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	<title>Comunismo e Comunità &#187; manifestazioni</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Gli intrighi di palazzo, il potere reale, la piazza</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 00:31:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">di Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;">La giornata di martedì 14 dicembre va bene analizzata per poter arrivare ad una sintesi valutativa utile per le indicazioni politiche che ne possono scaturire.</p>
<p style="text-align: justify;">La fiducia, Berlusconi l’ha ottenuta. Tre miseri voti, ma sufficienti per dare la fiducia. Che siano traditori o venduti poco interessa all’analisi politica, che non può basarsi su parametri di valore di questo tipo. Se poi vogliamo biasimare i biasimevoli onorevoli che sul filo del rasoio cedono il proprio voto allora dobbiamo essere più seri e severi – a rischio di essere equivocati dai soliti cretini – e ricordare come nei momenti “opportuni” i cambi di casacca ci sono sempre stati nella vita del Parlamento italiano. Specialmente da quando la Politica si esprime sul terreno della diretta dipendenza da logiche non politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero sconfitto è il signor Fini e i suoi pre/post/pre-fascisti futuristi, sui quali in molti – nazionali, ma soprattutto internazionali – avevano puntato, semplicemente perché considerato più affidabile dai cosiddetti poteri forti che altro non sono che l’espressione diretta delle concentrazioni economico-finanziarie alle quali tutti si inchinano: i cosiddetti “Mercati”, espressione metafisica dietro la quale si nasconde l’onnipotenza trascendente del dio – non religioso – capitalismo. Il Sole 24 ore titola una sua pagina: “I mercati tifano per un esecutivo più forte”. Cioè un governo stabile e forte capace di dare stabilità su un periodo di medio-lungo termine, per realizzare quelle famose (e antipopolari) riforme strutturali e rilanciare la crescita. I Mercati attendono i risultati del vertice dei capi di stato e di governo a Bruxelles all’Ecofin (Consiglio Economia e Finanza del Consiglio dell’Unione europea) straordinario. Ma nonostante il Financial Times consideri buona la notizia di una mancata  crisi al buio i Mercati per voce della banca internazionale Barclays (la banca dall’ “anima inglese”) in una nota inviata ai suoi investitori sentenzia così: «Sebbene Berlusconi abbia vinto il voto di fiducia, l’instabilità politica è destinata a permanere in Italia. Senza l’appoggio dei finiani moderati nell’attività governativa, Berlusconi continuerà a soffrire per l’assenza di una maggioranza stabile alla camera». Un’altra voce dei Mercati, Bnp Paribas (“la banca per un mondo che cambia”, “leader europeo nei servizi finanziari di portata mondiale”) riferisce che «il governo si è indebolito… l’abilità del governo di varare leggi ne è uscita altrettanto indebolita». Passando ad un’altra voce del Mercato, diamo la parola al duo Newton-Santovetti della giapponese Nomura Research che afferma l’importanza della stabilità politica in Italia «prerequisito fondamentale della crescita economica». Concludiamo questa carrellata di voci del Mercato, con la nostrana presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, la quale auspica una «maggioranza significativa» e quindi «un allargamento della maggioranza» per fare le famose riforme che solo un governo forte e stabile può prendere perché si tratta appunto di «decisioni anche impopolare e complesse».</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, i Mercati premono per il Governo delle tre emme: Marchionne, Montezemolo, Marcegaglia. Sarebbe utile ed interessante spingere l’analisi all’individuazione dei soggetti politici che propendono per questa soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Palazzo deve, ora, riprendere l’opera di tessitura e, spuntata la lancia futurista, considerare alla svelta nuove ipotesi. L’immarcescibile ex democristiano doroteo Casini è sempre lì pronto ad esercitare il suo potere di interdizione, in attesa di poter vendere cara la sua pelle (altro che traditori!). Nella cosiddetta opposizione, D’Alema, che ritiene essere la politica una «scienza semplice, basta ragionare», lascia balenare l’ipotesi della inevitabilità del ricorso alle elezioni, «lo sbocco più logico», ma senza aver prima rinunciato allo spiraglio di un esecutivo di transizione, «la prospettiva di un’alleanza con Fini e Casini resta in piedi, il voto a Montecitorio non la esclude».</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là di tutti i magheggi possibili non sembra evitabile il ricorso alle elezioni, anche se ognuno ci vorrebbe arrivare con i migliori margini di manovra a sé favorevoli. Resta il  fatto che la presunta opposizione di sinistra, dopo aver sbraitato per anni ed anni contro Berlusconi e il berlusconismo, non è stata capace di ipotizzare se un non un governo tecnico di unità nazionale, con la paura che se la fa sotto di poter registrare un’altra sconfitta elettorale. Il vero “paradosso democratico” al quale abbiamo assistito è che si rimprovera Berlusconi di aver instaurato un regime semi-tirannico ma poi si teme come il diavolo l’acquasanta il ricorso alle urne. Sia detto per inciso, il sottoscritto non nutre nessuna fiducia in questo tipo di parlamentarismo, espressione “democratica” della voce del “padrone”, veri cambiamenti strutturali dovranno passare necessariamente per altri luoghi, ma questi luoghi non potranno esprimersi coerentemente contro le politiche affamatrici, devastatrici, disgregatrici, belliciste, se non pesantemente condizionati (e qui il condizionamento è fortemente auspicabile) da programmi politici anticapatilisti e comunisti… ma questo per ora è un discorso da rimandare.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo ora a quanto accaduto in piazza. Grande manifestazione (non solo a Roma, ma principalmente a Roma) sfociata in scontri con le varie “forze dell’ordine” preposte alla tutela dei luoghi sacri istituzionali. Era da tempo che in Italia non si assisteva a momenti di tensione come questi, eravamo abituati negli ultimi anni a commentare epiloghi violenti di eventi calcistici, (che solo i fessi pensano che riguardi il solo calcio). C’è chi a tutti i costi vuole individuare analogie col passato ricordando il Settantasette, allora c’erano i violenti autonomi oggi invece gli anarco-insurrezionalisti <em>black bloc</em>. Ma proviamo ad andare oltre. Se accadono cose simili in Grecia e in Inghilterra, per rimanere alla vicina attualità, vuol dire che qualcosa sta succedendo, i <em>black bloc </em>non c’entrano nulla, lasciamo quest’argomento ai disonesti o, al massimo, ai superficiali. Accade che le certezze vagheggiate nei “magnifici” anni Ottanta si sono rivelate per quello che erano, pura ideologia al servizio della restaurazione capitalistica diretta da centrali internazionali quali il FMI, il WTO, la Banca Mondiale, le grandi artefici della globalizzazione contrabbandata per necessità divina alla quale devotamente sottomettersi. Si sono distrutti gli stati sociali figli della fase precedente, e i sistemi di tutela a difesa dei lavoratori e delle classi popolari. Bisognava farla finita con le garanzie: basta con la fissa del posto fisso e garantito! urlavano i pennivendoli e sicofanti di turno. L’eco di queste parole veniva ripreso da tutti gli asserviti alle logiche sistemiche del capitalismo rampante e dai comunisti delusi/disillusi/pentiti e le nuove generazioni erano così educate all’ideologia del “chi vuole può”, del chi “rampa” ce la può fare, insomma della concorrenza sfrenata fra gli individui parcellizzati e atomizzati. La lotta al “parassitismo” diventava l’esca avvelenata a cui purtroppo molti hanno abboccato per virtù o necessità. Flessibilizzazione totale della vita sociale (oltre che del lavoro) e precarietà come nuovo sistema di vita contrabbandato come condivisione della modernità. San Precario diventava l’unico santo cui potersi rivolgere. L’ubriacatura è andata avanti per tanto troppo tempo finché non si è scoperto che questa società fluida e fantasmagorica era nuda come il famoso re, e così il senso di frustrazione un po’ alla volta prendeva il sopravvento, alimentato dal brutto presentimento di non avere un futuro migliore dei propri genitori dinanzi a sé. Oggi solo la pubblicità è rimasta a raccontare questa favola, ma la realtà è un’altra: vita sempre più dura e difficile, lavoro – quando c’è – penoso e sottopagato, isolamento in una società atomizzante. Si poteva mai pretendere che questa nuova generazione continuasse a fare i girotondi e si comportassero alla <em>mulino bianco? </em>Eh no, cari difensori dell’esistente! Il mondo gira diversamente, e quando non gira per il verso giusto fa girare veramente. Fuori da ogni ipocrisia e dissimulato stupore. Una volta si gridava nelle piazze: «C’est ne que un debut continuon le combat!», «Non è che l’inizio continuiamo a combattere!».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per continuare a combattere con le giuste armi bisogna che si faccia un po’ di chiarezza, senza lisciare il pelo a nessuno. Giusto scendere in piazza contro i tagli all’università e alla scuola, (ricordiamoci sempre, però, che la logica aziendalistica nel sistema istruttivo l’ha introdotta la sinistra sin dai tempi del ministro Luigi Berlinguer), anche se in piazza c’erano anche lavoratori della Fiom oltre che una folta delegazione dei terremotati dell’Aquila e dei movimenti napoletani contro le discariche. Nel suo insieme la piazza ha mostrato forte dipendenza da certo “antiberlusconismo” di sistema (che quando ha governato ci ha dispensato scellerate politiche liberiste di svendita del patrimonio pubblico, attacco alle pensioni, privatizzazioni, oltre che guerra), che in questa piazza vedeva un suo alleato (salvo poi dissociarsi ex post dalla violenza);  non a caso la piazza si è accesa quando è giunta notizia del superamento per soli tre voti dello scoglio della fiducia. A precisazione contro i soliti imbecilli e quelli in malafede: il sottoscritto ritiene essere il governo Berlusconi un governo pesantemente antipopolare, è giusto che cada anzi precipiti; ma questo è bene che accada solo sotto le sferzate della protesta sociale e delle lotte che da essa si sviluppano, non per intrighi di palazzo e per giunta per i forti condizionamenti internazionali che ritengono non più affidabile questa compagine governativa (e non per questione di <em>escort</em>, sesso, e bordellame vario). Questione di lana caprina? Altro che! È questa la pre-condizione di ogni condizione, la vera riserva di valore per i futuri movimenti che, inevitabilmente, riguarderanno ben più consistenti settori sociali. Si tratta dell’autonomia politica che può darsi solo a condizione che sia fuori da ogni condizionamento di frazioni politiche interne al Palazzo. Solo così si potrà evitare di cadere dalla padella alla brace… e di bracieri in attesa di essere riempiti ce ne sono tanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ultimo passiamo al tema della violenza. Nella storia mai c’è stato rinnovamento sociale, non parliamo di rivoluzioni, che non sia passato per le forche caudine dello scontro sociale anche violento. La violenza è nei rapporti sociali che questo sistema capitalistico determina, è nell’annullamento di ogni forma di garanzia e protezione delle fasce più “deboli”, è nei morti sul lavoro e via continuando. Perché scandalizzarsi se ogni tanto un po’ di questa violenza ritorna al mittente, anche se in forma e ad intensità infinitamente più lievi? Ma perché questa forza abbia efficacia e sia al servizio di veri e profondi percorsi di liberazione è necessario che coltivi quell’autonomia politica di cui prima si scriveva; altrimenti, tutto si riduce a discutere di <em>black bloc</em> e di vetrine di negozi assicurati. Ed è un rimanere imprigionati nella conformista e perbenista distinzione fra buoni e cattivi. Film già visti e di cui francamente non se ne sente la mancanza. Conclusione provvisoria sul tema: il terreno dello scontro fisico è un necessario complemento del passaggio da una fase di illusioni pacifiste ad un’altra di consapevolezza della posta in gioco. Saperle dare ma anche sapersele prendere. Mai, però, lamentarsi della durezza delle forze dell’ordine, denunciarne l’uso politico e servile allo stato capitalista sì. Negli anni Settanta c’erano tanti “rivoluzionari” che propagandavano e vivevano lo scontro con gli apparati repressivi dello “Stato borghese”, salvo poi lamentarsi delle conseguenze repressive e ricorrere democraticisticamente ai vari padrini politici inseriti nelle istituzioni. Lasciamo stare.</p>
<p style="text-align: justify;">La giornata di martedì 14 dicembre (due giorni dopo la ricorrenza della strage capitalistica di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, in cui morirono diciassette persone) è stata una giornata illuminante sotto tutti i punti di vista. Capire quel che accade, affilare le armi della critica, nella consapevolezza che il passaggio alla critica delle armi sarà decisa dalla durezza dello scontro sociale che sempre più chiaramente ci metterà nella condizione di individuare gli oppressori e i rispettivi servitori.</p>
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		<title>Primo marzo e sciopero degli immigrati</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 21:51:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano Ieri in molte città italiane si sono svolte manifestazioni indette dal movimento Primo marzo 2010 all’insegna di “una giornata senza di noi”. Una mobilitazione pensata per mettere al centro dell’attenzione la condizione dei lavoratori migranti sempre più tartassati da una legislazione che li tiene sotto schiaffo, per meglio poterli sfruttare e utilizzare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/Immigrati1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-444" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" title="IMMIGRATI" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/Immigrati1.jpg" alt="IMMIGRATI" width="358" height="223" /></a>Ieri in molte città italiane si sono svolte manifestazioni indette dal movimento Primo marzo 2010 all’insegna di “una giornata senza di noi”. Una mobilitazione pensata per mettere al centro dell’attenzione la condizione dei lavoratori migranti sempre più tartassati da una legislazione che li tiene sotto schiaffo, per meglio poterli sfruttare e utilizzare in chiave ricattatoria contro i lavoratori italiani La principale arma di controllo e di ricatto è il soggiorno di permesso senza del quale si è relegati nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione). Permesso di soggiorno – centellinato e mercanteggiato dalle questure – senza del quale il lavoratore immigrato entra nella clandestinità, oggi divenuta reato. I lavoratori immigrati sono sottoposti ai più duri lavori, molto spesso in condizioni di supersfruttamento, e con il ricatto permanente dell’espulsione. I recenti fatti di Rosarno ci mostrano cosa succede quando i migranti giustamente si ribellano e mettono sotto accusa l’intera catena dello sfruttamento che non si può limitare alle ‘ndraghete, camorre e mafie. Le responsabilità risiedono in un sistema che vede nella forza-lavoro migrante un’occasione d’oro per lucrare profitti, ma anche per coltivare una situazione di divisione interna al mondo del lavoro del tutto funzionale al capitalismo, attizzando l’ostilità dei lavoratori italiani contro i lavoratori immigrati, e nello stesso tempo ipocritamente indicando nel razzismo una malattia da estirpare. Il razzismo va estirpato energicamente, ma a condizione che non diventi l’alibi delle anime belle che così possono continuare nei<em> fatti</em> ad utilizzare come si diceva gli uni contro gli altri. Una logica da ribaltare, che si può fare a condizione che tutte le forze del lavoro imparino a superare le false contrapposizioni e linee di fratture che la classe dominante riproduce continuamente, come quella fra lavoratori italiani e lavoratori immigrati. Quindi un processo che coinvolga tutti i lavoratori. Un lavoro difficile, ma senza del quale è difficile pensare che si possano fare dei passi in avanti, anche sul <em>semplice</em> terreno dell’antirazzismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le manifestazioni di ieri sono state importanti, sicuramente un passo nella direzione di quello che dovrà essere un <em>vero</em> sciopero generale che coinvolga <em>tutti</em> i lavoratori. Uno sciopero del genere richiede molto impegno e tempo. Probabilmente si potrà arrivare ad una scadenza simile per l’autunno prossimo. Ma bisogna stare attenti a come si riempie di significato una scadenza simile. Sicuramente non si può accettare l’impostazione politica di chi pensa che si tratti di dimostrare in questo modo l’insostituibilità del lavoro migrante. Il lavoro migrante in questo modo diventa solo funzione del Capitale e delle sue leggi di movimento, i lavoratori immigrati “servono” e per questo bisogna nutrire nei loro confronti pazienza e tolleranza. No! Una logica del genere non può essere accettata. Serve solo a scavare ulteriormente un fossato fra i lavoratori italiani ed immigrati, ingenerando questa sì una perversa spirale che non può che avvantaggiare chi di questa situazione si approfitta. Ciò che invece si deve mettere al centro dell’attenzione per la costruzione dello sciopero di <em>tutti </em> i lavoratori è la necessità che ci si stringa tutti intorno a parole d’ordine che fanno schieramento da un punto di vista di classe: pari diritti per tutti i lavoratori, difesa del salario, e denuncia dell’uso capitalistico della forza-lavoro migrante. Solo a partire da queste premesse si potrà davvero svolgere una campagna <em>politica </em>e <em>culturale</em> antirazzista e antixenofoba.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questi motivi non possono che farci schifo l’ipocrisia di tutti coloro che ieri primo marzo erano in piazza pur condividendo <em>tutte </em> le politiche discriminatorie e <em>razziste</em> che finora si sono avute, dal centrosinistra al centrodestra. Fa rabbia, per esempio, vedere in piazza Vittorio a Roma la signora Turco del Pd, come se non fosse lei (insieme a Napolitano) la firmataria della legge, la “Turco Napolitano” appunto, che in Italia ha istituito i famigerati CPT (Centri di permanenza temporanea) poi diventati appunto CIE. Ma non limitiamoci alla signora Turco, il sostegno all’iniziativa del Primo marzo è, come si dice, <em>bipartisan. </em>C’è il vicepresidente della commissione Lavoro della Camera Giuliano Cazzola (Pdl) che sostiene le motivazioni dello sciopero: «Gli immigrati vogliono dimostrare non solo di esistere ma di essere indispensabili con il loro lavoro alle attività economiche e sociali del paese: circostanza assolutamente vera». Adesioni anche della <em>storica</em> nemica dei diritti dei lavoratori (vedi referendum contro l’articolo 18), la radicale Emma Bonino (candidata per il centrosinistra alla regione Lazio), che parla di “vera integrazione” e della sua antagonista elettorale Renata Polverini (Pdl) che denuncia «un assoluto ritardo nelle politiche dell’immigrazione». Poi abbiamo la presidente dell’assemblea nazionale del Pd Rosy Bindi che dichiara che il successo della mobilitazione «è una sfida alla politica perché finalmente faccia la sua parte per governare in modo giusto e lungimirante il cambiamento». Dario Franceschini (Pd) si lascia prendere dalle emozioni e descrive una piazza Vittorio (Roma) ricca di «colori, musica, entusiasmi, valori. Sono i nuovi italiani che rendono più bella l’Italia». Il presidente della Camera Gianfranco Fini  (Pdl) dedica il suo incontro con i giovani di cinque licei romani all’immigrazione rilanciando il tema della cittadinanza per gli immigrati, dichiarando che rifirmerebbe la legge che porta anche il suo nome (la Bossi-Fini) sottolineando però che «il tema della sicurezza è il primo tema della società civile ma non risolve il problema della integrazione e dell’armonia della società».</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire? da voltastomaco! Ma allora le leggi razziste che da un quindicennio infestano l’Italia chi le ha scritte chi le ha sostenute chi le ha propagandate? Il discorso è che questi veri e propri cialtroni servi e servili sanno bene che parlare in questo modo è politicamente corretto, è in sintonia piena con il capitalismo globalizzato che vede negli immigrati risorsa pura da accaparrare e sfruttare come fosse una miniera a cielo aperto. Questi cialtroni blaterano di accettazione, multiculturalismo, multietnicismo, e multi vari ben sapendo che in questo modo non si mette in discussione nulla si ottiene, anzi, da una parte l’accettazione della <em>funzionalità </em> al sistema della forza-lavoro migrante dall’altra la <em>colpevolizzazione</em> dei lavoratori italiani che – sbagliando – considerano e vivono gli immigrati come dei concorrenti. Questi cialtroni temono come la morte che i lavoratori italiani imparino a considerare invece i lavoratori immigrati come dei <em>naturali </em> alleati nella battaglia in difesa dei propri diritti e interessi. «Stesso lavoro stesso salario!». Per questo dobbiamo batterci, altro che palloncini colorati!</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo coro unanime che bela a comando si distingue una forza aggressiva (capitalisticamente parlando) – che ha fatto la sua “fortuna” sfruttando le paure figlie delle incertezze determinate dall’incedere della crisi – la quale non intende sottomettersi all’ideologia del <em>politicamente corretto</em>. Questa forza è la Lega Nord, ed è l’unica che ha pensato di organizzare in contemporanea il primo marzo una contro-manifestazione a Sesto San Giovanni. Riconosciamo la coerenza della Lega, pur detestando questa forza che si caratterizza per una politica nei <em>fatti</em> razzista.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, bene essere scesi in piazza, ma adesso si lavori politicamente perché si vada alla vera scadenza dello sciopero che veda uniti lavoratori italiani e lavoratori immigrati nella consapevolezza che i diritti degli uni non si difendono fuori o contro i diritti degli altri.</p>
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