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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Mimmo Porcaro</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>La guerra capitalista. Considerazioni di un profano</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2023 18:10:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Mimmo Porcaro]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; La guerra capitalista. Considerazioni di un profano di Mimmo Porcaro Uno dei più importanti problemi teorici di questi tempi è quello di mostrare il legame necessario tra guerra e capitalismo e di fare in modo, quindi, che tra la cosiddetta geopolitica e la critica dell’economia politica non si crei un fossato tale da [...]]]></description>
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<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories4/guerra-soldato-energia-risorse-petrolio_1.jpg" alt="guerra soldato energia risorse petrolio 1" width="300" height="215" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>La guerra capitalista. Considerazioni di un profano</h1>
<h3>di Mimmo Porcaro</h3>
<p>Uno dei più importanti problemi teorici di questi tempi è quello di mostrare il legame necessario tra guerra e capitalismo e di fare in modo, quindi, che tra la cosiddetta geopolitica e la critica dell’economia politica non si crei un fossato tale da indurle ad andare ognuna per la sua strada, dimenticando l’una le classi e l’altra gli stati. Il libro che qui esamino<a id="_ednref1" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn1">[i]</a> entra di fatto nel merito perché, proprio mentre sottolinea la cogenza della marxiana legge di centralizzazione del capitale, costruisce immediatamente un nesso tra questa legge “economica” e la funzione “politica” del banchiere centrale. Il risultato, come vedremo, non è del tutto convincente: vengono chiarite importanti questioni, ma altre vengono offuscate.  Il ragionamento degli autori è comunque di quelli che impongono di andare all’essenza delle cose, il che è esattamente quello che dobbiamo fare. E oggi più di ieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Centralizzazione, una riscoperta opportuna</em></p>
<p>Cominciamo col riassumere alcune delle tesi fondamentali del volume, anche se esse dovrebbero essere ormai note agli <em>happy few</em> che si interessano di queste cose. Come gli autori ci ricordano, se in Marx la <em>concentrazione</em> del capitale è il processo di crescita del capitale <em>singolo</em> attraverso l’autonoma accumulazione, la <em>centralizzazione</em> – spesso  erroneamente chiamata anch’essa concentrazione – si ha quando numerosi capitali <em>già formati</em>, sconfitti nella competizione, cadono nelle mani del capitale vittorioso attraverso liquidazioni, fusioni e acquisizioni; oppure si ha quando una proprietà formale assai frammentata si trova di fatto riunita in poche mani vuoi per il meccanismo dell’<em>outsourcing</em> , vuoi per effetto della gestione del capitale di una miriade di azionisti da parte dei vertici di Spa o banche.</p>
<p>Ed è proprio quest’ultimo il caso che più interessa Marx e i nostri autori, perché la centralizzazione <em>via</em> capitale azionario travalica i confini delle imprese e delle nazioni, ed anche quelli della stessa proprietà privata, la cui ristrettezza quantitativa è di ostacolo allo sviluppo illimitato del capitale. Gli autori però non si limitano a riaffermare con forza la razionalità della legge marxiana ma ne offrono la prima verifica empirica su larga scala, usando una tecnica di <em>net control analysis</em>, fondata sulla teoria dei sistemi complessi, che consente di valutare l’intrico delle partecipazioni azionarie e di risalire ai (pochissimi) nuclei dominanti, quantificando la percentuale di azionisti che controlla la maggior percentuale del capitale azionario mondiale. E i risultati sono sotto molti aspetti dirimenti: una quota di azionisti che arriva solo all’1% del totale controlla l’80% del capitale. Detta quota era relativamente inferiore prima della crisi del 2007, ma si è poi assestata sui livelli attuali e, a prescindere dalle oscillazioni, comprende quasi sempre gli stessi gruppi di controllo, ossia pochi grandi fondi di investimento quali Black Brancaccio Draghi, Laclau, Rock e simili.</p>
<p>Non può sfuggire l’importanza della tesi qui esposta. Confermare una legalità ontologica del capitalismo, ossia la presenza di dinamiche che non sono l’esito delle libere interazioni tra individui o gruppi, è una mossa fondamentale per criticare l’individualismo metodologico dell’economia <em>mainstream </em>e, aggiungo, della sedicente scienza politologica che su di essa si fonda. Ma aiuta anche a superare quella sorta di interazionismo che è da tempo egemone all’interno egli stessi movimenti anticapitalistici. Si pensi all’insistenza di un Laclau nel negare valore ad ogni oggettività sociale e nel ridurre le relazioni di classe ad atti linguistici intersoggettivi: per cui l’importante è autodefinirsi in un modo performativamente efficace a prescindere da qualunque valutazione obiettiva dei rapporti sociali<a id="_ednref2" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn2">[ii]</a>. Idea tanto più nefasta quanto più capace di individuare un problema reale – ossia l’odierna difficoltà a procedere ad aggregazioni politiche su esplicita base classista – e quindi di ispirare progetti populisti che risultano, sì, immediatamente vincenti, ma poi sono costretti a fare i conti con la materialità delle gerarchie sociali. Gli effetti della posizione degli autori vanno però ancora oltre: mostrando la crescita esponenziale del potere del capitale essi destituiscono di fondamento tutte quelle ipotesi che negli ultimi decenni si sono esaurite nella rivendicazione dei diritti del lavoro, oppure  nella tutela dei beni comuni, o infine nell’esaltazione del terzo settore, eludendo così completamente la questione della <em>pianificazione</em> e della <em>proprietà pubblica</em>, unico quadro entro il quale i diritti sono efficaci, i beni comuni non sono un <em>escamotage</em> e il terzo settore non è solo privatizzazione del <em>welfare</em>. Pianificazione e proprietà pubblica che la presenza di una massiccia centralizzazione privata legittima sia concettualmente che politicamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I capitalismi sono tutti uguali?</em></p>
<p>La tesi centrale del libro meriterà quindi ulteriori discussioni perché offre una base importante per riprendere un ragionamento socialista (anche, tra l’altro, suggerendo un possibile nesso tra centralizzazione e crisi). Ma proprio l’importanza di questa tesi mi spinge già da ora a indicare quelli che mi paiono i suoi punti deboli, anche per contribuire a preservarla da possibili <em>défaillance</em>. Non possedendo le competenze necessarie per una critica del testo dal punto di vista strettamente economico (e, ancor meno, econometrico) prenderò per buone gran parte delle conclusioni degli autori e concentrerò l’analisi soprattutto sul nesso tra la legge individuata e <em>il complesso</em> del sistema capitalistico, politica inclusa. Non prima di aver osservato, però, che forse non sarebbe sbagliato ipotizzare un eventuale <em>dinamica ciclica,</em> o comunque possibili forti oscillazioni della centralizzazione, e questo non solo per meglio comprendere la realtà, ma anche per non formulare ipotesi troppo rigide e quindi più fragili. Del resto non pare che l’importanza analitica e politica della legge sarebbe sminuita se il ristretto nucleo degli azionisti vittoriosi variasse nel tempo, poniamo, dall’ 1% al 15%: la distorsione strutturale della concorrenza, e della democrazia, sarebbe in ogni caso evidente.</p>
<p>La mia critica principale riguarda comunque altro, ossia il carattere uniformante che gli autori attribuiscono alla legge in questione, ritenendo che essa tenda a rendere simili tra loro tutti i capitalismi del globo. Certo, nel libro si riconosce che la legge è sottoposta a un tasso di variabilità e quindi è “potentissima ma anche fragile, soggetta a scossoni, frenate, talvolta persino inversioni di rotta, a seconda delle modalità con cui essa viene a intrecciarsi con le crisi, con gli orientamenti di politica economica del capitale, e talvolta anche con le guerre” [<a id="_ednref3" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn3">iii]</a>. E lo snodo decisivo per pensare tale variabilità e non lasciarla totalmente in balia del caso è l’idea per cui la marcia della centralizzazione non procede per semplice logica propria, ma dipende anche dall’azione di un soggetto che opera con modalità latamente politiche, ossia dal <em>banchiere centrale</em>. Secondo gli autori è erroneo sostenere, come fa la teoria ortodossa, che il ruolo del banchiere è quello di assicurare la stabilità dell’inflazione e del reddito attorno al presunto “equilibrio naturale”. In realtà egli può far poco per controllare il ciclo economico, ma può far molto per dettare i <em>tempi</em> della centralizzazione, agendo sul tasso di interesse in modo da favorire i debitori o i creditori. Egli non cerca quindi l’equilibrio (che nel capitalismo può essere solo casuale), ma valuta quale sia, in una determinata fase, il tasso d’interesse tecnicamente e politicamente accettabile: tecnicamente, perché l’insolvenza di alcuni capitali non indica necessariamente una loro inefficienza assoluta e quindi non rende inevitabile il loro fallimento; politicamente perché la scomparsa o meno dei piccoli capitali ha evidenti effetti sui rapporti fra le classi e sul governo. Insomma, il banchiere centrale agisce in modo da ottenere la riproduzione “ordinata” dei rapporti sociali capitalistici, e tale riproduzione può richiedere ora un rallentamento, ora un’accelerazione della centralizzazione. Il rispetto della “condizione di solvibilità”, che si realizza quando il saggio di interesse è inferiore o quantomeno uguale al tasso di accumulazione, è alla fine una scelta politica: la condizione di solvibilità consente sempre e comunque “almeno un grado di libertà” [<a id="_ednref4" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn4">iv]</a>.</p>
<p>Ma questa libertà, appena concessa, sembra quasi spaventare gli autori, come se potesse inficiare in qualche modo la legge di centralizzazione sottoponendola all’arbitrio politico<a id="_ednref5" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn5">[v]</a>. E infatti viene subito revocata: prima di tutto subordinando l’azione individuale del banchiere al processo complesso della lotta di classe (e ciò è corretto), ma poi dando a questo processo un esito scontato e lineare, nel senso che se il banchiere centrale influenza il ritmo della centralizzazione, d’altro lato il potere soverchiante del capitale centralizzato condiziona implacabilmente l’azione di quest’ultimo spingendolo sempre verso la massima centralizzazione possibile. Così, però, la figura del banchiere, invece di costituire un nesso tra le logiche <em>distinte</em> (distinte per i mezzi e per i fini) dell’economia e della politica, viene ridotta ad essere, probabilmente sulla scorta di Hilferding<a id="_ednref6" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn6">[vi]</a>, il vettore della pura e semplice incorporazione della politica nell’economia. È invece proprio l’incontro tra le logiche <em>eterogenee</em> dell’economia e della politica a spiegare le variazioni storiche e a spiegarle non come mere accidentalità: infatti se il banchiere centrale influenza, nell’ipotesi degli autori, soltanto il <em>ritmo</em> della centralizzazione, <em>l’insieme</em> delle attività politico-istituzionali influenza invece <em>l’intera forma storico-sociale d’esistenza</em> della centralizzazione stessa e di qualunque altra dinamica del capitalismo.</p>
<p><em>En passant</em>: nel paese dei Carli, dei Ciampi e dei Draghi è opportuno osservare che, peraltro, lo stesso il banchiere centrale influenza l’andamento delle cose non soltanto come banchiere, ma anche direttamente come politico. Se Carli ha esercitato una funzione politica tanto decisiva quanto nascosta<a id="_ednref7" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn7">[vii]</a>, Ciampi e Draghi hanno dovuto assumere altissimi incarichi politici e istituzionali <em>per completare l’opera intrapresa come “tecnici”</em>. Di solito si interpreta questo passaggio come segno dell’avvenuta fine della politica a vantaggio dell’economia, ma io credo sia meglio dire, al contrario, che la politica monetaria ha oggi effetti talmente pesanti che non è più autosufficiente, e deve quindi essere accompagnata anche da una ridefinizione per via extraeconomica dei rapporti fra le classi (la concertazione di Ciampi) e fra gli stati (l’Europa dello stesso Ciampi e il famoso “peso internazionale” di Draghi). Se il personale politico adatto allo scopo proviene dalla Banca d’Italia ciò è in gran parte effetto della <em>fine dei partiti</em> come fucine di gruppi dirigenti, ma non certo della <em>fine della politica</em>.</p>
<p>Tornando al nostro libro, la conseguenza più importante del tono deterministico che la legge assume presso gli autori è l’idea che, poiché la legge impone in ogni caso un eguagliamento delle dimensioni e del ritmo della centralizzazione su scala mondiale, si può e si deve dire che <em>tutti i capitalismi sono sostanzialmente uguali</em>. Il libro insomma, in espressa polemica con chi ha sostenuto l’esistenza di diversi capitalismi e ha enfatizzato, ad esempio, le differenze tra un modello anglosassone, uno renano e uno latino (divergenti quanto a strutture proprietarie, funzione delle banche, presenza o meno di una socialdemocrazia, ecc.), sostiene invece la netta <em>convergenza</em> verso un deciso aumento della centralizzazione del capitale in tutti i paesi del globo che divengono quindi su questo punto omogenei. Ma, osserva il profano, anche ammettendo che tutti i <em>capitalismi</em> siano uguali, non ne consegue affatto che siano uguali anche <em>le concrete formazioni economico sociali<a id="_ednref8" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn8"><strong>[viii]</strong></a></em> nelle quali il capitalismo trova esistenza effettuale; formazioni economico sociali che generalmente fanno perno su territori e stati determinati (pur non coincidendo necessariamente <em>in toto</em> con essi), la cui storia e la cui azione modificano significativamente la <em>forma d’esistenza</em> del capitale. O, almeno, la modificano in maniera significativa per chi vuole agire politicamente, giacché<em> il luogo della politica non è il modo di produzione capitalistico in generale, ma appunto la singola formazione sociale</em> considerata ovviamente nei suoi nessi internazionali. Come vedremo meglio fra poco, è proprio la mancata considerazione delle suddette formazioni a favorire una lettura meramente quantitativa e livellante dell’intero processo di centralizzazione: cosa che tra l’altro può rendere meno evidente la cogenza del nesso tra capitale e guerra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Capitale, stato e guerra</em></p>
<p>Il nesso tra economia di mercato e guerra è in realtà ben chiaro agli autori, per i quali è stata proprio la globalizzazione, creando inevitabilmente vincitori e vinti, ad aggravare la conflittualità internazionale fino a condurla allo scontro attuale. Ma è piuttosto il nesso tra <em>centralizzazione</em> e guerra ad essere posto in maniere poco convincenti. È come se la legge di centralizzazione, con la sua massiva evidenza e con la sua tendenza a tutto spiegare, divenisse alla fine un ingombro, un groviglio da cui ci si deve in qualche modo districare. Ciò appare soprattutto quando gli autori, nell’insistere sull’effetto livellante della centralizzazione, si accorgono di quanto questa lettura sembri analoga alle fumose tesi negriane sul presunto impero, e si affrettano a prendere le distanze da esse<a id="_ednref9" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn9">[ix]</a>. Ma ciò non basta a fugare i dubbi. Prima di tutto perché, posta la tendenza all’omogeneizzazione, le divergenze che comunque ancora si manifestano, e le stesse guerre, vengono definite come una possibile<em> rottura</em> della logica della centralizzazione, come una mera <em>eventualità</em> legata a potenziali interruzioni della catena causale: ed è ben strano che una legge che ci viene presentata come assolutamente cogente sia poi costretta a spiegare il fenomeno più significativo della nostra epoca, ossia la guerra capitalista, quasi come <em>un’eccezione<a id="_ednref10" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn10"><strong>[x]</strong></a></em>. Inoltre, qui l’azione del banchiere centrale, che dovrebbe spiegare le divergenze di cui sopra, viene definita in maniera incerta, ed è considerata a un tempo rilevante e no, è ritenuta certamente non esogena rispetto all’economia, ma nemmeno univocamente determinata dalla “struttura”, ecc. : oscillazioni che, tutte, indicano un nucleo di evidenti difficoltà per la cui soluzione si rimanda ad una desiderabile quanto vaga riconsiderazione dell’althusseriana “determinazione in ultima istanza” <a id="_ednref11" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn11">[xi]</a>. Infine il nesso inscindibile tra capitalismo e guerra viene poi riproposto, su basi più classiche, col dire che la centralizzazione si accompagna comunque alla crescita delle asimmetrie tra creditori e debitori e quindi al protezionismo dei secondi: e che ciò rinserra alla fine la centralizzazione stessa dentro perimetri geopolitici più ristretti, trai quali deflagra poi il conflitto militare. Qui la supposta marcia eguagliatrice della centralizzazione induce, lo vogliano o meno gli autori, a considerare la globalizzazione come processo a-statuale, che soltanto nella sua crisi ricorre alla guerra e quindi agli stati. In realtà gli stati sono sia i promotori e gestori della globalizzazione sia suoi liquidatori fallimentari. Si trovano sia all’inizio che alla fine della globalizzazione e contribuiscono a diversificare le forme della centralizzazione, conferendo ad ogni blocco nazionale o regionale del capitalismo i suoi tratti specifici. Dimenticando i quali diviene difficile la comprensione delle motivazioni <em>concrete</em> <em>e particolari</em> delle guerre, a detrimento di una corretta valutazione politica delle stesse.</p>
<p>Ad esempio nel testo è denunciata con chiarezza la politica di espansione della Nato ad est e, oltre a ciò, è acutamente rilevato il fatto che le sanzioni non sono tanto una conseguenza, quanto una <em>causa</em> della guerra, essendo in gran parte antecedenti al fatidico 24 febbraio, avendo natura sempre meno militare e sempre più economica, e non essendo più una risposta alle pratiche scorrette del soggetto sanzionato bensì un momento del generale <em>friend shoring</em>, ossia del protezionismo degli Stati uniti contro gli avversari strategici. E però poi si presume che la guerra sia scattata soprattutto per l’esigenza russa e cinese di riscuotere crediti e per valutazioni attorno alla possibilità di sostenere i propri investimenti all’estero e il proprio grado di centralizzazione capitalistica. Qui si assiste alla scomparsa della dimensione territoriale della guerra, che pare, anch’essa, una mera funzione della dimensione economica. E in tal modo l’azione della Russia, e anche quella della Cina, è equiparata a quella di qualunque altro agente capitalistico ostacolando così la comprensione dei differenti modi di fare e di concepire la guerra, decisivi per valutare il comportamento dei diversi attori. Intendiamoci bene: non si tratta di stabilire chi abbia cominciato, né chi sia il buono e chi il cattivo. La Russia è sicuramente un paese capitalista, la Cina a mio parere no, ma chiaramente incorpora in sé un fortissimo capitalismo privato che fa sì che la sua politica <em>possa</em> avere dei <em>tratti</em> imperialisti. Ma entrambe, Russia e Cina, sono formazioni sociali in cui la forza <em>politica</em> dei gruppi capitalistici è meno cogente di quanto non lo sia altrove<a id="_ednref12" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn12">[xii]</a>, e in cui quindi la guerra, almeno per ora, è vista meno come proiezione necessaria dell’espansionismo economico e più come elemento difensivo territoriale: quindi l’opzione militare può essere netta rispetto ai territori confinanti ma (anche se oggi la nozione di confine tende a dilatarsi), è <em>relativamente</em> meno pronunciata rispetto al mondo intero. E ciò anche perché parliamo di paesi che hanno al momento un arsenale assai inferiore a quello occidentale<a id="_ednref13" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn13">[xiii]</a>. Quindi è scorretto dire che il motivo scatenante di <em>questa</em> guerra è l’esigenza orientale di riscuotere dagli occidentali: gli squilibri economici (ossia in buona sostanza il fatto che l’occidente è uscito sconfitto dalla globalizzazione e ora non vuole pagare i debiti) sono lo sfondo della guerra; di più: solo quando essi si “risolveranno” verranno a cadere le ragioni dell’attuale conflitto mondiale. Ma non sono la causa <em>diretta</em> delle diverse, concrete scelte militari, che invece dipendono dalla natura degli stati (inclusa la loro forza tecnico-economica) e dalla loro collocazione territoriale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Per un’analisi qualitativa</em></p>
<p>Insomma, la legge della centralizzazione, se usata come <em>passepartout</em>,  rischia di incepparsi: e volendo salvare il suo contenuto razionale dobbiamo chiederci perché questo avvenga.</p>
<p>Il profano, come già detto, non può affrontare direttamente considerazioni di teoria economica o di econometria. Ma può comunque esporre alcuni dubbi. Prima di tutto, vista l’aria che tira, sarebbe stato forse meglio precisare che i 4 o 5 investitori globali che presidiano le prime posizioni della centralizzazione non sono per questo i padroni del mondo, ma “solo” le punte di diamante del famoso1%, e che se la centralizzazione ammazza la concorrenza non per questo elimina, ma anzi aumenta, la <em>competizione</em> fra capitalisti, che adesso consiste soprattutto in trucchi vari, assalti proprietari, spionaggio industriale, corruzione di <em>insider</em> ecc. . Anche per questo “loro” sono in grado di dar vita a complotti in qualche modo efficaci, ma non tali da determinare il senso della storia come da troppe parti si vuole. E poi: vero che anche con una quota minima di azioni si può controllare un intero gruppo di società, ma vero anche che, come riconosciuto nel testo<a id="_ednref14" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn14">[xiv]</a>, il controllo tende ad indebolirsi con l’aumento della distanza tra controllante e controllato, ossia col numero dei passaggi e degli incroci azionari; e, inoltre, minore è la quota azionaria, maggiore è la contendibilità del controllo, costringendo così il capofila a incorporare in qualche modo nelle proprie decisioni i voleri delle minoranze, pena azioni ostili. Ma soprattutto: per ben comprendere la presa del controllo azionario sui singoli settori e spazi economici sarebbe necessario conoscere la natura delle aziende controllate, il loro ruolo all’interno di un sistema economico, il loro rispettivo rapporto con la politica. Insomma: l’evidenza empirica quantitativa che emerge dalle ricerche degli autori, dovrebbe ora spingere, per completare il quadro e comprendere gli effetti più fini della legge individuata, verso un’analisi <em>qualitativa</em> che darebbe spazio alla comprensione delle differenze. Ricordo, ad esempio, che nell’importante studio di Marcello De Cecco sul sistema finanziario pre-1914, si sostiene che una centralizzazione bancaria di entità eguale (o comunque paragonabile), portava in Inghilterra e in Germania ad esiti <em>del tutto diversi</em> a seconda del diverso rapporto istituzionale e politico tra banche private, banca “pubblica” e sistema delle imprese<a id="_ednref15" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn15">[xv]</a>. Per non andar troppo lontano, mi pare ovvio che la centralizzazione del capitale azionario svolga una funzione diversa a seconda del peso del mercato azionario stesso nel finanziamento del capitalismo dei singoli paesi, o a seconda del numero delle imprese pubbliche che sfuggono alla centralizzazione, o che comunque più efficacemente le resistono. Insomma: qualità e non solo quantità.</p>
<p>Per inciso, ma non è soltanto un inciso, osservazioni analoghe vanno fatte a proposito del presunto processo di omogeneizzazione <em>del lavoro</em> (teorizzato soprattutto da Brancaccio e soprattutto in altri testi<a id="_ednref16" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn16">[xvi]</a>) che, connesso alla centralizzazione, costituirebbe una buona base per la sospirata unificazione politica dei lavoratori. Anche in questo caso possiamo prendere per buoni i dati che indicano l’aumento della convergenza tra salari e tra posizioni lavorative: ma il fatto è che <em>è proprio dalla convergenza stessa</em> che possono essere tratti argomenti per mostrare un possibile aumento della divaricazione nei comportamenti politici. Infatti chi converge verso il basso, soprattutto se si tratta di ex lavoratori autonomi, si sente declassato e quindi tende a distinguersi in maniera reazionaria dagli altri lavoratori; ma anche chi converge verso l’alto può essere portato ad avere comportamenti non solidali nei confronti di chi è rimasto sotto. Più in generale, e soprattutto: convergere significa anche insistere sulle medesime fasce del mercato del lavoro; detto altrimenti significa <em>aumento della concorrenza e quindi delle divisioni</em>, e questo facendo astrazione dalla crescita dell’immigrazione che, qualunque ne sia l’effetto sul salario, implica comunque una notevole balcanizzazione <em>culturale</em> dei lavoratori.</p>
<p>A maggior ragione queste conclusioni valgono nei confronti dei lavoratori europei. Infatti quelli che potrebbero essere <em>eventuali</em> dissidi tra i lavoratori di due o più paesi, come conseguenza della competizione trai rispettivi sistemi industriali, all’interno dell’Unione diventano invece dissidi <em>strutturali e inevitabili</em>, perché trai paesi stessi, e quindi trai lavoratori, sussistono qui stretti rapporti di dare e avere che sono, o sono percepiti, come rapporti <em>a somma zero</em>.</p>
<p>Ma andiamo oltre, e torniamo al ragionamento <em>teorico</em> sulla differenza tra le formazioni sociali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Riproduzione </em>versus <em>ripetizione</em></p>
<p>Abbiamo già notato che nel testo in esame lo stato arriva troppo tardi (e peraltro solo in veste di banchiere centrale). Cosa intendiamo dire, di preciso? Qui si tratta di accennare proprio alla questione, inevitabilmente lasciata in sospeso dagli autori, della “determinazione in ultima istanza”, ossia alla vetusta discussione su struttura, sovrastruttura, ecc. Discussione che ormai potrebbe fare decisi passi avanti riconoscendo che nel capitalismo non comanda né l’economia né la politica, ma l’esigenza di riprodurre ad ogni costo i rapporti sociali di dominio e sfruttamento. Esigenza che viene affrontata con diversi tipi di relazioni, storicamente mutevoli, tra un’economia che è “politica concentrata” (Lenin) e una politica che è sempre anche politica economica. Certo, esiste una particolarità dell’economia capitalista che la rende in un primissimo momento logicamente indipendente dalla politica, ossia il fatto che qui l’estorsione del plusprodotto avviene come puro risultato del processo economico, senza ricorso a coercizione<a id="_ednref17" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn17">[xvii]</a>.  L’economia capitalistica sembra quindi qualcosa di meramente naturale e/o tecnico e indubbiamente i capitalisti preferirebbero comandare affidandosi soltanto a un meccanismo apparentemente impersonale e neutro. Ma in realtà, date le contraddizioni nascoste dietro la neutralità dell’economia, il processo di produzione, anche a prescindere dalle crisi, non può avviarsi e svilupparsi senza l’intervento dello stato come garante del potere liberatorio del denaro, del rispetto dei contratti, della mediazione dei conflitti tra capitalisti e tra capitalisti e lavoratori, e come tutore dell’ordine sociale. E <em>stato</em> vuol dire in qualche modo <em>territorio</em>, e territorio vuol dire rapporto con <em>altri</em> territori. E infatti il capitalismo non potrebbe svilupparsi, o non potrebbe farlo nelle dimensioni che abbiamo conosciuto, senza la mediazione statuale del rapporto con altri spazi economici. Il dominio capitalistico si esercita quindi come intreccio mutevole tra economia e politica: ma, ci si può chiedere, <em>alla fine</em> chi comanda fra le due? Comanda, come già detto, sempre un terzo, ossia l’esigenza di riprodurre i rapporti (<em>rectius</em>, le gerarchie) sociali <em>in condizioni date</em>. A seconda delle fasi storiche il davanti della scena è occupato ora dall’economia (fasi di espansione, globalizzazione ecc.), ora dagli stati (fase attuale, guerra tra blocchi ecc.) secondo un ritmo che potrebbe essere coerente coi cicli individuati da Arrighi. Ma gli stati, come abbiamo visto, sono <em>sempre</em> presenti: la diversità, la differenza, sono quindi interne alla stessa fase di omogeneizzazione.</p>
<p>Tutto ciò può essere colto solo dall’analisi storico-concreta, ma in realtà è anche frutto di una necessità concettuale. L’<em>eterogeneità</em> dell’economia e della politica capitalistica fa sì che ogni concreta formazione sociale sia determinata non solo da un passato che è diverso per ogni luogo, ma anche dal movimento non sincronico e necessariamente differenziato del capitale e dello stato. <em>L’essenza stessa del regime capitalistico, ossia il nesso capitale-stato, produce disomogeneità</em>: dà luogo alle dissonanze tra le differenti temporalità delle diverse parti della totalità sociale (Althusser<a id="_ednref18" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn18">[xviii]</a>), o, se si vuole, alle disarmonie tra complessi ontologici eterogenei (Lukács<a id="_ednref19" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn19">[xix]</a>). Ma c’è di più. Una piena comprensione del modo di funzionamento del capitalismo deve svincolarsi dall’idea della <em>riproduzione</em> come <em>ripetizione dell’identico<a id="_ednref20" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn20"><strong>[xx]</strong></a>.</em> Ogni fase di riproduzione è <em>un atto creativo</em>: i rapporti sociali fondamentali indicano un <em>compito</em> all’insieme della società, ossia quello di garantire la loro stessa riproduzione, ma questo compito viene svolto ogni volta in maniera diversa a seconda della diversa <em>capacità</em> mostrata dagli agenti nell’interpretare la situazione, e delle loro <em>scelte.</em> E come nella riproduzione biologica sono possibili, e anzi frequenti, gli errori di replicazione, a maggior ragione nella riproduzione sociale si registrano numerose deviazioni degli agenti rispetto a un comportamento astrattamente ottimale<a id="_ednref21" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn21">[xxi]</a>. Anche da ciò l’originalità e divergenza storica delle formazioni sociali. Qui non aiuta, ed anzi può essere d’ostacolo, la nozione althusseriana di “processo senza soggetto” cara agli autori. A meno che essa non venga riformulata come “processo senza soggetto <em>sovrano”, </em>ossia a meno di precisare che i soggetti non possono certo decidere <em>sulle</em> situazioni <em>date</em> in cui devono operare (e per questo non sono” sovrani”), ma possono comunque scegliere come comportarsi <em>nelle</em> diverse situazioni, e le loro scelte hanno una funzione essenziale nel definire la forma del processo, che anche per questo è una forma differenziata. Di Althusser andrebbero piuttosto riprese, qui, le tesi sul <em>materialismo aleatorio</em>, che prevedono anch’esse l’assenza di un soggetto sovrano, ma considerano la casualità come un momento decisivo della formazione e del funzionamento delle leggi stesse<a id="_ednref22" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn22">[xxii]</a>. Si potrebbe per questa via giungere alla concettualizzazione di una <em>riproduzione aleatoria</em> (dove aleatoria non vuol dire irrazionale), resa tale dall’incontro di due pratiche (economia e politica) entrambe razionalmente conoscibili, che però producono effetti non completamente prevedibili sia a causa della loro eterogeneità sia a causa della non garantita linearità delle scelte dei soggetti coinvolti. Una riproduzione non come ripetizione, appunto, ma come generatrice di storicità. Ossia, ripetiamolo, come matrice di quelle distinte formazioni storico sociali che sono l’unica sede della politica.</p>
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<p><em>Perché insistere sule differenze?</em></p>
<p>Sia la natura del rapporto sociale capitalistico, sia le modalità della sua riproduzione implicano, lo abbiamo appena visto, una costante unità di identità e variazione, tale che nessuna legge si può affermare in ogni dove nell’identico modo. Anzi, quando questo sembri accadere, ciò dovrebbe essere considerato dal ricercatore come un campanello d’allarme. Anche Daron Acemoğlu, contraddittore di Brancaccio in un interessante dibattito, sottolinea la differenza tra le diverse società capitalistiche, ma solo per dedurne che la centralizzazione, così come ogni altra tendenza obiettiva del capitalismo, può essere <em>annullata</em> dalle scelte fatte da quelle stesse società: scelte che però per lui restano tutte interne al capitalismo stesso, assumendo semmai veste socialdemocratica<a id="_ednref23" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn23">[xxiii]</a>. Io invece sottolineo la differenza proprio per meglio combattere il capitalismo stesso. Tornando alla tipologia dei diversi capitalismi, ad esempio, la presenza o l’assenza di una socialdemocrazia consolidata e/o di un movimento sindacale che sia parte stabile delle reti decisionali, influenza in modo <em>decisivo</em> – nel bene o nel male – l’organizzazione della lotta di classe. Ma più in generale: se i dominanti possono in parte disinteressarsi delle condizioni specifiche in cui si svolge la loro azione, giacché potenti forze inerziali, capaci di spazzare via molti “particolari”, giocano a loro favore, i dominati devono invece studiare con estrema attenzione ogni particolarità del campo di battaglia, perché in fondo a ogni avvallamento e dietro ogni collina può esservi una falla dello schieramento nemico o un pericolo esiziale.</p>
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<p><em>Due note politiche</em></p>
<p>Ciò detto, chiudo proprio con due questioni politiche. Per cominciare torniamo alla Cina. Dire che la sua politica non può essere definita come imperialista non significa che <em>dunque</em> noi dobbiamo necessariamente allearci con essa, decidendo le nostre mosse in coerenza con le sue. Anche se la Cina fosse il migliore paese socialista possibile essa si muoverebbe inevitabilmente, nell’essenziale, in funzione dei <em>propri</em> interessi geopolitici. La completa identificazione con una potenza statuale “rossa” non poteva funzionare nemmeno all’epoca dell’Urss, che pure prevedeva il sostegno armato ad alcune rivoluzioni nazionali o socialiste. Meno ancora può funzionare con la Cina, che non esporta rivoluzioni ma merci e capitali, e che potrebbe non vedere di buon occhio, per fare soltanto un esempio, un eventuale allontanamento dell’Italia dall’Unione europea, se questo scompaginasse una strategia internazionale tesa per adesso a mantenere almeno alcuni equilibri. Non si tratta quindi di allearsi con la Cina e tanto meno con la Russia putiniana (in cui pure qualcuno vede oniricamente la reincarnazione dell’Unione sovietica), ma di prendere atto di un fatto ineludibile: se, come Lenin insegnava, nel corso di una guerra il nostro primo scopo deve essere la sconfitta del <em>nostro</em> governo, ciò comporta comunque <em>un’obiettiva convergenza</em> con le forze “antioccidentali” e gli effetti di tale convergenza devono essere ottimizzati , elaborando un <em>autonomo</em> progetto nazionale che tenga conto dei vantaggi che l’Italia otterrebbe dalla costruzione di un effettivo multipolarismo. Gli autori de <em>La guerra capitalista</em> sottolineano giustamente come la “terra di mezzo”, ossia l’Europa, sia forse il territorio che più ha da perdere dallo scontro tra blocchi, giacché, aggiungo io, ha invece guadagnato finora molto (anche se non tutto il possibile) dal rapporto con Russia e Cina. Ma, forse per paura di cadere in un atteggiamento codista, liquidano frettolosamente la questione del multipolarismo dicendo che la situazione attuale <em>è già</em> multipolare. Sul punto mi limito ad osservare che grazie al cielo questo non è l’unico multipolarismo possibile.</p>
<p>Passiamo infine dalle grandi cose alle piccole, ossia all’Italia. Paese che è il tipico esempio di deviazione da uno standard “ottimale” di centralizzazione capitalistica, sia per le ragioni quantitative esposte nel volume, sia per il percorso efficacemente riassunto da Brancaccio altrove<a id="_ednref24" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn24">[xxiv]</a>(ma rispetto al quale si dovrebbe considerare anche il ruolo della centralizzazione <em>pubblica</em> del capitale), che ha condotto a rallentare il ritmo della legge per evitare una pericolosa concentrazione del proletariato: anche da ciò la diffusione della piccola impresa. Al riguardo uno dei più gravi errori di quella sinistra che si è finora chiamata (o si è lasciata chiamare) sovranista è stato quello di insistere su un’alleanza vagamente antieuropeista con la parte più sofferente del piccolo capitale, <em>prima</em> di aver costruito un soggetto socialista autonomo nel corso di un processo di unificazione <em>del lavoro (realmente o formalmente) dipendente.</em> Da ciò è conseguita una subalternità alla destra italiana (sovranista a parole, piattamente servile di fatto) che, unita alla confusione tra obiettivi di prospettiva e parole d’ordine immediate, e unita a scelte elettorali volutamente minoritarie, ha condotto alla sostanziale sparizione di un’area politica che comunque aveva posto un problema, anzi il problema decisivo di questo paese. Ossia la necessità di un programma basato sulla definizione di un <em>interesse nazionale</em> identificato soprattutto con l’interesse dei lavoratori e inteso come base non per risibili rivendicazioni sciovinistiche, ma per la costruzione, nel negoziato con altri stati, di uno spazio economico-politico sufficientemente forte da poter contrastare quei liberi movimenti del capitale globale che sono il primo e più forte nemico di un progetto socialista. Quest’area, ripeto, ha posto assai male la questione delle alleanze di classe, ha sottovalutato gli effetti dell’assenza di un vero movimento proletario (precondizione per porre <em>anche</em> la questione dell’Unione europea<a id="_ednref25" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn25">[xxv]</a>) e ha troppo confidato in quello che molti anni fa si chiamava “ceto medio”.  Aveva dunque ragione Brancaccio quando sosteneva che una semplice uscita dall’Euro avrebbe potuto essere una soluzione gattopardesca<a id="_ednref26" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_edn26">[xxvi]</a> e che in ogni caso, se era giusto incunearsi nelle contraddizioni tra grande e piccolo capitale, era da evitarsi come la peste il codismo nei confronti dell’uno o dell’altro. Nel farlo, però Brancaccio (e, immagino, anche i coautori: ma qui parlo solo di lui perché su questi punti si è espresso più esplicitamente) rischiava e rischia di rimuovere del tutto la questione delle alleanze, e questo perché la sua stessa idea di centralizzazione inesorabile tende a fargli considerare il piccolo capitale come un puro e semplice residuo del passato. Anche ammesso ciò, tuttavia, il declassamento dei piccoli imprenditori sarebbe (anzi è) comunque un fatto rilevante, che non potrebbe essere letto soltanto come un necessario tributo al progresso, pena il consegnare per decenni il paese a una destra ancor peggiore di quella attuale. Ma, in ogni caso, il tessuto delle piccole imprese è <em>un tratto specifico</em> dell’economia e dello stesso paesaggio sociale italiano: sono tutte imprese disfunzionali, inutili, incapaci di stare sul mercato se non grazie a evasione e supersfruttamento? Molte sì. Ma la loro eventuale liquidazione (che è spesso un destino già segnato) per non divenire devastante deve essere inserita in un contesto di crescita dell’occupazione stabile (la cui assenza costringe molti a farsi piccoli imprenditori senza avere le necessarie risorse) ed essere gestita gradualmente, non senza aver previsto vie d’uscita di tipo cooperativistico, o sostegni pubblici in cambio del rispetto di standard fiscali e salariali. Molte altre piccole imprese non sono immediatamente in queste condizioni, anzi: e penso anche, ma non solo, alle diffuse imprese di qualità del settore meccanico, o agroalimentare. In questi casi la soluzione sta probabilmente nella costruzione di forme paracooperativistiche come le reti tra imprese <em>et similia</em>. Senza scordare che moltissime piccole e medie imprese <em>sono già centralizzate</em> perché dipendono integralmente dalle banche che le finanziano: qui si tratterebbe di sostituire alla dipendenza dalle banche private la dipendenza da un credito pubblico che offra condizioni vantaggiose in cambio del rispetto degli standard, e magari delle indicazioni di un <em>piano</em>. Come si vede, mille diverse situazioni. Nulla che si possa risolvere attraverso semplificazioni. Chi nel proprio programma non dà alla questione delle piccole e medie imprese il posto che merita, <em>non può</em> <em>riuscire</em> a far politica in questo paese. Sarebbe un peccato se il fascino della legge di centralizzazione facesse sottovalutare il peso di questo ulteriore tributo da pagare alla “legge di specificità”.</p>
<hr />
<h6>Note</h6>
<h6><a id="_edn1" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref1">[i]</a> E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, <em>La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista</em>, Mimesis, Milano-Udine, 2022.</h6>
<h6><a id="_edn2" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref2">[ii]</a> Come era evidente già in E.Laclau, C. Mouffe, <em>Egemonia e strategia socialista. Verso una politica democratica radicale</em>, Il Melangolo, Genova, 2011.</h6>
<h6><a id="_edn3" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref3">[iii]</a> E. Brancaccio et. al., <em>op cit</em>., ed. Kindle, pos. 674.</h6>
<h6><a id="_edn4" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref4">[iv]</a> <em>Ibidem</em>, pos. 1331.</h6>
<h6><a id="_edn5" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref5">[v]</a> <em>Ibidem</em>, pos. 1633.</h6>
<h6><a id="_edn6" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref6">[vi]</a> <em>Ibidem</em>, pos 1122.</h6>
<h6><a id="_edn7" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref7">[vii]</a> Per la quale si rimanda a G. Carli, <em>Cinquant’anni di vita italiana</em>, Laterza, Roma-Bari, 1993, un’autobiografia preziosissima per comprendere gran parte della storia dell’Italia postbellica, e soprattutto della storia dei rapporti di classe.</h6>
<h6><a id="_edn8" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref8">[viii]</a> Ovviamente anche questo termine termine è tutt’altro che pacifico e per un suo miglior uso bisognerebbe recuperare e aggiornare la discussione che, al riguardo, si svolse nel marxismo degli anni ’70. Per un primo assaggio di questa discussione si veda C. Luporini, <em>Dialettica e materialismo</em>, Editori Riuniti, Roma, 1974.</h6>
<h6><a id="_edn9" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref9">[ix]</a> E. Brancaccio et. al., <em>op cit</em>., pos. 2407.</h6>
<h6><a id="_edn10" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref10">[x]</a> <em>Ibidem</em>, pos 2407-2423.</h6>
<h6><a id="_edn11" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref11">[xi]</a> <em>Ibidem</em>, pos. 2423.</h6>
<h6><a id="_edn12" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref12">[xii]</a> La cosa, per quanto riguarda la Cina, è riconosciuta anche da Brancaccio, in <em>Democrazia sotto assedio. La politica economica del nuovo capitalismo oligarchico</em>, Piemmme, Milano, 1922, pp. 138-140.</h6>
<h6><a id="_edn13" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref13">[xiii]</a> Per un approfondimento di questo punto si potrebbe ragionare su alcune ipotesi della <em>teoria realistica</em> dei rapporti internazionali secondo cui gli stati sono in buona misura dei “conservatori posizionali”. Il che, aggiungo io, non significa ovviamente che essi siano pacifici, ma consente di  pensare che l’unione tra capitalismo e stato, quando il primo sia nettamente dominante, trasforma la tendenza bellicista  degli stati in una <em>necessità assoluta</em> dettata dalla tendenza del capitale all’espansione illimitata. Per quanto sopra si veda J.M. Grieco, <em>Realismo e neorealismo</em>, in G.J. Ikenberry, V.E. Parsi, <em>Teorie e metodi delle Relazioni Internazionali</em>, Laterza, Roma-Bari, 2001, e in particolare la p. 32. L’ipotesi che l’egemonia del capitalismo comporti un salto di qualità nel bellicismo non è propria dei soli teorici marxisti dell’imperialismo, ma anche di studiosi assai distanti: “Proprio il grande sviluppo economico stringeva gli stati in una morsa ferrea, lanciandoli in una gara per la conquista di mercati di rifornimento o di mercati di sbocco che conferiva alle rivalità internazionali <em>un’acuità e quasi direi un meccanismo mai prima verificatosi</em>, onde l’avvento dell’età del commercio non solo non faceva scomparire la guerra, anzi la rendeva più implacabile travolgendo nel cerchio fatale l’un dopo l’altro tutti i popoli. “, detto a proposito della fase pre-1914 da F. Chabod in, <em>Idea di Europa e politica dell’equilibrio</em>, Il Mulino, Bologna, 1995, p. 200. c.n. .</h6>
<h6><a id="_edn14" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref14">[xiv]</a> E. Brancaccio <em>et</em>. <em>al</em>., <em>op cit</em>., pos.3680.</h6>
<h6><a id="_edn15" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref15">[xv]</a> M. De Cecco, <em>Moneta e impero. Il sistema finanziario internazionale dal 1980 al 1914</em>, Einaudi, Torino, pp. 172 e ss. .</h6>
<h6><a id="_edn16" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref16">[xvi]</a> E. Brancaccio, <em>Democrazia sotto assedio</em>, <em>cit</em>., pp. 167-179, e, prima ancora, <em>Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione</em>, Meltemi, Milano, 2020, p. 149 e <em>passim</em>.</h6>
<h6><a id="_edn17" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref17">[xvii]</a> La coercizione è stata infatti esercitata “all’inizio”, ossia nella violenta separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione che ha dato luogo all’accumulazione originaria, e che peraltro si ripresenta nel corso della storia.</h6>
<h6><a id="_edn18" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref18">[xviii]</a> L. Althusser <em>et</em> <em>al., Leggere il capitale</em>, Mimesis, Milano, 2006, pp. 180 e ss. .</h6>
<h6><a id="_edn19" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref19">[xix]</a> G. Lukács, <em>Ontologia dell’essere sociale, I</em>, Editori Riuniti, Roma, 1976, pp. 321 e ss. .</h6>
<h6><a id="_edn20" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref20">[xx]</a> Per quanto segue sono in parte debitore di Etienne Balibar e del suo <em>Cinque studi di materialismo storico</em>, De Donato, Bari, 1976, pp. 240 e ss.</h6>
<h6><a id="_edn21" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref21">[xxi]</a> Gli autori definiscono “non completamente condivisibile” – pos. 446 – la visione epistemologica del Keynes che afferma che l’economia è una “scienza morale”, perché in essa è come se la caduta della mela newtoniana dipendesse dalle valutazioni della mela stessa, dal suo decidere se valga la pena di cadere o no, dal fatto che la terra voglia che la mela cada e dagli errori di calcolo della mela rispetto al centro della terra. Io invece la considero una visione sostanzialmente corretta, se non per l’economia, senz’altro per la storia. Intendiamoci: alla fine la mela cade, ma il quando e il come non sono certi.</h6>
<h6><a id="_edn22" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref22">[xxii]</a> L. Althusser, <em>Sul materialismo aleatorio</em>, Unicopli, Milano, 2000.</h6>
<h6><a id="_edn23" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref23">[xxiii]</a> E. Brancaccio, <em>Democrazia sotto assedio</em>, <em>cit</em>., pp. 211 e ss. .</h6>
<h6><a id="_edn24" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref24">[xxiv]</a> <em>Ibidem</em>, pp. 64 e ss..</h6>
<h6><a id="_edn25" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref25">[xxv]</a> Sul punto rimando al mio <em>I senza patria. La solitudine degli italiani in un mondo di nazioni</em>, Meltemi, Milano, 2021.</h6>
<h6><a id="_edn26" href="https://www.lafionda.org/2023/02/22/la-guerra-capitalista-considerazioni-di-un-profano/#_ednref26">[xxvi]</a> Cfr. ad esempio E. Brancaccio, <em>op. ult. cit</em>. pp 87 e ss.</h6>
<p><em><strong>Sinistrainrete</strong></em></p>
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		<title>La variante Formenti: un congedo dalla sinistra globalista</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2016 01:32:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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<p><strong><em>MIMMO PORCARO</em></strong></p>
<p>L’ultimo lavoro di Carlo Formenti (<em>La variante populista</em>, Derive e approdi, Roma, 2016) è talmente denso di riferimenti e attraversato da così tante tensioni concettuali – effetto del passaggio dell’autore da un paradigma teorico ad un altro – da costringere chi voglia abbozzarne una recensione ad una drastica semplificazione che punti direttamente all’essenza del testo. E l’essenza si può riassumere in tre tesi.</p>
<p>1) La cultura egemone nella sinistra (e nella stessa sinistra radicale) è ormai <em>parte organica</em> dell’ ideologia delle classi dominanti ed ha la funzione di legittimare la globalizzazione, l’Unione europea ed il nuovo capitalismo esaltandone le presunte potenzialità democratiche e libertarie, e salutando l’indebolimento degli stati come un rafforzamento dell’autorganizzazione sociale. Punta di lancia di questa mutazione della sinistra è la cultura postoperaista che si presenta ormai come autoglorificazione di uno strato superiore del lavoro sociale (il lavoro ad alta qualificazione intellettuale) che ha rotto ormai ogni legame con gli strati inferiori.</p>
<p>2) Il soggetto della trasformazione sociale non deve essere cercato nei punti alti dell’organizzazione capitalistica del lavoro, come suggerisce di fare il postoperaismo, ma piuttosto nei punti più bassi o comunque nei luoghi tendenzialmente <em>esterni</em> alla logica della modernizzazione capitalistica: in ogni caso il soggetto non deve essere dedotto da categorie sociologiche, ma deve essere reperito nel corso di un’analisi concreta di ogni fase storicamente determinata della lotta di classe in una fase determinata;</p>
<p>3) Una tale analisi ci dice oggi che, a causa del crescente impoverimento degli strati medio-inferiori del proletariato, della chiusura dei precedenti spazi democratici, dell’integrale adesione della sinistra alla globalizzazione, le esperienze più acute e potenzialmente efficaci di lotta di classe non possono fare a meno di assumere una forma populista. Forma che non può essere esorcizzata, ma deve essere accettata, attraversata e spostata in senso classista ed anticapitalista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1.La sinistra capitalista</strong></p>
<p>Concludendo un lungo processo di distacco dall’ideologia della sinistra radicale ed in particolare dalla sua variante postoperaista, Formenti (uno dei pochi intellettuali italiani capaci di congedarsi da un’ influente scuola di pensiero senza per questo rinnegare la scelta di campo che motivava la sua primitiva adesione) ci offre una rassegna sintetica e spietata del rapporto strettissimo tra l’ideologia delle frazioni attualmente dominanti del capitalismo e tutte quelle idee indiscusse della sinistra che un tempo promettevano un’emancipazione ancor più radicale di quella social-comunista ed oggi si mostrano pienamente coerenti con gli attuali meccanismi di comando. Soprattutto l’ ”orizzontalismo” (ossia la somma delle idee che esaltano come panacea le relazioni di rete e di base contro ogni forma di “verticalismo” e di stato), il femminismo (con la sua tendenza alla ridiscussione continua dell’identità) e la teoria/prassi dell’ampliamento <em>ad infinitum</em> dei diritti individuali (perseguiti peraltro senza nessuna attenzione al generale contesto di classe nel quale si muovono gli individui stessi), si mostrano completamente funzionali al dominio della merce. Il presunto funzionamento spontaneo dei meccanismi orizzontali non è che il calco del presunto funzionamento del mercato ottimale, e l’antistatalismo di sinistra è concettualmente assai vicino a quello mercatista; la ridiscussione incessante dell’identità è funzionale all’assunzione di stili di vita plurali e mutevoli e quindi al consumo di tipi assai differenziati di prodotti; la rivendicazione di sempre nuovi diritti consente di costruire mercati di sbocco per tecnologie sempre nuove, in cerca del proprio consumatore. E via di questo passo. Una critica spietata, dicevo, che non potrà che irritare gli ambienti della sinistra odierna, ma che certamente aiuterà coloro che da quegli ambienti si stanno allontanando, accelerando il processo e rendendolo più consapevole.</p>
<p>In particolare però, come è ovvio data la provenienza dell’autore, la polemica più argomentata e puntuta è quella riservata al postoperaismo e allo stesso operaismo. Qui Formenti elenca accuse già formulate in altri volumi: la commistione tra il “negrismo” e le utopie tecno-scientifiche (non estranee a certe forme di semi-misticismo à la Teilhard de Chardin), l’inconsistenza teorica delle tesi sul carattere immateriale del lavoro, l’illusione dell’autonomia del lavoro cognitivo rispetto al capitale. In particolare quest’ultima tesi mostra come il postoperaismo sia l’ideologia delle frazioni maggiormente specializzate (ed individualizzate) del lavoro che, in quanto la loro subordinazione al capitale si realizza nella forma dell’apparente libertà e creatività (quando invece il capitale organizza e preforma le stesse modalità di erogazione del lavoro intellettuale e costruisce una pseudo-cooperazione tra lavoratori sulla base di una spietata competizione) illudono sé stessi dichiarando che è in realtà il capitale a dipendere dal “cognitariato”. E, peggio ancora, dichiarano che il cognitariato stesso è la forma generale di ogni lavoro, che tutto il lavoro è essenzialmente uguale ed egualmente indipendente dal capitale, e che quindi non c’è bisogno né di costruire un’alleanza politica tra le varie frazioni del lavoro né di proporsi la riappropriazione per via politica dei mezzi di produzione perché questi ultimi ormai si identificano con la mente stessa dei lavoratori.</p>
<p>Come se non bastasse Formenti rileva, e non posso che essere d’accordo, una profonda consonanza fra queste teorie e gli aspetti progressisti ed economicisti del marxismo che hanno nutrito sia la prassi socialdemocratica che quella stalinista. Tali aspetti si condensano nell’idea che lo sviluppo delle forze produttive sia di per sé ed automaticamente un fattore di emancipazione sociale, e che basterebbe intervenire sulle forme della proprietà e dello stato (blandamente nel caso della socialdemocrazia, drasticamente nel caso dello stalinismo) per liberare tutte le potenzialità dello sviluppo stesso. Il socialismo, oppure la democratizzazione del capitalismo, si costruiscono insomma con gli stessi materiali offerti dal capitalismo, con le stesse forze produttive capitalistiche che non sono, in questa visione, una <em>materia prima</em> da trasformare, ma un meccanismo già dato della nuova società: un contenuto genericamente umano che attende soltanto di essere liberato dalla sua esteriore e caduca veste giuridico-proprietaria. Questo economicismo ha sempre e volutamente rimosso l’intima natura capitalistica, gerarchica ed asimmetrica delle forze produttive, delle macchine e della stessa crescente interconnessione dei processi produttivi (interconnessione è qui un eufemismo per <em>centralizzazione</em> capitalistica). Analogamente, il postoperaismo prende per buona la retorica della “connessione universale” propria delle imprese digitali, scambia la comunicazione col comunismo e rimuove le forme di controllo e di gerarchia proprie del capitalismo digitale e la profonda divisione trai lavoratori che esse inducono, in particolare nel campo “cognitario”. Rilevare una tale analogia serve a Formenti non soltanto come argomento polemico, ma come passaggio teorico per congedarsi da qualcosa che è proprio non solo del postoperaismo, ma dello stesso operaismo delle origini, ossia dall’idea che il soggetto rivoluzionario debba essere cercato nel punto più alto, ossia tecnologicamente più sviluppato, del capitalismo, e debba essere definito come l’elemento che più di altri è interno ai processi d’innovazione organizzativa e che proprio per questo è in grado, dialetticamente, di rovesciare il dominio del capitale. Anche se empiricamente un tale soggetto può, in alcune fasi, apparire poco numeroso o poco consapevole, è importante per l’operaismo individuare una <em>tendenza</em> che, a partire dall’analisi dei punti più dinamici del capitale, ne deduce per l’immediato futuro l’ampliamento quantitativo e la crescita della soggettività politica di una determinata figura di lavoratore, che si candida a riassumere in sé le caratteristiche di tutte le altre figure e ad essere l’unico e già costituito perno del processo rivoluzionario. Secondo Formenti non soltanto le più recenti iperboli negriane, ma anche l’originario metodo della “tendenza”, che pure – mi permetto di aggiungere – si è accompagnato a suo tempo ad analisi assai sobrie e realistiche della condizione dei lavoratori, deve essere abbandonato, perché porta ad assolutizzare alcune figure del lavoro che in realtà sono soltanto contingenti (così come fu contingente l’ “operaio massa” analizzato dai Quaderni Rossi) e perché, soprattutto, in momenti di particolare latenza della lotta di classe, istiga ad inventarsi fantasiosi soggetti e a vedere antagonismi che non esistono, magari eludendo forme più spurie ma più effettuali dello scontro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2. Il soggetto congiunturale</strong></p>
<p>E’ a questo punto che Formenti ci offre, a mio parere, una delle mosse teoriche più importanti tra quelle che si possono reperire nel libro, una mossa che ci consente non solo di meglio attrezzarci, come avviene con le argomentazioni appena riassunte, alla polemica contro i prossimi Tsipras (non scordiamo che quasi tutti i postoperaisti sono, in quanto progressisti, assolutamente europeisti, succubi delle invisibili sovranità imperialistiche nascoste sotto la prassi tecnocratica unionista e feroci avversari di ogni visibile sovranità democratica, <em>massime</em> di quella nazionale…), ma anche di approssimarci ad una più razionale concezione del soggetto rivoluzionario. Tale soggetto, a parere di Formenti, non può essere dedotto da categorie sociologiche, non può essere desunto dalle dinamiche generali del capitale, ma può essere individuato solo in seguito ad una “analisi concreta della situazione concreta”, condotta in ciascuna specifica congiuntura della lotta di classe. Non si può quindi <em>prevedere</em> quale sia il soggetto (o, meglio, la convergenza di diversi soggetti) che di volta in volta diviene protagonista dei conflitti: la rivolta e le sue forme sono, aggiungo, <em>per definizione imprevedibili</em> proprio perché fuoriescono dalla <em>routine</em> della riproduzione del capitalismo. Questo semplice gesto teorico <em>materialista</em> fa piazza pulita di decenni di elucubrazioni andate a vuoto e ci induce a guardare alla realtà dello scontro politico, ai suoi protagonisti molto spesso “brutti, sporchi e cattivi” piuttosto che alle bellissime figure iperrivoluzionarie (l’operaio massa, poi l’operaio sociale, poi il volontariato, poi la moltitudine, poi le associazioni, poi il cognitariato) che poco hanno a che vedere con la verità, ma ben si conciliano con le preferenze degli intellettuali, soprattutto quando questi possono affermare che sono gli intellettuali stessi, ossia il lavoro intellettuale, il vero protagonista della cooperazione sociale e della futura società. E ci aiuta, il gesto di Formenti, a progredire verso una concezione <em>formale </em>e quindi <em>non sostanziale</em> del soggetto rivoluzionario: il soggetto è un <em>che cosa</em> prima che un <em>chi</em>, bisogna prima di tutto definire <em>che cosa</em> dovrebbe fare, in ogni determinata situazione, un soggetto sociale per iniziare a scardinare l’ordine esistente, e poi analizzare senza pregiudizi la situazione per verificare <em>chi</em> stia di fatto assolvendo <em>per il momento</em> e magari in modo inadeguato a questo compito.</p>
<p>Formenti però dice qualcosa di più. Dice che il soggetto non va cercato nei punti alti, bensì nei punti bassi, non nel vertice della modernizzazione, ma nelle resistenze alla modernizzazione stessa, non nel centro ma nella periferia, non nella scelta etico-estetica degli <em>insider</em>, ma nella ribellione disperata degli <em>outsider</em>. Si può concordare con questa definizione se ed in quanto si presenta come analisi <em>congiunturale</em>, meno se essa diviene una <em>generale indicazione di metodo</em>. Ed in effetti qui Formenti sembra rispolverare in qualche modo il metodo della tendenza, ossia sembra stabilire una sorta di rapporto univoco tra lo sviluppo del capitalismo e quello del suo antagonista, solo che si tratta, in questo caso, di un rapporto <em>inverso</em> rispetto a quello stabilito dal postoperaismo: invece di cercare sempre in alto, Formenti ci invita a cercare sempre in basso. Più che di alto o di basso io preferirei parlare di <em>asincronia</em> del soggetto: non c’è nessun rapporto tra le dinamiche di medio-lungo periodo del capitale e la <em>natura particolare</em> del soggetto che in un determinato momento innalza la bandiera dell’emancipazione. Tale soggetto non è il frutto né della modernizzazione né della sua negazione, è semplicemente effetto di una congiuntura non prevedibile, in cui possono giocare un ruolo “sovversivo” sia le promesse della modernità sia le resistenze ad essa. Un soggetto asincrono, ossia <em>fuori tempo</em>, che può essere tale sia per il richiamo al passato comunitario sia per la speranza nelle promesse del futuro. E qui si apre un’ulteriore questione. Cosa vuol dire essere “fuori” dal capitalismo? Cosa vuol dire essere fuori <em>oggi</em>, ossia nell’epoca della produzione di massa dell’individualità e della produzione industriale delle forme di socialità? Sono convincenti le osservazioni di Formenti sul ruolo delle tradizioni comunitarie russe nella formazione dei soviet, della cultura campesindia nell’esperienza latinoamericana, della comune appartenenza meridionale come collante dell’azione degli operai degli anni ‘70. Ma come ritrovare oggi analoghi supporti comunitari (e dunque extra-capitalistici), e come fare in modo che tali supporti non giochino, piuttosto un ruolo reazionario (come accade col leghismo ma anche con alcune forme di autoisolamento ed autodifesa delle comunità di immigrati)?. Forse si tratta di sviluppare, al riguardo, una vecchia osservazione di Etienne Balibar, secondo il quale più che di proletariato si deve parlare di <em>processo di proletarizzazione</em>: la “classe” è il frutto del continuo passaggio da una condizione non proletaria ad una proletaria, oppure da una condizione proletaria ad una maggiormente proletarizzata perché maggiormente sfruttata. Anche dentro il capitalismo c’è dunque sempre un passato da rivendicare, magari da mitizzare, un tempo di ieri su cui appoggiarsi per poter credere possibile il tempo di domani. La “periferia” del capitalismo, il passato che è condizione del futuro, non sempre o non necessariamente è appannaggio dei rapporti sociali precapitalistici: può anche essere il prodotto del movimento incessante della modernizzazione che sempre distrugge o <em>rende periferiche</em> le forme di vita precedenti (anche quelle già capitalistiche ma non più confacenti alle aumentate esigenze dell’accumulazione). Un movimento che, in quanto è eterodiretto, è <em>subìto</em> dai soggetti: cosa che alimenta continuamente, per reazione, il ricordo di un mondo diverso e migliore.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2016/12/41Vdu0t4yML._SX323_BO1204203200_.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5342" title="41Vdu0t4yML._SX323_BO1,204,203,200_" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2016/12/41Vdu0t4yML._SX323_BO1204203200_-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a><strong>3. Il campo populista</strong></p>
<p>Qualunque sia il “fuori” da cui parte la rivolta e qualunque sia il particolare soggetto sociale che in ogni diversa situazione ne è il principale attore, si deve convenire con Formenti quando dice che le più efficaci rivolte attuali non possono che essere populiste. Del resto, se la compattezza sociologica della classe è stata programmaticamente dissolta, se l’efficacia politica della sua lotta è stata consapevolmente ostacolata, se i grandi partiti di massa sono stati visti come la ragione di ogni male e se gli spazi di espressione democratica si sono drasticamente chiusi a svantaggio dei lavoratori, è assolutamente inevitabile che <em>la stessa lotta di classe</em> si presenti come populista. A rafforzare le considerazioni di Formenti ne aggiungerei un’altra: rileggendo in chiave non economicista o evoluzionista la dialettica tra forma sociale della produzione e forma privata dell’appropriazione (che è uno dei nomi della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzioni di cui giustamente Formenti critica le precedenti formulazioni), si nota come nelle previsioni di Marx, largamente inveratesi nel capitalismo occidentale degli anni ’70, la dinamica dell’accumulazione conduce ad una <em>dispersione della proprietà</em> (società per azioni) e ad una <em>concentrazione dei lavoratori</em> (grande industria), facilitando così la lotta sindacale e la sua trasformazione in lotta socialista. Al contrario, nella realtà attuale (e per il momento), assistiamo alla <em>concentrazione della proprietà azionaria</em>, o comunque parcellare, all’interno delle grandi istituzioni d’investimento, e ad una parallela <em>dispersione del lavoro</em> che fa sì che la lotta di classe, se e quando riesce ad esprimersi, non lo fa come lotta sindacale e poi politica, ma come generica lotta di cittadinanza che sovente è <em>immediatamente politica</em>, assumendo così forme sociologicamente spurie ma certamente più efficaci della abituale lotta “tradeunionista” nel contrastare la politica dello stato capitalistico. E’ per questo che la lotta di cittadinanza, veste spesso assunta dalla lotta populista, non deve essere considerata sempre come un’elusione della lotta di classe, ma può essere intesa, in determinate condizioni, come effetto di un produttivo <em>spostamento</em> della lotta di classe stessa.</p>
<p>Il populismo, e qui torniamo direttamente a Formenti, non è quindi un nemico da esorcizzare ma è piuttosto la forma storicamente determinata della lotta di classe, è <em>un campo</em> nel quale bisogna situarsi senza timore, per meglio condurre una battaglia per l’egemonia finalizzata a trasformare il populismo stesso in una direzione coerentemente anticapitalista e socialista, sconfiggendone le inevitabili e ben radicate tendenze di destra. Situarsi nel campo del populismo: ecco un’altra cosa che non mancherà di scandalizzare la sinistra benpensante, perché è cosa ben diversa dal tentare, come si dice, di “riconquistare il nostro popolo” <em>spostandolo</em> su un terreno (quello dell’ordinata competizione elettorale, degli oliati meccanismi di governance, della tranquillizzante dialettica tra società civile e stato) sul quale esso <em>non può</em> esprimere la propria incompatibilità sostanziale con le dinamiche dell’ordine attuale. Si tratta invece per Formenti di accettare <em>in toto</em> l’ambivalenza populista (ma è forse meno ambivalente la lotta di classe, che produce sia i consigli operai che i sindacati reazionari?) per tentare di torcerla in una direzione di emancipazione, e non di sostegno a qualcuna delle divere frazioni delle classi dominanti.</p>
<p>L’analisi concreta di numerose esperienze di mobilitazione tendenzialmente o compiutamente populiste in America latina, negli Stati Uniti ed in Europa, analisi che è una delle parti più vivaci del libro, mostra quante forme il populismo possa assumere e quali difficoltà e potenzialità incontri il progetto di un’egemonia di classe e socialista. Questa lotta per l’egemonia sarebbe forse avvantaggiata, credo, da una distinzione concettuale che consenta di tracciare un pur mobile confine tra populismo e socialismo. Riservandomi di tornare in altra sede su questo tema assai intricato, osservo che quasi tutte le caratteristiche del populismo indicate da Formenti (anche sulla scorta degli ottimi lavori di Loris Caruso) descrivono una <em>forma di mobilitazione</em> che può effettivamente essere considerata spesse volte comune sia a movimenti classisti che a movimenti interclassisti. Ma tale forma di mobilitazione deve essere distinta dal populismo come <em>forma di stato</em> che, a mio parere, è invece incompatibile col socialismo. Mi spiego meglio. Aspetti fondamentali delle attuali esperienze populiste sono la netta distinzione tra “noi” e “loro”(e tra “alto” e “basso”), il carattere spesso aclassista della definizione del “noi”, il depotenziamento della distinzione tra destra e sinistra, la difesa dei luoghi contro i flussi, il rifiuto di tutte le forme di mediazione, l’identificazione con un leader carismatico. Orbene, andando alla rinfusa, <em>nel corso di una mobilitazione</em> l’aclassismo del “noi” può essere effetto della positiva compresenza di numerose e distinte frazioni delle classi subalterne, il superamento della distinzione tra destra e sinistra può essere una salutare presa d’atto della subalternità di entrambe le opzioni, la difesa del luogo contro il capitalismo finanziario può indurre a cercare alleanze con altri luoghi, l’opposizione radicale tra noi e loro ed il rifiuto della mediazione possono segnare l’acutizzarsi della mobilitazione, ed il leaderismo carismatico può svolgere una parte delle funzioni del gramsciano “cesarismo progressivo”. Ma quando queste forme di mobilitazione si fissano in un programma politico o, peggio, in un <em>progetto di stato</em>, esse si coagulano in una forma inequivocabilmente autoritaria e di destra, perché stabilmente interclassista, nemica del conflitto sociale, fondata sull’identificazione organica tra popolo, leader e stato, contraria ad ogni corpo intermedio e soprattutto alla fondamentale mediazione del diritto e della costituzione. Non è un caso se, tra le esperienze analizzate da Formenti, quella che maggiormente si avvicina ad un’emancipazione di tipo socialista è proprio quella che meno somiglia ad uno stato populista, ossia l’esperienza boliviana, che si realizza nel rapporto tra una serie di robusti corpi sociali intermedi, un partito che non è una semplice macchina al servizio del leader e uno stato costituzionale estremamente inclusivo. Ed <em>anche</em> nella presenza di un leader altamente carismatico che però non è affatto il perno centrale della legittimazione politica.</p>
<p>La distinzione qui proposta tra populismo come forma di mobilitazione, aperta a diversi esiti, e populismo come forma di stato, organicamente autoritaria e reazionaria, può, io credo, dialogare utilmente con le tesi di Formenti anche perché una delle caratteristiche dell’autore, caratteristica che segna un suo ulteriore allontanamento dal paradigma originario, è il riconoscere l’assoluta esigenza, per i movimenti sociali e di classe, di non cullarsi nell’illusione di un autosufficiente orizzontalismo e di accettare la necessità di <em>farsi stato</em> se si vogliono realmente raggiungere gli obiettivi declamati: e dunque, aggiungo, di pensare ad una forma di stato non organicista né autoritaria. Pur dichiarando a più riprese la propria preferenza per le forme di democrazia diretta e consiliare Formenti dunque non elude il nodo dello stato (e addirittura della <em>sovranità nazionale</em>, laddove troppi si fermano pudicamente alla rivendicazione della sovranità popolare), semplicemente perché sa che soltanto coloro che riescono a vivacchiare nella situazione presente possono evitare il problema, mentre coloro che devono ribaltare la situazione presente non possono fare a meno di pensare ad uno stato nuovo, in cui la sovranità popolare non venga né dissolta nei flussi del mercato, né irrigidita nella comunità organica, ma si realizzi nella legittimazione della differenza e del conflitto tra stato democratico-socialista e associazioni autonome dei lavoratori e dei cittadini. Qui si apre, finalmente, il vasto e da molto tempo inesplorato spazio della <em>dialettica tra stato e non stato</em> (una dialettica frettolosamente rimossa dalle speculari fissazioni dello statalismo e dell’antistatalismo), che tanto più costituirà un oggetto di indagine quanto più il nesso tra la crisi e la crescita del movimento reale porrà nuovamente il problema della trasformazione sociale come <em>problema concreto</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>4. Il ritorno del rimosso</strong></p>
<p>Fin qui ho elencato diversi meriti del lavoro di Formenti. Ma ce n’è un altro, forse meno visibile ma, in prospettiva, non meno importante. La critica costante del modello postoperaista ed il confronto costante con gli effetti della crisi economica, sociale e geopolitica attuale hanno infatti condotto Formenti a frequentare alcuni temi teorici notevolmente astratti (e quindi notevolmente vicini all’essenza dei problemi) di cui non si parla più quantomeno dagli anni ’80 dello scorso secolo, ossia da quando si è interrotta la pensabilità della trasformazione sociale, ma che tornano ad essere posti proprio da quella <em>riapertura della storia</em> che si riassume nella fine del mondo unipolare. La questione del superamento dell’economicismo e quindi dell’abbandono dell’idea di neutralità delle forze produttive, fu oggetto di grande discussione a partire da materiali eterogenei ma pregnanti quali l’esperienza della Rivoluzione culturale cinese, la riflessione di Charles Bettelheim, le stesse tesi di Panzieri sull’uso capitalistico delle macchine. La questione dell’impossibilità di pensare la transizione al comunismo come analoga alla transizione tra feudalesimo e capitalismo, a cui Formenti dedica un breve ma interessante cenno, fu uno degli oggetti di un importante dibattito sui modi di produzione precapitalistici in cui non pochi sostennero che le passate forme di società andavano considerate come forme autonome e non come imperfette approssimazioni alla razionalità capitalista. Il che autorizzava a dire che, specularmente, il comunismo non poteva essere pensato come prosecuzione e perfezionamento di tale razionalità, e cioè come sviluppo illimitato delle forze produttive, ma come gestione ragionevole delle forze produttive in funzione della riproduzione di rapporti sociali egualitari consapevolmente scelti. Infine le questioni della natura congiunturale e “causale” del soggetto, dello spostamento della contraddizione di classe, della fallacia del progressismo furono diversamente discusse a partire sia dai lavori di Lukács, a cui Formenti fa esplicitamente cenno, che da quelli di Althusser e di Benjamin. Il tutto nel contesto di una riflessione epistemologica che vantava i nomi di un Kuhn, di un Lakatos, di un Feyerabend, prima che un uso ideologico della teoria della complessità <em>semplificasse</em> ogni cosa dichiarando che il mondo era forse conoscibile, ma certo intrasformabile.</p>
<p>Dico tutto ciò, riducendo ad un breve cenno ciò che dovrebbe essere oggetto di una attenta riflessione collettiva, non perché nelle discussioni di allora vi fossero le verità necessarie all’oggi, ma perché è importante capire che non si parte da zero, e che se si è indotti a ritornare ai punti alti della teoria ciò è sintomo del fatto che le cose si fanno davvero serie. E il libro di Formenti ci aiuta certamente a comprendere la serietà delle cose, ossia la loro radicalità, e la necessità di un lavoro teorico ad ampio raggio che di questa radicalità sia espressione e condizione.</p>
<p>Fonte: http://www.socialismo2017.it/2016/12/15/la-variante-formenti-un-congedo-dalla-sinistra-globalista/</p>
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		<title>Loro hanno due fronti, noi dobbiamo costruire il nostro</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 23:32:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Siamo davvero felici di ospitare questo articolo di Mimmo Porcaro, perché riassume parecchi temi che abbiamo trattato negli anni e che ci sono molto cari. La cosa che ci fa particolarmente piacere è il constatare che alcuni dei semi che seminammo stanno dando i loro frutti anche in campi che non ritenevamo che avrebbero germogliato. Benissimo, andiamo avanti così!</p>
<p style="text-align: justify;">La Redazione</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">di<em> Mimmo Porcaro</em></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Ci diciamo spesso che la crisi ha confermato le nostre idee. Ma ciò è vero solo in parte. Ha confermato che il capitalismo, oltre ad essere iniquo, “non funziona”. Ma ci costringe a cambiare o aggiornare molte delle nostre più radicate convinzioni sul</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> blocco sociale anticapitalista, </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>e sullo spazio e gli obiettivi della sua azione</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">. In sintesi, si può dire che il modello maturato a Porto Alegre e Genova agli inizi del nuovo secolo è ormai superato dai fatti: se ne vogliamo custodire e tramandare le acquisizioni fondamentali, soprattutto quelle relative alla democrazia ed alla molteplicità dei soggetti dell’emancipazione, dobbiamo inscriverle in un </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>quadro concettuale del tutto nuovo</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Sovranità nazionale non è nazionalismo</strong></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong><br />
</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">L’inefficacia di quel modello è evidente in primo luogo riguardo al populismo. La mobilitazione democratica delle associazioni altruistiche non è in grado di intercettare problemi, umori e linguaggi della parte più deprivata delle classi subalterne. Questa parte, fatta di lavoratori dipendenti a bassa qualificazione, di autonomi che sono in realtà più dipendenti dei primi (si pensi al lavoro dell’autotrasportatore, strettamente legato – a rischio della vita – ai tempi dell’impresa) e di ceto medio fortemente impoverito dalla crisi generale, si allea ad alcune frazioni, meno forti, della borghesia anche perché l’altra parte del popolo, quella composta di dipendenti ed autonomi ad alta qualificazione, si allea di fatto alla frazione forte, globalista ed europeista del nostro capitalismo. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Rompere queste alleanze, e costruirne una, nuova, tra le diverse frazioni popolari, è decisivo per la lotta egemonica: lo si può fare solo se, tra l’altro, non ci si ritrae di fronte al linguaggio populista dei nuovi conflitti</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">. E se si trovano figure unificanti che, pur radicate in una analisi di classe, sappiano rivolgersi ai diversi soggetti sociali ed alle diverse forme di vita degli stessi “proletari”. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>In questo quadro diviene opportuno parlare di sovranità popolare e nazionale, come collante di un nuovo blocco sociale e base di una nuova politica. </strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Sovranità nazionale non è nazionalismo</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">. E’ ridiscutere democraticamente quale sia lo spazio sovranazionale in cui il Paese di deve in ogni caso far parte. Qui si fa sentire un altro degli effetti della crisi: la progressiva dissoluzione dello spazio “globale” ed “europeo” nel quale eravamo soliti muoverci. Il multipolarismo è, in questo senso, uno spazio più favorevole della (presunta e parziale) globalizzazione, perché è l’unica griglia che possa sottoporre a controllo i flussi altrimenti devastanti dei capitali transnazionali. E non è più possibile trasformare l’Unione Europea in qualcosa di più paritario, cooperativo, democratico: è piuttosto necessario iniziare da subito a definire e costruire uno spazio mediterraneo-mediorientale in cui inserire il nostro Paese, prima come prospettiva da far balenare nelle trattative comunitarie, poi come concreta alternativa all’Unione monetarista.</p>
<p>Infine se la crisi è davvero crisi di un intero modo di produzione e dei rapporti sociali e geopolitici che lo sostengono, la si può attraversare solo avendo un modello alternativo forte, che non può ridursi alla sola economia decentrata, sociale e cooperativa. Bisogna quindi ritrasformare il nostro comunismo da ideale ad idea, da lontano orizzonte a forma realisticamente possibile di una nuova produzione e di un nuovo Stato. Bisogna dunque pensare da subito ad un concreto socialismo, basato sull’intreccio tra proprietà pubblica, sociale e privata, gestito da uno Stato rinnovato, controllato da autonome istituzioni popolari. E quindi (ulteriore e forse più importante lezione della crisi) bisogna tornare a considerare la conquista-trasformazione del potere di Stato (non a caso confiscato in questi anni dai capitalisti, mentre noi si chiacchierava di “autonomia del sociale”) come uno snodo senz’altro non sufficiente, ma comunque assolutamente necessario di qualunque strategia popolare.</p>
<p>Di queste cose si parla nelle note che seguono.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>1.1. Conflitti anomali</strong></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><br />
La crisi ha inaugurato, o portato alla massima evidenza, quello che propongo di chiamare “capitalismo a somma zero”. Se in precedenza, ed anche negli anni della crescita drogata, al massiccio aumento della ricchezza dei capitalisti corrispondeva un ben minore, ma comunque sensibile, aumento della ricchezza (reale o apparente) dei lavoratori, oggi avviene il contrario: il capitalismo sopravvive grazie all’incrudimento del tradizionale sfruttamento di classe e grazie all’espropriazione diretta delle risorse pubbliche e di ciò che prima spettava al lavoro (pensioni, servizi, beni comuni, ecc.). Oggi è sempre più chiaro che ciò che gli uni acquisiscono gli altri perdono: da ciò lo scatenarsi di numerosi e diversificati conflitti. Ma si tratta di conflitti ben diversi da quelli a cui eravamo abituati: alla lotta “ordinata” dei lavoratori sindacalizzati, delle associazioni civili e delle stesse aggregazioni reticolari dei lavoratori precari (più fluttuanti e instabili, ma pur sempre “disciplinate” in un quadro ideologico relativamente chiaro ed identificabile), si affiancano lotte di gruppi mai mobilitatisi prima d’ora o costretti a constatare l’inefficacia delle precedenti mobilitazioni: da ciò il carattere quasi sempre informe e spurio di queste lotte</p>
<p>E’ bene dirsi con chiarezza che nessuna delle attuali forze della sinistra sociale e politica possiede al momento gli strumenti per comprendere queste lotte e per intervenirvi. Eravamo abituati alle lotte per il </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>welfare</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">, gestite dal nesso sindacato/partito/Stato. Queste sono poi state integrate o sostituite da lotte che andavano oltre il </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>welfare</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> e oltre la figura centrale dello stato sociale (il lavoratore stabile, maschio, adulto e sindacalizzato), ed erano gestite da associazioni orientate a culture dette </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>postmaterialiste</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> (femminismo, ambientalismo, diritti civili, pacifismo), ma comunque dotate di una solida tradizione culturale e passibili, pur non senza contrasti, di integrazione con l’ideologia della sinistra. </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Oggi siamo di fronte a lotte senza il</span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em> welfare</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">, prive, cioè, degli usuali canali di espressione politica e di trasmissione istituzionale: lotte dagli obiettivi troppo ristretti o troppo generici, dall’ideologia incerta, aperte a diverse declinazioni politiche o impolitiche. E’ illusorio tentare di ridurre l’ultimo, incerto “modello” a quelli precedenti. Per lungo tempo i tre modelli saranno compresenti e contrastanti: potranno essere unificati solo da un modello superiore. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Soprattutto, è un grave errore prendere le distanze dalle ultime lotte tacciandole di populismo: nelle attuali condizioni è quasi inevitabile che le nuove mobilitazioni assumano un carattere populista, e fuggire il populismo significherebbe rifiutare di radicarsi nella realtà delle espressioni di massa. Bisogna starci dentro, comprenderle, distanziarsene, se necessario, solo dopo che si è fatto di tutto per trasformarle.</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>1. 2. Questioni di classe</strong></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Un ipotetico “fronte” dei lavoratori dovrebbe unificare figure notevolmente diverse.</p>
<p>Le principali linee di divisione corrono tra stabili e precari, qualificati e dequalificati, uomini e donne, dipendenti, semiautonomi e autonomi, autonomi che servono imprese e autonomi che servono consumatori individuali. Gli intrecci tra queste diverse divisioni possono dar luogo a numerose combinazioni. Tutti questi lavoratori hanno di certo un avversario in comune: tutti sono infatti soggetti ad un </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>processo di proletarizzazione</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">, gestito dall’insieme del capitalismo italiano, che si traduce nella perdita di garanzie per gli occupati stabili, nella diminuzione delle prospettive dei precari, nella crescente sottomissione alle imprese committenti degli autonomi di seconda generazione, nel rapido declassamento degli autonomi di prima generazione. Al momento, però, tutti costoro (salvo poche e fluttuanti eccezioni) sono purtroppo alleati a questa o quella frazione delle classi dominanti. Una parte rilevante lavoratori sindacalizzati (soprattutto quelli pubblici) ed una parte rilevante dei precari o autonomi ad alta o media qualificazione (e, tra questi, soprattutto quelli addetti ai servizi alle imprese, che hanno più difficoltà ad evadere il fisco) sono di fatto alleate alla parte “forte”, europeista e mondialista del nostro capitalismo, nell’illusione che questa possa comunque consentire, oggi o domani, un nuovo sviluppo. Gli altri, molti dipendenti e precari dequalificati, disoccupati, lavoratori autonomi “tradizionali”, sono alleati alla parte “debole” e sedicente “nazionale” o regionalista (quando non ne sono elemento subordinato interno), perché più permeabili al discorso populista, più carenti di strutture di protezione, più propensi all’evasione fiscale.</p>
<p>Date queste differenze, la costruzione di un blocco sociale che comprenda tutte le figure del lavoro oggi subalterno non può essere l’effetto di un progetto sindacale (anche se “one big union” capace di comprendere tutti è in futuro possibile) </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>ma solo di un progetto politico di alto profilo</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> che, partendo dal fatto che nessuna delle frazioni della classe dominante è in grado di assicurare un futuro, si presenti espressamente come rottura delle diverse alleanze subalterne con la classe dominante e come efficace riduzione del potere di queste ultime. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Infatti, tutte le diverse proposte di uscita “a sinistra” dalla crisi (beni comuni, reddito di cittadinanza, rilancio della domanda di beni di consumo, politica industriale e via elencando) non hanno alcun senso se si concepiscono e si presentano come semplici alternative di politica economica e non, piuttosto, come causa ed effetto di una trasformazione dei rapporti sociali, di un’ alleanza delle diverse frazioni di una classe contro le diverse frazioni dell’altra, al fine di ridurre il potere dei dominanti.</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>1.3. Espropriare gli espropriatori</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p>Nessuno stabile sviluppo è possibile in Italia senza un pesante ritorno dell’intervento pubblico nell’economia e senza un immediato controllo democratico e popolare di questo intervento. Nulla di serio si può fare senza la sostituzione dell’attuale intreccio putrescente fra Stato ed interessi privati (nel quale naufragano anche molti gruppi della “società civile”) con la distinzione tra uno Stato autorevole (capace di riprendere la propria funzione di indirizzo e redistribuzione) e una società indipendente (fatta di associazioni capaci di controllare, criticare e all’occorrenza sostituire i gruppi dirigenti dello Stato). Ma tutto questo comporta necessariamente l’espropriazione (e comunque la drastica riduzione del potere) di quei gruppi privati a cui sono state svendute industrie e banche pubbliche, e che saccheggiano le amministrazioni centrali e periferiche con la spregiudicata gestione di appalti e concessioni. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Parlare di nuova politica economica senza parlare di questo è illudere sé stessi e gli altri. </em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Questa è la precondizione per un programma popolare che usi le risorse così ottenute per una politica programmata di innovazione, di ricostruzione sociale ed ambientale, di sostegno all’aggregazione delle piccole ed al dinamismo delle medie imprese e, anche per questa via, alla domanda di beni di consumo. Solo un programma del genere può </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>unire i “piccoli” contro i “grandi”</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> e contemporaneamente affrontare i problemi fondamentali del Paese.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>1.4 Sovranità popolare (e nazionale) vs populismo<br />
</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><br />
Un simile programma può essere attuato solo da un forte governo popolare. Per accumulare le forze necessarie a costituire un tale governo è necessario iniziare a superare fin da ora la divisione fra i diversi gruppi di lavoratori. Tali divisioni sono di ordine sia materiale che simbolico e riguardano essenzialmente la questione fiscale, le forme di organizzazione e le forme di autorappresentazione ideologica.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/economia_mundial.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3116" style="margin: 5px;" title="economia_mundial" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/economia_mundial-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Puntando tutto su una generica lotta all’evasione i lavoratori sindacalizzati e quelli comunque “colti” appoggiano di fatto il progetto del capitalismo “forte” che intende stringere il cappio attorno ai piccoli evasori nella consapevolezza che le grandi imprese internazionalizzate possono facilmente giovarsi dei meccanismi di elusione. Pur sapendo che l’elusione fiscale delle grandi imprese potrà essere ostacolata solo dal loro passaggio nelle mani pubbliche, bisogna sin da ora presentare programmi fiscali che concentrino le politiche di recupero sulle ricchezze patrimoniali di ordine superiore (l’assenza di uno straccio di imposta patrimoniale grida vendetta), mentre aumentano gli sgravi alle piccole imprese (e soprattutto a quelle individuali) e riducono le sanzioni contro la piccola evasione. Questo è il perno di una politica di riconquista di risorse da parte dei ceti popolari (fatta anche di cancellazione delle grandi opere, delle spese militari, della privatizzazione dei beni comuni) che serva ad unire questi ceti, evitando con estrema cura di costringere il piccolo evasore ad allearsi col grande.</p>
<p>Nell’emersione dei nuovi conflitti la partita dell’egemonia si gioca, oltre che sulla questione dei programmi, sulla capacità di essere i primi a proporre forme di organizzazione efficace. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Il modo in cui questo conflitti vengono organizzati oggi condizionerà in maniera decisiva il modo in cui si svilupperanno domani, entrerà a far parte del DNA di un intero movimento popolare</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">. Vanno certamente tentate modalità organizzative di tipo sindacale. Ma l’iniziale eterogeneità delle figure e degli obiettivi suggerisce piuttosto, come modello organizzativo di base, i </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>comitati popolari contro la crisi.</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> Tali comitati possono sorgere </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>ex novo</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">, o possono appoggiarsi a precedenti strutture sindacali e partitiche, ma devono in ogni caso sia accogliere l’eterogeneità attraverso il massimo ricorso alla democrazia interna, sia superarla attraverso il</span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em> mutualismo</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> e la costruzione di una </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>ideologia unificante</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Tale ideologia non può essere l’ideologia classista a cui siamo abituati, e nemmeno può nascere dall’integrazione tra classismo e associazionismo civile che è stata tentata dal movimento altermondialista, ma non è penetrata nella grande massa dei ceti subalterni. </strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Deve piuttosto essere un’ideologia popolare, dove “popolo” indica tutti coloro che lottano non contro la libertà altrui, ma per la propria libertà e dignità (Machiavelli), tutti coloro che rivendicano dignità e libertà non contro altri segmenti del popolo (come vorrebbe il populismo), </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>ma solo contro i potenti. </strong></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;">“<span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Popolo”, oggi, può raccogliere ed unire più di “classe”</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">: perché non è solo la classe a mobilitarsi, perché molti segmenti crescenti della classe si concepiscono più come popolo che come lavoratori organizzati, e soprattutto perché anche la mobilitazione di classe, per porsi all’altezza di uno scontro che ribalta la costituzione formale e materiale del Paese, deve presentarsi come rivendicazione della sovranità popolare. Non si tema di perdere, con questo spostamento lessicale, la capacità di nominare e contrastare il capitalismo, anzi. In alcune fasi storiche, come nella seconda metà del XX secolo, lottare come classe significava immediatamente opporre un&#8217;altra economia politica all’economia politica dominante. In altre fasi, però, lottare come classe può significare allearsi coi propri padroni, su base aziendale o regionale, contro altri padroni e altri segmenti del proletariato: ed è anche a causa di questa tendenza subalterna del comportamento di classe che Marx ha potuto affermare che, lottando per abolire il capitalismo, il proletariato abolisce sé stesso in quanto classe.</p>
<p>Per lottare contro lo strapotere del capitalismo odierno non si può far affidamento solo sull’iniziativa di lavoratori strutturalmente indeboliti, e si devono piuttosto mobilitare tutte le risorse politiche, giuridiche ed istituzionali che hanno in passato arginato il capitalismo stesso.</span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong> Il “riassunto ideologico” dell’epoca attuale, la chiave per aggregare strati sempre più vasti di cittadini, deve essere quindi la lotta per la sovranità popolare</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>E ciò implica immediatamente la lotta per la sovranità nazionale. </strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Sovranità popolare non significa dittatura della maggioranza e rottura dello Stato costituzionale di diritto (come, di nuovo, vorrebbe il populismo), ma sottrazione del potere di decidere alle oligarchie finanziarie (Ferrajoli). </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Sovranità nazionale non significa affatto nazionalismo, ma difesa di uno spazio in cui sia possibile assumere decisioni democratiche e quindi ridiscutere liberamente il modo in cui si intende essere partecipi di uno spazio sovranazionale</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">. Ma poiché a parlar di nazione subito si affacciano pericolosi equivoci, che vanno dal neofascismo alle sciocchezze “rossobrune” e da queste ai più immediatamente pericolosi governi di unità nazionale per la salvezza della Patria e la dannazione dei lavoratori, converrà, su questo punto, essere più precisi.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>2.1. Multipolarismo</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Dobbiamo abbandonare decisamente l’idea della “globalizzazione dal basso”, ossia l’illusione che la globalizzazione possa essere democratizzata. Il movimento antagonista deve continuare a costituirsi globalmente, ma la sua politica non può più essere globalista.</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> Infatti la globalizzazione è essenzialmente liberalizzazione completa dei movimenti del capitale, e questa crea un continuo dumping sociale che distrugge l’organizzazione dei lavoratori e dei cittadini e dunque rende impossibile la democrazia. Volere la globalizzazione democratica è come volere il capitalismo democratico, ossia qualcosa che era assai difficile ottenere nell’epoca del capitalismo nazionale e del patto socialdemocratico, e che diventa impossibile ottenere adesso, nell’epoca del capitalismo “assoluto” e “senza compromessi”, assoluto perché globalizzato. L’unica strada per tentare la costruzione di un ordine economico politico cooperativo e pacifico è il multipolarismo, ossia la creazione di vaste regioni economico-politiche che non eliminino i flussi di capitale ma li sottopongano a vincoli e a contrattazioni di tipo politico, rendendo così possibili al proprio interno scelte pro labour. E’ una via irta di rischi: protezionismi, guerre (che peraltro sono il leit motiv della globalizzazione). Ma è l’unica condizione che possa assicurare gli equilibri necessari alla creazione di una moneta comune che non sia strumento dell’egemonia di un polo (come avviene col dollaro) ed alla costruzione di un effettivo diritto internazionale (Ferrajoli) che non si limiti ad assicurare il libero movimento del capitale e a giustificare tutte le più infami guerre.</p>
<p>Per ridurre i rischi e favorire le possibilità positive del multipolarismo, il movimento antagonista, reso più forte dalla possibilità di crescere, in ciascuna regione, al riparo dalla violenza dei flussi di capitale incontrollati, deve però continuare ad esprimere la propria vocazione globale, ed anzi la deve rendere più forte concretizzandola con la costruzione di una V Internazionale (Samir Amin), più vicina al pluralismo della I che al centralismo della III, ma capace di darsi quegli obiettivi politici unitari che il Forum Sociale Mondiale non vuole e non può darsi.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span><strong>2.2. Oltre l’Europa</strong></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span>L’Unione Europea, come progetto realmente unitario e unificante, è finita. Nel futuro avremo l’Europa “a due velocità”, o l’esplosione dell’Unione. Ciò equivale a dire che i PIIGS saranno condannati ad una lunga recessione ed alla definitiva integrazione subalterna nelle economie “forti”, e che i cittadini di tutto il continente saranno condannati a pagare un modello fondato sulle esportazioni. In queste condizioni l’ “altra Europa”, </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>l’Europa “sociale”, costruita “dal basso” è una pura illusione</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">: è impedita dalla struttura istituzionale dell’Unione, dalla cultura delle sue burocrazie, dall’orientamento delle classi dominanti delle nazioni più forti, dall’inesistenza di una realistica alternativa socialdemocratica, dall’inesistenza di un efficace movimento popolare continentale, reso ancor più difficile dalle prospettive di recessione. Dobbiamo dunque uscire dall’Europa? No, o comunque non subito. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Dobbiamo però uscire dall’ ”europeismo senza condizioni” che ci accomuna all’ideologia ed alla politica delle frazioni “forti” del capitalismo italiano. </strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Queste frazioni hanno scelto decisamente l’Europa, costi quel che costi, essenzialmente perché essa consente loro di operare, grazie alla coercizione del “vincolo esterno”, quelle politiche antipopolari rese altrimenti impossibili dal loro storico difetto di egemonia: il governo Monti è la massima espressione di questa strategia.</p>
<p>Anche noi abbiamo scelto l’Europa, ragionevolmente convinti che un progetto di tipo socialista fosse possibile solo in un ambito sovranazionale. La convinzione era giusta, ma l’ambito scelto no: continuare ciononostante ad insistere sull’ “altra Europa” equivale, in questa situazione, ad aderire all’ “europeismo senza condizioni”. </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Dobbiamo quindi puntare su una soluzione nazionalista? No. Il nazionalismo non è sempre e comunque un male. Quando serve a reprimere la lotta di classe interna sviandola nella lotta contro presunti nemici esterni è un male. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Ma quando la repressione della lotta di classe avviene attraverso una particolare forma di internazionalizzazione, il nazionalismo può essere, momentaneamente, una parte della risposta: tutte le più importanti esperienze progressive di questi anni hanno una qualche componente nazionalista, quando non indigenista-comunitarista (Venezuela, Colombia, in parte lo stesso Brasile). </strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Ma il nazionalismo non è una risposta valida per l’Italia, sia per la cultura fortunatamente antisciovinista del Paese sia, e soprattutto, per la sua struttura economica: ogni pur parziale politica nazionalista deve essere infatti compensata dall’esportazione di una qualche risorsa peculiare del Paese, particolarmente richiesta dal mercato mondiale, come l’energia (Venezuela, Colombia) o i prodotti agricoli (Argentina), ma di tali risorse noi siamo privi. </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Che fare, dunque? La nostra unica speranza, che peraltro si riallaccia a storiche tendenze del Paese, sta nella creazione di un </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>nuovo spazio sovranazionale</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">, centrato sul mediterraneo, aperto alle dinamiche progressive del nordafrica e del medioriente e ponte verso l’Asia e la Cina. Uno spazio estremamente ricco di capitali, di lavoro, di energia, il cui sviluppo sarebbe anche condizione per la rinascita del nostro Mezzogiorno, e quindi del Paese intero. La costruzione di questo spazio (che può avere diverse varianti – si vedano al proposito le tesi di Bruno Amoroso o di Luciano Vasapollo – e che deve essere iniziata da subito, anche dall’opposizione) deve essere giocata in un primo momento all’interno delle dinamiche europee, come elemento che aumenti il nostro potere di negoziazione, ma deve essere vista, in prospettiva non remota, come alternativa all’Unione Europea ed alla sua deriva monetarista e recessiva.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>2.3. Dignità del lavoro, dignità del Paese</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p>Non dobbiamo, dunque, essere nazionalisti. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Eppure dobbiamo reinserire nel nostro lessico la “nazione” come categoria economica, politica ed ideologica. </strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Non la nazione come etnia, come deposito di una storia o come comunità linguistica, ma la nazione come spazio di diritti, come luogo di possibile decisione democratica di contro alla chiusura tecnocratico-capitalistica degli spazi sovranazionali. La nazione come punto di partenza di una politica e di una dimensione sovranazionale alternativa, e non come punto di arrivo di una illusoria autarchia.<br />
</span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong><br />
Come notava Gramsci, non è detto che una forma storicamente superiore di Stato, più conforme all’evoluzione economica mondiale, sia necessariamente positiva anche per i lavoratori, e quindi non è detto che ogni passo indietro rispetto a quella forma sia necessariamente reazionario. </strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Non è detto che la globalizzazione e l’Unione Europea, astrattamente progressive rispetto alla nazione ed al nazionalismo, siano progressive anche concretamente: ed in realtà mostrano di essere regressive. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Lo spazio nazionale può dunque momentaneamente tornare ad essere progressivo, ma a due condizioni: 1) che sia definito a partire dagli interessi popolari e 2) che si apra immediatamente ad una forma di cooperazione sovranazionale, costituendo una delle aree regionali dell’equilibrio multipolare.</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p>Dobbiamo quindi prendere le mosse dagli interessi del blocco sociale a cui ci riferiamo, e subito dopo trovare il punto di intersezione fra questi interessi ed i problemi oggettivi del Paese (quelli, per intenderci, che ogni classe che voglia divenire egemone deve, a suo modo, risolvere). Gli interessi popolari si riassumono sostanzialmente, oggi, nella riconquista della dignità del lavoro (nuova e stabile occupazione, riconoscimento del ruolo centrale del lavoro nel processo produttivo), in un mutamento della struttura dei consumi che punti a soddisfare i bisogni essenziali, in una tutela generale dell’ambiente naturale e sociale. I problemi oggettivi del Paese si riassumono nella necessità di operare un salto verso l’economia della conoscenza e di inserirsi in uno spazio sovranazionale paritario che consenta una relativa sicurezza energetica, un interscambio di lavoratori, merci e capitali, una salvaguardia della pace. </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Ebbene, le classi attualmente dominanti non sono in grado di affrontare seriamente i problemi nazionali perché i capitalisti che si sono appropriati delle aziende e delle banche pubbliche (che erano ormai degenerate, ma costituivano pur sempre un potenziale volano economico ed innovativo) preferiscono l’arricchimento patrimoniale all’investimento produttivo, gestiscono le imprese con capitali esigui, sufficienti a controllarle, ma non a svilupparle (fatte le debite proporzioni, il “nanismo” industriale è malattia non solo delle piccole imprese, ma anche di quelle grandi), e perciò, quando investono in produzione e non in speculazione, preferiscono la facile via del supersfruttamento del lavoro dell’ ambiente e della ricchezza pubblica a quella più onerosa dell’innovazione e del rischio imprenditoriale. Inoltre, tutto ciò si traduce in una gracile egemonia sociale, che cerca sostituti o nel vincolo esterno europeo, o nel lassismo fiscale, nelle immaginarie comunità regionali, o in uno pseudonazionalismo che si trasforma rapidamente in servilismo ad ogni seria crisi internazionale. </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Il governo Monti, divenuti momentaneamente inservibili il nazionalismo berlusconiano ed il regionalismo, esercita chiaramente un’egemonia per vincolo esterno e ne approfitta per proseguire nella via maestra del capitalismo italiano, liberalizzando davvero solo il mercato del lavoro, i servizi pubblici e (meno) qualche ordine professionale e qualche area residuale, lasciando per il resto sostanzialmente intatte qualche le concentrazioni di potere industriale e finanziario. Una via maestra che riproduce le condizioni che impediscono l’innovazione: le odiose tirate contro il “posto fisso” occultano il fatto che l’innovazione richiede rapporti stabili tra lavoro ed impresa, “fidelizzazione” del lavoratore come condizione di una lettura coerente del processo di lavoro, delle trasformazioni necessarie, della loro implementazione. E’ solo un esempio, ma è il più importante: la dignità del lavoro è condizione della dignità del Paese perché l’innovazione è essenzialmente effetto di un clima sociale realmente cooperativo; l’innovazione sociale, insomma, è condizione dell’innovazione tecnologica. Inoltre, la sostituzione, nei settori strategici, dell’intervento pubblico a quello privato non è solo sostegno all’occupazione, ma superamento della scarsità di capitali che impedisce l’innovazione stessa. E infine, la dignità del lavoro coincide con la dignità del Paese perché impone la ricerca di uno spazio sovranazionale cooperativo che superi l’attuale subalternità italiana.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>E’ in tal modo che un programma popolare diviene programma nazionale (nazionale perché popolare – Gramsci), diviene nuova politica internazionale e aumenta, anche per questa via, la propria capacità di egemonia all’interno del Paese stesso.</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p>Un programma popolare e nazionale può radicarsi stabilmente all’interno di una determinata formazione territoriale solo se prende le mosse da un’analisi delle classi e del loro rapporto con le dinamiche internazionali. Ed è quanto abbiamo cercato di tratteggiare in queste note. Ma tutto ciò non basta. In situazioni di crisi epocale, come quella che stiamo vivendo, si confrontano e si confronteranno ancor di più, sulla scena globale, diversi possibili modelli di soluzione della crisi stessa. Noi dobbiamo avere un nostro modello alternativo, per non restare prigionieri di quelli altrui. Dobbiamo insomma avere una più precisa e concreta idea di quel comunismo e di quel socialismo di cui sempre parliamo e di come la loro pur parziale realizzazione si intrecci con i conflitti mondiali. Senza questa idea non saranno possibili né programmi di fase né programmi immediati, e la stessa prospettiva popolare e nazionale si troverà sguarnita di fronte alle evoluzioni ed alle precipitazioni della crisi. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Dobbiamo avere, insomma, un chiaro obiettivo storico, ed organizzare le nostre forze e la nostra politica in relazione ad un tale obiettivo</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">. Propongo, in conclusione, alcune prime riflessioni su questo punto.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>3.1 Crisi, capitalismo di Stato, socialismo</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p>Il nostro obiettivo storico deve tornare ad essere il comunismo. E poiché quest’ultimo può esistere solo come combinazione concreta di produzione sociale e privata, di democrazia autorganizzata e rappresentativa, di società autogovernata e di Stato costituzionale di diritto, </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>è al socialismo che dobbiamo puntare come forma effettiva di realizzazione della tendenza comunista</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">. Di fronte alla crisi non basta, infatti, rivendicare diritti, democrazia, politiche economiche progressive. La crisi non dipende solo dalla finanza, ma anche da una struttura proprietaria delle imprese; non deriva solo dal deficit di domanda “popolare”, ma anche dalla diminuzione degli investimenti industriali, sempre meno profittevoli, nonostante la continua compressione del lavoro, dato l’alto costo dell’innovazione, della ricerca e della commercializzazione. Solo rastrellando la maggior massa possibile di ricchezza sociale il capitalismo può uscire da quest’ultima, cruciale, difficoltà. L’ha fatto con l’intervento degli “investitori istituzionali” (fondi pensione, ecc.), ma questi hanno piegato le imprese alla logica del ritorno immediato per gli azionisti, in spregio di qualunque logica produttiva. L’ha fatto con la creazione di capitale fittizio (di “denaro privato”) attraverso la finanziarizzazione, e si è visto come è andata a finire. Ora lo fa, e lo farà sempre di più in futuro, ricorrendo direttamente allo Stato, per creare moneta, per drenare ricchezza popolare (la c.d. crisi del debito pubblico e le conseguenti misure recessive), per salvare e gestire le imprese che richiedono maggiore capitale e così orientare l’intera produzione. </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Questo aperto ricorso allo Stato, dopo decenni di ricorso occulto alla mano pubblica, è il riconoscimento de facto della giustezza della previsione di Marx: ad un certo punto la produzione diviene talmente socializzata da non poter più essere gestita dal singolo capitale e da richiederne l’assunzione diretta da parte della società stessa. Solo che, in assenza di un movimento socialista internazionale, questo riconoscimento avviene in forma capitalistica, e si presenta come un colossale spostamento di reddito dai cittadini al capitale, come completo soggiogamento dello Stato al capitale stesso, o come creazione di una burocrazia statale che assume in prima persona il compito della valorizzazione capitalistica. Socialismo per i padroni, mercato per i lavoratori! : questa è la parola d’ordine del nuovo capitalismo di Stato.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>A noi tocca invece iniziare e condurre con decisione la battaglia per far sì che tutto ciò che funziona grazie alle risorse sociali venga proporzionalmente gestito dalla società stessa, si trasformi in proprietà pubblica, sociale e comune attraverso lo spossessamento dei capitalisti. Questo, e niente di meno.</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p>Non basta rivendicare i beni comuni se non si comprende che il capitale stesso è un bene comune in quanto prodotto sociale, ed è quindi giusto riappropriarsene. Non basta rivendicare l’economia sociale e cooperativa, se questa lascia intatte le grandi imprese e la loro logica. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Non serve la retorica della lotta sociale, l’autocelebrazione delle capacità creative della cooperazione, della moltitudine, del lavoro, se il lavoro vivo non si riappropria di quel lavoro morto (macchinari, strutture organizzative, denaro: ossia imprese e banche), che pur essendo un suo prodotto, continua ad ergersi contro il lavoro stesso come una potenza estranea ed ostile (Marx)</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">. Nessun errore sarebbe più grave, di fronte al ritorno del capitalismo di Stato, del reagire con la solita contrapposizione tra Stato e società, rifugiandosi nella seconda per tentare di “condizionare” il primo.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>3.2 Importanza dello Stato</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p>Lo Stato contemporaneo è un insieme di istituzioni pubbliche e private, nazionali, sovranazionali e regionali che, attraverso norme legali o regole pattizie stabilite tra organizzazioni private aventi funzioni pubbliche, assicura una relativa continuità alla riproduzione di determinati rapporti sociali. Questa dispersione, questo polimorfismo dello Stato ha fatto risorgere tra di noi l’idea che lo Stato sia irrilevante, o non esista più, o (in singolare coincidenza col liberismo radicale) che in ogni caso non dovrebbe più esistere. </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">La crisi, conviene ripeterlo, ha tolto ogni credibilità a queste tesi. Nelle fasi ascendenti si può delegare alle strutture sovranazionali una buona parte delle decisioni, anche per allontanare l’attenzione dai luoghi fondamentali della politica. Ma quando il gioco si fa duro, le cose cambiano, e molto. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Nel momento decisivo della crisi stessa gli apparati pubblici nazionali sono tornati ad essere il perno dello Stato intero e della stessa economia, in quanto primi depositari della possibilità di battere moneta socialmente validata (mentre la gran massa della moneta “privata” – titoli, derivati, ecc. – mostrava d’essere carta straccia o puro segno elettronico) e di drenare risorse spostandole massicciamente da una classe all’altra. </strong></span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Senza il loro saldo potere sui governi nazionali, pazientemente costruito mentre noi teorizzavamo l’irrilevanza del “politico”, le stesse classi capitalistiche transnazionali non sarebbero riuscite ad operare quel colossale spostamento di reddito dal lavoro al capitale (salvataggi bancari, emissioni di moneta a debito ripagate con tagli al welfare) che ha loro consentito di sopravvivere e addirittura di costituire concentrazioni di capitale più forti di quelle sono state concausa della crisi. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Se ne deve dedurre che senza condizionare, influenzare, conquistare e trasformare il potere dei governi nazionali (come premessa della presa e trasformazione degli apparati statali in generale) le classi subalterne resteranno per sempre tali.</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Il che comporta (oltre alla consapevolezza che si tratterebbe comunque solo di una parte della trasformazione necessaria) che la politica delle classi subalterne non può consistere solo nella crescita progressiva della democrazia sociale e delle sue istituzioni autorganizzate, ma deve tornare ad essere anche azione coordinata per spostare, in congiunture determinate, i rapporti di forza tra le classi al fine di conquistare i diversi “pezzi” di Stato di volta in volta decisivi, ed in particolare i governi nazionali (Lenin). </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Chi, ciononostante, continua ad insistere sull’autonomia del sociale, dimentica che l’idea stessa (e la pratica) di autonomia del sociale, nelle sue forme contemporanee, nasce proprio come effetto paradossale dell’espansione del </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Big Government</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">: solo sulla base della sicurezza e delle risorse fornite dallo Stato la società ha potuto in molti casi “far da sé”. Ed è proprio perché le erogazioni del welfare erano da tempo garantite, tanto da sembrare ovvie e addirittura “naturali”, che la società ha potuto pensare, ad un certo punto, di essere del tutto autonoma dallo Stato e di poter sussistere senza l’ausilio di politiche pubbliche, dunque autoritative, di redistribuzione. </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Ma quando queste politiche cessano, ed anzi assumono segno inverso, si vede chiaramente che senza una trasformazione diretta dell’orientamento dello Stato le organizzazioni sociali sono condannate ad un semplice ruolo di resistenza. </strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">Un ruolo comunque importantissimo, certo: non solo perché senza resistenza non c’è controffensiva, ma perché è pur sempre fuori dallo Stato, e quindi nelle autonome istituzioni sociali, che deve e può costituirsi un soggetto antagonista, ossia capace di elaborare ed in parte sperimentare rapporti sociali alternativi. </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Fuori dallo Stato oggi (perché è Stato capitalistico) e domani (perché anche uno Stato socialista, pur democratizzato, tenderebbe inevitabilmente a riprodurre relazioni gerarchiche): ma fuori dallo Stato per accumulare le forze ed il sapere necessari a conquistare e trasformare lo Stato stesso, rimanendone pur sempre distinti.</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> Il nostro “comunismo di società” quindi, pur facendo sempre perno sull’autonomia delle istituzioni di movimento, non può limitarsi ad essere un pensiero del “non-Stato” e deve divenire anche </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>pensiero del nuovo Stato</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">, ossia della nuova combinazione di organi, pubblici e no, capaci di assicurare continuità (Gramsci) alla nuova forma di riproduzione sociale.</p>
<p></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>3.3 Programmi per il tempo breve, medio e lungo</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p>Posso ora riassumere il senso del mio ragionamento.</p>
<p>Come parte potenziale di una </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>V Internazionale</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"> tutta da costruire, il movimento comunista italiano (e con esso tutta la residua sinistra) deve battersi per un programma immediato di </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>ricostruzione di un blocco sociale anticapitalista</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">, per un programma intermedio di governo popolare, e in prospettiva per un programma socialista.<br />
</span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em><br />
Nella cornice della rivendicazione della sovranità popolare e nazionale, il programma immediato punta a rompere l’alleanza subalterna delle diverse frazioni popolari con le diverse frazioni capitaliste. Lo fa proponendo una forte redistribuzione del reddito dall’alto in basso, con particolare attenzione a non colpire ulteriormente le categorie intermedie in via di proletarizzazione, che sono la vera posta in gioco di una lotta per l’egemonia. Lo fa iniziando a costruire autonome istituzioni di movimento in cui si unifichino i diversi strati popolari. E proponendo un ripudio delle politiche europee, un nuovo spazio sovranazionale per il Paese, un immediato “piano del lavoro” per la manutenzione del nostro paesaggio ambientale e sociale e per le connesse innovazioni.</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"></p>
<p>Il programma di un </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>governo popolare</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">, la cui possibilità dipende dalla creazione del blocco antagonista e dall’acutizzarsi della crisi d’egemonia del capitalismo italiano ed europeo, inizia a modificare la struttura della produzione, soprattutto grazie ad una parziale espropriazione delle grandi concentrazioni capitaliste ed all’intervento diretto ed indiretto dello Stato, sottoposto a tutte le forme possibili di controllo dal basso ed integrato all’economia sociale e cooperativa. Sulla base di questa modifica trova le risorse per rilanciare innovazione, occupazione e domanda interna. Contemporaneamente lavora in concreto per un nuovo spazio sovranazionale, negoziando duramente con l’Unione Europea e preparando un’alternativa ad essa.</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Un simile governo popolare non può far altro, in</strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em><strong> una prima fase</strong></em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><strong>, che dar vita ad un capitalismo di Stato democratico, </strong></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">che, pur rafforzando la posizione dei cittadini e dei lavoratori, non riuscirà a modificare che parzialmente il fine generale delle imprese (ossia la spinta alla massima valorizzazione possibile), la forma salariata del lavoro, la forte diffusione della proprietà privata anche oltre i settori in cui essa è comunque opportuna. Esso deve essere quindi considerato come un momento di accumulazione delle forze per un salto ulteriore, i cui tempi e le cui forme non possono essere predeterminati, ma che l’evolversi della crisi mondiale potrebbe rendere necessario, oltre che possibile. La sua evoluzione verso il socialismo potrà essere misurata, oltre che dalla capacità di espropriare gli espropriatori aumentando, e non riducendo, democrazia e pluralismo, dalla risposta alle seguenti sfide: riduzione della spinta alla massima valorizzazione del capitale, </span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;"><em>possibile solo in uno spazio multipolare che freni la mobilità del capitale stesso</em></span></span></span><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,serif;"><span style="font-size: small;">; riduzione della dipendenza dei cittadini dal lavoro salariato, attraverso la riduzione del tempo di lavoro subalterno, l’aumento del tempo di lavoro sociale gratuito e la conseguente fruizione gratuita di beni e servizi; sviluppo di un apparato amministrativo dialogico, la cui azione sia basata sul principio del coinvolgimento obbligatorio dei soggetti sociali nella definizione delle politiche che li riguardano; crescita di istituzioni popolari, dotate di capacità e potere di controllo sulle imprese e sullo Stato, ma necessariamente autonome dallo Stato in quanto fonte continua di rinnovamento dei gruppi dirigenti, strumento di contrasto alle inefficienze ed alle involuzioni oligarchiche e burocratiche dello Stato stesso; elaborazione statuale e sociale di una economia programmata che orienti l’innovazione non verso la continua creazione di beni di consumo, ma verso tecnologie di gestione razionale delle risorse, delle energie, dell’ambiente sociale e naturale (tecnologie che diverranno in futuro decisive anche nel mercato mondiale) .</p>
<p>Si può certamente avere un’altra idea di socialismo ed un&#8217;altra idea di società. Ma chiunque voglia affrontare la crisi per quello che essa effettivamente è deve proporre comunque una visione forte del futuro, l’idea di una nuova situazione per la quale lottare. Solo così un partito comunista potrà tornare ad essere qualcosa di più del ricettacolo di differenti famiglie politiche, del vessillifero di qualche generoso e confuso ideale, e potrà tornare ad essere un’idea che diviene organizzazione, e quindi senso comune.</span></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><br />
</span></span><span style="color: #073763;"><span style="font-family: Trebuchet MS,serif;"><span style="font-size: small;"><br />
* Fonte: </span></span></span><span style="color: #0000ff;"><span style="font-family: Trebuchet MS,serif;"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">Contro la crisi punto org</span></span></span></span></p>
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