dare il ‘’di dietro’’ alle multinazionali israeliane che sono specializzate nella militarizzazione dei territori.</p>
<p>Israele è un laboratorio dell’imperialismo americano-sionista, un luogo militarizzato dove ai gruppi sociali e politici al potere tutto è permesso. Salvini guarda a quel “modello” prestandosi al progetto, sistematizzato dalla cerchia ‘’nazi-sionista’’ di Lieberman, di esportazione dello Stato etnico in Europa.</p>
<p>La ‘’vecchia merda’’ (Marx) liberale ha favorito l’(ir)resistibile ascesa dell’<em>Alt Right</em>.</p>
<p><a href="http://www.kelebekler.com/occ/borghezio.htm">http://www.kelebekler.com/occ/borghezio.htm</a></p>
<p><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/26/neofascismo-borghezio-a-delle-chiaie-comandante-serve-rivoluzione-nazionale/286145/">https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/26/neofascismo-borghezio-a-delle-chiaie-comandante-serve-rivoluzione-nazionale/286145/</a></p>
<p><a href="https://marcos61.wordpress.com/2011/09/16/su-bertoli-e-i-rapporti-tra-ordine-nuovo-e-gli-israeliani/">https://marcos61.wordpress.com/2011/09/16/su-bertoli-e-i-rapporti-tra-ordine-nuovo-e-gli-israeliani/</a></p>
<p><a href="https://www.lacittafutura.it/editoriali/dalle-colonie-a-sondrio-gli-affari-della-lega-con-israele">https://www.lacittafutura.it/editoriali/dalle-colonie-a-sondrio-gli-affari-della-lega-con-israele</a></p>
<p><a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/03/30/la-prima-di-salvini-in-israelee-modello-sicurezza-_f3692753-52e0-4445-b2f3-787586db10b1.html">http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/03/30/la-prima-di-salvini-in-israelee-modello-sicurezza-_f3692753-52e0-4445-b2f3-787586db10b1.html</a></p>
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<p></strong></strong></p>
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		<title>Autonomia differenziata: il sud nella trappola dell’austerità</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Mar 2019 10:43:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Autonomia Regionale]]></category>
		<category><![CDATA[Coniare Rivolta]]></category>
		<category><![CDATA[Lega Nord]]></category>
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<p>Si discute molto, in questi giorni, della cosiddetta autonomia differenziata. Quest’ultima dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello dell’avventura leghista al governo con il Movimento 5 Stelle. Al momento (e questa dovrebbe essere una buona notizia, come vedremo a breve), il governo giallo-verde <a href="https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13435450/luigi-di-maio-retroscena-assente-cdm-matteo-salvini-non-tiene-suoi-m5s-autonomie-tav-.html" rel="noopener noreferrer" target="_blank">sembra non riuscire a trovare la quadra</a> sull’argomento. Ciò avviene, questo è certo, non per le preoccupazioni del Movimento 5 Stelle sulla tenuta dell’unità nazionale o sul destino dei cittadini del Mezzogiorno, ma semplicemente per il tornaconto elettorale di un movimento politico che ha tratto gran parte del suo consenso dalle regioni del Sud e che, adesso, una volta che <a href="https://coniarerivolta.org/2018/11/30/giu-la-maschera-e-lennesimo-governo-servo-delleuropa/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">il bluff giallo-verde è stato svelato</a>, sta assistendo a un inesorabile smottamento nella sua popolarità proprio in quelle regioni che ne avevano favorito l’ascesa. La riforma, però, sembra soltanto rinviata, probabilmente a dopo le imminenti elezioni europee. Vale, dunque, la pena di soffermarsi sulla questione, allo scopo di metterne in luce i contenuti e le implicazioni.</p>
<p>Prima di tutto, dobbiamo chiederci cosa sia l’autonomia differenziata. In generale, è possibile asserire che lo Stato tassa i cittadini e ‘accentra’ la quasi totalità delle risorse: in altre parole, le tasse pagate dai cittadini finiscono quasi integralmente all’erario, ossia nelle casse dello Stato. L’autonomia differenziata romperebbe questo meccanismo, permettendo ad enti più periferici, come le Regioni, di trattenere una quota rilevante (più o meno elevata a seconda della portata dell’eventuale riforma, ma comunque maggiore di quella attuale, davvero minima) delle tasse pagate dai cittadini.</p>
<p>Per comprendere al meglio gli aspetti normativi di questo concetto, occorre, inoltre, ricorrere ad un noioso (ma breve) <em>excursus</em> nel campo del diritto costituzionale. L’istituto dell’autonomia differenziata (o rafforzata) è previsto esplicitamente dalla Costituzione, così come modificata dalla riforma del titolo V del 2001 (la legge costituzionale 3/2001, proposta nel 1999 dall’allora Presidente del Consiglio D’Alema e da Amato, all’epoca Ministro per le riforme istituzionali). L’articolo 116 della Costituzione risultante da tale riforma, recita, al terzo comma:</p>
<blockquote><p>«Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 [ovvero quelle in cui lo Stato e le Regioni esercitano la cosiddetta legislazione concorrente, <em>NdR</em>] possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessate».</p></blockquote>
<p>Le materie in questione sono le più svariate (qui quelle di <a href="https://www.senato.it/1025?sezione=136&amp;articolo_numero_articolo=117" rel="noopener noreferrer" target="_blank">legislazione concorrente</a>). Ne riportiamo soltanto alcune: tutela e sicurezza del lavoro, istruzione, ricerca, salute, protezione civile, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto, previdenza complementare e integrativa, beni culturali.</p>
<p>Ciò a cui stiamo assistendo è, dunque, l’applicazione concreta dell’articolo 116. Tre Regioni, infatti, ovvero Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, hanno formalmente iniziato, a seguito, in alcuni casi, di referendum consultivi, l’<em>iter</em> per l’ottenimento delle ulteriori forme di autonomia di cui sopra. In altre parole, hanno iniziato a trattare, prima con il governo Gentiloni (le <a href="http://www.regioni.it/newsletter/n-3333/del-28-02-2018/tre-regioni-firmano-con-il-governo-pre-intesa-sullautonomia-17767/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">cosiddette pre-intese del febbraio 2018</a>) e, successivamente, con il governo Conte, i contenuti delle intese che dovranno essere sottoposte al vaglio delle Camere.</p>
<p>Allo stato attuale, è molto difficile dire in cosa consisteranno tali intese. Esse, infatti, non sono ancora pubbliche e, per molti aspetti, non sono state ancora definite. Le bozze che circolano, non definitive, possono cambiare da un giorno all’altro in base alla trattativa in corso. Sorvoliamo, qui, sulla particolare procedura prevista per l’esame di queste intese da parte delle Camere, le quali, secondo l’interpretazione più diffusa, potranno semplicemente accettare o rifiutare in blocco le intese, senza la possibilità di emendarle, come invece accadrebbe con un normale disegno di legge (una garanzia, a dire il vero, alquanto priva di significato date le intenzioni della maggioranza e la malleabilità dei grillini).</p>
<p>Su alcuni aspetti, però, si può già dire qualcosa. L’attuazione delle intese implicherà un trasferimento di risorse economiche dallo Stato alle Regioni che otterranno l’autonomia rafforzata (vedi, al riguardo, anche il saggio di Gianfranco Viesti, <em>Verso la secessione dei Ricchi?</em>, <a href="https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;task=schedalibro&amp;Itemid=97&amp;isbn=9788858136430&amp;aprirecensione=4172" rel="noopener noreferrer" target="_blank">scaricabile gratuitamente</a>). Dalle bozze che circolano attualmente, in realtà, è impossibile quantificare con sufficiente precisione le risorse che saranno trasferite alle Regioni. Non sono chiare le materie che saranno oggetto di decentramento rafforzato, né quali saranno i criteri attraverso i quali le risorse economiche saranno assegnate. Quel che è certo, però, è, da un lato, che le Regioni non si limiteranno a chiedere quanto necessario per l’espletamento delle funzioni che saranno decentrate (per capire le intenzioni delle regioni, soprattutto di Lombardia e Veneto, basti pensare che in un referendum, poi ritenuto illegittimo e, per questo, mai tenutosi, il Veneto faceva richiesta del 90% del gettito maturato nella regione). Dall’altro, è certo che il trasferimento in questione provocherà una riduzione del gettito fiscale per lo Stato, che dovrà intervenire tagliando la spesa delle amministrazioni centrali o quella che effettua nelle altre regioni. E questo avverrà per la ragione che la ministra leghista per le autonomie regionali, Erika Stefani, <a href="https://www.corriere.it/politica/19_febbraio_27/stefani-lega-critiche-5-stelle-non-capisco-dc9c1766-3ad4-11e9-a94b-7b2b39079b0a.shtml" rel="noopener noreferrer" target="_blank">assurdamente adduce</a> per spiegare che le risorse non saranno sottratte alle altre regioni: l’inserimento della cosiddetta <a href="https://iusmanagement.org/2017/09/26/le-clausole-di-invarianza-finanziaria-non-precludono-in-se-una-nuova-spesa-anche-se-esigono-in-tal-caso-una-compensazione/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">clausola di invarianza finanziaria</a>. Quest’ultima prevede che le intese non debbano comportare nuovi o maggiori oneri per le finanze pubbliche. In altri termini, vuol dire che ciò che lo Stato perderà, in termini di gettito, per l’implementazione dell’autonomia differenziata, dovrà recuperarlo attraverso una riduzione della spesa pubblica. E ciò in ottemperanza alle previsioni dei trattati europei, che prevedono la possibilità dell’inserimento in Costituzione del <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/29/il-debito-pubblico-e-crescita-aboliamo-il-pareggio-di-bilancio/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">pareggio di bilancio</a> (il famoso <a href="https://www.senato.it/1025?sezione=127&amp;articolo_numero_articolo=81" rel="noopener noreferrer" target="_blank">articolo 81</a>, così come modificato nel 2012).</p>
<p>In altri termini, le tre regioni in questione (e le altre che richiederanno l’autonomia), che sono, non a caso, tra quelle più ricche, ed essendo le tasse proporzionali al reddito anche quelle con i più alti gettiti fiscali, vogliono tenere per sé gran parte di tale gettito. Ma questo significa l’inasprimento di un processo già in corso, volto a ridurre sempre di più l’intervento dello Stato nell’economia. E questo in totale contrasto con <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/29/il-debito-pubblico-e-crescita-aboliamo-il-pareggio-di-bilancio/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">ciò che è richiesto nelle aree economicamente depresse</a>, ovvero un pesante intervento dello Stato, anche in deficit, per il sostegno alla domanda aggregata e, dunque, al reddito di tali aree. In contrasto con esigenze redistributive ed espansive della spesa pubblica, dunque, ma in ossequio a quelle di quello che rappresenta lo zoccolo duro della Lega al nord: la grande e media borghesia che sempre di più vuole mano libera nelle regole che disciplinano il mercato del lavoro, il minor prelievo fiscale possibile e, se investimenti pubblici devono esserci, che siano localizzati nelle regioni dove esse operano e, possibilmente, pensati e implementati al loro servizio.</p>
<p>A ciò si aggiunga il fatto che se le regioni riusciranno a trattenere gran parte del proprio gettito e le funzioni che abbiamo citato tenderanno sempre di più a essere decentrate, è chiaro che i cittadini delle regioni più ricche potranno godere di servizi migliori rispetto ai cittadini di quelle economicamente svantaggiate. Un fenomeno non nuovo, certo, ma che andrà ad accentuarsi in misura sempre maggiore, anche ‘grazie’ ai trattati europei, che <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/20/ce-lo-chiede-leuropa-disoccupazione-disuguaglianza-e-precarieta/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">impongono vincoli stringenti</a> sia per quel che riguarda la spesa pubblica in deficit, sia per quel che riguarda gli ambiti di intervento a sostegno di determinati territori (politica industriale, creazione di posti di lavoro, realizzazione delle infrastrutture necessarie).</p>
<p>Siamo circondati, dunque, dai bracci di una tenaglia: da un lato, l’austerità dei trattati, che impone dannosi freni all’espansione della spesa pubblica proprio laddove ce ne sarebbe più bisogno; dall’altro, la voracità dei capitalisti, rappresentati, in questo caso come in altri, dalla Lega, che hanno tutto l’interesse a vedersi tassare di meno, a concentrare le risorse pubbliche laddove sono necessarie ai propri interessi e ad avere a disposizione <a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/13/la-piena-occupazione-spaventa-il-profitto-perche-lottare-contro-i-vincoli-europei/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">manodopera disperata</a> e, per questo, <a href="https://coniarerivolta.org/2018/08/08/ricattabili-isolati-e-precari/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">a buon mercato</a>. Un’ulteriore dimostrazione che <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/10/europeisti-e-nazionalisti-le-due-facce-del-liberismo/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">dobbiamo rompere</a> sia con la gabbia europea sia con la falsa alternativa del governo penta-leghista.</p>
<p><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<title>Allarmi son fascisti</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2015 11:35:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fabrizio Marchi  &#160; Si definiscono “antimondialisti”, anticapitalisti e antimperialisti ma sono solo fascisti, vecchi o nuovi, del secondo o del terzo millennio, in camicia nera o in camicia verde. I concetti che sostengono e i metodi che utilizzano sono più o meno sempre gli stessi. Dicono di lottare per la difesa delle identità culturali contro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ansa.it/webimages/img_640/2015/7/17/98710665d52852bbafe560d5eeda5521.jpg" alt="" /></p>
<h2><em><strong><a title="Post di Fabrizio Marchi" href="http://www.linterferenza.info/author/fabriziomarchi/" rel="author">Fabrizio Marchi</a> </strong></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si definiscono “antimondialisti”, anticapitalisti e antimperialisti ma sono solo fascisti, vecchi o nuovi, del secondo o del terzo millennio, in camicia nera o in camicia verde. I concetti che sostengono e i metodi che utilizzano sono più o meno sempre gli stessi.<br />
Dicono di lottare per la difesa delle identità culturali contro i processi di omologazione imposti dalla globalizzazione capitalista (lo chiamano “differenzialismo”), ma è solo un escamotage per coprire il loro razzismo ideologico e pratico (il razzismo “biologico” è ormai impresentabile e improponibile, anche per loro…). Confondono e sovrappongono, a volte per malafede (i leader e i gruppi dirigenti) e spesso per ignoranza (la base e la manovalanza) il concetto di omogeneizzazione (che è un processo effettivamente posto in essere dal sistema capitalistico assoluto che vuole ridurre il pianeta ad un gigantesco Mac Donald) con quello di eguaglianza (che nulla ha a che vedere con il primo) nei confronti del quale sono profondamente, visceralmente e violentemente ostili (altrimenti non sarebbero quello che sono, cioè fascisti…).<br />
Sostengono che il loro nemico non sarebbero gli immigrati ma il sistema (capitalista) che produce l’immigrazione, ma poi, all’atto pratico (che è quello che conta), il loro presunto anticapitalismo si traduce nell’aggressione sistematica e violenta nei confronti degli extracomunitari, come è successo ieri in quel quartiere residenziale a nord di Roma dove solo la presenza della polizia ha impedito che alcuni migranti fossero linciati, o come è successo qualche giorno fa nel Trevigiano, anche se in quel caso indossavano la casacca verde.<br />
Il loro livore e la loro rabbia si scarica sempre sugli ultimi, sulle prime vittime di quel sistema che a parole dicono di voler combattere. Ma sono solo menzogne. Avete forse mai visto dei fascisti assaltare con la stessa veemenza con cui aggrediscono un gruppo di immigrati la sede di una banca, di una multinazionale, di una base militare degli USA o della NATO oppure contestare con altrettanta virulenza questo o quel vertice dei potenti della Terra oppure ancora, che so, un ritrovo di “vip” in qualche località esclusiva per soli ultraricchi? Per quanto mi riguarda, mai. Sempre in prima fila, invece, quando si tratta di prendere a sprangate un immigrato.<br />
Non perché serva a qualcosa prendere a sassate la filiale di una banca o di una multinazionale, sia chiaro, anzi, il più delle volte si tratta di atti politicamente sciocchi e controproducenti. Però, dal momento che quegli stessi atti, per quanto infantili, hanno un valore simbolico (e per questa ragione vengono posti in essere), allora vale anche e soprattutto per le “bravate” dei “fascisti del terzo millennio”, come amano definirsi. E se tanto mi da tanto, se me lo permettete, tra assaltare la filiale di una multinazionale o contestare anche in modo violento un vertice del G8 o l’inaugurazione di una “kermesse di regime” come l’Expo da una parte, e aggredire un gruppo di immigrati dall’altra, c’è una bella differenza. E chi non riesce a vederla e mette tutto e tutti nello stesso calderone, vuol dire che è ottuso oppure in malafede.<br />
Purtroppo queste organizzazioni neofasciste (vale per la Lega Nord come per Casa Pound o simili, comunque oggi alleati) hanno buon gioco nel fare ciò che fanno. Speculano, come sempre hanno fatto, sull’insicurezza di tanta gente che vive una condizione di sofferenza e di forte disagio sociale e che, priva di una coscienza politica e di classe, individua negli immigrati, cioè in quelli che se la passano ancora peggio di loro, la causa o una delle cause principali della loro condizione. Ma anche sull’egoismo di quei settori della piccola e della media borghesia, impauriti anch’essi e in parte impoveriti dalla crisi economica, che credono di difendersi chiudendosi, non solo metaforicamente, nei loro fortilizi. Quanto accaduto in questi giorni a Roma e nel Trevigiano è emblematico in tal senso. Ciò che ha animato la “rivolta” non è stato in questi casi solo l’ostilità nei confronti degli “stranieri” ma il timore, molto più prosaico, che le loro case potessero deprezzarsi, perdere di valore a causa della presenza di questi ultimi che, in quanto tale, è considerata come fonte e causa di degrado.<br />
Questo non vuole essere un giudizio moralistico e men che meno un atteggiamento ideologico e supponente nei confronti di chi, in molti casi anche faticosamente e a prezzo di grandi sacrifici, si è messo un tetto sotto la testa e ha costruito per se e per la propria famiglia una vita decente, ma solo il tentativo di abbozzare un’analisi lucida (che non vuol dire giustificare…), sia pur estremamente sintetica, sulle cause che sono a monte dell’ ostilità nei confronti dei migranti.<br />
Il caso di Casale San Nicola è simile (nell’ostilità) ma allo stesso tempo in larga parte diverso (nella sostanza) da quello di Tor Sapienza dove, non molto tempo fa, scoppiò una rivolta contro il centro che ospitava gli immigrati. Tor Sapienza è una borgata, un quartiere periferico da sempre disagiato e degradato, che una volta avremmo definito “proletario” (oggi il termine è desueto ma la sostanza è la stessa…), dove gli autoctoni e gli stranieri si trovano a condividere lo stesso degrado sociale, la stessa assenza di servizi e di strutture, la stessa mancanza di lavoro e di prospettive e la stessa condizione di miseria esistenziale, oltre che materiale. E’ in questo contesto che cresce e si sviluppa una sorta di competizione che finisce per sfociare nell’ ostilità e nel risentimento, anche e soprattutto in questo caso, da parte dei primi nei confronti dei secondi: la famosa “guerra fra poveri” alimentata ad arte dai padroni del vapore (divide et impera) e da quelle forze neofasciste che su di essa proliferano.<br />
Casale San Nicola è invece un quartiere residenziale, abitato per lo più da una neo piccola e media borghesia di commercianti e piccolissimi imprenditori, per lo più culturalmente sprovveduti, in molti casi di origine popolare, che difendono il loro “status” di “neo borghesi” (termine anche questo improprio ma ci capiamo anche in questo caso) e il “loro” territorio che rischia di essere “invaso” dagli stranieri. I quali, è bene ricordarlo, sono poveri, anzi poverissimi, e questa è la loro “colpa”. Perché se invece di essere poveri fossero benestanti e abitassero nella villetta accanto alla loro o addirittura in una villa, qualora fossero ricchi, il problema non si porrebbe e le “rivolte” non scoppierebbero. Tutt’al più ci sarebbe una sorta di rancore, di invidia più o meno manifesta nei confronti di quello straniero “che ha fatto i soldi”.<br />
Quindi, come vediamo, il problema non è dato tanto dalla questione etnica quanto da quella sociale. E’poi ovvio che quando questi due aspetti si sovrappongono si crea una miscela esplosiva.<br />
Ed è sempre facendo leva su questi “sentimenti” che la destra neofascista e leghista riesce a costruire un blocco sociale interclassista (e ad esercitare anche egemonia politica e culturale), il cui collante è appunto l’ostilità nei confronti degli stranieri e di un non meglio identificato “sistema” (nulla a che vedere con una critica strutturale del dominio capitalistico che non ha nessuna intenzione di mettere realmente in discussione se non in determinati aspetti “culturali”) che provocherebbe questa situazione (e in effetti è così, solo che sono sia la diagnosi che la “cura” ad essere completamente sballate…). In questo blocco sociale interclassista è solo apparentemente assente la borghesia più ricca e altolocata per un motivo molto semplice: i ricchi e i potenti non vivranno mai le contraddizioni create dal loro stesso sistema per la semplicissima ragione che ne godono solo i vantaggi e i privilegi. Del resto, per fare solo un esempio, nessun centro di accoglienza per migranti verrà mai collocato in una quartiere di ricchi. Il rapporto che questi ultimi hanno con gli immigrati è solo quello che hanno con i nuovi “servi”, cioè con i camerieri e le cameriere, i badanti e la badanti, le baby sitter e i dog sitter che prestano servizio nelle loro case. Questa alta borghesia (diciamo classe sociale ultracapitalistica), data la sua condizione, può permettersi anche di assumere rispetto a questo ordine di problemi, un atteggiamento liberale e “politicamente corretto”, ed in effetti è proprio quello che il più delle volte assume, fingendo di scandalizzarsi per i comportamenti intolleranti, rancorosi e violenti di quei settori popolari e di piccola e media borghesia di cui sopra. Ma è proprio qui che continua il depistaggio ideologico da parte della destra neofascista e neoreazionaria la quale si guarda bene, ovviamente, dall’organizzare la rabbia dei ceti popolari verso i veri responsabili della loro condizione di oppressione e disagio sociale (altrimenti sarebbe un’altra cosa…), per dirottarla contro quelli che vivono una condizione ancora peggiore. Ecco che in questo modo si chiude il cerchio. Nella migliore scuola fascista, si acchiappano due, anzi, tanti piccioni con una fava: si alimenta ad arte una guerra fra poveri, si depistano ideologicamente le masse, si crea una gigantesca falsa coscienza e ultimo, ma niente affatto per ultimo, si disinnesca il conflitto di classe.<br />
Coloro che, specie negli ultimi anni (fra cui anche autorevoli pensatori), hanno sostenuto che il fascismo fosse un fenomeno ormai storicamente superato, hanno commesso un grave errore interpretativo. Certo, se per fascismo intendiamo solo ed esclusivamente quello che si è determinato nel ventennio italiano dal 1922 al 1943, allora hanno “tecnicamente” ragione, perché quello è un evento che in quelle date forme e modalità appartiene appunto alla storia e non è ripetibile. Ma noi sappiamo che tutto si trasforma, con il trasformarsi della realtà storica. Questo vale naturalmente anche per il fascismo che si manifesta in forme e modalità sia pure in parte nuove, come è normale che sia, date le differenti circostanze e contesti storici. E non c’è alcun dubbio sul fatto che gli atteggiamenti di ostilità, di razzismo, di intolleranza diffusa e di odio nei confronti degli immigrati affondino le loro radici nella cultura e nell’ideologia fascista e nelle sue propaggini.<br />
E’ doveroso sottolineare che questa sorta di fascismo diffuso (la logica degli “sparuti gruppi di provocatori e violenti “ non regge più, bisogna affrontare il toro per le corna e non raccontarsi balle…) prolifera anche e soprattutto a causa dell’assenza sempre più drammatica di una forza politica in grado di sviluppare una moderna ma forte critica di classe e anticapitalistica.</p>
<p>http://www.linterferenza.info/editoriali/allarmi-son-fascisti/</p>
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		<title>Populismo e liberismo: la ‘rivoluzione’ di Salvini in camicia nero-verde</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2015 22:05:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div align="left">
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/06/image-215x350.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5121" title="image-215x350" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/06/image-215x350-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a></p>
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<p><em><a href="http://www.rivistapaginauno.it/matteolucaandriola.php">Matteo Luca Andriola </a></em></p>
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<table width="8" border="0" cellspacing="3" cellpadding="3" align="center">
<tbody>
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<td valign="top" height="79"></td>
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</tbody>
</table>
<p align="justify">Le elezioni europee del maggio 2014 hanno rilanciato la Lega Nord, che con il 6% dei consensi ottenuti a livello nazionale conferma che la scelta di Matteo Salvini alla guida del Carroccio è stata vincente: l’uomo giusto al momento giusto. Certo, nulla di paragonabile al Front national di Marine Le Pen, che con quasi il 24,8% ha fatto tremare i palazzi di Parigi e quelli della troika, mandando a Bruxelles 25 deputati, e ha superato i gollisti dell’Ump (20,8%) e la gauche riformista, il Ps di Hollande (un misero 14%) (1).</p>
<p align="justify">Salvini è stato più modesto con il suo 6% (oggi però i sondaggi danno la Lega proiettata al 14-15%), ma se pensiamo al tracollo dopo l’ultradecennale gestione di Umberto Bossi, con il partito dato al 3%, risulta evidente quanto il rampante Matteo abbia salvato il Carroccio, cambiando abito e dando una verniciata di nuovo a un partito ormai imbolsito, lontano dai fasti dei primi anni Novanta e dalla fase secessionista, quando il giudice Papalia arrivò a denunciare tale progetto e le camicie verdi come lesive all’unità d’Italia. La Lega Nord – ci vuole poco, basti ricordare l’ultima gestione bossiana caratterizzata da scandali finanziari e dal malcostume – con il passare degli anni, specie con le alleanze con il centrodestra, era diventato un partito totalmente funzionale al sistema, garante della rivoluzione neoliberista apparentemente predicata solo dal centrodestra, ma concretamente perpetrata da ambo gli schieramenti in campo, quello conservatore e quello progressista, entrambi volenterosi complici dei vertici dell’Unione europea.</p>
<p align="justify">Il restyling leghista è avvenuto su binari ben precisi: la crisi economica nella vicina Francia stava rilanciando la Le Pen come, apparentemente, unica opposizione all’eurocrazia, e il Carroccio, archiviato il flirt con la Csu bavarese di Roberto Maroni e della sua Lega 2.0 – desideroso di diventare una forza moderata egemone al Nord da contrapporre a un Pdl rappresentante del resto d’Italia e distante dagli impresentabili lepenisti francesi – diventa improvvisamente antieuropeista (pur non essendo mai stato una forza euro-entusiasta) e filolepenista. Il tutto nel giro di poco tempo, mentre lo stesso Maroni, che ha appoggiato Salvini contro la vecchia guardia bossiana, nel 2012 risultava essere favorevole alla creazione di una Europa federale fondata su delle macroregioni, dove doveva spiccare l’Euroregione Padana-Alpina, macroregione transfrontaliera fra regioni affini dal punto di vista economico, cioè la Lombardia, il Piemonte e il Veneto, l’Austria alpina, la Francia meridionale con Rhôme Alpes, la Baviera e la Slovenia; zone dove prevalgono, sempre non casualmente, diversi populismi alpini (quelle italiane sono guidate da giunte di centro-destra con a capo la Lega Nord, la Carinzia è amministrata dal Bzö fondato da Jörg Haider, forza populista con propensioni governative), regioni dove il Pil è molto più alto che in altre zone; e ovviamente mantenendo il produttivo Nord Italia e queste regioni all’interno dell’eurozona.</p>
<p align="justify">Nel suo libro-manifesto del 2012, <em>Il mio Nord. Il sogno dei nuovi barbari</em>, Maroni scrive: “Il nostro obiettivo politico [della Lega, <em>n.d.a.</em>] è quel lo di diventare il primo partito in tutte le regioni del Nord, sul modello della Csu bavarese, condizione indispensabile per costruire una forte Euroregione, costituzionalmente autodeterminata. Si tratta di un progetto rivoluzionario perché il Nord potrebbe anche diventare il primo tassello di quell’Europa che abbiamo in mente: l’Europa delle Regioni e dei Popoli. [...] Questo assunto ci colloca a grandissima distanza dai partiti e dai movimenti neonazionalisti. Insomma, è ora di finirla con i soliti stereotipi: noi non siamo i nipotini di Le Pen” (2). La crisi economica non innescherà affatto – secondo il <em>moderato</em> Maroni – progetti rivoluzionari e antisistemici, perché “la possibilità di muoversi liberamente nell’Eurozona fa sì che un imprenditore non sia costretto a rimanere nel suo Paese: può chiudere il suo stabilimento nel Nord Italia e aprire in Slovenia o in Polonia”.</p>
<p align="justify">Solo con l’autonomia del Nord – con una Lega egemone – “quell’imprenditore che vuole chiudere a Treviso e aprire a Lubiana avrà trovato la risposta ai suoi problemi. Una Lega egemone, espressione di un blocco sociale fortemente rappresentativo del lavoro in tutte le sue componenti, può costringere Roma e Bruxelles ad avviare il processo che porta alla realizzazione della Euroregione Nord, a statuto fiscale speciale, configurabile nel sistema dei ‘tre quarti a me e un quarto allo Stato’. È con quest’ultimo quarto che Roma deve mantenere la Magna Grecia. Ecco, a Roma faccio una proposta: l’Euroregione del Nord, e in cambio riconosciamo lo status di mantenimento del Sud, che consideriamo la nostra vera controparte. Dobbiamo staccare l’assegno? Siamo pronti a farlo. Con gli stessi criteri di una coppia che divorzia, dove chi ha di più paga gli alimenti. [...] La mia idea è semplice: ti mantengo, ma ci lasci il residuo fiscale, ovvero i tre quarti del gettito complessivo. All’Europa, invece, dico: l’Italia non può essere tutta nell’Europa, solo il Nord può collocarsi nell’Eurozona. La Grecia, la Magna Grecia e un pezzo della Spagna diventeranno l’area mediterranea che l’Europa, come tutti sappiamo, dovrà mantenere da qui in avanti” (3).</p>
<p align="justify">È il caso di dire che Maroni su una cosa ha totalmente ragione: la struttura liquida della Ue e il graduale dissolvimento dei confini interni e delle sovranità hanno senz’altro avvantaggiato sia il grande capitale finanziario che la grande industria produttiva, i quali percepivano gli Stati solo come un freno alla loro libertà di investire: la tua azienda vive dei limiti fiscali? La Ue ti permette di licenziare i tuoi dipendenti e spostare il tutto nell’Est, dove i lavoratori percepiscono paghe più basse e i diritti sindacali sono un’utopia. Il discorso maroniano è rivolto sia a questa imprenditoria che al suo ceto di riferimento, la piccola-media impresa, che ha premiato elettoralmente la Lega nel nord-est e che, a differenza degli squali dell’alta finanza, non è riuscita ad arricchirsi con la crisi ed è in via di proletarizzazione quasi come i ceti salariati. E a loro (alle ‘vittime’ della crisi in corso, siano essi salariati, cittadini indignati contro una politica fatta di privilegi per pochi, pronti a salire sulle barricate sollevando i forconi, o imprenditori e negozianti terrorizzati di chiuder bottega) è rivolto il nuovo corso leghista salviniano, che archivia ogni velleità secessionista – perché mantenere il 75% di tasse nella regione, checché ne dica Maroni, è una secessione fiscale, primo passo per quella politica – e trasforma la Lega Nord nel Front national italiano, in una fase in cui Alleanza nazionale è scomparsa e alla destra di tale soggetto non esistono che frange neofasciste velleitarie e minoritarie, mentre l’a-ideologico Movimento 5 stelle si barcamena tra grandi difficoltà con un elettorato misto, un po’ proveniente dalla sinistra, un po’ dal centro liberale e un po’ dalla destra conservatrice.</p>
<p align="justify"><strong><br />
Il liberale Salvini e il nuovo corso: dalla camicia verde a quella nera</strong><br />
Il Carroccio inizia il suo nuovo corso spostandosi apertamente a destra in modo molto interessante, aprendo cioè il dialogo con intellettuali anticonformisti, alcuni apertamente di destra, altri addirittura della sinistra eretica.<br />
Nel primo caso abbiamo una serie di convegni organizzati da alcuni circoli in odore di neofascismo, animati da ex militanti della destra radicale o di quella sociale alemanniano-storaciana: il circolo culturale Il Talebano, per esempio, del giovane Vincenzo Sofo (ex membro de La Destra di Francesco Storace), consigliere nella zona 6-Milano per la Lega Nord, che ha indetto nel 2013 una serie di convegni con intellettuali anticonformisti come Massimo Fini, Pietrangelo Buttafuoco e il maître à penser della nouvelle droite francese Alain de Benoist. Una serie di serate indispensabili per l’evoluzione in senso lepenista della Lega Nord, e non solo per le accese critiche – senz’altro condivisibili – che questi intellettuali fanno alla struttura finanziaria e liberista dell’Unione europea, ma anche per il programma politico, che ha incoronato Salvini segretario del Carroccio. Un’area intellettuale che descrive le origini della crisi economico-finanziaria e del turbocapitalismo con analisi simili a quelle di un economista di scuola marxista, ossia un fenomeno sconnesso dall’economia reale che va superato dando più sovranità ai popoli del continente e, come afferma Alain de Benoist, anche alle comunità locali, attaccate da una troika e da un’alta finanza interessata solo al proprio profitto e all’utilitarismo (4).</p>
<p align="justify">La svolta lepenista del Carroccio è avvenuta anche in nome di un pragmatismo antieuropeista, perché “se, per portare avanti certi temi a cui tengo – ha detto Salvini durante l’incontro con de Benoist – come un’idea diversa di Europa, devo ragionare con la destra, ci ragiono volentieri” (5). Non, ovviamente, con impresentabili formazioni come Jobbik e Alba dorata, ma con i neopopulismi, forze che per la maggiore hanno al loro interno quote più o meno importanti della cosiddetta fascisteria (dalla matrice di un numero consistente di quadri, all’apparato mitopoietico), ma che si rivelano presentabili e ragionevoli: il Fn di Marine Le Pen, il Fpö di Hans-Christian Strache, il Pvv di Geert Wilders, i fiamminghi del Vlaams Belang ecc.</p>
<p align="justify">Nel farlo, Salvini ha sposato il nazionalismo, ideologia un tempo estranea al Carroccio, permettendo un’espansione del partito in zone come il centro-sud, un tempo estranee al consenso. “Per la prima volta nella sua storia – nota il giornalista-blogger antifascista Saverio Ferrari – la Lega ha tenuto e organizzato in una campagna elettorale iniziative nelle regioni del centro-sud. In prima fila lo stesso segretario. Anche il taglio degli slogan è mutato per indicare il nuovo corso: «Basta tasse, basta immigrati, no Euro, prima gli italiani!». La traduzione in pratica delle posizioni del Front national francese con il quale il partito di Salvini ha stretto un’alleanza in occasione del voto. Da qui il superamento del secessionismo [...] che ha fortemente impattato nel mondo dell’estrema destra, che incapace di presentare proprie liste è rifluito in larga parte in quelle della Lega. È stato il caso di CasaPound, che ha sostenuto apertamente nel centro Italia la candidatura di Mario Borghezio, poi eletto con poco più di cinquemila preferenze” (6).</p>
<p align="justify">Se si esclude l’ovvio – è risaputo che il leghista Borghezio è stato un quadro ordinovista, una colonna del mensile antimondialista della destra radicale Orion, diretto da Maurizio Murelli, interessato, dal 1987 al 1992, al regionalismo leghista (la cui rivista è stata l’incubatrice dei <em>fascisti del III millennio</em> con le sue iniziative culturali, si vedano le Università d’estate di Sinergie europee) e, cosa non meno importante, sorta di plenipotenziario sin da tempi di Bossi per i contatti con l’estrema destra europea (7) – è chiaro che la rivoluzione salviniana ha riempito un vuoto lasciato da An, da sempre, grazie alla destra sociale, capace di aggregare attorno a sé tutto quello che stava alla sua destra. Ora, invece, cavalcando gli squilibri creati dalle politiche neoliberiste della Ue, Salvini – nominalmente nemico di tale sistema – diviene il nuovo referente di tale area politica, alla perenne ricerca di punti di riferimento.</p>
<p align="justify">Non casualmente cambiano anche i referenti a livello geopolitico: se la vecchia Lega si era schierata – come la sinistra radicale, Fiamma tricolore, il Grece di de Benoist e gli antimondialisti di Sinergie europee – contro la guerra alla Serbia di Slobodan Milosevic (8), ora che a far da contraltare agli Stati Uniti, al loro desiderio unipolare di dominare le sorti del globo e alla loro <em>way of life</em> neoliberista c’è il presidente Vladimir Putin – amato e osannato dalle destre radicali e dalla nouvelle droite per la presenza nell’entourage presidenziale del professor Aleksandr Dugin, filosofo nazionalbolscevico e teorico indiscusso dell’Impero Eurasiatico e punto di riferimento per tutti i fautori dell’Eurasia, un grande blocco geopolitico unito da Dublino a Vladivostok e alleato con i Paesi del Brics e quelli antiamericani – il cuore della Lega batte per lui e per la Russia; al punto di arrivare a invitare delegati del partito putiniano al Congresso leghista e a Mosca tramite l’Associazione culturale Lombardia-Russia, diretta dal giornalista leghista Gianluca Savoini (orionista della prima ora e vicinissimo a Murelli fin dagli anni Ottanta) e dall’ex giornalista di TelePadania Max Ferrari (ex Guardia padana, che nei primi anni Novanta, con lo scoppio della guerra in Jugoslavia, ha compiuto insieme a giovani leghisti varesini e piemontesi – come l’on. Guido Rossi, ex membro del Circolo culturale Barbarossa, animato nel 1979 da Murelli a Saluzzo e frequentato da Borghezio – diverse spedizioni in Croazia e nei Balcani per prestare aiuto alle popolazioni locali).</p>
<p align="justify">Questo circolo – ve ne sono di identici nel Front e negli altri partiti neopopulisti – in prima linea nell’intessere i legami diplomatici fra via Bellerio e il Cremlino, ha patrocinato un incontro tenutosi nel capoluogo lombardo alla presenza di Aleksandr Dugin il 4 luglio 2014, dal tema: “La sfida eurasiatica della Russia”. Ma che c’entra Salvini, i legami con il neofascismo e il liberalismo tanto sbandierato?</p>
<p align="justify">
<strong>La rivoluzione liberale del gobettiano Salvini</strong><br />
Nel novembre 2014 il presenzialista lepenista Matteo Salvini, a zonzo per l’etere da un talk show all’altro o inviando valanghe di post provocatori su Twitter e Facebook, è balzato agli onori della cronaca politica – che tra l’altro non lo ha mollato un secondo da quando è diventato segretario – grazie al suo <em>nuovo progetto</em> che sembra antitetico a quello movimentista filolepenista: la ‘rivoluzione liberale’, un vecchio cavallo di battaglia del centro-destra dal 1994 e, secondo loro, mai realizzato. Uno dei fautori di tale svolta, Igor Iezzi, coordinatore provinciale di Milano per la Lega Nord, già nell’ottobre 2013 affermava: “Non ce li vedo Maurizio Lupi e Angelino Alfano a fare la rivoluzione liberale”. “Berlusconi – proseguiva l’esponente leghista – ci ha provato agli inizi della sua avventura politica, derubando la Lega di molte istanze liberali, ma poi si è arenato con alleati che a seconda della latitudine assumevano posizioni più o meno stataliste. [...] Dobbiamo rilanciare i temi del meno Stato e più Società che la Lega degli inizi aveva trasformato nel suo principale cavallo di battaglia e in questo modo sono certo che riconquisteremo molti dei voti finiti al Popolo della Libertà/Forza Italia. Torneranno a casa, ecco, qui nel Carroccio” (9).</p>
<p align="justify">Ed ecco tornare gli anni Novanta, in cui dirigenti e militanti attingevano al pensiero liberale mentre alcuni quadri locali, quelli provenienti dalla destra radicale e identitaria, facevano convegni nel varesotto o in Veneto con il filosofo della nouvelle droite Alain de Benoist, o si facevano ospitare sulle pagine di Diorama letterario, organo della nuova destra italiana di Marco Tarchi, anch’egli interessato al neonato progetto federalista della Lega (10).</p>
<p align="justify">Insomma, identitarismo etnocentrico unito a un po’ di sano neoliberismo, il tutto equilibratamente bilanciato e corretto dalla sempre eterna ‘preferenza nazionale’, ripresa nei programmi sull’immigrazione delle destre populiste europee, che non mette in discussione il sistema economico e le privatizzazioni ma pone paletti identitari per l’accesso al welfare e ai servizi pubblici, il classico <em>Prima i nostri!</em>, formula adottata dal Front national di Jean-Marie Le Pen dal 1985 ed elaborata da Yvan Blot e Jean-Yves Le Gallou, ex quadri intellettuale del Grece di Alain de Benoist animatori nel 1979 del Club de l’Horloge, circolo politico-culturale nato in seno alla nouvelle droite, economicamente reaganiano, atlantista e al servizio diretto delle destre tutte, quelle liberalconservatrici, quelle golliste e quelle nazionalpopuliste, per costruire una <em>droite plurelle</em> e unitaria – a differenza della casa madre grecista, favorevole alla sussidiarietà, critica verso l’americanismo e l’approccio politico diretto (11).</p>
<p align="justify">Dunque, se ‘liberale’ per Berlusconi &amp; Co. (ma pure per gli avversari definiti ‘comunisti’ dalla propaganda berlusconiana, ieri fautori delle prime leggi sulla precarietà e oggi del Jobs Act, elogiato da Bce, Fmi e Moody’s) è sinonimo di ‘deregolamentazione’, per la Lega Nord e forze populiste affini significa usare quanto risulta più comodo della globalizzazione neoliberista, diventando poi antimondialisti e patriottici (localmente o a livello nazionale) quando le contraddizioni sono evidenti, il proprio elettorato se ne accorge o ne diviene vittima.</p>
<p align="justify">Ma la rivoluzione liberale salviniana è oggi soprattutto contro Renzi, contro i lacci di Bruxelles per ottenere un’egemonia all’interno del centro-destra, ora che è in cerca di nuova leadership. Nel novembre 2014, in un’intervista a Massimiliano Mingoia, Salvini sostiene che tale rivoluzione “parte da un programma. Il 13 dicembre a Milano presenteremo la nostra proposta di rivoluzione fiscale. Dagli Stati Uniti arriverà il professor Alvin Rabushka, uno degli ideatore della flat tax. L’obiettivo è un dimezzamento delle tasse con un progetto serio”, e afferma che la vera rivoluzione liberale proposta da Berlusconi nel 1994 potrà esser fatta oggi con lui, dato che “ci sono tutte le condizioni per farla. Siamo in una situazione di emergenza che vent’anni fa non c’era. Adesso siamo con l’acqua alla gola, bisogna cambiare il sistema fiscale italiano. Con lo 0,1 in meno non si risolve nulla”. E ancora, dopo i viaggi in Paesi antiamericani come la Russia di Putin e la Corea del Nord, il leader leghista afferma: “Mi piacerebbe andare negli Stati Uniti, a Washington, ma non per incontrare i democratici, ma i repubblicani, che spero vincano le elezioni di Midterm. Finalmente il bluff di Obama sta per essere svelato. Mi sembra una parabola simile a quella di Renzi. Tante promesse e una fine ingloriosa” (12).</p>
<p align="justify">Un percorso che, non a caso, ricorda quello di Marine Le Pen, anch’essa filoputiniana, antieuropeista, favorevole a svolte sociali e sostenuta da numerosi quadri dell’estrema destra antimondialista e anticapitalista, che nel 2011, dopo essere stata eletta presidente del Front national, è “volata a New York [...] e ha incontrato per venti minuti l’ambasciatore d’Israele all’Onu, Ron Prosor. E il quotidiano Haaretz le concede una possibilità, purché la condanna dell’anti-semitismo sia «chiara e forte». A Palm Beach, Marine ha cenato con duecento repubblicani del Tea Party da Bill Diamond, finanziatore ebreo di Rudolph Giuliani. E per un soffio non è stata accolta da vip al Museo della Shoah a Washington. Che il secondo turno sia dietro l’angolo?” (13).</p>
<p align="justify">
<p align="right"><em> <a href="http://www.rivistapaginauno.it/matteolucaandriola.php">Matteo Luca Andriola</a></em></p>
<p align="left">
<p align="left">
<p><span>1) Cfr.<a href="http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-front-national.php"><em> Il Front national in Francia: la cavalcata di Marine Le Pen</em></a>, Matteo Luca Andriola, Paginauno n. 38/2014<br />
2) R. Maroni, <em>Il mio Nord. Il sogno dei nuovi barbari</em>, con C. Brambilla, Sperling &amp; Kupfer, 2012, pp. 3, 4<br />
3)<em> Ibidem</em>, p. 20, 21<br />
4) Cfr. <a href="http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-lega-nord.php"><em>Alain de Benoist e Matteo Salvini: una Lega Nord “al di là della destra e della sinistra”</em></a>, Matteo Luca Andriola, Paginauno n. 36/2014<br />
5) <em>Salvini si prepara a guidare la lega: “Alleanze con la destra estrema? Ci ragiono volentieri”</em>, il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2013<br />
6) S. Ferrari, <em>Lega Nord, l’estrema destra ora parla «padano»</em>, Il Manifesto, 4 settembre2014<br />
7) “Io, in semilibertà, mi ero stabilito a Saluzzo. Là avevo fondato Orion, punto di ritrovo di tante persone di destra. [...] Borghezio era un giovane avvocato con origini di estrema destra, aveva il pallino del complotto giudaico-massonico. [...] Poi, purtroppo, sono stato io a consigliargli di entrare in Lega. Quel movimento era agli albori. Qualcuno di noi lo considerava una pagliacciata. Altri no. Io ho detto a Mario: prova a entrare, mi pare che in Lega si stia concentrando il discorso delle tradizioni, dell’identità&#8230; È entrato, fine anni Ottanta. Dopo un po’ l’ho perso di vista. E me lo ritrovo capovolto. [...] Non avrei mai pensato che arrivasse a quest’odio per l’Islam, a questa difesa delle radici cristiane. È inspiegabile, è un non-senso. [...] Perché le radici che consideravamo, allora, erano semmai pagane. [...] E comunque l’islamismo è rispettatissimo”. M. Murelli, dichiarazione rilasciata a M. Sartori, in <em>Borghezio: Fascio, Lega e Bastone. Ora è il campione della lotta all’Islam ma un tempo gridava al complotto giudaico-massonico</em>, l’Unità, 23 ottobre 2002<br />
8) L’avvocato milanese Stefano Vaj, ex esponente della nuovelle droite e ora membro dell’associazione filoleghista Terra Insubre, nota che “potrebbe perciò piacevolmente sorprendere l’assoluta unanimità con cui praticamente tutte le forze al di fuori dalla più immediata area culturale occidentalista e mondialista – da Rifondazione comunista al Front national, dalla Lega Nord a Sinergie europee al Grece alla Fiamma tricolore – hanno mostrato di percepire immediatamente strumentalità e reale significato dell’attacco degli Usa alla Serbia di Slobodan Milosevic”. S. Vaj, <em>Processo alla Serbia</em>, L’Uomo libero, n. 54, ottobre 2002. Sull’organo leghista furono ospitati interventi di Alain de Benoist e Guillaume Faye, anch’egli noto esponente del Grece e amico di Vaj. Cfr. A. de Benoist, <em>Kosovo e Kurdistan, due pesi e due misure</em>, La Padania, 2 aprile 1999; Id.,<em> Si è aperto il vaso di Pandora</em>, ivi, 6 aprile 1999; G. Faye, <em>I governi europei battano un colpo</em>, ivi, 19 aprile 1999<br />
(9) M. Brusini,<em> Il futuro della Lega si chiama rivoluzione liberale</em>, L’Intraprendente, ottobre 2013<br />
10) I contatti fra nuova destra e il leghismo iniziano nel 1992/93 con la nascita del sistema Maastricht. Nel settembre 1993 esce un numero monografico di Diorama letterario (n. 171) intitolato “L’ipotesi federalista, una prospettiva per l’Europa dei popoli”, con contributi di Irene Pivetti e Gianfranco Miglio; segue, l’11 dicembre 1993, un dibattito organizzato a Gorizia dalla locale giunta regionale della Lega, intitolato “Dopo Maastricht, quale Europa? Prospettive e scenari per l’unità europea”, con Alain de Benoist. Cfr. E. D’Erme, <em>Un federalismo imperiale. Lega e Nuova Destra si sono incontrate a Gorizia. Stesse parole, nemici e proposte. Invitato d’eccezione, il filosofo francese Alain de Benoist</em>, Il manifesto, 15 dicembre 1993<br />
11) Cfr. J.-Y. Le Gallou, <em>La Préference nationale: réponse à l’immigration</em>, A. Michel, 1985. Mentre il Grece afferma che l’economia “non è un fine, ma uno strumento al servizio della politica. Per questo è necessaria una direzione politica dell’economia che permetta l’emergere di un civismo economico superiore agli interessi e ai profitti del mercato, i quali non fanno necessariamente gli interessi della patria” (Ch. Champetier, <em>Europe trosième Rome</em>, Grece, 1988), ed è quindi favorevole alla sussidiarietà e a forme di neocorporativismo, i ‘dissidenti’ del CdH ritengono che la promozione di un welfare state creerebbe omologazione, livellamento ed egualitarismo forzato, e sono per un “liberalismo al servizio dei popoli”: “L’identità va di pari passo, in Occidente, con la libertà. [...] Essere libero significa affermare la propria identità, ciò vale sia per il singolo individuo che per il gruppo” (Lettre d’information du Club de l’Horloge, n. 39/1988). Sulla sussidiarietà e sul suo legame intrinseco con il neoliberismo, cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="http://www.rivistapaginauno.it/welfare-sussidiarieta-cl.php">Il welfare ai tempi della sussidiarietà neoliberista: privato e clericale</a></em>, Paginauno, n. 30/2013<br />
12) M. Mingoia, L’intervista <em>Salvini: “Sarò meglio di Berlusconi. Farò la vera rivoluzione liberale”</em>, QN Quotidiano nazionale, 3 novembre 2014<br />
13) M. Ventura, <em>Francia: sfida a destra al primo turno</em>, Panorama, 6 dicembre 2011</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-lega-nord-%20salvini.php</p>
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		<title>PERCHÉ L&#8217;ASTENSIONE È LA GIUSTA SCELTA</title>
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		<pubDate>Wed, 21 May 2014 13:27:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[astensione]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Europee]]></category>
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		<description><![CDATA[Attualmente il dibattito politico è incentrato sulle elezioni europee del 25 maggio che vengono viste come un referendum tra “europeisti ed eurocritici”. Naturalmente, proprio per questo motivo, anche il Coordinamento della Sinistra contro l’Euro è chiamato a esporre la propria opinione. Come si è visto, le visioni su questo tema all’interno del Coordinamento sono diverse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/05/Elezioni_astensione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4526" title="Elezioni_astensione" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/05/Elezioni_astensione-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a></p>
<p>Attualmente il dibattito politico è incentrato sulle elezioni europee del 25 maggio che vengono viste come un referendum tra “europeisti ed eurocritici”. Naturalmente, proprio per questo motivo, anche il Coordinamento della Sinistra contro l’Euro è chiamato a esporre la propria opinione. Come si è visto, le visioni su questo tema all’interno del Coordinamento sono diverse e diversificate e, per questo, mi accingo ad esporre anche la mia personale valutazione.</p>
<p>Diciamo innanzitutto che una posizione su tale tema per chi voglia “uscire dall’euro da sinistra” è difficile e complessa. Proprio perché, attualmente, non esiste ancora una sinistra contro l’euro che si sia presentata alle elezioni. Qualunque movimento o partito si appoggi, se si decide di appoggiarlo, dunque, non sarà il “nostro” e qualunque posizione rischia di essere strumentalizzata o, peggio, sembrare semplicistica. Prima di esporre la mia opinione su cosa fare alle europee penso sia utile dare il mio giudizio sui partiti/movimenti che, a vario titolo vengono definiti eurocritici o euroscettici, presenti alle Elezioni del 25 maggio.</p>
<p>1) L’Altra Europa con Tsipras: &#8211; Questa ritengo essere l’ennesima riproposizione di una sinistra ormai in disuso, che con indefessa puntualità si presta all’ennesimo fallimento (un fallimento politico e teorico, iniziato con l’appoggio ai governi Prodi e proseguito fino a Rivoluzione Civile). In questo caso, risulta difficile anche definire questa lista &#8211; formata da un’accozzaglia di sigle e di personale politico fallimentare &#8211; come “euroscettica o eurocritica” &#8211; e, per questo, spenderò poche parole per descriverla. Infatti, se ascoltiamo i principali esponenti della Lista Tsipras, in primis Barbara Spinelli, assisteremo a frasi fatte e un programma che sembra scritto dal PUDE (Partito Unico dell’Euro). Un programma che sembra una versione vagamente più sociale di quella del Partito Democratico renziano: “Più Europa”, “L’euro non è il problema”, “In un’epoca globalizzata non possiamo ritornare agli stati nazionali”, eccetera. Cosa abbia questo a che fare con una sinistra alternativa non è dato sapersi. Come non è dato sapersi come questa sinistra non riesca ancora a comprendere come la difesa dello stato nazionale voglia dire permettere la dialettica democratica e la rivendicazione dei diritti dei lavoratori e come, dopo anni di dibattiti e di informazione sul tema della moneta unica, ancora finga di non capire come l’euro non è stato altro che lo strumento per attuare le riforme neoliberiste e, in particolare, la deflazione salariale. Parce sepultis!</p>
<p>2) Movimento Cinque stelle: &#8211; Sul MoVimento spenderò più parole anche perché, com’era ovvio che fosse, è proprio su di esso che esiste un dibattito all’interno del Coordinamento. Le criticità che cercherò di elencare, ovviamente, non hanno nulla a che vedere con la cecità della sinistra italiana che, come al solito, quando si trova di fronte a movimenti nuovi e che non riesce a comprendere, indirizzare o egemonizzare ha il vizio di additarli o etichettarli. Quindi in questo articolo non leggerete baggianate tipo “nuova destra”, “nuovo Fascismo” eccetera. Le sciocchezze potete leggerle altrove. Il problema del MoVimento è, invece, nella sua analisi e, conseguentemente, nelle sue proposte. Un’analisi errata che, proprio quando si affronta il problema europeo, si mostra con tutta la sua evidenza.</p>
<div><a href="http://3.bp.blogspot.com/-dm9jWQIcl4A/U3sbmoSzX5I/AAAAAAAAAVo/PH3d4BbN4-Q/s1600/sond.jpg"><img class="aligncenter" src="http://3.bp.blogspot.com/-dm9jWQIcl4A/U3sbmoSzX5I/AAAAAAAAAVo/PH3d4BbN4-Q/s1600/sond.jpg" alt="" border="0" /></a></div>
<p>Da un analisi sbagliata le soluzioni non possono che essere sbagliate. L’analisi del Movimento Cinque Stelle si basa su un’analisi errata della crisi. Si afferma, infatti, che il problema principale italiano deriverebbe da quello della casta. Un’analisi moralistica che non sfiora neanche lontanamente il problema fondamentale: la permanenza nell’Eurozona e nella gabbia dei trattati europei, cui si lega il problema del debito estero e la crisi da domanda scatenata da una distribuzione sempre più regressiva del reddito. Se, infatti, fosse vero, come dichiarano Grillo e Casaleggio, che eliminando le “spese inutili”, le spese della “casta politica”, tutti i problemi si risolverebbero, allora le soluzioni di austerità non sarebbero così sbagliate e, infatti, in una recente intervista, Casaleggio ha esplicitamente parlato di “riduzione della spesa pubblica”.</p>
<p>E purtroppo non è la prima volta: basti ricordare le dichiarazioni di Beppe Grillo a una televisione tedesca, in cui affermava esplicitamente “Dovremmo avere un piano paragonabile all’Agenda 2010 in Germania. Ciò che ha dato buoni risultati in Germania, lo vogliamo anche noi […]”. I buoni risultati a cui Grillo alludeva erano la deflazione salariale e la flessibilità? Un’inquietante identità di vedute, da questo punto di vista, con Mario Monti, Romano Prodi e Matteo Renzi.</p>
<p>Questa errata analisi della crisi porta, inoltre, anche altre pericolose conseguenze come la valutazione del MoVimento 5 Stelle sul finanziamento pubblico. Nessuno, ovviamente, vuole negare i ladrocini che si sono verificati in Italia da parte della classe politica e dei partiti sistemici. Partire, però, da questa giusta valutazione per arrivare a negare ogni finanziamento alla politica significa impedire ogni possibilità reale di rappresentanza politica nelle istituzioni democratiche. E non tutti potranno avere la visibilità mediatica e il patrimonio di Beppe Grillo o le capacità di marketing di <a href="http://www.casaleggio.it/media/libri/marketing-to-the-social-web-1.php">Gianroberto Casaleggio</a>.</p>
<p>Né destra né sinistra. Beppe Grillo, e con lui il Movimento Cinque Stelle, utilizzando questo slogan (che altro spazio meriterebbe per essere approfondito e criticato) afferma che “le idee non sono di destra e di sinistra, ma giuste o sbagliate”. Negando, sostanzialmente, uno dei principi cardine del marxismo e della sinistra in genere, e cioè che le idee rappresentano interessi confliggenti e contrapposti. Per entrare nel pratico: cosa voteranno un piccolo imprenditore del nord ex leghista e un ex delegato della Fiom sull’articolo 18? Le prime <a href="http://www.articolotre.com/2013/03/la-capogruppo-m5s-lombardi-sempre-piu-destroide-larticolo-18-unaberrazione/149209">dichiarazioni</a> dell’ex capogruppo alla Camera Roberta Lombardi, dopo le strampalate dichiarazioni sul “fascismo buono”, non sono state certo rassicuranti:</p>
<p>“Rintrodurre il testo così com’era è a mio avviso un errore. E questo è il pensiero di una persona che comunque ha il privilegio (di questi tempi lo è) di un contratto a tempo indeterminato. Pensare di poter reintegrare nel posto di lavoro da cui è stato licenziato senza giusta causa o giustificato motivo è secondo me un’aberrazione e crea uno stato di tensione (relazionale, discriminatoria o di natura economica) maggiore tra datore di lavoro e lavoratore stesso di quello che ha dato origine al licenziamento. Meglio a mio avviso prevedere invece un veramente congruo indennizzo a favore del lavoratore ove venisse riconosciuta dal giudice del lavoro l’illegittimità del licenziamento. Qualcosa che gli dia veramente la tranquillità di potersi guardare intorno in cerca di nuove opportunità”.</p>
<p>Forse all’Onorevole e cittadina Lombardi è sfuggito che l’indennizzo non durerebbe per sempre, anche qualora il lavoratore non avesse trovato una nuova occupazione?</p>
<p>Il Referendum sull’euro. Sono proprio questa analisi errate, in buona fede o meno non importa, che ha portato a un programma per le europee molto simile a quello della Lista Tsipras. Un’occasione mancata. Certo, molti mi potrebbero contestare che “Il Movimento cinque stelle propone, però, il referendum sull’euro”. Ma proprio questa proposta è sintomatica di una mancata comprensione della crisi. Non solo e non tanto perché anticostituzionale, l’articolo 75 della Costituzione, perché si potrebbe fare una legge ad hoc come si fece per il referendum del 1989. Ma nel frattempo passerebbero almeno sei mesi e non sarebbero rimasti neanche i conti correnti con la pensione da 500 euro. Ammesso e molto non concesso che vi sia una possibilità, dopo anni di disinformazione criminale da parte dei mezzi di informazione, di poterlo vincere. E perdendo il referendum non sarebbe soltanto una sconfitta politica tra le tante. Sarebbe qualcosa di molto più grave. Sarebbe la legittimazione democratica dell’euro (che oggi, in Italia, non ha). Un suicidio politico ed economico.</p>
<p>3) Lega Nord e Fratelli d’Italia: &#8211; In una situazione politica normale non andrebbero neanche analizzate le posizioni di movimenti politici come questi (uno secessionista, l’altro neofascista), tali e tante sono le differenze e i valori che ci distanziano e ci differenziano. Ma, purtroppo, soprattutto per colpa della sinistra italiana, non viviamo in tempi normali. E, dunque, è evidente che attualmente gli unici movimenti che parlano esplicitamente di “uscita dall’euro” sono proprio Fratelli d’Italia e la Lega Nord (più l’ultima che la prima a dire la verità, anche grazie alla candidatura di Claudio Borghi e Francesca Donato). Questo, naturalmente, non può portare a un voto verso un movimento che ha votato a favore del Trattato di Maastricht, del Trattato di Lisbona, del pareggio di bilancio in Costituzione – ma, va detto, non del Fiscal Compact – e che utilizza in maniera strumentale la lotta contro l’euro (senza dimenticare la loro natura xenofoba e razzista e il loro collaborazionismo con il governo Berlusconi).</p>
<p>Il discorso, non settario né semplificatorio, è un altro: perché gran parte del mondo sovranista voterà Lega Nord? Per la stima per Claudio Borghi e Francesca Donato (che ha anche chi scrive, pur non condividendo la loro scelta)? Certamente. Ma non basta e, certamente, non basta pensare che tutto il mondo sovranista si sia spostato a destra. La questione da analizzare, a mio parere, è più complessa e, dunque, ancora più difficile da affrontare. Ovviamente dovrò essere sintetico e spero mi perdonerete. La scelta di molte persone di sinistra, e che si dicono ancora di sinistra, che <a href="http://vocidallestero.blogspot.it/2014/05/perche-noi-di-sinistra-votiamo-Borghi-e.html">voteranno Lega Nord</a> va oltre la contingenza (e solo la stima personale per quello o quell’altro candidato) delle Europee. Ma dimostra la debolezza politica della sinistra, incapace di proporre un’alternativa all’uscita “liberista” dall’euro. Non è una posizione da prendere con sufficienza o da rifiutare sdegnosamente per questioni ideologiche o di purismo, non lo è perché la nostra società è veramente ammalata e la crisi sempre più incessante e preoccupante. Necessario, piuttosto, è creare un’alternativa che possa veramente contare in un futuro CLN.</p>
<p>Che fare? – La mia posizione, come è ovvio, sarà dunque quella di un’astensione sofferta. Sofferta per l’incapacità della sinistra, ancora una volta, di proporre – anche solo da un punto di vista elettorale -un’alternativa credibile. Certo, la mia astensione alle europee non dipende solo da questo. Va ricordato, infatti, l’assoluta inconsistenza politica del Parlamento Europeo (un Parlamento che non fa le leggi) e la totale antidemocraticità dell’Unione Europea (in cui le leggi le fa la Commissione Europea, non eletta da nessuno). Anche la mia valutazione sul quadro politico successivo a queste elezioni (che sarebbe l’unico motivo per votare a queste elezioni, quello di far perdere il Partito Democratico) è diversa da quella di molti compagni: non ritengo che subirà scossoni di rilievo. Anche con un’ipotetica vittoria del Movimento Cinque Stelle l’unico risultato ottenuto sarebbe quello di far aumentare di numero le proposte propagandistiche e populiste del governo Renzi.</p>
<p>Per concludere: chi lotta contro il sistema eurista voti (o non voti) chi ritiene utile, ma non pensi che questo nell’attuale congiuntura storica cambierà gli attuali sistemi di potere nazionali e internazionali. Per fare questo bisogna iniziare a creare un’alternativa perché, per citare i compagni del Movimento (R)evoluzione, «Tocca a noi cominciare una nuova via, non partendo dalle macerie del passato ma attingendo da nuove risorse. Tocca a noi incentivare le migliori menti per impostare e attuare un nuovo modello di società».</p>
<p style="text-align: right;"><em>Fonte: <a href="http://sinistracontroleuro.blogspot.it/" target="_blank">Coordinamento Nazionale Sinistra contro l&#8217;Euro</a></em></p>
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		<title>Nord Africa, Europa e immigrazione</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 19:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Roman</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
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		<description><![CDATA[di Franco Romanò (Dal CORRIERE DELLA SERA  del 3 aprile) “ La Tunisia ha fatto fronte all’afflusso di oltre 150 mila profughi in arrivo dalla Libia, accolti malgrado la difficile situazione del Paese”. Sottinteso: perché non può farlo anche l’Italia?” Già, una domanda bruciante che merita di essere presa sul serio  dopo più di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/04/immigrazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2462" title="immigrazione" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/04/immigrazione-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Franco Romanò</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">(Dal CORRIERE DELLA SERA  del 3 aprile)</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>“ La Tunisia ha fatto fronte all’afflusso di oltre 150 mila profughi in arrivo dalla Libia, accolti malgrado la difficile situazione del Paese”. Sottinteso: perché non può farlo anche l’Italia?”</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Già, una domanda bruciante che merita di essere presa sul serio  dopo più di una settimana di guerra libica che sta provocando una serie di effetti a catena ( ma qualcuno ci aveva pensato davvero prima di scatenare il contro-inferno che reagisce all’inferno gheddafiano?). E’ così difficile riconoscere negli sbarchi a Lampedusa  l’inizio di una onda lunga che non può essere fermata con respingimenti speciali. Altro che fora di ball..</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Stanno per saltare le distinzioni semplici tra profughi, rifugiati e clandestini e tutti gli strumenti tipo CIE si rivelano ancor più drammaticamente inadeguati di un tempo, come si fa a essere così stupidi da pensare a tendopoli e accampamenti? </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Idealismo? Estremismo? Ma perché non prendere in serissima considerazione DA SUBITO  strutture come le caserme vuote, le chiese, i centri di accoglienza, perfino gli stadi e i musei al limite? Non è una boutade o una provocazione, 100 caserme. 100 parrocchie, 100  Comuni, tanto più che – come insegna la stessa Toscana di questi ultimi giorni come sia possibile distribuire il contingente degli stranieri in piccoli gruppi anziché allestire tendopoli o concentrare tutti in un unico luogo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il testo dice cose ovvie e di buon senso e l’11 aprile scorso, un altro articolo di Giulio Sapelli ritorna molto lucidamente sull’argomento. Nel mezzo fra questi due articoli, si collocano le riflessioni di Tarek Alì, di Essam Hamalawi e di Rossana Rossanda sul Manifesto, l’intervista a Noam Chomsky sullo stesso quotidiano e il 12 aprile un altro intervento di Mazzadra sui rapporti fra Italia ed Europa. Ci sono stati altri interventi successivi a quelli che ho citato, ma penso che siano sufficienti questi per avviare un ragionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Partiamo dal Governo tunisino. Esso in una prima fase, ha messo il dito nella piaga in un duplice senso: prima smentendo Frattini sul fatto che esistesse un accordo fra Italia e Tunisia e costringendo il suddetto ad ammettere che in effetti si trattava di un accordo verbale (deliziosa frase che dovrebbe da sola causarne l’immediata rimozione). Che un accordo poi si sia raggiunto, fra Italia, Francia e Tunisia (e che razza di accordo!), non fa venir meno la figuraccia e anche l’arroganza di averlo millantato quando non c’era, forse sperando nell’acquiescenza tunisina, che invece non ha abbozzato.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda ragione, però, è quella sostanziale: come può un paese ricco come l’Italia, che è pur sempre la settima potenza industriale (basta con il vittimismo), lamentarsi per l’arrivo di alcune migliaia di profughi, molti di quali poi se ne vogliono andare altrove?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta a questa domanda è assai complessa perché chiama in causa l’Europa, non nel senso dei piagnucolii anti europei di Maroni ma nel senso che l’Europa, una volta di più, ha rivelato e fin dall’inizio, tutta la sua impotenza e inesistenza, raggiungendo un punto assai prossimo al non ritorno; parlo solo da un punto di vista politico, perché sullo sfondo ci sono poi tutte le questioni che riguardano la tenuta dell’euro, l’elezione del futuro governatore della BCE e tutta un’altra serie di scadenze economiche sia a livello europeo, sia statunitense che rischiano di dare ulteriori picconate al disastrato edificio dall’Unione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Partiamo dal piccolo per arrivare al grande. Il primo errore che compie tutto, o quasi,  lo schieramento politico italiano parlamentare, e in parte anche non, è l’insistenza sulla parola ‘emergenza’.</p>
<p>Alle argomentazioni razziste della Lega, e a Berlusconi che parla di tsunami umano, si sarebbe almeno dovuto rispondere che in Italia ogni anno entrano per vie legali molte migliaia di migranti in più dei 27.000 su cui si sta facendo questa pressione mediatica per pure questioni propagandistiche. In secondo luogo si potrebbe dire che tali migranti vengono per essere assunti molto spesso nelle “fabbrichette” degli imprenditori del Nord, oppure nelle campagne mantovane (molti indiani di religione sik, per esempio), molti di quali leghisti, che se ne servono per tenere bassi i salari  precario il lavoro, oppure degli agrari del Sud che li fanno lavorare in condizioni schiaviste nelle campagne calabresi e pugliesi. Questi argomenti non vengono usati per una ragione molto semplice: che il cretinismo elettorale della sinistra è arrivato a tal punto che tutto ciò che esiste al di fuori del mercato del voto, non conta nulla, salvo poi emettere peana buonisti sugli immigrati che sono esseri umani, che vanno accolti ecc. ecc. ecc. . Tutto questo impedisce a questo ceto politico persino di allargare le contraddizioni dell’avversario. In questo momento la Lega Nord è in difficoltà con il suo elettorato perché, come tutti coloro che seminano vento, sta raccogliendo tempesta, nel senso che a un elettorato così persino i permessi temporanei di soggiorno sembrano troppo: quello che la Lega chiede e che fra un po’ farà di suo, sarà di sparare direttamente sugli immigrati!</p>
<p>Il primo modo di accoglierli, da parte di una forza di sinistra (tanto più se addirittura pretende di essere comunista), sarebbe quello di aiutarli a respingere le condizioni che sono costretti a subire, facendo così emergere il peso reale del loro contributo al PIL, sommerso come quello del lavoro domestico e di cura (spesso nel caso dei migranti le due cose sono connesse); questo significa avviare un ciclo di lotte sociali e non di manifestazioni shopping del sabato pomeriggio, o di chiamate alla piazza sulla scorta delle azioni della magistratura; ma anche creare forme di solidarietà e di comunità che fanno parte della storia e della tradizione del movimento operaio.</p>
<p>LEGA, ITALIA, EUROPA.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>La risposta dell’Europa alle richieste italiane è ovvia e dovuta, visto che i nostri ministri non conoscono nemmeno le leggi e i regolamenti, oppure che fingono di ignorarli perché agiscono solo per ragioni di propaganda. Il governo italiano ha sbagliato tutto o ha voluto sbagliare tutto (tornerò su questo) e non poteva che avere questa risposta: la Germania accolse 250.000 profughi fra polacchi ed ex Jugoslavi, dopo la caduta del muro di Berlino, senza chiedere nulla a nessuno, la Francia è la nazione con il più altro numero di cittadini di religione islamica in Europa: ha molti problemi ma non fa piagnistei, magari reprime e non va bene, ma i piagnistei sono anche peggio.</p>
<p>Tutta la politica italiana su immigrazione, federalismo fiscale e altro, è ostaggio della Lega nord e del suo anti europeismo ideologico e sostanzialmente inconcludente sul piano effettivo, ma pericoloso perché sollecita sempre più l’attitudine sovversiva dei ceti più retrivi della società settentrionale, con pericolose ricadute anche sulla tenuta unitaria del paese. Ora Maroni cerca di fare marcia indietro accreditando la fine dell’emergenza, ma questo non fa che sottolineare una seconda volta, l’errore di analisi che sottostà all’uso di tale termine. La bassezza di questa politica che cerca di nascondere i problemi veri dell’unità europea, rispetto allo scenario nordafricano e oltre, non incontra nessuna vera proposta e risposta alternativa se non prese posizioni del tutto formali.</p>
<p>Giulio Sapelli, questi temi li affronta con grande lucidità analitica nell’articolo dell’11 aprile scorso. Scrive infatti:</p>
<p>“…è l’intera idea di Europa che si infrange sui flutti del Mediterraneo,…incagliata nell’incapacità culturale e quindi economica di consentire la circolazione delle persone… Ho già ricordato sul Corriere che il dramma libico altro non è che la punta di un processo che si dipana a partire dal cuore stesso dell’Africa sub sahariana, come dimostra lo stesso intervento francese e inglese in Libia, che ha come fine il controllo delle risorse della Costa d’Avorio, del Gabon e della Nigeria e poi inevitabilmente dell’ex Congo Belga. Il disegno neo imperiale francese e inglese ha di mira la difesa degli interessi occidentali a fronte del tentativo di dominio cinese dell’Africa, secondo una strategia che è diversa da quella europea. In cambio delle risorse naturali che estrae, l’Impero di Mezzo lascia infrastrutture di ogni genere… a differenza del modello francese che spartisce con i capi tribali locali le risorse. …Ma tutto ciò provoca immensi spostamenti di forza lavoro e crea un esercito industriale di riserva… Nel bel mezzo della guerra le navi cinesi incrociano nel mediterraneo per evacuare 36.000 cinesi che lavorano in Libia…  lo hanno fatto in una settimana… oggi sono i tunisini a ospitare 125.000 libici, ivi rifugiatisi per sfuggire alla guerra…. Credere che tutto questo immenso processo possa essere ostacolato, compresso, deviato solo sulla base di …interessi nazionali è illusorio….. Solo un patto fra Europa e Africa …potrà lentamente creare un ordine… Un compito difficile e immenso…. Se non faremo così la democrazia diventerà incompatibile con lo sviluppo sociale ed economico e lo spettro della dittatura si affaccerà anche in Europa…. Nessuno è un’isola: la campana suona per tutti.”</p>
<h1 style="text-align: justify;"><em> </em></h1>
<p>Sapelli non avrebbe potuto scrivere meglio; la cosa interessante da notare è che questo articolo è comparso sul Corriere della Sera. Le sue argomentazioni toccano due diversi problemi. Il secondo, riguardante l’immigrazione è il più importante e per questo lo lascio per ultimo: prima alcune note sulle sue osservazioni di geopolitica, che sono molto consonanti con quelle di Noam Chomsky rilasciate al Manifesto. Riporto poche cose perché il titolo stesso è più che sufficiente: il filosofo e linguista statunitense parla di “intervento neo imperiale” e afferma in un passaggio che il “controllo delle risorse petrolifere dell’area rimane il primo obiettivo delle potenze occidentali.” Sono espressioni analoghe a quelle di Sapelli. La differenza è che Chomsky, puntigliosamente indica tutte le violazioni della risoluzione Onu 1973, da parte della triplice alleanza.</p>
<p>Un’ultima notazione che riguarda una toccante intervista di ieri 14 aprile a Radio Popolare da parte di un eritreo scampato all’annegamento con altri diciannove fortunati compagni: sul barcone affondato erano in 72. A un certo punto l’intervistatore chiede come mai nessuno li abbia visti, dato che la deriva del barcone rimasto senza benzina è durata parecchi ore. Cito a memoria la risposta dell’eritreo: certo che ci hanno visto, molte navi, navi militari, erano navi della Nato, ma hanno fatto finta di non vederci. Ma toh, guarda! Ma la Nato non è lì per proteggere la popolazione civile?</p>
<p>Tutti sembrano capire molto bene cosa stia accadendo in Libia e non solo: tranne Rossanda Rossanda, Pietro Ingrao e altri.</p>
<p>L’argomentazione forte e inoppugnabile di Sapelli è tuttavia un’altra: che i flussi migratori non sono affatto un’emergenza, ma il connotato di un’epoca che è iniziata ventitre anni fa con la caduta del muro di Berlino e che ci accompagnerà per un lungo periodo. Gli immensi spostamenti di mano d’opera e la creazione incessante di eserciti di riserva saranno nei prossimi anni uno degli effetti congiunti di rivolte popolari più o meno radicate e più o meno spontanee a seconda dei casi e delle risposte prevedibilmente di guerra che aumenteranno a loro volta il numero di profughi. Tali flussi sono inarrestabili, non lo saranno neppure con le cannonate perché chi si muove non ha nulla da perdere, ha l’energia della sopravvivenza e la forza dei popoli giovani.</p>
<p>Rispetto a questo dato, la politica europea è semplicemente inesistente, le differenze fra un paese e l’altro sono di tono ma non di sostanza, tutte fondate sul piccolo cabotaggio il corto respiro.</p>
<p>Quello che propone Sapelli, pur nella sua genericità, è ciò che ci vorrebbe, ma ovviamente Sapelli non porta il discorso fino alle conseguenze necessarie. Perché esista un patto fra Europa e continente africano, bisognerebbe prima di tutto che l’Europa non fosse quello che invece è: un’unione monetaria e basta e per di più sempre più a rischio.</p>
<p>L’Europa è veramente a un bivio e ci sono molti segnali di scollamento. La stessa politica neo imperiale franco-inglese  il parallelo disimpegno della Germania un po’ su tutti i fronti, potrebbero essere segnali di distacco, una politica delle mani libere che prelude a cambiamenti radicali: a questo punto è l’economia a entrare in gioco e su questo non occorrerà attendere molto per capire alcune intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Franco Romanò.</p>
<p style="text-align: justify;">Ps. Anche se non in tema con quanto detto in precedenza, non posso fare a meno di commentare le pirotecniche dichiarazioni del tristissimo (da sempre) ed esimio professor Alberto Asor Rosa, che invita il Presidente della Repubblica &#8211; chi altri se non lui &#8211; a intraprendere un’iniziativa istituzionale forte per salvare la democrazia e la costituzione, in accordo nientemeno che con l’arma dei carabinieri. Certo che ad Asor Rosa va riconosciuto un merito: credo che sia la prima volta che una richiesta di colpo di stato venga formulata come petizione via stampa, così come se si trattasse di una proposta qualunque. Il suo ragionamento, però, è ancora più sottile e stupefacente: dal momento che non si riesce a cacciare Berlusconi dal basso perché non provarci dall’alto? Accidenti, ma è l’uovo di Colombo, come è potuto accadere che nessuno ci abbia pensato prima! Di certo Asor Rosa non può essere accusato di mancare di <em>esprit de gèometrie</em>!</p>
<p style="text-align: justify;">In questa brutta e tragicomica deriva di una intellighentia di sinistra senza testa, prima che senza idee, è ancor più avvilente che tutto questo sia comparso sul Manifesto e ancora più grottesche sono le prese di distanza del direttore di Repubblica, giornale che ha probabilmente sponsorizzato cautamente la trovata, anche per saggiare il terreno senza comparire direttamente. Un solo dubbio: nipotini di Stalin o dei fratelli De Rege?</p>
<h1><em> </em></h1>
<p><em> </em></p>
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		<title>La celebrazione dell&#8217;Unità d&#8217;Italia e l&#8217;attualità della questione nazionale</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 20:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato Riflessioni oltre la retorica pseudo-risorgimentalista, gli scissionismi leghisti e il nichilismo nazionale. Da alcuni giorni ai lati di molte strade di Roma, appese ai muri dei palazzi, sventolano bandiere tricolori italiane. Si avvicina il 17 Marzo (domani), la contestatissima data infine stabilita come festa nazionale una tantum per celebrare il 150esimo anniversario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/briganti1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2241" title="briganti" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/briganti1.jpg" alt="" width="150" height="200" /></a></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/tricolore-attuale2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2245" title="tricolore-attuale" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/tricolore-attuale2.jpg" alt="" width="240" height="204" /></a></p>
<p>di Lorenzo Dorato</p>
<p><strong><em>Riflessioni oltre la retorica pseudo-risorgimentalista, gli scissionismi leghisti e il nichilismo nazionale.</em></strong></p>
<p>Da alcuni giorni ai lati di molte strade di Roma, appese ai muri dei palazzi, sventolano bandiere tricolori italiane. Si avvicina il 17 Marzo (domani), la contestatissima data infine stabilita come festa nazionale una tantum per celebrare il 150esimo anniversario della proclamazione del Regno d&#8217;Italia avvenuta il 17 Marzo del 1861 a seguito dell&#8217;annessione da parte dello Stato Piemontese di gran parte dei territori della penisola.</p>
<p>E&#8217; davvero difficile festeggiare questa data, darle un valore reale e una forza simbolica positiva e unificante per due ragioni: la prima è che si tratta effettivamente di un richiamo immediato all&#8217;unità nazionale per come storicamente si è determinata, ovvero, contro le stesse attese e speranze dei patrioti del tempo, attraverso una sostanziale operazione di tipo colonialistico di uno Stato a danno di un altro Stato, dello Stato sabaudo a danno, in primis, del Regno delle due Sicilie.</p>
<p>La seconda ragione per cui è difficile estrarre valore e forza simbolica dalla festa è il suo essere stretta in modo angusto tra, da una parte, le apologie risorgimentaliste patriottarde (nelle versioni di destra e di sinistra), spesso provenienti per giunta da chi questa patria l&#8217;ha svenduta, vilipesa e umiliata per seguire le direttive capitalistiche imperiali che ne hanno voluto lo smantellamento e la distruzione del sistema socio-economico;  dall&#8217;altra i venti scissionisti e anti-nazionali leghisti e insieme i federalismi tanto alla moda non solo in casa Lega, ma in tutto l&#8217;arco parlamentare (basti vedere chi votò il federalismo fiscale alla sua prima approvazione alla camera).</p>
<p>Per queste ragioni la festa del 17 Marzo è una festa difficile che a prima vista potrebbe spingerci a metterla da parte per non finire vittime dello scontro in apparente opposizione complementare tra risorgimentalisti e-o psuedo nazionalisti  e leghisti antinazionali. Tuttavia se non si vuole cadere in un atteggiamento indifferentista, in una sorta di &#8220;nichilismo nazionale&#8221;  (troppo spesso fatto proprio da una certa sinistra), magari con la scusa che la Patria è un concetto di &#8220;destra&#8221; centrale soprattutto nella simbologia fascista e che è stato da sempre utilizzato (cosa verissima fra l&#8217;altro) per favorire il divide et impera degli oppressi nazionalizzando le masse, bisogna in qualche misura provare ad entrare nel merito della questione, per non lasciarla al solo dominio di chi ne fa uno strumento di diversione politica.</p>
<p>E per farlo bisogna separare i piani del discorso per poi riunirli. Da un lato vi è il problema della ricostruzione storica della vicenda unitaria italiana; dall&#8217;altro vi è il problema della questione nazionale oggi intesa in senso generale anche in un paese imperialista o sub-imperialista qual è la nostra Italia.</p>
<p>Per ciò che riguarda il primo piano, va detto che negli ultimi anni, in parte sotto la spinta iniziale della retorica leghista, anche nel mezzogiorno d&#8217;Italia si sono moltiplicate le voci e i movimenti politici e culturali che mettono in discussione la storia ufficiale dell&#8217;unificazione nazionale, quella che si studia sui libri di scuola e che presenta l&#8217;Unità come un processo di liberazione delle terre italiane oppresse da regni autocratici e arretrati, ascrivendola quindi senza appello tra le pagine del cosiddetto progresso della storia. Il fatto che qualcuno metta in discussione questa versione mendace é di per sé un gran passo in avanti verso una seria ricostruzione della storia nazionale. Purtroppo, però, spesso e volentieri, tali voci dissidenti anziché servire ad una rifondazione simbolica seria del concetto d&#8217;Italia in senso unificante e solidale, hanno la funzione negativa di soffiare sul fuoco già divampante dei separatismi (non tanto effettivi, quanto simbolici) e soprattutto dei federalismi economici (vero asso nella manica della strategia di dominio capitalistico). Sarebbe però del tutto errato liquidare i revisionismi come semplicemente pericolosi, per il fatto (ahimé evidente) che essi vengono facilmente strumentalizzati per avviare la distruzione simbolica e poi materiale del paese.</p>
<p>Non vi è altra alternativa che stare alla verità storica e partire da lì per opporsi alle derive disgregatici in atto e rilanciare un concetto forte di appartenenza per evitare di buttare via il bambino con l&#8217;acqua sporca.</p>
<p>E la verità storica racconta di un territorio, quello italiano, frammentato in diversi Stati per secoli, unito  (in parte) da tratti culturali e linguistici simili e da una storia politica di mediazioni, equilibri e dominazioni straniere reiterate. Una potenziale nazione politica (forte dei suoi elementi interni di somiglianza, ma anche di estrema e ricca varietà) alla cui nascita contribuirono nel corso del diciannovesimo secolo intellettuali e patrioti realmente coinvolti e credenti nel progetto (che prese poi il nome di Risorgimento) che aveva finalità unificanti e solidali a partire dall&#8217;idea della necessità storica (in termini materiali e non) di uno Stato Nazione per la penisola frammentata e divisa da troppi secoli in piccole entità statuali. Progetto che aveva, in parte, anche finalità di liberazione nazionale (come nel caso degli italiani sottomessi all&#8217;Impero Austro-ungarico, cui comunque, va detto, erano concessi diritti nazionali piuttosto ampi). Il processo di unificazione fu condotto politicamente e militarmente dallo Stato sabaudo piemontese, già lanciato in avventure militari lontane (guerra di Crimea) e ansioso di godere di un posto di rilievo nello scacchiere delle potenze europee. La classe dirigente e la borghesia del Regno di Sardegna (tale solo di nome, dal momento che la Sardegna ne era una parte &#8220;semi-colonizzata&#8221; e non esprimeva una propria classe dirigente) aveva ambizioni politiche, commerciali e di allargamento della propria influenza economica sulla penisola italiana. Riuscì a raccogliere sotto la propria influenza e ad egemonizzare i fermenti unitari e patriottici e, dopo le prime conquiste nei territori lombardi austroungarici, nel 1860, con l&#8217;aiuto degli inglesi, mosse guerra  (camuffata da spedizione umanitaria di liberazione, non così diversamente da quanto si fa oggi) al Regno delle due Sicilie, Stato sovrano da secoli ed indipendente da 125 anni dopo la fine sostanziale della dominazione spagnola e di quella, breve, asburgica (1734). Non sono un esperto di risorgimento italiano né tanto meno conosco nel dettaglio le vicende che caratterizzarono la cosiddetta spedizione dei mille e la guerra contro il Regno borbonico. E&#8217; però certo il fatto che non si trattò di una passeggiata, né fu vissuta dalla popolazione locale come una liberazione, se non nelle iniziali illusioni, subito tradite, di alcune (ristrette) fasce della popolazione. Migliaia di morti, durissima repressione contro i contadini e poi l&#8217;esplosione della resistenza antisabauda (definita brigantaggio e derubricata dalla propaganda a fenomeno di tipo delinquenziale e-o reazionario) e le conseguenti leggi speciali, la messa a ferro e fuoco di interi villaggi, i condannati senza processo, le stragi e le uccisioni indiscriminate. E poi il saccheggio dell&#8217;economia meridionale, delle sue banche ed industrie; la privatizzazione forzata delle terre ecclesiastiche e delle attività sociali legate al clero e l&#8217;inizio del tragico fenomeno, prima inesistente, dell&#8217;emigrazione di massa.</p>
<p>L&#8217;unità d&#8217;Italia purtroppo è avvenuta così. Non semplicemente sulla spinta generica (fin troppo ovvia e scontata) delle esigenze capitalistiche di una borghesia in rafforzamento, ma su spinte capitalistiche di carattere coloniale interno. Quello che voleva e poteva essere un progetto di unità politica di un territorio geograficamente coeso e culturalmente affine (pur nella sua varietà), è diventato un progetto di conquista che ha lasciato un gravissimo segno sulle successive disparità territoriali del paese e che, per giunta, è stato sistematicamente negato da una storiografia manipolata ad uso e consumo dei vincitori.</p>
<p>Detto questo bisogna a questo punto valutare se la genesi sostanzialmente colonialistica dello Stato Italiano giustifichi un rifiuto a distanza di 150 anni della sua esistenza e della sua unità. La risposta a mio avviso è un no secco, per due ragioni fondamentali: primo perché l&#8217;idea di nazione italiana preesiste al cappello politico-militare che vi pose lo Stato sabaudo. E&#8217; un&#8217;idea di lungo periodo che ha fondamentalmente carattere culturale e geografico ed affonda le sue radici nel tredicesimo e quattordicesimo secolo, ma che ha anche carattere politico di lunga durata (in termini di tentativi sempre falliti e di dibattito culturale e strategico circa l&#8217;ipotesi di unificazione politica).</p>
<p>Secondo perché a distanza di 150 anni, la nazione italiana con le sue miserie e le sue glorie, con la sua varietà culturale e la contemporanea unificazione linguistica ampiamente conseguita, si è andata costituendo poco a poco. Pertanto ben vengano gli studi revisionistici sul risorgimento e le sue pompose glorie spesso costruite sul sangue dei vinti. Ben venga la riscrittura della storia nazionale. Ma che sia a fini unificanti e di correzione delle pesanti distorsioni economico-sociali, culturali e politiche scaturite dalle vicende unitarie e post-unitarie.</p>
<p>E qui veniamo al secondo problema da affrontare: quello della questione nazionale oggi, sul piano materiale e simbolico, sia intesa in termini generali che applicata nel concreto all&#8217;Italia.</p>
<p>Il tratto forse più caratteristico della storia capitalistica europea degli ultimi vent&#8217;anni è la privazione che è stata imposta agli Stati nazionali della propria sovranità monetaria, fiscale e in generale politica tramite l&#8217;approvazione dei cosiddetti parametri di Maastricht (più volte ritoccati nella forma, ma non nella sostanza), la liberalizzazione integrale dei movimenti di capitali e la costituzione della moneta unica. Si è così creato un mostro tecnocratico (l&#8217;UE) completamente privo di qualsiasi forma di seria rappresentanza politica, sottraendo nel contempo agli Stati la sovranità decisionale sui processi fondamentali alla base della riproduzione della vita sociale ed economica.</p>
<p>Lo svuotamento di sovranità degli Stati, naturalmente è funzionale ad imporre dall&#8217;alto sia politiche di sottosviluppo industriale e sociale in particolare ai paesi più periferici d&#8217;Europa (privatizzazioni, liberalizzazioni, distruzione dei servizi sociali etc etc), sia a tutelare gli interessi del capitale nazionale ed estero tramite un più facile attacco al diritto del lavoro e alle conquiste sindacali. Il processo può in tal modo avvenire in sordina, senza controllo politico e calato dall&#8217;alto come una necessità tecnica che non può essere valutata in quanto è semplicemente necessaria per il funzionamento dei mercati.</p>
<p>Contestualmente alla sottrazione della sovranità politica degli Stati si è proceduto in quasi tutti i paesi europei ad aizzare il mito del federalismo economico, asse portante del neo-liberalismo, funzionale allo scatenamento di una concorrenza al ribasso tra i diritti sociali e sindacali interni ai paesi e promosso ideologicamente con la scusa dell&#8217;avvicinamento dell&#8217;amministrazione al cittadino (che é un&#8217;ottima cosa che però non c&#8217;entra nulla con il federalismo fiscale).</p>
<p>In molti paesi, inoltre, si sono fatte spazio culture particolaristiche micro-identitarie  federaliste o separatiste (Spagna, Belgio, Italia, ma il federalismo ha preso piede culturalmente un po&#8217;ovunque) che (al di là dei legittimi richiami all&#8217;importanza delle culture regionali-nazionali) hanno alimentato in molti casi un crescente spaesamento identitario (riducendo la vastità dell&#8217;identità politica a micro-identità culturale o locale). Uno spaesamento a cui le forze di sinistra, per la loro incapacità di affrontare seriamente e senza pregiudiziali ideologici la questione nazionale in senso squisitamente politico, non sono state capace di reagire. Si ha così che la nazione politica, intesa come spazio sovrano dotato di meccanisimi di autoriconoscimento politico, identitario in senso comprensivo, di cittadinanza, di rappresentanza, di solidarietà interna e sovranità decisionale è sotto attacco dall&#8217;alto (istituzioni tecnocratiche prive di rappresentanza) e dal basso (federalismo e separatismi concreti e culturali-simbolici).</p>
<p>La nazione politica era ed è tutt&#8217;ora, invece, la &#8220;comunità&#8221; minima in cui interagire concretamente per modificare lo stato di cose presenti, poiché i suoi meccanismi (seppur borghesi, capitalistici, classisti etc etc) rimangono pur sempre l&#8217;involucro reale di possibili lotte, confronti e conquiste. Distrutta la nazione politica, restano le etnie micro-identitarie impotenti di fronte alle tenaglie della tecnocrazia post-politica globale (globale per finta ovviamente poiché in realtà appannaggio della potenza dominante, gli USA al momento). Non è un caso che proprio l&#8217;erosione della coscienza nazionale e politica patriottica sia stata una delle basi della deflagrazione di paesi &#8220;scomodi&#8221; come la Jugoslavia.</p>
<p>Il senso di appartenenza, ancorché malinteso e parziale, ad una comunità politica nazionale e culturale (in senso ampio ed aperto, ma comunque definibile), rimane, malgrado tutto, un appiglio contro pratiche di tipo disgregativo messe in atto dai meccanismi del capitalismo e del mercato, specie nella fase di dominio (scalfito, ma integro) dell&#8217;imperialismo statunitense e della sua volontà di uniformizzazione totale del globo sotto un&#8217;unica bandiera, un&#8217;unica cultura e un unico &#8220;mercato&#8221; . Sicuramente quel senso di appartenenza può essere usato (ed è usato) malamente, può diventare settario, particolarista e sciovinista dunque particolarmente adatto a fini imperialisti (come avviene nelle squallide commemorazioni dei soldati italiani morti nelle guerre imperiali in Afghanistan). Ma è questa una buona scusa per buttare il bambino (il senso di appartenenza politica) con l&#8217;acqua sporca delle sue degenerazioni?</p>
<p>La risposta a mio avviso è negativa. Il senso di appartenenza alla comunità politica nazionale può e deve essere recuperato come forza per il cambiamento e il recupero della sovranità decisionale sui processi fondamentali di riproduzione della vita sociale (compromessi dall&#8217;Unione Europe a e dai federalismi), nonché, soprattutto, come forza di unità delle classi subalterne interne al medesimo spazio politico, dove un lavoratore di Palermo, di Cagliari, di Torino, Venezia e Lecce deve percepire e godere materialmente di quell&#8217;unità di diritti e di intenti senza la quale ogni azione politica diventa dispersiva e spaccata dalla strategia del <em>divide et impera</em>. Si potrebbe facilmente obiettare che tale &#8220;unità di classe&#8221; dovrebbe andare ben oltre lo Stato nazione e configurarsi come un concetto globale. Tuttavia, fermo restando che il coordinamento sovranazionale di lotte rivendicative, sindacali e-o anticapitalistiche resta fondamentale, non si può non vedere l&#8217;estrema fragilità di ogni tentativo di impostare la lotta politica in una dimensione internazionale <em>tout court</em>, poiché uno spazio politico di confronto internazionale semplicemente non esiste e il suo surrogato, coperto ideologicamente da improbabili cornici psuedo-giuridiche e morali globali, non è altro che la libertà del capitale di migrare tra le nazioni che non pongono limite ai suoi movimenti. In questo senso la dimensione nazionale rimane una dimensione politica più favorevole alle classi subalterne. Per ciò che riguarda l&#8217;Europa, se un giorno i popoli europei saranno capaci di guidare realmente un processo di unificazione politica del continente, parleremo allora di uno Stato Europeo (o federazione) come cornice politica reale, democratica e sovrana. Al momento l&#8217;Europa politica è un richiamo puramente ideale usato periodicamente per coprire le malefatte della tecnocrazia UE. Queste considerazioni non implicano ovviamente un atteggiamento anti-europeista pregiudiziale, ma l&#8217;esigenza semmai di rilanciare forme di avvicinamento degli Stati e dei popoli europei dopo aver riconquistato gli spazi di sovranità nazionale. La costruzione dell&#8217;UE è stata invece un processo volutamente rovesciato: creazione dell&#8217;impotenza politica degli Stati senza costruzione dell&#8217;Europa politica. Vi è poi il problema di lunga durata dell&#8217;oggettiva sudditanza dell&#8217;Italia all&#8217;impero USA e alla NATO (organismo nato in chiave antisovietica e diventato in seguito null&#8217;altro che una macchina da guerra imperialista ad egemonia statunitense), oggettivato dalla presenza massiccia di basi militari e armi atomiche sotterranee sul nostro territorio. Anche su questo punto si gioca un decisivo problema di sovranità che non va inteso in senso assoluto ed a-storico  (come se la nazione fosse un organo scisso a priori dal resto del mondo), ma nelle sue conseguenze e contingenze pratiche e reali (è fin troppo evidente che il ruolo giocato dagli Stati Uniti e dalla Nato e le loro ingerenze sono stati alla base delle scelte interventiste e militariste più devastanti dal secondo dopo guerra in poi e, in particolare dalla caduta dell&#8217;Unione Sovietica).</p>
<p>Per ciò che riguarda invece la relazione tra la nazione politica e il pericolo dei federalismi come elementi di erosione interna, non bisogna immaginare come antidoto concettuale uno Stato di tipo centralista in senso generale. Il centralismo amministrativo e culturale è stata sicuramente una delle piaghe dell&#8217;unificazione di un&#8217;Italia la cui ricchezza era nella varietà di tradizioni politiche e culturali. Il federalismo economico, tuttavia nulla ha a che vedere con il decentramento amministrativo e la salvaguardia delle particolarità locali. Esso mira al particolarismo, al divario tra regioni ricche e regioni povere ed alla concorrenza perversa tra territori. Cosa c&#8217;entra questo con il recupero delle tradizioni venete e sicialiane? Con il rispetto dei territori? Con la vicinanza delle amministrazioni al cittadino? Con la diffusione capillare sul territorio nazionale dei servizi pubblici, della sanità, della scuola e dell&#8217;università? Evidentemente non c&#8217;entra proprio nulla, anzi ne è l&#8217;esatto contrario.</p>
<p>Se fin qui la &#8220;questione nazionale&#8221; é stata mostrata nei termini di necessità di recupero materiale della sovranità politica degli Stati come precondizione per l&#8217;efficacia e il senso di una lotta politica anticapitalistica (ma anche semplicemente &#8220;socialdemocratica&#8221;), contestualmente essa si esprime come la complementare necessità di recuperare un senso di appartenenza forte ad una comunità politica (aperta e plurale), un patriottismo come forza di radicamento e di presenza alla propria storia e alla propria attualità. L&#8217;individuo spaesato e sradicato, privo di dimensione spaziale, geografica e culturale é l&#8217;individuo che meglio si adatta ai meccanismi di dissoluzione sociale prodotti dalle dinamiche capitalistiche. L&#8217;italiano medio in questo senso è particolarmente soggetto a forme quasi coloniali di penetrazione culturale di modelli alieni, in primis anglosassoni, linguistici (basti vedere il folle uso di inutili parole inglesi del tutto forzate nel nostro vocabolario quotidiano) e di costume.  A ciò si aggiunge un senso, spesso aizzato da intellettuali e organi di stampa, di esterofilia accompagnata da vera e propria sensazione di minorità nazionale. Un misto di moralismo quasi razzista e di tipo servile contro sé stessi, abbracciato acriticamente e senza il senso della complessità storica (gli italiani sono sporchi, fanno rumore, non rispettano le regole, mentre gli inglesi, i tedeschi e i francesi sono popoli virtuosi e ligi) e di odio viscerale per i residui tradizionali, non sempre negativi, della nostra pur disastrata società (dipinta sempre come arcaica in comparazione ai popoli nordici protestanti &#8220;civilizzati&#8221;).  A ciò si unisce l&#8217;idea che all&#8217;estero sia tutto sempre e comunque migliore (il mito del lavoro facile all&#8217;estero e delle università superqualificate è ad esempio un mito mediatico che finalmente si sta incrinando in tempi di dura crisi economica generalizzata). Si tratta di un&#8217;idea utilizzata spesso ad arte per colpire anche ciò che di buono (non molto purtroppo) resta nel nostro paese (anche in termini di istituzioni pubbliche e di servizi sociali). L&#8217;Italietta è così immaginata come paese dalle splendide città e dal meraviglioso clima mediterraneo, ma abitata da scimmie che non la meritano e che invece si sono meritate il fascismo e il berlusconismo.</p>
<p>Non si tratta ovviamente di difendere l&#8217;indifendibile dell&#8217;Italia, né di riabilitare tratti culturali e abitudinari negativi o tradizioni politiche irricevibili, né tanto meno di mostrare goffi orgogli patriottici o campanilistici privi di sostanza. Si tratta invece di rompere la gabbia asfissiante dell&#8217;esterofilia maniacale il cui unico fine è quello di presentare il capitalismo &#8220;civilizzato&#8221;, preferibilmente di stampo anglosassone, come esempio di civiltà luminoso da contrapporre al capitalismo mafioso, familiare e burocratico all&#8217;italiana. E&#8217; stato esattamente il mito simbolico che ha fatto da sponda ideologica a tutti i processi di privatizzazione del sistema economico italiano e di distruzione dei diritti sindacali e sociali piuttosto avanzati per certi versi nel nostro paese.</p>
<p>Alla luce di tutto ciò, è lecito e doveroso riabilitare un senso di appartenenza politico e di amor di patria. Un senso di appartenenza che sappia restituire alla dimensione simbolica una dignità che le è stata tolta dall&#8217;uso (attuale a passato) patriottardo, imperialista e guerrafondaio della nostra bandiera; e che sappia soprattutto essere un collante per una pratica politica di opposizione al sistema capitalistico e costruzione di un&#8217;alternativa.</p>
<p>Un&#8217;ultima importante considerazione merita di essere riportata. Non si può negare il fatto che i paesi che oggi tentano di avviare processi di sganciamento dall&#8217;imperialismo economico demercificando parte della vita sociale e aumentando il tenore di vita della popolazione (Venezuela, Bolivia, Ecuador e, in forme diverse paesi com l&#8217;Iran)  lo fanno proprio a partire dalla riappropriazione del proprio spazio politico nazionale sovrano, anche in forme simboliche (cosa che fa storcere il naso a tutti i moralisti occidentali che se la prendono genericamente con il populismo). E&#8217; evidente che la situazione di un paese europeo ha caratteristiche ben diverse da quelle di un paese (ad esempio) sudamericano, trattandosi nel caso dell&#8217;Europa di paesi imperialisti o sub-imperialisti. Tuttavia, <em>mutatis mutandis,</em> la questione nazionale non si può non porre anche in un paese come l&#8217;Italia. I termini sono diversi, naturalmente, poiché porre la questione nazionale in Italia implica automaticamente la preliminare e prioritaria denuncia del ruolo imperialistico che l&#8217;Italia si trova oggi a svolgere nel mondo. Si potrebbe dunque obiettare che ci si trova di fronte ad una contraddizione: &#8221; andare contro l&#8217;Italia per l&#8217;Italia&#8221;. In un certo senso questo è vero. Ma se si rimane a tale livello del ragionamento si resta bloccati, oppure si rinuncia semplicemente a porre la questione della sovranità nazionale, ripiegando su speranze anticapitalistiche generali che non fanno i conti con le premesse fondamentali per l&#8217;azione politica, stanti nell&#8217;integrità e nella riconoscibilità di un involucro politico sovrano.</p>
<p>Se non si vuole rinunciare a questo occorre cercare la strada per coniugare un coerente antimperialismo (ivi compreso anti- <em>imperialismoItaliano</em>) con il problema della sovranità politica nazionale (materiale e simbolica) da intendere come recupero della sovranità popolare sui processi decisionali fondamentali di tipo politico ed economico. Una strada non semplice, ma assolutamente necessaria per uscire dallo stallo in cui si trovano oggi le forze politiche che si prefiggono cambiamenti radicali del sistema socio-economico.</p>
<p>In questo senso e solo in questo senso è possibile valorizzare simbolicamente la festa del 17 Marzo (pur con tutte le enormi riserve storiche e politiche già ampiamente descritte). Festeggiare revisionando e denunciando per sottrarre la festa (che gli squali di confindustria non volevano concedere ed in parte sono riusciti a non far concedere) alle polemiche circolari e senza sbocco tra pseudo-risorgimentalisti/nazionalisti e scissionisti leghisti tutti accomunati dalla stessa volontà di ridurre a pezzi il paese e di potenziarne il carattere sub-imperiale (di servo fedele all&#8217;alleato-padrone USA e ai paesi Europei dominanti e allo stesse tempo aggressore delle nazioni più deboli)</p>
<p>Le polemiche sulla concessione o meno della festività, finite vergognosamente con la concessione della festa vincolata all&#8217;imposizione di un giorno di ferie, mostrano con grande chiarezza che quando si tratta di profitti i belli ideali di patria e nazione si vanno beatamente a farsi friggere. Mostrano che la festa unitaria, se si sa arginare il pericolo di nazionalizzazione imperialistica delle masse,  ha di per sé un carattere popolare e non certo oligarchico.</p>
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		<title>La sinistra senza costole</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 09:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblico qui come spunto di discussione un contributo di Gianluca Paciucci su “la sinistra e la Lega” , che appare anche nel blog &#8220;Vento largo&#8221;. Maurizio Neri Se è difficilissimo capire quali siano i retroscena della politica degli ultimi vent’anni, figuriamoci quello che si vede in pubblico, ed è lampante. Inganno degli inganni e specchio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Pubblico qui come spunto di discussione un contributo di Gianluca Paciucci su “la sinistra e la Lega” , che appare anche nel blog &#8220;Vento largo&#8221;. </em>Maurizio Neri<em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/dalema.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2188" style="margin: 5px;" title="dalema" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/dalema-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /></a>Se è difficilissimo capire quali siano i retroscena della politica degli ultimi vent’anni, figuriamoci quello che si vede in pubblico, ed è lampante. Inganno degli inganni e specchio tra specchi, incarnito trompe-l’oeil. Troppo famosa è l’affermazione di D’Alema (smentita?, pronunciata veramente?) per cui la Lega Nord sarebbe una costola della sinistra. Ecco la dichiarazione riportata sul Corriere della Sera del 1° novembre 1995: «…La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia: tra la sinistra e la Lega c’è forte continuità sociale. Il maggior partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. E’ una nostra costola…» (1). C’è la solita sbruffoneria dalemiana, uomo dalle mille sconfitte strategiche e sempre-in-piedi, come l’Ercolino di chi è stato bambino negli anni Sessanta, e mai dalla parte del torto. E c’è l’idea maschile di una «sinistra-adamo» e di una «lega-eva»: principio maschile di chi si sfila una costola per generare il suo complemento-completamento, possibilmente subordinato, e per dare vita all’umanità nuova. Presunzione allo stato puro, che il seguito della storia ha smentito e sbeffeggiato: se non nella storia della differenza dei generi, per cui «eva» vive ancora alla macchia (l’Eva vera, insorgente e disertrice, ovvero la donna concreta di rabbia e di ragione), nella storia dei partiti politici il povero «adamo» di sinistra sta finendo immiserito la sua storia. Fine del comunismo come della socialdemocrazia, fine della solidarietà come della rivoluzione. Restano le furbizie strategiche dei colonnelli sempre in sella, nonostante le ripetute Waterloo, non solo elettorali ma nel/del pensiero. Ultime perle: Vendola che lancia e brucia -lancia per bruciarla?- Rosi Bindi (persona veramente di sinistra, nella melma di questa parola morta), costretta a dichiarare che è Bersani il candidato naturale del centrosinistra; e Bersani che apre alla Lega (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Un uno-due micidiale, se il pugile non fosse già a terra steso da tempo. Bersani per l’ennesima volta sdogana la Lega (nessuno gli ha detto che è lui a dover essere sdoganato, per come stanno le cose…): essa sarebbe stata sin dalle origini un partito popolare, con una «radice autonomista, anti-burocratica e moralizzatrice dal punto di vista della serietà dell’azione amministrativa», certamente «non razzista», con la quale vi sono distanze ma con la quale si può convergere. Lega e PD sarebbero «popolari, Berlusconi solo populista». Eccola nominata, la distanza, ed è Berlusconi, il maiale  da abbattere perché va con le minorenni, il feticcio contro cui si scaglia l’indignazione (nessun sentimento è più a buon prezzo di questo, sostitutivo d’ogni atto politico) (3): ammazzato -metaforicamente- il maiale (di cui non si butta niente…), ogni accordo è possibile, ogni inciucio/papocchio/ammucchiata, per usare parole «pigre», è auspicabile. Sappiamo che, tolto di mezzo Berlusconi, il berlusconismo diffuso continuerà a dominare e a governare il nostro stanco Paese, soprattutto se le sinistre daranno ancora truppe al progetto d’alleanza futura. Ricordo la fase di realizzazione del compromesso storico: un compagno del PCI commentava soddisfatto un manifesto in cui a una foto dei gerarchi democristiani gli astuti comunisti d’allora avevano aggiunto questa frase: «Lascereste governare questi uomini da soli?» Il colpo di genio era, secondo il mio astutissimo interlocutore, quel «da soli»: uomini che fino al giorno prima venivano additati allo scherno della base, e abbattuti in effigie in giochi popolari alle Feste dell’Unità, improvvisamente si rivestivano di onore con solo il bisogno di un PCI sotto forma di stampella (badante, si sarebbe detto oggi). E la base a credere, convinta. Così accadrà, oggi, con facilità maggiore che in passato: se Bersani dice che la Lega è un partito popolare, ma appena un poco sbarazzino, non possiamo lasciarla governare «da sola». Questa è strategia politica! Non è vero che la Lega sia razzista/sessista/omofoba/clientelare, etc., oppure se lo è, con noi cambierà, grazie a noi, alla nostra acclarata virtù… Come sia andata la storia del compromesso storico ben sappiamo, come andrà questa temiamo di saperlo.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi, quanta superficialità in queste interviste, e in questi lanci sul mercato dell’ultima intuizione politica! Nello stesso numero in cui, con grande rilievo è stata pubblicata l’intervista a Bersani, la Padania apriva con questo titolo: «Travolti dall’orda. E l’UE dorme». La Lega non sarà razzista, ma disperati che approdano da noi in massa dopo le rivoluzioni nel Maghreb diventano, in un breve e non esauriente elenco, orda/esodo biblico/assedio/invasione, termini conditi con parole stupide e banali come emergenza/urgenza/allarme terrorismo/clandestini, e un’islamofobia a far da collante. Si legga a pagina 4 dello stesso numero del quotidiano leghista (lo legga Bersani) un articoletto di Marcello Ricci, «Esodo biblico o assedio senza alcuna difesa?»: «Qual è il comune denominatore che li [i migranti e i loro governi, ndr] unisce nonostante le indubbie diversità? L’islam. Si è giunti allo scontro finale, prima con le persecuzioni alle comunità cristiane (…) e ora con il consolidamento delle già consistenti teste di ponte musulmane presenti in tutta l’UE (…). Il rimedio ci sarebbe (…). L’accoglienza lasci il posto alle armi. Si rifletta e si agisca se si vuole evitare che i cavalli berberi invadano anche S. Pietro…». A parte quest’ultima immagine, che evoca i cavalli cosacchi ad abbeverarsi alle fontane di San Pietro e che fa il paio con la similitudine tra il crollo dei regimi nordafricani (tutti fedelissimi alleati del governo Berlusconi-Bossi) e quello del muro di Berlino, spero non sia sfuggita la frase «l’accoglienza lasci il posto alle armi»… Cos’è se non istigazione a delinquere? Non è da denuncia immediata? E cos’è, questo, se non razzismo nei fatti, militante e foriero di morti su morti? Non bastano le migliaia di donne e uomini finiti in fondo al mar Mediterraneo o nei Cpt/CIE? Non bastano i civili uccisi dalle polizie di Tunisi, Algeri, Tripoli etc., uccisi magari con armi italiane? Questo si legge sul quotidiano della Lega di Bossi… L’insipienza del governo è nell’assenza di Frattini dalla scena politica mediterranea, mentre la sua pericolosità è in queste e altre parole degli uomini di Bossi. Con un corollarietto nelle lettere (la base leghista, sublime perché popolare… ascolti Radio Padania, Bersani, e ne sentirà delle belle…). La lettrice Ines Tremis scrive, in un commento alla manifestazione delle donne del 13 febbraio: «Milioni di persone a sfilare per l’orgoglio femminista. Tra questi anche molti uomini che non hanno molto a che vedere con il mondo delle donne; mi sono chiesto cosa ci azzeccassero e a lungo non ho trovato risposta. Poi ho capito tutto, ho realizzato che la manifestazione era aperta non solo alle donne quando ho visto che c’era anche Rosi Bindi.» Risposta popolare a Bersani, risposta indiretta a Vendola, meschina risposta, stupida battuta -Berlusconi ne ha dette anche di peggiori-, ma significativa, sintomatica. Il PD apra pure alla Lega: e con essa precipiti nel fango definitivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi il povero Bersani deve urlare contro gli irresponsabili ministri leghisti che votano contro (Bossi e Calderoli) o che escono al momento di votare (Maroni) quando si deve decidere della festa per l’unità nazionale del 17 marzo. A parte che sentire parlare Bossi (padre e figlio, si intende, e mille altri fannulloni leghisti) di lavoro fa fremere di curiosità e fa venir voglia di seguirli per tutta la giornata del 17 marzo e vederli all’opera. Leggetevi (legga Bersani) le numerose biografie dell’amato leader e vedrete che è più l’imbroglio di piccolo cabotaggio a caratterizzarne la giovane età -estesa fino ai quarant’anni suonati, peraltro, poi l’elezione…- più che il lavoro; ma sentire la base della Lega, nelle solite interviste all’uomo della strada, fa impressione: tutti a dire «lavorerò di più!…», il giorno della festa nazionale, come anche la sedicente «stakhanovista brianzola», in arte ministro Brambilla. Da tradurre: mentre il governo Berlusconi-Bossi attua sistematiche politiche antioperaie e di attacco concreto a quel che resta dello stato sociale, ecco l’attacco ideologico, che la Lega non fa mai mancare. Il quotidiano attacco squadristico ai lavoratori e alle lavoratrici coniugato all’esaltazione del lavoro astratto, ottuso, gioioso… Calderoli poi rilancia e raddoppia, in un’intervista a La Stampa del 19 febbraio: «…Pure la festa dei lavoratori andrebbe celebrata lavorando, altro che scampagnate…». Nero su bianco. Sappiano gli operai e i lavoratori, non solo brianzoli, quello a cui vanno incontro: a un fascismo antioperaio senza nemmeno l’ipocrisia delle feste, se non quelle elargite da padroni, concesse a braccia da sfruttare sodo, anche si clandestini/e, basta che tacciano curvi nelle pianure di Villa Literno o di Rosarno. Sembrano parole di teste calde (ministri della Repubblica…), di Gioppini, di maschere popolari (4), come sempre vengono trattate queste bestialità leghiste, e che invece vanno prese per quelle che sono: politica, politica pura, per un puro ritorno all’Ottocento, nei rapporti sindacali, ed esaltazione di un presente di capannoni industriali, popoli asserviti, territori inquinati da sovrapproduzione e da veleni. Per strana concomitanza in altra parte dello stesso numero della Stampa una notizia dal Vaticano: «Per Woytila l’ostenzione della salma. L’annuncio del Vaticano: le spoglie visibili domenica 1° Maggio dopo le celebrazioni della beatificazione in piazza San Pietro». E’ probabile che nel prossimo governo Berlusconi-Bossi-Bagnasco, dopo il necessario rimpasto, ci si scontrerà su questo, con Bossi a dichiarare «i pellegrini possono visitare le spoglie del papa (siamo o non siamo nell’Europa bianca e cristiana?), ma lavorando: ci pensino i Wojtila- boys a organizzare i turni…». Forse né i cavalli dei cosacchi né quelli berberi arriveranno ad abbeverarsi a San Pietro, ma qualche stakhanovista brianzolo sì, dopo un’operosa interminabile fila. Ma qui l’ironia finisce, e avvertiamo: giù le mani dal Primo Maggio. Non provateci nemmeno.<br />
(1)   Sui rapporti tra sinistra e Lega si rispolveri un vecchio preziosissimo testo di Vittorio Moioli, Sinistra e Lega: processo a un flirt impossibile. Dalle intese di Monza e Varese alle prove di secessione, Milano, Comedit, 1997, pp. 350.<br />
(2)   Intervista a Bersani di Carlo Passera, «Facciamo un patto per il federalismo», La Padania, 15 febbraio 2011.<br />
(3)   Il successo di Indignatevi! di Stéphane Hessel (pubblicato in Italia da ADD editore, 2011 – ed. originale 2010) è sintomatico di una esternalizzazione crescente del proprio pensiero e della propria coscienza: normalissime riflessioni di un anziano e splendido novantatreenne diventano best seller, così come il comizio di Benigni a Sanremo o gli interventi di Moretti Grillo Saviano (in ordine di apparizione, come di fantasmi) vanno a sostituire l’afasia quotidiana di milioni e milioni di donne e uomini, o a annullare la voce di chi quotidianemente lotta e anonimamente prova a cambiare i rapporti di forza.<br />
(4)   Sulle radici folkloriche e sulla mentalità della Lega utilissimo è il testo di Lynda Dematteo, L’idiotie en politique, Paris, CNRS Editions, 2007, pp. 255, frutto di un viaggio all’interno del movimento compiuto dalla studiosa francese</p>
<p style="text-align: justify;">http://www.cattolicesimo-reale.it/fuoritema/la-sinistra-senza-costole/</p>
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		<title>Lettere intimidatorie condite di razzismo</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 13:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Onori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andrea Onori La famiglia Spinelli mi ha ospitato il 4 ottobre del 2010 a Roseto degli Abruzzi per la presentazione del mio libro “Madre Terra Fratello Clandestino”. Nella cittadina abruzzese hanno un circolo culturale e del commercio equo solidale chiamato Chaikhana. Martedì mattina ( 14 luglio 2010) la famiglia ha ricevuto una lettera intimidatoria. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Andrea Onori</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" style="margin: 5px; border: 2px solid black;" title="http://4.bp.blogspot.com/_YuNAj_ijqE4/TD4Kc9Vo60I/AAAAAAAAADc/S37vzQ-vso8/s400/spinelli1.jpg" src="http://4.bp.blogspot.com/_YuNAj_ijqE4/TD4Kc9Vo60I/AAAAAAAAADc/S37vzQ-vso8/s400/spinelli1.jpg" alt="" width="400" height="323" />La <strong>famiglia Spinelli</strong> mi ha ospitato il 4 ottobre del 2010 a Roseto degli Abruzzi per la presentazione del mio libro “Madre Terra Fratello Clandestino”. Nella cittadina abruzzese hanno un circolo culturale e del commercio equo solidale chiamato <strong>Chaikhana</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Martedì mattina ( 14 luglio 2010) la famiglia ha ricevuto una lettera intimidatoria. Il cognome Spinelli è noto come cognomi di “zingari” noti nella provincia di Pescara. Appena ricevuta la lettera razzista, la famiglia si è recata direttamente ai carabinieri per denunciare il fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Come su può notare la lettera è firmata <strong>MAZ</strong> (Movimento anti Zingari) <strong>LEGA NORD</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante la famiglia non è di origine Rom o Sinta, il fatto preoccupante è che queste lettere possano girare per l’abruzzo e creare scompiglio e paura anche nella società “zingara”. E’ bastato vedere il cognome per inviare la lettera e invitare la famiglia Spinelli ad andare via. ”Ora penso – dice Evila, moglie di Corrado Spinelli - che può <img class="alignleft" style="margin: 5px; border: 2px solid black;" title="http://1.bp.blogspot.com/_YuNAj_ijqE4/TD4KXOMgbGI/AAAAAAAAADU/EOZRLvuzU7k/s200/spinelli+2.jpg" src="http://1.bp.blogspot.com/_YuNAj_ijqE4/TD4KXOMgbGI/AAAAAAAAADU/EOZRLvuzU7k/s200/spinelli+2.jpg" alt="" width="200" height="118" />essere pericoloso chiamarsi Spinelli. Ho pensato prima a uno scherzo, ma la stessa lettera è arrivata poi anche al fratello di mio marito”.</p>
<p style="text-align: justify;">
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