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	<title>Comunismo e Comunità &#187; M5s</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>La Lega e la farsa dei Minibot (Prima parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jun 2019 11:08:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p>Capita a volte che un fatto insignificante si trovi nel posto giusto al momento giusto, e per questa semplice ragione assurga agli onori delle cronache, diventando questione importantissima. Diventando, quindi, altro. Quando questo capita, può essere interessante concentrare l’attenzione non tanto sul fatto in sé – che resta insignificante – quanto piuttosto sul particolare contesto che in quel fatto ha trovato un riflesso. Guardando attraverso il prisma dei Minibot – come vedremo, un fatto di per sé irrilevante – possiamo inquadrare la situazione politica italiana con molta più chiarezza di quella che ci restituiscono schiere di politologi armati di <em>rumors</em> e flussi elettorali.</p>
<p>Nulla è come appare in questa storia dei Minibot. Inizieremo quindi col chiarire i termini del discorso e gli aspetti tecnici del problema, innanzi tutto per rendere evidente l’insignificanza di questa ultima alzata d’ingegno della Lega di Salvini. Questo ci permetterà anche di concentrare l’attenzione su tutto ciò che ha iniziato a volteggiare intorno a questi curiosi ‘oggetti finanziari’, una fitta trama di interessi politici che ha generato un’impenetrabile maglia di equivoci, utili a tenere in vita un mito: l’idea che la Lega sia un partito di lotta lanciato in uno scontro all’ultimo sangue contro l’Unione Europea. Su questo mito si basa <a href="https://coniarerivolta.org/2018/05/16/europa-utili-idioti-e-idioti-inutili/" rel="noopener" target="_blank">la gestione del potere in Italia oggi</a>. Grazie ad esso, la Lega continua a macinare consensi tra gli sconfitti della globalizzazione, tra le masse di italiani precari, impoveriti, disoccupati, e in cerca di un riscatto da oltre venti anni di politiche neoliberiste, proprio mentre quelle politiche le pratica al Governo.</p>
<p>Cosa sono i Minibot? Questa storia nasce dalla constatazione di un dato di fatto: spesso e volentieri, le pubbliche amministrazioni pagano in ritardo i loro fornitori. Immaginiamo, ad esempio, un Ministero che acquista computer per i suoi uffici e li paga dopo sei mesi dall’acquisto. I motivi del ritardo possono essere i più disparati, dalla goffaggine burocratica ai vincoli di cassa legati alla gestione della liquidità. Fatto sta che, in quei sei mesi, il fornitore di computer si ritrova <em>obtorto collo </em>tra le fila dei creditori dello Stato: al pari di quanto avviene per ogni altro cliente che chiede una dilazione di pagamento, il venditore di computer si ritrova, suo malgrado, a prestare quella somma allo Stato per il periodo di tempo in cui è costretto a subire il ritardo nel pagamento. Si stima che, con questi ritardi, lo Stato abbia accumulato ad oggi circa 65 miliardi di euro di debiti verso i propri fornitori.</p>
<p>Le principali misure adottate per alleviare il problema, e dunque per permettere al fornitore dello Stato di non soffrire troppo di questo ritardo nella riscossione, sono due. La prima è la ‘compensazione’, che consente ai fornitori di estinguere almeno parte dei loro crediti commerciali verso lo Stato per pagare le imposte, decurtando da quel credito la cifra che avrebbero dovuto versare all’erario. La seconda è la ‘cartolarizzazione’, che permette al fornitore di passare ad una banca il credito verso lo Stato: il fornitore può così liquidare il suo credito senza dover attendere i tempi della pubblica amministrazione, ma per farlo deve concedere alla banca un compenso, il che riduce per lui il valore di quel credito.</p>
<p>Lo scorso 28 maggio, la Commissione Finanze della Camera <a href="https://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=1/00013&amp;ramo=C&amp;leg=18" rel="noopener" target="_blank">ha approvato una mozione</a> che prevede una serie di misure ulteriori, tra le quali l’idea di pagare i debiti commerciali dello Stato tramite l’emissione di “titoli di Stato di piccolo taglio”: ecco entrare in scena i Minibot.</p>
<p>Il loro nomignolo richiama l’analogia con i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), i titoli pubblici italiani a breve termine (oggi sono emessi con scadenze di 6 e 12 mesi) che costituiscono una piccola parte (6%) dei titoli del debito pubblico in circolazione. Quando lo Stato si indebita, lo fa collocando sui mercati finanziari dei titoli obbligazionari caratterizzati da diverse scadenze, tra cui i BOT: chi sottoscrive quei titoli presta il proprio denaro allo Stato, e si aspetterà di vederselo restituito maggiorato da un tasso di interesse. Chi ha sottoscritto l’ultima emissione di BOT annuali, ad esempio, ha prestato il proprio denaro allo Stato per 12 mesi in cambio di un tasso di interesse dello 0,122%.</p>
<p>I Minibot sarebbero dunque pensati per pagare i debiti commerciali dello Stato, trasformandoli in veri e propri titoli del debito pubblico: anziché attendere mesi e mesi per ricevere il denaro pubblico dovuto, i fornitori si vedrebbero corrispondere immediatamente un equivalente ammontare di Minibot. Le caratteristiche principali dei Minibot sarebbero due: il piccolo taglio, da cui deriva l’appellativo ‘mini’, e la possibilità di impiegarli come ‘moneta fiscale’, cioè per il pagamento delle tasse. Il piccolo taglio è un elemento particolare, perché di norma i titoli del debito pubblico sono scambiati sui mercati finanziari a partire da un lotto minimo di 1000 euro per transazione. Prevedendo tagli minimi da 10 euro (o addirittura minori) – lasciano intendere gli ‘esperti’ della Lega – sarebbe eventualmente pensabile anche la diffusione di questi titoli per i pagamenti correnti. Il nostro venditore di computer potrebbe ad esempio farci la spesa al supermercato, pagarci il medico e saldarci i suoi debiti. Si suppone che il supermercato, il medico e i subfornitori accetterebbero i Minibot come pagamento alternativo alla moneta a corso legale (l’euro) in virtù della seconda proprietà di questi strumenti finanziari, ovvero la loro capacità di pagare i tributi allo Stato. Immaginando che chiunque abbia tasse da versare all’erario, si ipotizza che i Minibot sarebbero accettati come mezzo di pagamento di qualsiasi transazione e dunque circolerebbero come se fossero una vera e propria moneta. Non possono tuttavia mai essere considerati una moneta a tutti gli effetti: l’art. 1277 del Codice Civile impone l’obbligo di accettazione – il cosiddetto ‘corso forzoso’ – solo alle monete a corso legale, proprietà riservata dalle norme europee (art. 128 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e artt. 2, 10 e 11 del Regolamento EC/974/98) solo all’euro: l’unica moneta a corso forzoso ammessa in Italia è dunque l’euro. Qualsiasi altra attività può essere impiegata negli scambi solo su base volontaria; da qui l’esigenza di attribuire ai Minibot la particolare proprietà di pagare imposte allo Stato, una proprietà che dovrebbe favorirne, senza rendere la loro accettazione obbligatoria, una certa diffusione.</p>
<p>La magia dei Minibot. I sostenitori dei Minibot ritengono che questo strumento consentirebbe di rilanciare l’economia grazie ad una maggiore circolazione della liquidità, senza al tempo stesso violare la disciplina di bilancio che ci chiede l’Europa. Per rilanciare l’economia, infatti, servirebbe un aumento di spesa da parte dello Stato che appare precluso dai vincoli al bilancio pubblico imposti dalle istituzioni europee; in questo quadro, i Minibot permetterebbero – stando a quanto asserito dai propri sostenitori – di aggirare furbescamente quei vincoli, creando liquidità senza intaccare i parametri relativi a <em>deficit</em> e debito pubblico. Un piccolo miracolo, se fosse vero. L’argomento in difesa dei Minibot è il seguente: esiste già un debito commerciale dello Stato verso i fornitori, e dunque la trasformazione di quel debito in titoli di Stato di piccolo taglio ne muterebbe la forma ma non la sostanza. In altre parole, i debiti commerciali dello Stato sarebbero già parte integrante del debito pubblico, e dunque l’introduzione dei Minibot non inciderebbe sull’ammontare del debito, ma si limiterebbe a trasformare attività illiquide (quali sono i crediti commerciali) in attività liquide, e dunque spendibili per consumi e investimenti; da qui lo stimolo all’economia senza violare le regole di Bruxelles. Parlando dei Minibot, Stefano Fassina <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/03/minibot-fassina-passo-per-uscita-euro-strumentalizzazione-inaccettabile-sinistra-subalterna-a-neoliberismo/5228126/" rel="noopener" target="_blank">ha recentemente dichiarato</a>: “<em>Certo che sono debito, ma è un debito che è stato già fatto, non è un ulteriore debito”</em>. da ciò deriverebbe in ultima istanza la magia dei Minibot, misteriosi strumenti finanziari apparentemente capaci di rilanciare l’economia senza offendere la Commissione Europea, una vera panacea per chi è alla disperata ricerca della compatibilità politica con l’Europa ma vorrebbe ripagare almeno in parte la fiducia dei suoi elettori, che gli hanno affidato il compito di chiudere la stagione dell’austerità.</p>
<p>Purtroppo, però, le cose non stanno così. Per capirlo dobbiamo addentrarci nei meandri della contabilità pubblica, ossia di quell’insieme di regole e convenzioni che prelude alla misurazione di grandezze economiche. In particolare, tra i documenti di contabilità pubblica dobbiamo andare alla ricerca dei debiti commerciali partendo dalla misura che più ci interessa: il debito pubblico misurato <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/documents/3859598/5937189/KS-GQ-14-010-EN.PDF/">secondo i criteri di Maastricht</a> (oltre 400 pagine di metodologia, per avere l’idea della complessità contabile del problema). Questa è, infatti, la definizione di debito pubblico rilevante per l’applicazione della disciplina fiscale nell’Unione Europea. I vincoli europei, in altre parole, limitano il ricorso al debito nella sua definizione contabile elaborata dall’Eurostat, il braccio statistico della Commissione Europea, ed è dunque a quel particolare aggregato che dobbiamo guardare per capire se i crediti commerciali siano inclusi o meno nel computo del debito pubblico. La Banca d’Italia misura il cosiddetto ‘debito di Maastricht’ nel documento <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/finanza-pubblica/2019-finanza-pubblica/statistiche_FPI_20190515.pdf">“Finanza pubblica: fabbisogno e debito”</a>, alla tavola 4: l’ultimo dato disponibile (marzo 2019) individua un debito pubblico pari a 2.356 miliardi di euro composto principalmente (85%) da titoli di Stato a breve e lungo termine (BOT, BTP e altri), poi da altre voci contabili (monete e depositi, prestiti finanziari) ed infine, per un modesto 2%, da “Altre passività”. Dentro a questa voce residuale vi sono circa 10 miliardi di euro che contengono – come spiega la nota metodologica del documento – anche “operazioni di cartolarizzazione (per la parte considerata come prestito secondo le regole statistiche europee) [e] cessioni pro soluto a favore di intermediari finanziari non bancari (in attuazione della decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012).” Che c’entra questo con il debito commerciale? Cartolarizzazioni e cessioni pro-soluto sono due metodi che un fornitore dello Stato, per fare un esempio, può adottare per trasferire il suo credito commerciale ad una banca o altro intermediario finanziario ed ottenere immediatamente liquidità. Il debito commerciale di una amministrazione pubblica è definito in termini contabili come uno sfasamento tra la competenza economica e la cassa: il Ministero impegna denaro per acquistare dei computer (competenza), ma verserà di fatto (tramite la cassa) quel denaro solo sei mesi dopo. Questo mero ritardo si trasforma in debito di Maastricht se e solo se viene formalizzato, cristallizzato in un contratto debitorio, cosa che avviene quando il fornitore – stufo di attendere la pubblica amministrazione – decide di cedere il suo credito ad un’istituzione finanziaria per ottenere della liquidità. In quel preciso momento, un semplice sfasamento cassa-competenza assume le vesti formali di una somma prestata dalla banca, subentrata al fornitore come creditore dello Stato. Quello che la documentazione contabile europea ci dice, dunque, è che i debiti commerciali in sé non entrano a far parte del debito pubblico conteggiato ai fini di Maastricht, a meno che quei debiti non vengano trasferiti formalmente ad una banca. La <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/documents/1015035/2041337/Statist-record-of-some-operations-rel-to-trade-credits-i.pdf/f2238d11-9257-4a0e-bd9a-39dcf1fb2cfd">decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012</a> precisa che “quando un fornitore di beni e servizi che detenga un credito verso lo Stato registrato come un credito commerciale trasferisce <em>totalmente </em>e <em>irrevocabilmente</em> quel credito ad un’istituzione finanziaria (…), la passività dello Stato originariamente registrata come credito commerciale <em>deve essere riclassificata</em> <em>come prestito</em>, <em>parte integrante del debito di Maastricht</em>”.</p>
<p>Dunque, per concludere questa noiosa ma necessaria digressione contabile, i debiti commerciali dello Stato non sono attualmente parte del debito pubblico rilevante per l’applicazione dei vincoli europei, se non per la parte cartolarizzata e quindi tradotta in prestiti bancari. Ne discende che un’eventuale trasformazione dei debiti commerciali non cartolarizzati in Minibot creerebbe – ai fini del calcolo necessario per verificare l’aderenza ai vincoli imposti dalle istituzioni europee – un equivalente ammontare di nuovo debito pubblico. Di quali cifre stiamo parlando? Nei <a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/conti-finanziari/2019-conti-finanziari/statistiche_CFI_20190118.pdf">conti finanziari della Banca d’Italia</a> è possibile rintracciare i debiti commerciali del settore pubblico, che ammontano a circa 43 miliardi di euro. Ciò significa che, ad oggi, gravano sul debito pubblico solo 10 miliardi di euro di debiti commerciali (ossia quelli cartolarizzati o ceduti alle banche), mentre 43 miliardi di euro di ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione restano fuori dal perimetro di computo del debito pubblico. È la Banca d’Italia a confermare questo calcolo individuando, nell’ultima <a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relazione-annuale/2018/rel_2018.pdf">relazione annuale</a>, “circa 53 miliardi” di debiti commerciali complessivi di cui, “secondo le statistiche europee, una parte (circa 10 miliardi) è già inclusa nel debito pubblico.” (p. 145).</p>
<p>Tirando le fila del discorso, dunque, è inutile discutere ulteriormente nel merito della proposta dei Minibot. È inutile, insomma, chiederci se davvero quei titoli di Stato di piccolo taglio circolerebbero effettivamente nell’economia, stimolando la domanda di beni e servizi, cosa peraltro affatto scontata. Una loro introduzione creerebbe più di 40 miliardi di euro di nuovo debito pubblico, fuori dalla disciplina di bilancio imposta dalle istituzioni europee. Nessun trucco contabile può spezzare le catene che paralizzano le economie europee; nessun espediente tecnico può risolvere un problema politico. Se si tratta di uscire dalle regole di bilancio definite dalla Commissione Europea, tanto vale sforare i vincoli per la via maestra, creando nuovo debito e dunque raccogliendo moneta sui mercati finanziari, liquidità libera di stimolare l’economia senza incontrare tutte le frizioni che il nuovo e astruso oggetto dei Minibot necessariamente produrrebbe. Il problema è che questa conclusione, che ci sembra perfettamente logica, si scontra con il contesto politico che tanto risalto ha dato al tema dei Minibot, un contesto caratterizzato dalla continua ricerca della compatibilità con i vincoli europei. Nessun partito che siede in Parlamento, oggi, osa mettere seriamente in discussione quei vincoli; nessuno vuole quindi ammettere che le politiche espansive necessarie a superare questa crisi richiedono la rottura della gabbia europea. La Lega, <a href="https://coniarerivolta.org/2019/05/31/le-favole-di-salvini-favole/" rel="noopener" target="_blank">lungi dall’essere impegnata in un braccio di ferro con l’Europa e i suoi vincoli</a>, sta disperatamente cercando di restare al governo senza offendere la sensibilità di Bruxelles. A questo servono i Minibot: a sognare un rilancio dell’economia sotto lo sguardo mansueto dei guardiani dei conti pubblici della Commissione Europea, contribuendo al contempo a rendere ancora più stretta la corda con cui la disciplina fiscale europea ci soffoca. Un sogno, se così si può definirlo, destinato a rimanere tale.</p>
<p>Ma la storia dei Minibot, come vedremo, non finisce qui. Si è creato infatti, intorno ad essi, un vero e proprio mito: l’idea che questi bizzarri artifici contabili pongano le basi per un’uscita dell’Italia dall’euro. Un mito molto utile all’attuale Governo perché, proprio nella fase in cui Salvini è costretto a inasprire le misure di austerità imposte dell’Unione Europea in aperta contraddizione con il mandato di 9 milioni di elettori, alimenta l’immagine di una Lega intenta a sradicare alla radice il male dell’austerità. Ne discuteremo nella seconda parte di questo pezzo.</p>
<p><em><strong> Coniarerivolta</strong></em></p>
</div>
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		<title>Autonomia differenziata: il sud nella trappola dell’austerità</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Mar 2019 10:43:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Autonomia Regionale]]></category>
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<div>
<p>Si discute molto, in questi giorni, della cosiddetta autonomia differenziata. Quest’ultima dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello dell’avventura leghista al governo con il Movimento 5 Stelle. Al momento (e questa dovrebbe essere una buona notizia, come vedremo a breve), il governo giallo-verde <a href="https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13435450/luigi-di-maio-retroscena-assente-cdm-matteo-salvini-non-tiene-suoi-m5s-autonomie-tav-.html" rel="noopener noreferrer" target="_blank">sembra non riuscire a trovare la quadra</a> sull’argomento. Ciò avviene, questo è certo, non per le preoccupazioni del Movimento 5 Stelle sulla tenuta dell’unità nazionale o sul destino dei cittadini del Mezzogiorno, ma semplicemente per il tornaconto elettorale di un movimento politico che ha tratto gran parte del suo consenso dalle regioni del Sud e che, adesso, una volta che <a href="https://coniarerivolta.org/2018/11/30/giu-la-maschera-e-lennesimo-governo-servo-delleuropa/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">il bluff giallo-verde è stato svelato</a>, sta assistendo a un inesorabile smottamento nella sua popolarità proprio in quelle regioni che ne avevano favorito l’ascesa. La riforma, però, sembra soltanto rinviata, probabilmente a dopo le imminenti elezioni europee. Vale, dunque, la pena di soffermarsi sulla questione, allo scopo di metterne in luce i contenuti e le implicazioni.</p>
<p>Prima di tutto, dobbiamo chiederci cosa sia l’autonomia differenziata. In generale, è possibile asserire che lo Stato tassa i cittadini e ‘accentra’ la quasi totalità delle risorse: in altre parole, le tasse pagate dai cittadini finiscono quasi integralmente all’erario, ossia nelle casse dello Stato. L’autonomia differenziata romperebbe questo meccanismo, permettendo ad enti più periferici, come le Regioni, di trattenere una quota rilevante (più o meno elevata a seconda della portata dell’eventuale riforma, ma comunque maggiore di quella attuale, davvero minima) delle tasse pagate dai cittadini.</p>
<p>Per comprendere al meglio gli aspetti normativi di questo concetto, occorre, inoltre, ricorrere ad un noioso (ma breve) <em>excursus</em> nel campo del diritto costituzionale. L’istituto dell’autonomia differenziata (o rafforzata) è previsto esplicitamente dalla Costituzione, così come modificata dalla riforma del titolo V del 2001 (la legge costituzionale 3/2001, proposta nel 1999 dall’allora Presidente del Consiglio D’Alema e da Amato, all’epoca Ministro per le riforme istituzionali). L’articolo 116 della Costituzione risultante da tale riforma, recita, al terzo comma:</p>
<blockquote><p>«Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 [ovvero quelle in cui lo Stato e le Regioni esercitano la cosiddetta legislazione concorrente, <em>NdR</em>] possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessate».</p></blockquote>
<p>Le materie in questione sono le più svariate (qui quelle di <a href="https://www.senato.it/1025?sezione=136&amp;articolo_numero_articolo=117" rel="noopener noreferrer" target="_blank">legislazione concorrente</a>). Ne riportiamo soltanto alcune: tutela e sicurezza del lavoro, istruzione, ricerca, salute, protezione civile, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto, previdenza complementare e integrativa, beni culturali.</p>
<p>Ciò a cui stiamo assistendo è, dunque, l’applicazione concreta dell’articolo 116. Tre Regioni, infatti, ovvero Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, hanno formalmente iniziato, a seguito, in alcuni casi, di referendum consultivi, l’<em>iter</em> per l’ottenimento delle ulteriori forme di autonomia di cui sopra. In altre parole, hanno iniziato a trattare, prima con il governo Gentiloni (le <a href="http://www.regioni.it/newsletter/n-3333/del-28-02-2018/tre-regioni-firmano-con-il-governo-pre-intesa-sullautonomia-17767/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">cosiddette pre-intese del febbraio 2018</a>) e, successivamente, con il governo Conte, i contenuti delle intese che dovranno essere sottoposte al vaglio delle Camere.</p>
<p>Allo stato attuale, è molto difficile dire in cosa consisteranno tali intese. Esse, infatti, non sono ancora pubbliche e, per molti aspetti, non sono state ancora definite. Le bozze che circolano, non definitive, possono cambiare da un giorno all’altro in base alla trattativa in corso. Sorvoliamo, qui, sulla particolare procedura prevista per l’esame di queste intese da parte delle Camere, le quali, secondo l’interpretazione più diffusa, potranno semplicemente accettare o rifiutare in blocco le intese, senza la possibilità di emendarle, come invece accadrebbe con un normale disegno di legge (una garanzia, a dire il vero, alquanto priva di significato date le intenzioni della maggioranza e la malleabilità dei grillini).</p>
<p>Su alcuni aspetti, però, si può già dire qualcosa. L’attuazione delle intese implicherà un trasferimento di risorse economiche dallo Stato alle Regioni che otterranno l’autonomia rafforzata (vedi, al riguardo, anche il saggio di Gianfranco Viesti, <em>Verso la secessione dei Ricchi?</em>, <a href="https://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;task=schedalibro&amp;Itemid=97&amp;isbn=9788858136430&amp;aprirecensione=4172" rel="noopener noreferrer" target="_blank">scaricabile gratuitamente</a>). Dalle bozze che circolano attualmente, in realtà, è impossibile quantificare con sufficiente precisione le risorse che saranno trasferite alle Regioni. Non sono chiare le materie che saranno oggetto di decentramento rafforzato, né quali saranno i criteri attraverso i quali le risorse economiche saranno assegnate. Quel che è certo, però, è, da un lato, che le Regioni non si limiteranno a chiedere quanto necessario per l’espletamento delle funzioni che saranno decentrate (per capire le intenzioni delle regioni, soprattutto di Lombardia e Veneto, basti pensare che in un referendum, poi ritenuto illegittimo e, per questo, mai tenutosi, il Veneto faceva richiesta del 90% del gettito maturato nella regione). Dall’altro, è certo che il trasferimento in questione provocherà una riduzione del gettito fiscale per lo Stato, che dovrà intervenire tagliando la spesa delle amministrazioni centrali o quella che effettua nelle altre regioni. E questo avverrà per la ragione che la ministra leghista per le autonomie regionali, Erika Stefani, <a href="https://www.corriere.it/politica/19_febbraio_27/stefani-lega-critiche-5-stelle-non-capisco-dc9c1766-3ad4-11e9-a94b-7b2b39079b0a.shtml" rel="noopener noreferrer" target="_blank">assurdamente adduce</a> per spiegare che le risorse non saranno sottratte alle altre regioni: l’inserimento della cosiddetta <a href="https://iusmanagement.org/2017/09/26/le-clausole-di-invarianza-finanziaria-non-precludono-in-se-una-nuova-spesa-anche-se-esigono-in-tal-caso-una-compensazione/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">clausola di invarianza finanziaria</a>. Quest’ultima prevede che le intese non debbano comportare nuovi o maggiori oneri per le finanze pubbliche. In altri termini, vuol dire che ciò che lo Stato perderà, in termini di gettito, per l’implementazione dell’autonomia differenziata, dovrà recuperarlo attraverso una riduzione della spesa pubblica. E ciò in ottemperanza alle previsioni dei trattati europei, che prevedono la possibilità dell’inserimento in Costituzione del <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/29/il-debito-pubblico-e-crescita-aboliamo-il-pareggio-di-bilancio/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">pareggio di bilancio</a> (il famoso <a href="https://www.senato.it/1025?sezione=127&amp;articolo_numero_articolo=81" rel="noopener noreferrer" target="_blank">articolo 81</a>, così come modificato nel 2012).</p>
<p>In altri termini, le tre regioni in questione (e le altre che richiederanno l’autonomia), che sono, non a caso, tra quelle più ricche, ed essendo le tasse proporzionali al reddito anche quelle con i più alti gettiti fiscali, vogliono tenere per sé gran parte di tale gettito. Ma questo significa l’inasprimento di un processo già in corso, volto a ridurre sempre di più l’intervento dello Stato nell’economia. E questo in totale contrasto con <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/29/il-debito-pubblico-e-crescita-aboliamo-il-pareggio-di-bilancio/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">ciò che è richiesto nelle aree economicamente depresse</a>, ovvero un pesante intervento dello Stato, anche in deficit, per il sostegno alla domanda aggregata e, dunque, al reddito di tali aree. In contrasto con esigenze redistributive ed espansive della spesa pubblica, dunque, ma in ossequio a quelle di quello che rappresenta lo zoccolo duro della Lega al nord: la grande e media borghesia che sempre di più vuole mano libera nelle regole che disciplinano il mercato del lavoro, il minor prelievo fiscale possibile e, se investimenti pubblici devono esserci, che siano localizzati nelle regioni dove esse operano e, possibilmente, pensati e implementati al loro servizio.</p>
<p>A ciò si aggiunga il fatto che se le regioni riusciranno a trattenere gran parte del proprio gettito e le funzioni che abbiamo citato tenderanno sempre di più a essere decentrate, è chiaro che i cittadini delle regioni più ricche potranno godere di servizi migliori rispetto ai cittadini di quelle economicamente svantaggiate. Un fenomeno non nuovo, certo, ma che andrà ad accentuarsi in misura sempre maggiore, anche ‘grazie’ ai trattati europei, che <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/20/ce-lo-chiede-leuropa-disoccupazione-disuguaglianza-e-precarieta/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">impongono vincoli stringenti</a> sia per quel che riguarda la spesa pubblica in deficit, sia per quel che riguarda gli ambiti di intervento a sostegno di determinati territori (politica industriale, creazione di posti di lavoro, realizzazione delle infrastrutture necessarie).</p>
<p>Siamo circondati, dunque, dai bracci di una tenaglia: da un lato, l’austerità dei trattati, che impone dannosi freni all’espansione della spesa pubblica proprio laddove ce ne sarebbe più bisogno; dall’altro, la voracità dei capitalisti, rappresentati, in questo caso come in altri, dalla Lega, che hanno tutto l’interesse a vedersi tassare di meno, a concentrare le risorse pubbliche laddove sono necessarie ai propri interessi e ad avere a disposizione <a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/13/la-piena-occupazione-spaventa-il-profitto-perche-lottare-contro-i-vincoli-europei/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">manodopera disperata</a> e, per questo, <a href="https://coniarerivolta.org/2018/08/08/ricattabili-isolati-e-precari/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">a buon mercato</a>. Un’ulteriore dimostrazione che <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/10/europeisti-e-nazionalisti-le-due-facce-del-liberismo/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">dobbiamo rompere</a> sia con la gabbia europea sia con la falsa alternativa del governo penta-leghista.</p>
<p><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a></p>
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		<title>La Sinistra “Radicale” e le sue prospettive.</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2015 09:06:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<h1> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/04/sinistra_radicale_fallimento_940.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5081" title="sinistra_radicale_fallimento_940" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/04/sinistra_radicale_fallimento_940-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" /></a></h1>
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<p><em><strong>Aldo Giannuli</strong></em></p>
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<p><strong>C’è chi pensa, anche qualche frequentatore di questo blog, che io scriva certe cose in odio alla sinistra “radicale” (dopo spiegherò le virgolette) di cui ho fatto parte. Niente di più sbagliato: non solo non ho alcun odio verso quell’area, ma me ne sento ancora parte e ne auspico la rigenerazione.</strong></p>
<p><strong>Oggi siamo di fronte ad un’area residuale di Rifondazione, del sindacalismo radicale, dei Centri sociali ecc. che, mi pare evidente, debba superare se stessa e rifondarsi per davvero. Allo stato attuale, e mettendo insieme Rifondazione, Sel, Sinistra anticapitalista, Pdci, Pcl, gruppo di Rizzo ed altri minori, Carc, centri sociali e sindacati di base, si parla di alcune decine di migliaia di militanti (non tutti attivi per la verità), e di un’area elettorale che i sondaggi stimano al 4,5-5%. Non mi pare che l’eventuale aggiunta della Fiom sposti molto, anche perché molti dei suoi iscritti già votavano Sel o Rifondazione. Dunque, al massimo l’apporto sarebbe di qualche migliaio di attivisti e 100.000 voti che prima andavano al Pd.  Diverso è il discorso se dovesse esserci una scissione rilevante del Pd.</strong></p>
<p><strong>Insomma, siamo ad un’area di circa il 5% dell’elettorato. Nove anni fa, la sommatoria di Rifondazione, Pdci, Verdi e liste minori come il Pcl, assommavano a circa l’11% dei voti, la sola Rifondazione aveva il 6,5% e vantava oltre settantamila iscritti. Questi sono i dati. In questa situazione è troppo parlare di fallimento?</strong></p>
<p><strong>Questo è accaduto nel pieno di una crisi straordinaria che, in teoria, avrebbe dovuto gonfiare le vele di una sinistra antisistema, ma qui, a riscuotere è stato il M5s. Ci sarà pure una ragione. Insisto su un punto accuratamente scansato dai miei interlocutori di “area”: se Rifondazione avesse saputo fare il suo mestiere, sarebbe sorto il M5s? Ma soprattutto, in cosa è “radicale” questa sinistra?</strong></p>
<p><strong>Di questo disastro l’area in questione non si è mai data una ragione. Sel è l’unica ad aver avuto un relativo successo, essendo riuscita a rientrare in Parlamento, ma è anche vero che, rispetto alle percentuali che i sondaggi attribuivano nel 2010 (mai inferiori all’8%) ed ai risultati parziali ottenuti nel 2011, il raccolto finale è stato piuttosto modesto (3,2%) che oggi i sondaggi oscillando intorno al 2,6-2,7%.</strong></p>
<p><strong>Il caso peggiore, direi quasi clinico, è quello di Rifondazione che, avendo mancato per due volte di seguito l’ingresso in parlamento ed essendosi ridotta a percentuali da prefisso telefonico, rielegge il segretario che l’ha portata alla catastrofe e fa finta di niente. Dire questo è una manifestazione di odio?</strong></p>
<p><strong>Non ho difficoltà a riconoscere tutti i limiti del M5s –di cui ho spesso scritto- e non mi sento di giurare che essi saranno superati evitando il naufragio, sono convinto ancora oggi della necessità di una sinistra di classe all’altezza dei tempi, ma vi pare che l’attuale sinistra “radicale” sia in grado di esserlo? Siamo seri!</strong></p>
<p><strong>E qui casca il discorso delle virgolette che ho messo alla parola radicale. Il punto è che questa sinistra non è affatto radicale ma cerca goffamente di sembrarlo: un paio di slogan, qualche atteggiamento stentoreo, il culto di una conflittualità fine a sé stessa e più recitata che praticata davvero, e poi si passa a riscuotere il dividendo elettorale per mantenere un po’ di burocrati e famiglie. La verità (costa dirlo ma bisogna dirlo) è che la sinistra “radicale” attuale è il prodotto di un ventennale adattamento all’ambiente di chi si è scavato una nicchia in cui sopravvivere. E questo lo dico anche ai ragazzi dei centri sociali che credono che essere radicali significhi sfasciare le vetrine e scontrarsi con la polizia. Anche questa è una teatralizzazione del conflitto, ma non è il vero conflitto sociale. Odio i centri sociali perché dico queste cose? Nemmeno per sogno, e quando mi cercano sono sempre disponibile, ma il dovere più importante di un amico è quello di dire la verità (o quello che crede sia tale) senza troppi complimenti. Gli “amici compiacenti” sono sempre falsi. E, infatti, non lesino critiche anche ruvide al M5s.</strong></p>
<p><strong>Lo stesso vale per l’area ex Rifondazione e simili: criticare non significa odiare e quando qualcuno inizia a confondere le due cose, senza mai rispondere nel merito, è il brutto segnale di una senescenza avanzata e senza speranze.</strong></p>
<p><strong>Io spero che la sinistra marxista si riprenda, ma non ci sarà nessuna rifondazione di questa senza una autocritica spietata, perché chi non riconosce i suoi errori è destinato a ripeterli. E, per cortesia: rispondetemi nel merito.</strong></p>
<p><strong> http://www.aldogiannuli.it/la-sinistra-radicale-e-le-sue-prospettive/</strong></p>
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