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	<title>Comunismo e Comunità &#187; liberalismo</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Il trucco dei diritti civili al tempo della cosmesi neoliberale</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Sep 2023 17:34:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Civili]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[M.L.King]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Caserta]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; Il trucco dei diritti civili al tempo della cosmesi neoliberale Pier Paolo Caserta &#160; Spesso, all’interno della nostra area, constatiamo come i diritti civili siano oggi giocati contro i diritti sociali per conculcare questi ultimi, come del resto è efficacemente avvenuto; tuttavia, bisogna dire anche che c’è modo e modo di intendere [...]]]></description>
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<header>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/09/mlk.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8637" title="mlk" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/09/mlk-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 2em;">Il trucco dei diritti civili al tempo della cosmesi neoliberale</span></p>
<h2><a title="Post di Pier Paolo Caserta" href="http://www.linterferenza.info/author/pier-paolo-caserta/" rel="author">Pier Paolo Caserta</a></h2>
</header>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<p>Spesso, all’interno della nostra area, constatiamo come i diritti civili siano oggi giocati contro i diritti sociali per conculcare questi ultimi, come del resto è efficacemente avvenuto; tuttavia, bisogna dire anche che c’è modo e modo di intendere gli stessi diritti civili. Questi, tutte le volte che sono stati intesi seriamente, e cioè quando hanno, in primo luogo, impegnato quanti vi si richiamavano a condurre battaglie per la dignità e per il riscatto degli oppressi, hanno sempre avuto anche importanti ricadute sociali. Si sono, per la verità, fin dal principio saldati alla questione sociale.</p>
<p>Forse, quelli che sono oggi propugnati dalle élite, e rilanciati dai subalterni che ne hanno interiorizzato la retorica e le parole d’ordine, non dovrebbero nemmeno essere chiamati diritti civili; sono, a ben vedere, molto meno dei diritti civili seriamente intesi; sono, piuttosto, semplici diritti individuali neoliberali, puramente esteriori; sono diritti cosmetici e in quanto tali legati solo alla sfera dell’apparire, ma disancorati dall’essere sociale, che si punta invece a disaggregare e a dissolvere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ripercorrere il movimento per i diritti civili degli afro-americani negli anni ‘50-’70 del secolo scorso potrebbe offrire un terreno fecondo per illustrare la differenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La grande marcia organizzata sessant’anni fa, nell’agosto del 1963 a Washington da A. Philip Randolph e Bayard Rustin, in occasione della quale Martin Luther King pronunciò il suo discorso, tra i più noti e importanti del Novecento, fu significativamente denominata “<em>Marcia per il lavoro e per la libertà</em>”.  La parola <em>libertà </em>veniva dunque declinata insieme a <em>lavoro</em>, in stretta relazione al lavoro e dopo di esso, mostrando subito lo stretto intreccio tra diritti civili, diritti economici e diritti sociali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Libertà” è parola scivolosissima. Quando non la si aggancia ad un altro concetto, diventa la “libertà” al centro dell’universo valoriale liberale e neoliberale; un concetto vuoto e allo stesso tempo potente, sempre persuasivo, che si vorrebbe presentare come incondizionato e come motore di emancipazione, anzi di un cammino storico progressivo e necessario verso l’emancipazione; ma, così inteso, non lo è, e non può esserlo. E non soltanto non può esserlo, ma, molto peggio ancora, è lo strumento di un travisamento, è un concetto-nebbia che avvolge e fa sparire tutto, è la notte della questione sociale, che si vuole dissolvere, facendo coincidere questa presunta “libertà” proprio con i diritti individuali neoliberali dell’apparire, mentre si incrudisce la macelleria sociale e si approfondiscono divari e alienazione. Si vuole presentarlo come il cardine assoluto, ma è vero esattamente il contrario: “libertà” è concetto dipendente perché necessità di essere qualificato. La questione viene ideologicamente elusa, ma la verità è che la “libertà” non ha un campo semantico autonomo; diversamente, per esempio, da “Lavoro”. Innalzarla da sola a principio guida e spartiacque, senza precisare come la si connoti, è, in una parola, un imbroglio; è una narrazione, una costruzione ideologica: per la precisione, quella pseudo-progressista che, in mancanza di altri termini che possano specificarla, fa confluire la libertà esattamente nel Mercato. La “libertà” non esplicitamente agganciata a null’altro è la libertà implicitamente ma sostanzialmente santificata nel Mercato e nel paradigma globalista dell’individualismo competitivo. È la libertà sempre e solo di chi può permettersela, o di chi secondo la catechesi neoliberale è abbastanza valoroso da conquistarsela, gettandosi tra le braccia salvifiche del mercato; o, più spesso, è di fatto la libertà di chi può comprarsela. Proprio in questo modo il richiamo seduttivo alla libertà emancipatrice viene usato per sottrarre diritti e spingere ancora oltre le frontiere dell’alienazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inevitabilmente, anche il movimento per i diritti civili degli afro-americani del secolo scorso ha finito per essere talvolta risucchiato nel tritacarne della narrazione neoliberale falsamente emancipatrice; bisogna tuttavia notare che storicamente esso è stato altra cosa e ha coinvolto in profondità la questione sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ben altrimenti dal neoliberalismo, M.L. King si inscrive in un contesto che sottolineò programmaticamente il binomio tra “Lavoro” e “Libertà”. In questo abbinamento, la libertà, qualificata dal lavoro, viene portata immediatamente all’interno della questione sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il neoliberalismo vuole espellere dal campo della libertà la questione sociale, M. L. King portava la libertà e la discriminazione razziale ben dentro alla questione sociale ed economica. Il neoliberalismo profonde ogni sforzo per espellere dal discorso pubblico la conflittualità sociale, spingendo interamente la domanda di uguaglianza dentro la dimensione estetica, che è esteriore,</p>
<p>a-storica, fuorviante e sterilizzante; M. L. King radicava il cambiamento dentro il problema dei rapporti sociali di forza e di dominio. Muovendosi, al contempo, anche nella dimensione politica, storica e ontologica dei diritti inalienabili negati, si richiamò al “sogno americano” ad un tempo per rovesciarlo e per chiedere che fosse finalmente inverato. Gli estensori della Dichiarazione di indipendenza e della Costituzione degli Stati Uniti d’America, come è noto, non avevano <em>affatto</em> inteso estendere i diritti naturali e di cittadinanza <em>a tutti</em>. Ciononostante, proprio i principi ai quali si erano richiamati si offrivano alla possibilità della contro-narrazione; a condizione, appunto, di calare il piano “ontologico” dei diritti inalienabili dentro ai rapporti storico-sociali, materiali ed economici:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>È un sogno profondamente radicato nel sogno americano… “noi riteniamo evidente che             tutti gli uomini sono creati uguali”… Cento anni dopo [la fine della schiavitù] il Negro non         è ancora libero… cento anni dopo, il Negro vive nella solitaria isola della povertà           circondato dall’immenso oceano della prosperità materiale … In un certo senso, siamo            venuti nella capitale della nostra nazione per incassare un assegno. Quando i creatori       della nostra Repubblica scrissero le magnifiche parole della Costituzione e della   Dichiarazione di Indipendenza stavano firmando una cambiale di cui ogni americano     sarebbe diventando erede. Questa cambiale era la promessa che a ogni uomo, sì, nero    come anche bianco, sarebbero stati garantiti i “diritti inalienabili” della Vita, della        Libertà e della ricerca della   felicità.  È evidente che l’America non ha tenuto fede a questa             cambiale nei confronti dei suoi cittadini di colore; invece di rispettare questa sacra           obbligazione, l’America ha dato alla popolazione Negra un cattivo assegno, un   assegno           che è tornato indietro con il    timbro “fondi insufficienti”… Questo non è il tempo di       prendere il tranquillante del   “gradualismo”</em>. (M. L. King, I have a dream, 28 agosto     1963).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Del resto sono presenti negli scritti di Martin Luther King esplicite attestazioni di sintonia con la prospettiva del socialismo democratico, né mancano riferimenti alla lotta di classe. [1]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non soltanto l’ideologia mercatista, neoliberale e tecnocratica usa, attraverso la sua principale emanazione politica, quella della sinistra liberal, i diritti civili per fare strame di quelli sociali; ha anche, parallelamente, lavorato per accreditare una versione al ribasso degli stessi diritti civili ridotti a diritti individuali neoliberali, confinati nella sfera estetica. Altrimenti, anche i diritti civili avrebbero, come hanno avuto in passato, la capacità di innescare profonde trasformazioni sociali.</p>
<p>La narrazione neoliberale non si limita, dunque, a giocare i diritti civili contro quelli sociali; essa, piuttosto, si struttura su due elementi portanti interdipendenti: abbassa i diritti civili a diritti cosmetici ed espelle i diritti sociali.</p>
<p>Purtroppo questa narrazione elitista dei diritti è stata interiorizzata dai subalterni che si sono fatti incantare dalle sirene della sinistra liberal e politicamente corretta, facendosi esercito del tecno-capitalismo.</p>
<p>http://www.linterferenza.info/attpol/trucco-dei-diritti-civili-al-tempo-della-cosmesi-neoliberale/</p>
</div>
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		<title>Il sogno liberale</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2022 16:41:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zhok]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Raz]]></category>
		<category><![CDATA[liberale]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Polanyi]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Il sogno liberale di Andrea Zhok Come mi è capitato di sottolineare altrove, la nozione di “liberale” è strutturalmente ambigua per ragioni storiche. Purtroppo tale ambiguità continua a creare confusione e a smussare le armi dell’analisi, dove di volta in volta, di fronte agli stessi eventi, si finisce per invocare l’aggettivo “liberale”  a volte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h1><img style="font-size: 13px;" src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories12/20220413T074244-cover-1649835766169.jpg" alt="20220413T074244 cover 1649835766169" width="300" height="251" data-src="/images/stories/stories12/20220413T074244-cover-1649835766169.jpg" /></h1>
<h1></h1>
<h1>Il sogno liberale</h1>
<h3>di Andrea Zhok</h3>
<h1></h1>
<h1><span style="font-size: 13px;">Come mi è capitato di sottolineare altrove, la nozione di “liberale” è strutturalmente ambigua per ragioni storiche. Purtroppo tale ambiguità continua a creare confusione e a smussare le armi dell’analisi, dove di volta in volta, di fronte agli stessi eventi, si finisce per invocare l’aggettivo “liberale”  a volte come causa di oppressione, a volte come fattore di emancipazione (così ha fatto recentemente, ad esempio, il prof. Orsini). Di fronte all’irreggimentazione, al controllo sociale, alla crescita di impulsi persecutori che ha tratteggiato questi ultimi due anni c’è ancora chi lo caratterizza utilizzando l’aggettivo “illiberale”, come se tutto ciò fosse estraneo e contrario all’essenza del liberalismo.</span></h1>
<p>È perciò opportuno tentare un breve chiarimento concettuale e terminologico. Non provo qui a fornire un’analisi dello sviluppo storico e delle sue ragioni – svolta in altra sede – ma mi limito ad esplicitare l’ambiguità del termine liberalismo e a ribadire perché l’uso emancipativo del termine è latore di confusione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I. Il liberalismo perfezionista</strong></p>
<p>Esiste davvero una forma emancipativa del liberalismo?</p>
<p>Sì, esiste, si tratta di un’idea che concepisce il liberalismo come <em>staccato dalla sua componente economica</em> e che lo pone come una visione teorica che promuove il libero sviluppo umano. Questa concezione può essere chiamata “<em>liberalismo perfezionista</em>”, laddove il termine “perfezionista” è utilizzato nella filosofia morale contemporanea per definire una teoria che pone il senso dell’azione umana nell’esercizio e nel libero sviluppo delle proprie facoltà.</p>
<p>Questa visione può essere rappresentata da pensatori come Benedetto Croce, in una cornice idealista, da Joseph Raz, Michael Polanyi e in parte John Rawls, in una cornice immanentista. Non è accidentale che la distinzione tra “liberalismo” e “liberismo” venne introdotta proprio da Croce per isolare il proprio liberalismo dalle istanze economiche (liberiste).</p>
<p>Qui l’idea portante è che l’uomo conferisce senso alla propria esistenza esplorandone le potenzialità e sviluppando le proprie capacità. Tale visione è minoritaria ed eccentrica rispetto allo sviluppo storico del liberalismo, ma è esistita ed esiste. Quanto sia essa lontana dalla prospettiva storica principale del liberalismo lo si può capire osservando come questo “liberalismo perfezionista” sia perfettamente compatibile con l’impianto teorico del critico per antonomasia del liberalismo, cioè di Karl Marx, la cui concezione del libero sviluppo umano (si vedano i <em>Manoscritti economico-filosofici del 1844</em>) è ampiamente sovrapponibile a questa visione. Non pochi soggetti, soprattutto intellettuali, si reputano liberali in quanto nutrono, in forma talvolta chiara, spesso confusa, un’immagine del genere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II. Il liberalismo reale</strong></p>
<p>Sul piano storico, tuttavia, questa versione del liberalismo disaccoppiata dal liberismo economico è ampiamente minoritaria, e influente quasi solo a livello di elaborazione intellettuale. Il liberalismo si è sviluppato incardinandosi nella teoria economica marginalista alla fine del XIX secolo, in questa forma ha acquisito centralità politica e ha imposto in modo egemonico la propria visione a partire dagli anni ’70 del XX secolo. Chiamiamo questo liberalismo egemone “<em>liberalismo reale</em>”, nel senso in cui si parlava una volta di “socialismo reale”.</p>
<p>Per capire l’essenza del liberalismo reale bisogna comprendere come si configura la sua visione ideale, quella visione che ogni agente liberale coltiva dentro di sé come ispirazione, come motore della propria azione.</p>
<p>Si dice spesso che il liberalismo sarebbe “neutrale” sul piano etico, nel senso di non volersi impegnare nel prendere posizione sui temi eticamente più controversi e scottanti. L’idea della neutralità liberale storicamente nasce in contrapposizione alla sostanzialità delle posizioni religiose: che si parli di aborto, eutanasia, famiglia, educazione, ecc. ogni religione ha una posizione definita – non necessariamente immobile nel tempo, ma di volta in volta ben definita – mentre il liberalismo, sin dalle origini, si vanta di rigettare questa dimensione di valutazione sostanziale, che andrebbe risolta lasciando a ciascun individuo la scelta ultima.</p>
<p>Questa idea di “neutralità” etico-politica è tuttavia perfettamente illusoria. L’etica e la politica si muovono in un’atmosfera densa in cui <em>non esiste neutralità</em>, in cui scelte sovraindividuali si fanno sempre necessariamente, e in cui quando condotte specifiche vengono favorite, altre vengono sfavorite e ostacolate. La “neutralità” liberale è in effetti un camuffamento, magari in buona fede, ma un camuffamento. In effetti anche il liberalismo ha un’immagine ideale del mondo, proprio come ce l’ha il comunismo o il cristianesimo, solo che è un’immagine che si interpreta come poco esigente e perciò universale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III. Libertà negativa e presunta “neutralità” etica</strong></p>
<p>La concezione che caratterizza il liberalismo è innanzitutto una concezione che promuove una forma di libertà negativa: <em>laica, asociale e apolitica</em>. Il liberalismo tipicamente nega che queste specifiche proprietà siano alcunché di sostanziale perché sostiene che anche per questi tratti, come per ogni altro tratto, la scelta viene lasciata al singolo individuo (se essere laico o credente, sociale o asociale, politicamente attivo o passivo, ecc.). Solo che le cose non stanno così. Questo perché ciascuna di quelle dimensioni travalica il singolo e non è alla portata di alcuna scelta individuale, unilaterale.</p>
<p>Non posso decidere individualmente di condurre un’esistenza politica, se l’ambiente circostante non lo consente; non posso associarmi, se non ci sono le altrui condizioni per formare un’associazione; posso condurre una vita da mistico stilita, ma nessuna vita religiosa in assenza di una comunità religiosa operante; non posso vivere un’esistenza comunitaria, se le forme di vita comunitarie sono disgregate, ecc.</p>
<p>Il cuore della libertà negativa nel liberalismo reale  è che, non essendovi un divieto a indirizzare la vita in queste forme, ciascuno è in grado di decidere autonomamente se percorrerle o meno. Ma questo è semplicemente falso. Ogni scelta politica, legislativa, economica che venga fatta potrà essere funzionale a costruire forme di vita religiosa, politica, comunitaria, ecc. oppure può essere disfunzionale a questi fini. Quando uno di questi indirizzi non viene supportato, proprio per la loro natura sovraindividuale, esso deperisce e si estingue.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IV. La visione propositiva del modello liberale</strong></p>
<p>Quest’apparente “neutralità” è solo metà della storia del “sogno liberale”. La seconda fondamentale parte è determinata sul terreno economico, dove gli indirizzi più chiaramente positivi, “sostanziali” del liberalismo si vedono all’opera. L’impianto economico liberale infatti coltiva la <em>competizione</em> su base individuale, venera il <em>rischio</em>, l’<em>innovazione</em> e la <em>mobilità</em>. Ciascuno di questi elementi opera costantemente come fattore che <em>accresce l’insicurezza individuale</em> e <em>alimenta lo sradicamento sociale</em>. In una cornice di concorrenza auspicabilmente perfetta ogni singolo individuo occupa una posizione sociale differenziale, dove ogni successo altrui è potenzialmente una minaccia al successo proprio. Quanto più ci si approssima alla base della piramide sociale, tanto minore diviene il proprio potere contrattuale nella società, e tanto maggiori diventano per ciascuno le possibilità di essere proprio escluso dal sistema, di venire espulso ed emarginato.</p>
<p>Sul piano tecnologico, finanziario e ambientale lo stimolo costante al rischio, all’accelerazione e all’innovazione crea condizioni strutturalmente instabili. Esse vengono compensate – da chi è economicamente nelle condizioni di farlo – con la creazione di cuscinetti difensivi (riserve monetarie, assicurazioni private, ecc.). Questo significa che all’insicurezza generata dal sistema si cerca di rimediare con la “sicurezza economica”, cioè con lo sforzo di accumulare denaro: quanto maggiore l’insicurezza tanto maggiore la spinta alla competizione più spregiudicata, che aumenta a sua volta l’insicurezza, le possibilità di fallimento e la frustrazione.</p>
<p>La spinta alla mobilità, nella ricerca di opportunità d’impiego, spezza la possibilità di una perdurante cooperazione territoriale, e con ciò corrode ogni senso di partecipazione comunitaria: il soggetto liberale non è più “parte di una comunità”, ma è “utente di un servizio urbano”. (Incidentalmente, è per sopperire a questo vuoto che la società liberale contemporanea si riempie ossessivamente la bocca di “comunità” / “community”: secondo un tipico canone liberale, meno una cosa esiste, più ossessivamente la si evoca per fingerne l’esistenza.)</p>
<p>In questa cornice in cui tutto converge verso l’isolamento individuale e la competizione interpersonale, l’Altro appare primariamente nella forma di un’insidia, una fonte di potenziale pericolo – o almeno di ingombro. In un mondo liberale, se qualcuno ti si avvicina la prima domanda che tende a sorgere è: “Cosa vuole questo da me?” Dunque non solo le condizioni economiche ed ambientali tendono a far crescere il senso di insicurezza, ma anche i singoli individui sono innanzitutto percepiti come potenziali minacce.</p>
<p>Questo sfondo genera una tendenza profonda, che rappresenta l’ispirazione e il motore del sogno liberale. Siccome sia l’ambiente che l’altro soggetto (se non altrimenti esplicitato), si profilano prima facie come potenziali minacce, la disposizione che anima la società liberale si orienta in due direzioni: la <em>neutralizzazione difensiva dei rapporti con il prossimo</em> e <em>l’acquisizione di potere mediato sull’ambiente</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>V. Figure del sogno liberale</strong></p>
<p>Siccome ciascun soggetto individuale è vissuto innanzitutto come una potenziale minaccia, la concezione liberale lavora sistematicamente a creare o mantenere le distanze tra individuo e individuo, a isolarli preliminarmente e a consentirne l’associazione solo in forme contrattuali sorvegliate. La società liberale tende a divenire sempre più isterica intorno al pericolo che altri esseri umani, o altri gruppi umani, o altre forme di vita umane, rappresentano per “noi liberali”.</p>
<p>Rispetto ad ogni individuo cresce costantemente una sorta di permalosità strutturale, di ipersensibilità per cui l’altro potrebbe essere in procinto di ferirci, di offenderci in maniera insopportabile. Individui sradicati e psicologicamente provati dal distanziamento forzoso cui il mondo liberale conduce, temono il contatto diretto con il prossimo e a maggior ragione temono ogni forma di <em>dipendenza</em> dal prossimo. Figure emblematiche di questa dinamica sono, ad esempio, i giovani “<em>hikikomori</em>” che si rifiutano di uscire di casa e che si relazionano con gli altri solo in forma virtuale; o, in altro modo, sono figure emblematiche i pasdaran del “politicamente corretto”, alla continua ricerca di un possibile lato da cui potrebbero ritenersi offesi; o ancora, lo sono gli studenti dei college americani che firmano consensi scritti per avere rapporti sessuali, a garanzia che vi sia piena volontarietà dell’atto. Stendiamo poi un pietoso velo sulla recente isteria da contagio, che ha portato a galla strati profondi di questo autentico terrore nei confronti del prossimo.</p>
<p>Siccome il nostro prossimo è, proprio per la sua prossimità, il più pericoloso, il liberalismo reale dimostra la propria umanità come filantropismo verso i più remoti, verso coloro i quali hanno solo l’esistenza virtuale dei reportage giornalistici e delle raccolte di petizioni. Verso i lontani, gli sconosciuti, con cui mai entreremo in contatto e di cui nulla sappiamo, il liberalismo reale riversa la propria umanità residua, che, incapace di vicinanza, si trova a proprio agio invece nella sfera in cui può dipingere l’umanità a piacimento, con i tratti addomesticati del proprio immaginario. Se verso i più remoti il liberale può esercitare generosità, nei confronti del prossimo i rapporti sono governati dalla sfiducia e dal timore, e dunque le forme relazionali preferite sono l’isolamento o il rapporto mercenario, in cui il potere del denaro media la relazione tra esseri umani.</p>
<p><em>Dipendere da qualcun altro</em> è, nel mondo liberale, la ricetta sicura per lo scacco, visto che per come il sistema funziona è razionale attendersi che tale dipendenza prenda la forma di uno sfruttamento. Questo varrà tanto sul piano lavorativo che su quello affettivo: se dipendo sono sottomesso; sono libero solo se sono io a sottomettere. Questo modello di indipendenza è quella che promuove ad esempio l’idea, sempre più diffusa nel Nord Europa, per cui avere un figlio dovrebbe essere disaccoppiato dall’avere un compagno o una compagna. Siccome un rapporto affettivo è percepito come un rischio e un vincolo, una subordinazione ad esigenze limitanti che intaccano la propria indipendenza, allora attingere ad una banca del seme o noleggiare un utero altrui, sono soluzioni decisamente preferibili.</p>
<p>La visione di principio della società nel liberalismo reale è quella di un sistema di percorsi di vita paralleli che non si intersecano se non con la mediazione di un controllo terzo (contratto, supervisione, giudice). I contatti ammessi e preventivati sono l’acquisizione di un servizio, l’erogazione retribuita di un servizio, o, dove entrambi falliscono, lo scontro. Un sistema che produce strutturalmente insicurezza ad ogni livello lavora per risparmiare ai propri adepti l&#8217;incertezza dei rapporti umani, l&#8217;insicurezza dei giudizi personali, il rischio dei contatti, la vulnerabilità dell&#8217;affettività.</p>
<p>Il sogno liberale consta di un mondo in cui non devi niente a nessuno, non hai bisogno di contare su nessuno, non dipendi da nessuno, ma in cui puoi portare avanti i tuoi progetti acquistando i servigi altrui. Questo tratto spiega il carattere insieme patetico e pericoloso dei grandi “sognatori” partoriti dal liberalismo, gente che conta di realizzare i propri infantili sogni di potenza comprandoli.</p>
<p>Il sistema del liberalismo reale perciò partorisce due forme umane: “servi” e “padroni”, che nello specifico si profilano come “frustrati senza remissione” e “imperatori per censo”.</p>
<p>Il primo gruppo, di gran lunga maggioritario, è rappresentato da tutti quelli che ambivano ad essere piccoli autocrati di un proprio regno a pagamento, ma che non ce l’hanno fatta. Questi cercano comunque di esercitare tutto il potere che viene loro concesso sul prossimo, sfogando almeno in parte la propria frustrazione, che tuttavia cova sempre sotto la cenere e nutre una rabbia costante, pronta ad esplodere. È gente che avrebbe voluto essere Bill Gates o Ellon Musk, e che rimarrà certa fino alla fine che, se avesse raggiunto quella posizione economicamente apicale, allora sì che il mondo avrebbe manifestato tutto il proprio senso. Essendo invece rimasti lontani dalla vetta non gli resta che rivalersi come possono sugli altri: piccoli delatori, burocrati inflessibili, bulli da parcheggio, ecc. Recentemente abbiamo avuto il piacere di ammirare simpatici esempi di questa tipologia umana in quelli che si sbracciavano orgogliosi per poter esibire il proprio Green Pass (come piccolo segno di esclusività), o in tutti quelli che vomitano odio bellicista fomentando guerre per procura.</p>
<p>Le guerre per procura sono in effetti un caso di scuola della visione liberale, perché combinano due elementi strutturali del liberalismo reale: il filantropismo per cause distanti in luoghi remoti e la frustrazione rabbiosa pronta ad esplodere, che può essere rilasciata verso l’apposito “malvagio” o lo “stato canaglia” di turno. Le guerre per procura in luoghi remoti, cui ci si può collegare televisivamente ore pasti, per poi tornare alla serietà della vita nel resto della giornata, sono una soluzione pulsionale perfetta per il cittadino liberale, che può al tempo stesso sentirsi un benefattore dell’umanità e sfogare il proprio desiderio rabbioso di distruzione (evitando così di sparare al vicino o di farsi sparare da esso).</p>
<p>Accanto all’esercito degli sconfitti dalla vita, che covano sotto un volto disciplinato una rabbia disperata, c’è poi la rarefatta truppa dei vincitori, di coloro i quali vedono la società dall’alto della propria capacità di comprare ogni cosa e persona che gli possa servire. Questi sono finalmente nella posizione che il sistema gli ha promesso come premio sommo: la capacità di “realizzare i propri sogni” in grande stile. Sciaguratamente chi ha fatto tutto ciò che il sistema gli richiedeva per raggiungere quei vertici, di norma non ha avuto né il tempo nè la cura per approfondire nulla, e i suoi sogni vivono dell’immaginario plastificato, astratto, convenzionale che il sistema secerne come sottoprodotto culturale. Nel migliore dei casi queste anime piatte “si realizzano” in qualche modo infantile, comprandosi qualcosa di molto molto grande e molto molto costoso (una nave, un razzo spaziale, un’isola). Il caso peggiore però è quello in cui questi stessi ritengano di essere nella posizione di “migliorare l’umanità” &#8211; un’umanità di cui hanno solo una conoscenza da rivista patinata postprandiale – e che cercheranno di “migliorare” realizzando qualche fantasia letteraria: l’emancipazione di quelle che nel proprio tinello gli appaiono come “minoranze oppresse”; il miglioramento della volgare umanità con qualche tecnologia transumanista, ecc. Questi imperatori per censo che si vogliono despoti illuminati sono obiettivamente personaggi pericolosi per l&#8217;unione di potere e astrattezza.</p>
<p>* * * *</p>
<p>Ciò che bisogna tenere fermo di questo quadro, in conclusione, è soprattutto un punto, un singolo punto essenziale.</p>
<p>L’idea che la forma di vita liberale sia una forma di vita pacifica, rispettosa degli altri e umanitariamente ispirata è una delle più straordinarie fandonie e delle maggiori illusioni autointerpretative che una cultura abbia mai partorito.</p>
<p>Il liberalismo reale nella sua evoluzione storica ha fatto serenamente commercio di schiavi finché gli è convenuto (si vedano gli ottimi studi di Losurdo); ha fatto ogni resistenza possibile all’avvento di governi democratici che non fossero vincolati al censo; ha guidato gli eserciti imperialisti nello sfruttamento senza remore del resto del mondo nel XIX secolo (e anche dopo); ha fomentato lo sciovinismo e la guerra con i suoi giornali alle soglie del 1914; dopo la parentesi delle guerre mondiali ha ripreso la propria battaglia ideologica (nella versione “difesa del mondo libero”) facendo una raffica di guerre per procura mentre si vantava del proprio pacifismo; e infine dagli anni ’70, nella forma neoliberale, ha ripreso l’opera di progressivo spegnimento delle democrazie e di sistematico sfruttamento di chiunque abbia basso potere contrattuale.</p>
<p>Questo quadro può sorprendere il cittadino ingenuo, che magari è caduto vittima della pubblicità-progresso che il marketing ideologico liberale coltiva con grande cura. Essendo una cultura che nasce da una generalizzazione dello scambio commerciale, il liberalismo ha avuto sempre straordinaria cura del marketing, proiettando ovunque immagini idealizzate e ampiamente finzionali di sé. Ma al netto di questi raffinati tentativi di dissimulazione, il nocciolo duro del mondo liberale è rappresentato da una linea di sviluppo individualmente rivolta ad ideali di conquista, strumentalizzazione e asservimento, perché questa è la forma in cui “i sogni si realizzano”. Ciascun soggetto è spinto ad immaginarsi come un soggetto sovrano, indipendente, che non ha bisogno di nessuno, che può disporre strumentalmente degli altri e che è a sua volta disposto ad essere utilizzato, se questo lo conduce avanti nella realizzazione del suo sogno solitario. Ciascuno è dunque  un re, un sovrano, un piccolo imperatore in potenza, e di diritto, che ha solo bisogno di un po’ di fortuna per esserlo anche di fatto. E se il destino non gli concede tale fortuna, sente di avere pieno titolo per sfogare la propria rabbia. Un sistema predatorio che genera con eguale intensità, sfruttamento, violenza, indifferenza e la più spettacolare ipocrisia.</p>
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		<title>INTERVISTA AL PROFESSOR ANDREA ZHOK</title>
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		<pubDate>Mon, 03 May 2021 17:40:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Ancien Regime]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zhok]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; INTERVISTA AL PROFESSOR ANDREA ZHOK &#160; Andrea Zhok (Trieste, 1967) si è formato studiando e lavorando presso le università di Trieste, Milano, Vienna ed Essex. È attualmente professore di Filosofia Morale, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Tra la sue pubblicazioni monografiche ricordiamo, Il concetto di valore: dall’etica all’economia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/05/maxresdefault.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7367" title="maxresdefault" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/05/maxresdefault-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://bollettinoculturale.blogspot.com/2020/06/intervista-al-professor-andrea-zhok.html">INTERVISTA AL PROFESSOR ANDREA ZHOK</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">Andrea Zhok (Trieste, 1967) si è formato studiando e lavorando presso le università di Trieste, Milano, Vienna ed Essex. È attualmente professore di Filosofia Morale, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Tra la sue pubblicazioni monografiche ricordiamo, Il concetto di valore: dall’etica all’economia (Mimesis, 2002), Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo (Jaca Book, 2006), Identità della persona e senso dell’esistenza (Meltemi, 2018), e Critica della ragione liberale (Meltemi, 2019).<br />
</span></strong></p>
<div><strong><span style="font-family: arial;"><br />
</span></strong></div>
<div>
<p><strong><span style="font-family: arial;">1.</span><span style="font-family: arial;"> Zhok, è famoso per essere un feroce critico del pensiero liberale e della sua concezione del mondo. La proposta d’organizzazione della società che difende mi verrebbe da definire &#8220;comunitarista&#8221;, in contrapposizione al pensiero liberale che ha come sua logica conclusione un mondo in cui ognuno ha piena libertà di vendere e comprare qualsiasi cosa. Contro questa visione del mondo contrappone il raggiungimento di una nuova ragione comune. Ha legami con il pensiero comunitario questa sua critica? In quale soggetto storico vede incarnarsi la possibilità di ergersi a soggetto antagonista nella fase attuale capitalismo e di porsi come costruttore di questa altra società?</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">1. </span></strong><span style="font-family: arial;">Accetto volentieri l’etichetta di ‘comunitarista’, ma vorrei qualificare la ‘ferocia’ della mia critica al pensiero liberale. Come cerco di spiegare nel lavoro che ho dedicato al tema, il problema della ‘ragione liberale’ è di essere una teoria politica contingente, adatta ad un periodo storico, che è assurta invece a visione del mondo, con ingiustificabili pretese antropologiche ed etiche (e persino ontologiche).</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Le istanze che attribuiamo al pensiero liberale, con particolare riferimento al cosiddetto ‘liberalismo classico’, hanno giocato un ruolo progressivo nel superamento dei limiti dell’Ancien Regime. Molte delle conquiste avvenute sotto l’egida del liberalismo sono consolidate e a mio avviso definitive. In questo senso il primo passo per essere un ‘feroce’ critico del pensiero liberale è riconoscere che noi ci muoviamo in un mondo che è stato riconfigurato in punti essenziali dalla ragione liberale e che tale riconfigurazione per lo più è da considerare una conquista stabile (penso al cosiddetto ‘stato di diritto’, alla ‘divisione dei poteri’, all’introduzione di elementi di ‘libertà economica’).</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Una volta chiarito questo punto si può riconoscere che la ragione liberale da un lato ha perduto (almeno in Occidente) ogni carattere propulsivo, e dall’altro che i suoi difetti intrinseci, presenti sin dall’inizio, nell’ultimo mezzo secolo hanno iniziato a deflagrare. Questa esplosione è dovuta ad un fatto fondamentale: la teoria liberale era nata come una teoria ‘contro’, una teoria capace di erodere ed abbattere il modello precedente con le sue rigidità, ma anche una teoria che stava in piedi grazie alle stesse rigidità che andava erodendo. Una volta ottenuta la vittoria, la teoria liberale si mostra come povera e vuota: essa è essenzialmente incapace di costruire alcunché e sul piano propositivo è strettamente legata ad un supporto più o meno miope dei meccanismi economici capitalistici. La ragione liberale ha rappresentato una straordinaria forza ‘<em>destruens</em>’, ma alla prova della costruzione sociale non ha davvero nulla da proporre. E quando crede di poter proporre qualcosa, ciò che propone ha di nuovo solo un carattere distruttivo, nichilistico, individualistico.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Quanto al tema del ‘comunitarismo’, si tratta di una questione complessa, che richiederebbe una discussione preliminare intorno alla natura umana, una discussione volta a mostrare il carattere di ‘ente intersoggettivo’ di ciò che chiamiamo ‘persona’. Come teoria politica il ‘comunitarismo’ è una teoria abbastanza vaga, con autori che raramente vi si riconoscono, e che spaziano da posizioni che chiameremmo ‘di estrema sinistra’ a posizioni ‘di estrema destra’. Perciò, se parliamo dell’ispirazione comunitarista di autori come Hegel, Marx e tra i contemporanei Alistair MacIntyre, posso aderirvi senz’altro (naturalmente con varianti e precisazioni, ovvie viste le difformità tra gli autori citati.)</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Quello che è certo, ed è il cuore intuitivo del ‘comunitarismo’, è che gli individui traggono il senso della propria esistenza dall’intorno di persone con cui interagiscono in relazioni faccia a faccia, culturalmente e territorialmente definite. Quando questa dimensione di interazione primaria presenta malfunzionamenti, la capacità stessa delle persone di conferire senso alle proprie vite inizia a collassare. Non esiste alcun sostituto per questa dimensione umana primaria, dimensione che il liberalismo misconosce integralmente.</span></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">2. Un altro tema essenziale è per me la critica ad ogni storicismo. Da althusseriano dico che la storia non ha direzione, non lavora per nessuno. Occorre respingere ogni metafisica del progresso. Come si inserisce in questo importante dibattito, a mio avviso essenziale nel decostruire le basi del pensiero liberale?</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">2. </span></strong><span style="font-family: arial;">Se per storicismo si intende una teoria metafisica della storia come progresso fatale, non ho alcun tentennamento a liquidarla come una metafisica consolatoria e priva di fondamento. Però tra i molti sensi dello storicismo ce ne sono alcuni cui tengo, e specificamente l’idea che la forma di vita umana tende spontaneamente a leggersi in una cornice ‘storica’, dove azioni collettive si stratificano nel tempo. La storia non è una forma descrittiva accidentale per l’uomo, non è qualcosa che potrebbe essere facilmente sostituita da una descrizione strutturale astorica. Le alternative che abbiamo dipendono solo dalla nostra concezione del tempo (circolare o lineare, ascendente o discendente, unico o ciclico, ecc.), ma la vita umana se non si descrive come storica (anche la narrazione mitica lo è) non ha modo di dar conto del proprio senso.</span></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">3. Ritiene il momento populista il modo in cui è possibile riprendere il filo del conflitto sociale oggi?</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">3. </span></strong><span style="font-family: arial;">Ho discusso più volte del problema di come interpretare il ‘momento populista’. C’è un senso in cui il cosiddetto ‘populismo’, cioè l’appello alle maggioranze escluse dalla distribuzione dei benefici del sistema economico globalizzato, può essere una sorta di ‘sostituto prossimo’ dell’appello socialista al popolo. Questa è la prospettiva ben argomentata dall’amico Carlo Formenti, ed ha ottime ragioni da spendere. C’è però a mio avviso un limite fondamentale nella prospettiva ‘populista’. Il marxismo, nelle sue versioni socialista e comunista, si era fatto carico di un potente tentativo di ‘educare il popolo’ e di ‘creare la coscienza di classe’. Negli anni più gloriosi della crescita di influenza del socialismo, e poi del comunismo, non ci si faceva affatto illusioni intorno all’idea che in qualche modo ‘automaticamente’ il popolo fosse in grado di giudicare oculatamente e di riconoscere i propri interessi. Possiamo oggi criticare l’ingenuità, spesso pervasa di positivistica semplificazione, con cui ha operato l’attività formativa del popolo nelle sezioni o nelle case del popolo, ma, per il periodo, fu un’impresa straordinaria, da cui si continuarono a estrarre frutti per decenni.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">L’odierno ‘populismo’, come peraltro quello classico, assume invece (forse per disperazione e mancanza di alternative migliori) che il popolo sia in grado senz’altro di riconoscere i propri interessi e di diventare un agente collettivo, soprattutto se adeguatamente sollecitato da un leader carismatico. Questo talvolta è vero, per questioni su cui le persone hanno esperienze dirette e reiterate, ma talvolta è drammaticamente falso. È un elemento che si manifesta, ad esempio, ogni qual volta emergono tematiche di interesse pubblico in cui una valutazione adeguata richiede una qualche formazione scientifica o metodologica, come nelle discussioni avvenute intorno a tematiche ecologiche o nella stessa corrente pandemia di Covid-19. In questi casi il populismo naufraga molto rapidamente nella cialtroneria e nella retorica, limitandosi a lisciare il pelo agli interessi costituiti dei gruppi che si tenta di mobilitare. Il populismo di fatto finisce per fondere due linee divisorie tra ‘popolo’ ed ‘élite’, una linea di privilegio economico ed una linea di privilegio culturale. Se il ‘popolo’, e gli stilemi ed argomenti che vengono usati per rivolgervisi, cercano di contrapporsi simultaneamente alle élite economiche e a quelle culturali, finiscono per condannarsi all’impotenza.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Socialismo e comunismo, con tutti i loro limiti, giocavano efficacemente la carta della qualificazione culturale contro quella del privilegio economico. Il populismo invece tende ad accettare il degrado culturale prodotto da mezzo secolo di neoliberismo, pensando di poterlo aggirare con una scelta di linguaggio diretto e un leader carismatico. È comprensibile la tentazione di adottare questa scorciatoia, che dà l’impressione di ‘fare qualcosa’, di ‘fare politica’. Ma temo che il massimo che possa essere ottenuto per questa via è l’accesso a qualche rivendicazione d’interessi locali di tipo sindacale. Può essere importante, ma non rappresenta un progetto politico.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Perciò, sotto queste premesse, sono molto scettico verso prospettive propriamente populiste, anche le meglio intenzionate.</span></p>
<p><strong> </strong><strong><span style="font-family: arial;">4. Oggi la sinistra conduce solo battaglie nel campo dei diritti civili, spesso per non discutere dell&#8217;erosione di quelli sociali e per dare qualche tema su cui impegnarsi a giovani con la pancia piena che saranno la classe dirigente del domani. Come analizza questa degenerazione di quella che fu la socialdemocrazia europea ma che possiamo estendere anche a parte della sinistra radicale?</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">4. </span></strong><span style="font-family: arial;">È un tema che ho esaminato più volte, ed ha a che fare con l’inavvertita metamorfosi avvenuta nel pensiero di sinistra dopo il ’68. Un’analisi adeguata potrebbe riempire una vasta monografia, ma riducendolo ai minimi termini il problema è il seguente. Nel ’68 erano emerse due importanti linee in chi contestava l’establishment: una linea era focalizzata sull’emancipazione e realizzazione personale, l’altra era focalizzata sulla costruzione di una forma di vita sociale differente e migliore. Entrambe le linee si radicavano nella migliore tradizione socialista e comunista.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Sin dagli inizi nella riflessione hegelo-marxiana era stato un punto teorico caratterizzante e potente quello di intendere l’emancipazione e realizzazione individuale come incardinati in, e intrinsecamente correlati a, un mutamento dei rapporti sociali (di produzione). Le vicissitudini del ’68, la sconfitta politica che ne è seguita, e la perdita di attrattiva del modello sovietico (soprattutto dopo la ‘Primavera di Praga’) operarono insieme verso una scissione di quelle due istanze: la sfera dell’emancipazione e realizzazione personale rimase in piedi, ma abbandonando il legame con una richiesta di cambiamento dei rapporti sociali, che veniva di fatto messa da parte.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Una volta isolate, le istanze emancipative personali vennero tacitamente sussunte sotto classici paradigmi liberali, come quello dei diritti civili, delle rivendicazioni private, della libertà come non interferenza, della contestazione delle strutture sociali sovraindividuali (stato, partito, famiglia, ecc.). Così, praticamente senza accorgersi della metamorfosi, una gran parte della ‘sinistra’ tradizionale finì per confluire in una qualche variante del liberalismo o dell’anarcoindividualismo, istanze perfettamente compatibili con il regime capitalista in tutte le sue manifestazioni, anche le più deteriori.</span></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">5. I mesi passati hanno visto l&#8217;esplosione in Italia del Movimento delle Sardine che reclamavano a gran voce la Politica con la &#8220;P&#8221; maiuscola, ovvero, la dittatura dell&#8217;esperto e del meritevole sulla democrazia. Questo culto della tecnocrazia lo ritengo uno dei principali nemici della democrazia. Come giudica questa forma di governamentalità che vediamo in azione ormai ovunque nel mondo, dalla Cina all&#8217;UE?</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">5. </span></strong><span style="font-family: arial;">Diciamo che l’idea di ‘esperto’ e di ‘meritevole’ esemplificato dai rappresentanti del Movimento delle Sardine è qualcosa di singolarmente patetico. In verità questo ‘movimento’, pompato ad arte dai media perché al momento tornava utile come argine alla crescita della Lega, è un movimento squisitamente populista, solo in un senso diverso rispetto al ‘populismo di destra’. Il fatto che ad essere promosse siano scialbe trivialità con un aroma ‘progressista’ invece di scialbe trivialità con un aroma ‘conservatore’ non li rende particolarmente prossimi ad alcuna tecnocrazia.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">A prescindere dalle Sardine, su cui non vale davvero la pena di spendere tempo, il tema della ‘tecnocrazia’ è invece un tema davvero complesso. I lati oscuri delle pretese ‘tecnocratiche’ odierne sono essenzialmente due.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">In primo luogo, si fa passare per un sapere eminentemente tecnico l’ortodossia economica neoclassica, che è mille miglia lontana dall’essere una ‘scienza apolitica’. Come ho cercato di mostrare nell’ultimo libro, l’ortodossia economica neoclassica di fatto è una ‘scienza <em>del</em> capitalismo’, nel doppio senso del genitivo: è una scienza che ha validità nella specifica cornice storica dei rapporti di produzione capitalistici, ed è una scienza che implicitamente supporta ed alimenta un ordinamento dei rapporti di produzione di tipo capitalistico. Non c’è quasi niente di neutrale nell’economia contemporanea, anche se questo non significa, naturalmente, che studiarla comporti automaticamente un posizionamento politico: per la minoranza di studiosi che prendono consapevolezza della parzialità delle premesse antropologiche ed assiologiche inerenti all’edificio neoclassico si apre la possibilità di usare la teoria economica per finalità critiche del sistema. Se ‘affidarsi ai tecnici’ significa ‘affidarsi all’ortodossia economica prevalente’, questo di fatto è un posizionamento politico sensibile agli interessi del capitale, lontano mille miglia da ogni ‘neutralità tecnocratica’.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Più in generale, in un contesto in cui una progettualità politica strutturata è pressoché scomparsa e in cui lo stesso ceto politico appare screditato, l’appello ai ‘tecnici’, anche in altri campi, diversi da quello economico, è un modo per camuffare scelte politiche da scelte neutrali. Si tratta di fatto di un puro e semplice imbroglio: si utilizza il credito attribuito al ‘sapere’ per conferire credito a scelte politiche che non si riuscirebbe a motivare in senso propriamente politico.</span></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">6. Il &#8217;68 ha visto decomporsi il capitalismo borghese a favore di un capitalismo postborghese che da quegli straordinari eventi recepì la critica artistica. Dal pudore borghese, al permissivismo che domina la nostra società. Come analizza questo passaggio?</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">6. </span></strong><span style="font-family: arial;">Su questo tema le analisi di Boltanski e Chiapello sono chiarificatrici e per molti versi conclusive. Mi piace solo segnalare che il processo di fratturazione delle ‘norme sociali’ era già ben visibile nella cosiddetta “</span><span style="font-family: arial;"><em>Belle Epoque</em>”, nei grandi centri urbani prima della prima guerra mondiale (l’epoca del ‘decadentismo’). Il processo di disgregazione dei sistemi normativi precedenti è un tratto caratteristico fondamentale della ragionale liberale. Finché i sistemi normativi precedenti sono ancora robusti ed oppongono resistenza, l’intervento disgregativo della ragione liberale può avere effetti benefici, alimentando innovazione e creatività. Credo, ad esempio, che l’esplosione di creatività musicale nell’ambito pop-rock tra anni ’60 e anni ’70 sia un esito positivo di questo tipo di processo: soggetti che prima erano passati attraverso una formazione disciplinante (nella fattispecie musicale), entrarono in un’atmosfera culturale emancipatrice, e la composizione tra la solidità della formazione precedente e la spinta innovativa può sfociare in grande creatività. Peraltro, anche il ‘decadentismo’ letterario di fine ‘800 fu un periodo insolitamente creativo.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">I veri problemi insorgono quando la ragione liberale ha vinto su tutta la linea. A questo punto la dimensione normativa e strutturante tende a scomparire del tutto, tanto a livello etico, che a livello formativo. Bisogna sempre tenere fermo che “acquisire una regola e poi superarla” è un processo del tutto differente rispetto a “non acquisire alcuna regola”. Il secondo processo produce solo un impoverimento drammatico delle facoltà umane e delle stesse identità personali.</span></p>
<p><strong> </strong><strong>7. In &#8220;Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo&#8221;, parla della teoria del dono. Mi viene subito in mente Mauss e l&#8217;omonimo istituto francese. Ritiene l&#8217;antiutilitarismo che Caillé e Michea difendono, può essere una solida alternativa da contrapporre alla razionalità strumentale del pensiero liberale?</strong></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">7. </span></strong><span style="font-family: arial;">L’antiutilitarismo è un approccio importante in quanto approccio critico di quella teoria etica che rimane sullo sfondo della teoria economica neoclassica. Soprattutto attraverso una maggiore consapevolezza antropologica, l’antiutilitarismo permette di rompere l’incantesimo creato dalla razionalizzazione economica propria della ragione liberale, con i suoi effetti distorsivi e riduzionistici. Detto questo, l’antiutilitarismo è solo un piccolo inizio, che mette in guardia rispetto a modelli di ragionamento egemonici, presentati come ovvietà, ma non ha una capacità costruttiva autonoma, ed in effetti la componente propositiva degli autori che si rifanno al gruppo M.A.U.S.S. è rimasta sempre abbastanza limitata.</span></p>
<p><strong>8. Cosa si aspetta che avvenga dopo la fine di questa pandemia? Potrebbe essere l&#8217;evento che determinerà l&#8217;uscita dalle logiche della ragione liberista?</strong></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">8.</span></strong><span style="font-family: arial;"> Nessun evento storico senza un’adeguata cornice interpretativa porta in direzioni automaticamente soddisfacenti per gli esseri umani. L’attuale crisi del modello globalista, sulla scorta della pandemia, non è certo la prima grande crisi attraversata dal capitalismo. Una decina d’anni fa eravamo a fare gli stessi discorsi rispetto alla crisi finanziaria globale dei mutui subprime. Si diceva che nulla sarebbe stato come prima, e in effetti è stato un po’ peggio di prima. La pandemia mostra punti di rottura del sistema, ma non vedo nessuna forza politica né in Italia, né all’estero, capace di mostrare una via d’uscita che non sia una coazione a ripetere gli stessi errori del passato. Sinceramente sono profondamente pessimista. Le poche, pochissime speranze che ripongo sono legate alla capacità di ripresa dell’anticapitalismo in una chiave ambientalista, in quanto vedo l’orizzonte di crisi ambientali massive e crescenti come quello più difficile da dissimulare all’opinione pubblica. Ma anche qui a livello politico l’ambientalismo è quasi insignificante nella maggior parte dei paesi e senza una guida politica (o meglio politico-culturale) l’attuale percorso storico autodistruttivo non può essere interrotto.</span></p>
<p><strong>9. In che rapporti è il suo pensiero con la tradizione marxista? Ritiene si debba ancora lavorare in direzione dell&#8217;Ipotesi Comunista?</strong></p>
<p><strong><span style="font-family: arial;">9.</span></strong><span style="font-family: arial;"> Credo che il modello di analisi storica di Marx sia sostanzialmente insuperato nella capacità di connettere vita vissuta e coscienza politica. In questo senso mi posso dire marxista, per quanto alcune componenti nell’analisi di Marx mi stiano strette.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Se passiamo alla proposta comunista, la questione diviene più difficile da discutere in breve. Il Comunismo storico è stato cose molto diverse, in diversi paesi. Farne una disamina in cui sceverare gli aspetti stimabili da quelli condannabili richiederebbe un libro. Quello che posso dire in breve è che del Comunismo ci sono tre idee che mi sono care e che ritengo preziose.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">In primo luogo, l’individuazione del proprio avversario primario nel capitalismo. Il comunismo è certo anche lontano dalle istanze dell’Ancien Regime, dal nazismo e dal fascismo, ma ha un solo bersaglio davvero fondamentale, ed è il meccanismo di autoriproduzione del capitale. E già questo da solo rende il comunismo un interlocutore indispensabile per una presa di posizione sul mondo corrente.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">In secondo luogo, l’intuizione portante di un comunitarismo di fondo: alla radice dell’idea di ‘comunismo’ sta l’idea di ‘comunione’ e di ‘comunità’. Si tratta di idee inscritte nelle caratteristiche fondamentali della specie umana, e insieme di idee rimosse e disgregate sistematicamente dalla forma di vita organizzata nella società capitalistica. Va però detto che nella realtà storica del comunismo sovietico questa componente originaria è stata fortemente misconosciuta.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">In terzo luogo, alla radice del comunismo c’è l’idea per cui l’eguaglianza economica sia la base da cui possono fiorire forme di comunità in cui gli individui siano in grado di darsi riconoscimento reciproco per ciò che sono, e non per ciò che hanno. E anche questa è un’idea guida potente e fertile, che credo vada perseguita come ideale normativo.</span></p>
<p><span style="font-family: arial;">Nell’insieme credo che il comunismo sia uno dei mattoni culturali ed etici che dobbiamo usare per costruire la società futura, anche se non credo che abbia in sé le risorse teoriche per svolgere questa costruzione sulla base dei soli elementi appartenenti alla propria tradizione.</span></p>
</div>
<div><strong><em><span style="font-family: arial;"> http://bollettinoculturale.blogspot.com/  </span></em></strong></div>
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		<title>LA STORIA DELLA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE. 3-L’ABDICAZIONE DELLO STATO</title>
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		<pubDate>Tue, 28 May 2019 14:39:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[Automazione]]></category>
		<category><![CDATA[borghesia]]></category>
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		<category><![CDATA[Il libro nero del capitalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Rivoluzioni industriali]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Kurz]]></category>
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		<category><![CDATA[Sovranismo]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; La storia della terza rivoluzione industriale. 3- L’abdicazione dello Stato terzo capitolo della sezione VIII dello Schwarzbuch Kapitalismus (“Il libro nero del capitalismo”) di Robert Kurz. [redazione] —– Da Schwarzbuch Kapitalismus Sezione VIII. La storia della terza rivoluzione industriale • Visioni dell’automazione • La razionalizzazione elimina l’uomo • L’abdicazione dello Stato • L’ultima crociata del liberalismo • La nuova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<nav id="breadcrumb" role="navigation">
<div><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/RobotWriting3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5900" title="robotwriting3" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/RobotWriting3-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></div>
</nav>
<p>&nbsp;</p>
<div id="primary">
<div id="content">
<article id="post-1284">
<div>
<h1>La storia della terza rivoluzione industriale.</h1>
<h1>3- L’abdicazione dello Stato</h1>
</div>
<div>
<p><em>terzo capitolo della sezione VIII dello </em>Schwarzbuch Kapitalismus<em> (“Il libro nero del capitalismo”) di Robert Kurz.</em></p>
<p>[redazione]</p>
<p>—–<br />
Da <em>Schwarzbuch Kapitalismus</em><br />
Sezione VIII. La storia della terza rivoluzione industriale<br />
• <a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione" data-wpel-link="internal">Visioni dell’automazione</a><br />
• <a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo" data-wpel-link="internal">La razionalizzazione elimina l’uomo</a><br />
• L’abdicazione dello Stato<br />
• L’ultima crociata del liberalismo<br />
• La nuova povertà di massa<br />
• L’illusione della società dei servizi<br />
• Capitalismo da casinò: il denaro perde il lavoro<br />
• La fine dell’economia nazionale<br />
• Il risveglio dei demoni</p>
<p>L’abdicazione dello Stato</p>
<p>Se paragonato all’oggettività della «crisi della società del lavoro», delineatasi negli ultimi due decenni del XX secolo, il «consenso globale sull’economia di mercato», costituitosi con forza in quello stesso periodo, andrebbe giudicato solo come un sintomo della sempre più grave incapacità mentale delle istituzioni capitalistiche e dei relativi rappresentanti ideologici. Questa cecità di fronte alla realtà, un vero e proprio flagello collettivo, può essere spiegata in parte con la specifica costellazione della storia del dopoguerra.</p>
<p>Sul piano della teoria economica e su quello politico la dottrina keynesiana era riuscita ad imporsi con forza come reazione alla Grande depressione dell’epoca tra le due guerre; nella contrapposizione tra i sistemi con il blocco orientale essa caldeggiò la concessione di misure sociali. Inoltre perlomeno un settore delle élite funzionali capitalistiche era giunto alla conclusione, collegata più o meno saldamente al keynesismo, che il «consumo di massa di investimento» di beni di consumo durevoli fosse ormai un’architrave del sistema e dovesse quindi essere garantito dallo Stato. per questa via fu certamente possibile procrastinare il boom fordista oltre i suoi limiti interni. Ma come si intervenne allorché divenne chiaro che il sistema monetario iniziava nuovamente ad essere afflitto da un’inflazione drammatica e che quindi anche il keynesismo aveva fallito? Si ritornò al passato definendolo progresso.</p>
<p>Infatti il pensiero capitalistico, accanto al classico liberalismo economico – che risaliva ai fisiocratici, a Smith, Ricardo e Say – aveva prodotto solo la dottrina di Keynes (oltre che, in un ramo collaterale, il capitalismo di Stato integrale della «modernizzazione di recupero») come sintesi delle tendenze verso l’economia controllata dallo Stato a partire dal tardo XIX secolo, e in questo modo aveva esaurito ogni freccia al suo arco. Sul terreno del modo di produzione capitalistico non esiste una terza possibilità. Questo perché il sistema è in grado di trovare una soluzione alla sua contraddizione intrinseca solo alternando meccanicamente gli alienanti poteri repressivi dello Stato e del mercato; una volta fallite entrambe le possibilità lo spazio di manovra delle sue istituzioni non poté che annullarsi.</p>
<p>In altri termini il fallimento conclamato del keynesismo significava l’ammissione del fallimento storico completo del modo di produzione capitalistico. Ma gli ideologi e l’élite funzionale del capitalismo questa ammissione non se la permisero mai. E così restò solo una cosa da fare: imboccare a ritroso la via verso il liberalismo puro, indicata da Dahrendorf durante il XXI Congresso dei sociologi tedeschi, ad onta dell’esperienza e nella più totale malafede; perseguendo la più insensata delle scappatoie, che si volle battezzare come via verso la libertà.</p>
<p>Nel giro di pochi anni l’oblio patologico nei confronti della storia capitalistica, già professato da Dahrendorf, si trasformò in un fenomeno globale. Nella sua marcia trionfale la società borghese riesumò il cadavere del vecchio liberalismo economico del XVIII e XIX secolo, ormai defunto da tempo immemorabile, annunciando a gran voce, in virtù di questo mucchietto di ossa dottrinali, un radioso futuro per l’economia di mercato e un nuovo vertiginoso ottimismo, che in realtà si contorceva per il dolore. Pertanto l’inizio della crisi fondamentale del «lavoro astratto» – e quindi del capitalismo – coincise con una svolta ideologica, che oggi denominiamo come «rivoluzione neoliberale» o «controrivoluzione neoclassica». Si parla anche, non a caso, di una «radicalizzazione del liberalismo» e, in effetti, il ritorno di questa dottrina già liquidata da tempo, sia sul piano teorico che su quello pratico, rappresenta un’autentica ingiuria fondamentalista alle facoltà intellettuali umane.</p>
<p>E ancora una volta non fu assolutamente causale il fatto che il radicalismo di mercato neoliberale si impose politicamente prima di tutto nei paesi anglosassoni in quanto era proprio lì che questa teoria si era originata, conservando per giunta una vitalità più durevole e una presenza più visibile rispetto ad altri paesi anche durante l’ascesa dell’economia di Stato capitalistica. Negli USA, durante la presidenza dell’ex-attore hollywoodiano Ronald Reagan (1980-1988), e in Gran Bretagna, sotto il governo conservatore di Margareth Thatcher (1979-1990), il nuovo fondamentalismo capitalistico venne addirittura promosso a religione di Stato che, a partire da queste potenze-guida del capitale globale, si diffuse in un batter d’occhio su tutta la Terra. Naturalmente la «rivoluzione» neoliberale-neoconservatrice, che condannò, sul piano politico e istituzionale, l’epoca socialdemocratica keynesiana, aveva un proprio retroterra teorico e, per certi versi, strategico. Infatti il liberalismo economico classico, anche durante l’epoca del New Deal, dell’economia di guerra e infine del boom fordista, nonostante sembrasse ormai fuori dai giochi, aveva mantenuto pur sempre la sua inossidabile comunità di credenti, continuando a svilupparsi anche se, per così dire, all’ombra del keynesismo. Questo neoliberalismo ebbe il suo patriarca in Friedrich August von Hayek (1899-1992), fino ad oggi il più coerente e dottrinario dei teorici neoliberali, che iniziò a predisporre la controrivoluzione del radicalismo di mercato già negli anni Quaranta, prima ancora che il keynesismo si fosse imposto come modello regolativo. Anche Hayek, completamente cieco di fronte ai fatti come tutti i dottrinari (che si illudono sempre di combattere astrattamente e con tanta più energia ogni dogmatismo, quanto più ne professano uno proprio in maniera monomaniacale), fin dal principio non lasciò adito al benché minimo dubbio circa la propria rappresentazione capovolta del mondo. Infatti Hayek non volle interpretare la crescita continua dell’apparato di regolazione dell’economia di Stato come la reazione inevitabile alla contraddizione intrinseca del processo capitalistico foriero di crisi, ma preferì imputare perlomeno le grandi crisi, i crolli e le catastrofi sociali a una deviazione peccaminosa dell’umanità dalla «dottrina pura» del liberalismo originario, causata dall’«eccesso di benessere»:</p>
<blockquote><p>A causa […] di pretese irragionevoli, però superficialmente giustificate dal miglioramento già conseguito nella condizione materiale, alla svolta del secolo ebbe inizio l’abiura progressiva alla fede nei principi fondamentali del liberalismo […] Si rivolse l’attenzione unicamente verso le nuove pretese la cui rapida soddisfazione, apparentemente, si poneva in contraddizione con l’osservanza dei vecchi principi. Si diffuse sempre più la convinzione che non fosse possibile attendersi un progresso rinnovato, nelle vecchie linee di sviluppo, sotto il regime che lo aveva reso possibile nel passato, ma che esso potesse venire solo da una completa riorganizzazione dell’ordine sociale. In discussione non c’era più il completamento o il perfezionamento della macchina che già c’era, ma la sua dismissione, come se si trattasse di un ferrovecchio, e la sua sostituzione con una macchina diversa […] Mano a mano che diminuiva la comprensione circa il modo di funzionamento della libera economia di mercato si smarriva gradualmente anche il riconoscimento di ciò che era legato alla sua esistenza […] Secondo le idee che oggi vanno per la maggiore non si tratterebbe più di ottenere la maggiore utilità dalle libere forze di una libera società. Di fatto la nostra epoca si è ha deciso di rinunciare a quelle forze assieme ai loro effetti imprevedibili e di servirsi della direzione collettiva e «cosciente» di tutte le forze della società, in nome di fini ben specificati, invece che del meccanismo impersonale e anonimo del mercato […] Sconcertante è il fatto che questo stesso socialismo – già precocemente identificato come il più inquietante nemico della libertà e i cui esordi, per giunta, furono una chiara reazione al liberalismo della rivoluzione francese – gode di riconoscimento universale proprio sotto lo stendardo della libertà […] Il semplice cambiamento cui andò incontro il significato della parola libertà, per conferire all’argomento forza di persuasione, è di enorme rilevanza. Per il grande apostolo della libertà politica questa parola significava la liberazione dal dispotismo, la liberazione dall’arbitrio altrui […] La nuova libertà che venne proposta è invece una libertà dalla necessità, una liberazione dalla costrizione di quelle circostanze che concedono a tutti noi solo una scelta limitata per i beni elementari, anche se per gli uni molto maggiore che per gli altri […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-1" rel="footnote" data-wpel-link="internal">1</a></p></blockquote>
<p>Naturalmente un tale concetto di libertà, ossia la libertà dalla necessità sociale, per il neoliberalismo <em>hardcore</em> non era in alcun modo tollerabile. Hayek demonizza senza mezzi termini la ragionevole pretesa elementare che la società si regoli in maniera autonoma e cosciente (significativamente egli mette questa parola tra virgolette con un’intenzione peggiorativa) invece di essere regolata da un meccanismo di mercato anonimo e incosciente. Nella sua forma finora più pura, ben al di là dei classici del liberalismo, viene alla luce qui il fondamento primordiale dell’anti-ragione liberale: la pretesa di una socialità cosciente rappresenta un peccato contro lo Spirito Santo di una macchina sociale, asociale e cieca, descritta regolarmente nei termini di una legalità naturale oggettiva.</p>
<p>Hayek è però il primo ad esprimere queste idee fondamentalmente irrazionali in maniera cristallina e con un’enfasi quasi ingenua invece di dissimularle; ma solo allo scopo di legittimare una dichiarazione di guerra intrinsecamente assurda contro un Io sociale cosciente che egli concepisce una «direzione cosciente» delle risorse solo nella forma della pianificazione statale leviatanica da parte di un’«autorità» di comando. Sotto questo punto di vista la sua concezione si situa comunque nel solco di tutto il pensiero della modernità, incluso quello socialista/comunista. E così Hayek pone sul piatto della bilancia l’insulsa dialettica liberale che oppone in modo singolare l’«uguaglianza» (alias «sicurezza sociale») da una parte e la «libertà» (alias «individualismo» o «libera concorrenza») dall’altra, per poi decidere in maniera estremistica a favore della presunta «libertà».</p>
<p>Ma così facendo Hayek non fa che tematizzare inconsapevolmente la contraddizione interna del liberalismo stesso, trasmessa come un’eredità insana anche al pensiero socialista, e rimanda alla struttura dissociata, irrazionale di un sistema produttore di merce chiuso; è proprio questa struttura ad impedire che l’impiego delle risorse sociali venga deciso e organizzato coscientemente dai membri della società per la riproduzione comune della vita, cosicché quest’ultima si contrappone loro come una struttura ingovernabile, pseudo-naturale, nella forma della cosiddetta economia; ne consegue la scissione delle relazioni sociali reali in un’attività atomizzata e astrattamente individuale all’interno del sistema dei mercati anonimi da una parte e in seno all’apparato di amministrazione statale degli uomini dall’altra; esso deve disciplinare i presupposti, i danni e gli effetti collaterali di questa forma di riproduzione distruttiva e rendere possibile la negoziazione in forma democratica delle alternative preformate dal cieco processo sistemico.</p>
<p>Su nessun lato di questo rapporto esiste la benché minima parvenza di libertà, ossia di autodeterminazione circa le proprie attività. Per sua natura lo Stato, anche in presenza di elezioni democratiche, resta pur sempre il mostro leviatanico – un apparato estraneo agli individui che regola la loro vita in ossequio ai criteri del sistema capitalistico; gli uomini non «sono» lo Stato, ma gli oggetti della sua gestione. D’altro canto neppure gli uomini degli apparati dello Stato, dalle più alte cariche del sistema politico fin ai più semplici amministratori locali, sono i soggetti di questa amministrazione degli uomini, in cui potrebbero esercitare la propria volontà, ma si riducono a funzionari esecutivi e «forza-lavoro» (giuridico-statale). L’apparato come tale, anche se composto e diretto da uomini, costituisce una struttura kafkiana che supera ogni volontà e ogni possibilità decisionale, poiché il suo funzionamento è già plasmato fin dal principio sul modello di un’economia irrazionalmente autonomizzata.</p>
<p>Potendo immaginarsi la «coscienza sociale» solo nella forma del Leviatano (ereditata dal liberalismo) i socialisti non fecero che rovesciare il progetto della coscientizzazione umana in un disciplinamento autoritario, burocratico del materiale umano. Non aveva poi torto più di tanto Hayek quando denunciava il paradosso del capitalismo di Stato, sia nella sua versione «forte», quella dei regimi della modernizzazione di recupero, sia nella versione «debole», quella della regolazione keynesiana occidentale, come «organizzazione repressiva della società» e come «via verso la schiavitù» (che era il titolo di un suo libro del 1945).</p>
<p>Tuttavia l’altro lato della struttura capitalistica dissociata, l’economia dei mercati anonimi, è una via altrettanto sicura verso la schiavitù. Gli individui della «libera» volontà economica sono già aprioristicamente alla mercé delle cieche «leggi del mercato» e meramente definiti come «forza-lavoro». La loro assurda «libertà» consiste solo nel sottomettere la propria esistenza al giogo dei mercati del lavoro, nella riduzione a lavoratori forzati della «bella macchina», cui non è lecito sollevare questioni circa il senso e lo scopo di tutto il processo, né tantomeno circa il proprio benessere. Questa circostanza elementare della servitù economica venne messa in luce in termini molto chiari da Gunther Anders, più di trent’anni dopo, alla soglia della nuova grande crisi:</p>
<blockquote><p>Privo di libertà egli (l’operaio) non è soltanto per il fatto di essere escluso dalla proprietà dei «suoi» mezzi di produzione o dei «suoi» prodotti, ma anche perché non è in grado di misurare la totalità del contesto di produzione in cui è integrato; né di conoscere il prodotto finale e la destinazione di quest’ultimo (ambedue le cose restano, in qualche modo, «trascendenti»); né le qualità morali o immorali del «suo» prodotto; né chi ne beneficia, ne usa e ne rimane vittima. Tutto questo – incluso il suo stesso lavorare – ha luogo in certo qual modo dietro le sue spalle. Così accadde a me e alla squadra con la quale lavoravo, già più di trentacinque anni fa, in una fabbrica californiana. L’unica cosa che vedevamo «davanti a noi» era il pezzo di prodotto ch’eravamo stati mandati lì a «trattare», che si avvicinava e poi subito riscorreva via da noi; <em>e noi non desideravamo più né sapere né vedere di più</em>, la curiosità ci era stata tolta artatamente; ci mancava ogni interesse per il nostro fare – perché poi avremmo dovuto sapere o vedere di più, cosa ne avremmo <em>ricavato</em>? Soprattutto <em>noi non dovevamo avere alcun interesse</em> per ciò che eseguivamo, <em>dovevamo lavorare senza scopo</em>. Se uno di noi avesse domandato al caposquadra, o a chiunque altro, qualcosa sullo scopo del nostro fare, nel migliore dei casi sarebbe passato per un tipo strano – <em>that’s none of your damned business</em>, non sono affari tuoi – e un paio di anni più tardi, nel periodo di McCarthy, sarebbe stato considerato un <em>security risk</em>.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-2" rel="footnote" data-wpel-link="internal">2</a></p></blockquote>
<p>Esiste forse una servitù peggiore di quella di chi è costretto a sacrificare la maggior parte delle sue giornate, delle sue settimane, dei suoi anni, della sua stessa vita non consacrata al sonno, al dispendio della propria energia, per uno scopo sostanziale e sociale su cui egli non può esercitare autodeterminazione alcuna? Sul lato della democrazia e dello Stato l’uomo capitalistico astrattamente «libero» è il mero oggetto di un’amministrazione umana totale, mentre su quello del mercato e dell’economia privata non è altro che un soldato del lavoro, vincolato all’autorità e all’obbedienza, all’interno di un’unità combattente organizzata in maniera quasi militare, nella «guerra totale» della concorrenza universale, la cui attività obbedisce a regole che lo degradano a organo esecutivo privo di autonomia. Deve rischiare la pelle per scopi estranei, che gli hanno inculcato con la forza. Così il «libero» individuo non è altro che un servo, che palesemente può scegliersi i suoi «padroni» sia nella politica che nell’economia. Ma questi «padroni» sono solo a loro volta i servi della «bella macchina», sia sul piano economico che su quello politico-democratico, mera «forza-lavoro direttiva» al servizio di un fine-in-sé mostruoso, che rende anche le loro azioni eteronome e obbligate.</p>
<p>La libertà consiste unicamente nel fatto che gli uomini, associati nella riproduzione della loro esistenza, possano farlo di loro spontanea volontà, così come discutere e deliberare in maniera comune circa il suo contenuto e le sue modalità. Tale criterio – fugacemente emerso nelle idee consigliari ma poi fallito a causa dell’insufficienza della critica del «lavoro astratto» e delle relative forme capitalistiche di relazione – appare inesausto come il sogno di una società fondamentalmente nuova. Questa libertà, diametralmente opposta all’universale servitù liberale sotto il dettato dei mercati del lavoro, sarebbe praticamente possibile su ogni livello ed aggregazione della riproduzione sociale – dall’economia domestica fino all’interconnessione transcontinentale della produzione. Naturalmente sono pur sempre necessari a questo scopo istituzioni mediatrici, senza che però esse trasgrediscano il criterio.</p>
<p>Sul piano tecnico e organizzativo non sussisterebbe alcun problema, oggi meno che mai, visto che la tecnologia della comunicazione si è sviluppata parallelamente al grado di interconnessione e di socializzazione, nell’industria come in tutti gli altri settori. Affinché i membri della società possano concorrere a una discussione e a una decisione sull’impiego delle risorse comuni non è necessaria nessuna «autorità» esterna, nessuna burocrazia e nessun governo mondiale, soprattutto nessun «centro onnisciente» (l’artefatto di ogni ideologia leviatanica di pianificazione statale), perché grazie all’ausilio dei più moderni mezzi di comunicazione e delle tecniche di interconnessione il «centro» può essere subito ovunque.</p>
<p>Ripensiamo alla «buona verticale» e alla «cattiva orizzontale» di Gottl-Ottlilienfeld. Sia l’amministrazione statale degli uomini, sia l’organizzazione economica sono, in ultima analisi, sempre orientate verticalmente; le istituzioni del sistema della merce, per loro essenza, sono il frutto della riorganizzazione sociale da parte dei dispotismi militari protomoderni. E poiché questa struttura verticale di dominio è connaturata al fine-in-sé della «bella macchina», né la democrazia politica, né un management «egalitario» apparentemente degerarchizzato, hanno la benché minima possibilità di cambiare qualcosa; abbiamo a che fare qui solo con un metodo benthamiano, che colloca la struttura verticale di dominio e repressione nell’interiorità degli individui stessi. La liberazione sociale presuppone lo scatenamento della «cattiva orizzontale» (che naturalmente è «cattiva» solo dal punto di vista della «forma-scopo» irrazionale del capitale), ossia la comunicazione diretta di tutti i partecipanti per determinare gli scopi del proprio agire conformemente alle proprie necessità, prima che questi scopi siano già stati fissati. Per questo è necessaria solo una quota sufficientemente grande di tempo sociale, libera dagli impegni della produzione immediata. Nei primi stadi dello sviluppo delle forze produttive questa socializzazione diretta, comunicativa, «orizzontale» verrebbe scambiata per una restrizione della produzione. Questo non significa però che una società priva di una struttura verticale di dominio sarebbe stata logicamente impossibile nel passato. Infatti un dispendio comunicativo relativamente elevato, anche nelle condizioni di uno scarso sviluppo delle forze produttive, non avrebbe mai ucciso nessuno per fame; lo stesso sviluppo delle scienze naturali, della tecnica etc. – contrariamente alle tesi del pensiero borghese a partire da Kant – non si sarebbe affatto arrestato, avrebbe avuto un decorso sicuramente più lento ma meno catastrofico. Il fatto che la storia umana fino ai nostri giorni, incluso il capitalismo, si sia sviluppato in forme feticistiche sociali autonomizzate e quindi attraverso strutture di dominio verticali, in grado di monopolizzare una parte sempre maggiore di tempo sociale in modo irrazionale e enormemente distruttivo, non è una «necessità oggettiva», ma solo una circostanza empirica.</p>
<p>Comunque sia, la terza rivoluzione industriale sfocia in un limite non solo del capitalismo ma anche di tutta la storia precedente, poiché esso ha ampliato così repentinamente la quota di tempo sociale, al punto che esso non può più essere monopolizzato positivamente da una minoranza nella struttura delle forme di dominio feticistiche, ma si manifesta solo negativamente come catastrofe sociale della «disoccupazione di massa strutturale». Si comprende così assai bene, in modo catastrofico, come il tempo sociale oggettivamente disponibile (sul piano tecnico e materiale) sia più che sufficiente per una socializzazione universale «orizzontale» che esige meno tempo per la produzione dei beni, in cui tutti i membri della società partecipino costantemente ai processi comunicativi e decisionali circa la mobilitazione sensata delle risorse, disponendo inoltre del tempo necessario per scopi individuali liberamente scelti. Una possibilità che è allo stesso tempo anche una condizione: la quota gigantesca di tempo può essere utilizzata positivamente solo mediante una socializzazione «orizzontale», capace di liquidare in egual misura lo Stato e il mercato, non più incastrata nella struttura schizoide di una polarità irrazionale, ma che sia in grado di superare al suo interno, in maniera «unipolare», cioè direttamente comunicativa, la politica e l’economia.</p>
<p>Ma l’urlo agghiacciante per i «posti di lavoro» sovrasta la voce della ragione ed è già il segnale che la coscienza sociale dominante non vuole sapere nulla della libertà sociale. Non desta quindi stupore il fatto che il pendolo congiunturale della coscienza dopo il naufragio dell’economia di Stato oscilli di nuovo verso il crudo liberalismo e quindi verso il concetto di perverso di «libertà» economica. Un’oscillazione che Hayek aveva già preparato durante la transizione verso il keynesismo, prevedendo con ciò che il ritorno del liberalismo sarebbe stato possibile solo al prezzo della sua «radicalizzazione». Le illusioni liberali del XVIII secolo e della prima parte del XIX secolo, a lungo confutate dallo sviluppo capitalistico, poterono risorgere, proprio per questa ragione, solo in una versione estremistica.</p>
<p>In sintesi Hayek si comporta come aveva fatto in precedenza il socialismo, muovendosi però nella direzione opposta: infatti il socialismo aveva tentato di sciogliere l’insolubile contraddizione intrinseca del capitalismo e quindi dell’ideologia liberale, assolutizzando il polo leviatanico e permettendo che lo Stato come imprenditore generale inghiottisse il mercato, mentre Hayek, al contrario, intendeva dissolvere lo Stato nel mercato, per giunta ben oltre rispetto a quanto predicassero le precedenti idee liberali. I latrati antisociali dell’archetipico linguaggio liberale riecheggiarono nel premuroso gergo accademico quando Hayek, il 6 febbraio del 1979, ormai al principio della nuova crisi globale del capitalismo, nell’aula magna dell’Università di Friburgo, fece questa confessione:</p>
<blockquote><p>Ciò che è «sociale» non rappresenta per me un ideale ben definibile, ma ai giorni nostri serve solo a impoverire sempre più di contenuto le regole della nostra società, cui dobbiamo il nostro benessere […] Sono costretto ad ammettere, a costo di suscitare il vostro sconcerto, di non essere in grado di pensare in maniera sociale, perché non so cosa significhi.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-3" rel="footnote" data-wpel-link="internal">3</a></p></blockquote>
<p>Hayek mirava semplicemente alla distruzione dello Stato sociale e regolativo keynesiano, ancor prima che esso venisse a buon diritto edificato; pretendeva la totale ritirata dello Stato anche da funzioni che perfino i liberali classici non avrebbero mai osato contestare o che nel frattempo erano state accettate giocoforza anche dal liberalismo. Tra le altre cose vi era, non da ultimo, la richiesta di liquidare di nuovo il sistema monetario statale e di instaurare una «libera concorrenza» tra battitori di moneta al posto delle monete nazionali Tuttavia Hayek non rimase privo di compagnia, neppure nell’epoca keynesiana. L’allievo del vecchio «mangia-socialisti» liberale Ludwig von Mises (1881-1973) a Vienna, che gli succedette alla direzione del locale Istituto per lo studio delle congiunture dal 1937-31, seminò il terreno alla London School of Economics (1931-1950), all’Università di Chicago (1950-1962) e, a partire dal 1962, all’Università di Friburgo – altrettanti centri di quel neoliberalismo che sarebbe diventato più tardi la potenza ideologica mondiale. Interamente nel solco del maestro, gli allievi di Hayek e poi i rispettivi allievi intervennero nel dibattito con sempre maggiore ardore; si prenda ad esempio il capo della Scuola di Chicago, Milton Friedman (1912) nel suo libro <em>Capitalismo e libertà</em>:</p>
<blockquote><p>Poche tendenze dello sviluppo hanno il potere di sgretolare le fondamenta della nostra società libera come il postulato di una responsabilità sociale per gli imprenditori diversa da quella di massimizzare l’utile per gli azionisti.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-4" rel="footnote" data-wpel-link="internal">4</a></p></blockquote>
<p>Questa radicalizzazione si è spinta fino a un punto tale da non risparmiare più neppure Adam Smith, il patriarca liberale della moderna scienza dell’economia politica, che venne accusato di eresia dall’estremista liberale americano Murray Rothbard, come osserva una sbigottita recensione del <em>Financial Times</em>:</p>
<blockquote><p>Adam Smith fece regredire di un secolo il progresso della teoria economica, preparò la strada agli orrori del marxismo. Questa vigorosa critica si trova nei due volumi dell’opera di Murray Rothbard […] Scomparso nel 1995, Rothbard fu uno dei pochi economisti americani che si riconobbe nella tradizione austriaca di Ludwig von Mises e di Friedrich Hayek […] A giudizio di Rothbard, Adam Smith non merita affatto la sua fama di seguace della libera economia di mercato. Rothbard accusa Smith di avere promosso non solo la costruzione di alloggi pubblici e il sistema scolastico statale, ma anche la regolazione del sistema bancario, la progressività delle imposte, rigide leggi anti-usura e numerosi altri interventi dello Stato. Comunque le si osservi le idee di Smith sono da considerare un regresso rispetto al liberalismo ortodosso […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-5" rel="footnote" data-wpel-link="internal">5</a></p></blockquote>
<p>La «gioventù selvaggia» della scuola neoliberale assunse toni altrettanto aspri; dalle parti di Chicago le cose restarono in famiglia: nella dedica del suo <em>Capitalismo e libertà</em> (1962) Milton Friedman aveva già lanciato il figlio David, cui volle trasmettere il compito di «portare la fiaccola della libertà negli anni a venire»; incarico che fu portato a termine undici anni più tardi grazie alla pubblicazione di un saggio che reca significativamente come titolo <em>The machinery of Freedom</em>. L’idea genuinamente benthamiana della «macchina della libertà» viene condotta al suo esito estremo:</p>
<blockquote><p>Chi accusasse il figlio del Nobel Milton Friedman di nostalgia per lo Stato-sentinella notturna paleoliberale lo diffamerebbe visto che il nostro uomo, com’è logico, vorrebbe privatizzare perfino le guardie notturne. «Tutto ciò che i governi fanno può essere suddiviso in due categorie: i compiti che è già possibile sottrargli e i compiti che, speriamo, sarà possibile sottrargli un giorno», si legge nel suo libro […] Ad esempio, la lotta contro il crimine condotta dai privati sarebbe più efficiente di quella dello Stato. La vittima di un crimine si limiterebbe a cedere i propri diritti di indennizzo o di risarcimento per danni morali a un imprenditore privato che si metterà alla ricerca del colpevole – vivo o morto. Non ricorda forse i cacciatori di taglie del selvaggio West? E perché no, afferma Friedman, «quel sistema funzionava benissimo». Le sue idee sono estremistiche ma Friedman non è certo un caso isolato. Il capitalismo radicale è di gran moda in America […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-6" rel="footnote" data-wpel-link="internal">6</a></p></blockquote>
<p>Si delineano qui i contorni di una società terrificante, che neppure gli autori delle utopie negative della prima metà del secolo si sarebbero mai sognati. Non si tratta più del dominio totale, esercitato dall’onnipotente e onnipresente apparato dello Stato, ma di un regime del terrore non meno spaventoso che, in una società atomizzata, viene instaurato dai potenti interessi privati di tutte le istanze solvibili dell’economia di mercato. Al posto dell’onnipotente polizia segreta di Stato subentrano servizi di sicurezza privati, truppe d’assalto e guardie del corpo, «sceriffi neri»<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-7" rel="footnote" data-wpel-link="internal">7</a> e squadroni della morte. E questa distopia speculare non viene presentata come un monito ma, in tutta serietà, come l’immagine positiva di una società così come essa dovrebbe essere.</p>
<p>Ma il neoliberalismo radicalizzato non fu affatto una questione specificamente americana, anche se questo patrimonio ideale trovò terreno fertile nel mondo anglosassone. La stessa carriera di Hayek ci dimostra fino a che punto la macchia fosse in grado di diffondersi. Nonostante le differenze la versione tedesca e svizzera del neoliberalismo, modellata da Walther Eucken (1891-1950) e Wilhelm Röpke (1899-1966), che fu la base teorica della politica economica di Ludwig Erhard, il ministro del presunto «miracolo economico» tedesco, si trovava pur sempre in relazione stretta con Hayek e i suoi allievi. Sia Eucken che Röpke avevano tratto dalla Grande depressione conclusioni egualmente orientate contro la dottrina keynesiana; essi ritenevano che la crisi fosse stata causata soprattutto dal fatto che la libera concorrenza non era stata garantita a sufficienza sul piano istituzionale mentre i suoi effetti benefici erano stati ostacolati dalla costituzione di monopoli. Essi richiesero pertanto che lo Stato creasse le condizioni di riferimento di una politica di ordine, che sostenesse il corretto funzionamento del meccanismo concorrenziale (tale variante neoliberale venne definita anche come «ordoliberalismo»); si dovevano inoltre limitare gli interventi dello Stato nei rapporti socio-economici, che mai avrebbero dovuto assecondare il modello keynesiano di un «socialismo degli investimenti» e del «deficit spending». La variante ordo-liberale fu più «moderata» rispetto al neoliberalismo radicale austro-inglese e statunitense; ma Hayek dispiegò il suo notevole talento nell’orientare verso la sua direzione le diverse posizioni neoliberali dal punto di vista della teoria politica e della strategia. Nel 1947, nella località di Mont Pélerin, in Svizzera, sotto la regia di Hayek, venne fondata la Mont Pèlerin Society, attiva anche ai giorni nostri, una specie di «brain trust» e, al contempo, di Ku-Klux-Klan intellettuale del neoliberalismo diretto ad accrescere a lungo termine l’influenza dell’estremismo economico capitalistico, come si legge in un beneaugurante resoconto, involontariamente rivelatorio, relativo al congresso del cinquantesimo anniversario:</p>
<blockquote><p>Dal primo fino al dieci aprile del 1947 […] trentanove tra accademici, imprenditori e giornalisti si riunirono sul Mont Pèlerin, sulle alture di Vevey, su invito di Friedrich August von Hayek, per discutere delle sfide e delle minacce in una società liberale. Al termine di quei dieci giorni […] venne fondata infine – questo l’obiettivo che Hayek si era proposto – la società che porta il nome del luogo […] Questa associazione, a quei tempi ancora ristretta e limitata in gran parte all’Europa e agli USA, è diventata nel frattempo la patria intellettuale di più di 500 liberali in tutte le parti del mondo […] Ogni due anni la Società di Mont Pèlerin organizza in qualche località del globo il suo General Meeting, mentre nel periodo intermedio si tengono incontri regionali. Tali incontri servono alla discussione, sono rivolti solo ai membri dell’organizzazione, non a un pubblico più ampio. Questo «isolamento» rende la Società sospetta agli occhi di molti […] E così […] i media non sono ufficialmente ammessi e quei pochi giornalisti che fanno parte dell’organizzazione sono certamente autorizzati a a fornire un resoconto essenziale delle conversazioni, senza però entrare eccessivamente nei dettagli […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-8" rel="footnote" data-wpel-link="internal">8</a></p></blockquote>
<p>In maniera molto discreta la Società di Mont Pèlerin pratica uno zelante lobbismo sul piano della politica accademica, i suoi membri si sono aggiudicati posizioni-chiave nel mondo universitario. A questo proposito, l’assegnazione del Premio Nobel ad Hayek, nel 1974, e a M. Friedman, nel 1976 – al termine dell’effimero boom keynesiano-fordista – contribuì certo all’ascesa trionfale del nuovo estremismo economico. Tutto questo potrebbe indubbiamente passare per una «cospirazione mondiale» del radicalismo liberale, ma in queste cose, come sempre accade, si attribuisce un peso eccessivo alla volontà soggettiva. È inevitabile che in una società scissa, fondata su forme feticistiche irrazionali invece che sull’auto-coscienza comunicativa, non ci sia solo un dominio verticale ma anche cricche, conventicole e cordate, corruzione e mafia, cerchie informali e Ku-Klux-Klan di ogni genere; tutte queste organizzazioni però possono essere efficaci, anche nel campo scientifico e della politica sociale, se ad esse corrispondono congiunture «oggettive» economico-politiche e intellettuali.</p>
<p>Una semplice congiuntura teorica non avrebbe mai potuto ristorare il neoliberalismo come un rivolo di acqua fresca dopo un lungo periodo di siccità, sia nella teoria economica, sia nel favore delle elite funzionali del capitalismo. Ad una considerazione più attenta, la precedente «marcia trionfale» del keynesismo fu una vicenda assolutamente peculiare e, per certi versi, sfortunata. Infatti la «General Theory» era indubbiamente giunta troppo tardi per la crisi economica mondiale; sia la prassi economica del New Deal rooseveltiano, sia l’economia nazionalsocialista si collocavano senz’altro sulla linea della dottrina keynesiana, ma si trattò di una politica sorta in maniera spontanea e pragmatica, non certo dell’«applicazione» del contributo teorico di Keynes. Nel dopoguerra solo la generazione più giovane degli economisti, non ancora affermatasi nel mondo accademico, andrebbe giudicata in maggioranza come convintamente keynesiana; invece la vecchia generazione, che perlopiù conservò le sue cattedre, continuò a sostenere la teoria classica o, addirittura, già quella neoliberale.</p>
<p>Anche se la politica sociale ed economica dei governi, sotto la pressione del boom e delle sue necessità, per non parlare della concorrenza sistemica con il blocco orientale, aveva assunto sembianze sempre più keynesiane, che lo volesse o meno, dappertutto la teoria ufficiale non fu affatto il keynesismo quanto piuttosto un liberalismo confusamente modificato; in Germania fu l’«ordoliberalismo» di Eucken e Röpke, in maniera del tutto esplicita, a fungere da fondamento teorico per il costrutto dell’«economia sociale di mercato» di Ludwig Erhard. La situazione era pertanto paradossale, sia sul piano teorico che su quello della politica sociale: i governi giustificavano la loro politica economica con argomenti ispirati al liberalismo classico o perfino al neoliberalismo ma adottavano un atteggiamento sempre più keynesiano sul lato del «deficit spending»; quest’ultimo però non venne utilizzato, come nelle intenzioni di Keynes, per risolvere una crisi, bensì per accrescere e prolungare il boom: in parte attraverso la realizzazione di una base infrastrutturale per il capitalismo integrale, capillarmente esteso, che richiedeva enormi investimenti da parte dello Stato, in parte mediante misure di politica sociale tese a foraggiare il consumo di massa.</p>
<p>Quando finalmente i giovani economisti degli anni Quaranta, ormai incanutiti, riuscirono a conseguire posizioni di prestigio – quando cioè sembrava giunta l’epoca aurea del keynesismo – questa si volatilizzò nuovamente; infatti, pressoché simultaneamente alla vittoria del Nobel da parte di Hayek e Friedman, si ebbe l’intronizzazione del neoliberalismo radicale. Una strana storia che testimonia come il keynesismo, a prescindere dalle situazioni di crisi, rimase pur sempre il brutto anatroccolo della corporazione economica, della classe politica e delle élite funzionali capitalistiche, sebbene il suo programma fosse l’unico in grado di prolungare la vita del capitalismo, ad onta della sua autocontraddizione in processo, e di applicare in maniera totale alla vita sociale questo modo di produzione (per quanto fosse possibile).</p>
<p>Questa «ingratitudine» è il sintomo di un impulso ideologico profondo e di un atteggiamento fanatico della società capitalistica, che risale fino a Hobbes, Mandeville e via dicendo: la fede assolutamente illogica, da «dominatori», nella possibilità per il capitale di accumularsi illimitatamente grazie allo sfruttamento massimale di un materiale umano da mantenere e tormentare sostanzialmente nello status del «lavoratore povero». Si tratta proprio della considerazione microeconomica, meramente economica e pseudo-individuale, riproposta non a caso da Dahrendorf e che è «naturale» per il capitale. Questo perché si tratta dell’unica posizione possibile nella pratica mentre quella macro-economica, o addirittura rivolta alla società nel suo complesso, è solo virtuale e teorica e necessita dagli «attori economici» un elemento di riflessione a loro estraneo, che si pone in contrasto con il loro agire.</p>
<p>Essa è però pseudo-individuale proprio perché, a rigore, la può assumere solo un proprietario di capitale o un manager, mentre la stessa «individualità» economica applicata ai mercati del lavoro, a coloro che ne dipendono, conduce solo ad esiti grotteschi e autodistruttivi. Ma anche per il management la posizione «naturale», riferita all’individualismo dell’economia privata, sul piano macroeconomico e della società complessiva, sfocia in aporie che si ripercuotono sul livello delle singole imprese. L’«Es» economico del capitalismo, in opposizione ad ogni idea razionale, insiste nella sua oscura pulsione che lo spinge a trasformare il mondo in un gigantesco ammasso di merci e, allo stesso tempo, a schiacciare le masse su di un livello di esistenza minimale; chi pensa di distoglierlo da questa impossibilità logica, si cimenta in un’impresa quasi altrettanto promettente che convertire un predatore carnivoro al vegetarianesimo.</p>
<p>E così lo sfondo teorico per l’irruzione dell’estremismo neoliberale era già pronto da sempre; era necessaria solo una situazione economico-sociale che causasse il fallimento del keynesismo, anche in termini pratici, per scatenare il predatore. Per un’ironia del destino questa situazione coincise proprio con il fatidico insediamento al vertice del keynesismo, dopo una marcia faticosissima attraverso le istituzioni – da cui si vide nuovamente scalzato dopo pochissimo tempo. Infatti nel medesimo frangente in cui ci furono governi esplicitamente keynesiani negli USA, in Gran Bretagna e in Germania, mentre programmi analoghi guadagnavano terreno anche per lo «sviluppo» del Terzo Mondo, ebbe inizio una nuova crisi, che non solo mise fine al boom fordista ma annunciò anche il crollo del sistema industriale a palla di neve.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-9" rel="footnote" data-wpel-link="internal">9</a></p>
<p>Negli USA i presidenti del tradizionalmente liberal-progressista Partito democratico, John F. Kennedy e Lyndon B. Johnson, già nel 1960-68, con il programma della «Great Society», introdussero o consolidarono elementi di keynesismo nella politica sociale e nella regolazione statale, mai più revocati neppure sotto le presidenze più conservatrici dei repubblicani Richard Nixon e Gerald R. Ford (1968-76). Ma fu soprattutto l’amministrazione democratica di Jimmy Carter (1976-1980) che intraprese il tentativo di realizzare nuovi programmi sociali. Anche in Gran Bretagna il governo laburista guidato da Clement Attlee aveva attuato già nel 1945-51 programmi keynesiani e perfino nazionalizzazioni, che però in seguito vennero parzialmente vanificate dai conservatori, che governarono fino al 1964 con Winston Churchill e Harold Macmillan. A partire da quel momento laburisti e conservatori si alternarono al governo, sullo sfondo di aspri conflitti sociali; alla fine, nel periodo 1974-1979, salirono al potere i governi laburisti, spiccatamente keynesiani, di Harold Wilson e James Callaghan. In Germania al lungo periodo di governo conservatore di Konrad Adenauer e Ludwig Erhard subentrò una «Grande coalizione», fino ad arrivare ai governi liberal-socialisti di Willy Brandt e Helmut Schmidt (1962-82) con il loro forte orientamento keynesiano.</p>
<p>Tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, sotto la pressione della crisi inflazionistica, il keynesismo dei governi Carter, Callaghan e Schmidt subì un tracollo quasi simultaneo nei più importanti centri industriali. La «svolta» messa a punto da Reagan, Thatcher e Kohl rappresentò qualcosa di più di una mera alternanza di governo e molto di più di un cambiamento di politica; concretizzò quella virata improvvisa verso il liberalismo radicale, preparata da tempo e con sempre maggior successo dall’attività sotterranea della Società di Mont Pèlerin, mediante le sue molteplici relazioni con i partiti liberali e conservatori:</p>
<blockquote><p>I membri della Società di Mont Pèlerin hanno regolarmente giocato un ruolo-chiave a partire dall’unione economica e monetaria (Ludwig Erhard) e dalla Scuola di Friburgo, attraverso il periodo reaganiano e il thatcherismo, che si giovarono di numerosi consiglieri provenienti dalle file dell’organizzazione, fino ad arrivare alla rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia (Vaclav Havel) […]<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-10" rel="footnote" data-wpel-link="internal">10</a></p></blockquote>
<p>Soprattutto Reagan e la Thatcher incarnarono la grande eruzione, sospinta verso l’alto da una miscela esplosiva fornita dalla subliminale psicologia asociale delle élite capitalistiche e dalla crisi inflazionistica: «Come un mostro fuoriuscito da un’illustrazione dell’Apocalisse, il reaganismo balzò fuori dal recinto della «cintura del sole» americana […]».<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-11" rel="footnote" data-wpel-link="internal">11</a> A rendere così seducente la svolta radicale per economisti e politici non fu solo la crescita a larghe falcate dell’inflazione in tutto il mondo ma anche la simultanea crescita della disoccupazione di massa, incomprensibile alla luce dei manuali economici. Un fenomeno che la teoria keynesiana non poteva più spiegare, né tantomeno risolvere. Infatti la micro-inflazione «dosata» del «deficit spending», già prevista da Keynes, avrebbe dovuto garantire automaticamente la piena occupazione. Su questo punto godeva di un certo credito la cosiddetta «curva di Philips», dal nome dell’economista britannico A. W. Philips, secondo cui inflazione e disoccupazione si trovano in un rapporto di proporzionalità inversa: all’aumento dell’inflazione doveva corrispondere una diminuzione della disoccupazione e viceversa. Il cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt ne aveva tratto la deduzione programmatica secondo cui «cinque punti di inflazione erano meglio di cinque punti di disoccupazione». A quell’epoca però la curva di Philips si era rivelata un artefatto indifendibile: non solo l’inflazione minacciava di sfuggire ad ogni controllo ma anche l’effetto automatico sulla disoccupazione, che si presumeva legato alla crescita dell’inflazione, non sembrava funzionare più. E così la corona d’alloro si posò apparentemente sul capo di Milton Friedman, che aveva già previsto da tempo che non sarebbe stato più possibile tenere sotto controllo duraturo l’inflazione collegata ai meccanismi keynesiani, la quale, a sua volta, non avrebbe più frenato la disoccupazione. Allo Stato sarebbe spettato un unico compito in tema di politica economica: quello di garantire la stabilità monetaria (che fece guadagnare a questa teoria il nome di «monetarismo»), condizione indispensabile per il libero gioco delle forze di mercato, mediante un politica di alti tassi di interesse e una rigida disciplina di bilancio. Come Friedman non si stancò mai di sottolineare, la questione era piuttosto semplice:</p>
<blockquote><p>Se la quantità di beni e servizi, che è possibile acquistare, ossia l’output, cresce altrettanto rapidamente della quantità di moneta, i prezzi rimangono stabili per principio […] L’inflazione nasce nel momento in cui la quantità di moneta cresce assai più velocemente dell’output complessivo. Quanto più rapidamente cresce la quantità di moneta per unità di output, tanto più elevato è il tasso di inflazione. Probabilmente nessun’altra legge della scienza economica è stata dimostrata nella maniera più incontrovertibile di questa. L’output viene limitato dalle risorse fisiche e umane disponibili e dalla situazione delle conoscenze e delle capacità di sfruttamento di queste risorse. Anche nel migliore dei casi l’output può aumentare solo lentamente […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-12" rel="footnote" data-wpel-link="internal">12</a></p></blockquote>
<p>In effetti è semplicissimo: il flagello dell’inflazione si scatena allorché la quantità di moneta cresce più velocemente di quella dei beni; pertanto, se si presta fede alla ricetta, occorre limitare la quantità di moneta così da adeguarla alla quantità dei beni. Naturalmente però bisogna risolvere prima una piccola questione: quale sarebbe questa «quantità reale dei beni»? Secondo Friedman, è la quantità di beni che è possibile produrre con le risorse fisiche e con le conoscenze e capacità umane a disposizione. Sul livello della politica sociale tutto sfocia nell’eterna predica neoliberale: «È possibile distribuire solo ciò che è stato prodotto in un certo periodo sotto forma di beni e servizi». Su questo punto il neoliberalismo si dimostra più ingenuo di quanto esso effettivamente non sia. Un’argomentazione altrettanto ingenua era stata avanzata da Fourastié circa la possibile riduzione dell’orario di lavoro attraverso l’aumento della produttività. Ma la produzione dei beni, così come il tempo di lavoro, sotto il dettato della razionalità economica, non è una grandezza riferibile alla potenzialità «naturale» delle forze produttive.</p>
<p>In altre parole: la quantità dei beni prodotti e distribuiti a seconda delle necessità non è mai equivalente a quella che sarebbe possibile ottenere sulla base delle potenzialità «naturali», delle risorse fisiche e delle conoscenze disponibili. Tale output invece viene determinato esclusivamente in base ai criteri del denaro, ossia dal processo della valorizzazione capitalistica. Come disse correttamente lo stesso Friedman: l’unica responsabilità sociale dell’imprenditore è massimizzare l’utile per gli azionisti della sua società. In questo senso la quantità «reale» dei beni non è affatto quella che corrisponde alle risorse materiali e tecnico-scientifiche bensì quella la cui produzione rispetta il criterio della cosiddetta redditività. A sua volta il livello della redditività viene stabilito attraverso il livello medio capitalistico complessivo del profitto (oggi su scala globale). Questo significa che perfino certi beni prodotti con profitto non sono «redditizi» se questo profitto si trova al di sotto dello standard di redditività. Pertanto può benissimo verificarsi l’assurda situazione per cui la produzione in larga misura «non redditizia» in senso capitalistico – anche di beni materiali funzionanti prodotti con mezzi fisicamente disponibili – distrugga «valore» economico invece di crearlo. Comunque sia, un’economia di mercato produce sempre molto al di sotto della sua capacità tecnica «naturale»; i mezzi di produzione non vengono realizzati conformemente alle possibilità tecniche, né le capacità prodotte vengono sfruttate al massimo in maniera corrispondente, anche in presenza di una domanda sociale urgente. È per questo motivo che, durante una crisi, si ha una paralisi su vasta scala dei mezzi di produzione mentre contemporaneamente la gente soffre la fame. Sotto la sferza della crisi economica Keynes temeva che questa assurdità «scandalosa» potesse suscitare una «rivolta» contro il capitalismo; fu solo per salvare il sistema, non certo per abolire questa assurdità, che egli pensò di aggirare furbescamente in qualche modo la calamitosa limitazione capitalistica delle forze produttive «naturali» mediante il «deficit spending»: attraverso l’indebitamento statale e la politica della diminuzione dei tassi di interesse la quantità di moneta, contro la logica capitalistica (economico-aziendale), si sarebbe adeguata alle possibilità produttive reali («naturali» in senso fisico) dei beni, garantendo così, in misura soddisfacente il consumo e l’occupazione.</p>
<p>Se questa «astuzia» avesse effettivamente oltrepassato il limite delle risorse fisiche e delle conoscenze umane disponibili allora neppure la creazione supplementare di moneta sarebbe servita naturalmente a nulla. Pertanto l’argomento di Friedman si confuta da solo: il suo unico significato è che, mediante il trucco keynesiano, possibilità produttive assolutamente reali erano state sfruttate «illegittimamente» oltre i limiti capitalistici. Il risultato finale, in termini di crisi, non si evidenzia dunque sul lato dei mezzi di produzione, apparentemente sfruttati oltre misura, ma (come dichiara lo stesso Friedman) sul lato del denaro, che si «svaluta» mobilitando mezzi di produzione materiali che, secondo l’anti-ragione capitalistica, avrebbero dovuto restare «giustamente» inattivi. Su questo piano la «curva di Philips» rappresenta solo un indicatore, valido solo temporaneamente, in grado di segnalare fino a che punto, nelle condizioni della Seconda rivoluzione industriale, la quantità di moneta si trovasse in relativa armonia con l’effettiva potenza «naturale» delle forze produttive senza che il sistema monetario rischiasse il disastro totale.</p>
<p>Il degrado progressivo di questo meccanismo era un indizio del fatto che la Terza rivoluzione industriale, ben al di là della situazione creata dalla precedente crisi economica mondiale, stava ampliando in maniera catastrofica lo squilibrio tra redditività economica e possibilità «naturali» delle forze produttive. Mentre la capacità produttiva tecnologica era aumentata repentinamente grazie alla razionalizzazione microelettronica, la disoccupazione di massa aveva ridotto il potere di acquisto nella stessa misura. Il tentativo keynesiano di aggirare la restrizione capitalistica delle possibilità e delle risorse fisiche mediante un’espansione «artificiale» della quantità di moneta insufflata, in presenza di un’elevata inflazione non funzionò più – un sintomo del fatto che le reali possibilità produttive stavano sfuggendo al criterio della redditività capitalistica e ad un ritmo sempre più frenetico.</p>
<p>A medio termine questo significa, in ultima analisi, solo una cosa: il capitalismo come mai in passato si trova di fronte alla «scelta» tra lo sfacelo totale inflazionistico e il collasso deflazionistico. Keynesiani e monetaristi sono solo i due poli di una contraddizione logica, ormai pronta ad esplodere; pertanto dalla loro contesa, nonostante il superficiale trionfo monetarista, non uscirà alla fine nessun vincitore, ma solo la bancarotta comune intellettuale e pratica.</p>
<p>La ricetta fin troppo semplice di Friedman propone solo di sostituire la crisi da inflazione con la crisi da deflazione. Egli afferma, in sintesi, che ad essere «naturali» sono solo le leggi capitalistiche di movimento del denaro – secondo Friedman l’unica forma in cui la società «può» mobilitare le sue risorse materiali – non i mezzi di produzione disponibili, le risorse fisiche e le potenze tecnico-scientifiche:</p>
<blockquote><p>L’autorità monetaria può abbassare il tasso di interesse di mercato al di sotto del tasso naturale solo mediante l’inflazione. E può sollevarlo al di sopra del tasso naturale solo mediante la deflazione […] Questa analisi trova il suo immediato corrispettivo sul mercato del lavoro […] Un livello di occupazione più elevato è un segnale del fatto che vi è una domanda eccessiva di lavoro, che spinge verso l’alto i salari reali. Un livello di disoccupazione inferiore è l’indizio di un’offerta eccessiva di lavoro, che riduce i salari reali. In altre parole, il «livello di occupazione» naturale è quello in cui […] si instaura una situazione di equilibrio […] Come nel caso del tasso di interesse il livello di «mercato» può essere mantenuto al di sotto del livello naturale solo attraverso l’inflazione e, ancora una volta come per i tassi di interesse, solo attraverso un’accelerazione del processo di inflazione.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-13" rel="footnote" data-wpel-link="internal">13</a></p></blockquote>
<p>Un tasso di interesse «naturale» e quindi una quantità di moneta «naturale» non possono che condurre a una disoccupazione «naturale» e quindi da mettere in conto. Con questo argomento Friedman esonera lo Stato dal compito gravoso e praticamente impossibile di garantire la «piena occupazione» e il consumo di massa.</p>
<p>Sia Friedman che i suoi accoliti si illusero di risolvere il problema in maniera speculare al keynesismo: quest’ultimo aveva presupposto erroneamente un livello determinato di inflazione, per così dire, «naturale», da tenere sotto controllo, mentre il monetarismo, all’opposto e altrettanto erroneamente, presuppone un livello corrispondente di disoccupazione «naturale». Questa illusione è dovuta al fatto che il monetarismo, come il keynesismo, pur essendo le loro conclusioni antitetiche, circoscrive il problema sul piano monetario su cui ritiene possibile una soluzione atemporale, «naturale»: in previsione ci sarebbe solo «l’igiene della politica monetaria invece dell’idraulica keynesiana».<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-14" rel="footnote" data-wpel-link="internal">14</a> Entrambi però ignorano completamente che lo sviluppo incessante e irreversibile delle forze produttive, nel corso della storia delle tre rivoluzioni industriali, fa sì che le strade del sistema monetario e delle possibilità tecnico-scientifiche della produzione si separino sempre più nettamente, fino alla totale incompatibilità di queste potenze con la forma feticistica del denaro e con la riproduzione degli individui sui «mercati del lavoro». È solo questione di tempo perché la dottrina monetarista finisca alla gogna come quella keynesiana.</p>
<p>Ma la gilda degli economisti, così come, nel complesso, le elite funzionali del capitalismo, non sanno riconoscere i presupposti impliciti del moderno sistema della merce, le cui categorie rinchiudono il loro pensiero, rendendo loro impossibile una meta-riflessione «sulle» forme e i presupposti di questa società; essa farebbe implodere, assieme alla relativa prassi sociale, l’intera costruzione, realizzata nel giro di tre secoli, della cosiddetta scienza economica e metterebbe fondamentalmente in questione la necessità sociale delle elite funzionali, inclusa la classe politica. Fu così che per fronteggiare la nuova grande crisi su scala planetaria, si decise di assecondare neoliberalismo radicale, anche perché vi si associava l’idea gradita di soggiogare con ancor più forza gli uomini degradati a materiale umano.</p>
<p>E così, in ossequio alla dottrina monetarista, il riflusso sistematico e la liquidazione della regolazione keynesiana e del Welfare State divennero la tendenza sociale principale per il resto del XX secolo. La grande «svolta» nei paesi anglosassoni e in Germania fece di questa politica sociale il paradigma per gli altri centri capitalistici, che vi si accodarono con maggiore o minore entusiasmo; furono invece le istituzioni economiche internazionali, come la Banca mondiale e il FMI, ad imporla anche nel Terzo mondo, già in gran parte rovinato nel gorgo della crisi. Alla fine degli anni Ottanta il collasso del capitalismo di Stato del blocco orientale rinvigorì ulteriormente questo «consenso mondiale» neoliberale, cosicché la crisi venne presentata in maniera ancor più clamorosa come il frutto dell’aberrazione dell’economia di Stato.</p>
<p>Con le parole d’ordine della «deregulation» e della «privatizzazione» ebbe inizio allora, in un’inusitata orgia distruttiva, lo smantellamento delle strutture dell’economia di Stato, edificate in più di un secolo; un processo tutt’altro che giunto al termine. Anche questo sviluppo – che vede un capitalismo letteralmente impazzito distruggere tutte le sue garanzie e sgretolare tutte le sue condizioni di riferimento – si manifesta, proprio come la crisi della terza rivoluzione industriale, in una successione intermittente di spinte. Vennero privatizzate le industrie di Stato, laddove il Leviatano si era assunto il ruolo di imprenditore, nei paesi del capitalismo di Stato, nel Terzo mondo, ma parzialmente anche nei centri (soprattutto in Germania, Francia e Italia) al fine di controllare e difendere la propria industria (o alcune parti giudicate strategiche). Come se non bastasse persino interi settori dell’infrastruttura sociale furono sottomessi, costi quel che costi, al calcolo della redditività economica, rinnegando così la loro natura di condizioni per la società nel suo complesso, che dovevano funzionare indipendentemente dai cicli della congiuntura di mercato, come aveva già riconosciuto Adolph Wagner.</p>
<p>Ma gli obiettivi del maglio neoliberale furono soprattutto i settori dello Stato sociale e della cultura. Tutto ciò che non serviva direttamente alla valorizzazione doveva scomparire dalla faccia della Terra. Istituti scientifici e ospedali, giardini d’infanzia e teatri, piscine e musei, scuole e strutture sociali vennero chiusi in successione oppure finanziati in maniera talmente ridotta da limitare drasticamente il loro livello di funzionamento. Ovunque lo Stato centrale lascia che le municipalità si dissanguino finanziariamente e scontino la crisi dell’indebitamento dello Stato. Naturalmente affidare allo Stato la responsabilità dei più importanti settori sociali e culturali equivale pur sempre a mettere il lupo a far la guardia alle pecore. Ma nelle condizioni del modo di produzione capitalistico non può esistere nessun’altra struttura oltre allo Stato, che possa garantire perlomeno un grado minimale del livello di civiltà e mitighi le conseguenze distruttive della razionalità economica. La ritirata totale dello Stato, attualmente invocata e messa in atto, inizia già a segnalare la possibilità della completa degenerazione civile, del resto insita fin dal principio nel capitalismo. Questo degrado di civiltà viene alla luce in maniera grottesca anche nel quotidiano di un centro capitalistico come la Germania:</p>
<blockquote><p><em>Pecunia non olet</em>, il denaro non ha odore; lo si insegna da sempre ai ginnasiali durante le ore di latino. Ma ciò che i romani non potevano neppure sospettare, lo apprendono adesso i loro discendenti nelle pause tra una lezione e l’altra: maleodora il denaro che non c’è. In questo senso la Commissione per l’igiene degli spazi interni dell’Ufficio federale per l’ambiente lamenta la situazione catastrofica dell’igiene nelle scuole tedesche. Soprattutto il «settore igienico-sanitario» avrebbe risentito del fatto che le attività di pulizia nelle scuole «siano state ridotte ad un livello ormai inaccettabile». A causa della scarsità di denaro i comuni risparmiano sulla pulizia degli edifici scolastici […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-15" rel="footnote" data-wpel-link="internal">15</a></p></blockquote>
<p>Lo «Stato minimo», imposto con le buone o le cattive maniere, maleodora in modo scandaloso sotto ogni riguardo. È questo l’inevitabile risultato materiale dell’«igiene della politica monetaria». Le elite funzionali capitalistiche, ideologizzate dal neoliberalismo, sono pronte ad accettare, senza indugio alcuno, un processo esteso di degrado civile, poiché l’unica cosa che esse hanno a cuore è la sopravvivenza del sistema, per quanto irrazionali siano le conseguenze. Ma anche rispetto al salvataggio del sistema i dogmi dell’«igiene politico-monetaria», dello «Stato minimo», della deregulation e della privatizzazione generalizzata rappresentano solo formulette campate in aria. Non c’è dubbio: grazie all’ondata di privatizzazioni (la svendita dell’«argenteria» pubblica) lo Stato riempie provvisoriamente di denaro le sue esauste, ma in questo modo il problema non viene certo risolto, e l’effetto si esaurisce ben presto di nuovo. Il denaro «risparmiato» e gli «impiegati» pubblici licenziati non vengono utilizzati in maniera ipoteticamente più efficiente sul lato dell’economia «privata». I settori privatizzati delle infrastrutture vengono ridotti al loro nocciolo «redditizio» e cessano di adempiere alla loro funzione sociale generale; molti settori sociali e culturali semplicemente scompaiono.</p>
<p>Indubbiamente però gli onerosi investimenti statali e le retribuzioni degli impiegati dello Stato impegnati in questi settori, così come le risorse finanziarie del Welfare, rappresentavano allo stesso tempo, come i keynesiani sottolinearono a buon diritto, una domanda per i mercati dei beni, generando così una produzione reale. E se si fosse trattato davvero di una domanda simulata dalla politica monetaria e da una spensierata creazione di moneta, come affermano con forza i monetaristi, allora naturalmente la sua drastica riduzione non avrebbe colpito solo le finanze dello Stato, le retribuzioni dei funzionari e i sussidi sociali ma anche i volumi di mercato, i fatturati e gli utili delle imprese. In altre parole: nella stessa misura in cui il «sistema idraulico keynesiano» viene ostruito e i suoi rubinetti vengono intenzionalmente chiusi, anche la crisi minaccia di venire alla luce in tutta la sua reale portata, soffocando la riproduzione del sistema capitalistico. Il keynesismo fu il primo e, allo stesso tempo, l’ultimo progetto di salvataggio del sistema capitalistico, mentre il maglio neoliberale, contro ogni aspettativa, potrebbe radere al suolo non solo la «dittatura del Welfare» ma anche il capitalismo stesso. I costi indiretti dello smantellamento dello Stato sociale, delle chiusure, della privatizzazione e delle misure di austerità hanno superato già da tempo i risparmi, aggravando i costi della crisi invece di attenuarli. E così neppure un decennio e mezzo di demolizione neoliberale dello Stato ha saputo invertire in qualche modo la tendenza secolare espressa dalla «legge dell’espansione dello Stato» di Adolph Wagner, come dimostra un paragone a lungo termine fra tre paesi-chiave del capitalismo dalle differenti tradizioni:</p>
<p>Quota dello Stato in percentuale del Prodotto interno lordo</p>
<div>
<table>
<thead>
<tr>
<th>Paese</th>
<th>1870</th>
<th>1960</th>
<th>1994</th>
<th></th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>Germania</td>
<td>10</td>
<td>32</td>
<td>50</td>
</tr>
<tr>
<td>Svezia</td>
<td>6</td>
<td>31</td>
<td>69</td>
</tr>
<tr>
<td>USA</td>
<td>4</td>
<td>27</td>
<td>32</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p>(Fonte: Fondo Monetario Internazionale/<em>Wirtschaftswoche</em>)&nbsp;</p>
<p>È evidente che la quota dello Stato non è cresciuta allo stesso modo ovunque a causa dei differenti retaggi e del differente sviluppo storico ma è comunque aumentata dappertutto così drasticamente che non può trattarsi assolutamente di una politica soggettiva quanto piuttosto di un processo strutturale oggettivo. La terapia d’urto neoliberale non potrà che peggiorare lo specifico potenziale di crisi, insito in questa situazione e scatenato dalla terza rivoluzione industriale. All’abdicazione dello Stato non potrà che seguire quella del mercato. Quindi la «morte» dello Stato avrà il significato di una liberazione, solo se assieme ad esso muore anche il capitalismo. Ma un capitalismo fuori controllo, incapace al contempo di garantire la riproduzione sociale, ripristinerà necessariamente lo stato di emergenza del suo «take-off» proto-industriale. «Padre Stato» getta la maschera, riducendosi al suo nucleo violento e repressivo mentre le onde della crisi avanzano ad un ritmo sempre più convulso. Non a caso lo stato di emergenza neoliberale venne sperimentato nel 1973 con la dittatura militare cilena; persino oggi Margareth Thatcher – sul cui conto si dice che «cammini con le sue scarpe di lusso sui cadaveri» – rivendica apertamente la sua amicizia con un mostro come Pinochet, che gettava dagli elicotteri gli oppositori di sinistra. Né tantomeno è un caso che la prima «riforma» di Ronald Reagan fu il trasferimento di 135 miliardi di dollari dal settore assistenziale a quello militare. Con l’inasprimento dello stato di emergenza la latente predisposizione alla violenza del liberalismo minaccia di manifestarsi anche all’interno mentre la fiducia stessa nella democrazia benthamiana inizia a sgretolarsi, come lascia intendere il congresso del cinquantesimo anniversario della Società di Mont Pèlerin:</p>
<blockquote><p>Sebbene i membri della Società abbiano sempre preso partito fin dal principio, con convinzione, per la democrazia liberale […] non hanno mai perso di vista la testa di Giano della democrazia. In questo momento […] si fanno sempre più vive la percezione e la preoccupazione circa il fatto che la democrazia – indiscutibilmente l’espressione della visione liberale dell’uomo – racchiude simultaneamente al suo interno tutti quei meccanismi che sono in grado di restringere la libertà dell’individuo in favore di uno Stato privo di freni […] In generale è possibile dire che tutti gli sviluppi illiberali degli ultimi cinquant’anni sono avvenuti nonostante la democrazia e, forse, almeno in parte, anche a causa della democrazia […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fn-1284-16" rel="footnote" data-wpel-link="internal">16</a></p></blockquote>
<p>Non sarebbe possibile esprimere più chiaramente l’idea secondo cui la democrazia, nella crisi della terza rivoluzione industriale, si rovescerebbe dall’interno nell’esplicito terrore di Stato contro i «superflui». Non perché il metodo democratico si ponga fondamentalmente in contraddizione col capitalismo ma perché sotto la minaccia di una crisi in grado di generare il collasso, non si può più fare affidamento neppure sui meccanismi benthamiani. Quando tutte le corde si spezzano e il materiale umano inizia a formulare strane idee, è necessario sveltire un tantino la procedura e il nocciolo dittatoriale occulto della democrazia deve tornare alla luce.</p>
<p>Ma laddove perfino il nucleo di potere dello Stato si è dissolto ma, nonostante ciò, l’economia monetaria continua a sopravvivere in forme criminali e avvilenti – conformemente ai sogni di un estremismo liberale alla David Friedman – regna già l’aperta barbarie. In vaste regioni del globo, dall’America Latina, all’Africa, all’Afghanistan, all’Asia Centrale, fino ai Balcani, il collasso della «modernizzazione di recupero», associata alle successive «terapie shock» neoliberali o alle restrizioni sociali imposte dal FMI, ha già precipitato la società in uno stato di terrore che neppure il terrore del protocapitalismo aveva mai sperimentato.</p>
<p>(<em>Traduzione dal tedesco di Samuele Cerea</em>)</p>
<p>—–<br />
Note:</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-1" data-wpel-link="internal">1</a>.Hayek, Friedrich A. von, <em>Der Weg zur Knechtschaft</em>, pag. 39 e s., 44 e ss.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-2" data-wpel-link="internal">2</a>.G. Anders, <em>L’uomo è antiquato</em>. Libro II, pp. 82-83.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-3" data-wpel-link="internal">3</a>.Hayek, Friedrich A. von, <em>Wissenschaft und Sozialismus</em>, 1979, pag. 16.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-4" data-wpel-link="internal">4</a>.Friedman M., <em>Capitalism and Freedom</em>, 1962.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-5" data-wpel-link="internal">5</a>.Prowse, Michael, <em>Der Sturz des Adam Smith</em>, <em>Wirtschaftswoche</em> 6/1997.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-6" data-wpel-link="internal">6</a>.Piper, Nikolaus, <em>Die unheimliche Revolution. Bewundert, gehaßt, gefürchtet – wie die Doktrin vom Laissez-faire-Kapitalismus in die Wirtschaft zurückkehrte</em>, <em>Die Zeit</em> 37/1997</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-7" data-wpel-link="internal">7</a>.Erano così soprannominati per il colore delle loro uniformi gli agenti della ZSD, una celebre organizzazione di sicurezza privata in Germania. [<em>Nota del traduttore</em>]</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-8" data-wpel-link="internal">8</a>.<em>Neue Zürcher Zeitung</em>, 3/5/1997</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-9" data-wpel-link="internal">9</a>.Per sistema a palla di neve [<em>Schneeballsystem</em>] si intende un’organizzazione o un processo che esige una crescita continua per sopravvivere. Espressione utilizzata in origine per manipolazioni truffaldine come la famigerata “piramide di Ponzi”. [<em>Nota del traduttore</em>]</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-10" data-wpel-link="internal">10</a>.<em>Neue Zürcher Zeitung</em>, 3/5/1997</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-11" data-wpel-link="internal">11</a>.Davis, Mike, <em>Phoenix im Sturzflug. Zur politischen Ökonomie der Vereinigten Staaten in den achtziger Jahren</em>, 1986, p. 13.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-12" data-wpel-link="internal">12</a>.Friedman, M., <em>Geld regiert die Welt</em>, 1992, p. 199.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-13" data-wpel-link="internal">13</a>.Friedman, M., <em>Die optimale Geldmenge und andere Essays</em>, 1976, pag. 144 e sgg.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-14" data-wpel-link="internal">14</a>.Starbatty J., <em>Geldpolitische Hygiene statt keynesianischer Hydraulik. Hayeks Konjunkturtheorie wird im Lichte der jüngsten Finanzkrisen wieder aktuell</em> in <em>Handelsblatt</em>, 16/3/1999.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-15" data-wpel-link="internal">15</a>.<em>Die Zeit</em> 27/1999</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato#fnref-1284-16" data-wpel-link="internal">16</a>.<em>Neue Zürcher Zeitung</em>, 3/5/1997</p>
<div><a href="https://anatradivaucanson.it/author/robert-kurz" data-wpel-link="internal"><img src="https://anatradivaucanson.it/wp-content/uploads/2019/02/RobotWriting3.jpg" alt="" width="75" height="75" data-src="https://anatradivaucanson.it/wp-content/uploads/2019/02/RobotWriting3.jpg" data-srcset="https://anatradivaucanson.it/wp-content/uploads/2019/02/RobotWriting3.jpg 2x" /></a></div>
<div>
<h3>ROBERT KURZ</h3>
<p>Robert Kurz (1943-2012). Ha sviluppato una critica radicale della modernità e una nuova teoria della crisi mondiale attraverso l’analisi del sistema globale del capitalismo. Le sue teorie sono state pubblicate sulle riviste teoriche “Krisis” e “Exit!” e in numerosi libri. Di Kurz sono apparsi in Italia &#8220;La fine della politica e l’apoteosi del denaro&#8221;, &#8220;L’onore perduto del lavoro&#8221;, il &#8220;Manifesto contro il lavoro&#8221;, &#8220;Ragione sanguinaria&#8221; e &#8220;Il collasso della modernizzazione&#8221;.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato">https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-3-labdicazione-dello-stato</a></p>
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</div>
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		<title>La storia della terza rivoluzione industriale. 2-La razionalizzazione elimina l’uomo</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2019 13:15:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; La storia della terza rivoluzione industriale. 2-La razionalizzazione elimina l’uomo &#160; Pubblichiamo il secondo capitolo della sezione VIII dello Schwarzbuch Kapitalismus (“Il libro nero del capitalismo”) di Robert Kurz. [redazione] —– Da Schwarzbuch Kapitalismus Sezione VIII. La storia della terza rivoluzione industriale • Visioni dell’automazione • La razionalizzazione elimina l’uomo • L’abdicazione dello Stato • L’ultima crociata del liberalismo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<header>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/411FFNsnXfL._SX358_BO1204203200_.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5893" title="411ffnsnxfl-_sx358_bo1204203200_" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/411FFNsnXfL._SX358_BO1204203200_-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a></h1>
<div></div>
<div></div>
<div><strong>La storia della terza rivoluzione industriale. 2-La razionalizzazione elimina l’uomo</strong></div>
</header>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<div>
<p><em>Pubblichiamo il secondo capitolo della sezione VIII dello </em>Schwarzbuch Kapitalismus<em> (“Il libro nero del capitalismo”) di Robert Kurz.</em></p>
<p>[redazione]</p>
<p>—–<br />
Da <em>Schwarzbuch Kapitalismus</em><br />
Sezione VIII. La storia della terza rivoluzione industriale<br />
• <a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione" data-wpel-link="internal">Visioni dell’automazione</a><br />
• La razionalizzazione elimina l’uomo<br />
• L’abdicazione dello Stato<br />
• L’ultima crociata del liberalismo<br />
• La nuova povertà di massa<br />
• L’illusione della società dei servizi<br />
• Capitalismo da casinò: il denaro perde il lavoro<br />
• La fine dell’economia nazionale<br />
• Il risveglio dei demoni</p>
<p>La razionalizzazione elimina l’uomo<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-1" rel="footnote" data-wpel-link="internal">1</a></p>
<p>La storia a partire dal tardo XIX secolo ha già dimostrato come lo sviluppo reale di una rivoluzione industriale avvenga in maniera disomogenea e dopo periodi di incubazione più o meno lunghi. La nascita di una nuova tecnologia non comporta di per sé il «balzo» di una corrispondente rivoluzione socio-economica e la rispettiva tecnologia di base richiede a sua volta un certo periodo di maturazione e l’interazione con innovazioni su altri livelli. Ad esempio, negli anni Ottanta del XIX secolo l’automobile era già stata inventata ma le fondamenta della seconda rivoluzione industriale vennero gettate solo a partire dal 1913 con la «scienza del lavoro» di Taylor e con i nuovi metodi di produzione di Ford; essa inoltre, dopo un primo tentativo naufragato con la crisi economica mondiale, riuscì ad affermarsi a livello globale solo molto più tardi, cioè attorno al 1950. Uno sviluppo di questo genere, durato più di mezzo secolo, può andare incontro naturalmente a interpretazioni differenti e contraddittorie, fino al momento in cui non si manifesta distintamente il suo carattere autentico di rivoluzione epocale.</p>
<p>Le novità tecnologiche della terza rivoluzione industriale comparvero in un’epoca in cui la seconda rivoluzione non aveva neppure terminato di imporsi. È facile individuare la qualità delle tre grandi avanzate dello sviluppo industriale in base all’attività nel processo capitalistico di produzione: la prima rivoluzione industriale si contraddistinse essenzialmente per la sostituzione della forza fisica umana con quella delle macchine mentre la seconda fu caratterizzata dalla «razionalizzazione» o, si potrebbe dire, per la «robotizzazione» della forza-lavoro umana attiva nel sistema delle macchine. Il marchio fondamentale della terza rivoluzione industriale non poteva che essere la facoltà di rendere superflua la forza-lavoro umana nel processo di produzione industriale e la «razionalizzazione per riduzione» della medesima forza-lavoro grazie a meccanismi di controllo automatico e ai sistemi informatici.</p>
<p>Per questo scopo furono determinanti due innovazioni. Da una parte si rese necessaria una nuova forma di «scienza dell’organizzazione», che non era più una «scienza del lavoro» nel senso di Ford e Taylor ma una «scienza del controllo», buona per aggregati tecnologico-economici, ossia indipendente dal «dispendio di nervo, muscolo e cervello» dell’uomo e totalmente astratta così da poter essere applicata alla regolazione di «processi» sistemici di ogni genere. Essa venne individuata nella cibernetica, il cui concetto venne coniato per la prima volta da Norbert Wiener nel libro omonimo pubblicato nel 1948 (modellato sulla parola greco-antica che sta per l’«arte di pilotare le navi»). Wiener diede così vita a una nuova scienza che si collocava ai confini tra la matematica, la tecnologia e la biologia (neurofisiologia) e che aveva per oggetto le «leggi dei meccanismi funzionali»: un ramo interdisciplinare della scienza tagliato su misura per il funzionalismo capitalistico. Trapiantata in campo sociologico questa scienza non poté che sfociare in una tecnocrazia sociale di largo respiro: sul piano tecnologico l’automazione, su quello economico la «razionalizzazione per riduzione» della forza-lavoro umana. L’apparato concettuale della cibernetica, che iniziò da quel momento a inserirsi nel lessico generale, si interessa delle strutture della comunicazione, informazione, memoria e reazione o «feedback» da una prospettiva del tutto particolare, focalizzata sulla «regolazione» automatica. In una prima esposizione sintetica di questa nuova scienza – che conobbe uno sviluppo rapidissimo – possiamo apprendere qualcosa sulla sua genesi e sul suo contenuto, a partire dai concetti sviluppati per la prima volta da Wiener nel suo libro:</p>
<blockquote><p>L’apparizione di quel libro fece l’effetto di un nucleo cristallino in una soluzione sovrasatura: tutti i cristalli si depositarono come d’incanto sul fondo, tutto ciò che «era nell’aria» nei più differenti campi e nei più diversi paesi prese improvvisamente forma, si condensò e finalmente la scienza della «cibernetica» apparve! […] Avevamo la cosiddetta «tecnica della regolazione», cioè la teoria dei dispositivi tecnici di regolazione, della loro costruzione e della loro applicazione nell’industria […] Anche la biologia e la fisiologia avevano dato vita ad uno sviluppo analogo ma, in un certo senso, nella direzione opposta. Si era capito ormai da tempo come la «regolazione» dei processi fisiologici negli organismi giocasse un ruolo fondamentale […] Fu allora che alcuni fisiologi e biologi, alla ricerca di metodi per descrivere questo comportamento degli organismi e l’interazione vicendevole e terribilmente complessa dei processi fisiologici negli esseri viventi, iniziarono a ricorrere ai concetti e soprattutto ai metodi matematici dei tecnici della regolazione – il primo di essi, in Germania, fu il fisiologo monacense R. Wagner, già a partire dal 1925. Per parte loro i tecnici poterono imparare molto per la teoria e per la costruzione dei loro «regolatori» da questo contatto con la biologia. Un altro ambito in cui erano già stati discussi problemi di genere analogo fu la tecnologia della comunicazione […] In seguito allo sviluppo sempre più rapido dei sistemi di comunicazione globale – che per giunta dovevano superare distanze sempre maggiori – i tecnici della comunicazione furono costretti ad affrontare molti problemi di tipo nuovo; ad esempio: com’è possibile inviare con il minimo sforzo e nel più breve tempo possibile il massimo di informazione a qualsiasi distanza? Quale influenza possono avere, in tal senso, gli inevitabili «disturbi»? E come sarebbe possibile minimizzarli […]? Nacquero così, necessariamente, alcuni interrogativi che concernevano la formulazione delle comunicazioni, cioè problemi di linguaggio, di testo, di «codificazione» delle comunicazioni, di riconoscibilità dei segni […] Nel corso di queste ricerche venne scoperto e messo a punto un concetto completamente nuovo, quello di «informazione». Si sviluppò uno specifico settore della scienza, la <em>teoria dell’informazione</em>, che si collocava ancora una volta in una <em>terra incognita</em>tra la tecnica della comunicazione, la linguistica, la logica simbolica, la matematica etc., e che in seguito acquistò un’importanza sempre maggiore per la tecnica della regolazione e per la biologia […] Tutto spingeva davvero verso una unificazione, verso una sintesi […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-2" rel="footnote" data-wpel-link="internal">2</a></p></blockquote>
<p>La vecchia metafora capitalistica della macchina in grado di descrivere la struttura del mondo, già declinata in maniera specifica nel corso delle prime due rivoluzioni industriali, venne riproposta anche nella definizione della cibernetica come «scienza formale e generale delle macchine», con la sottolineatura esplicita che «anche gli organismi viventi, le comunità, le economie nazionali e così via, sono da considerare come macchine» (Flechtner, op. cit.). Lo stesso Wiener, in un congresso del 1960, volle definire la «sua» scienza nella maniera seguente: «La cibernetica è la scienza del controllo e dell’informazione: non fa differenza che si tratti di esseri viventi o di macchine» (cit. da Flechtner). Ma per un’ironia del destino fu proprio questa «scienza generale delle macchine» a mettere fuori corso gli uomini come macchine capitalistiche e fu proprio questa «scienza del controllo» a mandare definitivamente fuori controllo il capitalismo, come del resto aveva già previsto lo stesso Wiener.</p>
<p>D’altro canto era però necessario anche un nuovo tipo di macchina, nel senso letterale del termine, per rendere efficace su grande scala la cibernetica e mettere così in moto la terza rivoluzione industriale. Questa macchina di nuovo genere era il calcolatore automatico, il cui sviluppo fu strettamente legato fin dal principio con la nascita della cibernetica. L’idea come tale, così come le forme più elementari della sua applicazione, è molto vecchia. Le prime ricerche matematiche a questo scopo risalgono addirittura al Medioevo. Fu Leibniz a perseguire il programma di una «formalizzazione universale» del mondo legata alla costruzione di macchine per il calcolo. Però tutti questi tentativi non superarono il loro stadio embrionale data l’insufficiente «capacità di memoria» e l’eccessiva lentezza delle operazioni di calcolo. Nonostante tutto però, già nella prima rivoluzione industriale, si realizzarono macchine che funzionavano con un controllo a schede perforate: «Bonchon utilizzò già nel 1725 una scheda perforata per trasferire meccanicamente un modello […] Nel 1805 Jacquard perfezionò il controllo a schede perforate mediante una successione di schede – il primo passo verso l’elaborazione dei dati».<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-3" rel="footnote" data-wpel-link="internal">3</a> E nel 1890, ancora alla vigilia della seconda rivoluzione industriale, l’ingegnere americano di origine tedesca Hermann Hollerith (1860-1929) inventò la macchina a schede perforate. Ma fu solo nel XX secolo che quest’idea divenne una priorità assoluta per lo sviluppo scientifico-tecnologico del capitalismo. Nel 1936 il matematico inglese A.M. Turing creò il modello ideale di una macchina che prese il suo nome e che formalizzò il «concetto di computabilità o di costruibilità»:<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-4" rel="footnote" data-wpel-link="internal">4</a></p>
<blockquote><p>La macchina di Turing è […] il modello matematico di una macchina di calcolo. Con un apposito programma è in grado di eseguire qualunque operazione di calcolo che un uomo possa descrivere sulla carta […] In seguito fu chiaro che questo modello matematico di macchina è equivalente a tutti calcoli formali noti della computabilità […] Turing era consapevole della versatilità degli automatismi di calcolo definiti in termini matematici. Durante la guerra egli lavorò in una sezione dell’esercito britannico specializzata nella decifrazione di codici segreti a una macchina di questo genere: il progetto «Colossus». Nel 1947, sulla scia di questo progetto, venne realizzato il primo calcolatore britannico.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-5" rel="footnote" data-wpel-link="internal">5</a></p></blockquote>
<p>Sempre nel 1936 l’ingegnere tedesco Konrad Zuse mise a punto un «calcolatore numerico» che «era in grado di risolvere equazioni per calcoli statici sulla base di un controllo a programma».<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-6" rel="footnote" data-wpel-link="internal">6</a> La seconda guerra mondiale accelerò lo sviluppo dei calcolatori elettronici automatici per il calcolo di traiettorie balistiche, la decifrazione dei codici nemici e, non da ultimo, per la realizzazione della bomba atomica; per quel che riguarda i fondamenti tecnologici della terza rivoluzione industriale ancora una volta la guerra fu la madre di tutte le cose capitalistiche. Ma i calcolatori a base di tubi elettronici erano ancora troppo pesanti e costosi per essere un elemento di un nuovo tipo di produzione di massa. Nel 1948, parallelamente alla creazione della cibernetica da parte di Wiener, entrò in scena l’affermazione tecnica decisiva: nei laboratori Bell, alle porte di New York, John Bardeen, Walter Brattain e William Shockley inventarono il transistor – il «neurone dell’epoca dell’informazione». Per questa scoperta essi ricevettero il premio Nobel nel 1956. Il transistor, un elemento di amplificazione elettronica fatto di materiali semiconduttori, non era soggetto al surriscaldamento tipico dei tubi elettronici ed era non solo molto più piccolo ma anche passibile di un’ulteriore miniaturizzazione. Alla fine degli anni Cinquanta, grazie all’integrazione di diversi transistor, nacque finalmente il microchip. Tutti gli elementi fondamentali della rivoluzione microelettronica erano quindi presenti:</p>
<blockquote><p>Sul piano dell’innovazione teorica il transistor e la conseguente tecnologia microelettronica sono interessanti in quanto […] come innovazione di base […] rappresentano l’elemento-chiave di una mutazione strutturale tecnologica del controllo automatico delle macchine, le cui ripercussioni sulla tecnologia produttiva sono così imponenti che non è certo un caso che si sia parlato di «rivoluzione industriale».<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-7" rel="footnote" data-wpel-link="internal">7</a></p></blockquote>
<p>In altre parole il dibattito sull’automazione della fine degli anni Cinquanta e dell’inizio dei Sessanta non fu mera fantascienza perché poteva già contare su di un sottofondo tecnologico reale, mentre stava ancora dispiegandosi il boom fordista. Il transistor estese repentinamente il campo di applicazione del controllo elettronico. Nell’ambito del congresso organizzato da IGM nel 1965, Walther P. Reuther, presidente del sindacato americano del settore automobilistico, si espresse così circa le prime tendenze di questa automazione di tipo nuovo:</p>
<blockquote><p>Dieci anni fa la nostra organizzazione ha pubblicato un saggio dedicato alle conseguenze dell’automazione con un elenco di casi eclatanti: un tornio automatico capace di regolare i suoi dispositivi di taglio e, all’occorrenza, di sostituirli; torni e macchine perforatrici controllati attraverso dispositivi elettronici o nastri perforati, in grado di rimpiazzare lavoratori altamente specializzati; per finire addirittura una macchina a «memoria elettronica» capace di esaminare accuratamente un albero a gomiti, identificare eventuali scabrosità, memorizzarle, fermare l’albero e rimediare automaticamente alle imperfezioni […] Pressoché ovunque si confida in una crescita della produzione ma il progresso tecnico non potrà che rallentare o perfino diminuire la crescita dell’occupazione.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-8" rel="footnote" data-wpel-link="internal">8</a></p></blockquote>
<p>Questo sviluppo rese però ancora necessario un certo periodo di incubazione, in un certo senso, una duplice competizione: da una parte tra l’espansione dei mercati fordisti e la nuova razionalizzazione microelettronica, dall’altra tra il calcolo dei costi aziendali e la miniaturizzazione (nonché la relativa riduzione del prezzo) dei calcolatori e dei dispositivi di controllo. La terza rivoluzione industriale prese forma nel grembo della seconda:</p>
<blockquote><p>L’automazione inizia con la tecnologia legata ai processi produttivi nel settore chimico e petrolchimico, nell’industria dell’acciaio, in quella mineraria, nella produzione di energia e in quella dei generi di prima necessità. L’automazione dell’industria della lavorazione dei metalli è di gran lunga più complicata a causa della complessità e del carattere differenziato delle singole fasi produttive e inizia a divenire massiccia solo verso la metà degli anni Settanta dopo l’introduzione del microprocessore come tassello a buon mercato della regolazione e del controllo […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-9" rel="footnote" data-wpel-link="internal">9</a></p></blockquote>
<p>Fino a quando queste forze antagonistiche spinsero la riproduzione sociale in direzioni diverse, non fu possibile percepire con chiarezza le conseguenze finali della terza rivoluzione industriale e così l’ottimismo storico dei sindacati e dei teorici come Fourastié non fu apparentemente smentito sul piano pratico. Sebbene l’espansione fordista dei mercati si fosse già esaurita verso la fine degli anni Sessanta le onde del dibattito sull’automazione si placarono nuovamente. In un primo momento la cosiddetta crisi petrolifera» deviò lo sguardo in una direzione differente. Ma quando ci si rese finalmente conto che la causa della disoccupazione di massa innestatasi su scala globale non si poteva addebitare esclusivamente allo shock del prezzo del petrolio, riaffiorò anche la questione circa le ripercussioni socio-economiche dell’automazione; ora però in maniera ben più sgradevole e meno ottimistica rispetto a venti o a cinquanta anni prima.</p>
<p>Questa disoccupazione di massa, che viene definita come tecnologica oppure nel frattempo come «strutturale», la cui crescita sempre più inesorabile va di pari passo con l’ascesa della rivoluzione microelettronica dell’inizio degli anni Ottanta, manifestava un tratto peculiare, destinato a suscitare una profonda inquietudine per la coscienza capitalistica: la disoccupazione era strutturale in quanto non aumentava o diminuiva sotto l’influsso del ciclo congiunturale ma cresceva in continuazione indipendentemente da esso. Non c’era solo il rallentamento relativo della crescita in quanto il ciclo economico si limitava a modulare debolmente un’imponente disoccupazione di massa che aumentava in termini assoluti e il cui «zoccolo» col trascorrere del tempo, fino alla fine del XX secolo, si ingrossava costantemente. Questo problema si era convertito nel problema sociale per eccellenza, in una crisi globale permanente, tale da offuscare ogni altro problema o di crearne in continuazione di nuovi.</p>
<p>L’idea di Hannah Arendt circa la «crisi della società del lavoro» non solo iniziò ad acquisire per la prima volta rilevanza presso il grande pubblico ma assunse anche un tono minaccioso. Nel 1983 IG Metall pubblicò uno studio sulla disoccupazione tecnologica di massa il cui titolo «Vogliono le macchine, non gli uomini!» risuonava giustamente stridulo a paragone del dorato ottimismo del 1965. Anche la riflessione teorica assunse sembianze ugualmente tetre e indurite. Già nel 1977 il filosofo Günther Anders aveva speso parole circa «l’obsolescenza del lavoro»:</p>
<blockquote><p>Ora, la maggior parte dei lavoratori odierni non appartiene ancora alla categoria dei servi dell’automazione. Ma il trend è inarrestabile: negli anni duemila, così si prevede, la maggioranza dei lavoratori saranno lavoratori dell’automazione. Questo naturalmente non significa che tutti lavoreranno come «volontari del lavoro» o nelle industrie automatizzate. Esiste infatti una regola ferrea dell’<em>inversione della proporzione</em>, che afferma che <em>con il crescente sviluppo dell’automazione il numero dei lavoratori richiesti diminuisce</em>. Detto in altro modo: è inevitabile che dall’automazione escano per così dire come «sottoprodotto» milioni di disoccupati […] In Giappone esistono già <em>unmanned factories</em>. Ce ne saranno presto altre anche altrove, e così pure unmanned offices, dato che i computer odierni calcolano con rapidità circa un milione di volte maggiore […] di quella dei propri costruttori […] L’umanità si trasformerà in un unico, colossale <em>Lumpenproletariat</em>? […] Infatti la disoccupazione che attualmente ci minaccia farà sembrare innocua quella che regnava cinquant’anni fa. Se si pensa che già quella di allora era stata una delle cause principali del nazionalsocialismo, potrà mancare il coraggio di figurarsi quel che produrrà la disoccupazione immanente. Non è impossibile che le stufe a gas di Auschwitz (allora assurde da un punto di vista economico) potranno fornire i modelli per il «superamento» del fatto che, in confronto alle possibilità di lavoro, «esistono troppi uomini».<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-10" rel="footnote" data-wpel-link="internal">10</a></p></blockquote>
<p>Con un’angoscia gravida di cattivi presentimenti vengono tratteggiate qui le più oscure conseguenze del crollo incombente dei mercati del lavoro, che riecheggiano il ricordo delle fantasie liberali di annientamento delle masse umane «superflue» per il capitalismo durante le grandi crisi di trasformazione della prima rivoluzione industriale. Il guaio è che Anders, come già molti altri critici prima di lui, sebbene nomini occasionalmente, quasi <em>en passant</em>, il capitalismo, vorrebbe ricondurre in ultima analisi questo problema catastrofico direttamente alla «tecnica», pregiudicando così qualsiasi possibilità di soluzione. Quando parla del «totalitarismo degli apparecchi»,<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-11" rel="footnote" data-wpel-link="internal">11</a>egli adotta naturalmente un’espressione appropriata, ma solo in quanto le forze produttive, in questi «apparecchi», sono già associate in una forma specificamente capitalistica, la cui logica intrinseca non è «tecnica» perché è la logica di sfruttamento economico del «lavoro astratto». Seguendo il filo della sua argomentazione Anders sottolinea in maniera indiretta il carattere distruttivo della razionalità aziendale; infatti è inverosimile che nel 1977, ancor meno che nel 1844 o nel 1999, siano le «macchine risparmia-lavoro» in sé, per ragioni meramente «tecniche», a gettare nella miseria le masse umane. La responsabilità non è della tecnica in quanto tale ma solo dell’organizzazione sociale che conduce lo sviluppo tecnico verso conseguenze talmente insensate.</p>
<p>Ma perlomeno Anders chiama la brutalità del sistema con il suo vero nome, pur non riuscendo a cogliere l’insieme delle condizioni socio-economiche, mentre Ralf Dahrendorf, cinque anni più tardi, in occasione del XXI Congresso dei sociologi tedeschi si pronuncia con il gergo tipico del liberale autentico, introduce una riflessione sul terreno economico che, proprio in quanto tale, conformemente ai canoni della dottrina economica anglosassone, dissimula la «crisi della società del lavoro» con il pretesto di spiegarla, consigliando nel medesimo frangente una soluzione ignobile, che però non sembra neppure convincere fino in fondo questo <em>mâitre-à-penser</em> del liberalismo contemporaneo.</p>
<blockquote><p>Tutti parlano di disoccupazione. È facile comprenderne il perché. Ancora fino alla metà degli anni Settanta la percentuale degli individui in grado di lavorare, ma che non avevano un lavoro, si aggirava intorno al tre o al massimo al quattro per cento. Oggi, nel 1992, il tasso di disoccupazione nei paesi OCSE si attesta in media attorno al 10% […] Secondo la tesi di Friedrich von Hayek in una vera economia di mercato la disoccupazione non dovrebbe esistere; il costo del lavoro diminuirebbe fino a un livello tale da garantire lavoro per tutti […] Fino a quando la grandezza dei salari reali non si modifica, la spiegazione della disoccupazione è data ma non possiamo fare nulla per combatterla. I salari reali, così come li conosciamo oggi, sono l’esito finale di uno sviluppo lungo e gravido di conseguenze […] lo sviluppo dei diritti di cittadinanza. Questo diviene particolarmente evidente se si prendono in considerazione le misure volte alla sicurezza sul posto di lavoro e soprattutto alla sicurezza del posto di lavoro, ossia se parliamo di salari reali nel senso più ampio del termine. Tutti questi sviluppi hanno reso il lavoro più costoso. La disoccupazione ha le sue radici nel costo del lavoro […] Il sempre maggior successo del lavoratore è dunque la forza propulsiva della società del lavoro, che ne causerà infine la soppressione […] Si sente dire spesso che la causa della disoccupazione, qualora non dipenda chiaramente dalla congiuntura economica, sarebbe lo sviluppo tecnologico. Effettivamente è impossibile negare che i posti di lavoro possano anche essere surrogati da procedure tecniche […] Solo che il progresso tecnico, contrariamente all’idea che i lavoratori hanno dei rapporti sociali, non è affatto una «legge di natura». La tesi secondo cui la tecnica starebbe distruggendo i posti di lavoro è alquanto miope. Da tempo ormai la tecnica non è più tanto la causa, quanto piuttosto l’effetto dei mutamenti sociali, un elemento dei rapporti di produzione, non una forza produttiva. Senza l’aumento continuo dei salari reali lo sviluppo tecnologico sarebbe rimasto per molto tempo nuda teoria. L’introduzione delle innovazioni tecniche si deve al fatto che esse sono più convenienti; non in quanto tali ma solo a paragone del lavoro umano. A ben vedere, la causa della cosiddetta disoccupazione «strutturale» o «tecnologica» è il fatto che la tecnica ha un costo più vantaggioso rispetto a quello del lavoro.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-12" rel="footnote" data-wpel-link="internal">12</a></p></blockquote>
<p>Prendono qui la parola spudoratamente i triviali sofismi del liberalismo classico. Si vuole sottolineare con «rammarico» il fatto che la vera causa della miseria è il livello «eccessivo» dei salari reali. Ne deriva il ragionevole sarcasmo della coscienza liberale egemone: se non ci fosse stato lo «sviluppo gravido di conseguenze» dei «diritti sociali», l’innalzamento del livello salariale, il miglioramento delle garanzie di lavoro etc., ossia se il vecchio movimento operaio e lo Stato sociale non avessero goduto di tanto «successo» (ma i loro risultati sono stati in realtà assai modesti) adesso non ci sarebbe alcun problema. Ma è successo ciò che doveva succedere: la forza-lavoro è diventata «troppo costosa» e così adesso la frittata è fatta! È arrivato allora il momento, come è logico, di dare libero corso, «una volta per tutte», agli slogan dell’estremismo economico: abbasso i salari, piazza pulita delle prestazioni sociali, fine della «baldoria» delle garanzie sociali! Tutte cose assolutamente sgradevoli – così prosegue la riflessione liberale con voce melliflua – che voi non volete assolutamente, che nessuno vuole, ma in questo caso occorre pagarne le conseguenze, qualsiasi esse siano!</p>
<p>Questa pseudo-argomentazione è doppiamente assurda. Una riduzione radicale del livello salariale e delle prestazioni sociali non garantirebbe alcuna via di scampo, anche in un senso tutto immanente al sistema. Dato il livello storico raggiunto dall’accumulazione il ritorno massiccio degli «eserciti del lavoro» – che la coscienza liberale si augura di tutto cuore (fedelmente alla sua tradizione) – deflagrerebbe il modo di produzione capitalistica per ragioni oggettive puramente economiche, anche in assenza di qualsivoglia movimento di opposizione sociale. Nella prima fase della nuova crisi Dahrendorf ha già apparentemente dimenticato tutta l’autoriflessione scaturita da più di un secolo di dibattito interno al capitalismo: dalla concessione di qualche «goccia di balsamo sociale» da parte di Bismarck, fino al riconoscimento fordista della necessità sistemica del consumo-«investimento» di massa sotto forma di auto, elettrodomestici etc.</p>
<p>Dahrendorf rispolvera un classico sofisma, tipico del pensiero microeconomico prekeynesiano nella teoria economica: ciò che è «buono» per la singola impresa sul livello aziendale allo scopo di affermarsi nella concorrenza (riduzione dei costi) sarà tale anche sul livello macroeconomico della riproduzione sociale complessiva in forza della «mano invisibile». Ci si dimentica però che una diminuzione radicale dei salari reali sul livello della produzione fordista avrebbe solo effetti catastrofici sul piano macroeconomico dalle conseguenze corrispondenti sul livello aziendale. L’atteggiamento di Dahrendorf è quello di chi sembra ignorare tutt’a un tratto quanto sia indispensabile e ineluttabile per l’esistenza del capitalismo stesso la coerenza faticosamente raggiunta tra produzione di massa industriale, salari di massa nella forma-denaro e consumo di massa di merci.</p>
<p>D’altro canto anche l’argomentazione keynesiana, tutta concentrata sul livello macroeconomico delle grandezze fluide dell’economia nazionale, era ormai obsoleta in quanto l’inflazione del sistema monetario aveva affossato già da tempo il progetto del «deficit spending». Pertanto la caparbia ostinazione su questo programma, che caratterizza ancora oggi il keynesismo accademico di sinistra, non era più in grado di offrire nessuna soluzione – il keynesismo si era completamente usurato. Questo voleva semplicemente dire che, da quel momento in avanti, la logica microeconomica e quella macroeconomica non potevano più coincidere. Mentre il punto di vista microeconomico, nelle nuove condizioni, pretendeva una diminuzione radicale dei salari reali e delle prestazioni sociali, quello macroeconomico raccomandava al contrario un ulteriore aumento dei salari per le masse, per non minacciare la crescita. In altre parole: l’autocontraddizione interna del capitalismo si sviluppò fino ad uno stadio qualitativamente nuovo, in grado di distruggere il sistema. Ed è proprio questa la conseguenza che né i keynesiani né i liberali come Dahrendorf vogliono trarre. E così, mentre il campo keynesiano, sempre più rarefatto e costretto sulla difensiva, continua comunque a puntare sul «deficit spending», un programma ormai irrimediabilmente esaurito, Dahrendorf è ritornato implicitamente alla vecchia e conseguente concezione microeconomica, già fallita prima del keynesismo che aveva addirittura tenuto a battesimo. Si annuncia così la direzione dell’<em>intelligentsia</em> capitalistica agli albori della nuova crisi del sistema: la fuga in avanti – verso il passato liberale!</p>
<p>Ma la tesi di Dahrendorf risulterebbe assurda perfino se questa rivincita della prospettiva microeconomica – e quindi la riduzione dei salari reali – funzionasse davvero anche sul piano macroeconomico. È sufficiente riflettere sulla grottesca pretesa che viene rivolta ai lavoratori, che dovrebbero ingaggiare una «concorrenza sui costi» con i potenziali di razionalizzazione della terza rivoluzione industriale e quindi una competizione al ribasso tra i loro salari e i costi delle nuove tecnologie di controllo. Detto altrimenti: l’unica possibilità di garantire l’occupazione, secondo Dahrendorf, dovrebbe consistere nell’arresto del progresso tecnologico da parte dei lavoratori, a patto che essi siano disposti a peggiorare sempre più drasticamente il loro livello di vita. Infatti non si tratterebbe logicamente di un provvedimento preso una volta per tutte ma di una spirale permanente a base di contrazione salariale e sviluppo economico, poiché nella concorrenza l’interesse di chi offre tecnologie razionalizzatrici esige una costante diminuzione dei loro costi. Pertanto in questa stravagante «competizione» contro il progresso tecnico, nelle condizioni della terza rivoluzione industriale, i salari sarebbero dunque costretti a diminuire continuamente, fino ad azzerarsi o persino a diventare negativi. Il prezzo della forza-lavoro, al cospetto dei balzi sempre più enormi nella produttività degli aggregati microelettronici dovrebbe ridursi in misura sovraproporzionale; la diminuzione dei costi dei mezzi di produzione microelettronici può essere combinata con una produttività tecnica sempre più accresciuta, mentre la capacità di rendimento della forza-lavoro umana è limitata in senso assoluto e quindi potrebbe concorrere solo sul lato dei costi.</p>
<p>Questa conclusione sul piano microeconomico, completamente folle e socialmente suicida sotto numerosi aspetti, rappresenta l’ultima parola di un sistema assurdo fin dal principio. Dahrendorf non si sogna neppure di trarre l’unica conseguenza ragionevole. Essa naturalmente non consiste certo nello scatenamento di una concorrenza demenziale contro il progresso tecnico ma, in armonia con tale progresso, nella rivendicazione di più ozio per tutti, nella piena partecipazione di ognuno ai frutti di una produttività spaventosamente accresciuta. Tale conclusione, l’unica davvero assennata, è però assolutamente irrealizzabile sul terreno della razionalità economica. E così il maitre-à-penser liberale non fa che snocciolare le sue sciocchezze madornali, assoggettandosi in questo ad un’interiorizzazione talmente spinta e profonda dell’autotelia capitalistica che anche questo evidente controsenso viene incassato come se si trattasse di una seria argomentazione teorica. Alla fine del suo intervento è lo stesso Dahrendorf a descrivere in tono quasi meravigliato la totale insensatezza in cui sfocia necessariamente l’eliminazione razionale del «lavoro» nelle condizioni capitalistiche:</p>
<blockquote><p>La battaglia tra coloro che devono lavorare e coloro che non devono lavorare, ha condotto al successo totale: coloro che in passato non dovevano lavorare, sono adesso tra coloro che ancora possono lavorare, mentre coloro che in passato dovevano lavorare, non possono più lavorare. La lotta di classe per il lavoro ha condotto a una completa inversione dei fronti.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-13" rel="footnote" data-wpel-link="internal">13</a></p></blockquote>
<p>Secondo Dahrendorf la responsabilità del paradosso insolubile del «lavoro» andrebbe addebitata in tutto e per tutto al «successo eccessivo» dei lavoratori. Si tratta in realtà di un paradosso del capitalismo stesso e l’unica colpa che si può rimproverare grandemente ai lavoratori è il loro irretimento nelle costrizioni del «lavoro astratto» e la loro interiorizzazione delle categorie del lavoro nel corso della storia. Tuttavia in questo paradosso, per come lo enuncia Dahrendorf, le condizioni di esistenza capitalistiche appaiono come irrevocabili e insuperabili. Ma se i criteri della «società del lavoro», con tutte le relative forme economiche, devono sopravvivere mentre, al contempo, la «società del lavoro inizia a vacillare» affiorano inevitabilmente questioni elementari, che Dahrendorf si limita a formulare in tono affermativo e quindi visibilmente repressivo:</p>
<blockquote><p>Per esempio: come sarà possibile strutturare la vita degli uomini una volta che il disciplinamento legato all’organizzazione del lavoro venga a mancare? Oppure: come si potranno garantire i fondamenti dell’esistenza umana se quest’ultima non si basa più sulla prestazione lavorativa?<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-14" rel="footnote" data-wpel-link="internal">14</a></p></blockquote>
<p>Domande interessanti, cui è semplicissimo dare una risposta: il disciplinamento» del materiale umano è superfluo come il capitalismo stesso poiché gli uomini sono in grado di regolare in maniera autonoma tutte le loro incombenze anche senza subire la costrizione esterna di burocrazie alienate e di «pratici» del capitalismo usciti di senno. Nell’interrogativo di Dahrendorf riecheggia la vecchia logica benthamiana, che adesso diviene sempre più assurda. E sarebbe facilissimo garantire i «fondamenti dell’esistenza umana» con le nuove forze produttive se queste ultime venissero impiegate oltre la logica capitalistica e se la distribuzione dei loro prodotti avvenisse in tutta naturalezza indipendentemente dal contributo lavorativo dei singoli. Dov’è allora il problema? Le questioni sollevate dal teorico liberale gli appaiono «insolubili» solo perché egli non può, né vuole immaginare risposte differenti da quelle ormai impossibili già enunciate dal capitalismo.</p>
<p>Qualche anno prima anche Günther Anders si era già cimentato con l’aporia capitalistica, contenuta nella terza rivoluzione industriale; su questo punto sua è l’affermazione secondo cui «oggi <em>mezzi e fini sono invertiti</em>». Questa inversione è però connaturata alla logica autotelica del capitalismo; notevole è il fatto che, a quell’epoca, essa fosse stata percepita con chiarezza da un osservatore spassionato, per quanto privo degli strumenti teorici della critica del feticismo di Marx. Per giunta Anders, pur attribuendo il problema in modo erroneo direttamente alla «tecnica», identifica spontaneamente il fine in sé irrazionale del modo di produzione capitalistico che, al cospetto della razionalizzazione microelettronica, non sfuggirebbe neppure a un cieco.</p>
<blockquote><p>Ma mentre prima lo scopo del lavoro consisteva nel fatto di soddisfare i bisogni mediante la produzione di prodotti, oggi il primo bisogno è la produzione di posti di lavoro; la creazione di lavoro diventa il vero compito, lo <em>stesso lavoro diventa un lavoro da produrre</em> […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-15" rel="footnote" data-wpel-link="internal">15</a></p></blockquote>
<p>Il capitalismo non fu mai diverso da così; la «semplice» relazione tra bisogno e processo produttivo, che Anders vede di fronte a sé come originaria, è effettivamente premoderna. Tuttavia, fino a quando la crescita capitalistica ebbe ancora margini di sviluppo storico davanti a sé fu sempre possibile mistificare la scarsità artificialmente prodotta dal capitalismo, accompagnata in maniera paradossale dalla crescita costante delle forze produttive, come un rapporto equilibrato tra bisogni e risorse. Mentre la terza rivoluzione industriale maturava è però venuta a galla anche l’incredibile circostanza per cui il «lavoro» è un «prodotto da produrre» – senza che si levasse una critica radicale di questa pretesa paradossale, che invece si intravede in Anders. Risuona piuttosto l’ululato lugubre per i «posti di lavoro», che ancor oggi ci lacera le orecchie, con un effetto comunque più sgradevole rispetto a quindici o venti anni or sono. Una volta escluso il superamento delle condizioni capitalistiche in maniera conseguentemente e tacitamente condivisa dall’intero campo sociale, nonostante che la sua assurdità fosse ormai impossibile da negare, non rimase altro che confidare in una profezia per il futuro forzatamente ottimistica, ripetuta ad intervalli di tempo più o meno regolari, circa un nuovo boom epocale; in genere astutamente relativizzato mediante l’enigmatico riferimento a una qualche imperscrutabile «complessità» della «moderna società». L’idea fondamentale era che, in ultima analisi, la terza rivoluzione industriale, così come le due precedenti, avrebbe condotto a una ripresa su vasta scala della crescita e dell’«occupazione». I pesanti crolli degli anni Settanta e Ottanta e la la relativa disoccupazione di massa erano da considerare solo come un fenomeno transitorio nel contesto di una crisi di trasformazione identica a quelle che già avevano caratterizzato le precedenti rotture strutturali. A partire dal 1983, la Banca mondiale, il giapponese MITI (ministero per il commercio internazionale e per l’industria), Prognos AG (Basilea), l’Ifo (Monaco di Baviera) e l’Istituto per l’economia mondiale (Kiel), nonché molti guru del management in Europa e negli USA, auspicarono una «inversione di tendenza» per gli anni Novanta.</p>
<p>Verso la metà degli anni Ottanta venne pubblicato in Germania un testo collettivo, dal classico titolo incoraggiante «Stanno per arrivare i prosperi anni Novanta?» (Jänicke 1985) che metteva al centro del dibattito la speranza nell’«onda lunga» di una nuova ripresa di lungo periodo. La teoria delle «onde lunghe» di Schumpeter e Nicolaj Kondratiev non coincide certo con la teoria più generale delle rivoluzioni industriali poiché rappresenta solo uno sviluppo della teoria della congiuntura;<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-16" rel="footnote" data-wpel-link="internal">16</a> essa però assume un nesso fondamentale tra «nuove tecnologie di base» e «ripresa a lungo termine», effettivamente ammissibile per le prime due rivoluzioni industriali (non però nel senso di un «accrescimento del benessere» generale ma solo come espansione del sistema capitalistico), dopo un periodo di incubazione doloroso con un gran numero di perdenti. Per la terza rivoluzione industriale la teoria delle «onde lunghe» formula la seguente previsione: in una prima fase ci sarebbe stata la crisi irreversibile delle industrie fordiste ormai obsolete («i tetri anni Ottanta»), causata dai «distruttori creativi» schumpeteriani della nuova industria (principalmente microelettronica), poi queste ambiziose nuove imprese avrebbero costituito il motore della crescita e dei posti di lavoro («i prosperi anni Novanta»). Questo modello voleva lanciare, per così dire, un cessato allarme epocale:</p>
<blockquote><p>La maggior parte degli autori è d’accordo sul fatto che l’ultima onda lunga della motorizzazione di massa abbia raggiunto e superato il suo apice con la recessione del 1967 e il cosiddetto shock petrolifero del 1973 […] Vecchi complessi industriali – come ad esempio l’industria automobilistica, quella dell’elettronica di massa o le industrie del carbone e dell’acciaio – sono generalmente entrati in una crisi di sopravvivenza […] Ma è altrettanto prevedibile il fatto che, dopo questa crisi, inizierà una nuova «ripresa». È un fatto ovvio, a patto però che tutte le condizioni generali per una nuova onda lunga siano presenti: una cultura in cui domini la ragione strumentale; una ben definita propensione individuale per il potere e il guadagno; personalità pionieristiche nella scienza e nella tecnica, così come nell’economia e nella politica e – non da ultimo – un flusso ininterrotto di sviluppi tecnico-scientifici, da sfruttare economicamente al momento opportuno […] Queste nuove tecnologie si relazionano vicendevolmente tra loro in molti modi e allo stesso tempo permeano quelle vecchie […] Il complesso elettronico incarna il nuovo progetto-chiave industriale […] In altre parole le forze in grado di muovere e sostenere una nuova onda lunga sono già date.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-17" rel="footnote" data-wpel-link="internal">17</a></p></blockquote>
<p>Una grossolana sommatoria di «fattori» viene spacciata qui per una teoria della ripresa a lungo termine: un nuovo «modello di accumulazione» dovrebbe sorgere dall’interazione tra «ragione strumentale» (un concetto che nella teoria di Adorno ed Horkheimer aveva ancora un rilievo critico e che qui invece figura come una condizione positiva), «personalità pionieristiche» affamate di potere e guadagno (entrambe queste motivazioni, nello spirito di Mandeville, vengono giudicate come esemplari) e «nuove tecnologie»; una concatenazione presupposta alla stregua di un assioma, così da non doverla più fondare concretamente. L’esperienza del boom fordista, valido solo per una minoranza globale, esente da elaborazione analitica, appare come un «modello» universale, valido per ogni futuro. Questo ingenuo «orientamento verso la successiva nuova onda lunga»<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-18" rel="footnote" data-wpel-link="internal">18</a> fu anche il punto di accordo implicito tra teorici liberali, conservatori, socialisti e verdi.</p>
<p>La forte tendenza a sdrammatizzare la situazione, ancor prima che la crisi si fosse realmente messa in moto, fece così ricorso, trasversalmente a tutto il campo sociale, allo stereotipo per cui era dapprima necessario mettere insieme in qualche modo le necessarie «condizioni-quadro». Dall’analisi della crescita capitalistica reale e delle sue condizioni interne l’interesse si trasferì alla cornice esterna, all’«organizzazione politica» e ai presupposti istituzionali; nel suo saggio sulla «obsolescenza del lavoro» Günther Anders si espresse così, in modo lungimirante: «Io diffido della parola “formare”, che fa parte della lista nera, quella delle parole da proscrivere […]».<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-19" rel="footnote" data-wpel-link="internal">19</a> Gli speranzosi propagandisti dell’«organizzazione politica» credevano che le cose sarebbero andate come nel caso della seconda rivoluzione industriale, quando i presupposti infracapitalistici per il nuovo boom della tecnologia e della razionalizzazione erano già stati effettivamente realizzati mentre i cambiamenti istituzionali vennero solo in seguito. Questa interpretazione della crisi asseconda già, per certi versi, l’imperativo di Dahrendorf visto che in seguito il problema delle «condizioni-quadro» è stato smascherato piuttosto velocemente come un mero problema di «adattamento» ai nuovi rapporti capitalistici – dove per adattamento bisogna intendere naturalmente ancora una volta una sottomissione sociale incondizionata.</p>
<p>Malgrado tutto però, dall’inizio degli anni Ottanta, l’epoca delle esternazioni di Dahrendorf, mentre i salari reali e i trasferimenti sociali nel mondo intero, inclusi i paesi-chiave del capitalismo, sono diminuiti costantemente, la disoccupazione strutturale di massa continua a dilagare a macchia d’olio come un incendio di vasta portata e i tassi di crescita rimangono bassi o, in molti paesi, sono letteralmente sprofondati. Attualmente, alla fine degli anni Novanta, non si vede proprio alcuna traccia del nuovo boom secolare. Dovrebbe essere ormai chiaro che attendersi una «ripresa di lungo periodo» per la terza rivoluzione industriale è come aspettare Godot. Ogni nuova spinta della razionalizzazione microelettronica spazza via sempre nuovi segmenti dei mercati del lavoro mentre le istituzioni capitalistiche sono impegnate in una gestione dilatoria della crisi che minaccia di diventare permanente.</p>
<p>L’ottimismo dilettantesco delle profezie di Fourastié è finito male ed è caduto ormai da tempo nell’oblio, per non parlare delle 15 ore settimanali di lavoro «terapeutico» immaginate da Keynes a fronte di un aumento corrispondente della produzione. Ancora durante gli anni Ottanta i sindacati tentarono indubbiamente di risolvere la «crisi del lavoro» sul terreno del capitalismo mediante la riduzione dell’orario contrattuale di lavoro fino a 40 ore settimanali (o addirittura a sole 35 ore). Ma questo ragionamento dettato dal senso comune non avrebbe mai potuto funzionare e, com’era prevedibile, si infranse contro la razionalità socialmente irrazionale dell’economia d’impresa. La riduzione dell’orario di lavoro, pattuita in ogni caso solo in pochi paesi-chiave del capitalismo (e anche lì solo in certi settori), nel corso degli anni Novanta venne aggirata e completamente svuotata di senso nella prassi, in qualche caso grazie al ricorso al lavoro straordinario (sempre più di frequente non retribuito!) oppure mediante la fuoriuscita da associazioni vincolate a contratti collettivi o, infine, attraverso palesi violazioni contrattuali. Come reazione alla crisi, nella stragrande maggioranza dei paesi e dei settori economici, non ci fu neppure una riduzione formale dell’orario di lavoro ma una divaricazione tra pressanti pretese efficientistiche e perfino l’allungamento dell’orario di lavoro da una parte e disoccupazione di massa e crescita della miseria generale dall’altra. Adesso il paradigma della riduzione dell’orario di lavoro è caduto in discredito anche presso i sindacati dei paesi più sviluppati – un chiaro segnale di capitolazione e di autoimmolazione incondizionata. «L’era della riduzione generale dell’orario di lavoro è giunta al termine» (<em>Süddeutsche Zeitung</em> 2/7/1997) – e proprio in un’epoca di automazione e di disoccupazione di massa.</p>
<p>A dispetto di ogni evidenza l’opinione pubblica borghese, così come i governi e gli apparati dello Stato, si rifiutano caparbiamente di percepire la reale portata della «crisi della società del lavoro» dagli effetti dirompenti per il sistema. È senz’altro vero che non si parla più ormai da tempo di una nuova secolare ripresa di lungo periodo. Ma alla fine di questa grande speranza non ha fatto seguito l’ammissione che il capitalismo, nelle condizioni della rivoluzione microelettronica, non è più in grado di riprodurre la società ma solo un <em>business as usual</em> in relazione con una crisi che sempre più si auto-divora. E così hanno preso l’avvio due metodi complementari. Da una parte l’ufficialità mediatica, pubblicistica, accademica discute o si limita a simulare sterili «progetti di soluzione» totalmente inefficaci, dall’altra le istituzioni dominanti infliggono restrizioni sociali sempre più dure contro il materiale umano «superfluo».</p>
<p>Architettare piani per la battaglia donchisciottesca contro la «depressione occupazionale» è già ormai quasi uno sport per i cosiddetti «pensatori creativi» e, in ogni caso, un remunerativo settore commerciale. Il risultato è un profluvio di inverosimili chimere – a partire dal <em>job-sharing</em> e dal lavoro part-time fino ad arrivare alla «rivalutazione» dei «lavori socialmente utili» – tutte accomunate dal medesimo aspetto: nessuna di esse coglie il nocciolo del problema poiché danno tutte per scontato che qualsiasi soluzione concepibile debba conciliarsi necessariamente con l’«economia di mercato» e con le sue leggi sistemiche. È possibile discutere unicamente dei sintomi, non della malattia. Pertanto questo pseudo-dibattito affronta solo settori marginali e forme peculiari non generalizzabili dell’«occupazione» mentre il centro della società, il blocco egemone del «lavoro astratto», viene completamente eclissato. Soluzioni di questo genere rappresentano un’«offerta» assiduamente lanciata sul mercato, che nel frattempo si è rivelata talmente deficitaria nelle sue analisi, tanto scadente e in sé contraddittoria che persino un bambino potrebbe saggiare la sua inconsistenza. Ammesso che vi si possa riconoscere un senso, esso non può che consistere nel ripristino delle «condizioni quadro», da tradurre regolarmente come riduzione dei salari e restrizioni sociali. Il frastuono di questo singolare discorso sovrasta le misure della gestione capitalistica del lavoro, il cui obiettivo più raffinato consiste da tempo nel rendere «invisibile» la disoccupazione di massa nella maniera più sotterranea e delicata possibile:</p>
<blockquote><p>Sono molti i paesi industriali sviluppati, i cui governi si erano proposti l’obiettivo della piena occupazione in un futuro non troppo remoto, che presentano statistiche ufficiali sulla disoccupazione già allarmanti sotto il profilo sociale […] Il numero reale dei disoccupati è probabilmente assai più elevato di quanto i dati ufficiali lascino presagire. Tale numero rappresenta un tema politico scabroso, e così vengono registrati nelle statistiche ufficiali solo coloro che corrispondono alla definizione ufficiale. Nel caso tedesco, ad esempio, questa definizione è stata ripetutamente rivista, cosicché adesso un considerevole numero di disoccupati effettivi si nasconde all’interno di altre categorie come ad esempio i percettori di sussidi sociali. In numerosi Stati industriali sviluppati, tra cui la Germania, sono definiti disoccupati solo coloro che cercano un posto di lavoro, ed anche il sussidio di disoccupazione viene erogato solo per un periodo di tempo determinato. Date le circostanze un numero sconosciuto di persone in cerca di lavoro smette di cercarlo dopo ripetuti tentativi falliti e si accontenta del sussidio sociale […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-20" rel="footnote" data-wpel-link="internal">20</a></p></blockquote>
<p>In sostanza le statistiche sulla disoccupazione vengono regolarmente falsificate quasi ovunque per ragioni di opportunità politica. Da una parte un enorme numero di disoccupati non trova più posto nelle statistiche perché la loro reale condizione è stata artatamente occultata, non solo mediante il trasferimento nella categoria dei percettori di sussidi ma anche attraverso l’inserimento in «società per l’occupazione» o in «misure per la creazione di lavoro» statali o promosse dallo Stato, le cosiddette «riqualificazioni» o temporanei collocamenti a riposo. Molte donne, siano esse coniugate e madri di famiglia oppure genitrici singole, vengono indirettamente «ricacciate al focolare domestico» e spesso integralmente estromesse dalla registrazione statistica. Dall’altra invece nella statistica degli «occupati» compaiono sempre più lavoratori che, in realtà, vengono arruolati solo per lavori stagionali o a tempo parziale o persino per poche ore.</p>
<p>Negli USA viene considerato «occupato» perfino chi, anche solo per una o due ore a settimana, letteralmente per una manciata di dollari, aiuta la clientela con i sacchetti al supermercato. Inoltre la statistica sugli occupati e sui rapporti di lavoro subisce una falsificazione ancor più grossolana per il fatto che sempre più lavoratori, a causa della diminuzione dei salari reali in molti Stati industriali, sono costretti ad intraprendere, accanto al loro lavoro regolare, un secondo o addirittura un terzo rapporto di lavoro. Oggi a New York, per esempio, non è affatto insolito che un meccanico, terminata la sua giornata di lavoro, trangugi frettolosamente la sua cena e lavori poi ancora per molte ore come guardia notturna e, nel fine settimana, come cameriere, magari senza un vero e proprio stipendio, solo per racimolare qualche mancia. È unicamente attraverso questo stile di vita rovinoso che può essere mantenuta la facciata della normalità (assicurazione sanitaria, casa, automobile). Ci vuole davvero una bella faccia tosta per definire simili rapporti, che si stanno diffondendo da tempo anche in Europa, come «miracolo del lavoro». Per questo motivo la statistica sulla disoccupazione oggi presenta un quadro falso e abbellito della situazione reale. Nonostante tutto però, anche attraverso il velo delle cifre ufficiali, è possibile quantomeno intuire la diffusione esplosiva della disoccupazione strutturale di massa, esaminandone l’andamento a partire dal primo grande balzo tra il 1980 e il 1985 fino ai tardi anni Novanta:</p>
<p>Numero dei disoccupati (in milioni)</p>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<table>
<thead>
<tr>
<th>Paese</th>
<th>1980</th>
<th>1985</th>
<th>1990</th>
<th>1995</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>Germania</td>
<td>0,889</td>
<td>2,304</td>
<td>1,883</td>
<td>3,210</td>
</tr>
<tr>
<td>Francia</td>
<td>1,467</td>
<td>2,442</td>
<td>2,205</td>
<td>2,980</td>
</tr>
<tr>
<td>Inghilterra</td>
<td>1,513</td>
<td>3,179</td>
<td>1,556</td>
<td>2,454</td>
</tr>
<tr>
<td>USA</td>
<td>7,637</td>
<td>8,312</td>
<td>7,047</td>
<td>7,404</td>
</tr>
<tr>
<td>Giappone</td>
<td>1,140</td>
<td>1,560</td>
<td>1,350</td>
<td>2,098</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p>(Fonte: Ufficio statistico federale, Annuario statistico per l’estero, 1998)&nbsp;</p>
<p>Questi dati e la loro variazione non sono un buon riflesso del rapporto tra le fasi di crisi e quelle di ripresa relativa ma rispecchiano piuttosto i limiti degli artifici di occultamento burocratico: per quanto si provveda a manipolare il numero dei disoccupati (in particolare tra il 1985 e il 1990, soprattutto nei paesi anglosassoni), esso viene risospinto nuovamente verso l’alto dall’impulso della razionalizzazione microelettronica. In termini assoluti è possibile constatare un incremento di lungo periodo dello zoccolo della disoccupazione. In Germania, dove l’asticella dei quattro milioni di disoccupati ufficiali è stata nel frattempo superata, il loro numero reale, secondo alcune stime, raggiungerebbe i sette milioni. Negli USA e nel Regno Unito il dato ufficiale andrebbe non solo raddoppiato ma addirittura triplicato o quadruplicato. L’economista statunitense Lester C. Thurow ci presenta un calcolo assai diverso da quello ufficiale:</p>
<blockquote><p>La disoccupazione americana è come un iceberg: la parte più grossa se ne sta sott’acqua. Un tasso di disoccupazione pari a poco più del 5% equivale ad oltre sette milioni di disoccupati […] Ma accanto a questi disoccupati ufficiali ci sono altri sei milioni di persone che, se interrogate in proposito, si definirebbero tali. Ufficialmente però esse non lo sono perché non soddisfano questa o quest’altra condizione, magari perché la settimana precedente avrebbero dovuto impegnarsi attivamente nella ricerca di un lavoro. Ci sono poi 4,5 milioni di lavoratori part-time, che nondimeno preferirebbero di gran lunga lavorare a tempo pieno […] Otto milioni di americani lavorano solo occasionalmente. Altri due milioni solo in caso di chiamata da parte del datore di lavoro […] Nessuna di questi milioni di persone passa per essere disoccupata […] Inoltre quasi sei milioni di individui di sesso maschile tra i 25 e i 60 anni, rilevamenti alla mano, sono scomparsi nel nulla. Secondo i dati dell’ultimo censimento sono ancora vivi ma non compaiono più nelle statistiche del lavoro. Non lavorano, né sono disoccupati, non vanno a scuola, né se ne stanno in galera. Come si guadagnino da vivere (forse grazie ad attività illecite?) rimane un mistero […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-21" rel="footnote" data-wpel-link="internal">21</a></p></blockquote>
<p>In Gran Bretagna i metodi per la registrazione dei disoccupati sono cambiati non meno di tre volte a partire dal 1979 e la conseguenza è stata che l’esercito dei disoccupati sulla carta si è assottigliato regolarmente (Lütge 1997). E in Giappone, se valessero gli attuali criteri statistici (per quanto manipolati) dei paesi europei, risulterebbe disoccupata una quota tra il 10 e il 15% della popolazione attiva. Quanto siano sconclusionate queste stime lo dimostra anche la situazione della Spagna, il paese dell’Unione europea con la più elevata disoccupazione (una media di lungo periodo del 20-25%), in cui adesso però si sta festeggiando un «miracolo dell’occupazione», perché tale quota, secondo i metodi di rilevazione, è scesa al 18 o addirittura al 10,8%. Anche il tanto lodato «miracolo» olandese rivela un aspetto melanconico:</p>
<blockquote><p>Gli esperti del mercato del lavoro che indagano sulla cosiddetta disoccupazione occulta sono giunti a risultati a dir poco agghiaccianti. Negli ultimi tempi ha fatto discutere uno studio della società di consulenza McKinsey. È l’Olanda il paese su cui stavolta si appuntano i sospetti. Secondo McKinsey il tasso di disoccupazione reale non coincide con quello ufficiale, pari al 6,3%, che certificherebbe uno straordinario progresso nella lotta alla disoccupazione, in quanto le persone in cerca di lavoro sarebbero circa il 20%. I ricercatori hanno incluso nei loro dati tutti coloro che, pur potendo e volendo lavorare, ufficialmente non stanno più cercando un lavoro. Tra di essi ci sono anche individui che, in passato, erano stati giudicati in grande stile come inidonei al lavoro e che adesso vengono considerati invalidi.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-22" rel="footnote" data-wpel-link="internal">22</a></p></blockquote>
<p>È un dato di fatto: ovunque i posti di lavoro regolari nell’industria si sciolgono come neve al sole. Solo in Germania, secondo l’Ufficio statistico federale, il numero dei lavoratori nelle «attività produttive» è sceso tra il 1991 e il 1997 di circa tre milioni, dopo che già per tutti gli anni Ottanta la perdita dei posti di lavoro in questo settore fondamentale aveva conosciuto un rapido progresso. Se si tenesse conto anche del lavoro artigianale la riduzione nel settore industriale sarebbe ancora più drammatica. In fin dei conti se ne può trarre la seguente conclusione: il tasso di disoccupazione nei paesi industriali capitalistici – che all’inizio degli anni Ottanta, secondo Dahrendorf, era cresciuto fino al 10% – andrebbe raddoppiato in termini reali (cioè al netto di tutte le manipolazioni e di tutte le «dislocazioni» statistiche in altre categorie) fino a circa il 20%, mentre secondo i dati ufficiali esso risulta attestarsi nella maggior parte dei casi tra il 10 e il 15%.</p>
<p>In Germania l’incremento particolarmente drastico delle cifre assolute è da addebitare anche all’annessione della Repubblica Democratica Tedesca, il cui tracollo ha condotto a tassi di disoccupazione del 30% e oltre in molte città e regioni orientali. Questa circostanza viene abitualmente giudicata come un fattore speciale esterno, una zavorra ereditata del socialismo di Stato. Anche astraendo dall’aumento incessante del numero dei disoccupati nella vecchia Germania Occidentale, questa argomentazione difensiva risulta inconsistente per un’altra ragione. I regimi del capitalismo di Stato non rappresentavano affatto un sistema antagonista, tale da incarnare una società basata su principi differenti, postcapitalistica e già oltre il «lavoro astratto», ma solo una variante della «modernizzazione di recupero» nella periferia capitalistica; nel caso della RDT si trattò perfino di una sorta di aborto storico che vide l’assoggettamento antistorico ad un regime della periferia di una parte separata di un paese capitalisticamente già sviluppato (come risarcimento a carico della Germania, colpevole di avere scatenato il secondo conflitto mondiale). In gioco ci sono soltanto due differenti stadi di sviluppo e, in un certo senso, due diversi «stati di aggregazione» di un unico sistema della merce e, se lo si comprende, allora non si può che concludere che il crollo del capitalismo di Stato fu già un elemento della terza rivoluzione industriale, non un fattore esterno, una zavorra «estranea»; lo dimostra già il fatto che l’«apertura» nei confronti della variante occidentale più progredita, basata sulla concorrenza tra i capitali non ha affatto mitigato la crisi dei paesi dell’Est, che si è invece aggravata.</p>
<p>L’annessione della ex-RDT alla Germania Occidentale è pertanto un fenomeno peculiare perché con essa, in opposizione al decorso della crisi globale finora delineatosi, un’economia nazionale della periferia schiantata dalla terza rivoluzione industriale è stata integrata direttamente nello spazio economico interno di un paese capitalistico centrale. Questo processo inusitato ha fatto sì che la Repubblica Federale, come eredità della storia tedesca, si sia giustamente contaminata con la crisi molto più avanzata dei paesi periferici. Infatti il tramonto della RDT è certamente un capitolo del medesimo sviluppo che, a partire dagli anni Ottanta, non ha visto solo il collasso del sistema complessivo dell’industrializzazione di recupero, raggruppato attorno all’«economia sovietica», ma anche la rovina di vaste regioni del Terzo mondo in Asia, in America latina e soprattutto in Africa, afflitte dalle conseguenze della razionalizzazione microelettronica (con ripercussioni più tardive anche nei paesi del boom effimero del Sud-Est asiatico) in una misura comunque maggiore rispetto ai «signori del mercato mondiale» occidentali.</p>
<p>Ci si accorge così gradualmente di come quasi tutti i paesi della periferia capitalistica, la stragrande maggioranza dell’umanità, non siano più in grado di sostenere i costi della terza rivoluzione industriale – a meno di cadere nella trappola di un indebitamento estero senza speranza. In questi paesi la rivoluzione microelettronica non ha un effetto diretto, bensì indiretto, mediato dal mercato. Se nei paesi capitalistici centrali essa agisce sul livello delle singole imprese, nella periferia coinvolge intere economie nazionali, rovinate dall’assalto di una concorrenza equipaggiata con la microelettronica.</p>
<p>Pertanto la disoccupazione di massa strutturale è, da un lato, immediatamente tecnologica, causata dalla «razionalizzazione per riduzione» della forza-lavoro – come si può osservare soprattutto nei centri capitalistici, che sono ancora in grado di «esportare» almeno in parte il problema mediante la concorrenza sul mercato mondiale. Dall’altro però, per la medesima ragione, la nuova disoccupazione di massa è mediata dal mercato mondiale – cioè dal fallimento delle industrie che non possono giovarsi, oppure solo in misura estremamente modesta, degli aggregati microelettronici. È generalmente il caso dei paesi della periferia che non possono permettersi le tecnologie di automazione e controllo, le quali, nonostante la continua diminuzione dei loro costi, divengono addirittura sempre meno convenienti col passare del tempo; questo perché i prezzi delle merci che questi paesi esportano, da essi prodotte al di sotto dei nuovi standard di produttività, diminuiscono più rapidamente rispetto ai prezzi delle merci importate dai paesi centrali, malgrado anche questi ultimi si riducano a causa dello sviluppo delle forze produttive microelettroniche. Essi finiscono dunque nel vortice di un ciclo economico infernale, cui sanno reagire solo mediante lo sfruttamento estremo della loro forza-lavoro: la crisi della terza rivoluzione industriale sta avanzando nei paesi centrali, ma lo fa in modo relativamente più rapido nei paesi tradizionalmente poveri della periferia capitalistica, causando crolli periodici di intere economie nazionali.</p>
<p>Anche la disoccupazione strutturale di massa è corrispondentemente più elevata laddove le statistiche sono ancor meno significative che in Occidente. Intervengono infatti alcuni fattori temporaneamente sconosciuti nei paesi capitalistici sviluppati o il cui effetto non è granché rilevante. Ad esempio la «sottoccupazione», che è la condizione di coloro che non hanno un posto di lavoro regolare ma guadagnano sporadicamente qualche soldo sulla base di salari orari o giornalieri – di fatto si tratta di disoccupati – è assai più diffuso nel Terzo mondo che negli USA ed è ormai da tempo la normalità per la maggior parte della popolazione. Di conseguenza chi si trova ancora incluso nelle statistiche dei disoccupati, appartiene già a una minoranza privilegiata. Suona così semplicemente grottesco il fatto che un paese come il Brasile abbia annunciato per il 1997 un tasso di disoccupazione pari a solo il 5,7% e il Messico, per il 1998, una quota di disoccupati pari addirittura al 3,6%. In questi paesi, così come in tanti altri che non raccolgono neppure più i dati sulla disoccupazione, la grande maggioranza delle persone appartiene agli «esclusi», che sono stranieri nel loro stesso paese:</p>
<blockquote><p>Per molti paesi poveri non abbiamo a disposizione alcun dato oppure le statistiche riguardano solo un settore relativamente esiguo dell’economia, le città o anche solo la capitale.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-23" rel="footnote" data-wpel-link="internal">23</a></p></blockquote>
<p>Laddove la manipolazione dei dati non è così sfacciata oppure valgono le stime delle organizzazioni indipendenti, il livello della disoccupazione aumenta fino a un punto che equivale di fatto al crollo totale del sistema: il suo valore in Afghanistan è pari al 90%, in Mozambico al 50%, in Sudafrica al 45%, nella Jugoslavia tra il 40 e il 50%, in Giordania al 40%, in Algeria e in Libano al 35% etc. (tutti i dati in: Kidron/Segal 1997; Almanacco mondiale Fischer 1999). Nel caso della Cina, che ha dichiarato per il 1997 un tasso di disoccupazione ufficiale pari al 4%, valutazioni indipendente parlano invece di un tasso reale del 30%. Questa la conclusione di uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) di Ginevra verso la metà degli anni Novanta:</p>
<blockquote><p>All’inizio del 1994, sulla scia della peggiore crisi dei mercati del lavoro dalla depressione degli anni Trenta, c’erano in tutto il mondo 820 milioni di persone, cioè il 30% dell’intera forza-lavoro, prive di un’occupazione (cit. da <em>Handelsblatt</em>, 7/3/1994).</p></blockquote>
<p>Questa stima include anche i paesi centrali del capitalismo, di conseguenza tasso di disoccupazione del 30% è un riflesso della situazione globale – alla luce delle valutazioni comunque sempre prudenti dell’OIL. Nel 1999 c’erano perlomeno un miliardo di persone in tutto il mondo da ritenere disoccupate (Handelsblatt, 15/3/1999). Durante la crisi del 1997/1998, solo nel Sud-est asiatico, ancora una volta secondo i dati dell’OIL, sono andati persi definitivamente 24 milioni di posti di lavoro. Si aggiunga inoltre il fenomeno delle cosiddette «industrie fantasma» che coinvolge vaste regioni del globo, soprattutto nei paesi dell’ex-blocco orientale, in Cina, a Cuba, nella ex-Jugoslavia etc. Si tratta generalmente di industrie statali della ex-«modernizzazione di recupero» non ancora dismesse, che «occupano» ancora formalmente parecchi milioni di persone ma che in realtà, sul piano economico, sono solo dei «morti che camminano». La produzione di queste imprese è solo saltuaria, la retribuzione sporadica o inesistente, senza contare che talvolta gli «occupati» vengono retribuiti in natura:</p>
<blockquote><p>La sempre più grave insolvenza delle imprese private e statali in Russia ha fatto sì che la cifra relativa al mancato pagamento di stipendi e di pensioni arretrate, senza dimenticare i debiti nei confronti dei fornitori, ammonti a circa 26 miliardi di marchi. Sempre più imprese sono costrette a retribuire in natura dipendenti e pensionati: fabbricanti di ceramiche pagano con vasellame, industrie dolciarie con qualche chilo di cioccolato, case editrici con cataste di libri. Attualmente alcune imprese di Kursk erogano la pensione sotto forma di cereali e porcellini vivi. Talvolta i lavoratori organizzano la vendita sulla strada di questi surrogati del salario, spesso a grande distanza dal luogo di produzione, così da ottenere denaro contante. Finora non ha riscosso molto successo l’iniziativa di un’impresa di Volgograd, che da tre anni distribuisce ai propri collaboratori come salario mensile (pari a circa 42 marchi) una media di otto reggiseni. Tali prodotti, non particolarmente appetibili, vengono anche elargiti come sussidio materiale in caso di nascita o di morte […] (<em>Der Spiegel</em>, 8/1997).</p></blockquote>
<p>Naturalmente si tratta unicamente di fenomeni transitori in attesa che queste imprese chiudano una volta per tutte. Non si potrà negare più a lungo il fatto che la maggioranza della popolazione mondiale è già stata messa alla porta dal capitalismo – quindi anche dalla società ufficiale – e si limita pertanto a vegetare. Miliardi di uomini vengono rigettati in una miserabile economia di sussistenza su base famigliare, in gran parte esclusi dalle forze produttive moderne, amministrate nella forma capitalistica.</p>
<p>Come risultato complessivo non si può che concludere che la terza rivoluzione industriale nel giro di circa due decenni ha scatenato la crisi mondiale più terribile dal 1929. Mentre nei paesi centrali del capitalismo la disoccupazione di massa – un problema che si credeva definitivamente superato – bussa di nuovo alla porta, nella periferia, in molti paesi, si è già verificato il collasso, oltre che del «lavoro astratto», anche dell’economia monetaria. Ma tutto questo non esaurisce affatto il potenziale di automazione e di razionalizzazione della microelettronica. La «liquidazione razionalizzatrice» della forza-lavoro umana dal processo produttivo capitalistico, iniziata alla fine degli anni Settanta, proseguirà anche nei decenni a venire. Questo processo si perfeziona in una successione di impulsi, interrotti solo dalla riduzione del costo della forza-lavoro da problemi tecnologici di interfaccia. Da un lato l’automazione continua a progredire con ogni nuova generazione di microchip e di sviluppi del software, subendo una nuova accelerazione nella seconda metà degli anni Novanta:</p>
<blockquote><p>Negli ultimi anni l’automazione si è conquistata un ruolo sempre più importante per le imprese produttive […] Nella fase di montaggio si è consolidato l’utilizzo di piccoli robot a basso costo, mediante cui è possibile automatizzare a dovere le prestazioni più semplici […] La tendenza verso l’automazione è stata incoraggiata anche dalla diminuzione del prezzo dei componenti. Negli ultimi tempi, ad esempio, il costo dei robot industriali si è ridotto addirittura del 40% ed anche la qualità delle loro prestazioni è migliorata rispetto ai modelli più vecchi grazie alla tecnologia di direzione, a sensori e ad interfacce di controllo. Il campo di applicazione dei robot industriali si fa sempre più esteso, la tecnologia robotica fa progressivamente breccia anche in settori che fino ad oggi non erano reputati centrali per gli sforzi di automazione, l’industria del mobile, l’edilizia o perfino la tecnologia medica […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fn-1251-24" rel="footnote" data-wpel-link="internal">24</a></p></blockquote>
<p>Dall’altro, grazie all’ausilio della microelettronica e dei nuovi programmi <em>software</em>, si rafforza anche la razionalizzazione organizzativa. In quest’ambito non si verifica neppure l’automazione di determinate attività e di interi livelli di impresa, dalla pianificazione della produzione fino al marketing, perché essi divengono addirittura superflui grazie alle nuove forme di organizzazione integrate con l’elettronica. E questa progressiva avanzata dell’automazione e della razionalizzazione avrà naturalmente come conseguenza anche il tracollo indiretto, mediato dal mercato mondiale, dei mercati del lavoro della periferia.</p>
<p>Sebbene le istituzioni ufficiali continuino ovviamente a negarlo, si profila all’orizzonte una nuova crisi sistemica, che promette di oscurare tutte le precedenti fasi catastrofiche di trasformazione dall’inizio dell’industrializzazione. È pertanto impossibile eludere la questione circa la qualità peculiare che distingue la terza rivoluzione industriale dalle altre due. Essa consiste, come si evidenzia con sempre maggiore chiarezza, in una sorta di mobilitazione finale della contraddizione intrinseca del capitalismo. Il meccanismo di compensazione che era entrato in azione durante la prima e la seconda rivoluzione industriale, dopo pesanti crisi di trasformazione, cessa di funzionare nonostante tutte le invocazioni.</p>
<p>Certo, anche questa volta possiamo constatare la diminuzione progressiva dei costi della nuova tecnologia microelettronica di base e dei suoi prodotti. Elevate capacità di calcolo – fino a pochi decenni fa prerogativa esclusiva del capitale delle grandi imprese o delle istituzioni statali – adesso vengono regalate ai bambini per Natale sotto forma di <em>videogame</em> di ogni sorta. Il <em>personal computer</em> – che all’inizio degli anni Ottanta era ancora un mezzo di produzione relativamente costoso – è ormai entrato da tempo nel consumo di massa. Ma è del tutto assente un effetto sull’accumulazione e sull’«occupazione» che sia analogo a quello del fordismo. Questo perché la microelettronica, nel complesso, rende superfluo più «lavoro astratto» di quanto non ne generi di nuovo la riduzione del costo dei suoi prodotti e la relativa espansione dei mercati. La principale causa consiste nel fatto che il potenziale razionalizzatore della microelettronica è assai superiore a quello della catena di montaggio fordista e che la microelettronica può essere sfruttata universalmente: essa è in grado di razionalizzare già a priori la sua stessa produzione.</p>
<p>Il rapporto tra innovazione di prodotto ed innovazione di processo si è rovesciato: l’introduzione di nuovi prodotti nel consumo di massa viene sovrastata dalla forza della «razionalizzazione per eliminazione». In questo modo il già precario sistema a palla di neve industriale va incontro irreversibilmente alla sua fine. La prima rivoluzione industriale aveva condotto alla rovina soprattutto i produttori artigianali indipendenti, condannandoli in massa alla «disoccupazione», per poi integrarli gradualmente nel sistema di fabbrica in infime condizioni di esistenza. La seconda rivoluzione industriale era stata la causa della prima grande frattura sul terreno del capitale industriale con la crisi economica mondiale, per poi imporre nel dopoguerra il capitalismo integrale grazie al sostegno keynesiano. Nella terza rivoluzione industriale il capitalismo licenzia i suoi figli. Il sistema globale di trasformazione cibernetica dell’energia umana in denaro si converte una volta per tutte in un’impresa folle. La profonda irrazionalità di questo modo di produzione si può toccare con mano e diviene completamente insostenibile – proprio nel momento in cui, paradossalmente, lo si dichiara privo di alternative e destinato al contempo a determinare per sempre il futuro dell’umanità.</p>
<p>(<em>Traduzione dal tedesco di Samuele Cerea</em>)</p>
<p>—–<br />
Note:</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-1" data-wpel-link="internal">1</a>.Nell’originale <em>Die Wegrationalisierung des Menschen</em>; il termine <em>Wegrationalisierung</em> nel gergo economico indica un processo di razionalizzazione aziendale basato sulla riduzione del personale e quindi sull’eliminazione della forza-lavoro.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-2" data-wpel-link="internal">2</a>.Hans-Joachim Flechtner, <em>Grundbegriffe der Kybernetik. Eine Einführung</em>, Monaco, 1984, p. 1, 6 e ss.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-3" data-wpel-link="internal">3</a>.Wolfgang Coy, <em>Industrieroboter. Zur Archäologie der zweiten Schöpfung</em>, Berlino, 1995, p. 47.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-4" data-wpel-link="internal">4</a>.<em>Ibidem</em>, p. 31.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-5" data-wpel-link="internal">5</a>.<em>Ibidem</em>, p. 30 e ss.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-6" data-wpel-link="internal">6</a>.<em>Ibidem</em>, p. 63.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-7" data-wpel-link="internal">7</a>.Jost Halfmann, <em>Die Entstehung der Mikroelektronik. Zur Produktion technischen Fortschritts</em>, Francoforte/New York, p. 60.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-8" data-wpel-link="internal">8</a>.Walther P. Reuther, <em>Automation und die Politik der Gewerkschaften in Automation. Risiko und Chance</em>. Band II. <em>Beiträge zur zweiten internationalen Arbeitstagung der Industriegewerkschaft Metall für die Bundesrepublik Deutschland über Rationalisierung, Automatisierung und technischen Fortschritt</em>, Francoforte, pp. 1078 e ss.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-9" data-wpel-link="internal">9</a>.Coy, op. cit., p. 64.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-10" data-wpel-link="internal">10</a>.Günther Anders, <em>Die Antiquiertheit des Menschen Band II. Über die Zerstörung des Lebens im Zeitalter der dritten industriellen Revolution</em>; tr.it <em>L’uomo è antiquato. 2. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale</em>, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pp. 87 e ss. Trad. di Maria Adelaide Mori.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-11" data-wpel-link="internal">11</a>.<em>Ibidem</em>, p. 98.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-12" data-wpel-link="internal">12</a>.Ralf Dahrendorf, <em>Wenn der Arbeitsgesellschaft die Arbeit ausgeht</em> in Joachim Mattes (a cura di), <em>Krise der Arbeitsgesellschaft? XXI Deutscher Soziologentag</em>, Opladen, pp. 25 e ss.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-13" data-wpel-link="internal">13</a>.Dahrendorf (1983), p. 34.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-14" data-wpel-link="internal">14</a>.<em>Ibidem</em>, p. 34.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-15" data-wpel-link="internal">15</a>.Anders, op. cit., p. 89.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-16" data-wpel-link="internal">16</a>.La <em>Konjunkturtheorie</em> è una teoria del ciclo economico elaborata nel 1937 dall’economista austriaco Gottfried Hberler [N.d.T]</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-17" data-wpel-link="internal">17</a>.Joseph Huber, <em>Modell und Theorie der langen Wellen. Kleine Forschungsgeschichte mit gemischten Ausblicken</em> in Martin Jänicke (a cura di), <em>Vor uns die goldenen neunziger Jahre? Langzeitprognose auf dem Prüfstand</em>, Monaco/Zurigo, p. 67 e ss.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-18" data-wpel-link="internal">18</a>.<em>Ibidem</em>, p. 71.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-19" data-wpel-link="internal">19</a>.Anders, op. cit. p. 89.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-20" data-wpel-link="internal">20</a>.Michael Kidron e Ronald Segal, <em>Der Fischer Atlas zur Lage der Welt. Globale Trends auf einen Blick</em>, Francoforte sul Meno, 1996.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-21" data-wpel-link="internal">21</a>.Lester Thurow, <em>Die Illusion vom Jobwunder. Viele Arbeitslose werden von Amts wegen gar nicht registriert</em>, in <em>Die Zeit</em>, 44/1996.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-22" data-wpel-link="internal">22</a>.Gunhild Lütge, <em>Die Wunder der Statistik. Ein Vergleich der nationalen Arbeitslosenquoten führt in die Irre</em>, in <em>Die Zeit</em> 47/1997.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-23" data-wpel-link="internal">23</a>.Kidron/Segal, op cit.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo#fnref-1251-24" data-wpel-link="internal">24</a>.Jens Neugebauer, <em>Roboter sind billiger geworden und bieten deutlich mehr. Die</em></p>
<div><a href="https://anatradivaucanson.it/author/robert-kurz" data-wpel-link="internal"><img src="https://anatradivaucanson.it/wp-content/uploads/2019/02/RobotWriting3.jpg" alt="" width="75" height="75" data-src="https://anatradivaucanson.it/wp-content/uploads/2019/02/RobotWriting3.jpg" data-srcset="https://anatradivaucanson.it/wp-content/uploads/2019/02/RobotWriting3.jpg 2x" /></a></div>
<div>
<h3>ROBERT KURZ</h3>
<p>Robert Kurz (1943-2012). Ha sviluppato una critica radicale della modernità e una nuova teoria della crisi mondiale attraverso l’analisi del sistema globale del capitalismo. Le sue teorie sono state pubblicate sulle riviste teoriche “Krisis” e “Exit!” e in numerosi libri. Di Kurz sono apparsi in Italia &#8220;La fine della politica e l’apoteosi del denaro&#8221;, &#8220;L’onore perduto del lavoro&#8221;, il &#8220;Manifesto contro il lavoro&#8221;, &#8220;Ragione sanguinaria&#8221; e &#8220;Il collasso della modernizzazione&#8221;.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo">https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo</a></p>
</div>
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		<title>LA STORIA DELLA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE. 1-VISIONI DELL’AUTOMAZIONE</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2019 10:52:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
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<div> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/rivoecon.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5888" title="rivoecon" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/rivoecon-300x128.jpg" alt="" width="300" height="128" /></a></div>
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<p>&nbsp;</p>
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<div id="content">
<article id="post-1225">
<div><strong><span style="font-size: 2em;">La storia della terza rivoluzione industriale. 1-</span></strong></div>
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<h1>Visioni dell’automazione</h1>
<div><strong> <em><a title="Posts by Robert Kurz" href="https://anatradivaucanson.it/author/robert-kurz" rel="author" data-wpel-link="internal">Robert Kurz</a></em></strong></div>
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<div>
<p><em>Iniziamo qui la pubblicazione della sezione VIII di uno dei libri più famosi di Robert Kurz, lo </em>Schwarzbuch Kapitalismus<em> (“Il libro nero del capitalismo”). Questa sezione tratta della storia della cosiddetta terza rivoluzione industriale, l’epoca in cui il capitalismo si fa informatico e cibernetico. In questo momento storico, che è quello che stiamo vivendo, la forza lavoro umana perde il suo ruolo centrale diventando di fatto comprimaria di una svolta epocale in cui il capitale raggiunge i suoi limiti e pone il mondo e tutti noi di fronte ad una decisione molto difficile ma non rimandabile: prendere sul serio la possibilità (forse dovremmo dire la necessità) del suo superamento. L’alternativa è che ad essere superati si sia noi come esseri umani, e con noi il mondo.<br />
Partiamo con il primo capitolo, “Visioni dell’automazione”. A breve seguiranno gli altri otto. Tutto questo dovrebbe preludere alla pubblicazione cartacea dell’intero libro, che auspichiamo avvenga nel minor tempo possibile</em>.</p>
<p>[redazione]</p>
<p>—–</p>
<p>Da <em>Schwarzbuch Kapitalismus</em><br />
Sezione VIII. La storia della terza rivoluzione industriale<br />
• Visioni dell’automazione<br />
• <a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-2-la-razionalizzazione-elimina-luomo" data-wpel-link="internal">La razionalizzazione elimina l’uomo</a><br />
• L’abdicazione dello Stato<br />
• L’ultima crociata del liberalismo<br />
• La nuova povertà di massa<br />
• L’illusione della società dei servizi<br />
• Capitalismo da casinò: il denaro perde il lavoro<br />
• La fine dell’economia nazionale<br />
• Il risveglio dei demoni</p>
<p>La storia della terza rivoluzione industriale</p>
<p>Ormai giunto all’ultimo terzo del XX secolo il capitalismo aveva già dimostrato a sufficienza di quale maestria fosse in grado nell’arte di addestrare gli uomini, fino a che punto esso fosse riuscito nell’impresa di trasformare la maschera delle sue forme feticistiche nel volto del mondo materiale e persino di gran parte del mondo naturale, nonché a spingere verso la negazione di sé grandi masse umane. Ma neppure questa straordinaria prestazione poté mai ammutolire del tutto il disagio elementare, che è fondamentalmente insito nell’autocontraddizione logica di questo modo di produzione e di vita. La fede nel progresso si era già esaurita nel XIX secolo (anche se da allora il suo fantasma viene regolarmente invocato dagli ottimisti di professione e dagli imbonitori del capitalismo per sdrammatizzare la crisi) e il soggetto borghese-illuministico aveva tolto il disturbo, al più tardi con la Prima guerra mondiale, per lasciare il posto ai rituali sado-masochistici del sacrificio di sé in un processo sociale considerato impossibile da governare e tuttavia gli uomini del dopoguerra fordista, degradati a mera materia prima, potevano ancora anestetizzarsi mediante la scialba ebbrezza del consumo. Ma quando giunsero – e più rapidamente del previsto – i limiti del miracolo economico, la coscienza sociale, in virtù del grandioso ottenebramento che aveva colpito trasversalmente tutti i settori teorici e politici, poté reagire solo mediante la rimozione e la dissimulazione.</p>
<p>A partire dai tardi anni Sessanta il disagio della cultura fordista di massa fu certamente il segnale, già in una fase precoce, che la ricreazione era finita, anche nei centri occidentali; esso però non ebbe alcun seguito, non seppe consolidarsi in una nuova critica radicale. Sulle teste gravava il peso mostruoso di quasi tre secoli di modernizzazione e i nuovi movimenti sociali dal 1968, cui mai riuscì di penetrare il nucleo del feticismo moderno, si rivelarono compatibili con il capitalismo perlomeno quanto il vecchio movimento operaio. Non c’è da meravigliarsi che la società globale delle democrazie totalitarie del mercato globale, formatasi nella seconda metà del secolo, iniziasse a correre in modo cieco e afasico verso la propria fine.</p>
<p>Persino le «utopie negative» letterarie, così prodighe di ammonimenti e foriere di cattivi presagi, non furono più di alcuna utilità. Nel complesso la loro interpretazione degli «Stati del lavoro» fordisti appariva insufficiente poiché si concentrava, in ultima analisi, solo sugli elementi del totalitarismo politico; di conseguenza il valore delle relative previsioni si esaurì definitivamente con la fine della prosperità del dopoguerra. Questo pessimismo storico non fu sostanzialmente in grado di cogliere la crisi della fine del Novecento, che rimaneva ancora avvolta dalle nebbie del futuro. In effetti le utopie negative si limitarono a prolungare in maniera fantasmagorica un fordismo le cui forze produttive regolamentate garantivano la sussistenza di individui istupiditi dal consumismo; non vi fu timore legato al capitalismo burocraticamente perfezionato che esse non seppero prevedere, tranne uno: la fine del consumo, il ritorno della povertà di massa e della fame prodotta dalla società stessa.</p>
<p>«Senza sicurezza economica – scrisse da buon liberale Aldous Huxley, nella prefazione alla nuova edizione del suo <em>Mondo nuovo</em> – è impossibile che sorga l’amore per la schiavitù; per ragioni di concisione ritengo che gli onnipotenti esecutivi e i loro manager riusciranno a risolvere il problema di una sicurezza economica duratura».<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-1" rel="footnote" data-wpel-link="internal">1</a> Ma proprio perciò questo genere di immagini distopiche non risultò ancora abbastanza cupo: tutte quante prendevano le mosse dal lavaggio del cervello da parte dello Stato e dalla manipolazione quasi fisiologica attuata dai suoi apparati totalitari, senza riconoscere la vera essenza e i limiti interni della macchina-mondo. Né tantomeno seppero individuare il nucleo della soggettività competitiva negli individui, che, nella crisi, sarebbe stato in grado di scatenare vere e proprie orge di esclusione sociale e di violenza endemica, invece di favorire il funzionamento mansueto, silenzioso e senza attriti di un’omogenea massa unitaria. Questa omogeneità caratterizza precisamente la concorrenza totale tra gli individui astratti, che include l’odio degli schiavi dei mercati anonimi nei confronti di se stessi, inevitabilmente proiettato, durante la crisi, verso l’esterno, contro gli «altri».</p>
<p>Esiste una ragione semplice per la miopia storica delle distopie fordiste e di quelle che le precedettero: hanno tutte come presupposto cieco il sistema del «lavoro astratto», concepito come un meccanismo funzionale e riproduttivo quasi «naturale». Il comando degli apparati di manipolazione fa sempre riferimento alla forma di attività della macchina-mondo produttrice di merce, in cui esiste perlomeno una cosa che sembra essere eterna: la necessità sociale del dispendio massiccio di forza lavoro. È da questo presupposto che si originano tutte le descrizioni orrorifiche di una vita mutilata in maniera meccanica: l’uomo come aggregato del «lavoro» degradato a robot. Anche nell’opera di Huxley, che pure sottolinea il rovescio consumistico a base di <em>panem et circenses</em>, esistono pur sempre «lavoratori» modellati su criteri funzionali, funzionalmente conformati allo stadio embrionale e, infine, «travasati»:</p>
<blockquote><p>Uomini e donne tipificati, a infornate uniformi. Tutto il personale di un piccolo stabilimento costituito dal prodotto di un unico uovo bokanovskificato. «Novantasei gemelli identici che lavorano a novantasei macchine identiche!» […] Milioni di gemelli identici. Il principio della produzione di massa applicato finalmente alla biologia […] «I lavoratori tropicali cominciano a subire le inoculazioni al centocinquantesimo metro» […] «Gli embrioni hanno ancora le branchie. Noi immunizziamo il pesce contro le malattie dell’uomo futuro» […] Sulla rastrelliera 10, file intere della futura generazioni di lavoratori chimici venivano allenate a tollerare il piombo, la soda caustica, il catrame, il cloro. Il primo embrione di un gruppo di duecentocinquanta meccanici di aeroplani-razzo stava passando al 1100° metro della rastrelliera 3 […] «E ora […] vorrei mostrarvi una cosa molto interessante: il condizionatore per ottenere Intellettuali Alfa-Plus. Ne abbiamo un bel numero sulla rastrelliera 5. Prima Galleria» […] «Non si può veramente effettuare nessun condizionamento intellettuale utile, prima che i feti abbiano perduto la coda».<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-2" rel="footnote" data-wpel-link="internal">2</a></p></blockquote>
<p>Questa cieca proiezione futuristica del sistema del «lavoro» astratto venne condotta fino alle sue più estreme conseguenze in un altro celebre romanzo distopico, pubblicato già nel 1895 da H. G. Wells, l’autore della «guerra dei mondi». Ne <em>La macchina del tempo</em>, un’opera che ebbe un successo pari a quello della vicenda dell’attacco marziano, egli sfrutta l’idea del viaggio nel tempo (in quegli anni concepito naturalmente come orientato in maniera univoca al futuro) per prolungare il capitalismo vittoriano a fini di critica sociale fino al suo stadio terminale, quello della degenerazione totale. Nel lontanissimo futuro dell’anno 802.701 il suo viaggiatore temporale si imbatte in una società suddivisa come mai in passato tra fannulloni «inoperosi» e «lavoratori». Sulla superficie del pianeta vivono gli «Eloi», giovani di bell’aspetto e spensierati ma sciocchi e «inutili», discendenti dei capitalisti di un tempo. Nelle città-industrie sotterranee dimorano invece i «Morlocchi», i discendenti degli operai del passato, in quanto già alla fine del XIX secolo era invalsa la «tendenza a utilizzare lo spazio sotterraneo per gli scopi meno ornamentali della civilizzazione» (Wells 1895).<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-3" rel="footnote" data-wpel-link="internal">3</a> Ma dopo un periodo di tempo così lungo entrambe le classi erano ormai entrate nella fase della loro decadenza e si era consumata una singolare inversione del loro rapporto:</p>
<blockquote><p>I miei ospiti del mondo superiore dovevano avere rappresentato, un tempo, l’aristocrazia della razza umana, e i Morlocchi i loro servitori meccanici; ma ormai tutto ciò apparteneva al passato. Le due specie derivate dall’evoluzione dell’uomo stavano scivolando verso nuovi reciproci rapporti, e forse inconsciamente questi rapporti si erano già stabiliti. Gli Eloi, come i re Carolingi erano ormai ridotti a una semplice espressione di vana bellezza; erano ancora padroni della superficie terrestre unicamente perché i Morlocchi, esseri sotterranei da innumerevoli generazioni, non sopportavano la luce del giorno; costoro, concludevo, preparavano gli abiti degli Eloi e provvedevano ai loro quotidiani bisogni, per la vecchia, innata abitudine di servire gli altri, forse. Anche i cavalli continuano, ai nostri giorni, a raspare il terreno con gli zoccoli […] Ma senza dubbio il remoto ordine di cose era già, almeno in parte, invertito; la Nemesi stava rapidamente insinuandosi nel destino della razza più delicata: in epoche trascorse, migliaia di generazioni prima, l’uomo aveva privato il suo fratello degli agi e della vista del sole; adesso questo fratello compiva la strada inversa, e come mutato! Gli Eloi avevano già cominciato di nuovo a imparare una vecchia lezione, facevano di nuovo conoscenza della paura. Proprio in quel momento mi ricordai del pezzo di carne che avevo visto sul tavolo nel mondo inferiore […] Questi Eloi non erano che bestiame ingrassato che i Morlocchi formiche custodivano per poi impadronirsene, e di cui probabilmente sorvegliavano anche la riproduzione.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-4" rel="footnote" data-wpel-link="internal">4</a></p></blockquote>
<p>Ma anche questa arguta invenzione, l’idea di un «cannibalismo di rappresaglia» post-storico, non può comunque occultare la circostanza per cui questo futuro negativo viene pur sempre immaginato come un prolungamento del «lavoro» e giudicato nella prospettiva dello «sfruttamento» astratto. Il sistema del dispendio meccanico di «nervo, muscolo e cervello», fine a se stesso, non viene superato ma sopravvive in una forma degenerata. Evidentemente gli autori di questa critica in forme letterarie avevano dimenticato quale fosse, in ultima istanza, l’autentico problema logico del capitalismo, la sua inestricabile contraddizione interna, oppure ritenevano – è il caso di Huxley – che essa fosse stata risolta positivamente, sebbene la crisi economica mondiale fosse lì a dimostrare l’esatto contrario. Per quanto possa sembrare curioso la crisi economica non trova posto nelle utopie negative, diversamente dallo «Stato del lavoro» totalitario, con la sua presunta onnipotenza.</p>
<p>Visioni dell’automazione</p>
<p>Ovviamente i creatori delle distopie negative, così come i «pratici» del management, conoscevano perfettamente la tendenza strisciante verso la sostituzione tecnologica della forza-lavoro. Perfino il sogno dell’automazione totale era già stata preconizzata da tempo. Quest’ultima idea, tuttavia, non venne percepita come un fatto assolutamente negativo, per quanto la sua realizzazione sembrasse collocarsi in un lontano futuro. Nel 1908 Walther Rathenau fece questa osservazione estemporanea:</p>
<blockquote><p>Una fabbrica ideale dovrebbe funzionare in maniera automatica come un gigantesco meccanismo, con un unico operaio come sorvegliante. L’industria pesante e la chimica industriale sono prossime a questo stadio. Questo operaio-sorvegliante svolgerà esclusivamente un lavoro intellettuale, assumendosi una responsabilità assai gravosa […] l’imprenditore […] ha tutto l’interesse a provvedere che quest’uomo sia ben nutrito, abbia tempo libero per riflettere, sia soddisfatto e di buon umore.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-5" rel="footnote" data-wpel-link="internal">5</a></p></blockquote>
<p>Ma l’idillio armonicistico che Rathenau coltiva qui si riferisce solo agli «imprenditori» e ai loro unici lavoratori residui; stranamente non affiora la questione circa l’esito di questa situazione se essa si generalizzasse e se i «lavoratori soddisfatti» assieme con il loro «buon umore» si fossero ridotti ad una sparuta pattuglia mentre il grosso dei lavoratori venisse espulso dalla riproduzione sociale come una scoria residua di «superflui» del capitalismo.</p>
<p>Anche in seguito, mentre Henry Ford furoreggiava con la seconda rivoluzione industriale, aleggiò pur sempre la certezza implicita che, nonostante la razionalizzazione operata dalla catena di montaggio e dalla «scienza del lavoro» taylorista, la forza-lavoro umana non sarebbe mai davvero scomparsa su larga scala. Non c’è dubbio: durante la crisi economica mondiale la disoccupazione di massa venne messa in relazione (spesso in tono accusatorio per scopi di agitazione) con i nuovi processi tecnici. Ma l’idea che la crisi del capitalismo potesse assumere le sembianze di una crisi fondamentale della «società del lavoro» e quindi del «lavoro astratto» superava di gran lunga l’immaginazione dei contemporanei.</p>
<p>Ma sul piano logico si trattava di un’idea del tutto verosimile: una volta che l’uomo delle industrie fordiste era stato trasformato in un automa, sarebbe bastato solo qualche passo in avanti nello sviluppo per sostituirlo con un vero automa. Per quanto possa sembrare strano i creatori delle utopie negative non avevano previsto questa possibilità oppure, in ogni caso, non seppero intuire il suo dirompente effetto sociale, preferendo associare il loro pessimismo storico ad altri problemi. Ma ancora più sorprendente è l’ottimismo dimostrato da quei pochi teorici che, volgendo lo sguardo al futuro, compresero che il fordismo era indubbiamente solo lo stadio preliminare di un processo di automazione fino a quel momento ritenuto impossibile.</p>
<p>Anche Keynes apparteneva al numero di questi ottimisti storici della terza rivoluzione industriale, ancora nascosta nel grembo del futuro ma destinata presto o tardi a cancellare il fordismo. Nel 1930 Keynes, ancora nel bel mezzo della seconda rivoluzione industriale, si dilungò in maniera frivola circa le «possibilità economiche dei nostri nipoti», nonostante il tenore critico con cui attacca la sua argomentazione:</p>
<blockquote><p>Noi abbiamo invece contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e lo scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove. Ma si tratta di uno scompenso temporaneo. Nel lungo periodo, l’umanità è destinata a<em> risolvere tutti i problemi di carattere economico</em>. Mi spingo a prevedere che di qui a cento anni il tenore di vita nei paesi avanzati sarà fra le quattro e le otto volte superiore a quello attuale. Alla luce delle nostre conoscenze attuali, è il meno che si possa dire. E immaginare una crescita anche più significativa non sarebbe un azzardo […] La conclusione è che, in assenza di conflitti drammatici, o di drammatici incrementi della popolazione, fra cento anni, il problema economico sarà risolto, o almeno sarà prossimo a una soluzione. In altre parole, se guardiamo al futuro l’economia non si presenta come un problema permanente della nostra specie. Ma perché addirittura sbalordirsi, vi chiederete. Bè, perché se per un attimo ci rivolgiamo al passato, anziché al futuro, il problema dell’economia, della lotta per la sopravvivenza, è sempre stato il problema fondamentale, e il più pressante che la nostra specie – e non solo la nostra, ma tutte le specie viventi, fin dall’alba della storia – si sia trovata a dover affrontare. In un certo senso, ci siamo evoluti – e con noi le nostre pulsioni, e i nostri istinti più profondi – per risolvere il problema economico, e una volta che questo fosse risolto, l’umanità si ritroverebbe priva del suo obiettivo più tradizionale. Sarebbe un bene? Per chi crede ai veri valori della vita, forse sì. Anche se, personalmente, l’idea che l’uomo medio debba cambiare abitudini e istinti in pochi decenni, abbandonando quelli accumulati da generazioni, un po’ mi inquieta. Per usare il linguaggio dei giorni nostri, non rischiamo un «esaurimento nervoso»? […] Insomma per la prima volta dalla creazione l’uomo si troverà ad affrontare il problema più serio, e meno transitorio – come sfruttare la libertà dalle pressioni economiche, come occupare il tempo che la tecnica e gli interessi composti gli avranno regalato, come vivere in modo saggio, piacevole, salutare […] Eppure nessun paese, e nessun popolo, può guardare alla prospettiva di questa età dell’oro senza un filo di apprensione. Da troppo tempo ci alleniamo a combattere, non a divertirci. Per l’uomo medio, che non ha particolari talenti e nemmeno radici nella terra, o nelle venerate convenzioni di una società tradizionale, tenersi occupato rappresenta un problema tremendo […] Turni di tre ore, o settimane di quindici, potranno procrastinare per un po’ il problema. Tre ore al giorno dovrebbero senz’altro bastare per placare l’Adamo […] Saremo finalmente in grado di buttare alle ortiche molti pseudo-principi che ci affliggono da duecento anni, e che ci hanno spinto a far passare alcune fra le più ripugnanti virtù umane per virtù eccelse […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-6" rel="footnote" data-wpel-link="internal">6</a></p></blockquote>
<p>C’è di che restare increduli: nel rapporto tra potenzialità dell’automazione e «disoccupazione tecnologica» il grande economista borghese Keynes riesce a cogliere solo un problema di natura culturale e psicologica: la questione se le masse «liberate» dalla vaticinata terza rivoluzione industriale saranno in grado di vedersela assennatamente con un ozio scevro da preoccupazioni, che verrà donato loro dallo sviluppo capitalistico. Un’argomentazione pressoché analoga, sebbene in una formulazione sostanzialmente più critica, venne presentata 28 anni più tardi dalla filosofa americana Hannah Arendt nella sua opera <em>Vita Activa</em>:</p>
<blockquote><p>[…] forse altrettanto decisivo, è un altro evento non meno temibile, l’avvento dell’automazione, che in pochi decenni vuoterà probabilmente le fabbriche e libererà il genere umano dal suo più antico e più naturale fardello, il giogo del lavoro e la schiavitù della necessità. Anche qui, è in gioco un aspetto fondamentale della condizione umana, ma la ribellione contro di esso e il desiderio di essere liberati dalla «fatica e dell’affanno» del lavoro non sono moderni ma vecchi come una storia che ci è stata tramandata […] Può sembrare che il progresso scientifico e l’evoluzione della tecnica siano stati impiegati solo per conseguire ciò che tutte le generazioni passate avevano sognato senza poterlo realizzare. Tuttavia è così solo in apparenza. L’età moderna ha comportato anche una glorificazione teoretica del lavoro, e di fatto è sfociata in una trasformazione dell’intera società in una società di lavoro. La realizzazione del desiderio, però, come avviene nella fiabe, giunge al momento in cui può essere solo una delusione. È una società di lavoratori quella che sta per essere liberata dalle pastoie del lavoro, ed è una società che non conosce più quelle attività superiori e più significative in nome delle quali tale libertà meriterebbe di essere conquistata […] Ci troviamo di fronte alla prospettiva di una società di lavoratori senza lavoro, privati cioè della sola attività rimasta loro. Certamente non potrebbe esserci niente di peggio.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-7" rel="footnote" data-wpel-link="internal">7</a></p></blockquote>
<p>Evidentemente gli ideologi del capitalismo conoscono molto male il loro stesso sistema. Soprattutto perché lo presuppongono alla stregua di un assioma e lo destoricizzano, servendosi delle categorie sovrastoriche e ontologiche dell’economia; fu per questa ragione Keynes che non fu in grado di giudicare i problemi da lui analizzati come il risultato di un processo di sviluppo irreversibile invece che come «casi possibili» di una forma sociale atemporale. Tuttavia Hannah Arendt si rende perlomeno conto del fatto che la glorificazione del lavoro ebbe inizio solo nel XVII secolo mentre Keynes identifica invece, ancora una volta, il famigerato «problema economico», ossia il sistema delle vessazioni capitalistiche, con una «condizione di natura» generale che costringerebbe tutte le specie viventi, fin dall’alba della storia», ad affannarsi in ossequio ai criteri capitalistici dell’autoconservazione (ma è la pigrizia a caratterizzare di fatto le specie animali visto che la loro «autoconservazione», in realtà, non si fonda affatto su di un’attività incessante e fine a se stessa).</p>
<p>Per giunta Keynes non fa che ripetere in maniera insulsa la vecchia bugia liberale secondo cui l’economia di mercato avrebbe originato un incremento permanente del benessere, di cui però la maggior parte dell’umanità non ha mai goduto in prima persona. Di conseguenza la superfluità del lavoro degli anni a venire gli appare solo come un ulteriore miglioramento del tenore di vita, obiettivo verso cui sembrano tendere da sempre la «tecnica» e gli «interessi composti». Sembra proprio convinto che l’imminente obsolescenza del «lavoro», sul piano economico, rappresenti solo un piccolo problema di adattamento in seno all’ordine sociale esistente quando invece la fine del «problema economico» in realtà coincide proprio con la fine del capitalismo. Credeva seriamente Keynes che il sistema si sarebbe limitato a congedare il proprio materiale umano, lasciandolo dormire sonni tranquilli?</p>
<p>Va detto però che non è il caso di sottovalutare l’interiorizzazione della disciplina del lavoro in quanto problema psicologico e culturale alla luce del fatto che il sistema del «lavoro astratto» si sta convertendo in un’assurdità pura e semplice. D’altro canto il problema dell’«occupazione» non sarebbe poi così tremendo se sotto questa etichetta non si indicasse più l’attività alienata al servizio del fine-in-sé della «bella macchina». La sorte dell’uomo «disoccupato» in senso capitalistico, che se ne sta alla finestra con un’aria inebetita fino a quando la morte non lo redime dalle sue tribolazioni, è piuttosto frequente per le carcasse spossate di coloro che, dopo una macinazione aziendale durata tutta una vita, raggiungono finalmente i limiti di età; tuttavia, ad onta di tutti i condizionamenti sono davvero pochi quelli che si dimostrano così congenitamente e inossidabilmente ottusi da precipitarsi a «lavorare» perché altrimenti non saprebbero che fare di se stessi. La schiavitù volontaria sotto il giogo dei mercati anonimi ha sempre la sua motivazione fondamentale nella «costrizione muta dei rapporti» (Marx), che deruba gli uomini di tutte le risorse di cui potrebbero disporre e di tutte le relazioni sociali, costringendoli ad assoggettarsi ad una forma di attività disprezzata, pena l’esclusione dai fondamenti della propria esistenza.</p>
<p>Inoltre ciò che viene interiorizzato non è il «lavoro astratto» come tale ma la forma generale di relazione basata sul «guadagno di denaro» e sulla concorrenza, che ne è un derivato. Pertanto il disorientamento culturale dell’uomo nell’obsolescenza del «lavoro astratto» costituisce solo un problema collaterale perché il problema vero consiste nell’espulsione degli individui durevolmente e strutturalmente «superflui» dal sistema del «guadagno monetario» e della concorrenza, che però rimane pur sempre la condizione della loro esistenza. Keynes e Arendt disconoscono completamente la circostanza per cui la razionalità aziendale è fondamentalmente incapace di tradurre l’automazione in una diminuzione corrispondente del «lavoro astratto» (per Keynes fino a quindici ore settimanali – e anche qui solo per ragioni terapeutiche!). Questo abbaglio colossale dipende dal fatto che la cecità ideologica liberale fa derivare la moderna costrizione al lavoro dalla necessità «naturale» dell’accrescimento del benessere materiale concreto invece che dall’astratto fine-in-sé della macchina-mondo; se le cose stessero effettivamente così il flusso automatico della ricchezza materiale ridurrebbe necessariamente in maniera altrettanto «naturale» e progressiva il tempo di lavoro fino alla sua totale sparizione.</p>
<p>Si dà il caso però che, malauguratamente, sia vero proprio l’esatto contrario; infatti l’automa del calcolo aziendale preferirebbe di gran lunga mettere alla frusta, ventiquattr’ore su ventiquattro, l’ultimo operaio sopravvissuto (quello di Rathenau) ed espellere nel contempo i «superflui», senza concedere loro, in linea di principio, neppure un tozzo di pane. Ed è questa l’unica evoluzione logicamente possibile dell’automazione nel capitalismo: per esso la disoccupazione di massa non implica affatto una condizione gratificante di ozio per le masse, bensì la povertà di massa o, in casi estremi, la morte di massa. Questa logica connaturata alla razionalità economica deve imporsi necessariamente con il progresso dell’automazione, vanificando inesorabilmente i tradizionali meccanismi compensativi della crescita industriale. Ha perfettamente ragione Hannah Arendt quando giudica in modo profondamente negativo il fatto che alla moderna società del lavoro venga a mancare il «lavoro» – tuttavia tale giudizio risulta valido solo se inteso come pronostico di una grande crisi, non solo culturale, ma soprattutto sociale ed economica; inoltre non si tratterrà di una crisi passeggera, ma di un vero e proprio collasso storico del sistema, poiché questo «lavoro» in via di estinzione non è altro che la sostanza feticistica del capitale stesso.</p>
<p>Ma l’ufficialità e le istituzioni borghesi, caparbiamente aggiogate alla macchina sociale capitalistica, che allo stesso tempo garantisce la loro legittimazione esistenziale, furono costrette a respingere tale pensiero (proprio come ai giorni nostri) proprio come le masse lavoratrici, modellate sulla forma-soggetto e sulla forma-relazione del sistema della merce. Nonostante tutto però si levarono comunque voci isolate che misero in guardia circa la possibilità di una nuova ed inaudita catastrofe economica del capitalismo, causata dall’automazione, pur senza comprendere il nesso interno (e l’identità fondamentale) tra «lavoro», denaro e capitale e avanzando preferibilmente argomenti di natura morale. Tra di esse va citato anzitutto Norbert Wiener (1894-1964), il più importante tra i fondatori della cibernetica. In un celebre libro su questo tema, pubblicato poco dopo la Seconda guerra mondiale, Wiener formulò previsioni radicali, manifestando il suo profondo pessimismo in quanto egli, diversamente da Keynes o Arendt, era perfettamente conscio della situazione:</p>
<blockquote><p>La fabbrica automatica, la catena di montaggio senza l’intervento dell’uomo, sono una realtà tanto lontana da noi, quanto limitata è la nostra volontà di mettere alla sua soluzione l’impegno posto, per esempio, nello sviluppo della tecnica del radar nella seconda guerra mondiale […] Può essere utile per l’umanità che la macchina la liberi dalla necessità di occupazioni servili e spiacevoli; ma può anche non esserlo. Non sono in grado di stabilirlo. Non può certo essere bene enunciare queste nuove possibilità in termini economici della moneta che esse fanno risparmiare […] Posso forse chiarire i presupposti storici della situazione odierna se dico che la prima rivoluzione industriale, la rivoluzione dei «neri, satanici opifici» rappresentò la svalutazione delle braccia umane al confronto della macchina […] La rivoluzione industriale moderna è ugualmente portata a svalutare il cervello umano, almeno nelle più semplici ed usuali decisioni. Naturalmente, come il falegname, il meccanico, il sarto specializzati sono in qualche modo sopravvissuti alla prima rivoluzione industriale, così lo scienziato e l’amministratore specializzati possono sopravvivere alla seconda. Certo che, una volta compiutasi la seconda rivoluzione, l’essere umano medio, di capacità mediocre o meno, non ha più niente da offrire che meriti di essere acquistato. La soluzione risiede, naturalmente, in una società basata più sui valori umani che sulla compra-vendita. Per giungere a questa società occorreranno grandi pianificazioni e grandi lotte che, se il meglio viene dal meglio, potrebbero essere sul piano delle idee ma potrebbero anche non esserlo […] Il meglio che possiamo fare è di cercare di far conoscere ad un vasto pubblico i vantaggi e gli svantaggi di questo lavoro […] Scrivo nel 1947, e sono costretto a dire che è una speranza molto tenue.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-8" rel="footnote" data-wpel-link="internal">8</a></p></blockquote>
<p>Wiener mescola qui la seconda rivoluzione industriale, già visibile, con la terza rivoluzione industriale, ancora invisibile, che per l’autore appare solo come un prolungamento della precedente. Certo, ogni rivoluzione industriale costituisce il fondamento della successiva, si possono osservare stadi intermedi e transizioni, in quanto la concorrenza spinge permanentemente verso l’innovazione tecnologica. Ma considerando questo sviluppo sul lungo periodo e su scala più vasta è possibile individuare modelli coerenti che costituiscono su una base tecnologica assolutamente specifica un’epoca socio-economica corrispondentemente specifica.</p>
<p>Mentre la prima rivoluzione industriale fu caratterizzata dall’impiego del carbone e del vapore, che causò la rovina dei tradizionali produttori artigianali, la seconda rivoluzione si fondò invece sul motore a combustione interna, sulla catena di montaggio e sulla «scienza del lavoro» aziendale, in associazione con una scissione socio-economica epocale tra il periodo delle guerre mondiali industrializzate e quello della prosperità fordista del dopoguerra. La terza rivoluzione industriale avrebbe trovato la sua base tecnologica nell’elettronica e nelle «scienze dell’informazione» e ne sarebbe seguito un nuovo stadio qualitativo della disoccupazione di massa e quindi della crisi del sistema. Il pessimismo precoce di Wiener circa la possibile inconciliabilità tra l’ulteriore progresso produttivo e il modo di produzione dominante sulla base dei «mercati del lavoro» – emersa dalle sue ricerche sul piano tecnologico – era fin troppo giustificato; ma le sue indicazioni, in cui la seconda rivoluzione industriale non si distingueva nettamente dalla terza, risultarono prive di effetto e non c’è da stupirsene visto che nel 1947 la piena affermazione del fordismo era ancora a venire.</p>
<p>Nel 1965, quando il boom era ancora al suo apice, il sindacato tedesco IGM (Industriegewerkschaft Metall), uno dei più importanti del mondo, organizzò un congresso dal titolo «Automazione: rischi e opportunità», che venne documentato da due ponderosi volumi. Nonostante si discutesse già di calcolatori elettronici e di nuove potenzialità di razionalizzazione, il futuro della terza rivoluzione industriale venne esaminato attraverso le lenti fordiste della «piena» occupazione di massa. A prevalere era l’ottimismo, come testimonia del resto l’adozione del sempiterno ragionamento capitalistico circa «rischi e opportunità», laddove i «rischi» sono funzionali solo allo sfruttamento di formidabili «opportunità», così da giustificare preventivamente il corso capitalistico delle cose. L’allora presidente di IGM, Otto Brenner (1907-1972) rifletteva così in tutta serenità:</p>
<blockquote><p>Nonostante l’automazione e l’impiego della tecnologia, in Germania c’è da anni la piena occupazione […] I sindacati dissentono nella maniera più assoluta da coloro che si attendono fatalmente la disoccupazione di massa dall’automazione e dalle altre forme di progresso tecnico […] Per i sindacati il progresso tecnologico è uno strumento necessario per il raggiungimento di uno standard di vita migliore per tutti […] Un futuro tecnologicamente avanzato pone anche nuovi compiti ai sindacati. Del resto i sindacati rivendicano già per se stessi il merito di avere realizzato nel passato, mediante politiche efficaci circa i livelli salariali e l’orario di lavoro, tutto ciò che era necessario fare per la garanzia della piena occupazione. Al momento non siamo ancora riusciti ad assicurare posti di lavoro equivalenti ai lavoratori sostituiti dalla tecnologia.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-9" rel="footnote" data-wpel-link="internal">9</a></p></blockquote>
<p>Indubbiamente lo sguardo sul futuro dei sindacati, come già nel dibattito sulla razionalizzazione fordista degli anni Venti, confidava in maniera tenace ed esclusiva su un’imprecisata rivoluzione tecnologica del capitalismo, sulla possibilità di ridefinirla in termini cosmetici e sulla speranza di sopravvivere anche ad una nuova epoca di razionalizzazione e di automazione mediante una collaborazione positiva. In questo dibattito i rappresentanti delle istituzioni internazionali si espressero in maniera ancora più ottimistica, addirittura euforica, come dimostra ad esempio Jef Rens, dirigente dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL) di Ginevra:</p>
<blockquote><p>Mediante gli immani progressi tecnici del più recente passato diviene possibile produrre un profluvio costantemente crescente di beni, per soddisfare i desideri e i bisogni degli uomini. Possiamo riflettere come mai prima d’ora sul modo in cui vogliamo utilizzare questa produttività crescente […] L’ampliamento prevedibile del tempo libero offrirà anche possibilità estese per un suo impiego costruttivo. In questo sviluppo un ruolo considerevole potrebbero giocarlo proprio i sindacati. Essi sono stati creati e diretti dai lavoratori stessi e hanno quindi i presupposti ideali per la stesura e la realizzazione di programmi che possano dischiudere ai lavoratori una vita più ricca e più soddisfacente. Il movimento sindacale può stabilire nel migliore dei modi quali occupazioni siano di interesse per i suoi membri nel tempo libero e dare una forma corrispondente ai propri programmi. Al movimento sindacale odierno compete sicuramente ancora un grosso compito.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-10" rel="footnote" data-wpel-link="internal">10</a></p></blockquote>
<p>Anche Michael Harris, vice-segretario generale dell’OCSE, condivide questo assurdo ottimismo, che vede nei sindacati del futuro una specie di organizzazione-fornitrice di senso per l’incombente società del tempo libero:</p>
<blockquote><p>Forse si è prestata meno attenzione alle opportunità della tecnica moderna che ai suoi pericoli. Finora però l’incremento della produttività ha condotto ad un miglioramento costante del tenore di vita in tutti i paesi che hanno adottato le nuove tecniche. Nulla giustifica l’assunto secondo cui l’automazione dovrebbe cambiare lo stato delle cose.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-11" rel="footnote" data-wpel-link="internal">11</a></p></blockquote>
<p>Nella più completa ignoranza di ogni vincolo economico strutturale a pronunciarsi qui con forza è unicamente la volontà di chi vorrebbe giudicare la terza rivoluzione industriale ai suoi albori solo dal punto di vista del boom fordista, già in fase declinante, e dunque come se si trattasse di un suo prolungamento. Aspettative che vennero alimentate anche da molti scienziati sociali. Sotto questo riguardo, nel novero dei più rinomati ottimisti di professione troviamo anche il sociologo francese Jean Fourastié (1907-1990), che volle calcolare anticipatamente la diminuzione del tempo di lavoro, rigidamente limitata ai centri della prosperità fordista, per il secolo successivo:</p>
<blockquote><p>Ai giorni nostri è ampiamente condivisa l’idea che già in un prossimo futuro, nei paesi economicamente più sviluppati, l’uomo medio potrà soddisfare le sue necessità con un’attività lavorativa di trenta ore settimanali […]; in ogni caso i progressi della scienza e della tecnica, messi a punto nei paesi occidentali, fanno apparire queste prospettive come assolutamente giustificate […]; senza voler fissare un punto ben preciso nel tempo, possiamo ipotizzare che ben si accordino 30 ore di lavoro a settimana per 40 settimane di lavoro all’anno. Ne risultano 30 per 40 uguale 1200 ore all’anno […] Poiché la durata media della vita di un uomo è di circa ottant’anni […] i nostri discendenti dedicheranno solo sei ore su cento al lavoro nella produzione, che per millenni ha divorato quasi per intero la forza fisica e l’attività mentale di milioni dei nostri antenati. In altre parole stiamo sperimentando attualmente il passaggio dell’uomo da una fase di dipendenza dal tempo a una fase di abbondanza temporale.<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-12" rel="footnote" data-wpel-link="internal">12</a></p></blockquote>
<p>Proprio come i suoi colleghi della gilda economica e filosofica Fourastiè – la cui ottimistica visione dell’avvenire ha per titolo <em>Le 40.000 ore</em> (di più l’uomo non dovrebbe lavorare in futuro per l’intera durata della sua vita) – ignora completamente la logica capitalistica, istituisce una relazione immediata tra «progresso tecnologico» e «tempo di lavoro» e, per inciso, distorce ancora una volta la storia sociale dell’umanità quando afferma che gli uomini premoderni «per millenni» dovevano consumare tutto il loro tempo vitale per il «lavoro», il che non risponde minimamente al vero; infatti l’assurda tendenza ad incrementare la forza produttiva al solo scopo di convertire, se possibile, l’intero spazio della vita in «lavoro» è un fenomeno esclusivo del capitalismo. E se Keynes e Arendt si erano perlomeno posti il problema culturale e psicologico del superamento della «società del lavoro» ad opera dello sviluppo delle forze produttive, Fourastiè manifesta solo un’ingenua, sfrenata fede miracolistica nella tecnologia che, alla luce delle condizioni odierne, appare addirittura strampalata.</p>
<blockquote><p>Adesso anche l’uomo normale potrà «perfezionarsi», ampliare le sue capacità, ridurre la sua fatica o perfino abolirla (!) e influenzare il suo patrimonio ereditario […] Nella biologia degli animali e delle piante esiste già un bestiame da macello che i nostri antenati avrebbero ritenuto fiabesco, pesche dal peso di mezzo chilo, mele dal peso di un chilo […]; nel 1965 è entrata in funzione la centrale atomica di Hanford ed è in essa che si può riconoscere l’aspetto che assumeranno le gigantesche centrali del prossimo futuro […].<a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fn-1225-13" rel="footnote" data-wpel-link="internal">13</a></p></blockquote>
<p>Una tale euforia ha in sé qualcosa di spettrale se si pensa che la fede ottocentesca nel progresso, sia liberale che socialista, ridimensionata in forme tecnologiche o tecnocratiche, si era già catastroficamente spenta nell’epoca delle guerre mondiali industrializzate e della crisi economica mondiale. Sarebbe tuttavia corretto dire che la breve fase della prosperità fordista dopo il 1950 introdusse nella coscienza sociale una parodia di questa speranza tecnocratica. Il pallido ottimismo di Fourastiè si colloca indubbiamente nel contesto delle utopie tecnologiche fordiste che vennero divulgate dappertutto su di un livello intellettuale estremamente basso. L’«abolizione della fatica», che la tecnologia sembrava rendere possibile, va di pari passo con le fantasie contemporanee, diffuse dalle riviste tecniche per dilettanti o dai romanzi fantascientifici, a base di alimenti in pillole, autostrade lanciate sul lago di Costanza o rasoi meccanici alimentati da reattori atomici in miniatura.</p>
<p>(<em>Traduzione dal tedesco di Samuele Cerea</em>)</p>
<p>—–<br />
Note:</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-1" data-wpel-link="internal">1</a>.A. Huxley, <em>Foreword to second edition of Brave New World</em>, 1947.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-2" data-wpel-link="internal">2</a>.A. Huxley, <em>Brave New World</em>, New York, 1932; <em>Il mondo nuovo</em>, Bompiani, Milano, 1991, pp.9, 17-18. Trad. di Lorenzo Gigli.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-3" data-wpel-link="internal">3</a>.H. G. Wells, <em>The Time Machine</em>, Londra, 1895; <em>La macchina del tempo</em>, Rizzoli, Milano, 1959, p.70. Trad. di Rossana De Michele.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-4" data-wpel-link="internal">4</a>.<em>Ibidem</em>, pp.83, 88.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-5" data-wpel-link="internal">5</a>.W. Rathenau, <em>Anmerkung vom Konsumanteil</em> in <em>Schriften</em>. Band IV, Berlino, 1908, p.304.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-6" data-wpel-link="internal">6</a>.J. M. Keynes, <em>Economic Possibilities for Our Grandchildren</em>, Londra, 1931; <em>Possibilità economiche per i nostri nipoti</em>, Adelphi, Milano, 2009, pp.19 e ss. Trad. di M. Parodi.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-7" data-wpel-link="internal">7</a>.H. Arendt, <em>The Human Condition</em>, New York, 1958; <em>Vita activa</em>, Bompiani, Milano, 1994, pp.4-5, trad. di S. Finzi.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-8" data-wpel-link="internal">8</a>.N. Wiener, <em>Kybernetik. Regelung und Nachrichtenübermittlung im Lebewesen und in der Maschine</em>, 1948; <em>La cibernetica</em>, Bompiani, Milano, 1953, pp.43 e ss. Trad. di O. Beghelli.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-9" data-wpel-link="internal">9</a>.Otto Brenner, <em>Automation und technicher Fortschritt in der Bundesrepublik in Automation. Risiko und Chance</em>, Bd I, <em>Beiträge zur zweiten internationalen Arbeitstagung der Industriegewerkschaft Metall für die Bundesrepublik Deutschland über Rationalisierung, Automatisierung und technischen Fortschritt</em>, Francoforte sul Meno, 1965.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-10" data-wpel-link="internal">10</a>.Jef Rens, <em>Technischer Fortschritt und die Tätigkeit der internationalen Arbeitsorganisation (IAO)</em>, in <em>Automation. Risiko und Chance</em>, Bd I.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-11" data-wpel-link="internal">11</a>.Michael Harris, <em>Technischer Fortschritt und die Tätigkeit der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD)</em>, in <em>Automation. Risiko und Chance</em>, Bd I.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-12" data-wpel-link="internal">12</a>.J. Fourastié, <em>Les 40.000 heures</em>, 1965.</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione#fnref-1225-13" data-wpel-link="internal">13</a>.<em>Ibidem</em>.</p>
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<div><a href="https://anatradivaucanson.it/author/robert-kurz" data-wpel-link="internal"><img src="https://anatradivaucanson.it/wp-content/uploads/2019/02/RobotWriting3.jpg" alt="" width="75" height="75" data-src="https://anatradivaucanson.it/wp-content/uploads/2019/02/RobotWriting3.jpg" data-srcset="https://anatradivaucanson.it/wp-content/uploads/2019/02/RobotWriting3.jpg 2x" /></a></div>
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<h3>ROBERT KURZ</h3>
<p>Robert Kurz (1943-2012). Ha sviluppato una critica radicale della modernità e una nuova teoria della crisi mondiale attraverso l’analisi del sistema globale del capitalismo. Le sue teorie sono state pubblicate sulle riviste teoriche “Krisis” e “Exit!” e in numerosi libri. Di Kurz sono apparsi in Italia &#8220;La fine della politica e l’apoteosi del denaro&#8221;, &#8220;L’onore perduto del lavoro&#8221;, il &#8220;Manifesto contro il lavoro&#8221;, &#8220;Ragione sanguinaria&#8221; e &#8220;Il collasso della modernizzazione&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione">https://anatradivaucanson.it/critica-delleconomia/la-storia-della-terza-rivoluzione-industriale-1-visioni-dellautomazione</a></p>
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		<title>Ardire di essere illiberali. Questo è l&#8217;imperativo</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jun 2011 08:14:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano DAndrea</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[giudizio giuridico]]></category>
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		<description><![CDATA[di Stefano D&#8217;Andrea “Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino ad allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefano D&#8217;Andrea</p>
<p>“<em>Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino ad allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, conoscenza, ecc. – tutto divenne commercio. E’ il tempo della corruzione generale, della venalità universale o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale o fisica, divenuta valore venale, viene messa sul mercato per essere apprezzata al suo giusto valore</em>” [Marx, <em>Miseria della filosofia</em>, <em>Risposta alla filosofia della miseria di Proudhon</em>, (1847), Roma, 1998, p. 78]</p>
<p>L’era della mercificazione totale, magnificamente ritratta nella pagina di Marx, è giunta. Si è compiuta.</p>
<p>Si è compiuta, perché la nostra generazione ha vissuto anni nei quali tutto era alienabile e tutto è stato alienato.</p>
<p>Il prestigio di uomo di cultura e di uomo di sport è stato venduto mediante contratti di sponsorizzazione. Può apparire curioso ma fino a pochi decenni fa ripugnava, non soltanto alla coscienza sociale, bensì anche all’ordine giuridico, che qualcuno potesse vendere il proprio prestigio. La giurisprudenza, in tempi che culturalmente ci appaiono lontanissimi ma che storicamente sono vicini, negava validità ai primi contratti di sponsorizzazione.</p>
<p>Gli occhi, le anime, le menti dei telespettatori sono continuamente venduti al capitale marchio. Questa vendita è il fondamento strutturale della moderna società capitalistica. Anche in questo caso, fino al recente avvento della televisione commerciale, il fenomeno aveva un rilievo relativo e non poteva essere definito strutturale.</p>
<p>L’utero è stato affittato;  lo sperma e l’ovulo venduti. I divieti di alcuni stati nazionali poco hanno potuto contro il mercato globale, che gli stati, becchini di sé medesimi, hanno concorso a creare.</p>
<p>Saper vendere la propria persona è diventata la prima e più importante qualità per ogni uomo che intenda percorrere una carriera. E sapersi vendere significa comportarsi come l’altro si attende da te. “<em>Sono come tu mi vuoi</em>” è la regola imperante. Ed è regola diabolica, perché auto-impone la vendita dell’anima.</p>
<p>L’esercizio dei poteri pubblici è stato venduto: da chi è stato al vertice del potere politico di uno stato europeo (si pensi al caso dello spregevole Schroeder), cosa mai accaduta prima, e da milioni di più modesti funzionari, in quantità un tempo impensabili anche nei periodi di grande corruzione.</p>
<p>Medici vendono il loro ruolo e la loro missione alle case farmaceutiche.</p>
<p>Le Università, in cambio delle tasse pagate da alcune categorie di iscritti (consulenti del lavoro, finanzieri, guardie forestali, ecc.) e dei finanziamenti che lo Stato italiano, ormai miserabile, ha elargito (anche) in funzione di quelle categorie di iscritti, hanno venduto il titolo di dottore.</p>
<p>La simpatia, la sveltezza e la purezza dei bambini sono vendute in programmi televisivi, dove piccole anime innocenti cantano canzoni con testi da adulti, sebbene, a rigore, sovente si tratti di testi da adulti-minorati. I tempi in cui le apparizioni televisive dei bambini erano limitate allo zecchino d’oro appaiono lontanissimi; e invece sono appena dietro di noi.</p>
<p>Mai la prostituzione è stata diffusa come nel nostro tempo.</p>
<p>E nell’epoca di internet il primato sulla rete spetta ai siti pornografici. Tramite il telefono voci di donna vendono compagnia a giovani e vecchi arrapati. Finanche l’erezione e l’eccitazione sono state vendute e acquistate nella forma di viagra e simili.</p>
<p>Sono stati acquistati nasi, seni, zigomi, occhi, fianchi e glutei.</p>
<p>Gli psicofarmaci impazzano. Anche la felicità o meglio la serenità ormai è in gran parte venduta. E nella madrepatria della mercificazione, persino la calma e l’attenzione dei bambini sono vendute e acquistate: si paga denaro per ottenere “sostanze” (psicofarmaci) che servirebbero a calmare e rendere attento un bambino.</p>
<p>Come se ne esce? Dico astrattamente, magari con un percorso lungo un secolo.</p>
<p>E’ pensabile una proposta politica alternativa a quella dominante che tralasci il tema della mercificazione? Assunto l’orizzonte della mercificazione totale, come orizzonte comune al pensiero dominante e a quello che stiamo ipotizzando “critico”, può quest’ultimo essere davvero considerato come “critico” se affonda sulla medesima <em>indifferenza dei valori</em> sulla quale poggia il sistema dominante? Il partito alternativo al partito unico delle due coalizioni, se e quando verrà, deve essere anche, per certi versi, un “<em>partito della verità e della giustizia</em>”?</p>
<p>Ripeto la domanda, perché nella nostra cultura suona come un’assoluta novità: <em>il partito alternativo al partito unico delle due coalizioni, che si spera venga prima o poi ad esistenza, deve essere anche un “</em>partito della verità e della giustizia<em>”?</em></p>
<p>La mercificazione totale non è periferica rispetto al sistema che si vorrebbe contestare; ne è il cuore pulsante. Se è sovrastruttura, è elemento di quella parte della sovrastruttura che condiziona la struttura. So che un tempo avrei sorriso e sarei persino inorridito per la domanda che pongo; mentre oggi essa mi appare domanda dotata di senso: domanda radicale. Una delle più profonde e importanti domande imposte dal pensiero critico.</p>
<p>Offrire una risposta negativa – non abbiamo bisogno di un partito della verità e della giustizia – appaga il nostro sentirci occidentali, eredi dell’illuminismo, atei o agnostici e comunque laici; ma al tempo stesso pone in dubbio e anzi direi in crisi il nostro anticapitalismo o comunque il nostro essere critici nei confronti dell’esistente, posto che l’era ritratta da Marx, ormai giunta a compimento, è l’era del capitalismo trionfante che stiamo vivendo: l’era della mercificazione totale. La risposta negativa si nasconde dietro un dito, quando muove dalla considerazione che sia sufficiente attribuire al cittadino il diritto di non acquistare. Questo è proprio il pensiero dominante, che ha orrore di norme che pongano il divieto di produrre e di vendere: lo schiavo, come è noto, è schiavo in primo luogo perché pensa come uno schiavo.  </p>
<p>La risposta positiva è coerente con la critica del capitalismo e con il pensiero critico in generale, ma impone una riflessione sull’eredità dell’illuminismo e segnatamente sul <em>principio della separazione del giudizio politico-giuridico dal giudizio morale</em>. L’esito della inesorabile applicazione secolare del principio di separazione è stato la scomparsa della morale – non della vecchia morale, che si voleva abbandonare per un’altra, bensì della morale <em>tout court</em> – e quindi la mercificazione totale: là dove tutto è merce non vige morale. Nulla è inalienabile.</p>
<p>Io comincio da un po’ di tempo a rispondere in senso positivo <strong>(1)</strong>.</p>
<p>Sarebbe opportuno che tutti coloro che si considerano antagonisti del sistema si interrogassero: fino a che punto il liberalismo (di Einaudi, tra l’altro, non quello di Croce) ha conquistato i nostri cuori e ottenebrato le nostre menti? Antagonismi, socialismi, comunismi, ambientalismi, gli altri mondi possibili, le utopie eque e solidali, le ricollocazioni geopolitiche, le sovranità politiche o monetarie, le teorie dei “beni comuni”, le decrescite sono intrinsecamente e essenzialmente soltanto “forme buone” (ossia semplici miglioramenti) del liberalismo? Stanno dentro l’epoca della mercificazione totale e si accontentano, in pieno spirito liberale, di indicare ad alcuni la strada per una vita migliore? Se è così, perché ipocritamente continuare a sentirsi parte di una critica radicale?</p>
<p>Suvvia, cominciate a pensare che cosa vietereste; quale vendita sanzionereste! E dopo averlo pensato ditelo: “vieterei questo e quest’altro”. Fatevi paura, interrogandovi; poi superate la paura e impaurite i vostri commensali con frasi che li sconvolgeranno. <strong>Ardite essere illiberali!</strong> Sarà l’inizio della emancipazione da un pensiero totalitario che tutti ci ha conquistati.</p>
<p>Note</p>
<p>1) <em>Note per un programma di politica economica e morale</em>, <a href="http://www.appelloalpopolo.it/?p=3391">http://www.appelloalpopolo.it/?p=3391</a></p>
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