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	<title>Comunismo e Comunità &#187; lotta di classe</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Diario della crisi &#124; Classe senza organizzazione di classe</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Oct 2023 11:17:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Giovannelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Pogliotti]]></category>
		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Reddito di Cittadinanza]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Diario della crisi &#124; Classe senza organizzazione di classe di Gianni Giovannelli Il lavoro e le manovre fiscali in Italia dentro la crisi &#160; &#160; Una nuova puntata del Diario della crisi, condivisa con Machina e con El Salto. Nel testo, Gianni Giovannelli si sofferma a riflettere su come la classe precaria, “turba divisa, disunita, frammentata, insoddisfatta”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/storie13/poveriiogbgy.jpg.webp" alt="poveriiogbgy.jpg" width="300" height="211" data-src="/images/storie13/poveriiogbgy.jpg.webp" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Diario della crisi | Classe senza organizzazione di classe</h1>
<h3>di Gianni Giovannelli</h3>
<p>Il lavoro e le manovre fiscali in Italia dentro la crisi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una nuova puntata del Diario della crisi, condivisa con <em>Machina</em> e con <em>El Salto</em>. Nel testo, Gianni Giovannelli si sofferma a riflettere su come la classe precaria, “turba divisa, disunita, frammentata, insoddisfatta”, priva di forme di organizzazione di classe, oggi utilizzi forme di resistenza passiva. Nel frattempo viene tagliato il reddito di cittadinanza e il governo della destra spinge sulla coazione al lavoro. Da un lato, dunque, si allarga la platea dei bisognosi, dall’altro si sottraggono alternative a chi già vive nell’incertezza: “Un esempio, fra i molti possibili, […] è il caso Alitalia: quasi duemila lavoratori sono stati estromessi dall’organico, licenziati, individuando nella scelta l’area di quelli che per età o condizioni di salute avevano maggior costo e minor rendimento”. Infine, “per colpire chi già mal se la passa un ruolo centrale lo ha l’inflazione<em>; gas, luce, cellulare, alimenti erodono le scarse risorse disponibili”. Questi i problemi di fronte ai quali si trova “la classe senza organizzazione di classe”…</em></p>
<p>* * * *</p>
<p>E la crisi in Ucraina è quindi arrivata<br />
in un momento in cui qualcuno<br />
ne aveva bisogno<br />
(<em>Qiao Liang, La bacchetta magica della finanza, 2015</em>)</p>
<p>In data 3 luglio 2023 è stato convertito in legge, con modifiche, il decreto-legge n. 48 del maggio precedente, il primo in tema di lavoro varato per iniziativa del governo di destra guidato da Giorgia Meloni. Come di consueto il pacchetto normativo ha seguito un copione ormai collaudato, eredità degli esecutivi precedenti, nel segno di una continuità quanto meno procedurale.</p>
<p>Il decreto consente di evitare estenuanti discussioni e trattative nelle commissioni, lasciando libero l’esecutivo nella elaborazione dei provvedimenti; la conversione deve avvenire comunque entro 60 giorni e la tagliola della fiducia protegge dalle insidie parlamentari e dal fuoco amico. Non c’è dubbio, comunque, che non si tratti di una mera questione di <em>metodo</em>: la coalizione a guida neofascista non si è discostata troppo, neppure nella sostanza, dalle attese, piegandosi apertamente all’interesse d’impresa, spacciato per <em>interesse generale.</em></p>
<p>La guerra in Ucraina prosegue e non se ne intravede, almeno a breve, la conclusione. Alcuni segmenti produttivi, e fra questi spicca naturalmente quello connesso all’apparato militare, hanno moltiplicato i profitti; altri, come quello del turismo già logorato nel biennio della pandemia, faticano a riprendere la corsa. L’incremento dei costi energetici e il permanere dell’inflazione sono ulteriore motivo di contrasto: nell’area della composizione capitalistica attuale c’è chi guadagna e c’è chi perde e questo si riflette inevitabilmente nelle scelte politiche nazionali. Tuttavia, a differenza di quanto avviene dentro la grande maggioranza dei sottoposti (la <em>moltitudine </em>direbbe Toni Negri), ove prevale la divisione, questo variegato capitalismo finanziarizzato tende alla coalizione, non appena si sente in pericolo. Almeno all’interno degli schieramenti in cui si trovano a operare. L’egemonia nordamericana è oggi un punto fermo anche per la vecchia Europa; dunque sono un punto fermo la guerra, il costo della guerra, le conseguenze della guerra. Si tratta di vedere soltanto chi debba provvedere al pagamento e agire di conseguenza. Ecco la scelta governativa, ecco il decreto che procede in concreto a individuare le risorse da prelevare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Via il reddito di cittadinanza!</strong></em></p>
<p>Il testo del provvedimento apre con questa decisione, già preannunciata in campagna elettorale (articoli da 1 a 13). La cancellazione delle norme sul reddito di cittadinanza (varate a suo tempo da Lega e 5 Stelle con l’opposizione di PD, FdI e Forza Italia) non è solo una pesca a strascico per racimolare risorse, riducendo la spesa di assistenza sociale; è qualche cosa di più articolato e di più violento. Il vastissimo bacino che vive in condizione precaria utilizza forme di resistenza divenute ormai quasi tradizionali nell’epoca contemporanea: la passività, l’attesa polemica, la non collaborazione, il ritrarsi o magari il negarsi. Certo: non vede (ancora?) il lavoro come una merce, come un nemico, ma, sia pure in forma confusa, è un segnale pericoloso il disagio esistenziale, nato e cresciuto all’interno di un precariato indispensabile per la produzione di valore. Una turba divisa, disunita, frammentata, insoddisfatta. Una classe senza organizzazione di classe. L’attacco al reddito di cittadinanza è un attacco preventivo, è volto alla disarticolazione e all’annientamento della sola idea che sia possibile esistere senza essere messi a valore. Secondo INPS poco più di un milione di persone percepiva il reddito di cittadinanza (con una platea familiare interessata di oltre 2 milioni e mezzo); li hanno messi all’indice come un <em>peso</em>, li hanno additati alla maggioranza di poveri come dei furbastri che sottraevano risorse ai lavoratori campando senza far nulla. Ogni segmento della maggioranza subordinata è, visto da solo, una minoranza: i quattro milioni che non raggiungono il salario minimo, i braccianti agricoli vittime dei caporali, le operaie tessili ingaggiate dai terzisti, i migranti della logistica, le badanti, tutte e tutti. Utilizzando il medesimo schema logico nei giorni scorsi il ministero ha rielaborato i dati statistici; la neo-commissaria Michela Gelera (insediata di forza dopo l’estromissione di Tridico) ha firmato il XXII rapporto INPS, in data 13.9.2023, e rimosso la povertà per via matematica. Ha preso un solo mese quale riferimento, e non l’anno completo, ha rimosso dal sistema di calcolo la collaborazione domestica e il bracciantato agricolo, ha scremato e alterato le basi di partenza e presentato poi un consuntivo in cui la fascia povera precedente, del 24%, si è ridotta per magia a 871.800 lavoratori. Nel paese reale la povertà (sia assoluta sia relativa) rimane, ma è comunque minoranza numerica, dunque debolezza politica, incrementata sinergicamente dalla mancanza di organizzazione durante il conflitto. La procedura per accedere alla c.d. <em>inclusione</em> (assegno peraltro modesto e limitato nel tempo) ha del diabolico, quanto a complicazione e paradossi rievoca il celebre <em>Comma 22 </em>del film americano tratto dal romanzo di Joseph Heller. Inoltre (astrazione di fatto quasi inapplicabile ma importante come deterrente ulteriore) l’assegno viene meno di fronte a offerte di lavoro stabile (art. 9) in qualsiasi comune italiano, al minimo salariale e anche part-time al 60%; per il lavoro a termine vale l’offerta dentro 80Km o comunque per luoghi raggiungibili in 120 minuti (fra andata e ritorno sarebbero 240, 4 ore). Con un treno TAV (che è <em>pubblico</em>) si arriva da Milano a Firenze, il biglietto costa più della retribuzione, ma non importa; il problema non è infatti quello di occupare gli occupabili, ma di sottrarre loro possibili alternative per <em>obbligarli </em>ad accettare qualunque cosa, di mettere dunque ogni esistenza a valore. Questo è lo scopo della legge, il resto è propaganda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Minimi salariali e dintorni</strong></em></p>
<p>La legge n. 85 di conversione del Decreto contiene altri elementi che confermano la <em>ratio </em>del provvedimento. L’articolo 37 eleva nel settore turismo (fiere ed eventi compresi) da 15.000 a 25.000 euro il limite in cui si consente il <em>voucher </em>ovvero la convocazione a giornata, anche tramite agenzia di somministrazione, senza preavviso e senza garanzie, e questo vale per tutte le imprese che hanno organico fino a 25 dipendenti. Con 25.000 euro annui siamo sopra la soglia di povertà! L’art. 24 allarga ancora le maglie del contratto a termine, consentito sostanzialmente senza necessità di motivare il perché fino a 24 mesi; e cade pure la soglia percentuale di utilizzo, per via di esoneri dal computo così ampi da comprendere qualsiasi eventualità. L’unico ammortizzatore sociale (art. 39) riguarda (ma solo fino al 31.XII.2023) la percentuale di trattenuta previdenziale a carico del lavoratore (fino a 25 o 35 mila euro), con beneficio netto di circa 50 euro mensili (300 euro fino alla scadenza). Ben più ampio lo stanziamento che tocca alle imprese: quelle di trasporto ottengono esoneri di versamento, chi assume <em>under 30 </em>beneficia di riduzioni consistenti, perfino l’Agenzia Industrie Difesa incassa come <em>aiuto </em>14,5 milioni di euro (art. 33) per promuovere <em>filiere produttive</em> (tradotto: produzione di nuove armi). Il taglio delle risorse e la promozione del lavoro precario sfruttato trova riscontro logico nel silenzio che circonda il tema della retribuzione minima oraria, rinviato senza data certa in attesa che il CNEL diretto oggi dall’ex ministro Brunetta fornisca indicazioni. Ma la scelta è già scontata: nessuna garanzia di soglia salariale oraria minima e consegna del lavoro povero alle organizzazioni sindacali, che provvederanno a mantenerlo tale. Proprio lo studio della Fondazione Consulenti del Lavoro (allora diretti dall’oggi ministro Calderone) aveva messo in luce come su 61 contratti nazionali di portata principale almeno un terzo, fra quelli firmati da CGIL-CISL-UIL, si collocano sotto i 9 euro lordi orari di corrispettivo. La Procura di Milano ha in corso numerose inchieste che individuano le tariffe sindacali come il risultato dell’intimidazione e della minaccia. La propaganda di regime presenta le vicende economiche con diverso angolo di valutazione: il prelievo fiscale a carico delle banche, annunciato ma ancora non eseguito, coinvolge senza ombra di dubbio una minoranza esigua di cittadini, eppure le critiche mosse al progetto muovono dalla difesa dell’economia intesa come interesse del paese, il danno non colpisce un ristretto gruppo di privilegiati (che pagano 0,4% sul denaro trattenuto e chiedono 4,5% su quello prestato), ma la <em>nazione. </em>Invece il salario minimo è una pretesa di una <em>minoranza </em>composta da solo 4 milioni di persone e danneggia l’intero apparato produttivo, dunque la <em>maggioranza </em>del paese. Aveva ragione Joseph Goebbels, il ministro nazista della propaganda: una menzogna enorme viene creduta e diviene verità, se proposta di continuo. Il governo di destra sa mettere a frutto l’insegnamento. Il precariato, di contro, senza organizzazione e senza alternative sociali, non sa coalizzarsi, viene posto in condizione sottomessa, costretto dalle circostanze a subire il ricatto; anche questa è una trappola della precarietà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Inflazione, guerra e manovra fiscale: attacco dentro la crisi</strong></em></p>
<p>La guerra in Ucraina ha dei costi, l’occasione è ghiotta per farli pagare ai ceti subalterni e al tempo stesso modificare i rapporti di forza, ulteriormente a vantaggio dell’odierna organizzazione capitalistica. La <em>passività </em>e il sentimento di <em>estraneità </em>che caratterizzano i comportamenti sociali dello sciame precario si traducono non solo nella consueta alienazione, ma debbono diventare, nel progetto governativo, <em>sottomissione attiva. </em>Il disagio, quando diventa disperata apatia, rallenta la cooperazione sociale, è di ostacolo alla creazione di valore. Va bene la resa, ma va mantenuto il ritmo binario durante il lavoro, come a New Orleans, <em>this old hammer. </em>Per questo si provvede per un verso ad allargare la platea dei bisognosi, per altro verso a sottrarre risorse alternative a chi già vive nell’insicurezza e nell’incertezza. Un esempio, far i molti, di allargamento della platea è il caso Alitalia: quasi duemila lavoratori sono stati estromessi dall’organico, licenziati, individuando nella scelta l’area di quelli che per età o condizioni di salute avevano maggior costo e minor rendimento. Per poter raggiungere questo risultato hanno cancellato l’obbligo di rispettare criteri di scelta vincolanti, e lo hanno fatto a colpi di decreto; ora si trovano di fronte a un contenzioso promosso da <em>singoli soggetti </em>contro un apparato istituzionale compatto, da destra a sinistra, sindacati compresi. Scoppia la contraddizione a fronte di alcune decisioni contrastanti, parte di accoglimento, parte di rigetto delle richieste dei lavoratori; e dentro la contraddizione gli organismi comunitari esitano a prendere posizione. Di fronte ai primi successi già parte la minaccia: Giorgio Pogliotti, su <em>Il Sole 24 Ore </em>del 17 settembre, riferisce la notizia della reintegrazione in ITA Airways di 174 lavoratori (Tribunale di Roma, 13 settembre), ma ricorda che 34 sentenze hanno invece premiato l’azienda e soprattutto che un successo eventuale dei lavoratori comporta l’uscita di Lufthansa e la cancellazione degli aiuti di stato, ovvero il fallimento della compagnia. In sostanza: o i lavoratori perdono la causa o il padrone rovescia il tavolo da gioco e finisce la partita. Lo ha capito anche il governo Meloni, sempre agli ordini: è in via di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale l’ultimo decreto emanato per <em>improrogabile urgenza </em>e il Presidente Mattarella ha confermato di firmarlo. Si tratta di una <em>interpretazione autentica </em>della legge da applicare proprio nel caso ITA-Alitalia; il governo, che è il proprietario del pacchetto di controllo delle società, mentre il giudizio è in corso, interviene e afferma nel decreto che le norme si interpretano proprio come dicono i suoi avvocati nel giudizio! Altro che autonomia dei tre poteri, sembra una norma ideata da un militare birmano o da un colonnello di Haiti. Vedremo come andrà a finire, questi per fortuna, sono arroganti ma semianalfabeti, il testo fa acqua da tutte le parti. La via giudiziaria, comunque, fragile per sua natura, è un indice significativo della mancanza di organizzazione reale dei lavoratori nella gestione del conflitto; viene scelta necessariamente, in mancanza di percorsi alternativi credibili o almeno possibili.</p>
<p>Per colpire chi già mal se la passa un ruolo centrale lo ha l’inflazione; gas, luce, cellulare, alimenti erodono le scarse risorse disponibili. La manovra sui costi è scaltra, arretra quando è meglio arretrare, colpisce quando il destinatario si trova in difficoltà nel reagire. Dentro la crisi, dentro l’economia di guerra, dentro l’inflazione il potere cerca di aggredire le ultime trincee rimaste a difendere la passività precaria: la casa di proprietà e il risparmio di famiglia. I sudditi sono la maggioranza, potenzialmente non possono non vincere. Ma i segmenti di questa maggioranza sono minoranze e come tali non possono non perdere. Questo è il problema che si pone per una classe senza organizzazione di classe. E anche questo è un aspetto della crisi odierna. Come scriveva il vecchio Marx: <em>le rivoluzioni proletarie … sospendono spesso la loro marcia … si ritraggono atterrite … arrivano ad un punto in cui è impossibile tornare indietro, e la situazione stessa grida Hic Rhodus, hic salta!</em></p>
<p><em><strong>Effimera</strong></em></p>
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		<title>Critica sociale e teoria di classe</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jun 2023 17:32:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Julian Beuwirth]]></category>
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		<description><![CDATA[Critica sociale e teoria di classe Sulla necessità di riformulare la nostra concezione di lotta sociale di Julian Beuwirth In questi ultimi anni, la categoria di «classe» è tornata ad assumere grande importanza nelle discussioni circa la direzione della critica sociale emancipatrice, e sull&#8217;orientamento delle lotte sociali. La rinascita della politica di classe viene vista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><strong><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/class-war-is-now-poster.jpg" alt="class war is now poster" width="300" height="205" /></strong></p>
<h1>Critica sociale e teoria di classe</h1>
<h2>Sulla necessità di riformulare la nostra concezione di lotta sociale</h2>
<h3>di Julian Beuwirth</h3>
<p>In questi ultimi anni, la categoria di «classe» è tornata ad assumere grande importanza nelle discussioni circa la direzione della critica sociale emancipatrice, e sull&#8217;orientamento delle lotte sociali. La rinascita della politica di classe viene vista come se fosse una grande opportunità per riuscire a dare una definizione più precisa di quelli che sono i meccanismi di dominazione sociale, e al fine di una radicalizzazione delle lotte sociali. Tuttavia, a un esame più attento, il termine sembra poco adatto a questi due aspetti. E per poter svolgere i necessari dibattiti, nel contesto del Capitalocene, si rende pertanto necessario un altro paradigma</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La classe e la critica del capitalismo</strong></p>
<p>L&#8217;importanza che il concetto di classe riveste nell&#8217;attuale fase della teoria e della prassi della sinistra ha, per gli attori, un significato socio-psicologico che non deve essere sottovalutato. <strong>Da un lato,</strong> esso indica la (presunta) subordinazione alle condizioni sociali. È chiaro che noi non siamo semplicemente degli esseri umani (come pretende l&#8217;ideologia liberale), ma piuttosto degli «<strong>esseri umani sottomessi</strong>». E lo siamo in base al principio di «<strong>classe</strong>», che ogni individuo interpreta e intende in maniera diversa. Il termine serve a cercare di rendere comprensibile la sofferenza causata dalla società; eppure allo stesso tempo non riesce a spiegare molto (<em>dal momento che con tale termine ciascuno intende qualcos&#8217;altro</em>). Però, allo stesso tempo, il principio di «<strong>classe</strong>» contiene simultaneamente anche un principio e un motore che guida l&#8217;azione. Infatti, dato che in realtà l&#8217;assoggettamento non ci riguarda come individui, ma piuttosto in quanto membri di un gruppo assai ampio (la «<strong>classe</strong>»), ecco che da questo ne possiamo trarre una capacità di azione collettiva.</p>
<p>Una simile duplice funzione della «<strong>classe</strong>», la troviamo già in <strong>Marx</strong>, il quale da un lato si avvale di un concetto analitico di classe (e lo fa soprattutto ne <em>Il Capitale</em>, dove egli intende le classi come se esse fossero delle categorie funzionali alla produzione di merci); mentre, dall&#8217;altro lato, usa la «<strong>classe</strong>» come concetto teorico di emancipazione (soprattutto nel <em>Manifesto comunista</em>). E ancora a tutt&#8217;oggi, a mio avviso, è quest&#8217;ultima accezione a rappresentare l&#8217;attrattiva centrale esercitata dal discorso sulle classi. Ci promette di definire e stabilire un legame tra dominazione e liberazione, per mezzo del quale viene spiegato chiaramente in che modo i dominati, trasformandosi in soggetti collettivi, possono essere in grado di trasformare le relazioni <strong>[*1]</strong>. Il problema, consiste nel fatto che le due accezioni del termine non si conciliano bene tra di loro, e perciò non sono in grado di cogliere in maniera pertinente (<em>o addirittura coerente</em>) la diversità tra le diverse forme che costituiscono la dominazione, lo sfruttamento e la resistenza. Questa incompatibilità tra loro, determina un indebolimento del concetto di classe, il quale così viene per essere applicato a dei fenomeni molto diversi, perdendo in tal modo quella chiarezza analitica che un tempo invece lo caratterizzava. Se, ad esempio, le lotte per i costi degli affitti devono essere considerate come lotte di classe, ecco che vediamo che così quello che è un conflitto all&#8217;interno della sfera della circolazione (laddove si scontrano affittuari e proprietari) finisce piuttosto per assumere un significato che Marx voleva però invece riservare solo alla sfera della produzione. Se, in fin dei conti, tutto è «<strong>classe</strong>», allora il concetto non può più servire a spiegare niente di specifico, e di conseguenza non serve più a niente analizzare il modo in cui si costituiscono i rapporti sociali. Però, d&#8217;altra parte, se lo riduciamo invece solo alla precisa definizione politico-economica che Marx gli attribuisce nel Capitale, ecco che subito il concetto di lotta di classe diventa di scarsa utilità per descrivere quelle lotte centrali che oggi si svolgono a partire da un obiettivo emancipatorio. Ed ecco che allora il problema non può essere più risolto ricorrendo al concetto di «<strong>classe</strong>». Solo quando ci rivolgiamo ai principi operativi centrali della società capitalista, il rapporto tra dominio e asservimento può essere risolto in modo emancipatorio. Questo approccio implica un importante cambiamento di prospettiva: il punto di partenza dell&#8217;analisi non è più costituito dalla determinazione dell&#8217;identità (chi fa parte della «<strong>classe</strong>»?), ma da quella del contenuto (<strong>cosa vogliamo abolire?</strong>). Dobbiamo quindi chiederci che cosa è che caratterizza fondamentalmente il capitalismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Che cos&#8217;è il capitalismo?</strong></p>
<p>Il capitalismo, ha dato origine a una formazione sociale che si distingue per quello che, rispetto a tutte le società precedenti, costituisce un aspetto centrale. Gli esseri umani si trovano a essere allontanati ed estromessi da quelle che erano le loro tradizionali relazioni sociali, e vengono scaraventati in un sistema che si caratterizza a partire da quella che appare come una strana autoreferenzialità. Il capitalismo è essenzialmente contraddistinto da quel meccanismo che consiste nel fare più soldi per mezzo dei soldi. E inoltre, del resto, è a questo meccanismo che esso (il capitalismo) deve il suo nome. «<strong>Il capitale</strong>» è &#8211; secondo Marx &#8211; il meccanismo e il movimento che succhia e assorbe lavoro, denaro e natura per poi dopo rigurgitare altro denaro; e che in tal modo, di passaggio, «<strong>simultaneamente esaurisce le due risorse da cui si origina ogni ricchezza: la terra e il lavoratore</strong>». Marx, il Capitale, Proletariato, Tale principio di autoriproduzione incessante, è auto-referenziale: non ha un fine esterno, non ha un punto di arrivo verso il quale si dirige. Ed è largamente indipendente da quegli individui che occupano le posizioni concrete di azione e di dominio. Se proprio vogliamo arrivare al cuore dell&#8217;asservimento e dell&#8217;alienazione di cui tutti soffriamo, non ci rimane altro da fare che eliminare tale processo autoreferenziale di accumulazione del capitale. Per poterlo fare, ci servono altre forme di riproduzione sociale, che dobbiamo creare tutti insieme. E tutti insieme dobbiamo condurre quelle lotte sociali finalizzate ad appropriarci della ricchezza della società. Le condizioni concrete, in cui si svolgono le lotte sociali, sono quindi sempre segnate in modo centrale dalle condizioni di (ri)produzione del capitale. Secondo Marx, l&#8217;analisi di queste condizioni ci fornisce la chiave per comprendere le lotte contemporanee. Al contrario, invocare oggi il concetto di classe funziona spesso come il tentativo di trovare una scorciatoia: passare direttamente alle lotte senza alcuna analisi sostanziale; lotte che poi vengono intraprese senza successo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Analisi politica ed economica anziché politica identitaria</strong></p>
<p>Prendiamo come esempio quello di un dibattito politico attuale, e vediamo in che modo cambia la prospettiva, prendendo in considerazione i contesti politici ed economici. Nel momento in cui i prezzi dei generi alimentari, dell&#8217;energia e degli affitti aumentano, l&#8217;enfasi sulla politica di classe si esprime attraverso la richiesta di salari più alti, di sussidi pubblici per la «<strong>classe operaia</strong>», e maggiori tasse sui ricchi <strong>[*2]</strong>. Ma chiedere salari più elevati, significa anche che l&#8217;economia nel suo complesso deve continuare a crescere, in modo da mantenere così sostenibili i salari stessi. Oggi &#8211; al più tardi con le crisi ecologiche &#8211; per una sinistra che vuole preservare un pianeta vivibile, la crescita economica non è più una soluzione. Ma se vogliamo uscire dalla crescita economica, abbiamo anche bisogno di trascenderla e superarla, andando oltre quelle che sono le nostre tradizionali richieste socio-politiche. Un altro esempio, è quello degli affitti e delle controversie in materia di locazione. Se nei grandi agglomerati urbani gli affitti stanno andando fuori controllo, ciò non avviene semplicemente perché per ragioni sconosciute i proprietari sono diventati più avidi e hanno pertanto innescato una «<strong>inflazione dovuta alla cupidigia</strong>». Si tratta piuttosto di capitali finanziari inutilizzati che, in quelli che sono tempi di bassi tassi di interesse, cercano opportunità di investimento redditizie, e le trovano nel settore immobiliare. Pertanto, se vogliamo capire e criticare l&#8217;aumento degli affitti, dobbiamo parlare della finanziarizzazione del capitalismo, dell&#8217;importanza dei mercati finanziari nel XXI secolo, e così via. Dire che questi processi devono essere portati avanti da persone reali e operose non è molto d&#8217;aiuto. Bisogna quindi parlare della situazione politica ed economica in cui si trova attualmente il capitalismo. Solo comprendendola, possiamo capire i cambiamenti degli attori sociali, e gli attuali processi di impoverimento. Questa prospettiva implica che le relazioni sociali fondamentali, che caratterizzano la vita sotto il capitalismo, non sono affatto delle relazioni di classe. Con il capitalismo, il lavoro si è imposto come il mediatore centrale tra gli individui, da una parte, e la ricchezza sociale dall&#8217;altra. Tutti noi dipendiamo dal fatto che la macchina della valorizzazione del capitale debba continuare a girare, dal momento che siamo legati a essa tramite le nostre vite e le nostre possibilità di riproduzione. Questo ci rende vulnerabili e soggetti a essere ricattati. Il collega che assembla automobili nella fabbrica di automobili può anche essere del tutto convinto dell&#8217;urgenza relativa alle crisi ecologiche, ma il suo bisogno di riproduzione individuale lo mantiene legato alla società motorizzata. In caso di dubbio, egli opterà addirittura per l&#8217;auto con motore a combustione interna piuttosto che per l&#8217;auto elettrica, e lo farà semplicemente perché la produzione di auto a combustione interna richiede più lavoro, e questo gli assicura la sua ricompensa individuale, almeno a breve termine. Il fatto per cui ci troviamo in una fase economica nella quale il lavoro vivo perde sempre più la sua importanza in quello che è il processo di produzione - <em>mentre, allo stesso tempo, le merci del mercato finanziario e l&#8217;economia di rendita stanno guadagnando sempre più importanza ai fini dell&#8217;accumulazione di capitale</em> - non rende certo le cose più facili per il collega della fabbrica di automobili. Ciò perché la merce che egli vuole vendere (vale a dire, il lavoro), nel processo di accumulazione del capitale sta oggettivamente perdendo sempre più importanza. E la cosa determina un effetto poco favorevole alle condizioni di vendita di tale merce. Per sottolinearlo ancora una volta: tutto ciò non costituisce una legge di natura, bensì una conseguenza del fatto che tutti noi dobbiamo garantire la nostra sussistenza comprando e vendendo merci. È per questo che Marx ha definito il capitalismo come una società produttrice di merci. Ed è da questo meccanismo che dobbiamo uscire se vogliamo liberarci dalle coercizioni che rendono la nostra vita un inferno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La lotta di classe nella crisi climatica</strong></p>
<p>Queste riflessioni non sono nuove ma, se viste nel contesto della crisi ecologica, stanno assumendo sempre più importanza. Ancora una volta, la crisi sta cambiando in maniera fondamentale la situazione politica nella quale attualmente ci troviamo. Essa non consente più che si possa continuare a mantenere quegli schemi che dal fordismo in poi hanno mantenuto a galla la sinistra. L&#8217;enfasi che viene posta sull&#8217;aumento dei salari, non può essere dissociata dall&#8217;enfasi sulla crescita economica. E noi non abbiamo certo bisogno di continuare a spingerci ulteriormente sempre più in profondità nella tana del coniglio; piuttosto, dobbiamo uscirne. Quello di cui abbiamo bisogno non è più una politica di classe - <em>in quanto lotta finalizzata a rafforzare il ruolo che i lavoratori hanno nel capitalismo</em> - ma al contrario <strong>quel che ci serve è una smobilitazione della classe</strong>. Dobbiamo organizzare, e portare avanti le lotte in maniera tale che esse siano in grado di condurci fuori dalla falsa realtà; impedendo che si rimanga sempre più profondamente coinvolti nei suoi meccanismi. In un tale contesto, le lotte sociali che si svolgono nell&#8217;ambito, e sul terreno del lavoro, possono assumere un carattere assai diverso, a seconda delle premesse a partire dalle quali esse vengono condotte. Ad esempio, la lotta per la riduzione dell&#8217;orario di lavoro ha un carattere del tutto diverso rispetto a quello della lotta per l&#8217;aumento dei salari, la quale viene portata avanti al fine di mantenere la capacità di consumo della classe operaia. Per usare le parole di <strong>Leo Löwenthal</strong>: «<strong>Che il proletariato si fermi</strong>»! Anche pensando la lotta di classe in modo più radicale, non è che le cose migliorino di molto: <strong>cosa se ne ricaverebbe nel caso che le aziende dovessero appartenere ai lavoratori?</strong> Ci sarebbero dei grandi settori della produzione che per motivi di sicurezza pubblica dovrebbero essere immediatamente fermati! In ultima analisi, qui si tratta della qualità del nostro rapporto sociale con la natura, vale a dire, è questione di sapere in che modo vogliamo comportarci nei confronti del mondo che ci circonda. E la cosa continua a rimanere sempre strettamente legata al modo in cui ci relazioniamo, ossia al modo in cui stabiliamo i rapporti con i nostri simili. Attualmente, comprendiamo la natura come se fosse un oggetto esterno a noi che bisogna dominare. E stabiliamo tutte le nostre relazioni sociali attraverso le merci, il denaro e il lavoro. Oggi, la sinistra sociale ha ben poche risposte soddisfacenti alla domanda su come poter fare le cose in modo diverso. Si preferisce discutere della teoria delle classi&#8230; Il che significa che l&#8217;incontro di Francoforte, da cui è nato questo testo, non è solo parte della soluzione, ma è anche parte del problema.</p>
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<p><strong>Trasformazione storica del movimento operaio immanente</strong></p>
<p>In effetti, c&#8217;è stato un periodo durante il quale il movimento operaio ha portato avanti con successo delle lotte sociali. Possiamo allora chiederci &#8211; in maniera del tutto materialista &#8211; quale è stata la base oggettiva della formazione del movimento operaio e del suo costituirsi come soggetto di azione collettiva? La cosa trova le sue origini nelle condizioni politiche ed economiche del XIX secolo. Nella neonata società della produzione industriale, i lavoratori avevano una sola merce da offrire: <strong>la loro forza lavoro</strong>. Tuttavia, si trovavano ben lontani dal venire riconosciuti come dei soggetti aventi uguali diritti. Non avevano affatto quei diritti politici che oggi noi diamo per scontati, e non esistevano nemmeno i diritti sociali, per cui non c&#8217;era alcun modo di proteggere i beni che mettevano in vendita. Allo stesso tempo, erano simultaneamente indispensabili al processo di produzione capitalistico. Le competenze necessarie per produrre merci, erano già incorporate nei loro corpi e nelle loro intelligenze. Così, avevano già una carta che si potevano giocare nel dibattito sociale. È stata questa la base oggettiva e materiale della costituzione, a livello nazionale, della classe operaia. Le lotte, portate avanti con successo dal movimento operaio a livello nazionale, erano lotte per il riconoscimento della &#8220;<strong><em>merce forza lavoro</em></strong>&#8220;, e quindi erano lotte per l&#8217;integrazione dei lavoratori nella normativa delle leggi vincolanti una società che ruotava intorno al lavoro, al denaro e al capitale. In un&#8217;epoca nella quale la forza lavoro era la merce centrale dell&#8217;universo capitalista, le lotte potevano essere condotte nella forma della lotta di classe. Ovviamente, sovente queste lotte avevano una forte dimensione emancipatoria. Ciò è stato possibile, a partire dal fatto che esse portavano ad avere migliori condizioni di vita per le persone coinvolte. E questo, del resto, anche perché la missione storica oggettiva della classe operaia (<em>vale a dire, l&#8217;integrazione dei lavoratori in quanto soggetti borghesi a tutti gli effetti</em>) è stata travisata e interpretata come se fosse una lotta contro le costrizioni della modernità capitalista. Ad esempio, questa prospettiva si esprime attraverso la supposizione che, in realtà, non si trattasse affatto di integrazione nelle condizioni di vita borghesi, <strong>ma piuttosto dell&#8217;abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione</strong>. Questo genere di atteggiamento non è insolito, ma si tratta, in ultima analisi, di una posizione idealistica che ha poco a che fare con le condizioni materiali. Più l&#8217;integrazione dei lavoratori ha avuto successo, più la carica emancipatrice delle lotte è scomparsa. Si è così arrivati a una generalizzazione del modo di esistenza della merce, il quale si è ormai completamente impadronito dei lavoratori: che diventano così i venditori riconosciuti della forza lavoro e, in quanto tali, dei soggetti politici riconosciuti. In questo modo, quelli che sono i contraddittori interessi dei diversi gruppi di venditori di forza lavoro passano in primo piano. La comunità che un tempo costituiva la classe viene erosa, ed è sempre più debole. Al suo posto, le differenze tra gli individui diventano sempre più il fulcro dei conflitti. Sul piano politico ed economico, tutto ciò si esprime nel fatto che il processo di produzione capitalistico, a partire da una concorrenza generalizzata, ha portato a una sempre più crescente scientifizzazione della produzione. Da un lato, questo ha portato anche a un notevole aumento delle quantità prodotte (<strong><em>cosa che ha dato ai lavoratori delle metropoli, delle possibilità di consumo inimmaginabili</em></strong>), però, dall&#8217;altro lato, essi sono diventati sempre più un&#8217;appendice di una produzione che rispetto a loro sta diventando sempre più autonoma. In questo modo, da un lato, si assiste a una crescente differenziazione della produzione all&#8217;interno dell&#8217;impresa, e all&#8217;emergere di ufficiali e sottufficiali del capitale, come sottolineato da Marx. Ma al più tardi, è negli anni Settanta, al momento della terza rivoluzione industriale, che questo processo porta anche a un crescente declassamento di ampi settori della vita proletaria. Le discussioni sulle nuove classi medie, sulla classe professionale manageriale, o sulle nuove classi «competitive» rientrano in queste trasformazioni. Sono l&#8217;espressione del collasso di una politica di classe emancipatrice a partire dalle condizioni materiali. Rimanere focalizzati sulle classi, è solo un riflesso idealista, e non costituisce una critica materialista della società. Questi cambiamenti, fanno oggettivamente perdere alla lotta di classe la sua centralità, semplicemente perché essa è stata privata della sua base materiale. Ma allo stesso tempo, le lotte femministe e antirazziste (<em>che sono sempre esistite, ma che prima erano meno visibili</em>) diventano più centrali nell&#8217;economia dell&#8217;attenzione. In questo contesto, il tentativo di comprendere le lotte femministe e antirazziste come se fossero in primo luogo delle lotte di classe (nel femminismo marxista, si aggiunge «<strong>di classe</strong>»). Riformularle come lotte di classe, potrebbe essere inteso come un tentativo (inconscio) di relativizzare la loro nuova importanza, e di cancellare così la moltiplicazione delle lotte che le accompagna.</p>
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<p><strong>Che fare? Le lotte sociali al di là della questione di classe</strong></p>
<p><strong>Se pensiamo le lotte dal punto di vista della classe, finiamo per pensarle in termini di politica identitaria.</strong> Vorrei invece proporre di pensarle in termini di contenuto. Come se esse fossero la negazione di ciò che rende la nostra vita un inferno, e che vogliamo superare. Tuttavia, nell&#8217;orientamento strategico delle lotte, continuano a esserci ancora (almeno) due aspetti importanti da tenere in considerazione. Innanzitutto, il processo di produzione capitalista attraversa e impregna tutti gli ambiti della società. Una pratica emancipatrice che volesse affrontare tale totalità dovrebbe superare il capitalismo globale in un sol colpo e tutt&#8217;insieme. Ma se il modo in cui le persone si relazionano, e pensano il mondo, è caratterizzato esso stesso da questa totalità capitalista, difficilmente si renderà possibile trovare e riconoscere delle maggioranze rilevanti. O quanto meno, al momento non riusciamo ancora a capire da dove queste maggioranze possano provenire. Tuttavia, allo stesso tempo, il capitalismo non è un sistema statico che semplicemente si limita a organizzare il dominio a un livello costante. Si tratta piuttosto di un sistema altamente dinamico, nel quale le condizioni di vita di molte persone si deteriorano costantemente proprio a causa delle dinamiche di crisi del capitale (quelle che le scienze sociali chiamano «<strong>crisi multiple</strong>»). Con la crisi climatica e la crisi della biodiversità, a essere in gioco sono anche le stesse basi scientifico-naturali della costruzione di una società vivibile. Dobbiamo pertanto muoverci in fretta, e non sembra affatto promettente aspettare che si creino quelle maggioranze globali necessarie a una rivoluzione globale. Di conseguenza, ciò significa che a mio avviso dobbiamo trovare il modo di relativizzare quanto meno quello che è il dominio della forma-merce, e separare, staccandoli dal dominio della merce, i domini parziali della riproduzione sociale. I punti di riferimento di interesse ci appaiono davanti nella misura in cui consideriamo le lotte emancipatorie a partire dalla prospettiva secondo cui la nostra riproduzione è organizzata intorno all&#8217;acquisto di merci. Ad attirare l&#8217;attenzione, sono state giustamente le lotte per la socializzazione degli alloggi (ad esempio, &#8220;<strong>DW-expropriation</strong>&#8221; o &#8220;<strong><em>Mietenwahnsinn Hessen</em></strong>&#8220;). Si tratta qui, essenzialmente, di far perdere all&#8217;alloggio il suo carattere di merce. E in effetti, l&#8217;esplosione dei prezzi degli affitti è dovuta essenzialmente alla natura di merce degli alloggi: allorché il capitale deve essere investito, in un periodo di bassi tassi di interesse, gli alloggi diventano oggetto di speculazione. Il risultato è quello di un aumento degli affitti. Spesso si tenta di descrivere queste lotte come se fossero «<strong>lotte di classe</strong>», cosa che generalmente significa soltanto che la nozione di classe ha perso la sua acutezza, e alla fine è diventata identica a un concetto sociologico generale, come «<strong>povero</strong>» e «<strong>ricco</strong>». In questo modo finisce per essere solo un diversivo rispetto a qualcosa che potremmo descrivere più semplicemente dicendo solo che le nostre vite sono state rese più difficili dal fatto che dobbiamo comprare un alloggio come se si trattasse di una merce. <strong>Ma la casa non dovrebbe essere una merce! </strong>Prendiamo un altro ambito di lotta sociale. Quello delle ultime lotte del movimento per la giustizia climatica che hanno sollevato la questione delle condizioni di produzione dell&#8217;energia. Anche l&#8217;energia viene prodotta e venduta in quanto merce. Questa cosa ha dato vita a delle campagne come quella di «<strong>Exproprier RWE</strong>». In una società come quella tedesca, dove la percentuale di affittuari è vicina al 60%, si aprono delle interessanti possibilità di mettere in rete le lotte sociali. Al momento, in realtà nessuno ha interesse a isolare in maniera adeguata le proprie case. I proprietari non hanno alcun interesse a farlo visto che non sono loro quelli che devono pagare i costi dell&#8217;energia, mentre gli inquilini non hanno accesso a tale opzione dal momento che non sono loro i proprietari, e le società elettriche hanno interesse solo a vendere energia, e pertanto non è nemmeno loro interesse ridurre le vendite. Ma se gli alloggi fossero gestiti dagli inquilini e la produzione di energia fosse gestita dalla società, allora gli effetti provocati da una simile sinergia sarebbero enormi. A tal punto, le persone potrebbero davvero pensare a come organizzare il proprio approvvigionamento energetico in maniera materialmente sensata. Finora questo non è stato possibile, perché ovunque esistono relazioni tra le merci e il denaro. Visto dalla prospettiva di un movimento critico nei confronti delle merci, questo apre una moltitudine di possibilità di intervento e di cooperazione all&#8217;interno dei movimenti sociali. Va da sé che tutte queste lotte particolari non costituiscono ancora un superamento dei rapporti capitalistici. Ma essi tuttavia creano uno spazio per poter respirare in un mondo in cui è sempre più difficile respirare, soprattutto a causa delle condizioni climatiche in costante cambiamento. E questo implica anche un altro aspetto: le nuove possibilità di collegare le lotte tra di loro, non sono il risultato di un arretramento dalle proprie rivendicazioni, che verrebbe messo in atto a partire da un compromesso di facciata che sarebbe insoddisfacente per tutti. Ma risulterebbe invece proprio a partire dalla loro estensione e radicalizzazione. È proprio perché facciamo, delle categorie di base della formazione sociale capitalista, il punto di partenza delle nostre lotte &#8211; ed è proprio perché radicalizziamo le nostre rivendicazioni &#8211; che davanti a noi appaiono di continuo e sempre più delle nuove possibilità di alleanze tra le lotte.</p>
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<h6>- <strong>Julian Beuwirth</strong> - (gruppo tedesco <strong>Krisis</strong>) &#8211; Francoforte, 5 giugno 2023</h6>
<h6><strong>- Questo testo si basa su un intervento dell&#8217;autore alla &#8220;Seconda Settimana di Lavoro Marxista&#8221; del 29 maggio 2023, a Francoforte sul Meno -</strong></h6>
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<h6><strong>NOTE:</strong></h6>
<h6><strong>[*1]</strong> - Nel corso di una discussione, svoltasi nell&#8217;ambito della «Settimana di lavoro marxista», un oratore ha sostenuto che Marx avrebbe ridotto le condizioni sociali a una semplice frase nella quale ci sarebbe solo un soggetto, un oggetto e un predicato. Per cui ora sarebbe chiaro chi è che deve fare qualcosa, che cosa deve essere fatto, e come deve essere fatto. Nel discorso di classe, il mondo sembra essere tutto ben ordinato e assai facile da capire. Di fronte alla disperazione in cui si trovano i movimenti di emancipazione, questo può di certo essere una consolazione. Ma non ci fa andare da nessuna parte.</h6>
<h6><strong>[*2]</strong> - Si veda, ad esempio, l&#8217;inqualificabile campagna «Quando è troppo è troppo»: <a href="https://www.wirsagengenug.de/">https://www.wirsagengenug.de/</a></h6>
<hr />
<h6><strong>fonte:</strong> <a href="http://www.palim-psao.fr/" rel="noopener" target="_blank">Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme</a></h6>
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		<title>Si può ancora dire classe? Appunti per una discussione</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Apr 2023 18:07:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Davis]]></category>
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		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Ricciardi]]></category>
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<p>&nbsp;</p>
<h1>Si può ancora dire classe? Appunti per una discussione</h1>
<h3>di Maurizio Ricciardi</h3>
<p>Questo testo riprende e amplia l’intervento del 20 marzo 2023 al Laboratorio di teorie antagoniste, organizzato a Bologna presso l’Ex-Centrale di via Corticella 129</p>
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<p><strong>1. Le classi e la classe</strong></p>
<p>Poniamo direttamente la questione: esiste ancora la classe? Possiamo dare per scontato che esistano le classi. Esiste cioè una classificazione degli individui in base alla differente posizione occupata all’interno del processo di produzione e riproduzione della società. È difficile negare che queste differenze esistano. Il problema è caso mai se è ancora utile ragionare in termini di classe per sottrarsi e possibilmente cancellare questa classificazione. Storicamente l’affermazione e, per un certo periodo di tempo, il predominio del linguaggio di classe è stato il modo in cui milioni di uomini e di donne hanno cercato di farla finita con la classificazione che li collocava in una posizione subordinata all’interno della società. Questo è un primo punto che deve essere sottolineato. Il linguaggio di classe ha un doppio significato: esso è originariamente un linguaggio d’ordine e solo successivamente diviene la rivendicazione di una possibile rivolta contro l’ordine delle classi. Inizialmente esso serve a classificare una molteplicità di fenomeni prima nelle scienze naturali e poi anche in quelle sociali, assegnando a ciascuno e ciascuna il suo posto. Questa ossessione classificatoria del sociale deriva dall’altrettanto ossessiva paura per il caos prodotto dalla presenza simultanea di una moltitudine di individui formalmente uguali senza alcuno status ascritto. I loro movimenti, le loro azioni, le loro stesse parole vengono percepiti come la minaccia di un disordine potenzialmente ingovernabile. La presenza delle classi è in un primo tempo attribuita alla contrapposizione all’interno del popolo di due gruppi divisi dalla loro diversa origine. Al gruppo dei conquistatori viene opposta la rivolta dei conquistati che ristabilisce il giusto ordine.</p>
<p>A questa origine mitica della divisione in classi del popolo si sostituisce ben presto quella delle scienze sociali che utilizza una molteplicità di classificazioni per governare quello spazio specifico e determinato che è la società.</p>
<p>Classificare significa due cose: mettere ordine e conoscere quali sono gli elementi di quell’ordine. Da questo punto di vista la classificazione è una necessità subita, ma praticata anche da chi vuole valorizzare l’azione e i desideri di chi non è ancora riconosciuto all’interno della classificazione consolidata. Nella società delle classificazioni il primo passo è rivendicare l’esistenza di un gruppo che fino ad allora è sfuggito a ogni giudizio, ovvero che è stato considerato letteralmente inclassificabile. Da questo punto di vista, celebre e notevole è il dialogo che si svolge nel 1832 in un tribunale tra Auguste Blanqui e il suo giudice. «Il presidente: Qual è la vostra professione. Blanqui: Proletario. Il presidente: Non è una professione. Blanqui: Come, non è una professione! È la professione di trenta milioni di francesi, che vivono del loro lavoro e che sono privi di diritti politici. Il presidente: Ebbene, sia. Cancelliere, scriva che l’accusato è proletario».</p>
<p>Proletario è il nome non previsto di una classe all’interno della classificazione delle classi della società. Quello stesso nome non rimane poi stabile nel tempo, perché gli stessi proletari si autodefiniscono a lungo come classe operaia, ponendo così evidentemente la questione sulla differenza tra le due autodefinizioni. Ritorneremo su questo punto, perché oggi classe operaia viene considerata come la descrizione di una categoria professionale. Quando non viene data per scomparsa, o viene bollata come politicamente improponibile, essa viene riferita esclusivamente agli operai di fabbrica. E, siccome nessuno, almeno in Europa, vede più le fabbriche, allora non ci sono più nemmeno gli operai.</p>
<p>Alcuni considerano il linguaggio di classe un residuo del passato, un’espressione veteromarxista. Potrebbe anche essere vero, perché sono stati soprattutto i marxisti a insistere sulla centralità politica della classe (operaia). Bisogna perciò capire se c’è una differenza tra parlare di classe e parlare delle classi. Come abbiamo detto, le classi evidentemente ci sono. Sono empiricamente evidenti. Ma in che cosa si distingue la classe operaia o proletaria dalle altre classi? C’è solo una differenza economica o sociologica, oppure c’è qualcosa in più e di diverso? Classe si rivela un concetto politicamente instabile. Nella società capitalista le classi ci sono sempre, la classe deve essere costituita. Purtroppo, con grande rammarico dei marxisti, il III libro del <em>Capitale</em> di Marx si interrompe dopo solo un paio di pagine del capitolo intitolato “Le classi”. Marx però ha abbondantemente chiarito cosa intendesse per classe e ha altrettanto approfonditamente analizzato la dialettica tra classi differenti della società. Eppure, oggi il riferimento alla classe, quando non viene accuratamente evitato, finisce per segnalare, come nel linguaggio intersezionale, un’insufficienza più che una possibilità. Quando esso nomina la classe assieme al sesso e alla razza fa riferimento essenzialmente alla povertà, cioè a una condizione subita e non a un’azione collettiva in grado di andare oltre la propria classificazione nella società. Non è comunque un caso che la classe venga fatta coincidere con la povertà, perché quest’ultima è tornata a essere ovunque la precondizione del lavoro salariato. Si lavora perché si è poveri e, registrando la presenza generalizzata della povertà, il discorso intersezionale registra anche il fatto che sempre più uomini e donne lavorano e rimangono poveri. È evidente però che, nonostante questo dato di realtà, la classe viene considerata insufficiente per motivare e legittimare l’azione politica. La molteplicità delle differenze maturate nella società stabilisce una tensione più o meno profonda nei confronti della classe. Eppure, una differenza specifica continua a esistere: gli appartenenti a una classe non vogliono affermare la condizione in cui sono, ma la vogliono superare; chi rivendica il carattere politicamente determinante del genere e del colore della propria pelle non vuole sopprimere né il genere né la razza. Allo stesso tempo, tuttavia, viene affermata una tensione che non è un’alternativa assoluta, perché storicamente il sesso e la razza sono stati principi di classificazione che, anche se non sempre, sono coincisi con la collocazione all’interno di una specifica classe.</p>
<p>Dentro a questa tensione si è affermato anche il ricorso al termine subalterni che, almeno nell’uso iniziale che ne hanno fatto i <em>Subaltern Studies</em>, indicava coloro che hanno subito l’assoggettamento coloniale e lo sfruttamento capitalistico in modi e luoghi differenti da quanto avvenuto in Occidente. Anche se poi il termine è stato applicato a contesti e periodi differenti, esso ha continuato a indicare coloro che non avevano avuto o che non hanno la possibilità materiale di costituirsi in classe secondo quei processi che si sono sviluppati in Occidente e ai quali è stato a lungo attribuito un significato normativo. Classe ha finito così per essere criticato e rifiutato da destra e da sinistra. Da destra il neoliberalismo ha affermato che non esistono le classi, ma solo gli individui. Da sinistra perché la classe si riferiva a una storia esclusivamente occidentale, operaia e maschile.</p>
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<p><strong>2. Gli elementi sociologici di una figura non societaria</strong></p>
<p>La crisi del concetto di classe è dovuta anche all’impossibilità politica di continuare a ragionare in termini di classi operaie nazionali, che poi dovrebbero unirsi in una struttura internazionale, così come proponeva l’internazionalismo classico. Le diverse classi operaie non si trovano solo di fronte padroni già ampiamente transnazionali, ma la loro stessa composizione è transnazionale e varia rapidamente nel tempo. La stessa classe operaia nel senso di tutti coloro che in modi diversi contribuiscono all’autovalorizzazione del capitale è una figura della società mondo e non delle singole società nazionali. Il dominio transnazionale del capitale è alla base anche della necessità di opporsi di volta in volta a ogni suo singolo comando locale e, d’altra parte, la stessa classe operaia ha sempre più una composizione transnazionale, dalla quale si deve inevitabilmente prendere le mosse se si vuole pensarla come classe.</p>
<p><em>La classe non è una figura spaziale, non implica la prossimità, ma piuttosto la sua rottura. La classe non organizza uno spazio che prima non c’era, ma ridefinisce lo spazio (sociale e non solo) a partire dalla trasformazione delle relazioni che negano il rapporto (di capitale).</em></p>
<p>Questa rottura costante dei vincoli spaziali e comunitari, della vicinanza, dell’assembramento, è il contrario dell’omogeneità. La classe si costituisce dentro a questa rottura, non è il risultato della lotta ma la sua pratica.</p>
<p>Il giovane Marx quando nel 1843 utilizza per la prima volta il termine proletariato parla di una «classe gravata da catene radicali; di una classe della società borghese, che in realtà non è una classe della società borghese; di un ceto che coincide con il decomporsi di tutti i ceti». Per Marx il proletariato è la «decomposizione della società». Quindi è una parte della società, ma ne è anche la negazione.</p>
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<p><strong>3. La società di classe e la sua neutralizzazione sociologica</strong></p>
<p>Adorno annota giustamente che nonostante la critica necessaria di ogni neutralizzazione sociologica i «lavoratori vedono la società scissa in una parte superiore e in una parte inferiore». È empiricamente vero che i figli dei proletari fanno scuole diverse da quelle dei ricchi, che hanno possibilità minori di godimento dei beni sociali e che la conquista di maggiori possibilità pesa sulla loro vita e sui loro redditi in maniera diversa da ciò che è consentito ai ricchi. Mentre la società di classe è una specifica topologia, una partizione dello spazio sociale organizzato attraverso i suoi confini, l’esperienza quotidiana della disuguaglianza agisce «sull’esistenza dei singoli uomini in modo profondo, altrimenti il concetto di classe sarebbe certamente un feticcio». È a partire dallo scandalo quotidiano della disuguaglianza che la classe pratica la propria non spazialità contro le partizioni della società.</p>
<p>Risulta così evidente che dire classe significa anche descrivere la società in alcune sue articolazioni fondamentali. Allo stesso tempo il rischio è sempre quello di confermare la rappresentazione che ne deriva con le sue gerarchie. È anzi molto più di un rischio, perché è il modo in cui le scienze sociali si sono appropriate del discorso della classe per descrivere la società in maniera normativa. Esse non l’hanno solo descritta, ma hanno anche imposto il modo in cui essa doveva essere pensata e quindi quali politiche di classe si dovevano applicare, per mitigare gli effetti dirompenti della divisione in classi.</p>
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<p><strong>4. La classe e la sua organizzazione</strong></p>
<p>Il risultato è stato una stabilizzazione delle classi che ha contribuito a rendere quello di classe un concetto politicamente instabile. Non è sempre stato così. La valorizzazione politica della classe è stata a lungo affidata alla sua organizzazione che per oltre un secolo si è chiamata partito. Classe e partito hanno definito a lungo un campo di tensione e lo hanno determinato. D’altra parte, se la classe era una parte differente da tutte le altre parti della società, era anche logico e conseguente che essa fosse organizzata in un partito diverso da tutti gli altri partiti. Diverso perché non puntava a governare la società, ma a rivoluzionarla. Il fatto che nella società esistano delle classi, cioè delle partizioni che assegnano a segmenti diversi della società possibilità differenti di accedere alla ricchezza prodotta, ha reso quasi autoevidente la necessità di un partito, di una partizione politica, specifica e particolare che si opponeva alle partizioni. Storicamente il discorso di classe ha due componenti che ritornano costantemente: la lotta sulla produzione della società e la sua organizzazione. Non si tratta tanto di affermare teoricamente la centralità esclusiva della lotta economica, ma di riconoscere praticamente che avere un salario più alto consente di accedere a prestazioni sociali altrimenti negate, così come era ed è assolutamente chiaro che ogni aumento del salario diretto o indiretto limitava e limita lo spazio di azione del profitto. Quindi ogni lotta per il salario era ed è una lotta per il potere. Il partito – un termine che oggi non a caso sembra subire lo stesso destino di classe – è stato lo strumento per organizzare questa lotta. Esso è stato una componente essenziale di quello che è stato il movimento operaio, ovvero della costellazione composta da classe, sindacato e appunto partito.</p>
<p>La crisi di questa costellazione organizzativa ha lasciato la classe senza organizzazione. Ovvero davanti a un problema ancora oggi sostanzialmente irrisolto. Non è stato risolto da nessuna delle esperienze che hanno reagito alla rottura di quella costellazione. Non lo hanno risolto i centri sociali, non lo hanno risolto i social forum o la proposta dell’assemblea come luogo di comunicazione di esperienze politiche diverse. Non lo hanno risolto tutte quelle forme organizzative che hanno cercato di connettere i movimenti del lavoro vivo con il territorio in cui si collocavano, mentre buona parte di quei movimenti dipendevano ormai dalla globalizzazione del capitale. Non lo risolvono nemmeno i mille collettivi orgogliosi e gelosi della loro specificità e autonomia che poi si trovano in lunghissime assemblee spesso difficili da decifrare. Eppure, è impossibile ragionare in termini di classe senza porsi il problema della sua organizzazione. La classe non è un sentimento e nemmeno una percezione. Con una semplificazione politica apparentemente brutale Lenin ha scritto: «Colui che si accontenta di riconoscere la lotta delle classi non è ancora un marxista, e può darsi benissimo che egli non esca dai limiti del pensiero borghese e dalla politica borghese. Ridurre il marxismo alla dottrina della lotta delle classi, vuol dire mutilare il marxismo, deformarlo, ridurlo a ciò che la borghesia può accettare». Secondo Lenin, dunque, non basta riconoscere la conflittualità che inevitabilmente esplode nella società capitalistica, bisogna osare pensare e praticare processi che vadano oltre il conflitto presente, che scelgano il terreno della lotta invece che subirlo. In altri termini si deve porre la questione di un potere in grado di modificare le condizioni presenti.</p>
<p><em>Forse però non si tratta di individuare un luogo su cui fondare quel potere, ma si deve pensare piuttosto a intensificare i processi che si esprimono nelle lotte.</em></p>
<p>D’altra parte, nemmeno la fabbrica è stato il luogo del potere operaio negli anni Sessanta e Settanta.</p>
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<p><strong>5. La fabbrica e la classe operaia</strong></p>
<p>Quei decenni sono stati invece il momento di massima porosità del confine della fabbrica, la struttura che il capitale aveva utilizzato e utilizza per concentrare, sfruttare e controllare la forza lavoro. Gli anni Sessanta e Settanta sono stati il momento in cui il potere operaio è divenuto potere sociale imponendo la propria presenza politica contro le gerarchie che tanto in fabbrica quanto nella società si pretendevano indiscutibili. La politica della fabbrica non è mai stata limitata ai soli impianti produttivi. Ha investito il territorio circostante stabilendo connessioni che andavano bel oltre lo specifico sito produttivo. La fabbrica è stata un centro di potere che si irradiava in tutto lo spazio circostante, grazie al rapporto instaurato con lo spazio urbano. In questa lotta dispiegata per il potere sociale, la classe operaia è stata ed è molto più che l’insieme dei lavoratori impiegati in fabbrica. Ora non è che non esista più la classe operaia. Sociologicamente esiste sempre. Non esiste più il potere operaio capace di dare forma allo spazio circostante, a coinvolgere nella sua lotta una molteplicità di altre figure sociali. Quando questo accade ancora oggi essa sembra una lotta di pura resistenza e in qualche modo destinata alla sconfitta. Penso a quello che è successo nell’altra Porto Marghera, ovvero la fabbrica di elettrodomestici Electrolux nel trevigiano, che ha continuato a lottare negli ultimi decenni, ma è evidente che il nucleo di potere che essa ha rappresentato nel tempo si è progressivamente assottigliato. Eppure, grandi concentrazioni operaie continuano a esistere su scala globale. Basta pensare all’interporto di Bologna, che è senza dubbio una grande fabbrica, ma non è un nucleo di potere capace di espandersi sulla città. In parte ciò è dovuto al fatto che buona parte di quelli che ci lavorano sono migranti, ovvero una sezione di classe operaia che mette in scacco anche il discorso operaista sulla composizione di classe. In parte è dovuto al fatto che, nel momento in cui la fabbrica è diventata un problema politico, il capitale ha reagito frammentandola, in modo da rendere difficili se non impossibili i collegamenti autonomi di classe; l’ha dislocata in luoghi dove il potere politico democratico, socialista o postsocialista ostacola quando non reprime i tentativi di organizzazione operaia. Questa cancellazione politica della fabbrica ha generato un sospetto diffuso e condiviso sugli stessi operai di fabbrica, che per decenni sono stati considerati i garantiti, i privilegiati e i rappresentati rispetto ai precari senza garanzie e senza rappresentanza. La classe operaia è diventata così una categoria di mestiere. Non un concetto politico, ma coloro che lavorano in fabbrica.</p>
<p>Questo imbarazzo è evidente nella nota che accompagna la traduzione del volume di Angela Davis <em>Donne, razza, classe</em>: «Infine per il termine <em>class</em> e in particolare il suo uso nell’espressione <em>working class</em> abbiamo deciso di conservare la versione inglese o usare in qualche caso l’espressione “classe lavoratrice”. Avessimo tradotto il saggio di Davis a caldo, nel 1981, avremmo potuto usare senza problemi “classe operaia”. La formula però indica troppo le <em>blue collars</em> che oggi incidono meno nella popolazione <em>working class</em>. L’espressione “classe operaia” è stata usata solo quando Angela Davis scrive esplicitamente di donne operaie che lavorano in fabbrica». La dichiarazione è un po’ buffa. Nel 1981 la classe operaia c’era (ed era una presenza politicamente rilevante), ma oggi evidentemente – a posteriori – non ci sarebbe più, con il risultato di farne un concetto nemmeno sociologico, ma solo professionale. Eppure, Davis lo utilizza mentre parla della storia statunitense dell’Ottocento quando le <em>blue collars</em> erano persino una minoranza professionale. Ne fa quindi un uso politico, come d’altra parte fa Marx quando parla di classe operaia o di operaio collettivo, indicando una linea di cesura contro le classificazioni e non un tanto o non solo un processo di identificazione. Non l’evidenza di un’identità, ma la costituzione di un soggetto in movimento.</p>
<p>Angela Davis utilizza inoltre una semantica di classe che non rimanda solo all’identificazione di un suo segmento, ma punta direttamente allo scontro. Per lei la classe è una linea di confronto e di scontro che conserva il segno della schiavitù, non perché pensi che ogni oppressione sia schiavitù o che lo sfruttamento capitalistico sia meccanicamente la continuazione della schiavitù con altri mezzi. Angela Davis ha ovviamente una chiara consapevolezza della specificità della schiavitù e del suo contenuto razzista. Non usa però classe come un concetto prioritariamente inclusivo, ma attraverso di esso individua un avversario. Non a caso parla di «classe degli schiavisti» e «classe di proprietari di schiavi». Allo stesso tempo sottolinea che il riferimento alla schiavitù si diffonde anche tra le donne bianche di classe media che lo utilizzano come metafora per indicare l’oppressione del lavoro domestico e del matrimonio. E bisogna anche ricordare che l’espressione “schiavitù del lavoro salariato” diviene importante e pericolosa, quando comincia a essere utilizzata dagli operai del nord degli Stati Uniti che minacciano così di collegare la propria situazione di sfruttamento a quella degli schiavi del sud. La necessità di rispondere a questa connessione imprevista è tra le cause della guerra civile americana.</p>
<p>Angela Davis mostra inoltre come può essere maneggiato un altro concetto complesso come quello di classe media, senza considerarlo una sorta di nucleo sociale autonomo che può essere alternativamente attirato nel pozzo gravitazionale del capitale o in quello della classe operaia. Scrive Davis: «Tra le donne lavoratrici e le donne provenienti da facoltose famiglie di classe media erano sicuramente le operaie quelle che avevano più diritto a fare confronti con lo schiavismo». Allo stesso tempo rileva che sono state soprattutto le donne di classe media a percepire una maggiore affinità con la condizione delle donne e degli uomini neri diventando agitatrici e sostenitrici nelle loro lotte. La classe media non le serve per indicare una condizione mediana nella sociologia della società, ma l’evidenza di una rottura e di una connessione possibile (e storicamente avvenuta) contro il dominio presente. Classe media indica qui la presenza di un discontento e l’attivo schieramento con altri oppressi. Queste donne di classe media sono politicamene rilevanti perché vogliono smettere di essere un elemento della riproduzione patriarcale e razzista della società. Davis dice che queste donne sono prese dentro un dilemma, lo descrive, ma le interessa la parte dalla quale viene sciolto. E questa soluzione non è stata quella di tutte le donne della classe media.</p>
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<p><strong>6. I movimenti sociali sono movimenti di classe</strong></p>
<p>Anche in questo caso a essere centrale è la dissoluzione delle classificazioni. Non basta fermarsi alla loro identificazione, limitandosi al conflitto che le stabilisce e le caratterizza. Lo stesso vale per la dissoluzione della configurazione storica del movimento operaio che avviene a partire dal lungo Sessantotto. Nei decenni successivi alla istituzionalizzazione neoliberale della società corrisponde l’azione e la presenza di movimenti che la contestano, ma anche talvolta ne favoriscono il continuo adattamento. Con questo intendo dire che non solo parti di questi movimenti si istituzionalizzano (per esempio i verdi in Germania, che sono però solo l’esempio più eclatante), ma che l’espressione dei movimenti può rivelarsi funzionale alla dinamica stessa della società. Questa moltiplicazione di movimenti ci interessa nella stessa misura in cui ci interessa il riferimento alla classe.</p>
<p><em>Se la classe è rilevante nel momento in cui mette in discussione la società di classe e quindi anche se stessa, i movimenti divengono politicamente interessanti quando assumono un connotato di classe, cioè non esprimono solo la specifica rivendicazione che li fa sorgere, ma mettono in discussione la produzione e la riproduzione della società.</em></p>
<p>Fino a quando rimangono movimenti, essi inoltre mettono in tensione le modalità di istituzionalizzazione della società. Il rapporto tra classe e partito è venuto meno proprio per l’eccesso di istituzionalizzazione, perché si è sclerotizzato in formule che impedivano la discussione e la critica e che alla fine hanno prodotto la sterilizzazione della classe e l’obsolescenza della forma partito. Il complicato e finora irrisolto rapporto con l’istituzionalizzazione caratterizza invece i movimenti che politicizzano continuamente delle questioni sociali: ovvero, essi rendono evidente che c’è una cesura, un contrasto che richiede una mediazione o può portare a una lotta, pur essendo ancora lontani da immaginare una adeguata forma organizzativa che possa dare continuità a questi contrasti. Dal punto di vista di classe i diversi movimenti non sono indifferenti, ciò significa che non possono essere collocati uno di fianco all’altro senza antitesi. Sono cioè l’espressione di tensioni spesso contrapposte all’interno della società mondo.</p>
<p>Secondo Marx, il movimento sociale è già un movimento politico, proprio perché mette in discussione la forma della produzione e della riproduzione della società. In questo senso i movimenti sociali sono movimenti di classe. Essi, tuttavia, non possono essere sommati secondo una logica in definitiva parlamentare o, se si vuole, ecclesiastica. Una logica che appare in molte se non tutte le convocazioni delle nostre iniziative di movimento, nelle quali molto democraticamente tutte le rivendicazioni sono messe una accanto all’altra, secondo la logica che non si può e non si deve escludere nessuno e secondo la convinzione aritmetica che la somma delle parti produce immediatamente una forza collettiva. In questo modo la ricchezza politica della molteplicità delle rivendicazioni soggettive viene risolta attraverso il semplice calcolo delle parti. La moltitudine diviene un problema aritmetico, invece che l’evidenza della tensione di classe che la innerva. Un esempio pratico del carattere problematico della moltitudine è stata la manifestazione del 22 ottobre 2022 a Bologna. Una grande manifestazione, un sospiro di sollievo che ha suscitato grandi aspettative. Guardando dentro a quella manifestazione si vedeva un grande blocco di giovani e giovanissimi mobilitati intorno a tematiche soprattutto ecologiche e alla rivendicazione di una vita se non migliore almeno bella. Lo spezzone della GKN. Uno spezzone molto grande di sindacalismo di base composto soprattutto da operai migranti. Uno spezzone tutt’altro che insignificante composto anch’esso da giovani che riprendevano slogan e mimavano comportamenti di un passato quasi remoto. Nudm ha scelto di non avere un suo spezzone, ma c’erano centinaia di donne con i pañuelos che mostravano chiaramente a cosa facevano riferimento.</p>
<p>Bisogna guardare dentro alla convergenza per capire se e come questi segmenti di classe possono produrre un’iniziativa comune, perché se non ci riescono non è perché esistono i ceti politici maligni e ambiziosi, ma perché le pretese soggettive di ognuno di quei segmenti parlano un linguaggio di classe che non comunica immediatamente con gli altri.</p>
<p><em>La moltiplicazione e la frammentazione dei linguaggi di classe producono certamente una ricchezza nuova, ma sono anche la causa per cui moltissimi uomini e donne che oggettivamente vivono in condizioni di assoggettamento e sfruttamento non riescono ad accedere all’azione comune e nemmeno si riconoscono come classe.</em></p>
<p>I movimenti ridefiniscono le pratiche della classe. La sua eventuale costituzione deve partire dalla moltitudine di figure che non devono semplicemente essere ridotte a unità, ma non possono nemmeno essere considerate come una pluralità indifferente. Se si vogliono considerare i movimenti da un punto di vista di classe non basta nominarli al plurale, in modo che tutte le loro rivendicazioni vengano messe su di un piano di parità formale, di fatto senza comunicazione. Le differenze devono essere prese sul serio e non semplicemente sommate. Devono essere prese sul serio perché non stabiliscono solo un campo di tensione verso l’esterno, verso quello che un tempo veniva definito il nemico di classe, ma anche verso l’interno. Il problema è se queste differenze si fissano in identità, se si risolvono in una indisponibilità pratica a mettere in discussione ciò che si è. Lo specifico politico della classe è proprio questo: chi ne è parte, chi parla e lotta dalla prospettiva di classe, lo fa perché vuole smettere di essere quello che è.</p>
<p>Riassumendo: i movimenti possono essere solo movimenti della società, ma possono essere anche processi in cui la sua produzione e riproduzione viene contestata materialmente. Da questo punto di vista, oggi, non è possibile alcuna definizione della classe e quindi della lotta di classe che non tenga conto della complessità dei movimenti del lavoro vivo che continuano a irritare la società. Movimenti dei e delle migranti che attraversano i confini degli Stati e delle leggi, mettendone in discussione la legalità politica, ma obbligando anche a ripensare le stesse categorie con cui la classe è stata finora intesa. Movimenti antirazzisti che operano nella stessa direzione anche all’interno di Stati che si pretendono omogenei. Movimenti contro le guerre, e oggi in particolare per contestare l’invasione russa dell’Ucraina, il nazionalismo di ogni tipo e il militarismo globale occidentale. Movimenti femministi e transfemministi che contestano la struttura patriarcale della società e la configurazione sessuale dei rapporti sui quali essa si regge. Movimenti ecologisti che lottano dentro al mutamento climatico, opponendosi alla distruzione mercificata della natura e alle diseguaglianze che essa riproduce. Movimenti della produzione immediata, ovvero i movimenti di tutti coloro che sono costantemente sottoposti ai processi di valorizzazione del capitale e vivono quindi delle molteplici forme del salario.</p>
<p><em>Ciò impone tuttavia di condividere l’assunto che il capitale è la potenza sociale che organizza l’esistenza di tutti coloro che partecipano direttamente o indirettamente alla sua valorizzazione. Se non si accetta questo presupposto è inutile parlare di classe e, anche se lo si fa, essa torna a essere una modalità di classificazione tra le altre.</em></p>
<p>Ciò non significa che l’unico luogo in cui il capitale deve essere contrastato è il posto di lavoro, derubricando ogni altra contestazione a una contraddizione secondaria che si risolverà in un futuro più o meno lontano. Nessuna organizzazione può collocare quelle differenze in una gerarchia funzionale per maneggiarle con comodo. Il lavoro vivo è attraversato da tensioni che devono essere assolutamente riconosciute come tali e assunte come terreno di incontro e di scontro altrettanto importante di quello contro il capitale. Da questo punto di vista la razza, il sesso, la giustizia climatica non sono condizioni ulteriori rispetto al lavoro vivo e alle sue rivolte, ma sono suoi movimenti interni e producono conseguenze e tensioni che lo definiscono nella sua complessità. Non sono movimenti sociali nel senso di movimenti della società, ma dinamiche interne al lavoro vivo che deve rompere praticamente le sue classificazioni interne così come deve rompere quelle imposte dalla tradizione e dal capitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>7. L’autodissoluzione della classe</strong></p>
<p>Questa pratica è una lotta che – scrive Marx nella <em>Miseria della filosofia</em> – è una vera e propria guerra civile, cioè uno scontro interno alla società della classificazione, portato avanti dall’associazione dei classificati. Qui tradizionalmente veniva posta l’annosa questione della coscienza di classe, che non è comunque un concetto psicologico. Non può cioè essere intesa come una consapevolezza superiore che viene acquisita e che prima mancava. Il passaggio avviene quando la massa dei classificati non lotta soltanto contro il suo avversario immediato, non si oppone solamente e non resiste soltanto, ma diventa una classe in se stessa, ovvero mettendo in gioco le sue stesse relazioni interne, determinando così il carattere specifico della sua azione. In altri termini,</p>
<p><em>la moltitudine di figure soggettive diviene classe non solo perché ha lo stesso nemico, ma attraverso le relazioni che sviluppa al suo interno. Se queste relazioni non mutano non c’è nemmeno la classe.</em></p>
<p>Se è vero quello che abbiamo detto sui movimenti sociali, ciò significa che la classe è il rifiuto pratico della posizione a cui sembra di essere destinati dall’organizzazione complessiva della società. La classe non è un’identità, ma un rischio. Non è la conferma di ciò che si è, ma il rischio di diventare qualcos’altro. Non basta nemmeno il presentarsi in massa: essere tanti contro i pochi che detengono il potere o che godono dei frutti dello sfruttamento. Non basta l’identificazione di un nemico comune. La classe non è una folla, nella quale ogni differenza perde la propria specificità o addirittura deve smettere di contare. La costituzione in classe è questo processo di trasformazione di chi vi prende parte. Più complesse sono le contraddizioni all’interno del lavoro vivo, più urgente diviene il dilemma organizzativo, che può essere risolto solo tenendo conto di questa composizione in movimento.</p>
<p>Le classi ci sono sempre. La classe no. Questo è il punto più complesso in un momento storico che fa del pluralismo la sua cifra. Cioè in un momento storico in cui affermare l’unicità di un processo sembra minacciare l’esclusione di altre manifestazioni della vita. La classe può esistere al singolare solo se non viene intesa come un processo di unificazione con la conseguente cancellazione delle differenze esistenti. È però altrettanto evidente che il processo che rende possibile la classe implica che chi vi partecipa metta in discussione la propria differenza e non la voglia vedere rappresentata come in un qualsiasi parlamento. Se infatti la classe non è una condizione sociale, non è nemmeno l’affermazione della propria identità differente, ma piuttosto il processo che si muove dentro e contro la condizione sociale e le sue classificazioni. Dentro alla lotta della classe devono modificarsi le relazioni, all’interno di un processo che non si muove verso una società diversa, ma è la pratica attuale di relazioni che sfuggono alle classificazioni. Da questo punto di vista dimostra tutta la sua importanza l’affermazione di Walter Benjamin: «Il soggetto della conoscenza storica è la classe stessa che lotta». Si tratta di un processo precario che impone di ritornare costantemente sui risultati che sembrano acquisiti. Ogni acquisizione è temporanea, così come la razionalità su cui si basa la lotta è provvisoria, ovvero né esclusiva né assoluta. La classe, in definitiva, non deve conquistare un potere collocato al suo esterno, ma può essere quel potere che muta alla radice le condizioni della sua stessa produzione fino a cancellarle.</p>
<p><strong><em>SINISTRAINRETE</em></strong></p>
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		<title>Lotte di classe in Francia</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Apr 2023 18:19:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[France Insoumise]]></category>
		<category><![CDATA[Gilets Jaunes]]></category>
		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>
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<h1></h1>
<h1>Lotte di classe in Francia</h1>
<h3>di Maurizio Lazzarato</h3>
<p>Pubblichiamo un articolo di Maurizio Lazzarato sulle mobilitazioni scoppiate in Francia a seguito della riforma del governo Macron sulle pensioni. L’analisi condotta da Lazzarato si muove lungo due direzioni: da un lato ci parla delle forme di espressione conflittuale, nel rapporto con il ciclo di lotte dei Gilet Jaunes, delle potenzialità ricompositive e dei limiti del movimento; dall’altro, ricomprende il ciclo di mobilitazioni nello scenario più ampio di ridefinizione degli equilibri tra le superpotenze a livello mondiale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>France Andiamo subito al cuore del problema: dopo le enormi manifestazioni contro la «riforma» delle pensioni, il presidente Macron decide di «passare con la forza» (<em>passer en force</em>) esautorando il parlamento e imponendo la decisione sovrana di approvare la legge che porta da 62 a 64 l’età pensionabile. Nelle manifestazioni si è immediatamente risposto «anche noi passiamo con la forza». Tra volontà opposte, quella sovrana della macchina Stato-Capitale e quella di classe, decide la forza. Il compromesso capitale-lavoro è saltato dagli anni ‘70, ma la crisi finanziaria e la guerra, hanno ancora radicalizzato le condizioni dello scontro.</p>
<p>Cerchiamo di analizzare successivamente i due poli di questa relazione di potere fondata sulla forza nelle condizioni politiche successive al 2008 e al 2022.</p>
<p><strong>Il marzo francese</strong></p>
<p>Il movimento sembra aver colto il cambiamento di fase politica determinato prima dalla crisi finanziaria del 2008 e poi dalla guerra. Ha utilizzato molte delle forme di lotta che il proletariato francese ha sviluppato negli ultimi anni, tenendole insieme, articolando e legittimando di fatto le loro differenze. Alle lotte sindacali, con i loro cortei pacifici che si sono via via modificati, integrando componenti non salariali (il 23 marzo la presenza di giovani, di studenti universitari e liceali è stata massiccia), si sono aggiunte le manifestazioni «selvagge» che per giorni si sono sviluppate al calar della notte nelle strade della capitale e di altre grandi città (dove sono state anche più intense).</p>
<p>Questa strategia di agire per gruppi che si spostano in continuazione da una parte all’altra della città seminando i <em>flics</em>, è una chiara eredità delle forme di lotta dei Gilets jaunes che hanno cominciato a «terrorizzare» i borghesi, quando invece di sfilare tranquillamente tra République e Nation, hanno portato il «fuoco» nei quartieri dei ricchi nell’ovest parigino. La notte del 23 marzo sono stati contati 923 «départs de feu» solo a Parigi. I flics dichiarano che le notti «selvagge» si sono assestate a un livello superiore delle «scorribande» dei Gilets jaunes.</p>
<p>Nessun sindacato, neanche il più filo-presidenziale (CFDT) ha condannato le manifestazioni «selvagge». I media, tutti, senza eccezione, di proprietà di oligarchi, che aspettavano con ansia, dopo le prime «violenze», un capovolgimento dell’opinione pubblica, sono stati delusi: 2/3 dei francesi continuavano ad appoggiare la rivolta. Il «sovrano» aveva rifiutato di ricevere i sindacati significando chiaramente la sua volontà di scontro diretto, senza mediazioni. Tutti ne avevano dedotto che la strategia da adottare era una sola, articolare diverse forme di lotta, senza imbarazzarsi della distinzione «violenza/pacifismo».</p>
<p>La massificazione e differenziazione delle componenti presenti nei cortei si ritrova anche nei picchetti di sciopero che sono importanti se non di più, delle manifestazioni. Probabilmente la scelta di Macron è stata anche suggerita dal blocco non del tutto riuscito dello sciopero generale del 7 marzo (l’8 la situazione era diventata quasi normale!). Ma quello che Macron non aveva previsto è stata l’accelerazione impressa al movimento dopo la decisione di applicare il 49.3.</p>
<p>Il solo movimento che non è stato integrato nella lotta è quello della rivolta delle banlieues. La congiunzione tra «petits blancs» (le fette più povere del proletariato bianco) e «barbares» (i figli francesi di immigrati, gli «indigeni della repubblica») non è avvenuta neanche questa volta. La cosa non è di poco conto, come si vedrà in seguito perché qui è in gioco la possibile rivoluzione mondiale, la congiunzione Nord/Sud.</p>
<p>C’è stata di fatto e accettata da tutti un’articolazione tra le lotte di massa e lotte di una parte minoritaria che si è dedicata a prolungare il conflitto la notte utilizzando le <em>poubelles </em>(pattumiere) accumulate ai lati delle strade a causa dello sciopero degli spazzini, per bloccare la polizia e mettere lo <em>zbeul</em> (casino, dall’arabo magrebino <em>zebla</em>, immondizia). Per il momento chiamiamola «avanguardia» perché non so come definirla altrimenti, sperando che i soliti cretini non gridino al leninismo. Qui non si tratta di portare la coscienza al proletariato che ne è sprovvisto, né di funzioni di direzione politica, ma di articolare la lotta contro il braccio di ferro imposta dal potere costituito. Il rapporto masse/minoranze attive è presente in tutti i movimenti rivoluzionari. Si tratta di ripensarlo nelle nuove condizioni e non di rimuoverlo.</p>
<p>Prima delle grandi mobilitazioni di questi giorni esistevano differenze e divisioni che percorrevano il proletariato francese indebolendo la sua forza d’urto. Qui le possiamo solo riassumere: i sindacati e i partiti istituzionali della sinistra (con l’eccezione della France Insoumise), non ha mai capito il movimento dei Gilets Jaunes, né la natura, né le rivendicazioni di questi lavoratori che non rientrano negli standard classici del salariato. Hanno mostrato indifferenza, se non ostilità, nei confronti delle loro lotte. Aperta inimicizia invece hanno espresso verso i «barbari» delle banlieues (con l’eccezione della France Insoumise), a cui si sono aggiunte parti del movimento femminista, quando sono tutti caduti succubi delle campagne razziste lanciate dal potere e dai media contro il «velo islamico». Dal canto loro né i primi, né i secondi sono stati capaci di sviluppare forme di organizzazione autonome e indipendenti, in grado di portare il loro punto di vista che ne i sindacati né i partiti chiusi su una base che continua a ridursi non vogliono neanche prendere in considerazione. All’interno dei «barbari» si è sviluppata una teoria decoloniale di cui si possono condividere molte prese di posizione, ma che non è mai riuscita a radicarsi nei quartieri e darsi un’organizzazione di massa. Il movimento femminista è invece ben organizzato e ha sviluppato lucide e approfondite analisi, esprimendo posizioni radicali che però non porta dentro rotture politiche di questa portata. Non dà battaglia politica dentro le lotte incorso anche se le donne sono sicuramente le più colpite dalle «riforme». Per cui il proletariato francese era frammentato dal razzismo, dal sessismo e dalle nuove forme del lavoro precario.</p>
<p>Il movimento in corso ha fatto <em>bouger les lignes</em> come dicono i francesi, cioè ha smosso le linee di divisione, ricomponendo parzialmente le differenze. Anche le azioni ecologiche hanno trovato forza e risorse dentro le lotte. Gli scontri a Sainte-Soline contro la costruzione di grandi bacini per raccogliere l’acqua per l’industria agro-alimentare, dove la polizia ha fatto uso di armi da guerra, hanno suscitato sdegno e mobilizzazione nei giorni successivi con la ripresa delle manifestazioni «selvagge», anche se di minore entità.</p>
<p>Un salto nelle ricomposizioni? Forse è troppo presto per dirlo, in ogni modo i vari movimenti che hanno attraversato la Francia in questi anni si sono innestati sulla mobilizzazione sindacale dandole via via un’altra immagine e sostanza: la sfida con il potere e con il capitale.  In due mesi hanno bruciato Macron e messo in una strada senza via di uscita sua presidenza.</p>
<p>Quando il sistema politico dei paesi occidentali diventa oligarchico e quando il consenso non può più essere assicurato da salari, redditi e consumi, continuamente bloccati o tagliati, la polizia diventa l’asse fondamentale di «governance». Macron ha gestito le lotte sociali della sua presidenza solo tramite la polizia.</p>
<p>La brutalità degli interventi è oggi in cuore della strategia francese dell’ordine pubblico. La Francia non ha solo una grande tradizione rivoluzionaria, ma anche una tradizione di esercizio della violenza contro-rivoluzionaria, inaudita nelle colonie e proporzionata al pericolo che il potere corre nella metropoli (in cui ha fatto intervenire come nel 1848 l’esercito coloniale, l’Armée d’Afrique che aveva conquistato l’Algeria, per reprimere la rivoluzione).</p>
<p>Ormai la posta in gioco del movimento non è riducibile soltanto al lavoro e al suo rifiuto, ma è l’avvenire del capitalismo stesso e del suo Stato, come sempre succede quando si scatenano guerre tra imperialismi!</p>
<p>L’insegnamento che possiamo trarre da due mesi di lotta è l’urgenza di ripensare e riconfigurare il problema della forza, della sua organizzazione, del suo uso. La tattica e la strategia sono ridiventate delle necessità politiche di cui i movimenti si sono poco occupati, concentrati quasi esclusivamente sulla specificità della loro relazione di potere (sessista, razzista, ecologica, salariale). E, nonostante ciò, hanno alzato il livello dello scontro muovendosi oggettivamente insieme, in mancanza di una coordinazione soggettiva, destrutturando il potere costituito. O si ripone il problema della rottura con il capitalismo con tutto ciò che implica o si continuerà ad agire solo sulla difensiva. Ciò che emerge quando la guerra tra imperialismi si impone è sempre, storicamente, la possibilità del suo «crollo» (da cui può anche emergere una nuova divisione del potere sul mercato mondiale e un nuovo ciclo d’accumulazione). Gli USA, la Cina, la Russia hanno la completa consapevolezza della posta in gioco. Che la lotta di classe possa elevarsi a questo livello dello scontro è ancora in dubbio.</p>
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<p><strong>L’autocrazia occidentale</strong></p>
<p>La costituzione francese prevede sempre la possibilità per il «sovrano» di decidere all’interno di istituzioni cosiddette democratiche, da cui l’invenzione del 49.3 che permette legiferare senza passare per il parlamento. Si tratta dell’iscrizione nella costituzione della continuità dei processi di centralizzazione politica cominciati molto prima della nascita del capitalismo. La centralizzazione della forza militare (monopolio legittimo del suo esercizio), anche lei antecedente al capitalismo, costituisce l’altra indispensabile condizione dell’emergere della macchina Stato-Capitale, che a sua volta procederà immediatamente a una centralizzazione della forza economica costituendo dei monopoli e degli oligopoli che non hanno fatto altro che aumentare di taglia e di peso economico e politico lungo tutta la storia del capitalismo.</p>
<p>Una grande parte del pensiero politico ha ignorato il capitalismo realmente esistente, rimuovendo i suoi processi di centralizzazione «sovrana» aprendo così la strada ai concetti di «governamentalità» (Foucault), «governo» (Agamben che si è molto agitato durante la pandemia, ma è sparito con la guerra tra imperialismi molto poco biopolitica), «governance».</p>
<p>Le affermazioni di Foucault a questo proposito sono significative del clima teorico della contro-rivoluzione: «L’economia è una disciplina senza totalità, l’economia è una disciplina che comincia a manifestare non soltanto l’inutilità, ma l’impossibilità di un punto di vista sovrano». I monopoli sono i «sovrani» dell’economia che non faranno che accrescere la loro volontà di totalizzazione coniugandosi con il potere «sovrano» del sistema politico e con il potere «sovrano» dell’esercito e della polizia.</p>
<p>Il capitalismo non è identico né al liberalismo, né al neoliberalismo. Le due cose sono radicalmente differenti ed è stata una sciocchezza descrivere lo sviluppo della macchina Stato-capitale come un passaggio dalla società sovrane, alle società disciplinari e alla società del controllo. Le tre centralizzazioni si integrano comandando <em>sempre e comunque</em> le forme di governamentalità (liberale o neoliberale), utilizzandole e abbandonandole quando lo scontro di classe si radicalizza.</p>
<p>Gli enormi squilibri e polarizzazioni tra Stati e tra classi che le centralizzazioni determinano conducono direttamente alla guerra che esprime ancora una volta la verità del capitalismo (lo scontro tra imperialismi) le cui ricadute politiche sono immediate, soprattutto sui piccoli stati europei. Mentre il presidente francese afferma la sovranità contro la sua «popolazione», ne ha perso, da buon vassallo, un altro bel pezzo a favore degli USA che hanno rimpiazzato, grazie alla guerra contro l’«oligarca russo», l’asse franco-tedesco, con l’asse Usa, Gran Bretagna e i paesi dell’est al centro dei quali gli americani hanno installato il più reazionario, sessista, clericale, omofobo, anti-operaio e guerrafondaio dei paesi europei, la Polonia. Ormai non solo l’ipotesi federale è un’utopia, ma anche l’Europa delle nazioni. Il futuro sarà dei nazionalismi e dei nuovi fascismi. Se mai qualcuno volesse far risorgere il progetto europeo dopo l’ulteriore servile consenso alla logica dell’imperialismo del dollaro, dovrebbe prima ingaggiare una lotta di liberazione dal colonialismo yankee.</p>
<p>Sullo scacchiere internazionale, la Francia conta ancora meno di quanto contasse prima della guerra, ma come tutti i signorotti marginali, Macron riversa tutto il suo livore e la sua impotenza sui propri «sudditi» a chi riserva il trattamento della sua polizia.</p>
<p>Secondo il <em>Financial Times</em> del 25 marzo 2023, «La Francia ha il regime che, tra i paesi più sviluppati, si avvicina di più a una dittatura autocratica». È divertente leggere la stampa internazionale del capitale che si allarma (<em>Wall Street Journal</em>) perché «la marcia forzata di Macron per trasformare l’economia francese in un ambiente pro-business si fa a scapito della coesione sociale». La loro vera preoccupazione non sono le condizioni di vita di milioni di proletari ma il pericolo «populista» che rischierebbe di mettere in discussione l’Alleanza Atlantica, la Nato Globale e quindi gli Usa che la comandano: la «ribellione parlamentare» e il «caos che si sviluppa in tutto il paese pongono delle domande inquietanti per il futuro del paese a tutti quelli che sperano che la Francia resti con forza ancora al campo liberale, pro-UE, pro-Nato» (Politico). Il <em>Financial Times</em> teme che la Francia «segua gli americani, i britannici, gli italiani e opti per il voto populista». Non si capisce se sono ipocriti o irresponsabili. Vorrebbero avere due cose contemporaneamente: la rendita finanziaria e la rendita da monopolio e la coesione sociale, la democrazia e la dittatura del capitale, le imprese esonerate dalle tasse, lautamente finanziate da un welfare completamente stravolto in loro favore e la pace sociale. <em>Der Spiegel</em> parla di «deficit democratico» di «democrazia stessa in pericolo», quando sono le politiche economiche che difendono quotidianamente le cause dell’autocrazia occidentale che non ha niente, ma proprio niente, da invidiare a quella orientale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il ciclo di lotte mondiale dopo il 2011</strong></p>
<p>Quello che si comincia solo a intravedere nelle lotte in Francia, la sfida al potere e al capitale, è ciò che le lotte nel Sud globale hanno immediatamente raggiunto già a partire dal 2011.</p>
<p>Il grande Sud ha giocato una funzione strategica determinante, più ancora che le lotte in Occidente, già nel Novecento. La dimensione internazionale dei rapporti di forza è un nodo decisivo per poter riprendere l’iniziativa. La crisi del 2008 non ha aperto solo la possibilità della guerra (puntualmente arrivata), ma anche la possibilità di rotture rivoluzionarie (la realtà delle lotte si muove, è costretta a muoversi verso questa direzione se non vuole essere spazzata via dall’azione congiunta della guerra e dei nuovi fascismi).</p>
<p>L’ultima mondializzazione non si è limitata a scavare differenze, ma ha anche creato dei Nord nel Sud e impiantato dei Sud nel Nord. Da questo non si deve assolutamente dedurre un’omogeneità dei comportamenti politici e dei processi di soggettivazione tra le due diverse frazioni. La polarizzazione centro-periferia è immanente al capitalismo e deve essere imperativamente e continuamente riprodotta. Senza la predazione del «Sud», senza l’imposizione di uno sviluppo «lumpen» e di uno «scambio ineguale» (Samir Amin), il saggio di profitto è destinato a cadere inesorabilmente, malgrado tutte le innovazioni, le tecnologie, le invenzioni che il Nord possa produrre sotto il controllo del più grande imprenditore tecnico-scientifico, il Pentagono americano.  È la ragione di fondo della guerra in corso. Il grande Sud vuole uscire da questa relazione di subordinazione, ne è già parzialmente uscito, ed è questa volontà politica che minaccia l’egemonia finanziaria e monetaria americana e la sua supremazia produttiva e politica.</p>
<p>Ci sono almeno due importanti differenze politiche che permangono tra l’Occidente e il resto del mondo. La non integrazione dei «barbari» delle periferie francesi nelle lotte attuali, pur costituendo uno degli strati più poveri e sfruttati del proletariato francese, è già un sintomo, interno ai paesi occidentali, delle difficoltà di superare la «frattura coloniale» di cui i bianchi hanno a lungo profittato.</p>
<p>Dentro il ciclo di lotte iniziato nel 2011 si è prodotta una differenziazione simile a quella verificatasi nel XX secolo. All’epoca avevamo rivoluzioni socialiste o di liberazione nazionale (con tinte comunque socialiste) in tutto il grande Sud e lotte di massa, anche molte dure, incapaci però di sfociare in processi rivoluzionari vincenti in Occidente. Oggi abbiamo grandi scioperi in Europa (Francia, Gran Bretagna, Spagna e anche Germania) e invece vere e proprie rivolte, insurrezioni, apertura di processi rivoluzionari nel grande Sud.</p>
<p>Prendiamo in considerazione solo qualche esempio, l’Egitto e la Tunisia che hanno inaugurato il ciclo nel 2011, il Cile e l’Iran, più recentemente, per sottolineare le differenze e le possibili convergenze.</p>
<p>Difficile paragonare l’insurrezione delle primavere arabe con «Occupy Wall Street» anche se c’è stata una circolazione delle forme di lotta: destituzione del potere costituito, milioni di persone mobilizzate, sistemi politici scossi dalle fondamenta, repressione con centinaia di morti, possibilità di aprire un vero processo rivoluzionario, subito abortito perché come recitava un cartello al Cairo durante la rivolta, «half revolution, no revolution». Occupy Wall Street non ha mai messo in campo rapporti di forza di queste dimensioni ne ha prodotto, anche se per brevi periodi, «vuoti», destrutturazioni, delegittimazioni dei dispositivi di potere come le insurrezioni nel Sud periodicamente determinano. Ed è ancora il Sud che apre e promuove nuovi cicli di lotta (vedi anche il femminismo sudamericano) che si riproducono con intensità e forza minori nel Nord.</p>
<p>Il Cile, dove il «neoliberalismo» era nato, dopo che l’azione della macchina Stato-Capitale aveva distrutto fisicamente i processi rivoluzionari in corso e aveva chiamato Hayek e Friedman a costruire sul massacro mercato, concorrenza e capitale umano (mai confondere, il neoliberalismo con l’imperialismo e con il capitalismo, bisogna distinguerli sempre accuratamente!), è un altra tipologia di insurrezione, da cui si possono tirare altri insegnamenti, anche se, come in Africa del Nord, si tratta di sconfitte politiche.</p>
<p>In Cile, in modo diverso dall’Egitto, una molteplicità di movimenti (significativa l’importanza del movimento femminista e indigeno) si è espressa nella rivolta. Ma a un certo punto della lotta tra le classi ci si confronta con un potere che non è più solo il potere patriarcale o eterosessuale, non è più solo il potere razzista, non è più solo il potere del padrone, ma è il potere generale della macchina Stato-Capitale che li ingloba, li riorganizza e nello stesso tempo li deborda. Il nemico non è nemmeno soltanto il potere nazionale, la sovranità di uno Stato come quello cileno. In queste situazioni ci si confronta direttamente con le politiche imperialistiche perché eventuali rotture politiche, come in Egitto (più che in Tunisia) o in Cile o in Iran, rischiano di mettere in discussione i rapporti di forza sul mercato mondiale, l’organizzazione globale del potere: tanto l’insurrezione cilena quanto quella egiziana sono state seguite molto da vicino dagli Stati Uniti che non si sono fatti pregare per intervenire con la loro «ingerenza strategica». Una situazione simile si è prodotta anche in Francia: lo sviluppo delle lotte si trova, a partire da una lotta «sindacale», di fronte alla totalità della macchina Stato-Capitale.</p>
<p>Dentro questi momenti di lotta si arriva a un punto di non ritorno per entrambi i contendenti, perché non è possibile consolidare delle forme stabili di contropotere, degli spazi o territori «liberati» se non per brevi periodi. La soluzione zapatista non è generalizzabile, né riproducibile (come, del resto, hanno sempre affermato gli zapatisti stessi). Non si capisce come si possa impiantare un duraturo «doppio potere» nelle condizioni attuali del capitalismo. Nello stesso tempo la presa del potere non sembra costituire, dal 68, una priorità. La situazione si configura come un rompicapo!</p>
<p>Malgrado le differenze politiche tra Nord e Sud, emergono problemi trasversali: quale soggetto politico costruire che sia capace, nello stesso tempo, di organizzare la molteplicità delle forme di lotta e dei punti di vista e di porre la questione del dualismo di potere e dell’organizzazione della forza.</p>
<p>Le rivolte, le insurrezioni (ma anche, se in maniera diversa, le lotte in Francia), producono una serie di rompicapi: impossibilità di totalizzare e di sintetizzare le lotte e impossibilità di restare nella dispersione e nella sola differenza; impossibilità di non rivoltarsi destrutturando il potere e quella di prendere il potere; impossibilità di organizzare il passaggio dalla molteplicità al dualismo di potere comunque imposto dal nemico e impossibilità di restare nella sola molteplicità e nella differenza; impossibilità della centralizzazione e impossibilità di affrontare il nemico senza centralizzazione. Cozzare contro questi rompicapi è la condizione per creare il <em>possibile</em> della rivoluzione. Solo a queste condizioni, superando queste impossibilità, <em>l’impossibile diventa possibile</em>.</p>
<p>La seconda grande differenza tra Nord e Sud concerne la guerra in corso e l’imperialismo. <em>L’imperialismo</em> definisce il salto di qualità operato nel processo di integrazione dei tre processi di centralizzazione economica, politica e militare che la prima guerra mondiale sancisce e che hanno raggiunto il loro punto più alto durante il «neoliberalismo» – alla faccia della libera concorrenza, della libera iniziativa, della lotta contro ogni concentrazione di potere che falsi la competizione, ecc. – fino ad imporre, come stanno facendo oggi, l’inflazione da profitti («pricing power», il potere di fissare il prezzo in barba al sedicente neoliberalismo) non contenti della predazione che operano a livello globale e della riorganizzazione del welfare che hanno imposto a loro favore.</p>
<p>Il movimento francese non si è espresso sulla guerra tra imperialismi. La lotta contro la riforma delle pensioni avviene in questo quadro, anche se il problema non è mai stato posto. Il fatto che l’Europa sia in guerra e che l’Occidente stia riorganizzando il welfare in warfare, cambia notevolmente la situazione politica. Forse è meglio così, anche se si tratta di un evidente limite politico. Se l’avesse fatto sarebbero emerse probabilmente posizioni politiche differenti e anche opposte.</p>
<p>Nel Sud globale il giudizio sulla guerra è invece chiaro e unanime: si tratta di una guerra tra imperialismi alla cui origine c’è però l’imperialismo americano a cui aderiscono le suicidarie classi politiche europee. Il Sud si divide soltanto tra Stati che sono per la neutralità e altri schierati con la Russia, ma tutti rifiutano le sanzioni e la fornitura di armi.<a name="_ftnref1" href="https://effimera.org/lotte-di-classe-in-francia-di-maurizio-lazzarato/#_ftn1"></a>[1]</p>
<p>Nel Sud la categoria di imperialismo non è mai stata messa in discussione come è stato fatto in Occidente. Il grande abbaglio preso da Negri e Hardt con «Impero», la cui formazione sovranazionale non è mai neanche cominciata, è significativo di una differenza di analisi e di sensibilità politica che li ha portati ad affermare, nell’ultimo volume della loro trilogia, l’impossibile Impero avrebbe optato per la finanza dopo aver testato la guerra. Esattamente il contrario di cioè che è successo: la finanza americana avendo prodotto e continuando a produrre crisi a ripetizione – che mettono continuamente il capitalismo sull’orlo del crollo, salvato esclusivamente dall’intervento della <em>sovranità</em> degli Stati, primo fra tutti quello americano – obbliga gli USA alla guerra. L’imperialismo contemporaneo il cui concetto potrebbe essere sintetizzato (semplificandolo notevolmente) dalla triangolazione monopoli/moneta/guerra getta una luce anche sui limiti delle teorie che l’hanno ignorato e ci impone di assumere il punto di vista del Sud che non l’ha mai abbandonato perché ce l’ha ancora sul groppone. Come del resto noi, ma preferiamo far finta di niente!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come uscire dalla controrivoluzione?</strong></p>
<p>Si è giustamente ammirati dalle lotte del proletariato francese. Entusiasmano perché si riconoscono tratti delle rivoluzioni del XIX secolo (e anche della grande rivoluzione) che danno sempre del filo da torcere alla controrivoluzione con una continuità e intensità che non si vede in nessun altro paese occidentale. Bisogna però restare vigilanti. Se i proletari francesi insorgono con regolarità impressionante contro le «riforme», riescono soltanto, almeno fino ad oggi, a ritardare la loro applicazione o a modificarle al margine, producendo e sedimentando, per contro, processi di soggettivazione inediti che si cumulano come nelle lotte in corso (dalle lotte contro la legge sul lavoro ai Gilets jaunes passando per le ZAD). Le lotte però sono state tutte, almeno fino ad oggi, difensive il cui senso reattivo può essere sicuramente rovesciato, ma resta comunque un handicap di partenza notevole.</p>
<p>Per spiegare ciò che dobbiamo chiamare, malgrado le grandi resistenze espresse, «sconfitte», occorre, forse, risalire a come le conquiste salariali, sociali, politiche sono state imposte. Se nell’Ottocento le prime vittorie erano il frutto delle lotte delle classi operaie europee, nel Novecento il Sud ha giocato un ruolo strategico sempre più importante.  Sono le rivoluzioni, paventate nel Nord e vincenti nel Sud, che hanno inceppato la macchina Stato-Capitale obbligandola a delle concessioni. Ciò che faceva paura erano l’autonomia e l’indipendenza del punto di vista proletario che vi si esprimeva. Il congiungersi delle <em>rivoluzioni contadine </em>nel Sud con le <em>lotte operaie</em> del Nord ha determinato un fronte oggettivo di lotte trasversale alla «linea di colore» che ha imposto aumenti salariali, welfare al Nord e rottura della divisione coloniale che regnava da quattro secoli nel grande Sud. è questo il frutto più importante della rivoluzione sovietica (Lenin non è mai andato a Londra, né a Detroit, ma si è visto invece dalle parti di Pechino, Hanoi, Algeri, ecc.) che è stata prolungata solo dai «popoli oppressi».</p>
<p>Come è impossibile il socialismo in un solo paese, così è impossibile imporre delle condizioni alla macchina Stato-Capitale a partire da una nazione.</p>
<p>Le classi operaie occidentali erano state battute dall’avvento della Prima guerra mondiale, quando la stragrande maggioranza del movimento operaio aveva accettato di mandarle al macello per la gloria delle rispettive borghesie nazionali. Quando sia la classe che il movimento operaio si sono riscattati con l’antifascismo, l’iniziativa era già in mano alle rivoluzioni «contadine» la cui forza ha fatto derivare i centri del capitalismo verso est. Oramai, le classi operaie occidentali erano state integrate nello sviluppo e anche quando si ribelleranno non saranno mai in grado di minacciare veramente la macchina Stato-Capitale. Nello stesso periodo le rivoluzioni del grande Sud si sono trasformate in macchine di produzione o in Stati Nazione.</p>
<p>Sparita la minaccia della rivoluzione al Nord e la sua presenza reale al Sud, il rapporto di forza si è radicalmente rovesciato: abbiamo cominciato a perdere e continuiamo a perdere, un pezzo alla volta, tutto quello che era stato conquistato (il passaggio dell’età pensionabile da 60 anni a 67, setti anni di vita catturati in un colpo solo dal capitale, è forse il segno più evidente della sconfitta). Fino alla controrivoluzione cominciata negli anni ‘70, anche quando si era sconfitti politicamente, si avanzava economicamente, socialmente. Oggi si perde su entrambi i fronti. Ora, dopo la crisi del 2008, esplodono dappertutto lotte significative (il marzo francese è una di queste) ma se non si ritesse la rete delle insurrezioni e delle lotte su scala globale, soggettivamente questa volta, dubito che si possa rompere la gabbia della controrivoluzione.</p>
<p>Uomini di buona volontà si propongono di civilizzare la guerra di classe all’origine delle guerre tra stati. Auguriamo loro, buona fortuna. In un solo secolo (1914-2022) i diversi imperialismi hanno portato quattro volte l’umanità al bordo dell’abisso: Prima e Seconda guerra mondiale con l’apice nazista, la guerra fredda in cui si è attualizzata per la prima volta la possibilità della fine nucleare dell’umanità. La guerra attuale, di cui l’Ucraina non sarà che un episodio, potrebbe rilanciare quest’ultima eventualità.</p>
<p>Rispetto a questa tragica, ricorrente, ripetizione delle guerre tra imperialismi (le altre non le contiamo nemmeno) si tratta di ricostruire rapporti di forza internazionali e di elaborare un concetto di guerra (di strategia) adeguato a questa nuova situazione. Il «Manifesto del partito comunista» ne dava una definizione ancora attualissima anche se rimossa o caduta nell’oblio della pacificazione: «guerra ininterrotta, talvolta dissimulata, talvolta aperta. Dissimulata o aperta, richiede sempre e comunque un sapere dei rapporti di forza e una strategia e un’arte della rottura, adeguata a questi rapporti. La guerra, storicamente, ma sembra ancora il caso oggi, può dar luogo a una trasformazione rivoluzionaria» o una nuova accumulazione di capitale su scala mondiale. Un’altra possibilità che il Manifesto di Marx e Engels prendeva in considerazione è all’ordine del giorno, aggravata dal disastro ecologico in corso, «la distruzione» non solo «delle due classi in lotta», ma anche dell’umanità.</p>
<hr />
<h6>NOTE</h6>
<h6><a name="_ftn1" href="https://effimera.org/lotte-di-classe-in-francia-di-maurizio-lazzarato/#_ftnref1"></a>[1] Laura Richardson, responsabile del comando militare sud degli USA (che comprende anche tutti i paesi dell’America Latina, tranne il Messico) ha proposto un “affare” alla Colombia alleata storica dell’imperialismo prima del cambio di governo. Se il paese accettava di mettere a disposizione dell’esercito ucraino i suoi cinquanta vecchi elicotteri Mi-8 e Mi-17 di fabbricazione sovietica, Washington li avrebbe rimpiazzati con materiale nuovo. La risposta del presidente Gustavo Petro è stata tagliente e si differenzia dalla vergognosa e controproducente sottomissione delle élite europee: “Conserveremo queste armi, anche se dovessimo trasformarle in ferraglia (…) Noi non siamo in un campo o in un altro,  siamo in quello della pace.”</h6>
<p><em><strong>Effimera </strong></em></p>
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		<title>Che cos’è la composizione di classe?</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Apr 2023 16:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>
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		<category><![CDATA[Operaismo]]></category>
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<h1 data-hook="post-title"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/04/ab3e2e8e7892fb08c18c3d4a4fc37f39.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-8455" title="ab3e2e8e7892fb08c18c3d4a4fc37f39" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/04/ab3e2e8e7892fb08c18c3d4a4fc37f39.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a></h1>
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<h1 data-hook="post-title">Che cos’è la composizione di classe?</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-a6rug"><em>Sebbene il concetto di composizione di classe sia uno dei più importanti dell’armamentario operaista, sono pochissimi i testi in cui esso è stato formalizzato a scopo formativo. Il testo di archivio che proponiamo, che è la trascrizione dell’intervento che Salvatore Cominu ha tenuto in occasione di un seminario di autoformazione organizzato a Piacenza nel 2014, tenta di rimediare a questa lacuna ripercorrendo l’origine e lo sviluppo del concetto senza la pretesa di una formalizzazione definitiva ma con il pregio di una rara chiarezza espositiva. Come si leggerà, più che di un concetto si tratta di un metodo che va fatto funzionare tanto importante quanto, di fatto, dimenticato. La sua rilevanza deriva dalla sua capacità di offrire una lettura materialistica, ovvero calata all’interno dei rapporti sociali di produzione storicamente determinati, della produzione di soggettività, senza la quale non è possibile disporre alcun tipo di processo organizzativo. Detto in termini più semplici: senza l’uso di questo metodo difficilmente si potranno scoprire i nuovi soggetti delle lotte. A differenza del concetto di intersezionalità, oggi di moda e a cui il lettore più avveduto certamente avrà pensato, che con esso condivide l&#8217;esigenza di un&#8217;immagine disomogenea, articolata e stratificata al proprio interno della classe, il metodo operaista non è viziato da un materialismo determinista. Per esso infatti la sottomissione ad una qualche forma di dominio/sfruttamento non è una condizione sufficiente alla produzione di soggetti «rivoluzionari» perché «anche il Capitale soggettivizza». Come sostiene l&#8217;autore, all’interno della realtà capitalistica, i soggetti «subalterni» non esprimono alcuna coerenza progressiva, al contrario sono per lo più portatori di una forte «ambivalenza». La «contro-soggettivazione» antagonista non è quindi un processo necessario ma solo un esito possibile degli sforzi organizzativi. È questo realismo a rendere il metodo della composizione politica ancora indispensabile alla prassi militante che troppo spesso rimane incantata dall’idealizzazione dei soggetti delle lotte finendo per non vedere in alcuni casi le loro potenzialità, in altri i loro limiti.</em></p>
<div data-hook="rcv-block10"></div>
<p id="viewer-aqqdn"><strong>Premessa</strong></p>
<div data-hook="rcv-block15"></div>
<p id="viewer-d0ils"><strong>Prima di entrare nel merito del tema della serata mi sembrano doverose alcune brevi premesse.</strong></p>
<div data-hook="rcv-block16"></div>
<p id="viewer-5hf0h">La categoria di «composizione di classe» è fondativa, forse più di altre, di un filone del marxismo eterodosso che, per quanto abbia dato vita a differenti esiti teorici e traiettorie politiche anche personali, rimane nondimeno fortemente riconoscibile per metodo e categorie, parlo ovviamente di quello che a partire dagli anni Sessanta è stato definito operaismo, e poi post-operaismo o neo-operaismo.</p>
<div data-hook="rcv-block17"></div>
<p id="viewer-21ulp">Intorno alla definizione operativa – al suo essere un attrezzo utile per la lotta di classe – si sono misurati e divisi militanti e intellettuali con strumenti ben più solidi dei miei. La mia visione di questo e altri concetti è mediata da una certa frequentazione negli anni Ottanta e Novanta con Romano Alquati, sociologo militante a cui si deve peraltro il conio originario della categoria di composizione di classe, nonché (credo) gli spunti analitici più rilevanti nel definirne l’operatività. Dopodiché non sono uno specialista del pensiero di Alquati né un suo esegeta. Romano ci ha lasciati qualche anno fa, sarebbe stato importante avere le sue analisi sulla composizione di classe nella crisi; il riferimento alla sua figura penso sia necessario (anche perché molte ricostruzioni tendono a trascurare o sottovalutare il suo contributo), ma non lo faccio per dare maggiore credito a quanto, con tutti i limiti del caso, mi appresto a dire.</p>
<div data-hook="rcv-block18"></div>
<p id="viewer-df3cs">Infine, una ricostruzione sistematica della «carriera» del concetto di composizione di classe richiederebbe più tempo e capacità di quelle a mia disposizione. Per brevità, molti passaggi saranno accennati e soprattutto non mi dilungherò (come sarebbe invece necessario) sugli sviluppi successivi agli anni Sessanta del dibattito sulla composizione di classe, consapevole tuttavia che questa ellissi temporale tra gli anni Sessanta e i giorni nostri tagli fuori dalla riflessione contributi e innovazioni troppo importanti per essere poste tra parentesi.</p>
<div data-hook="rcv-block19"></div>
<div id="viewer-5mlqc"></div>
<div data-hook="rcv-block20"></div>
<p id="viewer-3klcg"><strong>Il contesto in cui si sviluppa il concetto di composizione di classe</strong></p>
<div data-hook="rcv-block21"></div>
<p id="viewer-12k8v">Credo utile, per introdurre la discussione, partire dall’ultimo incontro, inerente i processi di soggettivazione, condotto da Federico Chicchi. Il nesso tra soggettività (e il suo essere processo, forma di produzione) e composizione di classe è infatti stretto.</p>
<div data-hook="rcv-block22"></div>
<p id="viewer-81n7a">Per cogliere la portata rivoluzionaria del concetto di (del metodo della) composizione di classe occorre situare la riflessione nel movimento operaio a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, in una fase di sostanziale assenza di lotte. Qual era il quadro?</p>
<div data-hook="rcv-block23"></div>
<p id="viewer-9nnrl">La linea strategica del gruppo dirigente del Pci era da tempo volta a realizzare un’alleanza tra classe operaia e frazioni progressiste, o ritenute tali, del capitalismo italiano (questo era il togliattiano «patto tra produttori») che progressivamente avrebbe dovuto marginalizzare le componenti conservatrici del medesimo. Una strategia che subordinava le istanze di classe alla modernizzazione del capitalismo nazionale. Aggiungiamo che la sconfitta delle lotte operaie del dopoguerra, la marginalizzazione del sindacato nelle grandi fabbriche (la sconfitta della Fiom-Cgil nelle commissioni interne del 1953), aveva prodotto un disorientamento tra le stesse avanguardie comuniste. In ultimo prevaleva in numerosi ambienti l’idea, di derivazione francofortese, di una progressiva integrazione della classe operaia nella società opulenta e dei consumi di massa (erano gli anni del boom economico). Per farla breve e banalizzando: o la classe operaia era considerata persa per qualsiasi progetto di trasformazione radicale o era rappresentata in termini astorici, come un corpo privo di autonoma capacità di espressione politica, più iconizzata che conosciuta nei termini materiali.</p>
<div data-hook="rcv-block24"></div>
<p id="viewer-cqqaj">Quella dei «Quaderni Rossi» fondati da Panzieri non fu certamente la sola esperienza di ripresa del marxismo, ma sicuramente gli spunti teorici del gruppo di militanti e intellettuali che vi aderirono influenzarono più in profondità il dibattito e le generazioni successive. L’elaborazione di Panzieri si concentrerà sull’analisi di quello che all’epoca era definito neocapitalismo, attraverso una rilettura dell’opera di Marx al fine di recuperarne il carattere di critica dell’economia politica (dei rapporti sociali di produzione). È questo, banalizzando al massimo, il senso ultimo della sfida operaista. Il marxismo ufficiale considerava la classe operaia perlopiù come forza-lavoro, pura variabile economica, il ciclo dell’accumulazione capitalistica governato da «oggettive» leggi economiche, lo sviluppo tecnologico «neutro». Gli operaisti posero al centro l’elemento soggettivo, leggendo lo stesso sviluppo capitalistico, la tecnologia, l’organizzazione del lavoro come esito perennemente in divenire dei rapporti di forza tra le classi. Dunque l’accumulazione non era governata da leggi oggettive, ma rifletteva il continuo gioco tra iniziativa del capitale e comportamenti del lavoro.</p>
<div data-hook="rcv-block25"></div>
<p id="viewer-ebj99">Entro queste coordinate va inquadrata la categoria di composizione di classe giustamente ritenuta fil rouge dell&#8217;operaismo dei «Quaderni Rossi» e poi del gruppo che se ne distacca per fondare nel 1964 la rivista «Classe Operaia». Il conio si deve appunto ad una rubrica inaugurata nel 1965 da «Classe Operaia» e curata da Romano Alquati, ma le premesse erano già contenute nel lavoro di ricerca militante dei «Quaderni Rossi». Ma cosa intendevano gli operaisti con composizione di classe? Per l’importanza che tale categoria ha ricoperto servirebbero definizioni più rigorose di quelle che il tempo a disposizione e le mie conoscenze consentono. Credo sia importante ricordare che l’approccio della composizione di classe si dette anzitutto come necessità pratica dei militanti che si affacciavano ai cancelli delle fabbriche. Cito la testimonianza di Sergio Bologna al precedente incontro di «Commonware», all’epoca giovane militante e in seguito promotore di una delle principali esperienze intellettuali del marxismo degli anni Settanta, la rivista «Primo Maggio». Composizione di classe, per Sergio Bologna, significava «capire» la classe per come si dà «nel processo produttivo e in rapporto con l’organizzazione tecnica, ma anche per cosa pensa, come vive, di quali valori, desideri, aspettative è portatrice». E certamente l’idea che l’operaio taylor-fordista fosse diverso, per valori, atteggiamento verso il lavoro, l’azienda, la professionalità, dalla vecchia generazione in possesso di un «mestiere», ha rappresentato la principale intuizione politica dei «Quaderni Rossi».</p>
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<p id="viewer-4pasj">Perché composizione? Nonostante il termine «classe operaia» sembrasse in sé esplicativo nella realtà, la classe operaia era tutt’altro che omogenea. Era articolata, all’interno degli stessi stabilimenti della produzione di massa, come Lancia, Olivetti, Fiat, Marghera. Ad un primo livello, dunque, composizione esprime la consapevolezza dei differenziali (di professionalità, competenze, rapporto con la struttura tecnologica – ma soprattutto, ed è la cosa più importante – come percezione di sé, struttura soggettiva) presenti tra gli operai. La rivista «Classe Operaia», successiva ai «Quaderni Rossi», muoveva i suoi passi negando alla classe operaia il carattere di «compatta massa sociale». Semmai, l&#8217;omogeneità «era un obiettivo per cui lottare», come scriveva Alquati nel 1965. Rimando qui a due testi di Alquati per approfondire il concetto. Il primo pubblicato sul primo numero dei «Quaderni Rossi» intitolato «Relazione sulle forze nuove» (cui si deve forse la prima prefigurazione di quello che venne definito operaio massa), in cui la riflessione muove dal convergere nella lotta di tre figure diverse: a) la massa degli addetti macchina, sempre più spesso, a partire dal 1959, di origine meridionale; b) gli operai qualificati e c) gli operai polivalenti, con tre anni di «Scuola Allievi Fiat». Nel testo pubblicato sui «Quaderni Rossi» n. 2 e 3 intitolato «Composizione del capitale e forza-lavoro alla Olivetti» l’attenzione analitica a questa complessità è ancora più evidente.</p>
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<p id="viewer-9d33b">Ai nostri fini, questo secondo testo è ancora più importante perché qui si trovano i principali spunti da cui discende l’idea di composizione di classe. Anche se nel testo questa categoria non è mai enunciata, è qui che inizia a delinearsi infatti la distinzione, ma sarebbe forse più corretto parlare di compresenza e articolazione, tra quelle che saranno definite composizione tecnica e composizione politica di classe. Al centro del lavoro di inchiesta alla Olivetti era la dimensione quotidiana del conflitto, spesso latente e invisibile, che opponeva operai – e non solo operai in senso stretto – e management. Le lotte, osservava Alquati, non nascevano dal niente, ma si nutrivano di un retroterra sociale, di una cooperazione operaia antagonista – o potenzialmente tale – a quella del ciclo produttivo. E ogni lotta sedimentava un residuo politico, che si cristallizzava nella struttura «soggettiva» della classe, costituendo il presupposto delle lotte che seguivano. Nel contempo, tali conflitti obbligavano il capitale a ristrutturare continuamente la propria organizzazione, la struttura tecnologica e i livelli gerarchici.</p>
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<p id="viewer-3egq">La formalizzazione della nozione di composizione di classe avvenne in seguito. Come dicevamo, nella proposta teorica convivevano due dimensioni. Una composizione tecnica, relativa cioè alla classe operaia intesa come forza-lavoro, definita dalla divisione capitalistica del lavoro, e quindi dalla struttura tecnologica della produzione, dal rapporto tra tecnologia e lavoro vivo, dai livelli gerarchici e via di seguito. In rapporto con questa, una dimensione soggettiva, inerente alla cultura, ai modi di pensare, ai bisogni e ai desideri, di percepirsi in rapporto agli altri, per giungere alla disposizione nei confronti della lotta. Quella che è stata chiamata composizione politica di classe.</p>
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<p id="viewer-3ovkv">Quanto detto, ci chiarisce anzitutto che riferirsi alla composizione di classe non significa parlare semplicemente di struttura della forza lavoro sociologicamente intesa. Mi preme richiamare il tema della struttura soggettiva dei bisogni, delle pratiche individuali e delle lotte collettive. È evidente che al centro di tutta la questione, già allora, era la soggettività, che lo stesso Alquati definiva come «il sistema di credenze, visioni e concezioni, rappresentazioni e saperi, conoscenze e cultura […] e dei desideri, di certi aspetti dell’immaginario e pure delle passioni e della volontà, delle opzioni, ecc.»</p>
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<p id="viewer-6ofkk">Vorrei sottolineare, di questa formulazione, il rapporto tra queste due dimensioni, la composizione tecnica e la composizione politica. La soggettività non poggiava nell’aria; culture, disposizioni soggettive, modi di pensare sono qui radicati in una precisa forma di organizzazione produttiva: la fabbrica taylor-fordista. Il cambiamento della struttura tecnica, l’innovazione tecnologica che scompaginava e ricostituiva continuamente l’articolazione dei ruoli e i modi della cooperazione sociale, erano letti, in qualche misura, come risposta all’autonomia della cooperazione operaia e alla sua capacità di rovesciare per i propri fini l’organizzazione data. Detto rozzamente, non era la composizione tecnica a determinare quella politica, semmai il discorso andava rovesciato, per quanto personalmente inviterei sempre a vedere il rapporto – situato e storicamente determinato, mai unidirezionale &#8211; e non la causalità deterministica tra queste due dimensioni.</p>
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<p id="viewer-l0hh">Riepilogando, la categoria di composizione di classe consentiva di leggere nella soggettività operaia al medesimo tempo la base per la costruzione di un punto di vista politico di parte, e dei conseguenti livelli organizzativi, ma anche un fattore determinante della trasformazione capitalistica.</p>
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<p id="viewer-1bom5"><strong>Alcuni approfondimenti e possibili derive</strong></p>
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<p id="viewer-depds">Per ragioni espositive e di tempo, non ci dilunghiamo nella ricostruzione della carriera successiva della nozione di composizione di classe.</p>
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<p id="viewer-7lv8e">Limitiamoci a dire che negli anni Settanta, con la ristrutturazione, la ritirata del fordismo, la ricerca da parte del Capitale di nuovi spazi di valorizzazione, si è aperta una questione, se vogliamo la stessa che continuiamo a porci anche oggi: l’approccio della composizione di classe ha avuto una valenza politica limitata a un determinato stadio di sviluppo del capitalismo, appunto quello fordista, oppure è appropriabile nel quadro delle trasformazioni successive del capitalismo? Detto chiaramente: è di qualche utilità se sottratto all’ambiente della fabbrica fordista, che ne costituì il bacino d’incubazione e verifica empirica? Non si trattava e non si tratta di pura curiosità intellettuale, poiché proprio negli anni Settanta partiva la lunga controffensiva del Capitale, che dapprima concentrò gli sforzi nella disarticolazione del punto di massimo accumulo di forza operaia, la fabbrica taylorizzata. Da qui il decentramento produttivo, l’automazione, la ricerca di nuovi campi di sfruttamento, e certamente da qui (e non dalla scoperta di Internet) presero le mosse le tendenze alla globalizzazione, alla finanziarizzazione, allo sfruttamento cognitivo del lavoro.</p>
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<p id="viewer-e2u8">L’approccio originario, in questo quadro, venne arricchito, forzato e probabilmente talvolta anche banalizzato. È importante sottolineare però il tentativo di valicarne la dimensione fabbrichista, per superare quello che in fondo ne costituiva un limite. Ciò non derivava solo dall’evidenza dei processi di superamento del fordismo, ma dalla necessità di collocare in un contesto più ampio le stesse lotte dell’operaio massa negli anni Sessanta.</p>
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<p id="viewer-7c3hs">A questo arricchimento contribuirono certamente il lavoro di storia militante dell’altro movimento operaio condotto dalla rivista «Primo Maggio», nonché da intellettuali non italiani, che mostrarono come anche a monte delle lotte dell’operaio massa vi fossero reti sociali, esperienze politiche esterne ai luoghi della produzione, memorie di classe (e soprattutto in altri contesti nazionali) di razza e di genere.</p>
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<p id="viewer-at3u1">Contribuirono alcune innovazioni teoriche degli anni Settanta, come la categoria negriana di operaio sociale e le analisi sulla proletarizzazione del lavoro intellettuale e sull’università di ceto medio di Alquati.</p>
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<p id="viewer-888uf">Queste innovazioni consentivano al metodo della composizione di classe di interpretare materialisticamente il ciclo di insubordinazione proletaria degli anni Settanta, esterno ai luoghi della produzione di massa (dove si dava ormai come conflitto di resistenza), coinvolgendo il territorio e consegnando di volta in volta il testimone a giovani proletari, donne, studenti universitari di tipo nuovo («uno strano movimento di strani studenti» si scrisse del movimento del Settantasette), spesso di origine operaia. Secondo l’impostazione di Alquati, ma anche di Negri, la socializzazione delle lotte dalla fabbrica al territorio (e all’Università) non era l’esito deterministico della ristrutturazione capitalistica, ma anche di un «autonomo» processo di socializzazione delle lotte entro le reti di comunicazione e socialità proletaria.</p>
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<p id="viewer-ebssj">Non c’è dubbio, tuttavia, che la categoria di composizione di classe abbia dato vita anche a visioni schematiche del rapporto tra composizione tecnica e composizione politica, se non a vere e proprie trappole. Personalmente concordo con chi ha parlato di una trappola deterministica, consistente nell’idea per cui ad ogni specifica configurazione tecnica della classe corrispondesse automaticamente una struttura soggettiva &#8211; e una peculiare forma di lotta e di organizzazione. Ciò ha finito, da una parte, per rappresentare lo sviluppo storico (del capitalismo e della classe) come una sequenza di soggettività centrali, dall’altro per generare l’attesa messianica del prossimo soggetto ricompositivo, scambiando sovente estemporanee manifestazioni conflittuali per i primi vagiti del medesimo. Rientrano in questo campo, a mio modo di vedere, anche le ipotesi sull’ intellettualità di massa elaborate negli anni Novanta, nonché certe letture del lavoro digitale (della «rete») che recuperano da sinistra le teorie sulla classe creativa a suo tempo avanzate da Florida e oggi riproposte, in chiave ancor più marcatamente liberista, dal nuovo guru Enrico Moretti. Per altri versi, la composizione di classe è stata sottoposta ad una torsione idealistica, tendente a enfatizzare l’elemento di autonomia della classe (o della cooperazione sociale) dal comando capitalistico, finendo per sottovalutare le capacità di recupero e offensiva del capitale o per darne una lettura in chiave di puro adattamento. In questa visione il Capitale finisce per essere rappresentato – ovviamente banalizzo oltre misura – come realtà parassitaria, incapace di ripristinare il comando sulla cooperazione produttiva. Non penso che le cose stiano così.</p>
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<p id="viewer-36cif"><strong>Sul nuovo capitalismo, globale, finanziarizzato, cognitivo</strong></p>
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<p id="viewer-f6l4c">Veniamo all’oggi. È ancora utile la categoria di composizione di classe?</p>
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<p id="viewer-19ejf">Apro una parentesi. È discutibile – sul piano del metodo &#8211; pontificare eccessivamente ex post sugli esiti insoddisfacenti delle scommesse politiche. Quella degli operaisti degli anni Sessanta fu una «scommessa». Se si fossero limitati a registrare il presente non avrebbero trovato l’operaio massa a Mirafiori. Ciò non toglie che alcune ipotesi sul nuovo capitalismo finanziario, globale, cognitivo avanzate nei due passati decenni, anche utilizzando la griglia teorica della composizione di classe – ed elaborate da compagni con basi teoriche molto più solide delle mie – richiedano perlomeno una revisione critica (anche se forse non sempre un cestinamento).</p>
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<p id="viewer-ffr49">Non ho la presunzione di dimostrare l’attualità dell’approccio della composizione di classe usandola come filtro analitico privilegiato per l’analisi dei processi di globalizzazione, finanziarizzazione, cognitivizzazione del capitalismo. Non ne sono in grado e penso che sarebbe una forzatura. Penso però che queste tre dimensioni costituiscano la cornice entro cui situare l’analisi ed eventualmente verificare l’utilità metodologica della composizione di classe.</p>
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<p id="viewer-4k4ue">Queste tre dimensioni sono anzitutto leggibili come diverse traiettorie (condizionate e in qualche modo orientate da resistenze, conflitti, rigidità, di lavoratori, società locali, ecc.) di una tendenza alla lavorizzazione – intesa come espansione o introduzione di rapporti di produzione capitalistici – di sempre nuovi settori, territori, ambiti della vita produttiva e riproduttiva (della vita in generale). Questa è una tendenza di lungo periodo del capitalismo che, al termine del ciclo fordista, ha assunto la forma della globalizzazione, della finanziarizzazione, dello sfruttamento cognitivo. Ovviamente ci sono altre dimensioni del capitalismo contemporaneo altrettanto importanti, ma credo che queste in particolare domandino una rivisitazione critica del modo in cui le abbiamo interpretate.</p>
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<p id="viewer-9ur9l"><strong>Globalizzazione</strong></p>
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<p id="viewer-eop20">La nuova globalizzazione ha costituito l’apertura di inediti spazi in cui affermare rapporti di produzione capitalistici, dove ricostruire cioè forza-lavoro senza mezzi di produzione costretta a rapporti salariali. È quanto avvenuto tra gli anni Ottanta e Duemila e che prosegue anche oggi. Ma è un processo che va visto nella sua dinamica. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila la rappresentazione prevalente della globalizzazione coincideva (all’ingrosso) in una divisione del lavoro tra il neofordismo dei Brics e la concentrazione di funzioni direzionali, creative, qualificate nelle metropoli occidentali. Oggi è evidente che non è più così. Il movimento dei capitali e delle persone, i conflitti operai nei Brics, hanno prodotto una geografia molto più articolata, con la risalita della catena tecnologica e cognitiva di diverse economie «emergenti», da una parte, il permanere o la proliferazione di produzioni dequalificate nelle metropoli occidentali, dall’altra. Entro questa cornice, una tendenza da osservare è costituita dal cosiddetto <em>reshoring</em>, ossia del ritorno delle industrie de-localizzate, in particolare dalla Cina. Mi interessa qui sottolineare due temi: i) la presenza di settori del capitalismo, nei paesi occidentali, che puntano esplicitamente ad un trade off tra costo del lavoro e (parziale) reindustrializzazione; ii) il legame tra dinamica dei salari e geografie del lavoro. L’intensità delle lotte costituisce tuttora una variabile rilevante per l’allocazione (dove e su cosa investire?) dei capitali.</p>
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<p id="viewer-9612r"><strong>Finanziarizzazione</strong></p>
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<p id="viewer-3k5s7">Secondo polo del discorso, la finanziarizzazione. Premetto, ho serie difficoltà a entrare nei meccanismi di funzionamento dei mercati finanziari e non intendo addentrarmi su questo terreno. Accontentiamoci di dire che la finanza ha conquistato un carattere pervasivo nella riorganizzazione del capitalismo e che la stessa distinzione tra economia reale e finanziaria appare priva di fondamento, nel momento in cui la seconda diviene mezzo per l’accumulazione di capitale.</p>
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<p id="viewer-69asv">Non dimentichiamo che a monte della svolta finanziaria c’è stato uno «sciopero degli investimenti» messo in atto dai detentori di capitale a fronte delle ridotte capacità di estrarre profitti dalla cosiddetta «economia reale». E che spesso i protagonisti della svolta finanziaria erano soggetti industriali.</p>
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<p id="viewer-bajas">La finanziarizzazione dell’economia è stata rappresentata enfatizzando soprattutto l’autoreferenzialità dei mercati finanziari. Certo, l’eccezionale accumulo di liquidità e il potere discrezionale di cui alcuni player godono nell’allocarla, ha concesso loro un potere smisurato sulla produzione, sul lavoro e sulle vite. Ma il finanzcapitalismo va analizzato anche e soprattutto per le relazioni (di dominio e comando, ma forse anche di dipendenza) che intrattiene con la produzione di beni e servizi. Perché si dia accumulazione finanziaria si devono mobilitare aspettative di redditività che, in ultima istanza, richiedono l’esistenza di sottostanti materiali &#8211; non importa se siano mutui ipotecari e immobili (come negli anni Duemila), web companies (come negli anni Novanta), suoli, materie prime o titoli pubblici. È stato il venire meno delle condizioni di profittabilità dei sottostanti (profitti industriali, rendite, debiti cartolarizzati, ecc.) che nel 2008 ne ha causato il blocco – all ’epoca superato grazie agli interventi delle autorità politiche e delle banche centrali. Penso che nella crisi si sia affermata la necessità, anche tra gli operatori finanziari, di una almeno parziale ricostruzione dei presupposti «industriali» del valore. Dove sono ricercati? Ecco una bella domanda. L’indebitamento degli stati e degli enti pubblici costituisce terreno favorevole per la radicalizzazione dei processi di «mercatizzazione» della vita quotidiana, culturale, riproduttiva, dei suoli e dei metri cubi. I servizi collettivi (energia, acqua, trasporto, ecc.) sono indubbiamente terreno di conquista. È sotto questa luce che vanno lette anche le retoriche sulle smart cities e sulla green economy. La ripresa degli investimenti immobiliari, ma anche di quelli produttivi (ad es. nelle biotecnologie, nelle smart industries, nelle nuove IT), sono peraltro campi di costante monitoraggio dei grandi investitori.</p>
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<p id="viewer-emieg"><strong>Cognitivizzazione</strong></p>
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<p id="viewer-db8jq">In ultimo, e questo argomento ha un nesso diretto con la questione della composizione di classe, secondo la lettura che ne abbiamo dato è nel processo di sfruttamento del capitalismo cognitivo che si definisce il nuovo rapporto capitale-lavoro.</p>
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<p id="viewer-925tk">Io penso di avere letto la definizione migliore di lavoro cognitivo in un testo di qualche anno fa (di Federico Chicchi e Gigi Roggero) in cui si diceva, più o meno, che tale categoria è utile quanto più è utilizzata come «filigrana per osservare l’intero spettro delle forme di produzione e di lavoro nella loro compresenza […] e non tanto per individuare uno specifico settore di forza-lavoro, né per demarcare i lavori creativi dai mcjob». Credo che in questa definizione la demarcazione rispetto a visioni ottimistiche sul potenziale trasformativo di alcuni settori di knowledge worker sia netta. La messa al lavoro di prerogative mentali, affettive, relazionali: questo è in ultima istanza lavoro cognitivo, e coinvolge un gran numero di persone anche in attività ritenute poco qualificate, non solo designer e consulenti di marketing. Non casualmente è stato chiamato lavoro cognitivo, in aperta polemica con la retorica sulla classe creativa e sui lavoratori della conoscenza.</p>
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<p id="viewer-8cecn">Tuttavia, occorre riconoscere che il nucleo della riflessione «da sinistra» sul lavoro cognitivo non è stato questo, bensì i) l’ipotesi che il salto qualitativo nel passaggio tra fordismo e nuova economia consistesse (per dirla rozzamente) nel farsi autonomo della cooperazione sociale (del lavoro sociale) rispetto al controllo capitalistico; ii) come conseguenza, nel primato delle conoscenze vive sulle altre forme di capitale. Confesso che questo è uno dei punti del pensiero post-operaista che ho qualche problema ad acquisire. Rigettarlo per intero condurrebbe a negare le trasformazioni (nelle forme di accumulazione e nell’organizzazione del produrre nel capitalismo) occorse negli ultimi quarant’ anni, a mio modo di vedere piuttosto evidenti. Assumerlo porta però a sottovalutare i processi già intervenuti e in corso di sottomissione e industrializzazione dell’umano e in ultima istanza dello stesso lavoro cognitivo. Su questo punto condivido l’opinione (ad esempio di Carlo Formenti) per la quale «solo un abbaglio potrebbe indurre a non vedere in che misura siano stati distrutti i rapporti di forza dei knowledge worker».</p>
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<p id="viewer-bbpv5">Tuttavia ci andrei cauto prima di considerare la composizione del lavoro cognitivo persa per ogni causa di trasformazione radicale. Questo, per due ordini di ragioni. La prima è che abbiamo avuto un ciclo di lotte su scala globale (dalla primavera araba ad Occupy Wall Street, da Istanbul a Rio de Janeiro) e molti conflitti sul territorio per il diritto alla città (all’abitare, alla mobilità, ai servizi, al sapere) che hanno visto per protagonisti, ancorché non esclusivi, soggetti socialmente collocabili nel campo che altri – con definizione inaccettabile – chiamano «lavoratori della conoscenza» – anche se precari o in formazione, vista la preponderanza degli studenti universitari in molte di queste mobilitazioni. E le lotte contro la riduzione del territorio e delle città a bacini di accumulazione per profitti e rendite capitalistiche è uno dei terreni della lotta di classe di oggi e del futuro. La seconda è che i processi vanno letti in termini dinamici. Oggi ci troviamo di fronte ad alcune tendenze tutte da interpretare. La prima attiene alla stratificazione del lavoro, in senso sociologico. In Italia, dal 2008 si è invertita la tendenza alla sostituzione di posti di lavoro dequalificati con occupazioni <em>high skilled</em>. Gli occupati nelle professioni più qualificate (professionisti e tecnici superiori) sono in calo. Il dato sembra correlato più a un declassamento italiano che a una inversione di tendenza, ma un paper di tre economisti della Columbia University ha evidenziato la medesima dinamica negli USA. La spiegazione fornita da questi autori è tecnologica. Le Ict, dopo aver favorito gli incrementi di produttività nel lavoro impiegatizio e nelle catene logistico distributive, starebbero «risalendo le gerarchie», aggredendo professionalità finora ritenute non «industrializzabili». Il capitale, per dirla banalmente, non è rimasto fermo, e proprio il controllo sul lavoro cognitivo – e il suo essere produttivo di valore &#8211; è terreno di scontro. Se questo è vero, o coglie almeno una parte dei processi in corso, occorre trarne alcune conseguenze:</p>
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<p id="viewer-9gmet">1. La maggioranza dei lavoratori cognitivi non è sfruttata solo in quanto esposta alla precarietà, ma anche in quanto espropriata di capacità. Il rancore e il malessere di ampi strati di lavoratori cognitivi, per come la vedo, non deriva tanto (o almeno non solo) dalla percezione di una impossibilità a convertire «investimenti educativi» in posizioni sociali coerenti, ma anche dall’immiserimento o svalorizzazione del loro sapere.</p>
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<p id="viewer-5u27e">2. Negli anni si è ampliata la distanza tra uno strato superiore (a sua volta disomogeneo per ricchezza, prestigio, potere) e un ampio strato inferiore di lavoratori cognitivi. I processi di proletarizzazione sono qui tangibili, ma (e a questo livello occorre recuperare l’analisi in termini di composizione di classe) ciò non implica che la percezione che hanno di sé sia conseguente. È proprio questa, se vogliamo, la questione. Tecnici, pseudo-creativi, consulenti serializzati, operatori sociali, traduttori, imputatori di dati, agenti di qualche cosa, anche quando sono brutalizzati e/o mal pagati, pensano (salvo alcune minoranze critiche) di appartenere ad una specie diversa da magazzinieri, commessi, banconisti, addetti alle pulizie, telefonisti. La composizione di interessi, immaginario, pratica politica, tra queste frazioni è in realtà molto difficile, proprio in virtù di processi di segmentazione e divisione perseguiti anche politicamente. E qui sta il dilemma. Trovare il piano comune, simbolico e politico, tra questi grandi agglomerati di classe, è una non eludibile priorità dell’agenda anticapitalista.</p>
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<p id="viewer-bh8pb"><strong>Riepilogando</strong></p>
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<p id="viewer-feiob">L’ipotesi è che ci troviamo in presenza ad un tentativo – che a me pare «sistemico» – di riconfigurare l’articolazione del rapporto finanza-produzione in direzione di una parziale re-industrializzazione. Occorre però capirsi. Io credo che questo ipotetico e parziale rilancio dell’accumulazione a base industriale (dove industria non vuol dire manifattura, ma qualsiasi processo creatore di valore capitalistico organizzato con criteri industriali – anche politecnici, reti energetiche, ospedali, sono industrie!) passi per la definitiva dismissione dei residui di democrazia sociale imposti dalle lotte di classe del Novecento. L’esperienza della lunga crisi costituisce (e costituirà) un formidabile esperimento di rieducazione di massa. Credo che sia questa una delle poste in palio dei prossimi mesi e anni.</p>
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<p id="viewer-36p15">In ogni caso, la ricerca di nuove convergenze tra logiche industriali e finanziarie, tra profitto e rendita, non implica un ritorno al passato. Inoltre tale obiettivo non è in contraddizione con altre forme di sfruttamento e creazione del valore. Anzi! Nella crisi si radicalizzano i meccanismi estrattivi di plusvalore basati sulla mercatizzazione dei servizi collettivi (mobilità, infrastrutture, reti per il trasporto di dati, ambiente, produzione, trasformazione e distribuzione di energia, manutenzione urbana e dei territori, e poi formazione, salute, per finire ai servizi finanziari e assicurativi). Diamo infine per scontato, da queste trasformazioni non discendono meccaniche determinazioni della «composizione politica di classe», né la demarcazione su basi tecniche di soggettività «centrali».</p>
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<p id="viewer-44t6g">Per chiudere il cerchio, e tornare al problema iniziale, credo che il punto non sia oggi pervenire ad una descrizione accurata e formalmente ineccepibile del capitalismo e della classe, quanto capire se nel ricco corpo teorico della composizione di classe vi siano tracce utili nel presente. E leggere nel vivo delle trasformazioni capitalistiche non già l’annuncio del prossimo soggetto ricompositivo, ma dove si può accumulare forza trasformativa e dove le lotte possono «dare crisi». Entro questo frame, credo che alcune tracce del metodo della composizione di classe siano pienamente attuali. Con tutta l’umiltà del caso e senza altro intento, in questa sede, che animare il dibattito, propongo tre o quattro spunti.</p>
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<p id="viewer-afe7b">Anche nell’apparente venire meno della capacità delle lotte di affermare potere costituente (o imporre al capitale scelte «riformiste»), io ritengo che al centro della possibilità di invertire la rotta resti il lavoro (nell’accezione estesa e non aziendale che discende dall’espansione spaziale e dall’ intensificazione temporale dei meccanismi di estrazione del plusvalore).</p>
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<p id="viewer-af18g">Una lezione dell’approccio della composizione di classe è di metodo. Oggi chiunque può vedere che la società è complessa. A differenza degli anni Sessanta non c’è alcuna nozione teologica di classe da decostruire per ricomporla sul piano politico. Tuttavia, molte categorie utilizzate nel dibattito degli ultimi venti anni andrebbero approcciate con un metodo analogo a quello degli operaisti. Pensiamo alla questione del precariato, ad esempio, o dello stesso lavoro cognitivo. Non leggere le articolazioni e le gerarchie tecnicamente fondate, e contestualmente i diversi immaginari compresenti in queste categorie, porta a prendere degli abbagli.</p>
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<p id="viewer-7ijra">Più in generale, nell’assumere la natura differenziale del capitalismo contemporaneo occorre però sviscerarne le gerarchie e coglierne le diversità qualitative. Affermare che tutto è lavoro (che tutto è estrazione di plusvalore) equivale in ultima istanza ad accreditare l’immagine di un capitalismo onnipotente – poiché effettivamente in grado di trasformare ogni impulso vitale in valore. Una lezione ancora attuale del metodo della composizione di classe consiste nell’acquisire la verticalità della realtà sociale del capitalismo, ma anche delle potenzialità di capovolgimento del sistema. Così come lo sfruttamento capitalistico non si dispiega su una superficie liscia, ma esistono per il capitale luoghi della creazione del valore più importanti di altri, anche dal punto di vista della lotta di classe vi sono luoghi più importanti (dove le lotte reali e – sottolineo – quelle possibili, da anticipare e organizzare, hanno un impatto vulnerante più forte, possono «dare» crisi, ma anche sedimentare forza organizzata). È importante aggiungere che queste due mappe gerarchiche (quella dello sfruttamento e quella della lotta di classe) non vanno concepite in termini simmetrici!</p>
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<p id="viewer-ddro2">Alla luce di alcune derive deterministiche, le categorie di composizione tecnica e composizione politica a mio modo di vedere, e sono convinto che questo in fondo era anche il punto di vista di Alquati (che non può ovviamente avvallare) sono da intendere come dimensioni analitiche diverse che concorrono però a definire un oggetto «unitario». Composizione tecnica senza struttura soggettiva dei bisogni, senza espressione autonoma, diventa concetto troppo vicino alla descrizione sociologica della divisione del lavoro capitalisticamente determinata. Composizione politica senza ancoraggio all’organizzazione produttiva diventa troppo simile a comportamento di ceto, pratica culturale in senso debole.</p>
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<p id="viewer-akbk3">Alla luce di ciò composizione politica non significa «classe per sé». Alquati non attribuiva alla soggettività un significato automaticamente liberatorio e antagonista. Anche il Capitale soggettivizza e usa per i propri scopi valori, culture, le stesse lotte una volta depotenziate della capacità di trasformazione radicale. La «composizione politica» non è qualcosa da analizzare solo quando i proletari si costituiscono come parte a sé (quando sono già disposti su un versante anticapitalistico). Per questo, sempre Alquati, parlava di contro-soggettivazione come possibilità sempre immanente, ma invero da costruire attraverso il lavoro politico. In altre parole, la composizione politica (la struttura dei bisogni, le forme di cooperazione, i valori condivisi) non sono necessariamente progressivi. È con questo quadro che oggi bisogna fare i conti. Ed è per questa ragione che personalmente non ho un atteggiamento di rifiuto aprioristico verso fenomeni politici come il M5S (ovviamente ciò non implica omettere o sottovalutare le controindicazioni del caso, il discorso sarebbe però lungo) o che, con molti altri compagni torinesi, nella settimana del <a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/blog/hashtags/9D" target="_self">#9D</a>, abbiamo cercato di leggere questa mobilitazione in termini di classe, con tutte le ambiguità e i rischi del caso.</p>
<div data-hook="rcv-block73"></div>
<p id="viewer-7h5ar">Lascio per ultimo la questione che mi sembra in realtà più importante. Credo che la struttura complessa e articolata del capitalismo contemporaneo, ci obblighi a considerare la composizione di classe come un qualcosa di intrinsecamente articolato in soggetti molteplici, non riducibili alla sfera del lavoro salariato e differenti anche all’interno del lavoro salariato – ad esempio, tra nuovo proletariato dei servizi urbani dequalificati e gli strati inferiori di lavoro cognitivo industrializzato e declassato, di cui prima. È evidente che ciò pone un problema, a mio modo di vedere non eludibile ma neanche risolvibile attraverso scorciatoie, di organizzazione politica. Qui però, dopo aver lanciato il sasso, vorrei fermarmi, non per ritirare la mano, ma perché credo che si entrerebbe in un altro campo di riflessione.</p>
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<p id="viewer-179sj">Salvatore Cominu svolge attività di ricerca, formazione e consulenza in collaborazione con centri di ricerca. Nel corso degli anni ha partecipato a numerosi progetti di livello locale, nazionale e internazionale su molteplici temi, dalle indagini sul mercato del lavoro allo sviluppo urbano e territoriale, dall’economia sociale ai problemi dell’azione collettiva e delle soggettività del lavoro, alla valutazione delle politiche pubbliche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>MachinaDeriveApprodi</em></p>
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		<title>Segui la lotta di classe e capirai la storia</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2023 18:20:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[Classe operaia]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>

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		<description><![CDATA[Segui la lotta di classe e capirai la storia Quando da ragazzo ascoltavo i racconti di mio padre – vecchio militante comunista – sulla rapidità con cui il regime fascista riuscì a imporsi e a ottenere il consenso pressoché unanime della popolazione italiana, non potevo nascondere una certa perplessità, se non incredulità: ma come, mi [...]]]></description>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/03/cff8309100d74138097dbac72872bcd2_XL.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8382" title="cff8309100d74138097dbac72872bcd2_xl" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/03/cff8309100d74138097dbac72872bcd2_XL-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Segui la lotta di classe e capirai la storia</h1>
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<p><em><br />
</em></p>
<p>Quando da ragazzo ascoltavo i racconti di mio padre – vecchio militante comunista – sulla rapidità con cui il regime fascista riuscì a imporsi e a ottenere il consenso pressoché unanime della popolazione italiana, non potevo nascondere una certa perplessità, se non incredulità: ma come, mi chiedevo, dopo un formidabile ciclo di lotte come quello del biennio rosso seguito alla Prima guerra mondiale, con una sinistra che schierava due partiti di massa come il PSI e il PCd’I e un consistente centro democratico, come fu possibile una resa così veloce e totale alla marea nera, ad onta di eroici episodi di resistenza (ancorché episodici e scoordinati) come l’insurrezione di Parma?</p>
<p>La quasi subitanea “conversione” di larghe masse popolari all’ideologia fascista (che si sarebbe replicata di lì a qualche anno in Germania con il trionfo del nazionalsocialismo) restava per me un mistero. Anche dopo la lettura di autorevoli analisi storiche sui gravi errori tattici e strategici delle sinistre (mancata alleanza con gli Arditi del Popolo, impreparazione militare, settarismo comunista e opportunismo socialista, ecc.) e sul tradimento dei partiti borghesi, continuavo a restare perplesso. La realtà che stiamo vivendo oggi, sia in Italia che in Europa, mi fa capire molte cose.</p>
<p>Chiarisco subito che non mi riferisco alla resistibile ascesa elettorale del partito di Giorgia Meloni, che degli eventi di un secolo fa è solo una risibile parodia. Marx ebbe a dire che le tragedie storiche si replicano in farsa, ma qui alludo a ben altro, che nulla ha di farsesco: parlo cioè della “conversione” ancor più veloce (anche se fortunatamente meno unanime, almeno a giudicare dai sondaggi) di quanto successe allora, non solo delle larghe masse popolari o di una sinistra che fa il paio con il centro liberale di giolittiana memoria, ma persino delle sinistre radicali e addirittura di settori delle sinistre antagoniste all’ideologia atlantista, guerrafondaia e russofoba che chiama alla mobilitazione generale in vista di una Terza guerra mondiale contro Russia, Cina e tutti i popoli e le nazioni che si smarcano dall’egemonia occidentale.</p>
<p>Elencherò prima una serie di motivi che possono spiegare questa tragedia, per poi argomentare perché li ritengo insufficienti e proporne uno a mio parere più decisivo. E’ vero che il consenso è stato costruito attraverso la progressiva concentrazione dei media in poche mani, tutte rigorosamente allineate alla narrazione mainstream neoliberale; è vero che decenni di soft power americano (film, serie tv, romanzi, fumetti, siti e piattaforme social, ecc.) hanno costruito un senso comune in base al quale l’unico sistema in grado di garantire libertà individuale e democrazia è il sistema liberal democratico occidentale; è vero che, a partire dagli anni Settanta, le sinistre occidentali hanno rinnegato l’esperimento storico del socialismo reale (sia nella sua forma sovietica, fallita trent’anni fa, sia in quella viva e vegeta di Paesi come Cina, Cuba, Venezuela, Bolivia, ecc.  “imperfetta” secondo i canoni della tradizione marxista ma non riducibile alla etichetta di “totalitarismo”); è vero che questa condanna ideologica ha permesso al Parlamento europeo di approvare un obbrobrio revisionista come la dichiarazione che equipara comunismo e nazismo (cancellando con un tratto di penna il contributo  dell’Unione Sovietica alla sconfitta del Terzo Reich); è vero che decenni di arretramento delle lotte operaie hanno permesso di rimpiazzare le aspirazioni di progresso economico e sociale dei lavoratori con le rivendicazioni dei diritti individuali dei membri di minoranze culturali che appartengono agli strati medio alti della società.</p>
<p>Tutto vero, ma non basta a giustificare la rimozione di fatti che sono sotto gli occhi di tutti e che nessuna operazione propagandistica può nascondere. Il fatto che la Nato all’atto della riunificazione tedesca si era impegnata a non estendere la propria presenza fino ai confini della Russia (ammesso dagli stessi americani che giustificano la violazione dei patti dicendo che non vi fu accordo scritto!). Il fatto che la “rivoluzione arancione” del 2014 fu un golpe finalizzato a imporre un <em>regime change</em> a Kiev, orchestrato dagli Usa con l’appoggio dei movimenti neofascisti ucraini (Brzezinski teorizzò la necessità di appropriarsi del controllo politico sull’Ucraina già alla fine dei Novanta). Il fatto che a partire da quell’anno iniziò una guerra civile contro le popolazioni russofone con massacri e pulizie etniche simili a quelle avvenute in Jugoslavia e che il regime di Kiev si è rifiutato di applicare gli accordi di pace di Minsk. Il fatto che la natura neonazista del regime di Zelensky è spudoratamente rivendicata, elevando a padre della patria il massacratore di ebrei e comunisti, nonché alleato di Hitler, Bandera, e celebrando la caduta di Kiev all’inizio della Seconda guerra mondiale in mani naziste come “liberazione” dal dominio sovietico. Il fatto che Biden è espressione di una lobby neocons che rivendica apertamente la necessità di arrivare allo scontro militare con la Cina (di cui il conflitto ucraino è l’antipasto) per impedirle di competere con la potenza americana.</p>
<p>Forse l’uomo della strada ignora questi fatti, invece intellettuali, accademici e giornalisti li conoscono benissimo ma fingono di ignorarli, perché i loro interessi di casta coincidono con gli obiettivi economici e politici di quelli dei loro datori di lavoro. Ma che dire dei militanti di una sinistra radicale i quali non solo conoscono i fatti, ma non usufruiscono di analoghe prebende? Possibile che abbiano dimenticato di avere partecipato a tante manifestazioni contro le basi Nato e l’imperialismo Usa? Possibile che dopo tanto impegno contro il razzismo si scoprano di colpo russofobi e anticinesi? Possibile che digeriscano candidamente gli slogan occidentali che inneggiano alla lotta per la libertà e la democrazia di un regime che ha messo fuori legge tutti i partiti meno quello del presidente? Possibile che il loro antifascismo si fermi sulla soglia di casa, preoccupato della Meloni piuttosto che del progetto di instaurare un Reich a stelle strisce sulle rovine della Terza guerra mondiale? Opportunismo, vigliaccheria, paura di esprimere opinioni che vanno contro il senso comune della maggioranza, ipocrisia (vedi le panzane sulla guerra “interimperialista” che ignorano il carattere asimmetrico di uno scontro che oppone la più grande potenza militare del globo a una potenza regionale che lotta per difendere la propria esistenza come stato indipendente, visto che i missili atomici a Kiev sarebbero a pochi minuti di volo da Mosca)? Credo che a questi interrogativi possa rispondere solo l’insegnamento che mi trasmise mio padre, che si può sintetizzare nel motto “per capire la storia segui la pista degli interessi di classe”.</p>
<p>Nel primo dopoguerra la classe operaia italiana era una minoranza concentrata in poche grandi città del Nord, potendo contare solo sull’alleanza di strati bracciantili a loro volta dislocati in alcune regioni settentrionali. Le larghe masse contadine, soprattutto ma non solo al Sud, erano indottrinate da una Chiesa retrograda e reazionaria. Quanto alla pletorica piccola borghesia (bottegai, artigiani, piccoli imprenditori, professionisti, impiegati, burocrati statali, ecc.) era letteralmente terrorizzata dall’instabilità sociale seguita alla guerra e dalle parole d’ordine socialcomuniste che inneggiavano alla Rivoluzione d’ottobre, per cui c’è voluto poco per convincerla ad accodarsi a un partito che prometteva ordine e sicurezza. Quanto alla grande borghesia pensava di poter usare il fascismo per stroncare il movimento operaio per poi “licenziarlo”, una volta eseguito il lavoro sporco. Sappiamo come è andata.</p>
<p>Oggi gli operai, o meglio i lavoratori per non evocare la vecchia immagine delle tute blu, sono in maggioranza, ma divisi da confini culturali, generazionali, etnici, di genere, individualizzati da decenni di rivoluzione neoliberale e dal suicidio delle sinistre occidentali, privati della propria identità di classe e di rappresentanza sindacale e politica. La sola opposizione al sistema che riescano a esprimere è muta, nel senso che parla solo attraverso l’astensione elettorale e i sondaggi d’opinione. Quanto alla pletorica “classe media” occidentale (30/40%  secondo Piketty) concentrata nei centri delle grandi città, dotata di risorse erose dalla crisi ma ancora sufficienti a mantenere livelli di vita decorosi, “progressista”, addirittura convinta di incarnare una sinistra di “opposizione” contro i populismi di destra che cavalcano la rabbia popolare, è a tal punto imbevuta di una cultura americanizzata, postmoderna, politicamente corretta, concentrata sui diritti individuali, che non si può nemmeno parlare di “conversione” all’atlantismo bellicista, semplicemente stanno mostrando l’altra faccia della medaglia, il liberal fascismo che va a braccetto con i buoni sentimenti liberal “progressisti”. Come mezzo secolo fa interessi materiali e ideologia vanno di pari passo. La russofobia, l’odio per la Cina popolare e gli altri regimi “totalitari” e più in generale per le masse dei popoli non occidentali da educare alla democrazia a suon di bombe, è appena mascherato dall’ipocrita sollecitudine per gli immigrati che crepano in mare per approdare sulle nostre sponde. Venite pure, ma non si dica che lo fate perché costretti dalle condizioni miserabili che le nostre democrazie vi impongono per consentirci di conservare la nostra <em>way of life</em>. Torna il fascismo ma il suo volto non è quello della Meloni (risibile pedina di un gioco più grande di lei) ma il ghigno dello Zio Sam e dei suoi zelanti servitori europei, sinistre comprese.</p>
<p><em><strong>di Carlo Formenti &#8211; Avanti.it</strong></em></p>
</div>
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		<title>Sulla composizione di classe</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2023 16:07:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Testa]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>

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		<description><![CDATA[Sulla composizione di classe Composizione socioeconomica e composizione sociopolitica. Questioni di metodo di Carlo Formenti Con questo intervento di Carlo Formenti si apre il dibattito sul tema della composizione di classe lanciato dall&#8217;articolo di Alessandro Testa, della redazione di &#8220;Cumpanis&#8221;, nel numero scorso del nostro giornale Provo a rilanciare gli stimoli che ci ha offerto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/01/IMMAGINE-PRIMO-PEZZO-SEZIONE-SCUOLA-QUADRI-FORMENTI.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-8293" title="immagine-primo-pezzo-sezione-scuola-quadri-formenti" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/01/IMMAGINE-PRIMO-PEZZO-SEZIONE-SCUOLA-QUADRI-FORMENTI.jpg" alt="" width="300" height="238" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Sulla composizione di classe</h1>
<h2>Composizione socioeconomica e composizione sociopolitica. Questioni di metodo</h2>
<h3>di Carlo Formenti</h3>
<p><strong>Con questo intervento di Carlo Formenti si apre il dibattito sul tema della composizione di classe lanciato dall&#8217;articolo di Alessandro Testa, della redazione di &#8220;Cumpanis&#8221;, nel numero scorso del nostro giornale</strong></p>
<p>Provo a rilanciare gli stimoli che ci ha offerto Alessandro Testa con il suo articolo sul tema della composizione di classe. In questo intervento mi concentrerò su alcune questioni di metodo che considero decisive per dire qualcosa di sensato in merito. Testa parte da un dato di fatto: le mutazioni del modo di produzione capitalistico dai tempi di Marx a oggi sono tali e tante che il modello “classico”, fondato sull’opposizione bipolare capitale-lavoro, non è più una chiave interpretativa sufficiente: il secondo fattore del binomio è talmente cambiato (il che vale anche per il primo, ma indentificare le classi dominanti è relativamente più facile) che solo un’accurata indagine scientifica può aiutarci a darne un’adeguata rappresentazione “oggettiva” (il significato delle virgolette si capirà più avanti). Dopodiché aggiunge che, a rendere ulteriormente difficile l’impresa, contribuisce il fatto che la comunità scientifica che potrebbe realizzarla – fondi, ricercatori, istituti universitari, ecc. – è totalmente controllato da élite economiche, politiche e accademiche che non hanno alcun interesse a promuoverla (anzi hanno interesse a impedire che ciò avvenga, o a indirizzare la ricerca verso falsi obiettivi). Posto che l’osservazione è corretta, mi viene da osservare che, per quanto utile, il contributo di analisi empirica che ci potrebbe arrivare dalla ricerca accademica, qualora potessimo disporne, potrebbe integrare ma non rimpiazzare l’analisi teorica di un partito rivoluzionario.</p>
<p>Sono convinto che uno degli errori più gravi del marxismo dogmatico e accademico sia stato attribuire alle scienze sociali borghesi pari dignità rispetto alle scienze naturali, e ciò in particolare in campo economico, al punto che molti intellettuali marxisti – o sedicenti tali – hanno finito per convertirsi in altrettanti esperti di economia politica, dimenticando che l’intento di Marx non era fondare una nuova economia politica, bensì gettare le fondamenta di una <em>critica</em> dell’economia politica, scoprire, cioè, non le leggi dell’economia capitalistica, bensì le “leggi” della lotta di classe.</p>
<p>Le virgolette sono d’obbligo per i motivi chiaritici dal più grande filosofo marxista del Novecento, Gyorgy Lukács: per Marx, scrive Lukács, l’unica vera scienza sociale è la storia, le cui “leggi” non possono essere descritte in astratto, a priori, ma solo post festum, ricostruendo – attraverso un’analisi concreta della situazione concreta – le catene causali che hanno indirizzato uno specifico processo storico. Ecco perché penso che il vero ostacolo che oggi rende difficile condurre un’analisi soddisfacente della composizione di classe non è tanto lo stato in cui versano le scienze sociali accademiche, quanto l’assenza di un partito di classe forte, numeroso e sufficientemente ramificato in tutte le parti della società per poter condurre in prima persona le indispensabili inchieste sul campo.</p>
<p>Quanto appena affermato non impedisce di abbozzare alcune riflessioni di metodo da cui partire per dissodare il terreno in vista di successivi approfondimenti. È quanto ha fatto Alessandro Testa attraverso un percorso che parte dalla doppia affermazione di principio secondo cui appartiene alla classe proletaria: 1) chi vive esclusivamente della vendita della propria forza lavoro, 2) chi, oltre a vivere della vendita della propria forza lavoro, non è in grado di determinarne il prezzo (le star dello sport e dello spettacolo, per esempio, vendono la loro forza lavoro ma sono in grado – chi più chi meno – di determinarne il prezzo). Vediamo le stazioni principali di questo percorso.</p>
<p>In primo luogo, Testa si chiede come classificare quei soggetti che, oltre a percepire un reddito da lavoro più o meno corrispondente al costo della propria riproduzione, godono di una piccola rendita aggiuntiva (come l’affitto di un appartamento ereditato o acquistato con i propri risparmi, o un certo numero di buoni del tesoro). La sua risposta è che ciò non è sufficiente per negare a tali soggetti lo status di proletari. Sono d’accordo, ma con una precisazione. Thomas Piketty, nelle sue analisi che dividono la popolazione per percentili di reddito, ci dice che negli Stati Uniti e in Europa, a parte l’esigua minoranza di super ricchi che concentrano nelle proprie mani gran parte delle risorse, esiste una quota fra il 30% e il 40% di cittadini che riescono a intercettare rendite sufficienti a garantire un livello di vita medio alto, nettamente superiore a quello che potrebbero permettersi con il solo reddito da lavoro. Di per sé questo dato non inficia la tesi di Testa: ci dice semplicemente che i rentier appartenenti alle classi medio alte sono – almeno qui in Occidente – altrettanto se non più numerosi dei proletari che usufruiscono di piccole rendite. Ma la questione non è meramente quantitativa: occorre tenere conto anche del peso psico-antropologico che anche minime quote di proprietà immobiliare e mobiliare giocano nell’inibire l’autopercezione di sé come appartenenti alla classe proletaria (più volte si è sottolineato il ruolo che l’alta percentuale di italiani che vivono in un’abitazione di proprietà gioca nello smussare il potenziale combattivo delle classi subalterne del nostro Paese). Cominciamo così a intuire perché ho messo quelle virgolette sull’appartenenza al proletariato come dato “oggettivo”. Ma andiamo avanti.</p>
<p>Sul secondo criterio introdotto da Testa non mi dilungo perché mi pare incontestabile: la proprietà o meno dei propri mezzi di produzione vale come elemento discriminante solo ove si parli di mezzi di produzione di massa. Nessuno può pensare che lo status sociale del rider è definito dal fatto che la bici o il motorino con cui va in giro sono suoi. Analoghe considerazioni valgono per altre due questioni affrontate da Testa: il lavoro autonomo non è di per sé un criterio significativo, dal momento che la quota di lavoro fintamente autonomo (vedi gli autisti di Uber e quasi tutte le attività classificabili nell’ambito della cosiddetta gig economy) è in costante crescita in quanto consente alle imprese di sfruttare forza lavoro a cui non deve versare contributi, retribuire i giorni di malattia e ferie, pagare liquidazioni ecc. Idem per quei piccoli (o piccolissimi, come gli ambulanti) esercenti che, in molti casi, intraprendono queste attività rifugio dopo essere stati espulsi dal mercato del lavoro dipendente.</p>
<p>Più intrigante la questione dei quadri intermedi d’impresa, in quanto si tratta di un altro caso in cui identità di classe “oggettiva” e percezione soggettiva della stessa tendono a divergere. Di questo ho discusso in vari lavori nei quali ho polemizzato con le tesi post operaiste in merito al presunto ruolo di avanguardia dei cosiddetti “lavoratori della conoscenza”. Com’è noto, gli autori in questione, sostengono che la rivoluzione digitale ha creato un nuovo strato di lavoratori che presentano una elevata propensione alla cooperazione reciproca e all’autonomia nei confronti del comando capitalistico. Questa “classe hacker” disporrebbe di un habitus mentale, oltre che delle competenze e delle capacità necessarie ad assumere il controllo diretto della produzione sociale, appropriandosi del <em>general intellect</em> ed emancipandosi dal potere del capitale. Se questi sogni hanno avuto una qualche giustificazione nella fase arrembante delle startup californiane (negli anni Novanta), la crisi dei primi anni Duemila e il rapido processo di concentrazione monopolistica delle Internet Company li hanno spazzati via. Oggi la stragrande maggioranza dei lavoratori di tale settore (programmatori, sviluppatori, web designer, ecc.) sia che operino come autonomi (in catene di subfornitura caratterizzate da alti tassi di sfruttamento e feroce competizione fra poveri) sia come dipendenti dei colossi high tech, sono a tutti gli effetti operai come gli altri (cioè non dotati di alti livelli di comprensione del processo produttivo totale in cui operano come piccoli ingranaggi individuali). Viceversa le minoranze di quadri inseriti in grandi imprese monopolistiche – come Amazon, Apple, Google, Facebook, Microsoft – sono a tutti gli effetti funzionari del capitale il cui ruolo consiste – similmente a quello degli ingegneri analisti dei sistemi nell’era taylorista – nello sviluppare modelli di governo, controllo e comando non solo sugli altri dipendenti d’impresa, ma anche sulle reti di forza lavoro fintamente autonoma (vedi gli algoritmi che controllano il lavoro dei rider), dei consumatori e più in generale dell’insieme dei rapporti sociali. Oggettivamente sono proletari, soggettivamente no.</p>
<p>Testa inserisce poi un ulteriore elemento di riflessione che consiste nel mettere l’appartenenza di classe in relazione alla posizione occupata all’interno del processo di creazione di plusvalore. Tema che implica altre questioni, come le distinzioni fra lavoro produttivo e improduttivo, manuale e intellettuale, materiale e immateriale, servizi e produzione, creazione e realizzazione del valore, ecc. Questioni intricatissime già ai tempi di Marx (basti pensare al Capitolo VI inedito e al Secondo e Terzo libro del Capitale) ma che appaiono oggi ancora più complicate dall’elevatissimo livello di integrazione raggiunto fra i vari spezzoni delle catene del valore (ricerca e sviluppo, progettazione, produzione materiale e immateriale, distribuzione e commercializzazione, logistica ecc.) reso possibile dalle nuove tecnologie, per tacere dell’impatto dei processi di finanziarizzazione su tutto ciò. Non avendo le competenze per addentrarmi in una discussione in merito alla possibilità di attualizzare la legge del valore lavoro nell’attuale contesto socioeconomico, mi limito ad offrire alcuni spunti.</p>
<p>Parto dal binomio lavoro produttivo-improduttivo. Come notavo già decenni fa , in campo marxista la questione è inquinata da alcune rozze impostazioni (che Marx avrebbe definito materialismo volgare) fondate su una sorta di pregiudizio “morale”, in ragione del quale viene considerato produttivo esclusivamente il lavoro manuale. Nel Capitolo VI inedito Marx sgombra il campo da simili idee: è produttivo il lavoro che genera plusvalore per il capitalista che lo sfrutta, senza alcuna distinzione relativa al tipo di attività svolta. Di più: a mano a mano che la produzione diviene sempre più complessa e integrata, che cresce il livello di cooperazione fra tutte le operazioni di una fabbrica sempre più socializzata, l’attributo di lavoro produttivo va riconosciuto al lavoratore collettivo che la mette in funzione. Fra le altre cose, ciò rende difficile tracciare un netto confine tra produzione e servizi, come nota Testa: “progettare un prodotto, progettare un processo, mettere fisicamente a disposizione un prodotto attraverso una rete logistica globale e fortemente automatizzata sono ormai divenuti elementi strutturali della creazione di valore, elementi senza i quali produrre un telefonino o persino un bullone diviene totalmente inutile ed insensato”.</p>
<p>Attenzione: quanto appena detto non impedisce che, in una società socialista, il criterio possa mutare, nella misura in cui la produttività del lavoro è qui commisurata alla sua utilità sociale, per cui attività come il marketing, la pubblicità, ecc. che per il capitalista sono produttive, divengono improduttive in un mondo socialista. Anche fra lavoratori dei settori pubblici e privati è difficile tracciare nette distinzioni: mentre è interesse dell’ideologia neo liberale accusare in blocco di improduttività il lavoro del settore pubblico (per giustificare i tagli alla spesa e ridurre lo spazio di intervento dello Stato in economia), è chiaro che molti lavori pubblici (non solo nel settore delle infrastrutture) sono indispensabili per il funzionamento della macchina economica, e che anche i criteri di queste distinzioni varieranno nella transizione dal capitalismo al socialismo. Sorvolo invece sul tentativo di certi teorici post operaisti di invertire la gerarchia fra lavoro materiale e immateriale, rovesciando specularmente il punto di vista materialista volgare cui accennavo poco fa – tentativo che ho criticato in precedenti lavori ai quali rinvio.</p>
<p>Per tirare le fila di questa prima parte di ragionamento, richiamo brevemente un altro aspetto di cui mi sono occupato negli ultimi anni. Marx aveva intuito già ai suoi tempi che il capitale è in grado di sfruttare vari tipi di “lavoro del consumatore”. Questo fattore si è oggi dilatato a dismisura: basti pensare al fatto che tutti noi, per il solo fatto di connetterci ai social media, produciamo sistematicamente una enorme massa di dati e informazioni (non solo sotto forma di testi, immagini ecc. ma anche e soprattutto di dati sensibili sui nostri comportamenti, fedi politiche e religiose, tendenze sessuali, ecc.) che sono la materia prima, o meglio i semilavorati, del modello di business delle Internet Company che estraggono valore da questo materiale di cui si appropriano gratuitamente. Mi è stato obiettato che queste attività in quanto “libere” volontarie, non finalizzate a generare un reddito e fonte di gratificazione per coloro che le compiono non possono essere classificate come economiche. In un libro ironicamente intitolato “Felici e sfruttati” ho replicato che questo loro carattere “ludico” non inficia l’esistenza di una relazione di appropriazione gratuita di risorse che generano valore economico per chi le sfrutta (per inciso: la quantità di lavoro che non solo le piattaforme digitali, ma anche banche, compagnie aeree, portali commericiali ecc. delegano ai propri utenti è in continua crescita, consentendo alle aziende di alleggerirsi di numerose operazioni che, altrimenti, dovrebbero essere svolte da forza lavoro retribuita). Naturalmente ciò non basta per definire come appartenenti al proletariato tutti coloro che in questo modo contribuiscono ad alimentare la catena del valore.</p>
<p>Non resta dunque che attenersi al criterio generalissimo evocato in apertura: appartiene alla classe proletaria chi vive della vendita della propria forza lavoro e non è in grado di determinarne il prezzo? Sì, ma avendo ben presente che, non appena si scende al di sotto di questo livello di astrazione e ci si addentra nei meandri del mondo della produzione tipico dell’attuale fase di sviluppo capitalistico, definire chi appartiene “oggettivamente” alla classe si fa progressivamente più complicato. Ma il vero punto è un altro: definire l’insieme di coloro che appartengono a quella che Marx definisce “classe in sé”, non equivale a definire l’insieme di coloro che costituiscono la “classe per sé”, cioè l’insieme dei soggetti che una forza politica rivoluzionaria dovrebbe di volta in volta assumere come interlocutori privilegiati. Questo compito, come cercherò di argomentare nella seconda parte di questo intervento, attiene a un’analisi di tipo sociopolitico piuttosto che socioeconomico, cioè a un’analisi che antepone il punto di vista storico, l’analisi concreta della situazione concreta – il metodo di Gramsci, Lenin e Mao – alla contemplazione del cielo dell’astrazione.</p>
<p>Un primo passo da fare, in questio senso, consiste nell’introdurre nel nostro ragionamento la dimensione spaziale, geografica e geopolitica del conflitto di classe. Già dopo la rivoluzione del 1917 non era più possibile essere marxisti senza essere leninisti, oggi ciò è ancora più evidente. È grazie all’analisi leninista dell’imperialismo che l’elemento geopolitico ha fatto il suo ingresso nella teoria marxista. Marx ed Engels avevano assunto a modello il capitalismo ottocentesco inglese, e pensavano che tale modello si sarebbe gradualmente esteso al resto dell’Europa e, se non fosse stato rovesciato da una rivoluzione proletaria, al mondo intero. Tipico, in tal senso, il giudizio sul ruolo progressivo dell’imperialismo britannico in India – giudizio giustificato dal fatto che, ad onta dei suoi mostruosi costi umani, la colonizzazione avrebbe accelerato la trasformazione dell’India da nazione semifeudale a moderna nazione borghese, ingrossando le fila del proletariato mondiale. Viceversa Lenin, avendo potuto osservare la transizione del capitalismo alla sua fase monopolistica, e il ruolo strategico che il colonialismo aveva assunto nel processo di riproduzione allargata del capitale monopolistico metropolitano, fu in grado di cogliere la contraddizione per cui l’espansione metropolitana non solo non avrebbe innescato lo sviluppo capitalistico delle periferie, ma le avrebbe mantenute in uno stato di arretratezza economica, sociale e culturale, funzionale al dominio del centro. Di qui la sua intuizione in merito alla natura rivoluzionaria della lotta di liberazione nazionale dei popoli coloniali, e alla necessità di concepirla come parte integrante della lotta di classe contro il capitalismo.</p>
<p>Questa consapevolezza è divenuta patrimonio teorico-politico del regime sovietico – inspirandone la politica internazionale – perlomeno fino agli anni Cinquanta del Novecento. Un patrimonio che è stato arricchito da quella generazione di teorici marxisti che, nel secondo dopoguerra, hanno dato vita alla cosiddetta “scuola della dipendenza”. Viceversa, dopo il completamento del processo di decolonizzazione negli anni Settanta, la quasi totalità del movimento marxista occidentale – come denunciato da Domenico Losurdo nei suoi lavori – ha dato per scontato che ormai la questione nazionale avesse perso la caratteristica di parte integrante della lotta di classe a livello mondiale per cui, distolta l’attenzione dallo scontro fra Paesi del Nord e del Sud del mondo, si è regrediti su una posizione che vedeva come unico scenario della lotta di classe lo scontro fra borghesia e proletariato all’interno di ogni singolo Paese (oltre ad alimentare una fideistica aspettativa in una rivoluzione mondiale fondata su un modello che contrappone un ipotetico proletariato mondiale a una, forse meno ipotetica ma non meno astratta, borghesia mondiale).</p>
<p>Gli effetti della rimozione della dimensione spaziale, geografica, geopolitica della lotta di classe sono stati devastanti: liquidazione di ogni istanza patriottica come di ogni rivendicazione di sovranità popolare-nazionale in quanto espressione di ideologie “di destra” (con buona pace dello slogan patria o muerte, lanciato dai rivoluzionari latinoamericani); allineamento con le politiche imperialiste di Stati Uniti ed Europa che violano il principio di non interferenza negli affari interni di altri Paesi, in nome dell’esportazione della democrazia occidentale e della tutela di presunti “diritti universali dell’uomo” (basti pensare a come Antonio Negri, in <em>Impero</em> , arrivi a negare l’esistenza stessa di una politica imperiale americana, dando per acquisita l’unificazione politica del mondo e declassando a “operazioni di polizia” i conflitti Nord-Sud); limitazione della opposizione alle politiche ordoliberiste della Unione Europea a trazione tedesca a un blando europeismo critico, che ignora le conseguenze della deindustrializzazione dell’Italia e della sua integrazione in posizione subordinata in filiere controllate dall’estero, per tacere dello smantellamento delle industrie pubbliche, dei tagli alla spesa sociale, ai salari e alle pensioni, ecc..</p>
<p>Credo infine che l’effetto più grave di questa chiusura dell’orizzonte politico-culturale delle sinistre occidentali nel cerchio di un ottuso e autoreferenziale eurocentrismo consista nell’incapacità di rispondere al seguente interrogativo: perché le uniche rivoluzioni socialiste riuscite non sono avvenute in Paesi industrialmente avanzati (cioè nei punti più alti di sviluppo delle forze produttive secondo la dogmatica kautskyana della II Internazionale), bensì in Paesi economicamente “arretrati” (negli anelli più deboli della catena, secondo la formula “eretica” di Lenin)? E ancora (e a mio avviso è questo l’interrogativo più importante ai fini della nostra discussione): perché ne sono state protagoniste le larghe masse contadine, assieme ad esigui nuclei di classe operaia in formazione e a sezioni della piccola borghesia urbana? Per rispondere, dobbiamo tornare alle questioni di metodo discusse in precedenza.</p>
<p>Nell’ultimo decennio di vita, Marx assunse posizioni che appaiono oggi quanto meno scomode per i suoi esegeti dogmatici e dottrinari. In primo luogo, commentando la recensione che il traduttore russo del <em>Capitale </em>aveva dedicato alla sua opera fondamentale, scrisse ironicamente che costui gli aveva fatto allo stesso tempo troppo onore e troppo torto, scambiando il suo lavoro per un tentativo di descrivere le leggi universali di sviluppo della storia. Questo perché, dal suo punto di vista, non esiste alcuna necessità immanente che governi come una ferrea legge di sviluppo il cammino della storia, bensì un avanzare complesso e contraddittorio della stessa, che può essere compreso solo attraverso l’analisi dei contesti concreti – spesso contingenti – che di volta in volta ne determinano l’esito. Ciò significa, fra le altre cose, che Marx non ha mai teorizzato l’esistenza di una successione necessaria di fasi (schiavismo, feudalesimo, capitalismo) che tutte le società dovrebbero necessariamente attraversare. Tanto è vero che, nella famosa lettera a Vera Zasulic , arrivò ad ammettere che, in determinate circostanze nazionali e internazionali, la comunità contadina originaria russa, l’obščina, avrebbe potuto funzionare come nucleo di un balzo diretto al socialismo, senza passare sotto le forche caudine di una fase borghese-capitalistica.</p>
<p>Questa straordinaria elasticità mentale ha inspirato quei teorici marxisti latinoamericani che hanno criticato la tesi comune a molti partiti comunisti del subcontinente, secondo cui le masse contadine di origine india, organizzate in forme comunitarie di comunismo primitivo, avrebbero potuto divenire parte attiva in un fronte rivoluzionario anticapitalista solo dopo essere passati attraverso la fase della piccola proprietà di tipo borghese. Una visione miope, incapace di cogliere la differenza fra il feudalesimo europeo e il comunitarismo contadino latinoamericano, e quindi di sfruttare il potenziale rivoluzionario di quest’ultimo. Ragionando sulla rivoluzione boliviana, e sul ruolo strategico svoltovi dalle comunità campesindie, l’ex vicepresidente boliviano Alvaro G. Linera ha dato un contributo importante all’allargamento del concetto di classe antagonista, estendendolo a quelle forme comunitarie che, ove costrette a lottare contro i meccanismi dell’accumulazione capitalistica, possono acquisire una visione del mondo che implica un comunitarismo più ampio e universalizzante di quello originario (il modello del socialismo del secolo XXI emerso dalle rivoluzioni bolivariane è non a caso una proiezione del <em>buen vivir</em>, cioè del modello socialista originario delle comunità andine). Questa “etnicizzazione” dello scontro di classe ha fra l’altro fatto sì che gli organismi di democrazia diretta e partecipativa, tipiche delle comunità andine tradizionali, abbiano svolto un ruolo centrale nell’aggregazione del blocco sociale rivoluzionario.</p>
<p>Ancora più densa di insegnamenti si presenta la rivoluzione cinese, della quale le masse contadine sono state di gran lunga il protagonista principale, laddove la classe operaia cinese – numericamente inferiore all’1% della popolazione all’inizio del processo rivoluzionario – appare tutt’oggi minoritaria, malgrado i giganteschi processi di industrializzazione e di inurbazione che il Paese ha vissuto negli ultimi decenni (basti dire che gli operai sono poco più del 13% degli attuali iscritti al PCC, superati da tecnici, lavoratori del terziario e dei servizi, mentre i contadini, pur ridimensionati, sono ancora maggioranza relativa). Ciò significa che dobbiamo rimpiazzare il proletariato in quanto soggetto privilegiato di un processo di trasformazione socialista? Evidentemente no, ma significa: 1) che dobbiamo ridefinirne e estenderne i confini (vedi gli spunti contenuti nella prima parte); 2) che dobbiamo immaginare la costruzione di un blocco sociale rivoluzionario non nei termini di una rete di alleanze tattiche, strumentali, bensì come integrazione di una serie di soggetti sociali in un popolo unito da un comune progetto politico anticapitalista, un blocco in cui non necessariamente la classe operaia deve sempre rappresentare, in ogni e qualsiasi concreta contingenza storica, l’avanguardia; 3) che occorre riproporre in tutta la sua pregnanza la distinzione marxiana fra classe in sé e classe per sé, nonché la concezione leninista del partito quale unica organizzazione politica in grado di incarnare gli interessi generali (e non meramente corporativi) della classe per sé, al di là della composizione statistica del partito stesso e del corpo sociale in cui esso si trova di volta in volta a operare.</p>
<p>Che altro aggiungere? Sull’atteggiamento delle sinistre occidentali che, di fronte alle rivoluzioni “eretiche” avvenute al di fuori del loro universo storico, geografico e culturale, reagiscono negandone il carattere socialista e parlando di capitalismo di stato e autoritarismo, ho già scritto altrove né intendo qui ritornare sul tema. Chiudo perciò riassumendo le osservazioni di metodo fin qui svolte e aggiungendo quali obiettivi dovrebbero a mio avviso suggerire a una forza rivoluzionaria. Credo che tutto quanto ho sostenuto possa essere sintetizzato in due tesi di fondo. La prima consiste nell’affermare che la ridefinizione-aggiornamento del concetto di classe in sé alla luce dell’evoluzione del modo di produzione capitalistico, mentre è decisiva ai fini della comprensione delle nuove modalità di sfruttamento della forza lavoro, non offre indicazioni immediate sull’identità della classe per sé. Detto altrimenti: composizione di classe socioeconomica e sociopolitica non coincidono necessariamente, e i soggetti in grado di elevarsi dalla lotta economica alla lotta politica sono riconoscibili solo analizzando, di volta in volta, la composizione sociopolitica. La seconda tesi rinvia alla necessità di inquadrare il conflitto di classe nel contesto mondiale, declinandolo come conflitto fra nazioni dominanti e nazioni dominate, il che implica rilanciare e aggiornare le teorie leniniste sull’imperialismo.</p>
<p>Queste tesi si integrano e influenzano reciprocamente, come l’esperienza delle rivoluzioni socialiste avvenute nei Paesi periferici e semiperiferici ampiamente dimostra. Queste esperienze si sono infatti avvalse di due poderose leve storiche: la volontà di riscatto nazionale dei popoli asserviti, oppressi e sfruttati dalle potenze imperialiste occidentali, e la volontà di resistenza alla penetrazione dei rapporti di produzione capitalistici da parte di larghe masse contadine che, perlopiù, non erano passate attraverso una fase feudale di tipo occidentale, per cui conservavano consistenti memorie di culture comunitarie e relazioni economiche di natura precapitalistica. Queste due leve hanno assunto il carattere di lotta anticapitalista laddove il processo rivoluzionario ha potuto contare su partiti comunisti radicati in minoranze sociali di operai e intellettuali. Partiti che hanno conquistato l’egemonia convincendo le larghe masse popolari che solo il socialismo poteva realizzarne le speranze di indipendenza nazionale e di libertà dallo sfruttamento imperialistico.</p>
<p>Le due tesi sopra enunciate valgono anche nei Paesi che appartengono ai centri capitalisti metropolitani? Sì, ma con gli opportuni adeguamenti. Partiamo dalla prima: nel contesto occidentale, la disarticolazione del proletariato in frammenti separati da confini generazionali, di genere, regionali, di status economico e contrattuale, ecc. dovuta a decenni di ristrutturazione tecnologica, finanziarizzazione, decentramento produttivo, nonché di progressiva perdita di rappresentanza sindacale e politica, ha raggiunto livelli tali per cui il compito prioritario di un partito comunista consiste nel ri-costruire l’unità di classe. In un certo senso si potrebbe dire che, data l’attuale debolezza del movimento comunista, ricostruire il partito di classe e ricostruire la classe sono parte di un unico processo. Da quanto sostenuto in precedenza deriva che l’analisi della composizione socioeconomica, della classe in sé è, sotto tale aspetto, meno rilevante dell’analisi della composizione sociopolitica, il che, detto in parole povere, significa che l’attenzione e le energie vanno indirizzate in primo luogo nell’individuazione degli “anelli deboli” di questa nuova nebulosa del lavoro (cioè quei settori sociali che, per cause non definibili a priori, manifestano maggiore spirito combattivo), nell’organizzarli e nel convertirli in avanguardia rivoluzionaria. Anche il compito di allargare l’egemonia di tale avanguardia su un più ampio blocco sociale assume carattere inedito: oggi non si tratta tanto – almeno in una prima fase – di costruire alleanze con altre classi sociali, ma di proseguire e rafforzare il processo di ri-costruzione della classe proletaria. Da questo punto di vista, esiste una qualche analogia con quanto sostenuto dal filosofo argentino Ernesto Laclau, laddove costui parla di “costruzione di un popolo”, riferendosi alla capacità di saldare una serie di rivendicazioni eterogenee in un’unica “catena equivalenziale”. Con la differenza che, per chi vuole mantenere un punto di vista classista, i confini del popolo in questione non possono essere estesi indefinitamente (vedi il discorso sull’integrazione nel blocco dominante di un ampio strato di quadri e rentier, accennato nella prima parte).</p>
<p>Quanto alla seconda tesi, relativa al conflitto geopolitico come conflitto di classe, è chiaro che da noi pesa meno di quanto abbia pesato nelle rivoluzioni dei Paesi ex coloniali, ma la sua importanza è tutt’altro che irrilevante. Basti pensare alle contraddizioni che l’integrazione dell’Italia nella Ue ha generato per il nostro Paese: smantellamento dell’industria di Stato, tagli drammatici al welfare e alla spesa pubblica, de industrializzazione, aumento della disoccupazione, annullamento dei diritti del lavoro, crescenti disuguaglianze e aggravamento delle differenze fra Nord e Sud, fra regioni ricche e regioni povere. Insomma: il conflitto di classe si inscrive potentemente nello spazio, sia all’interno che verso l’esterno dei confini nazionali. All’interno lo vediamo, fra le altre cose, con i processi di gentrificazione dei centri delle grandi città, e con la conseguente espulsione delle classi lavoratrici verso le periferie, e ancor più lo vediamo con la desertificazione produttiva, sociale e culturale del Meridione che va ad accrescere le fila di quello che Nicola Zitara chiamava “proletariato esterno”. Nei rapporti con l’esterno lo vediamo con la rabbia popolare generata dalle politiche economiche imposte dai principi ordoliberali dell’Europa a trazione tedesca. Una rabbia che si estende a settori di piccola e media imprenditoria e gonfia le vele dei populismi di destra, il che dovrebbe farci capire – con buona pace delle sinistre cosmopolite – come il tema della sovranità nazionale e popolare non sia appannaggio esclusivo delle rivoluzioni cinese, vietnamita e cubana ma possa giocare un ruolo strategico anche in Paesi come il nostro.</p>
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		<title>Manovra a favore dei ricchi e classe media, manovra contro i lavoratori, popolo e poveri</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2022 12:35:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Palermo il 15 settembre del 1866, scoppiava la rivolta del “Sette e Mezzo”, chiamata così, perché durò sette giorni e mezzo, prima di essere soffocata in un lago di sangue. MANOVRA A FAVORE DEI RICCHI E CLASSE MEDIA, MANOVRA CONTRO I LAVORATORI, POPOLO E POVERI (A PARTIRE DALL’ABOLIZIONE DEL REDDITO DI CITTADINANZA) Austerità, economia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/rivolta-sette-e-mezzo-1280x720.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8175" title="rivolta-sette-e-mezzo-1280x720" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/rivolta-sette-e-mezzo-1280x720-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p>A Palermo il 15 settembre del 1866, scoppiava la rivolta del “Sette e Mezzo”, chiamata così, perché durò sette giorni e mezzo, prima di essere soffocata in un lago di sangue.</p>
<p><strong>MANOVRA A FAVORE DEI RICCHI E CLASSE MEDIA, MANOVRA CONTRO I LAVORATORI, POPOLO E POVERI (A PARTIRE DALL’ABOLIZIONE DEL REDDITO DI CITTADINANZA)</strong></p>
<p>Austerità, economia di guerra, tagli alla sanità, alla scuola e ai servizi pubblici, solo per le armi ci sono sempre più soldi, abolizione del Reddito di Cittadinanza accompagnato da un infame odio sociale da parte di esponenti di governo.</p>
<p>Questo è il riassunto della Manovra del Governo Meloni.</p>
<p>Il più dei fondi serve a confermare per il 2023 le misure dei decreti Aiuti, il taglio al cuneo fiscale e per introdurre “Quota 103”, evitando lo scalone pensionistico di “Quota 102”. “Quota 103” che riesce ad essere peggio di quella 102 di Draghi e che non ha nulla a che vedere con il superamento della legge Fornero, che resta tutta, in quanto di tale misura ne beneficeranno circa solo 48.000 lavoratori, ed è improbabile che ci siano lavoratori e lavoratrici che hanno 62 anni e 41 anni di contributi. Significa aver cominciato a lavorare ininterrottamente dall’età di 21 anni e mai esser stati disoccupati. Uno scenario al quanto improbabile.                                                                                                             Inoltre la maggior parte degli interventi di tutela non coprirà comunque tutto l’anno. Se da una parte viene ridotta l’Iva su assorbenti e pannolini, rimane intoccata quella su pane, pasta e latte. Fondi comunque pagati col rigore di bilancio. Opzione Donna è largamente peggiorativa, si allunga di due anni l’età pensionabile, chi ha figli va in pensione a 58 anni, chi non ne ha a 60. È stata aumentata la tassa sugli extraprofitti del settore energetico, peccato che poco viene fatto dalle istituzioni per esigere l’ammontare dovuto dalle aziende che si oppongono a questa misura di solidarietà.</p>
<p>Riguardo le tasse. Infatti con i soldi del reddito rubati ai disoccupati, come con i soldi del taglio alle pensioni degli impiegati e degli operai specializzati, finanzia un piccolissimo aumento delle pensioni minime, la sola vera riduzione delle tasse è quella per i lavoratori autonomi che incassano fino a 85000 euro all’anno.      Anche qui si alimenta frattura sociale, visto che i lavoratori dipendenti, a parità di condizione, questa riduzione non l’avranno, perché, come dicono sempre tutti i liberisti, i soldi non ci sono e comunque non ci sono per tutti. E ai ricchi non si toglie nulla, ma anzi sì dà, con il famoso taglio del cuneo fiscale.</p>
<p>E di salario minimo guai anche a parlarne, perché altrimenti secondo il governo si danneggia il mercato, quello delle braccia in particolare.</p>
<p>Arriviamo poi alle note dolenti, meno sbandierate dal governo. È stato dimezzato lo sconto benzina e diesel, l’aumento del prezzo della benzina è misura emblema delle politiche di austerità in Italia. Ci sono poi le scelte identitarie del governo, come un’altra grande opera inutile come il ponte sullo Stretto di Messina, 20.000 euro di bonus a chi si sposa sotto i 35 anni e soprattutto il colpo di grazia al reddito di cittadinanza. Nell’anno che verrà sarà possibile riceverlo per soli 8 mesi, mentre i suoi problemi di fondo non sono stati toccati. Si perderà il beneficio dopo il primo rifiuto di un’offerta di lavoro congrua, che spesso congrua non è e magari è dall’altra parte d’Italia. Tutto prepara la definitiva cancellazione del reddito nel 2024, con centinaia di migliaia di persone abbandonate alla povertà. Un duro attacco ai settori popolari su cui verrà scaricato il peso della crisi e dell’economia di guerra, e la cui abolizione finanzia una piccola riduzione delle tasse nella busta paga degli operai. La cancellazione del Reddito di Cittadinanza è la misura più infame che il governo destrorso liberista reazionario possa fare nei confronti dei poveri, disoccupati, per i più deboli, in un vero e proprio odio sociale, ribadito anche verbalmente da esponenti del Governo, dall’opposizione confindustriale di Renzi e Calenda, e dalla carta straccia, ops Quotidiani come “Libero” che lo sostengono e che tacciano questi come “Fannulloni”, oltre che da pennivendoli asserviti al potere e privilegiati come Bruno Vespa e Massimo Giletti.</p>
<p>Un odio sociale che si accompagna anche un odio territoriale. Infatti la maggioranza dei percettori del Reddito di Cittadinanza, circa 1 milione di persone, si concentrano al Sud Peninsulare e Isole in quanto in tali territori, grazie alle politiche padano-centriche dei vari governi che hanno sempre dato fior di soldi alle Regioni del Nord (che a loro volta gliel’hanno dati ai loro amici Imprenditori e alla Sanità e scuola privata) e a mancati investimenti statali, si concentrano maggiormente fenomeni sociali come povertà, disoccupazione, disagio sociale.           La maggioranza dei meridionali e siciliani che sono andati a votare hanno votato il Movimento 5 Stelle in quanto questo è l’unico partito dello scenario politico italiano degli ultimi 30 anni, che ha fatto misure sociali di sinistra quando era al governo     (<em>5S che naturalmente non sono esenti da forti critiche, soprattutto in politica internazionale</em>) tra cui il Reddito di Cittadinanza, creato migliaia di posti di lavoro come bidelli, applicati di segreteria e insegnanti attraverso l’Organico Aggiuntivo Ata e Docenti (ossia circa 75.000 persone), Superbonus 110 %, anch’esso ha creato posti di lavoro e Decreto Dignità, che mise in soffitta il Jobs Act mettendo</p>
<p>la clausola sui contratti a tempo determinato. E non l’hanno votato solo i percettori di Reddito di Cittadinanza ma anche moltissimi lavoratori meridionali e siciliani che hanno il lavoro stabile o il “posto fisso” ma che sono perfettamente consci del disagio sociale che vi è nelle terre in cui sono nati, cresciuti e dove vivono. Perché nel Sud Peninsulare e Sicilia al di fuori dei posti di lavoro come il bidello e insegnante nelle scuole, dipendente comunale, poliziotto, carabiniere, ferroviere, il tranviere, infermiere, medico o portantino vi è una realtà fatta di super sfruttamento da parte dei padroni schiavisti, in particolar modo del settore della ristorazione, turismo, vendita al dettaglio e edilizia. Salari di 800 euro al mese se non pure di meno, 10-12 ore al giorno, a nero, questo è il “lavoro che c’è al Sud”.                                                                                                                      Il Reddito di Cittadinanza, misura a cui per accedere ci vogliono dei rigidi paletti quale un reddito fino ai 9 mila euro e il solo ritrovarsi una casa o un’automobile intestata che porta valore e quindi esclude molte persone, con i 500 euro al mese di media è un’“elemosina”, infatti andava innalzata la cifra ad almeno 800 euro al mese, non tolto. Ma quella “elemosina” ha consentito a milioni di persone di poter rifiutare le paghe da fame e il super sfruttamento dei padroncini negrieri del Sud e siciliani. Ha consentito a milioni di persone di pretendere dallo Stato il concetto costituzionale di disoccupazione, ossia è responsabilità dello Stato trovare un lavoro o fornire un reddito a chi non ha o perde l’occupazione.    Persone che pretendevano e pretendono che sia lo Stato a dovergli dare un lavoro dignitoso, con paga giusta, diritti e tutele nella propria terra senza dover indossare il vestito dell’emigrante. Ciò ha causato la furiosa rabbia non solo dei sopraccitati padroncini schiavisti meridionali e siciliani ma anche da parte di molti imprenditori del Nord e delle Santanchè e Briatore di turno, che hanno visto bloccato il flusso dell’emigrazione di manodopera da Sud a Nord.</p>
<p>Il Governo destrorso ha introdotto al posto della parola disoccupazione la parola “occupabilità”. Che tradotta in parole semplici vuol dire: se un disoccupato non trova lavoro è colpa sua perché non si dà da fare ed è troppo schizzinoso. Questo non è neppure fascismo, come urla invece la sinistra neoliberista in riferimento al governo, questo è tornare indietro di duecento anni al capitalismo di Dickens.</p>
<p>E’ puro liberismo.</p>
<p>Gli “occupabili” tra i percettori di Reddito di Cittadinanza, sono coloro che non hanno a carico figli minori, anziani e disabili, il Governo, sempre per creare una guerra tra poveri ha creato il concetto tra “occupabili” che non meritano il Reddito e altri che invece né “hanno il diritto” salvo poi abolire il Reddito di Cittadinanza anche per questi dal 1’ gennaio 2024 sostituito da un Reddito di Sussistenza gestito dai Comuni, i cui bilanci stanno al collasso e di facto la maggioranza non potrà nemmeno garantire questo “Reddito di Sussistenza”, sono persone che hanno dai 45 anni in su’, sono persone che hanno la terza media o la quinta elementare, molti anche con problemi di salute, non gravissimi ma sempre problemi di salute, gente che non è “appetibile” sull’attuale giungla del Mercato del Lavoro fatto di ritmi di lavoro estenuanti, spesso disumani, dove si rischia di entrare in una fabbrica e di morirci. Il licenziamento, causa la precarietà diffusissima dei contratti, è sempre dietro l’angolo. I datori di lavoro seri che non puntano a fare profitto sfruttando chi lavora sono una minoranza. Ma non è nemmeno appetibile un disoccupato ingegnere o lavoratore specializzato di cinquant’anni in quanto le aziende preferiscono assumere un giovane neolaureato e pagarlo meno con contratto da tirocinante o stagista piuttosto che riconoscere una paga giusta e con tutte le tutele al lavoratore disoccupato specializzato. “Occupabili” a cui nessuno, nemmeno il Governo, dà un lavoro, se non nelle condizioni descritte. Lavoro che non riescono a trovare nemmeno i giovani laureati qualificati che infatti emigrano direttamente all’estero. Ma in tale scenario di ripugnante odio sociale e territoriale sono arrivate anche le parole del Ministro dell’Istruzione e “Merito” Valditara. Che invece di pensare a risolvere i problemi della scuola, a partire dall’aumento degli organici attraverso il famoso organico aggiuntivo ATA e Docenti sopracitato che nonostante le varie promesse di esponenti di FDI e Lega al momento non è presente nella Legge di Bilancio, non solo ha chiuso un rinnovo di contratto della scuola assolutamente minimo a 50-60 euro, non solo nella bozza di Legge di Bilancio si prevede 70 milioni di euro alle scuole private, si pensa a scagliarsi contro il Reddito di Cittadinanza.</p>
<p>Valditara suggerisce al Governo di cui fa parte di voler togliere il Reddito di Cittadinanza alle</p>
<p>“<em>persone che non hanno terminato la scuola dell’obbligo, in quanto il reddito collegato all’illegalità tollerata del mancato compimento dell’obbligo scolastico è inaccettabile moralmente, perché significherebbe legittimare e addirittura premiare una violazione di legge</em>”.<em></em></p>
<p>Riporto integralmente ciò che ha dichiarato</p>
<p>“<em>Anche la percezione del reddito da parte di un giovane che ha titoli di studi superiori non ha impedimenti personali, o famigliari, ma non cerca un lavoro, né investe in formazione su sé stesso, non è sostenibile economicamente e culturalmente. Un ragazzo non può consapevolmente rinunciare a coltivare i suoi talenti in qualunque forma, ed essere contemporaneamente pagato dallo Stato, ovvero dai cittadini italiani”, continua il ministro</em>. “<em>La grande alleanza per la scuola e per il merito che ho lanciato implica, come tutte le alleanze, il principio di responsabilità. Non c’è merito senza responsabilità. Sento dire che tagliare il reddito sarebbe disumano – conclude Valditara – a me pare disumano convivere con l’illegalità, calpestare il diritto allo studio, educare i ragazzi al mantenimento a spese della società piuttosto che a credere in loro stessi e alla possibilità di migliorare le loro condizioni di vita.</em>”<em></em></p>
<p>In poche parole siamo non solo al più becero classismo ma anche al più infame odio sociale e territoriale. Odio per i poveri, per i più deboli, per i disabili, per ragazzi con storie familiari tragiche, soggetti ad abbandono scolastico anche perché vi è un sistema obsoleto della scuola dell’obbligo, con la scuola media che invece di essere cinque anni, coincidenti con la fine dell’obbligo scolastico a sedici anni, è ancora di tre anni, facendo entrare questi giovani in un sistema altamente selettivo come quello delle scuole superiori proprio nel momento più fragile dell’adolescenza tra i 14 e i 16 anni.                                                                                                                                                                        Situazioni di disagio in cui il Mezzogiorno purtroppo primeggia in Europa, così come nei Neet, giovani che non studiano e non lavorano, in virtù del razzismo di Stato dei Governi liberisti, di cui ultimi il Governo Draghi e l’attuale Governo Meloni.</p>
<p><em>Eliminare il reddito vuol dire abbassare i salari di tutti perché ci sarà un esercito di disperati pronti ad accettare salari da fame</em>.</p>
<p>Il Governo destrorso reazionario Meloni e la sua visione turbo liberista, è accompagnato da odio sociale e territoriale da parte degli Imprenditori del Nord, non è casuale infatti, che la maggioranza degli esponenti di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia che si scagliano contro il Reddito di Cittadinanza siano tutti ricchi imprenditori o avvocati del Nord, appoggiato da una classe media e di partite Iva e ahimè anche da molti lavoratori del Nord, ormai abbrutiti negli ultimi trent’anni, che votavano prima Lega in massa e ora Fratelli d’Italia in nome “contro i nullafacenti terroni che stanno sul divano” è da contrastare con delle lotte sociali decise.</p>
<p>A Napoli, a Palermo i disoccupati organizzati napoletani, i vari movimenti sociali anche di ispirazione indipendentista e vicini al pensiero socialista, non solo stanno raccogliendo firme contro l’abolizione del Reddito ma stanno anche organizzando Mobilitazioni in Difesa del Reddito.                                                                                                  Così come i Sindacati di Base hanno proclamato uno sciopero generale Venerdì 2 dicembre e una manifestazione nazionale contro il Governo Meloni, la versione più incattivita del Governo Draghi, e la sua Manovra fatta di austerità, taglio a scuola e sanità, allo stato sociale e l’abolizione del Reddito di Cittadinanza.</p>
<p>Che si inizi una stagione di lotte massicce contro un governo reazionario liberista, contro il suo odio sociale e territoriale verso i poveri, lavoratori, disoccupati, contro il Sud.</p>
<p>Concludo dando appuntamento per un successivo articolo dove analizzerò la “crisi” dei movimenti di “sinistra” e “nazionalitari” in questa crisi di sistema.</p>
<p>La sinistra socialista, comunista, i nazionalitari se vogliono ricominciare a essere consistenti nell’attuale scenario politico devono ripartire dal Sud e Sicilia, dalle sue battaglie e lotte sociali contro il disagio sociale, la discriminazione territoriale ed economica praticata dal Governo.                                                                                                                               In alleanza, in certi casi fortemente critica, ma in alleanza, con il Movimento 5 Stelle, l’unico partito, che possiamo definire socialdemocratico, dell’attuale scenario politico.</p>
<p>Nel Sud, in Sicilia, ci sono praterie sconfinate dove potersi radicare politicamente, dove si concentrano le vere classi popolari, bisognose di movimenti e partiti che portino avanti le loro istanze, e il voto al Movimento 5 Stelle ne è la dimostrazione.</p>
<p>ALL’ODIO DI CLASSE DEI DOMINANTI OPPONIAMO</p>
<p>L’ODIO DI CLASSE DEI DOMINATI</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Lillo Provenzano Turri</em></strong></p>
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		<title>Dove non è il luogo e quando non è il momento</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2022 18:40:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[Bogdanov]]></category>
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<h1><strong>Dove non è il luogo e quando non è il momento </strong></h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lenin, Luxemburg, i populisti: lotta di classe e sviluppo del capitalismo</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>Il saggio di Gigi Roggero che pubblichiamo per la prima volta in italiano, è stato scritto nel 2012 per un volume curato dagli studiosi militanti della rivista polacca «Praktyka Teoretyczna». Come indicato nel sottotitolo, viene trattato il rapporto critico tra Lenin, Luxemburg e i populisti russi rispetto alla questione dello sviluppo del capitalismo. Più precisamente, da un lato viene tratteggiata in chiave genealogica la polemica di Lenin contro i populisti dell’ultimo decennio dell’Ottocento, sbiaditi eredi di una grande tradizione rivoluzionaria; dall’altro, vengono analizzate le ricchezze e i vicoli ciechi della lettura luxemburghiana dell’accumulazione del capitale. Lungi dall’essere un tema di semplice interesse storiografico, la tensione dell’intero testo è volta all’evidenziazione dell’attualità e della posta in palio politica di quel dibattito apparentemente remoto.</em><strong></strong><br />
<strong><em></em></strong></p>
<p><strong><em>Gigi Roggero </em></strong><strong></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel settembre 1870 Marx definì l’insurrezione una follia. Quando però le masse si sollevano, Marx vuole marciare con loro, imparare insieme con loro nel corso della lotta, e non solo declamare istruzioni burocratiche. Egli comprende che il tentativo di determinare in anticipo le prospettive con assoluta precisione sarebbe ciarlataneria o sconfortante pedanteria. Al di sopra di tutto egli pone il fatto che la classe operaia fa di propria iniziativa, eroicamente, con abnegazione, la storia universale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(V.I. Lenin, <em>Prefazione alla traduzione russa delle lettere di K. Marx a L. Kugelmann</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La sera m’aveva avvolto nel vivifico umore delle sue lenzuola crepuscolari, la sera mi aveva posato le palme materne sulla fronte rovente. Io leggevo ed esultavo, ed esultando, spiavo la misteriosa curva della retta di Lenin.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(I. Babel’, <em>L’Armata a cavallo</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Il sapere è sempre situato. In altre parole, non è possibile afferrare correttamente il pensiero di un militante politico se lo si astrae dal contesto in cui è situato, dalle sue prospettive strategiche e dalle necessità tattiche, dalla materialità organizzativa e dalla contingenza della situazione. De-storicizzare <em>Il capitale</em> vuol dire non comprendere che Marx lo scrisse anche come strumento di organizzazione degli operai, ossia della figura politica di quel lavoro produttivo la cui definizione rappresentava per il Moro di Treviri un’esigenza tattica: l’individuazione del nemico di classe. Oppure, per restare a esempi classici, come si fa a capire <em>Materialismo ed empiriocriticismo </em>isolandolo dalla battaglia di partito che Lenin stava conducendo contro Bogdanov?</p>
<p>Siamo allora di fronte a qualcosa di più e di diverso da una generica questione metodologica. È qui in gioco uno statuto epistemologico. Per usare i termini deleuzeani, è ciò che distingue una scuola di pensiero da un movimento di pensiero. La prima è costituita da categorie il cui uso ha come scopo primario tracciare un confine e delimitare un campo di potere – accademico, disciplinare e/o teorico. È il modo in cui funziona la <em>global university</em>: la depoliticizzazione del pensiero riduce – marxianamente – il sapere vivo a sapere astratto, permette cioè di misurarlo artificialmente e di catturarlo nei meccanismi della valorizzazione capitalistica. Sradicato dai mutamenti della composizione di classe e privato della sua essenza rivoluzionaria, ad esempio, l’operaismo italiano viene così trasfigurato e immunizzato nella «Italian theory». Un movimento di pensiero, invece, usa le categorie come arnesi per agire dentro e contro l’economia politica dei saperi. Interroga una conoscenza spazialmente e temporalmente situata, per tradurla in un campo di battaglia che è sempre quello del presente. Afferma che il sapere, come la verità, è sempre concreto.</p>
<p>Questo lungo preambolo è indispensabile per approcciarci a quello che riteniamo essere un aspetto centrale del rapporto tra Lenin e Rosa Luxemburg, e che potremmo riassumere così: il problema dell’organizzazione rivoluzionaria dentro e contro lo sviluppo del capitalismo. È un tema di discussione che, conseguentemente a quanto abbiamo detto sopra, dobbiamo strappare a una doppia ipoteca: la filologia accademica e la nostalgia dogmatica. Tra rimozione e canonizzazione, del resto, il passo è breve, come annotava Lenin al principio di <em>Stato e rivoluzione</em>: «Accade oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con implacabili persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro <em>nome</em>, a “consolazione” e a mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del <em>contenuto </em>la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si svilisce»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn1" target="_blank">[1]</a>. La canonizzazione, insomma, è la continuazione della persecuzione con altri mezzi. O, per dirla altrimenti, laddove non può arrivare la persecuzione, è necessaria la canonizzazione. Le stucchevoli celebrazioni di piccole sette e vere e proprie <em>lobby</em> internazionali che rivendicano l’eredità di Lenin e Luxemburg – come se essa fosse una questione patrimoniale e testamentaria, notarile e non politica – sono parte del problema. Per essi valgono le parole scritte, una volta per tutte, dall’altro straordinario Vladimir: «Ho paura che una corona sulla sua testa – possa nascondere la sua fronte – così umana e geniale, – così vera. Sì, io temo – che processioni e mausolei, – con la regola fissa dell&#8217;ammirazione, – offuschino d’aciduli incensi – la semplicità di Lenin; io temo, – come si teme per la pupilla degli occhi, – ch’egli venga falsato – dalle soavi bellezze dell’ideale»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn2" target="_blank">[2]</a>.</p>
<p>Su queste basi, dunque, perché tornare nuovamente al dibattito sullo sviluppo del capitalismo che, tra fine Ottocento e inizio Novecento ha impegnato polemicamente Lenin e i populisti, la nascente ortodossia marxista (socialdemocratica e secondinternazionalista) e Luxemburg? Perché – ed è questa la tesi che sottende il presente saggio – in quel dibattito e in quello scontro politico sono contenuti i nodi politici centrali che, nella profonda se non completa trasformazione delle forme del lavoro e della produzione, innervano la contemporaneità e le nuove coordinate spazio-temporali del capitale. Lo dimostra un recente libro dell’economista indiano Kalyan Sanyal, importante nella misura in cui è centrato esattamente sullo sviluppo del capitalismo in India<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn3" target="_blank">[3]</a>. Il concetto di sviluppo con cui Sanyal fa i conti è, innanzitutto, quello affermatosi dopo la crisi del ’29 e il secondo dopoguerra, cioè un processo che non si presume più sospinto da immutabili leggi storiche, ma da governare e raggiungere attraverso un’azione mirata e razionale. Il laboratorio di questa «formazione discorsiva», per usare le parole di Sanyal, è stato quello che veniva chiamato «Terzo mondo» e affonda dunque le proprie radici nel colonialismo. Tuttavia, per ripensare il concetto di sviluppo e analizzare le forme di <em>governance</em> del «capitale postcoloniale», non è un caso che Sanyal riprenda esplicitamente nel cuore della propria analisi il dibattito tra Lenin e i <em>narodniki</em>, sostenendo retrospettivamente le ragioni di questi ultimi; e lo fa da posizioni che si richiamano espressamente a Luxemburg. Si tratta di un impianto analitico che, con accenti e sfumature differenti, trova ampia eco nella critica allo sviluppo del capitalismo contemporaneo.</p>
<p>Nel dibattito della sinistra, infatti, si sono affermati vari stereotipi: Lenin è stato rappresentato come un marxista ortodosso, fiducioso nell’oggettivo sviluppo del capitalismo che, di stadio in stadio, avrebbe aperto le porte al socialismo e poi al comunismo; i populisti russi sono diventati dei teorici postcoloniali <em>ante litteram</em>, convinti assertori della necessità di mettere in discussione lo storicismo e la teleologia del determinismo marxista; Luxemburg (spesso insieme a Trotzkij, il cui ruolo di perseguitato ha finito per cancellare le sue posizioni politiche, inclusa quella di creatore e comandante dell’Armata Rossa) è stata ridotta a icona libertaria o addirittura a teorica della spontaneità. Contribuire a smontare alla radice questi stereotipi e iniziare a ripensare quel dibattito dentro la sua attualizzazione storica è un obiettivo di questo saggio. Ed è, soprattutto, un compito politico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1. La polemica di Lenin contro i populisti</strong></p>
<p>Va innanzitutto chiarito cosa si intende qui per populismo, poiché il significato corrente del termine è non solo spesso vago e nebuloso, ma in questo caso fuorviante. Al contrario il termine <em>narodniki</em>, centrale nella battaglia teorico-politica di Lenin perlomeno dal 1893 fino ai primi anni del Novecento, rappresenta figure e posizioni molto concrete. A partire dalla metà circa dell’Ottocento il populismo russo aveva, infatti, il proprio tratto caratteristico originario nella «fede nella struttura particolare dell’economia contadina, nell’<em>obstcina</em><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn4" target="_blank">[4]</a><em> </em>come embrione e base del socialismo, nella possibilità di evitare la via dello sviluppo capitalistico attraverso un’immediata rivoluzione sociale cui il popolo sarebbe stato già pronto»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn5" target="_blank">[5]</a>. Dopo il 1861 i populisti rivoluzionari (tra questi si può annoverare Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, autore del celebre romanzo <em>Che fare?</em> da cui, com’è noto, trasse ispirazione Lenin) diedero vita ad attività di propaganda e agitazione che avrebbero portato, nel decennio seguente, all’associazione clandestina Zemlja i Volja (Terra e Libertà) e successivamente all’organizzazione terroristica Narodnaia Volia<em> </em>(Volontà del Popolo). L’«andare al popolo», del resto, era stata un’esperienza di una generazione di intellettuali radicali russi, socialisti e anarchici, che credevano nella possibilità di una rivoluzione contadina, capace di rovesciare lo zarismo senza «subire le torture del regime capitalistico», per citare il brano in cui Marx esprimeva la sua stima verso Černyševskij. E la polemica del futuro dirigente bolscevico con Nikolaj-on (N.-on), Voronstov o Iugiakov (rappresentanti del populismo riformista di fine Ottocento) era tanto più aspra quanto più era stata grande la storia del populismo rivoluzionario.</p>
<p>Figure molte concrete, dunque: il populismo è, infatti, sostiene Lenin, lo specchio dei «reali rapporti economico-sociali della Russia ed è perciò una delle concezioni sociali più diffuse nel nostro paese, e i socialdemocratici dovranno tenerne conto ancora per molto tempo»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn6" target="_blank">[6]</a>. Per questo, continua Lenin, è necessario e utile studiarlo. E combatterlo. Quando scrive, tuttavia, il populismo degenerava progressivamente verso il liberalismo: «Da un programma politico che si proponeva di <em>elevare i contadini </em>al livello della rivoluzione socialista <em>contro le basi della società contemporanea</em> è derivato un programma diretto a rappezzare, a “migliorare” la condizione dei contadini, <em>conservando le basi della società contemporanea</em>»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn7" target="_blank">[7]</a>. Ma una simile parabola era, secondo Lenin, «assolutamente naturale ed inevitabile, perché la base della dottrina consisteva nella idea puramente mitica di una forma particolare (<em>obstcina</em>) dell’economia agricola: a contatto della realtà il mito si è dissolto, e del socialismo contadino non è rimasto che una ideologia radical-democratica della massa contadina piccolo-borghese»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn8" target="_blank">[8]</a>. Va qui chiarita la categoria di «piccolo-borghese»: essa viene usata per indicare, nei populisti come già prima di loro in Sismondi (l’economista svizzero duramente attaccato da Marx), l’incomprensione del «nesso tra la piccola produzione (che egli idealizza) e il grande capitale (che egli attacca). Appunto perché Sismondi <em>non vede </em>che il piccolo produttore, il contadino da lui prediletto, diventa di fatto un piccolo borghese»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn9" target="_blank">[9]</a>.</p>
<p>Il testo fondamentale della polemica di Lenin contro i <em>narodniki </em>è, com’è noto, <em>Lo sviluppo del capitalismo in Russia</em><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn10" target="_blank">[10]</a>: si tratta di un libro fondamentale per comprendere il rapporto tra organizzazione e lotta di classe nel dirigente bolscevico, rimandiamo altrove per una sua approfondita analisi e lettura<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn11" target="_blank">[11]</a>. Quello che ci interessa mettere in evidenza qui sono alcuni problemi fondamentali che saranno ripresi da Luxemburg nella rilettura dei meccanismi dell’accumulazione del capitale<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn12" target="_blank">[12]</a>. Una questione centrale riguarda – come postulavano Sismondi prima e i populisti dopo – l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il plusvalore, se non volgendosi al mercato estero. Lo sviluppo della grande produzione e del lavoro salariato, sostiene infatti Sismondi, fa sì che la produzione superi necessariamente il consumo e sia posta di fronte al problema insolubile di trovare dei consumatori. Identiche sono le conclusioni tratte dai populisti, «e precisamente la conclusione che nella società capitalistica è impossibile realizzare il plusvalore, che è impossibile accrescere la ricchezza sociale, che è necessario ricorrere al mercato estero, <em>poiché </em>all’interno del paese il plusvalore non può essere realizzato, e infine che le crisi sono causate da questa impossibilità di realizzare il prodotto mediante il consumo degli operai e dei capitalisti»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn13" target="_blank">[13]</a>. Come vedremo, Luxemburg solleverà un problema analogo, pur in tutt’altre forme e con altri obiettivi.</p>
<p>Per Lenin ciò deriva dalla mancata distinzione del prodotto sociale in due forme radicalmente diverse, cioè i mezzi di produzione e i beni di consumo: poiché nella società capitalistica la produzione dei primi cresce più rapidamente di quella dei secondi, «i primi possono essere consumati solo in modo produttivo, i secondi solo in modo individuale. <em>I primi possono servire soltanto come capitale, i secondi debbono diventare reddito, ossia annullarsi nel consumo degli operai e dei capitalisti. I primi spettano interamente ai capitalisti, mentre i secondi vengono ripartiti tra gli operai e i capitalisti</em>»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn14" target="_blank">[14]</a>. In questo quadro, sostiene, l’accumulazione e la produzione superano il consumo, poiché l’accumulazione si compie soprattutto nei mezzi di produzione: «Ciò che a Sismondi è sembrato un semplice errore, una contraddizione della dottrina di Ricardo – ossia che l’accumulazione è l’eccedenza della produzione sul reddito –, di fatto corrisponde pienamente alla realtà ed esprime una contraddizione inerente al capitalismo. Questa eccedenza <em>è necessaria</em> in ogni accumulazione che dischiude un nuovo mercato <em>per i mezzi di produzione, senza espandere in corrispondenza il mercato dei beni di consumo, e anzi contraendolo</em>»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn15" target="_blank">[15]</a>.</p>
<p>Qui sta l’errore principale di Sismondi: aver scambiato una contraddizione interna al capitale – tra le forze produttive e i rapporti di produzione – per ciò che ne renderebbe impossibile lo sviluppo o finanche l’esistenza. Aver confuso, in altre parole, il dover essere con la realtà, cioè le condizioni di possibilità dell’antagonismo con la loro negazione romantica. La crisi non è allora spiegabile con la contraddizione tra la produzione e il consumo della classe operaia, bensì con quella tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione. Siamo così arrivati a un punto dirimente, attraverso cui leggere il dibattito sullo sviluppo del capitalismo, in Russia e non solo: la differenza, radicale, tra contraddizione e impossibilità. Per dirla con Lenin: «Contraddizione non significa impossibilità (<em>Widerspruch </em>non significa <em>Widersinn</em>). L’accumulazione capitalistica, questa autentica produzione per la produzione, è anch’essa una contraddizione. Ma ciò non le impedisce di esistere né di essere la legge di un determinato sistema economico. Lo stesso deve ripetersi per tutte le altre contraddizioni del capitalismo»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn16" target="_blank">[16]</a>. Del resto, le contraddizioni non solo dividono, ma anche uniscono: si pensi allo scambio, che costringe gli uomini a entrare in rapporti tra di loro. Per dirla in altri termini, il romanticismo economico e i populisti hanno proposto un’immagine del capitale non come rapporto sociale di produzione e perciò complessivo, bensì come un accidente innaturale introdotto dall’esterno, e dunque dall’esterno modificabile o evitabile. Non hanno perciò compreso il nesso indissolubile tra il grande capitale e la piccola produzione indipendente, o «produzione popolare» come l’avrebbero chiamata i <em>narodniki</em>; schierandosi a fianco di quest’ultima hanno pensato di individuare in essa una via alternativa allo sviluppo capitalistico, laddove si trattava semplicemente di una forma particolare al suo interno. In buona sostanza, gli «amici del popolo» «vogliono il capitalismo senza espropriazione e senza sfruttamento»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn17" target="_blank">[17]</a>.</p>
<p>Il punto di partenza dell’analisi di Lenin sullo sviluppo del capitalismo è infatti molto semplice: questo non è un ragionamento, ma è un fatto. Negarlo in base a ideali di giustizia o a desideri sentimentali riguardanti la felicità della popolazione «è come dire: le previsioni del tempo non sono determinate dalle osservazioni meteorologiche, ma dallo stato d’animo della maggioranza!»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn18" target="_blank">[18]</a>. Il comando del capitale non può essere eluso con rimproveri e condanne: è «un fatto col quale possono regolare i conti solo i produttori diretti»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn19" target="_blank">[19]</a>. In altri termini, bisogna passare dalla critica morale alla critica scientifica, ovvero dalla critica romantica dell’ingiustizia alla critica comunista dei rapporti di sfruttamento. I meticolosi studi che mostrano l’attualità dello sviluppo del capitalismo in Russia hanno un asse portante nel processo di formazione del mercato interno. Questo è legato alla divisione sociale del lavoro e alla separazione del produttore diretto dai mezzi di produzione, ossia la sua espropriazione: «In tal modo l’agricoltura stessa diventa un’industria (cioè produzione di merci), e vi svolge lo stesso processo di specializzazione»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn20" target="_blank">[20]</a>. Lenin precisa come il mercato interno per il capitalismo venga creato non solo dal fatto che la popolazione dall’agricoltura passa all’industria, ma anche dalla specializzazione dell’agricoltura mercantile.</p>
<p>Il punto, in ogni caso, è che il popolo delle campagne si spacca in «due eterni nemici». La base su cui si fonda la critica morale dello sviluppo del capitalismo non è altro che un’ingenua invocazione di un interesse generale che, nel processo in corso, coincide con l’interesse del padrone. Lo dimostra l’«esodo degli operai», a cui sono dedicate da Lenin pagine straordinarie e anticipatrici: esso esprime «non solo la tendenza della popolazione a ripartirsi in modo più uniforme su un dato territorio, ma anche la tendenza degli operai ad andare dove si sta meglio»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn21" target="_blank">[21]</a>. Fuga e mobilità, allora, lungi dall’essere esclusivamente vettori dello sviluppo del capitalismo, sono innanzitutto le condizioni di possibilità per l’antagonismo e la misura della libertà operaia. Emerge qui con chiarezza come in Lenin non vi sia – come sostengono i populisti – nessuna apologia dello sviluppo del capitalismo, ma un’analisi materialisticamente fondata di un rapporto sociale in cui sono i comportamenti e le espressioni soggettive a determinare il giudizio sulle tendenze analizzate. C’è un movimento di libertà che eccede continuamente la formazione e regolazione del mercato del lavoro: il capitalismo, al contempo, ne ha necessariamente bisogno e ne è continuamente minacciato.</p>
<p>Lo sviluppo del capitalismo non è perciò mai trattato da Lenin come una linea storica oggettivamente predeterminata: dal momento che il capitale è un rapporto sociale, esso è sempre segnato dal conflitto e dalle molteplici forme che assume la resistenza, che lo costringono continuamente a procedere per salti e interruzioni. Con buona pace di chi ha appiccicato a Lenin l’etichetta dell’ortodossia marxista, nulla vi è qui di lineare e oggettivo: quello del capitalismo è «uno sviluppo che sembra ripercorrere le fasi già percorse, ma le ripercorre in modo diverso, a un livello più elevato (“negazione della negazione”); uno sviluppo, per così dire, non rettilineo ma a spirale; uno sviluppo a salti, catastrofico, rivoluzionario; “l’interruzione della gradualità”; la trasformazione della quantità in qualità; gli impulsi interni dello sviluppo, generati dalle contraddizioni, dagli urti tra le diverse forze e tendenze operanti sopra un dato corpo oppure entro i limiti di un dato fenomeno o nell’interno di una data società: l’interdipendenza e il legame più stretto e indissolubile tra <em>tutti </em>i lati di ogni fenomeno (e la storia mette in luce lati sempre nuovi), legame che genera un processo di movimento unico, universale, sottoposto a leggi: tali sono alcune caratteristiche della dialettica, dottrina dello sviluppo che è più ricca di contenuto delle dottrine correnti»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn22" target="_blank">[22]</a>. Dunque, sostiene, «molti degli errori commessi dagli scrittori populisti scaturiscono dal tentativo di provare che questo sviluppo disuguale, a salti, tumultuoso, non è uno sviluppo»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn23" target="_blank">[23]</a>. Allora, per il dirigente bolscevico affermare l’attualità di un fatto, lo sviluppo del capitalismo, non coincide con il darne una valutazione morale, o peggio ancora giudicarla dal punto di vista del proprio giudizio ideale, della misura del buono o del cattivo. Significa due cose: da un lato, le condizioni di possibilità della lotta di classe e della rottura rivoluzionaria; dall’altro, il terreno migliore per la libertà delle forze soggettive del lavoro vivo e la produzione di forme di vita in comune. É all’interno di questo processo, il cui motore è il conflitto, bisogna situare il problema dell’organizzazione.</p>
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<p><strong>2. Il mercato mondiale è ancora sempre in formazione?</strong></p>
<p><em>Lo sviluppo del capitalismo in Russia</em> si conclude con un capitolo, l’ottavo, dedicato proprio alla già menzionata formazione del mercato interno. Tematizzando l’argomento che corre lungo tutto il volume, Lenin può così tirare le somme dei dati esaminati ed evidenziare l’interdipendenza tra i diversi rami dell’economia nazionale nel loro sviluppo capitalistico. Si sofferma in modo riassuntivo sullo sviluppo della circolazione delle merci, sull’aumento della popolazione industriale e commerciale, che trova la sua espressione più chiara nello sviluppo delle città, in particolare dei grandi centri (ma contemporaneamente si sviluppano anche i piccoli centri e i villaggi industriali, tant’è che le differenze tra città e villaggio tendenzialmente si vanno assottigliando o addirittura scomparendo), sull’aumento dell’impiego del lavoro salariato, che assume forme estremamente varie. Il formarsi di una sovrappopolazione specificamente capitalistica, contrariamente a quello che sostengono i teorici populisti, per Lenin dimostra anche in questo caso il procedere discontinuo e a sbalzi dello sviluppo: «Il capitalismo non può svilupparsi che a salti, e quindi il numero dei produttori che hanno bisogno di vendere la propria forza-lavoro deve essere sempre superiore alla domanda media di operai da parte del capitalismo»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn24" target="_blank">[24]</a>.</p>
<p>Ancora una volta, è qui chiaro come non siamo mai posti di fronte a uno sviluppo lineare: questo si compone sempre in un processo multiforme. Laddove vi sono spazi per la «colonizzazione interna», ad esempio, la popolazione cacciata non necessariamente emigra nei centri industriali, ma può trasferirsi nelle aree non popolate e mettersi a coltivare nuova terra. Ne consegue un incremento della popolazione agricola, che almeno per un certo tempo può procedere non meno se non più rapidamente di quello della popolazione industriale. Ci troviamo di fronte a due processi: «1) Sviluppo del capitalismo nel vecchio paese popolato, o in una parte di questo paese; 2) sviluppo del capitalismo nella “nuova terra”. Il primo processo esprime l’ulteriore sviluppo di rapporti capitalistici già costituiti, il secondo il sorgere di nuovi rapporti capitalistici su un nuovo territorio. Il primo processo significa lo sviluppo del capitalismo in profondità, il secondo in estensione»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn25" target="_blank">[25]</a>. Il duplice processo rappresentato da uno spostamento di popolazione dall’agricoltura all’industria, ossia di una «industrializzazione della popolazione», e di uno sviluppo dell’agricoltura industriale e commerciale, capitalistica, cioè di una «industrializzazione dell’agricoltura», è esattamente ciò che costituisce il mercato interno, con la formazione da una parte di imprenditori agricoli e industriali, dall’altra parte di operai salariati agricoli e industriali – i soggetti, cioè, del rapporto sociale antagonista.</p>
<p>Abbiamo già accennato a come, una quindicina di anni dopo l’uscita del libro di Lenin, Rosa Luxemburg si confronti – da un diverso angolo prospettico – con gli stessi nodi teorici e politici. Originariamente nato come frutto dei suoi corsi sulla critica dell’economia politica alla scuola del Partito socialdemocratico tedesco a partire dal 1906, il giustamente celebre testo <em>L’accumulazione del capitale</em> squaderna un problema che, agli occhi di Luxemburg, è rimasto irrisolto nello stesso Marx, più precisamente nel Libro secondo de <em>Il capitale</em> dedicato alla circolazione del capitale. Il passaggio dalla riproduzione semplice alla riproduzione allargata, cioè al processo specificamente capitalistico in cui i redditi non vengono completamente consumati ma investiti in nuovo capitale variabile e costante, funzionerebbe come schema idealtipico, ma senza la possibilità di descrivere la concreta realtà dello sviluppo del capitalismo. In altri termini, prima di potere essere reinvestito il plusvalore deve essere realizzato, ossia trasformato in denaro: ma, sostiene la rivoluzionaria di origine polacca, ciò non può avvenire sul mercato interno, in quanto se i compratori delle merci sono esclusivamente i capitalisti e i lavoratori ciò conduce alla sola riproduzione semplice. Le condizioni di possibilità dell’accumulazione del capitale devono allora essere cercate altrove. Luxemburg trova perciò <em>fuori</em> dallo sviluppo del capitalismo la riposta alle sue domande: è all’esterno dei paesi capitalistici e – nei loro mercati interni – è all’esterno delle figure della produzione capitalistica che l’accumulazione può in via esclusiva realizzarsi.</p>
<p>La militante rivoluzionaria affronta l’ingarbugliato nodo con un esame attento e approfondito, scandagliando le principali figure dell’economia politica classica, passando al setaccio la critica marxiana, polemizzando aspramente con vari teorici coevi, tra cui certamente i populisti russi. Dopo aver liquidato in modo correttamente sprezzante Voronstov, riconosce a Nikolaj-on una profonda conoscenza di Marx, ma ne evidenzia al contempo le affinità con Sismondi. L’asse centrale del ragionamento di N.-on, infatti, è l’impossibilità della realizzazione del prodotto totale capitalistico all’interno della società: esso può compiersi solo attraverso il commercio estero. Nello sferrare l’attacco ai populisti, Luxemburg è però preoccupata di concedere spazio al «marxismo legale»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn26" target="_blank">[26]</a>, che dalla constatazione della possibilità dello sviluppo del capitalismo nel giro di qualche anno sarebbe passato alla sua apologia: «Questo brillante torneo [tra marxisti e populisti], che tenne in ascolto nell’ultimo decennio [dell’Ottocento] l’intelligenza socialista russa e si concluse col trionfo indiscusso della scuola marxiana, segna l’ingresso ufficiale del marxismo come teoria storico-economica nella scienza nazionale. Il marxismo “legale” prese da allora possesso ufficialmente delle cattedre, delle riviste del mercato librario economico, con tutti gli aspetti negativi del caso. Quando dieci anni dopo le possibilità di sviluppo del capitalismo russo misero in luce meridiana il loro aspetto ottimistico nell’insurrezione rivoluzionaria del proletariato, di questa pleiade di ottimisti marxisti non uno si ritrovò nelle file del proletariato»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn27" target="_blank">[27]</a>. Per dirla con i termini che abbiamo proposto nell’introduzione, il movimento di pensiero era stato ipostatizzato in scuola, dunque stravolto e reso innocuo. La discussione sullo sviluppo del capitalismo aveva così abbandonato la definizione di un campo di battaglia tra parti antagoniste, per trasferirsi nelle edulcorate discussioni scolastiche o, apertamente, nel forgiare consigli e consiglieri per il principe. Così, osserva ancora Luxemburg: «I marxisti “legali” russi hanno indubbiamente battuto i loro avversari populisti, ma hanno <em>vinto troppo</em>. Tutti e tre – Struve, Bulgakov, Tugan-Baranovkij – hanno, nel fervore della battaglia, dimostrato più di quanto si doveva dimostrare. Il problema era: è il capitalismo in generale, e in particolare in Russia, suscettibile di sviluppo? E i suddetti marxisti hanno dimostrato così a fondo questa capacità di sviluppo, da dimostrare anche la possibilità teorica di un’esistenza eterna del capitalismo. È chiaro che, una volta ammessa l’illimitata accumulazione del capitale, si è anche provata la illimitata vitalità del capitale. L’accumulazione è il metodo specificamente capitalistico di allargamento della produzione, di sviluppo della produttività del lavoro, di spiegamento delle forze produttive, di progresso economico. Se il modo di produzione capitalistico è in grado di assicurare l’accrescimento delle forze produttive, il progresso economico, allora esso è imbattibile, il pilastro obiettivo fondamentale della teoria scientifica socialista crolla, l’azione politica del socialismo, il contenuto ideale della lotta di classe del proletariato cessano di essere una necessità storica. La dimostrazione, partita dalla possibilità del capitalismo, sfocia nell’impossibilità del socialismo»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn28" target="_blank">[28]</a>.</p>
<p>È importante soffermarsi su questo punto, giustamente sollevato da Paul Sweezy nell’introduzione al volume. Innanzitutto individua quello che ritiene l’errore centrale di Luxemburg: «Dove sbagliava era nell’asserire che la logica dello schema di riproduzione esclude un aumento di consumo, sia da parte del lavoratore che da parte dei capitalisti, o contemporaneamente di tutte e due le parti. In pratica, la riproduzione allargata, per il suo stesso carattere, comporta un aumento dei redditi sia dei lavoratori che dei capitalisti, e non c’è alcuna ragione plausibile di supporre che ambedue le classi non spendano almeno una parte dell’incremento in consumi. Se lo fanno, almeno una certa accumulazione sarà giustificata, e il teorema della impossibilità di Rosa verrà confutato»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn29" target="_blank">[29]</a>. Ma interessante, al di là della confutazione teorica, sono appunto i motivi che secondo Sweezy avrebbero spinto Luxemburg in questa direzione: «Rosa temeva che se avesse ammesso la <em>possibilità </em>dell’accumulazione in un sistema capitalistico puro, avrebbe dovuto anche ammettere che il sistema potesse allargarsi senza limiti»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn30" target="_blank">[30]</a>. Luxemburg è mossa, quindi, non da semplice passione teorica, ma dalla contingenza politica, che si imperniava sulla battaglia contro il riformismo che avanzava nella socialdemocrazia tedesca. Qui, ancora una volta, si può riconoscere il carattere di parte e tattico del pensiero e del sapere: senza afferrare ciò, non vi è possibilità di comprendere nulla.</p>
<p>Si può forse allora spiegare perché, dopo aver liquidato in modo convincente le posizioni sismondiane dei populisti russi, Luxemburg faccia rientrare dalla finestra (sebbene solo in una certa misura e comunque in forme diverse) ciò che aveva cacciato dalla porta: «Da entrambi i punti di vista – realizzazione del plusvalore e acquisto degli elementi del capitale costante già in atto – il commercio mondiale è una condizione storica di esistenza del capitalismo, commercio mondiale che, nei rapporti concreti dati, è essenzialmente scambio tra forme di produzione capitalistiche e non capitalistiche»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn31" target="_blank">[31]</a>. Infatti, timorosa che l’astrazione del modello puro marxiano finisse per rappresentare un sistema in cui la produzione è fine a se stessa («la produzione per amore della produzione»), Luxemburg deduce che «se ammettiamo che il plusvalore venga realizzato <em>fuori </em>della produzione capitalistica, ne verrà che la sua forma materiale non ha nulla a che fare coi bisogni della produzione capitalistica. La sua forma materiale corrisponde allora ai bisogni di quegli ambienti non-capitalistici che contribuiscono a realizzarlo»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn32" target="_blank">[32]</a>. Così, mossa inizialmente dall’intento di mettere a dura critica l’ormai prevalente posizione socialdemocratica secondo cui le crisi sarebbero causate da sproporzioni, con l’ovvia ricaduta politica della possibilità di una regolazione riformista dello sviluppo del capitalismo, Luxemburg ha finito paradossalmente per indebolire la posizione da cui la critica muoveva. In altri termini, temeva che ammettere non solo la realtà dello sviluppo del capitalismo ma anche la sua tendenziale illimitatezza, avrebbe significato accettarne l’eternità e dunque rinunciare alla possibilità di fuoriuscirne.</p>
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<p><strong>Note</strong> <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref1" target="_blank">[1]</a> V.I. Lenin, <em>Stato e rivoluzione</em> (1917), trad. it. <em>Opere complete</em>, Vol. XXV, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 365. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref2" target="_blank">[2]</a> V. Majakovskij, <em>Vladimir Ilic Lenin </em>(1924), trad. it. <em>Opere</em>, vol. 5,<em> </em>Editori Riuniti, Roma 1980, p. 282. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref3" target="_blank">[3]</a> K. Sanyal,<em> Ripensare lo sviluppo capitalistico. Accumulazione originaria, governamentalità e capitalismo postcoloniale: il caso indiano </em>(2007), La casa Usher, Firenze 2010. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref4" target="_blank">[4]</a> L’<em>obščina </em>era la comunità contadina e l’unità amministrativa nella Russia zarista. Dopo il 1861, anno dell’abolizione della servitù della gleba, furono assegnati alle comunità rurali i fondi a cui i proprietari terrieri avevano dovuto rinunciare, in cambio di un indennizzo. L’organo decisionale dell’<em>obščina </em>era il <em>mir</em>, che aveva competenza sulla distribuzione della terra comune, sulla riscossione delle tasse, sul servizio militare e sugli altri obblighi verso lo Stato (dal punto di vista fiscale vigeva infatti il principio della responsabilità collettiva). I membri dell’<em>obščina </em>non avevano diritto di proprietà sugli appezzamenti coltivati. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref5" target="_blank">[5]</a> V.I. Lenin, <em>Borghesia populisteggiante e populismo smarrito </em>(1903), trad. it. <em>Opere complete</em>, Vol. VII, Editori Riuniti, Roma 1959, p. 98. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref6" target="_blank">[6]</a> V.I. Lenin, <em>Che cosa sono gli «amici del popolo» e come lottano contro i socialdemocratici </em>(1894), trad. it. <em>Opere complete</em>, Vol. I, Editori Riuniti, Roma 1954, p. 243. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref7" target="_blank">[7]</a> Ivi, pp. 266-267. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref8" target="_blank">[8]</a> Ivi, p. 280. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref9" target="_blank">[9]</a> V.I. Lenin, <em>Le caratteristiche del romanticismo economico</em> (1898), trad. it. <em>Opere complete</em>, Vol. II, Editori Riuniti, Roma 1954, p. 212. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref10" target="_blank">[10]</a> V.I. Lenin, <em>Lo sviluppo del capitalismo in Russia </em>(1899), trad. it. <em>Opere complete</em>, Vol. III, Editori Riuniti, Roma 1956. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref11" target="_blank">[11]</a> G. Roggero, <em>La misteriosa curva della retta di Lenin. Per una critica dello sviluppo del capitalismo oltre i «beni comuni»</em>, La casa Usher, Firenze 2011. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref12" target="_blank">[12]</a> R. Luxemburg, <em>L’accumulazione del capitale</em> (1913), trad. it. Einaudi, Torino 1972. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref13" target="_blank">[13]</a> Lenin, <em>Le caratteristiche del romanticismo economico</em>, cit., p. 134. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref14" target="_blank">[14]</a> V.I. Lenin, <em>Le caratteristiche del romanticismo</em>, cit., p. 141. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref15" target="_blank">[15]</a> Ivi, p. 148. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref16" target="_blank">[16]</a> Ivi, p. 171. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref17" target="_blank">[17]</a> Ivi, p. 241. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref18" target="_blank">[18]</a> Lenin, <em>Le caratteristiche del romanticismo</em>, cit., p. 215. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref19" target="_blank">[19]</a> Lenin, <em>Il contenuto economico</em>, cit., p. 389. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref20" target="_blank">[20]</a> Ivi, p. 45. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref21" target="_blank">[21]</a> Lenin, <em>Lo sviluppo del capitalismo in Russia</em>, cit., p. 228. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref22" target="_blank">[22]</a> V.I. Lenin, <em>Karl Marx</em> (1915), trad. it. <em>Opere complete</em>, Vol. XXI, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 47. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref23" target="_blank">[23]</a> Lenin, <em>Lo sviluppo del capitalismo</em>, cit., p. 602. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref24" target="_blank">[24]</a> Ivi, p. 589. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref25" target="_blank">[25]</a> Ivi, p. 566. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref26" target="_blank">[26]</a> I teorici del marxismo legale erano così etichettati in quanto potevano far stampare i loro articoli sui giornali e sulle riviste non sottoposte alla censura zarista. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref27" target="_blank">[27]</a> Luxemburg, <em>L’accumulazione</em>, cit., p. 264. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref28" target="_blank">[28]</a> Ivi, p. 316. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref29" target="_blank">[29]</a> Paul M. Sweezy, <em>Introduzione</em>, in Luxemburg,<em> L’accumulazione</em>, cit., pp. XXV-XXVI. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref30" target="_blank">[30]</a> Ivi, p. XXVI. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref31" target="_blank">[31]</a> Luxemburg, <em>L’accumulazione</em>, cit., p. 354. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref32" target="_blank">[32]</a> Ivi, p. 348.</p>
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<p><strong>2. Il mercato mondiale è ancora sempre in formazione?</strong></p>
<p>Anche in questo caso, la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, interamente dentro al rapporto di capitale (ciò che faceva dire a Marx che «la vera barriera della produzione capitalistica è il capitale stesso»), è stata decentrata e trasformata in una dicotomia tra interno ed esterno. Dicotomia che, si badi bene, quando Luxemburg scriveva era indubbiamente radicata nella realtà, ma la cui tendenziale scomparsa – come lo scenario attuale dimostra – non avrebbe significato il crollo del capitalismo. Eppure, secondo Luxemburg, è questo il vicolo cieco di Marx, ciò che rende la sua astrazione del sistema capitalistico irrealizzabile nella sua forma pura: «Una volta raggiunto il risultato finale – che rimane tuttavia una costruzione teorica –, l’accumulazione diventa impossibile: la realizzazione e capitalizzazione del plusvalore si trasforma in un problema insolubile. Nel momento in cui lo schema marxiano della riproduzione allargata corrisponde alla realtà, esso segna la fine, il limite storico del movimento dell’accumulazione, il termine della produzione capitalistica. La impossibilità dell’accumulazione significa, dal punto di vista capitalistico, l’impossibilità di un’ulteriore espansione delle forze produttive, e perciò la necessità storica obiettiva del tramonto del capitalismo. Di qui il moto contraddittorio della fase ultima, imperialistica, come conclusione della parabola storica del capitale»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn1" target="_blank">[1]</a>. Se si esclude il riferimento alla fase imperialistica e una diversa prospettiva rispetto agli esiti del processo, anche qui non è difficile ravvisare una certa rassomiglianza con alcuni dei presupposti di Sismondi poi ripresi dai populisti, secondo cui i mercati esteri costituiscono l’unica via di uscita per la realizzazione del plusvalore: «Verrà infine l’epoca in cui tutto il mondo civile costituirà un mercato unico, e in cui non si potranno più trovare nuovi compratori in una qualsiasi nuova nazione. La domanda sul mercato mondiale sarà allora una grandezza invariabile, che le diverse nazioni industriali si contenderanno reciprocamente. Se una nazione fornirà un quantitativo maggiore di prodotti, ciò avverrà a danno di un’altra nazione. La vendita complessiva non potrà essere accresciuta se non attraverso l’aumento del benessere generale o con l’immissione delle merci, un tempo riservate soltanto ai ricchi, nel consumo dei poveri»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn2" target="_blank">[2]</a>.</p>
<p>Dunque, ciò che avvicina Luxemburg da una parte e il sismondismo populista dall’altra, posizioni teorico-politiche che null’altro hanno da spartire, è l’idea di fondo per cui lo sviluppo del capitalismo è possibile solo in presenza di un fuori, che quando scrivono si identifica con aree del globo terrestre in cui domina la cosiddetta economia «naturale». Criticando duramente tale impostazione, Lenin si premura di dimostrare come quella del mercato interno non costituisca affatto una questione a sé, indipendente dallo sviluppo del capitalismo: «Il mercato interno sorge quando sorge l’economia mercantile; esso è creato dallo sviluppo di questa economia mercantile, e il grado raggiunto dalla divisione sociale del lavoro determina il livello del suo sviluppo; esso si estende con l’estendersi dell’economia mercantile dai prodotti alla forza-lavoro, e solo nella misura in cui quest’ultima si trasforma in merce il capitalismo abbraccia tutta la produzione del paese, sviluppandosi principalmente nel campo dei mezzi di produzione, che nella società capitalistica occupano un posto sempre più importante. Il “mercato interno” per il capitalismo è creato dallo stesso capitalismo nel corso del suo sviluppo, che approfondisce la divisione sociale del lavoro e divide i produttori diretti in capitalisti e operai. Il grado di sviluppo del mercato interno è anche il grado di sviluppo del capitalismo nel paese. Porre la questione dei limiti del mercato interno indipendentemente da quelli del grado di sviluppo del capitalismo (come fanno gli economisti populisti) è un errore»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn3" target="_blank">[3]</a>. Infatti, il concetto di mercato è inscindibile dal concetto di divisione sociale del lavoro: ancor meglio, il primo dipende dal secondo. I limiti dello sviluppo del mercato, allora, sono posti dai limiti della specializzazione del lavoro sociale, e quest’ultima è «infinita»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn4" target="_blank">[4]</a>.</p>
<p>Ecco, dunque, come Lenin affronta, <em>ex ante</em>, il problema del <em>limite </em>che Luxemburg gli pone. Se la produzione capitalistica è illimitata, domanda infatti la rivoluzionaria di origine polacca, come si spiegano le crisi? Lenin rovescia la questione: a essere illimitato è innanzitutto lo sviluppo delle forze produttive, sulla cui base si forma il mercato capitalistico. Se di fronte alla mancanza di un fuori dal capitale Luxemburg si ritrae politicamente spaventata, timorosa di concedere valide giustificazioni ai riformisti e ai consiglieri del principe, Lenin assume tale mancanza come dato di realtà tendenziale e la rovescia in spazio di azione antagonista: il limite è tutto interno ai rapporti di produzione, non allo sviluppo delle forze produttive. La tendenziale illimitatezza del capitale è condizionata alla misura in cui esso cattura e si appropria della potenza, questa sì senza limiti, del lavoro vivo. Qui e solo qui sta la sua impossibilità: il lavoro vivo è il padrone, il capitale il servo. E da qui originano le crisi, che continuamente irrompono nello sviluppo del capitalismo e lo costringono a balzare in avanti. Non vi è nulla di meccanicistico in esse: la crisi è la contraddizione di cui il capitale si alimenta e da cui è permanentemente minacciato, è antagonismo di classe, è organizzazione della lotta operaia e del suo desiderio di libertà che muove lo sviluppo e continuamente lo pone in tensione, lo trasforma, lo rovescia.</p>
<p>Nella sua fase imperialistica, il capitalismo deve far fronte a una completa socializzazione della produzione, «segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn5" target="_blank">[5]</a>. La contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione si sposta di livello: «Viene socializzata la produzione, ma l’appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l’oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn6" target="_blank">[6]</a>. Questa miscela di libera concorrenza e di monopolio costituisce, secondo Lenin, un fenomeno di transizione. Il capitale finanziario, per balzare in avanti e mettere a valore il livello ormai raggiunto dalla socializzazione produttiva, ha dovuto farsi socialista, come Rudolf Hilferding<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn7" target="_blank">[7]</a> ha messo in evidenza rispetto all’istituto del credito. Ma ciò non prelude all’oggettivo crollo del capitalismo, cui implicitamente sembra alludere Luxemburg, né è da ritenersi come uno stadio inevitabile e progressivo, come esplicitamente afferma il socialista Cunow, «panegirista tedesco dell’imperialismo»: «Ciò ricorda la caricatura che i populisti nel 1894-1895 facevano dei marxisti russi, dicendo che poiché questi ultimi ritenevano inevitabile e progressivo il capitalismo in Russia, dovevano aprir bottega e dedicarsi ad impiantarvelo»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn8" target="_blank">[8]</a>. Dunque, la direzione dello sviluppo appartiene non a un’oggettiva progressione storica, ma ai rapporti di forza tra le classi. È qui che, partendo dell’assunzione dello sviluppo del capitalismo come un fatto, si divaricano alla radice i percorsi del rivoluzionario e dell’apologeta del presente. Luxemburg, sostenendo che l’astrazione marxiana del capitalismo non descrive la sua realtà concreta, che è una linea di tendenza che – nel momento del suo raggiungimento – porterà al suo crollo, afferma – in <em>Riforma sociale o rivoluzione</em><a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn9" target="_blank">[9]</a> –<em> </em>che «il mercato interno è ancora sempre in formazione». Oggi, laddove la distinzione tra mercato interno ed esterno è venuta meno, nel momento in cui il mondo si è fatto uno nel segno del conflitto di classe e della risposta capitalistica, possiamo invece dire che se la fine della dicotomia tra dentro e fuori non ha condotto al crollo del capitale, la sua vita è però subordinata a una nuova forma della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn10" target="_blank">[10]</a>.</p>
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<p><strong>3. La violenza dell’origine è immanente allo sviluppo del capitalismo</strong></p>
<p>Lenin non trascura affatto la tendenza alla ricerca dei mercati esteri: essa è anzi espressione della tensione della produzione capitalistica verso un’espansione illimitata, la legge del suo «eterno movimento in avanti» sotto l’incalzante costrizione dello sviluppo delle forze produttive. Perciò il capitalismo non può svilupparsi senza l’estensione continua della sfera del suo comando e la colonizzazione di nuovi spazi, sia all’interno sia all’esterno delle aree già conquistate dal suo regime economico-sociale. È ciò che è avvenuto per la Russia dopo la riforma del 1861, il che prepara un ulteriore sviluppo sia in profondità sia in estensione. Si tratta di argomenti che Lenin riprenderà, com’è noto, nel suo celebre libro sull’imperialismo, e che guideranno le scelte politiche rispetto alle lotte anti-coloniali (per inciso: contro le posizioni dominanti nella Seconda Internazionale sulla funzione progressiva del colonialismo, per Lenin il compito consisteva nel trasformare e dare un «colore comunista» alle lotte anti-coloniali, a partire dall’irriducibile eccedenza del movimento rivoluzionario rispetto alle rivendicazioni democratiche, cogliendo la potenza di processi di conflitto in grado di mettere in crisi il capitale internazionale; da qui anche la polemica del dirigente bolscevico contro il dogmatismo luxemburghiano sulla questione nazionale). Dunque, Lenin può ben concordare con Rosa Luxemburg quando quest’ultima evidenzia il ruolo della <em>violenza </em>nei processi di accumulazione capitalistica, che a partire dalla conquista coloniale risalta con tutta la sua drammatica forza: «L’importanza dell’arruolamento di forze-lavoro indispensabili da società non-capitalistiche appare particolarmente sensibile nella forma della cosiddetta “questione operaia nelle colonie”. Alla soluzione di questo problema servono tutti i possibili sistemi di “dolce violenza” per “liberare” le forze-lavoro dalla sudditanza ad altre autorità sociali e ad altri rapporti di produzione e sottometterle al comando del capitalismo. Da questo sforzo si originano nei paesi coloniali le più strane forme miste di sistema salariale moderno e di rapporti sovranità primitivi, ad illustrazione palmare del fatto che la produzione capitalistica non può fare a meno per il suo sviluppo di forze-lavoro di altre formazioni sociali»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn11" target="_blank">[11]</a>. Questa violenza è immanente all’accumulazione, ne costituisce la condizione di possibilità e il piano di sviluppo. Ancor di più, quella genesi che Marx identificava con l’accumulazione originaria, «le doglie del parto all’atto dell’uscita del modo di produzione capitalistico dal grembo della società feudale»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn12" target="_blank">[12]</a>, si ripete continuamente: «Anche nella sua maturità piena, il capitalismo è legato in ogni suo rapporto all’esistenza contemporanea di strati e società non-capitalistici. […] L’accumulazione capitalistica non solo non può, nel suo espandersi a sbalzi, contare sul semplice incremento naturale della popolazione lavoratrice, ma non può neppure attendere la lenta decomposizione naturale delle forme non-capitalistiche e il loro pacifico trapasso all’economia mercantile. Il capitale non conosce altra soluzione al problema che la violenza: metodo costante dell’accumulazione del capitale, come processo storico, non solo al suo primo nascere, ma anche oggi»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn13" target="_blank">[13]</a>.</p>
<p>L’accumulazione originaria è apparentemente un tema sottotraccia nell’opera di Lenin, che sembra dare per assunta l’origine del capitale e preferire quindi lo studio del suo sviluppo. Tuttavia, quella stessa origine irrompe continuamente nel processo, è anzi la condizione che ne permette la realizzazione e la riproduzione. A più riprese Lenin torna sull’argomento e lo dimostra, come quando osserva come il progresso tecnico sia reso possibile dalla disponibilità di mezzi monetari eccedenti da parte dell’imprenditore: «Questi mezzi possono essere ricavati esclusivamente dal capitale, <em>dal capitale commerciale e usurario</em>, da quegli stessi “kulak<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn14" target="_blank">[14]</a>, mercanti”, ecc., che gli ingenui populisti russi fanno rientrare <em>non </em>nel capitalismo, <em>ma </em>nella “rapina” (come se il capitalismo non fosse rapina! come se la realtà russa non ci mostrasse il nesso esistente fra tutte le forme possibili di questa “rapina”, dal più rozzo e primitivo sistema dei kulak alla più moderna e razionale attività dell’imprenditore!)»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn15" target="_blank">[15]</a>. Lo sviluppo del capitalismo mostra, come in un prisma, tutte le forme possibili dell’accumulazione, da quelle basate sulla pura violenza, all’usura, fino al «normale» incontro tra domanda e offerta di lavoro. Per meglio dire, è proprio la «rapina» capitalistica che permette di fissare e riprodurre la «normalità» del suo sviluppo. Ad esempio, sostiene Lenin, «nella nostra letteratura spesso si interpreta in maniera troppo meccanica la tesi teorica secondo cui il capitalismo esige che l’operaio sia libero, senza terra. Come tendenza fondamentale, questo è del tutto giusto, ma nell’agricoltura il capitalismo penetra con particolare lentezza e attraverso forme straordinariamente varie. Molto spesso l’assegnazione di un pezzo di terra all’operaio rurale viene praticata nell’interesse degli stessi imprenditori agricoli; per cui il tipo dell’operaio rurale dotato di <em>nadiel </em>è proprio di tutti i paesi capitalistici. Nei vari Stati esso assume forme diverse»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn16" target="_blank">[16]</a>. Lenin può quindi fondatamente smentire il pregiudizio populista secondo cui il «<em>kulak</em>» e l’«usuraio» non avrebbero nulla a che fare con il «contadino intraprendente»: «Al contrario, nelle mani della borghesia contadina si raccolgono le fila sia del capitale commerciale (prestiti in denaro garantiti dalla terra, incetta di vari prodotti, ecc.) che del capitale industriale (agricoltura mercantile mediante l’assunzione di operai, ecc.). Quale di queste forme di capitale si svilupperà a spese dell’altra? Ciò dipende dalle circostanze ambientali, dalla maggiore o minore eliminazione dei sistemi asiatici e dalla maggiore o minore diffusione della cultura nelle nostre campagne»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn17" target="_blank">[17]</a>. Dunque, dentro la compresenza di forme differenti, la tendenza non è oggettivamente predeterminata. Ciò che è tracciato, però, è un paradigma di sviluppo – ossia quello capitalistico – che di tali differenti forme continuamente si alimenta: «Quando dicevamo sopra che la borghesia contadina è attualmente la padrona delle nostre campagne, facevamo astrazione da questi fattori che frenano la disgregazione: semiservitù, usura, <em>otrabotki</em>, ecc. In realtà oggi i veri signori delle nostre campagne sono il più delle volte non gli esponenti della borghesia contadina, ma gli usurai rurali e i proprietari terrieri delle vicinanze. Una simile astrazione è tuttavia un procedimento del tutto legittimo, giacché altrimenti sarebbe impossibile studiare l’intrinseca struttura dei rapporti economici esistenti in seno alla popolazione contadina»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn18" target="_blank">[18]</a>.</p>
<p>Come abbiamo mostrato, in questo metodo di lettura della tendenza non c’è nessun accento morale, ed è la ferma battaglia a ogni impostazione su di esso imperniata che conduce Lenin a tenere apparentemente sotto traccia il tema di una violenza originaria che continuamente si ripropone. Infatti, se il capitalismo fosse in grado – come vorrebbero i populisti – di sviluppare l’agricoltura, di garantire ai lavoratori una vita dignitosa, lontana dalla miseria e senza sfruttamento, in tal caso semplicemente «il capitalismo non sarebbe più tale, perché tanto la disuguaglianza di sviluppo che lo stato di semiaffamamento delle masse sono essenziali e inevitabili condizioni e premesse di questo sistema della produzione»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn19" target="_blank">[19]</a>. Il problema, però, è costruire una critica materialistica del rapporto sociale capitalistico, che assuma la violenza come suo tratto permanente, ma non si appiattisca mai sulla semplice denuncia della rapina o nella spiegazione dello sviluppo del capitalismo dal punto di vista dell’imbroglio: «È chiaro che in realtà il profitto degli <em>skupstciki </em>il più delle volte non si limita affatto alla differenza fra il valore della vendita su vasta scala e il valor della piccola vendita: esattamente come il profitto del capitalista industriale, è costituito il più delle volte da detrazioni fatte sul salario nominale. Ciò nondimeno per spiegare il profitto del capitalista industriale dobbiamo presupporre che la forza-lavoro sia venduta al suo valore effettivo. Così, anche per spiegare la funzione dello <em>skupstcik </em>dobbiamo presupporre che la compra-vendita dei prodotti sia da lui effettuata secondo le leggi generali dello scambio commerciale. Solo queste cause economiche del dominio del capitale commerciale possono dare la chiave per capire le molteplici forme che il capitale assume nella realtà, fra le quali s’incontra costantemente (questo è del tutto indubbio) anche la truffa più dozzinale. Procedere inversamente – come fanno di solito i populisti –, limitarsi cioè a indicare i diversi imbrogli dei “kulak”, e su questa base scartare completamente la questione della natura economica del fenomeno, significa porsi sul terreno dell’economia volgare»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn20" target="_blank">[20]</a>. Così facendo, infatti, si finisce per vedere non la classe, ma dei semplici lestofanti. E in questo caso l’antagonismo diventa questione di invocazione morale alla vigilanza statale: «Contro la classe può lottare solo un’<em>altra classe </em>e per di più, necessariamente, quella che si è già del tutto “differenziata” dal suo nemico, si è completamente opposta ad esso, mentre, contro i “lestofanti”, naturalmente, basta che lotti la polizia, e in caso estremo, la “società” e lo “Stato”»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn21" target="_blank">[21]</a>. Dunque, sostiene Lenin, per i populisti non è la classe e la sua lotta, bensì lo Stato il soggetto di riferimento, che nella sua neutralità rispetto ai rapporti sociali è in grado di regolare, frenare o addirittura impedire lo sviluppo del capitalismo. In questo modo i populisti, che accusano a più riprese Lenin di tacere sulla violenza di tale processo di sviluppo, lo riducono in realtà alla volontà dei rappresentanti del terzo stato. Essi, attacca allora il rivoluzionario russo, sono vittime di un ottimismo sdolcinato, che li porta a pensare che «l’impiego brutale della forza» e lo «sgombero dei poderi» possa essere impedito dall’illuminata risolutezza della sovranità statale.</p>
<p>Ma la critica del materialismo rivoluzionario alla chimerica protesta nei confronti del capitale, animata dalla rappresentazione degli interessi del contadino e del piccolo produttore contro la vecchia nobiltà e la nuova borghesia, non significa affatto sancirne la sua immortalità: «La correzione, la modificazione dei rapporti sociali, naturalmente, è possibile, ma solo quando parte <em>dagli stessi protagonisti di questi rapporti sociali da correggere o da modificare</em>»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn22" target="_blank">[22]</a>. Il problema della critica al populismo, allora, è quale punto di vista gli si oppone: quello del grande capitale o quello operaio?, domanda Lenin – anticipando la giusta indignazione luxemburghiana verso quel marxismo legale che, partito dalla corretta realtà dello sviluppo del capitalismo, ha finito per decretare l’impossibilità della trasformazione radicale. Commentando una citazione in cui Struve afferma che l’ineguaglianza nella distribuzione non è stata creata dal capitalismo, che l’avrebbe semplicemente ricevuta in eredità, Lenin afferma senza possibilità di equivoco: «Questo è vero se l’autore vuol dire solo che anche prima del capitalismo la distribuzione era ineguale, il che i signori populisti sono inclini a dimenticare. Ma è falso se si nega che il capitalismo ha aggravato l’ineguaglianza»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn23" target="_blank">[23]</a>. È da questo punto di vista, dal punto di vista operaio e rivoluzionario appunto, che il dirigente bolscevico può criticare il marxismo della cattedra contro cui più tardi si sarebbe scagliata anche Luxemburg: esattamente perché egli pretende di situarsi «al di sopra<em> </em>delle classi». É da questa collocazione metafisica e disincarnata che Struve ha la presunzione di valutare il nesso tra sviluppo e progresso: «All’affermazione incontestabilmente giusta che il capitalismo nell’agricoltura (come anche il capitalismo nell’industria) peggiora la situazione del produttore, egli oppone i “vantaggi” <em>in generale </em>di questi cambiamenti. È come se qualcuno, ragionando sulle macchine nella società borghese, si mettesse a confutare la teoria di un economista romantico, secondo cui esse peggiorano la situazione dei lavoratori, con prove circa “il vantaggio e il beneficio” del progresso in generale»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn24" target="_blank">[24]</a>. Dunque, il progresso non è mai in generale, ma situato in un punto di vista, cioè «dal punto di vista di una classe ben determinata»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn25" target="_blank">[25]</a>. Ignorando ciò, ossia offuscando gli antagonismi di classe con argomenti che presume essere «obiettivi», Struve ripete l’errore fondamentale di N.-on e ne corregge solo gli errori secondari. Se i populisti «indorano» la verità, rappresentando inutilmente il nemico come impotente e inetto, i marxisti legali – invitando ad andare a «scuola dal capitalismo» – hanno finito per essere non solo dei diligenti allievi, ma anche dei fervidi seguaci del loro maestro. La lettura della tendenza si è trasfigurata nell’inevitabilità della sua realizzazione, o per meglio dire nell’impossibilità della sua rottura rivoluzionaria: «Il tratto fondamentale delle argomentazioni dell’autore […] è il suo angusto oggettivismo, che si limita a dimostrare l’inevitabilità e la necessità del processo, e non cerca di scoprire in ogni fase concreta di questo processo la forma di antagonismo di classe ad esso inerente, un oggettivismo che caratterizza il processo in generale, ma non le singole classi antagonistiche dalla cui lotta risulta il processo»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn26" target="_blank">[26]</a>.</p>
<p>Questo processo non è costituito esclusivamente dall’espropriazione della terra, l’originaria separazione dei lavoratori dai loro <em>commons</em>, da quella violenza che gli Struve non vedono o sottacciono – da qui l’importanza della battaglia politica al marxismo legale che caratterizzerà molti degli scritti di Lenin negli anni successivi; ma anche dal fatto che la terra si appropria del contadino romanticamente esaltato dai populisti, lo incatena al fondo, ne impedisce la mobilità, lo vincola al volere del padrone. Perciò l’accumulazione capitalistica non solo non è necessariamente ostacolata, ma può servirsi di quelle forme pre-capitalistiche che i populisti vorrebbero conservare come alternativa di sviluppo: «Lo scarso sviluppo del capitalismo, l’“arretratezza della Russia”, che i populisti ritengono una “fortuna”, sono una “fortuna” solo per gli sfruttatori»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn27" target="_blank">[27]</a>. Per dirla in poche parole, la violenza originaria è un dato immanente all’accumulazione del capitale, continuamente si ripropone per garantirne la realizzazione e riproduzione. Solo situando la critica rivoluzionaria di quella violenza nel pieno dello sviluppo del capitalismo, e non nei suoi supposti margini o al suo esterno, è possibile spezzare la specularità tra romanticismo e apologia, per balzare in avanti.</p>
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<p><strong>Conclusioni – Per un materialismo storico non storicista</strong></p>
<p>Allora, riprendendo il famoso passo di Isaak Babel’ potremmo dire che Lenin critica radicalmente chi vede una retta senza curve e chi ipotizza curve senza retta. Da un lato, i menscevichi e i socialdemocratici della Seconda Internazionale, che immaginavano un percorso liscio che – stadio dopo stadio – conducesse al socialismo. Dall’altro i populisti che, idealizzando in modo romantico la comunità agricola, pensavano che un semplice gesto di volontà incurante della determinazione storica potesse permettere di realizzare una nuova società. Uno sviluppo omogeneo senza punti di rottura oppure uno sviluppo eterogeneo senza accumulo di forza. Una storia senza volontà oppure una volontà senza storia.</p>
<p>Entrambe le posizioni sono peggiori. Partiamo da qui. E concludiamo riprendendo il punto da cui abbiamo iniziato, ancora e in modo nuovo con Lenin: i marxisti non possono salvaguardare l’eredità «come gli archivisti fanno con le vecchie carte [ma devono unire alla difesa dei suoi ideali] l’analisi delle contraddizioni che il nostro sviluppo capitalistico racchiude in sé e la valutazione di questo sviluppo dal punto di vista specifico sopra indicato»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn28" target="_blank">[28]</a>. Dal punto di vista, cioè, dell’antagonismo di classe. Quello che ci interessa, allora, è far precipitare questo dibattito storicamente determinato nell’attualità del capitalismo globale: ripercorrerlo, ripensarlo, anche forzarlo. Perché solo forzando l’eredità la si può politicamente utilizzare: per i rivoluzionari i saperi in fondo sono questo, degli arnesi per trasformare il presente.</p>
<p>Abbiamo infatti cercato di mostrare come in Lenin non vi sia alcuna fiducia nell’oggettività dei processi storici, fede che invece caratterizzava Plechanov e i menscevichi, che non a caso lo accuseranno di far proprie le tesi della Volontà del Popolo. Il passaggio da uno stadio a quello «successivo» non appartiene alla linearità del progresso. Nel 1914-15, analizzando lo sviluppo del capitalismo nell’agricoltura americana, il dirigente bolscevico osserva che «il capitale incontra le più svariate forme medioevali e patriarcali di possesso fondiario: la forma feudale, la forma dei “lotti contadini” (cioè dei contadini dipendenti), la forma dei clan, la forma delle comunità, la forma statale, ecc. Tutte queste forme di possesso della terra, il capitale le subordina a sé, ma in modi differenti e con procedimenti diversi»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn29" target="_blank">[29]</a>. Di conseguenza, il problema è come si costruisce direzione sul processo di transizione che si riapre continuamente. Qui la volontà idealista dei populisti – appropriata, forzata, rovesciata – diviene volontà materialista. È chiaro perciò che sviluppo del capitalismo e sviluppo della lotta di classe non coincidono meccanicamente. Anzi, è quest’ultimo a determinare, costringere e piegare il primo. Qui e solo qui lo schema storicista si rompe. O, per dirla altrimenti, è qui che lo storicismo assume la forma compiuta di un riformismo che dilazionando ininterrottamente al futuro l’attualità della rivoluzione, ne neutralizza la possibilità. Così, se per Lenin è la lotta di classe a far saltare in avanti lo sviluppo e la storia, nel 1905 come nel 1917, per i socialisti anti-leninisti l’invocazione della necessità di percorrere tutta la strada della rivoluzione democratica significa rinunciare alla funzione della direzione e dell’autonomia operaia, per affidarsi al presunto ruolo oggettivamente progressivo della borghesia. È stata la rivoluzione di febbraio e il dualismo del potere, e non una logica interna allo sviluppo capitalistico, a fare della Russia il luogo e il tempo giusto per il balzo comunista.</p>
<p>Vi è dunque una priorità ontologica della lotta di classe sullo sviluppo, dell’antagonismo sulla storia: non è un caso che Lenin finisse per essere accusato dai suoi avversari socialisti di una «deviazione populista» dal marxismo. I soggetti antagonisti, allora, non sono il prodotto oggettivo dello sviluppo capitalistico ma, dentro rapporti storicamente determinati, sono condizione di possibilità e posta in palio di un processo di lotta. Perciò sviluppo del capitalismo vuol sempre dire, per Lenin, crisi e possibilità della rottura rivoluzionaria, potenza delle forze produttive e attualità del comunismo. Significa non aspettare il tempo e il luogo in cui il capitale è più evoluto, ma «saltare» là dove l&#8217;organizzazione della classe operaia è più forte.</p>
<p>Ora, così come «l’<em>espropriazione dei produttori rurali</em>, <em>dei contadini </em>e la loro espulsione <em>dalle terre </em>costituisce il fondamento di tutto il processo»<a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftn30" target="_blank">[30]</a>, il capitalismo contemporaneo deve continuamente separare i lavoratori dai loro mezzi di produzione e dalle condizioni di realizzazione del loro lavoro, dall’autonoma organizzazione dei saperi e delle reti cooperative, ossia dal comune che è allo stesso tempo, contraddittoriamente, spina dorsale della produzione di ricchezza e orizzonte di libertà ed eguaglianza. Il capitale non riesce a imporre una propria norma di sviluppo: a fronte della completa socializzazione delle forze e delle risorse produttive, i rapporti di produzione devono al contempo catturare e bloccare lo sviluppo della potenza del lavoro vivo. In quanto processo inconcluso e inconcludibile, tuttavia, la produzione del comune riapre permanentemente la reversibilità dei processi di transizione. In questo ripetersi dell’accumulazione originaria il capitalismo mostra la sua forza di inclusione nello sfruttamento, così come la sua estrema fragilità. Ha, infatti, bisogno della potenza del suo nemico, ma deve continuamente limitarla.</p>
<p>Il problema non è, quindi, la difesa dei «beni comuni» – supposte isole incontaminate – contro lo sviluppo del capitalismo: il punto è l’organizzazione, dentro e contro lo sviluppo, della rottura e di un nuovo rapporto sociale. Per Luxemburg, come abbiamo visto, ammettere la possibilità del completamento della globalizzazione e della sussunzione reale significherebbe dar ragione ai marxisti della cattedra, a chi ha vinto con i populisti, ma «ha vinto troppo», finendo per confondere lo sviluppo del capitalismo con l’insuperabilità del suo orizzonte. Il fuori che Luxemburg cerca dal punto di vista spaziale, noi lo chiamiamo eccedenza; non è esternità al rapporto di capitale, ma è soggettività dentro e potenzialmente contro.</p>
<p>Ecco allora i nodi con cui ci dobbiamo confrontare, di nuovo e per la prima volta: sviluppo, capitale, classe, organizzazione, rivoluzione. Vari filosofi radicali contemporanei – si pensi a Badiou o Žižek – noncuranti di Marx sognano l’«avvento» di un comunismo astratto e metafisico, evenemenziale, senza soggetto e processo, privo cioè di corpi, conflitti e potenza. Ogni volta che frammenti di lotta di classe si incarnano, in modo spurio e ambiguo come solo nei movimenti reali accade, essi si ritraggono sdegnati e sarcastici, evitando così di sporcare la purezza della teoria. Questa è una volgare caricatura scolastica di Lenin: buona per stupire la borghesia accademica, nefasta per la politica rivoluzionaria. Qui noi stiamo fino in fondo con il disprezzo luxemburghiano per i marxisti della cattedra. Si dirà: scomposizione, individualismo, acquiescenza, disperazione, questi sono i tratti delle nuove figure del lavoro, per alcuni tanto profondi da determinarne un mutamento antropologico. Non si spiegano allora le lotte e le resistenze che, in modo spesso confuso e ambiguo, continuano a segnare il presente, non si spiega una crisi globale che diventa elemento permanente dello sviluppo nemmeno vent’anni dopo che era stata imprudentemente proclamata la «fine della storia» o paventato l’avvento del «pensiero unico». Del resto, si sa come là «dove non era il luogo e quando non era il momento» sono andate le cose: nel gennaio del 1905 il pope Gapon (capo di un sindacato zubatovista, cioè di regime, che poi si sarebbe scoperto essere pure un agente dell’Okhrana) guidò una dimostrazione di lavoratori e delle loro famiglie che, innalzando le sacre icone, portavano una supplica allo zar. Le truppe di fronte al Palazzo d’Inverno aprirono il fuoco, e la giornata sarebbe per sempre stata conosciuta come la «domenica di sangue». Sappiamo poi come è continuata la storia: il popolo si sarebbe spaccato e divenuto classe, e il gennaio ottobre. Oggi non sappiamo quali possano essere le officine Putilov nelle metropoli globali, ma certo i pope Gapon abbondano. E tuttavia, non c’è un fuori in cui giocare la nostra scommessa, cioè rovesciare le sacre icone e cercare dietro di esse come comporre l’immagine, oggi ancora deformata e inquieta, dei soviet del lavoro vivo contemporaneo.</p>
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<p><strong>Note</strong> <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref1" target="_blank">[1]</a> Ivi, p. 416. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref2" target="_blank">[2]</a> Citato in Lenin, <em>Le caratteristiche del romanticismo</em>, cit., p. 138. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref3" target="_blank">[3]</a> Lenin, <em>Lo sviluppo del capitalismo</em>, cit., p. 47. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref4" target="_blank">[4]</a> V.I. Lenin, <em>A proposito della cosiddetta questione dei mercati </em>(1937), trad. it. <em>Opere complete</em>, Vol. I, Editori Riuniti, Roma 1954. Nel testo, scritto nell’autunno del 1893 e pubblicato per la prima volta nel 1937, Lenin sviluppa le tesi da lui precedentemente esposte in una riunione del circolo dei marxisti di Pietroburgo durante la discussione della relazione di G.B. Krasin su «La questione dei mercati». <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref5" target="_blank">[5]</a> V.I. Lenin, <em>L’imperialismo, fase suprema del capitalismo </em>(1917), trad. it. <em>Opere complete</em>, Vol. XXII, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 207. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref6" target="_blank">[6]</a> Ibidem. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref7" target="_blank">[7]</a> R. Hilferding, <em>Il capitale finanziario</em> (1910), trad. it. Feltrinelli, Milano 1961. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref8" target="_blank">[8]</a> Lenin, <em>L’imperialismo</em>, cit., p. 270. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref9" target="_blank">[9]</a> R. Luxemburg, <em>Riforma sociale o rivoluzione </em>(1899), trad. it. Editori Riuniti, Roma 1973. Il brano qui riportato non compare nell’edizione italiana. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref10" target="_blank">[10]</a> È una tendenza individuata dalla stessa Luxemburg, tra i primi marxisti a individuare nella costituzione dello spazio mondiale (per quanto incompiuta e irrealizzabile) il campo di azione del proletariato. Criticando Struve e la sua idea che un paese con una popolazione numerosa e un vasto territorio possa costituire nella sua produzione capitalistica un «tutto chiuso», Luxemburg constata, infatti, che «la produzione capitalistica è per sua natura una produzione mondiale e, inversamente a quanto dovrebbe accadere secondo la ricetta pedantesca del professorume tedesco, comincia fin dall’infanzia a produrre per il mercato mondiale» (Luxemburg, <em>L’accumulazione</em>, cit., p. 285). <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref11" target="_blank">[11]</a> Luxemburg, <em>L’accumulazione</em>, cit., pp. 358-359. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref12" target="_blank">[12]</a> Ivi, p. 360. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref13" target="_blank">[13]</a> Ivi, pp. 360, 366. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref14" target="_blank">[14]</a> Il kulak è il contadino ricco che impiegava lavoratori salariati o li strangolava attraverso contratti usurari. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref15" target="_blank">[15]</a> Lenin, <em>Il contenuto economico</em>, cit., p. 488. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref16" target="_blank">[16]</a> Lenin, <em>Lo sviluppo del capitalismo</em>, cit., pp. 166-167. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref17" target="_blank">[17]</a> Ivi,<em> </em>p. 58. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref18" target="_blank">[18]</a> Ivi, p. 175. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref19" target="_blank">[19]</a> Lenin, <em>L’imperialismo</em>, cit., p. 242. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref20" target="_blank">[20]</a> Lenin, <em>Lo sviluppo del capitalismo</em>, cit., pp. 358-359. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref21" target="_blank">[21]</a> Lenin, <em>Il contenuto economico</em>, cit., p. 357. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref22" target="_blank">[22]</a> Ivi, p. 381. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref23" target="_blank">[23]</a> Ivi, p. 459. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref24" target="_blank">[24]</a> Ivi, pp. 486-487. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref25" target="_blank">[25]</a> Ivi, p. 505. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref26" target="_blank">[26]</a> Ivi, pp. 515-516. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref27" target="_blank">[27]</a> Ivi, p. 481. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref28" target="_blank">[28]</a> Lenin, <em>Quale eredità</em>, cit., p. 524. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref29" target="_blank">[29]</a> V.I. Lenin, <em>Nuovi dati sulle leggi di sviluppo del capitalismo nell’agricoltura</em> (1914-1915), trad. it. <em>Opere complete</em>, Vol. XXII, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 16. <a href="https://manage.wix.com/dashboard/2cd1eb49-c82a-429c-ba33-33130f491b12/blog/create-post#_ftnref30" target="_blank">[30]</a> Marx, <em>Il capitale</em>, cit., p. 780.</p>
<p><em>MACHINA/DERIVEAPPRODI</em></p>
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		<title>Sulla composizione di classe</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2022 19:06:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Visalli]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
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<h1><a style="font-size: 13px;" href="https://www.cumpanis.net/wp-content/uploads/2021/12/IMMAGINE-PRIMO-PEZZO-SEZIONE-SCUOLA-QUADRI-FORMENTI.jpg" data-caption=""><img title="IMMAGINE PRIMO PEZZO SEZIONE SCUOLA QUADRI FORMENTI" src="https://www.cumpanis.net/wp-content/uploads/2021/12/IMMAGINE-PRIMO-PEZZO-SEZIONE-SCUOLA-QUADRI-FORMENTI.jpg" alt="" width="252" height="200" /></a></h1>
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<h1>Sulla composizione di classe</h1>
<div><strong>Con questo intervento di Carlo Formenti si apre il dibattito sul tema della composizione di classe lanciato dall&#8217;articolo di Alessandro Testa, della redazione di &#8220;Cumpanis&#8221;, nel numero scorso del nostro giornale</strong></div>
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<div><strong>Carlo Formenti Dicembre 2021</strong></div>
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<div id="td_social_sharing_article_top">Provo a rilanciare gli  stimoli che ci ha offerto Alessandro Testa con il suo articolo sul tema  della composizione di classe.  In questo intervento mi concentrerò su alcune questioni di metodo che considero  decisive per dire qualcosa di sensato in merito. Testa parte da un dato di fatto: le mutazioni del modo di produzione capitalistico dai tempi di Marx a oggi sono tali e tante che il modello “classico”, fondato sull’opposizione bipolare capitale-lavoro, non è più una chiave interpretativa sufficiente: il secondo fattore del binomio è talmente cambiato (il che vale anche per il primo, ma indentificare le classi dominanti è relativamente più facile) che solo un’accurata indagine scientifica può aiutarci a darne un’adeguata rappresentazione “oggettiva” (il significato delle virgolette si capirà più avanti). Dopodiché aggiunge che, a rendere ulteriormente difficile l’impresa, contribuisce il fatto che la comunità scientifica che potrebbe realizzarla – fondi, ricercatori, istituti universitari, ecc. – è totalmente controllato da élite economiche, politiche e accademiche che non hanno alcun interesse a promuoverla (anzi hanno interesse a impedire che ciò avvenga, o a indirizzare la ricerca verso falsi obiettivi). Posto che l’osservazione è corretta, mi viene da osservare che, per quanto utile, il contributo di analisi empirica che ci potrebbe arrivare dalla ricerca accademica, qualora potessimo disporne, potrebbe integrare ma non rimpiazzare l’analisi teorica di un partito rivoluzionario.</div>
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<p>Sono convinto che uno degli errori più gravi del marxismo dogmatico e accademico sia stato attribuire alle scienze sociali borghesi pari dignità rispetto alle scienze naturali, e ciò in particolare in campo economico, al punto che molti intellettuali marxisti – o sedicenti tali – hanno finito per convertirsi in altrettanti esperti di economia politica, dimenticando che l’intento di Marx non era fondare una nuova economia politica, bensì gettare le fondamenta di una <em>critica</em> dell’economia politica, scoprire, cioè, non le leggi dell’economia capitalistica, bensì le “leggi” della lotta di classe. Le virgolette sono d’obbligo per i motivi chiaritici dal più grande filosofo marxista del Novecento, Gyorgy Lukács: per Marx, scrive Lukács, l’unica vera scienza sociale è la storia, le cui “leggi” non possono essere descritte in astratto, a priori, ma solo post festum, ricostruendo – attraverso un’analisi concreta della situazione concreta – le catene causali che hanno indirizzato uno specifico processo storico. Ecco perché penso che il vero ostacolo che oggi rende difficile condurre un’analisi soddisfacente della composizione di classe non è tanto lo stato in cui versano le scienze sociali accademiche, quanto l’assenza di un partito di classe forte, numeroso e sufficientemente ramificato in tutte le parti della società per poter condurre in prima persona le indispensabili inchieste sul campo.</p>
<p>Quanto appena affermato non impedisce di abbozzare alcune riflessioni di metodo da cui partire per dissodare il terreno in vista di successivi approfondimenti. È quanto ha fatto Alessandro Testa attraverso un percorso che parte dalla doppia affermazione di principio secondo cui appartiene alla classe proletaria: 1) chi vive esclusivamente della vendita della propria forza lavoro, 2) chi, oltre a vivere della vendita della propria forza lavoro, non è in grado di determinarne il prezzo (le star dello sport e dello spettacolo, per esempio, vendono la loro forza lavoro ma sono in grado – chi più chi meno – di determinarne il prezzo). Vediamo le stazioni principali di questo percorso.</p>
<p>In primo luogo, Testa si chiede come classificare quei soggetti che, oltre a percepire un reddito da lavoro più o meno corrispondente al costo della propria riproduzione, godono di una piccola rendita aggiuntiva (come l’affitto di un appartamento ereditato o acquistato con i propri risparmi, o un certo numero di buoni del tesoro). La sua risposta è che ciò non è sufficiente per negare a tali soggetti lo status di proletari. Sono d’accordo, ma con una precisazione. Thomas Piketty, nelle sue analisi che dividono la popolazione per percentili di reddito, ci dice che negli Stati Uniti e in Europa, a parte l’esigua minoranza di super ricchi che concentrano nelle proprie mani gran parte delle risorse, esiste una quota fra il 30% e il 40% di cittadini che riescono a intercettare rendite sufficienti a garantire un livello di vita medio alto, nettamente superiore a quello che potrebbero permettersi con il solo reddito da lavoro. Di per sé questo dato non inficia la tesi di Testa: ci dice semplicemente che i rentier appartenenti alle classi medio alte sono – almeno qui in Occidente – altrettanto se non  più numerosi dei proletari che usufruiscono di piccole rendite. Ma la questione non è meramente quantitativa: occorre tenere conto anche del peso psico-antropologico che anche minime quote di proprietà immobiliare e mobiliare giocano nell’inibire l’autopercezione di sé come appartenenti alla classe proletaria (più volte si è sottolineato il ruolo che l’alta percentuale di italiani che vivono in un’abitazione di proprietà gioca nello smussare il potenziale combattivo delle classi subalterne del nostro Paese). Cominciamo così a intuire perché ho messo quelle virgolette sull’appartenenza al proletariato come dato “oggettivo”. Ma andiamo avanti.</p>
<p>Sul secondo criterio introdotto da Testa non mi dilungo perché mi pare incontestabile: la proprietà o meno dei propri mezzi di produzione vale come elemento discriminante solo ove si parli di mezzi di produzione di massa. Nessuno può pensare che lo status sociale del rider è definito dal fatto che la bici o il motorino con cui va in giro sono suoi. Analoghe considerazioni valgono per altre due questioni affrontate da Testa: il lavoro autonomo non è di per sé un criterio significativo, dal momento che la quota di lavoro fintamente autonomo (vedi gli autisti di Uber e quasi tutte le attività classificabili nell’ambito della cosiddetta gig economy) è in costante crescita in quanto consente alle imprese di sfruttare forza lavoro a cui non deve versare contributi, retribuire i giorni di malattia e ferie, pagare liquidazioni ecc. Idem per quei piccoli (o piccolissimi, come gli ambulanti) esercenti che, in molti casi, intraprendono queste attività rifugio dopo essere stati espulsi dal mercato del lavoro dipendente.</p>
<p>Più intrigante la questione dei quadri intermedi d’impresa, in quanto si tratta di un altro caso in cui identità di classe “oggettiva” e percezione soggettiva della stessa tendono a divergere. Di questo ho discusso in vari lavori nei quali ho polemizzato con le tesi post operaiste in merito al presunto ruolo di avanguardia dei cosiddetti “lavoratori della conoscenza”. Com’è noto, gli autori in questione, sostengono che la rivoluzione digitale ha creato un nuovo strato di lavoratori che presentano una elevata propensione alla cooperazione reciproca e all’autonomia nei confronti del comando capitalistico. Questa “classe hacker” disporrebbe di un habitus mentale, oltre che delle competenze e delle capacità necessarie ad assumere il controllo diretto della produzione sociale, appropriandosi del <em>general intellect</em> ed emancipandosi dal potere del capitale. Se questi sogni hanno avuto una qualche giustificazione nella fase arrembante delle startup californiane (negli anni Novanta), la crisi dei primi anni Duemila e il rapido processo di concentrazione monopolistica delle Internet Company li hanno spazzati via. Oggi la stragrande maggioranza dei lavoratori di tale settore (programmatori, sviluppatori, web designer, ecc.) sia che operino come autonomi (in catene di subfornitura caratterizzate da alti tassi di sfruttamento e feroce competizione fra poveri) sia come dipendenti dei colossi high tech, sono a tutti gli effetti operai come gli altri (cioè non dotati di alti livelli di comprensione del processo produttivo totale in cui operano come piccoli ingranaggi individuali). Viceversa le minoranze di quadri inseriti in grandi imprese monopolistiche – come Amazon, Apple, Google, Facebook, Microsoft – sono a tutti gli effetti funzionari del capitale il cui ruolo consiste – similmente a quello degli ingegneri analisti dei sistemi nell’era taylorista – nello sviluppare modelli di governo, controllo e comando non solo sugli altri dipendenti d’impresa, ma anche sulle reti di forza lavoro fintamente autonoma (vedi gli algoritmi che controllano il lavoro dei rider), dei consumatori e più in generale dell’insieme dei rapporti sociali. Oggettivamente sono proletari, soggettivamente no.</p>
<p>Testa inserisce poi un ulteriore elemento di riflessione che consiste nel mettere l’appartenenza di classe in relazione alla posizione occupata all’interno del processo di creazione di plusvalore. Tema che implica altre questioni, come le distinzioni fra lavoro produttivo e improduttivo, manuale e intellettuale, materiale e immateriale, servizi e produzione, creazione e realizzazione del valore, ecc. Questioni intricatissime già ai tempi di Marx (basti pensare al Capitolo VI inedito e al Secondo e Terzo libro del Capitale) ma che appaiono oggi ancora più complicate dall’elevatissimo livello di integrazione raggiunto fra i vari spezzoni delle catene del valore (ricerca e sviluppo, progettazione, produzione materiale e immateriale, distribuzione e commercializzazione, logistica ecc.) reso possibile dalle nuove tecnologie, per tacere dell’impatto dei processi di finanziarizzazione su tutto ciò. Non avendo le competenze per addentrarmi in una discussione in merito alla possibilità di attualizzare la legge del valore lavoro nell’attuale contesto socioeconomico, mi limito ad offrire alcuni spunti.</p>
<p>Parto dal binomio lavoro produttivo-improduttivo. Come notavo già decenni fa , in campo marxista la questione è inquinata da alcune rozze impostazioni (che Marx avrebbe definito materialismo volgare) fondate su una sorta di pregiudizio “morale”, in ragione del quale viene considerato produttivo esclusivamente il lavoro manuale. Nel Capitolo VI inedito Marx sgombra il campo da simili idee: è produttivo il lavoro che genera plusvalore per il capitalista che lo sfrutta, senza alcuna distinzione relativa al tipo di attività svolta. Di più: a mano a mano che la produzione diviene sempre più complessa e integrata, che cresce il livello di cooperazione fra tutte le operazioni di una fabbrica sempre più socializzata, l’attributo di lavoro produttivo va riconosciuto al lavoratore collettivo che la mette in funzione. Fra le altre cose, ciò rende difficile tracciare un netto confine tra produzione e servizi, come nota Testa: “progettare un prodotto, progettare un processo, mettere fisicamente a disposizione un prodotto attraverso una rete logistica globale e fortemente automatizzata sono ormai divenuti elementi strutturali della creazione di valore, elementi senza i quali produrre un telefonino o persino un bullone diviene totalmente inutile ed insensato”.</p>
<p>Attenzione: quanto appena detto non impedisce che, in una società socialista, il criterio possa mutare, nella misura in cui la produttività del lavoro è qui commisurata alla sua utilità sociale, per cui attività come il marketing, la pubblicità, ecc. che per il capitalista sono produttive, divengono improduttive in un mondo socialista. Anche fra lavoratori dei settori pubblici e privati è difficile tracciare nette distinzioni: mentre è interesse dell’ideologia neo liberale accusare in blocco di improduttività il lavoro del settore pubblico (per giustificare i tagli alla spesa e ridurre lo spazio di intervento dello Stato in economia), è chiaro che molti lavori pubblici (non solo nel settore delle infrastrutture) sono indispensabili per il funzionamento della macchina economica, e che anche i criteri di queste distinzioni varieranno nella transizione dal capitalismo al socialismo. Sorvolo invece sul tentativo di certi teorici post operaisti di invertire la gerarchia fra lavoro materiale e immateriale, rovesciando specularmente il punto di vista materialista volgare cui accennavo poco fa – tentativo che ho criticato in precedenti lavori ai quali rinvio.</p>
<p>Per tirare le fila di questa prima parte di ragionamento, richiamo brevemente un altro aspetto di cui mi sono occupato negli ultimi anni. Marx aveva intuito già ai suoi tempi che il capitale è in grado di sfruttare vari tipi di “lavoro del consumatore”. Questo fattore si è oggi dilatato a dismisura: basti pensare al fatto che tutti noi, per il solo fatto di connetterci ai social media, produciamo sistematicamente una enorme massa di dati e informazioni (non solo sotto forma di testi, immagini ecc. ma anche e soprattutto di dati sensibili sui nostri comportamenti, fedi politiche e religiose, tendenze sessuali, ecc.) che sono la materia prima, o meglio i semilavorati, del modello di business delle Internet Company che estraggono valore da questo materiale di cui si appropriano gratuitamente. Mi è stato obiettato che queste attività in quanto “libere” volontarie, non finalizzate a generare un reddito e fonte di gratificazione per coloro che le compiono non possono essere classificate come economiche. In un libro ironicamente intitolato “Felici e sfruttati” ho replicato che questo loro carattere “ludico” non inficia l’esistenza di una relazione di appropriazione gratuita di risorse che generano valore economico per chi le sfrutta (per inciso: la quantità di lavoro che non solo le piattaforme digitali, ma anche banche, compagnie aeree, portali commericiali ecc. delegano ai propri utenti è in continua crescita, consentendo alle aziende di alleggerirsi di numerose operazioni che, altrimenti, dovrebbero essere svolte da forza lavoro retribuita). Naturalmente ciò non basta per definire come appartenenti al proletariato tutti coloro che in questo modo contribuiscono ad alimentare la catena del valore.</p>
<p>Non resta dunque che attenersi al criterio generalissimo evocato in apertura: appartiene alla classe proletaria chi vive della vendita della propria forza lavoro e non è in grado di determinarne il prezzo? Sì, ma avendo ben presente che, non appena si scende al di sotto di questo livello di astrazione e ci si addentra nei meandri del mondo della produzione tipico dell’attuale fase di sviluppo capitalistico, definire chi appartiene “oggettivamente” alla classe si fa progressivamente più complicato. Ma il vero punto è un altro: definire l’insieme di coloro che appartengono a quella che Marx definisce “classe in sé”, non equivale a definire l’insieme di coloro che costituiscono la “classe per sé”, cioè l’insieme dei soggetti che una forza politica rivoluzionaria dovrebbe di volta in volta assumere come interlocutori privilegiati. Questo compito, come cercherò di argomentare nella seconda parte di questo intervento, attiene a un’analisi di tipo sociopolitico piuttosto che socioeconomico, cioè a un’analisi che antepone il punto di vista storico, l’analisi concreta della situazione concreta – il metodo di Gramsci, Lenin e Mao – alla contemplazione del cielo dell’astrazione.</p>
<p>Un primo passo da fare, in questio senso, consiste nell’introdurre nel nostro ragionamento la dimensione spaziale, geografica e geopolitica del conflitto di classe. Già dopo la rivoluzione del 1917 non era più possibile essere marxisti senza essere leninisti, oggi ciò è ancora più evidente. È grazie all’analisi leninista dell’imperialismo che l’elemento geopolitico ha fatto il suo ingresso nella teoria marxista. Marx ed Engels avevano assunto a modello il capitalismo ottocentesco inglese, e pensavano che tale modello si sarebbe gradualmente esteso al resto dell’Europa e, se non fosse stato rovesciato da una rivoluzione proletaria, al mondo intero. Tipico, in tal senso, il giudizio sul ruolo progressivo dell’imperialismo britannico in India – giudizio giustificato dal fatto che, ad onta dei suoi mostruosi costi umani, la colonizzazione avrebbe accelerato la trasformazione dell’India da nazione semifeudale a moderna nazione borghese, ingrossando le fila del proletariato mondiale. Viceversa Lenin, avendo potuto osservare la transizione del capitalismo alla sua fase monopolistica, e il ruolo strategico che il colonialismo aveva assunto nel processo di riproduzione allargata del capitale monopolistico metropolitano, fu in grado di cogliere la contraddizione per cui l’espansione metropolitana non solo non avrebbe innescato lo sviluppo capitalistico delle periferie, ma le avrebbe mantenute in uno stato di arretratezza economica, sociale e culturale, funzionale al dominio del centro. Di qui la sua intuizione in merito alla natura rivoluzionaria della lotta di liberazione nazionale dei popoli coloniali, e alla necessità di concepirla come parte integrante della lotta di classe contro il capitalismo.</p>
<p>Questa consapevolezza è divenuta patrimonio teorico-politico del regime sovietico – inspirandone la politica internazionale – perlomeno fino agli anni Cinquanta del Novecento. Un patrimonio che è stato arricchito da quella generazione di teorici marxisti che, nel secondo dopoguerra, hanno dato vita alla cosiddetta “scuola della dipendenza”. Viceversa, dopo il completamento del processo di decolonizzazione negli anni Settanta, la quasi totalità del movimento marxista occidentale – come denunciato da Domenico Losurdo nei suoi lavori – ha dato per scontato che ormai la questione nazionale avesse perso la caratteristica di parte integrante della lotta di classe a livello mondiale per cui, distolta l’attenzione dallo scontro fra Paesi del Nord e del Sud del mondo, si è regrediti su una posizione che vedeva come unico scenario della lotta di classe lo scontro fra borghesia e proletariato all’interno di ogni singolo Paese (oltre ad alimentare una fideistica aspettativa in una rivoluzione mondiale fondata su un modello che contrappone un ipotetico proletariato mondiale a una, forse meno ipotetica ma non meno astratta, borghesia mondiale).</p>
<p>Gli effetti della rimozione della dimensione spaziale, geografica, geopolitica della lotta di classe sono stati devastanti: liquidazione di ogni istanza patriottica come di ogni rivendicazione di sovranità popolare-nazionale in quanto espressione di ideologie “di destra” (con buona pace dello slogan patria o muerte, lanciato dai rivoluzionari latinoamericani); allineamento con le politiche imperialiste di Stati Uniti ed Europa che violano il principio di non interferenza negli affari interni di altri Paesi, in nome dell’esportazione della democrazia occidentale e della tutela di presunti “diritti universali dell’uomo” (basti pensare a come Antonio Negri, in <em>Impero</em> , arrivi a negare l’esistenza stessa di una politica imperiale americana, dando per acquisita l’unificazione politica del mondo e  declassando a “operazioni di polizia” i conflitti Nord-Sud); limitazione della opposizione alle politiche ordoliberiste della Unione Europea a trazione tedesca a un blando europeismo critico, che ignora le conseguenze della deindustrializzazione dell’Italia e della sua integrazione in posizione subordinata in filiere controllate dall’estero, per tacere dello smantellamento delle industrie pubbliche, dei tagli alla spesa sociale, ai salari e alle pensioni, ecc..</p>
<p>Credo infine che l’effetto più grave di questa chiusura dell’orizzonte politico-culturale delle sinistre occidentali nel cerchio di un ottuso e autoreferenziale eurocentrismo consista nell’incapacità di rispondere al seguente interrogativo: perché le uniche rivoluzioni socialiste riuscite non sono avvenute in Paesi industrialmente avanzati (cioè nei punti più alti di sviluppo delle forze produttive secondo la dogmatica kautskyana della II Internazionale), bensì in Paesi economicamente “arretrati” (negli anelli più deboli della catena, secondo la formula “eretica” di Lenin)? E ancora (e a mio avviso è questo l’interrogativo più importante ai fini della nostra discussione): perché ne sono state protagoniste le larghe masse contadine, assieme ad esigui nuclei di classe operaia in formazione e a sezioni della piccola borghesia urbana? Per rispondere, dobbiamo tornare alle questioni di metodo discusse in precedenza.</p>
<p>Nell’ultimo decennio di vita, Marx assunse posizioni che appaiono oggi quanto meno scomode per i suoi esegeti dogmatici e dottrinari. In primo luogo, commentando la recensione che il traduttore russo del <em>Capitale </em>aveva dedicato alla sua opera fondamentale, scrisse ironicamente che costui gli aveva fatto allo stesso tempo troppo onore e troppo torto, scambiando il suo lavoro per un tentativo di descrivere le leggi universali di sviluppo della storia. Questo perché, dal suo punto di vista, non esiste alcuna necessità immanente che governi come una ferrea legge di sviluppo il cammino della storia, bensì un avanzare complesso e contraddittorio della stessa, che può essere compreso solo attraverso l’analisi dei  contesti concreti – spesso contingenti – che di volta in volta ne determinano l’esito. Ciò significa, fra le altre cose, che Marx non ha mai teorizzato l’esistenza di una successione necessaria di fasi (schiavismo, feudalesimo, capitalismo) che tutte le società dovrebbero necessariamente attraversare. Tanto è vero che, nella famosa lettera a Vera Zasulic , arrivò ad ammettere che, in determinate circostanze nazionali e internazionali, la comunità contadina originaria russa, l’obščina, avrebbe potuto funzionare come nucleo di un balzo diretto al socialismo, senza passare sotto le forche caudine di una fase borghese-capitalistica.</p>
<p>Questa straordinaria elasticità mentale ha inspirato quei teorici marxisti latinoamericani  che hanno criticato la tesi comune a molti partiti comunisti del subcontinente, secondo cui le masse contadine di origine india, organizzate in forme comunitarie di comunismo primitivo, avrebbero potuto divenire parte attiva in un fronte rivoluzionario anticapitalista solo dopo essere passati attraverso la fase della piccola proprietà di tipo borghese. Una visione miope, incapace di cogliere la differenza fra il feudalesimo europeo e il comunitarismo contadino latinoamericano, e quindi di sfruttare il potenziale rivoluzionario di quest’ultimo. Ragionando sulla rivoluzione boliviana, e sul ruolo strategico svoltovi dalle comunità campesindie, l’ex vicepresidente boliviano Alvaro G. Linera ha dato un  contributo importante all’allargamento del concetto di classe antagonista, estendendolo a quelle forme comunitarie che, ove costrette a lottare contro i meccanismi dell’accumulazione capitalistica, possono acquisire una visione del mondo che implica un comunitarismo più ampio e universalizzante di quello originario (il modello del socialismo del secolo XXI emerso dalle rivoluzioni bolivariane è non a caso una proiezione del <em>buen vivir</em>, cioè del modello socialista originario delle comunità andine).  Questa “etnicizzazione” dello scontro di classe ha fra l’altro fatto sì che gli organismi di democrazia diretta e partecipativa, tipiche delle comunità andine tradizionali, abbiano svolto un ruolo centrale nell’aggregazione del blocco sociale rivoluzionario.</p>
<p>Ancora più densa di insegnamenti si presenta la rivoluzione cinese, della quale le masse contadine sono state di gran lunga il protagonista principale, laddove la classe operaia cinese – numericamente inferiore all’1% della popolazione all’inizio del processo rivoluzionario – appare tutt’oggi minoritaria, malgrado i giganteschi processi di industrializzazione e di inurbazione che il Paese ha vissuto negli ultimi decenni (basti dire che gli operai sono poco più del 13% degli attuali iscritti al PCC, superati da tecnici, lavoratori del terziario e dei servizi, mentre i contadini, pur ridimensionati,  sono ancora maggioranza relativa). Ciò significa che dobbiamo rimpiazzare il proletariato in quanto soggetto privilegiato di un processo di trasformazione socialista? Evidentemente no, ma significa: 1) che dobbiamo ridefinirne e estenderne i confini (vedi gli spunti contenuti nella prima parte); 2) che dobbiamo immaginare la costruzione di un blocco sociale rivoluzionario non nei termini di una rete di alleanze tattiche, strumentali, bensì come integrazione di una serie di soggetti sociali in un popolo unito da un comune progetto politico anticapitalista, un blocco in cui non necessariamente la classe operaia deve sempre rappresentare, in ogni e qualsiasi concreta contingenza storica, l’avanguardia; 3) che occorre riproporre in tutta la sua pregnanza la distinzione marxiana fra classe in sé e classe per sé, nonché la concezione leninista del partito quale unica organizzazione politica in grado di incarnare gli interessi generali (e non meramente corporativi) della classe per sé, al di là della composizione statistica del partito stesso e del corpo sociale in cui esso si trova di volta in volta a operare.</p>
<p>Che altro aggiungere? Sull’atteggiamento delle sinistre occidentali che, di fronte alle rivoluzioni “eretiche” avvenute al di fuori del loro universo storico, geografico e culturale, reagiscono negandone il carattere socialista e parlando di capitalismo di stato e autoritarismo, ho già scritto altrove né intendo qui ritornare sul tema. Chiudo perciò riassumendo le osservazioni di metodo fin qui svolte e aggiungendo quali obiettivi dovrebbero a mio avviso  suggerire a una forza rivoluzionaria. Credo che tutto quanto ho sostenuto possa essere sintetizzato in due tesi di fondo. La prima consiste nell’affermare che la ridefinizione-aggiornamento del concetto di classe in sé alla luce dell’evoluzione del modo di produzione capitalistico, mentre è decisiva ai fini della comprensione delle nuove modalità di sfruttamento della forza lavoro, non offre indicazioni immediate sull’identità della classe per sé. Detto altrimenti: composizione di classe socioeconomica e sociopolitica non coincidono necessariamente, e i soggetti in grado di elevarsi dalla lotta economica alla lotta politica sono riconoscibili solo analizzando, di volta in volta, la composizione sociopolitica. La seconda tesi rinvia alla necessità di inquadrare il conflitto di classe nel contesto mondiale, declinandolo come conflitto fra nazioni dominanti e nazioni dominate, il che implica rilanciare e aggiornare le teorie leniniste sull’imperialismo.</p>
<p>Queste tesi si integrano e influenzano reciprocamente, come l’esperienza delle rivoluzioni socialiste avvenute nei Paesi periferici e semiperiferici ampiamente dimostra. Queste esperienze si sono infatti avvalse di due poderose leve storiche: la volontà di riscatto nazionale dei popoli asserviti, oppressi e sfruttati dalle potenze imperialiste occidentali, e la volontà di resistenza alla penetrazione dei rapporti di produzione capitalistici da parte di larghe masse contadine che, perlopiù, non erano passate attraverso una fase feudale di tipo occidentale, per cui conservavano consistenti memorie di culture comunitarie e relazioni economiche di natura precapitalistica. Queste due leve hanno assunto il carattere di lotta anticapitalista laddove il processo rivoluzionario ha potuto contare su partiti comunisti radicati in minoranze sociali di operai e intellettuali. Partiti che hanno conquistato l’egemonia convincendo le larghe masse popolari che solo il socialismo poteva realizzarne le speranze di indipendenza nazionale e di libertà dallo sfruttamento imperialistico.</p>
<p>Le due tesi sopra enunciate valgono anche nei Paesi che appartengono ai centri capitalisti metropolitani? Sì, ma con gli opportuni adeguamenti. Partiamo dalla prima: nel contesto occidentale, la disarticolazione del proletariato in frammenti separati da confini generazionali, di genere, regionali, di status economico e contrattuale, ecc. dovuta a decenni di ristrutturazione tecnologica, finanziarizzazione, decentramento produttivo, nonché di progressiva perdita di rappresentanza sindacale e politica, ha raggiunto livelli tali per cui il compito prioritario di un partito comunista consiste nel ri-costruire l’unità di classe. In un certo senso si potrebbe dire che, data l’attuale debolezza del movimento comunista, ricostruire il partito di classe e ricostruire la classe sono parte di un unico processo. Da quanto sostenuto in precedenza deriva che l’analisi della composizione socioeconomica, della classe in sé è, sotto tale aspetto, meno rilevante dell’analisi della composizione sociopolitica, il che, detto in parole povere, significa che l’attenzione e le energie vanno indirizzate in primo luogo nell’individuazione degli “anelli deboli” di questa nuova nebulosa del lavoro (cioè quei settori sociali che, per cause non definibili a priori, manifestano maggiore spirito combattivo), nell’organizzarli e nel convertirli in avanguardia rivoluzionaria. Anche il compito di allargare l’egemonia di tale avanguardia su un più ampio blocco sociale assume carattere inedito: oggi non si tratta tanto – almeno in una prima fase – di costruire alleanze con altre classi sociali, ma di proseguire e rafforzare il processo di ri-costruzione della classe proletaria. Da questo punto di vista, esiste una qualche analogia con quanto sostenuto dal filosofo argentino Ernesto Laclau, laddove costui parla di “costruzione di un popolo”, riferendosi alla capacità di saldare una serie di rivendicazioni eterogenee in un’unica “catena equivalenziale”. Con la differenza che, per chi vuole mantenere un punto di vista classista, i confini del popolo in questione non possono essere estesi indefinitamente (vedi il discorso sull’integrazione nel blocco dominante di un ampio strato di quadri e rentier, accennato nella prima parte).</p>
<p>Quanto alla seconda tesi, relativa al conflitto geopolitico come conflitto di classe, è chiaro che da noi pesa meno di quanto abbia pesato nelle rivoluzioni dei Paesi ex coloniali, ma la sua importanza è tutt’altro che irrilevante. Basti pensare alle contraddizioni che l’integrazione dell’Italia nella Ue ha generato per il nostro Paese: smantellamento dell’industria di Stato, tagli drammatici al welfare e alla spesa pubblica, de industrializzazione, aumento della disoccupazione, annullamento dei diritti del lavoro, crescenti disuguaglianze e aggravamento delle differenze fra Nord e Sud, fra regioni ricche e regioni povere. Insomma: il conflitto di classe si inscrive potentemente nello spazio, sia all’interno che verso l’esterno dei confini nazionali. All’interno lo vediamo, fra le altre cose, con i processi di gentrificazione dei centri delle grandi città, e con la conseguente espulsione delle classi lavoratrici verso le periferie, e ancor più lo vediamo con la desertificazione produttiva, sociale e culturale del Meridione che va ad accrescere le fila di quello che Nicola Zitara chiamava “proletariato esterno”. Nei rapporti con l’esterno lo vediamo con la rabbia popolare generata dalle politiche economiche imposte dai principi ordoliberali dell’Europa a trazione tedesca. Una rabbia che si estende a settori di piccola e media imprenditoria e gonfia le vele dei populismi di destra, il che dovrebbe farci capire – con buona pace delle sinistre cosmopolite – come il tema della sovranità nazionale e popolare non sia appannaggio esclusivo delle rivoluzioni cinese, vietnamita e cubana ma possa giocare un ruolo strategico anche in Paesi come il nostro.</p>
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