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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Macron</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Il Niger e il Ribollire Africano</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Aug 2023 13:53:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Galluppi]]></category>
		<category><![CDATA[Burkina Faso]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Il Niger e il Ribollire Africano di Alessio Galluppi &#160; &#160; Che succede in Niger, fra i paesi confinanti come il Burkina Faso, il Mali e tutta l’area del Sahel? Dai giornali occidentali apprendiamo ci sarebbe stato un nuovo colpo di Stato diretto da una giunta di militari che comanda la Guardia Presidenziale dell’Esercito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/niger9082.avif" alt="niger9082" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Il Niger e il Ribollire Africano</h1>
<h3>di Alessio Galluppi</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che succede in Niger, fra i paesi confinanti come il Burkina Faso, il Mali e tutta l’area del Sahel?</p>
<p>Dai giornali occidentali apprendiamo ci sarebbe stato un nuovo colpo di Stato diretto da una giunta di militari che comanda la Guardia Presidenziale dell’Esercito del Niger. Poi però le immagini mandate in onda su tutti i canali televisivi ci mostrano manifestazioni popolari di sostegno al “colpo di Stato”, non solo, ma che i manifestanti innalzano cartelli di condanna nei confronti della Francia e inneggianti a Putin. I riflettori dei media Occidentali si accendono sull’Africa commentando i fatti con serissima preoccupazione. Intanto, a Niamey c’è un fuggi fuggi generale di civili stranieri Francesi, Italiani ed Europei che si trovano in Niger, mentre le forze militari in missione di Stati Uniti, Francia e Italia si barricano nelle rispettive basi militari presenti nel paese. Gli Stati Uniti, che hanno decuplicato il numero delle basi militari in Africa dagli anni di Obama ad oggi (almeno una dozzina concentrata nella regione del Sahel e sei proprio in Niger), temono di perdere il loro migliore ed ultimo avamposto nel West Africa.</p>
<p>E allora cerchiamo di capirci di più, senza nasconderci dietro il dito e da subito diciamo che l’esultanza di masse di oppressi e sfruttati africani è un ulteriore segnale della fase di destabilizzazione del modo di produzione a egemonia occidentale, altrimenti detto: la rivoluzione procede il suo inarrestabile corso.</p>
<p>Questo colpo di mano di una unità d’élite dell’Esercito del Niger – di cui molti comandanti ed esponenti della nuova giunta militare sono stati addestrati dal <em>Comando Operazioni Speciali </em>dell’Esercito degli Stati Uniti presso la Base Aerea 201 o a Fort Benning in Georgia – è parte del medesimo processo caratterizzato da eventi improvvisi dello scorso anno, accaduti nei confinanti Burkina Faso e Mali.</p>
<p>Avvenimenti cadenzati da quel fattore <em>X</em> inaspettato: l’immediata mobilitazione popolare in piazza a sostegno del manipolo di militari che ha appena preso il potere senza sparare un colpo, l’assalto ai negozi, gli attacchi alle sedi diplomatiche Francesi e, come trasmesso anche dai media italiani, la piazza Nigerina pretende che tutte le forze militari occidentali – non solo quelle della Francia – lascino il paese, gridano contro Macron, assaltano l’edificio dell’<em>Ambasciata di Francia</em> sul quale issano la bandiera Russa.</p>
<p>Poco più di due anni e mezzo fa (Febbraio 2021), quando l’ambasciatore italiano Luca Attanasio nella Repubblica Popolare del Congo finiva ucciso durante una missione umanitaria, questo blog riprendeva un articolo di <a href="https://www.michelecastaldo.org/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">Michele Castaldo</a> che sottolineava come intorno al rinnovato saccheggio del continente Africano da parte delle potenze Occidentali fosse calato un silenzio tombale [<a href="https://lacausalitadelmoto.blog/2021/02/26/nellinferno-del-saccheggio-africano/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">vedi qui</a>]. Un silenzio tombale che è proseguito quando prendeva il via la più massiccia operazione militare congiunta di Francia e Italia proprio nel Sahel nel marzo 2021 [<a href="https://lacausalitadelmoto.blog/2021/04/30/litalia-va-alla-guerra-nel-cuore-dellafrica-litalia-e-il-nostro-nemico/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">vedi qui</a>]: Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad. Ossia l’accelerazione della guerra “informale” di rapina e di occupazione, portata avanti nella regione e in centro Africa da Francia, Italia e Stati Uniti innanzi tutto, in continuità con le aggressioni militari degli USA al tempo della presidenza Obama in Libia e Somalia, passava del tutto inosservata.</p>
<p><strong>In controtendenza rispetto all’Occidente e alla stessa Cina</strong>, l’Africa è un continente in forte crescita demografica e con una accelerazione dei processi di urbanizzazione che segue una crescita di produttività e del PIL, che seppure disomogenea e rallentata rispetto a quella registrata nel decennio 2000-2010, conferma le potenzialità produttive di gran parte del continente. Una crescita trainata dalle tre principali economie Africane: Sud Africa, Egitto e Nigeria, che si fanno volano rispettivamente per le regioni del Corno D’Africa e dell’Etiopia, per l’area delle colonie ex Britanniche e Francesi nel West Africa e per parte del centro Africa (Congo e Kenya). Dunque una possibilità per la valorizzazione dei capitali dettata dalla crescita dei volumi della domanda di merci e macchinari in varie aree del continente Africano. Mentre in altre aree, alla liberazione Africana dal colonialismo imperialista è succeduta solamente la barbarie dei piani di ristrutturazione del debito e/o del credito imposti dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, che hanno aperto una dinamica sociale ed economica disgregativa, manifestando il fallimento drammatico dell’uscita reale dall’oppressione coloniale e dalla dominazione imperialista. Una ferita aperta il cui pus determinato è rappresentato dalle guerre etniche e dall’emergere di quelle consorterie economiche locali – rappresentati anche in parte dal Jihadismo <em>subsahariano</em> – che non vanno oltre l’espressione di interessi capitalistici di tipo corporativo.</p>
<p>Ed è in questa fascia più <em>fragile</em> rappresentata dai 5 stati del Sahel che Francia, Italia, EU e Stati Uniti avevano avviato la propria strategia tendente realizzare un cavallo di troia per la ripresa del controllo più ferreo del continente conteso dalla Cina: le missioni militari per combattere l’emergere delle formazioni Jihadiste. Gli obiettivi reali manco a dirlo sono essenzialmente tre:</p>
<ul>
<li>le materie prime dell’Africa che abbondano anche nelle aree più depresse (metalli rari, uranio, petrolio – recentemente scoperto in Mali);</li>
<li>appropriarsi delle terre fertili del Centro Africa e della fascia subsahariana, trasformando la campagna della savana in un indotto agro intensivo per il rifornimento delle nuove centrali elettriche in progettazione basate sulle <em>biomasse</em> <em>(agro-hub)</em>, che copriranno la crescita della domanda di energia elettrica che l’aumento della capacità produttività Africana richiede; una energia, dunque, “pulita” e “de-carbonizzata”, ma decisamente rapace, che comprometterà velocemente, ne siamo certi, la fertilità del suolo della savana Saheliana compromettendone per sempre la possibilità della coltivazione attraverso le sementi locali;</li>
<li>governare la nuova tratta degli schiavi Africani attraverso la rete delle ONG europee e italiane che proliferano nella regione del Sahel, e che trova uno snodo principale lungo la direttrice che attraversa Agadez nel centro del Niger e che collega la Nigeria e il West Africa con l’Algeria e la Libia attraversando il Niger e il Sahel.</li>
</ul>
<p>In sostanza una presenza militare che diviene necessaria per vincere la concorrenza delle multinazionali della Cina, degli Emirati Arabi, Sauditi e dell’India che si sono affiancate all’Occidente nella nuova forma storica del colonialismo e del saccheggio Africano: il <em>land grabbing</em>. Un fenomeno in continua progressione dal 2008, dove rappresentanti di interessi locali o governanti messi su da potentati economici stranieri concedono in affitto migliaia di ettari a multinazionali straniere al costo medio di 2 Euro l’anno per ettaro di terreno, che per fare profitto sfruttano al massimo le risorse della terra. Già si stimava che nel 2016 fossero almeno 20 milioni gli ettari sottratti mediante esproprio alle popolazioni Africane locali attraverso circa 456 contratti di leasing dalla durata che può variare dai 70 ai 99 anni. La legge storica della produzione del valore non può che essere ineguale: le popolazioni in <em>eccesso</em> sono sfrattate dai nuovi padroni o sono costrette a lasciare le terre dove vivono perché trasformate in discariche dall’agrobusiness e migrano nei centri urbani; la produzione intensiva agricola è per l’esportazione per soddisfare il consumo alimentare dei paesi ricchi o per la produzione di massa di biocarburanti mentre regredisce l’autosufficienza alimentare dell’Africa e si compromette la fertilità del suolo, la biodiversità e l’ambiente.</p>
<p>Sicuramente le nazioni del Sahel sono tra le più economicamente fragili e quindi più esposte agli effetti della disgregazione sociale innescata dai devastanti piani di ristrutturazione del debito del FMI degli anni ’90. Al comando dei vari governi si sono succeduti sicuramente rappresentanti di consorterie economiche che non potevano che allinearsi all’offensiva neo coloniale in Africa e essere comprati con quattro spicci dall’Occidente, ma senza mai ottenere in cambio alcuna capacità materiale di porre freno alla decomposizione di quei tessuti unitari statuali risultati dal colonialismo e post colonialismo. Quanto a lungo poteva durare questa ridiscesa vero gli inferi per l’Africa subsahariana?</p>
<p>I fatti recenti dimostrano che i popoli del Sahel hanno iniziato ad annusare che il tutorato Occidentale nel combattere le formazioni Jihadiste è la medicina peggiore del male, è appunto quel cavallo di troia utile per la loro ri-sottomissione neo coloniale, che diviene sempre più urgente in quanto l’Africa rischia di sfuggire di mano all’Occidente stesso proprio a causa di una crisi generale del valore che lo espone alla concorrenza con l’Oriente, la Cina e ne evidenzia il declino.</p>
<p>Infatti, dopo nemmeno un anno dall’avvio coordinato Francia – Italia dell’operazione militare <em>barkhane </em>nel Sahel<em>, </em>dalla Guinea e soprattutto dal Mali e dal Burkina Faso è iniziata una rapida presa a pedate degli Europei, che si sta realizzando attraverso l’unico mezzo possibile stante le condizioni materiali di partenza e la nullità del movimento dei lavoratori in Occidente: un colpo di mano militare di qualche battaglione di fanteria, ma col sostegno diffuso e attivo di larghissimi strati delle popolazioni lavoratrici delle città e delle campagne, la cui miseria e sfruttamento combinata con le potenzialità della crescita produttiva dell’Africa sta precipitando un rinnovato sentimento crescente anti Francese e anti neo coloniale tout court.</p>
<p>A fine gennaio 2022 il governo militare del Mali espelle con preavviso di 72 ore l’ambasciatore Francese e poco dopo nel febbraio le truppe Francesi presenti fin dal 2013 senza soluzione di continuità sono costrette a lasciare il paese. Il tutto avviene con continue manifestazioni popolari anti francesi. Il 30 settembre 2022 un ignoto Capitano di una un battaglione di artiglieria dell’Esercito del Burkina Faso, il 34 enne Ibrahim Traoré, destituisce il presidente in carica e assume il potere nel nuovo <em>Governo di Transizione</em>, denuncia la presenza militare e gli interessi neo coloniali francesi in West Africa, rompe gli accordi bilaterali di collaborazione militare con la stessa, che si troverà infine costretta a ritirare le sue truppe definitivamente nel febbraio del 2023. E ora il Niger. In ognuno di questi momenti le strade si sono riempite di manifestanti e di sentimento anti-francese e di sostegno militante diffuso alle giunte militari salite al potere.</p>
<p>È questo il fatto straordinario di rilevanza storica: dal 1990-91 sono trascorsi solo 32 anni, meno dell’età del giovane comandante di cui sopra, e l’Occidente è in braghe di tela rispetto a Desert Storm, di quando seppe far accodare alle sue pretese sotto le bandiere dell’Onu e compiere quell’infame massacro in Iraq. I tempi sono drammaticamente cambiati e l’Occidente oltre a blaterare minacce sente mancare la terra sotto i piedi. Non solo non è più visto come il faro della civiltà e delle libertà, ma viene preso a calci nel sedere nel centro di quel continente che per secoli è stato trattato in modo schiavistico.</p>
<p>Il cadenzare degli eventi di una fascia importante dell’Africa che vede gli Europei occidentali ingolfarsi tra le dune del deserto e la foresta della savana, descrive una dinamica tutt’altro che “golpista” e di scontro tra gruppi di interessi economici corporativi per il potere. Dietro ogni momento emblematico di questa cacciata degli Europei dal Sahel c’è una materialità di una insopprimibile necessità che emerge dal profondo: la potenzialità di crescita della produttività in Africa e la crisi di un modo di produzione monista e della sua catena unitaria mondiale che indebolisce l’Occidente e mette l’Europa di fronte al suo canto del cigno. Questo sviluppo recente dell’Africa richiede macchinari per sviluppare la trasformazione delle sue ricche risorse e l’Occidente non li produce più di suo, perché per ovviare alla lunga crisi di valore ha dovuto delocalizzare le produzioni principali in Asia e in Cina, quindi le masse Africane per necessità sono sospinte a guardare verso l’Oriente e verso la Cina per sviluppare l’economia di mercato e sfamare le bocche. Le masse povere e lavoratrici, delle campagne e delle città hanno i telefonini ma hanno problemi di sussistenza, di protezione dalla disgregazione sociale come effetto del fallimento post coloniale e non vogliono essere espropriati dalle loro terre per dar luogo ai munifici progetti delle multinazionali straniere. Le nuove tecnologie usate per lo sviluppo delle reti mobili, internet e delle infrastrutture digitali, necessarie per la circolazione del valore e lo sviluppo del business all’interno della catena mondiale della produzione del valore, sono prevalentemente made in Cina e made in India, sono corporate quali Huawei e Tata Telecommunications che scalzano i colossi delle TLC multinazionali Europee, Britanniche e Nord Americane. Non è dunque un caso che anche gli interessi borghesi, finanche quelli più corporativi, siano attratti da un moto profondo a <em>tradire gli alleati</em> Occidentali per necessità. Gli Stati Uniti hanno investito più di 500 milioni di dollari dal 2012 in Niger per la cosiddetta “sicurezza”, poca cosa e insufficiente a fidelizzare a sé quel pugno di ufficiali dell’Esercito Nigerino ora trascinati nel vortice del moto ribelle Saheliano.</p>
<p>Molti paesi dell’Africa, in particolare il Sud Africa, avevano già fatto capire a chiare lettere di non avere alcuna intenzione di schierarsi con l’Occidente contro la Russia e rimanere neutrali nella guerra condotta in Ucraina (nei voti delle risoluzioni ONU e nell’infruttuosa missione Africana di Blinken la scorsa estate), perché la merce che l’Occidente produce, per via della crisi, si riduce a un logo o a uno slogan di marketing. D’altro canto l’Africa non ha mai conosciuto il colonialismo da parte Russa e le mobilitazioni popolari nel Sahel guardano ad essa con uno sguardo completamente diverso rispetto al secolo scorso.</p>
<p>Appare dunque chiaro che definire “colpo di Stato” la presa del potere dei militari in Mali, in Burkina Faso e in Niger, col sostegno popolare è tutt’altra cosa dai colpi di Stato diretti e organizzati dall’Occidente e chi avanza questa tesi lo fa per opportunismo eurocentrico accondiscendente all’imperialismo di casa propria. Che poi la favola democratica venga data da bere anche ai rimasugli della sinistra che fu, beh, pazienza, fessi erano prima e tali restano. Ci sono stati addirittura “fior di teorici” di sinistra, che definirono “Colpo di Stato” anche la rivoluzione russa del 1917. Viceversa, la straordinaria mobilitazione popolare sostiene le attuali giunte militari proprio perché hanno deposto dei presidenti “democraticamente” eletti, ovvero messi lì al potere da potentati economici Occidentali.</p>
<p>Stiamo assistendo a un ribollire generale dell’Africa, che non potrà consolidarsi nel solco del pan africanismo degli anni ’60, ossia nella prospettiva di sviluppare la produzione del valore e relazioni di scambio eque tra le nazioni Africane. Quella possibilità storica è stata definitivamente sconfitta ai tempi di Lumumba in una fase ascendente dell’accumulazione mondiale e del mercato, non può trovare spazio all’oggi quando la crisi mondiale inizia a mordere anche la Cina e l’Oriente. Il suo riemergere fuori dal tempo è l’altra faccia della crisi generale di un modo di produzione unitario, che indebolisce l’Occidente mentre si guarda riflesso attraverso lo specchio dei fatti Saheliani e si confronta con la propria debolezza e il proprio inesorabile declino. Se in questo riflesso materiale le masse lavoratrici dell’Africa e del Sahel guardano alla Russia, questo appunto avviene perché l’Occidente ha sempre meno la capacità di realizzare quel rapporto di scambio combinato e predatorio utile a legare pro domo propria gli interessi frammentati capitalistici Africani autoctoni.</p>
<p>E’ il processo della rivoluzione in marcia <strong>ancora dai connotati confusi</strong> – e non potrebbe essere altrimenti – che sta attraversando il Sahel e che rischia di contagiare il continente: un processo che origina da cause profonde e che inizia a determinare anche quelle personalità della storia che divengono riflesso agente della necessità di chiamare in causa il rapporto di un modo di produzione con le risorse della natura e le relazioni di scambio con gli altri popoli dal punto di vista delle necessità dello sviluppo dell’Africa e delle sue masse lavoratrici sfruttate. Il tutto non può che avvenire lungo il solco determinato dal passato storico e dalle condizioni materiali dell’oggi.</p>
<p>Pochi giorni fa Ibrahim Traoré, presidente del Burkina Faso, dalla platea del <em>Summit Russia Africa </em>di San Pietroburgo, rivolgendosi all’intero continente Africano, constata che “<em>la mia generazione si pone mille e una domande. Ma non troviamo una risposta</em>“. Come mai, si domanda il giovane neo presidente, il continente Africano, benché ricco di ogni ben di dio rimane il continente più povero e quello che soffre di più la fame? Perché i paesi del continente Africano non riescono a realizzare quella trasformazione in loco delle materie prime che l’Africa possiede, dimostrandosi incapaci di realizzare quelle relazioni solidali ed essere <em>auto sufficienti </em>e indipendenti dall’imperialismo? E’ un discorso breve di sette minuti, che già si sta diffondendo in Africa infiammando le nuove generazioni, perché ha chiamato in causa l’ininterrotta dominazione imperialista di gran parte del continente e la collusione con esso delle leadership degli Stati Africani:</p>
<p>«<em>La mia generazione mi ha incaricati di dirvi che, per la povertà, sono costretti ad attraversare il mare per raggiungere l’Europa. Muore nel mare, ma presto non attraverserà più il mare ma verrà nei nostri palazzi in Africa per reclamare il loro sostentamento quotidiano… Il vero grande problema è vedere i nostri capi di stato africani, che non portano a nulla ai loro popoli in lotta, cantare la stessa musica degli imperialisti. I nostri capi di stato africani devono smetterla di comportarsi come marionette..</em>»</p>
<p>A ben vedere il moto della ribellione contro l’occidente fa porre sul piatto il cuore della questione storica: l’imperialismo è riuscito a continuare il saccheggio dell’Africa, perché nella fase di continua espansione dell’accumulazione del valore gli ha consentito di comprare la formazione degli interessi economici emergenti locali, che hanno venduto le proprie risorse naturali e concesso lo sfruttamento delle materie prime dell’Africa. La crisi generale dell’accumulazione sta mettendo in crisi questa saldatura e gli sfruttati Africani guardano alla Russia non per il suo passato sovietico, ma alla Russia attuale che è posta nella condizione necessaria di essere anti occidentale per non retrocedere nello sviluppo capitalistico raggiunto anche essa a mera nazione produttrice di materie prime, e dunque come sostenitrice di un decisamente improbabile <em>multipolarismo capitalistico</em>.</p>
<p>Infatti, il presidente Putin è apparso palesemente a disagio di fronte alla netta denuncia pronunciata dal giovane leader Burkinabe nei confronti dei rappresentanti dei poteri economici e politici Africani verso cui la Russia si propone come polo attraente del multipolarismo capitalistico. Si tratta del ruolo impersonale cui è costretto a svolgere, perché la Russia ha necessità di esportare le materie prime che produce all’Africa per rafforzare la propria accumulazione di valore e da moderna nazione capitalistica è interessata agli affari.</p>
<p>In sostanza, se l’Europa e l’Occidente, dopo avere prosciugato per centinaia di anni un intero continente, per competere con la Cina nella contesa del saccheggio delle materie prime dell’Africa e dell’uso della forza lavoro africana a basso costo importata attraverso l’immigrazione, sono costretti a schierare le proprie forze militari per controbilanciare la penetrazione finanziaria della Cina (che da sola ha raggiunto una quota di investimenti che supera quella di Stati Uniti e Francia messi insieme), la Russia da moderna nazione capitalistica può solo far valere a proprio vantaggio la legge dello scambio diseguale tra paesi produttori di materie, che proprio dal land grabbing concesso all’Occidente e alla Cina dai compiacenti governi Africani è favorita. Basterebbe leggere le agende e i contenuti all’ordine del giorno discussi dai Summit o Forum bilaterali con i paesi Africani organizzati e voluti da Stati Uniti, Cina, Unione Europea e Russia per dedurre come le leggi di un modo di produzione mondiale monista e impersonale determinano le relazioni e i rapporti di dominio e forza differenti nei confronti dell’Africa da parte dei suddetti attori principali: i primi tre intorno allo sfruttamento delle terre, gli investimenti in grandi opere, il <em>land grabbing</em> e l’immigrazione; il quarto circa lo scambio delle rispettive produzioni di materie prime, con gli Stati “golpisti” anche a chiedere quegli aiuti militari che servono per proteggere l’integrità del mercato capitalistico locale per non esporsi all’occupazione militare occidentale.</p>
<p>Tant’è che il governo Russo già aveva preso le distanze dall’ultimo cosiddetto <em>colpo di mano militare</em> in Niger, pronunciandosi anche esso per la difesa dello stato di diritto e per il rispetto dell’ordine costituzionale, isolando sempre più il gruppo Wagner sempre meno libero – dopo il suo “ammutinamento” di qualche settimana fa – che per far valere i propri interessi corporativi e di “bottega”, gioca col fuoco del vortice della ribellione di una nuova generazione di africani contro il neo colonialismo. Mentre la Cina rimane silenziosa sperando in una rapida “normalizzazione” della situazione politica nell’intera area. <strong>[Nota 1]</strong></p>
<p>I fatti di questi giorni, dunque, non possono che farci dire senza alcun timore viva la cacciata in atto di tutte le forze Occidentali dal Sahel come momento pratico della Rivoluzione in marcia. Non siamo certi che i governi delle nazioni dell’ECOWAS del West Africa, allineati agli interessi vitali dei briganti ex colonialisti (di Francia e Gran Bretagna) e Occidentali saranno spinti a intervenire in Niger per interposta persona, se lo dovessero fare si tratterebbe di una nuova e ulteriore guerra di aggressione dell’Occidente contro l’intera Africa, per contenere il ribollire Africano e gli orizzonti della rivoluzione che iniziano a emerge confusi e caotici dal Burkina Faso, dal Mali e dal Niger. Con quali risvolti certi favorevoli per l’Occidente è piuttosto dubbio.</p>
<p>Il comunismo come necessità storica non potrà che emergere attraverso le pieghe del caos generale di una crisi inarrestabile: il risveglio della ribellione del continente Africano all’ordine combinato e diseguale del capitalismo mondiale è già di per sé un momento decisivo di questo processo rivoluzionario, che si dà ad ondate discontinue e diviene un incubo per i sostenitori del modo di produzione capitalistico e che farà bruciare le mani anche agli apprendisti stregoni.</p>
<hr />
<h6><strong>Nota [1]</strong></h6>
<h6>La storia ha un linguaggio parlato e uno “muto”, ovvero di quel che non viene detto per motivazioni profonde: ci vogliamo riferire al silenzio sulla Cina da parte delle popolazioni del Sahel contrariamente alle simpatie verso la Russia di Putin. I paesi africani stanno pagando in questa fase anche lo scotto del saccheggio operato da parte dell’invadenza della Cina con i suoi tassi di sviluppo degli ultimi 40 anni. Tant’è che la Cina negli ultimi anni sta realizzando diversi accordi bilaterali con vari paesi Africani per importare mano d’opera a basso costo per la grande manifattura Cinese e quindi ridurre il valore del salario medio cinese. Al tempo stesso l’Africa negli ultimi decenni assiste ad una immigrazione Cinese contraria fatta di imprenditori, commercianti e operai legata ai progetti infrastrutturali necessari per lo scopo dichiarato di delocalizzare parte delle lavorazioni cinesi proprio in Est Africa. A Luanda, molti lavoratori Angolani ritengono che gli operai Cinesi siano costretti ai lavori forzati, ma nonostante questo vedono il realizzarsi dei lavori a tempo di record, tra cui il rifacimento completo delle linee ferroviarie. In poco tempo, operai africani e operai importati dalla Cina rinnovano completamente le linee ferroviarie che collegano tra loro i vari porti dell’Africa orientale, linee che ancora risalgono ai tempi del colonialismo e di inizio XX secolo. Tutto questo genera quel “fascino tutto proprio” dello sviluppo parossistico dell’industrialismo. E i giovani dell’Africa dell’Est guardano ai Cinesi come “sfruttatori”, “truffatori”, ma “comunque meglio degli Europei che hanno solo combinato disastri”.</h6>
<p><em><strong>Sinistrainrete</strong></em></p>
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		<title>Macron e la guerra civile in Francia</title>
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		<pubDate>Thu, 18 May 2023 17:35:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Macron e la guerra civile in Francia Nell’articolo che pubblichiamo, i quattro autori ricostruiscono la parabola di Macron all’interno del più ampio contesto di imposizione della «rivoluzione neoliberista» in Francia, di cui il Presidente francese è espressione. La peculiarità del macronismo, ci dicono gli autori, è «quella di radicalizzare la logica neoliberista nel momento sbagliato, [...]]]></description>
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<h1 data-hook="post-title"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/05/macron-elezioni-francesi.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8509" title="macron-elezioni-francesi" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/05/macron-elezioni-francesi-300x171.jpg" alt="" width="300" height="171" /></a></h1>
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<h1 data-hook="post-title">Macron e la guerra civile in Francia</h1>
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<p id="viewer-5n0lu"><em>Nell’articolo che pubblichiamo, i quattro autori ricostruiscono la parabola di Macron all’interno del più ampio contesto di imposizione della «rivoluzione neoliberista» in Francia, di cui il Presidente francese è espressione. La peculiarità del macronismo, ci dicono gli autori, è «quella di radicalizzare la logica neoliberista nel momento sbagliato, in un periodo in cui tutti i segnali sociali, politici ed ecologici sono in rosso, così da non poter che aggravare tutte le crisi latenti o aperte.</em></p>
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<p id="viewer-6rjrk"><em>A settembre è prevista l’uscita per DeriveApprodi di «Dominare», l’ultimo testo scritto da Dardot e Laval.</em></p>
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<p id="viewer-5akl0"><em>L’articolo è la traduzione italiana di: </em><a href="https://diacritik.com/2023/05/01/pierre-dardot-haud-gueguen-christian-laval-et-pierre-sauvetre-macron-et-la-guerre-civile-en-france/" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer"><em><span style="text-decoration: underline;">https://diacritik.com/2023/05/01/pierre-dardot-haud-gueguen-christian-laval-et-pierre-sauvetre-macron-et-la-guerre-civile-en-france/</span></em></a></p>
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<p id="viewer-3plcf">La recente approvazione forzata della riforma delle pensioni non è avvenuta senza critiche. Di Macron si dice quanto sia egoista, arrogante e tutt&#8217;altro che intelligente. Ma dimentichiamo che è l&#8217;uomo giusto, la cui funzione storica oggi è quella di portare avanti un progetto che va al di là della sua persona. È infatti necessario uscire dalla piccola analisi «psicologica» per considerare con obiettività una politica che, per quanto brutale e a volte tragicamente irrazionale, ha un significato preciso nella storia delle nostre società. Le caratteristiche personali e persino sociologiche di un individuo contano ovviamente, ma solo per aver fatto di Macron questo «signore della guerra» che ammiriamo o odiamo. L&#8217;odio, persino la rabbia, che egli ispira in molti, si spiega con l’astuzia delle motivazioni e gli effetti delle sue azioni politiche. Certamente Macron non è Napoleone, e nemmeno Putin. Questa guerra non mobilita aerei o carri armati, è silenziosa, diffusa, a lungo termine, politica e di polizia, ideologica e di bilancio, parlamentare e fiscale. Non è diretta contro un nemico esterno, ma prende di mira la popolazione, e spesso e volentieri la sua parte più povera: quella dei dipendenti subordinati e degli impiegati nei lavori più duri. Indebolisce, distorce e distrugge, quando le circostanze e i rapporti di forza lo consentono, tutto ciò che potrebbe opporsi al grande progetto di una «società fluida» idealmente fatta di imprenditori innovativi, di giovani che sognano miliardi e di una massa di individui che devono contare solo su sé stessi per sopravvivere nel mezzo di una concorrenza diffusa. Tuttavia, il programma con cui Macron è stato eletto nel 2017, che prometteva una «rivoluzione», non deve essere preso alla leggera. Questo era il titolo del libro della sua campagna elettorale che, contrariamente a quanto si è detto, non era solo una piccola operazione di marketing. Questa rivoluzione dall&#8217;alto è quella dei leader, degli oligarchi locali, degli economisti mainstream e degli editorialisti attuali. In una parola, questa annunciata rivoluzione neoliberista è ancora, e più che mai, all&#8217;ordine del giorno.</p>
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<p id="viewer-e59lp">Sia chiaro, Macron non ha inventato nulla, è l&#8217;attore di uno scenario che sta dispiegando i suoi effetti da molto tempo. Di particolare vi è solo una carriera politica «fuori dagli schemi» sufficientemente «dirompente» da non preoccuparsi delle forme elementari di democrazia, del dialogo sociale e tantomeno della legalità quando, ad esempio, deve difendere <em>manu militari</em> progetti «ecocidi» sospesi dai tribunali, come nel caso di molti «mega-bacini». Macron è il «trasgressivo» e il «brutale» necessario per accelerare il processo di profonda trasformazione della società, proprio nel momento in cui sarebbe stato molto più urgente riflettere «responsabilmente» dei risvolti che questa ha sul versante dell’ecologia e della politica.</p>
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<p id="viewer-7e2ri">L&#8217;impasse dell&#8217;attuale governo è spesso spiegata con l&#8217;uso di mezzi poco conformi al liberalismo politico. Ora, nel paese, si parla di quanto sia opportuno che la Costituzione della Quinta Repubblica possa offrire al Presidente una serie di procedure per aggirare sia il Parlamento che l&#8217;opinione pubblica. Che egli le usi e ne abusi, indebolendo così una cosiddetta democrazia rappresentativa già ben scossa, è cosa conosciuta, ma queste forme di brutalizzazione non bastano a caratterizzare il senso dell&#8217;azione stessa. In altre parole, l’articolo 49.3 è solo l&#8217;arma generica di una guerra più specifica, come lo sono le forze di polizia e il loro uso smodato della violenza.</p>
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<p id="viewer-ftln6">Alcuni hanno erroneamente ritenuto che il neoliberismo fosse solo una dottrina sufficientemente eterogenea o incoerente da non destare troppa preoccupazione. Altri hanno pensato che questa dottrina fosse già stata consegnata alla pattumiera, insieme alle politiche e ai modi di governo che in essa trovano la loro razionalità, come se bastasse constatare i suoi effetti catastrofici sulla natura e sulla società per liberarsene definitivamente. Tanti errori di analisi accumulati, che hanno portato ad altrettanta confusione. Urge comprendere come il neoliberismo sia una dottrina della guerra civile, nel senso in cui Michel Foucault sosteneva, in termini di metodo di analisi del potere, quando affermava che «la guerra civile è la matrice di tutte le lotte di potere, di tutte le strategie di potere» (Michel Foucault, <em>La société punitive</em>. Cours au Collège de France, 1972-1973, EHESS-Gallimard-Seuil, 2013, p. 15). L’attuale governo ne è perfettamente conscio, dato che ricorre agli strumenti della guerra civile in maniera consapevole e sistematica, accusando i vari «nemici della Repubblica» di esserne responsabili, in un ribaltamento che ha tutte le caratteristiche della negazione.</p>
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<div id="viewer-6m226"><strong>Paura della democrazia</strong></div>
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<p id="viewer-d7mar">Il neoliberismo &#8211; dottrina cui Édouard Philippe si è riferito nel 2019 davanti all&#8217;Autorità francese per la concorrenza, rendendo omaggio a uno dei suoi principali fondatori, Friedrich Hayek, e alla sua concezione dello Stato come custode legale di una concorrenza economica efficiente &#8211; è nato a cavallo degli anni Trenta con l&#8217;obiettivo di stabilire un ordine politico saldo e coerente che proteggesse la proprietà privata e garantisse scambi di mercato competitivi &#8211; le «libertà economiche». Il liberalismo doveva essere «rinnovato» facendo dello Stato la membrana protettiva della concorrenza di mercato, perché la politica del laissez-faire dei liberali classici e la loro dottrina dello Stato minimo non erano bastati a proteggere il mercato dal potente e pericoloso desiderio di uguaglianza delle masse. Fin dall&#8217;inizio, i sostenitori del neoliberismo hanno quindi identificato esplicitamente il problema principale che minacciava il loro progetto di rendere il mercato più fluido attraverso lo Stato: la democrazia, che rischia sempre di mettere in pericolo le libertà economiche. La loro strategia politica, radicata in una demofobia profondamente reazionaria, è rimasta invariata da Hayek a oggi. Consiste nel contenere, neutralizzare o distruggere tutte le forze che attaccano gli interessi economici privati e il principio della concorrenza, rivendicando la giustizia sociale come un mito.</p>
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<p id="viewer-73vs">Tra queste forze, in prima linea troviamo i sindacati, l&#8217;opposizione «collettivista», i movimenti sociali, le maggioranze elettorali «manipolate dai demagoghi». I dottrinari neoliberisti hanno dedicato innumerevoli pagine a immaginare modi per tenere al cappio la democrazia, non esitando a chiedere un diritto di eccezione che desse al governo pieni poteri sugli organi parlamentari- a tal punto che uno di loro, Alexander Rüstow, parlava di «dittatura nei limiti della democrazia». Altri si sono spinti a sottolineare l&#8217;utilità della violenza fascista per salvare la «civiltà europea» dalla «barbarie» socialista (Ludwig von Mises). A seconda delle circostanze sono praticabili anche altre vie più «legali», come ad esempio l&#8217;istituzione di una «costituzione economica» che consenta di sancire per legge tutte le condizioni di un&#8217;economia capitalista così che queste siano al sicuro dalle scelte politiche e dalla volontà popolare. Tutto deve essere fatto per sconfiggere lo «Stato sociale», un «frutto marcio» secondo Wilhelm Röpke. Al posto di questo Stato sociale, bisogna costruire e difendere uno «Stato forte», che egli definiva come «uno Stato totalmente indipendente e vigoroso, non indebolito da autorità pluraliste corporative».</p>
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<div id="viewer-c4ku0"><strong>Una guerra che non finisce mai</strong></div>
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<p id="viewer-fg6on">Ma è legittimo parlare di «guerra civile» per descrivere l&#8217;instaurazione dello Stato forte neoliberale contro forze sociali e politiche ostili al capitalismo o semplicemente desiderose di maggiore uguaglianza e solidarietà?</p>
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<p id="viewer-9i2tq">A questo proposito, la storia non mente quando si ripete con tale regolarità. Già nel 1927, Mises applaudì a Vienna quando, per reprimere una manifestazione di lavoratori, i poteri d’eccezione conferiti alla polizia causarono 89 morti. I tre «premi Nobel per l&#8217;economia», Friedrich Hayek, Milton Friedman e James Buchanan, si riunirono alla Mont Pelerin Society nel 1981 per celebrare la dittatura di Pinochet al culmine della sua repressione. Röpke sostenne l&#8217;apartheid in Sudafrica, mentre Hayek inviò una copia del suo libro <em>La Costituzione della libertà</em> al dittatore portoghese Salazar per, si legge nella lettera di accompagnamento, «assisterlo nei suoi sforzi di concepire una costituzione protetta dagli abusi della democrazia». La Thatcher, che era in corrispondenza con Hayek, fece di <em>La Costituzione della libertà </em>il libro di fede del Partito Conservatore: represse militarmente lo sciopero dei minatori, che causò tre morti e più di 20.000 feriti, e affrontò duramente le rivolte urbane dei neri e degli indo-pakistani, lasciando che l&#8217;estrema destra si scatenasse. Come governatore della California alla fine degli anni Settanta, Reagan introdusse l&#8217;obbligo di pagare le tasse scolastiche e la repressione del movimento studentesco da parte della Guardia Nazionale della California causò un morto. Nel suo primo discorso da presidente al Partito Repubblicano dopo la vittoria del 1981, ringraziò Hayek, Friedman e Mises, tra gli altri, per «il loro ruolo nel [suo] successo». «La guerra civile abita, attraversa, anima, investe il potere da tutte le parti», scriveva Foucault, «ne abbiamo proprio i segni sotto forma di questa sorveglianza, di questa minaccia, di questa detenzione della forza armata, insomma di tutti gli strumenti di coercizione che il potere effettivamente costituito si dà per esercitarlo» (Ivi, p. 33).</p>
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<p id="viewer-7lejv">Nel lungo periodo tuttavia &#8211; se non ad eccezione delle classi pro-business che la trovano sempre redditizia &#8211; l&#8217;imposizione dell&#8217;ordine di mercato attraverso la neutralizzazione o la distruzione della democrazia non può essere sostenuta dalla società. Per questo motivo è essenziale per la politica di guerra civile una strategia della discordia e la creazione di nemici responsabili del caos. L’idea della guerra civile, infatti, scatena una battaglia culturale e mediatica che lo Stato cerca di controllare a tutti i costi, e raccoglie quindi attorno al potere la coalizione sociale di coloro che si schierano contro il nemico sociale designato. Per i neoliberali, tutti i critici della «civiltà capitalista» rientrano nella categoria del nemico: negli anni Venti, Mises vedeva la Russia sovietica come un «popolo barbaro»; negli anni Quaranta, Röpke vedeva i lavoratori come «barbari invasori della propria nazione»; e alla fine degli anni Cinquanta, equiparava i neri in Sudafrica ad una «schiacciante maggioranza di barbari neri». Negli anni &#8217;80, Hayek definì gli studenti manifestanti degli anni &#8217;70 «barbari non addomesticati» e Buchanan li chiamò «nuovi barbari», mentre la Thatcher si riferì ai sindacati dei minatori come al «nemico interno».</p>
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<div data-hook="rcv-block23"><strong>Macronismo o forma convulsa del neoliberismo</strong></div>
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<p id="viewer-b930i">Il neoliberismo possiede un carattere intrinsecamente autoritario che non possiamo permetterci di trascurare. La formula di Hayek: «Preferisco un dittatore liberale a una democrazia senza liberalismo» riassume l&#8217;atteggiamento neoliberale nei confronti della democrazia: accettabile quando è innocua, deve essere negata in un modo o nell&#8217;altro, anche con i mezzi più violenti, quando minaccia il diritto illimitato del capitale.</p>
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<p id="viewer-e4dig">Il macronismo, quindi, non è violento per caso o per fortuna. È una delle forme politiche che il neoliberismo può assumere perché in linea con la sua strategia di neutralizzazione del potere decisionale collettivo quando questo si oppone alla logica del mercato e del capitale. La sua peculiarità storica è quella di radicalizzare la logica neoliberista nel momento sbagliato, in un periodo in cui tutti i segnali sociali, politici ed ecologici sono in rosso, così da non poter che aggravare tutte le crisi latenti o aperte. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l&#8217;irrigidimento convulso di Macron sta generando una resistenza massiccia e determinata da parte della società.</p>
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<p id="viewer-fu69k">Chi ha interpretato il neoliberismo di Macron come una terza via moderata, a distanza dall&#8217;ultraliberismo e dal socialismo, si è sbagliato di grosso. E chi pensava che fosse un&#8217;alternativa all&#8217;estrema destra ha portato l&#8217;illusione al suo apice. Da questo punto di vista, il macronismo non ne è un baluardo, ma un trampolino di lancio, per due motivi: perché accentua e amplia il risentimento contro le élite e le istituzioni; perché utilizza metodi, in particolare la violenza della polizia, che non sarebbero fuori luogo nel quadro di quello che viene pudicamente chiamato «illiberalismo». Basta ascoltare un Ministro degli Interni come Gérald Darmanin per rendersi conto dell&#8217;ibridazione in atto tra macronismo ed estrema destra.</p>
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<p id="viewer-dl7k0">Macron ritiene che farsi difensore dell&#8217;«ordine repubblicano» sia utile alla causa propria, e pensa persino che sia intelligente paragonare i manifestanti contro la riforma delle pensioni all&#8217;estrema destra trumpiana che prende d&#8217;assalto il Campidoglio oppure opporre i «disordini» della «folla» alla «legittimità del popolo che si esprime attraverso i suoi rappresentanti eletti». Il ragionamento è tanto semplice quanto sofistico: tutto ciò che il governo ordina o decide di proteggere è, per questo stesso fatto, legittimo e democratico, anche quando ricorre agli articoli 47.1, 44.3 o 49.3 per abbreviare il dibattito parlamentare. E, viceversa, tutti coloro che osano manifestare la loro opposizione al governo in nome di valori democratici, ecologici o redistributivi si trovano accusati non solo di illegalità, ma anche di illegittimità e persino di neofascismo non dichiarato. Abbiamo assistito a un&#8217;operazione retorica simile contro i Gilet Gialli, già paragonati alle leghe del 1934.</p>
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<p id="viewer-cp54i">Denunciare «fazioni e fazionisti» non ha altro significato se non quello di fabbricare il nemico all&#8217;interno della società stessa, nella consolidata tradizione degli scrittori neoliberali. Questo è un aspetto essenziale e la molla di ogni guerra civile. Con il neoliberismo contemporaneo, questa creazione del nemico prende di mira tutti coloro che, attraverso le loro pratiche, le loro forme di vita o le loro lotte, sembrano minacciare la logica normativa del mercato o la presunta unità indivisibile dello Stato. Nel corso del caotico Macronismo, abbiamo assistito alla continua invenzione di categorie di nemici a seconda delle circostanze, che si tratti di «populismo», «islamosinistra», non-mescolanza, teoria del genere, «separatismo», «comunitarismo», «postcolonialismo», «wokismo», «decostruzionismo» o «terrorismo intellettuale». Con la decisione di sciogliere «Les Soulèvements de la Terre», che difendeva un modello di agricoltura non produttivista a Sainte-Soline, sono ora i termini «eco-terrorismo» e «ultra-sinistra» a essere sistematicamente utilizzati per neutralizzare qualsiasi critica all&#8217;ecologia di mercato di Macron. I vantaggi di questa vertigine denunciatoria non possono essere sottovalutati. Questa ha infatti l&#8217;immenso interesse di costituire coloro che denunciano le varie forme di disuguaglianza e di predazione come nemici della Repubblica, e quindi di mantenere la fiducia nella funzione pacificatrice dello Stato. Lo si fa proprio attraverso un’operazione di negazione della guerra condotta dallo Stato stesso contro gli oppositori dell&#8217;ordine neoliberale.</p>
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<p id="viewer-2lhj4">In una situazione come la nostra possiamo quindi osservare cosa c&#8217;è di decisivo nell&#8217;invito di Foucault: trarre quindi una considerazione del potere &#8211; tra cui quello neoliberale &#8211; a partire da uno sguardo di matrice: la guerra civile. Questo sguardo ci permette di non cedere all&#8217;illusione che la funzione dello Stato sia, in sostanza, quella di armonizzare le differenze e i punti di vista attraverso un «dialogo» il più possibile razionale tra i «partner», ma piuttosto di considerarlo come un attore principale a capo della guerra civile. Un’analisi di questo tipo ci permette anche di misurare appieno la portata delle attuali mobilitazioni, portando alla luce la profonda coerenza che lega la politica regressiva dello Stato sociale e la politica ecocida di Macron.</p>
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<p id="viewer-esqu2">Dietro il «caos» che Macron ha scatenato, è necessario individuare l&#8217;altro mondo che i «fazionisti» portano dentro di sé. In che modo oggi la difesa di una vita dignitosa per i lavoratori anziani e i futuri pensionati o la difesa della natura contro i progetti distruttivi offrono una rara forza di coalizione? Ad ogni modo, in fin dei conti si tratta di pretendere una vita desiderabile e un mondo abitabile. E questo desiderio e questa abitabilità sono inconciliabili con la subordinazione della vita e il dominio del mondo da parte del capitale e del suo Stato. Dovremo abituarci: la logica del comune e del capitale, di fronte all&#8217;urgenza delle crisi e all&#8217;irrigidimento neoliberista, appare inconciliabile ai più. È in questo senso che non c&#8217;è «dialogo» né «compromesso» possibile tra chi conduce la guerra civile e la grande massa della popolazione che ne è il bersaglio.</p>
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<div id="viewer-1mct6"><em><strong> Machina-DeriveApprodi</strong></em></div>
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<p id="viewer-a9j7m">Pierre Dardot, filosofo e docente, è autore, spesso insieme al collega Christian Laval, di saggi su Marx, Hegel e il capitalismo globale. Ha pubblicato per DeriveApprodi, insieme a Christian Laval: <em>La nuova ragione del mondo </em>(2013), <em>Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo</em> (2015), <em>Guerra alla democrazia</em> (2016), <em>Il potere ai soviet</em> (2017).</p>
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<p id="viewer-cqns7">Haud Guéguen è docente di filosofia presso il Conservatoire national des arts et métiers (Cnam). Ha pubblicato, con Pierre Dardot, Christian Laval e Pierre Sauvêtre, <em>Le Choix de la guerre civile. Une autre histoire du néolibéralisme</em> (Lux, 2021). Ha pubblicato <em>Les théories de la reconnaissance</em> con Guillaume Malochet nel 2012 e <em>La perspective du possible</em> con Laurent Jeanpierre nel 2022.</p>
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<p id="viewer-383qs"><a href="https://deriveapprodi.com/author/christian_laval/" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">Christian Laval, </a>sociologo, svolge attività di ricerca presso l’università di Parigi X. Dal 2004, anima insieme a Pierre Dardot il gruppo di ricerca «Question Marx».</p>
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<p id="viewer-d51op">Pierre Sauvêtre è professore di sociologia all&#8217;Università di Parigi-Nanterre. I suoi lavori si concentrano su neoliberismo, beni comuni, comunitarismo ed ecologia, sul pensiero di Michel Foucault e Murray Bookchin. È autore di F<em>oucault</em> (Ellipses, 2017) e, con Christian Laval e Ferhat Taylan, di <em>L&#8217;alternative du commun</em> (Hermann, 2019).</p>
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</article>
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		<title>Hic sunt leones</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jul 2022 16:16:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Hic sunt leones di Piero Pagliani &#160; &#160; 1. Un buon modo per smettere di sognare e cercare di vedere la realtà così com&#8217;è, è analizzare il ragionamento dell&#8217;avversario. Posto quindi che per decreto ministeriale è nostro avversario tutto ciò che non è “Occidente”, qualsiasi cosa ciò voglia dire, o non si assoggetta all&#8217;Occidente, [...]]]></description>
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<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories5/hicsuntleones.webp" alt="hicsuntleones" width="301" height="206" data-src="/images/stories/stories5/hicsuntleones.webp" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Hic sunt leones</h1>
<h3>di Piero Pagliani</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. Un buon modo per smettere di sognare e cercare di vedere la realtà così com&#8217;è, è analizzare il ragionamento dell&#8217;avversario. Posto quindi che per decreto ministeriale è nostro avversario tutto ciò che non è “Occidente”, qualsiasi cosa ciò voglia dire, o non si assoggetta all&#8217;Occidente, riporto brevi estratti di due analisi, una dal campo russo e l&#8217;altra da quello cinese [1].</p>
<p>Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, al Forum Economico di San Pietroburgo, il 17 giungo u. s.:</p>
<p>Gli Stati Uniti, dopo aver dichiarato la vittoria nella Guerra Fredda, si sono anche dichiarati messaggeri di Dio sulla terra, privi di obblighi, ma solo portatori di interessi che hanno dichiarato sacri. Non sembrano aver notato che sul pianeta si sono formati nuovi potenti e sempre più assertivi centri. Ognuno di essi sviluppa il proprio sistema politico e le istituzioni pubbliche secondo il proprio modello di crescita economica e, naturalmente, ha il diritto di proteggerli e di assicurare la sovranità nazionale… . I cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo sono basilari, cruciali e inesorabili. Ed è un errore credere che in un momento di cambiamenti così turbolenti si possa semplicemente tener duro o aspettare che passi finché tutto si rimette in riga e ritorna come prima. Perché non sarà così!</p>
<p>E ora la “Strategia dei tre cerchi” nelle parole di Cheng Yawen, dell&#8217;Istituto per le Relazioni Internazionali e Affari Pubblici dell&#8217;Università di Studi Internazionali di Shanghai:</p>
<p>Cento anni fa, i vertici del Partito Comunista Cinese proponevano la via rivoluzionaria “accerchiare le città partendo dalle campagne”. In questo momento di “cambiamenti senza precedenti”, la Cina e i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di interrompere l&#8217;ordine centro-periferia della contemporaneità e l&#8217;azione dei Paesi occidentali di prevenzione e repressione dei Paesi non occidentali, nonché di migliorare la solidarietà e la cooperazione nelle aree “rurali” globali.</p>
<p>L&#8217;emergere di un nuovo sistema globale e l&#8217;approfondimento della cooperazione Sud-Sud creeranno buone condizioni affinché la Cina entri a pieno titolo nell&#8217;economia e nella politica mondiali e mobiliti risorse globali per costruire un sistema internazionale a “tre anelli”, per risolvere le pressioni internazionali e sfondare [l'accerchiamento]&#8230; . [Il primo cerchio] è costituito dalle nazioni adiacenti alla Cina nell&#8217;Asia Orientale, nell&#8217;Asia Centrale e nel Medio Oriente; il secondo anello è il vasto numero di nazioni in via di sviluppo in Asia, Africa e America Latina; infine il terzo cerchio si estende fino alle tradizionali nazioni industrializzate, in primo luogo l&#8217;Europa e gli Stati Uniti.</p>
<p>Queste sono descrizioni realistiche delle tensioni generate dal <strong>caos sistemico</strong> attuale, inteso come situazione di <strong>trapasso da un ordine mondiale a (eventualmente) uno differente</strong>.</p>
<p>Questi momenti si sono succeduti diverse volte nei secoli passati, non sono in sé una novità. Ma siamo in presenza di importanti variazioni. Fino ad oggi essi coinvolgevano l&#8217;economia-mondo occidentale e il cambio di potenza egemone, esito finora inesorabile di ogni crisi sistemica, avveniva sempre all&#8217;interno dell&#8217;Occidente, mentre ora, e questa è la prima variazione, hanno voce in capitolo enormi potenze <strong>non occidentali</strong> dato che, e questa è una seconda variazione, mai come in questo caso l&#8217;economia-mondo investita dal cambiamento aveva raggiunto una dimensione così globale. Una terza notevole novità è che i due maggiori sfidanti dell&#8217;ordine <strong>monopolare</strong> statunitense non puntano a una sua sostituzione, bensì all&#8217;instaurazione di un mondo <strong>multipolare</strong>. Così almeno nelle loro dichiarazioni e così almeno come primo sbocco della <strong>crisi sistemica </strong>in corso [2].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. Ragionando sulla guerra in Ucraina mi sono però più volte chiesto se sia <strong>veramente possibile un mondo multipolare governato dalla logica dell&#8217;accumulazione</strong> e, parallelamente, mi chiedevo se lo scontro attuale tra USA e Federazione Russa avrebbe costretto Mosca a rivedere la propria politica economica che dall&#8217;implosione dell&#8217;URSS ad oggi era stata segnata dall&#8217;inseguimento del sogno neoliberista occidentale, anche dopo la fine, operata da Putin, della svendita della Russia agli interessi occidentali.</p>
<p>Una risposta corretta alle due domande è decisiva per iniziare ad orientarsi sul “che fare” durante il convulso periodo di transizione globale che ci aspetta. Perché dietro al dilemma che sembra più occupare la mente dei commentatori, “Chi vince e chi perde” c&#8217;è la questione più profonda: “Quale sistema vincerà e quale sistema perderà” e quella forse più profonda ancora: “Qual è la <em>Weltanschauung</em>, la visione del mondo, che si imporrà e qual è la <em>Weltanschauung </em>che si ritirerà”. E&#8217; in questi due ultimi dilemmi &#8211; e non certo in un&#8217;inesistente fragilità militare della Russia &#8211; che si intravede una possibile importante debolezza degli sfidanti dell&#8217;ordine monocentrico occidentale: questo, almeno per ora, è un sistema (economico, politico e culturale) ben definito, benché gli interessi non siano omogenei, e ha una <em>Weltanschauung</em> altrettanto definita e condivisa. Due cose che mancano, quasi per definizione, ai sostenitori dell&#8217;ordine multipolare. Putin lo sa quando afferma che «ognuno di essi sviluppa il proprio sistema politico, eccetera eccetera». Questo è “buon senso diplomatico”. Ma il suo riferimento successivo a differenti “modelli” di crescita economica può nascondere un <em>bias</em> analitico. Perché non esistono “modelli di sviluppo” differenti, ma solo rapporti sociali differenti. Quindi siamo di fronte a due problemi: il primo &#8211; che riguarda le <strong>probabilità di successo</strong> della sfida multipolare &#8211; è la disomogeneità politico-sociale-culturale dello schieramento (o del possibile schieramento) multipolarista, il secondo &#8211; che riguarda la <strong>possibilità di tenuta</strong> di un mondo multipolare &#8211; deriva dal fatto che il “modello” basato sull&#8217;accumulazione senza fine si fonda su un rapporto sociale (di classe) particolare che fa sì che, paradossalmente, questo “modello” non abbia un fine sociale. L&#8217;accumulazione è senza fine e senza <em>un</em> fine, se non il Potere. E ciò, come vedremo nel seguito, genera costantemente crisi e richiede politiche di espansione di potenza (attenzione: non è detto che siano quelle classiche dell&#8217;imperialismo occidentale e non mi sto riferendo qui alla cosiddetta “operazione militare speciale” russa in Ucraina, che è strumentale e non rientra in questo discorso che invece riguarda il “dopo”).</p>
<p>Quanto sopra esposto illustra sia la natura del progetto multipolarista &#8211; e la sua attrattiva per moltissimi Paesi &#8211; ma anche una debolezza che fa sì che nulla sia ancora scontato, nonostante Putin abbia ragione a sostenere, sempre a San Pietroburgo, che «[i] nostri colleghi [occidentali] non solo negano la realtà. Ma addirittura stanno tentando di invertire il corso della storia». <strong>La logica e la storia indicano effettivamente che il predominio occidentale è obsoleto e insostenibile (in ogni accezione e declinazione di questo termine). E, lo dico qui una volta per tutte, lo scontro Est-Ovest è dovuto all&#8217;indisponibilità dell&#8217;Occidente, per paura, incapacità, per smisurati orgoglio ed egoismo, a smettere di esercitare questo predominio. Tuttavia la logica e la storia non garantiscono che ci possa essere un ordine mondiale differente. Si potrebbe andare incontro a un disordine sistemico prolungato.</strong></p>
<p>Quanto sopra detto si raccorda alle nostre due domande iniziali.</p>
<p>Per capire il perché della prima bisogna far riferimento alla differenza, posta da Karl Polanyi, tra “società <em>di</em> mercato” e “società <em>con</em> mercato” o, analogamente, alla differenza, descritta da Fernand Braudel, tra l&#8217;economia materiale (che pertiene alla società in senso proprio) e l&#8217;economia capitalistica (che pertiene a particolari élite) che sottomette la prima. Un tipo di società che si basa sulla riproduzione, inter-statale e intra-statale, di ciò che ho cercato di inquadrare col concetto di “differenziali di sviluppo” (economici, politici, militari, finanziari) [3]. Concetto che collego all&#8217;osservazione di Hannah Arendt riguardo al <strong>rapporto indissolubile tra accumulazione infinita di ricchezza e accumulazione infinita di potere</strong>. Un potere che serve, appunto, a creare/mantenere i necessari differenziali.</p>
<p>Per capire la seconda domanda occorre invece rivolgersi al percorso storico che ha condotto l&#8217;Occidente a questo punto traumatico di svolta.</p>
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<p>3. Se, come direbbe Pierluigi Fagan, ci si ferma all&#8217;istantanea “aggredito-aggressore” del 24 febbraio scorso, come è obbligatorio fare per non essere ostracizzati o, a quanto sembra, essere addirittura “attenzionati” dai servizi segreti, è come vedere un film entrando a metà proiezione: è impossibile capire la trama. Non solo perché non si vede tutta la lunga preparazione e ricerca di questo scontro da parte degli Stati Uniti e della Nato sulla pelle degli Ucraini, ma perché non vedendo il primo tempo del film non si capisce la portata e la logica storica di ciò che sta avvenendo. Una logica che consiglia di astenersi da giudizi morali. Questi sono infatti applicabili solo ai meccanismi locali. Ma questo scontro avviene su tre livelli, ha tre aspetti.</p>
<p>L&#8217;<strong>aspetto locale</strong> della crisi ucraina è, a grandi linee, la prevenzione da parte russa della sanguinosa pulizia etnica che i nazionalisti e i neonazisti ucraini erano apertamente intenzionati a compiere e stavano lentamente ma metodicamente compiendo da otto anni [4]. Lo scontro, attualmente, si presenta infatti come un conflitto regionale limitato all&#8217;Ucraina sud-orientale (il Donbass in senso lato).</p>
<p>L&#8217;<strong>aspetto intermedio</strong> (strumentale) è l&#8217;utilizzo da parte di USA e Nato dell&#8217;Ucraina come testa d&#8217;ariete per indebolire e se possibile balcanizzare la Federazione Russa.</p>
<p>L&#8217;<strong>aspetto generale</strong> è che la guerra in Ucraina è parte dell&#8217;ampio <strong>scontro epocale tra Est collettivo (che comprende anche il Sud collettivo) e Ovest collettivo</strong>.</p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories5/pagliani111.webp" alt="pagliani111" width="600" height="932" data-src="/images/stories/stories5/pagliani111.webp" /></p>
<p>Nel complicato sistema di equazioni per risolvere questo scontro, una variabile fondamentale è la Cina, e il suo sistema socialista ibrido. Per rispondere ad entrambe le precedenti domande è quindi necessario capire se e come la visione politica e sociale, e quindi economica, cinese influenzerà il resto dell&#8217;Est collettivo, che comprende l&#8217;India, le future potenze economiche di Indonesia, Messico, Turchia, Iran e Brasile e le altre potenze emergenti che in diverse combinazioni daranno vita ai nuovi G5, G7, G8 e G20, dove la presenza o meno delle potenze occidentali dipenderà da criteri geopolitici e non solo dalla loro, decrescente, rilevanza economica (secondo alcune proiezioni nel 2050 l&#8217;Italia, sarà solo la 20a economia mondiale).</p>
<p>E&#8217; importante conoscere i trend economici, perché sono scenari su cui le Potenze ragionano. Proprio per questo, però, le proiezioni economiche devono essere prese <em>cum grano salis</em>. Infatti tengono principalmente conto delle variazioni nella posizione dei Paesi nella gerarchia economica, ma non della loro posizione nella gerarchia di potere politico e militare e della interazione tra le due gerarchie. Non lo fanno perché la combinazione di queste due dinamiche non è descrivibile con formule matematiche (cioè con la strumentazione classica delle proiezioni economiche), dato che dipendono da decisioni politiche che alterano ex-post le proiezioni stesse che sono frutto di un ragionamento ex-ante: se queste sono le proiezioni <em>ceteris paribus</em>, allora io, Potenza XYZ, devo intervenire politicamente e/o militarmente in questa o quella direzione per poter cambiare le carte in tavola a mio favore.</p>
<p>E&#8217; il tipo di ragionamento seguito a Washington e da cui è scaturita la strategia di contenimento della Cina che ha come prerequisito quella di indebolimento della Russia. Un <strong>ragionamento imperialisticamente corretto e quindi adattivamente catastrofico</strong>. E&#8217; imperialisticamente corretto perché, come si diceva, esistono anche gli effetti di retrazione delle dinamiche economiche. Se, sempre a carte ferme, nel 2030 la Cina sorpasserà gli USA come prima potenza economica, non si tratterà solo di un aggiornamento degli annuari statistici, ma di una <strong>rivoluzione copernicana negli equilibri geopolitici mondiali</strong>, in quanto si affaccerà sulla scena una Potenza con una forza di attrazione egemonica colossale.</p>
<p>Quindi, non solo il conflitto nel Donbass è una spia, o un atto, di un conflitto più ampio, ma se anche questa guerra fosse stata evitata, io sono convinto che a un confronto militare tra Usa e Russia, che di fatto oggi è una sorta di protezione militare esterna della Cina, si sarebbe comunque arrivati, in Ucraina o da un&#8217;altra parte, come sono sempre stato convinto che <strong>il Cremlino era consapevole che accettare la sfida (e non poteva più evitarla) avrebbe dato inizio a una fase della transizione a un mondo multipolare nuova e drammatica perché passi indietro a quel punto sarebbero stati impossibili, perché avrebbero significato non un ritorno allo stato precedente, ma l&#8217;inizio della destrutturazione della Russia come stato sovrano. </strong>E le parole di Putin al Forum Economico di San Pietroburgo lo confermano appieno. E&#8217; questa convinzione che obbliga, da un certo livello di analisi in su, ad astenersi da giudizi morali per permettere di concentrarsi senza vincoli ideologici sul quadro più generale (posizione scomoda perché per avere audience occorre dire per chi si fa il tifo, mentre non occorrono sforzi di analisi).</p>
<p>Ovviamente ci sono molte ragioni che facevano dell&#8217;Ucraina la “<em>location</em>” perfetta dello scontro. Ragioni storiche e una specifica ragione geografica: l&#8217;Ucraina è un enorme spartiacque tra l&#8217;Europa Occidentale e il resto dell&#8217;Eurasia. In altri termini è un&#8217;arma eccezionale per minare la forza di aggregazione e attrazione della “<em>competitor landmass</em>” degli Usa.</p>
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<p>4. Le proiezioni economiche non tengono in conto anche di un&#8217;altra variabile, decisiva, che possiamo indicare col nome di <strong>Natura</strong>. Ovvero le risorse, la loro quantità, la loro disponibilità, la loro collocazione (cosa che si intreccia con la geopolitica), e infine la loro utilizzabilità in relazione agli <strong>equilibri ecologici planetari</strong>.</p>
<p>Se si guardano i cicli sistemici, la cui sequenza ripropongo qui sotto ancora una volta per comodità del lettore (ricordando che “EM” significa “espansione materiale”, cioè sviluppo, “EF” significa “espansione finanziaria”, cioè crisi dello sviluppo, e le varie “s” indicano le “crisi spia”) si noteranno due cose: A) ogni successiva potenza egemone è più “grande” (come nazione o come impero commerciale o territoriale) di quella precedente, B) <strong>i cicli di sviluppo si accorciano e quelli di crisi si allungano</strong>.</p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories5/pagliani112.webp" alt="pagliani112" width="600" height="262" data-src="/images/stories/stories5/pagliani112.webp" /></p>
<p>Ho ragionato a lungo su questa osservazione e credo che la spiegazione più plausibile sia questa: <strong>ogni ciclo di sviluppo che si succede deve mobilitare una massa maggiore di risorse rispetto a quello precedente, che viene bruciata in un lasso di tempo inversamente proporzionale alla massa stessa</strong>.</p>
<p>Dato che, seguendo Jason Moore, si può dire che la Natura viene “creata” dai processi economico-sociali e che siamo di fronte alla fine della “Natura a buon mercato”, è necessario indagare come saranno ripartiti gli effetti di tale fine e se un nuovo ciclo di espansione sarà effettivamente possibile. Senza tener conto di ciò ogni proiezione rischia di essere un esercizio vuoto. E per tenerne conto occorre indagare in quali proporzioni e in quali combinazioni la fisica, la chimica e il caos sistemico stanno esaurendo la “Natura a buon mercato” e se questo esaurimento è assoluto o è relativo a specifiche politiche. A meno che si parli di catastrofi improvvise e istantanee, come potrebbe essere un grosso meteorite che si abbatte sul pianeta, le crisi ecologiche si svolgono in un lasso di tempo sufficientemente lungo perché la loro parte fisico-chimica interagisca con le decisioni umane, vuoi nel loro sviluppo, vuoi nel loro acutizzarsi, vuoi nel loro sfruttamento.</p>
<p>Per parlare di un settore particolare, il controllo della <strong>sicurezza alimentare </strong>è una gara aperta in cui gli USA, le sue grandi industrie agroalimentari, chimico-farmaceutiche e biotecnologiche, e le sue corporation finanziarie, vere e proprie Compagnie delle Indie dotate di privilegi, sono in <em>pole position</em> e hanno da molto tempo iniziato a ricattare chiunque rientri nel loro raggio d&#8217;azione, creando scarsità nell&#8217;approvvigionamento di cibo e di fertilizzanti che unita alla crisi dell&#8217;approvvigionamento di energia e all&#8217;aumento dei tassi di interesse occidentali porterà a un <strong>controllo-per-fame</strong>, innanzitutto del Sud globale, e a una diminuzione degli standard di vita europei che qualcuno stima del 20%, mentre i politici occidentali e i loro “esperti” cercano di scaricare tutte le colpe sulla Russia e la guerra in Ucraina, facendo finta che le sanzioni anti-russe (che sarebbero scattate anche senza invasione) non c&#8217;entrino nulla o che siano delle “conseguenze naturali” della guerra. Ma non sembra che il Sud abbia intenzione né di cadere nella trappola né di bersi la narrazione occidentale. Anzi le azioni occidentali potrebbero far emergere la Russia come un garante della sicurezza alimentare di moltissimi Paesi [5].</p>
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<p>5. E veniamo al percorso storico del ciclo egemonico statunitense che ha portato al punto di svolta attuale. Comprenderlo permette di iniziare a impostare la risposta alla nostra seconda domanda.</p>
<p>Fate attenzione al punto “s4” (che significa “quarta crisi spia”), a destra del diagramma precedente. E&#8217; il giorno di Ferragosto del 1971, quando il presidente statunitense Richard Nixon decretò l&#8217;inconvertibilità del dollaro in oro. La convertibilità era uno dei pilastri dell&#8217;architettura degli accordi di Bretton Woods che nel 1944 avevano progettato lo scenario economico-politico per il futuro dopoguerra. Il “Nixon shock” era quindi la spia che tale scenario era entrato in crisi. E in effetti era entrata in crisi la straordinaria stagione di espansione materiale (detta da noi “boom economico” e altrove “ventennio d&#8217;oro del capitalismo”) che aveva segnato i primissimi decenni dopo la chiusura della II Guerra Mondiale, espansione basata su quella che viene chiamata “<strong>economia reale</strong>”, cioè il commercio e l&#8217;industria.</p>
<p>La vittoria angloamericana e sovietica nella II Guerra Mondiale aveva risolto, per quanto riguarda l&#8217;Occidente, la precedente crisi sistemica (quella dell&#8217;Impero Britannico), durata decenni, iniziata con la Lunga Depressione (1873-1895) nascosta (o, possiamo dire, “para-risolta”) inizialmente dall&#8217;espansione finanziaria di quella <em>Belle Époque</em> edoardiana iniziata con la guerra franco-prussiana (prima alterazione dell&#8217;equilibrio di potere in Europa su cui si basava l&#8217;egemonia britannica nel Vecchio Continente &#8211; Marx capì che era il preludio di una futura guerra tra Germania e Russia) e finita col fatidico 1914.</p>
<p>La finanziarizzazione della <em>Belle Époque</em> edoardiana non era filata liscia. Infatti nel 1907 si assistette al Bankers&#8217; Panic (o Knickerbocker Crisis), una crisi che da Wall Street si propagò ad altri Paesi in forte sviluppo, come Giappone, Germania e Italia. Come già sapeva Marx, le grandi crisi iniziano sempre sul piano finanziario e quindi non è una sorpresa che esse colpiscano più duro proprio dove le attività finanziarie (come in questo caso l&#8217;euforia borsistica) sono più sviluppate. In seguito ci fu la Grande Depressione iniziata con la Crisi del &#8217;29. Anch&#8217;essa si originò negli USA. Si può affermare che sia la crisi del 1907 sia quella del &#8217;29 erano due “crisi di crescita”. Segnalavano da un lato la grande capacità degli Stati Uniti di attrarre capitali, e dall&#8217;altro il perdurante disordine mondiale (con conseguenti ostacoli agli investimenti produttivi, interruzioni nei pagamenti internazionali, inflazione e fluttuazioni valutarie, eccetera) dovuto all&#8217;indebolimento dell&#8217;egemonia mondiale britannica (a causa principalmente di USA e Germania). Disordine a cui mise fine la II Guerra Mondiale.</p>
<p>Similmente la <em>Belle Époque</em> reaganiano-clintoniana-thatcheriana ha visto la “Crisi delle dot-com” (cioè lo scoppio della bolla speculativa della “economia digitale” o “New Economy”), che fece perno attorno all&#8217;attentato alle Torri Gemelle (nel 2002 l&#8217;indice dei titoli tecnologici NASDAQ-100 aveva perso il 78% rispetto al suo picco nel 2000 e 5 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato erano stati bruciati) e, solo sette anni dopo, la “Crisi dei subprime”, nuovamente e ovviamente esplosa nel centro del sistema occidentale, cioè gli USA (crack della Lehman Brothers del 2008) e poi propagatasi alla sua periferia.</p>
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<p>6. Per capire queste crisi e le <strong>crisi finanziarie che avverranno nel prossimo futuro</strong>, ritorniamo al Nixon shock del 1971. In sé l&#8217;affrancamento del Dollaro, moneta degli scambi internazionali, dall&#8217;oro, voleva dire una cosa: il commercio internazionale aveva raggiunto dopo la Ricostruzione una dimensione tale che la sua moneta di scambio, il Dollaro, non poteva più essere garantita dalle riserve di Fort Knox (“saccheggiate” dai Paesi in surplus, come Francia e Germania). Ma parallelamente era cresciuto un altro problema: proprio quel prodigioso periodo di sviluppo materiale ventennale aveva generato masse crescenti di capitali che non potevano più essere reinvestite nello sviluppo materiale stesso, pena la loro svalorizzazione (a causa di un tasso di profitto “insufficiente”, o della mancanza stessa di sufficienti occasioni di investimento).</p>
<p>I due aspetti interagirono. Il Nixon shock generò un periodo di instabilità valutaria e i capitali sovraccumulati si riversarono in operazioni sui cambi, dapprima per proteggere gli investimenti delle multinazionali lungo le loro filiere internazionali, poi a puro scopo speculativo. Le economie occidentali stavano traslando dall&#8217;accumulazione materiale a quella finanziaria. In termini iper-semplici, se nei periodi di accumulazione materiale gli interessi sono quota parte dei profitti, in quelli di accumulazione finanziarizzata essi sono indipendenti: l&#8217;economia finanziaria di scollega a ritmi crescenti dall&#8217;economia reale. Diventa un “elefante che vola”, per usare la metafora escogitata da Thomas Friedman per descrivere la “Bolla dell&#8217;11 Settembre” [6]. E&#8217; cosi che, secondo la Banca di Basilea, i soli titoli derivati riescono ad ammontare oggi a circa il 1.500% dell&#8217;intero PIL mondiale, cioè valgono 15 Terre. Cioè materialmente non valgono nulla, se non la possibilità di esercitare Potere e tramite esso <strong>mobilitare risorse reali con capitali fittizi</strong>.</p>
<p>Ma, per l&#8217;appunto, c&#8217;è bisogno di Potere, o meglio del Potere del Territorio, perché la logica economica, cioè il Potere del Denaro, evidentemente non basta, porterebbe solo a un collasso: «<em>La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile &#8230; chiamato Esercito, Aviazione, Marina e Corpo dei Marines degli Stati Uniti</em>» scriveva sempre Thomas Friedman, nel 1999, nel suo “<em>Manifesto per il mondo veloce</em>”.</p>
<p><strong>Il Nixon shock rese visibile, a chi voleva vederlo, il pugno invisibile</strong>.</p>
<p>Ma inizialmente fece emergere anche i latenti contrasti tra Potere del Territorio e Potere del Denaro. Per Washington il disaccoppiamento tra Dollaro e oro doveva servire a rilanciare l&#8217;economia reale. Ne seguì un lungo periodo di tassi bassi. Ma la mancanza di occasioni profittevoli d&#8217;investimento tramutarono il “keynesismo nixoniano” in una stag-flazione (inflazione con stagnazione). I mercati finanziari premevano invece per un rialzo dei tassi d&#8217;interesse. Lo scontro tra i due Poteri durò poco meno di un decennio, fino alla tregua siglata col Volker shock quando i tassi di interesse federali (<em>federal funds rate</em>) passarono dall&#8217;11,2% del 1979 (esattamente l&#8217;inflazione media di quell&#8217;anno che in dicembre aveva raggiunto il 13,29%) al 20% del 1981 facendo salire il <em>prime rate</em> al 21,5%. Ne seguì un vertiginoso aumento della disoccupazione e il dramma del debito dei Paesi in via di sviluppo.</p>
<p>Siglato il nuovo patto d&#8217;alleanza tra Potere del Denaro e Potere del Territorio, la Reaganomics segnò il percorso che i processi di accumulazione occidentali dovevano seguire o ai quali dovevano per forza adeguarsi. Essi erano caratterizzati dall&#8217;accumulazione di capitali fittizi, dal primato della finanza (dominata da Wall Street e City di Londra), dalla deindustrializzazione e terziarizzazione e quaternizzazione dei tradizionali centri capitalistici, mentre la produzione reale veniva demandata alle economie “emergenti”, che essendo al di fuori del circuito capitalistico principale, il Centro in crisi, potevano creare sufficienti profitti, profitti intercettati dal Centro tramite delocalizzazioni, investimenti o prestiti di capitale mobile, dinamiche che andarono sotto il nome di “globalizzazione”.</p>
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<p>7. <strong>Tutto questo esigeva che il Centro mantenesse una posizione egemonica globale</strong>.</p>
<p>Ritorniamo nuovamente al Nixon shock. E&#8217; stato detto che dopo di esso il Dollaro mantenne la sua posizione di moneta internazionale perché il disaccoppiamento con l&#8217;oro fu sostituito con l&#8217;accoppiamento con le materie prime, in particolare il petrolio (così che è anche usato impropriamente il termine “Petrodollaro”).</p>
<p>Ma qui siamo in presenza di un circolo vizioso: una moneta virtualmente priva di valore lo ottiene perché si può comprare petrolio solo con essa, ed è proprio per il valore così acquisito, che essa viene usata per comprare il petrolio. Dal circolo vizioso si esce se si cambia la prima frase in “perché è <em>obbligatorio</em> compare petrolio solo con essa”. Chiaramente il Nixon shock non fece precipitare nel baratro l&#8217;economia statunitense che per lungo tempo ha ancora avuto la leadership nell&#8217;innovazione di prodotto (legata all&#8217;innovazione tecnologica militare). E ovviamente l&#8217;accettazione del Dollaro è stata legata anche a questa preminenza. Tuttavia gli Stati Uniti sono anche il Paese più indebitato del mondo, vive di deficit delle partite correnti e il debito federale ha raggiunto cifre fantasmagoriche.</p>
<p>Il capolavoro statunitense è stato utilizzare la loro superiorità tecnologica, militare e politica per trasformare quei deficit in una trappola per gli altri Paesi.</p>
<p>Un Paese X non potendo redimere in oro il proprio surplus commerciale in dollari aveva una sola alternativa per non vederselo trasformare in carta straccia: investirlo in titoli del Tesoro statunitensi. Dal <em>Dollar-gold-exchange standard</em> si era passati al <em>Treasury bill standard</em>.</p>
<p>Se l&#8217;Inghilterra a suo tempo dominava perché era contemporaneamente l&#8217;<em>entrepôt</em> e il bancomat mondiale in positivo (cioè sfruttando la potenza commerciale dell&#8217;impero e la saldezza della Sterlina), gli USA dopo il Nixon shock lo diventarono in negativo, sfruttando la loro dipendenza dalle importazioni (e quindi la dipendenza degli esportatori da loro) e la debolezza intrinseca del Dollaro:</p>
<p>Così tenni la mia conferenza sull&#8217;industria petrolifera e su come l&#8217;America stava sfruttando il mondo e su come essere rimasti senza oro significava che c&#8217;era solo una cosa che le altre nazioni potevano fare col loro surplus commerciale. Quei dollari venivano sbattuti fuori per via del deficit della bilancia dei pagamenti a causa delle spese militari. Le banche centrali straniere a quel punto potevano solo comprare i buoni del Tesoro USA. Così i militari spendevano all&#8217;estero i dollari, pompavano dollari nelle economie europee e asiatiche, che poi imprestavano i soldi al governo degli Stati Uniti comprando i suoi buoni del Tesoro per finanziare la guerra e il loro stesso accerchiamento militare.</p>
<p>Dopo che avevo detto questo a un meeting a Wall Street, Herman Kahn [un teorico militare] disse: “Tutto questo è geniale. <strong>Abbiamo bagnato il naso agli imperialisti britannici</strong>. E&#8217; una grande notizia. Lascia l&#8217;università e io ti triplicherò il salario se vieni a lavorare per me”. [7]</p>
<p>Se finanziarizzazione e globalizzazione (non limitata alle spese militari ma estesa all&#8217;acquisto di industrie, merci e servizi all&#8217;estero tramite il Dollaro <em>fiat</em>) si sostenevano a vicenda, la finanziarizzazione e l&#8217;egemonia politica statunitense erano spalleggiate dal <em>Treasury bill standard</em>. Ora la necessità degli Stati Uniti di contrastare l&#8217;Eurasia, in quanto polo di attrazione egemonizzato da Russia e Cina, sta interrompendo il circuito finanziarizzazione-globalizzazione. Non solo esso porta rendimenti decrescenti ma addirittura genera effetti nettamente negativi per il predominio occidentale.</p>
<p>Essendo la finanziarizzazione puntellata dalla globalizzazione, un atterraggio, morbido o catastrofico, della “sopraelevazione” finanziaria, cioè un processo di de-finanziarizzazione, è obbligatorio, benché estremamente traumatico perché investe le basi su cui da 40 anni si reggono la società statunitense, il suo dominio globale e le élite clienti che controllano i Paesi vassalli e ne hanno indirizzato lo “stile di vita”, dalla ripartizione degli interessi e della ricchezza alla mentalità. Una guerra è un&#8217;ottima occasione per, diciamo così, “bruciare i libri contabili”. O più precisamente, per alterarli mentre si cerca di diluire i tempi della de-finanziarizzazione, a cui comunque si opporranno sicuramente, con tutte le loro forze, grandi centri di potere. Detto in altro modo, gli Stati Uniti devono contrastare i competitor globali, in primis la Russia, competitor politico e militare, e la Cina, competitor economico e politico (non esiste una competizione puramente militare o puramente economica). Ma per far ciò devono necessariamente segare il ramo su cui siede la finanziarizzazione e, quindi, su cui si regge la società così come si è configurata in questi 40 anni di finanziarizzazione-globalizzazione.</p>
<p>Ciò porta alla necessità per ogni attore occidentale di scaricare sugli altri le enormi contraddizioni che saranno generate, dall&#8217;inflazione alla stagnazione, dai fallimenti alla disoccupazione, dalla povertà al deprezzamento della moneta, alla crescita del debito pubblico e del servizio del debito.</p>
<p>E queste contraddizioni verranno scaricate secondo le gerarchie di potere relativo. E uno stato di guerra è un&#8217;ottima opportunità per farlo o per scalare quelle gerarchie (come in Europa sta facendo ad esempio la Polonia in un modo, la Turchia in un altro e l&#8217;Ungheria in uno del tutto diverso).</p>
<p>Ecco dunque la guerra nella guerra, ovvero quella che gli USA e l&#8217;Anglosfera stanno conducendo contro la UE (ormai solo continentale) e specialmente le sue nazioni più forti industrialmente, ma più deboli politicamente: l&#8217;Italia e la Germania, le quali essendo ufficialmente “Potenze sconfitte” (fine pena mai) ed avendo entrambe attualmente governi totalmente proni ai voleri di Washington, non riescono nemmeno ad opporre quei sussulti di indipendenza che ogni tanto la Francia fa mostra di avere.</p>
<p>Infatti il cosiddetto “Occidente” è diviso tra una parte dominante, l&#8217;Anglosfera (con la Francia che vorrebbe-e-non-vorrebbe entrare nel club e da qui la sua ambiguità) e una parte subordinata, nella quale spicca l&#8217;Europa (la Germania e l&#8217;Italia non possono entrare nel club per definizione e c&#8217;è un altro importante e ambizioso attore che è in una situazione simile: la Turchia).</p>
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<p>8. Tutte queste dinamiche si giocano attorno a un parametro decisivo: il <strong>fattore “tempo”</strong>. La mossa militare del Cremlino sarebbe suicida se l&#8217;Eurasia, come centro alternativo di potere, non avesse raggiunto una sufficiente massa in termini militari, economici, finanziari e diplomatici da generare un ampio campo gravitazionale. Lo stato degli armamenti russi (si pensi solo ai missili ipersonici), la risposta economica alle ormai 10.000 sanzioni (il Rublo ai massimi sul Dollaro degli ultimi tre anni e degli ultimi sette anni per quanto riguarda l&#8217;Euro, l&#8217;attivo commerciale triplicato rispetto a quello dell&#8217;anno scorso, un atteso default che non si fa vedere), la riottosità della stragrande maggioranza del mondo ad attuare le sanzioni e a rifornire di armi l&#8217;Ucraina, persino da parte di storici alleati occidentali come Israele e l&#8217;Arabia Saudita, la posizione economica predominante della Cina e molto altro, fanno pensare che sì, questa massa è stata raggiunta. O più precisamente sta per, o può, essere raggiunta, perché <strong>nel vero caos sistemico (ovvero la deglobalizzazione dispiegata) si deve ancora entrare</strong> (manca poco) e la situazione sarà fluida finché non si incomincerà ad uscirne.</p>
<p>Mentre a Davos l&#8217;Occidente collettivo celebrava una vittoria che non si vede all&#8217;orizzonte, sotto lo sguardo più che perplesso del vecchio Kissinger, falco realista che fa la guerra in modo feroce ma capisce quando è ora di far la pace, che diceva le stesse cose dette da Chomsky – cosa inaudita (e <strong>segnale quasi perfetto che ci troviamo immersi in una crisi colossale anche ideale</strong>) – a Bishkek, nel Kyrgyzstan si teneva il primo <strong>Forum Economico Eurasiatico</strong>, dove si sono gettate le fondamenta di un&#8217;organizzazione dello spazio economico mondiale alternativa a quella occidentale: un Fondo Monetario alternativo, una Banca Mondiale alternativa e così via. Un&#8217;organizzazione che è alternativa innanzitutto perché è al di fuori del controllo politico anglosassone e quindi del controllo economico-finanziario di Wall Street, del Tesoro statunitense e della City di Londra [8].</p>
<p><strong>Questa infatti è una crisi sistemica</strong>. E ciò in primo luogo vuol dire che non è limitata a una regione definita del mondo e in secondo luogo che <strong>investe tutti i piani su cui si gioca l&#8217;egemonia mondiale</strong>: il controllo militare (che non vuol dire solo monopolio della violenza, ma anche delle tecnologie generate dalle spese militari), il controllo economico e finanziario, quello dell&#8217;accesso alle risorse naturali (e qui oltre alle fonti energetiche per i macchinari io aggiungerei senza indugio le fonti energetiche della vita: acqua e calorie). Infine il monopolio sulla comunicazione di massa. A fronte di ciò, che forza ha il progetto alternativo eurasiatico? Come mai gli Usa hanno accelerato i tempi di precipitazione della crisi ucraina? Quali calcoli strategici complessivi hanno fatto? Quando cercheranno di colpire il bersaglio principale, cioè la Cina? Perché è evidente che stanno lavorando a una qualche forma di scontro militare col Regno di Mezzo.</p>
<p>Un ostacolo a questo sviluppo può però derivare da un allargamento (Transnistria?) e/o allungamento del conflitto in Ucraina o dall&#8217;innalzamento del suo livello. Ostacoli di questo tipo vogliono dire dover allungare i tempi dei piani statunitensi e il tempo è una variabile cruciale, perché ciò che è possibile oggi (militarmente, tecnologicamente, economicamente, politicamente, diplomaticamente) potrebbe non esserlo tra pochi mesi (sarà per questo che Mosca ha dichiarato di non aver fretta nel Donbass?). L&#8217;Ucraina può diventare una spada a doppio taglio, per gli Usa, la Nato e l&#8217;Anglosfera se permette alla Cina di prepararsi adeguatamente allo scontro, allunga i tempi di riorganizzazione dell&#8217;Occidente collettivo 2.0 e aumenta la probabilità di defezioni, non tanto in Europa, sufficientemente subordinata anche culturalmente, ma in altri continenti, e infine può forzare i Paesi occidentali ad accelerare passaggi, come la definanziarizzazione, senza esserne ancora preparati [9].</p>
<p>Il tempo misura anche la distanza tra ordine e disordine. Le sanzioni USA-Nato-UE stanno perturbando in modo crescente e sempre più grave le catene internazionali del valore, le supply chain internazionali, i sistemi di pagamento e i mezzi di pagamento. Nulla di più ovvio che se appena valutano di essere fuori dal mirino delle minacce statunitensi, Paesi e imprese cerchino di uscire da questo disordine per andare dove l&#8217;ordine viene garantito o per lo meno non si crea disordine. E dove sono garantiti basilari principi di pariteticità e un gioco <em>win-win</em> (“conquistare lentamente la fiducia” dicono i Cinesi). Gli Usa sembrano così essere sotto impasse: se la Nato non interviene più pesantemente, l&#8217;Occidente in Ucraina subirà una disfatta con gravi ripercussioni politiche interne e internazionali. Se interviene direttamente o permette a Kiev di lanciare attacchi missilistici sulla Russia, l&#8217;escalation verso un conflitto strategico diventa una possibilità reale, col rischio di dover in poco tempo scegliere tra mutua distruzione o accordo (ammesso che la Nato arrivi integra a un confronto strategico con la Russia). Se invece la Nato interviene più pesantemente dall&#8217;esterno senza un&#8217;escalation strategica, allargando eventualmente il conflitto, l&#8217;Ucraina rischia di diventare per l&#8217;Occidente un impegno troppo gravoso per risorse e tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>9. Il processo di de-finanziarizzazione non può non accompagnarsi a uno speculare processo di re-industrializzazione. E non è possibile una re-industrializzazione senza una de-finanziarizzazione (dato che, per fare un solo esempio, attualmente il 90% delle entrate delle società statunitensi non è reinvestito in fattori produttivi ma è utilizzato per il riacquisto delle azioni e per pagare i dividendi al fine di sostenere il valore in Borsa delle società).</p>
<p>Entrambi i processi non sono assoluti ma devono essere messi in relazione all&#8217;ampiezza e alla qualità della nuova sfera d&#8217;influenza frutto di una riglobalizzazione parziale (o, come viene chiamata, “globalizzazione 2.0”) che gli USA stanno organizzando. I movimenti diplomatici statunitensi in questo periodo sono frenetici in ogni quadrante del mondo.</p>
<p>Quindi le domande in sospeso ora sono queste:</p>
<p>1. Gli USA riusciranno a ricreare un&#8217;adeguata sfera d&#8217;influenza che contrasti la riorganizzazione dell&#8217;Est e del Sud del mondo attorno all&#8217;asse Russia-Cina? E quali mezzi utilizzerà, oltre quelli militari e della diplomazia del ricatto?</p>
<p>2. Oppure il passaggio tra destrutturazione della sfera di influenza americana e sua ristrutturazione, sarà ostacolato da incursioni “eurasiatiche” che sfruttando la destrutturazione impediranno la ristrutturazione? Per essere più precisi, la crisi serissima che colpirà l&#8217;Europa a partire dal prossimo autunno, potrebbe allontanare dalla sfera occidentale un gran numero di Paesi che cercheranno altrove partner commerciali e politici e la stessa UE vedrà acuire le proprie contraddizioni interne [10].</p>
<p>3. Quale sarà la natura politica, economica e sociale dell&#8217;asse eurasiatico? Che tipi di rapporti sociali nasceranno in Cina e in Russia dal loro scontro con l&#8217;Occidente?</p>
<p>4. I rapporti sociali (e quindi economici e politici) che prevarranno saranno in grado di: a) garantire la stabilità di un mondo multipolare, b) essere attraenti (egemonici) per la gran parte del mondo, c) garantire gli equilibri ecologici planetari o per lo meno frenarne il degrado?</p>
<p>Riguardo alle prime due domande, io oggi non sono in grado di fare una previsione sensata, anche perché non conosco né i piani militari di Mosca né i piani militari e di pressione economica di Washington, mentre l&#8217;unica cosa evidente è il tipo di scontro che si sta consumando. Posso solo ricordare quanto ho detto nei primi due paragrafi.</p>
<p>Riguardo le ultime due domande, l&#8217;indirizzo di Vladimir Putin al Forum economico di San Pietroburgo, che consiglio di leggere integralmente, fornisce indizi contrastanti. Da una parte pone l&#8217;accento sulla deregolamentazione (e persino sulla depenalizzazione della maggior parte dei reati economici) e sull&#8217;impresa privata come base dell&#8217;economia. Dall&#8217;altra sembra asserire l&#8217;importanza dell&#8217;economia mista, dell&#8217;intervento statale, oltre che dello sviluppo del welfare state. <strong>E&#8217; come se la Russia fosse di fronte a un bivio o come se Putin e i dirigenti russi avessero capito la lezione della Storia solo a metà (o siano costretti a disconoscerne una metà a causa degli interessi che rappresentano)</strong>.</p>
<p>Ancora una volta, nel suo discorso a San Pietroburgo il presidente della Federazione Russa ha descritto con concisa precisione l&#8217;alternativa che si intravede nel caos sistemico: «Sotto la nuvola dell&#8217;inflazione, molti paesi in via di sviluppo si pongono una giusta domanda: perché scambiare beni con dollari ed euro che stanno perdendo valore proprio davanti ai nostri occhi? La conclusione si suggerisce da sola: <strong>l&#8217;economia delle entità mitiche viene inevitabilmente sostituita dall&#8217;economia dei valori e dei beni reali</strong>» (enfasi mia).</p>
<p>Ma le entità mitiche e i valori e i beni reali non possono essere disgiunti se si rimane sottoposti alla logica dell&#8217;accumulazione senza (un) fine. Perché, come si è visto, la finanziarizzazione col suo sostegno imperialista e colonialista non è il risultato di una presa di potere da parte dei capitalisti <em>rentier</em>, ma è il prodotto del superamento dei limiti dei processi di espansione materiale nel modo più “naturale” suggerito dalla logica dell&#8217;accumulazione infinita <em>e senza un fine</em>. L&#8217;accumulazione materiale si basa su contraddizioni reali e genera contraddizioni sempre maggiori che infine la frenano. La finanziarizzazione cerca di superare questi limiti facendo volare gli elefanti. Finché crollano a terra, perché la soluzione è “naturale” nell&#8217;ottica dei rapporti sociali capitalistici (suggerisco di rileggere il III volume del <em>Capitale </em>che ha ancora molto da dire) ma in realtà è del tutto innaturale, oltre che contro-sociale. L&#8217;accumulazione “reale” e l&#8217;accumulazione “fittizia” sono quindi due aspetti, due stadi, della stessa logica, benché siano così diversi da dar vita a epoche sociali molto differenti, come la società fordista-taylorista col suo controprogetto comunista, e la società liquida postmoderna occidentale priva per ora di controprogetti visibili per aver metabolizzato tutti quelli della fase precedente (chi aveva come habitus il comunismo ora ha come habitus il politicamente corretto).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><em>Breve appendice metodologica</em></h4>
<p>Nella precedente descrizione della crisi sistemica, che <strong>è l&#8217;unica che spiega ciò che sta avvenendo</strong>, convergono i grandi affreschi storici di Fernand Braudel, il loro incontro col marxismo tramite la <em>World System Analysis</em> di Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein e Samir Amin e le analisi multidisciplinari di Karl Polanyi e di altri grandi “anti-specialisti” (così li chiamo).</p>
<p>Ora, non so perché ma sono stato accusato (da persone con la mentalità formata dalla sinistra <strong><em>selbstgerecht</em></strong> – copyright Sahra Wagenknecht [11]) di ragionare in modo ideologico proprio perché seguo la teoria del “sistema mondo” che di questi cicli e di queste crisi si occupa. Eppure se c&#8217;è un modo di pensare totalmente privo di ideologia (e impressionantemente, e dannatamente,<strong> predittivo</strong> per giunta) è proprio questo, dove si parla di potenze contrapposte, non di “buoni” o “cattivi”. A meno che, sotto sotto, si pensi che ci sia una potenza cattiva e una, che guarda caso è quella con cui abbiamo più familiarità anche se a volte ci sta un po&#8217; sull&#8217;anima, che invece è passabilmente “buona”. O, come si dice con molta facilità, è “meno peggio”. In altri termini, sospetto che si accusi di “ideologismo” chi non accetta la tesi, squisitamente ideologica, che gli Usa e il loro sistema di dominio siano “meno peggio”.</p>
<p>D&#8217;altronde il fallimento delle sanzioni come pressione per creare disordini popolari finalizzati a un <em>regime change</em> a Mosca (come gli USA fecero per facilitare il golpe di Pinochet), è frutto di questa hubris occidentale associata a un&#8217;ignoranza dell&#8217;avversario al limite del disprezzo razzista. Prima ancora che un fallimento tecnico-politico è un fallimento culturale.</p>
<p>Come scrivevo all&#8217;inizio di un articolo del 2015 intitolato “La guerra è la sola igiene del mondo?”, giudizi “morali” specifici (quelli generali devono essere sempre nella testa di un analista) sono inapplicabili in contesti simili, dove hanno senso ben altre categorie:</p>
<p>«[...] per l&#8217;analisi del comportamento di entità statali e dei conflitti in corso tra loro non è né lecito né produttivo suddividere il mondo tra Buoni e Cattivi. Gli scontri geopolitici avvengono tra sistemi costituiti di potere che agiscono guidati dal criterio dell&#8217;interesse e dell&#8217;opportunità e quindi attraverso tali criteri devono essere interpretati e analizzati». [12]</p>
<p>Quindi, la colpa o difetto che mi si imputa non è aver affermato che Putin è “il meno peggio”, bensì il non voler ammettere che lo siano gli Usa e l&#8217;Occidente collettivo. Perché negarlo mette in crisi tutto il sistema “semantico” di riferimento di vari strati sociali occidentali, specialmente della borghesia della mia generazione, che in tempi remoti era, lei sì, <em>ideologicamente</em> antiamericana ma che ora è sgomenta per ciò che sta succedendo e implicitamente timorosa che certezze economiche e sociali acquisite siano messe in discussione, timore che certo non aiuta una tradizionale incapacità di ragionare in termini “materialistico-politici” invece che in termini di (sovente vaghi e a volte artificialmente costruiti) <strong>ideali</strong> <strong>ai quali metodicamente si tolgono le gambe per camminare</strong> (perché le gambe sono fatte di materia e non di sogni, sospiri e sguardi nostalgici).</p>
<p>E&#8217; uno dei principali difetti della mia generazione “sessantottina”, che ha poi formato e cooptato la classe dirigente più giovane. Una vera e propria dissonanza cognitiva che si sta acutizzando con lo spaesamento terrorizzante generato dalla prospettiva o addirittura sensazione che i destini del mondo stanno sfuggendo all&#8217;Occidente, cioè si stanno spostando in aree del pianeta di cui non conosciamo nulla, se non luoghi comuni e sentito-dire, a volte del tutto fantastici e spesso frutto degli inganni della nostra propaganda.</p>
<p>Il nuovo senso del mondo si sta muovendo verso aree dove sulla nostra mappa campeggia la scritta “<em>Hic sunt leones</em>”.</p>
<hr />
<h6>Note</h6>
<h6>[1] Il discorso di Putin si trova alla pagina <a href="http://en.kremlin.ru/events/president/news/68669">http://en.kremlin.ru/events/president/news/68669</a> .L&#8217;articolo di Cheng Yawen si può trovare su <em>Monthly Review Online </em><a href="https://mronline.org/2022/06/14/building-the-new-three-rings/">https://mronline.org/2022/06/14/building-the-new-three-rings/</a>. La traduzione in Inglese recita: “<em>encircling the city in the countryside</em>”. Io ho mantenuto la traduzione classica in italiano della famosa “Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro partito” del 20 aprile 1945.</h6>
<h6>[2] Uso il termine “sistemico” (“crisi sistemica”, “caos sistemico”) nell&#8217;accezione specifica della Scuola del Sistema-Mondo e in particolare delle analisi di Giovanni Arrighi, Jason Moore e David Harvey. Quindi in questo scritto tale termine può avere un significato anche molto diverso da quello inteso da altri autori.</h6>
<h6>[3] Piero Pagliani, “<em>La logica della crisi sistemica</em>”. In “Dopo il <em>neoliberalismo</em>. Indagine collettiva sul futuro”, a cura di Carlo Formenti, Meltemi, 2021. E&#8217; chiaro che sullo sfondo rimane il concetto leniniano di “sviluppo ineguale” (che ho articolato con quello di “accumulazione differenziale” di Shimshon Bichler e Jonathan Nitzan &#8211; si veda qui l&#8217;archivio dei loro scritti: <a href="https://bnarchives.yorku.ca/">https://bnarchives.yorku.ca/</a>). Invece che ignorare con sufficienza questo concetto, qualcuno dovrebbe chiedersi come mai a 100 anni e passa da Lenin lo sviluppo persista a essere ineguale.</h6>
<h6>[4] Così il leader del partito neonazista “Svoboda”, Oleh Tyahnybok, referente nel colpo di stato del 2014 di Victoria Nuland, plenipotenziaria di Obama in Europa, dell&#8217;allora vicepresidente Joe Biden, e del senatore McCain, coi quali lo potete vedere sul web in più che amichevoli atteggiamenti in diverse photo-opportunity: <em>«Per creare una vera Ucraina, per </em><em>liquidare fisicamente e rapidamente tutta l&#8217;intellighenzia russofona … bisogna fucilarli senza indagini e senza processi …</em><em> . Tutti i membri dei partiti e delle organizzazioni anti-ucraine, non solo i pro-russi, ma anche pro-Romania, pro-Ungheria e pro-Tatari devono essere fucilati. </em><em>La biomassa amorfa di stomaci viventi che parla russo è un gregge che va ridotto di 5-6 milioni di individui». </em>E così Yulia Tymoshenko della quale campeggiava un&#8217;immagine sui municipi italiani perché dovevamo disperarci che stesse in galera per corruzione e abuso di potere:<em> «Quegli 8 milioni di russi rimasti in Ucraina dobbiamo ucciderli tutti, con le armi atomiche».</em> E così Petro Poroshenko, il primo presidente post-Maidan:<em> «Noi avremo un lavoro e loro non lo avranno. Noi avremo le pensioni e loro no … I nostri bambini andranno a scuola e all&#8217;asilo mentre i loro figli dovranno nascondersi nelle cantine, perché loro non sanno fare niente. Ecco come vinceremo questa guerra [nel Donbass]».</em></h6>
<h6><em>«La Triade [Stati Uniti, Europa, Giappone] hanno organizzato a Kiev ciò che dovrebbe essere chiamato “golpe Euro/Nazi”. Per raggiungere i suoi obiettivi (separare due nazioni storicamente gemelle), aveva bisogno del supporto dei nazisti locali. La retorica dei media Occidentali, che affermano che le politiche della Triade hanno come scopo la promozione della democrazia, è semplicemente una menzogna. Da nessuna parte la Triade ha promosso la democrazia. Al contrario, queste politiche hanno sistematicamente sostenuto le forze locali più antidemocratiche (in alcuni casi “fasciste”)»</em></h6>
<h6><em>Samir Amin, “</em><em>Russia and the Ukraine crisis: The Eurasian Project in conflict with the triad imperialist policies</em><em>”. </em><em>Monthly Review Online</em><em>, 2014.</em></h6>
<h6>[5] Secondo Michael Hudson «la Russia rappresenta il 40% mondiale del commercio di cereali e il 25% del mercato mondiale dei fertilizzanti (45% se si include la Bielorussia). Qualsiasi scenario avrebbe incluso il calcolo che se un volume così grande di grano e fertilizzanti fosse stato ritirato dal mercato, i prezzi sarebbero saliti alle stelle, proprio come è successo per petrolio e gas. A ciò si aggiunge la perturbazione della bilancia dei pagamenti dei Paesi che devono importare queste merci, il prezzo in aumento per l&#8217;acquisto di dollari per pagare i loro obbligazionisti esteri e le banche per i debiti in scadenza. L&#8217;inasprimento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve ha causato un premio in aumento per il Dollaro USA rispetto a Euro, Sterlina e valute del Sud del mondo. È inconcepibile che le conseguenze di ciò sui Paesi al di fuori dell&#8217;Europa e degli Stati Uniti non siano state prese in considerazione, perché l&#8217;economia globale è un sistema interconnesso.»</h6>
<h6>Hudson riporta anche il fatto che Macky Sall, presidente del Senegal e dell&#8217;Unione Africana, si è recato a Mosca per pianificare il modo di evitare l&#8217;interruzione del commercio africano di petrolio e cibo, rifiutandosi di diventare pedina delle sanzioni (“<em>Is US/NATO (with WEF Help) Pushing for a Global South Famine?</em>”: <a href="https://michael-hudson.com/2022/06/is-us-nato-with-wef-help-pushing-for-a-global-south-famine/">https://michael-hudson.com/2022/06/is-us-nato-with-wef-help-pushing-for-a-global-south-famine/</a>)</h6>
<h6>In realtà non esiste un embargo sul grano russo, bensì grandi difficoltà ad importarlo, almeno in Europa, a causa delle sanzioni sullo shipping da e per la Russia e il minamento ucraino dei porti sul Mar Nero. Esiste invece un parziale embargo sui fertilizzanti sia russi che bielorussi.</h6>
<h6>Di Jason Moore consiglio, ancora una volta, “<em>The End of Cheap Nature. Or How I Learned to Stop Worrying about “The” Environment and Love the Crisis of Capitalism</em>”:</h6>
<h6><a href="https://jasonwmoore.com/wp-content/uploads/2017/08/Moore-The-end-of-cheap-nature-2014.pdf">https://jasonwmoore.com/wp-content/uploads/2017/08/Moore-The-end-of-cheap-nature-2014.pdf</a></h6>
<h6>La <em>Natura-non-a-buon-mercato</em> in Occidente sarà appannaggio di pochissimi potentati finanziari. Si pensi a Blackrock e Vanguard che, oltre che Pfizer, controllano giganti come Nestlé, PepsiCo, General Mills, Kellogg’s, Associated British Foods, Mondel’z, Mars, Danone, Unilever e Coca-Cola, AppHarvest (un’azienda agricola con sede nel Kentucky che vanta una delle serre più grandi del mondo: 2,76 milioni di metri quadrati), Hydrofarm Holdings, eccetera, oltre controllare mezzi di trasporto per prodotti e fertilizzanti (Union Pacific).</h6>
<h6>Su questo argomento si vedano ad esempio gli studi di Mary Hendrickson (Università del Missouri) e:</h6>
<h6>- iPES Food: “<em>Too Big to Feed. Exploring the impacts of mega-mergers, consolidation and concentration of power in the agri-food sector</em>”: <a href="https://www.ipes-food.org/_img/upload/files/Concentration_FullReport.pdf">https://www.ipes-food.org/_img/upload/files/Concentration_FullReport.pdf</a>.</h6>
<h6>- Adrienne Buller “<em>With $10 Trillion in Assets, BlackRock Has Set a New Benchmark for Corporate Power</em>”: <a href="https://jacobin.com/2022/03/index-funds-blackrock-vanguard-stocks-ownership-democracy-concentration">https://jacobin.com/2022/03/index-funds-blackrock-vanguard-stocks-ownership-democracy-concentration</a></h6>
<h6>Per avere un quadro più ampio suggerisco anche lo studio “<em>Digitalization and the third food regime</em>” di Louisa Prause, Sarah Hackfort e Margit Lindgren del Dipartimento di Politica dell&#8217;Agricoltura e del Cibo, della Humboldt-Universität di Berlino: <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10460-020-10161-2">https://link.springer.com/article/10.1007/s10460-020-10161-2</a></h6>
<h6>[6] Thomas Friedman. “<em>The 9/11 Bubble</em>”. <em>The New York Times</em>, 2 dicembre 2004.</h6>
<h6>[7] “Michael Hudson: Vita e Pensiero. Un&#8217;Autobiografia. Alle origini della crisi attuale”, a cura di Piero Pagliani. <a href="https://it.scribd.com/document/389764645/Michael-Hudson-Vita-e-Pensiero">https://it.scribd.com/document/389764645/Michael-Hudson-Vita-e-Pensiero</a></h6>
<h6>[8]<em> </em><em>«</em><em>It was clear at this year&#8217;s gathering of business and political elites in Davos that the longstanding vision of a world without borders is no longer credible</em><em>», Joseph Stiglitz, “</em><em>Getting Deglobalization Right</em><em>”, </em><em><a href="https://www.project-syndicate.org/commentary/deglobalization-and-its-discontents-by-joseph-e-stiglitz-2022-05">https://www.project-syndicate.org/commentary/deglobalization-and-its-discontents-by-joseph-e-stiglitz-2022-05</a></em></h6>
<h6>Nel febbraio del 2013 pubblicai online (tramite il sito “Megachip”) due volumi intitolati “Al cuore della Terra e ritorno” (Parte Prima: <a href="http://www.scribd.com/doc/184765579/Al-Cuore-Della-Terra-e-Ritorno-Uno">http://www.scribd.com/doc/184765579/Al-Cuore-Della-Terra-e-Ritorno-Uno</a>, Parte Seconda: <a href="http://www.scribd.com/doc/184766479/Al-Cuore-Della-Terra-e-Ritorno-Due">http://www.scribd.com/doc/184766479/Al-Cuore-Della-Terra-e-Ritorno-Due</a>). Il secondo volume era intitolato “La crisi che verrà. Definanziarizzazione e deglobalizzazione”. Sono contento che quasi dieci anni dopo un premio Nobel per l&#8217;Economia confermi le mie previsioni. Il fatto che, diciamo così, io ci sia arrivato dieci anni prima di Stiglitz dipende da una circostanza precisa: lui è un super tecnico accademico e io no, non sono né un tecnico né un accademico. In quanto tale ero più libero di lui di arrischiare paradossi invece che essere costretto a ripetere pregiudizi. In realtà ho anche maestri migliori, come Giovanni Arrighi, accademico anche lui, ma di altro stampo, che dove si stava andando a parare lo aveva capito agli inizi degli anni Novanta, cioè venti anni prima dei miei due volumi, che senza Arrighi sarebbero infatti stati impossibili. Che i due movimenti di definanziarizzazione e deglobalizzazione potessero essere accelerati da un conflitto armato di vasta portata era tra le mie ipotesi, anche se dieci anni fa speravo ancora che fosse evitato. Ma già due anni dopo lo ritenevo quasi inevitabile nell&#8217;articolo citato nella nota [11]. Ricordo che attorno a Russia e Cina ruota una miriade di organizzazioni e istituzioni internazionali come il BRICS (e il BRICS+), la SCO (Shanghai Cooperation Organization), la NDB (New Development Bank), la RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership &#8211; il più esteso accordo di libero scambio del pianeta) che sono in collegamento con iniziative regionali come il BIMSTEC (The Bay of Bengal Initiative for Multi-Sectoral Technical and Economic Cooperation), l&#8217;ASEAN-China free trade agreement, il Mercosur e molti altri.</h6>
<h6>[9] Il CEO di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, ha dichiarato che «<em>he is preparing the biggest U.S. bank for an economic hurricane on the horizon and advised investors to do the same</em>». <a href="https://www.cnbc.com/2022/06/01/jamie-dimon-says-brace-yourself-for-an-economic-hurricane-caused-by-the-fed-and-ukraine-war.html">https://www.cnbc.com/2022/06/01/jamie-dimon-says-brace-yourself-for-an-economic-hurricane-caused-by-the-fed-and-ukraine-war.html</a></h6>
<h6><a name="tw-target-text2"></a>[10] Basta vedere le mosse della BCE lagardiana per capire il disastro economico-sociale che le élite finanziarie globali ed europee stanno preparando per i Paesi dell&#8217;Unione Europea. Il connubio tra alti tassi di interesse, asservimento dei sindacati, repressione (che ci sarà), disoccupazione, rilancio in grande stile del tema del debito pubblico e dell&#8217;austerità, metterà definitivamente una pietra tombale sui diritti garantiti dai Principi fondamentali e dalla Parte prima della nostra Costituzione, al welfare e ai servizi pubblici, a partire proprio dalla Sanità universalista. I partiti della sinistra liberale saranno i guardiani di questo degrado, mentre quelli di destra guadagneranno consensi predicando, ma non praticando, qualche forma di opposizione. Vladimir Putin anche in questo caso non sbaglia la descrizione dell&#8217;Europa nel suo discorso al Forum di San Pietroburgo: «Tale disconnessione dalla realtà e dalle richieste della società porteranno inevitabilmente a un&#8217;impennata del populismo e dei movimenti estremisti e radicali». [11] Sahra Wagenknecht, “Contro la sinistra neoliberale” (Fazi Editore, 2022).</h6>
<h6>[12] Piotr, <em>La guerra è la sola igiene del mondo? Prospettive 2015: </em><a href="https://www.antimafiaduemila.com/home/terzo-millennio/256-estero/53614-la-guerra-e-la-sola-igiene-del-mondo-prospettive-2015.html">https://www.antimafiaduemila.com/home/terzo-millennio/256-estero/53614-la-guerra-e-la-sola-igiene-del-mondo-prospettive-2015.html</a></h6>
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		<title>Al Popolo Russo e al suo Presidente</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2022 11:17:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al Popolo Russo e al suo Presidente L’Associazione politico/culturale Comunismo e Comunità esprime solidarietà e massima vicinanza al popolo russo e al suo Presidente, vittime in questi giorni di una campagna di odio anti-russo senza precedenti in Occidente in tutti i campi. A livello mediatico, a livello economico, con dure sanzioni, a livello politico, con deputati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/03/Nato-1998-2022-1.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7817" title="nato-1998-2022-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/03/Nato-1998-2022-1-300x216.jpeg" alt="" width="300" height="216" /></a></div>
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<div><strong>Al Popolo Russo e al suo Presidente</strong></div>
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<li>L’Associazione politico/culturale <em>Comunismo e Comunità</em> esprime solidarietà e massima vicinanza al popolo russo e al suo Presidente, vittime in questi giorni di una campagna di odio anti-russo senza precedenti in Occidente in tutti i campi.
<p>A livello mediatico, a livello economico, con dure sanzioni, a livello politico, con deputati che se ne vanno quando parlano esponenti del governo russo, a livello di informazione con la censura dei giornalisti e giornali russi accusati di &#8220;diffondere fake news&#8221;.</p>
<p>Un odio che colpisce persino a livello culturale con il tentativo di censurare Dostoevskij e il mondo dello sport con l&#8217;esclusione degli atleti russi da tutte le competizioni e l&#8217;esclusione della nazionale di calcio russa dagli spareggi mondiali da parte della FIFA, abituata a girarsi dall&#8217;altra parte in altre situazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 22 febbraio 2022 il Presidente Russo Vladimir Putin ha riconosciuto l&#8217;indipendenza delle due Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk. Un riconoscimento che il popolo del Donbass attendeva da otto anni, dopo aver visto le proprie scuole, ospedali, case, fabbriche, bombardate ogni giorno dal regime nazionalista ucraino, solo perché rei colpevoli di essersi ribellati a un regime nato dal colpo di stato del 2014, sostenuto dagli Stati Uniti e Unione Europea, che depose un Presidente legittimo eletto un anno prima.</p>
<p>Due giorni dopo, il 24 febbraio 2022, il Presidente della Federazione Russa ha dato ordine di inizio di <em>un’ operazione speciale</em> in Ucraina con lo scopo di porre fine al genocidio e alle discriminazioni cui sono sottoposti gli ucraini russofoni dal regime nazionalista ucraino, e proteggere la stessa esistenza del popolo russo minacciata dal regime neonazista  ucraino che, con la volontà di aderire a un&#8217;alleanza militare, quale l&#8217;OTAN/NATO, e conseguente installazione di missili nucleari sul territorio ucraino, possono colpire qualsiasi città russa in pochi minuti.</p>
<p>L&#8217;Occidente accusa la Russia e il popolo russo di essere invasori, di bombardare civili ma sappiamo che ciò non è vero perché non è interesse della Russia e del suo popolo bombardare un popolo fratello. La Russia e il suo popolo, con il suo Presidente, sta liberando i propri fratelli ucraini, con la quale condivide lingua e cultura, da un regime nazionalista che ha alimentato odio anti-russo prestandosi a logiche imperialiste e neocolonialiste degli Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea.</p>
<p>La <em>Comunità di Comunismo e Comunità</em>, in questo clima di isteria anti-russa e di caccia al russo in Occidente che richiama tempi oscuri vissuti in Europa negli anni trenta del Novecento, esprime solidarietà, amicizia, affetto e vicinanza al popolo russo. Un popolo che ha sempre mostrato sentimenti di fratellanza verso il nostro paese e ammirazione per il nostro popolo e la nostra cultura. Ed esprime il sostegno convinto all&#8217;azione politica e militare del suo Presidente e delle Forze Armate Russe in Ucraina che sta difendendo il diritto alla sovranità della Russia e il diritto all&#8217;esistenza del Popolo Russo.</p>
<p>Maurizio Neri</p>
<p>André Siciliani</li>
<li>Emanuele Fanesi</li>
<li>Stefano Gatti</li>
<li>Giuseppe Tarantini</li>
</ul>
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		<title>Circa Valérie Gérard, “Tracer des lignes: sur la mobilisation contre le pass sanitaire”</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2021 15:44:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Visalli]]></category>
		<category><![CDATA[Gilet Gialli]]></category>
		<category><![CDATA[Macron]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello Tari]]></category>
		<category><![CDATA[Valerie Gerard]]></category>

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		<description><![CDATA[Circa Valérie Gérard, “Tracer des lignes: sur la mobilisation contre le pass sanitaire” di Alessandro Visalli &#160; Un interessante dibattito rimbalza sulle colonne di “Sinistra in rete”, attraverso una confutazione sulla quale torneremo[1], muovendo da un libricino[2] disponibile in rete della filosofa francese Valérie Gérard. La Gérard si interroga sulla natura di quel movimento che ogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories11/4-768x512.jpg" alt="4 768x512" width="300" height="212" data-src="/images/stories/stories11/4-768x512.jpg" /></p>
<h2>Circa Valérie Gérard, “<em>Tracer des lignes: sur la mobilisation contre le pass sanitaire</em>”</h2>
<h3>di Alessandro Visalli</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un interessante dibattito rimbalza sulle colonne di “<em>Sinistra in rete</em>”, attraverso una confutazione sulla quale torneremo<a id="_ftnref1" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftn1">[1]</a>, muovendo da un libricino<a id="_ftnref2" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftn2">[2]</a> disponibile in rete della filosofa francese Valérie Gérard. La Gérard si interroga sulla natura di quel movimento che ogni sabato batte le strade francesi contro il pass sanitario e che apparentemente ha preso la staffetta lasciata dai Gilet Gialli. La tesi della filosofa è che per giudicare un movimento non bisogna tanto prestare attenzione alle idee, quanto ai discorsi ed alle pratiche concrete. Ovvero agli atti ed agli affetti che mette in campo.</p>
<p>La tesi è quindi che il movimento in oggetto ha un segno <em>diverso</em> da quello dei Gilet Gialli, e per alcuni versi <em>opposto</em> (con tutto che alcuni leader dei GG sono presenti). Si tratterebbe infatti di un <em>movimento individualista e iper-liberista</em>. In sostanza la mobilitazione contro il pass sanitario, e contro la “società del controllo”, si muoverebbe in continuità con ambienti che la nostra non esita a chiamare di estrema destra o segue promotori disonesti di trattamenti inefficaci, no-vax, complottisti<a id="_ftnref3" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftn3">[3]</a>. Un elemento che seduce la sinistra radicale è la critica del controllo sociale sicuritario, oltre, ed è un altro tema, il tentativo di non lasciare la piazza. O, come scrive, la pretesa di essere l’avanguardia illuminata che guida quelli che non sanno quel che fanno.</p>
<p>Quel che la preoccupa “sono le linee di forza che acquisiscono importanza nel campo politico e quello che questo movimento costituisce e prefigura”. E la diagnosi è impietosa:</p>
<p>“Quello che viene affermato è <em>la libertà dell’individuo contro gli altri</em>, la libertà di essere contaminato e incidentalmente di contaminare gli altri, ma anche quello di lasciare che il virus circoli, col rischio delle mutazioni e dunque di divenire più pericoloso e di far durare più a lungo l’epidemia e le restrizioni – e anche la disgregazione sociale – che le sono ovviamente legate. È <em>una libertà puramente egocentrica</em> per la quale il mondo può anche finire, ma le libertà puramente individuali non devono essere toccate. Sono degli individui-monadi autarchici, imperi in un impero, e quello che accade agli altri non gli interessa minimamente. È un discorso radicato in una visione spenceriana della società in cui la gente sana, con delle buone difese immunitarie, sopravviverà <em>e tanto peggio per gli altri</em>”.</p>
<p>Oppure si può anche riconoscere che alcune provenienze sono connesse ad una <em>naturopatia </em>che non è radicata solo nelle posizioni della sinistra (come ingenuamente si pensa), quanto anche della destra radicale. Anche qui si fa strada una posizione che suona più o meno così: “<em>se io da sempre mi prendo cura di me non posso permettere che per colpa di altri (o per altri) una sostanza estranea entri dentro di me</em>”. Una posizione che, al di là dell’eventuale realtà o adeguatezza, suona eticamente e politicamente irresponsabile. In sostanza si dice che se io sono in forma ed ho una (presunta) buona immunità (perché sono aderente alla ‘natura’) allora mi posso chiamare fuori. Che gli altri pensino a sé, <em>fatti loro</em>. Come scrive: “Non si tratta in nessun caso, ai loro occhi, di pensare a una forma di risposta collettiva contro la pandemia (mentre è evidente che la risposta non può che essere collettiva). Dell’idea che ci si prenda <em>tutti e tutte</em> la responsabilità di farsi vaccinare (e applicare delle misure serie per frenare la pandemia), di fermare insieme, in modo solidale, la circolazione del virus, <em>non ne vogliono neanche sentir parlare</em>”.</p>
<p>Qui la questione <em>non è di prova</em> scientifica (che nessuno è in grado di discutere con la necessaria competenza, se non scegliendo la ciliegia del principio di autorità che conferma i propri orientamenti), ma di <em>preferenze per delle relazioni</em>. E quindi la preferenza che delimita la scelta della Gérard è quella per il modo di vivere e legarsi agli altri, quindi “una preferenza per un mondo in cui si è solidali gli uni con gli altri per far fronte a un pericolo, a un virus, più che per uno in cui si lascia ciascuno a vedersela da solo con la sua pretesa natura o la sua fortuna, le sue eredità o capitali sociali”.</p>
<p>La potenza che si manifesta nel movimento rinvia al contrario alla distruzione di ogni solidarietà, ad <em>un immaginario politico ultra-liberale ed anti-egualitario</em>. Anche i pochi che cercano di far sentire la propria voce su agende più condivisibili, per la sanità pubblica, per la vaccinazione obbligatoria in categorie a rischio primario (e diffusa nel terzo mondo), per la revoca dei brevetti, non danno il tono al movimento. Che resta offuscato dalle grida per la ‘libertà’, per ‘la libera scelta del proprio corpo’, etc. Preso interamente in una enorme confusione e caos (che riconosceranno tutti gli autori che qui leggiamo) che fa uso di volta in volta delle citazioni del “biopotere”, applicato fuori senso per misure di mutua protezione (qui la nostra cita Agamben), o dalla ripresa delle posizioni di Raoult (che la nostra chiamar direttamente “impostore” e “manipolatore”). Un movimento nel quale è finito per passare, per essere accettato, che “la resistenza al sistema, al potere, allo Stato, al governo, si allei col covid-scetticismo” e nel quale “si è fatto troppo poco per separare le due questioni, quella della resistenza all’indurimento autoritario del regime e quella della protezione reciproca da organizzare collettivamente, per combattere insieme il virus e proteggersi a vicenda”. Vedremo nell’ultimo intervento che l’intera esistenza di un “noi” che si dovrebbe difendere è negata in radice.</p>
<p>Per l’autrice, invece, si poteva combattere ad un tempo Macron e il virus. Il presidente francese, come i premier italiani, non ha infatti investito abbastanza su scuola e trasporto, ha manifestato carenze nelle politiche di vaccinazione, nei controlli negli aeroporti e nelle procedure di accesso al paese, ha prodotto un’azione piena di contraddizioni e insufficienze. Ma un punto bisogna tenerlo fermo: “<em>Il campo di forza costituito dal movimento attuale non è né egualitario né emancipativo. Prospera sulla confusione. Per questo è tanto più importante tracciare delle linee chiare</em>”.</p>
<p>Questa posizione molto netta, e con toni anche qui e là problematici, viene commentata con favore da Marcello Tarì<a id="_ftnref4" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftn4">[4]</a> e con sfavore da Michele Garau.</p>
<p>Il primo a tutta evidenza parla da una posizione più radicale e segnala la disgregazione e sconfitta del senso di direzione e comunanza di quel movimento che nel finire degli anni novanta si riunì sotto le bandiere “no global”. Chiarisce “l’esplosione, dispersione e dileguamento di quel Noi reticolare che, seppure non ha sconfitto il capitalismo, quantomeno era apparso potesse essere la base a partire dalla quale «vivere e lottare»”. E con essa anche l’inevitabile decomposizione di tutti i “noi”, per quanto piccoli, che erano sorti intorno a questa prospettiva (che aveva raccolto, per un breve attimo, gli orfani della lotta di classe).</p>
<p>Precisamente questa confusione produce l’ambiente nel quale il concetto di libertà è slittato, anche nella sinistra radicale, dal “noi” (che si è perso) all’ “io”. Cioè che ha finito per ancorarsi a ciò che “il so”, “io voglio”, “io giudico”.</p>
<p>Dunque:</p>
<p>“dagli insorgenti di Capitol Hill a quelli che assaltano i centri di vaccinazione in Francia, <em>la tendenza emergente è che quegli Io si aggregano e formano delle folle compatte le quali inclinano naturalmente verso pulsioni anarco-fasciste</em>. Sarebbe ingenuo credere sia una novità dovuta a questo momento storico costituito dalla pandemia ma, come sempre quando si tratta di storia delle mentalità, <em>era qualcosa che era già qui da tempo e a cui l’evento pandemico ha dato la possibilità di riconoscersi e mostrarsi a cielo aperto</em>. Nello stesso identico modo in cui la pandemia ha permesso che strumenti tecnologici per la produzione-consumo-controllo individualizzanti, anch’essi già presenti da tempo nelle nostre abitazioni e nelle nostre tasche, cioè installati nella nostra mente, abbiano ricevuto una nuova coerenza logistica che permette ai governi e alle corporation di fare un «salto di qualità». Gli uni sono lo specchio degli altri, ovvero <em>gli uni sono funzionali agli altri</em>, avendo come base comune il delirio monocratico dell’<em>Ego.</em> Spirito dell’Io e spirito della Tecnica, unificati nel capitalismo apocalittico, costituiscono un dispositivo diffuso, un <em>gas atmosferico</em> attraverso cui spira e regna lo «<em>spirito di questo mondo</em>», <em>spirito della separazione e dell’angustia</em>”.</p>
<p>Si tratta, dunque, di un concetto angusto di libertà che è penetrato anche nel campo che dovrebbe opporvisi. Persa la prospettiva anticapitalista comune, smarrito il “noi”, è restato solo lo “stare bene, padrone della mia vita”.</p>
<p>Questo è il senso letto nell’articolo della Gérard e rimarcato da Tarì:</p>
<p>“il suo puntare una cruda luce sul fatto che <em>lo sfondo ideologico e le pratiche di quel movimento non hanno nulla di emancipativo o liberante</em>, nonostante gli sforzi di quelli che cercano di portarvi un discorso contro il controllo sociale, ma che è un <em>exploit </em>sostanzialmente <em>ultra-liberista</em>, dove ciò che conta è solo il <em>mio</em> desiderio, la <em>mia</em> salute, la <em>mia</em> scelta, il <em>mio</em> corpo, la <em>mia</em> libertà, la<em> mia</em> festa, la <em>mia </em>vita e, al limite, la <em>mia </em>piccola cerchia. Gérard è chiara e tagliente: <em>si tratta in fin dei conti della libertà feroce di un Io, alleato ad altre individualità che si immaginano vere, forti e vincenti</em>, usata <em>contro </em>i più fragili. Il problema è che questi Io, pochi o tanti che siano, sono all’offensiva”.</p>
<p>Questo è un punto da scolpire: “libertà feroce di Io, alleati ad altre individualità che <em>si immaginano</em> vere, forti, vincenti” e che, per questo, rifiutano qualunque per quanto minimo sacrificio. Gli <em>altri</em> se la cavino da soli.</p>
<p>Per Tarì, insomma, anche se il testo della Gérard “non è abbastanza antagonista” solleva una questione vera. Il taccheggiare, l’assecondare la confusione e dare spago a “<em>una massa di narcisi egoisti truccati da anti-sistema</em>”. Quindi, alla fine, “Quello che resta del campo antagonista o alternativo davanti all’evento maggiore di quest’epoca<em> balbetta, non sa bene che dire né che fare e quello che fa e dice spesso lo fa e dice male, cercando di darsi delle ragioni per essere presente o assente. </em>Capisco che non sia facile, comprendo il balbettamento e anche gli errori. Sono in gran parte anche le mie difficoltà, il mio balbettamento e i miei errori, ma <em>detesto l’ipocrisia, l’ambiguità e la furberia”.</em></p>
<p>Quella di chi non sa distinguere tra chi esprime in sostanza una “adesione piena all’individualismo ultrà” che domina sulla scena. Chi immagina l’intera realtà come nemica, malvagia e rivolta contro se stessi. Chi ha una visione chiaramente paranoico-ossessiva (così la definisce) che vede solo biopotere, apparati securitari, potere medico, occulti centri di controllo e masse di stupidi che rifiutano la ‘verità’.</p>
<p>“È come se un brutto sogno notturno assumesse al risveglio la dignità di manifesto politico del giorno. I concetti che per un periodo hanno costituito l’armatura di un discorso antagonista all’ordinamento del mondo, che sono stati usati per comprendere il presente, vengono così banalizzati e stravolti in una ideologia bipartisan i cui aderenti, per essere davvero coerenti, dovrebbero onorare Trump e Bolsonaro come i veri padri nobili della “nuova resistenza”; quelli infatti se ne sono sempre fottuti tanto dei vaccini che di tutto il resto. Per contro, in tale visione totalizzante, non esistono i morti, i malati, i deboli, i poveri, gli ultimi, i Sud del mondo. O comunque non contano nulla nella mia lotta contro lo sfregio alla <em>mia</em> libertà”.</p>
<p>Infine, sulle stesse colonne Michele Garau ha una posizione del tutto opposta, ed è quella riportata da “<em>Sinistra in rete</em>” (che ha evidentemente scelto la parte in cui stare). Garau parte da un preambolo nel quale riconosce che l’intero dibattito collassa e si polarizza mischiando piani sanitari, tecnici, politici ed epidemiologici in un modo che si interseca con la questione diversa delle potenzialità conflittuali delle proteste in corso. Il piano della critica scientifica è rigettato dall’autore, che in proposito ricorda la presa di posizione contro Illich dello stesso Foucault<a id="_ftnref5" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftn5">[5]</a>. Non si può criticare una formazione di sapere assumendone linguaggio e categorie, ovvero immettendosi nel suo proprio campo di interrogativi e di competenze tecniche. Si fa inevitabilmente la figura del dilettante o del ‘raccoglitore di ciliegie’<a id="_ftnref6" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftn6">[6]</a>.</p>
<p>La domanda è quindi:</p>
<p>“È possibile schivare questo rischio? È accettabile individuare un campo di battaglia nel progetto di manipolazione e mappatura del vivente, di raccolta di dati biologici e <em>quadrillage</em> poliziesco che il dispositivo del passaporto vaccinale porta con sé, senza per questo entrare nel merito dell’efficacia sanitaria del vaccino, ma soprattutto delle alternative più o meno credibili al suo utilizzo? È legittimo criticare il modo in cui l’emergenza è stata affrontata, compreso il perseguimento della campagna vaccinale come assoluta panacea, l’ospedalizzazione sistematica a discapito di qualsiasi cura domiciliare, senza perdere la lucidità rispetto alle dimensioni del problema? Si può, inoltre, guardare con interesse al conflitto sul passaporto sanitario in termini politici, di sintomo epistemologico e di rifiuto della presa delle istituzioni, mediche ed economiche, sui corpi, andando oltre il linguaggio della medicina?”</p>
<p>Evidentemente Gérard propone come criterio alternativo l’affinità verso le ‘forme di vita’ elette, l’intesa sulle visioni dell’esistenza, il “fondo antropologico”. Una posizione che Garau non può accettare completamente. Per lui si tratta, al contrario, di <em>accettare il rischio di frammentarietà, di balbettamento</em>, ma non esimersi completamente dalla critica verso il complesso delle tecniche e dei registri scientifici, e relativi apparati. Criticare quindi, malgrado il rischio di incomprensione, la politicità intrinseca, la decisionalità, le caratteristiche di strategia e comando, proprie della razionalità scientifica come ‘istituzione’.</p>
<p>Anche se l’autore <em>non</em> crede che questa mobilitazione darà una scossa e che avrà carattere di permanenza e lungo respiro, purtuttavia resta legato ad un principio metodologico che enuncia così: “<em>un conflitto non si giudica dagli enunciati iniziali dei suoi soggetti, dalla loro identità</em>. Un principio metodologico semplice che è soggetto a brusche oscillazioni e non fornisce garanzie, quello di <em>privilegiare il divenire degli eventi rispetto alla sostanza dei ruoli, delle etichette, del calcolo sociometrico</em>”. Un principio chiaramente e radicalmente anti-marxista, di evidente matrice anarchica (per chi conosce le famiglie ideologiche del novecento).</p>
<p>Se, quindi, il nostro ammette tranquillamente che “<em>in gran parte il profilo delle persone che scendono in strada sia lo stesso, con la medesima costituzione antropologica «ultraliberale» ed un’analoga e spuria visione del mondo</em>”, e quindi resta sempre il rischio di “essere travolti dal fango”, purtuttavia rifiuta di squalificare gli elementi di verità presenti (la riduzione dei corpi a fondo e mappatura dei dati<a id="_ftnref7" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftn7">[7]</a>), sulla base di un mero “giudizio antropologico”.</p>
<p>Ricapitoliamo:</p>
<p>Garau non mette affatto in discussione il “giudizio antropologico” di iper-liberismo, lo accetta per vero, ma nega che questa diagnosi debba guidare l’azione. Perché lo nega? Il motivo è semplice e netto, e lo scrive molto bene: “<em>In quanto al progetto di difendere o ricucire il legame sociale, resto convinto che il gioco delle forme di vita, il loro conflitto e la loro composizione come sola essenza di un agire etico, passi dalla sua distruzione e frammentazione</em>”. Quel che vuole produrre è quindi, ed anche nel mezzo di una pandemia, una “secessione” e uscita dalla civiltà presente; intende arrivare ad un “fuori esistenziale e politico”. E, per questo, per lui bisogna ammettere che questa prospettiva “non si può intravvedere da nessuna altra parte <em>che in desideri e immaginari che sono, da principio, ‘ultraliberali’</em>.”</p>
<p>La posizione è quindi compiutamente e consapevolmente anarchica (e probabilmente di un anarchismo ‘accelerazionista’): <em>“L’elaborazione di un tipo di «libertà comunista», irriducibilmente altra dal presente, non sta in nessun’osservanza della responsabilità sociale, in nessun piegarsi in sacrificio alla collettività come norma universale”,</em> e quindi viene indicato chiaramente l’avversario, ovvero <em>“i bizzarri rigurgiti socialisti di quei compagni che delirano di vaccini come «bene comune» o atto d’amore verso la comunità”.</em></p>
<p>Il suo romanticismo (direi piccolo-borghese, ma qui mi perdonerà) scaturisce dalla motivazione di questa scelta, che segue immediatamente: “fare una manifestazione selvaggia, anche solo per chiedere di tornare alla vita di prima, per rivendicare la mera e individualistica riproduzione materiale – tra lavoro e consumo – è comunque una condizione per esperienze <em>più vive ed autentiche</em> della semplice obbedienza”. Si ricollega quindi ed infine alla esperienza piazze contro il lock down, anche se il programma non era generalizzabile, se rasentava l’egoismo. Lo rivendica.</p>
<p>Gramsci, nel 1919<a id="_ftnref8" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftn8">[8]</a>, scriverà che gli anarchici, in sostanza, “<em>puntano a ridurre tutto ad una avventura romantica</em>”. Non potrebbe essere più chiaro.</p>
<p>L’autore conclude, infatti:</p>
<p>“è sempre bene tenere a mente che nessuna nuova idea di libertà verrà impressa dall’esterno a questa condizione. Mentre cortei selvaggi e disordini estemporanei animano le strade della mia città, mentre ministri ed organi di informazione agitano minacce estremistiche, convocano il pericolo terroristico per un tirapugni ed il cazzotto (sacrosanto) ad un giornalista, mi pare che <em>l’ultima cosa da fare sia tracciare le linee sbagliate</em>. Ammettere di balbettare, di essere interdetti di fronte alla realtà e di faticare a prendere posizioni chiare, come mostrano queste righe scritte malvolentieri, mi sembra una migliore soluzione. E se in questa confusione la linea che delimita un punto credibile da cui pensare e attaccare non è stata forse ancora disegnata, è certo che passerà più probabilmente tra i farfugliamenti inarticolati dei tumulti, con tutti i loro pericoli e le loro scorie (anche con i loro deliri) che in mezzo alla tiepida saggezza di chi resta ben allineato”.</p>
<p>Se poi, mentre il nostro amico <em>si sente vivo ed autentico, mentre sperimenta, farfuglia, accetta i deliri,</em> qualcuno muore (magari qualche inutile vecchio come Sepulveda) non fa niente. L’importante è sollevare la “forza anonima che mina il legame sociale”, scontandone gli effetti antisociali, irresponsabili e particolaristici dai quali muove. L’importante, lo dice chiaramente, è <em>distruggere il “patto sociale”</em>.</p>
<p>Ovvero, come cita:</p>
<p>“L’oscuro spettacolo delle rivolte del 2011 aveva un aspetto stranamente conformista, e il focus sul saccheggio dei beni di consumo indica l’enorme potere dell’immaginario consumistico e l’uniformità ideologica del periodo neoliberale contemporaneo. Quelli che si sono rivoltati non erano gruppi politicizzati che lottavano per un mondo più giusto ed equo. Non hanno fatto richieste a chi era al potere, e non erano in possesso di una visione ideologica di un percorso storico nuovo e progressivo. <em>Consapevolmente, non volevano cambiare nulla</em>. Erano sussunti <em>dall’avventura esperienziale della rivolta</em> e, per quanto riguarda i saccheggi, volevano quello che potevano. Inconsciamente, volevano cambiare tutto ciò che riguardava il loro essere-nel-mondo”<a id="_ftnref9" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftn9">[9]</a>.</p>
<p>Dunque, direi che siamo perfettamente d’accordo, tutte queste sono mobilitazioni neoliberali e non vogliono cambiare nulla.</p>
<p>Ma, dico, <em>per questo non basta il capitalismo</em>?</p>
<p><em>Di sicuro a me basta per sapere dove stare.</em></p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5><a id="_ftn1" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftnref1">[1]</a> - Un pezzo, davvero interessante e di cui parleremo tra breve, di Michele Garau “<a href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21240-michele-garau-il-passaporto-vaccinale-e-l-incognita-dei-conflitti.html">Alcune note polemiche a partire da uno scritto di Valérie Gérard</a>”</h5>
<h5><a id="_ftn2" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftnref2">[2]</a> - Disponibile a questo link <a href="https://www.editions-mf.com/produit/108/9782378040420/tracer-des-lignes">https://www.editions-mf.com/produit/108/9782378040420/tracer-des-lignes</a></h5>
<h5><a id="_ftn3" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftnref3">[3]</a> - In questo contesto non si intende, naturalmente, il fatto che più persone si riuniscano in segreto per agire contro altre (perché questo avviene continuamente), ma quelli che riguardano la politica e che sono indeterminati e contemporaneamente illimitati. Ovvero è una ‘<em>teoria del complotto</em>’, in questo contesto, l’attribuzione di un fenomeno sociale all’azione di indeterminati attori, dai fini vaghi, perfettamente eseguiti, interminabili, non connessi ad una specifica conformazione temporale e spaziale. Esse sono, tipicamente: ‘sfocate’ (hanno fini illimitati come il dominio del mondo); coinvolgono attori sia indefiniti sia innumerevoli (ed estendibili a chiunque li neghi); dallo svolgimento coerente e perfetto (ad onta della innumerevole partecipazione e vaghezza degli obiettivi); astorici e fuori contesto e quindi eterni.</h5>
<h5><a id="_ftn4" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftnref4">[4]</a> - Marcello Tarì, “<a href="https://quieora.ink/?tag=valerie-gerard&amp;fbclid=IwAR2z0SG7CNoL9SW-VAxxpU3WPuTpFe0oEXOTvUzSfRNGs1UHYnzj_pRKjlw">We are Winning</a>”</h5>
<h5><a id="_ftn5" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftnref5"><strong>[5]</strong></a> - M. Foucault, <em>Crisi della medicina o crisi dell’antimedicina? </em>(1976), in <em>Il filosofo militante: Archivio Foucault 2. </em><em>Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977</em>, Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 202-219.</h5>
<h5><a id="_ftn6" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftnref6">[6]</a> - Si usa questa locuzione di chi sceglie da un albero (es. da un dibattito disciplinare) solo quelle parti che si confanno sin dall’inizio alla propria tesi, ignorando quelli contrari e spesso forzando l’interpretazione di testi e significati.</h5>
<h5><a id="_ftn7" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftnref7">[7]</a> - Singolare affermazione per un semplice, banalissimo, certificato di avvenuta vaccinazione (i cui dati non sono certamente prodotti per l’essere scaricati nell’app “io”), quando la Pubblica Amministrazione registra, come ovvio e necessario, ogni visita, ogni prestazione, medicina, visita in ospedale, e innumerevoli altri momenti della vita. E, soprattutto, quando lo fanno <em>tutti</em>.</h5>
<h5><a id="_ftn8" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftnref8">[8]</a> - Antonio Gramsci, ad esempio in “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2018/11/antonio-gramsci-lo-stato-e-il.html">Lo Stato e il socialismo</a>”, L’Ordine Nuovo, 1919, chiarisce che il “tipo sociale” dell’anarchico, con riferimento ad un articolo precedente nella medesima rivista, deve essere “conosciuto, studiato, discusso e superato”, perché si tratta di “pseudorivoluzionari” che basano la propria azione solo sulla “mera fraselogia ampollosa, sulla frenesia operaia, sull’entusiasmo romantico è solo un demagogo, non è un rivoluzionario”. E’ tutto il contrario, infatti, “Sono necessari, per la rivoluzione, uomini dalla mente sobria, uomini che non facciano mancare il pane nelle panetterie, che facciano viaggiare i treni, che provvedano le officine di materie prime e trovino da scambiare i prodotti industriali coi prodotti agricoli, che assicurino l&#8217;integrità e la libertà personale dalle aggressioni dei malviventi, che facciano funzionare il complesso dei servizi sociali e non riducano alla disperazione e alla pazza strage interna il popolo. L&#8217;entusiasmo verbale e la sfrenatezza fraseologica fanno ridere (o piangere) quando uno solo di questi problemi deve essere risolto anche solo in un villaggio di cento abitanti”.</h5>
<h5><a id="_ftn9" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/21289-alessandro-visalli-circa-valerie-gerard-tracer-des-lignes-sur-la-mobilisation-contre-le-pass-sanitaire.html#_ftnref9"><strong>[9]</strong></a> - S. WINLOW, S. HALL, <em>Gone shopping: Inarticulate politics in the English riots of 2011</em>, in D. BRIGGS, <em>The English riots of 2011: a summer of discontent</em>, London, Waterside press, 2012, pp. 149-168: p. 153.</h5>
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		<title>La fuga di Logan</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2020 20:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Il capitalismo è un sistema che esclude. L&#8217;inclusione o l&#8217;esclusione sono decise in base all&#8217;efficienza nel generare profitto e rendita. Per il resto il capitalismo non si sente vincolato da nessun obbligo verso la società, i suoi uomini e le sue donne. Questa logica può essere dissimulata durante i periodi di espansione, ma [...]]]></description>
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<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories10/s-l1600.jpg" alt="s l1600" width="300" height="251" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il capitalismo è un sistema che esclude. L&#8217;inclusione o l&#8217;esclusione sono decise in base all&#8217;efficienza nel generare profitto e rendita. Per il resto il capitalismo non si sente vincolato da nessun obbligo verso la società, i suoi uomini e le sue donne. Questa logica può essere dissimulata durante i periodi di espansione, ma quando la crisi morde si riaffaccia poco a poco per poi conclamarsi apertamente.</p>
<p>Il Nixon shock del 1971 segnalò l&#8217;inizio della crisi sistemica che ancora oggi, enormemente aggravata, ci avvolge. Seguì quasi un decennio di scontri tra il Potere del Denaro e il Potere del Territorio. Il primo spingeva verso politiche di austerità, di liberalizzazione, di privatizzazione del dominio pubblico, di super sfruttamento dei lavoratori interni e di meticoloso controllo e sfruttamento degli spazi esterni ai centri capitalistici storici. Il secondo cercava di resistere con politiche espansive che rilanciassero l&#8217;economia reale (sempre capitalistica, ovviamente) e le sue benefiche ricadute sulla “<em>middle class</em>”, sentendosi vincolato verso la società (Nixon si spinse a dire “Adesso siamo tutti keynesiani” &#8211; pochi mesi dopo venne fatto fuori dallo scandalo Watergate).</p>
<p>Alla fine degli anni Settanta questa lotta stava indebolendo entrambe le parti e i due Poteri di conseguenza strinsero un patto all&#8217;insegna del nuovo paradigma di accumulazione, cioè la coppia finanziarizzazione-globalizzazione. Iniziò l&#8217;epoca di Reagan e della Thatcher e tutto quel che ne seguì: una ripresa dell&#8217;aggressività imperialistica dopo la breve pausa seguita alla sconfitta in Vietnam e la progressiva concentrazione della ricchezza in mano a una ristretta élite, il famoso “1%”. Un uno per cento, però, che raccoglie attorno a sé ceti ancillari che da questa concentrazione traggono beneficio e/o di questa concentrazione sono i funzionari o di questa élite sono i giullari.</p>
<p>Una porzione minoritaria ma ampia della popolazione, come si può osservare, ad esempio, con la polarizzazione dei voti nei Paesi occidentali: grandi centri metropolitani <em>vs</em> provincia, stati costieri <em>vs</em> stati centrali (negli USA), centro della città <em>vs</em> periferia, eccetera. Quindi il famoso “Voi siete l&#8217;1% noi il 99%” reso celebre dal movimento <em>Occupy Wall Street</em> ha un senso propagandistico ma se ci si crede non si può far politica.</p>
<p>Infatti, se è vero che non siamo più in presenza del Quarto Stato come soggetto autonomo (la classe operaia, in senso generale), non è invece vero che si è costituito un nuovo Terzo Stato, sebbene l&#8217;élite abbia assunto sempre più caratteri neo-signorili e a tratti neo-feudali, con una grande differenza rispetto alle forme originali: un progressivo disconoscimento dell&#8217;obbligo di mantenere i propri sudditi.</p>
<p>Quest&#8217;ultima caratteristica è costitutiva del capitalismo, ma di fronte alla montante importanza politica, sociale ed economica del proletariato che obbligava la classe borghese a prendere sul serio i propri proclami di libertà, uguaglianza e fraternità, doveva essere tenuta nascosta come una vergogna. In Europa, con la sconfitta dei fascismi e la vittoria dell&#8217;URSS, questa sorta di “eugenetica sociale” diventava un tabù impronunciabile. In particolare gli Stati e le loro istituzioni, sostenuti nella pratica dalla grande ripresa economica del dopoguerra, contrastavano il cosiddetto “spencerismo sociale” fin nelle loro Carte fondamentali, esempio tipico della contraddizione tra il Potere del Territorio (legato al luogo) e il Potere del Denaro (legato ai flussi). Ovviamente se si pensa che questi due poteri coincidano o che il primo sia succube dell&#8217;altro e che non ci sia differenza tra <em>auctoritas</em> e <em>potestas</em>, quanto appena detto non ha senso.</p>
<p>Questo breve riassunto degli ultimi 50 anni di storia sono necessari per capire in che contesto questo tabù viene rotto, vuoi in modo diretto, brutale e arrogante, vuoi in modo ipocrita, vuoi con le migliori intenzioni. Il contesto è quello dell&#8217;enorme aggravamento della crisi sistemica e il sovra-contesto, oggi, è quello della pandemia e degli sconvolgimenti economici, geopolitici, politici, ideologici e culturali che queste due crisi incrociate stanno inducendo.</p>
<p>“<em>Quando si sorpassano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e costa caro alla società. L’eutanasia sarà uno degli strumenti essenziali delle nostre società future. Macchine per sopprimere permetteranno di eliminare la vita allorché essa sarà troppo insopportabile, o economicamente troppo costosa</em>” [1].</p>
<p>Così Jacques Attali, membro importante dell&#8217;<em>establishment</em> europeo e internazionale. Non si parlava ancora di pandemie, ma era un ragionamento di freddo efficientismo capitalistico. Non un piano, ma una breve nota, buttata lì con <em>nonchalance</em><em>; poche righe in uno scritto ben più ampio, per futura memoria.</em></p>
<p><em>Ora, con la pandemia, la memoria è riaffiorata, con la sua vergogna coperta da un edificante “mettiamo in sicurezza gli anziani”.</em></p>
<p>C&#8217;era già un che di implicitamente “attaliano” nella proposta di Vittorio Colao di continuare a tenere a casa a oltranza gli over 60. Proposta respinta all&#8217;epoca da Conte e giudicata una follia giuridica dal presidente emerito della Corte Costituzionale, Sabino Cassese.</p>
<p>E c&#8217;era già un che di implicitamente “attaliano” nella volontà di Ursula von der Leyen di tenere a casa gli over 60 fino a Natale.</p>
<p>Oggi la proposta riemerge, al fine di scongiurare nuovi lockdown generalizzati.</p>
<p>Era stata adombrata, ad esempio, dalle parole di Matteo Bassetti, dell&#8217;ospedale S. Martino di Genova, persona in generale ragionevole e moderata che infatti poi si è corretta specificando che intendeva una “<em>differenziazione di orari, ovvero fasce in cui studenti e lavoratori escono e orari differenziati per le persone anziane</em>” (si vedano [3] e[4]).</p>
<p>E&#8217; riemersa secca e senza ripensamenti nell&#8217;intervista del <em>Fatto Quotidiano</em> all&#8217;epidemiologo Martin Blachier, fondatore della <strong><em>Public Health Expertise</em></strong><strong>. Per lui si devono “</strong><strong><em>mettere in una bolla le persone dai 60 agli 80 anni</em></strong><strong>”.</strong><strong> Presume quindi che dopo gli 80 nessuno deambuli più [5].</strong></p>
<p>Ma se queste sono dichiarazioni di uno che <strong>fa business nel settore sanitario</strong>, ben più sorprendenti sono quelle rilasciate a <em>Radio Radio</em> da persone che vedono dietro la pandemia non una circostanza sfruttata ma un disegno mondialista e transumanista (si senta qui: [6] e [7]). Qui si parla addirittura di mettere gli anziani in un “acquario” (spero metaforicamente).</p>
<p>Una variante liberal e politicamente corretta dell&#8217;attalitismo è in dirittura d&#8217;arrivo in Olanda: un disegno di legge che consente il suicidio assistito agli over 75 <em>sani</em> che però ritengono la propria vita conclusa [8]. Insomma, non un obbligo, ma un incoraggiamento.</p>
<p>Infine, molti Italiani si ricorderanno del sapore vagamente attaliano dei ragionamenti svolti dall&#8217;allora presidente dell&#8217;INPS, Tito Boeri, in occasione della presentazione di uno studio dell&#8217;Ordine degli Attuari nel 2016: se si danno pensioni più basse, i vecchietti sarebbero costretti a curarsi di meno e quindi morire prima, con un gran risparmio (si vedano [9], [10] e[11]).</p>
<p>Ma la spiegazione attaliana nuda e cruda ci è finalmente giunta dal presidente della Regione Liguria, il forzista Giovanni Toti: gli anziani “<em>non sono più indispensabili allo sforzo produttivo del Paese</em>” (chissà se si riferiva anche al suo boss). Poi ha chiesto scusa per questa dichiarazione inqualificabile (o fin troppo qualificabile). Ma tant&#8217;è. Le vergogne sono state messe a nudo [12].</p>
<p>Scuse o non scuse i telegiornali e i giornali radio ieri ci avvisavano che la Conferenza delle Regioni avrebbe insistito con Conte anche su questo punto: lockdown per gli over 70 (sembra che 70 sia l&#8217;età di base scelta da questi, loro sì, non indispensabili ma visibilmente superflui personaggi che si fanno chiamare pomposamente “governatori”).</p>
<p>E adesso il <em>demos</em> viene solleticato con domande specifiche da parte, per l&#8217;appunto, degli istituti demoscopici. Ed è così che la Ixè ci comunica che il 61% degli intervistati è favorevole a vietare gli spostamenti da casa agli over 65 e a chi ha patologie (la Ixè ha quindi deciso per conto suo che la soglia sono i 65 anni) [13].</p>
<p>Insomma, per scongiurare un lockdown generalizzato si suggerisce un lockdown solo per gli anziani e si fa di tutto per ottenere un&#8217;adesione popolare a questo macabro provvedimento.</p>
<p>Perché macabro? Leggete qui e troverete tutte le spiegazioni: [14], [15], [16], [17] e [18].</p>
<p>Non sto nemmeno a ripetere domande ovvie alle quali nessuno fornisce nemmeno tentativi di risposte, rifugiandosi in formule fantasmagoriche come “bolla” o come “acquario” per gli anziani, del tipo: cosa succederà a livello sociale (pratico, economico, relazionale e psicologico) quando milioni di nonni e di nonne non potranno più fare i nonni e le nonne? Dove sconteranno i loro arresti domiciliari gli anziani soli? Come faranno a nutrirsi? Verranno raccolti in falansteri? E quelli che vivono in case a volte sovraffollate assieme a persone più giovani che andranno avanti e indietro? Ah, che bella bolla di protezione! Che bell&#8217;acquario (lo sanno che se in un acquario metti un pesce malato muoiono tutti gli altri?).</p>
<p>E&#8217; veramente una protezione impedire agli anziani di fare passeggiate e altre attività fisiche al sole e sintetizzare così vitamina D indispensabile per le loro difese immunitarie? Per non parlare del tono muscolare, dei benefici ortopedici e, di nuovo, del benessere mentale, altro fattore chiave per le difese immunitarie.</p>
<p>E poi fatemi capire una cosa. L&#8217;età media delle persone decedute per Covid è 80 anni e la mediana 82 (così dice l&#8217;Istituto Superiore di Sanità [19]).</p>
<p>Gli ottantenni e le ottantenni non sono tipici <em>addicted</em> della movida. Almeno non credo. Né frequentatori di feste sovraffollate. Non vanno a lavorare (sì, ho capito anch&#8217;io che è questo che dà fastidio!) e non affollano i mezzi di trasporto pubblici. Qualcuno va nelle sale bingo che, scopro oggi dal discorso di Conte, lo scorso DPCM non ha fatto chiudere (i teatri e i cinema sì, le sale bingo no: fantastico!). Ma adesso chiudono anche loro.</p>
<p>Dove si sono contagiati, allora? E&#8217; ovvio: a casa o nelle RSA. Quindi, ideona: chi non è ancora in una RSA rimanga a casa ancora di più! Con un&#8217;accortezza: non chiamiamola “casa”, ma “bolla” o “acquario”.</p>
<p>E i sessantenni (secondo Colao, von der Leyen e Blachier) o i sessantacinquenni (secondo Ixè) o i settantenni (secondo Malvezzi e Amodeo) che sono un po&#8217; <em>die hard</em>, perché mettere anche loro in bolle o acquari? Perché “proteggerli”?</p>
<p>Perché non devono rompere le palle al sistema sanitario nazionale.</p>
<p>E&#8217; forse questa l&#8217;idea di fondo, esplicita o implicita, conscia o inconscia o magari sfuggita per sbaglio: gli anziani sono uno scarto, sono esuberi, non sono produttivi e hanno persino la pretesa di ricevere una pensione cui hanno contribuito per decenni. Forse &#8211; voglio sperare &#8211; qualche anima candida non ha pensato al costo che il “protetto” dovrà pagare per questa “protezione”.</p>
<p>Non so perché, ma c&#8217;è qualcosa di attaliano in tutto ciò. A volte, certo, preterintenzionale, ma sempre più spesso cosciente.</p>
<p>Per ora, a quanto sembra, il governo non ha seguito questo suggerimento. Forse è conseguenza della contraddizione tra i due Poteri di cui si diceva. Ma la cosa, quasi sicuramente, non è finita qui. Il capitalismo ha insita in sé la logica dello scarto.</p>
<p>Agli anziani, quindi, posso solo suggerire di prendere coscienza ed essere pronti per la fuga di Logan.</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5>[1] Jacques Attali, <em>La médicine en accusation</em>, in AA.VV., L’avenir de la vie, Seghers, Paris 1981. Attali è un giurista amministrativo, già capo di gabinetto di Mitterand e poi consigliere economico di Sarkozy e Macron, banchiere internazionale, presidente della Banca Europea per lo Sviluppo.</h5>
<h5>[3] <a href="https://telenord.it/bassetti-mini-lockdown-per-anziani-e-persone-fragili-il-picco-dell-epidemia-deve-ancora-arrivare">https://telenord.it/bassetti-mini-lockdown-per-anziani-e-persone-fragili-il-picco-dell-epidemia-deve-ancora-arrivare</a></h5>
<h5>[4] <a href="https://www.today.it/attualita/matteo-bassetti-orari-anziani-orari.html">https://www.today.it/attualita/matteo-bassetti-orari-anziani-orari.html</a></h5>
<h5>[5] <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/29/coronavirus-lepidemiologo-blachier-lesplosione-del-virus-e-legata-al-calo-delle-temperature-lockdown-totale-unica-soluzione/5983647/">https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/29/coronavirus-lepidemiologo-blachier-lesplosione-del-virus-e-legata-al-calo-delle-temperature-lockdown-totale-unica-soluzione/5983647/</a>.</h5>
<h5>[6] <a href="https://www.radioradio.it/2020/10/dati-governo-unalternativa-lockdown-totale-amodeo/">https://www.radioradio.it/2020/10/dati-governo-unalternativa-lockdown-totale-amodeo/</a></h5>
<h5>[7] <a href="https://www.radioradio.it/2020/10/disegno-planetario-lockdown-meluzzi/">https://www.radioradio.it/2020/10/disegno-planetario-lockdown-meluzzi/</a></h5>
<h5>[8] <a href="https://www.dutchnews.nl/news/2020/07/euthanasia-law-proposed-for-healthy-over-75s-who-feel-their-lives-are-complete/">https://www.dutchnews.nl/news/2020/07/euthanasia-law-proposed-for-healthy-over-75s-who-feel-their-lives-are-complete/</a></h5>
<h5>[9] <a href="https://www.huffingtonpost.it/2016/12/13/inps-pensioni-vita_n_13599410.html">https://www.huffingtonpost.it/2016/12/13/inps-pensioni-vita_n_13599410.html</a></h5>
<h5>[10] <a href="http://www.atdal.eu/wp-content/uploads/2014/11/170112-NL-ATDAL-ALP-XV-01.pdf">http://www.atdal.eu/wp-content/uploads/2014/11/170112-NL-ATDAL-ALP-XV-01.pdf</a></h5>
<h5>[11] <a href="http://www.ordineattuari.it/media/223726/161214_intopic.it__2_.pdf">http://www.ordineattuari.it/media/223726/161214_intopic.it__2_.pdf</a></h5>
<h5>[12]<a href="https://www.ilmessaggero.it/politica/toti_anziani_non_indispensabili_tweet_over_70_lockdown_ultime_notizie_news-5559581.html">https://www.ilmessaggero.it/politica/toti_anziani_non_indispensabili_tweet_over_70_lockdown_ultime_notizie_news-5559581.html</a></h5>
<h5>[13] <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/01/cresce-la-paura-del-covid-l88-degli-italiani-e-preoccupato-per-la-propria-salute-sei-su-dieci-favorevoli-a-lockdown-per-gli-over-65/5987409/">https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/01/cresce-la-paura-del-covid-l88-degli-italiani-e-preoccupato-per-la-propria-salute-sei-su-dieci-favorevoli-a-lockdown-per-gli-over-65/5987409/</a></h5>
<h5>[14] <a href="http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&amp;menu=notizie&amp;p=dalministero&amp;id=4452">http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&amp;menu=notizie&amp;p=dalministero&amp;id=4452</a></h5>
<h5>[15] <a href="https://www.epicentro.iss.it/attivita_fisica/pdf/Guidaall%27attivit%C3%A0fisica.pdf">https://www.epicentro.iss.it/attivita_fisica/pdf/Guidaall%27attivit%C3%A0fisica.pdf</a></h5>
<h5>[16] <a href="https://www.epicentro.iss.it/attivita_fisica/Attivita-Fisica-Anziani-2018">https://www.epicentro.iss.it/attivita_fisica/Attivita-Fisica-Anziani-2018</a></h5>
<h5>[17] <a href="http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2828_allegato.pdf">http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2828_allegato.pdf</a></h5>
<h5>[18] <a href="http://www.jgerontology-geriatrics.com/wp-content/uploads/2016/02/08Vitulli1.pdf">http://www.jgerontology-geriatrics.com/wp-content/uploads/2016/02/08Vitulli1.pdf</a></h5>
<h5>[19] <a href="https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia">https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia</a></h5>
<p><em><strong>Piotr </strong></em></p>
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		<title>Populismi senza popolo, popoli senza socialismo</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jul 2019 12:24:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Alain de Benoist]]></category>
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		<description><![CDATA[POPULISMI SENZA POPOLO,  POPOLI SENZA SOCIALISMO &#160; di Mauro Pasquinelli &#160;  I socialisti rivoluzionari, dalla Prima alla Quarta Internazionale, da Rosa Luxemburg a Guevara, da Mao a Castro, pur nelle differenti sfumature e sintesi progettuali, hanno sempre  tenuto a distinguersi in un oltre confine, in un terzo campo, oltre il finto dualismo novecentesco destra &#8211; sinistra.   [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/62bb8134a39600ce3fa1413b76c113d3d48fbdea.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6094" title="62bb8134a39600ce3fa1413b76c113d3d48fbdea" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/62bb8134a39600ce3fa1413b76c113d3d48fbdea.jpg" alt="" width="510" height="307" /></a></p>
<p align="center"><strong><span style="text-decoration: underline;">POPULISMI SENZA POPOLO, </span></strong><span style="text-decoration: underline;"><br />
</span><strong><span style="text-decoration: underline;">POPOLI SENZA SOCIALISMO</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><span style="text-decoration: underline;">di Mauro Pasquinelli</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> I socialisti rivoluzionari, dalla Prima alla Quarta Internazionale, da Rosa Luxemburg a Guevara, da Mao a Castro, pur nelle differenti sfumature e sintesi progettuali, hanno sempre  tenuto a distinguersi in un oltre confine, in un terzo campo, oltre il finto dualismo novecentesco destra &#8211; sinistra.   </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> Ai tempi di Marx l’opposizione destra-sinistra non esisteva ma si presentava nelle vesti di alternativa tra Monarchia o Repubblica democratico-borghese.  Non diverso era ai tempi di Lenin, dove destra significava fascismo, bonapartismo, reazione, militarismo e sinistra socialdemocrazia, democrazia, riformismo, pacifismo.  Mai, tuttavia, abbiamo visto dirigenti o teorici del socialismo, tranne quelli di matrice riformista, posizionarsi nel secondo campo delle opzioni della classe dominante. Dal terzo campo rivoluzionario, si poteva al massimo fornire un appoggio tattico al secondo campo per porre un argine o battere l’ipotesi del primo, quella più autoritaria.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> Al dualismo storico destra sinistra nel campo delle opzioni borghesi, che data dall’<em>affare Dreyfus</em> (1894) oggi si aggiunge, o forse si sostituisce, quello tra popolo ed élite, per la precisione tra populismo e globalismo, sovranismo e cosmopolitismo.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> Cercherò di dimostrare perché il populismo non è un alternativa vera al cosmopolitismo, come la sinistra non lo è mai stata alla destra.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><span style="text-decoration: underline;"> Queste riflessioni vogliono essere un invito alla discussione sul tema del populismo all’interno della<strong><em>sinistra patriottica</em></strong>, per una ridefinizione del suo posizionamento tattico e strategico, che tutt’ora, ahimè, staziona all’interno del secondo campo populista, presidiato in Occidente da forze politiche per lo più xenofobe e <em>rozzo-brune</em>.</span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;"> Lancio subito una provocazione concettuale che sarà più chiara dopo aver letto questo breve saggio, e che a me serve per renderlo più appetitoso: il populismo agisce in nome del popolo. Il socialista agisce per il popolo e con il popolo. Questione di preposizioni? No questioni di sostanza e lo vedremo alla fine.</span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;"> <em>“L’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi”</em> scriveva Marx in esergo al proclama di fondazione della Prima internazionale. Ed aveva ragione: il socialismo è la prima forma sociale, nella storia dell’umanità che per essere realizzata richiede il protagonismo e la partecipazione attiva e permanente della comunità degli uomini. Altrimenti non sarà mai.  Non l’autonomia del politico di un nuovo principe machiavellico populista con scienza incarnata e gregari a suo seguito, che agisce in nome delle masse e ad esse porta la coscienza dall’esterno, ma il movimento reale degli oppressi che si eleva al livello del sublime e dei suoi compiti storici, e che abolisce lo stato di cose esistenti. Questa è l’unica strada che potrà condurci fuori dal capitalismo. Questo il pertugio strettissimo da attraversare per uscire dalla caverna degli spettri di platoniana memoria. L’alternativa è il giro infinito del criceto, è la fatica di Sisifo condannato dagli Dei per tutta la vita a percorrere gli stessi tragitti, gli stessi tragici errori, con il gran peso della roccia sulle spalle.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;">E quindi:</span></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;"> </span></em><em><span style="text-decoration: underline;">“</span></em><em><span style="text-decoration: underline;">Se noi non potessimo già scorgere nascoste in questa società — così com&#8217;è — le condizioni materiali di produzione e di relazioni fra gli uomini, corrispondenti ad una società senza classi, ogni sforzo per farla saltare sarebbe donchisciottesco&#8221; (Karl Marx, Grundrisse).</span></em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;"> </span></strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">DESTRA-SINISTRA, MORTE DEL SOCIALE E DEL POLITICO</span></strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> Ha ragioni da vendere Jean Claude Michea: la sinistra ha perso ed è stata definitivamente ripudiata dal popolo perché nel Novecento ha aderito al mito ideologico del “progresso”, in nuce nella filosofia dei lumi, sbocciato in modo compiuto nel pensiero liberale e penetrato, come un bacillo, nello stesso pensiero marxista.  Ma attenzione: sappiamo che Marx fu il primo a non dichiararsi marxista! Marxismo è il Marx edulcorato dagli epigoni!</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> Dalla primigenia condanna del luddismo fino all’odierna esaltazione del cosmopolitismo, il mito del progresso, si impone come vera furia storica del dileguare, come rullo compressore di impareggiabile potenza. Esso implica il rifiuto di ogni passatismo, di ogni identitarismo basato sulle tradizioni, di ogni nostalgia di confini nazionali e di limiti dello sviluppo. Tutto può essere messo in discussione, persino Dio, ma non le libere forze del mercato che irrompono nella storia e spianano la strada al futuro, lasciando sulla strada il vecchio, visto sempre come rifiuto della storia come detrito del passato!</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> La sinistra, ancor più della destra, ha aderito a questo mito, a questa metafisica dell’illimitato. Così oggi ci ritroviamo in quasi tutto l’occidente con una sinistra che è passata quasi interamente nella destra ed una destra stravincente che può pure permettersi di inalberare valori della sinistra, in un vorticoso scambio dei ruoli.</span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;"> Non deve depistare il fatto che la “sinistra” abbia issato il migrante al posto del proletario o del contadino, sulla propria bandiera. Per colmo dell’ironia il migrante da loro glorificato non è la figura dell’ultimo che si riscatta, ma l’archetipo del mendicante pronto a morire per inseguire la false promesse del nostro “progresso”, per accaparrarsi le briciole che cadono a terra dalla opulenta tavola del consumismo occidentale. Nel migrante loro ravvisano il servo senza vincoli, <em>sans phrase</em>, disposto, ancor più del proletario, a farsi sfruttare e sottomettere. Vedono in lui la forza muscolare, la vitalità, la potenza fisica che l’annichilito operaio occidentale, bianco e pigro, cresciuto a brioche e digitale, sta inesorabilmente smarrendo.</span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;">  Nel migrante destra e sinistra scorgono oramai la plebe che rischia tutto per trasfigurarsi nell’altra figura simbolica del “progresso” occidentale, la figura del consumatore totale, il nulla cosmico umanoide elevato a metafora del vivere neoliberale. Migrante totale-consumatore totale ecco il binomio della morte del sociale, della barbarie e dello sradicamento in cui la civiltà occidentale sta collassando.</span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;"> In un lungo secolare percorso, partendo da posizioni che all’inizio sembravano antitetiche, destra e sinistra si sono incontrate al centro e questo centro geometrico si chiama liberalismo politico ed economico. La sinistra che si era affermata nella difesa dei diritti dei lavoratori e nel superamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo ha completamente reciso le proprie radici, ha obliato i diritti sociali per abbracciare il liberalismo dei diritti civili individuali e di minoranza. La destra che era storicamente ancorata alle tradizioni, ai valori di identità nazionale, di patria, ordine e famiglia, abbracciando il liberalismo economico che annienta quei valori, non poteva che snaturarsi e rendersi indistinguibile dalla sinistra.</span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;">  L’epilogo di questo processo storico che fa del liberalismo l’anima, il <em>primum movens</em> dell’economico e del politico, è la morte del sociale. E’ una società polverizzata, liquida, in cui gli individui non hanno più niente altro in comune che la loro attitudine razionale a concludere accordi interessati, strategie di potere, tecniche di arrangiamento e sopravvivenza. Con il trionfo del liberalismo muore la comunità.  In epigrafe a questo approdo possiamo porre le parole della Thatcher: “la società non esiste più esistono solo gli individui”.</span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;"> Ma non muore solo il sociale, muore anche il politico! L’anti-politica non è nel populismo, che invece tenta <em>in extremis</em> di riesumarla e riattivarla, ma nell’approdo finale di destra e sinistra che lascia alla mano invisibile del mercato, agli incappucciati dello spread, il potere effettivo di decisione sulla vita e il futuro dei popoli.  </span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;"> La forma capitale liquida e cosmopolita aborre i politici, rifugge la politica alla vecchia maniera come scelta tra alternative di civiltà, tra ipotesi di senso. Essa richiede solo esperti di gestione dei flussi globali delle merci, tecnici del calcolo e dell’efficienza del dominio. Si realizza il sogno di Saint Simon e di Marx, ma nella forma di un incubo tecnocratico: la fine della politica trasformata in amministrazione delle cose, non in seguito all’abolizione delle classi, al passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, ma nella forma di una gestione tecnocratica, di una sussunzione reale della sociale al capitale scientificamente e razionalmente pianificata.</span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;"> Benvenuti nel regno della post-politica, della post-democrazia dove il ruolo affidato agli elettori è solo quello di approvare politiche “razionali” elaborate da tecnocrazie, per meglio assoggettarli alle catene dello sfruttamento e dell’estorsione di valore.</span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;"> Fortunatamente però l’istinto sociale dell’<em>homo sapiens</em> è stato compresso ma non sradicato! La lotta di classe è stata vinta dai dominanti ma non abolita. E le classi povere e pericolose cercano altri canali su cui esprimere e riversare la propria rabbia, il proprio dissenso. Il <strong>populismo</strong> è la prima zattera scalcagnata che i popoli hanno trovato dopo il naufragio di destra e sinistra, dopo la morte del sociale. Zattera concessa loro dalle stesse classi dominanti in crisi storica di egemonia!  </span></p>
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<p><span style="text-decoration: underline;">Sarà essa sufficiente a portare i popoli ad un approdo comunitario di giustizia, uguaglianza e di libertà Penso di no!  Ma lo vedremo meglio alla prossima puntata.</span></p>
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<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Tarchi-e1431540179479-310x218.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6096" title="tarchi-e1431540179479-310x218" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Tarchi-e1431540179479-310x218.jpg" alt="" width="310" height="218" /></a><br />
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<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;">CRISI DELLA FORMA-CAPITALE E POPULISMO</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><br />
La globalizzazione iper-capitalista neoliberale, rafforzando i poteri delle grandi corporazioni economiche, centralizzando le decisioni di politica economica internazionale in mano a pochi grandi potentati oligopolistici, ha finito per sequestrare sovranità ai singoli stati nazionali, relegando la democrazia rappresentativa a una truffa elettorale per decidere quale tecnico migliore possa assoggettare il popolo ai dictat delle oligarchie!</span></p>
<p>In questo nuovo scenario storico, dove sinistre e destre storiche sono trasmutate in tecniche della forma cosmopolita del capitale, la rabbia dei popoli ha trovato sfogo in formazioni politiche populiste che hanno avuto gioco facile a rivendicare ciò che è stato svuotato di senso e di valore dai mercati finanziari: sovranità popolare, stato sociale, difesa di confini, delle culture e delle tradizioni nazionali.</p>
<p>Sovranità non è un concetto fascista, come pensa la “sinistra liberal”, ma un principio basilare di tutte le costituzioni democratiche, diventate oggi il principale ostacolo da abbattere per completare la realizzazione del capitalismo assoluto.</p>
<p>Il capitalismo sta attraversando una crisi epocale che si manifesta nella riduzione del saggio medio di profitto mondiale, determinata sia dall’introduzione di nuove tecnologie digitali, che eliminando lavoro vivo sopprimono la fonte primaria del plusvalore (legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto) sia dall’emergere di nuove potenze mondiali del sud del mondo, che fanno del basso costo del lavoro la loro arma vincente per la conquista dei mercati mondiali. Il capitalismo occidentale langue schiacciato in questa micidiale tenaglia.</p>
<p>Per ironia della storia esso viene sopraffatto dalle stesse potenze ex coloniali e dalla vorticosa crescita della produttività che, come un apprendista stregone, ha evocato e non riesce più a controllare.</p>
<p>La Cina e l’Asia ex-coloniale rappresentano la sua nemesi storica. Il lavoro morto dell’intelligenza artificiale che sostituisce il lavoro vivente dell’uomo è l’acceleratore della crisi!</p>
<p>La bomba demografica e il lento esaurimento delle risorse naturali saccheggiate a ritmo crescente negli ultimi due secoli, chiudono il cerchio.</p>
<p>Risorse che calano e degradano, bocche fameliche dei nuovi “barbari” che crescono e bussano alle porte dell’occidente, segnano l’inizio della fine della “civiltà” occidentale, come segnarono la fine dei vecchi imperi! Natura, ex colonie e lavoro vivo presentano il conto storico che il capitale imperialista non potrà pagare!</p>
<p>La finanziarizzazione, la distruzione dello stato sociale e delle costituzioni nazionali è la risposta a questa crisi di valorizzazione.</p>
<p>Se fosse sufficiente stampare moneta e rilanciare i consumi interni secondo la ricetta neokeynesiana, vagheggiata dalla MMT di Mosler, l’élite globalista lo avrebbe già fatto, perché è nel suo interesse razionale non suicidarsi, incrementare i profitti e non perdere consenso sociale. Ma Marx ci aveva avvisato: la crisi non è da sottoconsumo! E’ crisi di sovrapproduzione e sotto-valorizzazione del capitale. Il turbocapitalismo impone l’austerity, delocalizza le produzioni nel sud del mondo e lascia le popolazioni occidentali impoverire perché è stretto nella morsa delle sue contraddizioni e non ha altra scelta per riprodursi come potenza famelica a caccia di denaro.</p>
<p>La forma capitale è entrata in un conflitto storico insanabile con i bisogni delle popolazioni. Da ciò deriva la colossale crisi di legittimazione delle élite europee ed occidentali che hanno governato la globalizzazione negli ultimi decenni.</p>
<p>I populisti tentano di porre un argine alla crisi innalzando il vessillo di vecchie ricette keynesiane, del protezionismo, del ritorno alla sovranità nazionale, dell’interclassismo, etc. Ritengo sia un passaggio obbligato per mantenere il consenso delle popolazioni al sistema dominante, un tentativo disperato per allungare la vita del malato sistemico terminale.</p>
<p>Spostare la crisi da un paese all’altro, coprire la falla con delle toppe, è un palliativo, non è la soluzione alla crisi sistemica del capitale, che, forse per la prima volta nella storia, è crisi universale, crisi di egemonia, crisi produttiva, crisi ecologica, crisi culturale, crisi di valori, crisi di civiltà e di senso!</p>
<p>Per questo ritengo che la zattera del populismo, su cui molti della vecchia sinistra sono saliti non ci porterà a nessuna soluzione vera delle contraddizioni ma solo a ritardare la resa dei conti finale, che storicamente si è sempre sostanziata in guerre imperialiste e guerre civili. Quando la torta si restringe e gli agenti che se la disputano aumentano, i conflitti si acuiscono e inevitabilmente tendono a conflagrare in conflitti armati.</p>
<p>Occorre passare velocemente ad una nuova zattera, ricostituire un terzo campo, come è nel DNA della sinistra anti-sistemica. Il cancro del capitalismo non può essere curato con lassativi populisti, che come nel caso di Trump, negazionista del Global Worming, paladino del ritorno al carbone, all’amianto e al nucleare, rischiano di essere una toppa peggiore del buco. Il cancro va sradicato alla radice. Saremo per lungo tempo in minoranza? Non ha importanza! In minoranza ci sono stato Cristo, Marx, Engels. Ci possiamo stare anche noi! Ma è importante dire la verità senza edulcorarla perché la verità è sempre rivoluzionaria, mentre le fanfaluche possono solo servire a lenire le sofferenze o ad alimentare false credenze ed illusioni. Riseminare una teoria e di una prassi che potrà essere raccolta dalle generazioni future&#8230;Questo è il nostro compito. Ma se nessuno le raccoglierà, pazienza! Lanceremo i nostri file nell’oscurità dell’universo. Forse qualche vita extraterrestre li raccoglierà dopo l’estinzione del genere umano, che è l’unico dato certo!</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p align="center"><strong>POPULISMI SENZA POPOLO </strong></p>
<p align="center"><strong><span style="text-decoration: underline;">PER UNA CRITICA MARXISTA DEL POPULISMO </span></strong><strong></strong></p>
<p align="center"><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><br />
Crisi colossale di legittimazione delle classi dirigenti mondialiste, sfaldamento del blocco storico che le univa alle borghesie nazionali (uscite perdenti dal confronto mondiale) e ai ceti medi abbandonati ed in via di pauperizzazione. Ecco il quadro socio-politico, la miscela che ha dato vita alla ribellione populista in occidente e che ha trovato espressione in Trump, Le Pen, Salvini, Movimento 5s, Iglesias in Spagna, Tsipras in Grecia, Farage in Inghilterra etc.</span></p>
<p>Se all’inizio la rabbia popolare aveva trovato una sponda in formazioni populiste di sinistra (Tsipras in Grecia, Iglesias in Spagna, 5s in Italia, Melenchon in Francia, Corbyn in Inghilterra), nel giro di poco tempo si è riversata in formazioni populiste di destra. Oggi il populismo occidentale è quasi completamente egemonizzato dalla sua variante destra.</p>
<p>Il caso italiano rappresenta una vera anomalia nel panorama mondiale perché è l’unico laboratorio in cui populismo di destra e di sinistra si sono incontrati stringendo una alleanza di governo. Nella formula però di un contratto sempre più fragile e favorevole alla Lega, che in un anno ha calamitato ben 4 milioni di voti dal suo diretto alleato.</p>
<p>Cerchiamo di capire la natura di questo populismo, i suoi punti di forza e di debolezza, i suoi cavalli di battaglia. Al di là di un anti-europeismo di facciata e di uno spirito anti-establishment solo urlato e battipugnista, la proposta politica si sostanzia in una formula di compromesso sempre instabile e mai raggiunto con l’élite, di stop and go delle accuse, di negoziazioni estenuanti e differite sullo zero virgola del deficit, di trattative al ribasso sulle massime cariche della governance europea. L’unico terreno su cui il populismo europeo e italiota sembra mantenere fermezza e rigidità è quello della lotta all’immigrazione, scenograficamente combattuta a suon di porti chiusi e fili spinati alzati.</p>
<p>La variante destra del populismo, di cui il salvinismo è massima esemplificazione, si sostanzia in neoliberalismo in economia (flat tax) , stato debole nei confronti del mercato e stato forte nei confronti della società civile (decreto sicurezza) e degli immigrati. In politica estera totale soggezione all’imperialismo americano, condanna dei populismi bolivariani, difesa del bolsonarismo e del sionismo etc.</p>
<p>Se prescindiamo dal movimento 5s stelle, la cui natura risulta sempre più qualunquista e gate-keeper del consenso, per evitare rivolte alla francese (stesso dicasi per Tsipras in Grecia), e proviamo a sollevare lo sguardo sul lungo periodo dei processi storici mondiali, la variante di destra del populismo si distingue da quella di sinistra, peronista e bolivariana, per alcuni tratti essenziali. Innanzitutto per la forma di attuazione: la prima fondata solo sulla cattura mediatica del consenso di una opinione pubblica polverizzata e priva di forti legami comunitari, la seconda radicata su movimenti di lotta antimperialisti e su vigorose reti di solidarietà popolare. In Venezuela, per quanto gli Usa abbiano provato con tre colpi di stato a spazzare via lo chavismo, esso ancora resiste. E’ vivo e vegeto perché congiunto ad un blocco sociale nazionalpopolare di grande forze e vigore, al cui confronto quello dei 5s in Italia è polvere di umanità, fluttuante negli eterei spazi.</p>
<p>Sicché mettere nello stesso sacco il populismo occidentale e quello di latino americano è una operazione scorretta sia sul piano formale che sostanziale.</p>
<p>La linea di faglia tra i due tipi di populismo, al di là della retorica anti élitaria e anti establishment, passa nell’essere i primi espressione di nazioni colonialiste o sub-colonialiste e i secondi di nazioni colonizzate. Nel poliverso mondiale dei populismi sarebbe più giusto posizionare quello grillino tra i populismi di centro, quello leghista tra i populismi di destra e quelli latino americano tra i populismi di sinistra.</p>
<p>Il populismo di sinistra è aperto alla solidarietà con i popoli, ha un carattere formalmente antimperialista, ricerca alleanze con gli stati oppressi dall’occidente. Si radica su sollevazioni vere, su strutture di contropotere popolare che forgiano identità sociali e comunità di appartenenza. Il caso boliviano da questo punto di vista è paradigmatico: Il populismo di Morales si è affermato su una grande battaglia in difesa dell’acqua pubblica e dei beni comuni, in opposizione alle multinazionali e alle privatizzazioni imposte dal FMI.</p>
<p>Il populismo di centro-destra occidentale cresce invece nel silenzio delle urne, ha come platea di riferimento più una opinione pubblica incazzata che un popolo in lotta, è il frutto della rabbia di folle solitarie che hanno perso privilegi durante la crisi e sono disposte a pensare che questa perdita è dovuta a chi sta peggio di loro. La condizione diffusa di sradicamento sociale, di disorientamento e di risentimento verso tutto e tutti è uno dei fattori chiave del populismo nostrano, difficilmente riconducibile ad una sola logica ideologica, e fortemente instabile sotto il profilo dell’appartenenza identitaria, con flussi di consenso che si muovono dall’una all’altra delle formazioni populiste in base agli umori del momento e alle capacità attrattive del capo-salvatore di turno.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/populismo-138548.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6097" title="populismo-138548" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/populismo-138548.jpg" alt="" width="264" height="369" /></a></span></p>
<p>Dobbiamo chiederci: se così profonde sono le differenze tra populismi di destra e di sinistra perché allora insistiamo a unificarli sotto lo stesso nome? Perché hanno in comune dei limiti di fondo che ora proverò ad elencare:</p>
<p><strong>1)</strong> La forma politica della rappresentanza costruita sul binomio massa &#8211; leader, senza salde intermediazioni e corpi intermedi (questi ultimi presenti invece nei tradizionali partiti di massa, PCI in primis, di epoca fordista, con solidi ancoraggi nei sindacati, nelle cooperative etc). L’autorappresentazione collettiva in un leader popolare, amato e visto dal popolo come il vero salvatore, il grande risolutore di tutti i problemi. Attenzione però, come spiega Marco Tarchi</p>
<p>“Il leader populista non va assimilato al capo carismatico (come nel fascismo dove il leader si libra in una eterea distanza dalle masse ndr). Deve si presentare qualità non comuni, ma non deve mai incorrere nell’errore di mostrarsi fatto di un’altra pasta rispetto all’uomo comune al quale si rivolge. La prima delle sue abilità consiste proprio nel non cancellare mai quei tratti, come il linguaggio o la gestualità che ne connotano la somiglianza con il pubblico dei suoi seguaci”</p>
<p><strong>2)</strong> La tendenza a vedere la causa di tutti i problemi non nel sistema in se’ ma in un intruso che viene dall’esterno, che può essere l’incappucciato della finanza, l’euro, il politico corrotto, l’immigrato, l’ebreo, il terrorista, la multinazionale, da cui il leader ci deve difendere etc. Ma da marxisti sappiamo che l’usura, l’immigrazione, la finanziarizzazione, la corruzione, non appartengono alla sfera delle patologie ma a quella della fisiologia del sistema capitalistico. Non si può estirpare il frutto lasciando in vita la malapianta.</p>
<p><strong>3)</strong> Altro tratto distintivo che accomuna tutti i populismi è l’illusione, tanto più evidente in periodo di crisi, di mettere d’accordo e accontentare tutte le classi senza intaccare le basi strutturali dei rapporti di produzione.</p>
<p><strong>4)</strong> Il plebiscitarismo, il giustizialismo parolaio e l’appello diretto al popolo da parte del leader “carismatico” che si sostanzia in un rafforzamento del potere esecutivo a spese di quello legislativo, nella predilezione di forme presidenzialiste e golliste di governo. Tutto ciò nel solco di una generale tendenza della forma capitale post-moderna a blindare la democrazia rappresentativa per farne una vera e propria democratura.</p>
<p><strong>5)</strong> Parafrasando Carl Schmith, il populismo, forse con l’unica eccezione dello Chavismo, non conosce mai un vero stato di eccezione e non è mai sovrano in esso. Pertanto non conosce la dialettica politica come antagonismo tra amico e nemico ma solo tra competitor, al massimo tra avversari che si legittimano nel teatrino della democrazia rappresentativa. Lo vediamo in questi giorni. I 5s votano Sassoli del PD come presidente del parlamento europeo e forse si preparano a candidare un Piddino come prossimo presidente della Repubblica. Un nemico non si vota mai. Un avversario sì.</p>
<p><strong>6)</strong> Il populista sia di destra che di sinistra tende a semplificare il quadro politico in una logica binaria popolo-élite, dimenticando che questa divisione c’è sempre stata nella storia dell’umanità e che essa è solo l’apparenza dietro cui si nasconde la forma-capitale, differente dalla forma feudale e schiavistica. L’élite’ oligarchica oggi è una élite globale, dal volto coperto, ha un potere di corruzione e dissuasione dei popoli e delle classi dirigenti nazionali, e soprattutto ramificazioni, addentellati, casematte (per dirla con Gramsci) a difesa delle sue fortezze, che i despoti del passato potevano solo sognare. Il populista fa della opposizione binaria popolo élite un feticcio che maschera i rapporti reali. L’élite non è una super class al di sopra della borghesia, come pensa Fusaro e Laclau, ma è la frazione dominante, più ricca e potente di essa. Il popolo, solo nominato, è un velo interclassista per nascondere i fili che legano i produttori alla forma capitale. Bisogna ricondurre il binomio popolo élite alla sua radice capitale-lavoro o capitale-non-lavoro. Facendo luce sui settori intermedi che vanno dall’aristocrazia del lavoro ai ceti medi benestanti, che nominarli come popolo, nonostante abbia efficacia propagandistica, significa coprirli sotto un manto che annulla le differenze, opacizza il reale (è la notte i cui i gatti sono tutti neri). Come la negriana categoria di moltitudine!</p>
<p><strong>7)</strong> Il populista sia di destra che di sinistra dimentica con troppa facilità che la conquista della maggioranza parlamentare e del governo non è il deus ex machina, non è la dimensione risolutiva del politico, perché non è ancora la conquista dello Stato. Il quale è costituito da almeno altri 5 poteri (potere giudiziario, potere legislativo, esercito e forze armate, mass media, monopolio privato dei grandi mezzi di produzione) e di altrettante casematte (banca centrale, scuola, editoria, sindacati, cooperative, banche private etc). Lo stato è costituito di roccaforti, non è un campo di gioco, una sede agonistica, limitata al parlamento, come pensa Laclau e Mouffe, dove le forze egemoniche si disputano la vittoria, spostando in avanti o indietro le frontiere dello scontro. La conquista della maggioranza parlamentare se non prelude all’occupazione popolare degli altri poteri rimane un bluff, che lascia in essere solo l’apparenza e la finzione del cambiamento.</p>
<p><strong>8)</strong> Il populista di destra e di sinistra effettua una riduzione di complessità del reale che spesso fa sparire il reale lasciando solo la sua ombra, la sua caricatura complottistica. Ne abbiamo un esempio sul tema dell’immigrazione, in riferimento al quale, come dimostra il governo giallo verde, si instaura una convergenza quasi totale tra populismi. In sostanza, le migrazioni dei popoli, che sono un dato permanente del capitalismo sin dalla sua nascita (si pensi alle enclosures e alle prime migrazioni dalle campagne alle città, o alle ultime migrazioni interne di 300 milioni di contadini cinesi verso le grandi metropoli) ed oggi ancor più devastante a causa dei crescenti squilibri economici, ambientali e demografici, vengono fatta passare allegramente come un complotto sorosiano delle élite cosmopolite per sostituire i popoli e abbassare i salari (dottrina Kalergi). Cancellando con un colpo di spugna tutta la complessa dinamica interna della forma capitale. Per Marx l’esercito industriale di riserva si costituiva per effetto delle leggi di movimento del capitale, e non come decisione politica di qualche massoneria segreta.</p>
<p><strong>9)</strong> Il populista di destra e di sinistra dimentica che c’è un altro tipo di populismo, un populismo liberale (in Italia, Berlusconi e Renzi, in Francia Macron) creato ad hoc dall’élite sfornando, all’occorrenza, leader di plastica costruiti in laboratorio, virtuali salvatori della patria, che personalizzano all’eccesso il quadro politico, facendo credere al popolino che la chiave per la risoluzione di tutti i problemi passa dalle loro uniche mani. Ma se tutti sono populisti nessuno è più populista e il populismo rischia così di diventare un vuoto simulacro. Come nelle parole del Gattopardo di Tommaso di Lampedusa, che ritrae il vizio storico delle classi dirigenti occidentali: cambiare tutto per non cambiare nulla. Destra, sinistra centro si convertono cosi in populismo di destra, populismo di sinistra populismo di centro, con l’aggravante di avere sempre meno proporzionale e più maggioritario, meno democrazia rappresentativa e più democrazia rappresentata, personalizzata.</p>
<p><strong>10)</strong> Il populista vezzeggia e corteggia il popolo, gli liscia il pelo, per poi tradirlo una volta giunto al governo. Scagiona sempre il popolo da ogni responsabilità e se poi accade che esso gli volta le spalle rivotando gli uomini di plastica dell’élite (come è accaduto in Grecia questi giorni… con la sconfitta di Tsipras e la vittoria di Nuova Democrazia) i cittadini sono sempre perdonati, perché spinti dalla disperazione si aggrappano a qualsiasi speranza. Peccato che in Grecia invece di aggrapparsi al male minore dei comunisti o di Varoufakis si siano aggrappati al male peggiore degli uomini del memorandum, pochi anni prima sonoramente bocciato. Ragione o delirio del popolo?</p>
<p><strong>11)</strong> Il populista di destra e di sinistra ragiona sempre in una ottica binaria e dualistica. Abbiamo la dimostrazione di come egli faccia parte di una cultura “normale”, insufficiente a comprendere il pensiero dialettico, la complessità del reale, la sottigliezza e la profondità di talune argomentazioni. Mai accetta un pluralismo di posizioni e punti di vista, fuori dal bianco e dal nero dominanti. Se gli dici che sei contro Putin ti dirà che sei a favore di Trump o della Merkel. Se condanni i crimini di Assad ti dirà che sei un sionista. Se accetti la teoria del Global worming sei un venduto al pensiero unico dominante. Se riconosci i diritti democratici dei gay e delle minoranze sei un LGTB e quindi un europeista sorosiano. Se gli dici che sei all’opposizione di questo governo ti dirà che sei alleato dell’élite. Non concepisce un terzo campo anticapitalistico e qualora lo concepisse direbbe sempre che è prodotto di visionarietà ed utopismo. Meglio tenersi questo Stato per farne al massimo uno Stato etico in senso hegeliano e gentiliano (Fusaro). Il campo da gioco dove si sfidano le forze egemoniche può essere occupato solo da due forze, in una ottica che ricorda il bipolarismo all’americana.</p>
<p><strong>12)</strong> Il populista di destra e di sinistra ricorre spesso ad una fraseologia anticapitalista per conquistare il consenso delle masse, ma una volta al governo l’abbandona, e finisce sempre per rimanere nel quadro delle compatibilità capitalistiche, senza mai radicalizzare lo scontro, senza mai chiamare il popolo a manifestare e sollevarsi contro l’infiltrato esterno, che all’inizio indicava come responsabile della crisi. Una volta al governo il populista relega il popolo nella posizione di spettatore passivo che può solo affidarsi al piano di salvezza del leader. Guai disturbare il grande timoniere e se qualcuno ci prova incorre nelle maglie del “decreto sicurezza” che inasprisce le pene per chiunque chiami alla sollevazione o a semplici blocchi stradali.</p>
<p><strong>13)</strong> Il populista non avendo armi per combattere l’oligarchia, che non sia la impotente fraseologia anti-elitaria, si rivolge in basso per costruire il nemico e aizzargli contro la frustrazione del popolo. Alza la voce e mostra i muscoli contro gli ultimi, gli immigrati in balia delle onde, i piccoli criminali, i piccoli spacciatori etichettati come vermi, i piccoli mafiosi a cui si distrugge la casa salendo su una ruspa, in diretta streaming. Da notare che sul terreno della lotta all’immigrazione e alla piccola delinquenza, il popolo sceglie sempre l’originale (il populista di destra) e non la brutta copia (il populista di centro-sinistra). Così accade che Salvini asfalta Di Maio nei consensi e costui, per non perderne ancora, si atteggia a numero due della Lega, senza capire che più insegue Salvini sul suo terreno più ne esce con le ossa rotte!</p>
<p><strong>14)</strong> Il populista di destra e di centro-sinistra blocca i porti quando sono insidiati da battelli pieni di immigrati, guai a bloccarli quando in quei porti sopraggiungono navi costipate di armi della Nato, o da quei porti partono cargo pieni di bombe, indirizzati alla monarchia saudita per annientare il popolo yemenita (100.000 civili uccisi in pochi anni nell’indifferenza del main stream). Mission impossible bloccare a Gioia Tauro le navi che riversano cocaina colombiana nei mercati europei!</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/9788858133361.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6098" title="9788858133361" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/9788858133361.jpg" alt="" width="266" height="400" /></a></p>
<p><strong><em><a href="https://sollevazione.blogspot.com/2019/07/per-una-critica-del-populismo-3-di.html?fbclid=IwAR27LXUIvnufoe2Bau3z_4_kQ0_mTGK9aSumrPbxJ7hqEP1GIbZOK-Wemzk">https://sollevazione.blogspot.com</a></em></strong></p>
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		<title>INTERVISTA A DOMENICO MORO</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2019 16:01:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[  Intervista a Domenico Moro: Critica del neoliberismo e critica dell&#8217;europeismo devono procedere assieme  Il titolo del tuo ultimo libro “La gabbia dell’euro” non lascia spazio a troppe interpretazioni. Ci spieghi, in sintesi, perché la zona euro dovrebbe essere intesa come una camicia di forza dalla quale liberarsi il prima possibile? Cosa rispondi alle critiche [...]]]></description>
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<div> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/moro-850x609.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5498" title="moro-850x609" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/moro-850x609-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a></div>
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<h1><em>Intervista a Domenico Moro: Critica del neoliberismo e critica dell&#8217;europeismo devono procedere assieme </em></h1>
<h1><strong style="font-size: 13px;">Il titolo del tuo ultimo libro “La gabbia dell’euro” non lascia spazio a troppe interpretazioni. Ci spieghi, in sintesi, perché la zona euro dovrebbe essere intesa come una camicia di forza dalla quale liberarsi il prima possibile? Cosa rispondi alle critiche di coloro che vedono nell’uscita, dati gli attuali rapporti di forza, un evento che andrebbe ad avvantaggiare esclusivamente i partiti nazionalisti? </strong></h1>
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<p>DM: L’integrazione europea, in particolare quella monetaria, aliena alcune importati funzioni – bilancio e moneta – dallo Stato alle istituzioni sovranazionali europee. Lo scopo è sottrarre le decisioni economiche fondamentali all’influenza dei Parlamenti, ossia alla sovranità popolare e ai lavoratori, allo scopo di ricondurle sotto il controllo dello strato superiore e fortemente internazionalizzato del capitale. L’integrazione europea modifica, insieme al funzionamento delle istituzioni dello Stato, anche i rapporti di forza tra classi sociali, lavoratori salariati e capitalisti, a favore di questi ultimi. Per questa ragione, in Europa al centro di una politica democratica e favorevole alle classi subalterne non può che esserci il superamento dell’euro e dei Trattati, in pratica il superamento della Ue. Dire che per uscire bisogna aspettare rapporti di forza favorevoli è sbagliato. Infatti, se uscire espone a dei rischi e rimanere è disastroso, qual è l’alternativa? Una tale posizione è ingenua e impolitica, condannando alla irrilevanza e all’impotenza qualsiasi posizione politica progressiva e di classe.  I rapporti di forza si modificano attraverso la politica, cioè mediante la creazione di consenso e la costruzione di organizzazione attorno a posizioni forti e adeguate alla fase storica. Uscire dall’euro è una di queste posizioni, anzi al momento è quella centrale, imprescindibile nella definizione di un programma di sinistra e socialista.</p>
<p><strong>A maggio si terranno le elezioni europee. A parte che un eventuale spostamento dei rapporti di forza si andrebbe a realizzare in un organo, il Parlamento europeo, dal peso specifico assai relativo, c’è anche da dire che il PPE e il PSE, forze che si richiamano a un europeismo di matrice neoliberale, quasi certamente manterranno la maggioranza. Insomma, ad oggi sembra alquanto difficile immaginare, come fanno alcuni sovranisti di destra, dei cambiamenti sostanziali circa gli equilibri vigenti. Cosa ne pensi? </strong></p>
<p>DM: Secondo diversi sondaggi, è molto probabile un netto arretramento dei partiti espressione del capitale europeo, il Partito popolare europeo (Ppe) e il Partito socialista europeo (Pse), che poi sono quelli su cui si è imperniato per decenni (in alcuni Paesi dalla fine della guerra) il sistema bipolare-bipartitico di alternanza tra centro-destra e centro-sinistra. Questi partiti, soprattutto quelli afferenti al Pse, sono stati pesantemente sanzionati dagli elettori già a livello nazionale. È, quindi, molto probabile che Ppe e Pse si dovranno affidare a una alleanza con forze europeiste meno screditate, come i verdi. Questo potrebbe consentirgli di contrastare l’opposizione delle cosiddette forze euro-scettiche, come la Lega, il Front national, Fidesz, la Fpö, il M5s, i Finlandesi, ecc, che comunque avrebbero, in base ai risultati previsti, una maggiore voce in capitolo su nomine e decisioni europee. Ma le vere domande sono altre: queste forze cosiddette euroscettiche, sono veramente contro l’essenza neoliberista, incarnata nell’integrazione europea, quali interessi di classe rappresentano, in quale direzione vorrebbero modificare o indirizzare l’Europa? Per iniziare, bisogna dire che le forze classificate come euroscettiche sono molto diversificate tra di loro, cosa che le rende non facilmente coalizzabili in un blocco unico. Soprattutto, non le ritengo realmente contrarie alle filosofia neoliberista di fondo di questa Europa. Ognuno di questi partiti persegue gli interessi non dei lavoratori del proprio Paese né tanto meno di quelli europei, ma gli interessi delle proprie borghesie nazionali, se necessario anche mettendosi contro i partiti presunti “fratelli”. Si è vista quale fosse la solidarietà tra questi partiti, quando la Commissione europea ha attaccato il governo italiano per lo sforamento del deficit, e gli altri governi “sovranisti”, tra cui la Fpö, si sono schierati per il rispetto dei vincoli di bilancio. Stesso discorso sull’immigrazione, con il rifiuto dei governi “sovranisti” di sostenere le posizioni italiane. La mia opinione è che, come per la Lega, anche per questi partiti l’Europa sia criticabile solo nella misura in cui gli interessi dei settori di capitale e di imprese che rappresentano non sono garantiti. Il punto è che le rigidità e i meccanismi dell’euro hanno creato o allargato i divari nazionali, che generano tensioni tra i vari settori del capitale europeo. Per i lavoratori italiani e europei affidarsi a questi partiti sarebbe suicida, sebbene le contraddizioni all’interno della borghesia europea e della Ue, generate dalle forze euroscettiche di destra, possano essere utili per aprire varchi in quello che fino ad ora è stato il monolite europeista. A patto che questi varchi siano successivamente allargati e sfruttati da forze politiche, genuinamente di sinistra e di orientamento socialista, che, in forma autonoma dal punto di vista di classe, rappresentino realmente il cambiamento e i lavoratori.</p>
<p><strong>A proposito di equilibri internazionali, nei giorni scorsi è stato firmato il <a href="https://www.senso-comune.it/rivista/oltreconfine/ad-aquisgrana-merkel-e-macron-si-spartiscono-leuropa-o-quel-che-ne-resta/">Trattato di Aquisgrana</a> che toglie il velo sui presunti processi democratici europei, e vede la nascita di una diarchia che affonda le sue radici nel Trattati di matrice ordo-liberale. Che ne pensi? Questo patto potrebbe esacerbare le differenze tra centro e periferia, minando la tenuta stessa dell’integrazione differenziata?</strong></p>
<p>DM. Il trattato di Aquisgrana è una alleanza politica, diplomatica e militare tra due stati sovrani, la Francia e la Germania. Il primo aspetto da rilevare è che manda in soffitta qualsiasi aspirazione non solo a una unità politica europea ma anche soltanto al funzionamento collegiale delle istituzioni attuali. Il trattato è un passo in avanti rispetto all’asse franco-tedesco del passato, realizzando un blocco che prende regolarmente e formalmente decisioni prima dei consessi europei, imponendole agli altri Paesi. Gli effetti dell’accordo, però, si estendono ben al di là dei processi decisionali europei. Francia e Germania stabiliscono un accordo di mutuo aiuto militare in caso di minaccia dall’esterno, fatto curioso dal momento che gli accordi europei e soprattutto la Nato, all’interno della quale sono tutti e due i Paesi, prevedono la stessa cosa. Di fatto, il Trattato è uno scambio tra Stati. La Francia garantisce la copertura militare nucleare, mediante la sua <em>force de frappe</em>, e il suo impegno diplomatico affinché la Germania venga inserita come membro permanente nel consiglio di sicurezza dell’Onu. In pratica, la Germania supera la sua condizione di gigante economico e di nano politico, lascito della sconfitta della Seconda guerra mondiale e della vergogna del nazismo, riacquistando uno status di grande potenza. La Francia, un Paese in grave difficoltà economica e sempre più dipendente dalla sua politica espansionistica all’estero, ottiene la conferma dell’appoggio economico della Germania e soprattutto il sostegno alla sua politica imperialista in Africa. Di fatto, a dispetto di chi ritiene finito lo stato nazionale, il Trattato di Aquisgrana conferma il ruolo degli Stati nazionali, ovviamente quelli più forti e imperialisti, rispetto agli organismi sovranazionali, non solo europei ma anche atlantici. Inoltre, il Trattato sancisce la crisi della Ue e della Uem, rappresentando una ulteriore crepa nelle loro architetture, che ne rende ancora più precaria la tenuta, specie nel caso del ripetersi di una nuova crisi del tipo di quella del 2009-2011. Intanto, sono aumentate le tensioni tra Stati, rimandando la memoria all’epoca dei conflitti coloniali tra potenze. In particolare sono aumentati i contrasti tra la Francia e l’Italia. Al di là dei pretesti occasionali di polemica, le ragioni sono strutturali: il controllo delle risorse dell’Africa, dove i due stati si scontrano di frequente, soprattutto in Libia ma non solo, e la frustrazione della riconquista di un ruolo internazionale da parte dell’Italia, anche all’Onu, visto che la nostra diplomazia aveva puntato tutte le sue carte su un seggio permanente alla Ue. La Ue e la Uem, riducendo la domanda interna e accentuando la tendenza espansiva all’estero dei capitali, risultano essere, anziché fattore di mantenimento della pace, come taluni si illudono, la causa della riacutizzazione di vecchie competizioni coloniali e di conflitti, per ora, per procura.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/9788868306434_0_0_542_75.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5499" title="9788868306434_0_0_542_75" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/9788868306434_0_0_542_75-205x300.jpg" alt="" width="205" height="300" /></a></p>
<p><strong>Veniamo ora alle questioni interne: Conte ha da poco dichiarato che nel quarto trimestre ci sarà un’ulteriore contrazione del PIL. Detto che siamo di fronte a un marcato rallentamento delle crescita globale, che cosa ne pensi dell’ultima manovra economica, in particolare di “quota cento” e del reddito di cittadinanza? </strong></p>
<p>La verità è che l’economia mondiale è ancora in quella che significativamente Summers ha definito “stagnazione secolare”, ispirandosi all’espressione usata da Alvin Hansen nel 1938 durante la Grande depressione. Per la verità a trovarsi in difficoltà sono soprattutto le aree di più antico sviluppo capitalistico, Usa, Regno Unito, Area euro e Giappone, dove si manifestano la sovraccumulazione di capitale e il calo tendenziale del saggio di profitto. Gli Usa hanno registrato risultati migliori dell’Europa occidentale solamente perché lì lo Stato è intervenuto massicciamente a sostegno delle imprese e delle banche in crisi con lo stimolo della spesa pubblica, che l’area euro non ha potuto utilizzare per via dei vicoli al bilancio pubblico. L’Italia ha registrato risultati ancora peggiori della media dell’area euro, sia perché ha applicato le regole europee e l’austerity con maggiore disciplina, sia perché, avendo un più importante settore di partecipazione statali, le massicce privatizzazioni l’hanno maggiormente danneggiata. Inoltre, ormai la manifattura italiana è, come quella tedesca, orientata quasi completamente all’export. Di conseguenza è dipendente dal mercato mondiale, in particolare dai Paesi avanzati che sono i suoi maggiori clienti. Quindi, quando Germania, Francia, Regno Unito e Usa rallentano, si trova in grave difficoltà. “Quota cento” scambia una uscita anticipata con una riduzione dell’ammontare pensionistico. Il reddito di cittadinanza è una misura tampone, che viene attaccata dalla Confindustria, perché potrebbe spingere a un rialzo dei minimi ridicoli di certe retribuzioni, specie quelle dei giovani nei servizi. Rimane il fatto che l’Italia è il paese in cui, durante la crisi, gli investimenti privati e pubblici sono calati di più in Europa. Quindi, il punto è aumentare gli investimenti pubblici e con essi l’intervento statale in economia, rinazionalizzando le imprese e reinternalizzando le attività dei servizi pubblici. Solo così si può aumentare l’occupazione e il salario. Queste misure però trovano un vincolo serio nei parametri europei e nella linea liberista e pro-impresa della Lega. Di conseguenza senza mettere in discussione Europa e neoliberismo – spesso la stessa cosa – si fa poca strada.</p>
<p><strong>Maurizio Landini è il nuovo segretario generale della CGIL: credi che con lui alla guida del più grande sindacato italiano qualcosa possa mutare a favore del mondo del lavoro, oppure i margini di manovra, dentro l’Unione economica e monetaria fondata sulla deflazione salariale, sono proprio nulli? </strong></p>
<p>DM. La CGIL, come sindacato complessivo e al di là delle singole categorie, viene fuori da una stagione pluridecennale di collaborazione con Confindustria e con le politiche di contenimento salariale. Sul piano politico la CGIL, mentre si è battuta energicamente contro Berlusconi, è stata molto più acquiescente nei confronti del centro-sinistra di Prodi e del Pds-DS-Pd, malgrado le responsabilità di questi sulle controriforme del mercato del lavoro e delle pensioni. C’era sicuramente uno scambio tra centro-sinistra e sindacato e c’era, ancora di più, l’interesse a difendere il ruolo concertativo con le imprese, anche contro il governo se necessario, come accadde in alcune occasioni con il governo Prodi. La concertazione e il legame con il Pd si sono, però, logorati insieme alla capacità del sindacato di difendere anche i settori più forti dei lavoratori sotto i colpi della crisi e dell’austerity. Infatti, il ruolo di concertazione del sindacato è indebolito dalla ristrutturazione della dialettica sociale in senso neoliberista, basata dalla eliminazione del ruolo dei corpi intermedi e della sovranità democratica da parte dei meccanismi europei. Particolarmente grave è stata l’incapacità della CGIL di reagire, durante il governo Monti, contro le pesanti controriforme delle pensioni e del mercato del lavoro imposte dall’Europa. Ormai il sindacato è ridotto soprattutto a un ruolo semi-corporativo di difesa di questo o quell’altro settore e di erogatore di servizi, anche attraverso la collaborazione con Confindustria negli enti bilaterali. Certamente da anni non è più in grado di svolgere un ruolo di difesa delle condizioni del lavoro salariato complessivamente inteso. L’elezione di Landini, per la sua storia e il suo prestigio, sembrerebbe un tentativo di rilanciare il ruolo del sindacato in senso più complessivo nella lotta per il lavoro e per il salario. Tuttavia, nei documenti circolati fino ad ora, la CGIL si limita a una critica alle misure del governo, chiedendo più investimenti, senza cogliere la necessità di rompere con il passato concertativo e con i trattati europei, proprio per rilanciare investimenti e mano pubblica. Senza un cambiamento di linea effettivo non credo che Landini da solo possa fare granché. Anzi, c’è il concreto rischio che proprio il prestigio della persona possa in qualche modo illudere ancora per alcuni anni sull’effettiva capacità della CGIL di rilanciare una battaglia sociale e ritardare ancora la ricostruzione di un sindacato di classe e di lotta invece che collaborativo.</p>
<p><strong>Torniamo su questioni di respiro internazionale. Si è fatta molta confusione sul golpe di Guaido, con gli Usa che hanno immediatamente riconosciuto l’autoproclamato presidente per poi rendersi conto che i vertici delle forze armate erano in larga misura, e lo sono tuttora, fedeli a Maduro. Inoltre, i canali informativi mainstream, assai solerti nel porre l’accento sugli errori in ambito economico del governo venezuelano, sono piuttosto restii a ricordare che il Paese latinoamericano, un tempo guidato da Chávez, sta subendo delle pesanti sanzioni che gli impediscono di comprare medicine, alimenti e di operare trasferimenti bancari. Qual è il tuo giudizio sulla vicenda?</strong></p>
<p>DM. La concezione classica dell’imperialismo dice che lo sviluppo diseguale, tipico del capitalismo, crea competizione tra settori del capitale e quindi tra gli stati, che ne esprimono gli interessi generali. Nella fase attuale il perdurare della crisi economica e le trasformazioni della globalizzazione creano o approfondiscono contrasti all’interno delle aree capitalistiche di vecchia formazione, tra Usa e Ue, e tra queste ultime e le aree emergenti. In particolare, si assiste a un aumento della competizione per le materie prime e il controllo delle aree di importanza geostrategica tra Usa e Ue, da una parte, e Russia e Cina, dall’altra. Queste contraddizioni danno luogo a guerre per procura, come in Siria e Libia, e a colpi di stato “bianchi”, come in Ucraina. Quello in atto in Venezuela è un vero e proprio tentativo di golpe sostenuto dagli Usa e dalla Ue nei confronti di un presidente eletto, contro il quale, ricordiamolo, solo qualche mese fa c’era stato un attentato, con esiti, per puro caso, non mortali. L’interesse di Usa e Ue per il Venezuela è legato alla volontà di controllarne le riserve di petrolio, le maggiori del mondo, impedendo che altri stati possano in qualche modo avvantaggiarsene. È anche legato alla volontà di neutralizzare un governo e di un popolo che hanno dimostrato di volere e potere sottrarsi alla sudditanza nei confronti dell’imperialismo occidentale, contribuendo alla formazione di una rete di stati sudamericani indipendente dagli Usa. Il governo chavista, inoltre, ha messo all’angolo la borghesia compradora, alleata dell’imperialismo, favorendo la redistribuzione ai settori più poveri della ricchezza derivante dalla rendita petrolifera. Sicuramente gravi errori sono stati commessi dal governo venezuelano. In primo luogo, a livello economico. Ma c’è da dire, che, per un Paese con sistema economico da sempre basato su una mono-produzione (prima agricola ora petrolifera), era complicato sviluppare l’economia in modo diversificato. In ogni caso, gli errori economici e politici sono da criticare dal punto di vista di classe e socialista e non hanno nulla a che fare con quanto è strumentalmente rimproverato dagli Usa. Il nostro appoggio al presidente eletto Maduro non deve essere messo in discussione, perché è un appoggio al legittimo governo contro le mire imperialiste di Usa e Ue. Un’ultima notazione. Qualcuno, anche recentemente, ha sostenuto che la Ue poteva rappresentare una alternativa al dominio Usa. Proprio gli ultimi avvenimenti in Venezuela dimostrano, invece, che la Ue non solo non può essere alternativa in alcun modo agli Usa, ma che è essa stessa una realtà imperialista, proprio a causa del predominio, che come abbiamo visto, vi hanno i grandi gruppi capitalistici.</p>
<p><em>https://www.senso-comune.it/rivista/penisola/intervista-a-domenico-moro-critica-del-neoliberismo-e-critica-delleuropeismo-devono-procedere-assieme/</em></p>
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